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ALL’INTERNO L’INSERTO DI ARTI E CULTURA

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • SABATO 18 FEBBRAIO 2012

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Ieri alla Camera l’incontro tra i tre leader: la nuova legge elettorale dopo la revisione costituzionale

Il patto di Montecitorio Alfano, Bersani e Casini: entro tre settimane partono le riforme Meno parlamentari (circa 150), introduzione della sfiducia costruttiva, potere al premier di nominare e revocare i ministri. Ecco l’intesa che porta oltre il bicameralismo perfetto LA SVOLTA/1

Così finisce davvero la Seconda Repubblica

Saltato il vertice tra Monti e la Cancelliera

Wulff lascia. La Merkel resta a Berlino

di Giancristiano Desiderio a parentesi non è possibile. Prego? Sì, proprio così: l’idea che ciò che rappresenta il governo Monti per l’Italia sia solo una parentesi che una volta aperta e chiusa si potrà ritornare alle vecchie abitudini è un rimedio peggiore del male. L’incontro di ieri alla Camera non sembra andare verso la “teoria della parentesi”, bensì verso l’idea di “voltare pagina”.

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LA SVOLTA/2

Il governo tecnico crea un nuovo sistema

I centristi lanciano un nuovo progetto politico

Il leader Udc: «Un nuovo partito, quelli di oggi sono superati» «Facciamo le prossime amministrative con il vecchio rito, poi cambieremo tutto» *****

Vincenzo Faccioli Pintozzi • pagina 2

di Francesco D’Onofrio an mano che si passa da provvedimenti proposti dal governo in quanto strettamente collegati alla ipotesi della emergenza economica nella quale, a provvedimenti per così dire di “politica generale”, si nota una particolare difficoltà istituzionale e politica nella quale si finisce con il trovare il governo Monti da un lato e dall’altro i partiti.

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Parlano Lippolis, Barbera e Zanon

«Uno scatto al fotofinish per tornare sulla scena» «L’accordo sarà blindato dai referendum. È un ammodernamento necessario a tutti»

Il più giovane presidente tedesco costretto a lasciare per un prestito di un amico imprenditore . Teleconferenza tra Italia, Grecia e Germania: «Siamo ottimisti sul salvataggio di Atene» Maurizio Stefanini • pagina 7

Franco Insardà • pagina 4

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Il ministro anticipa la riforma del mercato del lavoro

A vent’anni da Tangentopoli è ancora polemica

L’annuncio di Fornero «Le mani? Più pulite» «Sgravi fiscali per le donne e per il Sud»

EURO 1,00 (10,00

Pecorella sull’allarme della Corte dei Conti

di Antonella Giuli

di Riccardo Paradisi

ROMA. Sarà pronta entro marzo. Si partirà dal riordino dei contratti, e contestualmente si rafforzerà il sostegno all’occupazione femminile e al Mezzogiorno grazie a sgravi fiscali e migliori servizi da finanziare anche con il Fondo sociale europeo. Il ministro Fornero da Bruxelles anticipa la riforma del lavoro.

on è vero che siamo tornati ai tempi di Tangentopoli: «Oggi la corruzione non è ai livelli dei primi anni Novanta. Non esiste un sistema oliato come quello di Tangentopoli». Gaetano Pecorella, presidente della commissione di inchiesta sulle ecomafie, non sottoscrive l’allarme della Corte dei conti.

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CON I QUADERNI)

• ANNO XVII •

NUMERO

N

34 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


Riduzione dei parlamentari, più poteri al premier, nuova legge elettorale: ecco i principali punti su cui convergono Terzo polo, Pdl e Pd

L’accordo sulle riforme

Nel vertice tra Casini, Alfano e Bersani affrontati anche l’introduzione della sfiducia costruttiva e la fine del bicameralismo perfetto di Riccardo Paradisi iduzione del numero dei parlamentari, revisione del bicameralismo perfetto, più poteri decisionali al premier, sfiducia costruttiva e riforma della legge elettorale entro la legislatura. Tra Pd Pdl e Terzo polo sembra sia stata raggiunta un’intesa di massima su temi e tempi delle riforme.

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Nel vertice di Montecitorio fra Alfano, Bersani e Casini di ieri mattina (presenti Gaetano Quagliariello, Luciano Violante, Ferdinando Adornato e Italo Bocchino), si sono stabiliti alcuni punti chiave per la nuova Costituzione: una Camera dei Deputati che passerebbe da 630 a 500-530 membri (la variabile dipende dall’introduzione o meno del diritto di tribuna per le forze minori), un Senato che scenderebbe da 315 membri a circa 250 componenti; l’introduzione della sfiducia costruttiva; poteri al premier di revocare i ministri e modifica dell’articolo 117 della Costituzione per ridurre la fascia di legislazione concorrente fra Stato e Regioni. Lo scopo è quello di eliminare la produzione di contenzioso alla Corte Costituzionale. Al Senato comunque è già incardinata la discussione alla Giunta per il regolamento. Fra le proposte: tempi certi per l’iter parlamentare dei provvedi-

Il leader centrista e la svolta di un contenitore per tutti i moderati italiani: «Dopo le amministrative»

E Casini lancia il nuovo partito «Dopo il bipolarismo, andiamo oltre l’Udc» di Vincenzo Faccioli Pintozzi opo aver capito (e annunciato) la fine del bipolarismo e la necessità di una tregua nazionale, l’Unione di Centro si prepara ad andare oltre. E, nelle parole del suo leader Pier Ferdinando Casini, «questo deve avvenire con un congresso straordinario, che prenda decisioni straordinarie». Casini si prepara ad archiviare l’esperienza dell’Udc per dar vita a un nuovo “contenitore” politico, capace di dare stabilità al Paese. L’annuncio arriva dall’esecutivo nazionale della Rosa per l’Italia di Savino Pezzotta, dove il leader centrista ha spiegato che «i partiti, così come sono organizzati, non servono più». Prendendo spunto da un’esortazione dell’ex sindacalista alla platea - spronata ad «andare oltre “La rosa per l’Italia”», Casini replica: «Pezzotta si prepara ad andare oltre? Per me è la stessa cosa che noi dobbiamo fare per l’Udc. Oggi noi dobbiamo contrastare la crisi di credibilità della politica dicendo alla gente che occorre riformare le istituzioni, dare un segnale sulla riduzione del numero dei parlamentari, ma anche dare il segnale che occorre fare qualcosa di più andando oltre: destra, centro e sinistra, sono etichette che rappresentano ancora la gente?».

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«Io credo che il congresso dell’Udc non può essere un congresso ordinario - ha continuato Casini – ma deve essere un congresso straordinario, perché deve essere straordinario anche nelle decisioni. Noi che siamo stati i primi a ca-

pire che il bipolarismo stava sfasciando il Paese e che serviva un armistizio dobbiamo essere i primi a capire che questa stagione politica è finita, che i partiti così come sono organizzati non servono più. I poli, a partire dal Terzo polo, così come sono organizzati non servono. Noi abbiamo la necessità di creare un contenitore con caratteristiche diverse, che sia in condizione di porsi come elemento di guida dell’Italia avendo un obiettivo molto più ambizioso della sopravvivenza».

Il leader dell’Udc ha parlato anche della possibile candidatura del presidente del Consiglio: «Quando sento dire che Monti non si deve presentare alle prossime elezioni mi pare di sentire una follia - ha spiegato -. È come dire che siamo terrorizzati, ma io non sono terrorizzato da nessuno. Se la politica non capisce che senza queste persone esterne ha la possibilità di rilanciare il proprio ruolo dichiara una sorta di autofallimento. Io non credo che andremo alle elezioni con questo equilibrio politico e con questi partiti». Infine, una stoccata ai ministri dell’attuale esecutivo: «Non fate anche voi gli slogan del governo Berlusconi - ha concluso -. È stato annunciato uno sblocco di 50 miliardi di euro. Ma di cosa stiamo parlando?». Al Paese serve una svolta nei contenuti e nei proclami, e questo Casini lo ha capito molto bene. Ora vedremo se riuscirà a smuovere il resto del Paese da questo immobilismo che uccide.

menti del Governo, divieto di maxiemendamenti per garantire la trasparenza, priorità al voto degli emendamenti del Governo, divieto per un parlamentare di cambiare gruppo (chi lascia il gruppo dove è stato eletto potrà iscriversi solo al misto), discussione obbligatoria delle proposte di legge di iniziativa popolare, più poteri alle commissioni. Un risultato ancora parziale ma non scontato fino alla vigilia e addirittura fantapolitico fino a un paio di mesi fa, quando ancora la politica italiana era attraversata da un fossato di separazione tra guelfi e ghibellini, una guerra civile ideologica di cui nessuno sentirà la mancanza.

Sui tempi si parla di tre settimane per l’avvio dell’iter a partire dalla riduzione del numero dei parlamentari, entro maggio la nuova legge costituzionale per la riforme istituzionali e entro dicembre si spera di poter mettere mano alla nuova legge elettorale. Anche se è proprio su questo ultimo punto si concentrano le maggiori divisioni. Divisioni che però, anche in questo caso, non sembrano irrisolvibili. Insomma mentre Udc e Pd sembra siano ormai e convinti sul modello tedesco nel Pdl ci sarebbe chi invece preferisce guardare al modello spagnolo o chi addirittura pensa di tenersi il porcellum. Ma con dei cor-


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Fanno sul serio. E niente sarà come prima I partiti hanno capito che Monti ha cambiato tutto. E vogliono tornare a fare politica di Giancristiano Desiderio a parentesi non è possibile. La parentesi non è una buona idea. Prego? Sì, proprio così: l’idea che ciò che rappresenta il governo Monti per l’Italia sia solo una parentesi che una volta aperta e chiusa si potrà ritornare alle vecchie abitudini è un rimedio peggiore del male. L’incontro di ieri alla Camera tra Alfano, Bersani e Casini non sembra andare verso la “teoria della parentesi” bensì verso la consapevolezza che bisogna ormai “voltare pagina” e riformare non solo la società italiana, come sta facendo il governo Monti dopo circa venti anni di vacanza, ma anche la politica, e su questo fronte i “politici”intendono mantenere l’iniziativa. All’ordine del giorno c’è nientemeno che la Costituzione e, scendendo dall’empireo sulla terra, soprattutto la legge elettorale che sopraggiungerà, secondo il cammino immaginato dai tre uomini politici, dopo che le riforme istituzionali saranno state incardinate concretamente. Tutto, però, lascia pensare che questa volta si faccia sul serio e che il momento, come è stato già definito, sia “storico”. Vero? Vedremo. Quello che ora sappiamo è che nel vertice di ieri sono state stabilite alcune cose importanti: tempi e temi.

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Entro due, al massimo tre settimane si potrebbe giungere a un testo condiviso tra Pdl, Pd e Terzo polo sulle riforme costituzionali. Il testo prevede la riduzione del numero dei parlamentari, il superamento del bicameralismo perfetto, la sfiducia costruttiva, il potere di nomina e revoca dei ministri da parte del presidente del Consiglio, la riforma dell’articolo 117 della Costituzione. Molta carne a cuocere. E i tempi sono dunque rapidi, compatibilmente con la procedura di revisione costituzionale prevista dall’articolo 68 della Costituzione. Ecco l’iter immaginato e sottoscritto: entro due-tre settimane si presenterà alle commissioni parlamentari un testo condiviso, entro l’estate ci sarà la prima lettura, in autunno la seconda lettura e nell’inverno, forse già a dicembre, la terza e quarta lettura. Questo almeno nelle intenzioni di Pdl, Pd e Terzo polo. Quanto alla legge elettorale, nell’ipotesi elaborata dai tre leader ci sarebbe da avviare la riforma subito dopo la prima lettura delle riforme costituzionali. Da più parti,

rettivi il sistema tedesco potrebbe diventare anche per il Pdl l’approdo naturale soprattutto considerando il mutato quadro delle alleanze e dello scenario politico italiano. Tanto cambiato che i leader di Pdl, Pd e Udc vorrebbero coinvolgere anche Lega e Idv sulle riforme costituzionali allargando il confronto a tutte le forze politiche per cambiare le regole del gioco. Intesa però non significa inciucio o fine delle differenze.

Il Pdl discute se allargare all’Udc ma respinge ogni idea di governissimo con il centrosinistra. «Noi stiamo ragionando su temi istituzionali. Non c’è nessuna maggioranza politica che lega noi e il Partito Demo-

infatti, è stata sottolineata la necessità di avviare prima le riforme istituzionali e solo dopo la riforma del sistema elettorale nazionale. Si spera che il metodo scelto per il lavoro di riforma sia saggio. Nei pensieri dei partiti la legge elettorale è sempre la prima cosa, ma nell’agenda dei lavoro, chissà perché, viene sempre per ultima. Invece, come faceva notare in questi casi Montanelli, sarebbe saggio discutere insieme le cose: istituzioni e sistema di voto. Ad ogni modo, vediamo il bicchiere mezzo pieno. Il ruolo del governo Monti è stato decisivo per giungere a questo punto di svolta. Non solo sul piano dei rapporti politici e diplomatici tra partiti che ieri erano tra loro opposti e oggi fanno parte di una medesima maggioranza, ma anche sul piano più ampio e generale, senz’altro più importante, su cui si colloca il governo guidato da Mario Monti sia in Italia sia in Europa e nel mondo.

Sul piano politico si è passati da un clima di contrapposizione e di guerra mentale permanente a una tregua che è diventata una forma attiva di collaborazione parlamentare. L’incontro di ieri, preparato da tempo, è il punto di arrivo di questa collaborazione e di

Tutto lascia pensare che questa volta la determinazione c’è e che il momento, come è stato già definito, sia davvero “storico” un clima cambiato: un punto di arrivo e di partenza insieme. Inizia ora la fase più delicata e decisiva: non basta enunciare le riforme da fare, occorre anche farle concretamente. Sul piano sociale e internazionale si è passati dall’epoca del berlusconismo alla realtà delle cose che contano e pesano nelle aziende, nel commercio, nelle famiglie, nel sistema economico in generale. Si è passati dall’immagine alla serietà e il passaggio è stato percepito dagli italiani e dai partiti. In un primo tempo la “teoria della parentesi” - che pur rimane come forma mentis in molte tesate d’uovo della politica italiana - aveva preso il sopravvento. Poi ci hanno pensato i fatti a farsi strada da sé: i partiti ne hanno dovuto

cratico perché abbiamo poco in comune dal punto di vista del programma di governo per l’Italia. Ci siamo affidati a questo governo perché è un governo di emergenza. Il tema delle riforme istituzionali è il tema che riguarda il fatto di disegnare le regole e nel disegnarle si può

prendere atto. Ad un governo Monti che fa la sua parte e cambia, per quanto è nelle sue possibilità, le regole del gioco, deve corrispondere una politica capace di riformare se stessa per giungere al voto del 2013 con una democrazia rinnovata nelle sue forme base.

Se proviamo a girarci e guardiamo ciò che abbiamo dietro le nostre spalle è un esercizio un po’ pericoloso ma ha anche i suoi indubbi pregi - ci apparirà un Paese che era sull’orlo di un precipizio, un Paese che era stato condotto fin lì proprio da un sistema politico bloccato la cui lotta era diventata sempre più un duello personale. Il disarmo reciproco e l’unità di intenti - rimedio altrimenti chiamato un po’ pomposamente unità nazionale - appariva come l’unica via di uscita da un disastro annunciato eppur negato. Oggi, forse, siamo a metà strada. La politica da una parte è stata sconfitta sul campo con il “governo tecnico” e dall’altra parte ha dimostrato di rinsavire facendo un “passo indietro”. Quel passo indietro può somigliare alla rincorsa che l’atleta fa per spiccare meglio il salto in avanti. Il salto in avanti può essere rappresentato dalla riforma della politica. Ieri c’è stato il primo passetto in avanti.

Alfano il quale pensa che Monti non farà una scelta di natura partitica al termine del mandato che ha ricevuto per guidare il Paese in una fase di drammatica emergenza economico-finanziaria. «Monti è senatore a vita, quattro grandi forze politiche gli hanno dato

Il sistema tedesco - su cui convergono Udc e Pd – potrebbe diventare anche per il Pdl l’approdo naturale del pacchetto delle riforme in discussione. Alfano e Bersani escludono però ipotesi di governissimo dopo l’”era Monti”

mondo dopo la destra”. Per il leader del Pd non è vero che non ci sono differenze tra destra e sinistra. «Quando sento dire che non c’è differenza tra destra e sinistra penso sia un errore. E parlo non di filosofia, ma di cose concrete: nel merito, tutte le volte che incontro qualcuno del centrodestra ha chiosato Bersani facendo riferimento ai temi del fisco, del mercato del lavoro, delle liberalizzazioni - non siamo mai d’accordo».

condividere una strada, anche un obiettivo tra partiti che, sulle tematiche squisitamente di governo, magari la pensano diversamente». La maggioranza che appoggia il governo Monti allora? Non è una maggioranza politica dice

Tornando sull’incontro di stamattina con Alfano e Casini Bersani chiosa: «Le divisioni ci sono. Ma speriamo che sul tema istituzionale e elettorale si possa trovare un’intesa attraverso una discussione».

la fiducia e non credo che lui, da patrimonio comune in questa fase di emergenza, intenda diventare patrimonio di una parte». Quanto agli altri ministri tecnici, chiamati a far parte del governo, «riteniamo possano

fare le scelte che ritengano più opportune, misurandosi con il tema del consenso e del voto dei cittadini. Credo che i ministri tecnici, nominati in un momento di crisi, devono essenzialmente fare quello e non pensare alla propria carriera».

Da parte sua anche il Pd marca le differenze: «Quando andremo alle elezioni presenteremo un programma alternativo, non a Monti, ma alla destra: la dovremo sfidare» dice il segretario dei democrat Pier Luigi Bersani, chiudendo il convegno ”Il


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l’approfondimento

La strada delle riforme costituzionali incontrano il favore di Augusto Barbera, Vincenzo Lippolis e Nicolò Zanon

Il colpo di reni

Il patto di Montecitorio viene visto come un elisir rigenerante per i partiti, guardati con sfiducia da parte dell’opinione pubblica, mentre il Parlamento potrebbe ritornare a essere protagonista della democrazia italiana di Franco Insardà

ROMA. «È un vero e proprio colpo di reni delle forze politiche maggiori e più responsabili. Non entro nel merito delle proposte, ma è importante che ci sia questo duplice approccio: sia la riforma costituzionale che quella elettorale». Augusto Barbera, dall’alto della sua esperienza di costituzionalista e uomo politico, sottolinea l’aspetto positivo del vertice tra Pdl, Pd e Udc di ieri che ha di fatto sancito l’accordo sulle riforme costituzionali prima e la legge elettorale entro la fine del 2012.

Per Vincenzo Lippolis, professore di Diritto pubblico comparato alla Luspio di Roma, «da un lato va sottolineato il fatto estremamente positivo che le forze politiche approfittino della situazione che si è creata con il governo Monti che sta affrontando i problemi economici, lasciando spazio ai partiti e al Parlamento per potersi dedicare all’aggiornamento e all’ammodernamento dell’ap-

parato istituzionale. La cosa sta avvenendo in tempi rapidi, mostrando la chiara volontà di cambiamento. Da quello che è stato annunciato si pensa a modificare alcuni aspetti importanti della nostra forma di governo parlamentare. Non ci troviamo di fronte a riforme che ribaltano il nostro sistema istituzionale, ma si tratta di un aggiornamento di elemento risultati problematici in questi anni».

Nicolò Zanon, professore di diritto costituzionale all’università di Milano, sottolinea la fase particolare che stiamo attraversando: «Parlerei di una fase di decantazione politica, sancita anche dalla presenza di un governo tecnico appoggiato insieme dai maggiori partiti, che favorisce contatti meno aspri su temi così delicati come quelli delle riforme istituzionali e della legge elettorale. Bisogna essere, però, cauti nell’esprimere giudizi perché al di là dei titoli bisognerà vedere i contenuti,

sono quelli i passaggi decisivi che andranno valutati». Anche il professor Barbera concorda con il clima particolare e con la responsabilità delle forze politiche che «si sono poste il problema delle sorti del Paese e che stanno appoggiando il governo guidato da Mario Monti. Trovo positivo il fatto che ci sia questa disponibilità a trovare un accordo. Ricordo che nel 2005 la legge elettorale è stata approvata dalla sola maggioranza e in precedenza

Barbera: «I tempi sono brevi e vanno rigorosamente rispettati»

era stata modificata nel 1993 dopo un referendum. È la prima volta dopo tantissimi anni che le forze politiche più significative trovano un’intesa per procedere di comune accordo. Che poi tutto questo si traduca effettivamente in un testo condiviso è ancora tutto da vedere. Questo accordo è importante e lo dice uno che è stato tra i promotori del referendum del 1993. Per trovare una legge elettorale condivisa da più forze politiche bisogna risalire molto indietro negli anni: nel 1957. Infatti dopo la cosiddetta legge truffa del 1953 con un premio di maggioranza previsto che non scattò, nel 1957 si arrivò al testo unico, rimasto in vigore fino al referendum del 1993».

I tre interlocutori concordano sull’analisi che questo accordo potrebbe essere una sorta di elisir rigenerante per i partiti. Secondo il professor Lippolis questa situazione, infatti, è «sicuramente positiva

per tutto il sistema, ma anche per la salute dei partiti, perché un eventuale fallimento farebbe crollare la loro immagine agli occhi dell’opinione pubblica. In questo momento i partiti si sono resi conti che continuare a polemizzare tra di loro, lasciando la scena al governo Monti li avrebbe posti in grossa difficoltà».

Per Augusto Barbera il Parlamento «potrebbe ritornare a essere protagonista dopo molti anni e questo accordo non può che essere salutato positivamente da quanti hanno a cuore le sorti della democrazia parlamentare. Ritengo che il clima di sfiducia nella politica abbia influito in questa posizione responsabile dei partiti maggiori ed è importante che il segnale sia stato colto». E Zanon aggiunge: «I partiti in questo clima più rasserenato si sono resi conto che la politica deve cominciare davvero a fornire qualche risposta concreta se vuole recuperare


I partiti oltre l’emergenza economica. Tra attuale sostegno parlamentare e futura visione progettuale

Il governo tecnico sta creando davvero un nuovo sistema

È necessario dar vita a soggetti politici nuovi che sappiano conciliare l’europeismo di fondo dell’attuale esecutivo con l’alternatività delle diverse politiche nazionali di Francesco D’Onofrio an mano che si passa da provvedimenti proposti dal governo in quanto strettamente collegati alla ipotesi della emergenza economica nella quale si è trovata l’Italia all’inizio dello scorso novembre, a provvedimenti per così dire di “politica generale” che singoli ministri del governo Monti prospettano all’esame dell’opinione pubblica in generale e delle Camere in particolare, si nota una particolare difficoltà istituzionale e politica nella quale si finisce con il trovare il governo Monti da un lato e dall’altro i partiti politici che lo sostengono in Parlamento. Siamo infatti in presenza di una situazione complessivamente nuova dal punto di vista politico-parlamentare-governativo: il sostegno parlamentare accomuna Partito democratico, Popolo della libertà e Terzo Polo certamente per quel che concerne l’emergenza economica, ma non coincide con il programma politico che ciascuno di essi ha sin qui elaborato, e che finirà con il divenire la base sulla quale sarà costruita la nuova legge elettorale politica nazionale. Occorre infatti aver presente che vi è una sorta di valore costitutivo comune ai tre soggetti politici che danno il proprio peraltro necessario sostegno parlamentare al governo: la costruzione di provvedimenti di emergenza economica necessari e complessivamente utili al progetto europeistico. Ne consegue che tutti i provvedimenti adottati o proposti dal governo Monti nel senso della loro necessità per una collocazione astrattamente definibile di coerenza europeistica sono stati posti alla base del rapporto di fiducia originariamente costruito proprio nei confronti del governo medesimo. Ma tutti sappiamo che il rapporto di fiducia consegue alla definizione di un programma generale politico del quale la dimensione economica è certamente essenziale ma mai esaustiva.

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Nel contesto attuale occorre infatti rilevare che non siamo in presenza di una grande coalizione che abbia definito una sorta di programma generale comune che costituirebbe di conseguenza la base operativa del governo medesimo. Siamo infatti in presenza della ribadita intenzione della sostanziale alternatività bipolare di Partito democratico e Popolo della libertà, quasi che il governo Monti costituisca una sorta di “parentesi” giustificata dalla emergenza economica, ma non anche da un peraltro inesistente programma politico comune. Se infatti si passa a consi-

derare le affermazioni poste a fondamento delle proposte politiche concernenti una nuova legge elettorale, apprendiamo ancora una volta che il problema di fondo resta quello della garanzia di una sostanziale alternatività tra i due partiti politici che sono attualmente non solo i due partiti politici maggiori, ma che affermano di ritenere di poter essere anche dopo Monti i due perni di un sistema bipolare. Il governo Monti - a sua volta - come qualsiasi go-

L’appoggio al premier Monti lega Pd, Pdl e Terzo Polo sulla crisi. Ma non (ancora) sui programmi

verno, non è tenuto in alcun modo a limitare la propria attività alle questioni definibili come di emergenza economica. Esso infatti (e i suoi singoli ministri in particolare) sta progressivamente affrontando anche questioni che non sono definibili come questioni di emergenza economica. Questo intreccio fra la dimensione della convergenza tra forze politiche che affermano di essere naturalmente alternative le une rispetto alle altre, e la reale alternatività tra di esse anche dopo il governo Monti, risulta sostanzialmente identico alla condizione nella quale si sono venuti a trovare gli Stati nazionali nel contesto del processo di integrazione europea.

La convergenza rispetto a provvedimenti definibili di emergenza economica è infatti una convergenza che si colloca sostanzialmente nella continuità di una grande strategia europeistica. Ma sappiamo bene che l’Italia non è stata caratterizzata da una convergenza di questo tipo sol che si consideri quante e quali divarificazioni sono rilevabili in un esame che vada dall’inizio del processo di costruzione europea fino ad oggi. Da questo punto di vista si può pertanto ritenere che il governo Monti si collochi in una sorta di continuità europeistica anche rispetto o a forze politiche che erano fortemente contrarie al processo medesimo, o a forze politiche del tutto nuove rispetto al processo europeistico. È come se si stesse passando anche in Italia da un contesto totalmente europeistico limitato a forze politiche che europeistiche lo erano fin dall’origine del processo medesimo, ad un contesto nuovo nel quale occorre in qualche modo definire in termini appunto nuovi i contenuti stessi delle alternative nazionali. Così come gli Stati nazionali conservano una significativa autonomia per quel che concerne segmenti rilevanti del programma politico generale, ma sono sempre più privi di una sorta di diritto alla disomogeneità delle politiche economiche nazionali rispetto al processo di integrazione europea in atto, è necessario che si riesca a dar vita a soggetti politici anche nuovi che sappiano contemperare appunto l’europeismo di fondo del governo Monti con l’alternatività delle politiche nazionali. Non è questo un problema concernente solo l’Italia ma non vi è dubbio che le peculiarità della nostra storia nazionale si stanno riflettendo con forza proprio nel rapporto tra sostegno parlamentare al governo Monti e visione politica prevalentemente interna.

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un po’ di credibilità agli occhi dell’opinione pubblica. O in questo anno la classe politica riesce a dare prova di responsabilità e si dimostra capace di fare alcune scelte di lungo periodo, oppure c’è il rischio che questa fase di lunarità della politica partitica perduri come elemento caratteristico dei prossimi decenni. Il livello di discredito, non dico sempre meritatamente, nel quale la politica è precipitata esige qualche colpo di reni e forse i più intelligenti lo hanno capito e stanno cercando di fare quello che si può».

Qualche dubbio viene sollevato sulla scorta delle esperienze passate: «Tentativi del genere - dice infatti Vincenzo Lippolis - sono stati fatti anche negli anni scorsi per modificare la forma di governo e il bicameralismo, ma non si è riuscito a raggiungere alcun risultato, per i veti incrociati delle forze politiche. Basti ricordare la commissione bicamerale Bozzi dal 1983 al 1985, quella De Mita-Iotti del 1993, e l’ultima presieduta da D’Alema del 1997, che riuscì a far approdare il testo elaborato anche alla Camera, senza che fosse trasformato in legge. Con questo voglio dire che nel momento in cui i partiti dicono di essere d’accordo sulle riforme, occorre poi l’effettiva volontà a condividere nel dettaglio il testo». Mentre potrebbero esserci delle difficoltà, secondo il professor Barbera, sulla road map indicata da Pdl, Pd e Terzo Polo: «Bisognerebbe fare tutto entro il 2012 tenendo presente che nella primavera del 2013 si dovrà andare al voto. Il calendario fissato deve essere rigorosamente rispettato. Sottolineo la mia preoccupazione sui tempi e i contenuti, dal momento che a oggi esiste un’intesa sulle procedure e le linee generali». Più che sui tempi, invece, Lippolis evidenzia la tenuta dell’accordo: «I tempi sono stretti, ma se l’accordo regge si può procedere speditamente, se invece dovessero sorgere divergenze sui contenuti allora la situazione si potrebbe complicare. Occorrono le due votazioni tra Camera e Senato, poi devono passare tre mesi per la seconda delibera e nel frattempo si elabora la legge elettorale che potrebbe essere licenziata entro la fine dell’anno. Un punto interessante potrebbe essere quello che riguarda la riforma costituzionale: se venisse approvata con la maggioranza dei due terzi non sarebbe soggetta neanche a un eventuale referendum. In questo modo, come prevede l’articolo 138 della Costituzione, la riforma sarebbe blindata». Insomma la triangolazione A+B+C potrebbe dare i suoi frutti nei tempi stabiliti e garantire al Paese di voltre davvero pagina.


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mondo

L’Eurogruppo deve decidere non solo sugli aiuti ma anche sulla rifoma politica dell’Unione europea. Un passo necessario

I grattacapi di Angela

Salta l’incontro fra Monti e Merkel, che in una telefonata a tre con Papademos assicurano: «Lunedì arriva l’accordo sulla Grecia»

di Enrico Singer er Angela Merkel, adesso, la parola d’ordine è fare presto. La crisi che si è aperta ieri a Berlino con le dimissioni del presidente della Repubblica, Christian Wulff, e che l’ha costretta ad annullare all’ultimo momento la sua visita a Roma e gli incontri con Mario Monti e Giorgio Napolitano, deve essere chiusa in fretta. Non soltanto perché lo richiede la Costituzione, ma perché nel momento di grande marasma che sta attraversando l’Europa, con la Grecia sotto pressione per risanare i suoi conti in nome del rigore di bilancio e di una nuova moralità politica, la Kanzlerin vuole dimostrare che la Germania è capace di mantenere il suo primato di Paese serio e affidabile anche nel bel mezzo di uno scandalo che mischia cosa pubblica e affari privati. E che ha un gusto molto più mediterraneo che mitteleuropeo.

P

«Una delle forze del nostro Stato di diritto è che tratta tutti nello stesso modo», è stata la prima dichiarazione della Merkel subito dopo le dimissioni di Wulff che lei stessa aveva proposto come inquilino del castello presidenziale di Bellevue meno di due anni fa, il 30 giugno del 2010. È una dichiarazione rivelatrice dell’imbarazzo che questa vi-

cenda ha provocato, anche se la stessa Merkel ha dato atto al presidente dimissionario di avere agito «nel profondo rispetto di tutti i cittadini» abbandonando il suo incarico per consentire, così, che la giustizia segua il suo corso senza scudi istituzionali. Una mossa che molti osservatori tedeschi pensano sia stata chiesta a Wulff proprio dalla Cancelliera che ha già avviato le consultazioni per scegliere il nuovo capo dello Stato con l’accordo dell’opposizione socialdemocratica e verde a ulteriore di-

dopo l’ennesimo rinvio di mercoledì scorso, dovrebbe finalmente sbloccare la concessione del nuovo finanziamento di 130 miliardi di euro alla Grecia. E ieri, su iniziativa di Monti, c’è stata una conversazione telefonica a tre con Angela Merkel e il premier greco, Lucas Papademos. «Una telefonata condotta con spirito costruttivo», ha fatto sapere Palazzo Chigi che non ha nascosto l’ottimismo: questa volta l’accordo è davvero vicino. In effetti il governo greco ha annunciato di avere trovato i 325 milio-

La Cancelliera ha già avviato le consultazioni per scegliere il nuovo capo dello Stato con l’accordo dell’opposizione socialdemocratica e verde, a ulteriore dimostrazione che la Germania vuole superare questa prova senza altre polemiche mostrazione che la Germania vuole superare questa prova senza altre polemiche. Oggi ci sarà un primo incontro tra i partiti con la speranza di arrivare, al massimo giovedì, alla nomina del prossimo presidente tedesco e alla sua elezione bipartisan da parte dei 600 deputati del Bundestag . I problemi dell’Europa, però, non sono finiti in soffitta. Lunedì a Bruxelles ci sarà una riunione dell’Eurogruppo che,

ni di ulteriori risparmi che gli erano stati chiesti dai ministri delle Finanze di Eurolandia – e, in particolare, dal tedesco Wolfgfang Schäuble – e i leader dei due maggiori partiti che a metà aprile si affronteranno nelle elezioni anticipate hanno spedito al presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, una lettera per soddisfare l’altra condizione che è stata posta ad Atene. Il socialista George Papandreou e il conservatore

Antonis Samaras si sono impegnati a rispettare anche dopo il voto i tagli di bilancio concordati con la Ue per ottenere il nuovo maxi-prestito. Il timore dei tre Paesi più duri nei confronti della Grecia (Olanda e Finlandia, oltre alla Germania) era che la nuova maggioranza che uscirà dalle urne potesse rimangiarsi, in parte, il programma di austerità. E, per la verità, questo timore non è stato del tutto fugato dalle lettere inviate a Bruxelles. Sia perché proprio Samaras – che è il più probabile vincitore delle elezioni anticipate – ha scritto che terrà fede agli impegni e che «le eventuali alternative saranno rigorosamente nel solco del programma concordato» (ma soltanto la parola alternative ha fatto venire un brivido ai falchi). Sia perché si sta allargando il partito di chi non crede più che sia possibile evitare il default della Grecia. L’ultima voce che circolava ieri a Bruxelles era quella di subordinare la concessione del prestito alla creazione di un conto vincolato al quale Atene potrebbe attingere soltanto per realizzare obiettivi condivisi in sede europea. L’Eurogruppo di lunedì, insomma, potrebbe riservare ancora qualche clausola a sorpresa. La più probabile è che i 130 miliardi di euro saranno concessi,


mondo ezza Europa gongola, al vedere costretto alle dimissioni il presidente di quella Germania che in nome del proprio piglio moralista sta un po’ per volta commissariando l’intero Continente. L’altra mezza osserva che in realtà Christian Wulff è colpevole di una scorrettezza che nella maggior parte dei Paesi europei non sarebbe neanche considerata tale, e meno che mai un reato. Il fatto poi che Wulff, primo presidente cattolico dopo quarant’anni, faccia fare una figuraccia alla luterana e figlia di pastore Angela Merkel potrebbe forse indurre ad altre considerazioni di tipo weberiano, sulla compresenza nella stessa storia e identità tedesca di un’anima “papista” più indulgente al peccato (lui è pure divorziato e risposato con un’assistente) ma anche più trattabile, versus un’anima protestante rigorista fino alla follia nazista. Ma sebbene autorevoli storici abbiano discettato sul rapporto diretto tra il senso di obbedienza alle autorità instillato ai tedeschi da Lutero e il Terzo Reich, non bisogna dimenticare che erano di formazione cattolica sia Hitler, sia il suo attentatore Stauffenberg, sia il ricostruttore Adenauer. Per cui forse per lo meno il fattore religioso sarebbe il caso di lasciarlo da parte. D’altra parte la biografia di Christian Wilhelm Walter Wulff, nato il 19 giugno 1959 in quella Osnabrück passata alla Storia per la Pace di Westfalia, non è che sia tout court quella di un predestinato aklla delinquenza. Anzi, la storia dell’adolescente figlio di una donna abbandonata dal marito che riesce contemporaneamente a studiare, a militare nella Cdu dall’età di 16 anni e a curare la sorellina mentre la mamma è vittima della sclerosi multipla ha tratti addirittura edificanti. A 19 anni diventa presidente federale dell’organizzazione degli studenti della media superiore affiliati alla Cdu, a 24 presidente regionale dei giovani Cdu della Bassa Sassonia, ma a quel

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Vita, opere e dimissioni del più giovane presidente della Repubblica tedesca

Il “figliol prodigio” della politica Wessie Si è dimesso per alcuni comportamenti che in altri Stati non sono neanche reato di Maurizio Stefanini punto si accorge che sta perdendo tempo con l’Università, e dà le dimissioni, pur restando nel consiglio regionale del partito. E a 27 anni si laurea così in Diritto all’Università di Osnabrück, specializzazione in economia.

La politica non è però dimenticata, visto che quello stesso anno diventa consigliere comunale della città natale. A 28 anni passa il primo dei due esami previsti dalla legge tedesca per diventare avvocato, e a trentun anni il secondo, ma a 35 anni è presidente della Cdu regionale, e candidato alla carica di ministro presidente del Land. In carica c’è però il Gerhard Schröder, che non solo si riconferma, ma arriva addirittura alla maggioranza assoluta. E in molti nella Cdu si domandano se hanno fatto bene a candidare quel ragazzino, che Kohl ha voluto a tutti i cosi sperando con quel volto nuovo di sbarrare la via all’astro nascente della Spd. Infatti, nel 1998 Schröder diventa cancelliere, lasciando la guida della Bassa Sassonia al ministro del-

ma resteranno nel Fondo salva-Stati che li girerà in tranches alla Grecia in base allo stato di avanzamento dei programmi di risanamento. La prima, di quasi 15 miliardi, sarebbe sbloccata immediatamente per consentire al Tesoro greco di pagare i bond in scadenza.

La Merkel e Monti hanno promesso di rimanere in stretto contatto anche durante il weekend per arrivare alla riunione di Bruxelles con una posizione unica alla quale si dovrebbe unire anche la Francia di Nicolas Sarkozy. Il capo dell’Eliseo, che ha appena confermato la sua intenzione di presentarsi alle presidenziali del 22 aprile e del 6 maggio per inseguire un secondo mandato, ha tutto l’interesse a ottenere un successo sul fronte europeo per dare sostanza

l’Interno Gerhard Glogowski. Ma questo incappa nello scandalo di un viaggio che gli ha pagato il tour operator Tui, e che appunto per la puritana mentalità teutonica è indice di malcostume. Deve dunque ac sua volta lasciare il posto a Sigmar Gabriel. Poiché anche a livello nazionale le riforme di

Sassonia entra anche nel direttivo della Fondazione Konrad Adenauer. Non è un compito facile quello di guidare il Land, visto il deficit in cui la Spd lo ha lasciato. Malgrado sia costretti a fare tagli in quantità, però, la popolarità di Wulff non ne risente. Anzi, la fama di leader risoluto

Egon Geerkens gli avrebbe prestato mezzo milione per una casa: subito salta fuori che ha fatto pressioni sui giornali perché non parlassero Schröder suscitano malumori, è una Spd particolarmente indebolita che nel 2003 è travolta dalla Cdu di Wulff, che prende il 48,3%. Già dal 1998 uno dei quattro vicepresidenti della Cdu, il nuovo ministro presidente della Bassa

allo slogan – “una Francia forte”– che ha scelto per la sua campagna. E per non perdere il contatto con la nuova coppia Merkel-Monti che, pur tra inevitabili distinguo, sta lavorando in una direzione

e non timoroso dell’impopolarità fa crescere le sue quotazioni, nel dicembre del 2004 l’86% dei voti lo conferma vicepresidente al congresso del partito, e un sondaggio del 2005 mostra che il 28% dei tedeschi lo vorrebbe candidato Cdu alla cancelleria. Ma Wulff non si fida ancora a lasciare prima del tempo la carica di ministro presidente, e alle elezioni anticipate del 2005 il partito è condotto da Angela Merkel, che vince. Proprio quel cancelliere che viene dall’Est e luterano rafforza però la posizione di Wulff, come necessario bilanciamento sia di cattolico che di esponente del Nord-Ovest. Particolarmente effica-

un documento al quale stanno lavorando da giorni gli sherpa tedeschi e italiani per dare una forma concreta – qualcuno parla addirittura di una “Dichiarazione italo-tedesca” – alle esigenze di

L’ultima voce che circolava ieri a Bruxelles era quella di subordinare la concessione del prestito alla creazione di un conto vincolato al quale Atene potrebbe attingere soltanto per realizzare obiettivi condivisi in sede europea comune: restituire slancio politico all’Unione europea – e in particolare a Eurolandia – che non può reggersi soltanto sulla base dei vincoli economici. L’incontro bilaterale saltato ieri per le dimissioni di Christian Wulff doveva essere anche l’occasione per fare il punto su

prospettiva che sono state pubblicamente espresse tanto da Angela Merkel che da Mario Monti. Per rimanere soltanto agli ultimi appuntamenti – il discorso di Monti al Parlamento europeo e quello della Merkel al Bundestag prima del Consiglio straordinario della Ue

ce in tv è inoltre costantemente sui piccoli schermi, dove prende posizione su una quantità di temi: dalla riforma della lingua tedesca alla sanità, al federalismo, al nucleare, all’eutanasia. E la Bassa Sassonia nel 2006 è anche il primo Land a adottare un piano per incrementare l’occupazione pagando una parte dei salari dei neo-assunti per impieghi a bassa qualificazione. Rieletto ministro presidente nel 2007, nel 2010 Merkel lo sceglie come nuovo presidente della repubblica, e il 30 giugno è eletto al terzo ballottaggio con 625 dei 1242 dello speciale collegio elettorale. Qualcuno, in realtà, ha consigliato la cancelliera di appoggiare anche lei Joachim Gauck: ex-attivista per i diritti civili nella ex-Ddr che è stato Commissario Federale per gli Archivi della Stasi, e che è portato da Spd e Verdi ma è indipendente. Ma, a parte la contrapposizione, c’è di nuovo il dubbio ad avere contemporaneamente due Ossies, orientali, alle massime cariche dello Stato.

Wessie e cattolico, in realtà, Wulff appare del tutto in linea con la Ossie e luterana Merkel nel predicare all’Europa rigore: proprio lui nell’agosto del 2011 inaugura una conferenza di economisti e Nobel a Lindau avvertendo che la Germania non intende pagare per i debiti degli altri soci dell’euro, e attaccando la Bce. Ma a dicembre si inizia a parlare dei suoi legami con il milionario Egon Geerkens, che da ministro presidente gli avrebbe prestato nel 2008 mezzo milione per procurarsi una casa. Wulff chiede scusa, ma subito salta fuori che ha fatto pressioni sui giornali del gruppo Springer perché non scoperchiassero lo scandalo. Da gennaio si iniziano a chiedere le sue dimissioni. Il 16 febbraio il parlamento della Bassa Sassonia apre un procedimento per incriminarlo, chiedendo al Bundestag di togliergli l’immunità. E lui è costretto allora alle dimissioni.

– entrambi hanno sottolineato come sia indispensabile una maggiore coesione politica, un salto in avanti sulla strada dell’integrazione. A quanto si dice a Berlino, Angela Merkel vorrebbe arrivare a una dichiarazione sottoscritta almeno dai sei Paesi fondatori della Ue (Italia, Germania, Francia, Belgio, Olanda e Lussemburgo). Ma potrebbero esserci anche dei passaggi intermedi. Il più ambizioso sarebbe quello di poter già affiancare una dichiarazione politica alle regole del fiscal compact che saranno approvate nel vertice dell’1 e 2 marzo prossimi. Se si dovesse decidere di lasciar sfilare le scadenze elettorali di Francia e Grecia, l’obiettivo potrebbe essere spostato al Consiglio europeo di giugno. Ma il primo obiettivo da centrare, intanto, è il salvataggio della Grecia.


politica

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Confermati gli interventi sull’apprendistato per favorire l’occupazione giovanile. Previste anche quote rosa nelle società pubbliche

Sgravi fiscali per donne e Sud Il ministro Fornero anticipa la riforma del lavoro: «Pronta entro marzo. Per il 2012 non toccheremo la Cig. Si partirà con il riordino dei contratti» di Antonella Giuli

ROMA. Riforma del lavoro entro marzo. Si partirà dal riordino dei contratti, e contestualmente si rafforzerà il sostegno all’occupazione femminile e al Mezzogiorno grazie a sgravi fiscali e migliori servizi da finanziare anche con il Fondo sociale europeo.

Era una Elsa Fornero serena ma decisa quella che ieri, a Bruxelles per il vertice con i suoi colleghi ministri europei, è intervenuta anticipando le linee guida (ma sembrano già qualcosa di più) su una riforma del lavoro tutta «finalizzata a garantire una più alta partecipazione di lavoratori, soprattutto di giovani, donne e anziani». Il «primo elemento» da cui partire, appunto, è il «riordino dei contratti». Questo perché, ha detto Fornero, «troppe tipologie negli anni hanno creato precarietà diffusa tra i giovani». E per il governo, ha tenuto a sottolineare il ministro, «la lotta alla disoccupazione giovanile è una priorità. L’accento cadrà, come già più volte ribadito dallo stesso ministro in precedenti occasioni, sulla questione dell’«apprendistato, proprio per favorire l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro». Nell’introdurre la riforma, Fornero ha prima di

La titolare del Welfare, ieri a Bruxelles per il vertice con i colleghi europei, si è detta fiduciosa sul nuovo vertice con le parti sociali convocato per lunedì: «Stiamo lavorando molto seriamente» tutto ricordato che il nostro esecutivo «ha già realizzato una importante riforma strutturale» (le pensioni) «che aveva come base non solo il rigore finanziario, ma il ristabilimento di una sostanziale equità tra le generazioni». Subito dopo, è entrata nel merito di alcuni importanti capitoli: il nostro Paese conta di ultimare la riforma del lavoro in tempi rapidi («entro la fine di marzo»), ma soprattutto garantendo «il massimo possibile di consenso sociale e il dialogo con le parti sociali».

Poi, tra i punti più sensibili toccati, quello delle donne e del Mezzogiono: la riforma del mercato del lavoro, infatti, prevederà «sgravi fiscali e nuovi servizi anche sostenuti dal fondo sociale Ue», per favorire l’occupazione femminile e affrontare il problema del dualismo Nord-Sud che sono «tra le nostre preoccupazioni».

Ma il “capitolo donne” non finisce qui. Il governo infatti starebbe mettendo a punto anche un regolamento per poter estendere alle società pubbli-

che le norme sulle quote rosa previste per le società quotate. Fornero ha anche aggiunto che le stesse regole potrebbero essere estese anche «alle istituzioni politiche». Poi, una breve parentesi con qualche dato per ricordare che «in Italia le donne presenti nei board delle società quotate rappresentano appena l’8 per cento - contro una media europea del 12,5 per cento. Ma le cose cambieranno e anche presto», ha assicurato il ministro: grazie infatti a «un’iniziativa trasversale delle forze politiche, e grazie anche alla mobilitazione delle organizzazioni» che si occupano del tema, «il Parlamento ha approvato una legge che porterà rapidamente le donne a rappresentare almeno il 20 per cento nei board. E sono fiduciosa che le società la rispetteranno». Uno dei nodi trattati, poi, è stato quello della Cig. Sottolineando di voler realizzare in Italia «un mercato del lavoro dinamico, una delle più urgenti necessità è quella di studiare un nuovo sistema di ammortizzatori sociali da attuare secondo logiche di ampliamento della platea dei potenziali beneficiari». Ma non subito («C’è la crisi»). Ed ecco quindi che il ministro assicura: il governo Monti non

intende «assolutamente mettere in discussione il ricorso alla cassa integrazione guadagni, anche in deroga, per l’anno corrente, considerato l’attuale, grave, periodo di crisi occupazionale e produttiva».

Come che sia, l’obiettivo a lungo termine, ha fatto intendere Fornero, è quello sì di rafforzare la cassa integrazione ordinaria («entro certi limiti»), ma anche di istituzionalizzare «un sussidio di disoccupazione per non dover ricorrere alla cassa straordinaria», da considerarsi invece necessaria «per le riorganizzazioni, le ristrutturazioni e le soluzioni di crisi, per un periodo di tempo definito». Alcune categorie, ha detto, «sono completamente escluse dall’accesso a qualcosa che è sostegno al reddito. Il nostro primo principio è l’universalismo, dobbiamo farlo a parità di risorse e di costi». Il nuovo incontro con le parti sociali è stato convocato per lunedì prossimo. Un tavolo di concertazione che, ha concluso il ministro, si spera sarà «proficuo, così come proficuo è stato l’ultimo. Mi sembra che ci stiamo lavorando tutti molto seriamente, con l’atteggiamento giusto, senza preclusioni né ricette precostituite».


mobydick

INSERTO DI ARTI E CULTURA DEL SABATO

In tempi di spread e di agenzie di rating, Omero e Saffo nulla possono contro il Fondo monetario. La forbice tra cultura millenaria e conti finanziari si amplia sempre di più. Riflessioni sul ruolo degli intellettuali, in margine a un libro di William Marx

i fronte alla miseria crescente e all’umiliazione che la Grecia sta patendo, qualcuno si è indignato e ha gridato: «Perché portare alla rovina il paese di Omero e di Saffo?». O non c’è stata risposta, oppure, in modo sprezzante, ci si è meravigliati dell’accostamento tra cultura millenaria e conti finanziari, come se fosse assodato che la quasi dittatura finanziaria di un’Europa che parla tedesco esige un ordine di bilancio indipendentemente dalle ripercussioni sociali e culturali. Insomma, è come lanciare l’Iliade o l’Odissea in faccia ai burocrati del Fondo Monetario. Gesto inutile, come inutile sarebbe quello di sbattere sulla scrivania il Trattato sulla tolleranza di Voltaire mentre i dirigenti cinesi, che si rifanno a un governo grottescamente definito (ancora) comunista, si sfregano le mani trattando con governi e industriali dell’Occidente. In questi giorni un grande poeta siriano ha apertamente parlato di «genocidio» del suo popolo. E malinconicamente ha aggiunto che «la parola è nuda».

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LA SOLITUDINE DEL LETTERATO di Pier Mario Fasanotti


la solitudine del

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letterato

Blanchot e l’impegno (da Zola a Sartre) no dei più grandi filosofi francesi del Novecento (1907-2003), Maurice Blanchot, intervenne nel 1984 su uno dei temi più spinosi: chi sono e quali compiti hanno, o dovrebbero avere, gli intellettuali? Tutto questo partendo da una realtà incontestabile, ossia che il termine «intellettuale» ha rischiato e rischia tuttora di suonare come «derisorio». Il suo La questione degli intellettuali - Abbozzo di una riflessione viene proposto oggi dall’editore Mimesis (62 pagine, 10,00 euro), con erudita e pungente introduzione di Marco G. Ciaurro. È il prefatore a definire «esemplare» il testo del francese: «Proprio perché riesce a fare luce, con una semplicità rara, sulle difficoltà teoriche di cogliere il nesso tra letteratura e impegno oltre ogni ambiguità». Non è un caso che Blanchot parli diffusamente, e senza nascondere obiezioni e contestazioni (una in particolare venne mossa, e riguardava l’ottima posizione sociale del personaggio in questione), del caso Dreyfus, l’ufficiale francese ma di religione ebraica ingiustamente accusato di tradimento. Con l’articolo J’accuse fu lo scrittore Emile Zola a spingere le migliori e più libere intelligenze del paese contro il più schifoso dei pregiudizi, di stampo falsamente razziale. Zola s’impegnò. «Impegno» è parola ormai ambigua, che segnala particolarismi o addirittura asservimenti a questo o a quello schieramento politico: i leccastivali, i portaborse nell’animo, a volte si considerano «impegnati», ma qui siamo nell’assurdo lessicale (vedi anche alla voce portavoce). E a proposito di «impegno» vengono alla mente le parole di Sartre: «…consiste nella ricerca di acquisire una coscienza chiara e completa di sé, nella presa d’atto di essere “imbarcato”». L’uomo, in altre parole, nel momento in cui decide di scrivere, non è più un soggetto come gli altri. E ancora: «In fondo all’impegno estetico si discerne l’imperativo morale». Blanchot si scosta da Sartre scrivendo che il ruolo dell’intellet-

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Il letterato - chiamiamolo pure intellettuale, termine pur controverso e abusato - è impotente dinanzi ai grigiovestiti funzionari che ignorano l’endecasillabo o il sonetto preferendo soffermarsi, e lì restare, sullo spread o sulle odiose sentenze delle agenzie di rating (che siano queste i nuovi padroni dei nostri portafogli e anche delle nostre anime?). Il filoso Gianni Vattimo manderà in libreria (Garzanti editore) un libro (Della realtà) di riflessioni. Varrà la pena di leggerlo, visto che provocatoriamente il torinese dal «pensiero debole» ha scritto: «Essere antirealisti è oggi forse l’unico modo di essere, ancora, rivoluzionari». Ma più in generale ci si interroga, per l’ennesima volta, sul ruolo dei letterati, intendendo questi quali esponenti della cultura e del pensiero. Le loro parole - o i loro proclami, quando ci sono, beninteso - sono un ridicolo e tiepido soffio sugli accadimenti odierni o possono diventare lo spunto per una ribellione non tanto di piazza quanto di anime?

C’è, come c’è sempre stato, il disagio intimo del letterato. Nel libro Il letterato: usi e costumi (Guanda, 260 pagine, 22,00 euro) dello studioso che insegna in Francia, William Marx, si legge una verità che difficilmente è contestabile: «La malinconia del letterato deriva probabilmente dalla sensazione di appartenere al margine dei secoli, di avere un posto di secondo piano nella folla dei viventi che sono passati su questa terra… l’esistenza del letterato è sospesa a un filo, o a una penna… e così rischia di restare anno V - numero 6 - pagina II

tuale, come scrittore, è una responsabilità «ontologica» anziché psicologica o sociologica. Quindi no a ruolo o a funzione nella società di massa o mediatica - del resto parrebbero caricaturali comportamenti di stampo teatrale - la questione è, semmai, quella di oltrepassare le contraddizioni insiste nell’io scrivente. Insomma, l’essere intellettuale non è un vestito da indossare di volta in volta, ma un modo (profondo) di essere. Riflettiamo su quanto scrive il filosofo francese: «L’intellettuale è tanto più vicino all’azione in generale e al potere quanto più non si preoccupa di agire e non esercita potere politico. Ma non se ne disinteressa. In posizione di arretramento dalla politica egli non se ne ritira, non prende affatto congedo ma cerca di mantenere questo spazio di arretramento e questo sforzo di ritiro, per approfittare di questa prossimità che lo allontana, per potervisi insediare (insediamento precario), come una sentinella che è lì solo per vigilare, mantenersi allerta, aspettare con un’attenzione attiva che esprime più la preoccupazione per gli altri che per se stessa». Non è uno specialista dell’intelligenza, ma soprattutto «non è credulo, dubita, approva quando deve, non acclama… egli è l’ostinato, il resistente, poiché non c’è coraggio più forte di quello del pensiero». Riflettendo sull’imperativo categorico di Kant, Blanchot torna sulle parole di Adorno: «Pensa e agisci in modo tale che Auschwitz non si ripeta mai più: il che implica che Auschwitz non deve diventare un concetto e che un assoluto è stato qui raggiunto, rispetto al quale si giudicano gli altri diritti e gli altri doveri». (p.m.f.)

A sinistra, Confucio. A destra, Aristotele. In basso, la copertina del libro di William Marx. Sopra, un ritratto di Emile Zola

sconosciuto». L’invocazione a Omero e a Saffo, in mezzo a difficoltà e brogli economici (greci vittime, ma anche attori di leggerezze finanziarie spaventose), ci ricorda quanto sosteneva Nieztsche, ossia che la filologia, lo studio accurato della classicità greco-romana ha come fine non tanto la riproposizione di quei modelli, quanto la constatazione di come noi siamo lontani, se non staccati, dai vecchi e affascinanti canoni. Secondo quanto riporta William Marx nel suo saggio, il letterato nasce nel 551 a.C. in Cina. Si tratta di Confucio. Per prestare attenzione alla nostra Europa, si dovrebbe additare Cicerone. Senza dimenticare lo scriba ebreo Esdra, cui venne affidato il compito di ristabilire a Gerusalemme il culto del Tempio. L’autore annota: «Molto più tardi, gli umanisti rinascimentali cercheranno a loro volta di riallacciare i legami con un’Antichità classica dalla quale, per un convincimento improvviso, crederanno

di essere stati allontanati dai loro immediati predecessori. Così il letterato prende coscienza, a volte tragicamente, del fatto che non vi è alcuna tradizione che si può dare per scontata, da sempre: ogni volta la si deve ricreare, reinventare. Il passato non si trasmette da solo. Bisogna aiutarlo». Un concetto sul quale e attorno al quale molti, ieri e oggi, continuano a porsi quesiti (si veda, sempre in questa pagina, la riproposizione del testo, ritenuto fondamentale, di Maurice Blanchot). Sempre tenendo fermo quanto sosteneva Eraclito: «Il conflitto è il padre di tutte le cose». E noi, in questo contesto, intendiamo per conflitto il disprezzo o il silenzio che separano le parole dalle azioni e dai progetti.

Forse che il destino del letterato sia quello di restare al margine? Già Aristotele metteva a confronto l’attività dell’uomo politico e quella dell’erudito, cioè di colui che si dedica alla contemplazione (theorein). Se il politico gode della più grande dignità, la sua attività resta comunque di tipo interessato, ben diversa è la posizione dell’uomo di cultura: «…da essa non deriva nulla al di fuori del contemplare, mentre dalle attività pratiche ricaviamo, al di fuori dell’azione, un vantaggio più o meno grande».

sostituisce ironicamente quello di intellettuali) hanno in possesso un bene grande, ma si premurano di specificare: «Il mio regno non è di questo mondo». Affermazione «angelica», ma segnale di impotenza. Oppure la presa d’atto - quanto mai attuale oggi in molti paesi che i libri li mettono dietro le sbarre assieme ai loro autori - del fatto che l’intellettuale, essendo uomo di opposizione, è pericoloso. L’intellettuale è dunque per il grande filosofo di Atene il rappresentante dell’«autarchia», dell’«autosufficienza» o dell’«indipendenza» (autarkeia). Egli è grande anche se è, di fatto, schiavo: la parola libera tutti.Va bene, in teoria. Tuttavia, scrive William Marx, «il letterato si trova in una posizione sommamente ambigua: la sua scienza dovrebbe assicurargli tutti i tioli necessari all’esercizio del potere nella città, ma quello stesso sapere contribuisce invece ad allontanarlo e lo distrae dal partecipare al governo». Nessun intellettuale puro alla guida della polis, insomma. Semmai al governo, in momenti di crisi, come quella italiana, sono chiamati i tecnici dell’economia, titolari di un sapere specifico ma sovente incapaci di intelligere ossia collegare l’insieme delle componenti dell’uomo. Aristotele non risolve il problema dell’emarginazione dell’intellettuale. È certo tuttavia che lo ritiene lontano dalla vita della polis, parlando della sua «vita da straniero» (bios xenikos). Altri filosofi a noi temporalmente più vicini sono del parere che i «chierici» (termine che spesso

Già Confucio diceva che il poeta non è adatto a comandare armate, semmai, per la sua armonia con la natura, l’amicizia e la poesia, pur stando in disparte deve essere consapevole che le sue parole rimangono come grosse pietre ai piedi delle mura della polis. Saranno - ma quando? - accettate o rifiutate. Pur vero che Cicerone raccomandava al saggio di impegnarsi in prima persona nella vita politica, ma il quadro sociale era diverso nel senso che l’intellettuale, in una società fortemente gerarchizzata come quella romana, per far sentire la propria voce doveva diventare uomo politico. Insomma era ascoltato se sedeva in Senato, non se si limitava a discettare con i suoi discepoli in qualche agorà o in qualche koinè. Sta di fatto che dinanzi alla realtà che scorre davanti ai nostri occhi, manca - almeno in Europa - chi riesce ad alzarsi di qualche metro dalla mera valutazione dei fatti, chi si affranca dal semplice chiosare, commentare, satireggiare, sbeffeggiare. La siepe che sta tra noi e la proposta di un futuro nuovo pare sia molto alta. Oppure ha bassa statura chi vorrebbe vedere oltre.


MobyDICK

arti

u uno sfondo sfarinato di grigio sordo, un poco nebbioso e assai padano, degli ireos bellimbusti e tigrati (tra nimbi di glicini incipriati e notturne viole del pensiero, romanticamente sognanti, che paion mostruose farfalle, ben disposte a frullare l’aria mortifera) cantano il loro assolo spiegato: e la musica potrebbe essere soltanto di Catalani, con versi di Illica e Giacosa, e qualche guizzo spento di memoria austro-ungarica, Biedermeier. L’air du temps è inconfondibile, e così si dispone anche il nostro plagio, il calco stilistico d’una scrittura innamorata, tipica della critica dell’epoca. Ma è la firma a carattere di lapide, sulla dorata cornice sagomata, che attira la nostra attenzione. «Peder Bouvier» proprio così, in confidenza vernacolare, alla Porta. E poi: El passatista. Questa sorprendente mostra sulla Meraviglia della Natura morta 1830-1910, grazie alla ricca raccolta della Fondazione Cassa di Risparmio di Tortona, non va letta soltanto abbandonandosi al prodigio epidermico e virtuosistico di questi «volti» freschi e leggiadri, che sono i fiori (basterebbe la sontuosa cascata di rugiadose meraviglie floreali firmate da un Hayez in stato di grazia, nel 1834, a dire il puro incanto cromatico e illusionistico del genere) prima dell’assalto para-futuristico del perfido Palazzeschi, che dei Fiori ci rivela, sarcasticamente, vizi e perversioni. Ma va letta, appunto, come superficie incantatoria e decorativa, d’una realtà profonda, ben più complessa e combattuta, che nasconde tensioni, teorie, conflitti, commissioni, malumori e trionfi. E che il catalogo Skira, curato con insolita acribia da Giovanna Ginex e altri esperti, permette di ripercorrere e riscoprire, visto che si tratta d’un capitolo minore, ma illuminante, del nostro passato: ricco di vitalità, virtuosismo, contrapposizioni espressive.

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lo anatomico dello sfaldantesi naturalismo francese, style Chardin - la mostra è compresa tra due estremi ideologici assoluti, quasi inconciliabili.

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E certo, mentre ancora esplodono brutali episodi di guerre risorgimentali d’Indipendenza, ma anche le granate, non meno cruente, dell’epocale battaglia avanguardistica, continuare a miniare «come certosini», insensibili alle sommosse della Storia, mazzi eterei di delicati fiori crepuscolari da salotto, secondo un gusto (confinato dal luogo comune, «come si conviene» alle «mani esperte» di artefici femminili) non è argomento di poco conto, e manualisticamente assai stimolante. Non stupisce, così, che alle soglie del burrascoso Novecento, il Bouvier, celeberrimo, all’epoca, e oggi dimenticatissimo maestro di «minutaglie» floreali «alla fiamminga» (non si dimentichi che il disprezzo per queste «briciole da nulla, che piacciono solo alle donnicciuole», risale addirittura a Michelangelo e alla testimonianza di Vasari), non stupisce dunque che Bouvier s’intigni ad auto-decorarsi, quale passatista orgoglioso d’esserlo. La mostra, così, che si svolge cronologicamente dal tardo periodo neo-classico di Hayez e Induno (Fiori alla Madonna con bassorilievo classico vellicato da sfatte peonie) sino alle soglie del futurismo di Boccioni - che fa esplodere, a vorticosa raggiera cubisticheggiante, e rosso di vitalità, quello stesso cocomero-popone, che invece biondo e linfatico Pellizza da Volpedo dispone, come assopito, sul tavo-

Da un lato un’idea ancora gerarchica di dignità intangibile della nobiltà della pittura alta, di Storia, che non sopporta la degradazione a remissive «vignette» di genere. Dall’altra la rivendicazione «moderna» e baudeleriana della contrapposta dignità del «quasi nulla», del realismo, povero e provocatorio. Cioè la «storia» non meno appassionante del sedano messo di traverso, delle umili cose usurate e afflitte, rimaste svilite dopo una cena elegante (nell’insolito Mosé Bianchi 1880: i resti di spumante nel calice ubbriaco, la torta spiumata, i fiori sfatti). Oppure l’umile, sapiente schiocco di bianchi sporchi e di pellucidi aranci, quasi renoiriani, della cesta di mercato, appena deposta di Filippo Carcano, con la rabbrividente carta d’imballo, che s’arriccia malata. E la piccola epopea gloriosa d’un panettone non ancora consumistico (Longoni) e sempre di lui il magistrale sky line domestico, d’imperlati barattoli di dolciumi e bon bons: modesti grattacieli di golosità pasticciera. E basta guardare quel magistrale gallo appeso alla Carel Fabritius, di Pellizza, spiumato di veloci pen-

Poetica del quasi nulla di Marco Vallora

Chiude i battenti la mostra sulle meraviglie della Natura morta dall’Accademia al Divisionismo. Un itinerario sospeso (e ben documentato dal catalogo Skira) tra due estremi ideologici: la nobiltà della pittura “alta” e la rivendicazione moderna del realismo povero

nellate divise, o ancora di più quel suo torso modernissimo di Carne fresca, gettato sul tavolo sgombro d’ogni dettaglismo illustrativo, che sta tra Goya e Chardin e Soutine, per capire che anche il maestro del nostro divisionismo ha già «bevuto», e assimilato, a Parigi quei sublimi e ammonitori Asparagi di Manet, che il pittore ribelle ha, per spregio e ironia mercantile, regalato al suo committente deluso, come aggiunta, a una Natura Morta, che il collezionista-tradizionalista trovava troppo povera ed elementare, «metafisica». Ma anche qui, quante magnifiche storie nascoste d’eroismo e di vergogna del collezionismo, come nel caso della «malandrinaggine artistica» (Grubicy) dei facoltosi e avvertiti Treves, che rinnegano pubblicamente una sublime serie di Segantini, preoccupati dal tono troppo basso della resa pittorica.

Meraviglia della Natura morta 1830-1910 Dall’Accademia ai maestri del Divisionismo, Tortona, Spazi espositivi della Fondazione Cassa di Risparmio di Tortona, fino al 19 febbraio, catalogo Skira


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orse imbestialito per la perdita dell’Africa orientale italiana e per il fatto che i tedeschi hanno accettato la capitolazione greca senza consultarci, il 27 aprile 1941 Mussolini si consola diramando un ordine di «Internamento degli zingari italiani». A Paglieta, in provincia di Chieti, i cinquanta membri della famiglia Spinelli sono portati via su due camionette, chiusi a trascorrere alcune notti all’addiaccio in un campo recintato dal filo spinato presso la stazione di Torino di Sangro, messi poi su un treno per bestiame fino a Bari, e di lì confinati in un casolare sperduto nell’entroterra. Fino all’arrivo degli Alleati. A quel punto, gli Spinelli si rimettono in cammino verso casa. Il piccolo Gennaro, che ha sei anni, cammina attaccato alla gonna della madre Rosina, che porta in braccio un altro figlio più piccolo. A piedi, passando per campagne e strade secondarie, attraverseranno Puglie, Molise e Abruzzi, fino a tornare a Paglieta.

F

Nel 1964, da Gennaro Spinelli nasce Santino, in arte Alexian. Segnalatosi già da giovane come virtuoso della fisarmonica, poi anche leader dell’ensemble folk Alexian Group, riesce però poi anche diplomarsi con il massimo dei voti all’Istituto di Stato per il Commercio, e poi anche a prendere a Bologna due lau-

il paginone

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Rom, Sinti, Manouches, Kalè, Romanichals… Dall’anno Mille iniziarono a migrare dall’India nord-occidentale verso il Medio Oriente e l’Europa, dove attualmente se ne contano 11 milioni. Vittime di persecuzioni e pregiudizi, illustri nomi li rappresentano: da Charlie Chaplin al Nobel August Krogh. La loro storia e la loro cultura raccontata in un libro da Alexian Santino Spinelli ternazionale romanì (Iru): ong per la difesa dei diritti dei popoli romanì, con sede a Praga e status consultivo presso l’Onu. E nel 2003 ne è stato vicepresidente. Etnologo, musicologo, musicista, compositore, poeta e attivista, il figlio del ragazzino deportato è anche un saggista, che ha appena scritto un appassionato testo a metà tra l’autobiografia, l’enciclopedia e il pamphlet: Rom, genti libere Storia, arte e cultura di un popolo misconosciuto, con prefazione di Moni Ovadia (Dalai, 384 pagine, 17,50 euro).

Il nomadismo non è una caratteristica fondante, ma una strategia di resistenza e sopravvivenza che ha finito per diventare una ghettizzazione ree: una nel 1998 in Lingue e Letterature Straniere; l’altra nel 2006 in Musicologia. Ma già dal 2002 ha ottenuto a Trieste una cattedra in Lingua e Cultura Romanì: il primo rom in Europa ad arrivare a una posizione del genere. Fondatore e presidente dell’associazione culturale Thèm Romanò, nel 2001 è stato l’unico italiano a essere eletto al parlamento della Unione in-

Autobiografia individuale e collettiva, perché vi traccia l’albero genealogico e la storia sia del suo popolo che della sua famiglia. A partire da quello che fu appunto il piccolo dramma degli Spinelli nel più ampio dramma del Porrajmos, che sarebbe l’equivalente per i romanì di quella che gli ebrei definiscono Shoa. Enciclopedia, perché comunque il volume ha un impor-

tante valore documentario che riesce a sopravvivere anche nell’epoca di Wikipedia: dalle declinazioni e coniugazioni della lingua romanì a confronto con quelli delle lingue indo-arie, alle scale musicali tipiche della musica romanì e che pure richiamano chiaramente all’India, fino alla peculiare griglia dualistica della cosmovisione romanì, e che forse ha risentito invece del passaggio per la Persia zoroastriana. Che fu la tappa attraverso cui, a partire dell’anno Mille, iniziarono a migrare verso il Medio Oriente e poi l’Europa gruppi di popolazione dell’India nord-occidentale: messe in fuga e spesso anche direttamente deportate in schiavitù dalla brutalità dell’invasione islamica.

Come ricorda Spinelli, queste radici indiane sono indicate oltre che dalla lingua, e prima delle recenti conferme della genetica, anche da certi tratti culturali e spirituali: a partire da alcune concezioni di purità e impurità che richiamano le caste alte del sistema induista, per arrivare a un culto di Madonne Nere presumibilmente sovrapposte alla salgariana Kali. Ma nei secoli i romanì avevano adottato le religioni dei popoli tra cui si erano trovati, e comunque prima che nel XVIII secolo i linguisti europei la risco-

Romanì, br

di Maurizio S prissero, la memoria di quell’origine indiana si era persa al punto che da un’altra favoleggiata origine egiziana viene invece la gran parte dei termini con cui oggi vengono chiamati: dall’inglese gypsies allo spagnolo gitanos. Da un’altra origine favoleggiata viene invece il francese bohémiens, mentre gli athingani, da cui gli zingari italiani e gli tzigani ungheresi, erano una setta manichea dell’Impero Bizantino: associata con lo zoroastrismo e con ciò che veniva dalla Persia in particolare e da lontano in generale. Sono tutti termini con sottintesi spregiativi e in nome del politically correct hanno iniziato a essere sostituiti con rom, che però rischia di essere impreciso.

Spinelli parla infatti di romanì o romanès, oppure enumera tutti in fila i «Rom, Sinti, Manouches, Kalè e Romanichals». Rom viene dal sanscrito Domba, «uomo», o dall’indo-ariano rama, «marito»

Da sinistra: Charlie Chaplin, Django Reinhardt, famoso manouche, e Rita Hayworth. Sopra, la dea Kali, a cui si è sovrapposto nei mutamenti antropologici romanès il culto delle Madonne Nere anno V - numero 6 - pagina IV


Il Bibliofilo Un anniversario nel nome di Ritsos

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ticare la storia di Ceferino Giménez Malla El Pelé: il Kalé beatificato dopo essere stato fucilato dagli anarchici nel 1936 all’inizio della guerra civile spagnola, per aver difeso un amico prete e aver rifiutato di consegnare un rosario. Insomma: la romfobia è tipica della destra, ma non è che l’estrema sinistra sia del tutto innocente.

rava gente

Stefanini ma pure nel senso di «uomo»: sono quelli dei Balcani, dell’Europa centro-orientale e anche dell’Italia centro-meridionale. Sinti viene invece dal Sind, regione dell’attuale Pakistan attraversata dall’omonimo fiume che nelle lingue occidentali è però chiamato Indo, e il significato del cui nome è «Oceano», per la sua vastità: stanno in Germania, in Francia, nell’Europa nord-occidentale in genere e anche nell’Italia settentrionale. Kalè viene da kala, che in hindi è «nero», come la «dea nera» Kali: stanno in Spagna, Portogallo e Brasile ma anche in Galles, Finlandia, Algeria e Iraq, e corrispondono ai «gitani». Manouches è dal sanscrito manus - «essere umano»; molto simili ai sinti, stanno in Francia e in Piemonte. Infine i «giovani Romanichaels, rom»: sono quelli dell’Inghilterra, di lì arrivati anche in Australia e Nord America. Gruppi tra loro strettamente collegati, ma anche con alcune chiare differenze.

Facendo una media tra le stime massime e le minime, Spinelli calcola in Europa un po’più di 11 milioni di romanì, di cui quasi 6 milioni nell’Ue. In Italia sono 170 mila, oltrepassando di poco lo 0,2% della popolazione. 50 mila sono rom di antico insediamento del centro-sud, che vivono in case stanziali facendo attività normali. Anche se l’antica attività elettiva di allevatori di cavalli si è in molti casi trasformata in quella di venditori di cavalli. Altri 50 mila sono

sinti di antico insediamento del Nord: molti circensi, giostrai, saltimbanchi e burattinai, a partire dalle famose famiglie Orfei e Togni, nomadi di lusso in camper e roulottes; ma anche molti inseriti nella vita sedentaria, anche se Spinelli segnala come molti altri «per opportunismo» sono finiti nei campi nomadi. Ma nei campi nomadi si ammassano soprattutto i 30 mila rom arrivati dalla ex-Jugoslavia a partire dagli anni Sessanta e i 40 mila rom romeni di recentissima immigrazione.

Spinelli parla diffusamente della romfobia: quel tipo di razzismo che va dall’uso dei già citati termini negativi fino alle recenti sparate leghiste; che ha il proprio orribile vertice nelle vittime del Porrajmos, stimate tra mezzo milione e il milione e mezzo; e che comprende al suo interno discriminazioni e massacri medievali, l’espulsione decisa dai re cattolici di Castiglia e Aragona in contemporanea agli ebrei e imitata da gran parte dei Paesi europei per gran parte dell’età moderna, le accuse di rapimenti di bambini e perfino cannibalismo, la riduzione in schiavitù che in Romania durò fino a XIX secolo inoltrato, le sedentarizzazioni forzate imposte da Maria Teresa, le retate della polizia di Napoleone, le sterilizzazioni forzate ordinate dai Paesi scandinavi per gran parte del XX secolo, le pulizie etniche durante la guerra della ex-Jugoslavia. Senza dimen-

Ma il versante pamphlettistico del testo riguarda anche quelli che Spinelli definisce «ziganidioti» e «Ziganopoli». Gli uni, «coloro che mistificano la realtà romanì in malafede, con teorie strampalate, per ottenere vantaggi personali». L’altra, «lo sfruttamento economico che gravita attorno al mondo romanò da parte di operatori, sedicenti esperti o ziganidioti, giornalisti, scrittori, documentaristi, ditte e associazioni che si occupano delle comunità romanès e che si sono arrogate il diritto di rappresentarle con il pretesto di aiutarle». «In Italia la situazione è particolarmente allarmante», annota sferzante Spinelli. In teoria contrapposti ai romfobi, nella realtà, secondo lui, i fautori della Ziganopoli sono perfettamente solidali con loro per mantenerli nella marginalità dei campi nomadi e nelle secche di un assistenzialismo di cui sono poi loro, alla fine, i principali beneficiari. «Il mondo romanò diventa solo il pretesto per elargire finanziamenti da parte degli organi istituzionali e degli enti pubblici», di cui poi alle famiglie romanès non arrivano nel migliore dei casi che le briciole. Spinelli insiste in particolare sul fatto che il nomadismo non è affatto una caratteristica fondante della cultura romanì, ma una semplice strategia di resistenza e sopravvivenza, che però ha finito per diventare occasione di ghettizzazione.Verso la fine del libro c’è una lunga lista dei romanì illustri che hanno sfondato, col suo clou nel mondo dello spettacolo: tantissimi sportivi, musicisti, danzatori e artisti, comprese star cinematografiche del calibro di Charlie Chaplin, Rita Hayworth,Yul Brynner o Bob Hoskins. Ma ci sono anche un Premio Nobel per la Medicina come il rom danese Schack August Steenberg Krogh, un presidente del Brasile come il rom di origine ceca Juscelino Kubitschek, un voivoda di Moldavia come Stefan Razvan. Non vuole essere solo un «forse non tutti sanno che» tinto di campanilismo, ma soprattutto una dimostrazione di quali risorse umane potrebbero essere liberate a vantaggio di tutti nel momento in cui romfobia, ziganidiozia e Ziganopoli finalmente sparissero.

di Pasquale Di Palmo icola Crocetti, oltre ad aver recentemente licenziato, in collaborazione con Filippomaria Pontani, un significativo «Meridiano» della Mondadori dedicato ai Poeti greci del Novecento che viene a colmare una grave lacuna editoriale, ha festeggiato nel 2011 il suo trentesimo anno di attività: il primo titolo della sua casa editrice uscì infatti nel 1981. Per l’occasione l’editore di origine greca, operante a Milano, ha dato alle stampe uno splendido volumetto di quello che si può reputare, a buon diritto, il suo autore di riferimento, il poeta Ghiannis Ritsos al quale ha dedicato negli anni un congruo numero di curatele e traduzioni, uscite per svariati editori: da Guanda a Scheiwiller, da Feltrinelli a Newton Compton. Il capolavoro mostruoso (92 pagine, s.i.p.), tirato fuori commercio dal celebre stampatore Giorgio Lu-

N

Maria Cristina Lombardi. Nella sua esauriente introduzione al Capolavoro mostruoso, Crocetti rammenta come la casa editrice sia nata all’insegna del poeta e amico Ritsos, con il quale ha condiviso ideali e inquietudini: «Il primo volume aveva anch’esso un titolo greco, Erotica. Erano le poesie d’amore di Ghiannis Ritsos, da lui appena scritte e ancora inedite in patria. […] Le tradussi in tre giorni e le portai a Lucini da comporre. Il colophon di quel primo libro recava la data del Primo Maggio: anche questa, nelle intenzioni, data beneaugurante, perché era il giorno di compleanno di Ritsos». Con simili presupposti era logico che l’anniversario del 2011 fosse ricordato attraverso la pubblicazione di questo poemetto di 1200 versi, dagli esiti stravaganti e non di rado surrealistici (non è un caso che il sottotitolo, Memorie di un uomo tranquillo che

cini, rappresenta un vero e proprio capolavoro di arte grafica che richiama, nell’impostazione, l’elegante veste editoriale delle classiche collane di poesia di Crocetti, il cui nome si ispira agli antichi vasi ellenici. Il libro è contenuto all’interno di un raffinato cofanetto bianco in cui spicca in rilievo la cifra «30».

Nicola Crocetti ha festeggiato i trent’anni di attività con la pubblicazione del “Capolavoro mostruoso” dell’amico poeta greco

L’editore milanese sembra aver idealmente raccolto l’eredità di Giovanni e Vanni Scheiwiller che hanno contribuito, con la loro variegata attività, a diffondere la poesia in un paese che sembra sempre più refrattario ad apprezzare le sottigliezze di tale disciplina, nonostante il successo rappresentato dalla rivista Poesia che costituisce un unicum nel panorama editoriale internazionale, in virtù del considerevole numero di copie vendute mensilmente in edicola, e di cui Crocetti è l’indiscusso factotum. Al marchio Crocetti si deve inoltre la traduzione italiana del recente premio Nobel svedese Tomas Tranströmer, conosciuto attraverso la meritoria antologia Poesia dal silenzio, curata da

non sapeva niente, ammicchi all’opera dell’amico Louis Aragon), impregnato di parecchi riferimenti autobiografici, spesso legati alla militanza politica dell’autore greco che fu costretto a subire lunghi periodi in carcere a causa della sua strenua opposizione al regime dei colonnelli.

Avverte ancora Crocetti: «Nata minuscola, la mia casa editrice è rimasta, come voleva, e come la sua indipendenza e i suoi mezzi imponevano, piccola. Piccola ma libera, di una libertà pura e assoluta». Sembra di sentirlo parlare, quest’uomo dalla cadenza sommessa e pacata, che si è improvvisato editore per la passione nei confronti della «poesia che ha accompagnato tutta la mia vita». Tanti auguri dunque, caro Nicola.


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Narrativa

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sordio letterario che apre la stagione nuova che porterà ai premi e alle novità letterarie, Il mio inverno a Zerolandia di Paola Predicatori sarà, se non proprio un caso letterario, uno dei romanzi di cui si parlerà a lungo e con interesse. Questo primo titolo della scrittrice marchigiana è un libro intenso per la qualità del tema e della storia anche quando le tematiche, ricavate intorno all’assenza e alla morte, sembrino, per l’editoria corrente, piuttosto logorate: l’assenza, la fine, la morte, la nullificazione dei sentimenti, il grado zero dell’esistenza sono sentimenti e temi osservati da un punto di vista che, pur coincidendo con l’io narrate, hanno in realtà una pluralità di espressioni. Protagonista che parla in prima persona è Alessandra, giovane ragazza che si affaccia alla maturità (in tutti i sensi), e che vive la corsa agonistica dell’ultimo anno di scuola prima del diploma in una drammatica coincidenza privata, la morte della madre. Un cancro la porta via lentamente, con una malattia che sottrae pian piano le forze, la lucidità e prepara la famiglia a un lutto eterno. La famiglia di Alessandra è singolare, il padre non c’è mai stato, avendo abbandonato la madre incinta, c’è la nonna, madre della madre, un punto di riferimento più pratico che affettivo: «La mia non è mai stata una famiglia tradizionale... mia madre e mia nonna sono tutta la famiglia che ho avuto». La storia di Alessandra si alterna tra una sorta di diario (che parte il 27 settembre e chiude il 7 agosto), un diario che prevalentemente si concentra su Alessandra e la scuola, ma che abbraccia gli undici mesi successivi alla morte della madre, con le pagine di ricordo e flashback di vita tra Alessandra e la madre. «Quando a mia madre dissero che aveva un cancro al rene la paura arrivò... aveva trentasette anni, si chiamava Anna. Due anni dopo è

Paola Predicatori IL MIO INVERNO A ZEROLANDIA Rizzoli, 239 pagine, 16,50 euro

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Saggi

libri

Vie d’uscita

da Zerolandia L’intenso esordio narrativo di Paola Predicatori, una scrittrice che farà parlare di sé nella stagione dei premi letterari ormai alle porte di Maria Pia Ammirati

morta». Sono pagine dense di dolore nelle quali il confronto della protagonista è da una parte con la storia infelice della madre Anna, una donna che non aveva potuto realizzare e affermare l’amore per un uomo, dall’altra con la propria crescita, sia amorosa che affettiva. Affermazione difficile quella amorosa, nel momento in cui l’amore dovrebbe prevalere, quando l’esperienza si confronta con l’azzeramento dei sentimenti che coincide da una parte con la fine improvvisa del rapporto più importante e formativo, dall’altra con la difficoltà di iniziarne altri in un momento così difficile come l’adolescenza. Alessandra è una ragazza forte, sente che non deve scendere a patti con la paura della morte, né col senso di pietà che gli altri vorrebbero infliggerle per consuetudine. È in poche parole un’orfana, una ragazza a cui sono mancati i fondamentali dell’intesa amorosa. Ecco che per sfuggire alla pietà ma anche al senso di inadeguatezza dei suoi coetanei e compagni di scuola, Alessandra decide di frequentare la persona che nella comunità scolastica non conta nulla, anzi che ostenta un rapporto di estraneità con il mondo circostante. Nel freddo inverno che comincia a vivere dopo la morte della madre, elegge allora come compagno di vita l’emarginato della scuola dal soprannome sintomatico: Zero. Zero rappresenta l’azzeramento dei sentimenti normali e facili, Zero è il tramite per entrare nel mondo di Zerolandia, cioè un mondo dove si vive anestetizzati per poter far passare il tempo necessario a superare la sofferenza. La storia passerà attraverso varie sorprese e crudeli verità attorno all’amore adolescenziale, fatto anche di brutalità e ipocrisie, per approdare verso l’uscita da Zerolandia. Nota sui paratesti: come mai è stato abolito l’indice?

Gramsci, Manzoni, una suocera e una nonna

roppa filosofia politica - la stessa cosa vale per la scienza, la sociologia, l’antropologia e tutto quanto fa politologia - fa male tanto alla filosofia quanto alla politica. Ne sapeva qualcosa Benedetto Croce che diffidava apertamente dei politologi e ne sapeva altrettanto qualcosa Isaiah Berlin che ben sapeva distinguere tra teoria e pratica. Il difetto più diffuso delle scienze della politica è prendere per vere le proprie analisi invece che solo come indicative. Insomma, prendono fischi per fiaschi. Irriguardoso? Non sono mica io a dirlo. È un professore di Scienza politica e Comunicazione politica all’Università di Urbino come Ilvo Diamanti che è più noto per i suoi articoli per il quotidiano la Repubblica. Dove lo dice? In un libretto pubblicato or ora da Il Mulino e intitolato in modo accattivante così: Gramsci, Manzoni e mia suocera (120 pagine, 10,00 euro). Gli esperti di politica - che troppo spesso sono esperti di comunicazione, e già qui c’è un allarme da considerare perché si pensa che si possa ridurre la politica a comunicazione, che è come fare di una tigre un gatto - troppo spesso lasciano da parte la vita quotidiana e si concentrano solo su aspetti governativi, partitici, istituzionali. A volte, fanno il contrario: si dedicano solo alla vita quotidiana e al «senso comune» e tralasciano gli aspetti del governo e dello Stato e, in-

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di Giancristiano Desiderio somma, persi nei loro paradigmi confondono la realtà con le lenti con la quale cercano di vederla. Non che i paradigmi - le lenti, gli occhiali - non servano, ma bisogna saper distinguere tra analisi e realtà e lasciare le analisi al momento giusto per prendere la realtà. Invece, molto spesso se non sempre avviene il contrario: la realtà spinge per farsi strada e farsi vedere e a volte è quasi impossibile non vederla per quanto sia proprio sotto il naso, ma i politologi sono troppo assorti nei loro giudizi o pre-giudizi o paradigmi che hanno sul naso - gli occhiali - e non vedono quanto hanno sotto (da qui, forse, deriva anche il fatto che spesso hanno anche un po’ la puzza sotto il naso). Il rapporto che c’è tra paradigmi politologici e realtà quotidiana è lo stesso che c’è tra «senso comune» e «buon senso». Ilvo Diamanti lo dice riportando il giudizio di Gramsci sul romanzo di Manzoni: Antonio Gramsci distingueva tra «senso comune» e «buon senso» - che possiamo anche ritradurre con conformismo e critica - e citava proprio i Promessi spo-

Così i politologi esercitano il giudizio, tra conformismo e critica. Un’analisi di Ilvo Diamanti

si là dove si legge che al tempo della pesta «c’era pur qualcuno che non credeva agli untori, ma non poteva sostenere la sua opinione contro l’opinione volgare diffusa». Proprio perché, aggiungeva Manzoni, «il buon senso c’era ma se ne stava nascosto per paura del senso comune» ossia del conformismo dei più. Un ragionamento che, dice Diamanti, «senza voler apparire irriguardosi, potremmo applicare anche a noi stessi. Alla comunità scientifica di cui facciamo parte». Il «buon senso», cioè l’esigenza di mettere in questione le nostre convinzioni, spingerebbe per esercitare meglio il giudizio ma il «senso comune», ossia il paradigma dominante, induce a far finta di nulla. A tal punto che la realtà è ignorata o negata per non cambiare «gli occhiali con cui la osserviamo». Accade così che la suocera di Ilvo Diamanti riesca a vedere meglio del genero e accade che mia nonna, che non ha meno anni della suocera ottantenne di Diamanti, ne sappia più di Mannaheimer. In fondo, come già disse in altri tempi Longanesi, ci salveranno le vecchie zie.


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Cd

un soffio dai settant’anni (li compirà il 18 giugno) Paul McCartney torna bambino. E i fans? Aggrottano le sopracciglia e mettono il broncio. Cinque anni dopo Memory Almost Full e tutt’altro che appagati dall’avanguardistico Electric Arguments inciso nel 2008 sotto lo pseudonimo di The Fireman, dagli album dal vivo Good Evening New York City (2009) e Live In Los Angeles (2010), dall’Ocean’s Kingdom in quattro movimenti commissionato dal NewYork City Ballet (2011), si sarebbero aspettati dall’ex Beatles un bel disco d’inediti. E invece picche. Il Macca se n’è uscito con Kisses On The Bottom, brillantinato omaggio al jazz americano della prima metà del secolo scorso. Un tesoretto di 12 impeccabili rivisitazioni di quei classici che «rappresentano la musica con cui sono cresciuto. Le canzoni che mio padre Jim, negli anni Venti trombettista e pianista della Jim Mac’s Jazz Band di Liverpool, ascoltava alla radio quand’ero bambino», ha sottolineato. Aggiungendo: «Sono i brani che hanno ispirato me e John Lennon quando scrivevamo i nostri. Ancora oggi, quando compongo le mie canzoni, li ascolto rendendomi conto di quanto siano ben strutturati». Era da un sacco di tempo che McCartney sognava di schioccare questi «baci sul sedere» in bianco e nero come la fotografia che sua figlia Mary Anna gli ha scattato per la copertina del disco, sorprendendolo con quell’espressione un po’ così stampata in faccia e un tripudio di fiori tra le mani. Ma ogni volta, in termini vintage, c’era qualcuno

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Personaggi

spettacoli

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Il sogno vintage di Sir Paul di Stefano Bianchi che lo coglieva in contropiede: Rod Stewart con i suoi cinque Great American Songbooks, Bryan Ferry con As Time Goes By e Robbie Williams con Swing When You’re Winning… per non dire del primo in assoluto, Ringo Starr, che nel ’70 debuttò da solista con Sentimental Journey sbizzarrendosi fra Louis Armostrong, Fred Astaire, Doris Day e compagnia swingante. Alla fine, è stato il produttore Tommy LiPuma (già al fianco di Miles Davis, Al Jarreau e Barbra Streisand) a fargli decidere di coronarlo, quel sogno inzuppato di nostalgia. E lui, arruolati la pianista Diana Krall e il chitarrista John Clayton, s’è messo a rovistare nel baule dei ricordi alla ricerca di quegli standards che senza dubbio influenzarono la patina rétro di gioielli beatlesiani tipo Michelle e Honey Pie. Così, raffinato e suadente come non mai, l’ineffabile Macca ha riscoperto I’m Gonna Sit Right Down And Write Myself A Letter (il verso kisses on the bottom arriva da qui), swing che Fats Waller cantò nel

1935; rilanciato Home (When Shadows Fall) del ’31, portata al successo nel ‘64 da Sam Cooke, nonché It’s Only A Paper Moon, la popular song del ’33 mitizzata da Ella Fitzgerald e Nat King Cole. Frank Sinatra, invece, viene appassionatamente citato con We Three (My Echo, My Shadow And Me), Benny Goodman con The Glory Of Love (’36) e la commedia musicale Guys And Dolls (’55) nella disarmante dolcezza di More I Cannot Wish You. E anche le uniche due canzoni scritte da McCartney (contenti, incontentabili?), sembrano appartenere davvero a un’altra epoca: My Valentine, ad alto tasso di romanticismo, è tutta racchiusa nei ricami della chitarra di Eric Clapton; Only Our Hearts, sublime nella melodia orchestrale, culmina nell’assolo d’armonica di Stevie Wonder. «Questo è un disco da ascoltare davanti a un bicchiere di vino o a una tazza di tè», ha consigliato spassionatamente Sir Paul, «una volta tornati a casa dopo una giornata di lavoro». Provare per credere. Funziona. Paul McCartney, Kisses On The Bottom, Hear Music/Universal, 17,99 euro

Omaggio (in tre tomi e tre cd) a Luigi Rognoni ià l’aspetto esteriore è quello delle proposte importanti. Un cofanetto di tre volumi per circa mille pagine, corredate da cinquecento fotografie e tre cd: Luigi Rognoni, intellettuale europeo. Grazie all’Assessorato ai Beni Culturali della Regione Siciliana, la pubblicazione è stata promossa nel 2011 dal CRicd, Centro Regionale per l’inventario, la catalogazione e la documentazione. E chi è interessato può richiederne gratuitamente una copia, fino a esaurimento delle disponibilità, scrivendo a cricd.uo8@regione.sicilia.it , o telefonando allo 091 7077911. Vissuto fra 1913 e 1986, Rognoni è stato un vulcano di attività culturali. Musicologo, compositore, organizzatore musicale, filosofo della fenomenologia, fondatore di riviste, filmologo e cofondatore della Cineteca azionale, regista teatrale e cinematografico, cofondatore del Terzo Programma radiofonico nonché del Centro di Fonologia della Rai, antifascista e attivista politico. Amico e sodale di grandi artisti, scrittori, compositori, filosofi. Uno tra i più eclettici protagonisti

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di Francesco Arturo Saponaro della vita culturale europea nei decenni centrali del secolo XX. Dal 1958 al 1979, Luigi Rognoni è stato professore ordinario di Storia della musica nell’Università di Palermo. Da quella cattedra, nata con lui e unica a quel tempo nel nostro Mezzogiorno, subito fiorisce un vasto fermento di impulsi che sprovincializzano l’ambiente culturale della città e conferiscono a Palermo un respiro aperto all’orizzonte europeo e al dibattito scientifico dell’epoca. Ciò che in particolare il magistero di Rognoni diffonde è una visione della musica, e in generale delle arti, quale veicolo di elevazione e progresso sociale nella consapevolezza civile dei cittadini. E, nell’Istituto di storia della musica da lui fondato, si forma una selezionata e intraprendente progenie di studiosi, che

ne hanno raccolto l’eredità, continuando lungo l’itinerario scientifico da lui tracciato. Qualche anno dopo la morte di Luigi Rognoni, nel 1993, il suo sterminato archivio di oltre 450 faldoni, uno dei più documentati e indicativi della vita musicale del Novecento, approda all’Università di Palermo. Si tratta di un enorme giacimento, contenente la sua biblioteca con importanti partiture, e poi un prezioso carteggio, articoli, conversazioni e interviste radiofoniche (con 500 bobine), locandine e programmi di sala, fotografie con dediche, bozzetti, recensioni, autografi musicali, foto di scena e molto altro. Un patrimonio inestimabile, segnato dall’intento di raccogliere, ordinare meticolosamente, trasmettere i materiali per documentare la propria attività alle gene-

razioni future. E infatti molte carte e foto recano a tergo precise annotazioni, per noi utilissime. I tre volumi sono scanditi in Testimonianze, Carteggi, Scritti e interviste, e sono stati predisposti e allestiti grazie alla cura del musicologo Pietro Misuraca. Di grande interesse - nel delineare la personalità di Rognoni, nel lumeggiarne i rapporti con la cultura europea, nel tratteggiarne l’attività scientifica e didattica - i saggi dello stesso Misuraca, e poi di Titone, Carapezza, Rubino, Violante, Collisani, Peri, e il ricordo dell’archeologo Vincenzo Tusa. Inaspettate emozioni riserva il tomo dei Carteggi, nel quale si ritrovano densi e approfonditi scambi epistolari con i più autorevoli personaggi, e una miniera di notizie e informazioni; una selezione meditata, che offre non soltanto stimoli culturali, ma anche sorprendenti palpiti di umanità e di valori condivisi. E dall’antologia del terzo volume di Scritti e interviste, infine, di Luigi Rognoni emerge e si consolida la profonda convinzione della responsabilità etica dell’intellettuale verso la società e la storia.


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aradiso amaro è candidato all’Oscar come miglior film e per miglior attore protagonista: George Clooney. Sono tifosa dell’autore Alexander Payne e delle sue anomale commedie come Election, A proposito di Schmidt e Sideways. Era già divertente l’idea di vedere come un regista dalla sensibilità satirica avrebbe raccontato lo Shangri-La americano, le mitiche Hawaii, 51esimo Stato dell’Unione e destinazione vacanziera esotica quant’altre mai. Matt King (Clooney) è il capofamiglia di un numeroso clan con radici antiche nelle isole, discendenti (in originale The Descendants, dal romanzo di Kaui Hart Hemmings) di un’aristocratica indigena da una parte e dall’altra da un colono proprietario terriero e missionario. Morale, possiedono 25 mila miglia quadrate di foreste e spiagge vergini, mai intaccate dall’uomo. L’agiata e numerosa famiglia ha deciso che è arrivato il momento di diventare ancora più ricca, vendendo la vasta proprietà per lo svilupo di una gigantesca speculazione edilizia: alberghi di lusso, campi da golf, shopping center, strade, quartieri residenziali.

P

Questo è un po’ il MacGuffin, il pretesto che dà impulso al racconto on the road, comico e agrodolce, altrimenti avremmo un dépliant turistico sposato a un film di denuncia, il peggio del peggio. Il nocciolo emotivo della storia ruota intorno alla famiglia di Matt. La bella, avventurosa, difficile moglie Elizabeth (Patricia Hastie) dedita a emozioni e sport estremi, è in coma da quasi un mese, dopo un incidente in mare. Dalla voce narrante di Matt, sappiamo che il matrimonio era a un punto morto. Lui era il marito e padre sempre assente o distratto, il genitore «in panchina» o di riserva, come dice lui stesso, mentre come al solito la madre si occupava della casa e di crescere le due figlie in età critica. Ora gli tocca entrare come sostituto e si sente, ed è, totalmente impreparato. Payne è specializzato nella vivisezione del maschio spiaggiato, spogliato dell’autorevolezza da dominatore indiscusso dell’universo, che gli spetterebbe come diritto di nascita, per di più come appartenente alla classe padronale. La precoce Scottie (Amara Miller) ha 10 anni e inizia a fare acting out, termine psicoanalitico per chi, attraverso comportamenti bislacchi e poco urbani, agisce sotto l’impulso di disagi interiori che non sa o non può esprimere. Già in piena ribellione è la più grande, Alexandra (Shailene Woodley: tenetela d’occhio, farà strada) teenager talmente incontrollabile (abuso di stupefacenti e alcol)

cinema

George Clooney come non l’avete mai visto di Anselma Dell’Olio

che è stata mandata in collegio nella speranza che si raddrizzi. Quando Matt e Scotty la vanno a prendere in un’altra isola per portarla a salutare la madre, dopo che i medici avvisano Matt che non si riprenderà ed è ora di staccare la spi-

na secondo le di lei volontà, Alexandra è sbronza e in compagnia di uno come lei. Non ha nessuna voglia di tornare a casa per salutare la detestata mammina. Come prezzo del rientro, impone di essere accompagnata dal suo boyfriend, lo spinellaro

Goffo, imbolsito, padre inadeguato dall’improbabile look hawaiiano, uomo impreparato alla complessità della vita: l’attore merita in pieno la nomination all’Oscar per “Paradiso amaro”. Quanto a Spielberg, portatevi i fazzoletti se andate a vedere “War horse”

e gaffeur Sid. «Sarò parecchio più civile se lui è con me» dice la ragazza per convincere il padre dubbioso. Ma è lei a dare la seconda brutale notizia al genitore. Matt vuol sapere perché Alex è tanto furiosa con la mamma, specie ora che non è più il caso: ebbene risponde la figlia, «lei aveva un amante. Li ho visti insieme». Sarà la diciasettenne che alla fine diventa il Virgilio che guiderà il padre fuori dall’inferno in cui si trova. Scatta nel marito inadeguato e prossimo vedovo l’impellente necessità di rintracciare l’uomo che lo ha fatto cornuto. Padre e figlie partono per un viaggio che porterà alla trasformazione di un compiaciuto, svagato post-Lebowski imborghesito in padre e uomo degno di questi nomi. Clooney si merita la nomination: capelli lunghi e ondulati da surfista, camicia hawaiiana, incedere appesantito; semplicemente perfetto. La corsa che fa per andare dalla migliore amica di Elizabeth per conoscere il nome dell’amante è uno spasso da antologia: il clump-clump-clump di un maschio sfigato, spogliato di ogni parvenza di autorità. Con le scarpette di gomma da barca, corre come un coniglio goffo e sgraziato. Sparito il Clooney azzimato, scafato, tombeur de femmes, sostituito dall’uomo di mezz’età, il viso paffuto e i lineamenti in balia della gravità, insicuro, smarrito di fronte alla complessità della vita e delle disgrazie multiple. Critici validi pensano che questo sia il più bel film di Payne. Sulle prime dubitavo, e ancora dubito, ma col tempo il ritmo easy e le musiche hawaiane riportano alla memoria una storia di spessore, con la struttura sciolta, vagolante di un film che si insinua sotto la pelle. Da vedere.

Si va a vedere War horse, il nuovo film di Steven Spielberg, pensando di essere corazzati contro le lusinghe emozionali di un superbo narratore classico. È meglio arrendersi subito, sin dalla magnifica fotografia di Janusz Kaminski, che omaggia il cinema dallo sguardo vasto di David Lean e John Ford. Spielberg ci rapisce con la storia d’amore tra un cavallo e un ragazzo, i tempi felici, la struggente separazione, gli orrori della guerra e il finale gratificante che il papà di E.T. non fa mai mancare. Il romanzo di Michael Morpurgo (1982), è stato prima adattato per il teatro da Nick Stafford nel 2007, con pupazzi raffiguranti i cavalli. Di enorme successo, è ancora in scena a Londra e New York. Il fittavolo e alcolista Ted (Peter Mulligan) compra all’asta un cavallo mezzo purosangue a caro prezzo, invece del brocco che gli serve per arare la terra dura e rocciosa del suo podere. La moglie (Emily Watson) è preoccupata per i debiti con il padrone (David Thewlis), ma il figlio Albert adora «Joey», come chiama il cavallo, e riesce persino, con paziente testardaggine, a fargli accettare l’aratro. Arriva la guerra e il padre vende Joey all’esercito: Albert giura che si ritroveranno. Le scene di guerre sono, a dir poco, magnificamente girate. Non ci sono terrificanti battaglie: il peggio della Grande guerra resta fuori campo, ma quel che si vede è straziante lo stesso. Da non perdere. Portate i fazzoletti.


o p i n i o n ic o m m e n t il e t t e r ep r o t e s t eg i u d i z ip r o p o s t es u g g e r i m e n t ib l o g

Convenzione dell’Aja: dopo 15 anni la ratifica tarda ancora ad arrivare LA DIMENSIONE POLITICA DEI CATTOLICI (III PARTE) Da Todi dovrebbe partire l’idea di una costituente stabile dei laici cattolici che svolga il compito e la funzione di preventivo filtro a fini unitari in modo tale che i cattolici impegnati in politica possano avere dei punti di riferimento chiari e, soprattutto, unitari. In quest’ottica a guadagnarci dall’impegno dei cattolici in politica sarebbe tutto il Paese e la stessa democrazia costituzionale. Ovviamente ad una precondizione e, cioè, che i laici cattolici sappiano assumere posizioni unitarie sui grandi temi etici del momento. Non solo sui temi privatistici (diritti di famiglia, bioetica, eccetera), ma anche sui temi pubblicistici (nuove povertà, giustizia distributiva, eccetera). Nelle difficoltà imposte dalla complessità della modernità ancora una volta la risposta va ricercata nell’attualità trascendente del messaggio evangelico. Ed allora l’impegno dei cattolici in politica deve essere chiaro e fermo sui fondamenti della fede (in quest’ottica “lampade sopra il moggio” e, quindi, minoranza critica rilevante), ma anche dolce e flessibile (in quest’ottica “lievito nel pane” e, cioè, silenzioso fermento di liberazione delle coscienze). Si tratta di un obiettivo che può sembrare difficile ma in realtà non è così; molte delle differenze tra i cattolici italiani sui temi sono frutto non di visioni o concezioni diverse ma di preoccupazioni e sensibilità diverse. Il momento attuale ci richiama all’unità, al confronto serrato ma schietto, alla capacità di ricoscersi nell’altro. Nel viso del vicino sono tracciate le stesse rughe che solcano il mio viso, che segnano il mio dolore ed i miei affanni. Solo insieme ce la faremo. È il tempo di costruire ponti e non erigere barricate in difesa di ottusi egoismi. È il tempo di una nuova generazione di cattolici animati in politica dalla luce del Vangelo.

La Convenzione su Tutela e protezione dei minori è stata firmata all’Aja nel 1996 dai Paesi dell’Unione europea. Avrebbe dovuto essere ratificata dagli Stati entro il maggio 2010. Eppure l’Italia non l’ha ancora fatta propria. Parlamentari di diversi schieramenti l’hanno richiesto; nel novembre 2010 c’era stato un impegno formale del governo a ratificarla… Ma finora non è successo nulla. Specialmente nell’attuale situazione geopolitica e umanitaria dell’Africa che colpisce drammaticamente i bambini di quei Paesi, la ratifica rappresenterebbe un passaggio di fondamentale importanza per la tutela dei minori abbandonati, anche per il riconoscimento della kafala, il più alto e diffuso strumento di protezione dell’infanzia negli Stati del Nord Africa. Sono migliaia i minori che vivono in condizioni di abbandono. Migliaia di bambini che aspettano di poter sperimentare il calore e l’affetto che solo la famiglia, secondo le dichiarazioni della Convenzione delle Nazioni Unite di New York, può dare. Il Forum e le cinquanta associazioni che lo compongono chiedono, in un documento, che il governo operi per arrivare al più presto alla ratifica della convenzione.

Lettera firmata

PENURIA, BOOM DEMOGRAFICO E STERMINIO PER FAME NEL MONDO Le risorse sono scarse, le popolazioni crescenti e i bisogni illimitati. Converrebbe la stabilità demografica mondiale, assicurata dalla fecondità media di 2 figli per donna (mentre è di 7,2 nel Niger). La fertilità eccessiva può apparire primitiva, arretrata e/o irresponsabile. Chi si oppone al controllo degli istinti e agli anticoncezionali in particolare, al preservativo - è corresponsabile dello sterminio per fame (nonché aids e altre malattie sessualmente trasmissibili). La densità demografica è di 47 ab./kmq nel mondo (173 nell’Unione europea e 201 nel nostro Paese). La popolazione mondiale supera 7 miliardi e continua a crescere: il coefficiente medio d’accrescimento annuo è pari all’1,1 per cento (Calendario Atlante De Agostini 2012, p. 63). La popolazione mondiale è aumentata di 4,5 miliardi negli ultimi 60 anni (di 6 miliardi dal 1800). Raggiungerà 9,3 miliardi nel 2050 (previsione Onu). Non conforta il rischio d’una Terra conigliera, termitaio, alveare. Ora una persona su 8 è malnutrita, una su 3 è priva di servizi igienici e una su 3 vive in una baraccopoli. La crisi ha creato 64 milioni di nuovi poveri (sette miliardi di coinquilini, Panorama del 09.11.2011). Con la respirazione, ogni essere umano assume ossigeno ed emette anidride carbonica, che aumenta realmen-

te nell’aria. I rifiuti crescono. Napoli e molte altre aree dimostrano il futuro pericolo d’una Terra ridotta ad immondezzaio. Si aggravano gli eventi climatici estremi e varie forme d’inquinamento (per terra, mare, cielo). Il crescente frastuono è inquinamento acustico. Si diffonde il dissesto idrogeologico. Gli allagamenti s’intensificano, sia per piogge intense e concentrate che per fognature, rese carenti da sovrappopolazione e antropizzazione. L’esplosione demografica aumenta il divario fra scarsità di risorse (cibo, acqua potabile, energia ecc.) e bisogni umani: ciò è acuito dal costante aumento delle pretese e dei consumi individuali. «L’Onu calcola che già fra 14 anni due terzi della popolazione (mondiale) avrà difficoltà a trovare acqua potabile» (Panorama, cit.). La crescita delle produzioni agrarie richiede forti incrementi nell’uso di tecnologie, concimi chimici e pesticidi inquinanti. La gentilezza può trasformarsi in aggressività ovunque le persone siano concentrate (città, condomini, manifestazioni, scioperi, stadi, ingorghi stradali). Aumentano gli incidenti. Peggiora la qualità della vita. La convivenza associata degenera da serena ad aspra. Si rinfocolano disagi, proteste, tumulti, fanatismi, fondamentalismi e guerre. L’esplosione demografica mondiale può pregiudicare la sostenibilità ambientale e sociale dello sviluppo.

Gianfranco Nìbale

L’IMMAGINE

Ignazio Lagrotta COORDINATORE REGIONALE CIRCOLI LIBERAL PUGLIA

LE VERITÀ NASCOSTE

Trovata auto ...sul tetto di una casa! I residenti di Fresno, cittadina della California, non credevano ai loro occhi quando diversi giorni fa sono usciti di casa per capire che cosa fosse stato quel rumore che in molti avevano sentito. Infatti, un’auto era stata improvvisamente parcheggiata sul tetto di una casa, mentre un giovane uomo (in mutande) si stava allontanando a piedi dal luogo. A prima vista, molti residenti hanno pensato che fosse una specie di scherzo, e che l’auto fosse stata calata sul tetto con una gru o qualcosa del genere. Difficile pensare che un’auto potesse da sola finire su un tetto, soprattutto senza fare grossi danni né all’auto stessa né alla casa. I primi a rimanere increduli, i residenti dell’abitazione coinvolta nello strano “incidente”. Quando la polizia è arrivata sul luogo dell’accaduto, però gli agenti sono riusciti a ricostruire l’intera dinamica: l’auto era stata da poco rubata, e il ladro procedeva a grande velocità. Sembra che l’auto abbia prima toccato un marciapiede, e l’urto la avrebbe sollevata in aria. Mentre era in volo, ha toccato un muretto, che l’ha sollevata ulteriormente, e dopo di questo un albero, che l’ha portata all’altezza giusta per atterrare sul tetto. Il ladro è stato arrestato.

IMPORTANTI NOVITÀ SUL TUMORE ALLA GOLA Forse si pensava che il tumore alla gola fosse causato esclusivamente dall’abuso di alcool e dal fumo e invece da studi recenti emerge che la trasmissione sessuale è molto importante e che questo tipo di tumore colpisce più gli uomini delle donne. A essere fortemente implicato è sempre il papilloma virus che già è responsabile di numerose lesioni dell’apparato genitale femminile e maschile. L’infezione si contrae in diretto rapporto col numero di partner sessuali, non importa il tipo di sesso praticato. Su un largo campione studiato sono di più gli uomini (circa il 10%) rispetto alle donne (meno del 4%) a essere infettate. Chi contrae il virus ha il 50% in più di possibilità di sviluppare il tumore. A questo punto si pongono due quesiti importanti. Non sarebbe interessante sviluppare un Pap test per prevenire anche queste lesioni? Sarebbe poi interessante studiare l’efficacia del vaccino anti-Hpv anche sui tumori della gola. È altrettanto efficace come per prevenire le neoplasie del collo dell’utero? Dalla sperimentazione arriverà la risposta.

Alessandro Bovicelli

L’ITALIA CHE VA

APPUNTAMENTI Venerdì 2 marzo - ore 11 Università Gregoriana Piazza della Pilotta 4 - Roma CONSIGLIO NAZIONALE CIRCOLI LIBERAL VINCENZO INVERSO COORDINATORE NAZIONALE CIRCOLI LIBERAL

REGOLAMENTO E MODULO DI ADESIONE SU WWW.LIBERAL.IT E WWW.LIBERALFONDAZIONE.IT (LINK CIRCOLI LIBERAL)

Foto storica... un attimo prima Londra, 8 agosto 1969. I Beatles hanno appena terminato di registrare quello che sarebbe stato l’ultimo lp (Abbey Road) e che si sarebbe dovuto chiamare Everest. L’ipotesi di volare in Nepal per scattare la foto della copertina fu presto accantonata. Su proposta di Paul McCartney si ripiegò su Londra. Il fotografo aveva soltanto 10 minuti per scattare la foto della copertina. Cosa che avvenne pochi minuti dopo

Sappiamo sempre trovare l’ilarità nei momenti peggiori, e nel contempo dare addosso a chiunque prenda decisioni responsabili. A Roma, nel momento in cui alcuni conducenti di autobus hanno preferito bloccare la vettura e fare scendere i passeggeri, molti hanno gridato “A Schettino!”e questa la dice lunga; a Napoli qualcuno ha trascorso il Sabato a portare coperte e bevande calde ai clochard della stazione mentre a Milano scoppiava il caso “Bolle”. Fiumi di parole e poche azioni concrete, ci pongono sempre al centro dell’attenzione e qualcuno se ne approfitta.

Bruno Russo


mondo

pagina 18 • 18 febbraio 2012

I leader di Afghanistan, Iran e Pakistan pensano a un patto trilaterale che tagli le ali a ogni intervento dall’esterno

Un summit concentrico Ahmadinejad, Karzai e Zardari riuniti per dare un nuovo volto all’Asia del Sud di Antonio Picasso uello in corso a Islamabad lo si potrebbe chiamare il vertice dai cerchi concentrici.Visti gli interessi condivisi dai partecipanti.Vale a dire i leader pakistano, afgano e iraniano. Oppure, volendosi abbandonare alla maligna banalità, la riunione potrebbe passare come la riunione dei cattivi. Ognuno dei tre presidenti ha dei conti in sospeso con la comunità internazionale, l’opinione pubblica del proprio Paese e l’Occidente. Ahmadinejad, in questo caso l’ordine alfabetico ci aiuta, è sotto in riflettori per la questione del nucleare. Mentre in casa, a Teheran, sta schivando da due anni le palle incatenate che gli arrivano dagli oltranzisti del regime, come pure dall’opposizione. Zardari è sotto tiro per questione non molto dissimili. La Nato, Stati Uniti in primis, lo accusano di sperperare un sostegno economico e militare che il suo governo dovrebbe destinare nella guerra ai talebani. Mentre le Forze armate pakistane preferiscono sfruttare quei miliardi di dollari che Washington puntualmente bonifica in loro favore per controllare la frontiera con l’India, tra Punjab e Kashmir. Nel Paese dei puri, poi, Zardari è sempre più malvisto. Lasciamo perdere i recenti problemi di salu-

Q

te. Alcuni osservatori lo danno per in fin di vita (politica) entro pochi mesi. Brucia il fatto di aver rovinato – a suon di tangenti e malgoverno – un gioiello del laicismo, com’era il Pakistani People’s Party. Questo non glielo perdona nessuno. Criticare Karzai infine è come sparare sulla Croce rossa. Una banalità appunto.

Il presidente afgano non è stato in grado – e si può supporre che non lo sarà nemmeno in futuro – di pacificare il Paese. Gli sforzi da lui compiuti non sono sufficienti. In sede nazionale poi resta l’appellativo di “Sindaco di Kabul”. Come lo si definiva anni addietro. Ora nemmeno quello. È il summit dei mal governanti quello in corso a Islamabad. Ma resta un tassello importante in questo Grande Gioco dei nostri tempi. Tre Paesi: Afghanistan, Iran e Pakistan. Ognuno con un proprio orgoglio nazionale.

Ciascuno convinto di poter assurgere a un gradino superiore nella hit parade della geopolitica. In questo Ahmadinejad eccelle. Ed è del resto sua la proposta di avviare un processo di pace trilaterale per la soluzione dei conflitti in corso nella regione. «I nostri problemi sono provocati dall’ingerenza delle potenze straniere», ha detto ieri durante una conferenza stampa. Se non fosse stata sua questa dichiarazione, potremmo addirittura dire che corrisponde al vero. Perché gli Ayatollah sono al potere a causa di una lunga serie di errori di calcolo degli americani e degli inglesi, in quali per decenni hanno preteso di controllare il governo iraniano. Poi una volta che il popolo si è accorto di questa intromissione – ingerenza appunto – è scoppiata la rivoluzione. Caduto lo scià, tra il rischio di una teocrazia sciita e una democrazia iraniana troppo esposta alla socialdemocrazia, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti hanno preferito il male minore. Gli Ayatollah appunto. L’ingerenza in Afghanistan? Certo, a Kabul è ancora più palese. Perché da un secolo e mezzo il Paese fa da tavolo verde per il già citato Grande gioco.

Anche se gioca in casa, quello messo peggio è il presidente pakistano: Zardari è sempre più malvisto. Paga il fatto di aver rovinato un gioiello del laicismo, com’era il Pakistani People’s Party Il problema è che un tempo lo scontro era duale, Impero britannico contro Russia zarista, oggi i contendenti sembrano crescere di giorno in giorno. In ordine sparso: Russia, Nato, India, Cina, Pakistan e adesso sembra pure l’Iran. Senza contare poi il mondo arabo-islamico, quello tribale e infine il terrorismo jihadista. Non è proprio tutta colpa delle potenze straniere. Ma una buona dose di responsabilità è giusto che se la assumano.

Pakistan. C’è chi lo associa al

Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. In alto soldati pakistani. Nella pagina a fianco il presidente afgano Hamid Karzai. I tre leader pensano a un accordo in chiave anti-occidentale

termine “Caos”. Altri lo additano come il covo dei servizi segreti più pagati e corrotti al mondo. Accezioni vere entrambe, ma solo in parte. Il Paese dei puri ha la sfortuna di essere un’identità politicamente giovane – cent’anni fa non esisteva neppure il nome – e guidata da una classe dirigente che sfrutta il proprio potere per scopi di lucro. In tutti e due i casi, il sistema delle grandi potenze straniere appare correo nel non aver fatto abbastanza perché la popolazione pakistana potesse e possa vivere una quotidianità più digni-

tosa. Quella di Ahmadinejad, quindi, non è una provocazione campata per aria. O per lo meno non più di altre. La sua sicurezza propagandistica poggia su due pilastri. Del primo si è appena parlato ed effettivamente sembra stabile. Il secondo è quello di essere alla guida di un Paese conforti tradizioni di grandeur e ispirato da altrettanto robuste ambizioni. La scelta però di perseguire la strada nucleare, onde sedersi ai tavoli della diplomazia mondiale alla pari di Usa e Russia, non sta arrecando altro che problemi al Paese. La sanzioni Onu hanno incrinato un sistema economico già strutturalmente precario. Monoproduzione petrolifera, misure statali paternalistiche e grandi potentati del commercio. La società iraniana è la fotocopia in versione teocratica di quella persiana. L’opulenza di alcuni si scontra con il nulla della maggioranza dei cittadini. Anche il Pakistan si atteggia a potenza nucleare. E paradossalmente la sua atomica – a suo tempo battezzata come “islamica”, a mo’di successo per tutto il Libro verde – è ancora più pericolosa di


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dottrina, inspiegabile tra le montagne dell’Asia.Basta un rapido sguardo alle frizioni tra ciascuno dei due per capire quanto sia distante l’Asia centrale dalle accademie di Europa e Stati Uniti. L’Iran è il cuore della Shia. Ma in Afghanistan e in Pakistan, gli sciiti sono considerati alla stregua dei cani e dei maiali. L’estremismo jihadista dei talebani condannerebbe gli eretici di Teheran a una fine addirittura peggiore a quella di noi occidentali.

quella che vorrebbero gli Ayatollah. Come ha ricordato di recente un ex diplomatico italiano, «è stata l’unica realizzata per essere sganciata durante un conflitto». Come quella indiana del resto. Altro che strumento politico come gli arsenali della guerra fredda! C’è da chiedersi quindi perché non ci dobbiamo fidare di Teheran,

L’estremismo jihadista dei talebani condannerebbe gli eretici di Teheran a una fine addirittura peggiore a quella di noi occidentali. Loro li vedono come “cani” e “maiali” mentre vagoni di dollari vanno a Islamabad, i cui strali di guerra contro l’India sono dello stesso peso di quelli iraniani verso Israele. Afghanistan, Iran e Pakistan vantano amici comuni? No, però sono sfruttati da tutti allo stesso modo. Forse Cina e Russia restano più uniformi nell’approcciarsi con tutti e tre i governi. Questo perché la Nato è ai ferri corti con Teheran. Mosca e Pechino però sono semplicemente delle avide opportuniste, che non aspettano altro se non il fallimento della guerra in Afghanistan per entrare a Kabul sicure di risolvere da sole i problemi di Karzai e poi gestire i locali interessi petroliferi e le frizioni tribali. In tal senso, noi occidentali non potremo certo nascondere lo scarso successo in Asia centrale, ma cinesi e russi sono fin troppo illusi di poter fare meglio. C’è poi l’opzione India. Anch’essa sapiente nel

tappare i buchi che lascerà la Nato al momento della smobilitazione dall’Afghanistan. Delhi intanto sta già giocando ottime carte sul versante iraniano. Se Hormuz chiudesse tutto il greggio invenduto in Occidente sarebbe una manna dal cielo per le sue industrie. Il problema per gli indiani è il Pakistan. Meglio ancora: il Kashmir.

Fino a quando non sarà risolto il nodo di quel paradiso in stato di assedio, il subcontinente non potrà considerarsi la vera superpotenza dell’Asia centromeridionale. Da tutto questo il trilaterale di Islamabad. Ahmadinejad, Karzai e Zardari sono giunti alla conclusione di poter risolvere i rispettivi problemi mediante una concertazione triangolare ad excludendum rispetto a qualunque altro soggetto. L’idea è fattibile a livello geopolitico. Tuttavia, quella in discussione è una macroarea che non può essere analizzata secondo moduli di analisi che sono propri delle scienze politiche internazionali nati nei nostri think tank. I cerchi concentrici appunto: un termine di

Le aree tribali tra Afghanistan e Pakistan, epicentro di studenti coranici in armi e dei qaedisti, resta impermeabile a qualsiasi iniziativa istituzionale. In quei villaggi nessuna autorità, né di Kabul né di Islamabad, è riconosciuta. Si è parlato spesso, a questo proposito, di una partnership afgano-pakistan. Karzai è a colloquio con Zardari anche per questo. Ma come è ipotizzabile nella pratica quando entrambi i presidenti sono sconfessati dalla loro popolazione? Peraltro, è di questa settimana la richiesta del governo afgano l’aut aut a tutti i suoi militari che abbiano parenti in Pakistan: «Dall’altra parte del confine si annidano i nostri nemici, quindi o riportate le famiglie in Afghanistan, oppure abbandonare l’uniforme». Non è l’approccio più amicale per la cooperazione con il governo pakistano. Ma ancora: come potrebbero risolversi le frizioni Islamabad-Teheran? Perché il Balochistan, regione spartita tra i due Paesi, vorrebbe avere la sua indipendenza. Nessuno è però è disposto a concederla. Così gli iraniani accusano i pakistani di fomentare i nomadi locali, guarda caso sunniti. Questi ultimi, nel frattempo, gestiscono i traffici di armi e droga lungo la frontiera. Il tutto a conferma che le singole tribù – già fonti di grattacapi per la regina Vittoria e lo zar Alessandro II – non hanno nulla a che fare con le regole della geopolitica ortodossa. Scienza che nelle tre capitali in questione sembra essere stata sposata. Almeno in parte. Andando per esclusione, di conseguenza, resterebbero i talebani, come nemico effettivamente comune da contrastare. Oppure i condivisi interessi petroliferi. In entrambi i casi, d’altra parte, risulta necessario il rapporto con il mondo esterno. Perché né Karzai né Zardari sanno come frenare l’onda jihadista. Certo è che Ahmadinejad non è in grado di fare quel che non hanno fatto l’Armata rossa prima e Isaf oggi. Ancora più necessario il rapporto con il resto del mondo appare nell’interscambio di greggio. L’Iran vuole vendere. Ma non all’Afghanistan e al Pakistan. Questi non hanno soldi. Bensì a Cina e India. Passando appunto dai primi. È un progetto fattibile. Ma Ahmadinejad non si può illudere che una alleanza a tre escluda a priori Pechino e Delhi dagli affari centro asiatici.


economia

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Quattro anni dopo lo scoppio della crisi, gli States tornano in sella. E aumenta la diffidenza verso il Vecchio Continente

America vs. Europa Dialogo a Venezia con gli economisti Usa: l’Ue ne esce a pezzi, si salva solo Monti... di Giancarlo Galli economia americana ha un barometro infallibile, il Dow Jones. In questo periodo s’avvicina al suo massimo storico, il record di 14.164 punti registrato nell’ottobre 2007, alla vigilia del grande crack. Perché non essere ottimisti?». Il tycoon di Wall Street, arrivato a Venezia per il Carnevale, mentre ceniamo all’Harry’s Bar non nasconde i sentimenti: «Il problema siete voi europei, con i tedeschi che hanno perso la testa, i francesi allo sbando: non ci fosse il vostro Monti, l’unico ad avere idee chiare e polso fermo…». Al terzo Martini “molto secco” come piaceva al mitico Hemingway, mister W.R. (l’anonimato è d’obbligo fra gli gnomi dell’Alta Finanza), prende ad impartirmi lezione di storia borsistica con l’intento di dimostrare, numeri in appoggio, che quel che sta accadendo nel mondo capitalistico, non è un mistero iniziatico, bensì realtà. «Basta puntare i riflettori sul vecchio Dow», dice. Prendendo a raccontare.

«L’

Il Dow Jones (per gli addetti al lavoro il DJ), venne inventato il 26 maggio 1896 dall’economista Charles Dow e dal sodale Edward Jones, fondatore del gruppo editoriale che pubblica fra l’altro il Wall Street Journal. Dichiarato proposito, mettere un po’ d’ordine nella giungla borsistica. “Inventando” (il termine non è casuale) meccanismi di calcolo che consentissero agli investitori di valutare i propri titoli in Borsa, pesando la solvibilità delle aziende quotate, i dividendi distribuiti e le prospettive. Com-

plicati conteggi di cui s’è persa traccia, che portarono a fissare a“Quota 40,94”l’indice del mercato. Basandosi sul supposto valore di dodici titoli industriali, dei quali soltanto uno (la General Electric) ha resistito all’usura del tempo, delle crisi. Traducendo in soldoni. 40,94 l’indice di Wall Street nel 1896, 14 mila nel momento di maggior fulgore, attorno ai 13 mila attualmente. Poco, tanto? Considerate le guerre, l’inflazione galoppante, un moltiplicatore di trecento volte non rende l’esatta immagine del boom di Wall Street. Bisogna infatti inserire nel conteggio il dollaro, assurto nel contempo a moneta egemone planetaria. Allorché si tentano conti e raffronti, bisogna mettere sul piatto della bilancia altre, e pesanti, valutazioni. Prendiamo, a non perdere la bussola, la nostra ex Il presidente americano in carica, il democratico Barack Obama. In apertura un’immagine di Wall Street, divenuta per molti statunitensi l’epicentro del male. Nella pagina a fianco, il repubblicano Mitt Romney

Lira. Chi ricorda che nel 1914, alla vigilia della Grande Guerra, ne bastavano cinque per acquistare un dollaro, venticinque per una sterlina di Sua Maestà britannica?

Pragmatica considerazione: 5 lire per un dollaro! Poi, quasi duemila lire per un euro e quanto vale il dollaro? 0,85 euro. In sostanza, non solo la nostra lira ma l’intera galassia monetaria di Eurolandia s’è, pur fra alti e bassi, spaventosamente svalutata di fronte a Wall Street, a Re Dollaro. L’insistere sul progressivo deprezzamento di tutte le valute del Vecchio Continente è esercizio doloroso, eppure necessario. In filigrana, si può leggere la storia della Finanza, dall’inizio del Novecento ai nostri giorni, marchiata dall’ascesa del Dollaro quale valuta egemone e dal progressivo “ripiegare” del Resto del Mondo. Almeno sino alla comparsa sul proprio proscenio dell’economia cinese. Spesso (opportunismo

Un tycoon si lascia sfuggire la verità: «Il problema siete voi europei, con i tedeschi che hanno perso la testa, i francesi allo sbando: non ci fosse il vostro premier, l’unico con le idee chiare…» mentale?), siamo portati a sottovalutare il peso, la valenza, anche politica, di una “moneta forte”che è tale perché costituisce l’espressione di un paeseleader. Il progressivo declino di tante Nazioni, ha coinciso col venire meno della credibilità delle loro monete: così per l’Impero inglese e quello francese. Mai dimenticando che inutilmente, nell’ultimo Dopoguerra, l’Urss è franata anche per l’incapacità a fare del rublo moscovita un riferimento su scala mondiale. Altro esempio illuminante: i Paesi arabi e mediorientali, giganti dai piedi d’argilla, pur ricchissimi in materie prime (petrolio), mai sono riusciti a svincolarsi dalla tutela statunitense (il “barile” quotato in dollari). L’America ha quindi fatto del dollaro la più potente e micidiale delle sue armi, financo consentendosi di usarlo, in maniera talvolta spregiu-

dicata, quale deterrente forse più decisivo dello stesso arsenale nucleare. La stessa Cina ex comunista, ora potenza economica emergente con un tasso di crescita vicino al 10 per cento annuo, che fa? Esporta in dollari, consentendo agli Usa di mantenere in via indiretta la loro supremazia, nonostante le inside del terrorismo e l’esito tutt’altro che felice delle campagne militari. Dalla Somalia all’Iraq, all’Afghanistan.

Ancora. Allorché sul finire del secolo passato il presidente francese François Mitterand ed il cancelliere tedesco Helmut Kohl a gran fatica partorirono l’euro, uno degli obiettivi era di costituire un conglomerato di Nazioni in grado di contrastare, appunto, l’egemonia statunitense, del dollaro. Ce lo siamo dimenticati, ma questo fu uno dei pilastri dell’intesa, pur offuscato da calcoli nazionalistici. In primis, il timore di una Germania ricostruita che, col marco, poteva divenire troppo forte. Osservando col freddo occhio del cronista i mercati finanziari, registriamo che mentre Wall Street è riuscita a superare, con danni limitati, il doloroso rosario dei crack (dai


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e di cronach

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M’ero riproposto di grattar la pancia all’anfitrione per capire se nella nostra ottica sia più conveniente la vittoria a novembre di Obama o di uno dei pretendenti repubblicani.

P r o se gu e ,

mutui sub-prime al fallimento della banca d’affari Lehman Brothers), proiettandosi baldanzosamente in avanti, l’intera Ue è rimasta al palo. Peggio: Grecia a parte, i timori di un fallimento dell’euro si moltiplicano.

Con la Germania di frau Angela Merkel, in testarda e teutonica determinazione, pare “remar contro”: avendo, al pari di una larga quota dei suoi cittadini-elettori, assunto il convincimento che l’euro rappresenti un fardello, viepiù inaccettabile, anziché un’irripetibile opportunità. Vogliamo allora stupirci che mentre Wall Street, pervasa da orgoglioso ottimi-

«Noi mai e poi mai avremmo lasciato fallire la California o il Texas. Avete dimenticato il principio della solidarietà dopo aver evitato di controllare? Quello che manca all’Ue è una guida» smo, galoppa verso i massimi, le Borse europee vivono una più che travagliata stagione? E qui, piaccia o meno, entrano in gioco i calcoli, le prospettive politiche. Sussurra l’amico W.R. , con un’analisi degli scenari politici che a noi, sofisticati ricercatori del pelo nell’uovo può sembrare grossolana: «A novembre, eleggeremo un nuovo presidente. Obama riconfermato o battuto da un

repubblicano, quel che è certo è che non verrà abbassata la bandiera del primato a stelle e strisce. E da voi? In Francia, Sarkozy non è la stessa cosa di Hollande. E la Grecia, e l’Italia? I manovratori di capitali esitano nello scommettere… quel che fa difetto all’euro, è un comune denominatore politico, ideale. Da noi a vincere sarà comunque un Amerikano (la “k”è mia), da voi non si sa».

anticipandomi: «Con l’Europa abbiamo antichi, indissolubili vincoli affettivi, ma siamo pragmatici. È difficile scommettere su una controparte dove non si sa chi comanda. Ci siamo un po’ stancati. Abbiamo fatto una robusta apertura di credito a Mister Monti, ma… Sarkozy è un De Gaulle in sedicesimo, la Merkel un Bismarck in gonna-pantalone…». Sospiro: «Noi, mai e poi mai, avremmo lasciato fallire la California od il Texas. Avete dimenticato il principio della solidarietà dopo aver evitato di controllare?».

Il terreno s’è fatto minato. Ho l’imbarazzante impressione che l’Atlantico sia diventato più largo: l’America ci comprende sempre meno, ed almeno nelle sue componenti finanziarie pare poco disposta a tenderci una mano, come fu, ad esempio, col Piano Marshall negli Anni Quaranta-Cinquanta. Chiedo, con pizzico d’ingenuità: «Per chi tifa Wall Street?». Risposta: «Ogni Company divide i finanziamenti, con interessata equanimità… First America!». Chissà quando, chiedo fra me, sapremo dire “First Europe!”, “First Italia!”.

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parola chiave DISUMANO

Nel Novecento è stato diffuso comportamento di massa, ma il Ruanda, il Darfur, la Bosnia e Guantanamo sono storia recente. Un breve intervallo divide l’umanità dal suo opposto che come una tentazione infernale continua a insinuarsi nella nostra società dei diritti…

La dittatura dello stereotipo di Maurizio Ciampa i sono parole mobili, sfuggenti, forse irrequiete, comunque difficili da fissare in pochi tratti. Sono parole appesantite, quasi impacciate, dalla loro stessa storia e dalla stratificazione di significati che custodiscono in se stesse. Disumano è certamente una di queste parole. Sembra, sulle prime, di poterla immediatamente afferrare. Chi non sa che cosa è disumano? Le apparenze, come spesso accade, ingannano. La nozione di disumano muta con il mutare stesso dell’idea di uomo. È la sua linea di confine, il suo margine estremo, o il suo rovescio. Nella società dei diritti, la nostra, è destinato a essere classificato come disumano quello che in altre società e in altre culture veniva comunemente accettato. La schiavitù, ad esempio, oggi ritenuta una pratica disumana, e dunque una radicale negazione dell’umano, essendo in definitiva un disconoscimento della intrinseca libertà che lo caratterizza, la schiavitù arriva fin dentro il cuore della no-

C

stra modernità, convive con l’affermazione e l’espansione di altre fondamentali libertà. Non basta l’Illuminismo e non basta la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789. Ci vorrà un lungo arco di tempo per interdirne la pratica nell’intero mondo occidentale. Ed è cosa singolare che, a lungo, sia mancato all’appello proprio il paese, gli Stati Uniti d’America, che, dopo la Francia con la sua rivoluzione alla fine del ‘700, aveva fatto più passi avanti nel riconoscimento della libertà.

Tornando al disumano, credo non debba essere dimenticato che proprio il Novecento, da cui siamo usciti da poco ma ne siamo davvero usciti? -, con le sue molteplici guerre e i suoi svariati genocidi, resta il secolo in cui esso diventa diffuso comportamento di massa. Non solo: è la porta stretta attraverso cui transita l’umanità del secolo, la sua tentazione infernale. Ci sono molte pagine a ricordarlo. Ne voglio estrarre almeno una, terribile

e incancellabile. La notte di Elie Wiesel (pubblicato dall’editore Giuntina nel 1980), riporta il racconto di un ragazzo (l’autore stesso), figlio fino a quel momento devoto, che, nel lager in cui è stato internato insieme al padre, comincia a essere contaminato dalle tenebre in cui si è trovato a vivere, la notte appunto, l’oscurità, l’abisso in cui è precipitata la coscienza dell’uomo e la sua stessa umanità. Quel figlio devoto è attraversato da un nero pensiero: abbandonare il padre, ormai al termine della sua vita, bisognoso di tutto, al suo destino. È un attimo, un momento di stordimento, ma resta come una ferita che non si può rimarginare. «Se potessi sbarazzarmi di quel peso morto, così da poter lottare con tutte le mie forze per la mia sopravvivenza, occupandomi solo di me stesso. E subito ebbi vergogna, vergogna per sempre di me stesso». Si dice che la vergogna sia il sentimento del sopravvissuto. La vergogna è probabilmente il risveglio dell’umano dopo la


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per saperne di più Elie Wiesel La notte Giuntina Chiara Volpato Deumanizzazione Laterza Primo Levi Se questo è un uomo Einaudi Robert Antelme La specie umana Einaudi Paul Fussel Tempo di guerra Mondadori William Vollmann Come un’onda che sale e che scende Mondadori S. Sontag, T. Todorov, M. Ignatiev Troppo umano Mondadori Marcello Flores Tutta la violenza di un secolo Feltrinelli

notte della sua negazione. Ci si vergogna di quello che abbiamo fatto o abbiamo lasciato fare, oppure di quello che abbiamo pensato, o, ancor di più, ci si vergogna di continuare a vivere quando attorno a noi tutti sono stati annientati. Questo ci fa capire che il disumano ci è vicino più di quanto normalmente si possa credere: un breve intervallo divide l’umanità dal suo opposto, uno spazio esiguo che a chiunque può capitare di attraversare.

Nell’esclusione dei gruppi sociali, nell’oggettivazione del corpo femminile e di quello dei bambini, nella percezione del prossimo deviata dai luoghi comuni, lì risiede la demolizione dell’uomo

Continuiamo a guardare da vicino al paesaggio mobile e frastagliato del disumano cercando di fissare le forme sfuggenti in cui provvisoriamente si cristallizza. Un contributo decisamente importante è quello di Chiara Volpato, psicologa sociale, autrice di un libro bello ed efficace (Deumanizzazione, pubblicato di recente dall’editore Laterza). La Volpato introduce una distinzione fra il disumano, che è la negazione dell’umano, e la deumanizzazione che è un complesso processo di sottrazione o di privazione di umanità. E passa in rassegna le diverse strategie attraverso cui gli individui sottraggono umanità ad altri individui «allo scopo di giustificare sfruttamenti, degradazioni, violenze». Come si può legittimare un atto di violenza estrema, l’omicidio di massa, lo sterminio, ma anche la discriminazione? Come si cancella la lenta stratificazione dell’umano? Come si travalica il suo muro? Attraverso una progressiva e incalzante deumanizzazione in cui si priva il proprio nemico o avversario

della sua umanità, lo si tratteggia come un sottouomo o addirittura come un animale (gli ebrei rappresentati dalla propaganda nazista come topi, per fare un solo esempio). La deumanizzazione è una soglia della violenza, una premessa necessaria «perché individui e gruppi vengano respinti ai margini della società e possano essere poste in atto, nei loro confronti, violenze estreme», scrive Chiara Volpato. «La deumanizzazione permette di sopprimere le emozioni di empatia e

compassione che proviamo quando vediamo soffrire i noDemolizione stri simili». dell’umano, la chiama Primo Levi in Se questo è un uomo. Non ci sono uomini nei campi

di prigionia o di sterminio, ma larve, cose, bestie domate la cui morte risulterà del tutto insignificante, non un crimine contro l’umanità, ma una pratica veloce e sbrigativa da gestire con spirito organizzativo. Fa eccezione, ed è necessario ricordarlo, un libro, di testimonianza e di grande pensiero, come quello di Robert Antelme, La specie umana (pubblicato da Einaudi nel ’69), dove l’elemento umano risulta indistruttibile: «Proprio perché siamo uomini come loro, alla fine le SS

saranno impotenti davanti a noi… Il boia può uccidere un uomo, ma non trasformarlo in un’altra cosa». C’è, in Antelme, un’incrollabile, e quasi metafisica, fiducia nell’uomo, che certamente ha alimentato anche la sua personale eroica resistenza. Robert Antelme torna dal campo di prigionia in Germania che è quasi un cadavere, come racconta nel Dolore Marguerite Duras che era sua compagna di vita.

Ma ho l’impressione che gli occhi di Primo Levi vedano di più. Va detta una cosa importante, giunti a questo punto del nostro itinerario, o forse va semplicemente ripetuta, e cioè che il disumano o la deumanizzazione come preferisce dire Chiara Volpato, ci sono vicini, non riguardano soltanto la Germania nazista o la Russia comunista, ottant’anni fa, è storia recente (Ruanda, Darfur, Bosnia, Guantanamo). E dunque non sono cristallizzati nel tempo, non riguardano semplicemente la nostra memoria, ma attraversano questi anni, entrano nel nostro campo visivo, impegnano la nostra valutazione. C’è riduzione di umanità, ad esempio (è parte dell’analisi di Chiara Volpato) dove c’è esclusione di gruppi sociali, c’è riduzione di umanità anche nella diffusa oggettivazione del corpo femminile o di quello del bambino, tutte e due fortemente alimentate dai media. C’è riduzione d’umanità, potremmo dire, tutte le volte che lo stereotipo cancella i volti e le persone. E ognuno di noi credo sappia quanto sia frequente.


ULTIMAPAGINA

Pecorella contesta i dati della Corte dei Conti: «La corruzione nell’Italia del 2012 non è peggiore di quella del 1992»

Vent’anni dopo, le mani sono di Riccardo Paradisi on è vero che siamo tornati ai tempi di Tangentopoli: oggi la corruzione non è ai livelli dei primi anni Novanta. Non esiste un sistema oliato come quello di Tangentopoli». Gaetano Pecorella, esponente Pdl e presidente della commissione di inchiesta sulle ecomafie, non sottoscrive la generalità dei commenti che hanno accompagnato l’allarme lanciato dal presidente della corte dei conti Luigi Giampaolino. Secondo la corte dei conti infatti in Italia la corruzione avrebbe una dimensione di 60 miliardi di euro all’anno anche se le sentenze di condanna della magistratura contabile nel 2011 sono state per soli 75 milioni.

N

Secondo Pecorella si tratterebbe di un annuncio-spot basato su proiezioni, cifre presunte, opinioni. «Come si ricava questa cifra di sessanta miliardi, a quali casi casi, processi, persone e fatti circostanziati e definiti ci si riferisce? Io di queste cifre sparate così mi fido

«Siamo di fronte a una meccanica corruttiva più occasionale. Negli anni Novanta contribuì il sistema internazionale a seppellire la Prima repubblica» poco, trovo che siano approssimative. Naturalmente la corruzione c’è e ce n’è tanta, ma insomma dire che oggi siamo messi come e peggio di Tangentopoli mi sembra un’enormità. All’epoca di Mani pulite c’era un reticolo, un sistema atto a produrre corruzione e finanziamento illecito. C’era una precisa localizzazione degli epicentri del malaffare che si concentravano nelle grandi aree industriali del Paese, oggi ci sono fatti diffusi di corruzione che avvengono ora in Lombardia, ora nel Lazio ora in Umbria o in Campania, senza seguire una logica precisa, senza che vi sia bisogno d’una struttura capillare e verticistica che organizza il flusso del denaro e gestisce appunto il sistema della corruzione. Ci sono dei singoli personaggi che instaurano al limite dei sistemi locali, che praticano il malcostume politico a fini di arricchimento personale o di consolidamento del proprio

PIÙ PULITE potere o della propria cordata. Non è il sistema esploso nei primi anni Novanta che prevedeva un sistema di appalti di finanziamento illecito organizzato, siamo di fronte a una meccanica corruttiva più occasionale anche se non meno grave».

Allora perché l’allarme lanciato dalla Corte dei Conti? «Magari – dice provocatoriamente Pecorella – per accelerare l’iter del decreto anticorruzione». Si spiegherebbe così quella cifra relativa al costo della corruzione, corrispondente a tre manovre finanziarie, lanciata da Giampaolino: «Se questi dati non li abbiamo e non li abbiamo verificati non dovremmo darli. In Gran Bretagna per dire prima di dare cifre si verificano i criteri, si fanno i conti. Noi invece in Italia abbiamo l’abitudine di autoflagellarci, di presentarci al peggio con il risultato che gli stranieri ci credono, anche se non è proprio così». Insomma non sono esatte le cifre e non siamo alla corruzione come sistema. Peraltro rispetto a Tangentopoli è diverso lo scenario internazionale. Pecorella non arriva a dire, come ha fatto ieri l’ex ministro socialista Rino Formica, che dietro Mani pulite c’era sostanzialmente la Cia, però tiene in debito conto il contesto internazionale di quegli anni. «In

quegli anni il sistema politico non obbediva più alle necessità degli allora padroni del mondo. Dopo la caduta del muro di Berlino né la Dc né il Psi davano più garanzie di baluardi dell’anticomunismo. Il collasso dell’Urss fa dunque venire meno la funzione di quelle forze politiche che guarda caso vengono maggiormente travolte dall’urto delle inchieste giudiziarie». Per altro verso – continua Pecorella - il governo era anche indebolito proprio dal sistema corruttivo per cui gli imprenditori internazionali non ne potevano più. «Mentre infatti i nostri imprenditori godevano della possibilità di avere del nero quelli americani per esempio, avendo controlli fiscali strettissimi, non potevano farlo e si trovavano in estrema difficoltà nella concorrenza internazionale. Sono queste le motivazioni che hanno indebolito alla base il sistema politico dell’epoca. Che poi un magistrato come Di Pietro abbia avuto un input della Cia o se sia accaduto per caso che sia riuscito a passare da Chiesa al sistema. Non so se ci si sia messa di mezzo la Cia ma è certo che a quel punto il sistema non andava bene né agli imprenditori, né agli Usa né alla finanza. E la sua fine ha portato alla cosiddetta seconda repubblica».

2012_02_18  

***** Ieri alla Camera l’incontro tra i tre leader:la nuova legge elettorale dopo la revisione costituzionale A vent’anni da Tangentopoli è...