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ISSN 1827-8817

20204

mobydick ALL’INTERNO L’INSERTO DI ARTI E CULTURA

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QUOTIDIANO • SABATO 4 FEBBRAIO 2012

di Ferdinando Adornato

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Raccontiamo un inedito retroscena che spiega la sua svolta moderata e il più convinto sostegno a Monti

La confessione di Berlusconi «Ammettiamolo, in sedici anni non siamo riusciti a cambiare l’Italia» L’autocritica in una riunione con i fedelissimi: «Né noi né la Sinistra abbiamo fatto le riforme. Forse ci voleva, fin dall’inizio, la Grosse Koalition». E propone al Pdl la “conversione”al modello tedesco LA RESPONSABILITÀ CIVILE

La versione di Lusi non convince i magistrati L’ex Margherita scarica il tesoriere: «Un ladro, paghi» Capotosti: «I partiti abbiano personalità giuridica» Pombeni: «Si adeguino all’Ue»

Francesco Lo Dico • pagina 4

Ora aiuti a risolvere il “pasticcio giudici” di Osvaldo Baldacci hi sbaglia paga. Un principio che sembrerebbe semplice semplice, elementare. Un principio che in qualche modo è alla base della convivenza civile. E che tra l’altro sottintende anche il principio che inappropriatamente potremmo dire opposto, o meglio l’altra faccia della medaglia.

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Il premier risponde alle domande dei cittadini

Monti: «L’art.18 va toccato, il lavoro cambierà a marzo» Il presidente del Consiglio a tutto campo: «Sul posto fisso mi sono espresso male, volevo dire che bisogna puntare al modello Danimarca. Il mio governo non è servo delle banche, che da noi hanno ricevuto colpi pesanti. La Tobin Tax, oggi, è di nuovo una possibilità»

a pagina 3

GLI SCENARI POSSIBILI

Riforma costituzionale, nuova legge elettorale di Francesco D’Onofrio a quando la Corte costituzionale ha dichiarato inammissibili i due referendum elettorali che tendevano “acrobaticamente” a rimettere in vita il cosiddetto Mattarellum, si assiste ad una rinnovata e ripetuta iniziativa che tende ad affermare non solo la necessità di una nuova legge.

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Vincenzo Faccioli Pintozzi • pagina 8

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Il ministro Terzi: «Insisteremo con la Germania per ottenere giustizia»

La vittoria postuma del Reich L’Aja: non sono da risarcire le vittime italiane del nazismo

Quattro uomini (e due donne) per l’Eliseo

di Maurizio Stefanini a Corte ritiene che l’azione dei tribunali italiani di negare l’immunità costituisca una violazione dei suoi obblighi nei confronti dello Stato tedesco». «l’Italia ha mancato di riconoscere l’immunità garantita dal Diritto Internazionale». Così Hisashi Owada, presidente della Corte Internazionale di giustizia dell’Aja, ha spiegato l’annullamento della sentenza con cui nel 2008 la Corte di Cassazione aveva stabilito il principio che la Germania è responsabile per le stragi compiute durante l’occupazione, e dunque tenuta a risarcire i familiari delle vittime.

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segue a pagina 6

EURO 1,00 (10,00

CON I QUADERNI)

• ANNO XVII •

NUMERO

24 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

Non solo Sarkozy e Hollande: i sondaggi dicono che la Francia cerca un presidente che sia “di svolta” Enrico Singer • pagina 20

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


prima pagina

pagina 2 • 4 febbraio 2012

Berlusconi sembra voler voltare pagina: frena i falchi del centrodestra e pensa a una politica di larghe intese. Con Monti a Palazzo Chigi fino al 2013

Il Cavaliere tedesco

Apre a una legge elettorale modello Berlino e confessa il fallimento del bipolarismo. Resoconto di una riunione che può cambiare il Pdl

di Riccardo Paradisi i chiamano ”i dodici apostoli” o ”i cavalieri della tavola rotonda”: sono i presidenti e vicepresidenti dei gruppi alla Camera e al Senato del Pdl, il segretario del partito e i coordinatori, i portavoce e pochi altri ammessi; ”gli eletti” che con cadenza settimanale, il giovedì, vengono ricevuti dal presidente Silvio Berlusconi a palazzo Grazioli. Riunioni per inventariare lo stato dell’arte, fare il punto della situazione, segnare la rotta e fissare la barra per la navigazione della settimana seguente.

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Qui a sinistra, l’ex presidente del Consilgio Silvio Berlusconi. Sopra, Angelino Alfano con alcuni dirigenti Pdl. A destra, l’attuale premier Mario Monti. Nella pagina a fianco, Daniela Santanchè

Un vertice informale in linea con questo tempo sospeso che vive tutta la politica italiana. La disputa intorno a cui si ragiona nei giovedì col Cavaliere è da settimane sempre la solita: che fare con il governo di Mario Monti? Sostenerlo o silurarlo? E sostenerlo come? In maniera incondizionata o alzando continuamente l’asticella di pretese e richieste? Incalzarlo con i propri temi per tenere caldo il proprio elettorato di riferimento o condividere fino in fondo e senza riserve scelte e decisioni necessarie ma impopolari? Berlusconi ascolta molto, fa parlare, dice la sua alla fine. Ma il suo intervento conclusivo è sempre intonato a una forte moderazione, come a incarnare la media ponderata

delle posizioni espresse, sempre però tenendo l’asse della sua analisi fissato sul realismo e la cautela estremi. Tanto da continuare a ripetere - e l’altro ieri l’ha anche detto pubblicamente - che sarebbe da irresponsabili togliere l’appoggio a Monti e andare a elezioni anticipate, che si rischierebbe di far precipitare l’immagine dell’Italia all’estero, che la crisi è tutt’altro che terminata. Nell’ultima riunione Berlusconi si

sarebbe lasciato sfuggire qualcosa in più. Riepilogando a volo d’uccello, come la nottola di Minerva, i sedici anni della recente storia italiana, che hanno visto al governo sia il centrodestra sia il centrosinistra, il Cavaliere avrebbe confessato che effettivamente s’è riuscito a fare poco o niente in termini di riforme strutturali del Paese, che i veti incrociati, il muro contro muro, l’opposizione frontale tra le due grandi coalizioni dettata dalla logica di un bipolarismo militare – ultimo ma non ultimo la stessa demonizzazione dell’ex presidente del Consiglio – hanno di fatto prodotto la paralisi politica del Paese. Una paralisi che si sarebbe potuta risolvere e sbloccare con una grosse koalition alla tedesca se solo ci fosse stato un sistema che l’avesse consentita.

Un’ammissione non da po co se ci si pensa bene, che fa il

Ripete che staccare la spina al nuovo esecutivo non è possibile

paio con la posizione espressa dal direttore del Giornale Vittorio Feltri sul ritorno al proporzionale e una politica costruita sulla coesistenza piuttosto che sullo scontro frontale. Strategia di difesa indispensabile in un’ottica di unità e di responsabilità nazionale in un momento come questo, con il paese ancora sotto attacco della speculazione, che fatica a imporre una linea di governance equilibrata nel-


4 febbraio 2012 • pagina 3

All’ex maggioranza (e a una parte del Pd) serve responsabilità civile

Ma ora aiuti a risolvere il “pasticcio” sui giudici

La norma è giusta, ma non si doveva far passare con un “emendamento-blitz” preparato dalla Lega di Osvaldo Baldacci hi sbaglia paga. Un principio che sembrerebbe semplice semplice. Che in qualche modo è alla base della convivenza civile. E che tra l’altro sottintende anche il principio che inappropriatamente potremmo dire opposto, o meglio l’altra faccia della medaglia: chi fa la cosa giusta, spesso e con continuità, viene premiato. È il principio della responsabilità e del merito. E allora perché ha fatto tanto rumore l’approvazione di un emendamento sulla responsabilità civile dei giudici? Semplice: perché in Italia questo principio è stato dimenticato e disatteso per molto tempo, e anche il voto dell’altro giorno ne è la prova, in quanto non ripristina un giusto principio ma impone una forzatura che niente ha a che fare con il merito.

C

Anzi, il blitz ha il demerito di essere mal fatto e di creare più equivoci e problemi di quanti ne risolva. Che chi sbaglia colpevolmente debba pagare è appunto un principio troppo a lungo accantonato che deve valere per tutti, e quindi anche per i magistrati. Lo ha detto anche un antico referendum, per quel che possono valere i referendum. Ma questa responsabilità civile deve essere ben chiarita all’interno di un contesto chiaro di regole, le quali vadano a colpire la colpa grave, il dolo, la manifesta ignoranza della legge e/o delle prove. Non può essere una spada di Damocle che grava su magistrati intimiditi e incapaci di dare un giudizio in coscienza perché sotto minaccia. E bisogna anche chiarire in quali casi e come la responsabilità va eventualmente distribuita tra magistrati, sistema giudiziario, sistema di leggi e Stato. Questo vuol dire che sarebbe responsabile e meritorio da parte della politica affrontare il tema in provvedimento specifico, organico ed adeguato, non per mezzo di imboscate che lo inseriscono con poche confuse righe dentro una legge comunitaria cioè adottata per applicare normative europee. L’esito di quella scelta mostra ancora una volta tutti i problemi dell’attuale situazione italiana. A volte infatti il nuovo clima e il buon fare del governo Monti fanno dimenticare che in Parlamento siedono gli stessi di prima. Se si è arrivati a questo punto e la diga ha ceduto di botto, ad esempio, è certo anche responsabilità della sinistra e del Pd, che con i suoi imbarazzi, al di là di dichiarazioni a volte equilibrate, quando si è arrivati al dunque si è sempre trovato a dover vestire i panni del partito dei giudici, impedendo qualunque riforma. Una trincea che ha tenuto finché ha potuto, e poi è stata travolta di colpo, anche senza dubbio (i numeri parlano chiarissimo) grazie al “tradimento” di molti esponenti di quel partito (e i più malevoli sospettano che non sia estranea la nuova ondata di inchieste che non risparmia più quel versante dell’emiciclo). Nella stessa disastrosa direzione rischia di andare la immediata levata di scudi dei magistrati, che invece di dare un contributo a creare una norma seria già proclamano lo sciopero quando si è ancora al lavoro sul provvedimento (deve passare al Senato e anche il ministro ha auspicato un cambio, anzi c’è chi ha chiesto a lei di intervenire per una formulazione equilibrata). Sull’altra sponda, che la

Lega non sia una forza che ha scelto di identificarsi con la responsabilità nazionale è noto a tutti, e quindi non sorprende l’uso spregiudicato di tutte le armi che possano mettere in difficoltà il nuovo mondo. Stupisce quindi fino a un certo punto l’attacco ai magistrati della Lega, un tempo giustizialista e forcaiola e comunque nata su un desiderio di legalità e di rivolta ai malfunzionamenti degli apparati statali. Più interessante invece è quanto avvenuto nel Pdl. Che proprio su un tema-bandiera si era invece ritrovato su posizioni ragionevoli e costruttive: le voci dicono fortemente che c’era un accordo per respingere l’emendamento, che era stato sottoscritto un ordine del giorno unitario (poi accolto) con Pd e Terzo Polo (l’aveva promosso Buttiglione) per rinviare il tema ad apposito provvedimento, che l’indicazione di Cicchitto era di votare contro la proposta della Lega, che Costa aveva preparato un intervento a sostegno della bocciatura dell’emendamento. Poi c’è stata la rivolta dentro il Pdl (l’avrebbe avviata Crosetto), e il quadro è cambiato. Ciononostante il gruppo ha preferito dare libertà di voto, e non sposare più una causa per cui si stava battendo da due anni ma che ormai ai più responsabili appariva fuori luogo nel nuovo clima di responsabilità. Ecco, il punto diventa la responsabilità civile del Pdl. Ne ha mostrata Berlusconi facendosi da parte, ne sta mostrando il partito di Alfano sostenendo un governo indispensabile all’Italia, lo sta mostrando l’aula. Ma non sempre. Non sono solo le voci isolate, i mal di pancia diffusi e i voti ribelli a far squillare l’allarme. È la comprensione del fatto che il processo di trasformazione è lungo e doloroso, e che la politica populista e finalizzata a pochi obiettivi e interessi di parte portata avanti fino adesso è difficile da trasformare rapidamente in una politica di responsabilità nazionale, tanto più quando le persone a portarla avanti sono le stesse e gli elettori sono stati allevati in un certo clima che cambia improvvisamente e per loro inspiegabilmente. Ma proprio perché queste difficoltà vanno comprese, dev’essere a sua volta il Pdl a fare una scelta chiara in questa direzione. Chi cade si può rialzare, ma chi va avanti e indietro non ha una direzione. La Lega è ormai una forza di contestazione e politicamente un cavallo impazzito.

Il Pdl vuole darsi al rodeo inseguendo le intemperanze leghiste o vuole perseguire una politica di responsabilità che deve al Paese, sia come primo partito sia come forza politica che con varie casacche ha governato negli ultimi vent’anni? C’è una clamorosa novità poco sottolineata negli avvenimenti politici degli ultimi tempi: le mozioni unitarie su Europa e Giustizia. Per la responsabilità civile dei magistrati e per molti altri temi (esteri, cultura, riforme) si potrebbe continuare a procedere così. Non si vuole fare una maggioranza di grande coalizione? È ora di avere più coraggio, di valutare i contenuti. Di fissare insieme i punti fondamentali dell’interesse nazionale. Trovare ciò che unisce. In base ai contenuti comuni si procede insieme. Per una politica dei contenuti da cui discendano le scelte politiche e le alleanze, e non il contrario.

l’Europa germanizzata ed è preda d’una crisi che invece di risolversi sembra invece avvitarsi ogni mese di più. La svolta moderata di Berlusconi? Pare proprio di si. Tanto che l’ala dura del Pdl – composta da alcuni settori degli ex An (Matteoli, La Russa, Corsaro, non Maurizio Gasparri) e numerosi elementi oltranzisti ex Forza Italia, sentono la necessità in questi giorni di incalzare il Cavaliere per fare più pressing sul governo se non addirittura per togliergli la fiducia. L’ex ministro all’Istruzione Gelmini due giorni fa ribadiva che il sostegno al governo sta facendo perdere credibilità e consenso al Pdl, che era necessario un riallineamento con la Lega. La quale continua a mordere il fianco di Berlusconi accusandolo di intelligenza con il nemico.

Un’offensiva interna che ha la sua sponda nel quotidiano Libero (ma non sempre e non tutto) che ha invitato l’ex premier a «liquidare Monti prima che sia messa in liquidazione la sua creatura. Ovvero quella che avrebbe dovuto essere la casa dei moderati» e che ha la sua escalation nelle esternazioni di Daniela Santanché che ha chiesto a Berlusconi riprendere in mano la situazione e tornare all’attacco: «Oggi mi viene da dire: ”Sali sulla nave, Berlusconi, cazzo!”». Ai duri del Pdl Berlusconi però concede poco e niente. Ripete che staccare la spina non è possibile ma ammette che il partito più grande «deve avere un peso maggiore: a Monti chiediamo di più di quello che sta facendo» riferendosi soprattutto alla partita sulla riforma del lavoro, un tema che tra l’altro mette in difficoltà il Pd in fibrillazione interna dopo il voto sulla responsabilità civile dei magistrati. Tanto che la tentazione dei democrat è di rispondere con una maggiore rigidità sul nodo del lavoro. C’è del resto un calcolo nella nouvelle vague inaugurata dal Cavaliere, nel disegno intelligente dell’evoluzione berlusconiana. Da un lato l’ex premier capisce che la situazione attuale è di scacco matto non solo al suo partito ma all’intera politica italiana. E che da questa impasse non s’esce in modo scomposto ma calibrato. Come? Una via sensata la tracciava in un’editoriale su Libero Antonio Socci. Il succo del suo ragionamento è questo: la via d’uscita che i partiti possono prendere per evitare di sancire la loro inutilità è questa: verso marzo, quando non saranno più possibili elezioni anticipate, si dichiari finita la fase uno del governo tecnico, quella che doveva gestire l’emergenza finanziaria e - tenendo ferma la presidenza Monti - si vari un governo politico fra i partiti che sostengo-

no l’esecutivo. Un governo cioè espresso da Pdl, Pd e Udc, costituito da persone che abbiamo votato e che si ripresenteranno davanti al verdetto dell’elettorato. Cosicché i partiti riprendano nelle loro mani le responsabilità affidate loro dagli italiani. E mettano la faccia sulle scelte del governo, non essendo più accettabile che le votino di notte in parlamento e le critichino di giorno sulle piazze. Un ragionamento che prosegue e chiude circolarmente quello dello stesso Berlusconi sulla grosse koalition. Ma il Cavaliere ha poi un’altra esigenza: quella della sua durata politica. Ha già detto che non si candiderà più alla guida di una coalizione per il premierato, ma non ha mai detto di aver rinunciato alla prospettiva del Colle. E alla presidenza della repubblica si arriva con un profilo di sintesi, lasciando decantare un passato

Non si candiderà al premierato ma guarda al Colle di capo fazione. Gianfranco Polillo, sottosegretario all’Economia del governo Monti riconosceva ieri a Berlusconi di avere consentito al paese nel lontano ’94 una competizione elettorale che altrimenti non ci sarebbe stata.

«Avremmo avuto il partito unico, quello della gioiosa macchina da guerra dell’ex Pci. La democrazia sarebbe stata monca, c’era solo un partito e dall’altra parte il nulla. Ha creato una normalità democratica». Alla domanda poi sul ruolo che potrebbe avere oggi il Cavaliere? Polillo risponde: «Mi auguro possa fare il presidente della Repubblica, al Paese ha dato tanto. E poi in questa fase ha avuto un grande senso di responsabilità». C’è un tempo per tutto in politica e il Cavaliere lo ha sempre saputo. E tutto gli si può dire tranne di non conoscere l’arte regia della navigazione.


politica

pagina 4 • 4 febbraio 2012

Si infittisce la lotta interna al Pd sul ruolo di Lusi

Il tesoriere abbandonato da giudici e Margherita Parisi e Lanzillotta all’attacco: «Un ladro, deve pagare tutto». Capotosti: «I partiti devono avere personalità giuridica». Pombeni: «Adeguiamoci all’Unione europea» di Francesco Lo Dico

ROMA. È durato circa due ore l’incontro di Arturo Parisi con i magistrati. Ascoltato in qualità di testimone dal procuratore aggiunto Alberto Caperna e dal pubblico ministero Stefano Pesci, l’ex Margherita ha confermato alle toghe le dichiarazioni dei giorni scorsi. Secondo quanto trapelato da piazzale Clodio, l’ex ministro ha ribadito agli inquirenti i sospetti maturati sulla gestione del tesoriere Lusi colpevole di aver distratto 13 milioni di euro dal bilancio del partito.

Parisi ha confermato di aver chiesto a suo tempo un approfondimento del bilancio perché c’erano voci opache e troppo ampie, tali da indurlo a non votare il preventivo. E che l’assemblea fu sospesa finché non si decise la formazione di un organismo, che si riunì solo due volte senza successo. «L’unica volta che venne convocato nel novembre del 2011 andò quasi deserto per cui io mi dimisi in polemica», ha detto Parisi. Intanto, attorno all’ex tesoriere della Margherita, il clima si fa sempre più plumbeo. Dal rutelliano Gianni Vernetti («È un arrogante, ma non avrei mai pensato che fosse anche un ladro e ora si deve dimettere») a Linda Lanzillotta («Una vicenda orrenda. Ora mi aspetto che si dica no al patteggiamento»), allo

stesso Rutelli («Lusi ha fregato noi e la nostra buonafede»), è chiaro che gli ex Margherita non sembrano disposti a fare sconti all’ex sodale.

Ma le notizie di giornata non alterano il senso della questione. Lo scandalo Lusi è la goccia che forse farà traboccare il vaso, prima che l’acqua travolga il vaso stesso. Casini e Bersani si

«Ci sono 5 o 6 proposte, partiamo da lì. È un’urgenza al primo posto»

sono detti determinati a promuovere nuove regole in materia di finanziamento ai partiti, perché consapevoli che in un clima tanto quaresimale, i partiti hanno l’obbligo di diventare per i cittadini delle “case di vetro”. In materia di finanziamento, ha detto Bersani, «non può esistere che un partito prenda finanziamenti senza certificazioni e non ci siano trasparenza e dei criteri di partecipazione». E c’è poi l’ipotesi di una legge sulla responsabilità giuridica dei partiti, che è attesa almeno dal 1948 e porta la firma di don Sturzo. Una proposta che avrebbe il vantaggio di obbligare i partiti a rispondere della gestione finanziaria e del rispetto delle regole di democrazia interna, che è stata rilanciata con forza dal Fatto Quotidiano.

«Spesso si pone l’accento sui privilegi della casta», spiega spiega a liberal il presidente emerito della Corte costituzionale, Piero Alberto Capotosti, «sul numero eccessivo di parlamentari, sulle spese per i ristoranti delle Camere, i vitalizi, le indennità e i portaborse. Ma si tratta di elementi che pure assommati, non sono rilevanti quanto la questione dei rimborsi, che invece rappresentano uno dei nodi più importanti dei costi della politica» «L’attuale natura giuridica dei

«Bisogna garantire che i partiti siano case di vetro» partiti politici», ragiona Capotosti, «differisce da quella prevista originariamente dai padri costituenti. A suscitare questo cambiamento è stato il finanziamento pubblico, che è stato un elemento distorcente in grado di alterare lo status dei partiti come associazioni di diritto privato. Essendo destinatari di fondi pubblici, i partiti dovrebbero quindi essere dotati di

strumenti in grado di consentire il controllo di bilancio. E sono chiamati a rispondere del denaro erogato dallo Stato per lo svolgimento dei loro compiti essenziali». «Con il referendum che abrogò nel ‘93 il finanziamento», prosegue il presidente della Consulta, «i partiti misero a punto il meccanismo del rimborso. Ma lo stesso, a dispetto di alcune storture, dovrebbe essere finalizzato a nient’altro che la copertura delle spese». Ma quali sono i principali abusi perpetrati con i soldi dei cittadini? «I fondi statali», risponde il giurista, «dovrebbero essere destinati in primo luogo ai partiti (anche quelli di nuova formazione) allo scopo di metterli in condizione di presentarsi alla competizione elettorale. In secondo luogo, i fondi dovrebbero essere proporzionati alla effettiva rappresentatività conseguita al risultato delle urne. E infine, dovrebbero essere proporzionati alla durata della legislatura, e non erogati a prescindere dalla durata della stessa come avviene oggi, producendo in alcuni casi un effetto di raddoppio». Come uscirne, dunque? «In base a una previsione di Iegge, i partiti in quanto soggetti sovvenzionati in modo continuo, dovrebbero rimettere i loro bilanci al controllo di un organo ad hoc come la Corte dei Conti», commenta Capo-


4 febbraio 2012 • pagina 5

Nel gran parlare che si sente in questi giorni si omette la necessità di modifica della Carta

Costituzione e legge elettorale, così i partiti possono rinascere La riforma del sistema deve essere “figlia” di una precisa idea di Parlamento e di Governo che si ha in mente. Altrimenti è inutile di Francesco D’Onofrio a quando la Corte costituzionale ha dichiarato inammissibili i due referendum elettorali che tendevano “acrobaticamente”a rimettere in vita il cosiddetto Mattarellum, si assiste ad una rinnovata e ripetuta iniziativa, non soltanto verbale, che tende ad affermare non solo la ovvia necessità di una nuova legge elettorale, ma anche del collegamento di una qualunque riforma elettorale con una o più modifiche costituzionali concernenti il Parlamento e il suo rapporto con il Governo. Si tratta di una questione certamente non soltanto tecnica, perché nel gran parlare che si fa di legge elettorale si omette spesso questo nodo fondamentale. Le possibilità di fronte alla quali ci si può trovare sono sostanzialmente tre. Lasciare in vigore l’attuale cosiddetto Porcellum, disattendendo del tutto le indicazioni dei promotori dei referendum dichiarati inammissibili. Si tratterebbe di una sostanziale “elusione” della stessa iniziativa referendaria popolare. Oppure procedere alla approvazione di due leggi elettorali, una per la Camera ed una per il Senato, senza alcuna riduzione di parlamentari in carica. Si tratterebbe di una sostanziale ammissione che in questa legislatura non vi è nessuna riduzione del numero complessivo dei parlamentari, disattendendo in tal modo le attese di gran parte dell’opinione pubblica. Infine, si può infine procedere a riforme elettorali solo dopo aver provveduto ad almeno una riduzione del numero complessivo dei parlamentari, con ovvia modifica della Costituzione vigente che consente infatti di determinare il numero complessivo di deputati e di senatori.

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Una più larga riforma costituzionale concernente la trasformazione del Senato attuale in cosiddetta Camera delle Regioni, una volta deciso il passaggio ad un modello definibile come federale, e la modifica del sistema di governo nazionale, dovrebbe in tal caso essere rimessa o alla prossima legislatura o ad una apposita Assemblea costituente. A meno che non si trovi su questi punti una intesa complessiva e rapida, come sembra del tutto oggi improbabile. Occorre pertanto sciogliere preliminarmente l’intreccio strettissimo che esiste tra Costituzione e legge elettorale. Nulla impedisce, ovviamente, di pensare contestualmente le due cose e persino di procedere ad esse in modo distinto, secondo quanto è stato deciso nei rapporti tra Camera e Senato: a quest’ultimo, le riforme della Costituzione; alla prima, le riforme elettorali. Ma pensare contestualmente la riforma costituzionale e quella elettorale non significa certamente operare come se l’intreccio non esistesse. È di tutta evi-

Anche se i due concetti sono collegati, nulla vieta che si possa procedere in maniera distinta denza che una riforma elettorale deve comunque essere “figlia” di una precisa idea di Parlamento e di Governo che si ha in mente. Non si ha infatti notizia di leggi elettorali che prescindano dall’uno o dall’altro. Qualora si operasse nel contesto della Costituzione vigente, si dovrebbe certamente aver ben presente il fatto che il rapporto di fiducia tra Camera e Senato non può essere oggetto di una qualsivoglia legge elettorale, per il semplice fatto che si tratta di una norma costituzionale sostanziale e non solo formale. Qualora inoltre si intendesse operare nel senso di una sostanziale modifica dei rapporti tra Presidente della Repubblica e Governo, è di tutta evidenza che non si può procedere ad una loro modifica rilevante soltanto attraverso una legge elettorale. Si sente molto parlare di sistema tedesco; di sistema spagnolo; di modello francese; di altri modelli elettorali più o meno esotici. Ma in tutti gli altri sistemi elettorali vi è comunque a monte o una Costituzione scritta, rispetto alla quale le leggi elettorali sono una naturale conseguenza; o, come in Gran Bretagna – dove non essendovi una vera e propria Costituzione scritta – esiste una convenzione “costituzionale”, che tiene luogo di una vera e propria Costituzione scritta.

Non si tratta dunque di esercizi più o meno tecnici, ma di scelte politiche ed istituzionali radicali delle quali una qualunque revisione elettorale deve ovviamente tener conto. Appare dunque auspicabile che le forze politiche presenti in Parlamento assumano, nei modi più adeguati e nei tempi più rapidi, una decisione sostanziale concernente proprio l’intreccio tra riforme elettorali e riforme costituzionali, ben sapendo che si tratta di decisioni molto rilevanti anche per forze politiche significative, oggi non presenti in Parlamento. Una qualunque riforma elettorale a Costituzione vigente può infatti essere adottata anche fra un anno. Una revisione della Costituzione – anche se modesta e marginale – richiede, come è noto, tempi più lunghi.

tosti. «Ciò limiterebbe di certo il grado di autonomia attribuito dai padri costituenti ai partiti. Ma di fatto, l’obbligo di sottoporre a revisione i bilanci, rispecchierebbe il mutamento della loro natura giuridica generato dal finanziamento». E che cosa accadrebbe, invece, nella fantascientifica ipotesi di abolirlo? «Bisogna fare attenzione», mette in guardia Piero Alberto Capotosti. «Il finanziamento pubblico non è qualcosa di stravagante: in tempi di mediatizzazione pervasiva, l’acquisto di spazi di propaganda sui media ha reso le campagne elettorali sempre più dispendiose. E il finanziamento deve essere cospicuo, nell’intento di prevenire finanziamenti illeciti da parte di privati come accadde al tempo di Tangentopoli. D’altra parte, l’alternativa al finanziamento pubblico è quella dell’elargizione privata, così come accade negli Stati Uniti. Si tratta di un sistema che rende pubblici gli interessi privati delle lobby, e che però lascia facilmente presumere che vincoli le decisioni delle forze politiche a precisi interessi». Dare quindi natura di persona giuridica ai partiti, e porre fine alla deregulation dei rimborsi. Sulla materia, il presidente emerito ha una ricetta precisa: «Occorre ridiscutere il meccanismo e depurarlo dalle attuali storture legate alla durata della legislatura, alla proporzionalità degli stessi in base ai risultati elettoralli, e alla prassi della tesaurizzazione dei fondi incompatibile con la logica del recupero delle spese». Ma avverte: «Bisogna prendersi del tempo, affinché si possa produrre una regolamentazione della materia efficace per una questione tanto delicata. L’eco delle ultime vicende, non deve indurre troppa fretta perché sul merito, come abbiamo visto, pendono numerose riserve e controindicazioni».

E sul tema, sembra concordare anche Paolo Pombeni, professore di Storia contemporanea all’università di Bologna. «Ci si accorge sempre dei buoi quando ormai sono fuggiti dalla stalla», spiega a liberal. «La prima cosa da pretendere», osserva il politologo, «è la presentazione di documenti circostanziati che attestino le spese in modo chiaro.Tutto deve essere rendicontato e certificato da appositi organi di revisione dei conti. Pratiche come quelle degli investimenti in Tanzania non devono più ripetersi. Lo scopo del rimborso deve rimanere esclusivamente quello di pareggiare le spese, e non quello di lucrare con i soldi dei cittadini. Una slavina che ci riporti all’era di Tangentopoli è l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno in un periodo di così grave emergenza. I partiti devono provvedere a regolamentare la materia senza esitazioni. Se così non fosse, l’indignazione popolare li travolgerebbe per la seconda volta».


società

pagina 6 • 4 febbraio 2012

Westerwelle: «Non neghiamo le atrocità commesse dai nazionalsocialisti»

L’Aja assolve il Reich Bocciato il risarcimento alle vittime italiane delle stragi naziste. Terzi: «Continueremo a dialogare con Berlino» di Maurizio Stefanini Come questa sentenza dell’Aja è venuta su ricorso contro quella sentenza della Corte di Cassazione, così anche quella sentenza della Corte di Cassazione era venuta dopo un ricorso contro l’ancor precedente sentenza con cui la Corte d’appello militare di Roma aveva condannato Berlino a pagare i danni alle parti civili nei processi per l’eccidio nazista compiuto il 29 giugno 1944 in provincia di Arezzo a Civitella,

Esteri, ma suocero dell’erede al trono nipponico. Sua figlia Masako Owada, come lui diplomatica, ha infatti sposato il Principe della Corona Naruhito. Se si pensa alle richieste di risarcimenti e indennizzi che ancora pendono sul capo del Giappone per le cose combinate nella Seconda Guerra Mondiale, in particolare per le Confort Women costrette a prostituirsi ai soldati, se si aggiungono le polemiche che ancora si agitano su

Le Ss furono responsabili dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, di Marzabotto e di Sant’Anna di Stazzema. Il massacro di Cefalonia è invece ascrivibile alla Wehrmacht Cornia e San Pancrazio. 203 vittime, tutte civili e in gran parte donne e bambini. Era stato considerato un precedente storico quella sentenza della Cassazione, per aver stabilito per la prima volta il diritto per le vittime delle stragi naziste ad essere risarcite nell’ambito di un procedimento penale. È di nuovo considerato un precedente storico questa sentenza dell’Aja, per aver affermato l’esatto contrario.

“L’Italia e il suo sistema giudiziario sono venuti meno ai loro obblighi di rispetto nei confronti dell’immunità di uno Stato sovrano come la Germania in virtù del diritto internazionale���, erano stati i termini del ricorso di Berlino. In 80 minuti di lettura della sentenza, la Corte dell’Aja ha concordato con la richiesta di Berlino di “ordinare all’Italia di prendere tutte le misure necessarie affinché le decisioni della giustizia italiana che contravvengono alla sua immunità siano prive d’effetto e i suoi tribunali non pronunzino più sentenze su simili casi”. Hisashi Owada, il presidente della Corte che ha pronunciato la sentenza, è non solo giapponese, ex-vice ministro degli

quelle responsabilità di Hirohito che il generale MacArthur volle far dimenticare del tutto per non avere troppi problemi nella sua opera di “rieducazione democratica” dei nipponici, si potrà forse avere l’impressione che l’Italia non si sia trovata di fronte il più equanime dei giudici. Ma d’altra parte eravamo noi il terzo parter dell’Asse

Roma-Berlino-Tokyo, e prima di essere vittime dell’occupazione tedesca eravamo stati noi stessi occupatori in Libia, Etiopia, Albania, Francia, Grecia, Jugoslavia e Urss. È ben nota la storia dei 695 fascicoli di crimini commessi dalla Wehrmacht, con in testa l’eccidio di Cefalonia, che furono chiusi in un armadio della cancelleria della procura militare di Roma e lì lasciati fino a che non furono ritrovati dal giudice Intelisano nel 1994, nell’ambito delle ricerche per il processo a Priebke. La decisione di affossare i procedimenti contro i cri-

minali di guerra tedeschi in Italia, oggi si sa, fu presa dal ministro degli Esteri Gaetano Martino, padre fisico dell’integrazione europea e padre biologico di Antonio Martino, a sua volta anni dopo ministro degli Esteri e della Difesa. Ma la cosa fu possibile per il pieno assenso di Paolo Emilio Taviani: ministro della Difesa, ma anche presidente del Cln Liguria; capo politico della rivolta di Genova contro i tedeschi; medaglia d’oro della Resistenza; presidente della Federazione Italiana Volontari della Libertà, organizzazione degli ex-parti-

giani di orientamento cattolico e moderato. Insomma, una personalità dalle credenziali antifasciste al di sopra di ogni sospetto. Ma prevalse la ragion di Stato. La motivazione principale di quell’insabbiamento è stata generalmente individuata nel bisogno dell’Occidente di far fronte comune alla minaccia sovietica. Sarebbe stato complicato andare avanti nel processo di integrazione europea con la Germania, se in continuazione l’opinione pubblica si fosse trovata di fronte a processi che continuavano a mettere tedeschi sul banco degli accusati. Sarebbe stato ancora più complicato far entrare la Germania nella Nato ricostruendo una Bundeswher in cui per forza di cose si dovettero immettere una gran quantità di ex-ufficiali della Wehrmacht, se questi processi avessero per di più ricordato che le stragi di italiani erano state fatte non solo da Ss e Gestapo, organizzazioni comunque dichiarate criminali al Processo di Norimberga; ma anche la stessa Wehrmacht.

Le Ss furono responsabili delle Fosse Ardeatine, di Marzabotto e di Sant’Anna di Stazzema, ma è roba della Wehrmacht Cefalonia, mentre Civitella fu addirittura responsabilità della divisione Corazzata Paracadutisti Hermann Göring, dipendente dalla Luftwaffe. Allo stesso tempo, però, c’era anche


società Alcune immagini storiche dell’occupazione tedesca dell’Italia durante la Seconda Guerra mondiale. In questo periodo si sono verificati diversi casi di violenze ai danni della popolazione italiana: per questo, l’Italia e le associazioni dei familiari delle vittime hanno chiesto un risarcimento a Berlino. In basso Hitler e Mussolini. Nella pagina a fianco, la Corte

il problema di molti cittadini italiani erano a sua volta chiesta l’estradizione per crimini di guerra commessi in Albania, Jugoslavia, Grecia, Urss ed Etiopia: in alcuni casi in modo pretestuoso, ma in altri anche con un certo fondamento.

Ma nella ferocia del conflitto anche molti italiani erano stati vittime a loro volta di atrocità di cui il dramma delle Foibe non è che la pagina più nota. E anche lì c’erano di mezzo una quantità di interessi strategici e economici: a partire dal tentativo degli Alleati di “recuperare” la Jugoslavia di Tito al fronte anti-sovietico. Come hanno ricordato di recente Elena Aga Rossi e Maria Teresa Giusti nel loro Una guerra a parte I militari italiani nei Balcani 19401945 (il Mulino, pp.660, Euro 33),“durante l’amministrazione militare dell’Italia i governi anglo-americani avviarono delle indagini per individuare i colpevoli delle stragi compiute dai tedeschi in Italia e negli altri paesi occupati, accumulando diverso materiale documentario che consegnarono al governo italiano quando lasciarono il paese. Da parte italiana furono condotti alcuni processi, ad esempio quello a carico di Kesslring, ma ben presto la macchina della giustizia rallentò il suo corso per poi fermarsi del tutto”. E “prevalse una linea dilatoria nei confronti degli imputati tedeschi, per salvare i

nostri militari” di cui era reclamata l’estradizione. D’altra parte, anche verso la Jugoslavia finì per funzionare di fatto uno scambio del genere: niente estradizione di italiani e impunità per le foibe. Non a caso, i processi sono ripresi all’improvviso negli anni ’90 in un nuovo clima che portò appunto alla scoperta dell’armadio dimenticato, e a cui contribuirono una quantità di fattori. Dalla fine della Guerra Fredda, che fece cessare anche certe necessità strategiche. Alla riunificazione tedesca, che porto di attualità il dibattito sul passato

della Germania. Alla guerra in cui si dissolse la Jugoslavia, caratterizzata da episodi di pulizia etnica feroce che fecero ricordare appunto la storia fin troppo simile delle foibe. Allo sdoganamento degli ex-fascisti, che per mostrare la loro nuova affidabilità democratica finirono paradossalmente per contribuire a governi molto meno disposti agli insabbiamenti sui crimini nazisti. Allo sdoganamento degli ex-comunisti, che fecero qualcosa di analogo a proposito delle Foibe. Pure un governo con postfascisti dentro ha finito per pagare alla Libia un risarcimento che Gheddafi aveva chiesto da anni: ma lì c’entravano più che altro gli interessi economici e strategici di un’intesa con il governo di Tripoli. D’altra parte, sulla storia di Civitella aleggia anche un’altra polemica, di cui dà conto un saggio del 1997 di Giovanni Contini, un noto esperto di storia orale: La memoria divisa, (Rizzoli, pp.275, euro 14,46). E riguarda la valutazione della popolazione sull’operato di quei gruppi di partigiani che si erano stanziati in quel territorio montuoso e boscoso particolarmente adatto alla guerriglia, provocando però anche l’installazione a Civitella dello stesso comando della Hermann

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Göring, agli ordini del generale Wilhelm Schmalz, la quale ripetutamente venne a trovarsi in scontri a fuoco con i partigiani. La situazione precipitò il 18 giugno del 1944, quando quattro soldati tedeschi entrati al Circolo Dopolavoro per chiedere un po’ di vino furono attaccati da un gruppo di partigiani che si trovavano tra gli avventori. Due tedeschi furono uccisi subito, un terzo morì poco dopo per le gravi ferite riportate, e dal comando della Hermann Göring arrivò allora alla popolazione l’ultimatum di fare i nomi dei colpevoli entro 24 ore, mentre un rastrellamento veniva operato nella zona. La gran parte degli abitanti scapparono, ma allo spirare del termine non accadde niente. Anzi, il generale Schmalz fece intendere che i numerosi partigiani caduti negli scontri con i tedeschi durante il rastrellamento avevano già saldato i conti. La gran parte dei fuggiaschi tornò quindi a casa. Invece era una trappola. Proprio il 29 giugno, che per la festa di San Pietro e San Paolo la chiesa e il paese erano particolarmente pieni, tre squadroni si avventarono sulle case, aprendo il fuoco su tutti. In chiesa fecero irruzione mentre si celebrava la messa, divisero i fedeli in piccoli gruppi e li massacrarono con colpi alla nuca, dopo aver indossato grembiuli di gomma per non sporcarsi di sangue.

daglia d’oro al valor civile. Ma Contini ha attestato i risentimenti diffusi tra i superstiti attorno ai partigiani, accusati di aver provocato la strage con una provocazione inutile, e proprio per via di questi risentimenti il Comune accettò la medaglia d’oro al valor civile dopo aver rifiutato quella al valor militare. Contrastanti le testimonianze su quanto era effettivamente avvenuto al Circolo Dopolavoro: tra chi sostiene che i tedeschi furono uccisi a sangue freddo dopo aver appoggiato le armi al muro, e coloro secondo i quali i partigiani volevano solo disarmarli e spararono per la loro reazione. E contrastanti anche le spiegazioni sul perché i partigiani non vennero a difendere il paese: vigliaccheria? Mancanza di informazioni tempestive?

C’è addirittura una versione secondo cui si erano messi in marcia ma furono invitati dagli stessi paesani a tornare indietro, per evitare guai peggiori. Contini si azzarda a ipotizzare che l’azione partigiana fu inutile, ma che probabilmente la strage ci sarebbe stata anche senza provocazione, per via del fatto che quella era una zona che doveva essere “ripulita” dei suoi abitanti per essersi trovata nelle immediate retrovie del fronte. Con la sentenza del 21 ottobre 2008, sull’assunto che l’immunità non proteggeva da

Il caso di Civitella, oggetto della decisione dei giudici internazionali, fu responsabilità della divisione Corazzata Paracadutisti Hermann Göring, dipendente dalla Luftwaffe Tra le vittime don Alcide Lasseri, che sarebbe stato risparmiato, ma chiese e ottenne di condividere la sorte dei suoi parrocchiani. Le case furono poi incendiate, uccidendo così chi si era nascosto in cantina o in soffitta. Ai martiri di Civitella è stata intitolata la via principale del centro abitato e il Comune fu insignito nel 1963 della me-

crimini contro l’umanità il governo tedesco era stato condannato a risarcire un milione di danni di euro a nove familiari delle vittime dell’eccidio. Prima di allora c’erano state solo delle sentenze nelle cause civili per risarcimento danni chiesto dai cosiddetti “schiavi di Hitler”, ma nessun altro Paese al mondo aveva mai intentato cause di risarcimento nei confronti della Germania in ottemperanza alla clausola dell’immunità giurisdizionale. D’altra parte, secondo L’Aja l’Italia si sarebbe messa dalla parte del torto anche quando nel 2008 la sua Magistratura aveva deciso che il cittadino italiano Luigi Ferrini aveva diritto a un indennizzo da parte della Germania per essere stato deportato nel 1944 a lavorare come forzato nell’industria degli armamenti del Reich. E anche quando aveva iscritto un’ipoteca giudiziaria su Villa Vigoni, centro culturale italo-tedesco in provincia di Como, in applicazione della sentenza di un tribunale greco sul massacro di Distomo. Bontà sua, Hisashi Owada auspicato però che si arrivi al risarcimento delle vittime o dei loro eredi tramite un negoziato diretto tra Italia e Germania.


politica

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Il presidente del Consiglio Mario Monti, che guida in Italia un governo tecnico dopo la caduta dell’esecutivo di Silvio Berlusconi. Ier il premier ha risposto alle domande dei lettori di Repubblica.it

In una videochat con i lettori di Repubblica.it, il premier si scusa per la battuta sul posto fisso: «Mi sono espresso male»

Ricominciamo da tre

Articolo 18, riforma del lavoro, tasse sulle rendite finanziarie: Monti a tutto campo illustra le prossime mosse del governo i può dire quello che si vuole, sul presidente del Consiglio. Che è professorale, sicuramente, che ha uno stile sobrio e forse un poco troppo tedesco (con buona pace dei generi nostrani), che si pone con un accenno di superiorità a volte fastidiosa. Tutto si può dire, ma non che non abbia le idee chiare. E l’iper-visibilità di cui è stato accusato da qualcuno in questi giorni non ha proprio fondamenta: Mario Monti risponde alle domande e lo fa con correttezza. A prescindere da chi sia il questuante. Un altro punto a favore del premier è che non ritratta, e che se si accorge di aver sbagliato qualcosa chiede scusa. «Avere la sfida del cambiamento di lavoro nel corso della propria vita è una cosa positiva, è una cosa che stimola, per arrivare a dare un lavoro ai giovani bisogna tutelare un po’ meno chi è già molto tutelato, quasi blindato nella cittadella, mentre c’è chi si trova quasi in una situazione di schiavitù, in una forma estrema di precariato».

S

Mario Monti è tornato a parlare di lavoro e di prospettive per le nuove generazioni, riprendendo, nel corso di un videoforum con Repubblica.it, i temi già affrontati a Matrix e quella frase sulla «monoto-

di Vincenzo Faccioli Pintozzi nia» del posto fisso che già gli aveva costato accese critiche.

Ma ha anche ribadito l’intenzione di mettere mano al più presto alla riforma complessiva del mercato del lavoro, ivi compreso l’articolo 18 considerato una rigidità che, così come viene applicato oggi, «scoraggia» gli investimenti e, di conseguenza, la crescita e la stessa occupazione. E ha puntato il dito contro la gestione della pubblica amministrazione avvenuta negli anni pas-

rispetto a chi lo ha preceduto. Quanto alle parole pronunciate a Matrix, ovvero al fatto che un posto fisso per tutta la vita può essere «monotono», «una frase come quella, presa fuori dal contesto - ha detto Monti , può prestarsi a un equivoco».

«Se intendiamo per fisso un posto che ha una stabilità e tutele, certo è un valore positivo - ha precisato il capo del governo -. La mia frase serviva a dire che i giovani devono abituarsi all’idea di non avere un

«Avere la sfida del cambiamento di lavoro nel corso della propria vita è una cosa positiva che stimola. Per dare un impiego ai giovani bisogna tutelare un po’ meno chi è già molto tutelato» sati: «Non tocca dire a me se il mio governo ha un cuore buono, ma invito gli italiani a tener conto che se l’Italia è ridotta un po’ male è perchè i governi italiani per decenni hanno avuto il cuore troppo buono, diffondendo buonismo sociale» coprendolo con il debito a danno dei giovani d’oggi.

È sulle scivolate compiute da lui o da qualcuno che lo circonda, però, che si sente il maggior cambiamento di rotta

posto fisso per tutta la vita, come capitava alla mia generazione o a quelle precedenti, un posto stabile presso un unico datore di lavoro o con la stessa sede per tutta la vita o quasi». Meglio invece «abituarsi a cambiare spesso luogo o tipo di lavoro e Paese. Questo - sottolinea - non è da guardare con spavento, come una cosa negativa. Gli italiani e i giovani - sottolinea - hanno in genere troppa diffidenza verso la mobilità e il cambiamento».

Parlare di riforma del lavoro significa però parlare di articolo 18. Monti non ha eluso il tema: «Stiamo vedendo al tavolo sulla riforma del lavoro come si può contemperare la garanzia del rispetto di certi diritti del singolo lavoratore con forme che non scoraggino le imprese dall’assumere maggiormente e dobbiamo anche compararci con il piano internazionale».

L’articolo 18, ha aggiunto, è «centrale nella discussione nel senso che è uno dei temi e siccome in passato per gli uni era la punta di una spada offensiva, per altri centro di scudo difensivo, e sembrava la contrapposizione tra Orazi e Curiazi. Il nostro scopo è passare dai simboli e i miti alla realtà». Ma «per come viene applicato in Italia, l’articolo 18 sconsiglia investimenti di capitali stranieri ma anche italiani». E ancora: «l’articolo 18 è centrale nella discussione nel senso che è uno dei temi e poichè in passato per alcuni era la punta di una spada offensiva, mentre per altri era il centro dello scudo difensivo, sembrava una contrapposizione tra Oriazi e Curiazi». Mentre, spiega il professore, «il nostro scopo è di passare dai

simboli e miti alla realtà pratica e pragmatica». In un Paese come il nostro, chiosa ancora il professore, «uno come Bill Gates avrebbe difficoltà ad emergere, e questo non è giusto da nessun punto di vista».

La riforma del mercato del lavoro è «un mosaico, non bisogna precludersi di usare ogni tessera». Monti ha anche indicato per «fine marzo il termine che il Governo si è dato per varare la riforma». Il premier poi è passato a sferzare le banche e coloro che lo accusano di essere “uno di loro”: «Mi farebbe piacere se le banche comprassero piu’ Bot, ma in realtà ne comprano abbastanza pochi rispetto ai prestiti ottenuti dalla Bce, e gli istituti di credito tengono molta liquidità presso la Banca centrale europea». In conclusione, poi, il primo ministro si difende da chi accusa i tecnici di non avere cuore: «Perchè l’Italia è ridotta un pò male?Perché per decenni i partiti hanno avuto troppo cuore, hanno profuso troppo buonismo sociale, che ha accumulato anno dopo anno disavanzo e debito pubblico. Più si eroga bontà di cuore oggi, più si creano le condizioni che graveranno come piombo sui giovani».


mobydick

INSERTO DI ARTI E CULTURA DEL SABATO

Il ruolo “soprannaturale” dell’investigatore fra necessità e poesia. (A proposito di una riflessione di Sciascia e del libro di Björn Larsson)

METAFISICA DEL GIALLO di Sabino Caronia

n un saggio raccolto nel volume Cruciverba e intitolato Breve storia del romanzo poliziesco Leonardo Sciascia, dopo aver detto che la lettura di un poliziesco è, nel senso più proprio della parola, passatempo (e il divertimento, il passatempo, consiste nella condizione di affidarsi all’investigatore), osserva che nella sua forma più originale e autonoma il romanzo poliziesco presuppone una metafisica, l’esistenza di un mondo «al di là del fisico», di Dio, della Grazia, quella Grazia che i teologi chiamano illuminante, quella Grazia illuminante di cui l’investigatore si può considerare il portatore, e conclude: «L’incorruttibilità e infallibilità dell’investigatore…, la sua capacità di leggere il delitto nel cuore umano oltre che nelle cose… lo investono di una luce metafisica, ne fanno un eletto. E non è un caso che la storia del romanzo poliziesco, la nascita dell’investigatore, abbia nella Bibbia le sue prime origini; né è un caso che appunto con intenzioni metafisiche un grande scrittore cattolico, Chesterton, abbia scritto una serie di racconti polizieschi in cui il ruolo dell’investigatore è tenuto da un prete cattolico in odore di santità, padre Brown».

I


metafisica del

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Dunque abbiamo detto della natura e del valore del giallo. Non bastassero i nomi di tanti illustri scrittori che Sciascia fa, da Graham Greene a Bernanos e a Gadda, a legittimare il valore del giallo, sarebbe sufficiente richiamare il giudizio di un critico dell’autorità di Northrop Frye che in Anatomia della critica mostra come il giallo sia a pieno titolo «un tipo di letteratura» sottolineando il suo valore catartico, la sua capacità di trasformare sensazioni dolorose e paura in piacere e il suo essere gioco - e il saper giocare seriamente è uno dei tratti che distinguono la civiltà dalla barbarie.

Di recente presentando una raccolta di racconti polizieschi di un giovane e promettente scrittore, Camillo Morganti, Atena indaga, mi è accaduto di richiamare il nome di Friedrich Dürrenmatt per uno dei più noti dei suoi formidabili romanzi e racconti di carattere o, meglio, di forma poliziesca, La panne. A proposito di Dürrenmatt, con La panne è qui opportuno ricordare almeno un altro celebre racconto, La promessa, non fosse altro che per il suo significativo sottotitolo: Un requiem per il romanzo giallo. Chi conosce Dürrenmatt sa che per lo scrittore svizzero è difficile perseguire la vein un’inchiesta (La rità promessa) e che la giustizia si può anche affermare ma solo attraverso l’ingiustizia (La panne) ed è così che egli giunge nei suoi romanzi polizieschi a mettere radicalmente in discussione lo schema su cui si regge il romanzo poliziesco e, per estensione, ogni altra rappresentazione del reale che pretenda di imporre agli eventi una postuma congruenza nel tentativo di far trionfare un ordine e una giustizia che sono in realtà solo poetici, che trovano realizzazione solo sul piano dell’opera artistica. Proprio l’esempio di Dürrenmatt, insieme con le

Björn Larsson autore di “I poeti morti non scrivono gialli”. In alto, Leonardo Sciascia

anno V - numero 4 - pagina II

considerazioni di Sciascia sulla lettura di un poliziesco come passatempo, come divertimento, motivo per cui la condizione psicologica di un lettore di gialli è «più quella di uno spettatore cinematografico che di un lettore vero e proprio», ben si presta a introdurre la polemica sul carattere serio del giallo svedese che Björn Larsson, strizzando l’occhio tra l’altro a Camilleri, che di Sciascia si può in certo modo considerare l’erede, porta avanti nel suo recente romanzo di successo I poeti morti non scrivono gialli (Iperborea, 353 pagine, 14,45 euro). «Aveva ancora un’ora prima dell’arrivo del padre di JanY. e decise di sfruttarla per cercare di capire una poesia di Tranströmer che aveva letto un’infinità di volte senza mai cavarci un ragno dal buco. Era una sua abitudine, quando si trovava in difficoltà sul lavoro, cercare rifugio nella poesia, un po’ come altri prendevano una compressa per il mal di testa o facevano una passeggiata per distrarsi. La poesia era il suo corroborante, un vademecum per lasciar depositare le emozioni e costringere i pensieri a imboccare strade diverse da quelle su cui lo conduceva il lavoro da poliziotto, vie senza uscita, attualmente, a quanto pareva. Si intitolava Silenzio: “Passa, sono sepolti…/ Una nuvola copre il disco solare// La fame è un alto edificio/ che si sposta di notte// in camera si apre l’oscuro tronco/ di una tromba d’ascensore verso le viscere della terra.// Fiori nel fossato. Fanfara e silenzio./ Passa, sono sepolti…// L’argenteria sopravvive in grossi banchi/ nei profondi abissi dove l’Atlantico è nero”. Quando bussarono alla porta, Barck non aveva ancora penetrato il vero significato di quei versi, ma era talmente immerso nelle disparate associazioni mentali che gli avevano ispirato che ci

mise un po’ a rendersi conto di essere un poliziotto in servizio in attesa di un interrogatorio che non si annunciava facile e non un semplice lettore che si sforzava di capire come la fame potesse essere “un alto edificio che si sposta di notte”». È una riflessione di Barck, il poliziotto-poeta che in fondo è il vero protagonista del libro di Björn Larsson I poeti morti non scrivono gialli, che porta il significativo sottotitolo: Una specie di giallo. Una sua osservazione ci sembra che chiarisca il significato di questo sottotitolo: «A conti fatti, in quell’indagine Barck aveva imparato molto più sulla poesia che non su chi poteva avere un

motivo per uccidere Jan». Comunque di un vero e proprio giallo si tratta. È, quello di Larsson, «un gioco letterario di raffinata ironia e autoironia, per indagare l’essenza stessa della scrittura e della vocazione artistica», come si legge sulla quarta di copertina. Il valore del libro, a nostro avviso, è di portare avanti questo gioco. È un libro, questo, che ironizza certo sugli scrittori di gialli che vendono migliaia di copie - il manoscritto di Jan è intitolato Uomini che odiano i ricchi e richiama Uomini che odiano le donne, il noto titolo di uno dei tre volumi di Stieg Larsson, l’omonimo autore della trilogia Millennium pubblicata in Svezia, non a caso, dallo stesso editore - ma è anche un libro che risponde perfettamente a tutti i meccanismi del giallo. È interes-

sante la storia poliziesca e sono interessanti i caratteri dei personaggi principali, ma altrettanto e forse più interessante è la disamina che l’autore fa della situazione del mondo letterario in Svezia, e non solo in Svezia. Non a caso uno dei personaggi principali è l’editore Petersén, un personaggio positivo che crede nel suo lavoro, che è in grado di intuire alla lettura quale sarà il grande libro, il classico contemporaneo - significativo è il fatto che li legga tutti, i manoscritti che gli arrivano, di persona! -, e che lo pubblica «contribuendo così alla reputazione della casa editrice, se non alle sue casse» ma che, proprio perciò, cioè per pubblicare libri di qualità, si vede costretto ogni tanto «a pubblicare libri di qualità inferiore ma con buone prospettive di vendita, in modo da conquistarsi la possibilità di stampare testi davvero validi».

Il motivo intorno a cui ruota tutto il libro è che questo editore ha convinto il poeta Jan a scrivere un giallo, perché con i proventi avrebbe potuto vivere del suo lavoro, cosa che non è assolutamente possibile con la poesia. D’altronde Petersén è sicuro che questo non significhi abbassarsi a compromessi, poiché chiarisce fin dalle prime pagine che non ci sono generi letterari superiori o inferiori, ci sono buoni libri e cattivi libri e che il libro di Jan, che lui ha fra le mani, è un buon libro. Dunque giocando e ironizzando a declassare il genere poliziesco, poi invece Larsson lo inserisce a pieno titolo nella letteratura, perché «non ci sono generi letterari superiori o inferiori, ci sono buoni libri e cattivi libri». Jan viene trovato morto all’inizio, quando ancora gli manca qualche pagina per finire il suo giallo, un libro che attacca molte persone di potere e con questo espediente Larsson riesce a proporre la sua accusa al sistema, inserendo addirittura un intero brano del libro del poeta morto. Abbiamo dunque un libro sulla scrittura di un altro libro, e addirittura un libro nel libro. Non a caso sono richiamate molte poesie, alcune dell’autore stesso altre di altri autori e questo anche per il motivo che, come abbiamo detto, il poliziotto che conduce le indagini scrive poesie, ha come sogno di fare il poeta, gli interesserebbe molto più di vedere pubblicata una sua poesia che di trovare il colpevole in un caso importante. E le occasioni per parlare della letteratura sono continue: «La letteratura era diventata merce deperibile, con tanto di data di scadenza, come la carne e le verdure nei supermercati…», «Ormai la drammatizzazione della realtà sembrava una pandemia…», «Un ministro della Giustizia che scriveva un giallo appena passabile riceveva più attenzione…». Quello che interessa soprattutto Larsson è il senso ultimo dell’arte. Durante il

giallo

funerale di Jan il sacerdote nella sua predica fa un’esaltazione dell’arte. Esordisce con il riferimento a Salman Rushdie e alle censure dei libri in nome della religione quindi, dopo aver citato l’incipit di Giovanni, «In principio era il Verbo…», commenta: «Cosa significa, se non che Dio ha dato all’uomo la parola, e con essa una parte della sua forza creativa? In effetti la creatività e l’arte sono espressioni del divino nell’uomo […] Non so se Jan Y. Nilsson fosse credente; lui diceva di credere in Dio solo ogni tanto, ma con la sua poesia ci ha mostrato che esiste qualcosa di divino in chiunque possa ispirarci e aiutarci» e finalmente conclude il sermone leggendo una bella, significativa poesia di Jan, Regalami libri che finiscano bene, dove c’è un inno al lato positivo della vita. La risposta all’interrogativo di Barck sul senso della letteratura («Ma cos’era la letteratura davanti a una vita umana? Quanto pesava una poesia in confronto a un bambino che muore di fame? O in confronto ad Auschwitz? Serviva davvero a qualcosa scrivere buone poesie o romanzi impegnati? Il mondo diventava forse migliore?») sembra arrivare da una email del grande critico Niklas Schiöler: «L’arte in una certa misura è sempre una sfida. Solleva dubbi sul nostro mondo e ci costringe a reagire […] Il che non significa che la poesia porti ogni volta al cambiamento, niente affatto, ma ormai so che la poesia, in uno scontro impegnativo e costruttivo, può spostare l’asse del mio mondo mentale, e che una frase può spingere la realtà di dieci centimetri più in là».

Strettamente legato al senso dell’arte è il senso della vita e il problema della morte. Dopo il bel discorso del prete, Barck riflette che «sebbene non credesse in una vita dopo questa, sperava di sbagliarsi e che Jan avesse sentito il discorso del sacerdote in onore suo e della poesia.Tutto sommato era più difficile essere ateo che credente. Perché con cosa poteva consolarsi un ateo, davanti a una morte scandalosa come quella di Jan?». Non a caso la poesia che Barck va a rileggere quando, verso la fine del libro, si interroga sul senso dell’arte in un mondo sbagliato, dice a un certo punto: «Qualcuno ha avuto il coraggio/ di credere contro la propria fede/ che la vita potesse essere incisa sulla pietra/ nel bronzo/ nell’inchiostro/ per l’eternità/ che la vita non si limita a spegnersi/ come se nulla fosse accaduto/ come se nulla fosse cambiato/ come se l’universo/ e le sue leggi/ non potessero semplicemente esistere/ senza saperlo». E il pensiero corre a Sciascia e alla sua idea del romanzo poliziesco che presuppone una metafisica, Dio, la Grazia, quella Grazia che i teologi chiamano illuminante e di cui l’investigatore si può considerare il portatore.


MobyDICK

arti

olentieri torno a parlare (ma non su questo stesso giornale) di Marcel perché Broodthaers, un’altra testata su cui ho scritto ha talmente scorciato il resoconto della mostra bolognese che ne sono sortite delle espressioni tanto mozze e surreali, che nemmeno lui, il post-surrealista, se le merita e le sopporta. Magari si sarebbe pure divertito, amando giocare in primis con le parole, i nonsenses e le cesure arbitrarie, ma è rischioso scimmiottarlo, e in realtà va in parte spiegato. Se no lo spettatore si trova gettato in un universo assolutamente insensato. Dunque, innanzitutto, grande merito al Mambo di osare un’operazione così ardita, ma doverosa (incredibile che in Italia, questa sia la prima retrospettiva in assoluto, e lui è morto addirittura nel ’72, fresco cinquantenne). E chapeau di aver chiamato una curatrice intelligente e fuori dai giochi come Gloria Moure. Eccentrica, come lo era M.B. Profondamente belga, concettuale senza spocchia né uggia, tanto divertente quanto profondo (legato al Belgio del simbolismo, ai fantasmi di Rops e di Wiertz, alla letteratura di Paul Nougé, Crommelinck e de Ghelderode, e soprattutto al Surrealismo fiammingo, che ha un dna tutto particolare. Se pensiamo soprattutto a una personalitàchiave come Scutenaire). Non si pensi così a ripescaggi onirici nell’inconscio o a fantasmi primordiali e deformi. M. B. è di assoluta purezza mentale e lavora soprattutto con le sole parole, i paradossi della logica, i jeux des mots, terribili e inquietanti quando non vogliono essere soltanto spiritosi.

V

Più dalla parte di Lewis Carroll (che omaggia in una sua opera, solo evocandolo in una lapide, molto prima del nostro Salvo) che non di Masson o di Max Ernst, per capirci. Vicino semmai allo humour filosofico di un Wittgenstein o di Bertrand Russell, e di Picabia. Appunto, patito della tassonomia, presenta subito la sua «carta del tenero», mostrando un atlante-cimitero-sacrario dei suoi prediletti, che sono appunto Wilde, Swift, Blake (il folleromantico), l’illuminista-visionario Carrol di Alice al di là dello specchio e La caccia allo snark, ma appunto sdoppiato nel Reverendo Dodgson. Il doppio, lo specchio, l’al di là e il dietro delle parole, anche se Wittgenstein gli insegna che uscire dal nostro cervello, pensare dal di fuori il nostro pensiero è impossibile. Di qui melanconia filosofica e corazza di auto-sarcasmo. Peccato che nella prima sala di introibo non si sia potuto ricreare quell’originario cerchio vuoto, quella stessa vera da pozzo, nuda al suo centro, formata tutt’intorno da spiritate seggioline pieghevoli, messe ossessiva-

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Marcel Broodthaers e la poetica del Nulla di Marco Vallora

mente in tondo, per una conversazione muta e inesistente, come s’era vista nella sua epocale retrospettiva a Bruxelles nel 1974. Allegoria, illuminante, della sua poetica del Nulla omaggiato, riverito, decorato:

Courbet (che M.B. proietta nel suo immaginario pantheon cinematografico casalingo) e transitato per casa Broodthaers, lo ritroveremo poi nelle installazzioni di Kounellis, che come lui condivide la passione del

Divertente e profondo, concettuale senza spocchia. Le sue opere sono un serbatoio inesauribile di stilemi d’avanguardia di cui tutti si sono serviti senza riconoscerglielo. A Bologna la prima retrospettiva italiana dedicata all’artista belga scomparso nel ’72 ermeneutica del vuoto. Come portare all’interno del palazzo déco e littorio del Boxart di Bruxelles, un dromedario vero, col suo sguardo sgomento e arrendevolmente colonizzato alla logica dell’insensatezza. Appena uscito dall’Entr’act funerario di René Clair (o, come lo struzzo, da un film di Buñuel) per giungere sino alle zebre a striscie su neve, un po’sdate ed epigoni, della Pivi.

Ma M. B. è stato così, ha regalato moltissimo alla storia della modernità, in fondo senza esser stato nemmeno troppo riconosciuto. Come nel caso, tra i tanti, di quel pappagallo impagliato, che spiccato il salto dalla Felicita del Cuore semplice di Flaubert, atterrato per un attimo tra le lesbiche abbracciate di

mattone decorativo. Ma in realtà B. questi fondali finto-legno o mattoni dipinti li va a prelevare dalle tele del suo adorato Magritte, che conosce da giovane e che gli regala una rara edizione, fatale, del Coup de dés di Mallarmé. Vertice del mistero scritto, che scende nelle profondità insondabili, e che deliba i versi ipnotici, attraverso una libertà ritmica di tipografia inedita. Sorta di mantra-calligramma neramente incantato. Poema del-

la casualità originaria (il dado tratto non «abolirà mai il caso») che M. B. assume su di sé, prelevandone ed estirpando i versi aurorali, indecifrabili, di Mallarmé e trasformandoli, riga per riga, verso dopo verso, in sofisticati lingotti di piombo-fuso uniforme, che ricordano uno ziggurat della non-fede. O una sorta di I Ching calligrammatico: la pioggia del senso, che si dispone orizzontalmente, come riadagiandosi ogni volta nel letto insensato della pagina. E nullificando il nimbo lirico, vago, della poesia (ispirando, non c’è dubbio, le cancellature di Isgrò). Davvero M. B. è come un serbatoio incontinente di stilemi d’avanguardia (di cui tutti si sono serviti) e che lui continuamente varia, e modula, con enorme libertà ripetitiva, sfruttando tutti i media possibili, dalla calligrafia al cinema, dai libri di pietra alle diapositive proiettate sulle casse d’imballaggio.

Marcel Broodthaers. L’espace de l’écriture, Bologna, MAMbo, fino al 6 maggio


Società

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a copertina era nera, perché sui banchi dei librai si notasse meglio. Il corpo del testo piccolo per ridurre il numero delle pagine da stampare. Poi le cambiali al tipografo, la distribuzione fai-da-te, i rapporti incrociati e le giornate in treno per raggiungere persone che il tempo imponeva come nemici. Vent’anni fa, e con spirito pionieristico, nasceva C’eravamo tanto a(r)mati, libro di culto curato da Maurizio Cabona e Stenio Solinas, primo e riuscito esperimento editoriale di dialogo tra gente di sinistra e di destra: Massimo Cacciari e Umberto Croppi, Francesco Guccini e Paolo Isotta. Quando il terrorismo non sembrava invincibile e, da una parte, non era ancora di moda citare Céline o Jünger, e, dall’altra, il Msi non gradiva che i suoi, con o senza tessera, rivendicassero comunanze con Pasolini e Gramsci. La Settecolori (edizionisettecolori@gmail.com) ripubblica ora, con copertina bianca, un titolo tanto recensito e citato da essere subito entrato nel lessico politico e sociologico del Paese, se lo scrittore Beniamino Placido, il mitico critico tv della Repubblica, per stigmatizzare il lato crudo di un famoso talk show di Luca Barbareschi, lo ribattezza «C’eravano tanto armati». Salvo poi chieder venia poche righe dopo e riconoscere: «Sto scopiazzando: C’eravamo tanto a(r)mati è un eccellente libro di confessioni di protagonisti degli anni Settanta, a cura di Maurizio Cabona e Stenio Solinas». Sì, perché l’operazione degli allora trentenni Cabona e Solinas sfrutta la leva della memorialistica e racconta (attraverso le vicende di gente comune o non comune) una generazione costretta a stare sulle barricate, ma stanca dell’accusa di disfattismo. E che non prova imbarazzi per la guerra persa o vive nel mito della rivoluzione mancata. Ricorda Cabona: «L’idea non era solo quella di confrontare i cosiddetti opposti estremisti, operazione già complessa. Volevamo esprimere l’opposizione a una guerra civile strisciante alimentata dal potere consociato, che portava la morte per interessi di bottega».

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libri

a cura di M. Cabona e S. Solinas C’ERAVAMO TANTO A(R)MATI Edizioni Settecolori, 220 pagine, 20,00 euro

Gli anni di piombo

spiegati

dai protagonisti di Francesco Pacifico

Così, in un testo che è una pietra miliare, la generazione delle barricate si difende dalle accuse e supera la “guerra civile”

Ragazzi

In C’eravamo tanto a(r)mati la goliardia e i primi amori prendono il posto del reducismo e arginano disincanto, militanza e dogmatismo, che pure sono peculiarità dei baby boomers. Ecco Massimo Fini raccontare il suo autunno caldo alla Pirelli, lui unico quadro a fermarsi. Stella Pende descrive le dinamiche interne di una redazione competitiva come quella di Panorama. Paolo Isotta confessa le frustrazioni del giovane critico musicale del Corriere della Sera. Giordano Bruno Guerri ricorda come il suo Giuseppe Bottai, da tesi universitaria, divenne libro di successo (pubblicato però da Feltrinelli con l’aggiunta della postilla «fascista» nel titolo). Giampiero Mughini finisce per fare un parallelo tra gli anni passati nella gauche parigina e il rapporto con il padre fascista. Prima di allora gli incontri tra destra e sinistra erano stati sporadici, quasi carbonari. Proprio nel 1982, quando il libro di Cabona e Solinas cominciava a prender forma (uscì nel 1984, quando Pino Grillo dei Settecolori firmò le cambiali per il tipografo…), ci fu la cena a casa di Gianfranco de Turris, con Massimo Cacciari, Giampiero Mughini e Marcello Veneziani. I quali, poi, racconteranno di esserci arrivati «con le spalle rasenti al muro». Dopo, ci saranno gli anni del riflusso, il ripescaggio da parte di Craxi di qualche reduce di Lotta continua che sfocia in Reporter, i tentativi del Psi di superare l’arco costituzionale e fare la Grande riforma, anche con il socialismo tricolore. Non a caso Paolo Mieli, che sdoganò il libro dalle pagine dell’Espresso, fa dell’uscita di C’eravamo tanto a(r)mati una pietra miliare nella fine degli anni di piombo. «Il libro fu tanto citato, ma sul campo politico non si smosse nulla fino al ’92», si rammarica Solinas, «anche perché il Msi era sclerotico, incapace di analisi più o meno a lungo termine, ai vertici aveva Almirante e Romualdi, che avevano superato i 70 e non avevano interesse a organizzare il loro funerale politico».

Guida (in quattro titoli) al mondo degli adolescenti ronia, leggerezza, impegno: queste sono le caratteristiche della scrittrice francese Marie-Aude Murail, che nei suoi romanzi pubblicati dalla Giunti Junior con la traduzione di Federica Angelini, propone sempre modelli di giovani indipendenti e ribelli dinanzi all’ipocrisia degli adulti e alle ingiustizie del mondo. Cambiare la percezione degli adolescenti nell’impatto a volte violento con la realtà dei nostri giorni non è impresa da poco ,«occorre una sana vitalità, un grande sforzo e un certo ottimismo» come sottolinea lei stessa. «Fin da bambini è bene comprendere che niente è semplice, ma la sofferenza e il dolore che ci circondano non precludono un lieto fine». Quindi niente sentimentalismi: le storie della Murail trasmettono voglia di vivere; i suoi personaggi affrontano prove quasi iniziatiche per crescere e diventare fiduciosi verso il futuro. Così può avvenire che l’insofferenza verso i luoghi comuni e soprattutto l’assenza di schemi precostituiti o in qualche modo educativi rendano esilarante anche un rapporto complesso come quello che può crearsi tra generazioni diverse, tra padri e figli per esempio. Louis, il quattordicenne protagonista del suo recente libro, non a

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di Paola Benadusi Marzocca caso intitolato Nodi al pettine, è un adolescente timido, ma anche molto determinato a marinare la scuola. Come dire al padre, affermato chirurgo, che il suo giovane rampollo non intende seguire la sua stessa carriera? Di qui una serie di equivoci, bugie, scontri e divertissement, tipicamente francesi, ma che in definitiva investono tutto l’universo giovanile. Le storie della Murail non tradiscono mai i lettori pur affrontando temi scottanti come avviene in Oh boy, sceneggiato dalla televisione francese, che ha il grande merito di destare l’attenzione su un tema ancora spinoso come quello dell’omosessualità, presentando un intreccio familiare e personaggi così divertenti che ogni equivoco si risolve brillantemente. Tutte le sciocchezze che compiono spesso i ragazzi, mascherando a volte percorsi interiori di malessere e disagio, si ritrovano esemplificate in Mio fratello Simple, premiato tra l’altro alla Fiera del Libro di Francoforte nel 2008. Qui come sulle scene di un teatro si susseguono le giornate di un gruppo di studenti che vivono a Parigi e che inaspettatamente si

I modelli giovanili proposti nelle storie di MarieAude Murail sono illuminanti anche per gli adulti

trovano a dover convivere con un ragazzo «diverso», un disadattato, un ritardato mentale. Tutto ciò richiede molto humour e buona volontà perché «tutti hanno diritto a quella fetta di felicità non sempre a portata di mano e di ingegno». Cecile - il futuro è per tutti racconta invece la storia di una ragazza che fin da piccola gioca a fare la maestra e si sente inadeguata e insicura, ma attraverso i piccoli alunni di una prima elementare saprà affrontare non solo un mondo di sentimenti inaspettati, ma anche tutta una serie di individui molto comuni nella vita quotidiana: streghe e orchi che camminano per le strade di qualsiasi città, accanto ai quali per fortuna non mancano i giganti buoni simili a quelli di Roald Dahl. Il gusto dello scherzo trapela sempre nei romanzi di questa scrittrice nata in una famiglia di artisti, ed è accompagnato da una profondità psicologica che li rende godibili anche per gli adulti. Lo conferma la sua biografia di Charles Dickens, Picnic al cimitero e altre stranezze, uscita in questi giorni in Italia in occasione del bicentenario della nascita del grande scrittore. Dickens, come tutti i personaggi geniali dotati di vero carisma, offre molti spunti e la Murail li sa cogliere delineando un ritratto così vivo della sua vita e della sua epoca da renderlo indimenticabile.


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Cd

spettacoli

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di Stefano Bianchi o dice sempre: «Quel bizzarro, dissonante assolo fu uno di quei colpi di fortuna e magia che ti capitano una sola volta nella vita». Registrato al primo tentativo, è lo sconvolgente assolo pianistico di Mike Garson che ammicca alla Rhapsody In Blue di George Gershwin mentre ingaggia un furibondo duello col basso di Trevor Bolder. Lo trovate nel cuore di Aladdin Sane, anno di grazia 1973, dall’omonimo ellepì di David Bowie che qualche tempo fa ha dichiarato: «Ogni volta che Mike appoggia le sue dita sui tasti del pianoforte, nasce qualcosa d’incantevole». Dopo quella performance tutto istinto, il newyorkese Garson che era stato ingaggiato nel ‘72 da Bowie per suonare giusto le otto settimane del primo tour americano e poi stop, è diventato il suo pianista: fondamentale, nel prosieguo degli anni Settanta, negli album Pin Ups, Diamond Dogs e Young Americans; inspiegabilmente accantonato, ma poi riarruolato con tutti i crismi in dischi Black come Tie White Noise (’93), Outside (’95), Earthling (’97) e Reality (2003). Bowie, alla fine, s’è reso conto di non poter fare a meno di questo geniaccio della tastiera che aveva studiato composizione classica con Leonard Eisner, debuttato nel jazz con Bill Evans, Herbie Hancock e Lennie Tristano, sperimentato con Annette Peacock, preso

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Danza

Garson & Bowie

un binomio evergreen una momentanea sbandata per il countryrock per poi tornare sulla retta via jazzistica con Stanley Clarke, Lee Konitz e Stan Getz. Nonostante abbia inciso dal ’79 al 2008 fior di funambolici dischi come Jazzical, Serendipity, A Gershwin Fantasia,

Homage To My Heroes e Lost In Conversation, e abbia collaborato con Billy Corgan, Smashing Pumpkins, No Doubt e Nine Inch Nails, Mike Garson continua a esser succube della cosiddetta «maledizione bowiana»: anziché identificarlo come soli-

sta, si è cioè portati a ricordarlo (non solo in studio di registrazione, anche dal vivo) accanto a Ziggy Stardust e poi al Thin White Duke, fino al Reality Tour che ha sortito un Bowie desaparecido (forse) per sempre. Sparito il boss, ecco l’occasione giusta per rimettersi in gioco snocciolando assoli in assoluta libertà.Tutt’altro. Pensando a Rachmaninoff, Beethoven, Bach, Chopin e Liszt, Garson ha inciso The Bowie Variations For Piano: per ringraziare l’amico David? E magari incoraggiarlo a tornare sulle scene? Sia quel che sia, questo è un disco da mille e un’emozione che mitizza schegge d’un repertorio già di per sé glorioso.Ascoltatelo, il pianoforte di Mike, mentre pizzica con una pioggia di note l’indimenticabile puzzle melodico di Space Oddity; tramuta il glam rock di John, I’m Only Dancing in un irresistibile swing; fa il restyling più intimista che si può a Life On Mars; stravolge vorticosamente Heroes a colpi d’honky-tonk; denuda Ashes To Ashes fino a renderla un impalpabile sogno; rallenta Changes, e poi la velocizza in chiave cabarettistica; prende il funky di Let’s Dance, lo azzera e lo rilancia in veste jazz & blues; prende tre pezzi non troppo conosciuti (Battle For Britain, The Loneliest Guy, Bring Me The Disco King) e ne fa un Medley chiaroscurale, agrodolce, melodrammatico; sceglie Wild Is The Wind (portata al successo nel ‘59 da Nina Simone, reinterpretata nel ’76 da Bowie su Station To Station) e la riempie di paradisiache atonalità. «Non può che somigliargli», dice di A Tribute To David, brano composto in suo onore che svela quel certo non so che di malinconico. Appunto. Garson & Bowie sono proprio due gocce d’acqua. Mike Garson, The Bowie Variations For Piano, Reference Recordings, 19,50 euro

Gli equilibrismi manga di Cherkaoui

a otto anni porta la scena internazionale nella nostra capitale; Equilibrio - Festival della Nuova Danza apre la sua ottava edizione domani, come sempre all’Auditorium Parco della Musica. Dal 2005 il festival ospita i nomi più interessanti del panorama della Nuova Danza, «importando» sui palcoscenici capitolini artisti di notevole interesse, come Costanza Macras, Wim Vandekeybus, JeanClaude Gallotta e Shen Wei. Nato sotto lo sguardo attento e innovativo di Giorgio Barberio Corsetti, consulente per il teatro e la danza dell’Auditorium dal 2004, il festival che la capitale dedica al mondo della danza contemporanea si è via via interessato di Videodanza, di Nouveau Cirque e di quant’altro la scena internazionale sapeva e poteva offrire. Nel 2007, poi, scatta un vero e proprio colpo di fulmine tra l’Auditorium e Sidi Larbi Cherkaoui, uno dei protagonisti indiscussi della scena coreutica internazionale. Dalla coproduzione di Myth (2007), in occasione della prima edizione del Festival Internazionale di Villa Adriana, inizia una fruttuosa collaborazione ancora in essere; La Fondazione Musica per Roma decide, infatti, di continuare a coprodurre tutte le creazioni di Cherkaoui, sia quelle da presentare al Parco della Musica che quelle di Villa Adriana. Ne sono il frutto Sutra (2008), Apocrifu (2009), Orbo

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di Diana Del Monte Novo e Babel (2010). Dallo scorso anno, poi, si apre l’opzione della residenza artistica romana del coreografo belga, rinnovata anche per il 2012, che ha dato come suo primo risultato Play, spettacolo in collaborazione con la danzatrice franco-parigina Shantala Shivalingappa. Non da ultimo, dal 2009 Sidi Larbi Cherkaoui è diventato consulente artistico per la danza della Fondazione Musica per Roma, direttore artistico di Equilibrio - Festival della nuova danza e del premio dedicato ai giovani talenti a esso collegato, Premio Equilibrio appunto. Ai giovani talenti è stata affidata l’apertura dell’edizione 2012, con due appuntamenti (domani e lunedì) durante i quali saranno presentati i lavori in forma breve (dieci/venti minuti ciascuno) degli otto finalisti. Nato nel 2008, il Premio Equilibrio ha già dato spazio a numerosi coreografi emergenti, italiani e non. La formula è rimasta perlopiù invariata: due serate in cui vengono proposti progetti in divenire da sviluppare, eventualmente, con

i fondi del premio. I vincitori dello scorso anno, Martina La Ragione e Valentina Buldrini con Will e Giulio D’Anna con Parkin’son, sono stati puntualmente inseriti nel calendario 2012 (14 febbraio Will, 8 febbraio Parkin’son) con la versione definitiva, circa cinquanta minuti, dei loro lavori. Il programma di Equilibrio proseguirà, poi, con la nuova opera del suo direttore artistico intitolata TeZuKa (6 e 7 febbraio). Ispirata all’omonimo disegnatore di manga - autore di due celeberrime storie, Astro Boy e Buddha, ormai parte della cultura popolare giapponese - la coreografia prevede dieci interpreti, tre musicisti e un calligrafo ed è accompagnata dal-

la colonna sonora originale del pluripremiato Nitin Sawhney. Un altro nome che non passa certamente inosservato è quello di Ko Murobushi, da molti considerato il principale erede di Tatsumi Hijikata, il fondatore della «danza delle tenebre» (ankoku butoh). Dopo essere stato folgorato da un lavoro del maestro nel 1968, Revellion of the Body, Murobushi inizia a studiare con Hijikata nel 1969. Successivamente, l’allora giovane interprete sperimenta per un breve periodo la vita ascetica per poi tornare alla scena, fondando diverse compagnie; tra queste, nel 1974, dà vita alla prima compagnia Butoh femminile con Carlotta Ikeda, Ariadone, con cui collabora tutt’oggi in qualità di coreografo. Già ospite nel 2007 con il solo Quick Silver, il sessantaquattrenne artista giapponese torna a Equilibrio con una nuova performance solistica, Inter-mezzo (25 febbraio). Per questa sua nuova opera, il maestro si presenta con una citazione emblematica tratta dai Diari di Kafka: «Tutte le idee che mi vengono non mi vengono dalla loro radice, ma soltanto da qualche punto verso la metà. Provatevi allora a tenerle, provatevi a tenere e ad aggrapparvi a un filo d’erba che cominci a crescere soltanto a metà dello stelo». Equilibrio si chiuderà il 27 febbraio con lo spettacolo di Juan Kruz Díaz de Garaio Esnaola (Espérame despierto).


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cinema

i sono tre nuovi film con al centro l’infanzia. Hugo, di Martin Scorsese, tratto dal geniale romanzo illustrato di Brian Selznick (parente di Darryl, produttore di Via col vento) è un tour di force in 3D che esalta la magia del cinematografo, costruttore di sogni. La prima scena è una stupefacente volata attraverso una stazione ferroviaria parigina degli anni Venti, un universo idealizzato e al centro della storia. S’inizia raccontando il mondo e le avventure di Hugo (Asa Butterfield), dodicenne orfano di un orologiaio (Jude Law). Suo zio Claude (Ray Winstone) è il tecnico che mantiene gli orologi della stazione in perfetto orario. Stufo di starsene rintanato negli appartamenti dei dipendenti dimenticati sotto il tetto dell’immenso edificio, lo zio alcolizzato insegna a Hugo il mestiere e sparisce. Il bambino solitario che guarda il brulichio sottostante, è una proiezione

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Hugo, T.J.

e i bambini violati del piccolo Martin, asmatico, chiuso in casa a guardare la vita alla finestra e attraverso i film.

Hugo sopravvive rubando croissants dai bar (come fa a lavare i panni non si sa) e fregando piccoli meccanismi dal chiosco di papà Georges, un burbero riparatore di giocattoli (Ben Kingsley in grande spolvero). Gli servono per riparare un automa salvato dall’abbandono in un museo, che l’amato papà non aveva finito di riparare prima di morire. Hugo fa amicizia con Isabelle (Chloe Grace Moretz), orfana come lui e figlioccia di papà Georges. Con lei scopre la complicità, l’avventura condivisa e la magnifica biblioteca della stazione. Nella seconda parte, scoprono insieme il mistero del passato del riparatore di

di Anselma Dell’Olio scoprono che un solo film è sfuggito al rogo: l’incantevole Viaggio sulla luna, visto al festival di Roma. L’astronave che buca l’occhio del volto umano disegnato sulla faccia dell’astro (Man in the Moon) è la scena più celebre del film, colorato a mano fotogramma per fotogramma. Può sembrare paradossale che Scorsese renda omaggio a un cineasta degli esordi con un film in 3D; ma Méliès, mago di professione, si accosta al cinema proprio per sperimentare gli effetti speciali. Il 3D lo avrebbe incantato, anche per l’uso magistrale che ne fa Scorsese, il primo a sfruttarne al meglio le potenzialità. Il ritmo non è sempre serrato, a volte persino lento, ma gli inna-

a scuola. Lo stile è documentario, molta macchina a mano, e gli attori, di talento e benissimo diretti, hanno improvvisato sulla traccia elaborata dalla regista con Emmanuelle Bercot (SueEllen nel film). Maiwenn ha seguito una vera squadra per settimane, e nel film coglie la vita in volo, con tutte le complessità del caso: non è semplice separare il reale dall’immaginario, specie con i bambini. Nella prima scena, il delicato interrogatorio di una bambina ne illustra le difficoltà. L’agente le chiede se il papà tocca le sue parti intime. La bimba risponde: «Mi gratta il culetto». Decifrare il significato della frase è operazione ardua, e dall’inizio capiamo il pericolo d’incorrere in infamanti accuse ingiustificate. Riccardo

sposta a fare la fellatio a un gruppo intero di teppistelli per riavere il cellulare rubato, trovandolo un «giusto scambio», che scatena un incontenibile fou rire degli agenti increduli. È di particolare efficacia la degenerazione dell’amicizia di due agenti, Nadine (Karen Viard) e Iris (Marina Fois), di estrema perspicacia nel seguire l’ottovolante di certi rapporti femminili. Emozionante, toccante, esilarante da cima a fondo, è un film da non farsi sfuggire.

Da Sundance arriva Hesher (Joseph Gordon Levitt), un capellone vulcanico che invade la vita di T.J, un dodicenne (Devin Brochu) con la fissa di ricomprare l’auto in cui è morta la madre. Dopo

Tre film dedicati all’infanzia da non perdere. Quello di Scorsese, in 3D, è un sogno su celluloide che si realizza. Poi c’è “Polisse” della Maiwenn, toccante ed esilarante, ed “Hesher”, già apprezzato al Sundance Film Festival giocattoli. La storia non crea attesa in senso classico. Ne fa le veci il pericolo, rappresentato da un terrificante doberman (in 3D!) e un minaccioso capo stazione (Sacha Barron Cohen) che fa l’accalappia-orfani, da acciuffare mentre gironzolano nel suo regno in cerca di cibo e calore, per sbatterli in un istituto dickensiano. Dall’autore di un libro sul cinema muto (Michael Stuhlbarg), Hugo scopre la fonte del dolore di Georges, cognome Méliès, regista, produttore e attore di centinaia di film muti di successo. Era passato di moda e, disperato, aveva distrutto i suoi film per ricavarne materiale chimico da vendere. I ragazzi

morati della ri-creazione di sogni su celluloide saranno in estasi. Da non perdere.

Polisse di Maiwenn, attrice e regista 35enne di origini maghrebine, ha vinto il premio della giuria al festival di Cannes. È il suo terzo film e il primo a uscire da noi. Ci sono diverse storie intrecciate o parallele, che raccontano a ritmo serrato la vita privata e professionale della Sezione protezione minori della polizia parigina. Una dozzina d’agenti, maschi e femmine, indaga le denunce di pedofilia, d’incesto e delle mille violenze perpetrate sui bambini, spesso in famiglia o

Scamarcio ha un cammeo come compagno borghese di Melissa (Maiwenn), la fotografa che documenta il lavoro della squadra. Un rapporto conflittuale tra lei e l’agente Fred (il rapper Joeystarr, fantastico) diventa amore. La regista rende omaggio alla propria famiglia maghrebina e operaia: suo papà e suo nonno appaiono nel film. Non c’è un attimo di noia: delle 150 ore di girato, il distillato dei momenti migliori è magnifico. C’è il sequestro straziante di un bimbo in fasce da parte della mamma alcolista e drogata; il parto di una puerpera adolescente, di un bimbo frutto di uno stupro. C’è la ragazzina di-

un incontro accidentale e incendiario con T.J., il metallaro occupa il garage e tratta la casa come fosse sua. Il padre di T.J. (Rainn Wilson), rintronato dagli antidepressivi, non sa reagire; la nonna dolce e svagata (Piper Laurie) lo accetta con grazia.Turpiloquio, pornografia e piromania sono i vizi dell’invadente punk, ma è buon osservatore. Quando arriva Nicole (Natalie Portman, co-produttrice), squattrinata cassiera al supermercato che salva T.J. da un bullo, la storia si complica. È una variante divertente del marginalizzato (Boudou salvato dalle acque) che sconvolge la vita di borghesi in panne a fin di bene. Da vedere.


o p i n i o n ic o m m e n t il e t t e r ep r o t e s t eg i u d i z ip r o p o s t es u g g e r i m e n t ib l o g

Tariffe acqua: evitare iniquità per le famiglie numerose e non agiate LA DIMENSIONE POLITICA DEI CATTOLICI (I PARTE) Il raduno di Todi ha riposizionato al centro del dibattito il tema dell’impegno dei cattolici in politica. Dopo vent’anni dalla fine del partito che, nel bene e nel male, iconograficamente veniva indicato come garante del depositum fidei ritengo doverosa una riflessione. La fine dell’unitarietà politica dei cattolici, più formale che sostanziale, era stata salutata da non pochi ambienti con favore. D’altronde non era neppure peregrino ritenere che il posizionamento dei cattolici nei differenti schieramenti, che hanno contraddistinto la scena politica della Seconda Repubblica, avrebbe potuto consentire una maggiore capacità di interposizione ed influenza. Per intenderci, una unitarietà valoriale e non di appartenenza capace di una forza trasversale sui temi sensibili superiore agli stessi partiti politici di appartenenza. Ma così non è stato. I cattolici impegnati in politica si sono pressoché divisi su tutto. Ed è accaduto che il centrodestra si è “appaltato in house” la tutela dei cosiddetti valori non negoziabili (etica sessuale e bioetica), il centrosinistra quelli di etica sociale (immigrazione, povertà ecc.), e il centro è rimasto schiacciato tra i due poli nell’impossibilità di esercitare la pur necessaria mediazione. La rottura è stata evidente non essendoci stato un tema sul quale la capacità di compromesso abbia prevalso. Con la conseguenza che, per quanto attiene ai problemi bioetici, la Corte costituzionale ha dovuto “salvare” una legge quale quella sulla procreazione medicalmente assistita perché a contenuto costituzionalmente vincolato, le questioni di “fine vita”, dopo accessi e serrati dibattiti, sono rimaste al capolinea, le problematiche giuridiche, appannaggio del legislatore, su tutte le implicazioni derivanti dalle biotecnologie ci vedono fanalino di coda nell’ambito delle cosiddette democrazie evolute. Lo stesso dicasi per i problemi di etica sociale che, per rimanere a quelli di più stringente attualità, come le immigrazioni e le nuove crescenti povertà, non possono non toccare e mettere in crisi le coscienze di tutti cattolici. È stato fin troppo facile trovare una maggiore convenienza nella bassa speculazione politica, piuttosto che in un serio tentativo di dare voce e tutela ai temi che dovrebbero contraddistinguere l’impegno dei cattolici in politica; che altro non dovrebbe essere che la testimonianza viva del Vangelo. Ignazio Lagrotta C O O R D I N A T O R E RE G I O N A L E CI R C O L I LI B E R A L PU G L I A

Il livello delle tariffe dell’acqua nella nostra regione aggrava la già difficile situazione economica delle famiglie, soprattutto quelle numerose, con più di tre figli. Facciamo nostre le preoccupazioni espresse dal forum delle associazioni familiari di Puglia e ne condividiamo la proposta di operare nella direzione di una corretta equità sociale accompagnata dalla solidarietà tra le persone ed i nuclei familiari. Già in sede di approvazione, avevamo bollato come “demagogica”la legge che non garantisce realmente un minimo vitale ai soggetti meno abbienti, in barba ad una riduzione delle tariffe sbandierata appena due anni fa in campagna elettorale. Occorre apportare appositi correttivi al regolamento di attuazione della legge appena approvata per evitare iniquità nei confronti delle famiglie con un numero maggiore di figli che in Puglia sono circa 115mila, di cui il 37% è classificata come povera e il 9,4% ricade nella povertà assoluta. Appare un’iniquità continuare ad utilizzare un sistema tariffario per fasce di consumo e per utenza, indipendentemente da come è caratterizzata questa utenza. Condividiamo pertanto le proposte del Forum delle associazioni familiari, fra cui quella che prevede, per le «fasce di consumo domestico giornaliero superiore a quello minimo vitale, di individuare fasce tariffarie articolate per scaglioni di consumo tenendo conto: del reddito familiare, della dimensione e composizione del nucleo familiare, della quantità di acqua erogata, dell’esigenza di razionalizzazione dei consumi e di eliminazione degli sprechi».

Salvatore Negro, presidente Gruppo Udc Regione Puglia

RIFLESSIONI SULL’ARTICOLO 18 La polemica intorno alla necessità o opportunità di abolire o modificare l’art.18 dello Statuto dei lavoratori fa sorgere alcuni interrogativi. Per la ripresa della economia italiana è necessario sacrificare l’articolo 18? La crisi economica si è sviluppata e si è aggravata a causa della predetta normativa di tutela dei diritti dei lavoratori o è stata creata da speculazioni finanziarie forse tutt’ora in atto ed aggravata da chi negava la sua esistenza? La richiesta di abolizione evoca in chi è stato, dal dopoguerra, testimone attento delle vicende politiche-elettorali atteggiamenti padronali a dir poco medioevali. Ci siamo dimenticati di quando taluni imprenditori imponevano ai loro dipendenti di votare e di far propaganda per il partito e per il candidato da loro preferito? E i lavoratori, per non rischiare di essere licenziati, dovevano ubbidire perché vi era una alta percentuale di disoccupazione. È storia dei primi anni della Repubblica che può rischiare di tornare se il lavoratore viene privato della tutela dell’articolo18.

Luigi Celebre

MALTEMPO NEL SALENTO Fortunatamente nella nostra provincia il maltempo non ha provocato vittime, ma i

danni sono stati altrettanto pesanti, al pari di quelli causati in Liguria o nel Veneto dove ci sono stati interventi governativi mirati. Non vorremmo che ci fosse disparità di trattamento tra regioni del nord e quelle del sud. In questo riponiamo fiducia nel Governo Monti che saprà invertire la rotta del governo precedente. Particolarmente colpiti risultano i tratti di costa, dove sono andati distrutti chilometri di arenile, con grave danno per i gestori di lidi. A tal proposito sarebbe opportuno che il Governo concedesse ai gestori l’esenzione dal canone annuale relativo alla concessione demaniale, per venire incontro alle difficoltà delle strutture balneari. In tal modo, con i soldi risparmiati, i gestori potranno far fronte in parte ai danni causati dal maltempo. L’esenzione sarebbe un segno tangibile della vicinanza delle istituzioni in questo particolare momento di difficoltà.

Lettera firmata

SÌ ALL’ALTA POLITICA NO AL POLITICANTISMO Il politicante è l’impreparato che svolge attività politica per puro mestiere e interesse personale. Il cittadino – che ha bisogno della politica (necessaria amministrazione dello Stato) – non può accettarne la degenerazione, la patologia. Il cittadino

L’IMMAGINE

CONSIGLIO NAZIONALE CIRCOLI LIBERAL VINCENZO INVERSO COORDINATORE NAZIONALE CIRCOLI LIBERAL

REGOLAMENTO E MODULO DI ADESIONE SU WWW.LIBERAL.IT E WWW.LIBERALFONDAZIONE.IT (LINK CIRCOLI LIBERAL)

Una moneta per le regole del fuorigioco Per qualcuno le regole calcistiche del fuorigioco sono complicate e poco chiare. In occasione delle Olimpiadi di Londra, che inizieranno il 27 luglio e termineranno il 12 agosto, la zecca inglese ha pensato di correre in aiuto dei tifosi: sono infatti state coniate una serie di monete da 50 pences, in serie limitata, che vorrebbero aiutare a comprendere meglio il fuorigioco. La particolare moneta è stata coniata in seguito ad un concorso che ha chiesto a pubblico e tifosi di proporre delle monete commemorative per ciascuno degli sport olimpici. L’idea della moneta che illustra il fuorigioco è di un giornalista, che scherza: «Se mi avessero dato 50 pences ogni volta che qualcuno mi ha chiesto di spiegargli cosa fosse il fuorigioco, adesso sarei molto ricco». Ma aggiunge anche: «Il fuorigioco è uno degli argomenti di discussione maggiori, che vivacizza tutti i commenti delle partite di calcio. Anche la moneta vuole essere qualcosa di simile: un argomento di discussione. E finora ci sta riuscendo in pieno».

respinge statalismo, demagogia, bassa politica, ideologia, elettoralismo, utopia; nonché partitocrazia, clientelismo, spreco del pubblico denaro e teatrino di pupi faziosi. Lamenta il trasformismo, l’imbonimento, la mistificazione della realtà, la manipolazione particolaristica della storia e la discriminazione fra dittature di diverso colore. Il cittadino è infastidito dai difetti di politiconi: retorica, privilegi, lussi, venalità, autocelebrazione, esternazione di prediche ed eccessiva esposizione mediatica. Rifiuta corruzione, tangentopoli, affittopoli, bizantinismo, politichese; come pure l’incoerenza fra parola e azione. L’uomo della strada deplora le lungaggini, l’oratoria magniloquente e la dialettica inconcludente, fine a se stessa. Critica la solidarietà pelosa, la strumentalizzazione della povertà e la politicizzazione d’ogni aspetto dell’esistenza. Avversa gli sfarzi, le pompe e il costo debordante di: “reggia quirinalizia”, parlamento, regioni, province, comuni ed enti inutili. Il cittadino implora d’essere lasciato in pace; teme d’essere stritolato dal torchio fiscale; chiede che non gli vengano sottratti gli spazi di libertà individuale, privacy e intimità. No al Grande Fratello (G. Orwell), incombente, onnipotente, totalitario, controllore assoluto sulla vita delle persone.

Gianfranco Nìbale

PIÙ “OPERAZIONI MEDIATICHE” PER I FALSI POVERI

APPUNTAMENTI FEBBRAIO Venerdì 10 - ore 11 - Università Gregoriana Piazza della Pilotta 4 - Roma

LE VERITÀ NASCOSTE

La Spa dei macachi Per superare i lunghi e rigidi inverni, i macachi giapponesi di Nagano si immergono nelle calde sorgenti di acqua termale di cui è ricca la zona. I bagni alle terme non sono l’unica curiosità di questa specie, chiamata anche “scimmia delle nevi”: è stato scoperto che per divertirsi giocano a palle di neve e, prima di mangiare, lavano il cibo. Davvero un animale amante del benessere

In tema di evasione fiscale tutti auspicano (o dovrebbero auspicare)interventi penetranti e severi per stanare i furbi parassiti che si arricchiscono sulla pelle di chi onora il debito fiscale. Non la pensano così coloro che si stracciano le vesti in difesa dei furbetti di Cortina o di Milano, parlando di “operazione mediatica”nonostante i controlli abbiano consentito di individuare questi falsi poveri che viaggiano su transatlantici a quattro ruote. Le persone che pagano le tasse la pensano diversamente e si augurano invece che queste operazioni si ripetano in futuro con sempre maggiore intensità.

G. M.


mondo

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Sempre più evidente il fatto che Washington decide e Bruxelles ratifica. Isaf disposto a rimanere un anno in più

Ritorno in Somalia... Al summit della Nato si parla di un prossimo intervento in Africa. E dell’uscita da Kabul di Pierre Chiartano l segretario Usa alla Difesa, Leon Panetta, mercoledì aveva bruciato le tappe della comunicazione anticipando, in volo verso Bruxelles, la scelta del ritiro dall’Afghanistan ben prima del già pronosticato il 2014 e la fine dei combattimenti. A quanto sembra una operazione che avverrà già nella seconda metà del 2013. E porterà a “un cambio di ruolo per la Nato in Afghanistan” ha poi confermato il segretario generale dell’Alleanza, Anders Fogh Rasmussen, di fronte ai giornalisti ieri in tarda mattinata. La missione Isaf dovreb-

I

Bruxelles è arrivato il segretatrio generale per l’incontro con i ministri della Difesa dell’Alleanza e oggi per presiedere il summit dei contributor alla missione Isaf in Afghanistan e Kfor in Kosovo.

Non gli è rimasto nulla da fare se non ratificare ciò che il Pentagono aveva già dichiarato: «Attraverso ciò che ho sentitto da parte di tutti gli alleati posso dichiarara che la fine del processo di transizione, verso una completa responsabilità degli afghani per la loro sicuerezza, verrà completata per la fine del 2014». Insomma

La linea guida del Patto in tempi di crisi è sempre di più a favore della “smart defence”, una bella formula per tagliare le spese - razionalizzando le competenze - senza ridurre troppo l’efficienza be dunque restare un anno in più, ma non costituisce una grande differenza. Dopo gli americani addestreranno le forze afghane e si trasfomeranno in tutor della sicurezza. Ieri in mattinata qui al quartier generale della Nato a

si tratta di problemi d’agenda. Washington decide, Bruxelles ratifica. La linea guida della Nato, in tempi di crisi, invece è sempre di più a favore della “smart defence”, una bella formula per tagliare le spese - razionalizzandole competenze -

Sopra, il segretario generale Nato Anders Fogh Rasmussen. In apertura, soldati della Nato. In basso, l’esercito dei Pasdaran senza ridurre troppo l’efficienza. E anche il sistema di difesa missilistica, che crea tanti problemi con la Russia e che costerà più di un miliardo di euro in 14 anni, è improntato a una migliore capacità di suddividere le specializzazioni. In breve, è inutile che tutti i membri della Nato abbiano tutti i reparti delle forze armate, dalla marina alle forze meccanizzate. Evitare duplicazioni, risparmiare e csotringere i Paesi europei ad aver bi-

sogno l’uno dell’altro in campo militare sembra un’ottima idea.Ma c’è un’altra notizia che circola nei “sotterranei” del quartier generale in boulevard Leopold III: l’Alleanza si starebbe preparando ad intervenire in Somalia.

Le bocche sono cucite sull’argomento, ma nessuno nega. E la scelta sarebbe perfettamente in linea con il cambiamento strategico del membro più importante della Nato:

gli Stati Uniti. Lo shifting d’interesse verso il Pacifico giustificherebbe una maggiore attenzione per il choke point (strozzatura) al largo del Corno d’Africa dove passa gran parte del traffico navale che alimenta i bisogni energetici dell’Europa. Nonostante le 30 unità navali della missione Atalanta e di altre forze navali, come quella cinese, non si è ancora riusciti a bloccare il fenomeno della pirateria. Specialmente le basi “corsare” in

Il Washington Post lancia l’indiscrezione: «Cinque giorni di attacco aereo, poi l’intervento dell’Onu». Le voci trovano conferme

«Tel Aviv pronta a bombardare l’Iran» er Washington, l’attacco di Israele ai siti nucleari iraniani potrebbe esserci tra aprile e giugno. A lanciare l’allarme è stato ieri il Washington Post. Il Segretario alla Difesa Usa, Leon Panetta, ha confermato l’indiscrezione e ha espresso preoccupazione in merito. Fonti israeliane sono convinte che il programma di ricerca nucleare sia ai margini della zona di immunità: la sottile linea rossa oltre la quale non sarebbe più possibile interromperlo. Entro la primavera, i processi di arricchimento di uranio, realizzati nei due siti di ricerca nucleari del regime (Bushehr e Darkhovin), potrebbero produrre quattro testate. Rudimentali sì, ma pur sempre atomiche. La notizia é stata confermata anche dal ministro della difesa israeliano, Ehud Baraq. In realtà, fra il governo Netanyahu e i suoi analisti non sembra

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di Antonio Picasso esserci uniformità di vedute. Il vice premier Moshe Yaalom è convinto che un intervento hit and run delle Heyl Ha Avir, l’aeronautica militare israeliana, sia fattibile. I tecnici invece sottolineano che i centri sono tutti sotterranei. Per questo, un’operazione dal cie-

esatti dalle elezioni in Israele, l’attuale esecutivo sta attraversando una fase di bonaccia. Netanyahu era stato eletto per risolvere la questione palestinese e quella iraniana. Oggi il primo è congelato sine die, il secondo resta oggetto di paranoie collettive e relative stru-

Il Segretario alla Difesa Usa, Leon Panetta, ha confermato l’indiscrezione e ha espresso preoccupazione in merito. Entro la primavera, i siti iraniani potrebbero produrre 4 bombe lo potrebbe risultare improduttiva. Yaalom è l’ex capo di stato maggiore delle forze armate israeliane e ora guida anche il ministero degli affari strategici. D’altra parte le sue competenze militari potrebbero essere suggestionate dalla vision politica. A tre anni

mentalizzazioni. C’è chi sottolinea che l’Iran si guarda bene dal mettere in pratica la minaccia di fare tabula rasa di Israele. Altri invece ritengono che si tratti di un pericolo ben concreto. Il nervosismo della società israeliana ha un’onda lunga che si rifrange sulle co-

ste occidentali dell’Atlantico. In Usa però, con le presidenziali alle porte, non si ha la minima intenzione di dar adito a questi ciclici venti di guerra. Obama si arroga il primato di attacco. Come prima potenza nucleare mondiale, gli Usa vogliono chiudere il dossier Iran con le proprie mani e non lasciarlo in balia degli irrequieti alleati israeliani. Tanto più che anche al Pentagono sono convinti dell’inefficacia di un intervento chirurgico. L’attacco rischierebbe, a dire degli esperti, di fare da detonatore per le rappresaglie terroristiche che gli Ayatollah hanno promesso di avere in cantiere, nel caso fossero colpiti. Inoltre sarebbe un volano per il sostegno popolare del regime. A Washington come a Gerusalemme devono chiedersi quale sia l’obiettivo prioritario. I siti nucleari, oppure la fine della dittatura teocratica sciita?


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l’Alleanza in maniera anonima. Ma ci fanno capire che la cabina di regia viene da ben individuate Ngo. Una nuova frontiera della sicurezza è poi quella energetica. Il quasi monopolio russo sulla distribuzione del gas naturale non è percepito come una garanzia per la tanto decantata diversificazione. Ma alla Nato non si pronunciano, Mosca è una spina nel fianco: bocche cucite. Gli americani invece parlano e si lamentano. E circola una battuta sui tempi del governo Berlusconi: la Russia è un problema? Dipende da quanto sei amico di Putin.

Comunque sia, ieri è stato l’Afghanistan a tenere banco. Obama aveva promesso di chiudere i fronti di guerra e di sconfiggere al Qaeda e finora sembra aver mantenuto le promesse. Il problema per ciò che riguarda il Paese dell’Ssia centrale è lo “sbilanciamento” tra le operazioni militari e lo sviluppo delle strutture politiche e istituzionali. Usiamo termini forse un po’ troppo pom-

politiche a preoccupare. Per gran parte degli afghani il mondo inizia e finisce nelle loro valli. Molti non sanno neanche dove sia Kabul, chi sia Karzai e cosa voglia dire Afghanistan. Il concetto di state building ha bisogno di tempi storici. Anche un secolo per completare un tale processo “può essere una visione ottimistica” confessa un dirigente Nato off the record.

Accellerare troppo la fase in cui il Paese dovrà cavarsela da solo potrebbe aprire la porta agli interessi esterni. Nella parte occidentale queste influenze arrivano dall’Iran e dall’India, a oriente da Pechino; a sud dal Pakistan, che nonostante tutte le promesse e il fiume di soldi arrivato da Washington, continua a gestire le trame talebane. Ciò non toglie che i risultati in campo militare siano stati ottenuti e che Isaf possa onorevolmente mettersi la medaglia di mission accomplished (missione compiuta), in altre occasione utilizzata prematuramente. E

Il maggior azionista dell’Alleanza, gli Stati Uniti, volgono l’attenzione a oriente. E vogliono un’Africa sicura e lontana dalle tentazioni del terrorismo islamico internazionale Somalia non hanno subito limitazioni essenziali, anche dopo l’intervento militare dell’Unione africana e delle forze kenyote ed etiopiche.

Di qui la scelta, probabile per la Nato, di muoversi verso quella regione e pianificare un intervento militare. C’è comunque aria di cambiamento in seno all’Allenza, crisi economica, trasformazione degli obiettivi della politica estera americana e del contesto in-

ternazionale, stanno spingendo in maniera sostanziale la metamorfosi strutturale della Nato. Un Trattato che per oltre 60 anni ha garantito sicurezza e stabilità sull’asse Atlantico, ora deve fare i conti, sempre più spesso, con le cosiddette realtà fuori area. E anche l’articolo 5 del Trattato, quello cioé che garantisce l’intervento militare degli alleati in caso di pericolo per uno dei membri, dovrà subire alcune modifiche. Immaginiamo ad esem-

Bombardando i primi, la seconda avrebbe di che sopravvivere. Manovrare in seno alla dissidenza potrebbe essere utile per entrambi i target. Ecco perché va recuperato il discorso delle operazioni di intelligence. Dal 2010 a oggi, sono stati uccisi quattro ingegneri iraniani, tutti impegnati nelle ricerche sull’atomo. L’ultimo è caduto vittima di un attentato a metà gennaio. A dicembre inoltre altri cinque sono spariti mentre si trovavano in Siria. Teheran attribuisce lo stillicidio al Mossad. Queste operazioni però vengono realizzate grazie a una filiera di agenzie di intelligence. Chi preleva fisicamente la persona riceve la collaborazione di strutture straniere, le quali forniscono parziale ma specifica consulenza nel campo in cui eccellono. In ogni caso, gli interventi ad personam hanno rallentato i piani di Khamenei e soci.

E cosa dicono questi ultimi di fronte alle indiscrezioni del Washington Post? La linea di Teheran è sempre la stessa. Il nucleare è un diritto di tutti e comunque quello iraniano si limiterebbe a una questione energetica. In realtà, nemme-

pio come sarebbe possibile intervenire nell’ambito della cyberwar invocando l’articolo 5? Solo il quartier generale dell’Alleanza subisce oltre 100 attacchi informatici al giorno, spiega un esperto in uno dei numerosi briefing cui hanno sottoposto la stampa durante la “tre giorni” Nato.

Non si tratta di un attacco di natura militare e può essere condotto simultaneamente contro uno o più membri del-

posi per ciò che riguiarda l’Afghanistan, dove anche solo il concetto di Stato risulta aleatorio, ma serve a dare l’idea. La pressione militare continua ha funzionato: talebani, insorgenti e signori della droga non reggono la presenza e l’attività continua di Isaf, la missione internazionale a guida Nato. Ma oggi quando la transizione delle responsabilità per la sicurezza interna a favore delle forze agfhane sembra funzionare, sono le incognite

un altro successo è considerata la missione in Kosovo che nonostante la delicatezza della situazione, con le pretese serbe, sostenute dalla Russia, la timidezza europea e la più decisa posizione americana, anno dopo anno, è diventata una realtà politica. Quindi Rasmussen può guardare con fiducia e soddisfazione al futuro dell’Alleanza, preparando il terreno al summit dei capi di Stato del prossimo maggio e i bagagli per il Corno d’Africa.

La minaccia di chiudere Hormuz e quindi tagliare le vie dell’export per i produttori arabi del Golfo si è sgonfiata. L’idea era valida. Con i prezzi del greggio sempre pronti a schizzare in aria, le esportazioni petrolifere iraniane avrebbero potuto guadagnare posizioni sul mercato mondiale. Già nel 2010, il regime ha guadagnato ben 28 miliardi dai proventi del settore. I dati del 2011 non sono ancora noti, ma si sa che l’Estremo oriente, come anche l’India, hanno comprato tanto e bene sulla piazza di Teheran. Figuriamoci cosa accadrebbe se Hormuz venisse bloccato!

no i cinesi credono più a questa giustificazione. Mercoledì Wen Jiabao ha detto alla Merkel di essere contrario a una corsa agli armamenti di Teheran. È il segno di un’impercettibile apertura di Pechino? Presto per dirlo. La Cina attende l’oracolo degli osservatori dell’Aiea. Questi aspettano di parlare con Mohsen Fakrizadeh, ingegnere capo a Tehe-

ran e mai comparso in pubblico. L’Onu vorrebbe fare quattro chiacchiere con lui, perché ne sa più di tutti. Ma gli ayatollah si guardano bene dall’ascoltare il Palazzo di vetro.

In attesa dell’attacco – ci sarà davvero? – l’Iran sembra perdere colpo su colpo da un punto di vista economico.

Ma se questo è ormai un argomento fuori discussione, concreta è invece la decisione della Commissione finanza del Senato Usa di chiedere a Wall street quali siano le società americane, leader in energia e uranio, che potrebbero aver siglato joint venture con società in qualche modo legate ai Guardiani della rivoluzione. Scoperti gli inghippi, Washington vorrebbe multare queste compagnie, proseguire la sua battaglia economica e rifuggire così la strada dell’intervento armato.


mondo

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A 80 giorni dal voto, viaggio tra gli sfidanti per le Presidenziali

Tous le garçons et les filles de la France Sarkozy, Hollande, Marine Le Pen. Ma anche Bayrou, Mélenchon, Joly... Ecco i candidati all’Eliseo

François Bayrou

François Hollande

di Enrico Singer i fa presto a dire bipolarismo. Come se non esistesse che una destra e una sinistra. Sarkozy o Hollande. Come se il Paese fosse spaccato in due, sul modello dell’America divisa tra i democratici e i repubblicani che proprio in queste settimane hanno cominciato a contarsi in vista della sfida di novembre a Barack Obama. In Francia alle elezioni presidenziali mancano appena 80 giorni e il panorama è molto più complesso di quanto non appaia a prima vista. In realtà, l’unica spaccatura tra droite e gauche che funziona ancora è quella tra le rive della Senna con i paladini delle due sponde che per nessuna ragione al mondo andrebbero a vivere dall’altra parte. Ma in politica le cose non stanno così. La prova? L’ultimo sondaggio della Bva rivela che, al primo turno del 22 aprile, il 34 per cento dei francesi voterà per il candi-

S

Nihous e Christine Boutin che sono i candidati minori per il momento in lizza. È vero che il 6 maggio, al secondo turno, il ballottaggio decisivo per l’Eliseo si giocherà tra i due candidati meglio piazzati. Ma la somma dei voti non è un fatto soltanto matematico.

Anzi, proprio questo è il grande cruccio di Nicolas Sarkozy. Se la maggioranza fosse il meccanico risultato dell’addizione dei consensi della droite e della gauche, il favoritissimo François Hollande si dovrebbe fermare al 45 per cento: il suo 34, più l’8 per cento dei sostenitori di Mélenchon e il 3 per cento di Eva Joly. E l’attuale Presidente dovrebbe tranquillamente strappare un secondo mandato con il 55 per cento dei voti: il suo 25, più il 30 totale di Bayrou e della Le Pen. Le previsioni, invece, dicono l’esatto contrario. Compreso il

Secondo l’ultimo sondaggio della Bva, al primo turno il 34% voterà per il socialista, il 25% confermerà la fiducia a Sarkò, il 12% sceglierà il leader centrista, il 18% si schiererà con la candidata del Fn dato socialista, François Hollande, il 25 per cento confermerà la sua fiducia a Nicolas Sarkozy, il 12 per cento sceglierà il leader centrista François Bayrou, il 18 per cento si schiererà con la candidata dell’estrema destra, Marine Le Pen, l’8 per cento preferirà Jean-Luc Mélenchon, della sinistra comunista, e il 3 per cento voterà per Eva Joly, portabandiera degli ecologisti. Senza contare quei decimali che potrebbero andare - se resteranno in corsa - a Dominique de Villepin, Nathalie Arthaud, Philippe Poutou, Frédéric

sondaggio Bva che, addirittura, assegna a Hollande il 57 per cento delle intenzioni di voto nel ballottaggio contro il 43 per cento di Sarkozy. Da quando in Francia esiste la cosiddetta Quinta Repubblica - quella introdotta dal generale Charles de Gaulle con l’elezione diretta del Presidente e il sistema elettorale maggioritario - i politologi hanno coniato una formula per spiegare come funziona il sistema: «al primo turno si vota a favore, al secondo si vota contro». Come dire che nella prima tornata elettorale ognuno sceglie il suo candidato preferito

nella speranza di mandarlo al ballottaggio e, nella seconda, se il suo favorito non c’è più, vota per impedire che all’Eliseo entri quello che considera il peggiore. A dare credito ai sondaggi, allora, per Nicolas Sarkozy il verdetto è ancora più amaro: a essere delusi, a turarsi il naso e a far diventare Presidente il socialista Hollande saranno proprio degli elettori del centrodestra. Gli stessi che cinque anni fa avevano votato per lui. E, in particolare, sarà una parte cospicua dei centristi di François Bayrou, il vero terzo uomo della politica francese. È forse possibile che al primo turno Marine Le Pen - che ha preso il posto di suo padre Jean-Marie, fondatore del Front National, esattamente un anno fa e ha cercato di dare un volto presentabile al partito - ottenga in percentuale più consensi di Bayrou, come dicono oggi i sondaggi. Ma di sicuro non saranno i suoi voti quelli che faranno vincere Hollande. La partita si giocherà tutta al centro. François Bayrou lo sa e, nella sua ultima intervista a Europa1, ha puntato in alto. Ha contestato le previsioni dei sondaggi, ha detto che cambieranno già entro febbraio e che al ballottaggio ci sarà lui. Contro Sarkozy o contro Hollande, poco importa, perché il primo «manca di coerenza» e il secondo «manca di credibilità». Bayrou ha detto che la sua forza, rispetto agli avversari, è di avere un programma che vuole unire i francesi di destra e di sinistra su risultati concreti e di non essere schiavo dell’apparato di un grande partito – come quello socialista o come l’Ump – ma leader di un movimento, il MoDem (Mouvement démocrate), che punta sulle idee più che sulle tessere. Ha anche detto che, se dovesse essere eletto, non

Nicolas Sarkozy andrebbe ad abitare all’Eliseo perché non ha «bisogno di una reggia». E alla gente sono piaciute queste parole chiare, lontane dal politichese e dalla retorica che domina tanto i discorsi di Sarkozy che quelli di Hollande. Almeno a giudicare dagli instant-poll realizzati dopo l’intervista che gli hanno assegnato subito due o tre punti in più di gradimento avvicinandolo al 15 per cento delle intenzioni di voto. Bayrou si è definito «il candidto della verità» e non ha esitato a inserire nelle venti priorità del suo programma an-

che degli obiettivi scomodi. Riportare il bilancio in pareggio entro il 2015 è la sua promessa fondamentale. Del resto è quello che l’Europa chiede alla Francia. I compiti a casa non deve farli soltanto l’Italia - che con le misure varate dal governo Monti ha già compiuto passi importanti - e non basta «copiare la Merkel a parole, come fa Sarkozy» o, peggio, «inseguire delle illusioni» come quelle di Hollande - dal ritorno della pensione a 60 anni, all’aumento dei posti nella pubblica amministrazione - che vanno nella di-

C I T TA’ D I P O RT I C I

VI Settore Patrimonio AVVISO D’ASTA PUBBLICA MEDIANTE OFFERTE IN AUMENTO RISPETTO AL PREZZO BASE PER LA VENDITA AL MIGLIOR OFFERENTE DI IMMOBILI DI PROPRIETA’ DEL COMUNE DI PORTICI. I L D I R I G E N T E D E L V I ° S E T TO R E PREMESSO che il Comune di Portici è proprietario di n.1 alloggio sito nel Comune di Napoli e di n.3 locali deposito siti nel Territorio del Comune di Portici; CONSIDERATO che i depositi alla data del presente bando risultano liberi da inquilini; DATO ATTO che con Delibera di G.M. n.266 del 30.04.2010,esecutiva ai sensi di legge,è stato stabilito di procedere alla vendita dei suddetti alloggi; DATO ATTO altresì, che sussistono tutte le condizioni per procedere alla vendita dei suddetti alloggi di proprietà comunale; VISTA la determinazione n.1324 del 30/12/2011, con la quale è stato approvato lo schema del presente avviso d’asta; AV V I S A Che il Comune di Portici pone in vendita, a mezzo procedura concorsuale aperta, i seguenti immobili la cui vendita avverrà a corpo e non a misura nello stato di fatto e di diritto in cui attualmente si trovano : 1-APPARTAMENTO IN NAPOLI AL VICO TIRATOIO,13 Prezzo complessivo posto a base d'offerta € 141.000,00 (eurocentoquantunomila/00) Estremi catastali: foglio SFE 1; Part. 160; Sub 8; Categoria A/3; Classe 2; Consistenza (Vani) 5; rendita Catastale € 658,48; Valore Catastale Rivalutato € 76.054,44; Superficie Lorda Alloggio Mq. 110 ; Valore di Mercato €/MQ € 2.400,00 ; 2- DEPOSITO IN PORTICI VIA E. DELLA TORRE,7 Prezzo complessivo posto a base d'offerta € 20.000,00 € ventimila/00 Estremi catastali: foglio 5; Part. 215; Sub 17; Categoria b/8; rendita Catastale € 91,99; Valore Catastale Rivalutato € 10.624,85; Superficie Lorda deposito MQ. 244 ; Valore di Mercato €/MQ € 1.200,00 ; 3- DEPOSITO IN PORTICI VIAIV NOVEMBRE,1 - PARCO FERNANDEA– edif. B Prezzo complessivo posto a base d'offerta € 70.000,00 € settantamila/00 Estremi catastali: foglio 3; Part. 1634; Sub 32; Categoria C/2; rendita Catastale € 1.632,00; Valore Catastale Rivalutato € 188.496,00; Superficie Lorda deposito MQ. 400 ; Valore di Mercato €/MQ € 1.150,00 ; 4- DEPOSITO IN PORTICI VIAIV NOVEMBRE,1 - PARCO FERNANDEA- edif.A1 Prezzo complessivo posto a base d'offerta € 60.000,00 €sessantamila/00 Estremi catastali: foglio 3; Part. 1633; Sub 33; Categoria C/2; rendita Catastale € 1.632,00; Valore Catastale Rivalutato € 188.496,00; Superficie Lorda deposito MQ. 320 ; Valore di Mercato €/MQ € 1.150,00 ; SOGGETTI CHE POSSONO PARTECIPARE ALL’ASTA PUBBLICA: Sono ammessi a presentare la propria offerta tutti i soggetti, persone fisiche o giuridiche, che posseggano la capacità di impegnarsi per contratto, ai quali non sia applicata la pena accessoria/sanzione della incapacità/divieto di contrarre con la Pubblica Amministrazione. TERMINE DI PRESENTAZIONE DELL’OFFERTA: L’offerta deve pervenire entro le ore 12:00 del cinquantaduesimo (52°) giorno dalla data di pubblicazione del presente avviso sulla Gazzetta Ufficiale. Nel plico, oltre al modulo dell’offerta, deve essere incluso assegno circolare non trasferibile intestato alla Tesoreria Comunale di Portici – Banco di Napoli, Corso Garibaldi di Portici, quale versamento a titolo di deposito cauzionale, di una somma pari al 10% (diecipercento) dell’importo posto a base di offerta relativo all’alloggio per il cui acquisto il soggetto concorre. Successivamente all’aggiudicazione, si provvederà alla stipula del relativo contratto di compravendita. Sono a carico degli acquirenti tutte le spese inerenti il passaggio di proprietà, quali bolli, diritti, imposte ed altro, per registrazione, trascrizione, volture, etc. Il presente avviso viene pubblicato all’Albo Pretorio dell’Ente, alla G.U.R.I e G.U.C.E. per la durata di giorni 52, sul sito web del Comune di Portici, oltre alla diffusione attraverso la pubblicazione su due quotidiani a tiratura nazionale, locale e attraverso manifesti murali. Il bando si intende automaticamente prorogato per ulteriori giorni 52 consecutivi, questo per due volte, con la sola pubblicazione sul sito istituzionale. La attestazione della mancanza di partecipanti,avverrà attraverso pubblicazione sul sito istituzionale. Per ogni ulteriore chiarimento ed informazione gli interessati possono rivolgersi al Resp. dell’Ufficio Patrimonio Rag.Giovanni Ricca - tel.081-7862653/ fax 081-7862664. Il trattamento dei dati personali sarà svolto esclusivamente nell’ambito del presente procedimento amministrativo e nel rispetto del D.Lg.vo n.196/03. Portici, 01/02/2012. Il Responsabile Istr. Direttivo Il Dirigente VI° Settore Patrimonio Rag. G. Ricca Arch. Gaetano Improta


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e di cronach

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Errico Novi (vicedirettori) Vincenzo Faccioli Pintozzi (caporedattore) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica) Direttore da Washington Michael Novak Consulente editoriale Francesco D’Onofrio Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

Eva Joly

Jean-Luc Melenchon

Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Osvaldo Baldacci, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Giuliano Cazzola, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Anselma Dell’Olio, Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Aldo G. Ricci, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Gennaro Malgieri, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Antonio Picasso, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Franco Ricordi, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Emilio Spedicato, Maurizio Stefanini, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Consiglio d’amministrazione Vincenzo Inverso (presidente) Raffaele Izzo, Letizia Selli (consiglieri)

Marine Le Pen rezione opposta al rigore. Così, tra le proposte scomode di François Bayrou, c’è l’introduzione di due nuove aliquote di tassazione al 45 e al 50 per cento per i redditi più alti, l’aumento di un punto della Tva (l’equivalente dell’Iva) nel 2012 e di un altro punto nel 2014 se non ci sarà ripresa della crescita ed anche una revisione della tassa sulle grandi fortune, introdotta trent’anni fa dal socialista Mitterrand, che consiste nel calcolare un reddito presunto per chi ha un patrimonio da un milione di euro in su: in pratica, una specie di studio di settore per super-ricchi. E dalla Germania, dice Bayrou, se c’è qualche cosa da copiare è la «cultura della cogestione» prevedendo l’ingresso di un rappresentante dei lavoratori nei consigli di amministrazione delle aziende con più di 500 operai.

Per quelle con meno di 50 dipendenti, invece, dovrebbe scattare lo sgravio totale dei contributi per due anni nel caso di nuove assunzioni. L’elenco di tutte le venti proposte del programma di François Bayrou sarebbe troppo lungo. Quello che conta è che, anche agli esperti, appare più concreto e più semplice delle «cinquanta idee per la Francia» lanciate domenica scorsa da Sarkozy e meno antieuropeo dei propositi di Hollande. Nelle presidenziali del 2007, quelle vinte da Nicolas

Sarkozy sulla sfidante socialista Ségolène Royal, il leader centrista aveva ottenuto al primo turno un rilevante 18,57 per cento dei voti (esattamente 6.820.914 suffragi) piazzandosi al terzo posto dietro Sarkozy (31,18 per cento) e la Royal (25,87). Cinque anni fa François Bayrou non fece dichiarazioni di sostegno lasciando alla coscienza dei suoi elettori la scelta al ballottaggio. Questa volta la sua strategia sarà diversa. E se non dovesse arrivare alla fase finale della sfida, come spera e come ha pubblicamente di-

Ancora: l’8% andrà alla sinistra comunista e il 3% voterà per gli ecologisti. Senza contare quei decimali che potrebbero finire - se resteranno in corsa - a de Villepin, Arthaud, Poutou, Nihous e Boutin

elettori dell’estrema destra non apriranno mai le porte dell’Eliseo a un candidato della gauche. In un certo senso, Sarkozy li considera già acquisiti tra i suoi sostenitori in caso di ballottaggio con Hollande. Soltanto nelle presidenziali del 2002 a Le Pen padre riuscì il colpo grosso di battere il pallido candidato socialista Lionel Jospin al primo turno e di volare al ballottaggio contro il neogollista Jacques Chirac, esponente di quella che i francesi chiamano «la destra perbene», la droite, appunto, per distinguerla dall’estrema. Il risultato fu che Chirac conquisto’ un secondo mandato all’Eliseo grazie anche ai voti dei socialisti che, pur di non vedere l’ex legionario Jean-Marie Le Pen all’Eliseo, scelsero il meno peggio.

chiarato, al MoDem sono convinti che un’indicazione precisa di voto ci sarà. Come dire che, comunque, il kingmaker sar�� lui, Bayrou. E questo peserà sulla politica futura francese. Forse al livello di governo. Di certo al livello di equilibri tra la droite e la gauche che dovranno fare i conti con la nuova realtà. I primi segnali di movimento ci sono già. Bayrou non preoccupa soltanto Sarkozy che sente scivolar via attorno a lui il consenso della middle class: anche i socialisti hanno capito che, sondaggi a parte, la vittoria di Hollande è

Marine Le Pen, insomma, non potrà mai essere l’ago della bilancia della politica francese. E questo, al di là di tutte le altre differenze di sostanza ideologica e di proposta, è la controprova che la vera novità di queste presidenziali 2012 puo’ partire soltanto dal centro. E la macchina non si fermerà, anche se all’Eliseo dovesse andare François Hollande, come i sondaggi continuano a prevedere a 80 giorni dal voto, o se restarvi Nicolas dovesse Sarkozy, come l’attuale Presidente continua a sperare contro ogni avversità.

possibile soltanto con il recupero dell’elettorato di centro. Il direttore della campagna del candidato del Ps, che è un politico di prima grandezza come Pierre Moscovici, giorno dopo giorno sta diventando sempre più cauto nell’attaccare Bayrou. All’inzio, la parola d’ordine era di «droitiser» il leader centrista: di accusarlo, in pratica, di essere un uomo della droite e, quindi, vicino a Sarkozy. Adesso Moscovici e lo stesso Hollande si sono resi conto che il pericolo di una simile strategia è di alienarsi le simpatie di

elettori che, al momento opportuno, potrebbero riverarsi decisivi. E in politica è sempre sbagliato insultare chi puo’ diventare un alleato. Non solo. È vero che anche Marine Le Pen spara a zero tanto contro Sarkozy che contro Hollande. Ma la candidata del Front National non ha la possibilità di dare ai suoi elettori - se, come è molto probabile, non andrà al ballottaggio - l’indicazione di votare per il socialista Hollande: non sarebbe capita, tantomeno seguita. Per la regola che al primo turno si vota a favore e al secondo si vota contro, gli

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RECITARE

È un rito antico tre millenni oggi subissato dalla continua colonna sonora mediatica che ci viene imposta in ogni momento. Un bombardamento che ci impedisce di prestare ascolto al ritmo musicale della nostra esistenza, a quella Parola da cui, tra un silenzio e l’altro, alla fine scaturisce la Verità…

L’essere in undici sillabe di Franco Ricordi na delle più belle poesie di Pier Paolo Pasolini, contenuta nella raccolta che a nostro avviso rimane la sua più suggestiva Le ceneri di Gramsci, si intitola Recit: e tratta dell’incontro di Pasolini con Attilio Bertolucci, in una bellissima ancorché tersa giornata a Monteverde Vecchio nei primi anni Cinquanta. Al di là dei contenuti, si intuisce assai bene come tale poesia fosse demandata, come da titolo, a una sua esplicita dizione e recitazione. La recitazione è assolutamente consustanziale all’attuarsi e anche alla stessa realizzazione della poesia. È un caso che, dai tempi antichi fino a oggi, la poesia lirica - ma anche quella epica e drammatica - sia scandita attraverso una versificazione, che noi italiani chiamiamo «endecasillabo»? E che tale endecasillabo sia rimasto, anche in epoca attuale, nel

U

nostro Dna linguistico e anche respiratorio? Provate ad andare in uno stadio di calcio: ascolterete i tifosi che, forse senza saperlo, scandiscono un perfetto endecasillabo modellato peraltro sul celebre slogan del ’68: ce n’est qu’un début, continuons le combat. Ricordo, molti anni fa, l’aggressione dei laziali contro i romanisti: «Ciccio Cordova, Cappellini, Del Sol» (perfetto endecasillabo, con accento sulla decima), cui si aggiungeva un irriverente settenario: «Fanno solo autogol!».

Forse da tali suggestioni il drammaturgo Giuseppe Manfridi, grande tifoso della Roma, ha tratto una delle sue pièce più interessanti, Teppisti, narrazione delle tifoserie interamente scandita in endecasillabi: uno in particolare: «Vaffanculo lo dici a tua sorella!».Tutto questo per dire come dal nostro padre Dante fino agli «endecasillabi atonali» di Giovanni Raboni che sembrano ricalcare la crisi dodecafonica della musica contemporanea - l’endecasillabo

rimane consustanziale allo svolgersi, all’attuarsi della poesia; e non solo nella nostra lingua, ovviamente: si pensi semplicemente a tutta la letteratura europea, da Shakespeare e Byron, Goethe e Heine, Calderon de la Barca, Corneille e Racine, e tutti i nostri più grandi, da Foscolo a Leopardi fino al suddetto Pasolini. Al fondamento della poesia di ogni tempo, anche di quella che non è espressa in rima o in versi, rimane comunque una consapevolezza musicale, che dipende a sua volta da una precisa realtà respiratoria. E, sotto tale aspetto, si può affermare come ciò che più ampiamente chiamiamo «ispirazione», sia sostanzialmente legato a quel «fiato sospeso» che, secondo lo stesso Heidegger, ha dato il «la» al pensiero sia di Platone che di Aristotele. Pertanto, tornando a ciò che definiamo «recitazione» (anche pensando come una volta fin dalle scuole elementari si facevano studiare le poesie a memoria, e chi scrive ricorda ancora la lunghissima Davanti a San Guido di Carducci impara-


4 febbraio 2012 • pagina 23

per saperne di più

hanno detto Elias Canetti

Martin Heidegger In cammino verso il linguaggio Mursia

Solo recitando la propria infelicità si può superarla.

Emanuele Severino Il giogo Adelphi

Ettore Pretolini Sono contento che nessuno mi abbia insegnato a recitare: perché così, non sapendo recitare, recito benissimo.

Giorgio Agamben Stanze Einaudi

Kostantin Sergeevic Stanislavskij L’attore non recita le parole ma i sentimenti, ché la parte è fatta non di parole ma del sottofondo affettivo: è quella la parte nascosta da scoprire dell’attore.

Kostantin Stanislavskij Il lavoro dell’attore Laterza

Jean-Paul Sartre Antonin Artaud Il teatro e il suo doppio Einaudi

Non si recita per guadagnarsi la vita: si recita per mentire, per essere quello che non si può essere, e perché si è stufi di essere quello che si è.

Mario Perniola Contro la comunicazione Einaudi

Glenda Jackson

Vittorio Gassman Intervista sul teatro Laterza

La cosa importante nella recitazione è il saper piangere e ridere. Quando devo piangere penso alla mia vita sessuale. Quando devo ridere penso alla mia vita sessuale.

Franco Ricordi Shakespeare filosofo dell’essere Mimesis

La vita è come una commedia: non importa quanto è lunga, ma come è recitata.

ta quarant’anni fa), potremmo dire come essa sia tutt’uno, ovvero la base, della stessa espressione linguistica. La Parola, quella che crea la poesia, ma anche il dramma e il romanzo, è in ogni caso fondata sul senso della sua scansione vocale, del suo poter essere pronunciata, della sua risonanza esteriore ancorché interiore (si pensi al «monologo interiore» del capolavoro di Joyce). La Parola è «pronunciata» anche quando è semplicemente scritta: essa rimanda necessariamente a una sua scansione e pronuncia a voce alta, che può essere anche ancor prima tradotta in un’altra lingua, ma infine necessariamente interpretata da chi la assume come sua materia-prima.

Quindi la recitazione non è soltanto una aggiunta esteriore alla poesia drammatica, e a volte anche lirica o epica, che possa essere tradotta in teatro. Essa è invece, semplicemente, la sua più vera e autentica incarnazione, da parte di artisti (gli attori) che attraverso il loro strumento vocale interpretano e fanno proprie (ma anche necessariamente realizzano e incrementano) le parole dei poeti. I grandi poeti l’hanno sempre saputo, e hanno scritto sulla base di questa consapevolezza respiratoria e fisiologica, La curva sud dello Stadio Olimpico a Roma. Sopra, Vittorio Gassman. Nella pagina accanto: “La terza galleria al Théâtre du Châtelet” di Félix Vallotton (particolare)

Seneca

L’endecasillabo fa parte del nostro dna linguistico. Basta andare in uno stadio di calcio per rendersene conto. Come quando i tifosi laziali scandivano: “Ciccio Cordova, Cappellini, Del Sol”, seguito dal settenario “Fanno solo autogol!”

non a caso sempre intorno alle 11 sillabe, che corrisponde alla tenuta di un fiato recitativo. E da qui anche tutto il melodramma, l’opera lirica, al di fuori delle cosiddette «arie», si svolge interamente sulla costruzione dei «recitativi» (si pensi al Don Giovanni mozartiano, tan-

to per fare l’esempio di maggior evidenza). Ma anche nella più viva drammaturgia dei nostri tempi, e pensiamo in particolare proprio ad Harold Pinter, il testo è scritto come una vera e propria partitura: sono indicati in particolare le pause, i silenzi, e

i puntini di sospensione che indicano un silenzio diverso da quello della didascalia. Tutta questa «base musicale» della recitazione è fondata a nostro avviso sopra un preciso rapporto che vi è tra la voce e il silenzio: quel silenzio che, per Hegel e Heidegger, «è in noi ma anche sopra di noi». Recitare significa pertanto «rammemorare», imparare a memoria (ovvero a cuore, learn by heart, in inglese), rendendo fisiologica la stessa parola scritta - che in tal senso è posteriore, e in qualche maniera decaduta rispetto a quella parlata - e riportandola alla sua autentica dimensione acustica. In questa maniera il Verbo si fa Carne, ovvero la parola scritta diviene Parola. Ma, a tal punto, risulta evidente come questa Parola, che sta alla base della Recitazione, sia oggi sempre più disconosciuta e, spesso anche dagli interessati, relegata a un genere di «acustica» che non ha più nulla a che vedere con il suo realizzarsi dal silenzio. Nell’epoca della «Colonna Sonora Mediatica», che ci viene imposta dalla mattina alla sera attraverso tutti i rumori del mondo che si susseguono, la recitazione dei versi poetici (tanto cari a un

grande attore come Vittorio Gassman, in stretta relazione col nostro poeta di partenza Pasolini) viene ormai subissata da un ritmo esteriore, incalzante quanto poco significativo, che non dipende più dal verso poetico quanto da un’alterazione sia visiva che acustica: tutto ciò ha provocato un’acquiescenza del romanzo ai ritmi del cinema e, a teatro, anche necessariamente un impianto di microfoni che, spesso, viene usato anche in piccoli spazi dove davvero non ce ne sarebbe alcun bisogno.

La crisi della recitazione nella nostra epoca, che a teatro provoca spesso disfunzioni e anche diseguaglianze di tono fra un attore e l’altro, non è soltanto l’invasione tecnologica nei confronti di un rito antico di tre millenni. Al contrario, la crisi della recitazione, è l’attestazione più evidente di quel mancato «ascolto della Parola», quindi possibilità della stessa verità poetica ancorché filosofica, di cui scriveva Giorgio Agamben sulla scorta di Hegel e Heidegger. Il non ascolto di quella Voce da cui dipende la Verità, il rapporto più intimo fra il Linguaggio e la Morte. La «Colonna Sonora Mediatica», che ormai si impone sopra qualsiasi evento di qualunque natura politico, scientifico, storico, letterario che dir si voglia - rappresenta l’appiattimento assoluto della Parola. La recitazione, il culto della Parola, quest’arte ormai disconosciuta, rappresenta in realtà la sua più autentica, poetica e filosofica, controparte.


ULTIMAPAGINA Il secondo quotidiano ellenico “Eleftherotypia” chiude i battenti e manda a spasso 850 dipendenti

«La Repubblica» greca va in di Gilda Lyghounis a poco più di un mese non esce più in edicola lo storico quotidiano Eleftherotypia. Ma non è l’unico. Sono almeno altri 5 i giornali in Grecia ad avere chiuso i battenti o ad aver ridimensionato la struttura. Tra questi anche l’autorevole To Vima. Dal 22 dicembre, non esce più in edicola e la sua versione on line non è da allora aggiornata. I suoi 850 dipendenti, di cui un terzo giornalisti, non ricevono lo stipendio da agosto. Parliamo del secondo quotidiano greco (30mila copie giornaliere vendute e 85mila nell’edizione domenicale): Eleftherotypia, secondo per diffusione solo al filogovernativo Ta Nea. Ma Eleftherotypia, indipendente anche se vicino alle posizioni del centrosinistra, è molto più, o meglio è stato molto più di un successo fra i lettori: fu il primo quotidiano completamente nuovo ad arrivare nelle edicole elleniche dopo la caduta del regime dei Colonnelli. Il primo ad adottare il formato tabloid. È come, insomma, se in Italia chiudesse la Repubblica. Sì, perché ormai si parla di chiusura definitiva per l’ultima vittima della crisi economica greca: Eleftherotypia, protagonista indiscusso nella storia dell’editoria ellenica degli ultimi 36 anni. «Soprattutto, siamo stati il giornale che ha offerto il

D

Lo storico giornale, 30mila copie giornaliere vendute e 85mila nell’edizione domenicale, dal 22 dicembre non va più in edicola. Stessa sorte per altre 5 pubblicazioni maggior grado di libertà ai propri giornalisti - ci racconta fra l’amareggiato e il nostalgico, Serafeim Fyntanidis, che ha diretto il giornale per ben 31 anni. Uniche regole: non lodare l’ex re e l’ex dittatura. Per il resto, non abbiamo servito interessi economico-politici, abbiamo controllato l’operato di tutti i governi, sia di centrodestra sia di centrosinistra. Un esempio? Abbiamo fatto scoppiare noi lo scandalo Koskotas (il banchiere faccendiere a cui lo scrittore Vassilis Vas-

DEFAULT silikos ha dedicato K. L’orgia del denaro, che nella sua caduta nel 1989 ha trascinato anche il governo del vecchio socialista Andreas Papandreou, padre dell’ex primo ministro George dimissionario nel novembre 2011, ndr)». Alcuni accusarono il quotidiano diretto da Fyntanidis di avere rapporti oscuri e privilegiati con il gruppo terroristico “17 no-

vembre”, le Br greche, sgominate nel 2003 dopo 30 anni di attentati mortali: perché dopo ogni omicidio o rapina, il gruppo faceva recapitare alla redazione i suoi comunicati. «Ma sapete qual era il motivo?», continua l’ex direttore: «All’epoca della loro nascita tutti pensavano che “17 novembre” avesse come mandante la Cia o la Turchia, per creare una strategia della tensione. Allora abbiamo scritto un articolo: “E se invece fossero un frutto dei tempi come le Br in Italia?”. Loro ci hanno risposto: “Siete gli unici ad avere capito”».

Molti in Grecia ora imputano la chiusura di Eleftherotypia non solo ai suoi debiti (50 milioni di euro) e alla crisi del Paese, ma anche agli strali che i suoi editoriali avevano mandato alle ultime misure di austerità del governo.

Sia alle ultime fasi del governo socialista di Papandreou, che ha chiesto per primo l’aiuto internazionale a fronte dell’emergenza economica greca, sia all’attuale governo tecnico guidato da Papademos. Stessa sorte di altri giornali. Un prestito di 8 milioni dell’Alpha Bank, con pegno la palazzina dove sorge la sede del giornale e il licenziamento di metà degli 850 dipendenti, sembrava lo sorso autunno aver tamponato la situazione: prestito stornato all’ultimo minuto, alcuni insinuano per intervento dello stesso ex premier Papandreu. «Storie - taglia corto Fyntanidis - Un altro prestito di 16 milioni l’avevamo già ottenuto 16 mesi fa dalla Banca del Pireo. Ci hanno chiesto in cambio il business plan: l’attuale editore (Mania Tegopuloy, figlia del fondatore) non l’ha mai fornito. Del resto, negli ultimi due anni siamo il quinto quotidiano a chiudere in Grecia (fra gli altri sono l’autorevole To Vima, che ora esce solo on line e la domenica su carta, e il quotidiano Apoghevmatinì) e due stazioni radio. Siamo un popolo di 11 milioni di abitanti e abbiamo 10 giornali economici: la Germania ne ha solo 3. La nostra lingua è unica al mondo come tradizione culturale, ma parlata e capita da pochi. E ora c’è anche la concorrenza della rete. Non c’era più spazio per tanti giornali. Purtroppo, per i nostri 850 dipendenti (di cui un terzo giornalisti) non pagati da agosto, finisce qui». Unica consolazione, come si legge nel blog dei redattori di Eleftherotypia, un concerto il 30 gennaio al parco di Peristeri, sobborgo ateniese, a sostegno della stampa libera e a rischio di chiusura, organizzato dai maggiori artisti greci, fra cui il compositore Thanos Mikrutsikos, ex ministro della Cultura negli anni Novanta. © www.balcanicaucaso.org


2012_02_04