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he di cronac

Chi non osa nulla, non speri in nulla Johann Friedrich von Schiller

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • VENERDÌ 23 DICEMBRE 2011

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Via libera definitivo alla manovra da palazzo Madama: 257 sì e 41 no. Ancora una volta, Lega e dipietristi uniti

«Forza partiti, più coraggio» Monti evoca la “cabina di regia”: «Mi sostenete più di quanto dite» «Ora siamo in Europa a testa alta, per cambiarla». Nel discorso al Senato, il premier annuncia l’inizio della “fase due” per rilanciare la crescita. E sul lavoro apre al dialogo con le parti sociali SCELTE STRATEGICHE

di Francesco Pacifico

Ha ragione il premier: perché vergognarsi di aver scelto la responsabilità?

manovra del governo Monti dal Senato (257 sì contro 41 no di Lega e dipietristi). «E adesso passiamo alla fase due», ha detto il premier, annunciando nuove misure per la liberalizzazione e un maggior dialogo sui temi del lavoro. E poi: «Adesso andiamo in Europa a testa alta per cambiarla» a pagina 2

di Errico Novi arebbe sbagliato attribuire a Monti intenzioni che non dichiara. Non si può fare a meno di notare però la moratoria sulle ipocrisie che con garbo il Professore chiede ai partiti. «Ci appoggiano più di quanto a volte dichiarino pubblicamente», dice pochi minuti prima del definitivo via libera alla manovra. Ricorda di fatto che se le forze di maggioranza ritengono utile continuare a diffondere perplessità su questa o quella misura, facciano pure. Ma almeno si sappia che poi, nella sostanza, quelle forze sono schierate con l’esecutivo. È un richiamo alla chiarezza.

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Una relazione del Premio Nobel alla Pontificia Accademia delle Scienze

ROMA. Via libera definitivo alla

Forte discorso del Papa sulle “ragioni etiche” della crisi

«Oggi nessuno vuole fare sacrifici»

Il Dna lo prova: la vita sulla Terra ha un solo padre

«Manca la forza motivante per indurre singoli e grandi gruppi sociali ad accettare scelte difficili» Vincenzo Faccioli Pintozzi • pagina 4

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Dura requisitoria di Draghi sui rischi globali

di Carlo Rubbia

«La finanza ci ha impoverito» «I mercati hanno paura, la situazione è peggiorata: la crisi ormai ha aggredito l’economia reale»

a pagina 3

Riccardo Paradisi • pagina 6

Fra i cambiamenti “necessari” anche l’elezione diretta dei governatori

Medvedev si sfila da Putin Alla Duma ammette i brogli e invoca riforme politiche di Antonio Picasso a Russia ha bisogno di democrazia, non di caos». Questo l’esordio dell’atteso discorso alla nazione che Dimitri Medvedev ha tenuto ieri alla Duma, rinnovata dopo il voto del 4 dicembre. Si è trattato dell’ultimo intervento di Medvedev come presidente e in vista delle elezioni che, a marzo prossimo, decideranno quale sarà il futuro inquilino del Cremlino. L’attuale Capo dello Stato, come è noto, non parteciperà alla corsa elettorale. Al suo posto, il partito di Russia unita ha candidato Putin, oggi primo ministro, ex presidente e dato già per vincitore fra 3 mesi. Parole che vanno interpretate come un colpo al cerchio e uno alla botte. a pagina 10

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I QUADERNI)

• ANNO XVI •

NUMERO

248 •

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no dei risultati più importanti della conoscenza scientifica è l’evidenza dell’esistenza di un inizio dello spazio e del tempo. Né spazio né tempo avevano un significato precedente a questo momento, avvenuto circa 13,4 miliardi di anni fa. Nulla esisteva prima di esso. La creazione dell’Universo tutto intero e nella sua integrità avvenne in un brevissimo istante, in un tempo incredibilmente breve. A partire da una struttura inizialmente informe, materia ed energia crearono successivamente complesse ed immense strutture, galassie, stelle, pianeti e molti altri oggetti straordinari, in una progressiva evoluzione, al fine di arrivare alla vita ed a tutta la straordinaria ricchezza dell’universo di oggi. La scienza moderna non può quindi non riconoscere la straordinariamente precisa ed obbiettiva osservazione sperimentale di una creazione iniziale dell’universo. L’uomo di scienza non può non associare queste osservazioni alla lettura dei primi versi della Genesi, delle Origini del Mondo e dell’Umanità, in cui si dice, ancorché con spirito poetico, ma incredibilmente preciso,“Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu”. Al momento del big-bang la luce emessa sotto forma di onde elettromagnetiche, liberata dalla materia appena da essa separata, riempì lo spazio cosmico, viaggiando inalterata fino ai giorni nostri. Essa è oggi ancora direttamente osservabile sotto forma di onde radio, la loro frequenza enormemente dilatata dalla successiva espansione dell’universo. segue a pagina 8

• CHIUSO

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IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


Da Palazzo Madama, 257 sì e 41 no al programma economico del governo. La Lega e i dipietristi uniti ancora una volta

L’Italia a testa alta

«Siamo in Europa per cambiarla», dice il premier dopo il via libera della manovra. «La fase due è iniziata. Ora tocca alle privatizzazioni» di Francesco Pacifico

ROMA. «Sono un tecnico, ma non per questo sono privo di occhio e di sensibilità politica». Mario Monti incassa a Palazzo Madama un ampio consenso sulla sua manovra (257 voti a favore contro 41) da 35,9 miliardi di euro, ma approfittando del clima ancora favorevole richiama al senso di responsabilità Popolo della libertà e Partito democratico, i due principali azionisti del governo.

Da tecnico con occhi e sensibilità politica, l’ex rettore della Bocconi comprende le difficoltà dei leader di fronte a un intervento sui conti tanto pensante e che manda in pensione i lavoratori con sei anni in più di contributi, tassa le auto e gli yacht di lusso e impone l’uso di bancomat e carta di credito anche per le transazioni sopra i mille euro. Infatti ringrazia quelle forze «non cadute in cedimenti verso la popolarità». Eppure dopo la carota ecco il bastone. In diretta tv scandisce: «I cittadini non sanno che l’appoggio a questo governo è molto più grande di quanto i partiti tessi dichiarino». Al premier non sono piaciuti né le prese di distanza di leader di partito sulle misure più impopolari (Berlusconi che vota «la manovra perché è il male minore» o i diktat di Bersani su pensioni e articolo 18) né i meriti che Pdl e Pd si sono attri-

Il consiglio dell’ex ministro Tiziano Treu: «È un sistema meno costoso di quello danese»

E sul lavoro Elsa Fornero guarda al modello tedesco ROMA. Di bozze di riforme non c’è ne traccia perché non ce ne sono. E manca persino il gruppo di esperti che in via Molise dovrebbe riscrivere il sistema di tutele per superare le dicotomie tra dipendenti e autonomi. Eppure la riforma del lavoro annunciata dal ministro Elsa Fornero continua a spaccare i partiti al loro interno e creare non poche tensioni.

Se n’è accordo molto bene il premier Monti, che continua a inviare ramoscelli d’ulivo verso in direzione di Cgil, Cisl e Uil. Prima la promessa di archiviare la modifica dell’articolo 18, quindi ieri, durante la sua replica in Senato, ecco garantire che «nel lavoro enorme che resta da fare per la crescita, ci muoveremo assieme alle forze sociali. Perché, a differenza di quanto abbiamo dovuto fare con pensioni e fiscalità soltanto con l’appoggio dei sindacati si può intervenire sul mercato del lavoro o sugli ammortizzatori sociali». Parole che finiscono per indebolire Elsa Fornero, la quale deve trattare la materia con molta circospezione, tanto da non aver ancora concluso l’assegnazione delle deleghe tra i suoi sottosegretari. Ieri mattina a margine del voto sulla manovra in Senato l’ex responsabile del Lavoro,Tiziano Treu, raccontava che «dai colloqui avuti con il ministro Fornero, mi sono reso conto che ha ben chiaro quello che deve fare». Secondo l’i-

deatore della prima legge sul precariato, «conoscendola, non credo voglia avventurarsi in costose riforme sul modello danese, ma guarda al sistema tedesco. Quello con una cassa integrazione che non dura sette anni come da noi, assegni di disoccupazione collegati a politiche di outplacement e un sussidio per facilitare l’ingresso nel mondo del lavoro dei più giovani che soltanto qualcuno in malafede ha voluto confondere con il reddito minimo di cittadinanza». Per Treu le priorità sono «l’ingresso del mondo del lavoro dei più giovani, la riconversione dei lavoratori in mobilità sopra i 50 anni e un nuovo sistema di ammortizzatori sociali che riscriva il livello di tutele». Tematiche sulle quali il partito democratico potrebbe evitare le spaccature evidenziate in maniera fragorosa sulla riforma dell’articolo 18.

Anche nel Pdl non mancano i difensori dell’economista torinese. Girando nel Transatlantico molti hanno sentito l’ex ministro Maurizio Sacconi spiegare che «stanno attribuendo alla Fornero tutto e il contrario di tutto». Nel centrodestra, da sempre contrario all’introduzione del reddito di cittadinanza, si fa notare anche che sia un’invenzione giornalistica la presunta rivalità tra i giuslavoristi Piero Ichino e Tito Boeri per conquistarsi il ruolo di consigliere privilegiato del ministro. (f.p.)

buiti sulle modifiche alla finanziaria. Tanto che il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini ricorda ai colleghi che «la maggioranza c’è e le differenze vanno compatibilizzate». Non gradisce il Pdl. Osvaldo Napoli, infatti, sbotta: «il presidente del Consiglio Mario Monti, e lo dico con assoluta serenità e senza polemica, sbaglia gettare ombre e a rappresentare le forze politiche come soggetti che parlano con lingua biforcuta, che dicono una cosa in privato per contraddirla poi in pubblico». Ma ieri di ombre Monti ne ha gettate tante su via dell’Umiltà e sul Nazareno. Intanto ha ricordato a chi in queste settimane ha brigato per cambiargli la Finanziaria che «è un po’ velleitario dire che la politica europea deve cambiare» senza prima non intervenire sui conti e senza ammettere che si «sono chiesti sacrifici a cittadini moto inferiori rispetto a quelli che avremmo dovuto sopportare senza questa manovra». Perché soltanto seguendo questa strada, l’Italia torna a essere quella «grande nazione industriale senza il piombo finanziario che mina il nostro futuro». Ancora meno vanno giù al professore i richiami sullo sviluppo. Infatti, invece di annunciare l’agenda dei prossimi mesi, rende ancora più politico il suo discorso al Senato e rivendica «che la fase due è già iniziata con la fase uno», ricorda le ri-


prima pagina

23 dicembre 2011 • pagina 3

Perché vergognarsi della responsabilità? Ecco cosa significa la battuta del premier: «I partiti mi sostengono più di quanto dicono» di Errico Novi arebbe sbagliato attribuire a Monti intenzioni che non dichiara o parole che non pronuncia. Non si può fare a meno di notare però la moratoria sulle ipocrisie che con garbo il Professore chiede ai partiti. «Ci appoggiano più di quanto a volte dichiarino pubblicamente», dice nell’aula del Senato, pochi minuti prima del definitivo via libera alla manovra. Ricorda di fatto che se le forze di maggioranza ritengono utile continuare a diffondere espressioni di sussiegosa perplessità, su questa o quella misura, facciano pure. Ma almeno si sappia che poi, nella sostanza e nelle scelte di fondo, quelle forze sono schierate con l’esecutivo. È un garbatissimo richiamo alla chiarezza. È appunto un doveroso squarcio nel velo dell’ipocrisia a cui i partiti della maggioranza tuttora ricorrono. È come se il premier dicesse: siamo seri, basta con i distinguo echeggiati per tranquillizzare i rispettivi fan, usciamo dal gioco delle parti e mettiamoci a lavorare insieme.

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che stiano dietro le quinte a consentire le iniziative del governo. Si deve passare dal sostegno al Monti-taumaturgo che “salva l’Italia” dal default a una piccola ma intensa stagione di riforme. Con le forze di maggioranza che diventano protagoniste. In altre parole si deve anche dare una nuova forma al miracolo pure straordinario della collaborazione tra schieramenti: non più un semplice armistizio che liberi la strada al nuovo esecutivo ma nuove proposte da costruire insieme. A questo pare che il Pdl e il Pd soprattutto non si senta-

si assume l’onere di una sorta di rieducazione del sistema politico. Da “tecnico”prestato a un alto ufficio.

Certo è che la sua distanza dal mondo della politica e della sua rissosa inconcludenza gli è di aiuto, in questa dialettica con i partiti. Così come è vero che proprio dalla capacità dei partiti di valorizzare questa particolarissima occasione dipende il futuro della politica italiana. La sua maturazione verso modi più europei di concepire il confronto. Servono sforzi e buona volontà. A parte il Terzo polo che tutto questo ha promosso con determinazione, va riconosciuto che è stato Berlusconi ad avere l’atteggiamento più costruttivo, nelle ultime ore. L’idea della cabina di regia va proprio nella direzione chiesta da Monti: collaborazione sistematica e sgombra da ipocrisie. L’ex presidente del Consiglio fa la proposta giusta. Istituire un metodo di confronto preliminare e costante depura il rapporto tra maggioranza e governo proprio della doppia morale evocata in aula da Monti. È purtroppo vero d’altronde che Bersani si trova nella situazione più scomoda. È lui a scontare il prezzo più alto per la posizione assunta dai sindacati. È sul suo partito che fatalmente ricadono le conseguenze dell’impennata antagonista inscenata in questi giorni dai confederali. Non si tratta di scavare alla ricerca di alibi, perché con quelli comunque sia si resta fermi. Però è giusto rinnovare

Anche i sindacati dovrebbero riuscire a lavorare con spirito diverso: in questo momento il peso della situazione dovrebbe ricadere davvero su tutti

Non è un caso che l’implicito invito arrivi proprio nel giorno che suggella il primo intervento del nuovo esecutivo. Con l’approvazione della manovra finisce la prima fase assolutamente emergenziale di questo nuovo percorso e diventa urgente aprirne una nuova. Fatta di rigore, sacrifici, chirurgia contabile ma anche di iniziativa politica. E qui i partiti servono in prima linea, non basta più sorse alle imprese attraverso i tagli all’Irap sui nuovi assunti e il meccanismo dell’Ace per ricapitalizzare le Pmi. Parole che forse non serviranno a frenare il sottile gioco di distinguo dei partiti, che si è ripetuto anche ieri a Palazzo Madama. Maurizio Gasparri, per esempio, sottolinea che «voteremo la fiducia perché siamo seri, leali e coerenti» mentre il collega di partito, Domenico Nania, ammetteva: «Questo è un governo che subisco ma non gradisco, anche se mi rendo conto che è legittimo. Ma definirlo un governo democratico mi sembra esagerato». Ma gli stessi toni esasperati richieggiano anche nel Pd. L’ex candidato alla segreteria Ignazio Marino dice nel suo intervento che «dal governo servono chiarimenti perché nella

no ancora pronte. Lo suggerisce il diniego di Bersani all’istituzione di una cabina di regia con cui pre-concordare i provvedimenti. Come se non si volesse andare fino in fondo. Come se il governo di impegno nazionale, condiviso con gli avversari, vada pur sempre vissuto con una forte riserva. Certo, è difficile passare dalla contrapposizione violenta degli ultimi diciassette anni alla collaborazione attiva. Ma rinunciarvi equivale a vanificare buona parte dei sacrifici chiesti agli italiani. Senza un accenno almeno di riforme strutturali pensate per la crescita, i tagli serviranno a poco. Esauriranno i loro effetti nel giro non di un anno, ma di qualche mese. A volerla mettere in modo brutale, verrebbe da dire che Monti

manovra vi sono misure oggettivamente non contraddistinte dall’equità auspicabile. Sul tema delle liberalizzazioni abbiamo assistito ad una retromarcia incomprensibile su tutta la linea». Parole che, a margine della seduta, avrebbero lo stesso Mario Monti a tranquillizzare il cardiochirurgo sia sulle liberalizzazioni sia sul tema de-

che trasuda insoddisfazione. Ma non ci sono alternative. Credo che il presidente Monti risenta di questo atteggiamento, anche perché qualcuno sembra dimenticare che sta lavorando per salvare l’Italia. E se non ci riesce perdiamo tutti». Gli fa eco dall’Udc Rocco Buttiglione: «Sostenere il governo Monti e votare la fiducia alla

anche ai sindacati l’invito a lavorare con spirito diverso. Non c’è da rieducare alcuno, per carità. Ma la gravità e il peso della situazione dovrebbero ricadere su tutti.

Lo chiede, seppure nella chiave universalista che gli è propria, persino il Papa. «Si è persa la vocazione al sacrificio, senza la quale reagire alle difficoltà dell’oggi è impossibile». In effetti è proprio un’atmosfera, quella ancora manca. Collaborazione, disponibilità a cedere qualcosa (ancora parole di Benedetto XVI). Nel concreto, per i sindacati ad esempio, vuol dire ragionare e non aggredire, discutere e proporre, ma senza ideologizzare i discorsi. Non ce lo possiamo permettere. Non è più tempo. E oltretutto va notato che proprio l’incapacità di fare rinunce nel tempo di crisi è divenuta il meccanismo che ha impedito di introdurre un po’ di liberalizzazioni nella manovra. Ci sono ancora le corporazioni, la pervicace difesa delle rendite, e non solo da parte dei sindacati. Tutto fuori tempo. Sarebbe rischioso credere che basta Monti a riportare la nave sulla linea di galleggiamento. Se anzi l’occasione di “salvare l’Italia”, evidentemente offerta dalla nascita di questo governo, venisse sprecata negli egoismi, essa si trasformerebbe in un drammatico naufragio.

sto esecutivo», nel Pdl, invece è il parlamentare Giuliano Cazzola a cantare fuori dal coro. L’economista si augura che «il governo dei tecnici sia anche il mallevadore di una nuova fase politica, che passi dall’attuale regime di convergenze parallele a una maggioranza di fatto». Cazzola guada già per il futuro a «un nuovo sistema politico,

«Non impicchiamoci nelle terminologie. C’è da contabilizzare le differenze: questo è un compito di Monti ma anche, se me lo concedete, del Terzo Polo», ha detto Casini commentando il discorso del premier gli ospedali psichiatrici giudiziari. Non a caso nota, dal Terzo polo, il leader dell’Api Francesco Rutelli: «Pd e Pdl sono obbligati a sostenere questo esecutivo. A differenza di quello del Terzo Polo è un sostegno imperfetto,

manovra economica vuol dire assumersi responsabilità difficili, persino dolorose, ma necessarie per salvare il futuro del nostro Paese». E se dal Pd Enrico Morando chiede ai suoi compagni di partito «di appoggiare di più que-

che rinnovi l’alleanze del passato di centrosinistra, ma stavolta su perni come il Pdl, il Pd e il Terzo Polo, tenendo fuori la Lega, l’estrema sinistra e l’Idv. Il tutto ovviamente, attraverso un processo forgiato da un nuovo sistema elettorale».

Di conseguenza, l’ex rettore chiede un maggiore impegno a Pdl e Pd, con il risultato che non è certamente l’opposizione di Lega e dipietristi (gli unici ieri a votare contro la manovra) a impensierirlo. E poco importa che anche ieri il Carroccio non abbia lesinato insulti a quello che ormai sdegnosamente chiama il ragioniere.

«Ora si mette anche a fare il professore di politica e lo fa in modo saccente e arrogante», ringhia Roberto Calderoli. «Ci prende anche in giro: ci impedisce di discutere dieci emendamenti e poi ci dice che non facciamo proposte», rincara la dosa Roberto Castelli. «Per pagare tutte le tasse che avete fatto, che deve fare un disoccupato? Andare a rubare. Eppoi per voi», chiosa Federico Bricolo.


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l’approfondimento

Il pontefice sottolinea l’esperienza dell’universalità della Chiesa: «Fare del bene semplicemente perché è bello»

La manovra morale

All’Europa «manca la forza motivante per indurre singoli e grandi gruppi sociali ad accettare i sacrifici». Alla Curia romana, Benedetto XVI fa gli auguri di Natale guardando al mondo: «Dobbiamo ripartire dai valori fondamentali» di Vincenzo Faccioli Pintozzi n Europa e nei suoi abitanti «manca la forza motivante per indurre singoli e grandi gruppi sociali ad accettare i sacrifici» necessari per uscire dalla crisi. È il succo della prima parte del discorso pronunciato ieri da Benedetto XVI alla Curia romana in occasione degli auguri per le festività natalizie. L’incontro per lo scambio degli auguri di Natale con la Curia romana è la tradizionale occasione in cui il Papa traccia una sorta di bilancio della vita della Chiesa nell’anno che si avvia a conclusione.

I

Anche ieri il pontefice si è tenuto su questa linea e ha evidenziato gli avvenimenti più importanti del 2011 nella prospettiva della «grande tematica di quest’anno come anche degli anni futuri: come annunciare oggi il Vangelo». Una nuova esperienza dell’universalità della Chiesa, fare del bene «semplicemente perché fare il bene è bello», adorare Dio per la «certezza dell’amore corpo-

reo di Dio, riconoscere che abbiamo continuamente bisogno di perdono e che perdono significa responsabilità», avere la gioia che viene dalla certezza di essere voluto.

Sono queste, secondo Benedetto XVI, le caratteristiche della Giornata mondiale della gioventù, esempio di “nuova evangelizzazione vissuta”, strumento di quella lotta contro la “crisi della fede” che è l’obiettivo della Chiesa dei nostri giorni. Così, la “crisi economica e finanziaria”che l’Europa si trova a vivere alla fine di quest’anno «in ultima analisi, si fonda sulla crisi etica che minaccia il Vecchio Continente. Anche se valori come la solidarietà, l’impegno per gli altri, la responsabilità per i poveri e i sofferenti sono in gran parte indiscussi, manca spesso la forza motivante, capace di indurre il singolo e i grandi gruppi sociali a rinunce e sacrifici. La conoscenza e la volontà non vanno necessariamente di pari passo». «Per-

ciò, da questa crisi emergono domande molto fondamentali: dove è la luce che possa illuminare la nostra conoscenza non soltanto di idee generali, ma di imperativi concreti? Dove è la forza che solleva in alto la nostra volontà? Sono domande alle quali il nostro annuncio del Vangelo, la nuova evangelizzazione, deve rispondere, affinché il messaggio diventi avvenimento, l’annuncio diventi vita». «Con preoccupazione, non soltanto fedeli credenti, ma an-

«Il nocciolo della crisi della Chiesa da noi è la crisi della fede»

che estranei osservano come le persone che vanno regolarmente in chiesa diventino sempre più anziane e il loro numero diminuisca continuamente; come ci sia una stagnazione nelle vocazioni al sacerdozio; come crescano scetticismo e incredulità. Che cosa, dunque, dobbiamo fare? Esistono infinite discussioni sul da farsi perché si abbia un’inversione di tendenza. Certamente occorre fare tante cose. Ma il fare da solo non risolve il problema. Il

nocciolo della crisi della Chiesa in Europa – come ho detto a Friburgo – è la crisi della fede. Se ad essa non troviamo una risposta, se la fede non riprende vitalità, diventando una profonda convinzione ed una forza reale grazie all’incontro con Gesù Cristo, tutte le altre riforme rimarranno inefficaci».

In questo senso, per il Papa, «l’incontro in Africa con la gioiosa passione per la fede è stato un grande incoraggiamento. Lì non si percepiva alcun cenno di quella stanchezza della fede, tra noi così diffusa, niente di quel tedio dell’essere cristiani da noi sempre nuovamente percepibile. Con tutti i problemi, tutte le sofferenze e pene che certamente proprio in Africa vi sono, si sperimentava tuttavia sempre la gioia di essere cristiani, l’essere sostenuti dalla felicità interiore di conoscere Cristo e di appartenere alla sua Chiesa. Da questa gioia nascono anche le energie per servire Cristo nelle situa-


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Il sociologo della Sapienza commenta la scarsa propensione degli italiani all’austerity

«Il problema è che gli onesti sentono di essere penalizzati»

Domenico De Masi: «Siamo assuefatti a una vita al di sopra della nostre possibilità. La crisi ci costringe a guardarci allo specchio» di Francesco Lo Dico

ROMA. La crisi finanziaria che stiamo attraversando «in ultima analisi si fonda sulla crisi etica che minaccia il Vecchio Continente», ha detto Benedetto XVI nel discorso di fine d’anno alla Curia Romana. Ma ciò che più colpisce nel discorso del pontefice, è il giudizio sull’Europa di oggi, dove «manca spesso la forza motivante, capace di indurre il singolo e i grandi gruppi sociali a rinunce e sacrifici». Una riflessione che si insinua come un coltello nella piaga italiana, dove la crisi e i duri provvedimenti per mettere in sicurezza il Paese, stanno creando forte agitazione nell’opinione pubblica. Perché gli italiani, che dal Dopoguerra in poi sono diventati cultori della materia, e al sistema del debito hanno sempre contrapposto quello del risparmio, oggi sembrano renitenti all’idea di ulteriori rinunce? «Il motivo è semplice», spiega Domenico De Masi, professore di Sociologia delle professioni all’università La Sapienza di Roma. «Gli onesti sono stanchi di essere penalizzati», dice. E aggiunge che «tuttavia sono proprio loro la chiave per ricostruire un sistema più giusto. Se non trovano il coraggio e l’impegno di denunciare chi froda, di non essere complici involontari di chi ruba, la dimensione etica che soggiace all’idea di contributo, non può essere recuperata». Professore, si possono chiedere sacrifici ai cittadini per riparare ai guasti provocati dal mondo della finanza, che per definizione manca di qualunque etica e anzi esige di non averne? Non è il primo caso della storia in cui una classe dirigente che è mancata di etica, la invoca poi dai cittadini per riparare a politiche fraudolente. Lo spirito degli indignados, ivi compresi quelli italiani, è indicativo di un diffuso malcontento che soltanto i giovani hanno il coraggio di esprimere con tanto vigore. Non vogliono pagare gli errori commessi dai loro padri, né farsi carico di un debito che non hanno contratto, e che dipende in buona parte da astruse dinamiche finanziarie. Un sentimento che ribolle nell’animo della maggior parte degli italiani. In particolare di quelli onesti. L’Italia non ha mai lesinato spirito di sacrificio. E sul risparmio ha costruito la sua ricchezza. Perché tutto è cambiato di colpo?

Il senso del sacrificio appartiene ancora ai padri italiani, molto meno ai giovani. La tradizione del risparmio e dei piccoli passi è trascolorata anche da noi nella cultura del debito, del consumo a credito. La crescita dopata ha creato generazioni abituate a vivere al di sopra delle loro possibilità, in cui la cultura del sacrificio non ha più residenza. Difficile accettare gli appelli all’austerity, in un progetto di so-

«Punire l’evasore è necessario, ma non sufficiente. Gli italiani corretti smettano di coprire i furbetti» cietà che è stato improntato sulla frenesia del consumo. È proprio questo il nodo della questione. In un contesto di sovraproduzione, la crisi ha generato un sottoconsumo che prima era rimasto mascherato da iniezioni finanziarie.Tuttavia questa è la possibilità di tornare a fondamentali tradizionali. L’idea di una decrescita se-

rena, dove spendere meno non significa necessariamente vivere peggio, può essere per il cittadino anche un’opportunità di sfuggire a un circolo vizioso. In Italia ciascuno vive con 34mila dollari pro capite, mentre un cinese e un indiano ne hanno disposizione soltanto 2700 e 1500 ciascuno. L’imponente crescita dei Paesi emergenti, che un tempo hanno fatto le nostre fortune, impone a tutto l’Occidente una rivisitazione degli standard di vita. Basta questo, perché gli italiani trovino le ragioni per sacrificarsi? Quelli richiesti all’Italia non sono sacrifici volontari, di quelli che mettono in mostra i più buoni e i più generosi. Si tratta di sacrifici inevitabili da fare in fretta e furia a danno degli onesti. Ma lo spirito di sacrificio deve venire anche dall’esempio. La classe politica non ne dà da tempo. Ci spieghi meglio. Gli italiani sono passati da De Gasperi e Mussolini, che erano poveri in canna e non hanno mai tratto vantaggi personali dalla politica, a Silvio Berlusconi: un uomo che guadagna 15mila volte di più di un suo dipendente Mediaset. Come ripristinare la dimensione etica, la giustizia che rende accettabile l’idea di sacrificio? Siamo il Paese europeo che vanta il record di evasione fiscale. E specie negli ultimi anni le diseguaglianze sono aumentate in modo esponenziale. L’idea di punire chi aggira il fisco è necessaria, prioritaria ma non sufficiente. Perché la vera partita della giustizia sociale, si gioca soprattutto nel campo degli onesti. In che senso? Gli italiani onesti sono a loro modo manchevoli, e si rendono spesso complici dei disonesti. Se anche la persona più corretta è spesso disposta a non denunciare frodi e brogli, a non richiedere lo scontrino e magari ad accettare compromessi, continuerà ad imparare la mancanza di civismo. Non basta chiedere una dimensione etica alla politica e alla finanza. Occorre anche che gli onesti la agiscano tutti i giorni. Senza l’autodifesa degli onesti, non può esserci sacrificio che possa trovare accoglienza.

zioni opprimenti di sofferenza umana, per mettersi a sua disposizione, senza ripiegarsi sul proprio benessere. Incontrare questa fede pronta al sacrificio, e proprio in ciò gioiosa, è una grande medicina contro la stanchezza dell’essere cristiani che sperimentiamo in Europa». «Una medicina contro la stanchezza del credere è stata anche la magnifica esperienza della Giornata mondiale della gioventù a Madrid. È stata una nuova evangelizzazione vissuta. Sempre più chiaramente si delinea nelle Giornate Mondiali della Gioventù un modo nuovo, ringiovanito, dell’essere cristiani» che Benedetto XVI ha “caratterizzato”in cinque punti.

Fra questi, quello più importante – e che li caratterizza tutti – è «una nuova esperienza della cattolicità, dell’universalità della Chiesa. È questo che ha colpito in modo molto immediato i giovani e tutti i presenti: proveniamo da tutti i continenti, e, pur non essendoci mai visti prima, ci conosciamo. Parliamo lingue diverse e abbiamo differenti abitudini di vita, differenti forme culturali, e tuttavia ci troviamo subito uniti insieme come una grande famiglia. Separazione e diversità esteriori sono relativizzate. Siamo tutti toccati dall’unico Signore Gesù Cristo, nel quale si è manifestato a noi il vero essere dell’uomo e, insieme, il Volto stesso di Dio. Le nostre preghiere sono le stesse. In virtù dello stesso incontro interiore con Gesù Cristo abbiamo ricevuto nel nostro intimo la stessa formazione della ragione, della volontà e del cuore. E, infine, la comune liturgia costituisce una sorta di patria del cuore e ci unisce in una grande famiglia. Il fatto che tutti gli esseri umani sono fratelli e sorelle è qui non soltanto un’idea, ma diventa una reale esperienza comune che crea gioia. E così abbiamo compreso anche in modo molto concreto che, nonostante tutte le fatiche e le oscurità, è bello appartenere alla Chiesa universale che il Signore ci ha donato». Un pensiero anche per l’incontro interreligioso di Assisi: «Porterebbe troppo lontano parlare adesso in modo dettagliato anche dell’incontro di Assisi, così come meriterebbe l’importanza dell’avvenimento. Ringraziamo semplicemente Dio perché noi – rappresentanti delle religioni del mondo e anche rappresentanti del pensiero in ricerca della verità – abbiamo potuto incontrarci quel giorno in un clima di amicizia e di rispetto reciproco, nell’amore per la verità e nella comune responsabilità per la pace. Possiamo quindi sperare che da questo incontro sia nata una nuova disponibilità a servire la pace, la riconciliazione e la giustizia». Quello che serve per ripartire.


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economia

Francoforte analizza i rapporti sempre più tesi tra mercati in fibrillazione e debiti sovrani

«La finanza ha reso il mondo più povero» Duro allarme di Draghi al vertice europeo per la prevenzione: «La situazione è peggiorata. La crisi tocca l’economia reale» di Riccardo Paradisi entosedici miliardi di euro alle banche italiane, oltre un quarto dei 489 iniettati da Francoforte nell’asta straordinaria di mercoledì. Una boccata d’ossigeno che metterà al riparo dal rischio di fallimento 523 istituti di credito europei che, di fatto, acquisiscono denaro all’uno per cento emettendo titoli di Stato che rendono sei volte tanto.

C

Un provvedimento salva banche con cui gli istituti decideranno probabilmente di finanziare i propri debiti, guadagnandoci il 3,5% invece che usare per finanziare le imprese e facilitare il credito. Si tratta della più importante iniezione di liquidità nel sistema bancario da quando l’euro è divenuta la valuta comune. Eppure non sembra che l’operazione stia dando grandi frutti anzi. Il board europeo per i rischi sistemici (Esrb), organismo presieduto dal presidente della Bce Mario Draghi, sottolinea che il quadro economico generale è peggiorato, con il mercato dei titoli di stato europei che resta debole e una crescente dipendenza dalle azioni delle banche centrali. Non solo: le crescenti tensioni sui mercati finanziari stanno raggiungendo l’economia reale. «La situazione generale è

«Le banche non devono raggiungere i nuovi livelli di capitalizzazione indicati dall’Eba riducendo il credito a imprese e famiglie» peggiorata – è l’analisi dell’Esrb che parla di “allarme rosso”- a causa dell’intensificazione dei legami negativi tra i rischi sovrani e l’incertezza sulla resistenza del sistema finanziario e del deterioramento delle prospettive di crescita». Dunque? La prima misura per superare l’emergenza secondo il vicepresidente del Parlamento europeo Gianni Pittella è il ruolo della Bce, e la prima cosa da fare è iniettare liquidità nei mercati. «In parte Draghi lo sta già facendo – ammette Pittella- bisognerebbe incoraggiarlo meno timidamente da parte dei governi utilizzando il fondo salva stati come vettore per acquistare i bond spazzatura». La priorità poi è il rilancio della crescita che si fa con le liberalizzazioni ma anche con un piano di investimenti pubblico europeo. «Per finanziare un piano ambizioso c’è bisogno di soldi che si pos-

sono ottenere in due modi: con gli eurobond e con la tassa sulle transazioni finanziarie. Non ci sono altri modi per fare cassa in Europa». Anche per l’Esrb occorre implementare le decisioni del vertice Ue e ricapitalizzare le banche anche tagliando stipendi e con l’implementazione rapida e accurata delle misure concordate in occasione dei summit europei del 26 ottobre e dell’8-9 dicembre 2001. «Un’esecuzione affidabile e ben coordinata delle decisioni è un prerequisito perché le altre misure possano avere successo». Anche il governatore della banca di Inghilterra Mervyn King insiste sulla necessità di aumentare la capacità di resistenza del settore finanziario: «In questo contesto una stretta implementazione dei criteri stabilità dall’Eba per evitare un deleveraging eccessivo o disordinato potrebbe sostenere il mercato del credito e la fornitura di servizi finanziari all’economia reale». Le banche, ha precisato King, non devono raggiungere i nuovi livelli di capitalizzazione indicati dall’Eba riducendo il credito a imprese e famiglie, «ma attraverso aumenti di capitale e anche riducendo gli stipendi, soprattutto sotto forma di bonus». Sta di fatto che come si diceva dopo l’operazione ella Bce la reazione dei mercati è stata sostanzialmente debole, mentre lo spread dei Btp sui Bund è sempre inchiodato poco sotto quota 500. È vero che a fine seduta di ieri s’è registrata una lieve accelerazione delle Borse in Europa, dato che ha portato gli operatori a soppesare con maggiore fiducia il maxi rifinanziamento a favore delle banche operato dalla Bce. Se non altro si è attenuata la paure che circondavano il comparto bancario, che oggi è tra quelli più rialzisti. Parigi ha chiuso al più 1,36 per cento, Francoforte al più 1,05 per cento, Londra con un più 1,25 per cento. A Milano il Ftse-Mib ha siglato gli scambi al più 1,40 per cento.

Resta invece una certa tensione sul settore dei titoli di Stato, dopo che ieri si sono ridimensionate le ipotesi sulla possibilità che le banche usino le liquidità extra della Bce per fare acquisti in questo segmento. La questione si fa sentire anche sui Btp dell’Italia che nella scadenza decennale vedono i rendimenti risalire al 6,92 per cento in serata, con il differenziale o spread rispetto ai Bund che risale a 4,97 punti percentuali. In questo modo i rendi-

menti lordi si sono riavvicinati alla soglia allarmistica del 7 per cento e lo spread a quella dei 500 punti base (o 5 punti percentuali pieni). I motivi di questa reazione timida? Stanno proprio nei punti sollevati dall’analisi dell’Esrb. Anzi tutto il rifinanziamento non è stato finalizzato ad alcun obiettivo preciso: né cioè per garantire credito alle imprese, né per facilitare l’acquisto di titoli di stato nazionali. In questo emerge il limite della Bce che

ROMA. Il giorno dopo il maxi-prestito della Bce e l’adesione record, ora che le acque si sono calmate, appare necessario provare a riflettere sugli effetti di questo provvedimento unico nel suo genere. Destinato, probabilmente, a divenire pietra miliare nella storia dell’economia europea un po’ come fu il New Deal di Roosevelt. Solo che, per il momento, nessuno ha la certezza che la gigantesca emissione di denaro in direzione delle banche (489 miliardi di euro) sia davvero la medicina più efficace per risollevare le sorti di un’Europa ormai agonizzante. Perché i punti su cui la critica si divide sono molti, e meritano ciascuno un approfondimento specifico, portando sia le ragioni degli ottimisti che dei “catastrofisti”. Il primo timore è che il sistema bancario continentale sia allo sbando, sotto molti punti di vista. È vero per molti (troppi?) che la sottoscrizione di 500 miliardi di euro di prestito da parte di 523 istituti di credito europei sia la prova provata dell’imminente default del sistema bancario continentale. Tant’è vero che i mercati, da sempre estremamente attenti alle questioni del vecchio continente, hanno guardato con malcelato scetticismo alle mosse di Francoforte. Né va dimenticato che gli analisti di Bloomberg, interpellati martedì, avevano quantificato in circa 300 miliardi le possibili richieste di danaro da parte delle banche. Un dato allarmante? Sì, almeno a voler vedere il bicchiere mezzo

vuoto. Se invece lo si considera nella sua metà piena, si può apprezzare, ad esempio, la dichiarazione di Roberto Nicastro, direttore generale di Unicredit, che ha sottolineato come il provvedimento della Bce vada salutato con favore “senza se e senza ma”. L’alto dirigente di Piazza Cordusio ha dichiarato su La Stampa di ieri che «in questo momento la cosa importante è ripristinare le condizioni di liquidità per il tessuto produttivo, dando supporto alle imprese e alle famiglie». Una decisione che, se davvero attuata, andrebbe salutata con entusiasmo. Va inoltre aggiunto, relativamente alle banche italiane, che pur essendo state oggetto di particolari attenzioni da parte dell’Eba, che le ha additate come quelle con maggiori necessità di ricapitalizzazione, esse sono più solide di quanto non sembri. E questo proprio per quella difficoltà di accesso al credito – sia per le aziende che per le famiglie – che ha però impedito di finire nel vortice in cui si sono ritrovati i paesi anglosassoni. Ancora a proposito delle banche italiane, non va dimenticato che le tre principali – Unicredit, Intesa, Mps – hanno quotato al mercato obbligazionario nuovi strumenti finanziari quantificati in circa 30 miliardi complessivi che verranno portati a Francoforte come garanzia per successivi prestiti. Che, di conseguenza, non potranno che essere superiori alla cifra in obbligazioni. Da notare anche come le “tre sorelle”


economia

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Qui accanto, la Borsa di Francoforte e, sotto, il presidente della Bce Mario Draghi. Nel corso del vertice del comitato europeo per la prevenzione dei rischi sistemici, Draghi ha lanciato l’allarme: «La situazione globale sta peggiorando perché la crisi finanziaria ormai ha intaccato l’economia reale»

Attesa per le mosse di Unicredit, Intesa e Mps: insieme hanno il 75% dei fondi europei

489 miliardi di crediti? È quello che tutti chiedono alle banche italiane. Che nicchiano di Marco Scotti abbiano sottoscritto il 75% dell’intera richiesta italiana (pari a circa 40 miliardi). Non basta: se Draghi ripete nel proprio discorso più e più volte che le banche fino ad ora non hanno fatto la loro parte, preoccupandosi prima di tutto di “non prenderle” (come si dice in gergo calcistico), si profila una doppia interpretazione.

Gli europeisti più convinti sosterranno che il monito del presidente della Bce è giusto e doveroso, perché il sistema creditizio gioca un ruolo fondamentale nello scacchiere economico di una nazione; altri invece, più devoti al sacro dogma del libero mercato, vedranno nelle parole del numero uno dell’Eurotower un tentativo di commissariare le banche che sta diventando un’abitudine da parte degli organismi continentali: è successo quest’estate con l’Italia e la lettera dell’Ue, sta succedendo adesso. Forse è eccessivo gridare alla longa manus, ma è evidente che c’è un tentativo, sia sul piano politico che su quello economico, di serrare le fila nell’estremo tentativo di salvare l’Europa. Per farlo si è scelto il metodo più duro e impositivo, quello del – per dirla con il politologo George Lakoff – genitore severo.

Che detta regole stringenti e che limita la libertà d’azione. Non va poi dimenticato che tra gli analisti si è guardato con grande preoccupazione all’emissione di questo maxiprestito per due motivi: intanto, perché è l’ennesima dimostrazione di una confusione a livello politico che impedisce di comprendere esattamente quali siano i ruoli delle singole istituzioni e a chi ci si debba rivolgere per dirimere le questioni più urgenti (Ue? Bce? Efsf?); poi, perché il fatto che i prestiti siano stati fatti singolarmente ai 523 istituti di credito non fa che accrescere la preoccupazione in chi guarda con orrore alla parcellizzazione dell’economia europea. In un momento in cui l’unica logica che sembra ancora funzionare è quella del “too big to fail” (troppo grande per fallire) forse sarebbe stato più oculato concedere analoghe quantità di denaro ai singoli stati, che poi a loro volta avrebbero provveduto – tramite le banche – a erogare i soldi in formule creditizie per famiglie e aziende.

E tutti avrebbero avuto i loro benefici. Scegliendo invece di premiare il singolo istituto, concedendogli la somma richiesta, si impedisce al sistema-paese e, di conse-

guenza, all’Europa tutta, di iniziare a pensare “in grande” e “da grande”. E il tempo per farlo inizia davvero a scarseggiare. Infine, la domanda che risuona da più parti riguarda il futuro prossimo. Che sarà in recessione per Eurolandia. Allora, per quale motivo si è scelto di offrire un prestito illimitato a tassi estremamente vantaggiosi alle banche, mentre si è deciso di chiedere drammatici tagli alla Grecia – 150mila dipendenti pubblici licenziati entro il 2015, introduzione di una tassa sulla prima casa pari a circa 20 euro al mq – prima di sottoscrivere ulteriori aiuti? O, tornando in Italia, perché si è preteso che si puntasse sul pareggio di bilancio (misura di per se stessa recessiva perché taglia le spese), chiedendone addirittura la costituzionalizzazione, senza prevedere la riduzione dell’enorme stock di debito? Sono domande destinate, almeno per ora, a restare senza risposta. Ma che lasciano estremamente preoccupati in vista di un 2012 che si preannuncia più difficile che mai. E non solo per la profezia Maya.

non può imporre vincoli alle banche né orientare la loro linea economica. Ben altra cosa, si fa notare da parte di alcuni analisti, dal denaro facile erogato dalla Federal reserve americana. Che agisce in accordo con il Tesoro e la Casa Bianca, che garantisce il dollaro, e che, come dopo il crac Lehman Brothers, inondò di liquidità il sistema bancario obbligandolo però a fusioni per evitare altri default, ed a destinare i fidi a tasso zero alle industrie e alle famiglie». Ma c’è anche il fatto che i criteri restrittivi imposti dall’Eba, European banking authority sanciscono che per paesi come l’Italia detenere o acquistare Btp è un fattore di rischio che richiede una adeguata ricapitalizzazione. Per qualcuno come l’inglese Telegraph Mario Draghi peggio di un sanguinario dittatore? Il quotidiano pubblica sulla sua homepage un editoriale di fuoco dal tito-

Per finanziare un piano ambizioso c’è bisogno di soldi che si possono ottenere con gli eurobond e con la tassa sulle transazioni finanziarie lo eloquente: «Mario Draghi: più pericoloso di Kim Jong-Il». L’articolo, a firma del commentatore politico Daniel Knowles, non risparmia gli attacchi al presidente della Banca Centrale Europea: «Un dittatore non eletto può anche essere morto, ma un altro è ancora molto vivo (...). Sostanzialmente Draghi non deve rendere conto a nessuno, ma, come il fu Kim Jong-il, ha l’enorme potere di rendere le nostre vite difficili. Come? Rifiutandosi di fare qualcosa». Secondo Knowles, la colpa di Draghi è rifiutarsi di riconoscere la gravità della crisi europea, mentre «sembra pensare che questo casino si risolverà da solo se i Paesi mediterranei faranno le riforme abbastanza in fretta».

Dall ’Ital ia in ve ce continuano gli appelli alla Germania. «La Germania si deve svegliare dice il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini – noi stiamo dimostrando di essere essere studenti intelligenti ma se intelligente non lo è anche il professore, se non capisce che si sta aprendo una fase nuova nell’Unione Europea, qualsiasi provvedimento preso a livello nazionale sarà inutile». Dopo l’immissione di liquidità della Bce, Casini si è però augurato che ora il sistema del credito italiano, cheè stato più virtuoso di altri, torni ad erogare credito. «Quello che serve alle imprese italiane. È inaccettabile peraltro che lo Stato si riservi di non pagare il dovuto quando chiede ai cittadini di pagare le tasse».


il paginone

pagina 8 • 23 dicembre 2011

La relazione del Premio Nobel per la Fisica a un convegno organizzato dalla Ponteficia

La vita sulla Terra Più la scienza cerca, più trova indizi di un’unica Creazione a opera di un’entità superiore. Lo dimostra l’elica del Dna di Carlo Rubbia traordinariamente uniforme in tutte le direzioni, essa permette di ricostruire all’indietro l’immagine tracciata in partenza e “vedere”l’immagine iniziale dell’universo al momento della creazione. Scopriamo allora che era una piccolissima e intensissima sfera straordinariamente uniforme, ma con vibrazioni coerenti dovute al moto dell’ordine di alcune parti per diecimila. Lo studio di queste vibrazioni ha un’importanza straordinaria per determinare il valore della massa dell’universo – o meglio un suo parametro dimensionale chiamato Ω° – è un parametro essenziale per determinare la forza gravitazionale attrattiva che lo lega. Qualora Ω° «1, l’attrazione gravitazionale sarebbe insufficiente e l’universo procederebbe verso una graduale espansione a volumi progressivamente sempre maggiori, perdendosi gradualmente nel cosmo. Se invece Ω° »1, e cioè un universo di grande massa, il legame dovuto alla gravitazione sarebbe sufficientemente forte per rovesciare un giorno l’espansione, raggiunto un valore massimo, sotto l’azione della molla dell’attrazione gravitazionale: l’espansione diverrebbe compressione, e marciando all’indietro, il cosmo si restringerebbe fino a raggiungere all’indietro, di ritorno, il“big-bang”, creando quello che si identifica come il “big-crunch”. In realtà

S

anelli di collisione tra fasci di altissima energia, il più grande di essi arrivando a ben 27 chilometri di circonferenza (il CERN di Ginevra) è possibile ripetere nel laboratorio le fasi iniziali dell’evoluzione della materia cosmica, con la creazione nel laboratorio di tutta una serie di straordinari fenomeni che ci permettono di esplorare le condizioni dell’Universo fino a qualche miliardesimo di secondo dopo il big-bang. Anche a questi incredibili istanti, la creazione iniziale era già un fatto compiuto. L’uomo di scienza non può non sentirsi umile, commosso ed affascinato di fronte a questo immenso atto creativo, così perfetto e così immenso e generato nella sua integralità a tempi così brevi dall’inizio dello spazio e del tempo.

Vanno ricordate le fasi successive di questa immensa trasformazione a partire dalla creazione fino al giorno d’oggi. L’universo si è evoluto in maniera unitaria e coerente, come se fosse un unico tutto. Ricordiamo a questo proposito le parole della Genesi, dove si dice: «Dio pose le costellazioni nel firmamento del cielo per illuminare la terra e per regolare giorno e notte e per separare la luce dalle tenebre. E Dio vide che era cosa buona». Un altro successivo immenso evento fu la creazione della vita, l’immensa piramide degli organismi uni-cellulari fino all’uomo, basata sulla presenza del DNA, che permette le due funzioni fondamentali della materia

Se la vita fosse iniziata da diversi ceppi indipendenti ci si aspetterebbe di trovare oggi cellule dotate di ambedue le chiralità, levo-giro e destro-giro. Ma non è mai stato così abbiamo appreso che il futuro non ci riserva né l’uno né l’altro. Con alta precisione, oggi vediamo che il cosmo è straordinariamente unico, caratterizzato dal valore Ω° =1. La natura dell’universo non è dunque casuale, essa è il risultato di un evento unico e straordinario, possibile solamente per questo valore. Riguardando indietro nel tempo, le osservazioni astronomiche della luce prodotta possono raggiungere tempi fino a dell’ordine di 300’000 anni dopo il big bang. A tempi più brevi materia e radiazione (luce) non sono ancora sufficientemente distinte. Tuttavia grazie all’estrema uniformità dell’universo di allora è possibile simulare oggi nel laboratorio densità di energia ben più grandi e studiare anche i tempi cosmici anteriori a tale data. Grazie a potentissimi

cosiddetta “vivente”e cioè (1) la capacità a riprodursi e (2) l’evoluzione della specie, attraverso mutazioni. La base di questa separazione non è del tutto evidente. Ad esempio un cristallo si può moltiplicare in tanti altri cristalli, ma non evolve; i prioni, la causa del morbo della mucca folle, sono proteine ma non posseggono il DNA. Esistono circa da uno a dieci miliardi di galassie visibili ai nostri telescopi, ciascuna con da 10^10 a 10^12 stelle. Una stima approssimativa del numero totale di stelle si avvicina all’incredibile numero di un 7 seguito da ventitrè zeri, circa pari al numero di atomi in una grammo-molecola. La scoperta di una eventuale vita extra-terrestre, con tutte le somiglianze e le diversità rispetto alla nostra, avrebbe delle conseguenze enormi per il pensiero umano, dal-

la scienza, all’etica, e alla religione e sarebbe la più incredibile rivoluzione per il genere umano. Una delle più importanti conquiste della scienza moderna è quella che le leggi della fisica e conseguentemente il comportamento della materia sono invarianti nello spazio e nel tempo. Esse sono dimostrabilmente le stesse a miliardi di anni luce da noi e miliardi di anni fa.

Ciò è facilmente comprensibile se si pensa che oggi sappiamo che le leggi fondamentali della fisica sono state per così dire inscritte nelle proprietà “geometriche”dello spazio, ancorché vuoto e quindi prescindono dalla materia fisica in esso eventualmente contenuta. La materia che costituisce l’Universo quindi esprime per così dire il suo “libero arbitrio”, all’interno di strette regole definite apriori, che preesistono alla sua creazione e successiva evoluzione. In particolare le forze che reggono il comportamento e l’evoluzione della materia sono universali nel tempo e nello spazio. Lo sono egualmente le proprietà della materia.Ad esempio un protone prodotto nel big-bang, circa 15 miliardi di anni orsono, è esattamente indistinguibile da un protone“fresco”prodotto artificialmente come avviene oggi, ad esempio, al CERN con un acceleratore di particelle. Le righe di emissione luminosa di una stella infinitamente lontana, una volta corrette per gli effetti dovuti alle velocità relative, appaiono assolutamente identiche a quelle prodotte dal Sole o in laboratorio, ecc. L’invarianza di principio delle leggi fisiche fondamentali che reggono le forze, implica quindi l’invarianza nello spazio e nel tempo della chimica e della biologia. Qualora si realizzassero altrove condizioni strettamente analoghe a quelle che furono sulla Terra all’inizio della vita, sussisterebbe quindi una probabilità per uno sviluppo analogo altrove? Evidentemente oggi possiamo parlare solo di probabilità di un tale straordinario


il paginone Accademia delle Scienze: «Infinite possibilità nell’universo, ma noi siamo unici»

ha un solo Padre

evento. Quale è questa probabilità, da confrontarsi con il numero estremamente grande di pianeti candidati presumibilmente presenti intorno a quasi tutte le stelle presenti nel cosmo? Va tuttavia sfatata un’impressione, e cioè il fatto che essendo senza dubbio la Terra solamente un pianeta su tanti possibili in cui condizioni idonee per la vita si sono realizzate, la probabilità di un tale evento sia necessariamente elevata: in realtà questo ragionamento non è valido. Anche se questo fosse un fenomeno unico nell’universo, per definizione esso è avvenuto sulla nostra terra: noi siamo “la vita”e quindi il fatto che si realizzi su terra non ci dice nulla sulla probabilità che essa sia sviluppata anche altrove. Bisogna tuttavia osservare che il nostro sistema solare ha circa 4,5 miliardi di anni e che la prima forma di vita si sviluppò su terra circa 2 miliardi di anni fa, quasi immediatamente non appena le condizioni fisiche divennero accattabili. Per circa 1 miliardo di anni la Terra fu coperta da micro-organismi che, a partire dal CO2, crearono l’ossigeno, inesistente nella formazione planetaria iniziale e premessa necessaria per le forme più avanzate di vita, che incominciarono ad acquisire impulso a partire da circa 1 miliardo di anni orsono. Si noti quindi che l’osservazione di un pianeta lontano con un’atmosfera ricca di ossigeno, rivelabile a partire da misure spettrali della luce riemessa dall’atmosfera del pianeta sarebbe un enorme progresso, come premessa alla ricerca di vita extra-terrestre. La presenza di ossigeno è anche deducibile dalla presenza di ozono, il ben noto prodotto nella parte superiore dell’atmosfera dalla radiazione ultravioletta. Purtroppo l’osservazione di tali pianeti è oggi generalmente indiretta e limitata ad un centinaio di casi specifici, dedotta a partire dalle piccole perturbazioni nel movimento del loro Sole, che, per la sua forte luminosità, rende difficile l’osservazione otti-

ca diretta del pianeta vicino. Telescopi con una maggiore risoluzione e in corso di realizzazione permetteranno di risolvere questo problema.

Al fine di elucidare scientificamente il meccanismo dell’inizio della vita su terra, va ricordato che, grazie al numero enorme di minutissime particelle di polvere che pervadono lo spazio, da miliardi di an-

Le domande che si pongono a questo punto sono almeno due: come, e quanto probabile sia l’inizio della vita su un dato pianeta con le condizioni ambientali adeguate. Sul come: ho già menzionato che le leggi della chimica e della biologia sono preesistenti al processo evolutivo della materia e sono universalmente ed eguali nello spazio e nel tempo. Quindi apriori, sotto l’azione del caso, è perfettamente concepibile che si costruisca pian piano, come del resto comprovato per gli elementi più semplici, da qualche parte nelle immensità dell’Universo anche la struttura chimica della prima cellula vivente.Va ricordato che nelle sue forme più elementari, tuttavia capaci di riprodursi, la vita abbisogna di un numero relativamente limitato, da alcune decine ad alcune centinaia di migliaia di atomi.Va inoltre ricordato che grazie alla presenza della forte affinità chimica, questo non è puramente una roulette, in quanto elementi più complessi (proteine) sono costruibili a partire da componenti, da “mattoni”più semplici, già pre-costituiti. Stime qualitative in cui si tiene conto da una parte della frequenza di collisioni nelle polveri galattiche e dall’altra della complessità dell’oggetto da realizzare, ci danno una probabile accettabile per un tale evento in tempi cosmici. In altre parole, essa sembra un’ipotesi dotata di buon senso, e francamente difficile da scartare. Sul quanto sovente: il numero di cellule viventi oggi su terra, dotate individualmente di Dna è straordinariamente elevato, un 5 seguito da ben 30 zeri. Il DNA è caratterizzato, essendo una spirale, da due alter-

Durante i due miliardi di anni durante i quali un inizio della vita è stato possibile su terra c’è stata una sola partenza, a meno che (improbabile) ulteriori ceppi non siano stati eliminati ni è in funzione un laboratorio assolutamente gigantesco per la creazione di prodotti organici di partenza.Tali minutissimi grani di polvere, di dimensioni micrometriche, sono sede di continue collisioni con varie molecole, gassose e non, con la conseguente formazione, casuale e per urti ripetuti, di oggetti chimici più complessi. Sono così visibili nella nostra galassia importanti quantità di prodotti organici. Guardando con radio-telescopi segnali provenienti dallo spazio lontano, si osservano sovrapposti a tale spettro, altrimenti continuo, rimarchevoli righe di assorbimento dovuto alla presenza di un’enorme numero di composti chimici organici tra i più complessi. Si è anche dimostrato che tali granelli di polvere e più generalmente delle micro-meteoriti potrebbero facilmente rientrare senza troppo danno attraverso l’atmosfera della terra, nonostante il forte attrito e il loro conseguente riscaldamento. Resi coscienti dell’immensità dell’officina chimica in funzione nello spazio, non è sorprendente che il mondo scientifico, nella sua stragrande maggioranza, sia dell’opinione che lo spazio cosmico è stato cruciale nella formazione iniziale della vita. In altre parole, questa sembra un’ipotesi dotata di buon senso, e francamente, difficile da scartare.

native, analoghe a quella di una vite, e cioè rotante in senso destro-giro o levo-giro, corrispondente a opposte“chiralità”. Le leggi della chimica e della biologia sono invarianti rispetto alla trasformazione speculare destra-sinistra, che cambia la chiralità.Tuttavia, il DNA nella riproduzione conserva la chiralità: quindi ad esempio una cellula con il DNA destro-giro si riprodurrà solamente in cellule con DNA destro-giri. Tutto il DNA oggi conosciuto su terra, è esclusivamente destro-giro. Ma secondo quanto sopra, anche un ipotetico DNA levo-giro sarebbe perfettamente funzionante, e quindi, se generato, capace di riprodursi. Evidentemente se tutta la vita su terra fosse iniziata a partire da un singolo DNA, la scelta destro-giro o levogiro farebbe parte del caso e quindi non ci sarebbe problema.

Se invece la vita fosse iniziata da diversi ceppi indipendenti, nel caso che fosse avvenuta molte volte e indipendentemente, ci si aspetterebbe di trovare oggi cellule dotate di ambedue le chiralità, il che evidentemente non è il caso. Questo rimarchevole identità di tutti i DNA deporrebbe in favore di un unico “padre” dell’insieme della vita su terra e della conseguente relativa rarità dell’evento, in quanto, duran-

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te due miliardi di anni durante i quali un inizio della vita è stato possibile su terra, c’è stata apparentemente una sola “partenza”, a meno che ulteriori “ceppi” non siano stati totalmente eliminati dall’evoluzione biologica più avanzata del primo ceppo – peraltro difficile a credere. In ogni caso l’evoluzione della specie – a partire dal primo organismo unicellulare alle complessità della vita che ne è seguita – è certamente l’elemento più determinante nelle forme specifiche di vita oggi su terra. Tale straordinaria evoluzione è stata a sua volta fortemente influenzata dalle condizioni specifiche al nostro pianeta. Ad esempio le transizioni tra grandi periodi geologici, caratterizzati da forme profondamente diverse di vita, come ad esempio il Giurassico, il Cambiano ecc. sembrano essere state determinate da eventi catastrofici e dalle immense estinzioni delle specie prodotte. La fine dei dinosauri e il passaggio ai mammiferi fu un passo evolutivo importante, per cui fu determinante il cambiamento climatico, probabilmente conseguente all’impatto di una meteorite sulla penisola dello Yucatan e del conseguente temporaneo periodo di oscurità e di freddo durato alcuni anni con conseguente estinzione delle specie meno preparate a subire questo straordinario shock climatico, che apparentemente eliminò tutte le specie di dimensioni più grandi di alcuni centimetri e specialmente quelle al momento più evolute e quindi più fragili.

È quindi evidente che su di un altro ipotetico pianeta, pur assumendo una simile “partenza”probabilistica, è completamente improbabile che la forma di vita risultante sia, per così dire, la copia-carbone di quella su terra. Tutto ciò depone a favore a due fatti importanti: che l’evoluzione della vita segue una linea precisa a partire molto probabilmente da un unico e singolo fatto iniziale, il primo DNA da cui è conseguita tutta l’evoluzione, motivata da tutta una serie di eventi esterni fa sì che essa abbia una grandissima specificità che rende probabilmente unica la vita su terra, come noi la intendiamo. Oggi sappiamo che l’uomo rappresenta uno degli ultimi anelli della vita. Ciononostante la struttura dettagliata del DNA umano è solo leggermente diversa da quella degli altri esseri viventi. È questa una differenza morfologicamente piccola in sé, ma enormemente diversa per quanto riguarda le sue conseguenze. L’uomo è quindi strutturalmente fondamentalmente diverso dalle altre specie animali conosciute. Ha caratteristiche che lo contraddistinguono profondamente e in maniera unica. Vorrei sognare e spero che la scienza nei prossimi decessi porterà risposte concrete a questa fondamentale esigenza di sapere se la vita esiste in altre forme anche in qualche angolo del nostro immenso universo. Personalmente io spero che la risposta sarà positiva, e che esista qualcosa al di là delle colonne di Ercole del cosmo, ancorché profondamente diversa dalla nostra. Ma la scoperta di una eventuale vita extra-terrestre, con tutte le somiglianze e diversità rispetto alla nostra, arricchiranno ancora di più l’unicità dell’uomo in tutti i suoi aspetti e ci aiuteranno a meglio percepire e apprezzare gli immensi patrimoni di umanità e di saggezza che abbiamo ricevuto e di cui dobbiamo fare il più prezioso utilizzo, così ben ricordato in quella meravigliosa immagine dell’uomo con il dito puntato verso il Creatore nel fantastico affresco di Michelangelo nella Cappella Sistina.


mondo

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Il Cremlino risponde alle proteste: «Abbiamo bisogno di democrazia, non di caos». Mossa salva Putin o il suo contrario?

La svolta di Medvedev Il presidente apre alla riforma del sistema politico, ma non vuole più cortei di Antonio Picasso

a Russia ha bisogno di democrazia, non di caos». Questo l’esordio dell’atteso discorso alla nazione che Dimitri Medvedev ha tenuto ieri alla Duma, rinnovata dopo il voto del 4 dicembre. Si è trattato dell’ultimo intervento di Medvedev come presidente e in vista delle elezioni che, a marzo prossimo, decideranno quale sarà il futuro inquilino del Cremlino. L’attuale Capo dello Stato, come è noto, non parteciperà alla corsa elettorale. Al suo posto, il partito di Russia unita ha candidato Vladimir Putin, oggi primo ministro, ex presidente e dato già per vincitore fra tre mesi. Le parole di Medevedev sono apparse come un colpo al cerchio, in favore dell’opposizione, e uno alla botte, a sostegno di Putin. In questi quattro anni del suo mandato, si è detto spesso di un tandem improprio in cui a pedalare con più lena sarebbe stato il premier. Medevedev avrebbe svolto il ruolo di gregario per un Putin parcheggiato alla guida dell’esecutivo e in attesa di tornare alla presidenza. Questa interpretazione della distribuzione dei poteri a Mosca è vera solo in parte. Madevedev, spesso, si è dimostrato sufficientemente

«L

autonomo rispetto a quel che avrebbe dovuto essere l’effettivo manovratore della cosa pubblica. Peraltro, il risultato elettorale dell’inizio del mese dimostra come questo teorema non sia stato del tutto ben accolto dall’opinione pubblica nazionale. Il sensibile calo di gradimento di Russia nuova, oltre il 10% in meno rispetto alle elezioni precedenti, fa capire che il Paese sarebbe lieto di essere governato da un regime meno autoritario e più democratico.

Questo Medevedev l’ha intuito e l’ha confermato ieri. Putin, forse, è meno in linea con la strada delle riforme. Tant’è che sue sono le responsabilità degli arresti e delle censure alle manifestazioni avvenute in queste ultime settimane, con cui molti oppositori hanno voluto denunciare i comunque avvenuti brogli elettorali. Il presidente ha capito che, per restare al potere, Russia unita deve concedere qualcosa. In particolare una riforma politica inaspettatamente concreta. Medevedev ha fatto esplicito riferimento all’inserimento del sistema proporzionale nei 225 distretti elettorali della Duma. Si è detto favorevole alla semplificazione dell’i-

ter per la registrazione dei partiti, «che dovranno essere presenti in non meno di metà del Paese». Ha auspicato un intervento a livello federale per il decentramento di poteri, anche finanziari, e un allargamento della rappresentanza dei partiti nelle commissioni elettorali centrali e regionali. Quanto alle firme necessarie per le presidenziali, ha suggerito di portarle da due milioni a centomila per i partiti extraparlamentari e a trecentomila per le auto candidature. «Il fatto che la società cambi e che i cittadini esprimano la loro posizione in modo sempre più attivo, presentando richieste legittime al potere, è sintomo di maturazione della nostra democrazia». Suona strano ascoltare un ragionamento di tale portata dal leader di un sistema istituzionale che si credeva arroccato su posizioni simil dittatoriali. Certo non siamo alla svolta piena. Tanto più che, tra quattro mesi, con Putin, tutti i buoni propositi potrebbero crollare. Del resto già Medvedev ha messo le mani avanti. Ha ricordato che, a giudizio del Cremlino, un passo eventuale dopo la democrazia potrebbe essere il caos. E comunque le potenziali aperture escludereb-

bero «interferenze dall’esterno e manipolazioni».

Con le prime è palese il riferimento agli Usa. Washington vorrebbe avere a che fare con una Russia più spavalda in materia di libertà personali, disarmo, eccetera. Velocità e tempi, tuttavia, sono variabili dissociate tra Cremlino e Casa Bianca. E questo la presidenza Obama ha dimostrato spesso di non percepirlo. Per quanto riguarda le manipolazioni, ci riserviamo il diritto di non comprendere a chi Medevdev facesse riferimento. Visto che è il suo partito a essere sotto osservazione per aver probabilmente bluffato alle elezioni. Stavolta però, il leader russo merita più apprezzamenti che altro. Positiva è la proposta

Aleksey Navalny, appena rilasciato dopo 15 giorni di galera, invita tutti i cittadini in piazza sabato 24. Ci sarà anche Gorbaciov

La star dei blogger rilancia la sfida al premier I

l tam tam su internet che prima delle legislative ha ribattezzato il putiniano Russia Unita «il partito dei ladri e degli imbroglioni» ora viene rilanciato in vista della manifestazione di sabato e soprattutto delle presidenziali. «Alle elezioni per la Duma chiedevo di votare contro il partito degli impostori e dei ladri. Ora chiedo di votare contro il primo degli impostori e dei ladri, il mio appello è votare per qualsiasi altro candidato» eccetto Putin, ha detto Aleksey Navalny, il blogger numero uno della madre Russia, dopo essere stato rilasciato ieri dalle autorità.

di Luisa Arezzo

Davanti a decine di giornalisti, che lo attendevano fuori dalla prigione assieme a un gruppo di fedelissimi, il blogger anti-Putin,

mo ispiratore delle manifestazioni di piazza ha subito messo in chiaro che non intende candidarsi al Cremlino per le presi-

Alto, occhi azzurri, avvocato e risoluto, il cyber dissidente ha soltanto 36 anni e per molti è il personaggio politico più interessante di Mosca tornato in libertà dopo 15 giorni di galera per aver partecipato alle proteste seguite al voto per il rinnovo della Duma, lo scorso 4 dicembre è stato accolto come un eroe. Con tanto di ola. Il pri-

denziali del prossimo 4 marzo. Ma non ha escluso di poterlo fare in seguito. «Io sin dall’inizio ritengo illegittime le elezioni del 4 marzo, quindi non vedo alcun senso nel partecipare», ha di-

chiarato Navalny. Quindi, quale strategia in vista del voto con cui Vladimir Putin intende tornare al Cremlino? «Alle elezioni per la Duma chiedevo di votare contro il partito degli impostori e dei ladri. Ora chiedo di votare contro il primo degli impostori e dei ladri, il mio appello è votare per qualsiasi altro candidato», ha risposto. Chiunque, insomma, basta che non sia Putin. Mentre le proteste, si detto è certo Navalny, sono solo all’inizio. «Sono stato arrestato quindici giorni fa, esco, e mi ritrovo in un altro Paese»,

ha dichiarato. Il messaggio di Navalny si appresta a movimentare la piazza sabato prossimo. Le autorità moscovite, invece, sperano che le festività natalizie spegneranno l’interesse dei cittadini per le contestazioni. Navalny mira a fare il pieno il 24 dicembre, o quantomeno di eguagliare la manifestazione di circa 50.000 persone del 10 dicembre, organizzata mentre lui era in carcere per resistenza a pubblico ufficiale durante le primissime proteste seguite al voto per il rinnovo della Duma. «Faremo sforzi straordinari, al limite dell’impossibile per chiamare la


mondo

i che d crona

democrazia, chi assicura che sarà Putin a realizzarla. Nel suo tradizionale question time telefonico con i cittadini, la settimana scorsa il premier ha accennato sì alla possibilità di cambiamenti. Ma non è andato oltre. Non basta il cambio al vertice della Duma, tra Boris Grizlov e Serghiei Narishkin, per fare della nuova legislatura una primavera democratica. Tanto più che, se Grizlov era conosciuto per le posizioni di chiusura, il nuovo arrivato non è da meno. Il primo aveva escluso che il parlamento fosse un luogo «adatto al dibattito politico», riducendolo quindi a passacarte collegiale delle decisioni maturate al vertice. Il secondo è anch’egli un uomo di Putin e forse ex agente del Kgb. Insomma, non sembra avere il physique du rôle del riformatore com’è chiesto dalla piazza.

di creare un canale televisivo pubblico e indipendente. Questo dovrebbe diventare un pulpito libero per tutte le anime politiche del Paese. Sia quelle al governo, che gli avversari all’opposizione. Sia per i membri della Duma, come pure per la blogosfera. Lasciamo perdere le congetture per cui una Tv di Stato è un’occasione per creare un collettore di corruzione. Medvedev sa che in Russia girano tangenti e mazzette. Non per nulla ha proposto una maggiore trasparenza nella denunce fiscali dei dipendenti pubblici, affinché dichiarino immobili, titoli finanziari e mezzi di trasporto di cui sono proprietari. «Finora, attribuendo la priorità alla lotta alla corruzione, siamo riusciti a smascherare e condannare tre-

gente a partecipare al meeting», ha continuato. Alto, occhi azzurri, avvocato, il blogger ha soltanto 36 anni ed è stato descritto da alcuni come il più interessante personaggio politico emerso in Russia dall’ascesa al potere di Putin dodici anni fa. Altri lo hanno addirittura pronosticato come futuro presidente. Al suo appello, comunque, ha aderito anche Mikhail Gorbaciov, il padre della glasnost che ora ha ottant’anni e che scenderà in piazza alla manifestazione di sabato. Nonostante in Occidente sia ancora una star, Gorbaciov ha oggi poca o nessuna influenza in Russia, ma la sua presenza è significativa perché non ha mai prima d’ora criticato Putin cosi apertamente. Oltre al blogger numero uno, ieri è tornato in libertà anche Ilya Yashin, leader del movimento di opposizione Solidarnost. Il governo cerca dunque di

Il numero delle firme necessarie per garantire a un candidato indipendente di potersi presentare alle elezioni presidenziali sarà tagliato a 300mila (ora è di due milioni) mila funzionari coinvolti in casi di tangenti».

Interessante anche l’idea di riformare le Forze Armate, riducendole a 425mila professionisti. Il progetto prevede anche il rinnovamento tecnologico. Così, mentre la massa umana dovrebbe essere tagliata entro il 2017 – abrogazione della leva inclusa – la campagna di riarmamento si dovrebbe concludere tre anni dopo. Il piano comunque ha un suo difetto. La modernizzazione dell’Armata

mandare un segnale di apertura, benché solo una decina di giorni fa i suoi vertici abbiano dato il via a un vero e proprio giro di vite sui media. Il direttore del settimanale Kommersant-Vlast e il numero uno del gruppo proprietario, la Kommersant holding, sono stati infatti licenziati dopo

russa non ne implica l’indebolimento. Anzi, a rigor di logica potrebbe potenziarla. Alla Nato l’hanno capito? È comunque tutto da dimostrare. Medvedev ha riconosciuto le difficoltà che la Russia sta attraversando, a causa della crisi mondiale. Il 6% di inflazione, a fronte dei quattro punti percentuali di crescita del Pil, è ancora troppo alto. «Ci aspettano tempi duri», ha commentato.Tempi che meriteranno la massima attenzione da parte dei difensori dei diritti umani. Perché se Medvedev promette

la pubblicazione di articoli ritenuti troppo critici nei confronti del premier. L’ordine è arrivato dall’oligarca Alisher Usmanov, proprietario del gruppo editoriale Kommersant, fedelissimo di Vladimir Putin. Finanziere di origine uzbeko e azionista di Gazprom, Usmanov si è visto recapi-

Questa, per quanto debole e scompaginata, ha fatto sentire la sua voce. Il 10 dicembre Mosca è stata attraversata da una manifestazione la cui portata ha fatto ricordare quelle dei primi anni Novanta. Se ne attende una simile per domani. Il web si è mostrato con tutta la propria forza incontenibile per la censura. L’idea di rifare le elezioni, come alcuni dimostranti vorrebbero, è impensabile. Del resto, è sintomatica la presenza, o meglio, la sopravvivenza di coloro che lo dicono. In altri tempi, gli oppositori si eliminavano prima ancora che fiatassero. Quelli però erano i tempi dell’Urss. Dopodomani saranno esattamente vent’anni che la bandiera rossa venne ammainata dalla torre più alta del Cremlino, per essere sostituita dal tricolore orizzontale di Pietro il Grande. Quello di allora fu un cambiamento di maquillage e non strutturale. Oggi l’evoluzione verso la democrazia, come dice Medvedev, forse richiede più tempo. Non una rivoluzione, bensì una progressione. Certo, ci vorrebbero facce nuove… tare, in seguito ai licenziamenti, anche la lettera di dimissioni del direttore generale del gruppo editoriale, Demyan Kudryavtsev. Proprio il 4 dicembre scorso proprio il sito web del Kommersant, tra i più visitati di Russia e tra i pochi che hanno fornito dati imparziali sulle elezioni, era stato bloccato insieme ad altri siti ritenuti indipendenti come LiveJournal e Golos.ru, sito che fa capo alla Commissione europea. Oltre al Kommersant, lo Stato controlla altri giornali e quotidiani (oltre che le principali Tv, in mano ai più fidati oligarchi del paese): Izvestja, il più letto nel Paese Komsomolskaja Pravda e Rossiskaja Gazeta (di cui è direttamente proprietario). Non mancano le radio, media molto amato in Russia: tra queste Russkaja Sluzhba Novostei (servizio russo di notizie), radio Majak, Radio di Russia e radio Eco di Mosca.

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grandangolo Le vie di comunicazione sono la chiave strategica nel Paese centrasiatico

Afghanistan, i cacciatori di ordigni e la lotta per la pace

La seconda fase della transizione richiede che ci sia un’accelerazione sulle operazioni. Anche la lotta contro le bombe improvvisate (Ied) sta creando il quadro di sicurezza necessario al passaggio di testimone all’esercito afghano I militari italiani di RC West stanno aumentando la pressione su insorgenti, talebani e signori della droga di Pierre Chiartano

HERAT. La sabbia dell’altopiano desertico di Farah è sottile e impalpabile come borotalco. D’inverno si trasforma presto in un fango viscido e appiccicoso, d’estate ti entra nei polmoni e si attacca al sudore della pelle. Quando l’H-101 della Marina militare dell’Air task group Shark scende di botto dagli oltre 10mila piedi di quota, dove Rpg (Rocket powered grenade) e Strela (missili a corto raggio) non arrivano, si butta, ventre a terra, per il sentiero d’avvicinamento a bassissima quota. Volare molto alto e molto basso significa maggiori difficoltà per chi ti vorrebbe colpire. Vuol dire guadagnare quella frazione di secondo che ti fa uscire dal collimatore nemico. Nel volo a bassa quota vedi sul terreno, lontano dietro la coda dell’elicottero, mulinelli di polvere generati dalla potenza del rotore da oltre 18 metri di diametro. Durante un avvicinamento “sicuro” dove ogni brusca virata – steep turn come le chiamano i piloti Usa – aumenta le garanzie di non finire nel mirino di insurgent o talebani, vedi questa coda di sbuffi bianchi e giallastri all’inseguimento del mezzo. Più si rallenta e ci si avvicina alla meta, più questa piccola dust storm ti sta col fiato sul collo. Poi i piloti

cabrano, il mezzo s’impenna come un cavallo, la coda che quasi sfiora il terreno e la nube di sabbia sembra avvolgere, proteggere il mezzo da sguardi indiscreti. «Brown out» gridano in cuffia i piloti, per avvertire che stanno perdendo i riferimenti visivi. Siamo arrivati così a Farah nel mezzo del nulla afgano, a circa un’ora di volo da Herat. È però un nulla dalla bellezza potente, esplosiva e carica di pericoli. Un cielo terso e brillante ci dà il benvenuto, accompagnato da temperature primaverili (+ 23 gradi che di notte piombano vicino allo zero).

Si corre verso i mezzi che ci aspettano fuori dall’area di attermentre alcuni raggio, Blackhawk americani ci svolazzano sopra la testa. L’impressione è quella di una febbrile attività. Farah è una Forward operating base (Fob), ma è grande quasi quanto Herat. È al centro di un vasto altopiano con montagne da ambo i lati che non la opprimono, ne caratterizzano solo l’orizzonte. Pinnacoli aridi e terrosi spuntati su un biliardo polveroso. La luce è potente e rende i contorni delle montagne netti e ancora più aspri. Qui tra i tanti «assetti», come amano chiamar-

li i militari, ci sono i novi mezzi anti-Ied (Improvised explosive device) appena comprati (anche in leasing, vista la crisi) da Usa e Sud Africa. Hanno nomi come Maxx Pro, Buffalo, Cougar e un aspetto che il termine «massiccio» non spiega a sufficienza. Si chiamano Mine resistant ambush protected vehicle (Mrpav) e pesano dalle 12 alle 25 tonnellate. Sono loro che aprono la strada a convogli, sono loro che rendono sicuri gli spostamenti su ruota altrimenti improponibili,

Con gli artificeri talebani è una lotta contro il tempo, dove la fretta è fatale specie lungo la strada 517 un vero campo per le Ied. «Questo rullo posto davanti al mezzo permette di far saltare le piastre a pressione dell’esplosivo», ci spiega un ufficiale italiano «con que-

st’altro veicolo, il Buffalo – continua il militare indicando un grande camion con un braccio estensibile sul dorso – si smuove il terreno e si scava per tirar fuori fili o addirittura il piatto di pressione. L’operatore ha a disposizione anche una telecamera messa sull’estremità della pala idraulica. Una volta data la conferma che c’è una Ied, arriva il team Ietd che possiede anche dei robottini e l’operatore con la tuta antiesplosione», la bardatura diventata nota al pubblico dopo il film Hurtlocker, sugli artificeri Usa in Iraq. Il controllo della sicurezza sulla viabilità principale in Afghansitan è strategico. È il tassello chiave del controllo del territorio. Mezzi specializzati a terra con i team di ricognizione e gli artificeri, e i Predator del 28mo gruppo (32mo Stormo) – di base a Herat – in volo con i loro occhi IR, laser e radar sono tra gli strumenti principali per vincere questa guerra asimmetrica. Se da un lato c’è la tecnologia nella sua versione più sofisticata, dall’altra, quella di insorgenti e talebani c’è l’arte di arrangiarsi e di fare in fretta prima di venire scoperti. «Spesso sentiamo il botto. Quando mandiamo le pattuglie a controllare di solito troviamo brandelli di insorgente in-

torno a una grande buca», spiega a liberal un ufficiale della cellula operazioni di Herat. Anche loro sentono la pressione dei militari italiani. In maniera particolare a Nord verso Bala Murghab.

Da circa un paio d’anni si sta costruendo una strada alternativa al pezzo di Ring Road che va verso nord in direzione del settore a comando tedesco. In maniera particolare c’è una strettoia che è un vero e proprio canyon «stile quelli che vediamo nei film di Indiana Jones», ideale per agguati. In quell’area molte bande armate hanno i loro nidi e alcune roccaforti. Probabilmente fin dai tempi di Tamerlano quegli anfratti inaccessibili sono stati nascondiglio e base per briganti e tagliagole. «Si è deciso di aprire un percorso alternativo verso ovest», continua a spiegare il maggiore dell’ufficio operazioni. E a nord della provincia di Herat «parliamo di criminalità dedite al traffico di droga e di armi» piuttosto che di insorgenti e talebani. È un terreno molto difficile e aspro, ragion per cui le operazioni hanno richiesto del tempo. La tattica è quella prenderli per stanchezza. Il bypass stradale si chiama Lithium e, partendo da Khalinow, sale verso nordovest,


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cer. I migliori fanno parte di una elite che viaggia, si sposta a seconda delle necessità. Qui svolge un ruolo fondamentale l’attività d’intelligence che, seguendo le mosse di questi signori delle bombe, può prevedere quali zone diventeranno calde.

costeggiando il confine del Turkmenistan per entrare poi da ovest, garantendo così la continuità con l’area nord. Le operazioni di apertura della strada è iniziata un paio d’anni fa quando già gli altri contingenti ne hanno sentito l’esigenza. È stata un’impresa tutt’altro che semplice «quella strada la usavano loro per il traffico di droga e armi». Insomma i militari Isaf hanno “rubato” la strada ai signori dell’oppio, che non l’hanno presa tanto bene. «Ci sono voluti anni di logoramento. Adesso siamo riusciti a dargli una spallata. A settembre non avevamo il controllo totale della Lithium. Oggi c’è». La transizione richiede che ci sia un’accelerazione sulle operazioni. Anche qui i cacciatori di Ied hanno fatto la loro parte.

I cosiddetti harassment (ingaggi a fuoco) continuano. «Quando passiamo ci sparano. Ma non mettono più gli Ied», mentre scandisce queste parole l’ufficiale tocca ferro. La scaramanzia, come la prudenza è d’obbligo in Afghanistan. Harassment da non prendere sottogamba, anche se sono delle sparatorie mordi e fuggi: «a fine novembre è morto un militare spagnolo proprio su quella strada». I risultati si sono ottenuti con una pressione militare continua, spiega l’ufficiale italiano. E dove sono più forti i militari di Isaf? Sulla mobilità e potenza di fuoco. E quello stanno usando con efficienza e intelligenza. «In particolare abbiamo usato sia convogli logistici che quelli di pattugliamento armato per non dare fiato ai gruppi armati. Fino a quando hanno capito che non avevano più la forza e il tempo di pianificare minacce contro di noi. Gli serve tempo per scavare una buca per la Ied, per sotterrare il piatto a pressione dell’innesco, per mettere dei riferimenti sul terreno che servono per comandare a distanza l’esplosione.

Ma se il tempo glielo togli perché gli stai addosso…». Immaginiamo due di questi artificeri che si avvicinano al luogo dove piazzare la Ied a bordo di una moto. Si muovono velocemente con l’orecchio teso ad ogni rumore di elicottero o drone volante. Cominciano a scavare, poi interrompono. C’è lo sbattere nell’aria di un motore che rimbalza come un’eco nella valle. Poi di nuovo silenzio. Riprendono a scavare, piazzano la carica, poi il cavo che allungano oltre 30 metri oltre la strada per sfuggire agli jammer, i disturbatori elettronici di Isaf. Di nuovo un ronzio sospetto, si stendono dietro

A Nord con il passaggio Lithium, Isaf ha “rubato” la strada ai signori dell’oppio alcune pietre. Nulla. Riprendono il lavoro, piazzano il piatto di pressione. Uno riprende la moto e piazza dei segnali sugli incroci vicini per deviare il traffico locale. L’altro sistema dei marker sul terreno, per capire quando schiacciare il pulsante e far detonare l’esplosivo. Come per Capaci. L’uomo in moto ha sentito un ronzio sospetto, potrebbe essere il Rotax di un Predator (infatti è così, la scena è registrata dalla camera di questa spia dell’aria), torna in fretta dal complice che sta facendo il collegamento tra piastra e ordigno. È concitato, gli mette fretta: Boom. Esplosione da innesco accidentale. Vita da enplacer. Un capitolo a parte è richiesto per questi tecnici delle Ied, chiamati appunto Ied enpla-

Ognuno di questi esperti ha un proprio stile, «una firma». Sono lo strumento con cui tenere lontano dagli affari dei war e drug lord i militari di Isaf. «Possono essere considerati come un cordone di sicurezza intorno ai loschi traffici di queste bande criminali». Un cordone fatto di bombe che uccidono. Hanno le loro scuole e le specializzazioni. Ci sono enplacer per ordigni “leggeri” e i “maghi” in grado di piazzare pacchi da 500 chilogrammi. «La lista degli enplacer l’abbiamo già stilata», confida l’ufficiale. Si tratta di stargli col fiato sul collo, allertare gli atmospheric (agenti passivi) e gli agenti attivi in grado di captarne i segnali di passaggio in una determinata zona. Ora in Afghanistan è proibito acquistare sostanze dual use, certi concimi per l’agricoltura, come gli azotati o la polvere d’alluminio che serve ad aumentare la temperatura dell’esplosione. Molti enplacer sono addestrati nell’Helmand altri in Pakistan, molti in Afghanistan. Il livello tecnologico sta migliorando, non si tratta più d’ordigni rudimentali. Ce ne sono con doppio innesco: a pressione e a comando oppure a oscillazione. Anche la tecnologia che serve per questi congegni è reperibile facilmente. «Anche le batterie delle auto sono pericolose», in Afghanistan esiste un sistema centralizzato di raccolta di batterie. È l’artigianato dei bombaroli. E la materia prima, gli esplosivi, non mancano. Decine d’anni di guerra hanno creato centinaia di depositi darmi a cielo aperto. Qualche settimana fa sono morti dei ranger afghani che avevano trovato una Ied, convinti di averlo disinnescata. Appena l’hanno caricata a bordo del loro mezzo è esplosa. «Probabilmente c’era un congegno alternativo a oscillazione». Vita da cacciatori di Ied. Mentre l’ufficiale della Brigata Sassari continua a spiegarci le tecniche di scoperta delle trappole esplosive, arriva improvvisa una chiamata radio. Il colonnello Vincenzo Lauro, bersagliere, capo cellula Pubblica informazione di Herat fa un cenno. Dobbiamo correre verso gli H 101. Gli elicotteri hanno i motori accessi e il motore che gira pronto a staccare. Corriamo verso il tecnico di bordo che fa cenno di sbrigarsi. Le turbine urlano, siamo avvolti da una nuvola di polvere del deserto. Poi di nuovo in volo, a ogni virata sei incollato al sedile e senti l’accelerazione di gravità che ti schiaccia. La luce forte e il vento freddo che ti sbatte in faccia ti ricorda che sei di nuovo in viaggio sulla via per l’Oxiana.

Attentati a catena scuotono la capitale

A Baghdad torna il terrore: oltre 60 vittime di Etienne Promotton

ROMA. Esplosioni a catena ieri a Baghdad. Seguite da un lungo elenco di vittime che si è aggiornato di ora in ora. È un pessimo segnale a pochi giorni dal ritiro degli utlimi 8mila soldati Usa dal Paese. Il bilancio complessivo degli attentati in serie nella capitale irachena, da dieci a quattordici esplosioni avvenute quasi simultaneamente, una delle quali provocata da un kamikaze, è di almeno una sessantina persone uccise e altre 179 rimaste ferite. Lo ha reso noto Ziad Tariq, portavoce del ministero della Sanità, citato dall’emittente televisiva satellitare al-Arabiya. Le esplosioni sono avvenute indifferentemente in quartieri sia sciiti che sunniti. La prima è avvenuta nel quartiere di Karrada, seguita nel breve scorrere dei minuti da tutte le altre, quasi ci fosse stata un’agenda precisa per l’attacco. La più grave ha colpito la sede della Commissione governativa per l’Integrità: qui l’attentatore si è lanciato contro l’edificio a bordo di una vettura carica di esplosivo. Almeno altre due autobombe sono esplose nella zona nord della capitale irachena, mentre poco dopo un’altra autobomba è esplosa nel centro della città, nei pressi del ponte Al Tabaqin. Nella parte orientale della città invece un ordigno piazzato sul ciglio della strada è esplosa al passaggio dell’auto che trasportava un consigliere della Banca centrale, Ali Abu Nayla, il quale è riuscito però a salvarsi.

Allo stesso tempo un altro segnale inquitante è giunto da un’altra zona del Paese. È stata sterminata una famiglia impegnata nella lotta ad Al Qaeda, nell’est dell’Iraq. Un’intera famiglia di cinque persone, padre, madre, due figlie e un figlio, è stata sterminata a colpi di arma da fuoco nella propria casa di Baquba, capoluogo della provincia di Diyala. Lo hanno riferito fonti delle forze di sicurezza locali, secondo cui il padre e il figlio maschio appartenevano entrambi alla milizia sunnita filo-governativa chiamata Sahwa, nota anche come Consiglio nazionale per il risveglio o Figli dell’Iraq . A pochi giorni dal ritiro delle truppe statunitensi, si aggrava, quindi, lo stato di tensione in Iraq: a livello politico, il partito sunnita Iraqya denuncia le politiche del primo ministro sciita, Nuri al Maliki, accusato di metodi dittatoriali, nel frattempo un mandato d’arresto ha raggiunto Tareq al Hashemi (presidente dell’Iraqya), indagato per atti terroristici. Il primo ministro iracheno, lo sciita Nuri al Maliki, aveva evocato già mercoledì la possibilità di una rottura del governo di unità nazionale con sunniti e laici affermando che esso è «appesantito». Le affermazioni di Maliki coincidono con un aggravamento delle tensioni per un mandato d’arresto contro il vice presidente sunnita Tareq al Hashemi nell’ambito di un’inchiesta per terrorismo. La crescente tensione tra sunniti e sciiti fa temere un ritorno alle violenze ai livelli peggiori del 2006 e 2007. E all’orizzonte si delinea la prospettiva, una volta venuto meno il dispositivo militare americano, di una divisione del Paese in tre, che tanto preoccupa la Turchia.


cultura

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Un piccolo dizionario di Leonardo Gandini, le interviste di Bogdanovich, poi i saggi di De Fornari, Manassero e Pagello per capire un’industria artistica

Biblioteca Hollywood Il segreto del cinema americano? Tutto, ma proprio tutto fa spettacolo: guida ragionata in una serie di libri di Orio Caldiron l cinema americano, nato come industria di lusso, sottoposto alle più dure leggi dell’economia capitalistica, doveva presto diventare il nutrimento di una massa anonima, esprimere i suoi bisogni e le sue preferenze, instaurare il primo colloquio tra le grandi folle di tutto il mondo e una cultura unitaria»: così scrisse scrive Giaime Pintor in un articolo uscito postumo nel 1945, dopo i messaggi nella bottiglia di Mario Soldati, Emilio Cecchi, Cesare Pavese, Elio Vittorini.

sente di orientarsi in un secolo fittissimo di titoli, rendendone conto con la necessaria vivacità attraverso la campionatura di una magnifica dozzina che va da Come vinsi la guerra a La guerra lampo dei fratelli Marx, da L’orgoglio degli Amberson a

«Il cinema entrò nella nostra vita come una presenza insostituibile, cresciuto con la nostra stessa giovinezza ci insegnò a vedere e a comporre secondo nuove misure, modificò la storia e la geografia nei nostri cervelli, fu insieme scuola e polemica, divertimento e mitologia. In questo sforzo di espansione la sua importanza era soprattutto sociale in quanto, arma serenamente rivoluzionaria, aboliva le frontiere politiche e collaborava alla presa di coscienza più urgente del nostro tempo. Ma nell’ordine estetico il suo significato non era minore, perché senza il cinema i nostri occhi vedrebbero in mondo in un’altra luce». Ebbene, il volume, curato da Leonardo Gandini, Il cinema americano attraverso i film (Carocci, pp. 220, euro 18,00), con la collaborazione di studiosi italiani e stranieri, ripropone la centralità di una cinematografia che è stata fondamentale nella formazione di più di una generazione di spettatori. Il grande laboratorio, il gigantesco teatro dove con maggior chiarezza che altrove si recita il dramma di tutti è diventato ormai non solo l’enorme cineteca ma anche la sterminata biblioteca del cinema più importante del mondo, che allinea uno dietro l’altro migliaia di libri di ogni tipo sul repertorio di racconti, figure, luoghi della moderna mitologia destinata a imprimersi con forza nell’immaginario collettivo. Soltanto una precisa scelta di campo con-

La grande storia di un popolo spesso coincide con quella del suo immaginario: il caso dei film made in Usa è paradigmatico

«I

Detour, da L’invasione degli ultracorpi a L’uomo che uccise Liberty Valance, da La notte dei morti viventi a La conversazione, da Zelig a Lontano dal paradiso, da Wall-E a Inception. Naturalmente tutti film importanti, ma fino a che punto rappresentativi del continente che sono chiamati a evocare?

S e i l gi oc o de l manca questo manca quello è fin troppo scontato come accade per ogni raccolta antologi-

ca, bisogna ammettere che nonostante l’assenza dei grandi apripista del muto e l’ampio spazio concesso alla contemporaneità, la griglia suggerita dal curatore è particolarmente abile soprattutto nell’evitare i nomi più inflazionati e nel puntare su una scelta mirata in sintonia con il disegno complessivo del volume. La chiave di lettura adottata consiste nel mettere a fuoco la complessità del cinema americano a partire dalle componenti sociali, culturali e estetiche che sono quasi sempre combinate fra di loro. Se i detrattori della produzione hollywoodiana nel corso dei decenni hanno fatto leva sulla possibilità di scindere i diversi piani, spesso giudicando i film piacevoli o addirittura belli sul piano estetico, ma frivoli e trascurabili sul piano sociale e culturale, in realtà sono aspetti reciprocamente necessari: il grado di interesse di un film è direttamente proporzionale al suo spessore estetico e viceversa. Certo, il rapporto può avere gradazioni differenti, ma non è mai venuto meno del tutto, né si è sbilanciato completamente da una parte o dall’altra. Sin dall’inizio del secolo scorso i cineasti americani sono consapevoli di realizzare film dea stinati essere visti

A destra, Howard Hawks e, sotto, Woody Allen (con Diane Keaton) in «Zelig». Nella pagina a fianco, i fratelli Marx e, sotto, un’inquadratura de «L’invasione degli ultracorpi». Sono appena usciti una serie di libri che analizzano il cinema americano e apprezzati in tutto il mondo grazie alla loro immediata comprensibilità, alla straordinaria confezione tecnica, al richiamo dei grandi volti dei divi. Altrettanti elementi della complessità del cinema americano che non rinuncia mai al rapporto con la storia della società e della cultura statunitensi e cioè con l’identità nazionale del paese d’origine. Sembrerà un paradosso, ma «la capacità del cinema hollywoodiano di operare con efficacia all’estero è direttamente proporzionale al radicamento in valori, temi e miti che sono caratteristici della cultura americana. A essere esportato non è semplicemente un modello di esistenza, ma l’insieme di aspirazioni, tensioni ideali e ripiegamenti sulla quotidianità, compromessi e conflitti che ne accompagna l’affermazione e l’espansione nel corso del ventesimo secolo». Il cammino accidentato di una nazione alle prese con traumi sociali di por-

tata epocale – due guerre mondiali, una drammatica crisi economica, la penetrazione della tecnologia nella vita quotidiana, le mille contraddizioni relative alla convivenza tra razze e etnie diverse – trova sullo schermo un’espressione sempre nuova e originale.

Si muove nell’orizzonte della storia orale l’ampio volume di Peter Bogdanovich, Chi ha fatto quel film? Conversazioni con i grandi registi di Hollywood (Fandango Libri, pp. 1316, euro 29,50) che raccoglie le interviste realizzate dal primo critico americano passato dall’altra parte dello schermo negli anni Settanta con L’ultimo spettacolo, commossa rilettura di un’epoca al tramonto, in cui l’unica sala in città chiude i battenti proiettando Il fiume rosso di Howard Hawks. L’autore di film indimenticabili come Scarface, Susanna!, Il grande sonno, Gli uomini preferiscono le bionde, Un dollaro d’onore, El Dorado, senza volerlo ha suggerito lui il titolo del libro: «Che registi mi piacciono? Quelli che ti fanno capire chi diavolo ha fatto quel film. Non mi piacciono quelli che si fanno preparare il film, vanno lì, lo dirigono e non ci lasciano un segno, una traccia della loro individualità. È il regista a narrare la storia e deve avere un modo di raccontarla che è suo e solo suo. La cosa migliore è raccontarla come lui la vede. Raccontarla come la vedono i suoi occhi. Farla vedere al pubblico come se fosse presente mentre accade». Nelle duecento pagine dell’intervista


cultura

23 dicembre 2011 • pagina 15

esperto che gli insegnò la tecnica corretta di tiro con l’arco e lui ne rimase affascinato. Ma quando vide il set con grandi mura alte trenta metri, un castello di dimensioni enormi, un grande fossato, non vole-

riazioni, di sottolineature e di fughe in avanti, ricavando il meglio dagli attori nello stesso momento in cui dà loro l’impressione di non chiedergli niente di particolare. Il cinema che sembra fatto per caso, con l’apparente assenza di sforzo, come solo il genio dell’evidenza può fare.

più lunga dell’intero volume, il personaggio di Howard Hawks viene fuori in tutte le sue sfaccettature di elegante gentiluomo estremamente rilassato che ha sempre la situazione sotto controllo, di metteur en scène abilissimo nel raccontare quel

che succede in modo da coinvolgere fisicamente lo spettatore nelle immagini in movimento, di regista che lavora dentro i generi con la proverbiale leggerezza di chi sa rinnovarli dall’interno attraverso un accorto sistema di cambiamenti e di va-

Non è meno appassionante l’intervista con Allan Dwan, che l’autore incontra quando ha un’ottantina d’anni e vive in un minuscolo appartamento vicino l’autostrada della San Ferdinando Valley. Nel tramonto dello Studio System, il grande artigiano ormai non lavora più dopo aver sfornato centinaia e centinaia di titoli, qualcuno dice un migliaio, nel corso di una carriera entrata nella leggenda. Sin dall’inizio la sua formazione di ingegnere gli consente di trovare pioneristiche soluzioni tecniche come la prima ripresa aerea dalla gru e la camera car che segue il protagonista mentre cammina lungo la strada. Il suo nome è legato tra l’altro al Robin Hood con Douglas Fairbanks, il primo divo dello schermo a stelle e strisce: «Doug non voleva farlo, non voleva recitare la parte di un inglese con i piedi piatti che va a passeggio per i boschi. Va beh, dico io, portatemi qui archi, frecce e un bersaglio. Doug prova a tirare e gli piace da matti. Facemmo venire un

va più farlo. Cosa ci posso fare io su un set come questo?, diceva. Solo quando gli feci vedere dove poteva cominciare a duellare con gli armigeri, respingendoli su per la scala per balzare poi sull’arazzo, sotto cui avevo piazzato uno scivolo come quelli che usano i bambini, cominciò a capire che si sarebbe divertito. Si arrampica, sbuca dal finestrone e ci siamo, il film può cominciare. Non era più l’inglese con i piedi piatti che fa le passeggiate nel bosco, era agile, acrobatico come piaceva a lui, un uccello in volo». Chi ha fatto quel film? è uno di quei libri che si possono leggere saltando da una pagina all’altra, da Leo McCarey a George Cukor, da Fritz Lang a Alfred Hitchcock, da Josef von Sternberg a Edgar G. Ulmer, da Otto Preminger a Don Siegel, da Frank Tashlin a Robert Aldrich, senza mai perdere d’interesse. Ma se lo si legge tutto di seguito, si rivela per quello che è, il romanzo vivente del cinema americano del passato, raccontato ancora una volta negli aneddoti del set e nelle ossessioni dei registi, nei modi di produzione e nelle tecniche di ripresa, nella vita quotidiana degli studios e nel dietro le quinte della fabbrica dei sogni.

Si resta nei paraggi del cinema hollywoodiano di ieri con il libro di Oreste De Fornari, Classici americani (Le Mani, pp. 368, euro 20) che raccoglie ritratti e recensioni dagli anni quaranta ai sessanta. Nello stile immediato di un critico che è anche un garbato personaggio televisivo sfila la gloriosa passerella di sguardi d’autore e d’impennate visive, i sentieri selvaggi di John Ford e John Wayne, le inquietanti variazio-

ni per adulti di Anthony Mann e Jimmy Stewart, le commedie più o meno sofisticate di Preston Sturges e di Billy Wilder, l’ottimismo con incubi di Frank Capra, gli accorati testamenti di Ernst Lubitsch, le schermaglie coniugali di George Cukor e Katharine Hepburn, i melodrammi edipici di Douglas Sirk e Elia Kazan, l’estetica della nostalgia di Arthur Penn e di Warren Beatty. Gli amori, le lacrime, le famiglie, i conflitti sono al centro del libro di Roberto Manassero, Il melodramma familiare hollywoodiano. Gli anni cinquanta (Le Mani, pp. 274, euro 16,00) che attraverso i film sull’amore impossibile e gli scontri familiari di Sirk, Minnelli, Kazan, Ray, Stevens, coglie la crisi dello Studio System, ma anche l’evoluzione stilistica, narrativa e ideologica di un intero sistema produttivo. Sospesi tra classico e moderno, Lo specchio della vita, Come le foglie al vento, Gioventù bruciata, La gatta sul tetto che scotta, Splendore nell’erba, Scandalo al sole ci ripropongono la stagione d’oro del melodramma domestico, che tra rumori e furori ha i volti straordinari di Rock Hudson, James Dean, Lara Turner, Paul Newman, Elizabeth Taylor, Natalie Wood, dilatati dal technicolor e dal cinemascope, chiusi nelle opprimenti prigioni sentimentali dei nidi di vipere delle famiglie dove si celebrano gli esorcismi d’epoca, i riti di iniziazione e rinascita, di decadenza e rinuncia.

Si volta pagina con il libro di Federico Pagello, Grattacieli e superuomini. L’immaginazione della metropoli tra cinema e fumetto (Le Mani, pp. 248, euro 16,00) che suggerisce un bilancio delle vicende dei supereroi di celluloide sullo sfondo della storia del fumetto e del cinema statunitensi. Le fantasmagorie urbane che affollano le pagine dei comic book americani fin dagli anni trenta continuano a ossessionare l’immaginario collettivo grazie ai blockbuster di Tim Burton (Batman), Sam Raimi (Spider-Man), Christopher Nolan (Il cavaliere oscuro), Andy e Larry Wachowski (Matrix), Barry Singer (X-Man), Zack Shyder (Watchmen). Le immagini visionarie della città di oggi, che era stata il luogo topico della modernità, permettono di scoprire, al di là delle acrobazie tecnologiche, le contraddizioni sociali, culturali e politiche di una società in profonda crisi, mentre la deriva delle utopie e delle ideologie di appena ieri esce dal fotogramma in maniera sempre più minacciosa e allarmante.


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