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20119

he di cronac

Il vero mistero del mondo

è il visibile, non l’invisibile Oscar Wilde

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • GIOVEDÌ 19 GENNAIO 2012

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Sei incontri in 9 ore per il presidente del Consiglio: successo per l’intervento alla London School of Economics

Nasce l’asse Monti-Cameron E Sarkozy attacca la Merkel: «Paghiamo cara la sua ortodossia» In un colloquio privato a Downing Street, il premier convince il britannico: «Lavoriamo a un mercato unico che comprenda anche Londra». Che risponde: «L’Italia ha un leader forte» ISOLAMENTO

La giornata campale del premier

Il cerchio si stringe intorno a Berlino

Così parlò mister Mario, the Whig

di Giancristiano Desiderio ndro Montanelli diceva che nessuno meglio dei tedeschi è in grado di fondare nazioni. Oggi, però, quella che il grande giornalista indicava come una virtù, può diventare un difetto della “ortodossia tedesca”. La “voce dal sen fuggita” al presidente Nicolas Sarkozy, e raccolta dal settimanale satirico Le Canard Enchaine, dice che “il problema è la governante europea. Paghiamo cara l’ortodossia tedesca”. Quanto sia sfuggita inconsapevolmente e quanto volendolo non è molto importante. a pagina 2

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Le previsioni per il 2012

L’analista finanziario del City Journal

Moody’s: «L’Italia sarà Il downgrade colpisce in recessione». L’Fmi: i tedeschi al cuore: «Ora un altro prestito» basta con la durezza L’agenzia di rating: «Fallimenti aziendali e un calo dei prezzi immobiliari». Il Fondo: «Puntiamo a mille miliardi»

Niente inflazione, niente prestiti, niente uscita dall’Eurozona: la Cancelliera vuole dall’Europa troppe cose impossibili

Francesco Pacifico • pagina 6

Nicole Solinas • pagina 7

Dal mercato alle liberalizzazioni, dall’evasione al “fiscal compact”. Ecco tutto quello che ha detto ieri il presidente del Consiglio in Gran Bretagna Vincenzo Faccioli Pintozzi • pagina 4

L’opinione di Bodei e Belardelli: «Ci occorre un senso di responsabilità più diffuso»

Un convegno alla Camera

Un Paese che ha bisogno di eroi

Come invecchiare al tempo della crisi

Il naufragio del Concordia visto attraverso una lente nazionale di Riccardo Paradisi

Polemiche per i domiciliari concessi al capitano

a tragedia del Concordia e il comportamento del capitano Schettino hanno a che fare con i vizi degli italiani e i guasti storici del Paese? No – e vedremo perché – ma è una tesi così suggestiva e così facile questa da aver catturato molti osservatori e opinionisti nazionali e stranieri. Da un lato infatti nel Paese sembra essersi scatenato il solito rodeo antinazionale, dall’altro, all’estero, in quei paesi europei storicamente propensi a esercitare un fastidioso sussiego verso l’Italia, s’è innescato il sempre verde filone del ricorso allo stereotipo antiitaliano. In Francia un politico ha accusato l’avversario di essere come Schettino. a pagina 10

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EURO 1,00 (10,00

CON I QUADERNI)

• ANNO XVII •

Le vittime salgono a 11 Schettino, scontro fra pm n una tragedia come quella avvenuta all’isola del Giglio, «unica soddisfazione - sostiene il ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera nell’informativa che con il collega dell’Ambiente Corrado Clini ha dato alla Camera sulla tragedia della Costa Concordia – è la buona prova dimostrata da tutte le strutture dello Stato centrale e locale e la collaborazione tra le strutture di tutti i ministeri». Passera ha definito quello del Concordia un “evento tragico”. a pagina 11

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NUMERO

12 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

di Paola Binetti nvecchiare è un privilegio e una meta della società. È anche una sfida, che ha un impatto su tutti gli aspetti della società del XXI secolo». È uno dei messaggi proposti dall’Oms sul tema della salute degli anziani. Un argomento che acquista sempre maggiore importanza in una società, come la nostra, in cui si vive una vera e propria rivoluzione demografica. a pagina 8

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19.30


Con ortodossia e durezza si rischia l’isolamento

pagina 2 • 19 gennaio 2012

La Merkel sempre più all’angolo di Giancristiano Desiderio ndro Montanelli diceva che nessuno meglio dei tedeschi è in grado di fondare nazioni. Oggi, però, quella che il grande giornalista indicava come una virtù, può diventare un difetto della “ortodossia tedesca”. La “voce dal sen fuggita” al presidente Nicolas Sarkozy, e raccolta dal settimanale satirico Le Canard Enchaine, dice che “il problema è la governante europea. Paghiamo cara l’ortodossia tedesca”. Quanto sia sfuggita inconsapevolmente e quanto invece il presidente francese sapeva che orecchie indiscrete lo stavano ascoltando non è molto importante. Ciò che conta oggi è che intorno a Berlino si sta stringendo il cerchio. La cancelliera Merkel merita tutto il nostro rispetto, ma anche lei che governa lo Stato più grande d’Europa deve ormai rendersi conto che c’è uno Stato ancor più grande dello Stato più grande d’Europa ed è la comunità europea verso cui proprio la Germania ha doveri importanti. «Da mesi - avrebbe detto ancora Sarkozy - non smetto di ripetere che la Bce deve avere un ruolo maggiore e non può giocare a nascondino. È questo il cuore del problema». Verrebbe da dire che l’ora delle decisioni irrevocabili sta arrivando. L’Italia in questi ultimi mesi ha fatto sacrifici e passi in avanti consistenti. Il governo Monti, con la fiducia del Parlamento e della gran maggioranza degli italiani, si è presentato sia ai singoli Stati europei, in primis Germania e Francia, poi all’intera comunità europea e ha mostrato le carte in regola dei conti pubblici. Il premier britannico, David Cameron, ha riconosciuto pubblicamente la forza dell’esecutivo italiano dicendo che “il premier italiano è un leader forte”.Tradotto in acqua potabile significa che Mario Monti ha cose da dire in Europa e ha l’autorevolezza giusta per essere ascoltato. È tempo che la Germania e Angela Merkel, dopo aver parlato e indirizzato, ora ascoltino gli altri Stati membri che sul campo hanno maturato il diritto all’ascolto. Certo, Monti con stile ha detto «a Berlino non chiedo nulla, il problema è migliorare la governance dell’eurozona». Anche lo stile conta, e noi italiani lo sappiamo molto bene. Tuttavia, ora è il momento di risolvere problemi concreti che non possono essere caricati sulle spalle di singoli Stati (e popoli) e necessitano del miglioramento della “governante dell’eurozona”. La Germania ne deve prendere atto.

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Sarkozy ha ribadito il suo “pensiero rubato”dal settimanale satirico con una dichiarazione ufficiale durante il summit di crisi all’Eliseo: “L’attuale situazione economica in Francia come in Europa è molto pericolosa. C’è urgenza. E’dall’estate 2011 che subiamo una nuova onda di shock della crisi iniziata nel 2008”. In effetti, ciò che disorienta della crisi è non solo la forza d’impatto sui conti pubblici e le banche e quindi sulle aziende e le famiglie, ma anche la sua durata che è ormai pari a un lustro. Un tempo molto lungo per prendere coscienza dei fatti e per reagire in modo non estemporaneo ma caratterizzante. Tra le misure forse non rinviabili c’è la Tobin Tax che proprio Sarkozy ha definito “moralmente giusta ed economicamente indispensabile. Voglio dire la mia determinazione totale ad agire sulla tassa sulle transazioni finanziarie. Il numero dei Paesi favorevoli aumenta, abbiamo già convinto Germania e Spagna”. Il premier britannico con Monti ha parlato di “un’agenda di lungo termine per la crescita”. Il problema della crescita era al principio della crisi ed è alla sua fine: rimessi i conti a posto e messa la finanza in modo da non nuocere, è ora giunto nuovamente il momento di crescere insieme in Europa. Berlino non può dire sempre no.

Grande apprezzamento del premier britannico per il presidente italiano: «Leader forte»

Arrosto di Londra

Sei incontri in nove ore nella capitale inglese per convincere i mercati e gli euroscettici della solidità del “progetto Europa”. Monti sempre più capofila del Vecchio continente di Enrico Singer rano stati proprio gli inglesi a ribattezzarlo SuperMario quando era commissario europeo alla Concorrenza e non si fermava né di fronte allo strapotere di Microsoft, né di fronte ai mercati protetti di Francia e Germania. E ieri a Londra Mario Monti non ha smentito la sua fama: una raffica di incontri - sei in nove ore, più un intervento alla London School of Economics – per convincere David Cameron a ricucire lo strappo con l’Europa che si è consumato nel vertice Ue dello scorso dicembre – e averlo come alleato per ammorbidire la linea dura di Angela Merkel – e, soprattutto, per convincere i più grandi operatori della City – quelli che muovono miliardi di risparmi e che orientano i destini dei mercati più delle agenzie di rating – che l’Italia è tornata credibile e che gli investitori non devono avere paura di scommettere sul suo futuro. Una missione che ha dato i suoi frutti. Con Cameron c’è stata una piena sintonia che fa già parlare di un asse Roma-Londra in vista del Consiglio europeo del 30 gennaio a Bruxelles. Per gli effetti sui mercati, bisognerà attendere i movimenti del London stock exchange sui titoli italiani. Ma Monti ha cercato di non lasciare nulla al caso perché, come ha detto al Financial Times (prima tappa della sua maratona di ieri) il destino dell’Italia dipende più dall’Europa che dai tassisti. «Mi preoccupa di più la leadership europea che la conflittualità nel mio Paese», ha spiegato il premier che ha affidato, poi, a una battuta la sua speranza: «La mia ambizione è che l’Italia diventi un Paese noioso. E questo cambiamento è nelle mani dell’Europa». Al Financial Times, Mario Monti ha ribadito anche il suo commento al declassa-

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mento decretato da Standard & Poor’s: l’analisi è condivisibile, ma non il downgrade: «Non avrei mai pronunciato la sigla del BBB», ha detto sottolinenando che è stato l’unico rappresentante istituzionale europeo a non criticare le agenzie di rating, come hanno fatto i suoi colleghi a partire da Sarkozy. Perché per Monti la soluzione è uscire dalla crisi con misure concrete e urgenti, non negarla insistendo soltanto sui limiti e sui conflitti d’interessi – pur evidenti e pesanti – di chi giudica l’affidabilità di Stati e aziende.

Con David Cameron, incontrato a colazione a Downing Street, i temi dominanti sono stati quelli politici. La Gran Bretagna, che non ha abbandonato la sua sterlina per l’euro, è oggi ancora più lontana da Eurolandia dopo che, un mese fa, si è autoesclusa dall’ipotesi di modificare i Trattati per rendere più stretto il coordinamento economico e fiscale come voleva la Germania. Se c’è un rischio di spaccatura verticale dell’Europa a Ventisette questo passa per gli interessi sempre meno coincidenti tra i dieci Paesi “no-euro” e i diciassette che hanno scelto la moneta comune. La fragilità dell’eurozona, tuttavia, scuote anche le prospettive di crescita economica di Londra e su questo ha insistito Monti per riagganciare Cameron trovando una buona convergenza nella necessità, condivisa tanto dalla Gran Bretagna che dall’Italia, di insistere sullo sviluppo e sulla crescita sacrificati nella visione tedesca che punta soltanto sulle esigenze dell’austerità. Il Consiglio europeo già convocato per la fine del mese sarà probabilmente l’ultima occasione per convincere Angela Merkel a sbloccare la


Monti a Londra

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Moody’s spaventa, l’Fmi rassicura L’agenzia: «Un 2012 di recessione per l’Italia». Il Fondo pronto a un prestito da 500 miliardi di Osvaldo Baldacci ecessione. La parola che fa più paura. Si verifica quando il Prodotto interno lordo di una nazione è di almeno un punto percentuale inferiore a quello dell’anno precedente. Vuol dire che l’economia va indietro, peggio di una semplice criticità economica. In un mondo dove la crescita a torto o a ragione è il dogma assoluto e la panacea di tutti i mali, la recessione è lo spettro più temuto.Tanto che si cerca anche di non parlarne, di non nominarla, di esorcizzarla.

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Anche perché i mercati e la finanza si avventerebbero come avvoltoi su una prospettiva di questo genere (che magari hanno contribuito a realizzare). Ieri il tabù è stato infranto. Forse non per la prima volta ma comunque con una autorevolezza insolita. Visto che a parlarne è stata la Banca Mondiale, che però si è limitata a dare un allarme planetario: ha rivisto al ribasso le stime sul Pil globale quest’anno e nel 2013, tagliandole rispettivamente al 2,5% e al 3,1%.“Il mondo - ha avvertito la Banca Mondiale - rischia di essere trascinato in una recessione come quella del 2008/2009 se non più profonda”. Il Pil di Eurolandia si contrarrà dello 0,3% quest’anno per poi aumentare dell’1,1% nel 2013. Ma soprattutto la recessione la ha evocata ‘agenzia di rating Moody’s, che invece ha pub-

blicato uno studio con casi specifici. Dove non manca l’Italia, citata esplicitamente con la Grecia, il Portogallo e la Spagna, mentre la “Germania l’eviterà anche se la crescita del Pil rallenterà in modo notevole dal 3,1% del 2011 allo 0,5% del 2012”. Nella nota Moody’s prevede anche un aumento dei falli-

La Lagarde: «Avremo la potenza necessaria per contribuire a smorzare i problemi posti dalla debolezza attuale» menti nei paesi in recessione, oltre a un calo dei prezzi immobiliari, con conseguenze su prestiti erogati alle piccole e medie imprese. Secondo uno studio dell’area research di Banca Monte dei Paschi di Siena il Pil italiano si contrarrà dell’1,1 per cento a causa soprattutto di una debole domanda interna e della disoccupazione record. E intanto un’altra della ormai famigerate agenzie di rating fa intendere di avere alla vista un ulteriore declassamento dell’Italia: Fitch ha detto di prevedere un “possibile taglio di due note” del rating sovrano dell’Italia. La revisione, prevista per la fine di questo mese, si baserà “sui livelli dei finanziamenti e sulla crescita economica”.

nuova formula del Fondo salva-Stati – il Meccanismo europeo di Stabilità – e a finanziarlo in misura adeguata, ma le premesse non sono incoraggianti. In questo momento ognuno sembra andare per la sua strada. La Merkel insiste nella sua strategia che si può riassumere con la formula ognuno è responsabile dei suoi conti pubblici e, non a caso, già alla vigilia della partenza di Monti per Londra, ha fatto ripetere a Wolfgang Franz, che è il capo dei suoi consiglieri economici, che «l’Italia può e deve fare da sola questo lavoro». Nicolas Sarkozy è entrato nei fatidici cento giorni che precedono le elezioni presidenziali – e i cento giorni, dai tempi di Napoleone, non portano bene in Francia – e si preoccupa di come far digerire la perdita della tripla A rilanciando l’introduzione in Europa della Tobin tax sulle transazioni finanziarie – ieri l’ha definita «moralmente giusta ed economicamente indispensabile» – di cui David Cameron è il più deciso oppositore.

Fitch però, e qui cominciano finalmente le note meno scure, non si aspetta un default del nostro Paese, che anzi tende a escludere (e sappiamo che non è più un qualcosa di scontato né è escluso per altri Paesi come Grecia e Portogallo). Inoltre da tutte le parti viene comunque riconosciuta la serietà dell’azione del premier Mario monti che sta dando alcuni risultati anche dal punto di vista dell’affidabilità dell’Italia sui mercati, sebbene questo lavoro sia solo agli inizi. Comunque dopo aver incassato espliciti elogi da Merkel (nonostante gli attriti di questi giorni), Sarkozy, Cameron, Van Rompuy ed altri, l’azione del governo sta raccogliendo i primi frutti anche in ambito finanziario. I tassi di interesse nelle aste del mercato primario sono scesi, e anche lo spread.

Nel frattempo scende in campo il Fondo Monetario Internazionale, che intende raccogliere altri 500 miliardi per sostenere la lotta alla crisi e di conseguenza alla recessione. Non senza difficoltà (i paletti inglesi, i niet statunitensi), ma tant’è: è bastato l’annuncio per ridare fiato ai mercati e far almeno in parte ammortizzare le previsioni più fosche. Secondo una fonte il Fmi intende raggiungere un’intesa in qusto senso al vertice del G20 di Città del Messico del 25-26 febbraio. Ieri sera il direttore del Fondo, Christine Lagarde, ha detto di esser-

pei ci deve essere proprio la crescita: «Se prenderemo le decisioni giuste adesso, l’Europa potrà vincere». Anche Mario Monti, piuttosto che insistere su quello che deve o può fare Berlino – «non credo che i Paesi dell’eurozona che sono individualmente in difficoltà, e tra questi c’è l’Italia, abbiano niente da chiedere alla Germania» – ha affermato che il vero problema è quello della governance economica di Eurolandia che «non è adeguata, non è all’altezza della sfida». Monti, insomma, ha gettato acqua sulle polemiche che si erano accese dopo la sua prima intervista, martedì, sul Financial Ti-

si incontrata con gli altri membri del board, i quali «hanno sottolineato la necessità e l’urgenza di sforzi collettivi per proteggere le economie del mondo dal contagio e da eccessive contrazioni», con particolare riferimento alla crisi europea.

«Sono lieta di aver ottenuto (dal consiglio di amministrazione dell’Fmi, ndr) il riconoscimento dell’importanza che il Fondo disponga della potenza di fuoco necessaria per contribuire a smorzare i problemi posti dalla debolezza attuale dell’economia mondiale», scrive Lagarde in un comunicato. «A questo scopo la direzione e i servizi del Fondo esamineranno le possibilità che si presentano per aumentare la potenza di fuoco dell’Fmi con i necessari parapetti». Prima di lasciare la capitale britannica per fare ritorno a Roma, in serata, Monti ha affrontato i temi europei anche con il leader liberaldemocratico e vicepremier, Nick Clegg, e con il segretario laburista, all’opposizione, Ed Milliband. Ma il piatto forte è stato l’incontro con i big della City. Era il secondo capitolo della sua missione: se l’asse con David Cameron ha un valore politico importante e può influire nella partita con Berlino e Parigi che si giocherà a fine mese nel Consiglio della Ue a Bruxelles, il recupero della fiducia nel più grande mercato finanziario europeo è decisivo. La lista dei partecipanti alla convention organizzata nel pomeriggio in un salone della Borsa di Londra comprendeva nomi che muovono montagne di miliardi – da Cynthia Carroll, di Anglo American, a Ivan Glasenberg, di Glencore, passando per amministratori e dirigenti di banche, di fondi d’investimento, di assicurazioni – e che orientano le tendenze dei mercati almeno quanto le analisi delle agenzie di rating. Centoventi ospiti selezionati, più una pattuglia di giornalisti, ai quali Mario Monti ha illustrato in prima persona quello che il governo ha già fatto e quello che sta facendo in materia di riduzione del disavanzo e di rilancio della crescita. La frase-chiave dell’incontro con i maggiori operatori della City è stata ripetuta più volte. L’Italia è stabile, la sua economia è solida. E per questo merita fiducia. Come dire che gli operatori internazionali possono stare tranquilli e devono tornare a investire da noi.

Con Cameron c’è stata una piena sintonia che fa già parlare di un asse Roma-Londra in vista del Consiglio europeo del 30 gennaio a Bruxelles. Per i mercati bisogna attendere la risposta del London stock exchange sui titoli italiani

La sintonia tra Monti e Cameron, al contrario, è ampia. Al termine del colloquio il presidente del Consiglio ha detto che «tra Gran Bretagna e Italia c’è cooperazione, condivisione dei valori e interesse profondo per l’Europa e per le soluzioni della crisi dell’eurozona» e che è interesse comune dei due Paesi «lavorare insieme per un mercato europeo che sia davvero unico e credibile, che sia strumento per la crescita economica». Cameron ha definito Monti «un leader forte» e ha detto che al primo posto nelle preoccupazioni degli euro-

mes che era stata letta come un richiamo alla cancelliera Merkel per avere un maggiore sostegno ai Paesi in difficoltà. Anzi, da Londra ha dato atto alla Germania di «essere alla base dell’euro che non sarebbe nato senza l’adesione dei cittadini tedeschi e che abbiamo voluto tutti stabile come era il marco». Monti ha anche espresso «personale riconoscenza al governo tedesco per avere dato questa impostazione alla costruzione europea con lo sforzo di tutti i Paesi da diversi anni a questa parte». Quello che chiede l’Italia è che la Germania, come tutti gli altri, s’impegni a migliorare la governance dell’eurozona.


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Dal mercato alle liberalizzazioni, dall’evasione al “fiscal compact”. Ecco tutto quello che ha detto ieri il presidente del Consiglio l suo motto è “Conoscere la natura delle cose”. E non c’è dubbio che – guardando la lista di notabili, capi di Stato e di governi, premi Nobel e capitani di industria che l’hanno frequentata e la frequentano – la London School of Economics and Political Science mantenga la parola. L’intervento pronunciato ieri da Mario Monti nel corso della sua lectio magistralis – incardinata in un tour de force londinese che lo conferma leader di caratura europea – non ha fatto eccezione. Una giornata carica di incontri e di dichiarazioni, di

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Sarei felice se il Trattato di stabilità fiscale fosse a Ventisette. Spero che le conclusioni del Consiglio europeo ci permettano di rafforzare il mercato unico

natura politica, economica e fiscale. Anche se, va detto, il passaggio forse più sensibile è quello che ha visto il nostro premier in diretta dalla City, il cuore sì della finanza internazionale ma anche di quella speculazione (soprattutto bancaria) che rischia ogni giorno di far saltare il sistema.

Parlando proprio a quegli operatori, che Monti ha voluto convincere della stabilità e della stabilità del nostro sistema-Paese, il premier ha detto: «La crisi di mercato che ha ridotto i prezzi delle azioni spinge molti investitori a voler acquistare queste azioni, ma quegli

stessi prezzi di mercato non inducono il Governo a vendere. Dunque lo Stato al momento non ha necessità di andare sul mercato e privatizzare società pubbliche. Abbiamo una mente aperta su questi temi - ha aggiunto - ma non abbiamo intenzioni politiche in questo senso e in questo momento. Quanto al pacchetto tasse abbiamo rivolto molto attenzione nel gestire il peso delle tasse per le aziende e questo dovrebbe aiutare la competitività dell’Italia».

Il presidente del Consiglio ha annunciato poi per venerdì un Consiglio dei ministri: «Fra due giorni adotteremo in Consiglio dei ministri un secondo round di misure contro la crisi, che passeranno alla valutazione e spero all’approvazione parlamentare. La crescita è un elemento chiave e non mi sentirete commentare il recente downgrade da parte di S&P non perché credo sia irrilevante - anche se i gli effetti sui mercati non si sono registrati - ma perché credo dica molto sulla posizione dell’Italia la cui valutazione del rischio politico resta stabile. Questo pacchetto è incentrato su una politica di distribuzione dei sacrifici per migliorare l’economia politica e credo una politica in linea con un governo non politico basato sull’accordo di tre gruppi che in Parlamento fino a 60 giorni fa avevano una posizione diversa e che ancora oggi parlano bilateralmente con noi e non fra di loro. Questo ci dice molto sul clima politico del passato recente». Per quanto riguarda la produzione e la distribuzione del carburante «è una cosa che porteremo al Cdm in una forma di cui dobbiamo ancora discutere i dettagli. Non c’è un orientamento politico per quanto riguarda la gestione e le fasi seguenti del processo». Più chiaro invece l’orientamento nel campo delle liberalizzazioni: « Nel provvedimento sulle liberalizzazioni saranno contenute misure che faciliteranno o daranno incentivi alle municipalizzate per rendere il sistema più competitivo». Queste, ha sottolineato, «includeranno misure che riguardano la riduzione delle rendite e dei privilegi. Si interverrà sulle profes-

La giornata campale del premier nella capitale britannica

Così parlò mister Monti, the Whig di Vincenzo Faccioli Pintozzi

sioni, le farmacie e anche i servizi di pubblica utilità».

Lunedì, ha poi aggiunto, «ci sarà l’incontro finale sulla trattativa di riforma del mercato del lavoro. Questa riforma andrà di pari passo con la riforma dei meccanismi del welfare. Questo faciliterà i meccanismi di mobilità del lavoro, proteggerà i lavoratori e renderà meno caotica la struttura del lavoro». Il premier ha poi voluto rispondere a chi gli chiedeva un commento sui numerosi interventi delle agenzie di rating nel campo europeo, con riguardo particolare alle decisioni di Standard & Poor’s che hanno rumorosamente declassato l’Italia: «Non commento S&P non perché irrilevante, ma perché dal punto di vista politico la valutazione sull’Italia rimane stabile». Buona la replica della Cgil, che

ha risposto via Twitter alla convocazione del governo: «Nella convocazione del governo per lunedì alle 10 si legge: “Riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita”. Sarebbe più giusto il contrario: prospettive di crescita per un’occupazione stabile e qualificata in un mercato del lavoro riformato”. Ma non ci formalizziamo».

«A Monti- scrive ancora Corso d’Italia- presenteremo documento approvato ieri dai confederali dove si parla di crescita, occupazione, mercato del lavoro, ammortizzatori, pensioni e fisco. L’auspicio è che confronto sia aperto e costruttivo e che davvero tenga insieme crescita e equità per la coesione sociale e territoriale». Il presidente ha poi voluto sottolineare come In Italia ci sia «un governo non


Monti a Londra

Da sinistra i relatori illustri che hanno tenuto una lezione alla London School of Economics: Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica; l’attuale premier Mario Monti; l’ex presidente del Consiglio Massimo D’Alema; l’ex leader Dc Beniamino Andreatta. In basso il ministro Elsa Fornero e lo sciopero dei taxi

La riforma del mercato del lavoro andrà di pari passo con la riforma dei meccanismi del welfare. Questo faciliterà i meccanismi di mobilità e protezione

L’agenda del governo

Taxi,Europa e conti statali: una settimana di passione di Massimo Fazzi taxi sono oramai emblema di un problema molto più grande di loro, quello delle liberalizzazioni. E se è vero che nella bozza del primo decreto sul tema si affronta in realtà la questione delle farmacie, che dalle indiscrezioni di ieri potranno aprire quando vogliono e rimanere in tale stato a scelta, quella delle macchine a noleggio rimane la questione più spinosa. Violenze nella capitale contro i “crumiri’, autisti pronti a “scatenare l’inferno” contro Monti e i suoi ministri, Palazzo Chigi sotto assedio. Un problema che va risolto il prima possibile, anche soltanto per mostrare a chi ricatta che l’esecutivo questa volta non è ricattabile. Ma questo, per quanto spinoso, è soltanto il primo passo di una settimana di passione che si concluderà al Consiglio d’Europa del 30 gennaio. Sul piatto del premier, protagonista ieri di una magistrale invasione della “perfida Albione”, ci sono argomenti spinosi: il naufragio della Costa Concordia che rischia di diventare un’emergenza ambientale di primo livello; la spending review dei conti pubblici, tema sul quale cadrebbe anche un gigante, e infine appunto l’Europa. Che fra downgrading, alleanze cucite e subito strappate, prestiti richiesti e aste dei titoli di Stato rischia di diventare, più che un continente unito, una terra di disperazione. Altro che lacrime e sangue.

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politico, basato sul supporto di tre gruppi in Parlamento che fino a pochi giorni fa erano in posizione diverse tra di loro e che ancora oggi preferiscono parlare con il governo invece che avere colloqui tra di loro». Unica nota stonata in una giornata pressoché perfetta, un cronista che gli fa una domanda su Silvio Berlusconi, su quanto le politiche del suo predecessore siano costate, in termini economici, agli Stati europei, Inghilterra in particolare. «Le è stato chiesto di fare questa domanda? Per quali Paesi?», sbotta inizialmente un visibilmente indispettito Monti. Poi, dopo una breve pausa, si ricompone: «Per quanto mi riguarda, l’Italia non è costata un penny al Regno Unito e nemmeno viceversa. Per quanto ne so, almeno nella fase storica presente e non vedo le ragioni per cui questo cambi nel futuro. Credo che sia l’Italia che il Regno Unito - ha sottolineato siano beneficiari del mercato unico e dell’integrazione europea». Infine, rivolto al cronista, ha aggiunto: «Lei ha fatto osservazioni che rispetto su un recente primo ministro italiano ma non vedo connessioni tra le caratterizzazioni della sua personalità e il peso sui contribuenti inglesi».

In mattinata, prima di partire per la capitale inglese, Monti aveva parlato di evasione e di futuro del nostro Paese: «Verrà dimostrato, con risultati certi, che alcuni, molti cosiddetti “soliti ignoti” diventeranno presto “soggetti noti” dal punto di vista fiscale. Chi evade le tasse reca danno ai cittadini e offre ai propri figli un pane avvelenato, perché li renderà cittadini di un Paese non vivibile». In un’intervista concessa in esclusiva alla Radio Vaticana, il presidente del Consiglio era tornato ad insistere sui temi più in vista della sua agenda politica, a partire del contrasto all’evasione fiscale, passando poi per le liberalizzazioni e la coesione europea. Su quest’ultimo tema, Monti ha ricordato che «la crisi, per essere superata in tutti i suoi gravi profili, richiede di guardare in avanti con coraggio, con speranza, ma anche di riscoprire le proprie radici. Si supera alzando la “bandiera dei valori”sugli stessi “interessi della moneta”, e riconoscendo come la moneta, a sua volta, non sia certo solo un fatto tecnico». I temi affrontati poi nel pomeriggio con i giovani di stanza a Londra. Una storia e una scuola d’eccezione, dicevamo, che nulla hanno a che invidiare rispetto alle grandi università statunitensi. E proprio il premier ha voluto rendere omaggio alla straordinarietà della scuola: «Confesso una emozione incontenibile di essere in questa sede. E di

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avere di fronte, ha aggiunto questa platea non del tutto vuota».

D’altra parte tra gli ex-alunni si contano un presidente degli Stati Uniti, un presidente indiano, un cancelliere tedesco, la regina di Danimarca, tre primi ministri del Canada, il principe ereditario di Norvegia, l’ex Presidente del Consiglio e Presidente della Commissione Europea Romano Prodi, oltre a diversi ministri, diplomatici e funzionari di organizzazioni internazionali come Onu, Ocse e Nato. Durante gli ultimi vent’anni, diverse personalità legate alla scuola hanno occupato posizioni di rilievo all’interno delle amministrazioni Clinton, Bush e Obama. Al momento, cinque tra accademici ed ex alunni servono nell’amministrazione Obama, ricoprendo gli incarichi di Special Advisor to the President (Peter Rouse), Deputy Chief of Staff (Mona Sutphen), Head of the Economic Advi-

Chi evade le tasse reca danno ai cittadini e offre ai propri figli un pane avvelenato, perché li renderà cittadini di un Paese non vivibile. I “soliti ignoti” diverranno “soggetti noti”

sory Board (Paul Volcker), Head of the White House’s National Economic Council (Larry Summers) e Director of the Office of Management and Budget (Peter Orszag). La scuola ha giocato un ruolo importante nell’educazione della classe diplomatica cinese a seguito della distensione con l’Occidente nel corso degli anni ’80. L’attuale Ministro degli Esteri cinese Yang Jiechi, così come gli ambasciatori a Washington e Londra si sono specializzati presso l’Lse. Nel campo della finanza, la scuola ha prodotto personaggi di rilievo quali lo speculatore George Soros, David Rockfeller, Gary Perlin (ex Direttore della Banca Mondiale). Per quanto riguarda i nomi italiani basti ricordare Giorgio Napolitano, Massimo D’Alema e Beniamino Andreatta. A cui ieri, con il suo intervento, si è unito di diritto Mario Monti.


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Monti a Londra

Scaramucce a distanza tra Parigi e Berlino. Nel 2012 rallenterà l’economia tedesca, in crescita soltanto dello 0,7 per cento

L’affondo di Nicolas

Secondo l’Eliseo «paghiamo cara l’ortodossia tedesca». Secondo la Cancelliera, oltre il Reno stiamo «cercando di capire cosa si dovrebbe fare di più per aiutare i Paesi in crisi». Intanto monta la rabbia nel Vecchio Continente ROMA. «Il problema è la governance europea. Paghiamo cara l’ortodossia tedesca», sostiene Sarkozy. «Sto ancora cercando di capire cosa dovremmo fare di più per aiutare i Paesi europei in crisi, come l’Italia», ha replicato la Merkel. Oggi i leader di Francia e Germania si sarebbero dovuti vedere a Roma, ospiti di Mario Monti, per l’ennesimo vertice sull’euro. Ma sono bastati un fuori onda raccolto da Canard Enchaine (prima dell’incontro sulla crisi Oltralpe con sindacati e imprese) e una dichiarazione nella conferenza stampa congiunta con il collega bulgaro Borisov per capire quanto siano diverse le strategie al di là delle Alpi e al di là del Reno per salvare quello che resta dell’Europa. Intanto i partner e i mercati restano a guardare interdetti. Lo si è compreso bene dall’imbarazzo, durante la conferenza conclusiva dell’incontro tra vertice tra Monti e David Cameron, mostrato da due primi ministri quando gli si chiede loro della difficoltà della Merkel

di Francesco Pacifico «a capire on sapere cosa la Germania possa fare di più contro la crisi dell’euro». Meglio del duo Merkozy che si dà di gomito e ride quando li si interroga sulla crisi di Berlusconi: ecco il premier britannico che dopo due secondi infiniti di silenzio offre al collega italiano la possibilità di rispondere per primo e Monti che neppure finisce di dire in perfetto inglese «Con piacere, primo ministro», e tutta la sala che inizia a ridere in maniera sempre più frenetica. Una scena che è già tra le più gettonate su Youtube. Eppure c’è poco da ridere. Sui mercati si registra un allentamento delle tensioni sui debiti sovrani (non a caso ieri il differenziale tra il Btp decennale e il Bund è calato fino a 463 punti, mentre hanno ottenuto un ottimo riscontro le aste sul breve termine in Spagna e Portogallo). Fitch, intanto; fa sapere che, seppure seguira Standard & Poors e ridurrà il rating di due gradini il giudizio sul debi-

to italiano, considerà impossibile un default dell’Italia, quindi dell’euro stesso.

Di conseguenza ci sono dei barlumi di speranza in un anno che si ipotizza nero (ieri la Banca mondiale ha stimato nel 2012 un calo dello 0,3 per cento per l’area euro, mentre la Germania crescerà soltanto dello 0,7), eppure si fa fatica a seguire una strada che è chiara a tutti da mesi: aumento della taglia del futuro Salva stati a

Papademos: pronta una legge contro le banche estere creditrici del nostro debito

un trilione di euro, dotazione per lo stesso Esm di una licenza bancaria per comprare anche titoli di Stato sul mercato primario, creazione di un unico sistema fiscale da costruire accanto a quello di governance, condivisione del debito pubblico per arrivare agli eurobond e un piano per la crescita che apra i mercati interni dei Paesi più ricchi (come quello tedesco) in un’Europa che continua con il manifatturiero soltanto in Germania e in Italia e da

tempo si è votata al terziario. Infatti, e da premier di un Paese che ha rottamato l’industria pesante per la finanza, ecco David Cameron far sapere che «Italia e Gran Bretagna sono d’accordo sul fatto che il mercato europeo ha bisogno di una risorsa unica». E di rimando ecco Monti sottolineare, non soltanto per riconoscenza al padrone di casa, che «opportuno trasformare le difficoltà in una prospettiva migliore e quindi condividiamo la visione che ha Cameron e cioé quella di sfruttare, da parte dell’ Europa, gli asset nei mercati. Ecco perché abbiamo rinnovato la nostra volontà di lavorare per un mercato singolo che deve fare un passo in avanti per quanto riguarda i servizi». Peccato che la Merkel e Sarkozy, su queste tematiche, abbiano idee divergenti. Non fosse altro perché le rispettive scadenze elettorali impongono loro di lesinare le concessioni e di stringere soltanto sul nodo del rigore verso i partner più deboli. In questa logica ecco far trapelare un documento segre-


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L’analista finanziario del City Journal tratteggia il futuro economico del Vecchio Continente

Il downgrade della Francia? Fa molto più male a Berlino

Standard & Poor’s ha rotto l’asse Merkel-Sarkozy: le sue valutazioni potrebbero spingere Parigi a smettere di pretendere l’impossibile di Nicole Solinas hi soffrirà di più, per il downgrade annunciato da Standard & Poor’s lo scorso 13 dicembre sui debiti sovrani dell’Europa? Non certo la Francia, anche se ha perso la sua tripla A. Non l’Italia, il cui rating è sceso a BBB+ lasciando il rispettabile status di A. Chi soffrirà di più sarà la Germania. La roccaforte economica del Vecchio Continente ha conservato il suo ragguardevole status, ma presto il Cancelliere Angela Merkel si accorgerà di essere da sola al vertice. Standard & Poor’s non ha colpito soltanto Francia e Italia: nel calderone sono finite altre sette nazioni europee fra cui l’Austria, il Portogallo e la Spagna. Soltanto Berlino – insieme a Finlandia, Lussemburgo e Olanda – ha mantenuto lo status maggiore della scala. E la Germania ha ottenuto anche alcune lodi da parte degli analisti della società: dicono che la tripla A mantenuta per i tedeschi riflette “il binario prudente tenuto dal governo nel campo delle politiche fiscali e della disciplina di spesa pubblica”.

C

Il credo convenzionale ritiene che il verdetto dell’agenzia di rating sull’alto livello di debito del governo francese – e della stagnazione del suo mercato del lavoro – sia un colpo feroce, ovviamente, per i francesi. Questi non sono certamente felici di quanto è avvenuto e lo scorso mese diversi rappresentanti del governo hanno sostenuto che dovesse essere la Gran Bretagna, non la Francia, a venire retrocessa. Il capo della Banca centrale francese Christian Noyer ha sottolineato che la Gran Bretagna «ha un deficit maggiore, più debiti, più inflazione e crescita minore». Il primo ministro di Parigi, Francois Fillon, ha aggiunto: «I nostri amici britannici sono più indebitati di quanto non siamo noi e hanno un deficit maggiore, ma le agenzie di rating non sembrano essersene accorte». Questo verdetto è poi uno spillone per il presidente Nicolas Sarkozy, che entro quattro mesi si gioca la rielezione. Ma questo spillone ha un potenziale velenoso maggiore per la Germania. Per due anni, sin da quando le finanze greche hanno iniziato a disintegrarsi, si sono formate due squadre in Europa: Francia e Germania da una parte, tutti gli altri dall’altra. Summit dopo summit Merkel e Sarkozy – o “Merkozy”, come sono stati ribattezzati dai media – si

sono spalleggiati nella loro ortodossia. Hanno ripetuto che nazioni come la Grecia non potevano andare fallite nonostante il loro livello di debito, quanto meno non senza l’approvazione volontaria dei loro creditori (volontà che non c’è). Hanno sostenuto che l’Europa non può tollerare alcuna forma di inflazione, nonostante questo fenomeno possa ridurre il debito comune permettendo alle nazioni di pagare i loro creditori con un euro meno costoso. E hanno continuato a dire che

Niente inflazione, niente prestiti, solo tasse: il piano tedesco per uscire dalla crisi è soltanto recessivo non era possibile, anzi che è impensabile, che una nazione lasci l’Eurozona per ripristinare la propria valuta. Allo stesso tempo, però, Berlino e Parigi si sono mosse con molta parsimonia nel campo del denaro a prestito. Hanno più volte dichiarato che soltanto un’immediata rettitudine fiscale – con aumento delle tasse e taglio della spesa pubblica – poteva salvare le nazioni in difficoltà. Ora, però, Francia e Germania sembrano destinate a non rimanere così saldamente una a fianco dell’altra. A Parigi rimane poco da perdere, non importa cosa accadrà dopo. Se la Francia può ancora ottenere prestiti a poco prezzo nonostante il downgrade, a breve capirà che il prezzo per lasciare l’ortodossia non è poi così alto. Se invece non sarà più permesso ai francesi di avere denaro a poco prezzo, questi scopriranno molto presto di avere più simpatia per le nazioni “deboli”dell’Europa, fra cui Italia e Spagna. I francesi, che siano guidati da Sarkozy o da un altro presidente, potrebbero non gradire che i “mercati” –

rappresentati in maniera imperfetta da Standard & Poor’s – li vogliano costringere a introdurre riforme del mercato pensionistico e di altro tipo, simili a quelle applicate da italiani e greci.

La Francia potrebbe opporsi a queste richieste, invece di continuare a comportarsi come la “spalla”continentale della Germania. Uno scenario del genere è ancora più plausibile se si prende in considerazione ciò che l’agenzia di rating ha detto riguardo alla strategia franco-tedesca, che prevede di tagliare tutto adesso e rispondere alle domande più tardi, ovvero sia che questa semplicemente non funziona. Come hanno scritto gli analisti finanziari,“un processo di riforme basato soltanto su un pilastro di austerità fiscale rischia di divenire auto-lesionista, dato che fa crollare la domanda interna a causa dell’aumento delle preoccupazioni economiche dei consumatori nel campo del lavoro e degli stipendi, ed erode quindi il gettito fiscale dello Stato”. Molto presto la Francia capirà che l’insistenza tedesca sull’impossibile – basta con i grandi prestiti, senza inflazione e senza crisi – può forse non colpire la Germania ma di certo colpisce loro. Parigi potrebbe molto presto vedere finita questa incertezza, anche se questo significa che l’Europa deve fare cose al momento impossibili: permettere ad esempio alla Grecia e ad altri Paesi di fare default sui propri debiti, senza tener conto della volontà dei creditori; permettere l’inflazione; permettere alle nazioni che lo vogliano di abbandonare l’euro, in modo da poter creare loro stessi la loro inflazione. Se la Germania vuole evitare queste cose, deve capire che è il momento di pagare. I tedeschi dovranno iniziare a mandare denaro alle altre nazioni con meno garanzie di austerità attaccate ai soldi. Potrebbe essere costoso, e non soltanto dal punto di vista politico. Come ha detto proprio Standard & Poor’s, la Germania potrebbe perdere la propria tripla A se il suo debito dovesse arrivare al 100 per cento rispetto al suo Pil, e al momento si trova all’80 per cento. Con un prodotto interno lordo pari a 3,4 trilioni di dollari, un altro prestito da 500 miliardi di dollari a nazioni come Spagna e Italia potrebbe portarli al limite. Una lunga stagnazione in Europa, causata in parte dal continuo ritardo nell’affrontare la crisi del debito, potrebbe fare il resto. Perché le piccole Finlandia e Lussemburgo non potrebbero portare il fardello. Quindi Standard & Poor’s ha di fatto isolato la Germania in una gabbia dorata, dicendo in maniera amichevole alla Francia che si è aperta la porta d’emergenza. La questione per il nuovo anno dei tedeschi non è solo fiscale, finanziaria, monetaria o economica: è psicologica. Sceglieranno di uscire dai propri confini abbandonando l’impossibile?

to, dal quale si evince che le due principali capitali del Vecchio Continente vogliono «accelerare il coordinamento fiscale in Europa nonostante l’opposizione di molti Paesi», in primis Regno Unito e Irlanda». Non a caso il ministro delle Finanze Francois Baroin ha annunciato che lunedì Parigi e Berlino presenteranno proposte e calendario sulla convergenza delle imposte societarie. Se la politica non decide, non resta che attendere gli eventi. Intanto l’esito delle pressioni che la direttrice Lagarde sta facendo sulle economie più ricche e quelle più dinamiche per aumentare le disponibilità del Fondo monetario internazione. Ieri, uno dei suoi portavoce, ha confermato che si lavora per ampliare le attuali capacita’ di prestito (circa 385 miliardi di dollari) con altri 500 miliardi. E, soprattutto, che continuano le trattative con Gran Bretagna, Usa, Cina o Brasile.

Eppoi ci sono le trattative sull’haircut al debito greco, una partita sulla quale si gioca il destino dell’euro. Nei mesi scorsi era stato deciso un taglio ai rendimento dei bond ellenici pari al 50 per cento, al quale far seguire un risarcimento ai sottoscrittori superiore ai 35 miliardi di euro. Ma negli ultimi giorni qualcosa deve essere cambiato se ad Atene qualcuno ha ventilato una minsuvalenza del 75 per cento, mentre le banche hanno chiesto cedole più convenienti sulle emissioni che andranno a sostituire quelle vecchie. Siccome a breve il governo greco dovrà rifinanziare scadenze per 14,5 miliardi di euro, ecco ieri il premier Lucas Papademos minacciare: «Senza un accordo per lo swap sul debito potremmo valutare una legge che costringa i creditori ad assumersi delle perdite». Per tutta risposta ecco l’Institute of International Finance, la lobby che rappresenta i creditori privati del debito greco, annunciare una conferenza stampa per il 24 gennaio a Zurigo per annunciare «ulteriori sviluppi nell’area euro» e che sa tanto di ultimatum. Oggi le parti si rivedono per cominciare a trattare, dopo la rottura di una settimana fa. E nessuno fa previsioni, anche perché a marzo si potrebbe rivotare sotto il Partenone. Lo dimostra anche l’attendismo di Papademos, che sveste i panni del banchiere per quelli del politico: «Vi è la percezione generalizzata in Europa che non si possa evitare il default della Grecia, se non ora magari a marzo, quando scadranno i bond che il paese non può pagare senza ulteriori finanziamenti della troika. Ma se tutto va bene, ci potrebbe essere una fine dell’austerity già dal prossimo anno».


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nvecchiare è un privilegio e una meta della società. È anche una sfida, che ha un impatto su tutti gli aspetti della società del XXI secolo». È uno dei messaggi proposti dall’Organizzazione mondiale della sanità sul tema della salute degli anziani. Un argomento che acquista sempre maggiore importanza in una società, come la nostra, in cui si vive una vera e propria rivoluzione demografica. Nel 2012 gli anziani ultra sessantacinquenni in Italia saranno oltre 12 milioni: un quinto della popolazione complessiva, con la previsione di un aumento annuo medio di circa 110mila anziani. Credo che sia necessaria una riflessione. A che età si diventa anziani? Cosa può pretendere un anziano dalla società? E cosa un uomo può ancora dare alla collettività e in che modo? I sessantenni, quelli che fino a pochi anni fa erano considerati anziani, oggi non lo sono più, proprio perché grazie al benessere generale, vivono nel pieno delle loro forze, spesso ben inseriti nella realtà quotidiana, del lavoro e della famiglia, tanto che la loro esperienza deve essere considerata come un fondamentale sostegno allo sviluppo del Paese. Si vive più a lungo e quindi sembra naturale anche lavorare più a lungo. Ma la domanda nasce spontanea: si deve lavorare più a lungo? O Si può continuare a lavorare oltre lo standard attuale dei 60-65 anni? Ossia si deve lavorare più a lungo per alleggerire i costi della nostra previdenza sociale? O si deve lavorare più a lungo perché i “nuovi” anziani godono di un migliore stato di benessere complessivo?

«I

Attualmente la vita media è fino agli 85 anni, per cui per almeno venti anni si godono i ben meritati diritti pensionistici. L’Inps però ritiene scarsamente sostenibile un carico economico di questo tipo, proprio per l’invecchiamento complessivo della popolazione, che vede diminuire l’accesso dei giovani al lavoro, sia per gli evidenti segnali di crisi politico-economica, che per la ancor più grave crisi demografica. Non stupisce quindi che l’attuale governo abbia anticipato a gennaio 2013 l’adeguamento delle pensioni alle aspettative di vita Istat. Nel giro di pochi anni sembra proprio che andremo in pensione ad un’età che si avvicina ai settanta anni. Un privilegio e un’opportunità se vogliamo tener conto di quanto afferma l’Oms, ma perché si tratti effettivamente di un privilegio e di una opportunità occorre affrontare con un forte senso di responsabilità il problema, ponendosi da angolature diverse, per farle gradatamente convergere verso un miglioramento complessivo della qualità di vita individuale e sociale. L’obiettivo è favorire una vecchiaia non emarginata, ben inserita nella comunità professionale di appartenenza, con una piena valorizzazione delle esperienze di vita professionale, anche sotto il profilo della trasmissione delle conoscenze e delle competenze più utili alla formazione dei più giovani. Per questo nascono nuove e concrete responsabilità, indispensabili per chi si occupa di politiche del lavoro, di politiche della formazione, di politiche della salute e - ovviamente - di politiche familiari. Di questo si parlerà nel convegno che si svolgerà il prossimo venerdì 20 gennaio a Palazzo San Macuto, nella Camera dei Deputati. Ne parleranno esperti di ambiti diversi che però hanno in comune uno sguardo lungo sul futuro, e non vogliono nascondersi le possibili difficoltà. Sono necessarie infatti specifiche modalità di adattamento sia a livello personale

il paginone

DE SENECTUTE Ovvero come invecchiare al tempo della crisi Domani alla Camera, un convegno di esperti discuterà del ruolo, dei diritti e dei doveri dei “nuovi” anziani nel nostro Paese. Ecco di cosa si parlerà (e che cosa si può fare davvero per loro) di Paola Binetti che aziendale, a cui occorre prepararsi mettendo in atto nuove strategie di formazione per acquisire le skills adeguate. Gli indispensabili processi di riforma e di modernizzazione del sistema impongono già oggi l’adozione di nuovi standard professionali, sia in fase operativa che in fase di valutazione. Programmi, processi e prodotti vanno visti con un’ottica che tenga conto dello stile di lavoro dei professioni-

per permettere ad entrambe, come in un gioco di vasi comunicanti, di arricchirsi reciprocamente. La riflessione ha senso se indirizza l’azione; l’azione a sua volta permette e stimola il progresso della riflessione; all’interno di questo gioco si dovrebbe situare la nuova didattica per l’anziano. Con l’aumento dell’aspettativa di vita, ma anche e soprattutto con l’allungamento dell’età lavorativa, è come se la

La riflessione ha senso se indirizza l’azione; l’azione a sua volta permette e stimola il progresso della riflessione. Ed è proprio all’interno di questo gioco che si dovrebbe prima di togni altro aspetto inserire la nuova didattica per l’anziano sti senior, soprattutto in alcuni ambiti con ritmi di lavoro più veloce, che richiedono livelli di attenzione molto forte. L’azienda non potrà più preoccuparsi soltanto delle politiche di inserimento dei nuovi assunti, ma dovrà tener conto anche delle politiche di mantenimento degli “anziani”, i cui diritti come lavoratori andranno tutelati sulla base di nuovi parametri. L’innalzamento dell’età pensionabile, se si vuole che sia un’operazione di successo sul piano sociale, personale e professionale, richiede a tutti fin da oggi un serio lavoro di riflessione trasversale e interdisciplinare, in cui aziende e parti sociali concorrono per ottenere il miglior risultato possibile. Occorre cambiare pedagogia: è necessario un diverso approccio nei confronti dell’anziano, per valorizzarne le risorse che gli consentono di fare da cerniera tra teoria e pratica, tra tradizione e innovazione,

vecchiaia fosse uscita dalla clandestinità, dopo un lungo periodo in cui è stata oggetto di studio e riflessione soltanto da parte degli esperti.

In Germania è molto diffuso, ad esempio, un lavoro di tutoring aziendale per consentire di integrare tradizione ed innovazione. Per questo si attuano da tempo strategie di aggiornamento finalizzate a orientare gli anziani verso una continuità professionale che richiede una buona dose di creatività. Psico-pedagogisti esperti nel campo lavorativo stanno da tempo riflettendo sulle nuove forme di creatività che si possono sviluppare nell’anziano. Si vuole evitare la frustrazione che potrebbe nascere dalla coazione a ripetere tecniche e metodologie di lavoro usate in precedenza con risultati migliori di quelli attualmente possibili. Può acca-


il paginone dere infatti che il senso di fatica e di inadeguatezza si convertano in elementi di tipo depressivo, con le conseguenze che è facile immaginare. Non bisogna dimenticare infatti che fin dall’inizio del processo di invecchiamento l’immagine di sé si modifica profondamente, perché come negli adolescenti, il corpo si modifica e la percezione di sé ne è turbata. È un cambiamento che crea ansia o addirittura angoscia, genera sensazione di vuoto e crea un lutto che va elaborato.

Di fatto non è né il lutto né l’invecchiamento ad essere patologico, ma la mancanza di elaborazione che non permette di individuare nuovi valori e nuovi significati. Il lavoro prolungato può diventare un potente fattore di conferma della propria capacità e delle proprie competenze e quindi del proprio ruolo sociale, se la persona riesce ad affrontarlo con un buon margine di successo. Dobbiamo imparare a guardare all’anziano come ad un soggetto in servizio attivo, che ha bisogno di strumenti adeguati per affrontare la nuova esperienza, e nella misura del possibile dobbiamo creare questi strumenti con lui e per lui, se non vogliamo che questa nuova situazione diventi un boomerang. Ciò che crea la voglia di uscire dal lavoro è un po’ la sommatoria di tante stanchezze e di tante frustrazioni, il non essere riusciti a realizzare quanto avremmo voluto. Allora si tenta l’ultima carta dell’evasione; quella dell’anziano in giro per il mondo, per la gioia dei tour operator che da tempo hanno scoperto il boom del turismo dei pensionati. Si cercano uscite an-

tare meglio il tempo che scorre veloce. Una buona politica dell’invecchiamento, anche se spostata in avanti negli anni come richiede l’aumento dell’aspettativa di vita, dovrebbe porre alla società gli interrogativi della solitudine, della limitatezza e dell’incertezza. L’accettazione degli anziani nella vita familiare o sociale resta ancora oggi problematica: basti pensare all’aumento drammatico dei suicidi con l’avanzare degli anni. Il principale fattore di rischio è l’isolamento e, a questo proposito, si è parlato di una morte sociale che precede la morte reale. Sono fattori di rischio anche l’insicurezza materiale, l’inattività, la malattia e le infermità sensoriali, in particolare la perdita della vista e dell’udito. In questo senso restare a lavorare nel proprio contesto professionale, con i propri colleghi, può aiutare a distanziare il senso di solitudine o di inutilità. Può contribuire a sentirsi come interlocutori attivi nella società e nella propria famiglia, capaci di portare a casa e nel lavoro l’eco positiva delle problematiche che si affrontano giorno per giorno, evitando quel ripiegamento morboso su di sé che rende ancor più veloci i rischi dell’invecchiamento. Nell’ideologia che attualmente coinvolge gli anziani si oscilla tra chi nega la vecchiaia, come un male da evitare e da rinviare e chi nella esaltazione dell’attivismo e dell’utilitarismo davanti alla riduzione delle proprie energie riduce la vecchiaia a una malattia da curare. Ma come è ben noto l’iper-medicalizzazione della vecchiaia provoca paradossalmente un aggravamento dei fenomeni patologici. Oggi in Italia secondo il rapporto “Sta-

Dobbiamo imparare a guardare alla persona più matura come ad un soggetto in servizio attivo, che ha bisogno di strumenti adeguati per affrontare qualunque cambiamento, e nella misura del possibile dobbiamo creare questi strumenti con lui e per lui ticipate dal lavoro quando proprio dal lavoro non ci si aspetta più nulla e tutto diventa noioso o tremendamente faticoso. Ci deludono le cose che pure abbiamo amato e in cui abbiamo investito risorse ed energie. Ci sembra di aver sprecato gli anni migliori della nostra vita in un lavoro che ci appare senza senso e speriamo di rifarci con l’allegra disinvoltura del mito del tempo libero. Ma anche questo mito si appanna rapidamente, travolto da nuove incombenze o da nuove difficoltà che amici, figli e nipoti scaricano su di noi, perché tanto non abbiamo nulla da fare. Per accogliere anziani in servizio attivo quasi fino a 70 anni, occorre affrontare anche una serie di problemi nuovi che si presenteranno nella famiglia, soprattutto se saranno entrambi i coniugi a lavorare. Il nuovo impegno professionale sottrarrà energie al lavoro di cura che in tutti questi anni proprio i “giovani pensionati” hanno svolto nel loro ruolo di nonni o nell’attenzione ai propri genitori, probabilmente anziani quasi o ultra novantenni. Finora sono stati i giovani anziani, ad agire come una microsocietà di servizi a conduzione familiare, a dedizione esclusiva della famiglia, come autentici ammortizzatori sociali. Il dramma comincia quando questi giovani anziani diventano semplicemente anziani senza famiglia: la mancanza di figli, le separazioni e i divorzi, la fragilità e la precarietà di certe unioni rendono tutt’altro che facile invecchiare, anche se ancora una volta un’esperienza professionale prolungata aiuta ad affron-

to di salute e prestazioni sanitarie nella popolazione anziana” del Ministero della Salute, la popolazione anziana determina il 37% dei ricoveri ospedalieri ordinari e il 49% delle giornate di degenza e dei relativi costi stimati. La nuova “filosofia” sociale che partendo dall’aumento delle aspettative di vita mantiene in servizio attivo gli anziani fino a 70 anni dovrebbe ridurre questa tendenza alla ipermedicalizzazione della vecchiaia. Ma proprio per questo bisogna evitare la

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tendenza a considerare senectus ipsa morbus, secondo la famosa affermazione di Terenzio, ripresa e smentita da Cicerone nel suo De senectute. Gli anziani sono spesso a disagio perché il modello antropologico attuale si sviluppa attorno a due concetti ambigui molto diffusi: la nozione di utilità e quella di indipendenza, che definiscono i valori di riferimento, in base a cui si valuta la vita attiva. La vita è degna di essere vissuta solo se nella mia capacità di fare posso essere e sentirmi utile a qualcosa o a qualcuno, a cominciare da me stesso, e soprattutto se sono in grado di prendere autonomamente tutte le decisioni che mi riguardano. Al concetto di utilità corrisponde quindi la possibilità di prescindere dagli altri, di poter fare a meno di loro. Il modello antropologico di tipo individualistico può andare bene solo in una fascia di età in cui sono sufficientemente adulto da poter fare a meno di qualcuno che mi aiuti. Ma poiché in tutto l’arco della nostra vita abbiamo sempre bisogno di chi in modo diverso possa comunque prendersi cura di noi, l’ideale dell’autosufficienza, come valore strutturale della nostra vita, è destinato a naufragare miserabilmente soprattutto nella terza e quarta fase della vita. Gli anziani si lamentano per la loro inutilità e la loro perdita di indipendenza, perché sono stati abituati a considerare utilità e indipendenza nella logica dell’homo oeconomicus. Occorre ribaltare questa visione della vita e restituire dimensione di valore a cose la cui utilità non può essere misurata solo sotto il profilo materiale, facendo dell’interdipendenza relazionale uno dei beni maggiori di cui l’uomo dispone. Proporre una politica lavorativa che arrivi fino a 70 anni, può di fatto essere molto utile sia a mantenere più a lungo una immagine positiva di sé, sia a sviluppare nuove forme di social network reali e non puramente virtuali. Per questo è necessario che si approfitti degli ultimi anni di attività professionale anche per imparare ad invecchiare, per capire come gestire i possibili 20 anni che restano ancora da vivere. Perché mentre si va in pensione a 70 anni, occorre ricordare che probabilmente si è destinati a vivere oltre i 90 anni.

Gli studi statistici più recenti fanno affermare con sicurezza che le future società occidentali saranno mondi abitati da vecchi, già adesso ricordiamo che il 20% della popolazione ha superato i 65 anni, e questa realtà va tenuta presente come un fatto positivo e non solo come un problema. Il problema principale non è l’aumento degli anziani nella società, ma la mancata elaborazione culturale di questo fatto. Gli anziani in fondo spaventano perché sul piano simbolico ne conserviamo un’immagine negativa, che oggi non è più fedele alla realtà. Non siamo una società di vecchi, ma una società di persone capaci di re-inventare continuamente la propria vita. La continuità lavorativa può contribuire a cambiare questa immagine, a capovolgerla in senso positivo. Tocca a noi non perdere questa occasione. Basterebbe chiederci: «Ma tu come vuoi invecchiare e come vuoi che invecchino le persone accanto a te» e scopriremmo ancora una volta il gusto dei progetti da realizzare, il piacere di farlo insieme, la soddisfazione di poter continuare a contribuire al bene comune nella nostra società.


società

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Il caso Schettino e la tragedia del Concordia letti con la lente dei nostri mali nazionali. Ma c’è anche un’Italia seria

Abbiamo bisogno di eroi Secondo Bodei e Belardelli, nel Paese c’è un’esigenza di responsabilità più diffusa di Riccardo Paradisi a tragedia del Concordia e il comportamento del capitano Schettino hanno a che fare con i vizi degli italiani e i guasti storici del Paese? No – e vedremo perché – ma è una tesi così suggestiva e così facile questa da aver catturato molti osservatori e opinionisti nazionali e stranieri. Da un lato infatti nel Paese sembra essersi scatenato il solito rodeo antinazionale, dall’altro, all’estero, in quei paesi europei storicamente propensi a esercitare un fastidioso sussiego verso l’Italia, s’è innescato il sempre verde filone del ricorso allo stereotipo anti-italiano.

L

In Fancia durante un dibattito un politico è stato accusato da un suo avversario di essere come Schettino, in Germania s’è seguita la vicenda come una storia “tipicamente”italiana, ma nel disprezzo anti-italiano la palma della vittoria, per perfidia, va agli inglesi. «Numerose informazioni diffuse nei giorni scorsi – scrive Toby Young – hanno paragonato il disastro del Costa Concordia all’affondamento del Titanic, e molti testimoni oculari hanno riportato che il comportamento dei passeggeri e dell’equipaggio è stato davvero simile a quello dei passeggeri e dell’equipaggio del Titanic. Ma se le notizie sul comportamento del Capitano Schettino sono vere, questo incidente è diverso da quello del disastro del 1912 per un aspetto importante: il comandante Edward John Smith non abbandonò la sua nave quando colpì un iceberg nella notte del 14 aprile del

1912. Al contrario, morì, insieme a 1.516 persone, nelle ore piccole della mattina seguente. Potrei sbagliarmi, ma mi piace pensare che, se il Capitano del Costa Concordia fosse stato britannico, si sarebbe comportato con la stessa distinzione di Edward Smith, proprio per l’esempio che deve essere fornito da un uomo di onore». Un autocertificazione nazionale di eroismo che si basa su una memoria storica abbastanza selettiva. Si perché – a proposito di questioni marinare - va ri-

na si può dunque leggere questo: l’Italia è un Paese che ha bisogno di esempi positivi. Il resto è appunto suggestione: indotta da malafede o riflesso condizionato. «L’Italia non è il Concordia e gli italiani non sono Schettino – dice a liberal lo storico Giovanni Belardelli – peraltro si fanno paragoni impropri con situazioni e scenari di guerra. Schettino era al comando di un villaggio vacanze galleggiante mica di un incrociatore. Un professionista civile che però nell’esercizio del suo

«Dopo tanti anni di narcisismo, autosufficienza e culto della personalità abbiamo bisogno di cittadini normali, che facciano il loro dovere e che siano messi nelle condizioni di farlo» cordato che l’Inghilterra ha dato i natali ai peggiori pirati della storia i quali hanno avuto nella corona britannica un generoso finanziatore delle sue guerre di corsa così utili alla Gran Bretagna per la sua egemonia nei mari. Ma lasciamo perdere. Era solo per dire che le suggestioni portano sempre su terreni scivolosi e confusi. Piuttosto ciò che si può evincere da questa brutta storia del naufragio del Concordia è un’altra cosa: ossia che l’Italia è un Paese che sembra avere un gran bisogno di eroi. Ne ha tanto bisogno che ha elargito l’alloro dell’eroe al capitano De Falco: uno che ha fatto bene il suo dovere strigliando Schettino e intimandogli di tornare a bordo della nave, ma che non sappiamo cosa avrebbe fatto al suo posto. In filigra-

lavoro ha dimostrato di essere un irresponsabile, facendo una cosa semplicemente pazzesca. Ma non credo sinceramente che sia rappresentativo degli italiani, io non lo sento affatto come mio rappresentante».

Eppure all’estero lo schema identificativo Schettino-italiani è già scattato. «I giornalisti inglesi e francesi si dovrebbero semplicemente vergognare. Non è la prima volta che fanno queste mascalzonate. Una troupe della Bbc, negli anni Novanta, era andata a fare un servizio sul meridione italiano; ebbene, arrivati in un paese, presero dei rifiuti e li misero per terra per costruire una scenografia di miseria e squallore che i loro spettatori si aspettavano di vedere, per soddisfare stereotipi inculcati da decenni di propa-

ganda nel loro immaginario. Del resto lo stereotipo sugli italiani vigliacchi ha un paio di secoli ed è stato rinverdito dalle due guerre mondiali nelle nazioni con cui ci siamo scontrati». Sempre a proposito di inglesi e solo per fare un esempio, nella guerra d’Africa tra le truppe britanniche si diceva che i carri armati italiani avessero solo la marcia indietro. Salvo poi che El Alamein gli inglesi si trovavano gli italiani sotto i loro di carri a farli saltare con le bombe a mano. Alla fine dovettero riconoscere ai soldati italiani l’onore delle armi. Churchill stesso, che con gli italiani non era mai stato prodigo di complimenti disse che la folgore era un corpo di leoni. «Il discorso sui vizi degli italiani – continua Belardelli - rischia di essere un modo facile di compatirci e per assolverci. Per non entrare nel merito del problema e per autodefinirsi italiani migliori di altri. Del resto ci sono culture politiche che hanno seminato in questa direzione. Il vocianesimo, l’azioni-

smo, il gramscismo: le storie sulla necessità di rifare il sangue degli italiani, la mancata rivoluzione protestante. È come se nella nostra cultura avessimo introiettato il punto di vista degli stranieri all’epoca del gran tour. Dove l’Italia è un luogo barbaro e pittoresca, bellissimo e tremendo, sostanzialmente irrazionale, politicamente incivile».

Insomma non è il naufragio del Concordia o il comportamento di Schettino a essere rappresentativi dell’Italia piuttosto lo è il dibattito infinito che ne è seguito. «Questa retorica tra eroi e antieroi – dice il filosofo Remo Bodei - è il tentativo di rimediare in zona Cesarini un disastro oggettivo. Per non entrare nel merito del disastro che si è verificato, dell’incompetenza del capitano del Concordia e del suo comportamento successivo allo scontro con gli scogli». Una tragedia che con il suo corollario di discussioni sembra confermare il topos degli italiani pasticcioni


società

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Ai domiciliari il capitano del Concordia potrebbe fuggire

E ora la procura chiede l’arresto per Schettino Difficili le manovre di recupero. Il bilancio del naufragio si aggrava: 11 morti e 22 dispersi

n una tragedia come quella avvenuta all’isola del Giglio, «unica soddisfazione - sostiene il ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera nell’informativa che con il collega dell’Ambiente Corrado Clini ha dato alla Camera sula tragedia della Costa Concordia se – è la buona prova dimostrata da tutte le strutture dello Stato centrale e locale e la collaborazione tra le strutture di tutti i ministeri». Passera ha definito quello del Concordia un evento tragico «frutto di errori umani gravissimi», aggiungendo però che «abbiamo seguito tutte le fasi di questo evento soprattutto grazie alle Capitanerie che hanno svolto un ruolo chiave».

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che in questo momento è assolutamente nocivo. «Un dibattito grottesco e pernicioso per il governo e il premier Monti – dice Bodei - che con molta serietà cerca di fare il suo lavoro e a cui certo tra tante difficoltà non fa bene questo danno d’immagine all’estero».

Del resto è anche vero che in certi Paesi europei non s’attendono che pretesti per tentare di umiliare l’Italia. «C’è sempre all’estero questa cosa che gli italiani sono pronti a scappare. Pregiudizi molto duri a morire. All’estero hanno infatti l’idea che l’Italia sia il Paese del melodramma cantato ma non vissuto. Eppure è chiaro che non è così. L’idea che le nostre virtù di popolo di navigatori ed eroi non è molto diffuso. L’Italia ha creato capitani di ventura, esploratori, guerrieri del mare straordinari. Il principe Eugenio di Savoia aveva il suo nome su molte navi tedesche. Più che il bisogno di eroismo questo è un Paese che oggi ha bisogno di decenza; ha necessità che qualcuno faccia il proprio dovere e la propria parte. Un bagno di normalità decorosa dopo questi anni di deriva narcisistica e di autosufficienza per tornare alla responsabilità diffusa. Più che di eroi insomma abbiamo bisogno di cittadini normali, che facciano il loro dovere e che siano messi nelle condizioni per farlo. In questo senso Brecht aveva ragione quando diceva che è beato quel Paese che non ha bisogno di eroi».

E ora «da questo triste evento noi dobbiamo individuare ulteriori aree di interventi normativi e organizzativi per rendere ancora più difficile che eventi di questo genere possano ripetersi». Per quanto riguarda le operazioni di recupero invece si tratta di un piano complesso: un intervento su 15 serbatoi con la possibilità di un preriscaldamento del carburante per consentirne l’aspirazione». Il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, parlando in Aula durante l’informativa del governo sulla nave Costa Concordia, ha ricordato il piano consegnato dalla compagnia per lo svuotamento dei serbatoi della nave naufragata. «Le operazioni dovrebbero durare perlomeno due settimane osserva Clini - si tratta di un tempo relativamente lungo ed è per questo che si sta cercando di capire quali sono le condizioni per tenere la nave in stabilità». Secondo il ministro le evoluzioni delle condizioni meteo-climatiche potrebbero, infatti, determinare lo spostamento e l’inabissamento della nave. «Se questo dovesse avvenire, prosegue, non possiamo prevedere né i danni alla nave né i danni ambientali». Dall’altra parte, conclude Clini, «è necessario completare la ricerca ancora in corso per il ritrovamento di eventuali superstiti» Dal punto di vista giudiziario la Procura contesta la decisione del Gip di concedere i domiciliari a Schettino, preannunciando il ricorso al Tribunale del Riesame, che sarà presentato tra domani e venerdì: «Stiamo impugnando il provvedimento del gip davanti al Tribunale del Riesame e vedremo che ne penserà il giudice in quella sede» afferma il procuratore capo di Grosseto, Francesco Verusio. In un’intervista a Radio 24, Verusio - che definisce ”scellerato” Schettino - spiega: «Abbiamo motivo per credere che lui si possa sottrarre alle proprie responsabilità. I reati contestati sono molto gravi e considerata la sua personalità non credo stia a casa ad aspettare che lo andiamo a prendere tra qualche anno per scontare, magari, 15 anni di carcere». Il pm, inoltre, sottolinea che

per il momento non ci sono altri indagati per il naufragio della Concordia, oltre a Schettino e al primo ufficiale in plancia Ciro Ambrosio. «Mi sono trovato di fronte una persona provata, che non mi ha dato l’impressione né di essere un vile né un criminale. Il comandante Schettino mi è sembrato invece molto colpito dal dramma umano di questa vicenda» afferma invece il suo legale Bruno Leporatti, che ammette una ”manovra sbagliata”da parte del suo assistito, non chiudendo le porte a una richiesta di giudizio immediato. Intanto, il ministro dell’Ambiente Corrado Clini rivela che «c’è già un danno ambientale, molto contenuto, nei fondali dell’isola del Giglio», avvertendo che c’è il «serio rischio che future mareggiate possano provocare l’inabissamento della nave». Intanto l’ultimo bilancio ufficiale delle vittime del naufragio della Costa Concordia indica 11 morti accertati e 22 dispersi di diver-

Il Codacons chiede che si aprano indagini su tutti gli ”inchini” delle navi da crociera. Nel mare anche il rischio catastrofe ecologica se nazionalità, su un totale di 4.229 passeggeri. Un bilancio gravissimo che induce a un lavoro di prevenzione e indagine sui motivi che hanno condotto al naufragio del Concordia.

Per questo il Codacons, a seguito della tragedia della Costa Concordia, sta predisponendo un esposto a varie Procure della Repubblica, in cui si chiede di accertare il comportamento delle Capitanerie di Porto e delle varie autorità portuali quando le navi da crociera si avvicinano eccessivamente alle nostre coste. Il Codacons insomma e con lui una serie di parlamentari che hanno presentato delle interrogazioni in proposito vuole sapere quale sia il comportamento delle autorità marittime in tali situazioni, e quali provvedimenti siano stati adottati in passato per garantire la sicurezza nei mari italiani. In particolare il Codacons chiede alla magistratura di sequestrare le scatole nere delle navi da crociera che negli ultimi 2 anni hanno solcato le acque dell’Isola del Giglio e quelle delle più importanti località turistiche come Capri o Venezia.


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Il villaggio che ha combattuto e vinto contro la corruzione del Partito «è solo un fuoco di paglia. Non un cambiamento»

La scatola cinese «Pechino è piena di debiti: continuerà a schiacciare i diritti della popolazione» di Willy Wo-lap Lam a risoluzione in apparenza pacifica della crisi legata al furto delle terre del villaggio di Wukan, nella provincia del Guangdong, è stata accolta con favore e definita il nuovo modello di Pechino per affrontare il dissenso. Lo scorso settembre, 15mila contadini di Wukan hanno iniziato a protestare contro i funzionari comunisti che in maniera illegale avevano venduto la loro terra a un imprenditore edile. Ai residenti non era stato pagato alcun compenso per questa vendita. Dopo il decesso di Xue Jinbo - un rispettato rappresentante del villaggio, morto l’11 dicembre mentre era sotto la custodia della polizia – i residenti di Wukan hanno allontanato i rappresentanti del governo e della polizia e hanno alzato delle barricate sulle strade che portano al villaggio di pescatori. Le autorità del Guangdong hanno risposto circondando il villaggio con qualche migliaia di agenti di pubblica sicurezza e della Polizia armata del popolo. Sono state tagliate le linee di rifornimento di cibo, acqua ed elettricità. Infine, il 22 dicembre, il vice segretario provinciale comunista Zhu Mingguo – il terzo per ordine di importanza nella linea di comando – ha negoziato un accordo con Lin Zuluan, il neoeletto rappresentante del villaggio. Anche se tutti i dettagli dell’accordo non sono stati rivelati, Lin e altri rappresentanti del villaggio hanno dichiarato che Zhu ha affermato il diritto dei contadini a protestare. Il governo ha riconosciuto “l’amministrazione provvisoria” guidata da Lin; diversi attivisti che si erano scontrati con la polizia sono stati rilasciati; gli agenti di sicurezza richiamati. Gli abitanti del villaggio hanno rimosso le barricate e lanciato petardi per festeggiare.

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Tuttavia sono sorte molte domande sull’incidente di Wukan. Gli abitanti hanno ricevuto giustizia? Cosa si cela dietro la decisione delle autorità di non usare la forza contro il singolo atto di sfida messo in opera dal villaggio? E, più importante di tutte, ai piani alti del Partito comunista cinese c’è del

vero consenso nei confronti conciliatorio dell’approccio rappresentato dal cosiddetto “modello Wukan”? E questo sarà usato nei futuri casi di confronto fra le autorità e elementi sociali fuori controllo? Dato che il 65 % degli “incidenti di massa” è dovuto all’appropriazione indebita di terreni, l’amministrazione guidata dal Partito comunista cinese è pronto a intraprendere misure che siano davvero efficaci per contrastare questo fenomeno? Un giorno dopo il suo negoziato di successo con i leader autoeletti di Wukan, il vice segretario Zhu è tornato di nuovo a Wukan: “Dovremmo trattare i problemi di Wukan in maniera adeguata, secondo le leggi e i

hanno eletto dei corrotti, ora allontanati – sono state dichiarate “non valide”. Nuove elezioni si terranno all’inizio del 2012.

Eppure il capo villaggio Lin si è detto scettico sul risultato. Ha dichiarato ai media di Hong Kong che “più di 100mila metri quadri di terreno ci sono stati portati via, e non sono sicuro che ci verranno ridati”. Non è chiaro poi se i cinque (o giù di lì) “teppisti” arrestati e ora rilasciati in maniera temporanea su cauzione riceveranno un risarcimento dalla polizia. Spesso capita che la polizia arresti di nuovo coloro che hanno guidato una protesta, quando la pace è ristabilita e l’attenzione dei media è distolta da altro. In

le rassicurazioni da Guangzhou su una moratoria temporanea che è stata imposta sui futuri piani di espansione della centrale. Il caso di Wukan significa che i rappresentanti del governo centrale e locale decideranno, da oggi in poi, di usare metodi più o meno concilianti e non violenti per affrontare le proteste dei contadini e di altri elementi sociali?

Lo scorso settembre, 15mila contadini di Wukan hanno iniziato a protestare contro i funzionari comunisti che in maniera illegale avevano venduto la loro terra a un imprenditore regolamenti e in una maniera aperta e corretta”. Ha poi sottolineato che le autorità di Guangzhou, la capitale provinciale, hanno inviato alcuni “team speciali di lavoro”nel villaggio per investigare sull’appropriazione indebita e sull’uso illegale dei terreni, così come sulla corruzione fra i membri del Pcc. Zhu ha rivelato che diversi ufficiali locali sono stati fermati per essere interrogati. Inoltre Wang Yemin, capo di uno di questi team, ha detto che le elezioni che si sono tenute a Wukan lo scorso febbraio – che

ogni caso, rimangono dei seri dubbi sui motivi che hanno spinto Wang Yan – segretario del Partito nel Guangdong e membro del Politburo – a scegliere dei metodi conciliatori al posto del pugno di ferro contro Wukan. È vero che Wang – 56 anni, noto anche come “il giovane maresciallo” per il suo stile decisionista – ha fama di relativo riformatore. Ma i commentatori, sia di Hong Kong che dei media internazionali, hanno sottolineato più che altro il suo timore che l’incidente di Wukan si potesse espandere al punto

da impedire la sua promozione nella Commissione permanente del Politburo, che dovrebbe avvenire nel corso del 18esimo Congresso generale del Partito. Questa preoccupazione è stata aumentata anche dalle dozzine di giornalisti di Hong Kong e dei media stranieri che sono scesi a Wukan nella settimana che ha portato alla svolta del 22 dicembre. È interessante notare come nel corso di un altro scontro fra la polizia e un villaggio del Guangdong – gli abitanti di Haimen, scesi in piazza contro l’espansione di una centrale energetica che ha causato un serio inquinamento nell’area – gli agenti di pubblica sicurezza abbiano usato le tattiche tradizionali per affrontare la crisi. Diversi manifestanti sono stati picchiati con forza, nonostante

Almeno in superficie, la gestione di WangYang del caso ha ottenuto il sostegno dei media statali. Il Quotidiano del Popolo ha lodato gli sforzi di Guangzhou,“un esempio di come si risolvono le cose e si appianano le contraddizioni e i conflitti in una buona maniera”. Il giornale ha esaltato i leader del Guangdong “che hanno afferrato bene le aspirazioni delle masse”. L’editoriale ha sottolineato che i dirigenti che sono riusciti a risolvere in maniera soddisfacente le questioni poste dal malcontento delle masse hanno dimostrato “uno stretto legame con il popolo, così come la propria abilità di “modello Il leadership”. Wukan” ha raccolto anche gli applausi dei membri dell’ala liberale del Partito: si tratta dei seguaci rimasti di quei modernizzatori radicali e pro-occidentali come gli ex segretari Hu Yaobang e Zhao Ziyang. Hu Deping, rispettato figlio di Hu


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ze, operazioni che hanno già dimostrato di saper salvaguardare la sicurezza nazionale e la stabilità sociale”. Oltre al colpire duro gli elementi “sovversivi” e “anti-statali” in Tibet e Xinjiang, le unità di applicazione della legge hanno rimosso ogni ostacolo alla possibilità di fermare e persino imprigionare i dissidenti, inclusi gli attivisti delle Ong e gli avvocati dei diritti umani che rappresentano in tribunale i residenti urbani e rurali durante centinaia di cause per il furto dei terreni in tutta la nazione.

Yaobang, ha dichiarato: «Spero che l’incidente di Wukan possa spingere la società a creare un sistema basato sulla democrazia e sullo stato di diritto. Spero che, quando altri problemi del genere si verificheranno in futuro, potremo usare lo stato di diritto e il negoziato».

Un recente incontro su “legge e ordine” convocato dalla Commissione Affari legali e politici del Pcc sembra andare verso l’approccio conciliatorio. Il segretario della Commissione e membro della Commissione permanente del Politburo, Zhou Yongkang, ha chiesto ai compagni nella polizia, negli uffici dei procuratori e nei tribunali di “coltivare uno sviluppo sociale stabile e armonioso. Dobbiamo prevenire con entusiasmo e risolvere le contraddizioni e le dispute per promuovere l’armonia sociale. Dobbiamo sostenere e applicare metodi innovativi nella gestione sociale, e migliorare il livello dei servizi pubblici”. Le frasi di Zhou si sono incastrate con una serie di istruzioni dati da altri membri del Politburo, che riguardano la promozione di “riconciliazioni su larga scala” per abbassare e diminuire l’impatto delle contraddizioni socio-politiche. Tuttavia, è importante notare che Zhou e gli altri membri dell’elite al governo non hanno abbandonato l’anti-

ca strategia e provata strategia del Partito riguardo la gestione del dissenso: passare da una tattica morbida a una più dura secondo le diverse circostanze. Durante l’incontro della Com-

missione, Zhou ha fatto riferimento alla necessità di tenere in funzione “vari tipi di operazioni pianificate e implementate, in modo da assicurare la stabilità e contrastare le emergen-

I conti dello Stato sono in una situazione allarmante: il governo sa che deve vendere terreni al miglior offerente per risanare gli sprechi fatti nel campo delle infrastrutture e dell’edilizia

In prima fila fra gli avvocati attivisti molestati dalla sicurezza di Stato ci sono Gao Zhisheng e Ni Yulan, noti in tutto il mondo. Lo scorso mese Gao è stato arrestato di nuovo con l’accusa di “aver incitato la sovversione al potere statale”. Nel 2006 è stato condannato a tre anni, che poi sono diventati cinque: un periodo durante il quale è stato sottoposto a strettissima sorveglianza e pestaggi occasionali da parte di ufficiali di polizia in borghese. La settimana scorsa, la Corte municipale di Pechino ha aperto un procedimento contro Ni, un’avvocata che si è spesso battuta a favore delle vittime di appropriazioni indebite di terreni. Ni, accusata di frode e di disturbo alla quiete civile, è stata costretta a entrare in tribunale in barella per le pesanti ferite causatele più volte dai pestaggi della polizia. Allo stesso tempo, l’Assemblea nazionale del popolo è andata avanti con la revisione del Codice di procedura penale. Uno dei cambiamenti prevede maggiori poteri per gli agenti di pubblica sicurezza, che potranno arrestare chiunque sia sospettato di mettere in pericolo la sicurezza statale all’interno di strutture segrete per periodi indefiniti. E senza il bisogno di informare le famiglie o i rappresentanti legali. E mentre i dirigenti nazionali e locali sembrano impegnati nel dibattito sui metodi migliori per gestire il dissenso, così come “gli incidenti sociali destabilizzanti”, il Consiglio di Stato ha fatto nuovi appelli per la protezione dei diritti dei contadini. Durante una conferenza sul lavoro rurale dello scorso dicembre, il premier Wen Jiabao ha chiesto ai dirigenti nazionali e regionali di fare il loro meglio per salvaguardare gli interessi economici e legali dei contadini. Secondo la Xinhua, Wen ha detto che «non si possono più sacrificare i diritti di proprietà delle terre dei contadini per ridurre i costi di urbanizzazione e industrializzazione. Dobbiamo aumentare in maniera significativa gli introiti dei contadini aumentando il valore delle terre». Wen ha anche aggiunto che i contadini non dovrebbero essere costretti a cedere i loro terreni, neanche se si spostano nelle città: «Nessuno ha il potere di elimi-

nare questi diritti». Infine, ha aggiunto che «si deve prestare attenzione anche all’espansione dei parametri di auto-governo da parte dei villaggi». Almeno in teoria, ci sono abbastanza limiti sui codici giuridici che proibiscono ai dirigenti comunisti e agli imprenditori di costringere i residenti rurali e urbani ad abbandonare le loro proprietà e terreni senza il pagamento di adeguate ricompense. Tuttavia, i terreni e le transizioni relative al loro passaggio rappresentano almeno la metà degli introiti delle amministrazioni regionali. Nel 2010, per esempio, i governi locali hanno indicato in 2,9mila miliardi di yuan 8circa 460 miliardi di dollari) il guadagno ottenuto dalla vendita dei terreni. Purtroppo, la maggior parte delle amministrazioni locali si trovano molto indebitate a causa di errati investimenti nelle infrastrutture e nella gestione delle proprietà collegate.

In special modo dopo l’esplosione della crisi finanziaria globale del 2008, i dirigenti comunisti si sono dimostrati ansiosi di lanciarsi in programmi di infrastrutture o similari in grado di creare lavoro, sia per aumentare l’occupazione che per mantenere alto il tasso del Prodotto interno lordo. Una soddisfacente crescita economica è infatti ritenuta indispensabile per le prospettive di promozione dei dirigenti comunisti, data l’importanza che ha il tasso del Pil nelle procedure di assestamento nel sistema comunista. A metà del 2011, l’Amministrazione statale per l’auditing ha stimato che i governi locali, insieme ai veicoli governativi di investimento per lo sviluppo urbano, hanno contratto debiti per un totale di 10,72mila miliardi di yuan. Le agenzie di credito occidentali ritengono invece che il dato si aggiri sui 14mila miliardi. Dato che i proventi dalla vendita di terreno sono il principale elemento con cui i governi locali pagano i loro debiti e gli stipendi dei funzionari pubblici, Pechino è pronta a chiudere un occhio sui contratti relativi alla proprietà. Alla luce dell’ansia con cui le autorità centrali sottolineano l’importanza della stabilità socio-politica, non è inoltre difficile per i dirigenti regionali giustificare l’impiego di polizia e agenti anti-sommossa per quietare le proteste, di qualunque natura esse siano. Nonostante la leadership comunista sia pronta a dare più forza allo stato di diritto – come ha sottolineato Hu Deping – e permettere agli avvocati attivisti di difendere i diritti di chi è vittima di esproprio delle terre e della corruzione ufficiale, le profonde contraddizioni sociali della Cina rimarranno. Nonostante un paio di casi in cui gli “incidenti di massa” vengono risolti in maniera almeno all’apparenza corretta e trasparente.


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Il volume ci restituisce quel dramma, evitando la retorica resistenziale e l’ideologia del tradimento di stampo filofascista

Una guerra a parte I soldati italiani nei Balcani dal 1940 al 1945 nel libro di Elena Aga Rossi e Maria Teresa Giusti di Gabriella Mecucci na guerra sconosciuta, con molti morti e centinaia di migliaia di deportati. E con racconti falsati dalle ideologie contrapposte. La faziosità ha preso spesso il posto della storia e perfino della pietà: l’occupazione italiana dei Balcani nel periodo 1940-1945, è stata anche tutto questo. Ha rappresentato prima uno scontro durissimo fra il nostro esercito e la resistenza locale: quella greca, quella albanese, quella jugoslava. E poi - dopo l’armistizio - la complicata e drammatica vicenda del conflitto con i tedeschi. Quella che è stata considerata sino agli anni più vicini a noi “una guerra

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se e, come già detto, ci fu una deportazione di dimensioni bibliche e la fucilazione di massa degli ufficiali, alcune - una minoranza ristretta - si schierarono col Reich. Una parte non inconsistente tentò la resistenza. Va innanzitutto riconosciuto - e il libro in questione lo mette bene in evidenza - che grave fu la responsabilità di Badoglio nel non informare i comandanti dei Balcani di ciò che stava per accadere. Quel silenzio è giustificato dal fatto che si cercava di tenere del tutto all’oscuro la Germania del prossimo armistizio. Ma quel segreto giustamente custodito con grande attenzione fu pagato dai nostri soldati e dai nostri ufficiali in

L’entità della tragedia non viene definita tanto dal numero dei morti, né da battaglie terribili come quella dell’Armir sul Don, ma piuttosto dalla quantità spaventosa di esecuzioni e deportazioni d’invasione fascista”, ha subito per questo una sorta di damnatio memoriae che solo di recente si è affievolita.

Elena Aga Rossi e Maria Teresa Giusti hanno ricostruito passo passo questa storia nelle settecento pagine di un libro esemplare per precisione e serietà storiografica. Si tratta di Una guerra a parte. I militari italiani nei Balcani 1940-1945, edito il Mulino. L’entità della tragedia non viene tanto definita dal numero dei morti (2526mila), né da battaglie terribili come quella dell’Armir sul Don, ma dalla quantità spaventosa di esecuzioni e di deportazioni: dopo l’armistizio, infatti, i tedeschi, su 650mila soldati italiani che si trovavano fra i Balcani e le isole greche, ne catturarono e inviarono nei campi di concentramento in Germania e in Polonia ben 430mila. L’8 settembre fu per la “guerra a parte” un momento di svolta terribile: uno sbandamento totale. Le nostre truppe erano state tenute completamente all’oscuro di ciò che si andava preparando, nel momento dell’armistizio quindi si trovarono praticamente in balia dei tedeschi. Senza ordini precisi. La maggioranza delle divisioni si arre-

modo pesantissimo. Sino all’ultimo minuto, dunque, i comandanti italiani non sospettarono nulla e quindi si trovarono completamente impreparati. Subito dopo essere informati, accadde però persino di peggio: ordini oscuri, ambigui e talora contraddittori. Aga Rossi e Giusti ricostruiscono grazie a una grande quantità di fonti primarie, spesso inedite, quei terribili momenti carichi di incertezze e di paura. Ed è questa la parte più nuova e interessante del loro lavoro. Gli ordini arrivarono frammentari e diversi fra zona e zona: tutti ebbero

istruzioni per evitare il bagno di sangue, ma ad alcuni venne chiesto di tenere la posizione di difesa per contrastare eventuali sbarchi Alleati, mentre ad altri - come nel caso dell’undicesima Armata del generale Vecchiarelli che si trovava in Grecia - si giunse a suggerire di “andare con i tedeschi”, in aperta violazione dei termini dell’armistizio. I generali e gli alti ufficiali italiani - e la contraddizione percorreva anche le truppe - avevano difficoltà a considerare i tedeschi, che fino al giorno prima erano stati alleati, nemici. Tutti speravano in un comportamento corretto della Wehrmacht, tanto che i più credettero alla promessa che questa fece di riportare le truppe italiane in Italia. Non fu così. I comandanti tedeschi tutti e senza eccezione alcuna usarono l’arma della blandizie e dell’inganno. Fu così che la maggioranza di quelli italiani accettò il disarmo e il successivo internamento delle proprie truppe in Germania. Non mancarono - vista la confusione degli ordini - tentennamenti e incertezze, ma ci fu anche chi decise di resistere. E questo senza alcun appoggio esterno e in situazioni spesso disperate. Aga Rossi e Giusti raccontano nel libro la vicenda più nota: quella dell’eccidio, perpetrato dai tedeschi, della divisione Acqui a Cefalonia e a Corfù. Negli anni Novanta questo un episodio è stato lungamente indagato, ma non mancò un tono agiografico e rimasero qua e là sfumature ideologiche. In questo

libro - sembra di poter dire viene data una versione che rifugge dalla retorica e tratteggia le figure del comandante, di alcuni ufficiali, dei loro rapporti con la resistenza greca e delle trattative coi tedeschi rifuggendo dalla retorica.

Come andò dunque secondo Elena Aga Rossi e Maria Teresa Giusti? La divisione aveva 11.500 unità - di cui 525 ufficiali - a Cefalonia, e circa 4.000 a Cefalù. Il comandante, generale Gandin fu informato dell’armistizio da una intercettazione della radio delle Nazione Unite. Il nove settembre arrivò dal generale dell’undicesima Armata Vecchiarelli l’ordine di consegnare le armi ai tedeschi, con i quali aveva raggiunto un accordo. Gandin si rifiutò di eseguire questa disposizione che giudicò subito “disonorevole”. La respinse sostenendo che era “parzialmente indecifrabile” . All’interno della divisione si era costituito un gruppo antitedesco di cui facevano parte alcuni importanti ufficiale del-

l’Artiglieria e della Marina. Fra i più attivi c’erano i capitani Amos Pampaloni e Renzo Apollonio, i cui nomi diventeranno in seguito molto famosi, oggetto di esaltazione o di feroci attacchi a seconda delle ideologie. I due, e probabilmente anche altri, erano in collegamento col partito comunista greco e con l’Elas. All’interno dell’Acqui convivevano due posizioni: quella di Gandin che sarebbe stato favorevole ad una resa onorevole, convinto come era che resistere ai tedeschi avrebbe comportato un bagno di sangue e quella della coppia Pampaloni-Apollonio che voleva rovesciare il fronte contro gli ex alleati e che aveva contati con la Resistenza greca. Sull’argomento ci fu una vera e propria consultazione delle truppe - comportamento del tutto inusuale - che si schierarono dalla parte degli ufficiali capeggiati da Apollonio. Il clima era surriscaldato da incidenti con i tedeschi e da scambi d’accuse: volarono anche parole grosse come tradimento. In queste pagine: soldati italiani durante la terribile battaglia dell’Armir sul Don; un disegno di Michelangelo Pace


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e di cronach

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Alla fine si arrivò allo scontro coi tedeschi, anche perchè - come spiegò Gandin - questi non ne vollero sapere di accettare la resa senza l’umiliazione della consegna delle armi. Le nostre truppe chiesero aiuti a Roma e agli alleati, ma vennero lasciate sole. Del resto era nientemeno che il generale Eisenhowaer ad essere contrario all’intervento nei Balcani. Fu così che il 21 settembre un bombardamento che “pareva un inferno”, seguito da un attacco concentrico tedesco, travolse i battaglioni italiani. La Wehrmacht infatti aveva l’appoggio dell’ aviazione, cosa che i nostri non ottennero. Il dettagliato studio di Aga Rossi e Giusti mette due punti fermi. Riconosce a Gandin ed ad Apollonio meriti e demeriti restituendo ad entrambi - al di là di possibili errori o incertezze dovuti ad una situazione drammatica - il beneficio della buonafede, chiudendo così una querelle ideologica durata s quasi settant’anni. È questo un primo merito, il secondo è quello di fornire le cifre vere delle

Dopo l’8 settembre, i tedeschi, su 650mila militari italiani che si trovavano fra i Balcani e le isole greche, ne catturarono e inviarono nei campi di concentramento in Germania e in Polonia ben 430mila perdite italiane a Cefalonia che in passato sono state notevolmente gonfiate. I morti non furono novemila, ma circa duemila. Fra questi più di 500 ufficiali fucilati. Ai duemila, vanno aggiunti i 1300 deportati, fatti salire su di una nave tedesca poi inabissata dal bombardamento alleato. Del voluminoso saggio di Elena Aga Rossi e di Maria Teresa Giusti la parte più nuova e importante è certamente quella che si riferisce al periodo 1943-1945. La ricerca però fornisce risposte meno innovative ma altrettanto interessanti anche su tutto il periodo dell’occupazione italiana dei Balcani. Per molti anni si è attribuito alle nostre truppe un comportamento profondamente diverso da quello dei tedeschi. Questa interpretazione ha fatto nasce-

re la mitologia degli “italiani brava gente” che sono stati di gran lunga migliori degli altri.

Aga Rossi e Giusti sostengono invece che la nostra occupazione in Jugoslavia come in Grecia e in Albania fu molto dura e fu accentuata dal fatto che che sul posto c’erano forze resistenziali molto agguerrite: basti pensare ai partigiani di Tito.Sia l’esercito italiano sia questi ultimi furono spietati. Al pari dei tedeschi anche gli italiani uccidevano i partigiani che trovavano in armi, incendiavano villaggi, deportavano i civili sospettati di connivenza. Sepolto, dunque, il mito degli “italiani brava gente”, il libro critica però anche la totale l’equiparazione fra il nostro comportamento e quello della Wehrmacht. La differenza non

stava per la verità tanto sul piano delle direttive, ma sulla loro attuazione. I soldati italiani infatti non erano propensi ad eseguire alla lettera le disposizioni più feroci. E probabilmente gli stessi comandi che le decidevano erano meno occhiuti dei tedeschi nel controllare la loro totale applicazione. È sicuramente vero che le nostre truppe, soprattutto in Grecia, stabilirono un rapporto con le popolazioni locali: erano disponibili ad aiutarle, entravano nelle loro case, mentre i tedeschi mantennero al contrario sempre un gelido distacco. Non brava gente, dunque, ma un po’ meno disumani. Una guerra a parte ci restituisce tutto intero il dramma che si consumò nei Balcani e nella Grecia nella seconda guerra mondiale evitando la retorica resistenziale e l’ideologia del tradimento di stampo filofascista. Nelle nostre truppe c’erano ovviamente ufficiali e soldati sia antifascisti che filotedeschi. Ma tutto sommato, queste erano due minoranze. La grande maggioranza cercò di evitare lo scontro finale coi tedeschi, che sarebbe peraltro stato un inutile bagno di sangue, visto che le nostre truppe erano state abbandonate a se stesse da parte di Roma e degli Alleati. I tedeschi, dal canto loro, si comportarono come peggio non si poteva: efficienti nella ferocia e nel dire menzogne. Della “guerra a parte”viene fornita una versione “scientifica”: finalmente finiscono silenzi, oscurità, grida e insulti. Archiviate le “tifoserie contrapposte” potrebbe diventare un pezzo di “storia condivisa” da tutti gli italiani. E l’eroismo che ci fu essere un patrimonio di tutti.

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ULTIMAPAGINA Un giornalista genovese naviga sulla sua «Gaia» proiettando pellicole italiane nei villaggi del Rio delle Amazzoni

In Brasile sbarca il Nuovo Cinema di Marco Ferrari l cinema italiano sbarca nei villaggi sul Rio delle Amazzoni. A portarcelo è un visionario ma concreto giornalista genovese, Oliviero Pluviano, 59 anni, 21 dei quali passati in Brasile, sino a poco tempo fa corrispondente dell’agenzia italiana Ansa da San Paolo. Come tutti i liguri, Pluviano ha la passione delle scoperte, dei viaggi e dell’avventura. Non si è dunque fatto scappare l’idea di copiare Fitzcarraldo, personaggio reso celebre dalla pellicola del 1982 di Werner Herzog. Solo che adesso Fitzcarraldo è un emigrato intellettuale nella terra di Lula che ha voluto riscrivere il copione del film a suo piacimento. Invece di portare la lirica, i baritoni e i tenori tra le tribù degli indios, il novello Fitzcarraldo ci sta portando il cinema, quello di finzione, il documentario, ma soprattutto La vita è bella di Roberto Benigni, capolavoro da Oscar. Pluviano ha i capelli e la barba bianca, assomiglia poco al monumentale Klaus Kinski che interpretò l’intrepido amante del bel canto. «Chi sogna può muovere le montagne» sosteneva il Fitzcarraldo di Herzog.

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«Non si vive solo di farina, di pesce, di buona salute, ma anche di cultura, fantasia, divertimento» replica il Fitzcarraldo di oggi, a spasso tra le tribù dell’Amazzonia con la sua barca bianca e linda chiamata “Gaia”. Se Klaus Kinski risalì davvero il Rio delle Amazzoni in un indimenticabile lavorazione cinematografica, durata quattro anni, fin dove “Dio non aveva concluso la creazione”, Oliviero Pluviano viaggia sulla stessa onda dell’utopia. Un cuore unico di passione sembra unire Fitzcarraldo e Pluviano, una spinta ancestrale che si basa sul desiderio di sfida ma anche su una vena di dissennatezza, in fondo la formula che rende tutti i nostri sogni magici. Ora Pluviano porta in giro sulle acque limacciose del fiume brasiliano la sua dichiarata passione per il cinema e la cultura che gli viene, appunto, dal mestiere di giornalista e da quello precedente di musicista col primo

Pluviano è stato sostenuto da due aziende italiane presenti nello Stato, Fiat e Magneti Marelli e dal protocollo d’intesa tra Roma e Brasilia per il partenariato culturale gruppo storico di Ornella Vanoni, in cui suonava le tastiere e i flauti dolci, prima di passare a fare il pianista sui transatlantici. Così ha tirato fuori dagli ormeggi una barca comprata sette anni fa, il “Gaia”, tipica imbarcazione a due piani del Rio delle Amazzoni utilizzata per il trasporto di materiali, animali, ma anche esseri umani ed è partito con un proiettore, un telone bianco e diverse bobine. «Il Gaia - spiega il giornalista - è diventata una nave-cinema, dalla “gaiola” che era, letteralmente gabbietta, per la forma caratteristica a due livelli. Io, che abito a San Paolo, la tengo ormeggiata a Santarém, la città più importante di questa parte dell’Amazzonia. Fino a una decina di anni fa a Santarém c’era un cinema, che poi ha chiuso. Ma nessuna delle popolazioni che

PARAÍSO ho incontrato nel mio viaggio nella giungla aveva mai visto un film proiettato sul grande schermo, men che meno un cinema. Certo, i telefoni cellulari sono arrivati anche laggiù, ma mai il cinema». Nell’Operazione Fitzcarraldo, Pluviano è stato sostenuto da due aziende italiane presenti in Brasile, Fiat e Magneti Marelli e dal protocollo d’intesa tra Italia e Brasilia per il partenariato culturale, così come il Fitzcarraldo di Herzog aveva convinto Claudia Cardinale, tenutaria di un bordello, a finanziare l’impresa. «Ho comprato tutto quello che serviva, compreso il generatore per la corrente elettrica e la rabeta (una caratteristica scialuppa col motore a poppa) a Manaos, che è porto franco. Dopo una navigazione di 33 ore su una nave di linea ho raggiunto Santarém e da lì è incominciato il viaggio vero e proprio”racconta Oliviero.“Ci sono tanti modi per aiutare insediamenti tribali che sembrano uscire da un altro secolo, io ho scelto il cinema. E a giudicare dal risultato del ‘Projeto Fitzcarraldo’ credo di aver fatto bene: gli indios si sono commossi guardando La Vita è bella di Benigni, un film che hanno trovato sconvolgente». Non sono però solo rose e fiori, ricorda Pluviano: «Le Organizzazioni umanitarie che operano sul territorio lamentano scarsità di fondi: la crisi europea qui ha effetti molto pesanti, anche perché è passato il messaggio sbagliato che il Brasile sia diventato un Paese ricco. Certo, rispetto a 20 anni fa, i consumi sono cresciuti, la qualità della vita migliorata, così come l’economia, ma la povertà è ancora molto radicata e diffusa in un Paese che ha oltre 200 milioni di abitanti ed è vasto come un continente». A Pluviano si è interessato il programma televisivo brasiliano

Fantastico, in onda la domenica, e così la notizia è rimbalzata ovunque. Gli inviati della trasmissione sono saliti a bordo della navecelluloide, hanno seguito l’arrivo in un villaggio e l’allestimento della sala cinematografica all’aperto. «Sono genovese - ha raccontato alla tv il giornalista italiano - e quindi il mare e le barche per me sono sempre presenti. Forse sarà per questo che fin da quando sono sbarcato in Brasile, molti anni fa, sono rimasto affascinato dalla potenza e la magia del Rio delle Amazzoni. L’idea è nata dall’intreccio della passione per il Brasile e per i film, non solo quelli italiani».

Ma Fitzcarraldo era un personaggio vero o un’invenzione di Herzog? L’avventura di Pluviano ha riportato alla luce la figura di Isaías Fermín Fitzcarrald, commerciante peruviano di ascendenze irlandesi, nato nel 1862 e morto nel 1897, il quale ha dato il nome a un istmo all’incrocio tra il Rio Ucayalì e i fiumi Madre de Dios e Beni in Perù. Esploratore romantico e trasognato, Fitzcarraldo era anche un melomane, un amante del bel canto e dell’opera. Arrivò al punto di far scalare ad una nave una collina di 500 metri di altezza per trasportare l’attrezzataura di un palcoscenico teatrale che voleva installare nella cittadina di Iquitos. Accusato di essere una spia del Cile durante la guerra del Pacifico, fu costretto ad accultarsi nella selva orientale peruviana, regione dove avviò la raccolta del caucciù. Per questo voleva costruire anche una ferrovia per unire Purus aa Ucayali. Partito nel 1894 riuscì in due mesi a far salire la nave “Contamana” su una collina per realizzare il suo sogno teatrale.


2012_01_19