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he di cronac

Sicuramente i più coraggiosi

sono coloro che hanno la visione più chiara di ciò che li aspetta. Tucidide

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • GIOVEDÌ 26 GENNAIO 2012

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Via libera al documento politico voluto dal premier in vista del vertice di lunedì prossimo a Bruxelles

Monti, sei tutti noi

Il Parlamento vota unito per dargli forza nella trattativa con la Merkel Unità politica, eurobond, agenzia di rating: la mozione comune di Pdl, Pd e Terzo Polo chiede un ruolo più forte per l’Italia e maggiori fondi per rimettere in moto la crescita IL SENSO DELLA SFIDA

Ora l’Europa abbia il nostro stesso coraggio

Quasi del tutto ignorato il suo messaggio

Papa e media: come previsto abbiamo vinto la scommessa

di Rocco Buttiglione a speculazione internazionale contro l’euro ha individuato l’Italia come anello debole della catena che lega fra loro gli Stati che hanno adottato una moneta comune e si sono costituiti di fatto come avanguardia verso una unione sempre più stretta, anche politica, dei popoli europei. In Italia si gioca una parte decisiva della partita per il futuro dell’Europa. Questa situazione di grave tensione ha gettato una luce impietosa sulle insufficienze e le debolezze sia del nostro Paese che della costruzione europea. Si sente a volte parlare con leggerezza del fallimento dell’euro e di un ritorno indietro verso l’epoca degli stati nazionali o, peggio, subnazionali. Non so se a tutti è chiaro cosa questo vorrebbe dire. Nell’epoca della globalizzazione e della interdipendenza le sovranità nazionali non esistono più. segue a pagina 3

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Tafferugli davanti a Montecitorio

Camion in piazza, prezzi alle stelle Anche i pescatori protestano a Roma: bombe carta e petardi. E la polizia li carica Gualtiero Lami • pagina 7

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Adesso basta, bisogna fermarli di Giancristiano Desiderio on si può dire “fermateli” perché sono già fermi, tantomeno “bloccateli” perché il problema è proprio nei blocchi. Ma, insomma, ci siamo già capiti: qualcuno fermi e blocchi i camionisti facendoli muovere e rimuovendo i blocchi. Perché l’Italia non è da tempo un popolo di santi, poeti e navigatori e si è trasformato in un popolo di camionisti che, forse, sono i nuovi navigatori, un po’ santi e un po’ poeti. Se si fermano i bisonti della strada tutto si ferma in poco tempo: automobili, rifornimenti, smerci... a pagina 6

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EURO 1,00 (10,00

La Cancelliera apre il Forum

di Osvaldo Baldacci

Ma Angela a Davos chiude sui Fondi

commessa vinta. Non era difficile, ma con amarezza bisogna riscontrare che liberal ancora una volta era stato facile profeta. Ieri il giornale aveva scommesso che l’importante messaggio del Papa sulla comunicazione avrebbe finito per non trovare spazio proprio su quei mezzi di comunicazione cui era rivolto. I quali hanno risposto ascoltando solo la parte dell’invito al silenzio, ma al rovescio: più che capire il valore del silenzio per dare contenuto ai messaggi, hanno silenziato l’informazione relativa alle riflessioni del Papa. a pagina 16

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Gelo sugli alleati: «Non possiamo farci carico dei debiti degli altri» Enrico Singer • pagina 4

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In Grecia è ancora fumata nera

Atene appesa a un filo. L’accordo è a rischio Il Fondo Monetario chiede agli Stati di «coprire» le banche Francesco Pacifico • pagina 5

Il presidente nella Capitale. Poi a Parigi e Londra

Un anno dopo tradite le aspettative popolari

Il Grand Tour di Karzai in cerca di aiuti europei

Così l’Egitto festeggia la rivoluzione truccata

di Antonio Picasso

di Daniel Pipes

on la visita a Roma in corso tra ieri e oggi, il presidente afgano Hamid Karzai ha iniziato un nuovo tour di consultazioni bilaterali presso i suoi partner europei. Italia, Francia e alla fine Regno Unito. Il leader pashtun è tornato nel Vecchio Continente per chiedere nuovi aiuti.

ella seduta inaugurale della Camera bassa egiziana i deputati islamisti occupavano 360 dei 498 seggi, il 72 %.Tuttavia, questo dato sorprendente esprime più una manovra per rimanere al potere da parte di una leadership militare dominante che non la volontà dell’opinione pubblica.

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CON I QUADERNI)

• ANNO XVII •

NUMERO

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17 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


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prima pagina

Doppio dibattito alle Camere, il premier soddisfatto per la mozione unitaria: «Lavoro brillante, di grande significato»

Una sola voce

«Non vogliamo soldi ma tassi ridotti: Bruxelles ha fatto troppo poco per la crescita»: così Monti lancia all’Europa la sfida dello sviluppo di Errico Novi

ROMA. Monti non è tipo che ami svelare le difficoltà altrui. Non ha il sadismo di certi presunti strateghi della politica. Così nel suo intervento mattutino a Palazzo Madama sulla mozione unitaria evoca con singolare sobrietà l’evento epocale di un documento di indirizzo che accomuna avversari un tempo irriducibili. Poi però non trattiene il compiacimento quando all’uscita dal Senato i cronisti gli chiedono se tale ”armonia” lo lasci «soddisfatto». Risponde di esserlo, e «molto», giacché «è un fatto molto significativo la presentazione di una intensa mozione unitaria da parte delle forze politiche che sostengono il governo». Quindi la precisazione rispetto al tema specifico: «È operazione di grande significato l’attenzione dedicata alle grandi tematiche della politica europea del governo». Resta soprattutto la prima affermazione, che restituisce l’idea di un’unità sostanziale non circoscrivibile, secondo il premier, al solo ambito delle politiche comunitarie. Non può che essere così. Ed è dunque abbastanza chiaro come Monti, pur nella prudenza delle espressioni, condivida piuttosto l’analisi compiuta dal Terzo polo che il pudore di Pdl e Pd, preoccupati di non eccedere nell’enfasi della coesione per evidenti ragioni elettorali.

Ma i fatti parlano da soli. Parla da solo il voto sulla mozione e soprattutto il fatto che nessun altro tema come l’Europa sia cruciale per il destino del Paese, e che dunque una linea condivisa su questo equivale a unire le forze della politica a un livello che quasi mai si è visto nella storia della Repubblica. Però il presidente del Consiglio, come detto, ha una mano particolarmente cauta nel prendersi le proprie soddisfazioni. Così il valore notevolissimo di questo doppio dibattito parlamentare (la mattina al Senato, il pomeriggio alla Camera) sulla mozione unica Pdl-Terzo polo-Pd è quasi nascosto tra le righe dei due interventi del premier. Ricorre per esempio quando al Senato ricorda «l’apprezzamento della Merkel per alcune scelte del governo Berlusconi» e per il fatto stesso che il Cavaliere abbia deciso di «sostenere questo governo». Riconoscimento, quello evocato a proposito della cancelliera tedesca, che poi Monti assume personalmente: «Il governo riconosce una tradizione

Nel testo approvato c’è anche un richiamo contro gli accordi «intergovernativi»

Eurobond e unità politica: L’Unione vista da Roma di Marco Palombi

ROMA. Alla fine è arrivata pure una vera mozione unitaria. La strana maggioranza che sorregge il governo dei professori, dopo le due righe collettive per approvare la relazione della ministro Severino sulla giustizia, ieri ha prodotto e votato un testo politico comune nientemeno che sull’Europa. La mozione unitaria firmata da tutti i capigruppo di Pdl, Pd e Terzo Polo era stata una richiesta di Mario Monti: non che il preside pensi che un invito del Parlamento a fare qualcosa in seno all’Unione gli serva davvero, ma almeno ha disinnescato il rischio che - a corredo del suo discorso agli eletti sulle trattative per il cosiddetto Fiscal compact arrivassero mozioni ferocemente anti-europee (specie dai berluscones, ovviamente), scritte a soli fini di propaganda politica e autoassoluzione psicologica.

Per questo, insomma, il presidente del Consiglio ha chiesto – nel famoso pranzo a palazzo Chigi – ai tre leader dei partiti che lo sostengono di produrre una mozione unica, in cui fosse scritto esattamente quello che voleva lui. È stato accontentato. Niente elogi al governo Berlusconi, niente attacchi al duo Merkozy, niente spericolate tesi sulla necessità di politiche anti-cicliche fatte con la spesa pubblica. Tutto abbastanza giusto da essere condivisibile e abbastanza generico da non bloccare la capacità di manovra del governo a Bruxelles. In sostanza, la mozione chiede tre cose: non è un fatto positivo che questi nuovi accordi sulle politiche di bilancio privilegino il metodo intergovernativo (trattative al ribasso tra governi nazionali) rispetto a quello comunitario che costringe ad una sempre maggiore integrazione politica; servono più soldi nel fondo salva-Stati e una Bce libera di difendere la moneta comune; i

criteri di rientro del debito sotto il 60% del Pil a colpi di 1/20 dell’eccedenza l’anno vanno bilanciati secondo il ciclo economico.

I partiti, insomma, tentano di fornire a Monti qualche strumento per la sua campagna d’Europa, primo tra tutti la compattezza del Parlamento. La mozione, infatti, impegna il governo a denuciare «il peso eccessivo del metodo intergovernativo» e a ricordare ai partner europei che l’Italia ha fatto o sta facendo i famosi compiti a casa sia in termini di correzioni di bilancio (tagli e tasse), che di liberalizzazioni o costituzionali (l’inserimento del pareggio di bilancio nella Carta). Detto questo, i partiti della strana maggioranza chiedono però di ricordare alla Germania che non si possono cambiare le carte in tavola: l’accordo sul cosiddetto “Six pack” prevedeva attenuazioni al rigore di bilancio tenendo in considerazione il ciclo economico e di altri fattori (tradotto: siamo recessione, abbiamo un basso debito privato e la dinamica del nostro sistema previdenziale è ottima, non esageriamo coi vincoli). Inoltre l’Europa, dice la mozione, dovrebbe «stabilire un giusto equilibrio fra la politica di riduzione del deficit e del debito, le politiche di stabilizzazione dell’euro e la politica per la crescita attraverso molteplici interventi»: non basta avere deficit zero, dicono i partiti e pensa Monti, bisogna che il Fondo salva-Stati entri subito in funzione e con più soldi di quelli previsti, che venga varata un’agenzia di rating europea e che la Bce faccia davvero la banca centrale. Finalmente concordia e unità, dunque? Mica tanto. In senato Terzo Polo e Pdl hanno approvato un emendamento della Lega alla mozione che introduce chissà perché il tema delle “radici giudaicocristiane” dell’Ue (che c’entra col Fiscal compact?): il Partito democratico non l’ha presa bene.

«Chiediamo più rispetto per gli sforzi che tutto il Paese sta facendo in questi mesi difficili»

di rapporti in Europa e delle linee fondamentali della presenza nella costruzione europea: tradizione che non è esclusiva di un governo ma patrimonio del Parlamento, di tutti i governi che si sono succeduti e dei partiti italiani». In un colpo solo dunque non solo si sdrammatizza il confronto con l’ex maggioranza, comunque decisiva per quella attuale, ma si riporta il cuore della politica lì dove dovrebbe essere, cioè nella rappresentanza, nei «partiti» appunto.Tanto per ricordare che se questi sono in crisi non è certo Monti a scoraggiarli dall’uscirne.

Peraltro Monti nel ricordare il lavoro dei predecessori insiste molto – sia alla Camera che al Senato – sul Patto intergovernativo di bilancio, il Fiscal compact. Non è un caso che un’ampia parte della mozione Pdl-Terzo polo-Pd sia rivolta proprio a quel tema, e che le stesse mozioni e risoluzioni di minoranza (solo a Palazzo Madama queste ultime sono addirittura 23, tra Lega e Idv) si richiamino il più delle volte al rischio soffocamento che verrebbe dall’irrigidimento di quel Patto. Sulla continuità del lavoro svolto in proposito, Monti raccoglie applausi in entrambi i rami del Parlamento. Altri gliene arrivano a Montecitorio quando dice di compiacersi del lavoro addirittura «brillante» svolto con la mozione unitaria. «Oggi si compie un passo in avanti», osserva il premier, «giacché il confronto tra governo e Parlamento sui temi del Consiglio europeo, a questo punto, lo spostiamo ex ante». quindi con la definizione di un «guard rail, di margini più stringenti, che da una parte limitano lo spazio negoziale dell’esecutivo in Europa, ma che nello stesso tempo gli assegnano maggiore forza». Eppure il premier non si nasconde rispetto al passo avanti in termini di autorevolezza compiuto dall’esecutivo nel confronto con i partner. Sul terreno, per esempio, dell’esortazione ad allargare gli eurosummit «anche a quei Paesi che non fanno parte ancora della moneta unica ma hanno presentato istanza per entrarvi, giacché in tali riunioni si decide un futuro che è anche il loro». Un piano di ragionevolezza che Monti rivendica come specifico contributo portato dall’Italia nel dibattito continentale. E poi appunto c’è il dettagliato passaggio sulle regole del Patto intergo-


Da parte del Parlamento il sostegno al governo è totale

Ora tocca agli altri avere il nostro coraggio Il lavoro che abbiamo fatto ci autorizza a chiedere all’Unione di avere altrettanta determinazione di Rocco Buttiglione segue dalla prima La base di potere reale minima per essere sovrani a casa propria ed esercitare un influsso sul futuro del mondo è oggi continentale. Proprio la crisi presente mostra con evidenza che possiamo essere sovrani insieme come europei oppure essere mero oggetto delle decisioni dei poteri forti di questo mondo perdendo la nostra sovranità ciascuno per conto suo. Sovranità significa anche benessere. Il fallimento dell’euro ci porterebbe una inflazione rovinosa che dimezzerebbe il valore dei nostri salari e dei nostri risparmi. Sono consapevoli di questo scenario quei politici che con straordinaria superficialità scommettono sul fallimento dell’euro e dell’Europa?

vernativo: «Sul rientro dal debito da parte di uno Stato membro sottoposto a procedura di deficit eccessivo, resta nel nuovo testo la regola del “ventesimo all’anno” rispetto a quanto eccede il 60 per cento di debito sul Pil, e riprende quella già accettata dal precedente governo con gli elementi di flessibilità per il quale quell’esecutivo si era battuto. Resta la necessità», ricorda infatti il presidente del Consiglio nel suo doppio intervento parlamentare, «la necessità di valutare alcuni fattori rilevanti rispetto alla procedura di rientro». Dal debito privato alla fase del ciclo economico.

Si tratta dello snodo principale, quello della politica europea di bilancio, al quale si aggiungono altri due punti richiamati da Monti: i cosiddetti “firewall”per arginare il contagio nelle crisi da debito sovrano come quella greca (quindi essenzialmente la «mobilizzazione» dei fondi di salvataggio, ricorda il premier) e le politiche della crescita, sulla quale Monti intravede lenti cenni di miglioramento nella Ue e che però catalizza la maggior parte delle esortazioni rivolte dalle due aule. Circostanza inevitabile, considerato che l’ec-

cesso di rigore caldeggiato dalla Merkel renderebbe invece quasi impossibili le politiche per la crescita e l’occupazione. Tema quest’ultimo non centrale nella discussione di ieri ma opportunamente richiamato da Giorgio Napolitano. È il presidente della Repubblica infatti ad approfittare della consegna dei Premi Leonardo per auspicare che «l’avere un lavoro non sia più da considerarsi un privilegio». E se della necessità di passare dalla via esclusiva del rigore a una «riforma del lavoro» parla anche la Merkel, alla Germania si rivolgono nei loro discorsi i leader della maggioranza e lo stesso Monti. Il quale da una parte rivendica che ora «siamo visti tra quei Paesi che possono contribuire a trovare soluzioni e non più come una mina del sistema». Ma anche che «non stiamo chiedendo denaro alla Germania: chiediamo che la governance dell’eurozona evolva in modo da consentire una ragionevole riduzione dei tassi di interesse». Quell’abbassamento vorrebbe dire riconoscere l’impegno di un Paese come il nostro. Pretesa che ora, grazie all’intesa tra i partiti di maggioranza, Monti potrà far valere con più forza di prima.

Se tornare indietro sarebbe rovinoso allora c’è una sola via di salvezza: andare avanti, completare la costruzione europea. Le principali forze politiche italiane hanno compreso la portata della sfida e hanno privilegiato la volontà di servire l’Italia sull’interesse di partito. Berlusconi ha dato le dimissioni rinunciando ad un mandato conferito dal voto popolare per consentire la formazione di un governo più forte e con una più ampia base parlamentare. Bersani ha rinunciato a chiedere elezioni che con ogni probabilità avrebbero visto la vittoria del suo partito per consentire la più vasta mobilitazione di forze necessaria per affrontare la crisi. Credo sia giusto dare atto ad ambedue dello spirito di servizio all’interesse nazionale che in questa occasione hanno dimostrato. Casini e tutto il Terzo Polo da tempo avevano indicato la necessità di una comune assunzione di responsabilità di tutte le forze politiche per mettere la nave dell’Italia in condizione di affrontare la tempesta. Si è giunti così alla formazione del governo Monti che ha bene operato prendendo misure di emergenza che prima hanno consolidato i conti pubblici e poi avviato liberalizzazioni che aggrediscono in radice il deficit di competitività del nostro sistema economico portando più concorrenza e quindi più opportunità di creare lavoro e ricchezza. Contiamo di raggiungere nel 2013 il pareggio di bilancio e di conseguire in breve, con le misure adottate e con quelle da adottare, un altro e più importante pareggio: quello della competitività dell’Italia con quella degli altri Paesi europei a noi più simili e più vicini, primo fra tutti la Germania.

diavolo di cui parla la prima lettera di san Pietro Apostolo la speculazione internazionale «tamquam leo rugiens circuit quaerens quem devoret» (come un leone ruggente si aggira cercando qualcuno da divorare). Ci pensino quanti ad ogni pie’ sospinto invocano nuove elezioni. Dobbiamo assicurare che la linea della serietà e del rigore continuerà comunque, quale che sia la formula politica che uscirà vincitrice dalle prossime elezioni. La legge di modifica costituzionale che sancisce il principio del pareggio di bilancio ha esattamente questa funzione. Non si tratta solo di una questione di bilancio ma di un principio etico-politico, come sapeva bene Luigi Einaudi. Possiamo dire che simbolicamente con questa modifica costituzionale l’Italia adotta il modello della economia sociale di mercato. Il lavoro che abbiamo fatto e stiamo facendo in Italia ci dà piena legittimazione politica e morale a chiedere che anche l’Unione Europea mostri altrettanta determinazione ed altrettanto coraggio. Dopo il trattato intergovernativo sulla stabilità ci aspettiamo che l’Europa metta all’ordine del giorno una politica comunitaria per la crescita e lo sviluppo: la stabilità è fondamentale perché senza stabilità non c’è sviluppo ma la stabilità è il mezzo, il fine sono il lavoro, l’occupazione, il benessere, la vita buona per le cittadine ed i cittadini dell’Europa.

Il trattato in discussione prevede una ricognizione dei debiti fuori bilancio. A questo proposito mi permetto adesso di dire una cosa che non potrei dire con la stessa franchezza se sedessi sui banchi del governo. Il governo paghi rapidamente i suoi debiti verso i fornitori. Se non paga perché immagina così di tenere nascosto qualche punto Pil in più di deficit alle istituzioni europee sbaglia di grosso. I nostri alleati sono perfettamente al corrente della esistenza di questo debito, anzi, più ci ostiniamo a tenerlo nascosto più essi tendono a sopravvalutarlo immaginando imbrogli contabili come quelli della Grecia. Pagare i debiti dello Stato verso i fornitori è il modo migliore per iniettare denaro nella economia in un momento in cui essa ne ha grande bisogno. È anche un dovere di correttezza e di lealtà verso i cittadini. È una vergogna per tutti noi che aziende efficienti facciano fallimento solo perché si sono fidate di uno Stato che non paga i suoi debiti. Nella lettera che prima ho citato, san Pietro ci invita a resistere al diavolo che cerca una vittima da divorare «forti nella fede» (cui resistite fortes in fide). Alle avversità e ai pericoli che minacciano l’Europa e l’Italia resistiamo forti nella fede, nella fede nelle virtù fondamentali del nostro popolo, nella sua laboriosità, nella sua pazienza e nella sua creatività, nella sua voglia di lavorare insieme per costruire un futuro di benessere e di pace per le prossime generazioni e restituire all’Italia il suo ruolo autorevole di guida nell’Europa e nel mondo.

È necessario che l’esecutivo paghi i debiti con i fornitori per evitare equivoci sul nostro bilancio

Le misure prese hanno parzialmente ripristinato la fiducia dei mercati. Sul breve periodo riusciamo a finanziarci a tassi accettabili, circa la metà di quelli del momento più acuto della crisi. Sul lungo periodo i mercati mostrano una maggiore diffidenza, anche se in questi ultimi giorni non mancano segnali incoraggianti. In realtà molti temono che la conversione degli italiani alla serietà e al rigore duri lo spazio di un mattino, ovvero solo fino alla fine del governo Monti. Simile al


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l’approfondimento

Ieri si è aperta la tradizionale kermesse dedicata quest’anno alla «Grande trasformazione»: un’anteprima del vertice di lunedì

Il muro di Berlino

«Nessuno può farsi carico dei debiti degli altri: i trattati lo dicono chiaramente»: a Davos Angela Merkel ripete che la Germania non è disposta ad aumentare i fondi. E Christine Lagarde dell’Fmi si propone come mediatrice di Enrico Singer l tema del Forum di Davos è scritto a grandi lettere sullo sfondo blu dell’annuale riunione – siamo arrivati alla 42esima – del gotha mondiale dell’economia e della politica che si è aperta ieri nella cittadina delle Alpi svizzere. Ed è ambizioso. “La Grande Trasformazione: immaginare nuovi modelli”. Ma il compito di pronunciare il discorso inaugurale tocca ad Angela Merkel ed ecco che all’immaginazione di un futuro nuovo s’intreccia la prudenza dettata dai vecchi schemi. Il modello verso il quale tendere, nella visione della Cancelliera, c’è ed è un’Europa politica che non deve rimanere una chimera, ma deve diventare integrazione più profonda.

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Il cammino per raggiungere questo obiettivo, però, è fatto di “piccoli passi intermedi” da compiere sempre nel rispetto delle regole. A partire da quella che «nessun Paese può farsi carico dei debiti degli altri» e questo – se si esce per un attimo

dal linguaggio teorico del convegno e ci si cala nell’attualità – vuol dire che nemmeno al prossimo vertice europeo di lunedì 30, a Bruxelles, la posizione della Germania cambierà in modo sostanziale. Di fronte alla crisi della Grecia, che rischia il fallimento entro due mesi, e alle difficoltà di Paesi come l’Italia, la Spagna e la stessa Francia, Berlino offre solidarietà, ma senza fughe in avanti. La solidarietà, per la Merkel, significa «aiutare i nostri partner con l’aspettativa che loro stessi compiano tutti gli sforzi possibili per migliorare la loro situazione». Insomma, prima di decidere l’anticipo del lancio del Meccanismo europeo di stabilità (Esm) e di stabilirne la dotazione in miliardi di euro, Berlino pretende che si arrivi a mettere nero su bianco quel “Fiscal compact” che dovrebbe armonizzare le politiche di bilancio dei Paesi dell’Unione europea – e, soprattutto, dei diciassette che fanno parte di Eurolandia – per evitare che lo stru-

mento permanente che sostituirà il Fondo salva-Stati diventi un pozzo senza fondo di prestiti a economie squilibrate che non correggono i loro errori.

È la posizione tradizionale della Germania aggiornata con una dose di ottimismo sull’approdo finale e con qualche apertura in più. Una ricetta che Angela Merkel ha spiegato anche in una lunga intervista a sei giornali europei – per l’Italia, La Stampa – in cui, tra l’altro, ha ri-

«Ciascuno deve fare ogni sforzo per migliorare la propria situazione»

vendicato al suo Paese il ruolo di guida dell’Europa – «spetta a noi il compito di trovare l’equilibrio tra tutti» – e anche il merito di avere messo in campo i mezzi concreti di aiuto per chi è in difficoltà. «È quanto abbiamo fatto con il Fondo salva-Stati ed è quanto faremo con l’Esm». L’idea di questo meccanismo permanente, ha detto la Merkel, «è venuta proprio dalla Germania ed è la prova che noi siamo disposti a dare solidarietà».Tuttavia gli aiuti possono essere forniti «soltanto sulla base dei trattati dell’Unione monetaria che dicono con grande chiarezza che ognuno è responsabile della propria politica di bilancio e che nessun Paese può farsi carico dei debiti dell’altro». Di conseguenza, anche sugli eurobond Angela Merkel continua a tirare il freno: «Non possono essere uno strumento per superare la crisi, ma soltanto il punto di arrivo di una integrazione più profonda». L’Europa rappresenta appena il 7 per cento della popolazione mon-

diale. Se non sarà compatta, «la sua voce e le sue convinzioni non si faranno praticamente sentire». Come si potrà raggiungere questa maggiore compattezza? La Merkel prevede «un lungo processo» in cui gli Stati trasferiranno sempre più competenze alla Commissione che dovrà funzionare come un governo europeo. Con un Parlamento forte e con il Consiglio dei capi di Stato e di governo nelle vesti di “seconda Camera”. E con la Corte di giustizia europea quale Corte suprema, con il potere di giudicare anche i bilanci nazionali.

Questo, però, è il futuro. O meglio, potrebbe essere l’assetto futuro dell’Unione europea secondo Angela Merkel che ha messo anche le mani avanti sottolineando i “molti passi intermedi” che saranno necessari per raggiungere l’auspicata maggiore integrazione. Intanto ci sono le scadenze ravvicinate. Ci sono i mercati – oltre alle agenzie di rating – che aspetta-


Riprendono le trattative tra le banche e Papademos sull’haircut greco. Accordo a fine settimana?

Il Fondo monetario e Draghi litigano sui debiti di Atene L’organismo di Washington chiede alla Bce di rinunciare a parte dei suoi rendimenti sui suoi titoli ellenici. Gelo da Francoforte di Francesco Pacifico

ROMA. Il Fondo monetario preallerta le istituzioni pubbliche europee (leggi Bce, che però nicchia). La borsa ellenica già festeggia (+4,81 per cento) come se l’accordo fosse cosa fatta. Berlino e Bruxelles non perdono occasione di ricordare a Lucas Papademos che, senza un trattamento migliore ai propri creditori sul debito in scadenza, saranno congelati i futuri prestiti che dovrebbero rimettere in piedi il suo Paese. Questa mattina è atteso ad Atene Charles Dallara, presidente dell’International institute of finance (Iif), la lobby che cura gli interessi dei creditori privati della Grecia (banche ed hedge fund). Si entra in una settimana decisiva di trattative per decidere il haircut sul debito greco ed evitare il default che altrimenti arriverà a marzo con circa 14,4 miliardi di bond ellenici da rifinanziare. A dirla tutta, le parti sarebbero ancora lontane sull’oggetto del contendere: le banche creditrici chiedono il rispetto degli accordi in sede europea, cioè un taglio sui rendimenti che non superi il 50 per cento e migliori condizioni sulle future emissioni che dovranno sostituire le vecchie. Il governo di Atene minaccia una riduzione fino al 70 per cento, sperando di ottenere un ulteriore sconto e arrivare al 60 per cento. Quel che è certo è che si deve chiudere entro la fine della settimana. Lo ha ribadito in più occasioni Dallara e l’ha confermato ieri anche un portavoce del governo greco, Pantélis Kapsis, sottolineando appunto che «il nostro obiettivo è concludere entro la settimana». Intanto la tensione sui mercati cresce. Lo spread tra i Bund tedeschi e i Btp italiani ieri sono risaliti a 428 punti rispetto ai 416 punti dell’apertura, con il rendimento del nostro decennale italiano tornato a quota 6,18 per cento. in Portogallo sono volati anche i Cds, i certificati riassicurativi contro l’insolvenza del debito pubblico, con quelli a a 5 anni hanno toccato il record a quota 1.310 punti base. A questi prezzi costerà 1,31 milioni di dollari all’anno assicurare 10 milioni di dollari di debito emesso dal Paese lusitano. E tanto basta per capire che sono tornati spettri tra gli operatori (in testa quello di un credit crunch) che sembrava spazzata via dalla maxi iniezione di liquidità fatta a dicembre dalla Bce di Mario Draghi. Ma soprattutto le trattative sul haircut greco portano nuove incertezze su chi si deve accollarsi oggi il maggiore peso per l’inaffidabilità di Atene e chi in futuro farà altrettanto se s’interverrà in Spagna e in Italia. In questa chiave viene letto un passaggio di un’intervista ad Angela Merkel a cinque quotidiani

europei e pubblicata oggi in Italia dalla Stampa. E nella quale la Cancelliera dice «sì alla solidarietà tra Paesi europei, ma i Trattati Ue dicono con grande chiarezza che nessun paese può farsi carico dei debiti degli altri». Concetto ribadito poi aprendo il vertice di Davos, quando ha spiegato che «la Germania ha già dimostrato la sua determinazione nel giocare un ruolo chiave nel combattere la crisi dell’Eurozona, ma non può promettere cose che non può man-

Cresce la tensione sui mercati e lo spread tra Btp e Bund torna a salire verso quota 430 punti tenere». E che in ogni caso non può muoversi senza l’aiuto degli altri europartner. Parole che sembrano una replica agli attacchi dei giorni scorsi di Christine Lagarde, che ieri – dopo aver stigmatizzato l’attendismo tedesco e ipotizzato un crack di Italia e Spagna senza il rafforzamento del Fondo Salva Stati – ha lanciato un nuovo allarme: bisogna salvare la Grecia a tal punto che la Bce deve essere pronta ad accollarsi le perdite, se il governo di Atene e le banche non trovassero un accordo sul haircut Secondo il Financial Times il Fondo monetario internazionale avrebbe fatto pressioni sulla Banca centrale europea affinché questa accetti di accollarsi delle perdite sui suoi 40 miliardi di euro di bond del debito pubblico della

Grecia. Da Washington hanno smentito la cosa, però l’Unione europea si è subito affrettata a respingere questa ipotesi. Un portavoce del commissario agli Affari economici, Olli Rehn,ha subito fatto sapere che «c’è già un forte coinvolgimento degli istituti pubblici nel piano salva-Grecia che coinvolge i privati e la posizione Ue non è cambiata». Ufficialmente dall’Eurotower non arrivano conferme, smentite o commenti sulla richiesta di Washington. Ma sono in molti a ricordare che proposte analoghe sono arrivate spesso a Francoforte dal mondo finanziario. Anche perché la Banca centrale, forte nel 2011 di un bilancio record da 2.730 miliardi, ammortizzerebbe senza grandi intoppi una minusvalenza sui suoi titoli greci in portafoglio (quasi 40 miliardi di euro).

Se non bastasse, da più parti si manda a dire a Francoforte, che un passo in questa direzione convincerebbe anche emergenti come Cina e Brasile a investire con più sicurezza sul debiuto europeo. Ma sarà difficile però convincere Draghi, da sempre contrario come il suo predecessore Trichet a un intervento così smaccato verso un Paese dell’Unione, che potrebbe anche profilarsi come aiuto di Stato, vietato invece dal Trattato Ue. Non a caso il capoeconomista dell’Eurotower Peter Praet, in un’intervista alla tedesca Faz, ha prima sostenuto che «la rinuncia dei creditori privati sarebbe un evento unico», quindi ha ricordato che «se saranno prese le giuste misure, in particolare le riforme strutturali, il programma definito (per la Grecia) può funzionare».

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no provvedimenti, come quelli adottati dal governo di Mario Monti che, non a caso, ieri ha detto che l’Italia «sta diventando un esempio in Europa» e che spinge per coniugare il rigore alla tedesca alla necessità del rilancio dell’economia attraverso misure che favoriscano la crescita. Su questo capitolo anche Angela Merkel si è mostrata più aperta: in particolare sul tema caldo dell’occupazione: «Ci sono 150 miliardi di fondi di coesione inutilizzati a Bruxelles, usiamoli per creare posti di lavoro, soprattutto per i giovani», ha detto la Cancelliera. E questo fa sperare che, da qui a lunedì prossimo, quando molte delle personalità che ieri erano a Davos si ritroveranno a Bruxelles, gli spazi per un accordo saranno aumentati. Per il momento, tuttavia, permangono molte differenze. Per esempio tra Angela Merkel e la francese Christine Lagarde che guida il Fondo monetario internazionale. In un’intervista a radio Europe 1, prima di raggiungere Davos, la Lagarde ha ipotizzato di combinare insieme il Fondo salva-Stati e l’Esm per ripristinare la fiducia e costruire un solido “firewall” contro il contagio della crisi greca. Combinarli insieme significherebbe sommare ai 400 miliardi del Fondo salva-Stati i 500 previsti per il Meccanismo europeo di stabilità. Ma è proprio contro questa somma che si è pronunciata più volte Angela Merkel, mentre Christine Lagarde è convinta, e lo ha ripetuto ieri, che «l’unico modo per non spendere altri soldi è far vedere ai mercati che gli strumenti per stroncare la speculazione ci sono davvero». Come andrà a finire si vedrà nei prossimi giorni. Un’ipotesi è che sulla dotazione dell’Esm si raggiunga un compromesso a quota 750 miliardi di euro. Ma è anche possibile che la decisione slitti al Consiglio europeo che si terrà in marzo.

Il Forum di Davos si concluderà proprio alla vigilia del vertice di Bruxelles di lunedì prossimo e sulla crisi europea – e non solo – avranno modo di esprimersi personaggi illustri come il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, il ministro americano del Tesoro, Timothy Geithner, il premio Nobel per l’economia, Joseph Stiglitz, il premier britannico David Cameron, la stessa Christine Lagarde. Ma ci saranno anche il segretario generale della Lega araba, Nabil Elaraby, come pure ci saranno i rappresentanti delle nuove potenze mondiali: dalla Cina all’India, dal Brasile alla Russia. Tra gli italiani, oltre a Mario Draghi, che indosserà ovviamente le vesti di presidente della Banca centrale europea, interverranno il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, il ministro dello Sviluppo, Corrado Passera, e la Presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia.


società

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I blocchi delle strade, con i conseguenti problemi per la popolazione, hanno spesso avuto motivazioni politiche

I camionisti bau bau Dal Cile alla Thatcher, tutte le guerre dei tir. Ma in Italia è un’altra cosa... di Maurizio Stefanini l più famoso, fu quello in Cile. Il 27 ottobre del 1972 i camioneros incrociarono le braccia. Lo sciopero bloccò il Paese per tre settimane, fino alla proclamazione dello stato d’emergenza. Poi riprese nell’agosto del 1973 per altre tre settimane, dopo di che ci fu il golpe di Pinochet. La vulgata filoAllende ha insistito fino alla noia sul fatto che la serrata fu aiutata dai servizi Usa. E che la leadership della “corporazione” era in mano a gente di estrema destra. E pure che il governo non aveva fatto altro se non nazionalizzare una piccola società trasportatrice al Sud del Paese. All’origine, in realtà, c’era stata la nazionalizzazione di una piccola società trasportatrice al Sud del Paese, che teoricamente riguardava solo una quarantina di padroncini. Ma la frase del ministro spiegò come il provvedimento andava ben oltre camionisti direttamente coinvolti, e rappresentava il primo passo verso una politica ben più radicale. D’altra parte, la radicalizzazione a destra dei camioneros fu pure provocata dal modo stalinista in cui la loro agitazione venne affrontata: con arresti, sequestri di camion, mobilitazioni di militanti dei partiti di sinistra contro gli scioperanti.

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È vero: gli stessi cileni riconoscono che il loro è un Paese dalla “geografia loca”. Una “geografia pazza” da 4300 chilometri di lunghezza per una media di appena 180 km di larghezza, con un minimo di appena 90 e un massimo di non più di 445, in cui il movimento continuo degli autocarri è essenziale per la sopravvivenza. Ma anche Paesi più proporzionati quando il trasporto su gomma boccheggia si trovano a mal partito. Sempre a proposito di governi di sinistra nel mondo di lingua spagnola, anche il governo Zapatero in Spagna nel 2008 fu colpito da un duro sciopero di camionisti e pescatori che durò per sei giorni, dal 9 al 15 giugno. Lì però non ci fu di mezzo l’ideologia, ma il rincaro dei prezzi dei combustibili per effetto dell’inizio della grande crisi, che provocò nei settori di trasporti e pesca gravissime perdi-

La legalità e la normalità devono essere ripristinate

Adesso basta, bisogna fermarli di Giancristiano Desiderio on si può dire “fermateli” perché sono già fermi, tantomeno “bloccateli” perché il problema è proprio nei blocchi. Ma, insomma, ci siamo già capiti: qualcuno fermi e blocchi i camionisti facendoli muovere e rimuovendo i blocchi. Perché l’Italia non è da tempo un popolo di santi, poeti e navigatori e si è trasformato in un popolo di camionisti che, forse, sono i nuovi navigatori, un po’ santi e un po’ poeti. Se si fermano i bisonti della strada tutto si ferma in poco tempo: si fermano le automobili rimaste a secco, si fermano i rifornimenti di generi diversi e alimentari, si ferma il mondo dello smercio e quindi del commercio. I camionisti possono avere anche tutte le ragioni di questo mondo - come, del resto, ce l’ho io e ce l’avete voi nel dire che la vita è difficile - ma non sarà mettendo in ginocchio l’Italia che riusciranno a farle valere. Muoia Sansone con tutti i filistei è pessimo.

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Dunque, in movimento. I prefetti già da ieri hanno iniziato a fare i vigili e a far circolare i Tir, soprattutto nei blocchi autostradali. In questa storia chi davvero non ci fa una bella figura sono gli assenti: i partiti. Sono rimasti alla finestra per vedere, come diceva Jannacci, “l’effetto che fa”. Sono rimasti affacciati a godersi lo spettacolo per il gusto di dimostrare al governo che la loro mediazione sociale è pur sempre utile e preziosa. Tuttavia, il loro calcolo è francamente sbagliato. I partiti si comportano come se fossero in vacanza e la vita sociale non avesse più per loro un rilievo significativo. Loro stanno al-

È grave che alcuni partiti siano rimasti alla finestra per vedere «l’effetto che fa» la finestra e attendono il giorno in cui verrà nuovamente il loro momento. Un comportamento che più miope non potrebbe essere e che dimostra come la concezione politica che le forze partitiche hanno dello Stato e della vita pubblica è davvero piccina: se non hanno un governo con cui lavorare, i partiti si sentono fuori dai giochi a tal punto che non vedono neanche che il ruolo del Parlamento è pur sempre centrale nella vita delle istituzioni e della democrazia. Semplicemente, si fregano le mani al pensiero delle difficoltà del governo Monti alle prese non con i comunisti ma con i camionisti (tanto per riprendere la bella vignetta di Giannelli). Hanno perso un’altra occasione per mostrare la loro funzione nel mediare conflitti sociali. Persino i prefetti riescono a fare meglio dei partiti.

te. D’altra parte, proprio la bolla immobiliare esplosa con la crisi ipotecaria del 2007 aveva portato a un sovradimensionamento del settore, per la necessità del trasporto di materiali da costruzione. Insomma, più padroncini erano costretti a pagare di più per il carburante in presenza di meno commissioni. Sia le grandi centrali dei proprietari Antid, Fenadismer e

cendiare i veicoli dei crumiri. Ci furono vari feriti, e l’11 giugno presso Granada un camionista componente di un picchetto morì investito da un collega crumiro che stava tentando di superare lo sbarramento. Ovviamente, l’effetto fui a catena, e ovviamente la gran parte delle industrie automobilistiche annunciò la chiusura delle linee di montaggio per la mancanza di pezzi: dalla Seat di Martorell alla Renault di Valladolid e alla Mercedes-Benz di Vitoria. Anche il commercio di latte e frutta fu quasi interrotto. Già dall’11 giugno droghieri e fruttivendoli iniziarono a prendere le loro auto private per recarsi a acquistare merci da soli, aggi-

La sinistra cilena ha sempre sostenuto che dietro la protesta dei trasportatori che alla fine portò al colpo di stato contro Allende ci fossero anche i servizi segreti statunitensi Cofedetrans che le piccole organizzazioni indipendenti e locali si unirono nell’agitazione. Il timore di restare a secco portò subito gli automobilisti a fare la cosa ai distributori, provocando un aumento dei consumi del 40% che ovviamente aggravò la crisi. La polizia fu dunque costretta a scortare i camion cisterna per assicurare i rifornimenti, ma l’80% delle stazioni catalane e il 20% di quelle madrilene furono costrette a chiudere per l’esaurimento delle scorte. Gli scioperanti risposero con picchetti che provocarono vari incidenti e danni: fino a in-

rando i blocchi. Una decina di imprese, a partire da Ford, Seat e Nissan, fecero anche richiesta di Expedientes de regulación de empleo: il procedimento con cui la legge spagnole autorizza la sospensione o il licenziamento di dipendenti per circostanze di forza maggiore. Ma il governo respinse le domande in blocco, spiegando che gli imprenditori ci stavano marciando.

Il dato curioso, specie considerando il precedente cileno, e che i camionisti, pur genericamente inquadrati a destra, chiedevano una misura tipica-


società l’intesa per aumenti del 20%. Ma intanto la gran parte dei cittadini aveva dovuto affrontare senza riscaldamenti un inverno freddissimo, e i contadini per mancanza di mangimi avevano visto morire migliaia di polli, i cui corpi andarono polemicamente a scaricare proprio davanti alle sedi delle Trade Unions. Le stesse Trade Unions, va ricordato, contestavano da sinistra il governo di quel Partito Laburista che in teoria era la loro cinghia di trasmissione in politica, al punto che se non indicato altrimenti l’iscritto al sindacato è automaticamente anche iscritto al partito. Tutto ciò contribuì alla vittoria a valanga dei conservatori alle elezioni del 3 maggio 1979 e all’arrivo a Downing Street di Margaret Thatcher, che aveva appunto promesso di porre termine allo strapotere sindacale, e che avrebbe segnato una delle sue più grandi vittorie appunto contro un altro sciopero: quello dei minatori a metà degli anni ’80.

Più recente, invece, fu invece lo scioperi dei trasporti in Francia del 1995. Nominato premier da Chirac dopo la sua elezione a maggio, il gollista Juppé era

mente da economia dirigista come un prezzo politico per il gasolio. Mentre il governo socialista rispondeva di non poter imporre una misura in violazione dei principi del libero mercato, offrendo invece un pacchetto di 54 misure palliative comunque accettato dall’88% degli operatori dei trasporti. Ma l’altro 12% continuava a tirare sul fronte dell’intransigenza. Così, dopo tre giorni di tolleranza il Ministro dell’Interno iniziò a ordinare alla polizia di rimuovere i picchetti: se necessario, anche con la forza. Il 15 giugno tre organizzazioni di camionisti accordarono una sospensione dell’agitazione, per non creare ulteriori problemi alla “maltrattata economia del settore”. In teoria, lo sciopero avrebbe potuto riprendere. In pratica, fu così che finì.

Anche i laburisti britannici dovettero affrontare i camionisti nel Winter of Discontent: «l’inverno dello scontento», un’espressione tratta dal Riccardo III di Shakespeare che i media britannici resero popolare in riferimento all’ondata di agitazioni dell’inverno tra 1978 e 1979. Origine dell’agitazione, la decisione del governo Callaghan di imporre per i dipendenti pubblici un tetto del 5% agli aumenti salariali, per cercare di mettere sotto controllo l’’inflazione. Quando la trattativa fu rotta, furono appunto i conduttori delle autocisterne di carburante i primi a iniziare lo sciopero a oltranza: va detto

Il blocco in Gran Bretagna costò ai laburisti la vittoria nelle elezioni del 1979. Appena arrivata trionfalmente al potere, la “Lady di Ferro” stroncò con estrema durezza le manifestazioni che in questo non si trattava di padroncini ma di dipendenti della Bp o della Esso, che il 18 dicembre chiesero aumenti del 40%. Il governo pensò di mandare i militari a prendere il loro posto, ma non ebbe il coraggio di fare quella dichiarazione di stato di emergenza che avrebbe autorizzato la misura, e le società petrolifere offrirono aumenti del 15%. Ma il 3 gennaio del 1979 lo sciopero divenne generale di tutti i camionisti iscritti alle Trade Unions, che inoltre si misero a picchettare i principali porti. Di nuovo il governo non ebbe il coraggio di proclamare lo stato di emergenza, anche se i sindacati offrirono una lista di merci essenziali esentate dallo sciopero, la cui individuazione concreta fu però lasciata agli attivisti locali. Infine il 29 gennaio arrivò

stato incaricato di tagliare la spesa sociale, in modo da venire incontro ai parametri che il Trattato di Maastricht esigeva pr l’ammissione all’Euro. Gli scioperi a catena iniziarono il 10 ottobre, ma a paralizzare il Paese fu l’adesione a partire di dicembre dei ferrovieri, furibondi per la fine del diritto di pensione a 55 anni e per il taglio di alcune centinaia di posti di lavoro. Ai ferrovieri si aggiunsero in seguito anche i lavoratori del metró di Parigi, oltre che dipendenti delle poste e insegnanti. Il 15 dicembre Juppé si piegò, e ritirò il piano. Ormai screditato, continuò però nei sondaggi a risultare come il più impopolare capo premier della Quinta Repubblica, fino a perdere in modo disastroso le elezioni del 25 maggio e 1 giugno 1997.

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Tafferugli e bombe carta davanti alla Camera

L’Italia in coda per insalata e benzina di Gualtiero Lami

ROMA. La prima conseguenza del blocco è che qualcun altro ci guadagna. Non i trasportatori, non il governo, non i cittadini: ci guadagnano solo gli intermediatori commerciali che, approfttando della scarsità di prodotti disponibili hanno subito alzato i prezzi. Ieri i mercati alimentari e i supermercati hanno imposto ai cittadini rincari fino al 50%. Motivo: non c’è (quasi) più frutta né verdura. La verità è che solo per quanto riguarda i prodotti tradizionalmente provenienti dalla Sicilia (agrumi e verdure di serra) si cominciano a scarseggiare i rifornimenti per via dei blocchi nell’Isola la scorsa settimana. Per il resto, nella maggior parte dei casi si tratta di pura e semplice speculazione. Basata sulla “paura” del disastro alimentata ad arte soprattutto dai media che cercano ogni occasione per mettere in cattiva luce il governo Monti. Non si spiegano altrimenti le code che sempre ieri sono cominciate nei distributori di benzina di molte grandi città (Roma, Milano, Napoli, Torino tra queste). Per ora non si segnalano particolari rincari della benzina, ma molti temono che siano in arrivo. Soprattutto perché i benzinai continuano a minacciare la serrata di dieci giorni trasformandola in un vero e proprio incubo da imporre ai cittadini. A parte il fatto che non tutti i cartelli di categoria sono d’accordo, è abbastanza improbabile che il blocco dei benziani possa essere totale e così lungo...

La cronaca di ieri, a parte le code e i prezzi alle stelle, registra un relativo allentamento della morsa dei camionisti sul paese: qualche blocco è stato rimosso, ma nel complesso la situazione è rimasta critica. Con delle fiammate improvvise come quelle vere prodotte dai pescatori che hanno manifestato davanti a Montecitorio (mentre il Parlamento stava discutendo la mozione sull’Europa). A un lancio di bombe carta la polizia ha ri-

sposto caricando alcune centinaia di manifestanti: due sono stati lievemente feriti.Tanto è bastato per mandare alle stelle la tensione.

Ma anche in Sicilia la situazione resta in bilico: ieri migliaia di manifestanti hanno brloccato Palermo. Il lea-

La polizia ha caricato un gruppo di pescatori che cercavano di entrare a Montecitorio der del cosiddetto «movimento dei forconi», Mariano Ferro, ha spiegato: «Siamo disposti a tutto, anche alla morte. Non ci fermano, la politica faccia la sua parte oppure vadano tutti a casa». Un altro incidente si è verificato ancora in Piemonte, dove ieri l’altro era stato travolto un camionista: ieri mattina, un autista che cercava di aggirare la manifestazione dei colleghi a Carmagnola (Torino), ha fratturato con il suo mezzo la gamba di un camionista che cercava di fermarlo. Stessa dinamica e stessa conclusione a Livorno dove è rimasto ferito un romeno che stava cercando di bloccare l’autista di un altro tir. Infine, durante il question time, sempre ieri il ministro Corrado Passera ha ricordato gli sgravi destinati al settore dell’autotrasport:. «È destinatario di una riduzione compensata dei pedaggi autostradali che sarà pari, per il 2012, a 170 milioni di euro».


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a fotografia è nata nel 1839. È questa una data convenzionale: non fu infatti allora che per la prima volta venne impressa un’immagine fotografica, né fu l’anno in cui fu registrato un importante brevetto. È il momento però in cui François Arago, astronomo e membro della Camera dei Pari francese, annunciò ufficialmente all’Accademie des Sciences la scoperta di «un metodo per fissare le immagini che si dipingono da sole dentro una camera oscura». E sempre nello stesso periodo un altro deputato, Gay Lussac dette della scoperta una definizione molto affascinante: «Un’arte nuova in mezzo a una vecchia civiltà». Da allora iniziò il lungo cammino della fotografia che ora viene raccontato da molti e qualificati autori in ben quattro volumi, editi da Skira. Un’opera enciclopedica. È da poco uscito il primo col titolo: La fotografia. Le origini 1839 1890. All’inizio ci fu l’epoca del dagherrotipo (la tecnica porta il nome del suo inventore: Daguerre), poi mister Talbot inventò il calotipo: nasceva cioè il negativo che poteva dar luogo a più copie fotografiche. Nonostante Gay Lussac abbia parlato sin dal 1839 di una “nuova arte”, i pionieri Nièpce, Daguerre e Talbot, pur coltivando una ricerca estetica, avevano messo al centro - del resto era una necessità - lo sviluppo di nuove e più sofisticate tecniche. Quando, però, nel 1852, a Londra, si aprì la prima grande mostra di fotografie, il dibattito sulla qualità artistica delle immagini diventò un patrimonio che andava ben oltre le inclinazioni dei pionieri. La discussione si allargò. E più si moltiplicavano le mostre, più cresceva il dibattito intorno alla domanda: può la fotografia essere un’arte a pieno titolo? Iniziarono in quel periodo i grand tour per ritrarre scavi e monumenti in Egitto, in Italia, in Siria, in Palestina, in Grecia. Quelle immagini sono particolarmente curate e vengono pubblicate da editori che si specializzano proprio in questa produzione.

L

A partire dalla seconda metà degli anni Quaranta cominciano a incontrarsi a Roma presso il Caffè Greco numerosi artisti-fotografi. Ci sono molti francesi e soprattutto c’è un padovano: Giacomo Caneva. Nasce con lui quella che poi si chiamerà «la scuola fotografica romana». Caneva era anche un pittore e spesso ritraeva lo stesso luogo sia col pennello che con la macchina fotografica. Magnifiche le sue riproduzioni del Colosseo o del tempio di Vesta, ma altrettanto belle anche le immagini di persone che incontra per strada: in tutte le occasioni l’obiettivo di Caneva fa un’elaborazione estetica e concettuale dell’oggetto fotografato. Il suo fine non è solo quello costruire un catalogo di immagini dei monumenti, dei volti, dei paesaggi, ma quello di fare un’opera d’arte. E da allora i più illustri fotografi del grand tour si porranno sempre il medesimo obiettivo: portare l’obiettivo al livello del pennello. Uomini colti e sensibili - talora finanziati da altri, tal’altra dotati solo del proprio denaro si lanciarono nell’avventura di scoprire e ritrarre le meraviglie del mondo. Nel loro lavoro, c’era una forte tensione artistica e un interrogativo sulle difficoltà che questo comportava, sulla missione impossibile che tentavano. Scriveva uno

il paginone

Quando il mondo e

di Gabriell

Usare l’obiettivo come un pennello e fare di uno scatto un’opera d’arte. Un’ambizione coltivata fin dalle origini

di loro, Francis Frith: «Nessuno è penosamente consapevole quanto lui (il fotografo, nda) che le luci e le ombre della natura sono in genere terribilmente frammentarie e inefficaci a paragone con quelle di Turner; e in breve per quanto le sue conoscenze chimiche siano perfettamente adeguate e la sua manipolazione impeccabile, è un miracolo, un incidente, un caso su mille quando un’immagine riesce artistica da ogni punto di vista come il suo gusto educato desidererebbe». La ricerca diventava in alcuni casi quasi ossessiva. In qualcuno si trasformava in tormento, approfondito dal senso d’inferiorità verso il pittore, lo scultore, il poeta.

Anno dopo anno, il grand tour si amplia ulteriormente e abbraccia l’Estremo Oriente, a partire dalla Cina. Negli anni Settanta dell’Ottocento, un grande fotografo torna dal suo lunghissimo viaggio e comincia a vendere le foto. Nasce così la commercializzazione degli scatti che in precedenza finivano nelle mostre o nelle collezioni dei finanziatori. Ora ciascuno - se vuole può acquistarle. Infine il grand tour raggiunge l’Africa, i luoghi più primitivi, abitati da popolazioni non civilizzate. In quegli anni la fotografia da una parte accredita il mito del buon selvaggio, magari “addomesticato”; e dall’altra assume centralità nelle scienze et-

nologiche, antropologiche e, purtroppo, serve anche a documentare teorie razziste. Del resto in ampie parti dell’Africa non ci sono antichità da ritrarre - come accadeva nei primi grand tour fotografici - ma c’è da documentare l’“altro da sé”, il rapporto fra questo e i colonizzatori. È un nuovo campo d’indagine che si apre all’obiettivo.

Ma il cammino della “nuova arte” è inarrestabile e la scoperta di esplorare altre possibili applicazioni è continua. C’è un campo straordinario anche se terribile da arare: si tratta delle immagini della guerra. Il più antico conflitto sul quale viene realizzata una documenta-


il paginone

era in bianco e nero

la Mecucci

Dal grand tour alle soglie del cinema. È il tema del primo dei quattro volumi dedicati da Skira alla storia della fotografia zione fotografica molto vasta, tanto da essere considerata esaustiva, è la guerra civile americana. Il grande artefice di questa documentazione è Mathew B. Brady. Un tempo la tragedia del conflitto era rappresentata dalle lunghe liste di deceduti e dispersi che venivano affisse e pubblicate sui giornali. Non c’erano allora le crude immagini dei cadaveri e del sangue, ma solo dei nomi. Nello scontro fra nordisti e sudisti l’obiettivo frugò dappertutto. Lo studio Brady non si fermò davanti a nessun orrore: tutti i particolari, anche i più rivoltanti vennero riprodotti dall’occhio chirurgico della macchina, che non può e non deve discernere, o peggio ancora,

abbellire, ma spiattellare in faccia a tutti ciò che è accaduto. Dire agli americani: è questa la sorte che potrebbe capitare anche a tuo padre, tuo figlio, tuo fratello. E far entrare il mondo intero nella tragedia di una guerra civile a occhi aperti.

Viene inaugurato così un genere che per un secolo farà la storia: basti pensare all’importanza che le foto avranno nel trasmettere la verità della guerra di Spagna o di quella del Vietnam. Più avanti, i fotografi americani impareranno a frugare nella vita e nei paesaggi anche quando ci sarà la pace: i loro scatti aiuteranno moltissimo gli ameri-

cani a conoscersi e a conoscere il loro immenso paese. Mentre negli Stati Uniti, la “nuova arte” assumeva il ruolo di strumento di informazione, in Europa l’uso della macchina diventava sempre più sofisticato e raffinato. L’inglese Henry Peach Robinson sosteneva che la fotografia doveva adeguarsi alle regole della pittura se voleva davvero essere considerata un’arte. Per raggiungere l’obiettivo aprì uno studio di ritratti. Più avanti inventò la tecnica della “stampa combinata” e cioè riusciva a “comporre” una foto giustapponendo più immagini. Una sorta di fotomontaggio. Ne scaturirono risultati fantastici: il più commovente è quello

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che raffigura il “morire” di una giovane. La composizione comprende ben quattro persone ed è strutturato come un quadro. Quella inaugurata da Robinson fu un’importantissima tendenza all’interno della quale operò anche uno scrittore geniale come Lewis Carrol. Siamo abbondantemente oltre il 1860 quando la fotografia diventa popolare. Da una parte non è più solo una tecnica padroneggiata da pochi, ma un passatempo i cui confini si allargano, dall’altra anche chi lo fa di professione viene a contatto col grande pubblico: nascono gli album e le cartes de visite.

Di novità in novità, si arriva a un’altra data clou e a un altro nome che cambia la stroria delle immagini ottenute con l’obiettivo. È il 1878 quando Edward James Muggeridge, nato in Inghilterra ma poi stabilitosi a San Francisco, mette in mostra una serie di foto in cui sono fissate le fasi successive e le diverse andature del cavallo. Per realizzarle l’autore aveva messo a punto un complesso meccanismo formato di dodici macchine fotografiche (presto arriverà a 24) disposte alla stessa distanza sul fianco di un tracciato rettilineo. Ognuna è collegata a un filo metallico teso sulla pista che si rompe al passaggio dei purosangue facendo scattare l’otturatore. Nel 1881 viene pubblicato il primo volume che conteneva i risultati di questo lavoro. Un anno prima, nel 1880, Muybridge - questo è il nome usato in America da Muggeridge - aveva organizzato a San Francisco un evento giudicato dai visitatori straordinariamente innovativo. In pratica le immagini - la corsa del cavallo - riportate nella stessa sequenza della loro realizzazione su un disco di vetro messo in rotazione, apparivano in rapida progressione dando l’impressione di animarsi di fronte agli occhi di una gremita platea. I giornali scrissero: «Non mancava niente salvo il tonfo degli zoccoli sull’erba e qualche sporadico soffio di vapore dalle narici, per convincere lo spettatore che aveva di fronte dei cavalli in carne e ossa». Muybridge ha portato la fotografia molto vicino al cinema. Quindici anni dopo andrà in scena a Parigi la rappresentazione dei fratelli Lumière. Il primo volume di Skira finisce là dove dalla foto sta per nascere una seconda “nuova arte”: il cinema. Seguiranno gli altri che racconteranno tutti i cambiamenti sino a far approdare le foto nei musei, sino a farle diventare un pezzo importante dell’arte contemporanea. Quando Daguerre iniziò, la società era fondata sulla parola. Lentamente ma continuamente è diventata la società dell’immagine. La foto ha sostituito in alcuni campi la pittura. L’arte del dipingere si è progressivamente spostata dal ritratto della realtà così com’è, verso l’astrattismo. Le suggestioni sono diventate sempre più figlie delle foto, del cinema, della televisione e, oggi, di youTube. Nessuno di questi nuovi modi di esprimersi ha annullato il precedente. Non è finita nemmeno l’arte della parola: esistono ancora racconti, romanzi, pièce teatrali. Tutti insieme contribuiscono a farci conoscere meglio il mondo e noi stessi. Un bombardamento che ci consente di sentire e vedere tutto, ma che qualche volta ci mette a rischio di non capire niente. Pregi e difetti della contemporaneità.


mondo

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A Palazzo Chigi prevista la firma di un trattato di cooperazione bilaterale. E la conferma degli aiuti economici

Grand Tour Karzai Ieri Napolitano, oggi Monti. Poi Sarkozy e Cameron. Per confermare l’appoggio Ue di Antonio Picasso on la visita a Roma in corso tra ieri e oggi, il presidente afgano Hamid Karzai ha iniziato un nuovo tour di consultazioni bilaterali presso i suoi partner europei. Italia, Francia e alla fine Regno Unito. Questa l’agenda contentale del leader pashtun. Al Quirinale Karzai si è incontrato con il presidente Napolitano e il ministro degli Esteri Giulio Terzi e poi si è trasferito a colloquio con Schifani. Oggi sono fissati i summit con Fini e, nel pomeriggio, con Monti. Resta da chiarire se ci sarà anche tempo e opportunità per incontrare il ministro della Difesa Di Paola. Dalle anticipazioni, sembra che le cancellerie di Kabul e Roma non si siano accordate adeguatamente in anticipo (e questo valeva anche per il titolare della Farnesina, presente però al Quirinale). La giornata odierna si concluderà con un faccia a faccia tra Karzai e l’inviato speciale Usa nell’“AfPak”, Marc Grossman. Il fatto che Roma sia sede anche di questo vertice ci fa onore. È un riconoscimento implicito all’impegno italiano nel quadrante centro asiatico. Sia in termini militari, sia come cooperazione e ricostruzione. Tutto questo intanto

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che a Kabul Luciano Pezzotti ha sostituito Claudio Glaenzer alla guida della nostra ambasciata. Durante il confronto con Grossman, Karzai tornerà sul filmato dei marines che urinano sui cadaveri dei talebani? Non è da escludere. In quanto è la sola carta spendibile per il presidente, se vuole ricevere una qualche attenzione sincera da parte di Isaf e Nato.

Questi due giorni di confronto offrono a Mario Monti l’opportunità di concentrarsi su un te-

confronto diretto con la leadership afgana è sempre stato quotidiano. Per il presidente del Consiglio, però, si tratta di una première. Sulla base del memorandum of understanding siglato nel dicembre scorso a Bonn, a margine della conferenza degli Stati donatori, l’Italia conferma il proprio impegno per la pacificazione e lo sviluppo del Paese. Roma va avanti nel contribuire in maniera sostanziale per quanto riguarda la stesura di un prossimo codice giuridico nazionale afgano. Resta aperto poi il

Energia, sfruttamento delle risorse idriche, costruzione di infrastrutture stradali e aeroportuali. Ma anche sicurezza e stesura del codice giuridico nazionale. Questi i punti dell’intesa ma di politica estera già caro alla Fanersina e a Palazzo Baracchini. Giampaolo Di Paola, in qualità di ex capo di stato maggiore della Difesa e poi come responsabile del vertice militare della Nato, mastica materia afgana ormai da anni. Lo stesso si dica di Terzi di Sant’Agata, che da ambasciatore a Washington non poteva esimersi dal conoscere il tema. Per entrambi il

training delle forze armate e della polizia. Materia sulla quale l’Italia offre una garanzia indiscutibile. Il contributo dato in Iraq resta un esempio esportabile.

Vanno definiti i margini economici però. La sicurezza afgana costa alla comunità internazionale 8 miliardi di dollari ogni anno. Di questi il 90% è versato dal Pentagono. La nostra difesa

però eccelle in termini di qualità. Tra le iniziative made in Italy sul fronte della creazione di una classe dirigente locale, la nostra società civile si è spesa per la rinascita della stampa afgana. Nell’aprile 2010, proprio Roma ha ospitato l’Afghan Media Forum. Da qui l’iniziativa promossa dell’università cattolica di Milano – in partnership con il ministero della Difesa e Fondiaria Sai – per l’apertura di una scuola di giornalismo a Herat. Il progetto “Through your

eyes”(Attraverso i tuoi occhi) ha visto la formazione di 25 studenti afgani (15 di questi sono donne), che si sono specializzati nelle tecniche di comunicazione e dei media.Tre dei diplomati, poi, hanno anche proseguito gli studi qui in Italia. Quanto fatto da Roma e Kabul insieme è ottimo. Proprio per questo, Monti desidera capire come sia possibile proseguire sullo stesso trend. Quali dovrebbero essere i futuri comparti in cui le imprese italiane potrebbero investire? Il cam-

L’Italia riconferma la sua amicizia al travagliato Paese, ma intanto si prepara al disimpegno militare

Sì agli accordi, ma senza fuggire da Kabul a visita di Hamid Karzai a Roma ha portato a tanti incontri, firma di accordi, strette di mano e sorrisi ed è positivo che per una volta almeno l’Italia stia cercando e apparentemente riuscendo ad ottenere un qualche ritorno economico e strategico dalla partecipazione ad una lunga, sanguinosa e costosa missione internazionale. Speriamo che il sistema paese sia in grado di sfruttare l’opportunità e va dato atto all’ex ministro dello sviluppo economico, Paolo Romani, di aver quasi costretto imprenditori ed industrie a visitare l’Afghanistan e valutare opportunità di business e investimenti. Perché quello che in altri paesi nostri competitor è normale, da noi diventa straordinario. Ma c’è un altro aspetto che va sottolineato. Mentre ribadiamo la nostra amicizia e interesse per il travagliato paese, al con-

L

di Stranamore tempo stiamo preparando il nostro disimpegno militare. Beninteso, non siamo i soli, basta vedere il comportamento del presidente Sarkozy, il quale per ragioni elettorali ha paventato il ritiro delle truppe francesi dall’Afghanistan a

Certo tutti vogliono lasciare l’Afghanistan, possibilmente senza perdere la faccia, e a dare il rompete le righe sarà ancora una volta Barack Obama, anche lui per ragioni di politica interna. Ma se chiedete ad un qualunque comandante

Cosa accadrà quando le guarnigioni Nato e Isaf cominceranno ad abbandonare villaggi e cittadine? Che molti afghani verranno uccisi per aver dato credito all’Occidente seguito di un attacco costato la vita a quattro militari di Parigi. Sarkozy chiede maggiore sicurezza come condizione per rimanere, il che è quantomeno curioso, visto che sono le truppe di Isaf che combattono per garantire la sicurezza degli Afgani, non il contrario.

militare Nato se i tempi sono già maturi per iniziare a rimpatriare uomini e mezzi… vi dirà di no. Non è colpa di nessuno, ma sperare che la situazione sul campo migliori così rapidamente e che le forze locali diventino così agguerrite e consistenti da poter fare da sole entro il 2014

(avendo ben chiaro che comunque forze internazionali dovranno rimanere in ruolo di supporto) è pura utopia. E non dimentichiamo che per ora in Afghanistan siamo ancora nella stagione invernale, per cui le operazioni militari, soprattutto quelle della guerriglia, procedono a ritmo ridotto.Tra qualche mese le cose cambieranno. E, ammesso che la trattativa tra talebani ed affini, governo afgano e Isaf diventi finalmente una cosa seria, è chiaro che entrambe le parti cercheranno di partire da una situazione di vantaggio, anche militare. Peraltro il quadro della sicurezza in Afghanistan non è omogeneo, ci sono aree più o meno pacificate e stabilizzate, altre dove si combatte furiosamente, altre ancora dove le cose stanno migliorando. L’area dove operano i nostri 4.200 uomini, ad ovest, è a sua volta disomogenea. L’Italia


mondo

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A sinistra, Hamid Karzai, in questi giorni in visita in Italia. Ieri ha incontrato Giorgio Napolitano assieme al ministro Terzi. A destra, soldati afghani dell’Ana. In basso, un’operazione Isaf. L’Afghanistan sta cercando di puntellare il sostegno europeo in un momento particolarmente delicato per il Paese ca, economica e di sicurezza e che avrà una durata ventennale. E se è stato il tatto a ispirare le istituzioni romane nell’accogliere Karzai, non ci si può attendere che accada lo stesso a Parigi. I quattro francesi uccisi la scorsa settimana ostacolano la cordialità nei rapporti franco-afgani. Peraltro l’Alleanza atlantica deve ancora confermare definitivamente che ad ucciderli sia stato un poliziotto afgano.

Sarkozy, per inequivocabili ragioni elettorali, ha detto che entro quest’anno nel Paese non ci sarà più neanche un suo soldato.

po energetico resta prioritario. Soprattutto perché la nostra tecnologia può dare un contrito unico per la realizzazione almeno di una parte della rete di oleodotti e gasdotti che, una volta pacificato, potrebbero attraversare l’Afghanistan.

Ci sono poi lo sfruttamento delle risorse idriche e la costruzione delle infrastrutture stradali e aeroportuali. Tutti ambiti nei quali le imprese italiane potrebbero eccellere. La domanda è: Kabul

può garantire l’adeguata sicurezza agli ingegneri civili che dovrebbero entrare nel Paese e, al tempo stesso, evitare che i nostri militari continuino a essere bersaglio dell’insorgenza talebana? Tuttavia, né Napolitano ieri né Monti oggi sono intenzionati a mettere sotto pressione Karzai. Palazzo Chigi ha già la consapevolezza dell’“Af-Pak war”. Per questo resta un punto fermo la sigla che oggi verrà apposta all’accordo bilaterale AfghanistanItalia, per la cooperazione politi-

pubblica transalpine però non ne vogliono sapere. Per i francesi, quella in Afghanistan è una guerra tutta americana, in cui sono stati coinvolti per cortesia di alleanza Nato. A dirlo è il Figaro. Ha ragione. Ma era necessario far passare dieci anni per accorgersi di una verità tanto lapalissiana? Infine, Londra attende il suo turno. Per certi aspetti, dall’altra parte della Manica si nutre una consapevolezza della disastrosa situazione afgana che viene condivisa con i governi di Roma e Parigi. Ma, come si fa qui in Italia, non si vuole urtare l’ospite rinfacciandogli criticità

Il governo sarà insolvente su qualsiasi piano di investimento locale almeno fino al 2020. Dunque qualsiasi euro speso per la ricostruzione non potrà essere restituito prima di 8 anni Intenzione confermata più volte dal suo ministero degli esteri Juppé.Tuttavia, ieri Le monde diceva che è assai improbabile una smobilitazione tanto celere e improvvisa. Il primo a esserne contrariato sarebbe Obama, il quale dovrebbe dire ai suoi generali di rimpiazzare gli uomini della brigata Picardie, attualmente nella regione nord-occidentale di Kapisa, con i Gi. Politica e opinione

irrisolvibili. Il nostro governo ha deciso la linea della fiducia. Quello britannico approfitta di queste altre 48 ore per valutare.

Ma sicuramente non farà muso duro. Da sottolineare: dal tour d’Europa Karzai ha omesso Berlino. Perché si è incontrato con la Merkel a Bonn appena a dicembre, oppure perché proprio in quella occasione la cancelliere

però è pronta a ridurre almeno la qualità del suo impegno militare, con lo scioglimento di uno dei quattro battlegroups, le unità di manovra combattenti che costituiscono il fulcro del nostro contingente. Ancora non è chiaro se si tratterà di rimpatrio oppure di passare 5-600 uomini da un ruolo combat a quello addestrativo, ma l’idea è questa. Ma dal punto di vista militare procedere ad un ritiro anche parziale sarebbe avventato, i soldati andrebbero casomai spostati in una delle tante aree critiche del nostro settore. Non è neanche questione di soldi perché il governo ha appena stanziato 1,4 miliardi di euro per le missioni nel 2012 e con questi fondi i 4.200 soldati in Afghanistan possono essere mantenuti senza problemi. Ci rendiamo anche conto che se gli alleati Nato levano le tende non possiamo certo restare da soli. Posto che il 2014 è ancora molto lontano. Però se davvero un ritiro progressivo è politicamente ineluttabile, beh allora si cambi atteggiamento nei confronti di chi ripone la sua fiducia ed affida la sua vita ai soldati di Isaf, inclusi quelli italiani. Cerchiamo di convincerli a mettersi sotto la

tedesca era rimasta molto fredda? È probabile che al presidente afgano basti l’incontro bollente con Sarko. Dieci anni di operazioni militari e una ricostruzione politica seguita day by day. Tuttavia, i problemi dell’Afghanistan subito dopo l’11 settembre 2001 sono rimasti uguali. Oppure no: sono peggiorati.Talebani, droga, corruzione, Pakistan instabile, eccetera. La lista è lunga e conosciuta. Un recente studio britannico ha calcolato che Kabul sarà insolvente su qualsiasi piano di investimento locale almeno fino al 2020, in altri casi si arriva al 2025.

Questo vuol dire che qualsiasi dollaro o euro speso per la ricostruzione del Paese non potrebbe essere restituito almeno per i prossimi otto anni. La ricerca è stata effettuata nell’ipotesi che domani la guerra si interrompa immediatamente. Il che è impossibile. Cosa possiamo pretendere da Karzai allora? Che arrivi in Europa cospargendosi il capo di cenere e l’orecchio teso a sentire le ire dell’Eliseo? È probabile che il leader pashtun sia anche disposto a tanto. Ma questo cambierebbe? A Kabul servirebbe ancora la nostra mano sul portafoglio e noi non potremmo esimerci da metterla.

nostra protezione, a opporsi ai talebani, a collaborare, magari a combattere con noi, a credere nelle debolissime istituzioni afgane, ad abbandonare la coltivazione di oppio, ad accettare valori e principi estranei alla loro cultura. Cosa accadrà quando le guarnigioni Nato e Isaf cominceranno ad assottigliarsi, ad abbandonare villaggi e cittadine e le truppe di Kabul non saranno pronte o in grado di prenderne il posto? In molti rischiano di pagare il prezzo più alto per aver dato credito alle parole dei “guerrieri”occidentali. Non sarebbe una novità, basti pensare alla triste sorte delle popolazioni sudvietnamite che per anni furono a fianco dei soldati americani e che furono abbandonate al loro atroce destino nel 1975, con la fuga da Saigon. Un copione che potrebbe ripetersi a breve in Afghanistan. Se ritiro deve essere, almeno non prendiamoli in giro, non illudiamoli e prepariamoli ad arrangiarsi ed a cercare di sopravvivere. Questo dovrebbe essere il vero scopo, minimalista ma concreto, della nostra missione in Afghanistan nei prossimi anni.


mondo

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Un anno fa il popolo sperava in un cambio di regime. Ma caduto Mubarak, nulla è cambiato. Anzi. E Tantawi festeggia

Il trucco egiziano Altro che islamisti. Le elezioni sono figlie dei brogli e le prove ci sono. Tutte di Daniel Pipes ella seduta inaugurale della Camera bassa egiziana, tenutasi il 23 gennaio scorso, i deputati islamisti occupavano 360 dei 498 seggi parlamentari, ovvero il 72 per cento delle poltrone. Tuttavia, questo dato sorprendente esprime più una manovra per rimanere al potere da parte di una leadership militare dominante che non la volontà dell’opinione pubblica. In un mio recente articolo dell’8 dicembre 2011, intitolato “Attenti alla trappola del doppio gioco”, ho argomentato che proprio come Anwar El-Sadat e Hosni Mubarak in passato «hanno dato strategicamente più potere agli islamisti come un fioretto per ottenere l’appoggio, le armi e il denaro dell’Occidente», così Mohamed Tantawi e il suo Consiglio supremo delle Forze armate (Csfa) «continuano a fare lo stesso vecchio gioco». Ed ecco le prove di quest’asserzione: 1) ci sono stati dei “maneggi” elettorali a livello locale; 2) il Csfa ha proposto un “accordo” agli islamisti; e 3) i militari hanno foraggiato i partiti politici islamisti. A un anno dalla rivolta, però, vari indizi rivelano brogli su scala molto più grande.

N

Il Partito degli Egiziani Liberi che guida la coalizione liberale, il 10 gennaio, ha annunciato di aver presentato oltre 500 denunce sulle elezioni della Camera bassa «ma nessuna misura è stata adottata». Il partito si è ritirato dalle prossime elezioni della Camera alta perché «chi infrange la legge è premiato con guadagni elettorali e quelli che la rispettano sono puniti» e ha chiesto l’annullamento della consultazione elettorale. Mohamed ElBaradei, ex-direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’Energia atomica (Aiea), il 14 gennaio, ha ritirato la sua candidatura alla presidenza perché ha ravvisato dei brogli elettorali: «La mia coscienza mi impedisce di presentarmi alle presidenziali o ad altre posizioni ufficiali senza un vero regime democratico». Il quotidiano El-Badil riporta, nella sua edizione del 10 gennaio scorso, che sei can-

La parabola del Raìs

La caduta di Mubarak in 18 giorni 25 gennaio 2011. Migliaia di egiziani scendono in piazza per una protesta nazionale contro il regime di Hosni Mubarak, intonando lo slogan “Pane e liberta”. 28 gennaio. Gli egiziani marciano numerosi dopo la preghiera islamica in diverse città del Paese. In quello che viene battezzato come il “Venerdi’ della rabbia”, il regime tenta di impedire l’ingresso a piazza Tharir. Ma nonostante gli spari sulla folla, decine di morti e migliaia di feriti, i manifestanti riescono a raggiungerla. Mubarak tiene un discorso alla nazione e licenzia il governo del premier Ahmed Nazif. La polizia si ritira e viene schierato l’esercito, mentre i manifestanti iniziano un sit-in. 1 febbraio. Parte la manifestazione del “milione”, chiamata così per l’alta partecipazione, che chiede le dimissioni di Mubarak. Il presidente tiene il suo secondo discorso alla nazione. 10 febbraio. In quello che sarà l’ultimo discorso di Mubarak come presidente, viene annunciato che il Consiglio supremo delle Forze armate rimarrà in seduta pubblica per salvaguardare «le richieste del popolo». Parole che fanno infuriare i manifestanti, che decidono di marciare verso il palazzo presidenziale. 11 febbraio. Milioni di egiziani scendono in piazza nel “Venerdì della sfida”, marciando verso la sede della tv di Stato e verso il palazzo presidenziale. Alle 18 il capo dell’intelligence Omar Sulieman annuncia alla tv di Stato che Mubarak si è dimesso.

A destra, manifestazione a piazza Tahrir. Le donne in particolare hanno urlato come la loro condizione di vita non sia affatto migliorata, soprattutto in termini di diritti. L’ex candidato presidenziale El Baradei, ritiratosi dalla competizione dopo aver accusato di brogli le elezioni egiziane e il federmaresciallo Tantawi

Tra la folla anche il capo della Lega Araba Nabil al-Arabi e Amr Moussa

Piazza Tahrir celebra la rivoluzione mancata

Tra festa e contestazioni il popolo continua a chiedere le dimissioni di Tantawi. Ma i Fratelli musulmani non ci stanno di Luisa Arezzo passato un anno dallo scoppio della Rivoluzione del 25 gennaio, in Egitto. Una rivolta popolare che, oltre a far cadere il regime di Hosni Mubarak, al potere da 30 anni, ha avuto effetti in tutta la regione. Ma per alcuni, attivisti e politici del calibro di Mohammed El Baradei, a essere deposto è stato solo l’ex presidente e non il regime militare e corrotto che aveva contribuito a costruire. Ed è stato un po’ questo il leit motiv della celebrazione che ieri ha riportato in piazza Tahrir migliaia di persone. Che Tantawi, con una mossa astuta, ha cercato di placare abrogando lo stato d’emergenza in vigore nel paese dal 1981. Fino al 2011 “giorno della polizia”, il 25 gennaio è stato ribattezzato “giornata della rivoluzione” e decretato festivo dal Consiglio supremo delle forze armate (Csfa), alla guida del Paese dalla caduta dell’ex rais. Desiderosa di rifarsi una immagine offuscata dalle accuse di perpetuare il passato regime, l’esercito ha annunciato numerose celebrazioni: parata navale ad Alessandria, aeree al Cairo e in altri governatorati, fuochi di artificio e molto altro. Come l’emissione di monete commemorative, la consegna di decorazioni e promesse di lavoro per i feriti della rivolta che ha costretto il presidente Mubarak a lasciare il potere l’11 febbraio. Ma i giovani che avevano dato inizio alla rivolta non sembrano cascare nella trappola e

È

chiedono di rilanciare il movimento, sostenendo che la rivoluzione gli è stata rubata da un potere militare guidato dal generale Hussein Tantawi, ex alleato di Mubarak. «Scendiamo per strada non per celebrare una rivoluzione che non ha realizzato i suoi obiettivi, ma per manifestare pacificamente la nostra determinazione a realizzare questi obiettivi» ha detto lo scrittore e militante prodemocrazia Alaa al Aswani.

Parole non condivise dai Fratelli Musulmani, che dopo le ultime elezioni, assieme ai salafiti, controllano la maggioranza della Camera bassa. E che la rivoluzione la ritengono compiuta e chiedono solo un po’ di tempo in più per poter mettere in campo azioni decise contro la piaga della corruzione che attanaglia l’Egitto. E che, sempre ieri, non hanno perso l’occasione per ribadire - nonostante gli inviti alla moderazione e alla convivenza religiosa - che mai saranno disponibili a incontrare funzionari israeliani visto che la loro posizione rispetto a Israele è fuori discussione. «È illogico avere un dialogo, qualsiasi tipo di dialogo, in vista delle azioni israeliane contro i popoli arabi», ha detto il portavoce del gruppo islamico, Mahmoud Ghezlan. Dunque benvenuti nel nuovo Egitto, che ieri Reporters sans Frontieres ha visto precipitare nella classifica che annualmente stila sulla libertà di stampa.


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didati parlamentari hanno presentato delle denunce ufficiali contro una serie di funzionari e hanno chiesto che le elezioni siano annullate e rifatte. Uno dei candidati, appartenente al Partito Wafd, Ibrahim Kamel, ha spiegato di aver acquisito dei documenti governativi che attestano che meno di 40milioni di egiziani hanno diritto di voto, mentre alle recenti elezioni si sono presentati 52milioni di votanti, il che significa 12milioni di voti fasulli. Kamel ha asserito che questo incremento è stato ottenuto prendendo i nomi e i

siano rifatte daccapo. Di contro, gli islamisti vittoriosi, che disprezzano la democrazia, hanno fatto pochi sforzi per nascondere il loro successo elettorale ottenuto grazie ai brogli. Alcuni di loro arrivano addirittura ad affermare con orgoglio e senza scuse che è un loro dovere islamico essere disonesti. Tal´at Zahran, un salafita di spicco, ha definito il sistema democratico come «infedele», «criminale» e come un «espediente dei Protocolli dei savi Anziani di Sion». E ha cinicamente osservato che «è nostro dovere forgiare le elezioni; Dio

I cittadini con diritto di voto, dati del governo alla mano, sono 40 milioni. Ma allora perché hanno votato 52 milioni di elettori? E perché il mondo tace su questa grande frode? numeri d’ identificazione degli elettori legittimi e fotocopiandoli tra 2 e 32 volte in altre circoscrizioni elettorali.

Mahmoud Hamza, a capo del Consiglio nazionale egiziano, ha confermato questa manipolazione al quotidiano El-Badil, definendola come «il più grande reato di frode nella storia egiziana». E ha chiesto che le elezioni della Camera bassa Il Paese ha perso nel 2011 ben 39 postazioni rispetto al 2010, posizionandosi 166esimo. E questo «perché il Consiglio supremo delle Forze Armate, al potere da febbraio, ha deluso le aspettative dei democratici continuando le pratiche della dittatura di Mubarak». Una tesi confermata dal giornalista Ramzi Abu Ala, che denuncia la continua intromissione dello Stato, ora rappresentato dalla giunta militare, nella stampa. Il reporter denuncia come spesso «venga ordinato il sequestro delle copie del giornale per la presenza di inchieste sulla corruzione, della quale sono responsabili anche i militari». Non è un buon segnale, e non bisogna farsi illudere dalla propagandistica liberazione - avvenuta guarda caso proprio ieri - del blogger Nabil, in carcere dallo scorso anno per aver osato insultare le forze ar-

per gli esperti il problema è molto piu’ grave. A tutto questo, infatti, si aggiungono le forti perdite per il settore del turismo: 10,2 milioni di vacanzieri hanno visitato l’Egitto nel 2011, il 32% in meno rispetto a quelli dell’anno precedente. Stando al ministero del Turismo, i ricavi provenienti dal settore sono calati del 30%, non arrivando a raggiungere neanche i nove miliardi di dollari sui 12,5 del 2010. Ed è calata del 15%, lo scorso anno, anche la spesa pro capite dei turisti stranieri nel Paese. I responsabili egiziani sono ben consapevoli del fatto che l’economia stia rischiando il collasso. A fine dicembre, nel tentativo di placare il malcontento popolare, il governo ha annunciato un piano per ridurre di 20 miliardi di lire egiziane (circa 3,5 miliardi di euro) il debito pubblico, stimato in 134 miliardi.Tuttavia, la giunta militare ha anche dato il via libera a un incremento del 14,7% della spesa pubblica per l’anno fiscale in corso con l’obiettivo dichiarato di dare nuovo impulso ai programmi sociali. La scorsa estate, tra l’altro, Il Cairo aveva snobbato l’aiuto dell’Fmi, cedendo al timore di gonfiare ulteriormente il debito pubblico, a pressioni politiche e alla paura di perdere consensi per una stretta di mano con un organismo considerato vicino agli Usa, e quindi a Mubarak. Il Fondo aveva offerto all’Egitto un prestito a condizioni agevolate da tre miliardi di dollari, che sarebbe stata una boccata d’ossigeno per un’economia stagnante. Dopo la prova di forza estiva, negli ultimi giorni Il Cairo ha fatto marcia indietro: una delegazione del Fondo è giunta in Egitto per discutere di un prestito da 3,2 miliardi. Il partito Libertà e Giustizia dei Fratelli Musulmani, si è detto favorevole all’ipotesi del prestito, a patto però che l’Fmi non ponga condizioni. Ma non manca chi chiede che la decisione venga presa dal neoeletto Parlamento, piuttosto che dal governo. E secondo Raza Agha, economista della Royal Bank of Scotland interpellato dal Financial Times, all’Egitto servono tra i dieci e i 12 miliardi di dollari per riportare l’economia alle condizioni in cui era alla fine del 2010.

Mistero sulla bomba trovata a bordo di un aereo partito da Tripoli e atterrato al Cairo. L’obiettivo era di farla esplodere in volo dopo la ripartenza dalla capitale, ma per colpire chi? mate. La verità è che buona parte del popolo di Piazza Tahrir, ieri supportato anche dal segretario generale della Lega araba Nabil al-Arabi assieme al suo predecessore (e candidato alla presidenza) Amr Moussa, continua a chiedere, senza successo, le dimissioni di Tantawi. La stessa richiesta che aveva portato ad un rigurgito di violenza (con decine di morti, non dimentichiamolo) poco prima del voto. Ad andar male è anche l’economia. Per molti sono svanite nel nulla le promesse di migliori condizioni di vita, mentre il Pil è calato del 3% e gli investimenti esteri diretti sono passati dagli 11 miliardi di dollari del 2007 a meno di due miliardi. Secondo dati della Banca centrale, calano anche le riserve di valuta straniera del Cairo: alla fine dello scorso anno erano di circa 18 miliardi rispetto ai 36 miliardi di inizio 2010. Per il Fondo monetario internazionale, l’economia egiziana è cresciuta dell’1,2%, rispetto al 5,1% del 2010. Inoltre, secondo i media governativi, il tasso di disoccupazione è dell’11,9%, il più alto degli ultimi dieci anni. Ma

ci ricompenserà per questo». In modo rilevante, Zahran ha anche elogiato Tantawi: «Proprio come abbiamo dato a Mubarak l’opportunità di prestare il bay´a (il giuramento islamico di fedeltà), ora sosterremo il Csfa. Se Tantawi deciderà di rimanere al potere, lo appoggeremo fino al giorno della sua morte». Girano voci che gli islamisti e l’esercito stiano lavorando insieme su questioni chiave come l’autonomia militare e per emendare la Costituzione del 1971. La loro cooperazione ha senso perché gli islamisti chiedono l’unità musulmana in modo da focalizzare la piena attenzione sul nemico infedele (soprattutto ebrei e cristiani).

Con tutte queste prove d’impostura in mano, è sconcertante che i politici, i giornalisti e gli studiosi occidentali continuino a considerare i mediocri risultati delle elezioni egiziane da poco concluse come una valida espressione della volontà popolare. Dove sono i giornalisti capaci di mettere in dubbio che i salafiti provenienti dal nulla si aggiudichino il 28 per cento dei voti? Perché gli insensibili analisti che capiscono che in Russia e in Siria le elezioni sono state truccate abboccano al “più grande reato di frode nella storia egiziana”? Forse perché concedono al Cairo una tregua in virtù della sua cooperazione con le potenze occidentali da quasi quarant’anni; o forse perché Tantawi manipola in modo più convincente. Visto il disprezzo esplicito mostrato dal Csfa per i risultati elettorali, sorprende altresì che gli analisti si aspettino che questi incideranno in modo rilevante sul futuro del Paese. In realtà, il Csfa ha manipolato le recenti elezioni per un proprio tornaconto: gli islamisti sono pedoni in questo dramma e non re. Non stiamo assistendo a una rivoluzione ideologica, ma siamo di fronte a degli ufficiali dell’esercito egiziano che rimanendo al potere assaporano i dolci frutti della tirannia.

e di cronach

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cultura

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Mirjam Pressler dedica un libro ai Frank, raccogliendo le testimonianze su antenati e di sopravvissuti ancora increduli

Una promessa per Anna Il mondo celebra il giorno della memoria, però un giovane tedesco su cinque ignora Auschwitz di Pier Mario Fasanotti el 1940 l’esercito tedesco invase l’Olanda. Ad Amsterdam, poco dopo l’anno (1933) in cui Adolf Hitler salì al potere, la famiglia Frank, preoccupata per le possibili conseguenze delle leggi razziali, si era trasferita nella capitale olandese, dove aveva avviato una piccola fabbrica che produceva pectina, sostanza utile per fare le marmellate. I Frank, in quanto ebrei, dovettero sottostare alle leggi hitleriane che riguardavano la razza. Il 12 giugno 1942 Annelies Marie Frank, ormai nota a tutti come Anna Frank (e a questo nome noi siamo indelebilmente legati) ebbe per il suo tredicesimo compleanno un quadernino a quadretti bianco e rosso. È su quelle pagine che inizierà a scrivere il

N

la madre Edith, Anna e la sorella Margot. In più Fritz Pfeffer, dentista, Hermann Van Pels, macellaio dipendente dei Frank, Auguste Van Pels, moglie di Hermann, Peter Van Pels, figlio di Hermann e Auguste. A portare generi di conforto erano i collaboratori di Otto Frank. Il 4 agosto del 1944 uomini della Gestapo fecero irruzione nell’appartamentino che doveva rimanere ultra-segreto. Fu l’inizio della deportazione, ossia della fine. Chi tradì? I tedeschi agirono, come accadeva di solito, dietro una segnalazione. Nessuno mai riuscì a identificare la persona che, ovviamente dietro compenso o minaccia, indicò dove si trovavano gli ebrei nascosti. Anna fa un cenno nel suo diario, manifestando diffidenza verso il magazzinie-

campo da parte degli inglesi. Solo Otto Frank sopravvisse: era ad Auschwitz, dove giunsero le truppe russe, il 27 gennaio 1945. Quattro mesi dopo ebbe tra le mani il diario di Anna. Pare che abbia fatto alcune correzioni grammaticali, ma non è certo. Il Diario fu pubblicato in olandese nel 1947, col titolo L’alloggio segreto. Otto morì a Basilea nell’agosto 1980, a casa di sua sorella. Non era la prima volta che Anna si nascondeva. Lo fece anni prima, ovviamente per gioco, come si legge ne I Frank di Mirjam Pressler (Einaudi, 380 pagine, 17,50 euro). Accadde a Sils Maria, Alta Engadina, un giorno d’estate del 1935. C’era una grande casa con 19 stanze. La padrona era Olga Spitzer nata Wolfsohn, cugina francese

Un cugino dell’adolescente olandese morta a Bergen-Belsen ha dichiarato: «Se a posteriori non sapremo contrapporle qualcosa di positivo, continueremo a perderla» suo diario. Il diario di una reclusa nella morsa della paura d’essere scoperta, le annotazioni di una ex bambina che guardava uno spicchio di mondo alla finestra e si interrogava sulla natura degli esseri umani, in modo precoce. Anna era nell’Achterhuis, letteralmente “alloggio segreto”ossia “retrocasa”: un luogo angusto a due piani posto sopra i locali della fabbrica di famiglia, la Opekta, sul canale Prinsengracht (parte occidentale della città). La porta di ingresso del rifugio venne ricavata attraverso una libreria girevole, sul retro. In quel nascondiglio c’erano quattro componenti della famiglia Frank, tutti discendenti da patrioti tedeschi: il padre Otto,

esce dal buco con l’abitino sporco di terra.

re della ditta paterna e descrivendolo come «una persona notoriamente poco affidabile, molto curiosa e poco facile da prendere per il naso».

I componenti delle due famiglie furono spediti nel campo di smistamento di Westrebork. Due riuscirono a scappare dalle maglie della polizia, tornarono nella palazzina e posero al sicuro parecchie cose (ma non tutte), tra cui il diario della piccola Anna. Tutto accadde prima della perquisizione. Anna e Margot passarono un mese ad Auschwitz-Birkenau, poi furono trasferite a Bergen-Belsen. E qui morirono di tifo esantematico nel marzo 1945, a sole tre settimane dalla liberazione del

Due immagini di Auschwitz. La foto di Anna Frank tra le pagine del suo celebre Diario. A destra, ebrei sopravvissuti in un campo

di Leni Elias e Otto Frank. «Giochiamo a nascondino» propongono i ragazzi. E Anna sa già dove trovare riparo perché il giorno prima ha scoperto una strana cavità, probabilmente una tana di volpe. Alla fine Anna, mentre gli altri si arrendono alla sua abilità nello scomparire nel nulla erboso,

I Frank sono originari di Francoforte. Per gli ebrei la paura è cosa dolorosamente e secolarmente nota. Già nel 1462 furono costretti a lasciare il centro della città e sistemarsi in edifici di nuova costruzione. Come accadeva in varie parti d’Europa, ai due estremi della muraglia che separava i giudei dal resto della popolazione, c’erano delle porte che la sera e per le festività cristiane venivano serrate. Alcuni secoli prima, sempre a causa della paura, erano stati gli stessi ebrei a chiedere che il loro quartiere fosse recintato da mura. Un antenato aveva raccontato che nella Judengasse vivevano oltre tremila persone, che ogni spazio era stato ormai costruito, così ogni cortile, ogni giardinetto, e pure il fossato attorno.


cultura sa pesante e faticosa». Ovvia la domanda di un discendente: «Come mai non avevano una bottega?». Risposta che vale per ogni europeo: «Agli ebrei non era concesso essere titolari di una bottega». Poi il ghetto fu eliminato, e allora sorsero i negozi. Sorse anche il prestito di denaro e l’usura, visto che le persone di corte non rinunciavano alla disponibilità di denaro. Del resto alle chiese e conventi, sin dal Medioevo, era proibito praticare il prestito

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ce Rossa, erano state appuntate delle croci. Alla fine di marzo del ’45 le due sorelle erano già morte nel campo di concentramento di Bergen-Belsen, nella brughiera di Luneburg. Il lager fu liberato il 15 aprile dalle truppe britanniche, che trovarono ancora circa sessantamila prigionieri. Ridotti tutti in uno stato semi-cadaverico. Il medico militare Glyn Hughes dichiarò: «Nessun rapporto e nessuna fotografia può restituire in modo adeguato la terribile vita del

Prima che nei campi di concentramento, la disumanità nei confronti degli ebrei si è manifestata nelle loro condizioni di vita nei ghetti: sovraffollati e con un’aria irrespirabile con interesse. Quel denaro accumulato dai giudei risultava spesso essenziale per finanziare le guerre.

Furono necessarie le sopraelevazioni. Lo si può notare ancora oggi nel ghetto ebraico di Venezia, là dove ci sono le case più alte della laguna. Un sovraffollamento terribile. Sempre l’antenato aveva raccontato della puzza di cui difficilmente ci si poteva liberare. I nipoti del testimone facevano fatica a immaginare quale tipo di esistenza conducesse un commerciante agiato e stimato. Lungo la Judengasse correvano i bambini: «Il canale di scolo a cielo aperto, a disposizione degli abitanti per i loro bisogni, era sempre intasato, e il vicolo era così stretto che quasi non si riusciva a respirare. L’odore era tremendo. Nessuna meraviglia che i bambini fossero pallidi e magri e soffrissero di scabbia, tifo e malanni simili». Fortunato, si fa per dire, chi faceva l’ambulante, in grado quindi di uscire dall’angustia di quei luoghi e vedere campi e fiori e respirare aria pulita. I commercianti girovaghi tornavano a casa prima dell’inizio dello Shabbat. Posavano sul tavolo quel po’ di denaro che erano riusciti a racimolare e subito andavano in bagno per “purificarsi” in occasione della festività ebraica. Altra testimonianza: «Gli ebrei ricchi che erano emigrati in altri paesi per acquistare merci, possedevano

naturalmente cavalli e carri, che sistemavano fuori di Judengasse, oppure se li facevano prestare per i loro viaggi. Ma gli altri erano costretti ad andare a piedi. A volte una persona di buon cuore li portava per un pezzo di strada su una carrozza a cavalli o su un carro tirato dai buoi, ma questo non succedeva troppo spesso, era più facile che invece sputassero al loro passaggio. Andare di villaggio in villaggio, di casa in casa, bussando a porte sconosciute per offrire la merce era una co-

A fianco di certe attività finanziarie c’era il crescente disagio dei cittadini più poveri, in difficoltà per i tassi di interesse. Di qui “l’odio contro gli ebrei”. Nel Diciassettesimo e nel Diciottesimo secolo nacquero le grandi banche. Nascevano e fallivano. Si legge nel libro dedicato alla famiglia Frank: «Fra gli ebrei la catena di commercianti di denaro di Francoforte non si spezza fino ai Rothschild». Torniamo ad Anna Frank. La notizia della morte della ragazzina e di sua sorella Margot arrivò a guerra finita. Instancabil-

campo… in numerosi punti i cadaveri erano impilati in cataste di diversa altezza… nel lager c’erano ovunque corpi in putrefazione. Le baracche erano stipate di prigionieri a tutti gli stadi di consunzione e di malattia». Il solo sovraffollamento era costato, tra gennaio e aprile, la morte di 35 mila persone. Prima di conoscere la verità, alcuni membri della famiglia Frank credevano, e speravano, che Margot e Anna si potessero trovare in qualche parte della zona russa occupata dai nazisti. I cugini si fecero una domanda: «Ma se fossero ancora vive, non avremmo già dovuto avere notizie da tempo?». Il quesito conteneva in sé la drammatica risposta.

mente il padre Otto interrovaga tutte le persone che tornavano dai lager per sapere qualcosa delle figlie, studiava gli elenchi che venivano pubblicati dai giornali, chiedeva notizie regolarmente alla Croce Rossa, dove si conservavano le liste dei sopravvissuti e si raccoglievano anche alcune testimonianze sulle vittime di quell’immane massacro. Il 18 luglio 1945 Otto Frank riesce a sapere con certezza quanto è accaduto alle figlie. Accanto ai nomi Anna e Margot, negli elenchi della Cro-

Otto era apolide. E rimase tale per anni (ce ne vollero ben quattro per smuovere la burocrazia!), prima di ottenere la cittadinanza olandese. In famiglia il dolore si mischiò al senso di colpa. Furono in molti a sottovalutare la barbarie tedesca. «E chi poteva saperlo?» confessò Otto. «Chi avrebbe potuto immaginare una cosa del genere?». Una parente: «Quegli assassini, quegli assassini… ma se foste andati per tempo in America…». Un altro ritrovò la lucidità storica:

«Quanto meno dopo le leggi di Norimberga avremmo dovuto saperlo, la strada per Auschwitz passava direttamente per Norimberga. E, in modo inequivocabile, Hitler l’aveva formulato già prima del Mein Kampf. Ancora prima della guerra un cliente mi ha fatto vedere il passo, e ancora oggi io lo conosco a memoria. Lo ha espresso con chiarezza: “I tedeschi sono una razza superiore destinata a dominare, a rendere schiavi o ad annientare gli esseri di razza inferiore”. Era evidente che con ciò intendeva soprattutto noi ebrei, certo che era chiaro.Tuttavia nessuno poteva immaginare che un popolo che ha prodotto figure come Goethe e Schiller fosse capace di tanta barbarie». Ecco, questa considerazione ancora oggi non ha una risposta o spiegazione possibile. (Ed è agghiacciante che oggi, come ha riportato un sondaggio del settimanale Stern, un giovane tedesco su cinque, di età compresa tra i 18 e i 29 anni, ignori cosa sia stato Auschwitz!).

Buddy, cugino di Anna, commentò in seguito: «Raramente mi è capitato di leggere un diario, scritto durante gli anni di guerra… Se tutti gli indizi non ingannano e se fosse sopravvissuta, questa ragazza sarebbe diventata una scrittrice di talento. Arrivata qui dalla Germania all’età di quattro anni, dieci anni più tardi scriveva già in un invidiabile olandese puro e coinciso, dimostrando una grande capacità di analizzare i difetti della natura umana, - inclusa la sua - lucida al punto che sarebbe apparsa sorprendente anche per un adulto, figuriamoci in una ragazzina. Ma lei mostra anche le infinite possibilità proprio di quella natura umana, l’umorismo, la compassione, l’amore, forse ancora più sorprendenti, e davanti alle quali addirittura arretreremmo, come davanti a tutto ciò che è straordinario, se il rifiuto e l’accettazione non fossero allo stesso tempo rimasti così profondamente infantili. Il fatto che questa ragazza abbia potuto essere deportata e uccisa rappresenta per me la dimostrazione che abbiamo perduto la battaglia contro la bestia presente negli esseri umani». E ancora: «L’abbiamo perduta perché a essa non abbiamo contrapposto nulla di positivo. E continueremo a perderla, non importa in quale forma la disumanità potrà minacciarci, se a posteriori non sapremo contrapporle qualcosa di positivo. La promessa di non dimenticare e di non perdonare mai non è sufficiente. Non è sufficiente neppure mantenere tale promessa. La resistenza passiva e negativa è troppo poco, non è nulla. La democrazia attiva, politica,“totalitaria” in senso politico, sociale, economico e culturale, sarà l’unico strumento di salvezza».


ULTIMAPAGINA Come avevamo previsto, quasi tutti i giornali hanno ignorato il suo messaggio

Papa e media: abbiamo vinto la di Osvaldo Baldacci commessa vinta. Non era difficile, ma con amarezza bisogna riscontrare che liberal ancora una volta era stato facile profeta. Ieri il giornale aveva scommesso che l’importante messaggio del Papa sulla comunicazione avrebbe finito per non trovare spazio proprio su quei mezzi di comunicazione cui era rivolto. I quali hanno risposto ascoltando solo la parte dell’invito al silenzio, ma senza comprenderla: più che capire il valore del silenzio per dare contenuto ai messaggi, hanno piuttosto silenziato l’informazione relativa alle riflessioni del Papa, senza però rinunciare a un decibel del frastuono che viene prodotto su tutti gli altri temi. Con una legge severamente meccanica: più è “superficiale”la notizia, più merita di essere strillata, ripresa, rilanciata: più è profonda, più viene tenuta lontana, ai margini. Poniamo fine all’omertà, alla reticenza, e sveliamo alcuni meccanismi dell’industria dell’informazione.

S

Per esempio una legge ferrea che avrebbe anche un senso, se nella versione più comune in Italia non fosse interpretata nel suo modo più deteriore: «Quelle che bisogna dare non sono le notizie importanti, ma quelle interessanti». Una legge diventata talmente ferrea da mettere al bando le notizie impor-

tanti. E tanto più, figuriamoci, le riflessioni che vanno in profondità, che toccano i temi essenziali, esistenziali, i temi che incidono sul cuore dell’uomo. Non è

Ormai vige una regola ferrea: più è «superficiale» la notizia, più merita di essere strillata, ripresa, rilanciata: più è profonda, più viene tenuta lontana, ai margini roba da mezzi di comunicazione, i quali hanno perso la loro anima, la loro vocazione, e sono diventati a pieno titolo membri protagonisti del circo dell’intrattenimento e dello spettacolo. Che a intrattenere sia un tragico naufragio o una sconvolgente storia di cronaca nera, o persino le polemiche politiche, non fa differenza, è la stessa cosa di fare spettacolo con festival, film, gossip e altro. Non c’è un registro caratterizzante e differenziato che permetta di affrontare più piani tematici e di comunicazione. Tutto è “infotainment”, crasi appunto di “information” e “entertainment”, e guai a tutto ciò che può riaccendere la mente mettendo in ombra le luci della ribalta. Figuriamoci un messaggio il cui cuore è che «Il silenzio è parte integrante della comunicazione». Una cosa

ovvia, saggia, importante: una cosa che si è sempre saputa, che è nella natura, che è nella musica che senza spazi non ci sarebbe. Ma per i media questo è anatema: il silenzio è kryptonite in un mondo di frastuono, in un mondo che sopravvive grazie al bombardamento continuo di suoni e luci che infligge ai suoi utenti vittime. Una pausa potrebbe far risvegliare gli utenti, riaccendere il loro cere vello

spingerli a criticare la tempesta magnetica in cui sono immersi. E a quel punto avanzerebbero delle pretese. Pretese di qualità, pretesa di essere aiutati a comprendere, pretese di ricevere anche

SCOMMESSA le notizie importanti. Magari, e questa è la vera sfida che la pigrizia dei giornalisti tema, notizie importanti rese interessanti.

In fondo, qui si gioca anche tutto il senso dalla missione del giornalista: il suo ruolo anche professionale consiste in questo, trovare, scegliere, selezionar e rendere interessanti le notizie importanti. Se questo non si fa, non ha più senso la professione del giornalista. Chiunque può informare come vuole: male, e persino in malafede. Una buona comunicazione prevede invece il silenzio, cioè lo spazio per l’elaborazione, la riflessione, la valutazione. Qualcosa che nelle parole del Papa va davvero nel profondo e tocca ciascuno di noi, perché la comunicazione chiama in ballo la responsabilità dei mass media, ma anche la responsabilità che ha il pubblico se continua a subire passivamente quanto viene proposto. E poi abbiamo responsabilità come esseri umani, perché comunicazione è prima di tutto quanto ci mette in relazione con gli altri, e inoltre riguarda anche la sfera della comprensione di se stessi e di conseguenza delle scelte che poi ognuno di noi fa

nella vita. Una personalità annichilita dal bombardamento mediatico in senso lato, incapace di esercitare un’attività critica e attiva è una persona più facile da gestire e incapace di dare un contributo alla vita comunitaria. Come ha ben notato Benedetto XVI, questo modo di fare e ricevere comunicazione ha ormai coinvolto anche i nuovi mezzi di comunicazione, i quali invece potevano essere (e a volte sono) una valida alternativa per una comunicazione attiva e critica. Una alternativa che però pochi cercano e usano. Cosa che invece fa proprio la Chiesa, sia nella sua forma istituzionale sia nella molteplicità dei suoi appartenenti impegnati. La verità, la riflessione, il pensiero, le domande esistenziali, il giusto uso degli strumenti di questo mondo, di tutti gli strumenti, dai mezzi di comunicazione fino alle risorse del pianeta: tutto questo non trova spazio sui media. E quando la Chiesa si occupa di questo, cioè quasi sempre, riceve in cambio il silenzio. E così sui giornali e in tv sembra che anche la Chiesa faccia parte del circo mediatico, fatto di sesso (magari come tabù), spettacolo, frastuono. Non è così. Chi cerca profondità, lì può trovarla.

2012_01_26  

Via libera al documento politico voluto dal premier in vista del vertice di lunedì prossimo a Bruxelles Il Fondo Monetario chiede agli Stati...