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Chi non sente il suo male è tanto più malato Pierre Corneille

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • MARTEDÌ 13 DICEMBRE 2011

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Il presidente del Parlamento in esilio alla manifestazione della Fondazione Liberal

Un messaggio per il Tibet Oggi alla Camera un meeting contro la repressione cinese di Francesco Lo Dico

ROMA. Si terrà oggi alla Camera un meeting della

La storia di un popolo negato

Fondazione Liberal intitolato «Insieme per il Tibet» per protestare contro la repressione cinese e mandare un messaggio di solidarietà ad un popolo oppresso da oltre mezzo secolo. Sono attesi gli interventi del leader UdcCasini, dei capogruppo Pdl e Pd alla Camera, Cicchitto e Franceschini, e di Ferdinando Adornato.

Il primo documento storico che segnala l’esistenza di uno stato tibetano è del 127 a.C. Da allora, quel popolo ha convissuto con la storia, fino alla sanguinosa repressione cinese del 1956.

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di Maurizio Stefanini

Anche su “Avvenire” la discussione sul ruolo del Quirinale e sul futuro del sistema politico dopo i tecnici

No, l’anomalia non è Monti Da Corsera e Repubblica parte un “allarme democrazia”: ma con un errore... Galli della Loggia denuncia uno “stato d’eccezione” non confessato. Zagrebelsky un pericoloso “vuoto di rappresentanza”. Giusto, ma nascondono il peccato originale: il bipolarismo all’italiana Dopo lo sciopero dei sindacati uniti

RICOSTRUZIONE/1

RICOSTRUZIONE/2

RICOSTRUZIONE/3

La soluzione è andare oltre Berlusconi e la foto di Vasto

Tutto cominciò con la finta elezione diretta del premier

Ma quale parentesi! Questo governo è un’occasione

di Rocco Buttiglione

di Osvaldo Baldacci

di Giancristiano Desiderio

arco Olivetti su Avvenire, Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera e Gustavo Zagrebelski sulla Repubblica pongono, ciascuno a suo modo, il problema di cosa cambi nel profondo della politica italiana con il governo Monti. Olivetti parla di un ruolo di «motore di riserva» del presidente della Repubblica in circostanze di eccezione; Galli della Loggia osserva giustamente che questo ruolo non può estendersi oltre certi limiti senza richiedere una riforma costituzionale; Zagrebelsky pone invece l’accento sulla crisi dei partiti che l’insorgere di questo governo mette in evidenza. a pagina 4

n un Paese democratico non può esserci posto per modifiche della Carta costituzionale attraverso vie surrettiziamente interpretative: conclude con queste parole il suo articolo sul Corriere Ernesto Galli della Loggia, che nelle righe precedenti aveva voluto chiarire che ci troviamo in una condizione di “stato di eccezione”. Vale a dire che quanto sta accadendo nella politica italiana corrisponde a uno stato di emergenza e di conseguenza di eccezione che non può diventare la norma. a pagina 3

na cosa è certa: «quando tutto questo sarà finito» per utilizzare la formula di Gustavo Zagrebelsky su la Repubblica - non potremo e non dovremo ritornare al punto di partenza e dire heri dicebamus. Perché l’origine di «tutto quanto sta accadendo» - questa volta la formula è mia - sta proprio in quanto dicevamo (dicevano) ieri. Se oggi abbiamo una democrazia incerottata lo dobbiamo non a un colpo o colpetto di Stato, ma a un’inconcludenza della vita politica e partitica della Seconda repubblica che ha promesso l’impossibile e non ha mantenuto neanche il possibile. Anche Zagrebelsky in fondo, nel suo editoriale di ieri, lo ammette. a pagina 3

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gue a(10,00 pagina 9CON EUROse1,00

I QUADERNI)

Annuncio della Fornero: «Più soldi alle pensioni» Il governo cambia sulle indicizzazioni. Domani alla Camera il maxiemendamento Marco Palombi • pagina 6

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• ANNO XVI •

NUMERO

240 •

Un provvedimento che non può slittare

Non c’è tempo da perdere sugli «onorevoli stipendi» Il Palazzo è «sotto botta»: per questo va fissato subito un termine molto ravvicinato Riccardo Paradisi • pagina 5

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Le aperture del cardinale Bagnasco

E la Chiesa dice allo Stato: «Noi non siamo evasori» Fatta salva l’esenzione, la Cei vuole scoprire in quali casi ci sono stati danni all’erario

WWW.LIBERAL.IT

Luigi Accattoli • pagina 7 • CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


pagina 2 • 13 dicembre 2011

la crisi italiana

La novità del nuovo governo potrebbe aprire scenari inediti per i partiti e per la rinascita della “dignità” della politica

L’Italia dopo Monti

Si apre il dibattito sulla “sospensione” della democrazia: ma né Corsera né Repubblica denunciano il fallimento del bipolarismo. Feltrin: «Bisogna rieducare il nostro sistema politico». «Ora il Terzo Polo sarà determinante», dice Cacciari di Franco Insardà

ROMA. Che la nascita del governo Monti abbia certificato il suicidio dei partiti è sotto gli occhi di tutti. Ci si interroga ora a che punto è la decomposizione del vecchio modo di intendere la politica e se il periodo in cui l’esecutivo tecnico sarà in carica potrà rappresentare una decantazione sufficiente a far riorganizzare, su basi nuove, i partiti. Secondo Paolo Feltrin, professore di Scienza dell’amministrazione dell’Università di Trieste, Ernesto Galli della Loggia «è stato il primo a porre il problema vero dello stato d’eccezione. Concetto teorizzato da Carl Schmitt, secondo il quale l’autorità politica si vede solo nei momenti dello stato d’eccezione. E non a caso si è visto come anche l’ordinamento costituzionale italiano, a certe condizioni, abbia posto tutto il potere nelle mani del presidente della Repubblica, organo non eletto dal popolo, ma dal Parlamento. I concetti

espressi da Schmitt tornano d’attualità non soltanto in Italia, ma in tutto il mondo, mettendo in evidenza la fragilità dei sistemi democratici. Lo tsunami economico-finanziario, infatti, ha messo a nudo i poteri reali che sono al di sopra delle forme democratiche. C’è da chiedersi se i premier stiano realizzando le azioni di governo che volevano fare e per le quali sono stati eletti, o invece, devono sottostare a circostanze e poteri esterni? Le democrazie contemporanee hanno molti più problemi di una volta ed entrano in crisi i sistemi politico-economici nazionali. Fino all’89 non c’erano questo genere di questioni che rendono problematiche la stessa struttura della democrazia».

Per Giovanni Sabbatucci, professore di Storia contemporanea alla Sapienza di Roma, quando «i poteri del presidente della Repubblica si ampliano vuol dire che il sistema non

funziona e la politica è impotente. È ovvio che ci troviamo in una situazione anomala, spero che sia finito il sistema bipolare all’italiana, ma non quello bipolare. Mi auguro che dopo questo periodo del governo Monti rimanga l’unico lascito, secondo me, positivo dell’era Berlusconi: l’alternanza tra centrodestra e centrosini-

la politica alla sua normalità». La fine del bipolarismo per Alessandro Campi, professore di Storia del pensiero politico all’università di Perugia, è legato«a Berlusconi, una sorta di bipolarismo ad personam, che si traduceva in schieramenti molto eterogenei pro o contro il Cavaliere». Anche Massimo Cacciari a li-

Per Giovanni Sabbatucci quando «i poteri del presidente della Repubblica si ampliano vuol dire che il sistema non funziona e la politica è impotente. Il bipolarismo all’italiana ha funzionato male» stra. Un bipolarismo depurato dai massimalismi delle ali estreme, ma anche da quelli all’interno degli schieramenti più grandi. Il bipolarismo all’italiana ha funzionato male e sappiamo tutti dove ci ha portato, mentre un sistema temperato, magari con un centro alla tedesca e, soprattutto senza Berlusconi, penso che possa funzionare meglio e riportare

beral qualche giorno fece un’istantanea molto chiara dell’attuale situazione mettendo in evidenza la crisi del sistema bipolare costruito in questi anni: «Il bipolarismo all’italiana è in piena crisi e il governo Monti, voluto da Napolitano, ha caratteristiche politiche e rappresenta un cambiamento degli equilibri politici del nostro Paese».

Il paragone del governo Monti con Ciampi e Dini è, secondo il professor Feltrin «sbagliato, perché i governi di questi ultimi erano simili a quello greco, cioè personalità tecniche con una maggioranza chiara politica, mentre l’attuale esecutivo italiano ha presupposti diversi e ciò è stato possibile perché siamo l’anello debole delle democrazie occidentali. Il motivo è semplice: da vent’anni siamo nel mezzo di una crisi del regime politico-democratico e in pratica al fallimento del bipolarismo all’italiana. Parliamo di un bipolarismo mal educato, radicalizzato ed estremista, nel quale chi alzava di più la voce vinceva, che comprendeva tutte le ali radicali, utilizzando parole d’ordine estreme. Fenomeni presenti sia a sinistra (Rifondazione, Idv e Sel) che a destra (Lega), con caratteristiche diverse: da una parte un’estrema politica, dall’altra territoriale. In altre democrazie questi fenomeni vengono o esclusi program-


L’eccezione e la regola/1: Ernesto Galli della Loggia

L’eccezione e la regola/2: Gustavo Zagrebelsky

Tutto cominciò con la finta elezione diretta

Altro che parentesi! Questo governo è un’occasione

di Osvaldo Baldacci

di Giancristiano Desiderio

n un Paese democratico non può esserci posto per modifiche della Carta costituzionale attraverso vie surrettiziamente interpretative: conclude con queste parole il suo articolo sul Corriere Ernesto Galli della Loggia, che nelle righe precedenti aveva voluto chiarire che ci troviamo in una condizione di “stato di eccezione”. Vale a dire che quanto sta accadendo nella politica italiana corrisponde a uno stato di emergenza e di conseguenza di eccezione che non può diventare la norma, ma al massimo può essere di stimolo per cambiare le norme alla luce del sole. Non si può essere più d’accordo con gli elementi essenziali di questo discorso.

na cosa è certa: «quando tutto questo sarà finito» per utilizzare la formula di Gustavo Zagrebelsky su la Repubblica - non potremo e non dovremo ritornare al punto di partenza e dire heri dicebamus. Perché l’origine di «tutto quanto sta accadendo» - questa volta la formula è mia - sta proprio in quanto dicevamo (dicevano) ieri. Se oggi abbiamo una democrazia incerottata lo dobbiamo non a un colpo o colpetto di Stato, ma a un’inconcludenza della vita politica e partitica della Seconda repubblica che ha promesso l’impossibile e non ha mantenuto neanche il possibile. Anche Zagrebelsky in fondo, nel suo editoriale di ieri, lo ammette, solo che lascia intendere, anzi, lo dice in modo esplicito fin dal titolo, che di fatto ci troviamo in una «democrazia senza partiti» e in uno «stato d’eccezione». La democrazia “senza partiti” a cui fa riferimento l’editorialista, pur salvando la forma delle regole Costituzionali, sarebbe di fatto la sospensione della vita democratica e una parentesi tra un “prima”e un “dopo”: il prima e il dopo sarebbero la democrazia, mentre nel“mezzo”ci sarebbe una soluzione che non è anti-democratica ma è comunque eccezionale o straordinaria ossia fuori da ciò che è ordinario.

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Ma attenzione, c’è da fare una metacritica che invece mette in discussione alcune premesse mentali di questo discorso. Partiamo dalle concordanze. Ci sono degli aggiornamenti da fare al sistema istituzionale italiano: non c’è alcun dubbio. È da tempo che si parla di necessità delle riforme, anche istituzionali, e non se ne fa niente. La situazione di emergenza ha portato al pettine anche questi nodi. Bisogna però tener presente che non basta cambiare qualche regola secondo schemi teorici se poi non cambia il contesto generale della politica e di quello che le gira intorno. Secondo punto indiscutibile: la Costituzione va cambiata alla luce del sole e col massimo rispetto, in quanto ha dimostrato e sta dimostrando di funzionare benissimo. Non va quindi cambiata surrettiziamente per via interpretativa. Verissimo, ma vale per tutto, non solo per presunti governi del presidente: una certa cultura azionista collegata a tendenze statunitensi dei decenni scorsi sostiene proprio il contrario, cioè che la cultura dei diritti è in evoluzione e quindi parallelamente un certo incontro di magistratura e mondo intellettuale ha il diritto e il dovere di aggiornare la Costituzione secondo quello spirito da essi percepito. Non è così. Non è così sui temi ad esempio della vita e della famiglia, e non è così neanche sui temi politici-istituzionali, perché non dimentichiamo che nella seconda Repubblica in molti hanno affermato (e alcuni continuano a sostenere) che la costituzione materiale prevede il bipolarismo e il premierato. Questo non è vero e non può essere surrettiziamente introdotto. E questo ci porta alla critica di quanto affermato. È vero che ci siamo trovati davanti a una crisi urgente, a un vero e proprio stato di emergenza, all’impotenza della politica. È vero che si sono dovute mettere in atto iniziative eccezionali proprio nel senso di stato di eccezione: un governo tecnico, una grande coalizione. Ma non è qualcosa al di fuori delle regole, piuttosto qualcosa che usa lo spettro più esteso delle regole, ma non le contraddice. Il ruolo del Presidente della Repubblica in questa crisi è stato esemplare, non certo irregolare. Inoltre, la formazione del governo Monti non solo è perfettamente legittima e costituzionale, ma è anche pienamente politica. Dal punto di vista della Costituzione i governi si fanno in Parlamento, che rappresenta la sovranità e la volontà popolare. Non c’è alcuna mancanza di legittimità né sospensione della democrazia per il fatto che il governo non è stato eletto direttamente dalle urne. Semmai è anticostituzionale dire il contrario. È il parlamento che dà e toglie la fiducia. Certo, è un’eccezione, uno stato di eccezione, che si faccia un governo tecnico e non uno espressione diretta dei partiti vincitori, ma è un fatto dovuto alla situazione di emergenza dell’economia e anche a quella della politica, di quella politica forzatamente bipolare che ha mostrato il suo fallimento. Il fallimento di una politica, non della politica.

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L’analisi di Zagrebelsky presta il fianco a più di una critica. La prima riguarda la correttezza istituzionale da cui è nato il governo Monti. Un esecutivo che non solo gode della fiducia del Parlamento ma, soprattutto, un esecutivo che come tutti i governi della Repubblica sta in piedi proprio perché votato dalle Camere. Nessun governo è stato eletto direttamente dal popolo, come invece si è detto e a furia di dirlo e ripeterlo per oltre tre lustri si è giunti a credere a una finzione. Il governo Monti è nato dal funzionamento delle istituzioni e invece di costituire un’eccezione rappresenta la conferma che le istituzioni repubblicane possono ben funzionare se i partiti non le occupano e ne incarnano lo spirito. La seconda critica riguarda l’idea stessa di eccezione o, meglio, di parentesi democratica. Tutto quanto stiamo vivendo non va visto come una parentesi bensì come il risultato del fallimento della politica bipolare fondata sulla fiducia/sfiducia in un leader piuttosto che in una storia nazionale e in valori politici e civili. Un rapido riepilogo di quanto accaduto ce lo conferma in modo disarmante: s’iniziò con il centrodestra che naufragò presto, quindi vinse il centrosinistra che s’incartò, quindi rivinse il centrodestra che non realizzò le già datate riforme, fu di nuovo la volta del centrosinistra che s’incartò un’altra volta, quindi riecco il centrodestra e riecco l’ennesimo fiasco. A questo punto, in nome del dogma o finzione populista del governo scelto direttamente dal popolo che cosa si sarebbe dovuto fare: riandare al voto e ricominciare la micidiale, inconcludente, pericolosa, dannosa altalena? Il rischio serio per la vita democratica non sarebbe venuto proprio dalla dimostrata incapacità di due gruppi dirigenti a trasformare in governo del Paese il voto dei cittadini? Ecco perché il governo Monti non va visto come una parentesi ma come un’occasione storica per il rilancio della vita politica e più ampiamente pubblica dell’Italia. Certo - e qui Zagrebelsky ha ragione - «quando tutto questo sarà finito», cioè quando la legislazione giungerà alla sua scadenza naturale i partiti non dovranno farsi trovare impreparati. Quale il loro compito? Niente di nuovo sotto il sole: svolgere il ruolo di rappresentanza e incarnare le istituzioni resistendo all’eterno peccato di tracotanza che è al contempo origine e significato della loro esistenza.

13 dicembre 2011 • pagina 3

maticamente nel sistema elettorale, come la Francia con il doppio turno, oppure educati e ridotti all’interno di grandi blocchi, come accade in Inghilterra e negli Usa. In Italia non si è prevista nessuna delle due soluzioni ed è questo uno dei motivi della crisi del nostro bipolarismo».

Ma oggi c’è la possibilità, secondo Feltrin, di «ben educare o rieducare il nostro sistema politico e renderlo meno estremo e radicale, ovviamente con misure adeguate come una nuova legge elettorale, ma soprattutto con attori politici che programmaticamente escludano le ali estreme. I partiti sono in crisi in tutto il mondo e molto dipenderà da come si comporteranno le forze intermedie. Se riusciranno, cioè, a sacrificarsi in nome del bipolarismo moderato, altrimenti i partiti maggiori saranno di nuovo tentati di andare verso un bipolarismo radicale». E a proposito di partiti moderati per Cacciari il Terzo Polo «potrà uscire rafforzato e determinante per la futura politica italiana».

Posizione condivisain parte da Paolo Feltrin: «Il Terzo Polo dovrebbe nei prossimi mesi assumere una posizione strategica all’interno di un nuovo bipolarismo, educato e moderato, per poter partecipare alla sua costruzione fino a guidarlo». Ma Feltrin avverte: «Se dovesse venire meno questa finestra di opportunità ci sarebbe la tentazione di una nuova radicalizzazione del sistema politico, con la conseguente esclusione del Terzo Polo. Intendo dire, cioè, che i centristi devono approfittare del fatto che per la prima volta dopo dieci anni Pdl e Lega sono divisi per definire un’alleanza di centrodestra. Ipotesi che sembra essere in linea con la tendenza, fermo restando la validità di questo schema anche per il centrosinistra, nel qual caso il Pd sarebbe obbligato a non allearsi con Sel». Secondo Alessandro Campi questo periodo che separa i partiti dalle urne potrebbe «servire per ridefinire una nuova proposta politica che preveda alleanze più omogenee. Nel breve periodo, infatti, i partiti che appoggiano Monti perderanno voti a beneficio delle forze protestatarie, ma nel lungo termine la tendenza potrebbe invertirsi se questo governo otterrà dei risultati e chi lo ha sostenuto responsabilmente potrà raccogliere maggiori consensi». I partiti, quindi, dovrebbero riappropriarsi di quel compito per evitare, come ha scritto Zagrebelsky, di ritrovarsi «nel vuoto di rappresentanza» e riconquistare una fiducia che è ormai ai minimi storici.


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la crisi italiana

Le riflessioni di Olivetti, Galli della Loggia e Zagrebelsky segnalano un problema vero, ma non ne affrontano le ragioni

L’eccezione bipolare

Molti si interrogano sull’«anomalia» che avrebbe portato al governo Monti. Ma nessuno dice la verità. Alla base non c’è la sconfitta della politica ma quella di un sistema: il falso bipartitismo che aveva portato l’Italia sul baratro

di Rocco Buttiglione arco Olivetti su Avvenire, Ernesto Galli della Loggia sul Corriere e Gustavo Zagrebelsky sulla Repubblica pongono, ciascuno a suo modo, il problema di cosa cambi nel profondo della politica italiana con il governo Monti. Olivetti parla di un ruolo di «motore di riserva» del presidente della Repubblica in circostanze di eccezione; Galli della Loggia osserva giustamente che questo ruolo non può estendersi oltre certi limiti senza richiedere una riforma costituzionale; Zagrebelsky pone invece l’accento sulla crisi dei partiti che l’insorgere di questo governo mette in evidenza.

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Cominciamo dalle osservazioni di Olivetti e di Galli della Loggia. Certo il Capo dello Stato ha avuto un ruolo di straordinaria importanza nel corso di questa crisi. Non è stato un ruolo solo notarile? Dipende da come si interpreta

il ruolo del notaio. Conosco notai che, dopo avere capito quale sia il vero interesse del loro cliente, insistono nello sconsigliargli scelte azzardate e controproducenti e nell’indicargli il giusto cammino. L’essenziale è che il Capo dello Stato non si è arrogato nessun potere che la Costituzione esplicitamente non gli attribuisca ed ha fatto uso soprattutto del potere di persuasione che gli è dato dal suo grande prestigio e dalla sua straordinaria popolarità. Si è visto, inoltre, che la Costituzione è sufficientemente elastica per adattarsi a situazioni diverse e che il ruolo del Capo dello Stato è anche esso flessibile e può essere decisivo per superare situazioni di blocco del sistema istituzionale. Napolitano è stato molto attento a rispettare le prerogative di tutti gli attori istituzionali e se ne è guadagnato la fiducia. La sua alta mediazione è stata accettata da tutti proprio perché nessuno ha mai avuto il dub-

bio che essa si esercitasse a favore o contro una particolare forza politica. Non c’è bisogno di una revisione costituzionale per autorizzare il Capo dello Stato a proporre soluzioni che trovano poi il consenso degli attori primari del gioco politico.

Questo non vuol dire che qualche ritocco in materia di poteri del Capo dello Stato non possa essere opportuno, ma questo piuttosto a causa di

Come ha detto anche Pisanu, dopo Monti nulla sarà più uguale a prima

una evoluzione registrata nel corso degli anni più che per gli avvenimenti degli ultimi mesi o per ragioni riconducibili alla presidenza Napolitano. Si è affermato, per esempio, fin dal tempo della presidenza Scalfaro (come fa notare correttamente della Loggia) una specie di controllo preventivo del Capo dello Stato sui decreti governativi. Su questa ed altre consuetudini di rilievo costituzionale forse varrebbe la pena di intervenire.

Veniamo adesso alle osservazioni di Zagrebelsky.

Questo governo è anomalo perché nasce da una convergenza in nome del bene comune del paese di forze che fino ad un momento prima avevano identificato il male assoluto nella vittoria dell’avversario. Si sono rivelate incapaci di governare coalizioni costruite contro un avversario piuttosto che in favore di qualcosa, un programma o un insieme di valori. Che la coalizione berlusconiana sia risultata incapace di governare risulta dai fatti e non è necessario argomentarlo. Anche il patto di Vasto, la coalizione del Pd con Vendola e Di Pietro è però risultata egualmente incapace di governare. Se fossimo andati alle elezioni anticipate avrebbero vinto loro ma non avrebbero avuto la fiducia dei mercati né quella dei nostri alleati europei. Non sarebbero stati capaci di fare le riforme necessarie, la crisi si sarebbe approfondita ed in breve avrebbero fatto rim-


L’eventuale slittamento di mesi per il provvedimento non aiuta la credibilità della politica

Non c’è tempo da perdere sugli «onorevoli stipendi»

piangere Berlusconi. Bersani ha avuto il merito di capire la situazione e di accettare il governo di responsabilità (o di impegno) nazionale.

È difficile immaginare che dopo il governo Monti tutto torni come prima. Una certa visione della politica, quella che pone l’accento sulla lotta contro l’avversario, è uscita sconfitta, si è dimostrata incapace di governare. Per governare in modo efficace abbiamo dovuto fare ricorsa ad una altra visione della politica, quella della politica come prudente sollecitudine per il bene comune alla quale tutti sono chiamati a concorrere. È questa la fine del bipolarismo? Non lo so. Certo è la crisi del bipolarismo all’italiana. Il governo Monti è stato qualificato come governo tecnico. Qualcuno si è lamentato che la politica sarebbe stata commissariata. Quella che è stata commissariata, però, è la politica che pretendeva di essere sovrana anche sulla logica e sulla matematica, la politica che pretendeva di fare i debiti e poi di non pagarli. La politica che deve tornare dopo il governo Monti deve essere una politica solidamente nutrita di competenze tecniche. Deve essere, anche, una politica consapevole del sistema di interdipendenza europea all’interno del quale si muove la nostra decisione politica. Fuori di questa consapevolezza non si decide e non si fa politica. La politica di ieri era soprattutto rappresentanza di interessi territoriali e di gruppo. Essa attribuiva a diverse categorie poteri di veto. La decisione per il bene comune non poteva essere presa finché non fossero state soddisfatte tutte le corporazioni dotate di poteri di veto. Adesso diventa decisiva la capacità di rappresentare il bene comune anche sfidando, se necessario, categorie organizzative potenti. Giuseppe Pisanu ha detto che Monti deve restare in politica anche la prossima legislatura per guidare un governo di unità nazionale. Forse è un po’ presto per dirlo, tuttavia già da adesso si può dire che dopo Monti non può tornare la politica di prima. Questo governo prefigura un’altra politica. Non dirò che questa altra politica è la nostra, quella dell’Udc. Sarebbe presuntuoso. Anche noi, come tutti, siamo chiamati a cambiare pelle per essere all’altezza della sfida del presente. C’è bisogno di un partito nuovo che esprima compiutamente una nuova cultura politica della responsabilità, della competenza e del bene comune. Certamente, però, questo nuovo partito non può nascere senza il contributo determinante dell’Udc. Grazie alle scelte coraggiose di questi anni siamo quelli meno lontani dalla nuova politica di cui ha bisogno il Paese.

Il Palazzo è «sotto botta»: va fissato subito un termine molto ravvicinato (il 31 dicembre?) per adeguare il Paese alla media europea di Riccardo Paradisi a vicenda sul taglio degli stipendi ai parlamentari sta assumendo una piega grottesca. La legge che prevede la riduzione degli emolumenti potrebbe slittare infatti al 2012 inoltrato per la difficoltà della commissione parlamentare incaricata e dell’Istat di raccogliere i dati per calcolare la media retributiva in vigore negli altri paesi europei. Dai governi dell’area Ue – questa la spiegazione - non si riuscirebbe ad ottenere una documentazione ufficiale soddisfacente. Insomma per il 31 dicembre non sarà probabilmente possibile avere una legge che coinvolge nei sacrifici generali anche la classe politica; una smentita alle rassicurazioni fornite dal presidente della Camera Fini e da quello del Senato Schifani. Un intoppo che sta creando disagio anzi tutto tra i politici, consapevoli che una notizia annunciata e poi dai fatti smentita col risultato di frustrare le aspettative dell’opinione pubblica costituisce una nuova freccia all’arco dell’antipolitica. Un mostro che nelle sue manifestazioni sa essere ancora peggiore della cattiva politica.

aspettare che il nodo dei dati non pervenuti si sciolga. Nell’attesa non ci si annoia visto che è in corso una commedia degli equivoci fatta di accuse reciproche sull’autentica paternità della battaglia per la riduzione dei costi della politica e di smentite di deputati a cui son state attribuite posizioni di difesa degli attuali livelli stipendiali. In una nota congiunta un corposo gruppo di deputati Pd – tra loro Gianluca Benamati, Donata Lenzi,

Se ne rende conto l’esponente del terzo polo Benedetto Della Vedova che parla dell’urgenza di dare una risposta in tempi rapidi «per non incorrere nell’equivoco che c’è una base di parlamentari che se ne frega. Nei mesi scorsi qualcosa per la verità è già stato fatto. Già quest’anno – dice ancora della Vedova gli emolumenti sono diminuiti di mille euro e si è arrivati sui vitalizi a un provvedimento che gli uffici di presidenza ratificheranno: dall’anno prossimo si passa al sistema contributivo e l’età viene spostata a 65 anni per chi ha una sola legislatura sulle spalle e a 60 per chi ne ha di più». Quanto alla questione delle indennità c’è però da

Antonio La Forgia, Salvatore Vassallo, Sandra Zampa e i senatori Rita Ghedini, Paolo Nerozzi, Gian Carlo Sangalli, Walter Vitali – smentiscono «La notizia di una opposizione alla scelta di equiparare i propri stipendi alla media europea. Siamo del tutto consapevoli del peso dei sacrifici per le famiglie e per i lavoratori del nostro Paese e siamo pronti a condividerli». Da destra smentisce anche Alessandra Mussolini «Smentisco categoricamente il contenuto dell’intervista pubblicata da A di Maria La-

L

Baruffe tra deputati per intestarsi la paternità morale della battaglia sull’autoriduzione degli emolumenti

tella nella quale mi dichiarerei contraria all’abolizione del vitalizio per i parlamentari».

Ma c’è anche chi non ci sta all’autoflagellazione e definisce una ricorsa alla demagogia questo esibito autodafé della classe politica. La radicale Emma Bonino, per esempio, mette in cima alle priorità la questione della legge elettorale derubricando come esercizi appunto demagogici le tirate sui tagli di stipendi o la riduzione del numero di parlamentari. Tema in discussione oggi al Senato in una mozione presentata dall’ex ministro Calderoli: «Il problema è discutere di che tipo di sistema elettorale vogliamo, e dunque che tipo di collegi, che rapporto devono avere gli eletti con gli elettori. Fino a che non ci si trova sotto la pressione di spinte giuste o demagogiche, le istituzioni sembrano incapaci di riformarsi. E vanno alla rincorsa, senza capacità di leadership». Non ha torto Emma Bonino, anche perché alla fine di questa fiera potrebbe darsi il paradosso che la media europea delle retribuzioni non sia così inferiore agli stipendi italiani. Il prolifico Giancarlo Lehner, parlamentare di Popolo e territorio, s’esercita sul tema con forti dosi di sarcasmo «Gli emolumenti di noi parlamentari dovrebbero essere sforbiciati sino allo stipendio di un docente di scuola media. A cominciare, naturalmente, da Schifani e Fini, nonché dagli impiegati della Camera e del Senato, dai funzionari del Quirinale, che attualmente viaggiano ben oltre i 200 mila euro all’anno, nonché dai giornalisti che grazie alla campagna contro la casta guadagnano fior di quattrini strappati anche a Pantalone». Non mancano come si diceva i confronti sulla paternità primaria della battaglia morale. «Sulla riduzione del compenso de parlamentari il Pd non deve prendere lezioni da nessuno - dichiara per esempio il democrat Merlo tantomeno dal novello fustigatore dell’Idv Borghesi. E comunque aggiunge Merlo fare i parlamentari a titolo onorifico sarebbe la via per consegnare il Parlamento ai miliardari e agli affaristi». Al netto delle baruffe e delle polemiche sarebbe però necessario che il parlamento fissi una data precisa per approvare il provvedimento. Perché è vero che la critica all’antipolitica e alla demagogia montante ha le sue ragioni ma è anche vero che lo spirito del tempo impone accortezza. Anche a petto dell’alleggerimento generale delle buste paga che emerge dai dati dell’Istat nel terzo trimestre del 2011. Con l’aria che tira alla politica conviene dunque fare presto e bene.


Qui accanto, la protesta della Fiom, ieri, a Torino. In alto, la ministro del Welfare Elsa Fornero che ha annunciato importanti novità sulle indicizzazioni

In ballo ci sono cinque miliardi in due anni: quelli necessari a “salvare” gli assegni di previdenza fino a 1400 euro

La trattativa continua

I sindacati (uniti) scendono in piazza mentre la ministro Fornero annuncia: «Modifiche in vista per le indicizzazioni delle pensioni» di Marco Palombi

ROMA. Il Parlamento alla fine si è incartato sulla manovra: i saldi finali (una correzione dei conti pubblici da oltre venti miliardi e altri interventi per circa dieci) non possono essere toccati e trovare le coperture per cambiare qualche norma s’è rivelato lavoro più difficile del previsto. Risultato: il decreto del governo arriverà nell’aula della Camera domani e non oggi com’era previsto, sperando che la commissione Bilancio trovi il modo di licenziare il testo al massimo entro stasera. I nodi, come si sa, sono la previdenza e l’Imu sulla prima casa: in particolare sembra prevalente l’idea di aumentare la soglia minima per la deindicizzazione delle pensioni a 1.400 euro circa (tre volte il minimo) o a 1.250 (due volte e mezzo) e di intervenire in qualche modo sui lavoratori nati tra il ’51 e il ’53 – i più penalizzati dalle regole introdotte dal ministro Fornero – nonché di elevare la soglia di esenzione sull’abitazione principale dagli attuali 200 a 400 euro, tenendo conto però - è il cosiddetto Lodo Tabacci - anche della composizione del nucleo familiare e non solo della rendita. Tutto questo, e altre piccole cose di cui si parla, ha però un costo: oltre 5 miliardi nel prossimo biennio, stima il governo. Trovare questi soldi è l’impegno a cui si stanno dedicando commissione Bilancio e governo:

Due messaggi intimidatori a Paola Severino e al sindaco di Roma

Minacce alla Guardasigilli Una busta con dei proiettili anche a Alemanno ROMA. Una busta con due proiettili calibro 40 e un foglio di minacce è stata intercettata nell’ufficio postale di via Marmorata a Roma. Era indirizzata alla segreteria particolare del sindaco Gianni Alemanno. Un’altra busta con proiettili, indirizzata al ministro della Giustizia Paola Severino, è stata rinvenuta presso il centro di smistamento postale di Piazza san Silvestro. La procura di Roma ha aperto un’inchiesta. All’interno del pacco spedito alla segreteria particolare del sindaco c’era un messaggio minatorio che porta la firma «Nucleo Mario Galesi per i Pac» e fa riferimento alla gambizzazione di Andrea Antonini, un esponente di Casapound, centro sociale di destra: «Due gli Antonini da poter gambizzare - è scritto nel messaggio - purtroppo Vittorio aveva altro da fare. Con te useremo questi per equita». La stessa sigla, «Nucleo Galesi» con in più un riferimento alle Br era presente nella busta con i proiettili indirizzati alla ministro Severino. Immediate le reazioni di condanna di esponenti politici di tutti gli orientamenti. Nel testimoniare la sua vicinanza alla Guardasigilli, Rocco Buttiglione ha detto: «Nessuno si farà intimidire da tali vigliaccherie. Al contrario il Pae-

se dovrebbe essere particolarmente grato a un personaggio che in questa difficile situazione ha scelto di mettere la sua professionalità al servizio del Paese, dando un ottimo esempio». Solidarietà è stata espressa anche dal presidente della Camera Gianfranco Fini che ha «condannato con fermezza tali vili gesti, i responsabili dei quali lo Stato e le Istituzioni sapranno contrastare con determinazione e rigore a difesa dei princìpi di democrazia, legalità e libertà del nostro Paese». Mentre il presidente del Senato Schifani ha aggiunto che «gesti del genere non sono da sottovalutare». Il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti, esprimendo solidarietà alla ministro Severino a al sindaco di Roma, ha aggiunto che «in un momento sociale e politico così complesso è necessario che tutte le Istituzioni non sottovalutino e respingano con forza queste vili provocazioni eversive». «Nessuno soffi sul fuoco, ma tutti insieme, politici e non, impegniamoci per rasserenare il clima e impedire che si ripetano gli errori e orrori del passato» ha commentato infine Maurizio Lupi (Pdl) vice presidente della Camera.

nel mirino – esclusa una tassa sulle grandi ricchezze, su cui c’è il veto di Silvio Berlusconi – ci sono i famigerati “scudati” di Giulio Tremonti, quelli cioè che pagarono il 5% di tasse per “legalizzare” oltre 100 miliardi di euro di capitali illegalmente detenuti all’estero. La manovra Monti gli impone già un prelievo aggiuntivo dell’1,5% - da cui dovrebbero arrivare 1,5 miliardi, gettito che i tecnici della Camera ritengono però assai aleatorio – quando il Pd e IdV ne chiedevano uno dieci volte più pesante: adesso si pensa ad elevare l’aliquota al 3,5% per i capitali e al 5% per gli immobili, in modo da coprire in parte gli emendamenti oppure di costringere chi usufruì dello scudo a sottoscrivere Btp decennali ad un tasso di interesse basso (sotto il 3%).

Non di soli scudati vive però la trattativa su dove trovare i soldi che non si vogliono togliere a pensionati quasi poveri e a gente che si è comprata la casa sudandosela tutta. Tra le ipotesi di difficile realizzazione c’è l’imposizione dell’Ici su un pezzo del patrimonio immobiliare degli enti ecclesiastici (quello in cui si esercitino anche in parte attività commerciali) e la proposta di mettere a gara i sei multiplex digitali che invece Silvio Berlusconi aveva deciso di regalare ai broadcaster italiani (Mediaset compresa, ovviamente) col cosiddetto beauty


la crisi italiana

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E la Chiesa dice: non siamo evasori Le aperture di Bagnasco sono sostanziali, e cercano una soluzione che plachi le polemiche di Luigi Accattoli ci-Imu e Chiesa: con le dichiarazioni possibiliste dei cardinali Bertone e Bagnasco, arrivate a metà della scorsa settimana, siamo a una svolta dell’annosa questione che ora potrà essere “approfondita”, come hanno detto i due massimi interlocutori dello Stato in questa materia. Ma per rivedere le norme e chiarire i casi ci vuole tempo, mentre urge un segnale di impegno della Chiesa nell’emergenza che stiamo vivendo: forse nell’immediato potrebbe essere utile una dichiarazione di principio da parte della Cei che attesti la volontà degli ambienti ecclesiali di partecipare allo sforzo collettivo di risanamento dei conti anche con un maggior rigore nel rispondere delle proprie responsabilità fiscali. «Il problema dell’Ici – ha detto il cardinale Tarcisio Bertone il 7 dicembre – è un problema particolare, da studiare e da approfondire. Però la Chiesa fa la sua parte, soprattutto a favore delle fasce più deboli della popolazione». È verissimo che fa la sua parte, una parte grande, che già è riconosciuta e tanto più sarà onorata quanto meglio e quanto prima sarà chiarito che le esenzioni valgono solo per i fini di culto e di solidarietà sociale.

I

Ancora più puntuali sono state il giorno dopo le parole del cardinale Angelo Bagnasco: «In linea di principio, la normativa vigente è giusta, in quanto riconosce il valore sociale delle attività svolte da una pluralità di enti no profit e, fra questi, dagli enti ecclesiastici. È altrettanto giusto, se vi sono dei casi concreti nei quali un tributo dovuto non è stato pagato, che

contest: le risorse arriverebbero in entrambi i casi, ma nel primo caso si tratta di un processo di selezione del patrimonio tassabile probabilmente abbastanza lungo, nel secondo c’è il veto del Cavaliere. Altra opzione vagliata in queste ore dal governo è elevare oltre l’attuale massimo di 1.200 euro il bollo su titoli e prodotti finanziari non soggetti all’obbligo di deposito, una ricchezza che viene stimata in 1.900 miliardi di euro. Attualmente questa imposta vale un miliardo nel 2012 e progressivamente meno negli anni seguenti, elevarla però ha la controindicazione di scoraggiare investimenti sul mercato finanziario italiano. Un’altra ipotesi, infine, è quella di ricorrere ad un sostanzioso contributo a carico delle pensioni d’oro o da quelle di chi gode di trattamenti doppi, tripli e così via. Come finirà lo si saprà solo stamattina, quando i

l`abuso sia accertato e abbia fine. In quest`ottica non vi sono da parte nostra preclusioni pregiudiziali circa eventuali approfondimenti volti a valutare la chiarezza delle formule normative vigenti, con riferimento a tutto il mondo dei soggetti no profit, oggetto dell`attuale esenzione». Innanzitutto il cardinale difende le esenzioni no profit, della Chiesa e di tutti: ed è un punto importante, perché nella battaglia ideologica che su questa materia si è sviluppata negli anni e che si è fatta più gagliarda nelle ultime settimane, si tende a porre

Fatto salvo il principio dell’esenzione, la Cei vuole capire in quali casi ci sono stati abusi ai danni dell’erario la questione delle esenzioni riconosciute agli immobili della Chiesa come un caso unico, mentre è solo il caso più frequente di una realtà molto vasta che riguarda enti, fondazioni, associazioni, partiti, sindacati, cooperative e così via.

Poi il cardinale riconosce due direzioni lungo le quali condurre una doverosa indagine: «È altrettanto giusto». La prima riguarda il fattuale rispetto della normativa in vigore: chi abusivamente non paga, è giusto che paghi. Nel 50% dei casi – poniamo – il comportamento illecito è accertabile con gli strumenti di cui i Comuni dispongono ed è sanzionabile a norma delle leggi vigenti e delle circolari

relatori presenteranno i loro emendamenti concordati con le forze politiche e il governo. È un’altra, in ogni caso, la questione che agita la maggior parte dei parlamentari in questi giorni, quella che va volgarmente sotto il titolo «taglio agli stipendi dei politici»: all’inizio c’era stata una frenata da parte dei presidenti Fini e Schifani, che invece ora promettono che agiranno con velocità non appena sarà pronto lo studio comparativo coi livelli europei assegnato ad una apposita commissione da Giulio Tremonti. C’è chi si ribella, però, come l’ex ministro Renato Brunetta: «Ci sono funzionari di banca che guadagnano 6 volte di più di un parlamentare. Sono loro la causa della crisi. Il Presidente dell’Istat (che guida la commissione di riforma, ndr) guadagna 300 mila euro l’anno, due volte e mezza lo stipendio di un par-

già emanate dagli ultimi governi di Centrodestra e di Centrosinistra. La seconda direzione è più complessa e richiede tempo a essere efficacemente percorsa: è quella degli “approfondimenti” della normativa, che in più di un caso può risultare poco chiara, o anche equivoca e facilitare – magari senza intenzione di dolo – interpretazioni di elusione o di evasione fiscale. Conviene svolgere qualche esempio a chiarire la questione.Vediamo che cosa può capitare con una Casa del clero, con una Casa vacanze, con un Bar dell’oratorio, con una Sala della comunità. Può capitare che in una Casa del clero – esente dall’Ici-Imu se ospita sacerdoti – prendano alloggio i pellegrini condotti da un sacerdote, o persone che sono lì in trasferta per partecipare a un’attività diocesana: poniamo una corale chiamata per le feste del Santo Patrono. O anche semplicemente – se c’è posto – dei clienti occasionali. Fin dove questa ospitalità espansa sarà lecita? La stessa griglia di questioni può valere per una “casa vacanze” della diocesi, originariamente destinata a ospitare gruppi associativi per soggiorni comunitari comprendenti attività di aggiornamento culturale e di animazione ecclesiale, ma che di fatto può essersi trovata – magari senza programmarlo – a ospitare gruppi diversamente reclutati, senza alcuna motivazione ecclesiale. Il Bar dell’oratorio fa prezzi scontati, è aperto solo nelle ore delle attività “oratoriane”, è accessibile solo dai partecipanti a queste attività: e tutto è in regola. O invece ha un’insegna sulla strada e prezzi di mercato, è aperto a

lamentare. Dobbiamo dire la verità: questo imbarbarimento è colpa anche dei giornali».

Guardando fuori dal Parlamento, invece, ieri la notizia del giorno è stata la giornata della ritrovata unità sindacale tra Cgil, Cisl e Uil: le tre organizza-

ogni ora e accetta ogni cliente: in questo caso si configura un’attività commerciale che non può essere esente dalla giusta tassazione. Infine la Sala della comunità: recite parrocchiali, cineforum formativi, conferenze associative sono il proprio per cui è esentata dall’Ici-Imu. Ma se viene affittata a un Cineclub senza legame con la parrocchia, se viene ceduta – con compenso – a enti che vi svolgono lucrose attività?

Sarà necessario dunque “approfondire” e chiarire tutta questa problematica, e ci vorrà tempo. Mesi, forse un anno. Ma – dicevo sopra – dalla Chiesa potrebbe venire subito un segnale di disponibilità più preciso ed esplicito – rispetto alle parole dei cardinali Bertone e Bagnasco – con riferimento alla “prova” fiscale che stiamo vivendo. Il segnale potrebbe avere un doppio contenuto: di incoraggiamento della popolazione ad affrontare nel segno della solidarietà i gravosi sacrifici e le nuove tassazioni imposte dalla congiuntura economica; di impegno da parte degli uomini di Chiesa a fare chiarezza in casa propria, a difesa delle giuste esenzioni e ad accettazione del carico che sta gravando su tutti, o che dovrebbe gravare su tutti. www.luigiaccattoli.it

non può legittimamente riformare il sistema previdenziale, poi ha cazziato Pierluigi Bersani in maniera assai irrituale («Nei suoi panni avrei prima fatto una discussione sulla manovra e poi detto come avrei votato. Avrei preferito questo atteggiamento dal Pd, piuttosto

Questa mattina la decisione definitiva della Commissione bilancio che deve superare i diktat imposti da Berlusconi sulla patrimoniale e sulla vendita delle concessioni per la tv digitale zioni, dopo anni, hanno organizzato insieme lo sciopero generale contro la manovra. Duri i toni, complice un incontro assai freddo col premier domenica sera. La più radicale è stata ovviamente la leader Cgil, Susanna Camusso: prima ha curiosamente sostenuto che un governo non passato dalle urne

che votare a scatola chiusa»). Anche Raffaele Bonanni della Cisl non è comunque conciliante: «Abbiamo ricevuto solo un diniego ad ogni modifica. Fino a ieri ci siamo sentiti dire che serve una manovra rigorosa. Noi siamo d’accordo con il rigore, ma vogliamo che la manovra sia anche equa, e ci rivol-

giamo al presidente della Repubblica, che ha sempre richiamato alla coesione. Questa manovra è un’istigazione alla ribellione». La rinnovata concordia tra i tre grandi sindacati, comunque, non ha speranza di fare breccia nel governo, ma ha già avuto l’effetto di mandare in confusione il Partito democratico: oggi Bersani incontrerà i tre segretari confederali, ma è soprattutto nella base parlamentare che cominciano a circolare i malumori. Due deputati torinesi, per dire, e neanche della corrente gauchiste, come Stefano Esposito e Antonio Boccuzzi: «Ci riconosciamo nella piattaforma sindacale unitaria che coincide peraltro in larga parte con le richieste e le proposte del Pd». Quindi? «Senza modifiche su deindicizzazione e scalone per gli attuali 60enni noi la manovra non la votiamo».


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Sopra La Capria, l L’assegnazione del Premio Tarquinia Caldarelli allo scrittore solleva due questioni: l’assenza in Italia di critici letterari puri e la commistione tra narratori e recensori di Pier Mario Fasanotti volte ci si impiega due o tre minuti per afferrare il senso, o il non-senso, di una notizia di trerighe. Per quattro esempio: «I vincitori della decima edizione del premio Tarquinia Cardarelli sono Raffaele La Capria e Jean Clair, rispettivamente per la critica italiana e internazionale». Bene, questo è il comunicato, ripreso dai quotidiani. Se il metabolismo della comprensione è lento, anzi lentissimo, alla fine s’individua subito la causa. Jean Clair è critico e basta: nulla da obiettare. Ma Raffaele La Capria è un narratore puro. Un grande narratore, che con la critica c’entra ben poco anche se si è misurato con le parole altrui, sia sui giornali sia in compendi come Il sentimento della letteratura (Mondadori 1974). Ben lieto che La Capria abbia ricevuto un premio. Ma per usare il suo stesso gergo dialettale (è napoletano) c’è da chiedersi: “Che c’azzecca con la critica?”. La vicenda - tortuosa come lo sono sempre più spesso quelle dei premi - ci spinge subito a formulare una domanda, molto semplice. Questa: forse in Italia non ci sono più critici letterari? Mi scuso con inevitabili, e maleducate, dimenticanze, ma posso redigere un breve elenco degli studiosi che potevano

A

ricevere il premio Tarquinia con le carte tutte in regola: Leone Piccioni, Angelo Guglielmi, Rosanna Bettarini, Giulio Ferroni, Alberto Asor Rosa, Pietro Citati, Massimo Onofri, Umberto Eco, Ermanno Paccagnini, Franco Cordelli. Da agganciare al quesito occorre non dimenticare l’annosa e un po’ noiosa questione dell’eredità, indicata da alcuni come difettosa se non mancante, dei vari Emilio Cecchi, Carlo Bo, Maria Corti, Gianfranco Contini, Cesare Segre, Carlo Dionisotti, Francesco Flora, eccetera. A stagioni variabili si sente spesso dire che “non ci sono più i critici di una volta”. Come le primavere tiepide o gli autunni dolci.

Altro elemento che solleva pericolose confusioni è la commistione tra critico e scrittore. O meglio: tra narratore e recensore. Sono chiare agli occhi di tutti le viperine connivenze tra quelli che hanno spazio sui giornali e nello stesso tempo pubblicano, essi stessi, romanzi. Io scrivo bene di te con l’ovvia intesa che quando uscirà un mio testo tu lo segnalerai con il dovuto riguardo. Un “do ut des” che poco fa onore alla limpidezza professionale che dovrebbe essere lo scheletro portante delle “terze pagine”. Ci sono poi quelli - li chiamerei gli “urlatori”- che s’inorgogliscono nell’avere un seguito di lettori per il fatto che a cadenze talvolta molto ravvicinate gridano al capolavoro assoluto. Scoperto da loro medesimi, ovviamente, e prima di tutti gli altri. Il giornalista Antonio D’Orrico “lancia” volentieri i suoi autori preferiti. L’ha fatto con Giorgio Faletti, accostandolo disinvoltamente a James Ellroy, e con tanti altri. Giornalismo culturale o marketing editoriale? Oppure professori universitari con penna da critico che danno prova di grande godimento nello stroncare scrittori, esordienti e non. È odioso ricordare un uomo di profonda cultura come Giorgio De Rienzo, recentemente scomparso, il quale sulle colonne del Corriere della Sera componeva brevi schede e mezzo, tra il cinque e il sei, fino ad arrivare alla sonora bocciatura: due o tre. Ricordava lo schioccare sadico dei frustini di alcuni maestri di college inglesi. E dietro a quel gesto così pesantemente definitivo che pareva scritto con la penna rossa della famosa maestrina si propagava, nell’immagina-

Tra i tanti studiosi che potevano ricevere il premio: Leone Piccioni,Angelo Guglielmi, Rosanna Bettarini, Giulio Ferroni, Alberto Asor Rosa, Pietro Citati, Massimo Onofri, Umberto Eco, Ermanno Paccagnini e via così... zione del lettore, una risata sardonica. Di De Rienzo ho un ricordo personale che risale ai tempi in cui lavoravo a La Stampa.Venuto a sapere che stavo dando a un editore un mio romanzo, lui si fregò le mani, un po’ teatralmente, e disse che ormai «sarei scivolato nelle sue grinfie». Da leggersi: nei suoi artigli. De Rienzo comunque era un uomo coraggioso: anni fa scrisse un romanzo. Detto in tutta onestà: era mediocre. Tuttavia, se ricordo bene, nessuno scrisse che il critico con la bacchetta di cuoio duro si era denudato senza provare vergogna. A proposito del sadismo di certi critici, ricordo quel che un giorno Alberto Bevilacqua mi disse a proposito di questa categoria: «Tu fai un film o scrivi un libro, e devi sapere sempre che c’è qualcuno che dice tra sé e sé: vediamo un po’ cos’ha prodotto ‘sto stronzo!».Tornando a La Capria, che con due libri oggi riuniti in uno solo (negli Oscar Mondadori: Il sentimento della letteratura e Salti mortali), bisogna proprio dargli ragione quando lo scrittore napoletano diventato famosissimo con Ferito a morte ebbe


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la critica inciampa tici per avermi attaccato, soprattutto agli inizi. Per essere dei buoni scrittori è necessario essere umili e io ho più stima di chi sbaglia in modo genuino di chi ha sempre ragione ma non è sincero». A proposito del vizio sia italiano sia francese di fare lo scrittore e il critico nello stesso tempo, Levy perde il buonumore quando afferma: «Nei paesi latini ciò è frequente: un’anomalia che non avviene né nel cinema né nella musica. Questi critici-scrittori fanno parte di una sorta di club con regole ben precise e io non ci tengo ad appartenere a tale circolo». C’è poi un’abbondante invidia verso coloro i cui libri vendono tantissime copie. Difficilmente si perdona il successo. O perlomeno questo è più accettabile o addirittura indicato come foglia d’alloro se il narratore scrive in lingua diversa dalla nostra. I cecchini delle terze pagine italiane puntano immediatamente il fucile se l’autore è un connazionale salvo meritorie eccezioni, ovviamente mentre lanciano petardi festosi alla comparsa di un americano medio o ad-

a dire qualche tempo fa: «Ho fatto frequentemente ricorso all’ironia, partendo dall’idea che questa è di fatto assente, esclusa dal saggismo letterario, mentre non solo l’ironia è necessaria, ma è un tratto che mi appartiene, è indissolubile dalla mia natura e mi consente, visto che i miei scritti sono larvatamente autobiografici, di non blandire troppo il mio ego e a volte di castigarlo. Credo infatti che un po’ di ironia sia sempre utile a smussare la supponenza degli “addetti ai lavori” e possa essere usata per liberarsi dalla specificità del loro linguaggio». E aggiungeva: «Sempre con ironia ho parlato non solo, con l’intento di smitizzarli, dei numi intoccabili del nostro Olimpo letterario contemporaneo - divinizzati dai critici che non hanno l’abitudine di usare il senso delle proporzioni - ma anche di me stesso come scrittore “invisibile” e perciò un po’ risentito verso i valori costituiti e verso gli scrittori “beatificati”... ma se questo “risentimento della letteratura” mi suggerisce nei confronti dei “beatificati” Calvino, Gadda e Pasolini tre aggettivi ridimensionanti, come “insapore”(Calvino), “professorale” (Gadda) e “oratorio” (Pasolini), questo non vuol dire affatto che io non riconosca la loro grandezza». A La Capria è stata data la toga di critico. Visto che La Capria è ironico, ci piace immaginare che si sia messo a ri-

A sinistra, un’immagine dello scrittore napoletano Raffaele La Capria. A destra, uno scatto di Alberto Asor Rosa. In alto, un disegno di Michelangelo Pace

A volte scoppiano accese polemiche anche tra critici paludati. Come l’ira di Asor Rosa all’uscita di «Atlante della letteratura» curato da Luzzato e Pedullà: venti pagine di stroncatura

dacchiare. In privato, ovviamente. Ora appartiene de facto alla categoria dei censori, che tanta paura fanno a chi scrive romanzi o poesie o che tanta stizza provocano in coloro che diventano, prima o poi, “bersagli”. Le reazioni alle bocciature, diciamo così, accademiche sono molto diverse. Il francese Marc Levy (tradotto in Italia da Rizzoli) non è certo paragonabile a Proust. Sta di fatto che vende milioni di copie con una prosa dignitosissima. Qualcuno dei suoi connazionali l’ha bollato come «un autore di romanzi da spiaggia». Sua risposta: «Mi va bene così. Sono grato ai cri-

dirittura mediocre. La storia delle stroncature è una storia molto lunga e variegata. Il saggista e giornalista Mario Baudino nel 1992 pubblicò un sapido libretto intitolato Il gran rifiuto; storie di autori e di libri rifiutati dagli editori. Più recentemente (2008) è uscito in Francia un testo analogo, di Sylvie Yvert. La quale ha ricordato che le polemiche e i rancori, nonché gli abbagli, sono facilmente rintracciabili anche nei secoli scorsi. Certi critici scrissero, per esempio, che Balzac faceva ridere quando voleva fare paura e viceversa, che Victor Hugo usava il vocabolario «come se fosse la ruota della fortuna». Nel gran mondo delle parole covano odi, risentimenti, duelli verbali e insulti. Senza parlare di auto-incensazioni, e mi riferisco a Aldo Busi che per due decenni ci ha inflitto sempre la solita frase: «Sono io il più grande scrittore vivente». Un giorno gli chiesi: «Al secondo posto chi ci metteresti?». Mi pare di ricordare un lieve imbarazzo, o comunque il tentativo di evitare la trappola. Ma ciò è ascrivibile non alla critica (o auto-critica tout court), perdonabile alla stregua di una gag trita e ritrita o intimamente livorosa, quanto a tratti psico-caratteriali. A volte scoppia la polemica più accesa anche tra critici paludati. Di pochi mesi fa risale l’ira di Asor Rosa all’uscita di “Atlante della letteratura”curato da Sergio Luzzato e Gabriele Pedullà.Venti pagine di stroncatura. Di un libro edito dall’editore in comune: Einaudi. Asor Rosa, autore di una gigantesca opera

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sulla letteratura italiana (17 volumi), s’è indignato di fronte a un presunto nuovo metodo di lavoro dei più giovani Luzzatto e Pedullà, che hanno voluto “superare”, in quanto considerata inadeguata, «una tradizione gloriosa eppure ingombrante le cui conseguenze sono ancora attuali». Sarcastico lo studioso di impronta marxista - e su questo hanno velenosamente, e molto gratuitamente, ribattuto i due critici più giovani - quando s’è chiesto, senza volersi dare una risposta, se i due curatori avessero le carte scientifico-bibliografiche in regola per il compito che si sono prefissati. E ancora: «Nel raptus di titanismo intellettuale della coppia Luzzatto-Pedullà il nuovo metodo consiste nel non averne alcuno... il non averne alcuno viene proclamato con grandi clamori e scoppi di mortaretti come il nuovo metodo». E l’Einaudi? Il direttore generale Ernesto Franco ha reagito con marcata sobrietà: «La casa editrice è sempre stata, e per fortuna è ancora, una fucina di scontri intellettuali. Ciò che contemplano però insulti e botte. Questi teniamoli fuori». I più informati e i meno disincantati sussurrarono che l’ira funesta di Asor Rosa aveva come bersaglio reale Pedullà Walter, non Pedullà figlio. Certe polemiche la saggezza ci dovrebbe suggerire a considerarle eterne nel grande bosco di pagine scritte - sono un poco più divertenti. Mi riferisco all’articolo su La Repubblica di Alessandro Baricco che iniziava proprio così: «Questo è un articolo che non dovrei scrivere. Lo so. Me lo dico da me. E lo scrivo». Che cos’era successo? Sullo stesso quotidiano Baricco aveva letto un intervento di Pietro Citati che si diceva deliziato nel porsi davanti alla televisione e vedere i pattinatori-ballerini delle Olimpiadi. Deliziato a tal punto «che dimenticavo tutto: le noie, la mediocrità, gli errori della mia vita; dimenticavo perfino l’Iliade di Baricco, e la vasta e incomprensibile ottusità dei volti di Roberto Calderoli e di Alfonso Pecoraro Scanio». Il colpo basso avvertito dallo scrittore torinese ha stranamente un seguito: avuto sull’Unità lesse la critica di Giulio Ferroni ai racconti di Sebastiano Vassalli, in cui si parlava di automobili. Ecco il tocco di sciabola del critico sul costato dello scrittore: «Che distanza abissale dalla stucchevole e ammiccante epica automobilistica dell’ultimo (racconto, ndr) di Baricco!». In riferimento ad “alti e autorevoli critici letterari... a due mandarini della nostra cultura», Baricco constatava che Citati non aveva mai recensito la sua Iliade e Ferroni mai scritto un rigo sul libro Questa storia del torinese, in cui appunto si parla di automobili.

Il tono è allegro-andante, ma tracima risentimento quando Barrico scrive: «È un modo di fare che conosco bene, e che è piuttosto diffuso, tra i mandarini. Si aggirano nel salotto letterario, incantando il loro uditorio con la raffinatezza delle loro chiacchiere, e poi, con un’aria un po’ infastidita, lasciano cadere lì che lo champagne che stanno bevendo sa di piedi. Risatine complici dell’uditorio, deliziato. Io sarei lo champagne». Sarà sempre così? Senza dubbio critica e narrazione si siedono sovente sulla stessa panchina, e sono troppo limitrofe a quella cosa fluida e ingombrante che è l’ego. D’altra parte l’ego è motore di letteratura. Attenderci che l’incontro o lo scontro di due ego produca silenzio sarebbe solo un desiderio troppo infantile.


mondo

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Vediamo qual è il mondo (e quali i suoi diritti calpestati) al quale oggi i centristi dedicano una manifestazione a Roma

Il popolo negato La storia della millenaria cultura tibetana, schiacciata in un giorno dalla Cina di Mao di Maurizio Stefanini ono circa 5,4 milioni oggi i cittadini cinesi di etnia tibetana. Secondo il governo tibetano in esilio, 900.000 in meno rispetto ai 6,3 milioni del 1959; secondo il governo di Pechino, 1,7 milioni in più rispetto ai 2,7 milioni del 1954. La disputa riguarda anche il territorio che la repubblica Popolare Cinese considera come “Regione Autonoma Tibetana”, e che non comprende tutto il Tibet storico, ma solo la regione di U-Tsang, ribattezzata peraltro col nome cinese di Xizang. Un’altra regione, l’Amdo, è stata infatti trasformata nella provincia del Qinghai. Una terza, il Kham, è stata annessa alla provincia del Sichuan. E pezzetti di Tibet sono stati aggregati anche al Gansu e allo Yunnan. Secondo il governo tibetano in esilio, in tutto il Tibet storico i tibetani sarebbero ormai minoranza, rispetto agli immigrati cinesi. Secondo Pechino, nella Regione Autono-

S

ta, in contrapposizione all’estrema frammentazione dei dialetti. Questa lingua e questa cultura sono state nei secoli tramandate da una fittissima rete di monasteri, il cui ruolo di elaborazione e conservazione del sapere è stato un po’ simile a quello delle abbazie nell’Europa medievale. E al vertice della gerarchia monastica il Dalai Lama, leader religioso e temporale a un tempo, ha assicurato l’unità politica.

Un primo stato tibetano storicamente accertato apparve nel 127 a. C, sotto la dinastia Yarlung. Ma il paese nei suoi confini di prima della spartizione imposta dalla Cina fu unificato nel VII secolo d. C., sotto il re Songtsen Gampo. Solo con la nascita dell’Impero Mongolo Cina e Tibet si trovarono per la prima volta a far parte della medesima entità statuale. Nel 1260 il lama Phagpa, leader religioso tibetano, riuscì a convertire l’in-

Il primo stato del Tibet storicamente accertato apparve nel 127 a.C. Da allora ha resistito a ogni vicissitudine, fino al 1956 quando l’indipendentismo fu affogato nel sangue dai cinesi ma ci sarebbe un 90% di tibetani. Il più vasto altopiano del pianeta, il Tibet è una regione battuta dai venti e soggetta in inverno a improvvise e violente bufere di neve, a un’altitudine media di 4.880 metri sul livello del mare. L’intrico di catene montuose, paludi, laghi salati e pianori sabbiosi o rocciosi che lo frammenta all’infinito ha favorito lo spirito d’indipendenza e il localismo. «Ogni regione ha il suo dialetto, ogni lama la sua dottrina», dice un antico proverbio locale. La spinta ad un’identità pan-tibetana, ostacolata dalla natura, è venuta allora dallo spirito, con la diffusione dall’India della religione buddhista, che si è combinata con lo sciamanesimo dell’ancestrale religione Bon, a formare il lamaismo. È stato col buddhismo che è arrivato sul “Tetto del Mondo” l’alfabeto devanegari del sanscrito. I tibetani, però, l’hanno modificato, inventando un originale alfabeto che ha costruito l’unità della lingua scrit-

vasore Kublai Khan, dopo aver sconfitto in dispute dialettiche teologi sia cristiani che musulmani, oltre che eruditi taoisti e confuciani, sciamani mongoli e tibetani e seguaci delle altre scuole buddiste rivali. Così, venne nominato dal Gran Khan suo proconsole in Tibet, e “maestro imperiale”. Quando la dinastia mongola degli Yüan entrò in decadenza, dunque, per i tibetani fu facile recuperare una piena indipendenza, e con Ghedun Drupa, vissuto dal 1391 al 1472, iniziò la dinastia di leader religiosi-politi-

ci dei Dalai Lama. Con Ghedun Gyatso, il suo successore, venne enunciato il principio secondo cui il Dalai Lama alla sua morte si reincarnerebbe in un bambino che i monaci possono individuare da alcuni segni particolari. In questo modo, dunque, a regnare è sempre lo stesso spirito, emanazione del bhodisattva Avalokitesvara. Un bhodisattva, va ricordato, è un uomo illuminato che rinuncia al Nirvana e si rincarna per aiutare il progresso dell’umanità. Solo nel 1720 una guarnigione cinese si stabilì nella capitale tibetana Lhasa, ma pur sotto un regime di pesante protettorato il Tibet rimase sempre formalmente indipendente. E nel 1890 Thubten Gyatso, il tredicesimo Dalai Lama, riuscì a recuperare una indipendenza piena. L’esercito imperiale riconquistò Lhasa nel 1910, ma fu cacciato nel 1911 dall’insurrezione popolare che si accese in concomitanza con la rivoluzione repubblicana di

Pechino. Nel 1943 il governo di Lhasa istituì un Ufficio per gli Affari Esteri, che iniziò a emettere passaporti. Nel 1948 il Tibet fu riconosciuto dalla nuova India indipendente. Nel 1949 il Nepal chiese di entrare nelle Nazioni Unite citando proprio le relazioni diplomatiche con il Tibet a sostegno della sua piena personalità internazionale. Il Tibet, però, commise l’errore di non chiedere esso stesso l’ammissione all’Onu.

Una volta conclusa la guerra civile sul Continente e costretti i nazionalisti a riparare a Taiwan, l’Esercito Popolare di Liberazione di Mao ammassò ai confini 80.000 uomini e il 6 ottobre 1950 invase il Tibet da sei direzioni, piegando in breve tempo la disperata resistenza degli 8.000 soldati delle piccole

forze armate tibetane. Poiché Gran Bretagna, Stati Uniti e Nazioni Unite erano già impegnati in Corea, e dal momento che India e Nepal non volevano grane col potente vicino cinese, le richieste di aiuto restarono senza risposta. Invano, per far meglio fronte alla drammatica situazione, il sedicenne Dalai Lama venne incoronato senza aspettare il compimento della maggiore età. Il 25 maggio 1951, dopo aver occupato metà del Paese, i comunisti cinesi imposero l’«accordo in 17 punti per la liberazione pacifica del Tibet». Pur in questo contesto di prepotenza, però, il governo di Pechino riconobbe che «il popolo tibetano ha diritto all’esercizio dell’autonomia nazionale regionale», sia pure «sotto la guida unita del Governo Centrale del Popolo». E si promise anche che «le autorità centrali lasceranno immutato il sistema politico esistente in Tibet. Le autorità centrali garantiscono inoltre lo stato, le funzioni ed i poteri politici del Dalai Lama. I funzionari dei diversi gradi gerarchici dovranno continuare ad esercitare le proprie attuali funzioni». Stesse garanzie vennero offerte alla «religione, usi e costumi del popolo tibetano», ai «monasteri dei Lama» e alle loro «fonti di introito», alla «lingua scritta e parlata nonché le strutture scolastiche dell’etnia tibetana». Queste garanzie, però, non vennero rispettate. Dal 1956 iniziò così la guerriglia, nell’autunno del 1958 i ribelli sconfissero i


mondo

Casini, Franceschini e Cicchitto alla Camera nel meeting della Fondazione Liberal

Un messaggio per i diritti di Francesco Lo Dico

ROMA. L’ultimo della catena è stato Tenzin Phuntsog, religioso tibetano di appena quarant’anni. Sposato, padre di due bimbi, si è dato alle fiamme nella regione di Chamdo, dove si trova il monastero Karma. Si è immolato in nome del Tibet libero. Come altri undici, tra monaci e suore, che prima di lui che si sono determinati all’estremo gesto in quest’ultimo anno. Tenzin è sopravvissuto per miracolo. Altri non ce l’hanno fatta. E tuttavia il Dalai Lama resta in esilio dal 1959, il Tibet continua a essere in ceppi e la stampa, specie quella nostrana, sull’argomento continua a restare parecchio tiepida, per non dire indifferente. Dopo l’auto-immolazione dei dodici buddisti tibetani, in rivolta contro la repressione operata da Pechino nel Tibet e nelle province limitrofe, è tempo che l’Italia dia un segnale al governo cinese. Ed è proprio sulla base di queste considerazioni che nasce “Insieme per il Tibet”, meeting di solidarietà a sostegno della battaglia del popolo tibetano che è in programma alle 14 di oggi alla Camera, presso l’Aula dei gruppi parlamentari di via Campo Marzio. Un’iniziativa della fondazione Liberal, che si prefigge l’obiettivo di risvegliare la coscienza occidentale sullo sfruttamento che

la Cina opera nella provincia himalayana, invasa con la forza dall’esercito maoista e da allora teatro di enormi repressioni sociali e religiose. Dopo la proiezione di alcuni video e di alcune fotografie, testimonianze vive di questo massacro silenzioso, prenderanno la parola Penpa Tsering, presidente del Parlamento tibetano in esilio, il lama geshe Gedun Tarchin, responsabile dell’Istituto di Cultura LamRim di Roma e uno dei maggiori studiosi delle pratiche religiose del buddismo tibetano, e Matteo Mecacci, presidente di Intergruppo per il Tibet. Ma all’incontro prenderanno parte anche esponenti della politica nazionale. Sono attesi gli interventi del leader Udc, Pier Ferdinando Casini, dei capogruppo Pdl e Pd alla Camera, Fabrizio Cicchitto e Dario Franceschini, e del presidente della fondazione Liberal, Ferdinando Adornato.

Lo stesso deputato centrista è stato il primo firmatario della risoluzione approvata la scorsa settiamana dalla commissione Affari esteri della Camera, atta a sollecitare un’azione europea per esprimere “viva e forte preoccupazione” al Governo cinese rispetto al «protrarsi di una situazione di aperta violazione dei diritti umani, culturali e religiosi del popolo del Tibet».

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cinesi in campo aperto a Tstetang, il 10 marzo del 1959 iniziò la rivolta popolare di Lhasa, e l’11 marzo fu proclamata l’indipendenza. Ma il 16 marzo iniziò la violenta controffensiva dell’Esercito Popolare di Liberazione, e il giorno dopo il Dalai Lama fuggì verso l’India, assieme a altri 120.000 profughi. La Cina dichiarò l’annessione pura e semplice, condannata però dall’Onu, mentre in India veniva costituito un governo tibetano in esilio. Nel 1989, per la sua lotta non violenta in favore dell’indipendenza tibetana, fu conferito al Dalai Lama il Premio Nobel per la Pace, e a favore del diritto dei tibetani all’autodeterminazione si è pronunciato più volte anche il Parlamento Europeo. Dopo decenni di indifferenza, anche l’opinione pubblica occidentale ha iniziato negli anni ‘80 ad interessarsi con passione alla causa tibetana, sia pure come riflesso di una più generale moda del buddhismo.

Secondo lo stesso Esercito Popolare di Liberazione, nel solo Tibet centrale tra il marzo 1959 e l’ottobre 1960 furono uccisi 87.000 tibetani. Secondo il Governo Tibetano in Esilio, almeno 1.200.000 tibetani sono morti per causa diretta o indiretta dell’invasione, e il 95% dei 6.259 templi, monasteri e luoghi di culto è stato distrutto. Il bilancio della repressione del 1959 fu così sintetizzato nel 1960 dalla Commissione Internazionale dei Giuristi di Ginevra: «Decine di migliaia di tibetani sono stati uccisi senza processo negli anni 1959-60 solo in base al sospetto di attività anticomuniste… essi sono stati percossi a morte, fucilati, crocefissi, arsi vivi, annegati, torturati, strangolati, sepolti vivi, gettati nell’acqua bollente, decapitati... molti tibetani imprigionati sono morti in seguito alle brutalità, alle privazioni e ai lavori forzati... Pare vi siano state anche operazioni di sterilizzazione e matrimoni forzati con i cinesi al chiaro scopo di eliminare la razza tibetana nel giro di poche generazioni... I militari cinesi hanno bombardato e di-

strutto centinaia di monasteri mentre altri sono stati demoliti... In base a questi fatti e alle prove ottenute la Commissione Internazionale dei Giuristi dichiara la Repubblica Popolare Cinese colpevole di genocidio e le attribuisce l’intento di distruggere i tibetani in quanto gruppo nazionale, etnico, razziale e religioso».

L’attuale Dalai Lama, quando era ancora al potere, aveva già favorito un inizio di riforma agraria. Subito dopo il suo arrivo in India, il leader tibetano ha intrapreso altre riforme, per controbattere la propaganda cinese sul “regime feudale” da cui l’Esercito Popolare di Liberazione avrebbe affrancato il popolo tibetano. È stata così emanata una costituzione che prevede un parlamento elettivo, e nel 1992 il Dalai Lama ha rinunciato ufficialmente a ogni ruolo politico nel futuro Tibet indipendente. Dal momento che nel 1979 Deng Xiaoping aveva detto che si poteva discutere e risolvere qualsiasi problema eccetto l’indipendenza del Tibet, nel 1987 il Dalai Lama aveva anche presentato un Piano di Pace in 5 punti: la trasformazione di tutto il Tibet in una zona di pace; l’abbandono da parte della Cina della politica di trasferimento della popolazione; il rispetto dei diritti fondamentali e delle libertà democratiche del popolo tibetano; il ripristino e la protezione dell’ambiente naturale tibetano e la cessazione, da parte della Cina, dell’uso del Tibet per la produzione di armi nucleari e come deposito di scorie nucleari; l’avvio di serie trattative sul futuro stato del Tibet e sulle relazioni tra i popoli tibetano e cinese. In seguito, il Dalai Lama ha chiarito che non cerca l’indipendenza, ma un regime di autonomia simile a quello dell’Alto Adige in Italia. Ma neanche questo è bastato al regime di Pechino, che continua a sciacciare l’indipendenza tibetana malgrado i monaci siano riusciti (anche con le drammatiche auto-immolazioni col fuoco) a riportare l’attenzione mondiale sul dramma del Tetto del Mondo.


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grandangolo In attesa della conferenza di Londra indetta per febbraio da Cameron

«Attenti, il virus del terrorismo somalo sta infettando l’intera Regione» «La grave instabilità politica di Mogadiscio, e soprattutto il penetrare delle cellule di al Shabaab nei Paesi confinanti, rischia di esasperare tutta l’area. Occorre trovare presto una strategia di interventi». Parla Mario Raffaelli, Presidente di Amref, già inviato speciale della Farnesina per il Corno d’Africa dal 2003 al 2008 di Martha Nunziata

ici Somalia, oggi, e pensi a carestie, emergenza umanitaria, bambini soldato, kamikaze, terrorismo islamico, e poi traffico di uomini, di droga, di armi e di rifiuti tossici, pesca illegale e pirateria. La Somalia, oggi, è tutto questo. Ma la Somalia, oggi, è anche l’ago della bilancia sociale e politica dell’area, in grado di influenzare tutto il Corno d’Africa, fino al Medioriente. La sua instabilità può determinare quella di molti Paesi, a cominciare da quelli confinanti, dalla realtà molto fragile. È questo, ora, il motivo principale di preoccupazione nell’area ed è per questo che il primo ministro britannico David Cameron ha indetto la conferenza di Londra, in programma a febbraio, per trovare una nuova strategia di interventi per sostenere la Somalia e combattere il suo “mostro”: il terrorismo. Un Paese che è sotto l’egida delle Nazioni Unite dal 1992, anno della risoluzione numero 751, e nel quale, da anni, ci sono forze militari di vari Paesi, e adesso sono scesi in guerra contro il terrorismo, ovvero contro Al Shabaab: quelle etiopi, quelle americane, oltre, naturalmente, a quelle dell’Onu, e ora da ultimo anche le milizie keniote. Tutti hanno qualcosa da inseguire, in Somalia: il governo di Addis Abeba ha grossi interessi economici nel sostenere l’offensiva militare del Kenya. Come, del resto, Francia e Stati Uniti. La Somalia è un Paese strategico, chi lo control-

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la, controlla tutta la regione: per il commercio internazionale e per il sottosuolo ricco di risorse naturali. Sono tutti interessati a costruire l’oleodotto di Lamu, che collegherebbe il Sud Sudan all’Uganda, e ad estrarre il petrolio trovato in mare aperto nel sud della Somalia. Ma per realizzare il progetto occorre mettere in sicurezza l’intera zona, cominciando proprio dalla Somalia. Mario Raffaelli, Presidente di Amref, già inviato speciale della Farnesina per il Corno d’Africa dal 2003 al 2008, ha parlato a liberal della situazione in Somalia e dei possibili sviluppi.

Privilegiare l’intervento militare rispetto a quello umanitario è sbagliato: significa radicalizzare l’islam fondamentalista Quanto può essere pericolosa l’instabilità politica somala, nel diffondersi del terrorismo anche nella regione del Corno d’Africa e nel Medioriente? I terroristi somali, gli al Shabaab, i guer-

riglieri islamici legati ad al Qaeda, si stanno già radicalizzando nel Corno d’Africa: c’è già stato, per esempio, l’attentato in Uganda, una regione estremamente importante per la collocazione che ha e per i fenomeni collegati, come la pirateria e i danni economici che ne derivano. L’estensione di questo fenomeno andrebbe ad incidere in una realtà già difficile, con le costanti tensioni tra Etiopia e Eritrea, il sofferto processo di indipendenza e di separazione del Sudan del Sud dal Nord, e la nuova escalation di ritorno di tensione tra i due paesi, le elezioni del prossimo anno in Kenia che sono una prova difficile, soprattutto dopo quelle tormentate di tre anni fa che avevano portato agli scontri. C’è poi un collegamento con il Medioriente, la connessione traYemen e Somalia è molto forte da sempre, e quindi esiste la possibilità di un network del terrorismo. Non è comunque un problema solo somalo, ma dell’intera area. È per questo che l’Etiopia è scesa in guerra contro gli Al Shabaab, inviando centinaia di soldati nei giorni scorsi oltre il confine con la Somalia? Sì, ma è un errore. Dal mio punto di vista, privilegiare l’intervento militare significa radicalizzare l’islam fondamentalista, come le milizie degli Shabaab (e prima ancora nelle Corti islamiche), rispetto a quello umanitario e della ricostruzione in Somalia, è sbagliato. Gli

etiopici, dopo il 2006, l’anno dell’intervento militare più importante, con carri armati, bombardamenti, e, di fatto, l’occupazione della Somalia, si sono ritirati, perché i costi erano troppo elevati rispetto agli eventuali ricavi, ma sia prima che dopo gli etiopici hanno usato la tecnica dell’intervento militare limitato alle quotidiane ricognizioni, soprattutto nelle zone di frontiera: vogliono evitare che la Somalia diventi forte, indipendente e islamica e, al contempo, hanno sempre voluto evitare che da parte somala potesse giungere un qualunque tipo di supporto, logistico o militare, ai numerosi gruppi insurrezionalisti che proliferano in Etiopia, una spina nel fianco del governo etiopico. Eppure da più di un mese anche forze militari keniote sono entrate nel sud della Somalia: è perché il Kenia si sentiva minacciato dal gruppo degli Shabaab? Questa, in effetti, è una cosa assolutamente nuova. Questo intervento militare da parte del Kenia non si era mai verificato in precedenza, anche perché, a differenza dell’Etiopia, il Kenia non solo non aveva mai fatto ricorso alla forza prima d’ora, ma, al contrario, si era segnalato come possibile mediatore in un processo di ricerca della pacificazione dell’area, con l’appoggio, per esempio, al recente referendum che ha portato alla nascita del Sud-Sudan come stato indipendente. La motivazione di questo intervento militare keniota è stata vole-


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Colloquio con Donatella Lodi, direttore dei Programmi Unicef Italia

«Ma l’emergenza non è solo politica»

«La crisi è anche umanitaria: carestie, siccità, bambini-soldato, mortalità infantile...» n Somalia la crisi, oltre che politica, è anche umanitaria, una delle più gravi dei nostri tempi, anche a causa della siccità e della carestia che hanno messo in ginocchio un territorio già martoriato. Le Nazioni Unite, all’inizio dell’anno, avevano dichiarato lo stato di carestia in sei regioni della Somalia: oggi, grazie all’intervento delle Organizzazioni non governative (Ong) e soprattutto dell’Unicef, le regioni in stato di carestia si sono ridotte a tre. Ma l’emergenza alimentare ha portato a numeri impressionati di mortalità infantile, portando allo scoperto, anche, il problema dei bambini-soldato. È in atto, infatti, una massiccia campagna di reclutamento, sopratutto nelle scuole, che porta ad ingrossare le fila dei terroristi islamici somali, fedeli ai gruppi di al Shabaab. Ne ha parlato a liberal Donatella Lodi, direttore dei programmi di Unicef Italia: «Gli ultimi dati in nostro possesso indicano ancora una resistenza della carestia in tre aree, che destano parecchia preoccupazione, il Medio Shebele, Algoie e l’area di Mogadiscio, dove ci sono problemi soprattutto sull’aspetto nutrizionale. La situazione è un po’ migliorata perché le piogge in alcune regioni hanno portato qualche beneficio, tranne in queste tre aree». La vera emergenza, adesso, è quella dei bambini malnutriti. «È vero - conferma Donatella Lodi - le cifre dell’ultimo rapporto parlano ancora di 130mila bambini in stato di malnutrizione nell’intero Paese. Un problema ulteriore, poi, è rappresentato dall’impossibilità di raggiungere alcune zone, in particolare i campi intorno alla capitale Mogadiscio, dove la sicurezza non è garantita, anzi, spesso si registrano aggressioni anche ai convogli umanitari. In sintesi, anche se la situazione generale è un pochino migliorata, ci troviamo ancora in una fase di assoluta emergenza: da qui alla fine dell’anno, per esempio, occorrono 62 milioni di dollari, per completare il lavoro in corso, mentre la stima per il 2012 è di un fabbisogno di 300 mi-

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re stroncare quella rete di rapimenti e di cattura di ostaggi sulle coste keniote, che ha portato un colpo durissimo all’economia del Kenia, basata essenzialmente sul turismo, ma si tratta di una giustificazione poco credibile, perché una pianificazione di questo tipo richiede tempi lunghi. In realtà, come dimostrano anche alcuni documenti pubblicati da WikiLeaks, era in atto già da tempo uno scambio di informazioni tra

Gli Stati Uniti hanno sempre avuto un’attenzione particolare alla Somalia, ma solo esclusivamente di tipo antiterroristico il governo keniota e altri Paesi sulla necessità di creare uno“stato cuscinetto”in quell’area, una sorta di stato fantoccio, somalo ma sostenuto dal Kenia (si dovrebbe chiamare Azania), al confine con il Kenia, che ambirebbe ad assumere le caratteristiche di stato federale. L’idea che sta dietro a questo intervento militare, perciò, è quella di una parcellizzazione del territorio somalo, con tutti i rischi connessi ad una manovra geopolitica di questo tipo, compresa l’occupazione militare. Da una parte, infatti, avremmo le truppe dell’Amisom (la missione dell’Unione Africana), con la “benedizione”dell’Onu, dall’altra l’intervento keniota, che gode della copertura dell’Unione Africana, degli Stati uniti e della Francia e si appoggia sull’intesa tra i presidenti dell’Uganda e del Burundi,Yoweri Museveni e Pierre Nkurunziza, con il rischio di scatenare di nuovo il

nazionalismo somalo, perché i somali, non va dimenticato, sono profondamente nazionalisti. A scagliarsi contro il Kenya, strizzando l’occhio agli Shabaab, adesso c’è anche l’Eritrea, accusata nelle settimane scorse dal governo keniota di aver armato i guerriglieri islamici. Proprio questa accusa ha portato il ministro degli Esteri Osman Saleh a scrivere una lettera al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite chiedendo «un’inchiesta indipendente», per prendere provvedimenti contro il Kenya. E poi ci sono anche i recenti raid aerei americani sui campi di addestramento di terroristi legati ad al Qaeda che hanno riportato la polemica sulle azioni unilaterali degli Stati Uniti. Gli americani hanno sempre avuto un’attenzione sulla Somalia esclusivamente di tipo antiterroristico, non sono mai stati interessati a quello che si chiama institutional building, cosa che ha portato anche la comunità internazionale a percepire in maniera un po’ distorta il senso dell’intervento militare statunitense, che prima, e anche dopo la nascita dell’attuale governo somalo, si affidavano essenzialmente ad una rete di bounty killer che agivano per loro conto a Mogadiscio ed eliminavano i terroristi. Ovviamente l’altra faccia di questa medaglia è la domanda, che molti si fanno, se la cattura o l’uccisione di tre terroristi giustificasse tutto questo, che ha portato anche alla nascita di nuovi pericolosi focolai di terrorismo, in opposizione all’intervento americano. Tra l’altro è certo che da qualche tempo a questa parte una sezione dell’intelligence statunitense operi in territorio somalo, con una base vicino all’aeroporto di Mogadiscio, così come è altrettanto certo che anche in Somalia vengano utilizzati i droni, come in Afghanistan, per azioni militari mirate.

lioni di dollari per la distribuzione del cibo, delle medicine, degli aiuti umanitari».

Il problema più grande, nel reperimento di questi fondi, è la mancanza di attenzione, mediatica e quindi di opinione pubblica, intorno alla Somalia. «Questo è un problema nuovo - conferma - con il quale siamo costretti a fare i conti solo di recente, perché in passato, per esempio, abbiamo ricevuto donazioni per 500 milioni di dollari, e questo è stato possibile perché c’era una grande attenzione dei media, cosa che oggi non c’è più». L’opinione diffusa infatti «è quella di un territorio difficile, in cui è impossibile intervenire. Noi, però, è da oltre trent’anni che operiamo sul territorio somalo: certo, i rischi per i cooperanti internazionali esistono, in particolare c’è sempre il pericolo dei rapimenti, quello degli assalti alle sedi, che rendono difficile, ad esempio, la distribuzione degli aiuti. In un modo o nell’altro, però, finora siamo sempre riusciti a garantire gli aiuti: si tratta, come dire, di riuscire a mantenere questo flusso costante nel tempo, per evitare che si verifichino di nuovo crisi acute come quest’ultima. In tutto il 2011, per esempio, abbiamo ricoverato nei centri nutrizionali 135mila bambini per grave malnutrizione acuta, che li pone a rischio di vita: è un numero enorme, spaventoso, sul quale l’intera comunità internazionale dovrebbe riflettere». E sui cosiddetti bambini-soldato, Donatella Lodi afferma: «Per molti di loro, ragazzini di nove, dieci, undici anni, che magari hanno perso entrambi i genitori, l’arruolamento nelle bande armate rappresenta l’unico modo per sopravvivere. Così come alcuni Paesi, Italia in primis, che hanno avuto in passato ed hanno tuttora responsabilità dirette nei confronti della Somalia, dovrebbero occuparsene molto di più». (m.n.)


cultura

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In mostra non solo i quadri, ma anche gli straordinari scatti del marito Stieglitz, che la prese come modella per i suoi ritratti

I fiori “imperiali” di Georgia Fino al 22 gennaio, a palazzo Cipolla, Roma rende omaggio alla O’Keeffe di Gabriella Mecucci ensuali, carnali, magnifici: Georgia O’Keeffe dipingeva già negli anni Venti giganteschi e coloratissimi fiori. Quelle pennellate si prestavano ad una lettura freudiana, legata al sesso, al genere. E fu così che diventò l’artista più amata dalle femministe. Questo stretto legame - peraltro da lei contestato - con l’erotismo e persino con la politica facilitò la crescita della sua fama. Ma la prima grande spinta verso il firmamento dell’arte, verso quel suo rappresentare un’icona della cultura d’oltreoceano e della “nuova frontiera” gliela dette l’uomo che poi diventerà suo marito, il grande fotografo Alfred Stieglitz. Lo conobbe nel 1916 e lui cominciò quasi da subito ad utilizzarla come modella per i suoi splendidi ritratti. Prima dei suoi quadri fu il suo volto a fare il giro dell’America e del mondo. Lei lo riconosceva e si dichiarava una donna e un’artista fortunata. E innamorata di Alfred. Ma di stoffa ce n’era tanta. E nel tempo sarebbe venuta fuori tutta.

S

Alcune fra le opere più belle di Georgia O’ Keeffe possono essere ammirate in una mostra apertasi a Palazzo Cipolla a Roma il 4 ottobre e che sarà visitabile sino al 22 gennaio. Organizzata da la “Fondazione Roma” si divide in quattro sezioni, ciascuna delle quali contiene quadri dei quattro periodi dell’artista: dal periodo astratto e giovanile alla pittura di fiori e di architetture newyorkesi, da quella di colori intensi e di immagini rarefatte dell’esperienza in New Mexico sino all’ultima stagione, una sorta di ritorno alle origini. L’arte della O’Keeffe si confrontò con i luoghi dove viveva e per questo a Palazzo Cipolla troviamo anche le foto di questi. Un’operazione culturale complessa, quella che ci restituisce lo splendido catalogo. Che tiene insieme il rapporto di lei con Stieglitz e con il mondo esterno: la megalopoli moderna e cosmopolita e i paesaggi aspri del Nord-Ovest; fotografie e quadri, ma anche le interpretazioni della sua arte e le contestazioni che lei ne fece.

Chi era dunque davvero la O’Keeffe? Nata nel Wisconsin nel 1887, studiò prima a Chicago e poi a New York. Qui conobbe nel 1908 Alfred Stieglitz che aveva organizzato una mostra di acquarelli di Rodin, la cui opera la colpì profondamente. Le sue prime creazioni quelle degli anni Dieci - sono caratterizzate da un astrattismo lirico, creato attraverso linee armoniose, figure e colori. Sono realizzate in genere a carboncino o ad acquarello.

Nel 1917 Stieglitz, quando ancora lei era un’artista sconosciuta - iniziò ad immortalarla con la macchina fotografica: splendidi ritratti che resero celebre il suo volto e il suo corpo ben prima dei suoi quadri. Stieglitz aveva elaborato una teoria del ritrarre: “La sua idea - così la spiega la sua musa - era quella di non limitarsi ad una sola immagine. Il suo sogno era di iniziare a fotografare un soggetto alla nascita e di continuare a farlo per tutta la vita”.Voleva realizzare questo progetto con la figlia, ma gli fu impedito. Riuscì però a farlo con Georgia per oltre venti anni. Fra i due, già dal 1918 - anno in cui andarono a vivere insieme - scoppiò anche uno straordinario amore. Nel 1921 ci fu la prima grande mostra che esponeva i ritratti sensuali di lei e le immagini nitide del suo splendido corpo femminile. Fu una rivoluzione dal punto di vista artistico: all’epoca il nudo veniva trattato attraverso foto di atmosfera, di tipo pittorico, e non con immagini “pulite”, chiare che lo rendevano visibile in tutte le sue forme. E fu anche uno scandalo perché quella mostra evidenziò il rapporto d’amore che esisteva fra la trentaquattrenne pittrice e il cinquantasettenne fotografo, sposato e carico di gloria. Nel 1924 i due si unirono in matrimonio e diventarono la coppia intorno alla quale si aggregava una parte importante della vita artistica newyorkese. Già all’inizio degli anni Venti la O’Keeffe riuscì ad abbattere il muro dell’anonimato che ancora la circondava come pittrice e diventò famosa. Ma lo fu più per il suo corpo che per i suoi

Organizzata dalla “Fondazione Roma” si divide in quattro sezioni, ciascuna delle quali contiene quadri dei quattro periodi dell’artista quadri. Le foto di Stieglitz inoltre davano di lei un’immagine di sesso e di genere e lui stesso dirà che la sua mano di fotografo veniva guidata dalla sensualità di Georgia.

per la nitida eleganza delle sue gigantesche opere, che all’epoca ritraevano in modo particolare il paesaggio urbano di NewYork. Passata la metà degli anni Venti iniziò il contributo più originale dato dalla O’Keeffe: i grandi fiori colorati e carnali che portano una profonda innovazione nell’ambito della pittura floreale. Alcuni di questi quadri si avvicinano al figurativismo e furono interpretati

È il periodo questo in cui nasce e si consolida il gruppo dei “precisionisti” di cui Stieglitz è mentore e animatore. Si tratta di artisti americani che fondano il cosiddetto realismo cubista e che influenzeranno il realismo magico statunitense e il movimento Pop art. Cercano di combinare cubismo e futurismo con la realtà. Ne nascono quadri che raccontano la modernizzazione degli States, i grattacieli delle città, le industrie, attraverso figure geometriche finemente definite. O’ Keeffe si impone all’attenzione

in chiave di sessualità femminile. E così, dopo i ritratti, anche le opere vennero guardate con le stesse lenti.

E quando nel 1970 al Whitney Museum of American Art venne organizzato una sua re-

trospettiva, le artiste e le storiche dell’arte, legate all’allora fiorente movimento femminista, la adottarono come loro eroina, proclamando che, molte delle forme a cui suoi dipinti davano estremo risalto, rappresentavano la prima espressione di quella che poteva considerarsi un’iconografia specificamente femminile.

La O’Keeffe aveva fatto parte in passato del gruppo femminista più radicale, il National Woman’s party: aderì al partito giovanissima e vi restò sino a quando non fu sciolto. Eppure, nonostante questa militanza, che aveva segnato per un lungo periodo la sua vita, contestò le interpretazioni delle sue opere che si fondavano sul sesso e sul genere. Lo aveva fatto, anche se più flebilmente, con in ritratti di Stieglitz e con l’immagine di artista che di lei aveva dato il marito. Pur dovendogli molto sul piano professionale e pur amandolo profondamente, nel 1939, raggiunta la maturità di pittrice, criticò la lettura che Alfred e, dopo di lui, altri criti-


cultura

i che d crona

fino alla luce del sole e dentro alla notte». Alfred avvertì che qualcosa stava mutando nel profondo e le inviò una miriade di lettere appassionate: «Non ho chiuso occhio per tutta la notte. E soprattutto sono passati quattro giorni e da te non una parola! Bambina perché mi fai questo? Non ti senti di scrivere? Interferisce forse con la tua libertà?». E poi implorante: «Ma santo Dio, ti ho venerato come una santa, giorno e notte, per tredici anni come nessun’altra donna al mondo». Nonostante la natura del rapporto andasse mutando, i due non si lasciarono mai. Georgia tornerà sempre a New York da Alfred dove soggiornerà per tutti i mesi autunnali e invernali nella casa comune. Sino a quando, nel 1946, Stieglitz morirà.

Si va dal periodo astratto alla pittura di fiori e architetture newyorkesi, da quella dei colori intensi dell’epoca in New Mexico sino al ritorno alle origini

ci avevano preso a dare delle sue creazioni: «Vi concedo del tempo per guardare quello che io ho visto e quando avete avuto il tempo necessario per osservare i miei fiori, attaccate alla mia immagine tutto ciò che voi associate ai fiori e ne scrivete come se io pensassi e vedessi le stesse cose che voi pensate e vedete in un fiore». La polemica diventò ancora più dura negli anni Settanta. La O’Keeffe infatti sostenne che la sua era un’arte visuale e non programmatica. E che le sue opere, lungi dal poter essere interpretate con le chiavi di Freud, dovevano esserlo come un suo modo di percepire il rapporto fra forze naturali ed esperienza umana. Ciò detto, è difficile non riconoscere la potente sensualità che esprimono alcuni dei suoi quadri floreali più belli: valga per tutti l’esempio dell’Iris nera.

Dal punto di vista esistenziale e artistico, la seconda grande svolta della vita della O’Keeffe si verificò nel 1929, l’anno cioè in cui fece il suo primo viaggio in New Mexico. Quel paesaggio aspro la colpì profondamente. Vi entrò in un rapporto stretto, tanto da non poterlo più lasciare. E la sua arte ne fu molto condizionata. Il suo girare per mesi e mesi per il sudovest mise duramente alla prova il legame con Alfred. Lei co-

In queste pagine, uno scatto di Georgia O’Keefe, una fotografia di suo marito Alfred Stieglitz e alcune delle opere dell’artista statunitense

minciò a manifestare una forte indipendenza, ad avere straordinarie avventure spirituali e artistiche anche lontano da lui: «Qui - scrive al marito - ho la sensazione di esapandermi fino a raggiungere l’orizzonte,

Georgia O’Keeffe si trasferirà nel 1949 definitivamente in New Mexico e lì vivrà una seconda vita e una terza fase artistica. In cui avrà un ruolo fondamentale il paesaggio di quei luoghi, la solitudine quasi totale, in compagnia solo della servitù e dei due cani, in case semplici, quasi nude. Il suo volto pieno di rughe così come il suo corpo, ma anche il suo tratto pittorico diventeranno sempre più caratterizzati da finezza ed eleganza. Scriverà di lei e delle sue opere il critico del The New Yorker: «La sua arte fatta di immagini di romantica e solitaria purezza, è diventata l’incarnazione di una donna così forte da aver vissuto la propria vita esattamente come voleva... Per molti americani O’Keeffe è stata un simbolo vivente di autoaffermazione, ma non in termini aggressivi e ansiosi, e senza la tragica smodatezza di Pollok, quanto piuttosto grazie a una mite, imperturbabile e risoluta integrità». Ormai Georgia è diventata un mito. Del resto lei medesima aveva contribuito a crearlo anche grazie al suo libro autobiografico in cui si era descritta in modo convincente come un esempio della realizzazione del sogno americano: una donna che aveva conquistato il successo da sola, con grande impegno e perseveranza. A questo punto la separazione da Stieglitz era totale, l’indipendenza completata. E proprio nel momento in cui doppiava questo capo della propria vita, l’artista riprese ad occuparsi di lui: si impegnò alacremente perché negli anni Settanta e Ottanta gli fosse restituita la posizione di grande prestigio che aveva raggiunto trenta-quaranta anni prima. E ci riuscì. Alla fine dunque, dopo l’iniziale dipendenza e la successiva frattura, il rapporto tornò in equilibrio. Del resto Georgia doveva molto ad Alfred. E arrivò il tempo in cui fu capace di riconoscerlo: di restituirgli attenzione, comprensione e amore.

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ULTIMAPAGINA Rimasterizzati su cd i vecchi abum del grande cantautore: da «Quelli che...» a «Vincenzina e la fabbrica»

Torna il romanzo digitale di di Marco Ferrari itorna alla grande Enzo Jannacci stralunato e strampalato medico-cantante, ma paziente come tutti noi, al punto da essere stato ricoverato l’estate scorsa per una polmonite durante le vacanze in Liguria. Per quattro settimane di seguito Jannacci dà appuntamento ai suoi fan nei negozi di dischi: è già in vendita l’album Quelli che… ripubblicato in versione rimasterizzata e digitalizzata dopo la prima uscita in vinile nel 1975. Si tratta del primo di quattro album che verranno ripubblicati settimanalmente in Cd: dopo Quelli che…, infatti, verrà il turno di O vivere o ridere, Secondo te che gusto c’è e Fotoricordo. Un’operazione fortemente voluta dal medico-cantante per aggiornarsi in termini di tecnologie e lasciare ai posteri una traccia che altrimenti sarebbe rimasta solo per gli ultimi amanti del disco puro a 33 giri. Ma soprattutto un modo per rispondere alla avversità che l’età comincia a portare a chi, come Jannacci, ha festeggiato i 76 anni.

che ci ha preso in giro tutta la vita, con la situazione di cui noi italiani siamo succubi e abbiamo fatto finta non ci riguardasse».

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«Quelli che…» fu registrato nel gennaio 1975 negli studi Regson di Milano con il tecnico del suono Gianluigi Pezzera. È il primo disco di Jannacci a racchiudere alcuni brevi monologhi tra cui è rimasto famoso quello in coppia con il compianto telecronista sportivo della Rai Beppe Viola. Nello stesso mese fu anche pubblicato un 45 giri contenente Quelli che... con un testo diverso dalla versione dell’album, mentre il retro, El me indiriss, è cantato in italiano e non in dialetto meneghino. Anche il brano Vincenzina e la fabbrica era stato pubblicato su 45 giri qualche mese prima, in una versione con un arrangiamento totalmente diverso rispetto a quello dell’album. Il bonzo era invece frutto di un lavoro di coppia con Dario Fo nel 1968 tratta dallo spettacolo La passeggiata della domenica. Anche L’arcobaleno era il risultato di un precedente lavoro nel 1969 con Cochi e Renato con un testo originale dei due comici, poi cambiato nel disco. Viene invece dal noto compositore brasiliano Chico Buarque de Hollanda il pezzo intitolato Nove di sera tradotto per l’occasione da Sergio Bardotti. La canzone Il monumento è firmata testo e musica da Jannacci, ma una nota all’interno del disco segnala che il brano antimilitarista è tratto da un volantino trovato durante l’inaugurazione di un monumento. Si tratta di una falsa notizia. In realtà il testo è quello di una poesia di Bertolt Brecht pubblicata in italiano nel 1965 dalla rivista Nuovo Canzoniere Italiano. La title-track è introdotta da una breve riflessione che sintetizza un punto di vista di Jannacci riguardo alla televisione, tanto breve quanto sufficiente per essere censurato dalle stesse programmazioni televisive. «Quelli che...» dura invece quasi nove minuti: su di una base blues abbastanza elementare, accompagnata da un sassofono, con periodi che iniziano tutti con le due parole del titolo, scorrono senza un ordine

In contemporanea alla digitalizzazione dei dischi, ecco uscire in libreria Aspettando al semaforo, l’unica biografia autorizzata di Enzo Jannacci, visto che è stata scritta dal figlio Paolo, musicista e direttore d’orchestra e pubblicata da Mondadori. Il figlio ha trascorso ore ed ore con il padre per mettere insieme questo racconto che fotografa un’epoca, che va dagli anni sessanta al nuovo secolo, un mondo particolare come quello della canzone d’impegno ed una città come Milano che, oltre a rappresentare l’anima poetica del cantautore, ha segnato la storia politica degli ultimi decenni, da Craxi a Berlusconi, dall’affermazione della Lega Nord sino alla recente nomina a sindaco di Giuliano Pisapia. Il libro è una carrellata sugli amici che hanno forgiato Enzo Jannacci e la sua canzone, da Giorgio Gaber a Dario Fo, da Paolo Rossi e Teo Teocoli. Lo sguardo prevalente di Jannacci è l’ingenuità, una scoperta quasi antistorica, una maniera di lettura del mondo. Rispetto ai furbetti della politica e del potere, il cantautore risponde con la sorpresa dell’innocenza che sembra quasi denigrare l’inganno, ragnatela di ogni rapporto umano. Sono due voci diverse dallo stesso timbro inconfondibile quelle che raccontano nel libro la storia di Enzo, uno dei più grandi creativi italiani, capace di inventare un linguaggio suo, originale, irripetibile, sempre in bilico tra comicità e sentimento, paradosso e poesia. Ma la storia di Enzo è anche quella di «un cardiochirurgo dalla discreta manina», che interrompe la carriera d’artista per specializzarsi in America e finire in Sudafrica a lavorare con Christian Barnard, il cardiochirurgo assurto a fama mondiale perché fece il primo trapianto di cuore della storia della medicina. Il volume prende le mosse proprio da un incontro casuale tra padre e figlio ad un semaforo per dar vita ad una fitta trama fuori dagli schemi. «Non so chi sia più stupido tra me e la vita che se ne va» commenta il cantante. In questa narrazione ci sta tutto ciò che è stato e continua ad essere Enzo Jannacci capace di attraversare i generi della comunicazione, la musica, il teatro, il cabaret, la televisione, quasi sempre a braccio, persino il cinema quale indimenticabile interprete del film di Marco Ferreri, L’udienza, considerato un po’ l’antefatto del film di Nanni Moretti, Habemus Papam. Al fondo emerge la genialità di Jannacci ma anche la sua profonda umanità in una commedia umana che si trasforma in fiaba avendo per attori prediletti il Milan di Rivera e il mondo della canzone italiana.

JANNACCI In questi stessi giorni è uscita anche una sua curiosa biografia, «Aspettando al semaforo», scritta dal figlio Paolo: un bel ritratto di cinquant’anni di cultura milanese preciso, vizi e costumi, luoghi comuni, contraddizioni e caratteristiche dell’uomo medio italiano. Ogni strofa si conclude con un intercalare ”oh, yeah”, a sottolinearne la vena ironica. La peculiarità del brano, in recitato e legato a filo doppio con il momento presente, permetterà a Jannacci di modificare di volta in volta buona parte del testo durante le esecuzioni e reincisioni, adattandolo con il segno dei tempi. Da ultima la canzone è diventata la sigla della trasmissione omonima di Rai Due, Quelli che… , dedicata al calcio della domenica. Insomma, uno Jannacci da battaglia, un disco da arrabbiato, come spesso dice lui: «Bisogna pur incazzarsi con quel qualcosa


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