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20217

Nel concepire un ideale possiamo presumere quel che vogliamo, ma dovremmo evitare le impossibilità.

he di cronac

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Aristotele

QUOTIDIANO • VENERDÌ 17 FEBBRAIO 2012

di Ferdinando Adornato

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Atene sull’orlo del fallimento. E in tutto il Continente si apre un dibattito spinoso: a suon di miliardi

Termopili 2012

Oggi la Merkel a Roma. L’Italia è ormai fuori pericolo. Ma sul destino dell’Euro incombe il “caso Grecia”

L’Europa può buttar fuori un Paese culla della sua civiltà?

servizi da pagina 2 a pagina 5

Dura requisitoria del presidente Giampaolino: «Serve subito una nuova legge»

La Corte dei Conti all’attacco «In Italia dilagano corruzione, illegalità e malaffare» di Marco Palombi

ROMA. «Illegalità, corruzione e malaffare sono fenomeni ancora notevolmente presenti nel Paese, le cui dimensioni sono di gran lunga superiori a quelle che vengono, spesso faticosamente, alla luce». Per l’ennesima volta il presidente della Corte dei Conti, attualmente rispondente al nome di Luigi Giampaolino, lancia il suo allarme inaugurando l’anno giudiziario della magistratura contabile. Che fare? Servono, è la risposta, nuove leggi che magari recepiscano le convenzioni internazionali firmate dall’Italia in materia e mai votate in Parlamento e anche fare di questo tema un caposaldo anche culturale.

Una voce che porta nelle casse due miliardi (mal spesi)

Un documento sulla Siria

E i Comuni scoprono il ”tesoretto” delle multe

Strasburgo: «Via Assad, ecco le sanzioni»

di Francesco Pacifico

ROMA. Un tesoretto da quasi 2 miliardi all’anno grazie alle multe agli automobilisti. Manna dal cielo per Comuni dai bilanci disastrati oppure costretti a congelare avanzi e attività per la rigidità del patto di stabilità. Eppure il denaro finisce soltanto in parte alla sua destinazione naturale, alla sicurezza stradale, se «l’Italia» – nota Giuseppe Guccione, presidente della Fondazione dedicata al fratello Luigi, «è all’undicesimo posto nell’Europa a 15 per la diminuzione di morti e feriti». A Roma ogni cittadino, e ogni anno, paga in media 101 euro per le contravvenzioni. Primato che per poco Milano e Bologna, rispettivamente con 100 e 97, non riescono a strappare alla Capitale. a pagina 7

a pagina 6

EURO 1,00 (10,00

CON I QUADERNI)

• ANNO XVII •

NUMERO

33 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

Mentre all’Onu, Cina e Russia bloccano tutto. E anche i Paesi del Golfo Arabo in realtà frenano Antonio Picasso • pagina 10 19.30


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pagina 2 • 17 febbraio 2012

Moody’s taglia le banche

Draghi fa l’ottimista: «Qualcosa si muove» di Gualtiero Lami

ROMA. Mario Draghi mostra qualche segno di (timido) ottimismo. «Sull’economia dell’area euro si confermano alcuni timidi segnali di stabilizzazione dell’attività, su un livello modesto intorno allo svolgere dell’anno»: questo è quanto ribadisce la Banca centrale europea nell’editoriale suo ultimo bollettino mensile, che come di consueto ricalca il comunicato letto la scorsa settimana dal presidente Draghi, al termine della riunione del consiglio direttivo che ha deciso di mantenere al minimo storico dell’1 per cento i tassi di interesse sull’euro. L’analisi della Bce ieri ha trovato conferme nei dati sul Pil. Se in Italia ha infatti subito una netta contrazione, meno 0,7 per cento dai tre mesi precedenti, per l’insieme dell’area valutaria il calo, meno 0,3 per cento, è stato invece meno acuto delle attese grazie a performance meno deboli di Germania e Francia. Tuttavia l’istituzione di Francoforte mantiene un atteggiamento molto prudente nelle sue attese. «Le prospettive economiche restano soggette a incertezza elevata e rischi al ribasso». Sull’economia europea,, tuttavia, pesa anche la raffica di tagli ai rating di enti, banche e assicurazioni operati ieri da Moody’s con la motivazione che «il negativo e prolungato impatto della crisi dell’area euro rende molto difficile la situazione operativa per la banche europee». Sono 114, in tutto, gli istituti di credito europei tagliati da Moody’s, tra cui 24 istituti italiani. Per quanto riguarda l’Italia nello specifico, poi, anche Eni e Poste passano da A2 ad A3, mantenendo negative le prospettive, mentre passa da stabile a negativo l’outlook di Finmeccanica. Quanto al mondo delle assicurazioni, Moody’s ha abbassato il rating di Unipol, Generali, Mapfre, Caser e Allianz Spa a causa «degli investimenti e dell’esposizione operativa in Italia e Spagna» mentre ha rivisto l’outlook di Allianz Se, Axa, Aviva a causa dell’indebolimento delle condizioni economiche complessive e delle prospettive per l’Eurozona.

Oggi Merkel a Roma: si parlerà anche del «salvataggio obbligatorio»

Monti accoglie Angela (ma difende Atene) Il premier, Casini, Bersani: la nostra politica contesta l’accanimento contro i greci. Non c’è Europa senza solidarietà di Osvaldo Baldacci n’Europa senza Grecia? Può esistere un’Europa senza la Grecia? Oppure non sarebbe neanche più l’Europa? È vero che in questi giorni si sta parlando solo dell’aspetto monetario, ma solo i più disattenti possono non vedere le ripercussioni politiche, storiche, culturali, istituzionali di una simile eventualità. È vero che certe lobbies hanno preferito stroncare i riferimenti alle radici greco-romane insieme a quelle giudaico-cristiane, ma non potevamo pensare che questo fosse un prodromo alla cacciata della Grecia dall’Eu-

U

ropa. No, l’Italia non ci sta. L’Italia è schierata fermamente a favore del salvataggio della Grecia, costi quel che costi. Lo ha ribadito il premier Monti al Parlamento Europeo, lo twettano i maggiori leader politici da Casini a Bersani, lo ripetono un po’ tutte le realtà della classe dirigente italiana.

La Grecia è lo spettro più evocato per evitare di finire “come quelli”, ma allo stesso tempo si è convinti dello sforzo per far finire loro come noi, cioè – auspicabilmente – risanati. Anche ieri una delegazione di parlamentari della Com-

missione esteri della Camera dei Deputati ha incontrato l’ambasciatore greco in Italia, Michael Cambanis, per esprimere piena solidarietà per le difficoltà dovute alla crisi che colpisce così duramente la popolazione della Grecia. Una solidarietà che non è solo a parole, dato che l’Italia, nonostante la sua di crisi, contribuisce economicamente con circa 9 miliardi al fondo per salvare la Grecia. Oggi poi arriva a Roma la cancelliera Angela Merkel, e quell’Italia che ha ritrovato la faccia per poter far valere le proprie opinioni parlerà anche di questo, della

necessità di non buttare a mare la Grecia. Perché se questo sentimento è praticamente unanime in Italia, non lo è altrettanto all’estero. La Grecia in fondo si trova in guai così seri anche per questo: la mancanza di convinzione nel suo salvataggio ha provocato ritardi e fatto lievitare costi e rischi: lo hanno detto e ripetuto un po’ tutti gli analisti e gli economisti più avveduti. Maggiore risolutezza e tempestività nel momento in cui la crisi dei conti greci venne alla luce avrebbe comportato costi (prima di tutto economici ma anche sociali) molto, molto più


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17 febbraio 2012 • pagina 3

LUIGI PAGANETTO

Non illudiamoci: se cade la Grecia, cadiamo tutti di Martha Nunziata

bassi. Soprattutto perché la mano ferma dell’Europa avrebbe forse evitato mesi e mesi di speculazione sull’euro. E ora, invece, siamo finiti dove siamo, con un paese in ginocchio e la rabbia che percorre Atene: tanto che in molti, più o meno sottovoce, tornano a parlare seriamente di default guidato della Grecia, e/o di uscita dall’euro. «Credo che la Grecia uscirà dall’Eurozona, ma che questo, alla fine, non determinerà la caduta dell’Euro», ha detto ieri a Venezia Michael Spence, premio Nobel per l’economia 2001.

Secondo fonti governative citate da France Presse, sulla base della relazione stilata dalla troika dei tecnici Ue, Bce e Fmi anche con il nuovo piano di aiuti che la Grecia spera di ottenere da Unione europea e Fondo monetario internazionale, il paese non riuscirebbe a conseguire l’obiettivo di ridurre il rapporto debito pubblico-Pil al 120 per cento entro il 2020. Per questo in molti si chiedono se valga la pena di affrontare sacrifici draconiani per ottenere poco o niente. Se lo chiedono in Germania e Francia (per altro sono le loro le banche più esposte con i debiti greci), ma il punto è che in realtà se lo chiedono anche in Grecia. Non solo i manifestanti nelle piazze: la loro reazione è comprensibile ma non necessariamente scaturisce da un calcolo razionale quanto piuttosto da una rabbia istinti-

va. Ma anche economisti e classe dirigente non populista fanno due calcoli. E un’ipotesi che mettono sul tavolo è quella dell’uscita dall’euro e del default, puntando a un modello argentino e soprattutto scommettendo su un ritorno a una propria moneta, svalutabile e debole rispetto all’euro, tale da produrre introiti dall’estero non tanto con le scarse esportazioni quanto con il turismo che è una risorsa enorme e inesauribile della Grecia,

Bisogna ammettere che anche le incertezze dell’Unione hanno peggiorato la situazione sotto l’Acropoli portando la situazione all’estremo dalla cultura unica unita al mare e sole del suo arcipelago. Un’ipotesi che non può non avere un suo fascino. Ma regge davvero? In molti scommettono di no. L’uscita dall’euro sarebbe un bagno di sangue e la ripresa una scommessa tutta da verificare. Per questo difendere la Grecia conviene ai greci come agli europei.

Ma c’è anche un altro punto essenziale che va alle fondamenta dell’Europa che motiva il necessario salvataggio della

Grecia. La possibilità che un paese in difficoltà venga abbandonato al proprio destino, tagliato come un ramo secco, o a sua volta possa pensare di salvarsi andandosene per conto proprio, beh questo mina alla radice le ragioni dell’Europa e della sua unità. Crea un precedente, incrina profondamente la costruzione dell’Europa unita. Se l’Europa non vuol inseguire solo un modello aziendalista ed economico, dove si può chiudere un ramo d’azienda fallimentare magari per aprirne un altro. Questa reattività delle aziende non può essere applicato a un progetto politico, ideale e culturale come quello dell’Europa, che punta prima di tutto alla pace e al benessere tra i popoli, e di cui l’euro non è solo uno strumento occasionale ma semmai dovrebbe e vorrebbe essere l’apripista di un’“Europa sempre più stretta”. E poi anche economicamente non può funzionare: una costruzione che nasce col retro pensiero che in ogni momento possa essere smontata, decurtata, frazionata, da un lato nasce fragile e poco credibile e certo con minore forza anche verso l’esterno, dall’altro spinge i suoi stessi membri a non riporre tutte le forze e le speranze in una unione così incerta e piuttosto a riservare una parte delle proprie energie a delle riserve nel caso che… Un precedente che non si può accettare, perché alla fine non conviene a nessuno.

ROMA. La Grecia va salvata, e l’operazione va fatta in fretta: il rischio di vedere collassare l’Europa, altrimenti, è dietro l’angolo. Ne è convinto Luigi Paganetto, professore ordinario di Economia Internazionale e Presidente della Fondazione Economica dell’Università Tor Vergata di Roma. Il sostanziale fallimento dell’ultima missione della troika rende ancora più vicino il default della Grecia. Vale la pena, a questo punto, cercare ancora di salvarla? Il professor Paganetto non ha dubbi: «Assolutamente sì. Sono sempre più convinto che non solo valga la pena, ma che sia fondamentale completare l’opera di salvataggio della Grecia. Prima di tutto perché salvarla significa salvare l’essenza stessa del concetto di Europa, per come noi la intendiamo, e per come era stata concepita quando si cominciò a pensare all’Unione Europea, in particolare all’Europa della moneta unica. Quell’Europa che, non dobbiamo dimenticarlo, è stata il volano per gli investimenti, anche al di fuori dei confini del Vecchio Continente, e per la trasformazione radicale dell’economia, con l’utilizzo di capitali che fino ad allora non erano stati disponibili.Tutto questo ha significato una possibilità di sviluppo per tutti i paesi dell’area dell’Euro, che indubbiamente hanno beneficiato del mercato comune, della moneta comune, e del regime di libera circolazione delle merci. È chiaro, perciò, che la perdita di un paese importante, anche se in grave difficoltà come la Grecia (ma anche la stessa Irlanda, o il Portogallo, o la Spagna, o persino l’Italia, che potrebbero trovarsi, tra qualche tempo, nella stessa posizione in cui attualmente versa la Grecia) creerebbe una situazione di assoluta sofferenza per l’intera area dell’Euro. Perciò, la mia posizione, a questo riguardo, è netta: la Grecia va salvata, costi quel che costi. E bisogna anche fare in fretta». Il perché è facile a dirsi: «Più si perde del tempo più il salvataggio diventerà oneroso, e ovviamente renderà ancora più

fragile l’equilibrio all’interno dei paesi dell’Unione Europea». La prossima scadenza, intanto, è slittata a lunedì 20 febbraio, quando l’Eurogruppo deciderà se approvare un nuovo pacchetto di aiuti, scongelando i 130 miliardi che Atene aspetta, e che costituirebbero il salvagente che il governo ellenico sta aspettando. «Il rischio, però, è che il partito di coloro che vorrebbero abbandonare la nave greca al proprio destino rischia di aumentare, dopo la presa di posizione dei ministri delle finanze finlandese, tedesco e olandese che non hanno gradito l’ipotesi di “alternative politiche” formulata l’altro ieri da Antonis Samaras, il premier in pectore che ha garantito gli impegni economici in caso di vittoria delle elezioni, previste ad aprile, ma che ha fatto sorgere molti dubbi sul rispetto degli accordi in caso, viceversa, di sconfitta del suo partito». Insomma: lasciare che la Grecia fallisca, però, e che esca dall’Unione Europea per tornare all’economia domestica della dracma, è un’ipotesi da scongiurare, sempre secondo il professor Paganetto. «Permettere il fallimento greco porterebbe un carico difficilmente sopportabile di ripercussioni negative, in primo luogo per chi vanta crediti verso la Grecia, crediti che, evidentemente, non potrebbero essere riscossi, ma la vera sconfitta, in uno scenario del genere, sarebbe la stessa Europa. Come dicevo prima, la scelta solidale che ispirò l’Europa uscirebbe mortificata in maniera forse definitiva dal verificarsi di un simile scenario economico. Ecco perché io ribadisco la necessità, etica e filosofica, oltre che economica, di mettere in atto il piano di salvataggio della Grecia. Tenere l’Europa unita, con dentro anche la Grecia, significa salvarne l’essenza stessa. Abbandonarla, viceversa, significherebbe venire meno agli impegni di solidarietà, ma, soprattutto, tradire lo spirito che ispirò i padri fondatori dell’Unione Europea. Un rischio che non possiamo assolutamente permetterci di correre. Costi quel costi».


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pagina 4 • 17 febbraio 2012

DARIO ANTISERI

Cos’è l’economia se dimentica i bond della civiltà? ROMA. Siamo ”obbligati” o no? Esiste per il resto d’Europa un vincolo morale, storico – oltre che un semplice interesse di sistema – nei confronti della Grecia? «Noi siamo in debito enorme con la civiltà greca. Noi come europei. Non possiamo negarlo: è un aspetto che conta moltissimo, il nostro mondo si fonda su due pilastri: il primo consiste nella razionalità che i greci ci hanno insegnato, la razionalità, la ragione intesa come discussione critica». A parlare è un filosofo, Dario Antiseri, che in quanto tale riconosce un vincolo filiale oggettivo rispetto alla terra da cui trae origine il pensiero “occidentale”. Ma Antiseri è uno studioso che non dimentica di doversi definire innanzitutto «un liberale cattolico». Né di dover indicare l’altro “pilastro” della nostra civiltà nelle radici giudaico-cristiane: «Dal mondo ellenico non abbiamo ricevuto in eredità anche gli dèi. Siamo figli anche di una rivoluzione nella storia dell’uomo come quella cristiana, che ha avuto conseguenze altrettanto grandi: è grazie a quel secondo cardine che si è passati dalla politica come elemento chiamato a giudicare la coscienza umana al principio contrario, ossia la coscienza umana che giudica la politica». Richiamo non casuale. Perché è appunto una forma di riconoscimento dello spirito a fare premio su aspetti più semplicemente economici, almeno per Antiseri: «Se le conseguenze di un default della Grecia e della sua uscita dall’euro consistessero nella tragedia di un popolo, il resto dell’Europa sarebbe effettivamente chiamato a un irrinuciabile moto di generosità. Compensato, certo, da un impegno dei greci in termini di serietà, di onestà e di sacrificio».

Come si vede la teoretica non si separa dalla morale. Cioè la razionalità, quelli che l’umanista Antiseri definisce «paletti» e che ad Atene pure vanno imposti, sono importanti quanto il vincolo filiale che ci obbliga a salvare l’Acropoli. «Lei mi chiede se l’Europa deve evitare il default della Grecia a tutti i costi. Rispondere è difficile, perché in gioco ci

sono i costi materiali, nel resto del continente, di singoli lavoratori onesti, della buona politica, di imprese oneste e creatrici di benessere, a fronte di una politica come quella greca degli anni passati. totalmente sballata». Perciò lo slancio civile, il necessario richiamo morale che deve, dice il filosofo, spingere l’Europa a salvare Atene, vanno contemperati da precise condizioni: «Non basta che la Grecia prometta di assumere certe misure. Deve adottarle davvero, deve rendere quegli impegni effettivi. Poi certo, altra cosa sarebbe se l’Europa ponesse condizioni tali che finirebbero per infierire oltre il necessario».

No ci sono dubbi in ogni caso, per Antiseri, sul fatto che nelle scelte dell’Eurogruppo debbano essere considerati aspetti di natura non solo economica. Insomma, «conta moltissimo che quella greca sia la civiltà da cui trae origine l’Europa. Giacché l’Europa non è solo nei suoi confini ma nelle idee. Pensiamo in greco e parliamo in latino, ricordiamolo sempre». E poi appunto c’è l’architrave sorretto dalla filosofia da un parte e dal cristianesimo dall’altra. «Se Atene si staccasse, quali sarebbero davvero le conseguenze? Se sappiamo che l’uscita dall’euro condurrebbe il popolo greco a una tragedia, a guerre civili, sommosse, il richiamo alla generosità non può essere eluso. Con dei corrispettivi, ripeto, in termini di disponibilità al mantenimento degli impegni, al sacrificio. Sono considerazioni che svol-

go senza avere precisa cognizione della realtà economica, finanziaria. Rifletto a partire da quanto i media ci riferiscono». Ma cristiana pazienza e consapevolezza «di essere figli della civiltà a greca» conducono il filosofo liberale cattolico Antiseri a una conclusione priva di subordinate. Laddove la troika costituita da Unione europea, Bce e Fondo monetario internazionale parrebbe configurare scelte differenti, con l’analisi che smentisce il raggiungimento entro il 2020 di un rapporto debito-pil sostenibile. Ma appunto, direbbe il filosofo, la ragione critica è nulla se privata della morale.

GIULIO SAPELLI

Il metodo Merkel-Sarkozy non funziona ROMA. Va salvata. Certo che va salvata. Ma non così. «E ci credo che sul destino di Atene comincino a prevalere i dubbi dei catastrofisti: questo non è un piano di salvataggio, ma un piano di distruzione politica e sociale della Grecia». Non è il solo, Giulio Sapelli, a esprimere un giudizio assai negativo sulle misure durissime imposte ad Atene. Ma certo tra gli analisti italiani di prima fila nessuno forse arriva a una stroncatura così spietata. «Guardi, la Grecia ha conosciuto altre fasi in cui è stata messa sotto tutela. Anche in passato abbiamo assistito a commissariamenti delle banche centrali. Erano fatti

con più signorilità, però: mi riferisco ai precedenti novecenteschi. Stavolta il vizio è nella ragione vera dell’intervento, ovvero la presenza nelle banche europee di titoli tossici greci in grandi quantità». Ma le previsioni nefaste della troika, secondo cui neppure il bagno di sangue appena controfirmato dal Parlamento di Atene ridurrà a sufficienza il rapporto debito-pil, non rendono insensati tali sacrifici?

L’economista dell’università di Milano ed editorialista di Corriere della Sera illustra la questione da un’ottica diversa: «Il fatto che la Grecia abbia un


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17 febbraio 2012 • pagina 5

GIULIO FERRONI

Colpendo il Partenone perdiamo l’identità ROMA. A furia di ripeterle inva-

debito alto non pregiudica per nulla la sua economia», obietta innanzitutto. E gli interessi sul debito non erodono tanta ricchezza da soffocare ogni possibile ripresa? «Il pil della Grecia è l’1 per cento di quello europeo. Sarebbe bastato intervenire due anni fa con 150 miliardi per ripianare quel debito e risolvere la questione sul nascere». Perché non è stato fatto? Semplice, risponde Sapelli: «Chiudere il debito greco significava rinunciare a tenerlo sotto assedio. Bisognava tosarlo per bene... L’oligopolio finanziario mondiale è basato sull’aggressione a un’entità debole, a cui poi viene concesso di rialzarsi, in modo da realizzare enormi guadagni. Prima va tosata, però. Sono logiche che il nostro attuale presidente del Consiglio ha ben decifrato. Molti potrebbero essere chiamati in causa in quanto compartecipi di una logica sbagliata. Ma ribadisco: quella che è in corso contro la

Grecia è semplicemente macelleria sociale. Che ovviamente non risolverà il problema. D’altra parte, la malattia non viene dal Mar Egeo: a diffonderla è la politica deflattiva franco-tedesca». Qui la durezza dell’analisi di Sapelli raggiunge il suo punto più estremo: «Con una politica keynesiana di deficit spending avremmo già superato tutto. L’unica speranza è che Merkel e Sarkozy perdano le scalzati elezioni, dall’Spd e da Hollande. D’altra parte la Grecia è nell’euro per ragioni geopolitiche altrettanto discutibili quanto lo furono quelle che la condussero nella Nato».

Ma l’Europa può permettersi di lasciar naufragare la Grecia? Il no di Sapelli va ricondotto al suo impietoso giudizio sui Merkel e Sarkozy: «Se esce la Grecia, la politica deflattiva adottata dall’Europa porterebbe rapidamente alla caduta di Portogallo, Spagna e anche Ita-

lia». Nel senso che il riflesso definito da Sapelli «follia deflattiva», dopo l’eventuale trauma del default greco, scatterebbe in modo ancora più violento. «E l’Europa, a cominciare dai Paesi più esposti, ne resterebbe soffocata». Quindi non è solo alle banche inquinate dai titoli greci ma è all’intero continente che conviene salvare Atene. «Certamente, ma sempre che l’Europa cambi politica. Con quella attuale va a picco. Compresa la Germania, che non può continuare a vivere in una illusoria pax romana. È incredibile che i tedeschi non se ne rendano conto: può darsi siano fuorviati dal fatto che, se le loro esportazioni dieci anni fa erano destinate assai più all’Austria che alla Cina, oggi è ovviamente il contrario. Ma è impensabile che si riesca a stare in piedi senza un mercato europeo. Vedremo fino a che punto arriverà la deriva dell’economia neoclassica. Sappiamo dove ha portato l’Argentina di Menem, che aveva la rete ferroviaria più fitta del mondo e oggi l’ha persa del tutto, con le merci che viaggiano solo su gomma. E gli ambientalisti in silenzio».

no, alcune verità perdono di significato. Giulio Ferroni, tra i maggiori italianisti contemporanei, professore di Letteratura alla Sapienza e autore di volumi diffusissimi nelle università, ritiene che proprio ora valga la pena di ribadire una considerazione sull’Europa decisiva quanto evaporata, o quasi, tanto la si è disattesa: «Senza unità culturale e consapevolezza delle proprie origini, l’Europa non può esserci neppure dal punto di vista economico. Lo riconoscono in tanti. All’origine della crisi finanziaria c’è, è chiaro, proprio una debolezza in termini di identità, di unità ideale». Ecco perché non possono sussistere dubbi sulla necessità di mettere in salvo Atene: «La Grecia è importante per il destino dell’Europa, se riteniamo che l’Europa non debba essere solo fondata su finanza ed economia. Se davvero si riduce solo a questo, l’Europa muore. E allora la Grecia è assolutamente necessaria». Impossibile rinunciare alla terra in cui la civiltà occidentale ha le proprie radici. «Prima viene la Grecia, poi Roma, poi l’Europa medievale e quella dell’Est. Chi in Europa sta meglio deve intervenire. Anche perché chi è in condizioni meno difficili lo deve, certo, a una politica più oculata, ma non solo questo. L’economia greca è una frazione piccola rispetto a quella dell’intero continente: se avessimo avuto una politica finanziaria comune, la crisi di Atene sarebbe già superata».

A frenare lo spirito unitario, conviene Ferroni, «sono anche scrupoli meramente elettorali, mi riferisco a quelli della Merkel innanzitutto. Non credo ci siano dubbi sul fatto che il futuro dell’Europa è subordinato al processo unitario. E devo dire che se questa crisi, quella greca in particolare, fosse pur faticosamente superata, può anche darsi che ne verrebbe una lezione proprio sulla necessità di accelerare il percorso dell’unità. Abbiamo bisogno di una unità vera, e in questo la cultura è importante. Se si consolida l’idea della comune origine, tutto è più facilmente affrontabile. Anche gli errori commessi sul piano economico dai singoli Paesi».

Ferroni dunque scorge all’orizzonte uno spiraglio, un barlume di speranza a cui aggrapparsi, a condizione di veder riaffermata l’identità culturale. «Salvare la Grecia è indispensabile ma certamente Atene deve riorganizzare la propria spesa. Non si deve arrivare al punto di tagliare tutto e ridurre la classe media di quel Paese alla fame. Sono in contatto con coleghi greci che mi rappresentano una situazione tremenda. Vanno avanti e al limite sostengono la loro attività rimettendoci di tasca loro. Tutto peggiora in fretta, ero stato ad Atene a novembre quando le cose non erano arrivate al punto in cui sono oggi, ne ho riportato un’impressione spaventosa». Ci sono colpe della classe dirigente ellenica, «e si deve essere severi come dobbiamo esserlo con la classe politica italiana», ma, ribadisce Ferroni «l’Europa senza l’Italia e la Grecia non esiste». Se si cercano colpevoli, tocca risalire «al destino a cui la Grecia è stata abbandonata per secoli, schiacciata dalla dominazione turca. La centralità della Grecia nel futuro dell’Europa dovrebbe essere lampante soprattutto per i tedeschi: sanno bene cosa la Grecia ha significato per la loro cultura nel 700 e nell’800, sono stati loro con la riscoperta della grecità a riconoscersi eredi di questa grande tradizione. Adesso è doveroso aiutare tene a risollevarsi anche dai propri errori, le va chiesto maggiore responsabilità ma non le va semplicemente imposta una riduzione del debito. Che si abbia a cuore la classe media di quel Paese che, come dappertutto, costituisce il sostegno di una moderna democrazia. Lo si faccia perché non è lungo il passo perché diventi sostegno, viceversa, di regimi totalitari. I greci hanno conosciuto simili derive». Censurare gli errori della politica non può condurre a penalizzare un intero Paese: «Dobbiamo salvare il meglio della Grecia. Sono preoccupato dal punto di vista delle conseguenze sociali, che possono portare anche a una domanda di svolte autoritarie. Il disagio materiale delle persone è pericoloso».

interviste di Errico Novi


economia

pagina 6 • 17 febbraio 2012

Giampaolino inaugura l’anno giudiziario della magistratura. E intanto slitta il ddl anti-truffa: ci sono troppi emendamenti

Italia prigioniera «Corruzione e illegalità frenano il Paese» La Corte chiede una legge contro il malaffare di Marco Palombi

ROMA. «Illegalità, corruzione e malaffare sono fenomeni ancora notevolmente presenti nel Paese, le cui dimensioni sono di gran lunga superiori a quelle che vengono, spesso faticosamente, alla luce». Per l’ennesima volta il presidente della Corte dei Conti, attualmente rispondente al nome di Luigi Giampaolino, lancia il suo allarme inaugurando l’anno giudiziario della magistratura contabile. Che fare? Servono, è la risposta, nuove leggi che magari recepiscano le convenzioni internazionali firmate dall’Italia in materia e mai votate in Parlamento e anche fare di questo tema un caposaldo anche culturale: «Per la corruzione bisognerebbe fare un po’ quello che è stato fatto per la mafia, costruire un momento di lotta» collettivo. Quanto alla legislazione, basterebbe approvare il ddl anticorruzione su cui due anni fa si toccò il punto più alto della polemica dei finiani contro Silvio Berlusconi e che oggi giace dimenticato a Montecitorio: «Quel disegno di legge andrebbe molto curato - scandisce Giampaolino - perché nella sua costruzione originaria affronta, secondo la Corte, il problema della corruzione come deve essere affrontato, cioè in modo sistemico così come impongono le convenzioni internazionali, in un modo del tutto diverso da come il nostro ordinamento e l’esperienza lo hanno finora affrontato». È di sicuro una coincidenza (storica) notevole il fatto che le parole del più alto magistrato contabile italiano arrivino proprio nel ventennale di Mani Pulite e seguano un’intervista assai dura che Francesco Greco, l’unico del famoso pool di Milano rimasto a fare il pubblico ministero, ha rilasciato al quotidiano Il Fatto proprio su questo punto: «Non si capisce perché non si sia ancora intervenuti per adeguare la nostra legislazione alle richieste degli organismi europei e agli impegni che l’Italia stessa ha preso con la comunità internazionale. Soprattutto non si capisce perché non si voglia intervenire con leggi che contrastino seriamente le due principali cau-

se del declino del Paese e della diseguaglianza sociale: la corruzione e l’evasione fiscale».

Non di sole leggi vive, però, la lotta alla corruzione. Servirebbe, ha spiegato Giampaolino, anche “una mappatura” del fenomeno, una sorta di «ricognizione degli episodi più ricorrenti di gestione delle risorse

pubbliche inadeguata, perché inefficace, inefficiente, diseconomica». Il presidente della Corte dei Conti si riferisce così a tutti i comportamenti che arrecano «un danno alle finanze pubbliche»: dalla corruzione nella sanità allo smaltimento dei rifiuti, dal «gravemente colposo» utilizzo di strumenti derivati o prodotti finanziari simi-

La stampa attribuisce a tutti i partiti una testa e un corpo unico

Se la politica non sa difendere se stessa di Achille Serra olitica debole, sconfitta, incapace, inetta: un ritornello continuo che trova ogni giorno nuova eco sui giornali, nelle chiacchiere da bar, nei salotti televisivi, all’interno dei partiti stessi. Qualcosa sarà pure vero, lo sottoscrivo, ma con una precisazione. La politica è debole non solo perché ha fallito nella missione di governare il paese, demandando ai cosiddetti tecnici il compito di salvare l’Italia dalla crisi. E non solo perché sempre più spesso nell’arco di questa legislatura è stata travolta da scandali giudiziari/economici/sessuali o perché ha perso i contatti con la gente. La politica è debole prima di tutto perché non riesce a difendere neanche se stessa. Quotidianamente gli organi di informazione sferrano attacchi feroci contro i suoi esponenti. Alcune volte, a ragione, sono attacchi contro i singoli, colpevoli di essere coinvolti in affari verosimilmente o certamente illeciti. Il più delle volte, tuttavia, sono attacchi indecenti contro tutta la classe politica come se avesse una sola testa e si muovesse come un corpo unico. Ladri, nullafacenti, profittatori, evasori: per certi giornalisti siamo tutti uguali.

P

Fermo restando l’articolo 21 della nostra Costituzione, pilastro irrinunciabile dell’ordinamento democratico, mi chiedo se certe inchieste sui conti in banca della classe politica abbiano realmente a che fare con la libertà di stampa e il diritto a essere informati dei cittadini.Vorrei ricordare, inoltre, quanto acclarato ormai dagli Anni ’70: la propaganda di beni e proprietà dei singoli cittadini è un incentivo ai delitti e in particolare ai sequestri di persona. Tali inchieste tra l’altro hanno la prerogativa di non accontentarsi mai. Se Senato e Camera ammettono eccessi e sprechi e procedono a tagli e ridimensionamenti, le grida scandalizzate di chi accusa i politici di rapina a mano armata ai danni dei cittadini anziché placarsi, si acuiscono. E allora viene da chiedersi: volete raggiungere un obiettivo o solo dare libero sfogo al vostro protagonismo? È innegabile che screditare quotidianamente e con violenza l’intera classe politica senza alcun distinguo, incrinando forse irrimediabilmente il rapporto di fiducia dei cittadini con i loro rappresentanti mette a serio rischio la salute della nostra democrazia. Incoscienti dunque i giornalisti censori quando esagerano, ma ancor di più i politici che debolmente si nascondono anziché rispondere con forza a questi attacchi. In tanti, troppi, non abbiano niente da nascondere: è forse ora di gridare un po’ anche noi!

«Il 36% dell’Iva viene sistematicamente evaso: questo dato non ha pari in Europa»: proprio nel mancato rispetto delle regole fiscali c’è la radice profonda della crisi li alla “costituzione e gestione di società a partecipazione pubblica e alla stipula di contratti pubblici di lavori, servizi e forniture”per finire con «gli errori nella gestione del servizio di riscossione dei tributi». Ovviamente non tutta la relazione di Giampaolino è stata dedicata alla corruzione, che non è d’altronde l’unico ostacolo che il Paese incontra sulla via della normalità: l’evasione fiscale resta una piaga largamente non sanata che ammonta «secondo i nostri calcoli a 100-120 miliardi di euro». Per di più, sostiene la magistratura contabile, «analisi accurate condotte per la sola Iva evidenziano per l’Italia un tax gap superiore al 36%, che risulta di gran lunga il più elevato tra i grandi paesi europei, con l’eccezione della Spagna, per la quale lo stesso

rapporto supera il 39%». Finita? Macché. Ci pensa il pg della Corte, Maria Teresa Arganelli, ad aggiungere un capitolo al cahier de doléance: «Incarichi e consulenze restano una spina nel fianco della pubblica amministrazione. Nonostante le sentenze e le leggi, ci sono ancora casi macroscopici in cui si perseguono obiettivi personalistici cui è estraneo l’interesse pubblico». Non poteva mancare, infine, un capitolo sui conti pubblici, tema che ha dominato l’anno appena trascorso: «Il 2011 sarà ricordato nella storia della finanza pubblica italiana per la severità della situazione economica e per l’affanno con il quale i governi hanno rincorso i rimedi necessari a fronteggiarla e ad arginarne gli effetti più devastanti», ha spiegato il presidente della Corte, secondo cui le misure prese sono comunque «adeguate a raggiungere il pareggio di bilancio nel 2013», nonostante siano «sbilanciate sul versante delle entrate». Anche qui, non manca un profilo di critica generale: «Mentre grande attenzione è riservata alle proiezioni e alla stima degli effetti attesi dei principali provvedimenti, sono invece carenti le misure e le valutazioni ex post circa l’impatto che le politiche pubbliche esercitano sulla dinamica delle en-


economia

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Luci e ombre nello studio della fondazione Guccione e dell’Istituto Iica

Multe, un tesoretto da 2 miliardi (mal speso) Le contravvenzioni aumentano anno dopo anno, ma non cala il numero dei morti sulle strade italiane di Francesco Pacifico

ROMA. Un tesoretto da quasi 2 miliardi all’anno grazie alle multe agli automobilisti. Manna dal cielo per Comuni dai bilanci disastrati oppure costretti a congelare avanzi e attività per la rigidità del patto di stabilità. Eppure il denaro finisce soltanto in parte alla sua destinazione naturale, alla sicurezza stradale, se «l’Italia» – nota Giuseppe Guccione, presidente della Fondazione dedicata al fratello Luigi, «è all’undicesimo posto nell’Europa a 15 per la diminuzione di morti e feriti».

Sanità, smaltimento dei rifiuti, uso «gravemente colposo» di derivati o prodotti finanziari simili, costituzione e gestione di società: qui nascono i peggiori imbrogli trate e delle spese», motivo per cui c’è «una quasi totale mancanza di documenti e studi dedicati a verificare a posteriori se, quanto e come abbiano in realtà funzionato gli strumenti impiegati».

Nessuna sorpresa riguardo alle reazioni politiche. Un coro unanime di alti lai sui danni, persino psicologici, che derivano all’Italia da questa situazione. Parole di verità sono arrivate dal ministro della Giustizia Paola Severino: «Mi sembra che sia un allarme che tutti gli anni ci accompagna, a riprova del fatto che il fenomeno non è stato debellato». La Guardasigilli, curiosamente, parlava lasciando la Corte dei Conti proprio per recarsi nelle commissioni Affari costituzionali e Giustizia della Camera per di-

scutere il famigerato ddl anticorruzione, parcheggiato da circa un anno. Alla fine la decisione del governo, sostanzialmente, è stata quella di azzerare il lavoro fatto e rinviare l’arrivo in aula del ddl previsto per il 27 febbraio: «Il ddl slitterà», ma «partire qualche settimana dopo con il piede giusto costituisce alla fine un risparmio di tempo». Gentilmente la ministro ha poi elogiato «il grande lavoro parlamentare fatto» che il governo vuole salvaguardare presentando «una proposta concreta e un contributo costruttivo». La faccenda è stata spiegata in maniera più chiara dalla finiana Angela Napoli: «Io giudico il testo che ci è arrivato dal Senato un puro manifesto e, come tale, poco incisivo per contrastare le dilaganti corruzioni, illegalità e malaffare». Bene ha fatto dunque la Severino, ha concluso la deputata calabrese, a bloccare tutto per arrivare ad «un provvedimento realmente efficiente». Quanto ai tempi, il rinvio per l’arrivo in aula dovrebbe essere di circa un mese (fine marzo): il governo si sarebbe impegnato a presentare i suoi emendamenti tra quindici giorni e le commissioni congiunte avrebbero così due settimane per esaminare il nuovo testo ed eventualmente emendarlo.

A Roma ogni cittadino, e ogni anno, paga in media 101 euro per le contravvenzioni. Primato che per poco Milano e Bologna, ricon spettivamente 100 e 97, non riescono a strappare alla Capitale . Seguono Torino e Napoli (67 euro), mentre la pressione sembra più bassa a Reggio Calabria (10 euro), Messina (18 euro) e Trieste (24 euro). E se nel caso del capoluogo giuliano è facile spiegare la tendenza con la bassa mortalità sulle strade, per i due centri del Sud non si può escludere il lassismo delle amministrazioni. L’urbanista Maurizio Coppo, per la già citata Fondazione Luigi Guccione e per l’Istituto Internazionale per il Consumo e l’Ambiente, ha calcolato quanto incassato le prime 15 città metropolitane italiane e quanto hanno investito in sicurezza. E il rapporto spesso è negativo. Nell’ultimo quinquennio Roma ha registrato infatti 1002 morti sulle strade, tre volte di più di quelli che si registrano a Milano ( 373 morti) e quattro rispetto a Napoli (230 morti). Ma nel bollettino di guerra rientrano a pieno titolo Torino (207 vittime), Palermo (194), Catania (112), Bologna (102), Messina e Bari (84 morti), con il risultato di far apparire isole felici realtà come Genova dove pure si sono registrati 71 casi di incidenti mortali, Trieste (65) e Venezia (64), Cagliari (61) e Reggio Calabria (39). L’Italia paga soprattutto la frammentazione del suo territorio e le poche infrastrutture su ferro (tramvie e metropolitane), che permettono ai cittadini di lasciare l’auto in garage. Eppure c’è ben altro, se si guardano come vengono spesi gli 1,6 miliardi incassati attraverso le multe delle polizie municipali e i 400 milioni recuperati da Polstrada e Carabinieri. Che infatti finiscono in mille rivoli. Non a caso, segnala Giuseppe Guccione, «Lo Stato, negli ul-

timi cinque anni, per il Piano Nazionale per la sicurezza stradale ha speso in media solo 30 milioni all’anno». L’articolo 208 del codice della strada prevede che la metà degli importi delle contravvenzioni venga reinvestita proprio nel campo della sicurezza stradale. Ma la legge è abbastanza vaga tanto da lasciare ampio spazio di manovra agli amministratori. Marco Causi, storico assessore al Bilancio delle giunte Veltroni a Roma, sottolinea che «la legge finisce per concedere ampia discrezionalità ai Comuni, perché parla in generale di interventi a favore della mobilità. Se poi consideriamo che quanto si raccoglie da questa voce è superiore spesso a quanto previsto, allora si comprende che non è difficile rispettare i pochi limiti pure imposti a livello nazionale». Conferma Claudio Lubatti, assessore alla Mobilità di Torino: «Il problema sono i vincoli dell’articolo 208. E lo dico io, che ho ereditato una lista d’interventi molto sobria».

Secondo la legge degli introiti delle contravvenzioni il 25 per cento dovrebbe essere destinato alla manutenzione delle strade, 12,5 al miglioramento della segnaletica, un altro 12,5 alle attività di controllo delle polizia stradale. Invece dallo studio della fondazione Guccione e dell’Istituto Iica Trieste ha la palma per il massimo reimpiego nel campo infrastrutturale (85,1 per cento), Milano è sotto la media (46,5), mentre hanno molto terreno da recuperare Venezia (5,85 per cento), Messina (3,4) e Reggio Calabria (0 per cento). Sulla segnaletica il migliore è il capoluogo lombardo (55,2 per cento), mentre la peggiore è Genova (0 per cento). Bocciate anche Bologna (2,4) e Roma (1,4). Mentre alle attività di controllo va, in media, soltanto il 9,3 per cento degli introiti della contravvenzioni. Una tendenza sulla quale è difficile intervenire anche perché, come ha ricordato Sergio Dondolini, direttore generale della Direzione Sicurezza stradale delle Infrastrutture, «a livello centrale si riesce a controllare soltanto il 27 per cento dei Comuni». Secondo Causi, oggi deputato del Pd, «non si può escludere che negli anni alcuni Comuni abbiano risposto all’emergenza di bilancio eccedendo in zelo. Tuttavia in tutto il mondo si abbassano i limiti di velocità per migliorare la vivibilità dei centri urbani».

Pochi i fondi reinvestiti in sicurezza. Ogni automobilista a Roma paga in media all’anno 101 euro. Trieste è un’isola felice


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Rapporto (segreto) sul com Caduto il fascismo, la repubblica democratica si preoccupò di “spiare” intellettuali e artisti schierati a sinistra e in favore dell’Urss. In un libro, Mirella Serri ricostruisce la stagione dell’impegno attraverso i documenti della polizia di Gabriella Mecucci a storia è andata così: prima – durante il fascismo – moltissimi intellettuali italiani si acquattarono tranquilli accanto al regime. Alcuni ne furono sostenitori, altri ne ebbero vistosi giovamenti economici, altri ancora semplicemente non dissero nulla. Il risultato fu che quando si trattò di firmare fedeltà al regime, solo 12 docenti universitari dissero no. Per il resto, tutti – dicasi tutti – eseguirono l’ordine di Mussolini. Di antifascisti espliciti ce n’erano dunque ben pochi. E, persino Norberto Bobbio, scrisse quella celebre lettera al duce di cui disse, cinquant’anni dopo: «Me ne vergogno».Tant’è, le dittature sono dure, crudeli, occhiute (hanno polizie che spiano efficacemente). E pochi sono capaci di compiere atti di eroismo.

L

ro Togliatti. Nel dopoguerra, almeno fino agli anni Ottanta, le forze dell’ordine si dedicarono a spiare una gran quantità di intellettuali. Ed è così che nei faldoni si ritrovano le vite di personaggi come Cesare Zavattini e Italo Calvino, Gianni Corbi e Saverio Tutino, Rossana Rossanda e Paolo Sylos Labini, Edoardo De Filippo e Vittorio Gassman, Pier Paolo Pasolini e Luchino Visconti. E anche quelle di numerosi ex azionisti. Ci fermiamo qui perché l’elenco sarebbe lunghissimo. Curiosamente vengono più controllati i “compagni di strada”del Pci che quelli che vi aderiscono in modo aperto, con tanto di tessera. Più avanti toccherà ai “gruppettari”: da Gad Lerner a Paolo Liguori, da Giampiero Mughini, a Piergiorgio Bellocchio finire sui taccuini dei segugi.

Mirella Serri, ha scoperto e consultato le carte di chi spiava e ha ricostruito non solo racconti e giudizi espressi dalla polizia, ma anche i modi di fare, gli errori, le ideologie degli spiati. Ne è venuto fuori un libro che fa comprendere meglio

Finito il Ventennio, tanti di quegli intellettuali che l’avevano esaltato o comunque temuto, diventarono di sinistra. I più scelsero il ruolo di “compagni di strada”del Pci. E la Dc, allora al governo, decise di controllarli. I democristiani non si comportavano certo come i fascisti. Non chiedevano dichiarazioni di fedeltà, né tantomeno minacciavano e processavano. Epperò cercavano di saperne di più, attraverso la polizia, per capire se ci fosse un rischio eversivo, un’intelligenza col nemico sovietico. Del resto parecchi fra gli agenti fascisti, dopo un periodo di allontanamento, rientrarono nei ranghi. Valga per tutti l’esempio di Guido Leto, che per un certo periodo fu a capo dell’Ovra e che rioccupò, a partire dal ’46, – finite le traversie giudiziarie – posti di prestigio anche nella polizia della Repubblica antifascista. L’«epurazione» non ci fu: non la volle nemmeno Palmi-

Luigi Pintor reclutò un gruppo di famosi teatranti fra cui spiccano i nomi di Eduardo e Vittorio Gassman, «giovane sensibile e irrequieto» quali fossero i rapporti del mondo culturale italiano col Pci, col Psi, con l’Urss e poi con le successive ubriacature terzomondiste: dal maoismo al guevarismo. Il saggio, edito Longanesi, s’intitola Sorvegliati speciali. Gli intellettuali spiati dai gendarmi (1945-1980). La Serri ripercorre così il periodo in cui la cultura italiana ha seguito l’imperativo sartriano dell’ engagement, di cui Lucio Colletti, fra i più spiati e fra i più intelligenti, fu un teorico non solo quando militò a sinistra, ma anche quando si schierò col centrodestra. Sorvegliati speciali non punta a menar scandalo o a gridare al regime, ma a ripercorrere la storia di un paese dove viveva e operava il più forte partito comunista occidentale: con le sue caratteristiche speciali e con le sue furbizie propagandistiche. Un paese dove i comunisti erano condannati sempre ad opporsi e i democristiani sempre a governare.

Il Pci – Togliatti in primis – puntava molto sul rapporto con gli intellettuali. Il “Migliore” sulle questioni culturali amava, in alcune occasioni, scendere in campo in prima persona. La sua più famosa performance fu quella contro il Politecnico di Elio Vittorini. Ma vediamo, la mappa dei centri i cultura che dovevano reclutare i “compagni di strada”. Ci sono i più famosi, come gli istituti Gramsci, rimasti in piedi e alcuni benemeriti sino ad oggi. Due grandi animatori delle “palestre del pensiero”volute da Togliatti nel dopoguera, furono, almeno a stare alle informazioni degli “spioni”, due personalità che poi - nel 1968 - vennero espulse dal Pci. A Roma, Luigi Pintor, fratello più giovane di Giaime, aprì i battenti del proprio appartamento al “Centro del teatro”e anche alla “Federazione nazionale dei circoli del cinema”. Le organizzazioni si proclamavano “apolitiche”, ma i poliziotti non se la bevvero e da subito segnalarono a chi di dovere che lavoravano per diffondere «i principi ideologici marxisti per l’arte e la cultura», e in particolare «il teatro e il cinema sovietici». Pintor partì dunque alla conquista di un mondo importante. Dopo aver incamerato il no di Silvio D’Amico, fondatore dell’Accademia d’arte drammatica, cominciarono ad arrivare parecchi e quali-


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munismo all’italiana

Dagli anni Settanta in poi, i dispacci si soffermano soprattutto sull’estremismo che sfociò nell’internazionalismo inneggiante a Mao e al Che ficati sì. I segugi dettero particolare rilievo all’ “adesione” di Vittorio Gassman, «giovane estremamente intelligente, ma di temperamento sensibile e irrequieto». Certamente ha subito – sostengono i dispacci - «l’influenza» di Visconti che considera un maestro. L’attore «preferisce» però che le proprie inclinazioni politiche non diventino di dominio pubblico. Come lui si comporteranno anche Eduardo De Filippo (ma non sempre) e Vittorio De Sica. Ma il“Centro”si riempì anche di gente che non aveva nessuna difficoltà a proclamare la propria idelogia: da Za-

In alto, il celebre dipinto di Guttuso, «I funerali di Togliatti» nel quale il grande pittore ritrasse non solo i dirigenti del Pci ma anche gli intellettuali vicini al partito. A sinistra, il giovane Vittorio Gassman. A destra, dall’alto, Visconti, Colletti e Calvino

vattini a Vasco Ptratolini, da Lizzani a Squarzina. Questi ultimi due erano stati anche fascisti dichiarati. A Milano invece ad aggregare intellettuali ci pensava contemporaneamente a Pintor - la Casa della Cultura guidata da Rossana Rossanda. La“ragazza del secolo scorso”mise insieme un gruppo di cui facevano parte «da Franco Lattes,“detto Fortini”a Raffaele Mattioli, da Banfi a Arturo Carlo Jemolo, da Paolo Grassi a Cesare Musatti, da Lelio Basso a Riccardo Bauer». I nostri agenti riempivano faldoni interi con le loro attività e i loro scritti.

C’è poi tutto il capitolo dei viaggi in Urss, al cui ritorni si raccontano le “magnifiche sorti e progressive” dei soviet. I comunisti alla Calvino cantano le glorie del paese dove “governano i lavoratori”, ma anche gli azionisti tipo Emilio Lussu non scherzano. Solo lo storico Franco Venturi avanza critiche. E che dire della quantità e qualità di intellettuali che frequentano l’associazione Italia-Urss? Tanti e molto impegnati, anche se talora riescono a prendere qualche distanza dal modo di intendere la cultura nell’impero sovietico. Nel 1956, la prima grande rottura con gli intellettuali, a seguito dei “fatti d’Ungheria”: ben 101 uomini di cultura appongono la propria firma a un

documento di chiaro dissenso. Fa piacere segnalare che Mirella Serri considera su questo episodio una fonte molto importante il libro di Valentina Meliadò, edito da liberal con una prefazione di Renzo Foa. Dopo la rottura, i comunisti italiani però non mollarono e si lanciarono nell’operazione di “recupero”– così raccontano le carte della polizia – che riuscì piuttosto bene. L’episodio più si-

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gnificativo di questa strategia si verifica a Napoli. Qui – grazie alla mobilitazione straordinaria del locale circolo della cultura – i comunisti, proprio dopo il terribile ’56, riescono a far esporre pubblicamente come loro simpatizzante nientemeno che Eduardo De Filippo. Il grande drammaturgo diventò infatti presidente della struttura creata da Andrea Geremicca allo scopo «di avvicinare personalità della cultura al mondo sovietico». E, negli anni successivi al ’56 sino al Settanta, sarà molto presente, anche a livello nazionale, nell’attività dell’associazione Italia-Urss, occupandosi naturalmente della sezione teatro. Mentre Zavattini era responsabile di quella del cinema, Abbado della musica, Guttuso delle arti figurative e Carlo Levi della letteratura. Sempre nello stesso periodo, la firma di Eduardo apparitrà più volte sotto numerosi appelli che spingono affinchè in altre città si creino circoli simili a quello napoletano. I segugi che lo seguono si stupiscono per questa intensa attività dell’intellettuale italiano più conosciuto all’estero. Un uomo che in passato – come venne puntualmente registrato dall’Ovra – era stato antifascista, ma che non aveva mai voluto apertamente dimostrare le proprie simpatie per il Pci nemmeno a Liberazione avvenuta. Con l’Eduardo diventato “militante”i comunisti italiani misero a segno un colpo magistrale. Ma andarono ben oltre questo exploit. Come dimostrano i nomi – già citati - dei dirigenti di Italia-Urss: il gotha della cultura nazionale era alla loro corte. Del resto una testimonianza di ottusa fedeltà sovietica, venne nientemeno che nel 1972, davanti a studenti comunistissimi ma critici verso Mosca, da Elsa Morante. La grande scrittrice sparò a zero contro le accuse che quel pubblico beatnik lanciava contro l’Urss.

Siamo ormai arrivati però al periodo in cui iniziano i deliri maoisti e fuochisti. I sessantottini contestano sì le repressioni sovietiche,ma lo fanno in nome di altri teorici e pratici costruttori di altri feroci totalitarismi. E talora – come nel caso di Pol Pot – ancora più sanguinari. I nostri segugi in quel periodo hanno molto da fare: i più – diciamo così – vivaci sono quelli di “Lotta Continua” e “Potere Operaio”, ma che dire dell’attuale super legalitario Paolo Flores D’Arcais che impugnava cartelli come: «Non pace ma guerra ai padroni»? E mentre montava su tutte le piazze l’inno alla rivoluzione, intellettuali di diverse estrazioni (da Giorgio Bocca, a Franco Cordero, da Piergiorgio Bellocchio a Umbero Eco) firmarono un manifesto dove si sosteneva che occorreva ormai praticare «l’illegalità e la violenza». Intenzioni molto poco pacifiche, legalitarie e democratiche. E questo sarà solo uno dei tanti appelli del genere vergati dai più importanti uomini di cultura italiani. Quelli vicini al Pci in parte erano sedotti da questi deliri, in parte li combattevano. È altamente istruttivo leggere questa ricostruzione che Mirella Serri perché consente di comprendere quante complicità ci furono verso un movimento che in misura significativa approdò poi al terrorismo. In tanti che oggi si chiamano fuori, c’erano dentro sino in fondo. E se avessero vinto loro, l’Italia sarebbe finita molto male. Lo scontro fu durissimo e l’intensa attività di spionaggio ne è una testimonianza tanto poco commendevole per quanto – dispiace ammetterlo – utile.


mondo

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Sanno che, crollata la Siria, l’onda attraverserà il confine e si rifrangerà su Amman. Fino ad arrivare alla Penisola arabica

Il convitato di Petra I Paesi del Golfo, che gestiscono la Lega araba, temono la caduta di Assad più di Cina e Russia. Ecco perché di Antonio Picasso attesa non dissolve i dubbi e non spinge all’ottimismo. Il giornale va in stampa nel momento in cui l’Assemblea generale dell’Onu si riunisce per discutere un nuovo documento di condanna del regime siriano. Lo scorso dicembre, lo stesso organismo aveva approvato un’iniziativa simile, con 131 a favore, 11 contrati e 43 Paesi astenuti. I numeri sono buoni. Il Palazzo di vetro è contro gli scagnozzi del Baath. La qualità però non soddisfa. Il punto debole di un documento di questo genere è

L’

il fatto di non essere vincolante. Una risoluzione del Consiglio di sicurezza renderebbe immediatamente esecutive le misure adottate.

Ma sappiamo che è impossibile: Cina e Russia non intendono firmare la condanna di Assad. A questo punto, il testo che può partorire l’Assemblea generale è solo di indirizzo politico. Vale a dire nulla che possa bloccare il massacro in corso nel Paese mediorientale. Stando alla cronaca, sembra che la furia del regime sia rallentata. Il numero di attivisti uccisi ieri ad Hama è di “appena”15. Cifra grottescamente esigua, rispetto alle centinaia della scorsa settimana. Tuttavia, non possiamo sapere quel che accade ogni giorno nelle galere e nei villaggi. I numeri forniti sono quelli ufficiali. Ma la repressione, si sa, non agisce solo alla luce del sole e con i mortai. L’intelligence del raìs è nota per la crudeltà. Facile pensare che non abbia cambiato modus operandi. Ha fatto bene quindi il segretario generale delle Nazioni unite, Ban Ki-moon, a parlare di crimini contro l’umanità. La diplomazia internazionale si sta lentamente emancipando dalle accortezze linguistiche. Solo fino a

un mese fa, si esitava a parlare di guerra civile. Così come gli amici di Assad accusano gli attivisti di terrorismo, risulta adeguato adottare un lessico altrettanto esplicito di condanna del regime. Ma quand’è che cadrà Assad? No, non è questa la domanda che bisogna porsi oggi. Le sorti della repubblica siriana non sono ancora del tutto segnate. A dirlo sono gli osservatori locali, in particolare gli israeliani, ma anche i fatti che stanno cadenzando lo scontro. A fine mese sarà un anno esatto dai primi sintomi rivoluzionari. La Siria conferma che la così chiamata allora primavera araba ha una modalità di sviluppo differente da Paese a Paese.Tempi brevi e pochi morti in Tunisia. Un lungo interregno in Egitto.

La rivolta siriana è caratterizzata, per disgrazia della sua popolazione, da un crescendo di violenza, le cui previsioni restano indefinibili. Questo perché ogni regime che si vuole abbattere ha la sua identità. Fino allo scorso anno il governo di Damasco era proverbiale per i suoi tratti oscuri. La mano sinistra non sapeva cosa facesse quella destra. Così si diceva. Assad non si è smentito per niente. Dando l’ok all’artiglieria pesante di sparare sui tetti di Homs si è messo in concorrenza con il padre, il quale trent’anni fa aveva fatto piazza pulita dei fratelli musulmani di Hama. Oggi la repressione è segnata da momenti di schietta crudeltà, intervallati con lati oscuri. Prendiamo il caso dei 400 minorenni che l’Unicef denuncia essere stati uccisi perché avversari del raìs. La cifra può essere vera. Ma nessuno

può darci la conferma. Damasco è sempre stata così: fumosa e sfuggente. Quindi perché non cade Assad? I nostri contatti in Israele dicono che prima della fine dell’anno non se ne farà nulla. Ma forse questo esporsi con una data, comunque lontana, nasce dal voler far sperare gli occidentali. Assad resiste perché a troppi interessa che la Siria resti in uno stato di crisi costante. Non è soltanto una questione di Cina e Russia. Solo ieri, Pechino ha espressamente detto che una risoluzione in Consiglio di sicurezza contro il regime la condizionerebbe ad avanzare il proprio veto. È una mossa scontata la

ce anche agli iraniani, i cui interessi finanziari e commerciali sul Mediterraneo non possono essere rappresentati solo da Hezbollah e Hamas. Peraltro anch’essi in difficoltà se il regime siriano crollasse. No, i veri sostenitori non tanto di Assad quanto del caos siriano vanno cercati altrove. Vale a dire nei Paesi della Lega araba che temono e tremano per la prosecuzione dell’effetto domino. Primavera rivoluzionaria: un osservatore realista sa che il fenomeno non è squisitamente regionale. Delle rivolte datate 2011, l’unica andata davvero a buon fine è stata quella tunisina. In Egitto le molle della ten-

Il documento di condanna dell’Assemblea generale dell’Onu ha il difetto di avere un indirizzo politico, dunque non vincolante. Una risoluzione del Consiglio di sicurezza renderebbe esecutive le misure loro. Oltre che inutile. Basta l’esplicita opposizione del Cremlino per bloccare tutto. Sempre ieri, a proposito dei russi, vi ha messo del suo anche il leader ultra-nazionalista Zhirinovsky, che ha offerto ad Assad un esilio sicuro nel suo Paese. Il solo commento che viene da fare in merito è che a Mosca governo e opposizione sono un’unica voce nel sostenere i cattivi del Medioriente. Per completezza di lista, si ricordi che Assad pia-

sione e dello scontro confessionale sono pronte a scattare.

Per la Libia, ci si illude che linciato Gheddafi il problema sia stato risolto. Ma lì, tra le dune la guerra civile è ancora in corso. Assurdi i casi di Yemen e Bahrein. Perché nel primo il raìs cacciato, che si credeva per giunta in fin di vita a causa di un attentato, è tornato in sella al potere e adesso nessuno osa contrastarlo. Nell’emirato inve-


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Il presidente afgano e gli iraniani in Pakistan per la trattativa con i talebani

Karzai prepara con Islamabad il dopo «transizione» di Pierre Chiartano iù che di nuovi equilibri potremmo parlare di equilibrismi afgani. È ciò che viene in mente pensando a quello che dovrà affrontare il governo di Kabul quando la fase di transizione delle responsabilità per la sicurezza e il controllo del territorio saranno definitivamente passate a esercito e polizia locale. Il presidente afghano Hamid Karzai è arrivato ieri per una visita in Pakistan. Ufficialmente è per trattare i negoziati con i talebani, ma in realtà il presidente afgano sta cominciando l’inevitabile trattative con i veri padroni della parte meridionale del paese. E quanto Karzai sia attento agli umori di Islamabad – ancor di più dopo l’annuncio ufficiale del ritiro di Isaf entro il 2014 – è piuttosto evidente. Già nell’ottobre scorso, durante l’incontro col segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, dopo essersi lamentato per le ambiguità pakistane, si era subito affrettato a prendere una posizione inequivocabile: «in caso di guerra contro gli Usa, l’Afghanistan sarebbe stato al fianco del Pakistan». Il potente vicino non aveva gradito la presa di posizione – legittima e naturale – in difesa dell’indipendenza del proprio stato da ingerenze esterne. Guerra di parole, perché Washington, anche dopo il ritiro, continuerà a mantenere una presenza vigile nel paese centrasiatico. Non solo istruttori, ma strutture tecnologiche e militari in grado di garantire che gli impegni presi da Kabul non vengano sacrificati sull’altare del mercato della politica regionale. Con un paese soggetto a interessi esterni fortissimi che ne minano l’unità. L’Iran a Ovest, il Pakistan a sud, la Cina a oriente e l’India che cercherà di fare di tutto per “smontare” le trame tessute da Islamabad.

P

Finché il raìs di Damasco sarà al potere, gli altri avranno un nemico straniero contro cui scagliarsi. Poi sarà nuovamente una primavera araba che degenererà e si allargherà a macchia d’olio ce si è fatto di tutto perché la rivolta passasse come una manifestazione organizzata dagli iraniani, a sostegno della maggioranza sciita, e non spontanea. In questo modo chi indossava la corona ha ricevuto il plauso dell’opinione pubblica mondiale per aver contenuto e represso l’ingerenza di Teheran. In sede Nato nessuno vuole muovere un soldatino. E hanno anche ragione. Un po’ perché intervenire a Damasco può voler dire iniziare e non sapere quando tornare a casa. Un po’ perché si pensa - giustamente che adesso spetti agli arabi mettere a posto a casa propria e senza aiuti esterni. Qui è da notare come la stessa Turchia, fino a prima di Natale tanto entusiasta nell’intervenire, oggi si dimostri ben più freddina. Il vero problema è a Riyadh. Non facciamoci illudere dal fatto che la risoluzione dell’Assemblea Onu in corso di discussione nasca da una proposta saudita. E tanto meno crediamo alle denunce della sua stessa monarchia che accusa Assad di essere un satrapo sanguinario. I Paesi del Golfo - sono ormai loro a gestire la Lega - sanno che

una volta crollata Damasco, l’onda attraverserà il confine e si rifrangerà contro la bianca Amman. In quel caso re Abdallah saprà conservare la giovialità per cui è conosciuto e apprezzato all’estero?

Poi la rivolta penetrerà nella Penisola arabica, mettendo in discussione il mercato petrolifero di tutto il mondo e facendo il gioco dell’Iran. A onor del vero tutto questo sta già succedendo. I Fratelli musulmani in Giordania hanno la stessa forza elettorale di quelli egiziani. Lo si è visto negli anni passati. Lo ha confermato l’ultima crisi di governo in autunno. La rivolta saudita - sciiti contro monarchia - sembra che al momento segua la pista del Bahrein. Ma quanto potrà resistere questa facciata di buoni governi che contengono le forze sovversive? Sulle spalle di Assad si stanno riversando tutte le contraddizioni della regione. Finché lui sarà al potere, gli altri avranno un nemico straniero contro cui scagliarsi. Poi sarà nuovamente una primavera araba che degenera e si allarga a macchia d’olio.

go». Ma si sa, sull’altare delle decisioni politiche – via dall’Afghanistan – tutto diventa spendibile ed accettabile. I problemi del poi saranno altri a doverli risolvere. Sul campo, Isaf ha fatto il proprio dovere, rendendo durissima la vita a talebani, insorgenti, bande criminali e signori della droga. E preparando i primi ad essere più arrendevoli al tavolo delle trattative. Di più l’Alleanza non poteva fare. Ora sono in molti a pensare che sia più conveniente mettersi attorno a un tavolo per cominciare a parlare di come spartirsi le enormi ricchezze che il sottosuolo afgano sembra volere celare, che continuare a sparare. Attività comunque non considerata disonorevole da quelle parti. Una guerra produce sempre un’economia, ma è poca cosa se paragonata a quella che svilupperebbe lo sfruttamento delle materie prime. Il Pakistan è evidentemente considerato fondamentale per il processo di pace a causa dei suoi storici legami con i talebani e con la rete Haqqani. Si crede che i leader di entrambi i gruppi si “nascondano”in Pakistan.

Recentemente i talebani hanno deciso di aprire un ufficio in Qatar, mossa considerata un primo passo verso negoziati formali. Una delle persone che il presidente afgano incontrerà è Maulana Samiul Haq, noto come padre spirituale dei talebani perché il suo seminario è stato frequentato da molti leader del movimento. E ieri era previsto anche l’arrivo in Pakistan del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, preceduto dal capo della diplomazia di Teheran, Ali Akbar Salehi. Il presidente sciita è un attore fondamentale, specie nella provincia di Herat. Anche se è indebolito dalla guerra interna ingaggiata con la guida suprema Alì Khamenei. Haq ha fatto appello ai leader dei tre paesi perché lavorino insieme per spingere le forze statunitensi fuori dall’Afghanistan. Appello inutile, vista la decisione già presa. Washington e Kabul hanno iniziato da tempo colloqui segreti con i talebani. Secondo il presidente afgano, la maggior parte dei leader del gruppo è «definitivamente» interessata a raggiungere un accordo di pace. Anche perché sul campo le operazioni militari congiunte con le forze armate afgane non gli danno tempo per riprendere fiato. Sullo sfondo appare comunque chiaro che lo squilibrio tra operazioni militari – che stanno funzionando – e processo politico – in alto mare – potrebbe aprire le porte a uno smembramento del paese, una volta che il grosso del dispositivo militare dovesse lasciare il campo. E Karzai non può non tenere conto dei nuovi “padroni delle ferriere”afghane.

Sul campo, Isaf ha reso durissima la vita a talebani, insorgenti, bande criminali e signori della droga. Preparando il tavolo delle trattative

Sul campo l’unità nazionale afgana è un wishful thinking. Alla Nato si parla di modello federale per il nuovo stato. Molti elder, specie nelle valli sperdute della parte montuosa del paese, non sanno neanche chi sia Karzai. Invece lo sa bene il ministro degli Esteri pakistano, Hina Rabbani Khar, che aveva detto recentemente che il principale scopo della visita di Karzai sarebbe stato di stabilire in che modo Islamabad avrebbe potuto contribuire ai colloqui di pace con i talebani. Un “contributo” più che determinante, vista la fama dei talebani di essere degli interlocutori inaffidabili. Lo sanno bene i mujahiddin: quando cominciavano una battaglia al fianco degli studenti coranici, si trovavano con i loro kalshnikov puntati alla schiena alla fine. Lo sanno anche i militari di Isaf che infatti parlano prudentemente di «primi approcci al dialo-


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grandangolo Per legge, le istituzioni se ne occupano solo fino ai 14 anni

ALBANIA dove gli orfani sono abbandonati due volte

Neonati e adolescenti, circa 31mila quelli ospitati nei centri specializzati, costretti prima a subire il rifiuto da parte dei genitori, poi quello altrettanto grave da parte della società.Viaggio nel dramma di un’emarginazione alle porte di casa nostra, attraverso i racconti e l’esperienza di alcuni operatori umanitari. Che ci spiegano anche come ridare speranze e restituire un futuro ai giovani di un Paese ancora oggi bloccato da una crisi economica che viene da molto lontano di Marjola Rukaj

ono circa 31mila gli orfani ospitati negli orfanotrofi in Albania. La loro età varia da 0 a 14 anni. L’80 per cento sono bambini abbandonati dai loro genitori. Un fenomeno in crescita che rispecchia un lato oscuro della lunga transizione albanese: l’insicurezza economica ma anche conseguenza di una rivoluzione sessuale, dagli anni Novanta a questa parte, non ancora metabolizzata nel sistema sociale ed economico. Gli orfani crescono invisibili e nell’Albania di oggi rimangono tali praticamente per tutta la vita. Di loro si parla solo in occasione delle feste di fine anno, o del giorno dedicato istituzionalmente ai bambini, il primo giugno, quando politici o vip del mondo degli affari e dello spettacolo si prendono la briga di fare dei regali a qualche orfanotrofio, recandovisi personalmente con una scorta di cameramen e giornalisti al seguito.

S

Gli sguardi innocenti dei bambini e le loro parole stentate davanti ai microfoni sono un rituale presentato agli albanesi a ogni ricorrenza, che però non contribuisce di molto a migliorare la loro situazione. E l’abbandono da parte della società diventa ben più grave una volta cresciuti e al di fuori della protezione delle istituzioni.

Il dramma che segna gli orfani a vita inizia all’età di 14 anni. L’inizio dell’adolescenza e di un’età ancora spensierata per la maggior parte delle persone, per loro è invece il momento in cui vengono messi praticamente per strada. Perché per legge le istituzioni si prendono cura

La maggior parte di loro viene mandata in condizioni misere a frequentare scuole professionali. E vengono ospitati in dormitori sporchi e sovraffollati degli orfani solo fino a quest’età e quindi vengono lasciati senza tutela nonostante siano ancora minorenni. Inizia quindi il loro calvario per la sopravvivenza, scontrandosi con un vuoto legislativo che si traduce in una grave man-

canza di politiche sociali a loro favore. «La maggior parte viene mandata in condizioni misere a frequentare delle scuole professionali, e vengono ospitati in dormitori sovraffollati, in cui questi ragazzi rimangono praticamente a vita», afferma Ilir Cumani, direttore dell’Istituto Nazionale per gli Orfani. Naturalmente le inclinazioni e i talenti dei ragazzi passano in secondo piano, la scuola professionale e il dormitorio sono il destino comune a cui quasi nessuno riesce a sottrarsi.

Questo è in realtà un fenomeno negativo degli ultimi anni. Il fatto che in passato gli orfanotrofi abbiano dato alla società albanese dei nomi illustri dell’arte, della cultura e di altre professioni dimostra che l’attenzione per lo sviluppo intellettivo e l’inserimento di questo gruppo svantaggiato nella società sia stato ben migliore rispetto a quanto lo sia oggi. «Non se ne parla che qualcuno vada all’università. Nei dormitori delle scuole professionali si trovano oggi orfani che vanno dall’età di 14 fino a 50 anni.Vivono emarginati, in estrema povertà e addirittura ospitano lì i loro partner o i loro figli. Basta dare un’occhiata al dormitorio della scuola Harry Fulz a Tirana. Nella scuola alberghiera e un paio di altri edifici, oggi si trovano 104 orfani che

vanno dall’età di 14 a 54 anni. Stanno praticamente invecchiando in quei dormitori», spiega Cumani. In Albania alcuni degli interventi nell’ambito di SeeNet II - programma di cooperazione decentrata - riguardano proprio il settore dei minori in condizione di abbandono genitoriale. Per quanto riguarda la zona di Scutari, nord dell’Albania, Endri Xhaferaj, rappresentante del Comune di Forlì, partner tecnico della Regione Emilia Romagna, ci spiega la duplice valenza dei progetti promossi da quest’ultima: «Sosteniamo il Centro di formazione professionale regionale di Scutari al fine di instaurare un sistema di gestione, programmazione, valutazione dell’attività formativa in funzione alle dinamiche del mercato del lavoro locale, tenendo in considerazione la valorizzazione del processo di decentramento della formazione professionale nel processo di integrazione nell’Unione europea».

«Inoltre le nostre attività le nostre attività sono volte a modellare percorsi formativi innovativi, finalizzati a sperimentare l’incrocio domanda-offerta di lavoro, all’interno dei quali tarare l’efficacia della formazione rivolta ai ragazzi/e in uscita dagli orfanotrofi». Nella Municipalità di Valona, sud del-


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e di cronach

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l’Albania, dove è attiva soprattutto la regione Marche, partner in seno a SeeNet II dell’Azione di pianificazione e programmazione sociale (assieme alla Toscana), l’obiettivo è quello di sostenere il trasferimento di competenze amministrative adeguate all’attivazione di processi di governance multilivello. In quest’area, il Programma SeeNet II svolge anche iniziative pilota legate al tema dei minori in situazione di abbandono genitoriale.

Le scuole professionali pubbliche, oltre a non essere aggiornate alle esigenze del mercato albanese, sono il luogo dove finiscono gli studenti squalificati da scuole più ambite. Povertà e abbandono: quanto basta per fare degli orfani una categoria estremamente esposta alla criminalità e allo sfruttamento. «Di molti non si sa che fine abbiano fatto, dove siano andati. È all’ordine del giorno che i ragazzi finiscano in preda ai traffici illegali, spaccio di droga, furti e simili. E le ragazze sono spesso esposte allo sfruttamento sessuale, alla prostituzione», commenta Cumani. All’origine del problema è come sempre quell’effetto domino tra malfunzionamento dello Stato, riforme affrettate e conflitto tra la governance locale, quella centrale e una società civile inefficiente e corrotta. A complicare le cose, secondo gli esperti, è stata una delibera del Consiglio dei ministri del 2006, che decentralizzando il problema lo passava alle competenze delle autorità locali, quindi a comuni e provincie delle località dove si trovano i 26 orfanotrofi albanesi. Una decentralizzazione tutto dire, che passa per trafile burocratiche e schemi di potere anche più complessi e instabili rispetto al governo centrale. Una riforma spesso non sostenuta da adeguati finanziamenti. Se poi a livello locale vi è al governo una giunta non in linea politicamente con il governo cen-

trale, l’accesso ai finanziamenti statali diventa ancor più ridotto. Di conseguenza gli orfani sono tutt’altro che una priorità per le autorità locali. In compenso, in tutte le città in cui si trovano degli orfanotrofi, i dormitori occupati dagli orfani adulti, o maggiori di 14 anni, sono parte del paesaggio urbano, tacitamente tollerato e trascurato. Su questo tema l’Albania ha ricevuto per diverse volte dei memoranda poco

Spesso questi ragazzi, che vivono in condizioni di povertà estrema, iniziano a spacciare e a rubare. Le ragazze invece sono esposte alla prostituzione lusinghieri da parte di Amnesty International. Parole dure e proposte di misure da adottare per migliorare la situazione. «Abbiamo enfatizzato la necessità di intervenire nell’inserimento sociale degli orfani dall’età di 14 anni. Ma l’Albania non ha mai preso sul serio questo problema», afferma Mirela Shira, responsabile dell’Europa sud-orientale presso Amnesty International.

Eppure, nonostante la mancanza di volontà mostrata finora, il problema degli orfani sarà una sfida con cui lo Stato albanese dovrà prima o poi fare i conti, dato che tra l’altro è anche una delle condizioni che l’Albania deve adempiere nell’ambito del rispetto dei

diritti umani, per raggiungere i tanto ambiti standard di Bruxelles. Ad aggravare la situazione inoltre la pessima gestione delle poche risorse a disposizione. Ilir Cumani afferma che dall’Unione europea è arrivato anche il dovuto sostegno economico, ben 26 milioni di euro per provvedere a garantire le condizioni minime di alloggio agli orfani che occupano attualmente i dormitori. Risorse le cui tracce si perdono però nei meandri delle burocrazie e della società civile. L’impresa di rintracciare qualche abitante dei dormitori occupati si è rivelata impossibile. Né io né i miei conoscenti siamo stati in grado di individuare qualcuno tra le nostre cerchie di conoscenze e di amicizie che provenisse dall’orfanotrofio e men che meno qualcuno che tuttora risieda nei dormitori occupati. L’unica possibilità era scontrarsi con la giustificata diffidenza di chi vi abita. Naturale vedersi chiudere la porta in faccia da chi si sente emarginato e sfiduciato.

Senza essere riuscita a entrare in contatto con nessuno, mentre mi allontano da un dormitorio sovraffollato e ai limiti della dignità, noto dei blocchi di palazzi appena costruiti. Sono per lo più disabitati come la maggior parte delle nuove costruzioni a causa della crisi economica attuale, che ha colpito tra l’altro proprio l’edilizia, il fiore all’occhiello dell’Albania capitalista. È troppo notare il paradosso: da una parte il dramma degli orfani, dall’altra l’avidità dei magnati dell’edilizia che preferiscono non vendere pur di non abbassare i prezzi. E in tutto ciò nessuna politica sociale di alloggio che miri a migliorare la situazione almeno di un po’. © www.balcanicaucaso.org

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cultura

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Dopo quasi ottanta anni, torna l’esposizione arricchita di schizzi, fotografie, disegni e materiale d’archivio risalente al soggiorno americano dell’artista

Un messicano al MoMa Al celebre museo di New York, fino al 14 maggio, rivive la mostra che lanciò Diego Rivera negli anni Trenta di Diana Del Monte

NEW YORK. Tra gli spazi inaspettati di Taniguchi, una coppia si scruta intorno con apprensione. L’uomo, con accento latino, chiede ad alta voce: «Ma Diego dov’è?», la sua compagna gli risponde: «Honey! Honey! Diego è qui! È qui!». Nato Diego Maria de la Concepcion Juan Nepomuceno Estanislao de la Rivera y Barrientos Acosta y Rodriguez, Diego Rivera è nel cuore dei messicani perché è una voce autorevole per il suo popolo; un talento precoce, immediatamente riconosciuto dai suoi contemporanei; un pezzo di famiglia per coloro i quali si trovavano e si trovano a vivere nella multiculturale New York City. Dallo scorso 13 novembre, dopo ottant’anni d’assenza e uno scandalo di portata internazionale, cugino Diego è tornato a trovare i suoi parenti americani al MoMA e l’accoglienza è stata esattamente quella che ci si aspettava.

L’exhibition ospitata dall’edificio di Midtown è focalizzata sul periodo tra il 1930 e il 1933, l’avventura di Rivera nella Grande Mela. Ne fanno parte cinque degli otto murales commissionati dal Museum of Modern Art; Market Place, affresco mobile già al Metropolitan Museum of Art nel 1930 accanto ai lavori di José Clemente Orozco e David Alvaro Siqueiros; le tracce - quali foto, telegrammi e articoli di giornale - della discussa commissione per il Rockfeller Centre. Le “rughe” che separano i diversi settori in cui il muralista divideva il lavoro, le barre di metallo e le griglie che sostengono le opere mobili, i disegni a grandezza naturale alla base degli affreschi; tutto ciò fa parte dell’esposizione, contenuta in una sola sala del MoMA di medie dimensioni. Coerentemente con la sua impostazione didattica, infatti, il MoMA accompagna anche quest’ultima esposizione con un intenso programma educativo di lectures, incontri e con immagini dei murales letteralmente “svestiti” dai raggi X. Protagonista della minuziosa analisi è la tecnica dell’affresco, appresa da Rivera duran-

Si viaggia nella New York immediatamente successiva alla Grande Depressione, con operai che dormono ammassati mentre il profilo dell’Empire State Building sormonta la città; ci si incontra con il bian-

covestito Zapata e la ferocia della Indian Warror (1931) e, infine, ci si scontra con un modigliani. Le influenze italiane ed europee sul lavoro di Rivera erano d’altronde dichiarate, a partire dalla citata tecnica dell’affresco; chiare, nella storia personale e di formazione dell’artista ed evidenti nelle opere. Dal calore di un Gauguin ai volumi di un Seurat passando per i colori di un Cezanne, è forse la seduzione di un orgoglio nazionale a rapirci quando scorgiamo un tratto noto nel The Rivals del 1931.

L’«exhibition» ospitata dall’edificio di Midtown è focalizzata sul periodo tra il 1930 e il 1933, l’avventura di Rivera nella Grande Mela

Sebbene la mano sia, ovviamente, quella di Rivera, il volto dell’uomo ritratto nell’olio, così come il suo atteggiamento, i suoi occhi ed il suo lungo collo, non sono un inganno. La conoscenza tra Rivera e Modigliani, d’altra parte, è testimoniata anche da un insolito ritratto che il pittore italiano fece al murali-

te il periodo italiano e successivamente imposta a strutture mobili in metallo e cemento. Una tecnica che richiede precisione e velocità e che, per questo, comporta un lavoro ben pianificato e regolato da una rigorosa gestione delle sessioni di pittura.

la mostra Al MoMa di New York rivive la mostra che rese celebre Diego Rivera negli anni Trenta. Dopo quasi ottanta anni quella stessa esposizione costituita da otto pannelli - ritorna oggi, ulteriormente arricchita di schizzi, fotografie, disegni e materiale d’archivio risalente al soggiorno americano del grande muralista. Tra i disegni spiccano quelli preparatori per il grande murale del Rockefeller Center, in seguito rimosso per la presenza di un ritratto di Lenin in esso contenuto. La mostra presso il MoMA, organizzata da Leah Dickerman, è stata inaugurata lo scorso 13 novembre e rimarrà aperta al pubblico tutti i giorni esclusi i martedì fino al 14 maggio 2012.

In queste pagine: due immagini del grande muralista messicano Diego Rivera, una delle quali insieme con l’amata moglie Frida Kahlo; e diverse illustrazioni di alcune opere di Rivera. Al MoMa di New York, fino al prossimo 14 maggio, rivive la mostra che lo rese celebre negli anni Trenta sta messicano nel 1914 durante la permanenza di quest’ultimo in Europa. Sebbene sia riconosciuto come uno degli artisti che meglio e più di altri ha raffigurato i principi della rivoluzione messicana nelle sue opere, Diego Rivera conobbe questo periodo della storia del suo paese da emigrante. Poco dopo le prime sommosse del Partito Liberale Messicano, iniziate nel 1906, e molto prima del Patto di San Luis del 1910 - atto che dichiarava nulle le elezioni messicane appena svoltesi e che viene considerato l’inizio della rivoluzione in Messico - Rivera partì infatti per l’Europa grazie ad una borsa di studio. Per i successivi quattordici anni mantenne i contatti con il proprio paese, ma soggiornò prevalentemente in Europa, soprattutto a Parigi.

Tra il 1920 e il 1921, sostenuto dal nuovo governo messicano - all’epoca appena conquistato da Alvaro Obregón -, Rivera viaggia per l’Italia, visitando Verona, Padova,Venezia, Ravenna, Firenze, Assisi, Orvieto, Roma e Siracusa per tornare in Messico nel luglio del 1921, su invito dello stesso presidente Obregón. Nel 1925 Rivera decide di lasciare il Pcm (Partito Comunista Messicano) per rientrarvi un anno dopo con rinnovato entusiasmo, sostenendo una serie di campagne contro l’invadenza degli Stati

Uniti nella vita politica sudamericana. Nel 1927 parte per l’allora Unione sovietica dove lavora come insegnante e conferenziere per circa un anno. Dopo essere rientrato in Messico nel 1928, dedica due anni ad un lungo viaggio in compagnia di George Biddle, artista americano appartenente ad una delle famiglie più influenti della Pennsylvania e dello stato di New York.

Biddle, giovane rampollo della “nobiltà” statunitense, dopo una Laurea in legge ad Harvard ed un esaurimento nervoso, aveva deciso di cambiare totalmente la sua vita per dedicarsi all’arte. Partito per l’Europa nel 1911, aveva frequentato l’Academie Julian di Parigi e soggiornato a Madrid e Monaco. Biddle e Rivera si incontrarono in Europa e, nel periodo fra le due guerre, decisero di attraversare insieme il Messico, disegnando e ispirandosi vicendevolmente. Un incontro particolarmente fortunato per Rivera che grazie a Biddle entrò in contatto con gli ambienti dabbene americani. Proprio le sue nuove conoscenze - e, in particolare, la stretta frequentazione con l’Ambasciatore statunitense, Dwight Morrow - causarono la cacciata del muralista dal Pcm nel 1929. A seguito della sua espulsione, Rivera rilascio una dichiarazione alla stampa nella quale, dopo aver annunciato gli


cultura

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il ritratto di Abramo Lincoln, né le proteste da parte di artisti quanto di gente comune. Infatti, oltre alle lettere da parte di molti colleghi di Rivera e della moglie Frida, che nel gesto di Rockefeller videro un attentato importante alla loro libertà d’espressione, molte furono anche le proteste degli operai. Una commissione di 21.000 dollari esterna al programma di finanziamento pubblico, peraltro interamente pagata a Rivera, rappresentava una speranza di lavoro rara a due anni dall’inizio della crisi economica statunitense.

eventi, proclamava tutta la sua simpatia per gli oppositori di Stalin. Corteggiato dagli ambienti artistici statunitensi “giusti”, nel 1930, Rivera e la sua giovane moglie Frida Kahlo decidono di partire per gli Stati Uniti e, dopo alcuni lavori commissionati in California ancor prima della loro partenza, il muralista arriva a New York con interessanti prospettive lavorative e una sua monografica al MoMA, la seconda dall’apertura del Museo dopo quella di Henri Matisse. La notevole copertura dell’evento da parte della stampa regalò molta popolarità al già noto artista messicano; tutti i murales esposti saranno acquistati il giorno successivo la chiusura della mostra e Rivera riceverà diverse commissioni, tra cui una a Detroit, una a Chicago e quella ben nota per l’edificio principale del Rockefeller Center’s Radio Corporation of America (Rca).

Il racconto della vicenda “Rivera vs Rockefeller” è ormai parte della mitologia urbana di New York. Molto brevemente, quando una notizia trafugata rese noto al grande pubblico che tra i visi degli operai ritratti in Man at the Croassroads - il murales che l’artista stava terminando in condizione di assoluto segreto, impostogli dallo stesso committente - compariva anche il viso di Lenin, Nelson Rockefeller

chiese pubblicamente a Rivera di eliminarlo. Il rifiuto opposto dall’artista a questa richiesta comportò il suo licenziamento, l’interruzione dei lavori e, mesi dopo, la distruzione della parte di murales già completata. A nulla valse la proposta di Rivera di includere nell’opera anche

Il Museo ha arricchito il percorso con un programma educativo di lectures, incontri e immagini dei murales “svestiti” dai raggi X

Durante gli anni della Grande Depressione, il tasso di disoccupazione all’interno del settore cultura aveva raggiunto il picco del 17,5 per cento; nel 1933, in una condizione ormai cronicizzata, Roosevelt avvia il Civil Works Administration (Cwa), un programma federale sperimentale che puntava al rilancio del mercato del lavoro finanziando direttamente opere di pubblica utilita. Parte integrante di questo piano di risanamento era il Public Works Art Project (Pwap) nato nel 1933 sotto la spinta di George Biddle. L’ex compagno di viaggio divenne cosi un ponte tra il lavoro e l’estetica dell’artista messicano e la politica di risanamento del New Deal rooseveltiano. Oltre ad essere amico di Rivera, infatti, George Biddle era stato anche compagno di scuola di Franklin D. Roosevelt nella prestigiosa Groton School. La nozione di una forma di arte pubblica non era affatto nuova nella mente di Roosevelt, per questo Biddle profondamente toccato dal lavoro dell’amico e dal viaggio recentemente concluso - nell’autunno del 1933 scrisse al suo vecchio compagno di scuola proponendo se stesso

ed il suo team per un murales che abbellisse il Palazzo di Giustizia di Washington. Il progetto venne approvato e realizzato, diventando l’avvio del primo imponente programma di investimento diretto dello stato americano nel mondo della cultura e dell’ar-

te. Soprattutto, il programma fece entrare di prepotenza nella coscienza della società americana l’influsso dell’arte rivoluzionaria dei muralisti messicani, sia stilisticamente che concettualmente, costruendo una nuova idea di arte pubblica totalmente svincolata dai precetti della “vecchia”Europa. Tutti i settori della cultura furono coinvolti (teatro, letteratura, musica, e via così), ad essere finanziati erano quei progetti che non avrebbero mai attirato i fondi dei committenti privati; in meno di un anno, il Pwap diede lavoro a 3.700 artisti per un totale di quasi 15.000 opere concluse. Le tracce più evidenti furono e restano i numerosi murales che ricoprivano e ricoprono gli edifici pubblici, le scuole, gli aeroporti, le poste. Dopo la sua chiusura nell’aprile del 1934, in virtù del successo ottenuto, vennero avviati diversi altri programmi di sostegno per gli artisti. Tra i tanti artisti che lavorarono per il Wpa ci sono Jackson Pollock, Willem de Kooning (di cui il MoMA ha recentemente curato un’ampia retrospettiva), Walter Inglis Anderson e Manuel Bromberg.

La censura, però, fu una delle lamentele più frequenti da parte degli artisti coinvolti. L’episodio che all’epoca ebbe maggior risonanza fu proprio quello della commissione per il Rockfeller Centre (che, comunque, si basava su fondi totalmente privati). Tuttavia, la risonanza dello scandalo era stata tale da incidere sensibilmente l’immaginario degli amministratori locali del Wpa. Nel 1935, infatti, bloccarono i lavori del nuovo murales per il Brooklyn’s Floyd Bennett Airport perché tre dei quattro pannelli presentavano dei ritratti di uomini molto somiglianti al viso di Lenin. Di nuovo, a nulla valsero le proteste dell’artista, che portò a riprova della sua innocenza le foto degli aviatori che lo avevano ispirato; il murales venne affidato ad altri (e successivamente spostato nel nuovo aeroporto di Newark), l’autore licenziato in tronco e la commissione, molto meno cospicua di quella di Rivera, spari nel nulla. Il maccartismo era appena dietro l’angolo e la guerra pure. Nel frattempo, “cugino Diego” era tornato a casa. La sua partenza era stata accompagnata dalla cancellazione della commissione per il murales di Chicago e dal costante sostegno pubblico e privato della moglie. La censura subita toccò profondamente il muralista che cadde in una profonda depressione; sostenuto dall’incrollabile Frida, Rivera riprese a lavorare solo un anno dopo. Le successive tracce di Diego Rivera nella Grande Mela saranno quelle portate proprio dalla moglie, ospitata nel 1938 alla Julien Levy Gallery.


ULTIMAPAGINA

«Quando gli arbitri non fischiano a nostro favore, nessuno si scandalizza», ha detto Conte. Forse è vero...

Se la Juventus non è più di di Giancristiano Desiderio un contrappasso dantesco perfetto. C’è stato un tempo in cui la Juventus godeva del rigore degli arbitri, ora invece ne è vittima. Per essere più chiari: la Signora che in passato ha avuto tanti rigori a favore e tanti rigori a favore per errore o per pregiudizio favorevole ora non ha rigori a favore neanche quando sarebbe giusto riconoscerglieli. Si è passati dal pregiudizio favorevole o positivo al pregiudizio sfavorevole o negativo. L’allenatore dei bianconeri, Antonio Conte, ha usato parole vere che, mettendo da parte tifo e faziosità, tutti possono condividere: «Penso che si abbia paura a dare rigori alla Juve e non voglio appellarmi ai singoli episodi. Le situazioni di oggi le ho già viste in campo. Per il Parma non c’è niente, anzi c’è una simulazione di Giovinco che avrebbe meritato il giallo. Su Giaccherini e Pirlo le immagini si commentano da sole. L’aria che si respira è che se non si fischia alla Juve non si sbaglia, se si sbaglia a sfavore della Juve non succede niente, vogliamo essere trattati equamente. Perché questo? Basta andare indietro e c’è la spiegazione. Mi dispiace, comincio in cuor mio ad avvertire delle cose che pensavo fossero superate».

È

Una volta si aveva paura a non dare rigori alla Juventus. Oggi è il contrario: si ha paura a dare rigore alla Juventus. Davvero un contrappasso esemplare degno della col-

Ieri, la paura degli arbitri favoriva la Vecchia Signora, oggi la sfavorisce: un vero contrappasso sulla colpa, come avrebbe detto Anassimandro pa di cui parla l’arcaico detto di Anassimandro. Come se le condanne inflitte al club degli Agnelli non fossero mai esistite e, invece, fosse proprio questa la vera condanna che la Signora sta scontando. Ancora. Una volta gli arbitri nel dubbio fischiavano perché tanto l’errore non era considerato tale. Anzi, se non avessero fischiato avrebbero senz’altro sbagliato. Oggi è il contrario: nel dubbio l’uomo con il fischietto non fischia, oggi a

damentali: o è trasformato in tiro dal dischetto o passa in cavalleria. Il fischio dell’arbitro che concede o nega il rigore è di per sé fonte di dubbi e polemiche. Nella decisione dell’arbitro è insita la possibilità dell’errore. È solo un’illusione l’idea che vorrebbe eliminare la possibilità dell’errore con il ricorso alla tecnologia spinta fino a bordo campo. Ciò che rende possibile il calcio e ciò che rende possibile proprio l’azione calcistica sulla tre quarti avanzata fino ad entrare in aria di rigore è proprio l’esistenza dell’inganno, la possibilità di vedere e non vedere, la finta, la simulazione, la dissimulazione.

RIGORE differenza di ieri è meglio non concedere il rigore alla Juventus. La paura è cambiata, anche se ieri come oggi la Juventus continua a fare paura. Solo che ieri la paura la favoriva e oggi la sfavorisce. È un bel guaio, non c’è che dire. Non solo per la Juve e i tifosi bianconeri ma anche, naturalmente, per gli arbitri e soprattutto per il calcio che diventa sempre meno rigoroso.

«Noi sviluppiamo 70-75 minuti nella metà campo avversaria - sostiene Conte - e fino ad ora siamo la squadra che ha avuto meno rigori in assoluto. Anche le ultime in classifica ci precedono in questa graduatoria». A oggi, dopo 22 partite, la Juventus ha avuto un solo rigore a favore: la Juventus è rincorsa dal suo passato. Non si può escludere il pregiudizio sfavorevole nei suoi riguardi ma non si può neanche fare a meno di considerare che le pur sensate riflessioni di Conte sembrano essere il riflesso condizionato dal passato più che una giusta rivendicazione. In sostanza, è come se sulla storia della Juventus e sul calcio italiano si fosse abbattuta una sorta di nemesi storica o vendetta del Gioco che per sua natura non tollera padroni. Il fallo in aria di rigore ha due sbocchi fon-

Provate a togliere questo elemento dal calcio e vedrete che toglierete il calcio stesso. In campo non c’è una rigida regola logica fondata sulla razionalità necessaria, bensì una logica che si basa sulla contingenza. Il principio ontologico del calcio non è l’astratto principio di non contraddizione ma il concreto principio di ragion sufficiente.Volendolo dire con due nomi di filosofi si può dire che il calcio non si basa su Spinoza ma su Leibniz. La regola del gioco è la seguente: il contrario di quanto accade è possibile. Ecco perché nessun punto di vista superiore - l’arbitro tecnologico, il moviolone e roba simile - può adeguare quanto accade in campo. Il rigore del calcio dipende proprio da questa sua natura in cui i giocatori possono essere distinti dal Gioco proprio come i mortali sono distinti da Dio. La colpa che oggi la Juventus paga è proprio la sua antica presunzione di essere una squadra superiore alle altre squadre e alla quale si doveva un surplus di rispetto. Una colpa che non è stata commessa solo dagli juventini ma anche da tanti arbitri che non avevano afferrato bene il Concetto del rigore del calcio.


2012_02_17