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he di cronac

Tutti i giornalisti sono

degli allarmisti: è il loro modo di rendersi interessanti Arthur Schopenhauer

9 771827 881004 QUOTIDIANO • MERCOLEDÌ 1 FEBBRAIO 2012

di Ferdinando Adornato

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Ancora una volta la politica fa di tutto per occupare la tv pubblica. Che ormai è a un passo dalla paralisi

I giapponesi di Viale Mazzini Tutta l’Italia è cambiata meno che la Rai. Monti: a maggio un nuovo Cda Maccari al Tg1, Casarin al Tgr: le proposte di Lorenza Lei spaccano il Consiglio. Gli “anti-premier” del Pdl e la Lega approfittano dell’occasione per cercare un accordo che salvi le vecchie alleanze Tra i 15 e i 24 anni, i senza impiego a +3%

Fenomenologia del male

Disoccupazione da record. Fornero: riforma a marzo Ormai il 31% dei giovani non ha lavoro. Oggi il ministro presenta la nuova bozza: più contratti ma più flessibilità

Ora lo schettinismo fa il giro del mondo. Come insulto Parla Roberto Rao

di Giancristiano Desiderio

«Se buon sangue non mente, noi siamo con il premier»

rancesco Schettino non è più Francesco Schettino. È un modello. Negativo, ma pur sempre un modello. È un paradigma o uno stereotipo o, alla maniera di Max Weber, un idealtipo. Ecco, la Germania è ciò che ci vuole per avviare il discorso. Per i tedeschi, gli italiani sono pasticcioni, sfaticati, inaffidabili. Capitan Schettino con la fuga dalla Costa Concordia mentre la nave affondava con i passeggeri a bordo è l’idealtipo dell’essereitaliano. Der Spiegel ha pubblicato un articolo il cui “attac- Dalla co” suona Germania così: «Siate onesti: vi agli Usa, ha sorpre- ormai è uno so che il stereotipo capitano negativo del disastro della Costa Concordia sia italiano? Riuscite ad immaginare una tale manovra a cui fa il paio il comandante scappato, eseguita da un capitano tedesco, o forse dovremmo dire, inglese?». Chiaro? Secondo il modello negativo o pregiudizio tedesco nei confronti degli italiani, solo un italiano poteva affondare una nave, combinare un disastro e scappare. a pagina 8

«La tv pubblica è rimasta l’unica isola nella quale resiste l’asse tra Pdl e Lega. È arrivato il momento di cambiare» *****

Franco Insardà • pagina 2

Le intenzioni dell’esecutivo

Prima il mercato o la riforma? Per una volta, il governo è diviso Per molti è più importante contenere gli sprechi e migliorare l’offerta che cambiare la struttura giuridica della tv di Stato *****

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Marco Scotti • pagina 6

Gualtiero Lami • pagina 3

Tre candidati per il “dopo- Marcegaglia”

Ritratto della dirigente contestata

Così Marchionne ha spaccato anche Confindustria

Dagli applausi alle polemiche: luci e ombre di Lorenza Lei Ha cominciato in tv dietro le quinte di Arbore, ma è diventata celebre dopo la rottura con Michele Santoro e Paolo Ruffini Maurizio Stefanini • pagina 4

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di Giancarlo Galli è sempre una “prima volta” nella storia degli uomini e delle Istituzioni, e quel che sta accadendo in Confindustria lo conferma. A meno di ripensamenti dell’ultima ora, a marzo i nostri imprenditori dovranno scegliere il loro presidente per il prossimo biennio, ma non si tratterà del solito rituale, inaugurato nel lontano 1906: unico candidato, elezione plebiscitaria con applausi carichi di speranze a scena aperta. a pagina 7

C’

EURO 1,00 (10,00

CON I QUADERNI)

Le posizioni dei partiti sul futuro dell’azienda

Separare politica e gestione: ma non tutti sono d’accordo Anche sul destino dell’azienda non c’è unità di vedute: gli anti-Monti colgono l’occasione sperando di ricompattarsi Marco Palombi • pagina 5 • ANNO XVII •

NUMERO

21 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

F

19.30


pagina 2 • 1 febbraio 2012

prima pagina

È polemica sull’indicazione del direttore generale della Rai di Alberto Maccari e Alessandro Casarin alla guida del Tg1 e del Tgr

La battaglia su Maccari

Da Bruxelles il presidente del Consiglio conferma la scadenza di maggio per la governance: «Il governo procederà nei limiti delle sue competenze» di Franco Insardà

Roberto Rao: «Una nuova governance nell’interesse dell’Italia e dell’azienda» ROMA. Nella giornata di ieri le uniche soddisfazioni gliele ha date la fiction “La vita che corre”. Sei milioni di spettatori nel prime time e su RaiUno, ciliegina sulla torta in un lunedì da passare agli annali e nel quale la Rai ha sbaragliato la concorrenza. Per il resto, e mai come ieri, Lorenza Lei ha compreso quanto l’epicentro dei movimenti tellurici in Rai sia collocato a metà strada tra Montecitorio e Palazzo Chigi. Nell’ultimo giorno utile per pagare il canone il direttore generale è stato impegnato tutto il pomeriggio a discutere di nomine. Ma dopo l’audizione in commissione di Vigilanza la Lei ha capito che tirava brutta aria su Alberto Maccari per la direzione del Tg1 e Alessandro Casarin, di area leghista, per la direzione delle testate regionali del Tgr. Il tutto mentre l’ex direttore del Tg1, Augusto Minzolini, presenta ricorsi su ricorsi per essere reintegrato al proprio posto. Sono passati quasi due mesi da quando Lorenza Lei ha nominato Maccari direttore ad interim, ma la situazione si è ulteriormente ingarbugliata. Giornate convulse, contrassegnate da polemiche accese e dichiarazioni durissime da parte di molti esponenti politici. Con il risultato che viale Mazzini è sembrata sprofondare ai tempi bui della gestione di Mauro Masi, con il cda riunito per ore ai piani alti, diviso e impegnato a difendere posizioni di retroguardia che oramai non hanno rispondenza nel Paese e nel suo governo. Una sorta di manipolo giapponese che fa la guardia a un’isola che non è quella dei famosi, ma quella del vecchio modo di fare politica con il quale si è gestita l’Italia e la Rai fino all’arrivo di Mario Monti. A colpi di rirettori dei Tg. Così nei palazzi della politica ci si interroga su che cosa riserverà il futuro (a brevissimo e in breve termine) per la Rai. Anche se le priorità del governo sono altre, come ha confermato ieri da Bruxelles Mario Monti, si ritorna a parlare di nuova governance, di un metodo condiviso per nominare manager stimati a destra, al centro e a sinistra e soprattutto della scadenza naturale di questo consiglio di amministrazione. Perché a maggio, così come ha detto il premier, il governo procederà «nei limiti delle sue competenze, nella sua qualità di azio-

«Se buon sangue non mente, noi siamo con il premier» ROMA. «Il consiglio di amministrazione della Rai si è sempre caratterizzato per una contrapposizione politica frontale tra berlusconiani e antiberlusconiani, speculare a quella che c’era nel Parlamento e nel Paese. Da qualche mese le cose sono cambiate, ma a viale Mazzini sembra che non se ne siano accorti. È rimasta l’ultima isola, abitata da reduci giapponesi, che non hanno ancora capito che la guerra è finita». Roberto Rao, deputato Udc, in commissione Vigilanza Rai, non usa mezze misure per commentare il clima che si respira a viale Mazzini. Il cda Rai ogni volta che deve prendere una decisione si trova al centro di polemiche: che cosa c’è che non va? Si ha l’impressione che il clima di collaborazione che, responsabilmente, le forze politiche hanno messo in campo per salvare il Paese non ci sia in Rai. La governance dell’azienda si trascina in riunioni fiume che decidono pochissimo e finiscono per non dare risposte ai tanti problemi. Da Bruxelles Monti ha ribadito che i vertici della Rai saranno rinnovati «entro le scadenze stabilite». La Rai secondo Monti penso che sia uguale all’Italia e la cosa fa ben sperare.Tutti i partiti così come collaborano per il bene del Paese dovrebbero farlo per la Rai per una nuova governance che dia spazio a tutti, nell’interesse dell’Italia e dell’azienda e sia apprezzata dai telespettatori. In pieno regime di concorrenza, come è giusto che sia. Qualcuno continua a ragionare con la logica dell’occupazione, più per piantare delle bandierine, piuttosto che pensare al bene della Rai e purtroppo i risultati si vedono. Può fare qualche esempio? Su tutto la chiusura di corrispondenze importantissime come Mosca, Madrid, Istanbul, Beirut e dall’altra parte il licenziamento in massa di tutto il settore di RaiCorporation, applicando la legislazione statunitense forte con i deboli e debole con i forti. Il che significa far perdere altre posizioni sull’informazione.

A questo proposito vanno citati tre episodi significativi, direi clamorosi, che hanno costretto i telespettatori a seguire le vicende su altri canali televisivi. Mi riferisco ai risultati degli ultimi referendum, alla prima conferenza stampa di Monti fino alla tragedia del Giglio. In alcuni casi è dovuta intervenire l’informazione di Televideo per sopperire alle mancanze. Mentre Rainews24 viene fortemente penalizzata sia nella messa in onda video che per i mezzi a disposizione. In questo quadro si inseriscono le nomine del cda. Ma se è vero, come ha detto la dottoressa Lei in commissione, che il mandato di Maccari è a termine a chi giova la sua nomina? Contrasto la nomina di Maccari sotto due punti di vista: metodo e merito. Ho chiesto al direttore generale se ci fosse stata la possibilità di avere una convergenza più ampia su un altro nome, ma lei lo ha escluso. Confermando, nei fatti, il clima di contrapposizione frontale in nome di una vecchia maggioranza culturale, ma soprattutto politica fatta da Pdl e e Lega contro il resto del Paese, che non si riflette nell’azionista della Rai: il governo. Dal punto di vista professionale che cosa non va in Maccari e Casarin? Entrambi hanno una storia ineccepibile in Rai, ma si sono trovati quasi a essere contrabbandati, con il finto alibi del 31 gennaio, mentre la loro scelta si sapeva che sarebbe stata quella definitiva. Sarebbe stato più corretto sostenerli fin dall’inizio, piuttosto che paragonare in commissione di Vigilanza, come ha fatto la dottoressa Lei, Maccari a un giovane precario senza garanzie e con un contratto capestro. Un trattamento davvero singolare e offensivo per un professionista della caratura di Maccari e che dà al Tg1 il senso di una precarietà assoluta nelle scelte dell’indirizzo. E allora? Mi sento garantito da professionisti come Maccari e Casarin, ma non mi è piaciuto per niente il metodo con il quale sono stati (f. i.) nominati.

La tv pubblica è rimasta l’unica isola nella quale resiste l’asse tra Pdl e Lega. È arrivato il momento di cambiare

nista e regolatore, entro le scadenze stabilite che si stanno avvicinando». Il che vuol dire che difficilmente prorogherà l’incarico alla Lei e al presidente Paolo Garimberti. Mentre spetterà comunque a Monti indicare un proprio rappresentante nel nuovo Consiglio di amministrazione, il presidente, approvato da almeno due terzi della commissione di Vigilanza Rai, e a designare il direttore generale, d’intesa con tutti gli azionisti e il voto favorevole del Consiglio di amministrazione. Viene contestato duramente il metodo ”antico” adottato dalla Lei per la scelta dei direttori. Ieri, dalle colonne del Corriere della Sera, il consigliere Nino Rizzo Nervo (area Pd), ha usato parole durissime nei confronti del direttore generale: «Direi che Lorenza Lei è stata più “brava” di Masi, lo dico ironicamente, nell’opera di devastazione dell’azienda. Ha rigorosamente proseguito nel solco di un accordo di ferro Pdl-Lega esterno all’azienda. Addio a Santoro, alla Dandini, a Saviano, a Ruffini. […] Oggi ecco la proposta di affidare la direzione del Tg1 a Maccari. E la TgR, la più grande testata giornalistica europea, a Alessandro Casarin, un uomo scelto dalla Lega. E siamo vicini a un’importante tornata elettorale».

Preoccupati i giornalisti della Rai, infatti segretario dell’Usigrai, Carlo Verna, si è chiesto come «può il consiglio di amministrazione procedere sul Tg1 anche dopo le chiare, condivisibili e pesantissime parole del presidente della Commissione di Vigilanza Sergio Zavoli (che l’Usigrai ringrazia e sostiene). A questo punto avrebbe il sapore di un golpe».Verna pone l’accento su un ulteriore aspetto che «inquieta i colleghi sulla soluzione da fine impero che si prospetta per il Tg1 sulla base della proposta formulata dal direttore generale. Riguarda la delibera che lo stesso Cda assunse sui pensionati, negando la possibilità di prosecuzione del rapporto. La proposta per Maccari di Lorenza Lei ne prevede un’espressa deroga? Con quali motivazioni? E in quale modo giustificando la prosecuzione di un rapporto chiuso sulla base di un fatto anagrafico certo, senza una contestuale ricollocazione dei giornalisti con qualifiche apicali privi di incarico? Questa violazione delle regole, insieme al preannunciato voto a maggioranza con il sì decisivo di un parlamentare,


La priorità è rilanciare la competitività di un’azienda in crisi di idee

Due linee nel governo: viene prima il mercato o la privatizzazione? di Gualtiero Lami eri è scaduto il termine per il pagamento dell’abbonamento alla Rai. Un tributo, come è stato più volte ricordato, che quindi non dovrebbe dar luogo a contestazioni. Questo almeno in teoria. In pratica, invece, l’evasione è forte e consistente. Il solito male italiano: si potrebbe dire, ed in parte è così. Ma forse dietro quello sciopero fiscale c’è anche qualche altra cosa: una certa insofferenza per il modo in cui la televisione di Stato si rapporta con il pubblico pagante. Ed allora l’evasione di una somma modesta – poco più di cento euro all’anno – diventa la spia di un’inquietudine più profonda. Che cosa si rimprovera a Via Mazzini? Gli ottimisti dicono un certo eclettismo: il mescolare temi da servizio pubblico, con il format tipico della televisione commerciale. I pessimisti parlano, invece, di un ibrido che ha smarrito la propria vera identità. Elemento comune è invece la critica alla gestione finanziaria: fatta di costi eccessivi, di un esercito di dipendenti e di bilanci che non quadrano mai, nonostante il canone ed il forte tiraggio della pubblicità. Dato quest’ultimo che preoccupa tutto il mondo dei media. La crisi, infatti, si fa sentire. Le aziende, oberate dai costi di produzione, strette nella morsa delle banche che centellinano il credito ed aumentano i tassi di interesse, tendono al risparmio. Ed allora le prime spese che si ridimensionano sono proprio quelle pubblicitarie. Del resto in un mercato stagnante a causa delle manovre finanziarie decise dal Governo e dell’aumento del tasso di disoccupazione, la pubblicità può fare poco per convincere il consumatore a ridurre i propri risparmi – che in qualche modo crescono in proporzione al reddito disponibile – per abbandonarsi al brivido dell’opulenza.

I

pensione verso un’offerta di intrattenimento che ha il vantaggio di essere meno costosa nei confronti delle possibili alternative. Ma così non è. Il rifiuto di pagare il canone continua ad essere persistente. Senonchè questo rifiuto colpisce la Rai, molto meno Sky che vede crescere, seppur di poco, gli abbonamenti – molto più costosi – ai propri servizi. Certo, in questo caso, l’evasione è impossibile. Ma non è questo il punto. La differenza sta nella sproporzione della spesa, visto che i servizi forniti da Murdoch costano quasi sei volte tanto.

Che fare quindi per rilanciare l’immagine del servizio pubblico? Fare quelle riforme più volte annunciate e mai realizzate. Sottrarre l’azienda all’azione corrosiva della lottizzazione, ridurre i costi rendendo più snelle le strutture. Sintonizzando la sua organizzazione sulla logica di mercato. Vale a dire ricercando un audience che non è figlia dell’illimitata disponibilità di risorse e quindi poco attenta alla ricerca di un consenso che nasce dalla qualità dei programmi e dall’impegno verso un pubblico sempre più esigente. Una grande organizzazione culturale – qual è stata in passato un’azienda che ha saputo unificare la società italiana fornendogli una lingua comune contro le separatezze del dialetto – non può non misurarsi con i problemi nuovi creati dalla globalizzazione e dall’aumentata offerta di prodotti. Ma per fare questo ci vuole un cervello pensante ed una struttura sburocratizzata che non dipenda dalle elargizioni del principe, ma sappia conquistarsi, di volta in volta, quello spazio che solo l’iniziativa individuale e di gruppo può garantire. Poi il resto – come l’intendenza – seguirà. Su questo rinnovato impegno si potranno calibrare le formule giuridiche che si renderanno necessarie: privatizzazione, raccordo con le grandi Istituzioni del Paese, fondazione e via dicendo. Nel governo ci sono due linee: una è quella appena descritta, l’altra pensa che si possa operare al contrario, partire cioè dall’ambito giuridico e poi all’interno di questo nesso ricercare le necessarie soluzioni operative. In passato abbiamo sempre seguito questa strada, ma i risultati – com’è evidente – sono stati di gran lunga inferiori alle attese originarie.

La forte evasione del canone non è solo un problema endemico: segna anche il distacco dei cittadini dall’offerta complessiva di tutti i canali pubblici

Alberto Maccari: sulla sua nomina alla direzione del Tg1 il Cda della Rai si è spaccato ancora una volta. A sinistra, Roberto Rao. Monti, intanto, ha annunciato il rinnovo del Consiglio entro maggio sarebbe l’ennesima prova che l’interesse aziendale viene piegato ad interessi di parte».

Proprio ieri ha fatto sentire la

27 gennaio 2011. In questo caso ho commesso un errore tecnico, perché chi sta in video vince sempre rispetto a chi sta in collegamento».

su voce anche il predecessore della Lei, Mauro Masi, che intervistato dalla rivista Chi ha anticipato alcuni contenuti del suo libro sui suoi 800 giorni alla guida della tv pubblica: «Ci fu una trattativa con Sky. Offrirono 50 milioni di euro l’anno per sette anni, in totale 350 milioni di euro, per comprare la Rai. Sono stato accusato di aver fatto saltare la trattativa: in realtà mi sono rifiutato di svendere l’azienda a Rupert Murdoch». Masi ha proseguito: «Faccio nomi e cognomi di chi mi ha remato contro, con tanto di prove. Il mio sogno, o la mia velleità, era di garantire il pluralismo facendo rispettare a tutti le stesse regole.Volevo garantire la liberta’ d’informazione. Nel libro racconto del “sistema Rai”, di chi mi chiamava “dittatore”o “censore”, di Michele Santoro. L’unica cosa che non rifarei è la telefonata in diretta ad “Annozero”, fatta il

Alle parole di Masi ha replicato Enzo Raisi di Futuro e LIbertà: «A leggere le dichiarazioni rilasciate da Mauro Masi, secondo le quali da direttore generale della Rai avrebbe evitato la svendita a Sky, sembra di trovarsi di fronte a un eccellente civil servant. In realtà Masi distorce la realtà: Sky non offrì 50 milioni di euro annui per 7 anni per comprare la Rai, che nella peggiore delle ipotesi vale almeno 2 miliardi. Più semplicemente l’ex dg rifiutò l’offerta di Murdoch di acquisire il diritto a trasmettere sul satellite Sky i canali di Rai Sat e regalando invece Rai Sat a una piattaforma satellitare fatta in casa e controllata in condominio con i concorrenti di Mediaset, Masi danneggiò le casse della Rai, non le aiutò di certo. Ad essere favorita dalla scelta fu, semmai, Mediaset».

Nella situazione descritta, la tv avrebbe qualche carta da giocare. Se si resta in casa, perché non si hanno soldi da spendere al ristorante – che sono pieni, ma solo quelli frequentati dai benestanti – lo spettacolo servito, mentre si sta comodamente in poltrona, potrebbe rappresentare un’alternativa.Vi dovrebbe essere, in altri termini, una maggiore pro-


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l’approfondimento

Dall’esordio in tv dietro alle quinte di Renzo Arbore alle rotture con Ruffini e Dandini: luci e ombre di una manager di successo

Non è più Lei

Un passato da organizzatrice, un forte legame con il mondo cattolico, una carriera fulminante in Rai: quando ha sostituito Masi alla direzione, tutti l’hanno applaudita. Ma poi sono scoppiate le polemiche. Storia di Lorenza Lei di Maurizio Stefanini Lei. Il cognome ha da sempre esposto Lorenza Lei, nata a Bologna il 15 febbraio del 1960, alle battute scontate. Però forse le ha anche favorito la carriera, proprio per la facilità con il quale si ricorda; anche se questa carriera, forse, all’inizio non puntava esattamente a diventare il primo Direttore Generale della Rai donna: incarico cui fu designata il 4 maggio dell’anno scorso. I suoi studi infatti furono in Antropologia Filosofica, di cui ha preso la laurea all’Università di Bologna. Ma già dopo il liceo, appena diciannovenne, si era messa a fare la programmista regista radiofonica, presso la sede della Rai bolognese. E a vent’anni si era data addirittura al cinema: comparsa nel film di Roberto Faenza Si salvi chi vuole, che è poi una satira a sua volta molto bolognese su un deputato comunista imborghesito, che rischia il collasso per via della moglie troppo permissiva, della figlia fricchettona e del di lei fi-

È

danzato fannullone. Gastone Moschin nel ruolo del deputato, Claudia Cardinale in quello della moglie, soggetto curiosamente bipartisan scritto a quattro mani tra il futuro direttore dell’antiberlusconiano Fatto Quotidiano Antonio Padellaro e il futuro dirigente berlusconiano Carlo Rossella, Lorenza pronunciava qualche battuta come insegnante in una riunione in sala professori. Insomma, l’attrazione per lo schermo e la Rai c’era. Ma dal versante artistico o giornalistico, piuttosto che da quello della dirigenza. Qualche passione per l’arte pura le deve essere rimasta, dal momento che il suo principale hobby è la lavorazione del vetro.

Pur provenendo dalla rossissima Bologna, Lorenza Lei è targata come Opus Dei: un’appartenenza che potrebbe averle rallentato la carriera in casa Rai nell’immediato, ma forse agevolata a livello nazionale nel lungo periodo. Il primo vero scatto di carriera, comunque, lo

fa nel 1995 non in quota cattolica, ma per volontà di Renzo Arbore: che all’epoca con la sua Orchestra Italiana era la figura di punta di Rai International, e che dopo averla conosciuta a un evento di Valentino Moda la volle come consulente per la progettazione e il finanziamento di programmi televisivi e multimediali per la stessa Rai International. Sebbene avesse lavoricchiato con la Rai, infatti, fino a quel momento la sua attività principale era stata l’or-

Il suo sponsor verso i vertici dell’azienda è stato Agostino Saccà

ganizzazione di grandi eventi: da Icone russe in Vaticano a, appunto, Valentino 30 anni di magia. È di un’ironia amara che dopo aver lanciato la sua carriera fino alla Direzione Generale della Rai, proprio con lei al vertice Rai International sia stata messa in liquidazione. Dal 1 gennaio 2012 non ha infatti più trasmissioni autoprodotte ma è soltanto un canale di ripetizione dei migliori programmi di Raiuno , Raidue e Raitre.

Finalmente assunta alla Rai in pianta stabile nel 1997, l’etichetta cattolica comincia ad avere un ruolo nel 1998, quando diventa responsabile Rai per il Giubileo 2000: un incarico a tempo, ma sensibile e prestigioso. È in questa veste che prende contatti importanti con le gerarchie vaticane, coltivando in particolare i rapporti con il futuro presidente della Cei cardinale Angelo Bagnasco e con il futuro segretario di Stato Tarcisio Bertone. Capo strut-

tura Pianificazione mezzi e risorse di Raiuno, dal 19 marzo del 2002 al 20 giugno del 2006 è poi assistente generale di ben tre direttori generali di fila: Agostino Saccà, Flavio Cattaneo e Alfredo Meocci. In quella veste ha assistito a ben 300 consigli di amministrazione, impadronendosi a fondo dei meccanismi di Viale Mazzini. In seguito responsabile delle risorse televisive e per due anni vicedirettore con delega alla gestione e organizzazione del prodotto, sarà appunto Saccà, in seguito, il principale sponsor della sua promozione a direttore.

A parte la vicinanza all’Opus Dei, Lei è componente anche del Comitato Scientifico della Fondazione Magna Carta di Gaetano Quagliariello, il cui sito la indica appunto come “cattolica”: una ulteriore appartenenza che la classifica nel Pdl, componente teocon. Per quanto queste etichette possano ancora valere nel magma


La questione delle nomine si inserisce in una fase particolarmente critica della tv pubblica

I partiti sono spaccati: e così la “grande riforma” si allontana Pd e Terzo Polo vorrebbero cambiare alla radice l’azienda, mentre Pdl e Lega usano Viale Mazzini per non rompere definitivamente di Marco Palombi

ROMA. La Rai è croce e delizia per la politica, si sa. Il luogo dove più volentieri s’incrociano moralismo pubblico, appetiti privati, ipocrisia a palate in entrambi i casi: per questo capire come i partiti si muovono dentro la tv di Stato è esercizio per professionisti o assidui registratori dei più piccoli avvicendamenti nella struttura del potere. Se possibile, poi, nel contesto attuale la situazione è ancora più ingarbugliata: saltate, ma non del tutto, le coalizioni uscite dalle elezioni del 2008, un nuovo governo che non sembra rispondere ai tradizionali blocchi di potere, una struttura del management partorita dal vecchio centrodestra che ancora non ha capito in che direzione muoversi. Ecco, dunque, una mappa per orientarsi sugli attuali movimenti della politica riguardo alla Rai.

PDL In quasi dieci anni di maggioranza ininterrotta, il partito berlusconiano e la sua appendice aennina hanno colonizzato quanta più Rai hanno potuto: telegiornali, dipartimenti, direzioni generali, aziende controllate. Ora le varie cordate di potere, in testa i falchi anti-Monti, pretendono che direttore generale e consiglio d’amministrazione garantiscano i loro protetti e la loro influenza dal vistoso declino del Cavaliere: servono, insomma, nomine che riescano a “scavallare” la durata del governo tecnico. Viale Mazzini, poi, per quella parte del Pdl che non digerisce l’ex preside della Bocconi è anche il luogo in cui tenere in vita l’alleanza con la Lega: tenere Maccari a bagnomaria al Tg1 e nominare ai regionali uno come Alessandro Casarin, equivicino al Carroccio, vuol dire tentare di perpetuare il legame Bossi-Berlusconi al di là delle chiassate padane e della voglia di separazione di Maroni o di chi guarda al Ppe italiano.

re produttive al Nord), l’occupazione di posti con relativa spartizione clientelare e il populismo d’accatto su temi come il canone.

PD Il partito di Pierluigi Bersani è quello più interessante guardato in rapporto

In teoria, tutti vogliono la separazione tra politica e gestione. Ma alcuni solo a parole...

a viale Mazzini: nessuno è più permeato dal cosiddetto partito Rai – una cricca di gente che ha costruito il suo potere dentro o in rapporto alla tv pubblica – nessuno la conosce meglio, nessuno spende più tempo a pensarci. Il Pd, in sostanza, oscilla tra il consociativismo spartitorio in cui crebbe il suo personale politico (ex Pci o ex Dc poco importa) e progetti di riforma sempre più moderni e più raffinati. Se serve un nome per esemplificare tutto questo è quello di Walter Veltroni, peraltro figlio di un dirigente Rai. Ora Bersani chiede una riforma radicale della governance aziendale: amministratore unico e fuori la politica. Chissà se poi il Pd la proporrà davvero quando sarà in grado di realizzarla. Quanto alla cronaca, invece, il segretario del Pd chiede al Tesoro di bloccare le nomine di Lei: «Il governo ha il dovere di intervenire e chiedo al Tesoro di dire cosa vuole fare di fronte alla progressiva distruzione del servizio pubblico» (un membro del cda è infatti nominato dall’Economia, attualmente è il tremontiano Petroni).

TERZO POLO Può valere per i partiti che lo compongono quanto detto per il Pd sul rapporto con la Rai, con una complicazione ulteriore: il Terzo Polo, e l’Udc in particolare, a viale Mazzini come in Parlamento, può essere l’approdo per quanti avvertono che l’era Berlusconi è finita e cercano un nuovo approdo politico. A differenza dei democratici, però, i centristi non sono affatto ostili all’attuale direttore generale Lorenza Lei, le chiedono però di interpretare correttamente la nuova temperie politica rinunciando a spalleggiare le scelte della vecchia maggioranza Pdl-Lega: «A chi giova – si domandava ad esempio il deputato Roberto Rao – una nomina al Tg1 che ha tutti i caratteri della assoluta provvisorietà?».

LEGA Bossi e i suoi, come sempre, sono contemporaneamente di lotta e di governo, anti-romani e trasteverini in purezza: con una mano fanno la battaglia contro il canone Rai da devolvere piuttosto in beneficienza, con l’altra trafficano col Pdl per ottenere il già citato Casarin alla guida dei tg regionali (come intuibile, poltrona assai ambita dai lumbard). Ora si aggiunge il boicottaggio di Adriano Celentano a Sanremo per via del compenso troppo alto. Boicottaggio fallito: Celentano si è accordato con la Rai e ha annunciato di voler devolgere il compenso in beneficienza. Il fatto è che la Lega non ha una strategia precisa sulla Rai: oscilla tra la richiesta di politiche industriali di dubbia utilità (tipo lo spostamento di struttu-

IDV e SEL Sono fautori della completa separazione tra politica e gestione della Rai e attualmente non hanno referenti in cda.Va detto, però, che i vecchi partiti della sinistra radicale, a suo tempo, non disprezzavano indicare un nome qua e là dentro il carrozzone di viale Mazzini. Si vedrà quando (ri)conteranno qualcosa.

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che è diventata la politica italiana in questo momento. Ma il Consiglio di Amministrazione la designa comunque all’unanimità. Nino Rizzo Cervo, consigliere per l’opposizione alla Commissione Vigilianza della Rai e ex-direttore del giornale della Margherita Europa, riconosce comunque che si tratta di uno dei direttori più competenti degli ultimi decenni, proprio perché a differenza della maggior parte di loro non proviene dall’esterno, ma si è formata ed è cresciuta nell’azienda, e quindi la conosce molto bene. E anche Giorgio Van Straten, scrittore nominato al Consiglio d’Amministrazione Rai da Walter Veltroni, riconosce che si tratta di «una grande lavoratrice». Piace inoltre la sua riservatezza: nel 2010 Medaglia d’oro del Presidente della Repubblica e dal febbraio 2011 è docente presso l’Università La Sapienza di Roma nel dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale, non frequenta né i salotti né le feste romane, e a parte l’hobby del vetro della sua vita privata si sa che ha figlio che fa lo chef. Una polemica ci sarà però attorno al marito separato, che si chiama Stefano Ferri. Quando lei è assistente generale, lui diventa agente monomandatario per Sipra, la concessionaria pubblicitaria Rai. E all’inizio del 2011 viene anche nominato funzionario e coordinatore della nuova direzione sviluppo. Quando la cosa salta fuori, lui dà le dimissioni, ma il primo gennaio ridiventa agente monomandatario per la Sipra, in Marche e Umbria.

Su di lei (Lei) c’è poi il dubbio che l’abbiano scelta per lo stesso motivo per cui oggi in tanti appoggiano Monti: per lasciar scottare qualcun altro con la patata incandescente dei drastici tagli da fare. Il gradimento da parte dell’opposizione si affievolisce comunque dopo che lei (Lei) pilota l’uscita dalla Rai sia di Michele Santoro che di Paolo Ruffini e Serena Dandini. Infine, le ultime nomine hanno scatenato l’ira di quello stesso Ruzzo Nervo che era sto suo grande estimatore. «Direi che Lorenza Lei è stata più “brava” di Masi, lo dico ironicamente, nell’opera di devastazione dell’azienda. Ha rigorosamente proseguito nel solco di un accordo di ferro Pdl-Lega esterno all’azienda», ha detto. «L’eventuale nomina di Alberto Maccari a direttore del Tg1 appare anche illegittima. Due anni fa proprio questo Cda ha votato una delibera in cui si impegnava a non affidare incarichi di responsabilità editoriale a dirigenti Rai andati in pensione. Non erano previste deroghe, invece Maccari, da neopensionato, dovrebbe addirittura dirigere il Tg1 fino al 31 dicembre». E ora minaccia addirittura di dimettersi, per protesta.


economia

pagina 6 • 1 febbraio 2010

Le Borse, non solo quella di Milano, credono nell’accordo di lunedì a Bruxelles. Anche lo spread va sotto i 420 punti

Il lavoro è da rifare

Disoccupazione record per i giovani (il 31% è senza impiego). E Fornero va di fretta: «La riforma sarà pronta entro marzo» di Marco Scotti

ROMA. È una giornata difficile quella che precede l’inizio delle trattative – slitato a domani – sulla questione del mercato del lavoro che tanto sta a cuore all’attuale esecutivo. Per una volta, però, a creare problemi non è la Borsa, che, anzi, vede lo spread finalmente in contrazione sotto quota 420 punti (che rimane comunque una soglia importante che rischia di rendere vani gli sforzi fatti dall’Italia per aumentare la propria competitività) e l’indice FTSE Mib in crescita oltre quota 16.000 punti (anche se il record di 21.000 pre-crisi rimane ancora lontanissimo). Dopo l’intesa di lunedì nella Ue, infatti, le Borse sembrano voler nuovamente scommettere sul nostro paese, facendo registrare un segno “+” su tutta la linea.

Sono altri i numeri che non tornano, che non quadrano che, in ultima analisi, non convincono: sono quelli sull’occupazione. Che, secondo i dati diramati ieri dall’Istat, è tornata indietro di oltre dieci anni, con l’8,9% della popolazione che è senza lavoro e, soprattutto, con il 31% dei giovani tra i 15 e i 24 anni disoccupato. È il dato peggiore dal 2004 ad oggi, dal momento, cioè, in cui l’Istat ha iniziato a diramare bollettini mensili. In questo scenario, ipotizzare una crescita è difficile, soprattutto se ci si confronta con la locomotiva d’Europa, la Germania, che ha “solo” il 6,7% di senza lavoro, due punti percentuali in meno. Né deve essere considerato un conforto

Il ministro del Welfare punta anche a riequilibrare un mercato che continua a penalizzare troppo le donne: il tasso di occupazione femminile è sotto al 50% il fatto di trovarsi al di sotto della media dell’Eurozona (10,4%) e dell’Ue (9,9%), poiché entrambi rappresentano realtà troppo eterogenee e, soprattutto, patiscono il dato della Grecia (17,9%).

Lunedì sera in televisione, il ministro del Welfare Elsa Fornero ha tenuto a precisare come voglia chiudere quanto prima – al massimo entro la fine di marzo – la partita che riguarda la radicale riforma del lavoro. E gli ultimi dati diramati confortano l’esecutivo sulla necessità di mettere mano pesantemente alla questione dell’occupazione. C’è grande attesa anche da parte dei sindacati, soprattutto relativamente all’articolo 18 e al con-

tratto unico. Se del primo si è già detto quasi tutto – mantenimento dello status quo per chi ha già un contratto a tempo indeterminato e rinuncia al reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa in cambio di un indennizzo variabile in base all’anzianità di servizio per chi inizierà d’ora in poi un accordo senza limiti temporali – è sul contratto unico che il dibattito è ancora estremamente caldo. Se, infatti, appare fondamentale eliminare le 46 diverse tipologie contrattuali che attualmente disciplinano il mercato del lavoro, sembra essere meno percorribile la possibilità di ridurre il tutto a un unico negozio giuridico che diventi a tempo indeterminato dopo tre anni. Gli imprenditori italiani, dal canto loro, stanno vivendo un momento difficile e auspicano che la detassazione sull’Irap possa dare una ventata d’ossigeno. Anche i “grandi”, capitalizzati in borsa, iniziano a temere per il proprio destino. Non a caso si è parlato ieri della possibilità che la famiglia Benetton proceda al delisting (ovvero al ritiro dalla borsa) delle azioni della holding Edizioni, capofila del gruppo. Attraverso un’Opa che dovrebbe

essere lanciata nelle prossime 24 ore, Edizioni Holding verrebbe, di fatto, ritirata dal mercato, evitandole i continui su e giù degli indici borsistici.

La giornata di ieri è stata anche caratterizzata dall’audizione del ministro Elsa Fornero – che, insieme a Mario Monti e Corrado Passera, è senz’altro il membro dell’esecutivo che gode in questo momento di maggiore visibilità – davanti alle commissioni Lavoro e Affari costituzionali sulle linee programmatiche in materia di pari opportunità. In Italia – è questo uno dei punti salienti dell’intervento del ministro – vi è un gap culturale rispetto agli altri paesi più avanzati relativamente all’occupazione femminile. Un’enorme mancanza di apertura che impedisce alle donne di essere percepite come paritetiche rispetto agli uomini. Permangono antichi pregiudizi difficili da scacciare che rendono di fatto impossibile il raggiungimento della parità uomo-donna. Sono ancora una volta i numeri che ci vengono in soccorso: per i maschi il tasso di occupazione è del 67,1%, per le femmine del 46,8%. Il monito del Capo dello Stato, affinché la


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Da sinistra: Andrea Riello, Alberto Bombassei e Giorgio Squinzi. Sono loro a giocarsi il futuro di Confindustria, dopo la fine del mandato di Emma Marcegaglia

Il patron della Mapei e quello della Brembo sono scesi in campo ufficialmente. E dietro le quinte si scalda Andrea Riello

La guerra delle due Confindustrie Marchionne ha spaccato anche gli industriali: dopo Emma, Squinzi e Bombassei divisi su tutto di Giancarlo Galli è sempre una “prima volta” nella storia degli uomini e delle Istituzioni, e quel che sta accadendo in Confindustria lo conferma. A meno di ripensamenti dell’ultima ora, a marzo i nostri imprenditori dovranno scegliere il loro presidente per il prossimo biennio, ma non si tratterà del solito rituale, inaugurato nel lontano 1906: unico candidato, elezione plebiscitaria con applausi carichi di speranze a scena aperta.

C’

La mantovana Emma Marcegaglia (classe 1965, figlia di Steno, ex operaio che ha costruito un impero siderurgico), dopo aver regnato dal 2008 in viale dell’Astronomia, lascia infatti il timone della Confederazione generale dell’industria italiana non più monolitica bensì divisa, per taluni osservatori addirittura lacerata; comunque alla ricerca di una strategia che non si imiti ai discorsi di facciata. Specie dopo che il socio numero uno, la Fiat degli Agnelli e Sergio Marchionne, ha deciso di andare per la propria strada, non più ritenendola, così com’è, all’altezza delle sfide del tempo. Decisione condivisa da altri associati di rango, fra i quali spicca Diego Della Valle. S’è così aperta una campagna elettorale in piena regola, senza esclusione di colpi (verbali, ovviamente), un po’ sulla falsariga delle “primarie” americane: due favoriti, un outsider. I loro nomi: Alberto Bombassei, Giorgio Squinzi e Andrea Riello. Intrigante: sia Bombassei (classe 1940, vicentino) che Squinzi (1943, bergamasco), sono attualmente vicepresidenti di Confindustria, nell’èra Marcegaglia. Andrea (1962, veneziano) è fra i più giovani esponenti della dinastia dei Riello, macchine utensili vendute nei cinque Continenti. Al suo attivo, la presidenza degli industriali veneti, dal 2005 al 2009. Tutti, insomma, con un curriculum associativo; ora ai fercrisi non debba presentare il conto più pesante a giovani e giovanissimi, che si troverebbero ad affrontare il fardello di un debito che cresce ogni anno

ri corti disputandosi la “poltronissima”. Perché? Accantonando al momento il Riello, che non ha ancora ufficializzato la candidatura, forse nella speranza che il braccio di ferro Bombassei-Squinzi finisca col farlo emergere quale mediatore, cerchiamo di capire. Dando risposta ad una domanda-chiave: i due più accreditati pretendenti non erano sulla tolda di comando affianco a Donna Emma? Si scopre che l’uno (Squinzi), condivideva in toto gli atteggiamenti, anche se talvolta ondivaghi, della presidentessa, mentre Bombassei, delegato alle relazioni industriali, nutriva ben diverse opinioni. Quali? Giorgio Squinzi, gran signore anche nel tratto, s’è ritagliato l’immagine del moderato con forte sensibilità sociale. Mesi fa, ai margini di un convegno a Milano, mi spiegò che la “sua” Mapei (materiali per l’industria edile ereditata dal padre che la fondò nell’anteguerra), era cresciuta di stagione in stagione in armonia con le maestranze. «In comunanza d’interessi e valori», sino a divenire colosso internazionale: 1,7 miliardi di fatturato, 48 stabilimenti in ventuno paesi, 7mila dipendenti. Sempre autofinanziandosi, così evitando di passare per la quotazione in Borsa. Passioni per il ciclismo (la Mapei partecipa ai giri d’Italia, al Tour, alla Vuelta), e un debole per il pallone. Di fede milanista, finanzia il Sassuolo, prossimo alla promozione.

vorevolmente dai sindacati, da parecchie associazioni imprenditoriali e, taluno sostiene, da una buona fetta di piccoli e medi industriali in primis interessati alla pax aziendale. Fiore all’occhiello, di questi tempi, l’allergia per le banche, accompagnata dal giusto vanto: «Mai seduto nel consiglio d’amministrazione!». Infine, cattolico praticante, sostiene d’ispirarsi alla Dottrina Sociale della Chiesa. Mettendo in bilancio pure il suo apprezzamento per la Marcegaglia, si comprende l’impostazione della campagna elettorale: ricambio nel segno della continuità, confronto e dialogo. «Tutti sulla stessa barca», è una delle affermazioni preferite. Ribadite.

Concertazione e destino futuro dell’articolo 18 sono i temi chiave della campagna elettorale

Veniamo però al sodo, la Confindustria. Dopo aver guidato per lustri la Federchimica, Giorgio ha una visione non conflittuale dei rapporti col sindacato. Documentato: mai contratti separati, mai esclusa la Cgil! Evidente che la candidatura venga vista fa-

con il vulnus terribile di una scarsa occupazione, va accolto e sposato in pieno, nella speranza che la fase due del Governo – che ha già fatto molto

Sull’altra sponda, l’Alberto Bombassei. Duro, per parecchi intransigente, talvolta spigoloso. Da tempo in rotta di collisione con Emma, sempre poco amata. «Un frenatore della politica confindustriale del bla-bla-bla, del compromesso», sostiene chi lo conosce bene. Fors’anche alludendo alla Brembo, leader mondiale dei freni per auto che il “Bomba”pilota, in attesa di passare la mano agli eredi. A metà gennaio, tutti spiazzando, Bombassei scende sul sentiero di guerra. Scrive una letterona ai membri della giunta, alle associazioni regionali, annunciando e motivando la candidatura: «Noi industriali non possiamo dirci estranei al progressivo degrado che ha colpito la società italiana», afferma, evitando ipocrisie, giri di parole. Poi, sguainerà la spada: per chi non avesse inteso, vuole l’eliminazione dell’art. 18, quello che, impedendo i licenziamenti, imbriglia le aziende. E la candidatura Bombassei fragorosamente decolla. Piovono i sostegni. Da quel che trapela: Luca Cordero di Montezemolo, l’ex ministro Maurizio

nei primi 76 giorni, ma che molto ancora deve fare se vuole riuscire a riportare l’Italia sui binari della crescita e della stabilità – possa diventare ese-

Sacconi, i vertici di Enel, Eni, Telecom, Marco Tronchetti Provera. Pure la Confindustria Veneto che tifava per l’Andrea Riello sembra cambiare cavallo. Incerta l’Assolombarda. E la base, la miriade dei “piccoli” che stanno patendo della crisi e non hanno, a differenza di altri, trasferito la produzione all’estero? C’è anche questo, e va detto: quotidianamente partono dagli aeroporti della Padania aerei di linea per Timisoara, Romania; là decine e decine di imprenditori specie tessile-abbigliamento, hanno dislocato la produzione. Altri vanno in Serbia, e ancora più lontano. Il “Bomba”, dunque, interpreta un disagio diffuso: i “tavoli”, tanto cari alla Cgil della Camusso, non rimano con efficienza, produttività. C’è chi sostiene che a quest’area confindustriale piaccia il governo del professor Monti, ma è risvolto da verificare.

Ecco allora che, archiviata la pallida “Era Marcegaglia”, la Confindustria pare arrivata ad un bivio: scegliere fra la “colomba” Squinzi ed il “falco”Bombassei, cui da Detroit Sergio Marchionne strizza l’occhio. Se la Fiat ha preso il largo, non per questo rinuncia agli interessi italiani. Ma vorrebbe… In passato, mai era accaduto che la corsa alla presidenza di Confindustria assumesse simile rilevanza; ma è altrettanto vero che nemmeno nelle stagioni più buie, l’economia italiana sul versante produttivo attraversasse una crisi di analoga portata. Alle prese, contemporaneamente, con la stretta del credito (le banche lesinanti nei prestiti), e la contrazione dei consumi. Il duello Bombassei-Squinzi non è dunque personalistico. Al contrario è in gioco il ruolo della Confindustria di domani: una forza tranquilla, dialogante, oppure una struttura determinata a rivoluzionare i rapporti sociali dentro le fabbriche e nel paese? Ecco la posta in gioco.

cutiva al più presto. Senza tabù e senza pregiudizi, ma con l’intento precipuo di riportare equità in un sistema economico e sociale che rischia

ogni giorno di più di essere messo alle corde da una crisi senza precedenti. Noi, nel nostro piccolo, ci sentiamo ottimisti.


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rancesco Schettino non è più Francesco Schettino. È un modello. Negativo, ma pur sempre un modello. È un paradigma o uno stereotipo o, alla maniera di Max Weber, un idealtipo. Ecco, la Germania è ciò che ci vuole per avviare il discorso. Per i tedeschi, gli italiani sono pasticcioni, sfaticati, inaffidabili. Capitan Schettino con la fuga dalla Costa Concordia mentre la nave affondava con i passeggeri a bordo è l’idealtipo dell’essere-italiano. Der Spiegel, il settimanale più venduto in Europa, ha pubblicato un articolo il cui “attacco”suona così: «Siate onesti: vi ha sorpreso che il capitano del disastro della Costa Concordia sia italiano? Riuscite ad immaginare una tale manovra a cui fa il paio il comandante scappato, eseguita da un capitano tedesco, o forse dovremmo dire, inglese?». Chiaro? Secondo il modello negativo o pregiudizio tedesco nei confronti degli italiani - pregiudizio che poi nell’articolo verrà messo in discussione - solo un italiano poteva affondare una nave, combinare un disastro e scappare. Anzi, proprio la fuga, perché in un errore vi può incappare chiunque e chissà quanti ne hanno commessi ma, fortunatamente per sé e per gli altri, senza conseguenze, proprio la fuga di Capitan Schettino rappresenta la quintessenza dell’italiano, come se fosse il riassunto dell’inaffidabilità di tutti gli italiani. Insomma, lo “schettinismo”non sarebbe la colpa e la irresponsabilità di un uomo e di un marinaio che viene meno ai suoi doveri di capitano, bensì la colpa di un popolo intero. Un’assurdità. Voi capite, infatti, che se ragioniamo così ci incamminiamo sulla strada della barbarie. A Der Spiegel ha fatto seguito il titolo de Il Giornale: “A noi Schettino, a voi Aushwitz”.

F

Cambiamo scena. Andiamo negli Stati Uniti d’America. Anche qui c’è chi cita Capitan Schettino non in quanto Francesco Schettino ma come esempio negativo, tipo storico, metafora, concetto. È Reince Priebus, capo del partito repubblicano, che alla vigilia del voto in Florida, che dovrebbe rilanciare la leadership di Mitt Romney, ha detto alla Cbs: «La storia dimostra che avere primarie aspre e un po’ di dramma alla fine può essere una buona cosa per il nostro partito. E alla fine, tra qualche mese, dimenticheremo tutto. E finalmente parleremo di Obama al passato, come il nostro Capitan Schettino, uno che di questi tempi sta abbandonando la nave degli Stati Uniti. Come vedono tutti - ribadisce e attacca il leader del Grand Old Party - ormai da settimane è più interessato a fare la campagna elettorale per essere rieletto invece di fare il suo lavoro di presidente degli Stati Uniti. Per questo lo chiamo Capitan Schettino, uno che non sta facendo il suo dovere, ma gira il Paese a raccogliere voti». Lo schettinismo è entrato alla grande nella campagna elettorale per la Casa Bianca. Il comportamento irresponsabile del comandante della Costa Con-

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Ma Schettino

di Giancristia

Nel mondo ormai è diventato un insulto. Da Der Spiegel a Mourinho, ecco le offese ispirate al comandante

cordia è indicato come una forma di alto tradimento. In questo caso, però, il giudizio negativo di Reince Priebus è giusto - nei confronti dell’italiano, sul presidente americano non sappiamo perché parla di «uno che non sta facendo il suo dovere» e indica come esempio il caso clamoroso di Capitan Schettino. Si esclude il riferimento ad un ipotetico malcostume italiano o ad una non meglio individuabile “essenza italiana” espressa a mo’ di riassunto nello schettinismo. Cambiamo ancora una volta scena. Torniamo a casa nostra. La Ju-

ventus è interessata ad un giocatore del Cagliari, precisamente Nainggolan. La corte diventa a tutto campo e quando si moltiplicano le voci di un imminente trasferimento di Nainggolan alla Juventus è un altro giocatore della squadra sarda a pronunciare la storica frase: «Se Nainggolan accettasse la corte della Juve e lasciasse il Cagliari, sarebbe come il comandante della Costa Concordia, Schettino». La corte della Juventus è una tentazione forte per chiunque, l’occasione della vita per un calciatore. Tuttavia, l’accusa di Cossu è meglio di uno stop rude del vecchio Furino. Tanto che tutto naufraga e il presidente rossoblu Massimo Cellino: «Nainggolan alla Juve? Rispondo con una frase di Cossu che gli ha detto di non fare come Schettino. Non mi sembra voglia andare via. E poi siamo contati. Tra un po’ dobbiamo far giocare il magazziniere».

In questo caso di calcio-mercato lo schettinismo, francamente, appare un po’ fuori luogo. Se ogni volta che un giocatore lascia una maglia per vestirne un’altra magari più blasonata scatta l’accusa di «fare come Capitan Schettino» allora non vi sarebbero più passaggi da una squadra all’altra. L’ac-

cusa di schettinismo è impropria anche nel caso di un passaggio da una squadra in difficoltà a una che gioca per vincere lo scudetto: cambiare squadra non significa “abbandonare” ma scegliere e, in aggiunta, è una scelta che è fatta insieme con altri che sottoscrivono un contratto. Può essere una scelta sofferta o opportunistica, ma non sarà mai un abbandono.

Sono questi tre esempi di schettinismo. Sono tre esempi noti ma molti altri se ne potrebbero aggiungere. La vicenda drammatica del naufragio della Costa Concordia all’Isola del Giglio e la figura sciagurata del comandante Francesco Schettino hanno fatto inevitabilmente il giro del mondo e in pochissimo tempo sono diventati dei simboli, fatti emblematici, modi di dire. Il naufragio di per sé è una delle metafore più usate e di cui più si abusa. Il filosofo Jaspers, tedesco (ed ebreo), ne sapeva qualcosa. Il comportamento di Capitan Schettino ha qualcosa di così goffo e vigliacco che si è imposto sulla sciagura stessa: se il comandante non fosse scappato e avesse dato l’anima e il corpo per salvare passeggeri ed equipaggio, la sciagura sarebbe stata meno sciagura, sarebbe


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o ci sarai tu!

ano Desiderio rità italiana”? Probabilmente, come per tutte le “verità nazionali” o “popolari” è aristotelicamente nel mezzo.

Tuttavia, nel naufragio della gigantesca nave da crociera e nel dramma di Capitan Schettino c’è qualcosa che va oltre i singoli individui. Lo ha sottolineato molto bene lo scrittore e uomo di mare Arturo Perez-Reverte in un articolo tradotto da Elena Rolla per il Corriere della Sera. «Mi sono fatto un’opinione personale sulla faccenda - dice lo scrittore e marinaio -. Con l’avvento di Internet e della telefonia mobile che rendono estremamente facili le comunicazioni, la responsabilità di un marinaio si disperde tra aspetti estranei al mare e ai suoi problemi immediati». Non viviamo, come diciamo spesso, forse senza soffermarci sul senso delle parole che diciamo, in “tempo reale” ogni avvenimento? Il mondo delle telecomunicazioni riduce il mondo reale a sua immagine e ci illude di dominarlo mentre ci inibiamo anche la nostra piccola ma pur sempre esistente possibilità di azione. Quanto accadde a bordo della Costa Concordia dopo l’impatto sugli scogli è emblemati-

Anche negli Usa il paragone con lui è diventato un’insolenza: Obama ne sa qualcosa... stata più sopportabile, e lui, Capitan Schettino avrebbe perso tutto tranne l’onore. Proprio qui, però, si annida il tallone d’Achille dello schettinismo in versione “idealtipo nazionale”, cioè come se Schettino non fosse solo se stesso ma tutti gli italiani: gli italiani danno il meglio di sé proprio nei guai. Quando tutto è messo male, quando tutto è perduto, quando l’acqua arriva fino al collo, quando si è sommersi dal fango, quando si è sotto le macerie, ecco è proprio in queste situazioni che gli italiani, brava gente o meno che siano, danno il meglio. A volte, proprio come nel caso del naufragio davanti al Giglio, sono proprio loro la causa dei loro mali, ma nel momento della necessità gli italiani sanno riscattarsi.

Lo schettinismo in versione weberiana - che il grande sociologo mi perdoni - è dunque non solo ingiusto e sbagliato ma anche falso: non è vero che gli italiani scappano quando la nave affonda, anzi, è vero il contrario perché noi italiani tiriamo fuori il nostro orgoglio e il nostro ingegno proprio quando tutto sembra ormai perduto. Senza retorica: c’è più verità nazionale nella morte di Fabrizio Quattrocchi che nella fuga di

Francesco Schettino. Il “mercenario” così fu scritto e detto - morì da eroe offrendo il petto ai suoi aguzzini, il comandante taglia la corda mettendosi in salvo lasciando i passeggeri a vedersela da soli. Sono due estremi. Dov’è la “veIn apertura, la Costa Concordia arenata all’Isola del Giglio e (nel riquadro) il comandante Schettino. A destra, Mourinho e Sergio Ramos, protagonisti di un diverbio che ha scatenato i giornali spagnoli: «Mourinho come Schettino». Sopra, il presidente del Cagliari, Massimo Cellino, che in occasione del probabile trasferimento di Nainggolan alla Juventus, ha ribadito che il suo giocatore «non è come Schettino»

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co. Se lo ricostruiamo ci rendiamo conto che lo schettinismo diventa qualcosa non più di idealtipico ma di più universale, se fosse possibile un’espressione del genere. La ricostruzione di Arturo Perez-Reverte è precisa e la prendo in prestito. L’ufficiale che andò a controllare quanta acqua era entrata nella sala macchine cercò ripetutamente di informare il ponte di comando, senza ottenere risposta perché il capitano era impegnato al telefono. Nelle cose che ci accadono c’è quasi sempre di mezzo un telefonino. Di fatto, buona parte dei quarantacinque minuti trascorsi tra il momento dell’impatto (21.58), le menzogne alle autorità marittime di Livorno (22.10) e infine la confessione della presenza di una falla (22.43), come del resto il successivo quarto d’ora fino al segnale - sette fischi corti e uno lungo - di abbandonare la nave (22.58), quando ormai i membri dell’equipaggio e i passeggeri lo stavano già facendo autonomamente da dieci minuti, Schettino li passò al telefono, non con le autorità né con i mezzi di soccorso, ma con il responsabile delle operazioni marittime della Costa Crociere. Dunque, invece di fare il capitano della nave, Schettino chiedeva istruzioni alla compagnia. «La mia conclusione - dice lo scrittore che conosce il mare e la terra - è che quella sera il capitano Schettino non esercitava il comando della sua nave. Quando telefonò al suo armatore smise di essere un capitano per diventare un pover’uomo che chiedeva istruzioni. Il fatto è che le moderne comunicazioni rendono ormai impossibile l’iniziativa di chi si trova sul campo, perfino nei casi d’emergenza. Nemmeno un militare che ha sotto tiro un talebano che gli sta sparando o un pirata somalo con degli ostaggi, si azzarda a premere il grilletto finché non riceve il beneplacito di un ministro della Difesa che si trova in ufficio a migliaia di chilometri di distanza».

Lo schettinismo, allora, qui cambia significato: non è più o non è solo una codardia ma la fine della storia dell’uomo che assume su di sé la gravità del momento e agisce. Questa storia in cui gli uomini, anche pagando di persona, sono - come comunemente ancora diciamo all’altezza della situazione non c’è più ed è stata rimpiazzata da un mondo in cui gli individui sono immersi, alla maniera di Kafka, nelle leggi, nei regolamenti, nelle burocrazie e facendo affidamento sulla tecnologia e le relazioni in “tempo reale” un po’ scaricano il peso della responsabilità della propria azione sulle norme e un po’hanno paura di dare un calcio alle istruzioni e alle “regole d’ingaggio”per assumere in prima persona l’iniziativa. Il comportamento di Capitan Schettino - e il comportamento di per sé è schematico e ripetitivo, mentre l’azione è sempre individuale e responsabile - rientra proprio in questa fenomenologia in cui la catena del comando, reale o irreale, legale o illegale non conta, schiaccia ed estromette la libera iniziativa di un capitano senza comando, senza nave, senza equipaggio, senza passeggeri. Lo schettinismo, dunque, è qualcosa di molto vicino all’affondamento del Titanic. Non solo per l’ovvio motivo della fine a picco di due transatlantici. Ma perché esprime l’inanità dell’uomo che è diventato impotente per il troppo potere. La fine di un’epoca ieri, la fine di un’epoca oggi.


mondo

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Tra i paletti, che le mogli degli sfidanti non siano straniere. Ma il Nobel è sposato con un’iraniana

Trappola ad personam? La Giunta militare egiziana stila le norme per i futuri candidati alle Presidenziali. A rischio la corsa di el-Baradei di Antonio Picasso residenziali sì o no? Domenica scorsa l’Egitto è tornato al voto per eleggere i membri della Shura, la Camera alta del parlamento: 264 membri con un potere legislativo limitato. Tra novembre e dicembre scorsi, le urne erano state aperte per il rinnovo dell’Assemblea del popolo, che resta una sorta di Camera dei deputati. Per questa seconda prova di democrazia, i seggi resteranno aperti fino al 22 febbraio. Le previsioni danno quasi per certa un’altra vittoria della Fratellanza musulmana. A ormai un anno esatto dalla caduta del faraone, però, permane l’incognita sulle presidenziali. Ed è sul futuro capo dello Stato che si ripongono tutte le speranze che la rivoluzione di primavera sia stata un successo. Fino a quando il Paese rimarrà orfano del suo leader e affossato nell’attuale transizione, scontri, rivolte e caduti saranno stati vani.

P

Sopra, El Baradei. A destra, Aida Elkachef, moglie del presidente, imparentata con il politico iraniano Mahdavi Kani

A oggi, il Cairo resta nelle mani della Giunta militare. Una pletora di anziani ufficiali che si sono sfilati dalla caduta degli dei, lo scorso anno e che adesso vogliono fare passare l’immagine di un Egitto normalizzato. In realtà, c’è il rischio che questo interregno prosegua a tempo indeterminato, visto che i generali non riescono a stabilire una data per le presidenziali. Si continua a dire che saranno entro giugno. Tuttavia, il periodo da una parte resta fumoso - in quattro mesi e oltre può succedere di tutto - dall’altra va assottigliandosi. Il che ci avvicina

alla deadline. Appare in contro tendenza la pubblicazione del regolamento secondo cui un qualsiasi cittadino egiziano potrà concorrere o meno alla poltrona presidenziali. Secondo quanto stabilito dal governo ad interim, i candidati dovranno dimostrare di essere nati in Egitto ed esserne ancora residenti. L’impegno politico di ognuno dovrà essere sostenuto da almeno 30 membri dell’Assemblea generale, oppure da 30mila cittadini, le cui preferenze dovranno essere certificate da firme. È però l’ultimo comma del regolamento a suscitare perplessità. La Giunta chiede che anche il o la consorte del candidato sia di nazionalità egiziana. Questo riapre un piccolo arcano, che è stato già bersaglio in passato di molte speculazioni. Mohamed el-Baradei, personalità di innegabile spicco in questo periodo tumultuoso per tutto il mondo arabo, è sposato con una certa Aida el-Kachef, ex maestra d’asilo, conosciuta a Vienna mentre il primo era alla guida dell’agenzia Onu per l’energia atomica (Aiea). Stando ad alcuni giornali, principalmente la stampa libanese, la signora el-Baradei sarebbe iraniana e legata all’ayatollah Mohammad Reza Mahdavi Kani, attuale presidente dell’Assemblea degli esperti. La notizia risale al 2004, quando l’attuale candidato alle presidenziali egiziane era nell’occhio

del ciclone perché le sue missioni insieme ad Hans Blix a Bagdad non erano riuscite a sventare la guerra in Iraq.

L’ambasciatore egiziano si era speso non tanto in difesa di un altro rais, Saddam Hussein, bensì per evitare il peggio per la popolazione irachena. Scenario che poi puntualmente si è verificato. L’impegno, tuttavia, sarebbe valso a el-Baradei il Nobel per la pace l’anno successivo. Nella capitale austriaca, l’allora direttore dell’Aiea vi è rimasto per circa dodici, dopo un lungo servizio a New York e Ginevra, sempre presso sedi Onu e nell’ambito delle rispettive delegazioni diplomati-

Anche se l’ex capo dell’Aiea ha ritirato la propria candidatura, potrebbe essere una mossa per aumentare il peso elettorale e mantenere una posizione di outsider. Aspettando la data per le urne C ITTA’ D I R E GGI O C A L A B R I A SETTORE RISORSE EUROPEE E NAZIONALI

B a nd o d i g a r a

Il Comune di Reggio Calabria Settore Risorse Europee e Nazionali sito in via Vicenza n.2 (Palazzo ex Onmi) 89125 Reggio Calabria. Tel: +39 0965.312728 - Fax: +39 0965.324204- e-mail: f.barreca@reggiocal.it indirizzo internet: http://www.reggiocal.it indice bando di gara per l’appalto del servizio di indagine, campionamento ed analisi finalizzato alla definizione dello stato ambientale del suolo e del sottosuolo relativi all'area ubicata nella zona Stadio a valle ex proprietà FF.SS. di Reggio Calabria. ENTITA': euro 94.380,00. Procedura: aperta Criterio: prezzo più basso TERMINE OFFERTE: entro le ore 12.00 del ventesimo giorno successivo alla data di pubblicazione su http://www.reggiocal.it; Il Responsabile del Procedimento: Ing. Giovanni Festa

Il dirigente avv. Francesco Barreca


mondo

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care lo schermo. E pure il web. In realtà ancora prima dei fatti di piazza Tahrir, si era cambiato gli abiti ed era sceso nelle piazze del Paese presentandosi come alternativa a Hosni Mubarak. Dalla grisaglia diplomatica a un grezzo pullover di lana. Da ricordare come, nel marzo 2010, la sua partecipazione alla preghiera del venerdì alla moschea di al-Azhar (Il Cairo) avesse richiamato un’importante partecipazione di folla. Era il periodo in cui il faraone e il suo clan pensavano a come far ingoiare all’opinione pubblica nazionale un altro voto truffa. Le presidenziali che si sarebbero dovute celebrare nel novembre scorso, almeno così era scritto, avrebbero dovuto confermare il vecchio Hosni ancora sul trono. Al massimo ci sarebbe stata una sostituzione con il figlio Gamal in corso d’opera. Sappiamo come è andata la storia. Le ambizioni di el-Baradei quindi, a diventare presidente della Repubblica araba d’Egitto, non nascono con la rivoluzione. Il suo è un progetto di potere e di dominio del Paese più rilevante del Mediteraneo arabo. Il lungo fermentare di questa aspirazione stona quindi con il tentativo veloce e improvviso della Giunta di estrometterlo. Possibile che el-Baradei si sia fatto raggirare in maniera tanto naif? D’altra parte, proprio perché da tempo l’ex diplomatico covava questa missione, il suo ritiro dall’agone cairota mossa tattica volta ad aumentare il proprio peso elettorale e per mantenere una posizione di valido outsider.

che egiziane. Per un diplomatico è del tutto normale sposarsi con una persona straniera. Quando però la coppia è formata da un egiziano e da un’iraniana i rotocalchi di tutto il mondo hanno uno spazio di manovra per sbizzarrirsi. E la notizia non è prelibata solo per le pagine rosa.

A suo tempo la polemica venne montata accusando el-Baradei di non effettuare la necessaria pressione sul regime iraniano - e sulle sue manie nucleari - perché aveva in casa una connazionale degli Ayatollah. Fu l’Aiea, nel 2007, a tentare di sgonfiare la bolla. La smentita però che la signora el-

Kashef non fosse iraniana apparve debole. Un po’ perché non diffusa nella giusta maniera, un po’ in quanto non specificava quale fosse il suo vero passaporto. In ogni caso, se è vero che la moglie di el-Baradei non è egiziana, per quest’ultimo la corsa alla presidenza sarebbe definitivamente bloccata.Viene da chiedersi se già nello stabilire queste regole, la Giunta non sia stata indotta a togliere di mezzo un uomo le cui possibilità di vittoria restano elevate. È vero, l’uomo più in vista della rivoluzione ha ufficialmente ritirato la propria candidatura dalle presidenziali appena due settimane fa. Ma questa potrebbe essere una

Nel caos in cui versa l’Egitto, infatti, non si può escludere che la scelta cada su chi ufficialmente non vuole essere presidente. «Non sum dignus», sembra dire el-Baradei prima ancora che si aprano i seggi elettorali. Ma una volta che questi verranno chiusi e nel caso la fumata bianca fosse per lui, chi ci dice che davvero rifiuterebbe il soglio? Accettare gli risulterebbe sia un dovere sia una soddisfazione al proprio narcisismo. Chi si ritira dal voto, perché «in Egitto non c’è vera democrazia», lo fa con l’idea di chiamare a sé più forze possibili. In questi mesi di rivoluzione, l’ex diplomatico ha sfoderato inattese doti di populismo e di comunicatore. Sull’esempio di Obama e dei manifestanti della blogosfera, ha adottato twitter come cassa di risonanza delle proprie dichiarazioni. A novembre è consultando il suo sito che si è appreso delle sparatorie in corso in piazza Tahrir per mano dei poliziotti. Certo, l’ex diplomatico ha poi gonfiato troppo l’accusa. Ha detto che le forze armate erano ricorse ai gas per fronteggiare i manifestanti. Una cosa assurda, perché si sarebbe trattato di un massacro a tutti gli effetti. Ciò non toglie che el-Baradei abbia saputo bu-

gliamo l’immediato passaggio dei poteri», scandivano in manifestanti. È un desiderio che i Masaniello alla el-Baradei stanno cavalcando con sapienza. Ma è comunque una richiesta che viene dalla folla. Il percorso, in ogni caso, non è semplice. La Giunta è composta da transfughi del regime. Il generale Tantawi in primis. Il loro attaccamento al potere è duplice. Far sopravvivere questo esecutivo può far sperare che il futuro dell’Egitto resti nelle mani delle Forze armate. Com’era con Mubarak e come vorrebbero alcune cancellerie occidentali. Gli alti ufficiali inoltre temono che, una volta detronizzati, vadano a fare compagnia al loro vecchio rais, dietro le sbarre di un carcere, per poi essere giudicati e magari anche condannati al patibolo. Quei manifesti che mostrano i volti di Mubarak e Tantawi entrambi incorniciati da nodi scorsoi non sono puramente indicativi di un malessere collettivo. Rappresentano infatti la sete di linciaggio che attraversa l’opinione pubblica nazionale. In tal senso, sia i parlamentari, estrazione della società civile, sia el-Baradei devono valutare come placare gli animi. Questo vuol dire riforme, per le quali è necessaria la concertazione tra tutte le forze politiche, un piano concreto di ripresa e un’agenda dai tempi ben precisi. Vale a dire tutto quello che alla politica egiziana manca. Non c’è una data per le

È sul futuro capo dello Stato che si ripongono tutte le speranze. Fino a quando il Paese rimarrà orfano di un leader e affossato nell’attuale transizione, scontri, rivolte e caduti saranno stati vani appare poco credibile.Tanto rumore in questi due anni, ma soprattutto tanti soldi spesi, per poi abbandonare l’idea dicendo che l’Egitto non è democratico? Bella scoperta! E allora perché già nel 2010, quando il Paese davvero non era democratico, el-Baradei si era candidato? Negli ultimi tempi, questo non candidato si è cucito addosso i panni del mediatore, tra le forze moderate e quelle islamiste. Ha portato avanti messaggi dei primi. Anzi, li ha fatto propri usurpandoli alle forze laiche, liberali e vicine alle comunità copte e sciite. Queste, deboli ed emarginate, non sono riuscite a denunciare il plagio. Nel frattempo, ha aperto ai Fratelli musulmani, permettendo loro di passare per meno islamisti di quel che si pensa in Occidente. Si è trattato di un’operazione che gli ha permesso di acquistare preferenze nei confronti del suo più tenace avversario, Amr Moussa, anch’egli ex diplomatico e già segretario generale della Lega araba. È di el-Baradei la voce più alta nella richiesta che i generali si facciano da parte. Ieri, davanti al parlamento riunito in seduta plenaria, si è svolta l’ennesima manifestazione. «Vo-

elezioni. Mentre i lavori per una nuova Costituzione oscillano tra la nebulosa contenutistica e le indecisioni. La Giunta vorrebbe che la Legge fondamentale venisse promulgata in tempi record. Questo permetterebbe, a giudizio dei militari, di andare alle presidenziali già a maggio. Il parlamento dice che è una richiesta impossibile.Tanto più che nella carta costituzionale non si sa ancora cosa inserirvi. Si veda l’esempio dei trattati di pace con Israele.

Il compromesso sarebbe di creare una commissione ad hoc, composta da un centinaio di membri. Ma le si dovrebbe concedere comunque tempi e spazi di dibattito adeguati e non sottometterla a pressioni improduttive. Gli analisti occidentali, mossi da spontaneo ottimismo, liquidano il caos cairota dicendo che «l’Egitto è l’Egitto». Come a dire che la sopravvivenza delle piramidi, la tradizione laica e il retaggio post coloniale sono di per sé stessi gli anticorpi necessari per proiettare il Paese verso un nuovo assetto. Basta il quadro appena tracciato per dire che non è così?


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grandangolo Per il momento i democratici rimangono a guardare in silenzio

Stati Uniti, la correttezza non vien dalla campagna (elettorale)

La corsa alla Casa Bianca, ormai sempre più al vetriolo, si sta caratterizzando per volgarità, cinismo e colpi bassi. È soprattutto il partito Repubblicano a menare i fendenti più feroci, accusando ancora una volta il presidente in carica Barack Obama di «dedicarsi soltanto a racimolare preferenze in vista del voto invece di occuparsi dei problemi del Paese» di Anna Camaiti Hostert entre in un negozio nel centro di Chicago stavo ammirando le rifiniture di un bellissimo paio di scarpe di Sergio Rossi esposte ad un prezzo quasi irriferibile, mi sono sentita mormorare alle spalle da un voce sommessa: «Non ci sono scarpe belle come quelle italiane. Se non hanno il marchio made in Italy io ormai non le compro più». La signora elegante e di mezza età dietro di me, alla replica di un mio malcelato orgoglio nazionale, si è allora lanciata in un elogio di tutti i prodotti dell’artigianato italiano: dalla moda, ai gioielli, ai mobili, alla cucina, ai vini. Dandomi anche una spiegazione del perché: il nostro occhio è talmente abituato alla bellezza, che il gusto e lo spirito creativo ne sono certamente influenzati.

M

Certo, dopo più di un secolo di stereotipi negativi sugli italiani, e negli stati Uniti ce sono davvero di pesanti che vanno dallo Wop (without papers) che include non solo l’accusa di clandestinità ma anche quella di essere analfabeti, al Dago (contrazione dell’espressione until the day goes) riferito alla povertà di coloro che pur di lavorare accettavano di essere assunti a giornata, appunto until the day goes, a quello infine di essere mafiosi, sporchi e disorganizzati, c’è voluto il made in Italy della fine degli anni Ottanta per risollevarci da un condizione di cittadini di serie B. Adesso non solo c’è un vero e proprio love af-

La complessa macchina del fango sta tuttavia rendendo l’esito del confronto assolutamente imprevedibile fair degli americani nei confronti degli italiani, che non sempre è ricambiato, ma nei gradi di preferenza abbiamo superato i francesi che prima erano al top del gradimento e che adesso, considerati invece troppo snob e troppo provinciali, sono piazzati ben dopo di noi. Negli ultimi anni però abbiamo perso un po’ di punti e abbiamo infilato nella collana degli stereotipi alcune perline di un certo peso.

Così a quello dell’italiano sciupafemmine e traditore, ancora retaggio del passato, si è aggiunto quello dell’uomo di mezza età sporcaccione e un po’spaccone che il nostro ex presidente del Consiglio ha contribuito e internazionalizzare. In più recentissimamente anche quello di essere codardi e impreparati, creazione questa che il capitano della nave Concordia, Francesco Schettino,

scappato mentre la sua nave affondava lasciando tutti i passeggeri in balìa di se stessi, ha contribuito a diffondere in tutto il mondo.

Quest’ultimo colpisce in particolar modo l’immaginario collettivo di un popolo come quello americano, pronto a celebrare qualunque atto di eroismo di ogni suo cittadino. E così, dopo decenni di immagini positive, il nome di questo personaggio negativo entra a far parte dei luoghi comuni, a volte citato anche a sproposito come è accaduto recentemente da parte del Chairman del partito Repubblicano Reince Priebus. «Tra pochi mesi tutto questo sarà una vecchia storia e noi parleremo del nostro piccolo comandate Schettino, che è il

presidente Obama, il quale sta abbandonando la nave qui negli Stati Uniti ed è più interessato alla campagna elettorale che al lavoro di presidente», ha affermato l’uomo politico rispondendo al giornalista Bob Schieffer che durante il programma di Cbs di domenica scorsa Face the Nation gli faceva presenti le perplessità di Donald Trump sull’inasprimento della campagna elettorale e sulla “cannibalizzazione” tra i candidati repubblicani Mitt Romney e Newt Gingrich. Certo, da un personaggio politico, soprattutto di origini greche come Priebus, non ce lo saremmo aspettati. E non ci saremmo neanche aspettati una caduta di stile di questo genere che non può neanche essere annoverata come buon esempio di spirito sarcastico


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I due sfidanti si sono fronteggiati fino all’ultimo a suon di attacchi durissimi

Romney vs Gingrich. Primarie Gop in Florida senza troppe sorprese di Martha Nunziata che generalmente, specie quando di buona qualità, mettendo assieme elementi etrogenei ci fa notare in maniera irriverente aspetti non immediatemente evidenti e ci fa sorridere. Non è questo il caso del Chairman del partito Repubblicano, che ha continuato dicendo che spesso le primarie sono durissime e che questo rappresenta un bene per l’America perché, alla fine tutto, si risolve nel migliore dei modi. Questo linguaggio e questi comportanti sono tuttavia specchio dei tempi e di una campagna elettorale che si preannuncia non semplicemente come una lunga battaglia, ma come una vera e propria guerra anche tra i candidati dello stesso partito Repubblicano. «D’altra parte estrema durezza nella campagna elettorale - ha continuato Priebus - c’e’stata anche tra i candidati democratici: tra Hillary Clinton e il futuro presidente non correva certo buon sangue e ci fu una lotta senza quartiere». Quando infine un presidente repubblicano sarà eletto, secondo le previsioni di Priebus, questo momento e la figura di Obama saranno solo un ricordo. Non contento dell’infelice paragone, Priebus ha addirittura rincarato la dose: «Il nostro presidente sta abbandonando il popolo americano e non sta facendo il suo lavoro: si preoccupa solo di girare il Paese per fare campagna

I dibattiti mediatici stanno oltre tutto mettendo in risalto vizi e debolezze dei candidati, forse troppo a lungo ostaggi delle lobby elettorale». Al giornalista che perplesso chiedeva spiegazioni e che inizialmente non aveva capito il riferimento al capitano della nave Concordia, il Chairman repubblicano ridendo aveva spiegato chi era Schettino e che cosa aveva fatto. Schieffer, grande professionista e gentiluomo che certo era a conoscenza dei fatti e sapeva benissimo chi era Schettino, ma che sul momento non aveva afferrato il paragone azzardato, ha opposto un sorriso di convenienza senza alcun commento.

L’imbarazzo era evidente e giustificato non solo e non tanto dalla leggerezza del politico che usava un’ironia totalmente inadatta ai tragici fatti della nave Concordia, il cui affondamento ha causato 16 vittime e 17 dispersi, ma che era assolutamente fuori luogo nei confronti di un presidente del quale, se è certa-

mente legittimo non condividere le scelte politiche, non è consentito dubitare dell’impegno, della presenza e della dedizione manifestate, soprattutto alla luce delle gravi difficoltà che ha dovuto affrontare sin dall’inizio del mandato. Un colpo davvero sotto la cintura questo paragone, che conferma le peggiori previsioni in vista della futura campagna elettorale, da subito caratterizzata da una serie di colpi bassi il cui livello ha raggiunto il punto più infimo proprio negli scorretti confronti tra i candidati dello stesso partito Repubblicano. Quello che tuttavia colpisce di più è il cinismo e la volgarità che non hanno precedenti neanche nella storia delle più arroventate campagne elettorali del passato. Ormai però la macchina elettorale è partita e stritola e macina tutto e tutti alimentando bugie e bassezze morali, che non esitano a entrare pesantemente nella vita privata dei candidati e divengono strumenti di uso quotidiano.

C’è da osservare che la natura aperta delle Presidenziali e la complessa macchina del fango rendono tuttavia il contesto assolutamente imprevedibile. Candidati che appaiono favoriti e che sembrano perfetti all’inizio, successivamente non reggono agli attacchi reiterati e continui oppure si rivelano assolutamente degli inetti. Viceversa, candidati che sembrano a una prima apparenza molto deboli mostrano invece una forza di resistenza inaspettata e capacità che riescono a emergere solo durante le fasi estenuanti del lungo periodo. I dibattiti e il setaccio mediatico stringono in un abbraccio mortale i candidati, esponendone ogni debolezza, demolendone costruzioni fittizie e fiaccandone anche le più coriacee capacità di resistenza. Una prova davvero dura a cui alcuni candidati non hanno saputo resisistere. Rick Perry, Herman Caine e Michelle Bachmann si sono ritirati. Il dibattito in Florida tra Mitt Romney e Newt Gingrich (di cui parliamo qui a fianco) conferma che i candidati si stanno sbranando e come dei pittbull mirano alla giugulare. I democratici per il momento stanno a guardare, aspettando il prossimo cadavere seduti sulla riva del fiume. Certo anch’essi non sono riusciti a volare molto in alto, dimostrando di non tenere abbastanza in considerazione i propri elettori. Ambedue i partiti sono stati troppo ostaggi delle lobby, troppo preoccupati dell’utile particulare di guicciardiniana memoria e troppo poco della cosa pubblica. Certo nei confronti dei politici italiani diventano poca cosa. La politica governativa americana ad ogni livello si è occupata ancora troppo poco di migliorare concretamente la vita reale dei cittadini e molto di più di non contrastare i tanti privilegi dei pochissimi. Ecco perché il movimento di Occupying Wall Street è severo anche nei loro confronti.

stata una battaglia aperta e senza esclusione di colpi (gioco sporco compreso) tra i due principali candidati repubblicani Mitt Romney e Newt Gingrich per la corsa alla Casa Bianca. Un duello durato quasi un mese, da quando sono iniziate le primarie del Gop. E il gioco si è fatto più pesante da quando Gingrich ha vinto in South Carolina. Perché Romney ha dovuto cambiare strategia, dopo l’ultima sconfitta, per non consentire al rivale di ripetere una seconda vittoria anche in Florida. Anche perché chi vince nel “Sunshine State”ha buone possibilità di contendersi la candidatura a sfidante di Obama alle prossime presidenziali di novembre. Anche per questo lo stesso partito Repubblicano non vedeva di buon occhio l’avanzata di Gingrich (l’ex Speaker della Camera non ha speranze contro Obama). Tra lui e l’attuale presidente c’è un baratro, tra i 18 e i 9 punti di forbice. Si va dal 55 a 37 del sondaggio del Wall Street Journal al 52 al 43 di quello della Cnn. Ben diverso lo scarto tra Obama e Mitt Romney: il primo è sempre in vantaggio ma solo di un paio di distanze rispetto all’ex governatore del Massachusetts. Un divario colmabile. I sondaggi per la Florida, negli ultimi giorni, hanno sempre premiato Romney. Una rilevazione telefonica in particolare, su 500 possibili elettori repubblicani, dava anche l’ex senatore Rick Santotorum al 12% mentre il deputato del Texas Ron Paul al 9%. È interessante notare come Romney abbia avuto un vantaggio del 19% fra le donne, mentre fra gli uomini non vi è grande distanza. Un segnale che nell’elettorato femminile ha probabilmente pesato la vita privata di Gingrich, accusato di aver divorziato dalle due prime mogli quando erano ammalate.

È

Ma come è stato possibile che Romney abbia fatto un balzo in avanti del 20-25% in una settimana, colmando un distacco negativo di 810 punti? La cosa che colpisce di più è la trasformazione: una svolta aggressiva di Romney. È apparso scatenato, energico, improvvisamente impetuoso. Il nuovo volto di Romney è stato costruito con l’aiuto di una squadra di consulenti speciali. E che durezza. Solo ieri, l’invio di 26 e-mail,

altrettanti messaggi via Twitter, un bombardamento radiofonico e televisivo con spot pubblicitari, ha inviato video a YouTube e sms di ogni genere. Tutto con un motivo di fondo: attaccare Gingrich e intimidire chiunque decida di mettersi di traverso. Così su internet s’è visto di tutto.

Nove giorni a colpi di spot televisivi e comizi, nei quali l’ex governatore del Massachusetts non ha fatto altro che descrivere l’avversario come un uomo che vuole presentarsi come il “nuovo”a fronte di venti anni passati nei lunghi corridoi dei palazzi del potere nella capitale federale e come un “piagnone”dall’etica dubbia. Romney ha messo in piedi una vera e propria operazione “colpisci e stupisci”, che ha previsto anche la spesa di milioni di dollari in pubblicità negative. E l’ex speaker della Camera, dall’altra parte, ha dipinto Romney come un liberal bugiardo. «Sono l’erede del movimento di Reagan, non un liberal del Massachusetts», diceva Gingrich nei comizi. «Non è possibile dibattere civilmente con un uomo che afferma cose false», aveva affermato alla Abc. Nei suoi spot lo aveva accusato di essere pro aborto. Nei comizi, altro fendente, di essere ormai un moderato ineleggibile troppo vicino al settore dei servizi finanziari. Aveva sottolineato infine che Romney ha speso più di lui in Florida coi fondi «ottenuti da operazioni di salvataggio a Wall Street da parte del governo». Insomma, Gingrich ha provato in tutti i modi a dipingere lo sfidante come un “avvoltoio finanziario”, tacciandolo senza mezzi termini di essere un capitalista spietato, legato a filo doppio con la Goldman Sachs, la banca d’affari più importante d’America: pur di far soldi, non ha esitato a mandare sul lastrico migliaia di persone che non erano più in grado di pagare il mutuo. Non è un mistero, infatti, che dietro la campagna elettorale di Romney ci sia proprio Goldman Sachs, che ha da anni un rapporto fiduciario con la famiglia dell’ex governatore del Massachusetts: dieci anni fa, all’epoca della sua elezione, si vide affidare in blind trust gran parte del patrimonio, allora stimato in 250 miliardi di dollari.


cultura

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L’opera di vetro e metallo, progettata dall’architetto italiano Marco Bellini, è adagiata sulla settecentesca Cour Vincenti

Il Louvre perde il pelo... ...ma non il vizio di provocare: dopo la piramide, ecco l’enorme scultura ispirata al velo islamico di Rossella Fabiani he la Francia sia un’apripista per molte situazioni è la stessa sua storia a raccontarlo. Anche a costo di estenuanti e a volte “bizantine” polemiche. Ed è quello che sembra annunciarsi all’orizzonte con l’inaugurazione della nuova ala islamica del Louvre prevista per questa estate e che avrà come sua cifra specifica un enorme velo a farle da tetto. Ecco allora che dopo la piramide di vetro di Ieoh Ming Pei, è pronto a fare il suo debutto anche il velo per il nuovo dipartimento delle Arti islamiche del celebre museo parigino realizzato dall’architetto milanese Marco Bellini in collaborazione con il francese Rudy Ricciotti. La tettoia di vetro e metallo è posata sul cortile settecentesco come un immenso velo mosso dal vento. Sotto, due piani di esposizione in cui la luce naturale e quella artificiale si mescolano, tra spazi aperti, teche e muri in cemento nero. E tutto fa pensare che questa altra copertura moderna nelle corti del museo farà discutere i parigini.

C

«L’idea non nasce banalmente da un’immagine folkloristica, spiega Bellini sul cantiere, ma dalla volontà di non esporre la collezione al rischio di essere letta con lo sfondo della cultura occidentale, di non metterla in qualche modo a disagio. Allo stesso tempo, non volevamo coprire la corte con una vetrata, quindi chiuderla, né costruire un edificio al suo interno, perché avrebbe reso necessaria una suddivisione in più livelli, frammentando lo spazio espositivo». Senza voler fare le pulci a quello che dice il nostro architetto che non spiega che cosa intenda con il «rischio di esporre la collezione ad essere letta con lo sfondo della cultura occidentale» e senza pensare a tutte le altre prestigiose collezioni di arte islamica sparse per il mondo, la cosa puzza di marketing di lusso e tradisce alleanze - o “sudditanze” - da “Mille e una notte”. Perché forse è proprio per far parlare di sé - e continuare ad attrarre milioni di persone - che il Louvre

ha approvato il progetto di una struttura ibrida che si inserisce nello spazio della Cour Vincenti, uno dei cortili interni del Louvre, «senza invaderlo, leggera alla vista e traslucente, capace di far percepire anche dall’interno la luminosità esterna» sottolinea l’architetto italiano. In estrema sintesi si tratta di una copertura di vetro e metallo adagiata sul cortile settecentesco della Cour Vincenti come un grande velo ondeggiante, al di sotto del quale prenderanno forma due piani espositivi. «La Cour Vincenti non sarà coperta ma, di fatto, rimarrà visibile». È la scommessa dei due architetti e al fine di ottenere «un’integrazione dolce e non violenta di una progettazione decisamente contemporanea ma realizzata in un luogo storico». Eppure qualche perplessità resta. Come se a parlare dovesse essere più il contenitore che il contenuto. Che sia un segno dei tempi? Le collezioni saranno esposte su una superficie di circa 3500 metri quadrati, suddivisa in due piani. Il primo, a livel-

lo del cortile, ospiterà opere dal VII al X secolo, mentre il secondo, il nuovo piano terreno, esporrà opere dall’XI al XIX secolo, compresa la prestigiosa collezione di tappeti. Le aree del nuovo museo saranno coperte da quella che gli architetti definiscono una “nuvola iridescente”, che emanerà una luce diffusa negli spazi espositivi. Grazie a questo rivestimento luminescente sarà possibile ammirare le facciate del cortile anche dall’interno del dipartimento delle Arti islamiche e, contemporaneamente, i giochi di pieghe e ondulazioni della copertura. Inoltre il progetto permette di sfruttare il sottosuolo, come fatto anni fa con la Piramide, divenuta ormai un simbolo del museo parigino.

«La realizzazione di un’idea tanto articolata - racconta ancora Bellini - è stata una vera sfida tecnica e tecnologica, oltre che artistica, fin dalla prima fase, svuotando la corte per realizzare il piano seminterrato e andando anche al di sotto del-

Le collezioni saranno esposte al di sotto del velo, su una superficie di 3500 metri quadrati, suddivisa in due piani. Le aree verranno coperte da una “nuvola iridescente”, che emanerà una luce diffusa negli spazi

In queste pagine: la scultura del Louvre ispirata al velo islamico progettata dall’architetto Marco Bellini e alcune delle opere che verranno esposte nella sezione di Arti islamiche del museo parigino le attuali fondamenta del Louvre e proteggendo il tutto dalle acque della vicina Senna a costante rischio di infiltrazione». Poi è stata la volta della copertura, «un nido d’ape fitto ma sottile che permette da alcune angolazioni di intravedere le facciate della corte, ma da altre le nasconde, per non renderne la presenza troppo invasiva». Il prossimo e ultimo passo riguarderà l’installazione delle teche e la collocazione degli oggetti da esporre, tremila o quattromila pezzi a rotazione tra i 18mila della collezione che richiederà qualche mese. Ma entro l’estate la nuova sezione dovrebbe essere completata e pronta all’inaugurazione. «Per un italiano è una soddisfazione straordinaria chiosa Bellini - soprattutto se si pensa che qui ci provò Bernini a cui fu affidato l’incarico di progettare il Louvre quando ancora non esisteva, ma dovette rinunciare anche per le gelosie degli architetti locali. Oggi invece noi riusciamo a portare a termine il secondo, e forse ultimo, edificio contemporaneo all’interno del complesso. Con massimo rispetto e massima soddisfazione». Un orgoglio italiano che

sembra non curarsi - in tempi neri di crisi - dell’enorme costo di questa operazione. Un’impresa milionaria per cui si cercano mecenati. E il Louvre ha lanciato un appello per raccogliere i dieci milioni di euro che ancora mancano per completare il nuovo dipartimento di Arti islamiche. La nuova ala del museo parigino - che con i suoi 8,8 milioni di visitatori nel 2011 ha confermato il suo primato di numero uno al mondo - non vuole infatti mancare l’appuntamento previsto per il suo debutto questa estate. Il budget complessivo del progetto, nato nel 2002 su iniziativa dell’ex presidente Jacques Chirac, ma la cui prima pietra è stata posata nel luglio del 2008 da Nicolas Sarkozy, ammonta a 98,5 milioni di euro.

I finanziatori sono diversi. Intanto lo Stato francese che apporta 31 milioni di euro e il Louvre stesso che partecipa con 1,5 milioni di euro. Diversi altri capi di Stato lo finanziano per un totale di 26 milioni di euro. Tra i più generosi, il re del Marocco, Mohammed VI, ma anche l’emiro del Kuweit, il sultano dell’Oman e la repubblica dell’Azerbaijan. Altri 30 milioni di euro vengono da privati,


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Louvre anche da altri musei francesi: il Centro Georges Pompidu, il Musée d’Orsay, Versailles, il Musée Guimet, il Musée Rodin e il Musée du quai Branly. E dunque una vera alleanza culturale sembra essere stata stretta tra la Francia e il Medio oriente. Che prevede da una parte il Paese francese che in sostanza batte casse e dall’altra il Paese arabo che cerca di crearsi un background e un know how per una sorta di legittimazione internazionale che non si basi soltanto sul potere economico ma anche sull’orgoglio della cultura. E la Francia sa bene come vendere a caro prezzo anche la sua collezione d’arte islamica che abbraccia tredici secoli e tre continenti. Con oggetti in vetro, metallo, legno e avorio oltre a tappeti tessuti e miniature, comprendendo opere e frammenti. Originariamente parte del dipartimento di arti decorative, la collezione è diventata indipendente nel 2003.

Il primo livello, circa all’altezza del cortile, ospiterà opere dal VII al X secolo, mentre il secondo, il nuovo piano terreno, esporrà opere dall’XI al XIX secolo, compresa la prestigiosa collezione di tappeti

della crisi internazionale che si è abbattuta sull’Europa intera e probabilmente i parigini avrebbero gradito spendere in un altro modo tanto denaro. Ma quello che molti parigini non capiscono è anche la scelta di questo velo che tante polemiche ha suscitato in terra francese, laica per eccellenza, e che è stato anche vietato. E ora invece eccolo lì a fare bella mostra di sé, quasi a sfidare l’opinione pubblica e a rivendicare un’esistenza, fino anche ad imporla.

È come aver messo un’enor-

aziende e donatori. Ma il mecenate principale è la Fondazione del principe saudita al-Walid ben Talal, con 17 milioni di euro. Anche diversi gruppi francesi si sono lanciati nell’operazione, come Total (6 milioni), Lafarge (4,5 milioni) o ancora Bouygues Construction (1 milione). Ma al Louvre restano ancora circa 10 milioni di euro da raccogliere per portare a termine lo spazio espositivo di 4.600 metri quadrati. «Siamo fiduciosi. Non mi preoccupo», sostiene il direttore del museo, Henri Loyrette, lanciando il suo appello per cercare nuovi mecenati. Almeno altri 500mila euro, sperano dal museo, potrebbero arrivare da donatori privati da usare eventualmente per restaurare alcuni pezzi d’architettura egiziana che saranno esposti nel nuovo dipartimento. I depositi sono ricchi di 15mila oggetti. Intanto i la-

vori nella Cour Vincenti del Louvre sembrano essere ormai agli sgoccioli. È già praticamente terminata la copertura ondeggiante posata sul cortile settecentesco come se fosse un immenso velo mosso dal vento.

Sono ancora da installare invece le teche dove saranno collocati gli oggetti tra i 3 e i 4mila pezzi al massimo. Il nuovo museo dovrebbe già essere pronto a maggio, ma l’inaugurazione non dovrebbe farsi prima dell’estate o addirittura dopo l’estate. A far slittare tutto è l’appuntamento con le urne dei francesi che proprio a maggio andranno a votare il loro nuovo presidente. E forse è proprio per l’imminente appuntamento politico che non si è dato il via al solito battage mediatico che operazioni di questo genere si portano appresso. Nessuno infatti poteva prevedere l’entità

me crocifisso come volta ad un’ala di un museo che avrebbe dovuto esporre arte cristiana. Bizzarro, no? Forse tutta l’operazione francese farà da pendant a quella prevista per quest’anno nella capitale degli Emirati arabi. Nel marzo 2007, il Louvre annunciò che un museo del Louvre sarebbe stato completato entro il 2012 ad Abu Dhabi. Un accordo trentennale, firmato dal ministro della Cultura francese Renaud Donnedieu de Vabres e dallo sceicco Sultan bin Tahnoon Al Nahyan, prevede la costruzione del museo nel centro di Abu Dhabi in cambio di 832.000.000 (1,3 miliardi di dollari). Il Louvre Abu Dhabi, progettato dall’architetto francese Jean Nouvel e lo studio di ingegneria di Buro happold, dovrebbe occupare 24mila metri quadrati (260mila piedi quadrati) e dovrebbe essere coperto da un tetto a forma di disco volante. Nell’accordo, la Francia ha accettato di prestare dalle 200 alle 300 opere d’arte nel corso di un periodo di 10 anni, di fornire competenze di gestione e di fornire quattro mostre temporanee all’anno per 15 anni. Gli oggetti d’arte verranno prestati oltre che dal

Tra le opere da non perdere la Pyxide al-Mughira, una scatola d’avorio del X secolo proveniente dall’Andalusia, il Battistero di Saint-Louis, un bacino di ottone inciso del XIII o XIV secolo del periodo mamelucco, il Sudario di San Josse del X secolo proveniente dall’Iran. Nella Persia ormai convertita all’Islam - verso il X secolo appunto - nacque l’uso di scrivere iscrizioni su tessuti di seta decorati; queste stoffe con le iscrizioni erano così preziose che i crociati occidentali le riportarono in Europa come bottino di guerra. Una di queste è il cosiddetto sudario di San Josse, usato per avvolgere le ossa del santo nell’abbazia d Saint-Josse-sur-Mer presso Caen nella Francia nord-occidentale. La raccolta islamica contiene anche - tra l’altro - un manufatto siriano chiamato Vaso Barberini e tre pagine dello Shahnameh, un’enorme opera epicopoetica scritta da Ferdowsi in persiano. E non a caso, il monumento al poeta persiano Ferdowsi in piazza Ferdowsi, a Teheran, costruito nel 1971, raffigura ai piedi del poeta gli eroi dello Shahnameh, il guerriero Zal e il mitico uccello Simurg. Tradotto come Il Libro dei Re, Ferdowsi scrive lo Shahnameh intorno al 1000 dopo Cristo ed è l’epica nazionale del mondo di lingua persiana. L’opera racconta il passato mitico e storico del suo paese, l’Iran, dalla creazione del mondo, fino alla conquista islamica del VII secolo. Tutto questo, insieme ad oggetti mai esposti prima dovrebbero essere da questa estate visibili al Louvre. Con la speranza che gli oggetti che tanto hanno da raccontare dopo anni di buio dentro ai depositi nei sotterranei non siano ancora una volta oscurati questa dallo spazio che li dovrà accogliere e ma questa forse è un’utopia valorizzare.

e di cronach

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2012_02_01  

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