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Il più certo modo di celare agli altri i confini del proprio sapere, è di non trapassarli Giacomo Leopardi

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QUOTIDIANO • MARTEDÌ 6 DICEMBRE 2011

di Ferdinando Adornato

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

La Cei critica il decreto legge: «Servirebbe più equità». Cicchitto e Franceschini: «Siamo e torneremo avversari»

Sparereste al vostro medico? Spuntano gli “azzeccagarbugli“: ma Monti è la cura, non la malattia «Effetto Italia» sui mercati: vola la Borsa, crolla lo spread. Il premier: «Senza questi interventi saremmo come la Grecia». Ma i sindacati annunciano uno sciopero part-time per lunedì l’intervento alla Camera

Il vertice di Francia e Germania

Ora i partiti abbiano coraggio: è in gioco il nostro destino

Proposta choc di Berlino e Parigi: Unione a 17 e nuovi, durissimi Trattati

di Pier Ferdinando Casini

Merkel e Sarkozy: «Scriveremo a Barroso, la nuova Europa sarà aperta a chiunque. Ma devono accettare controlli severi». L’Ecofin di venerdì sarà decisivo per l’Ue

n Parlamento serio, prima di discutere di questi provvedimenti e di darne un giudizio nel merito secondo le singole voci, cerca di capire il momento che stiamo vivendo. L’euro è sotto attacco. L’Europa deve decidere se fare o no nuovi passi che comportano cessioni di sovranità per ogni singolo Stato, anche per questo Parlamento. L’Italia è sull’orlo del baratro e non c’è arrivata a caso. Tutti sappiamo quali sono i problemi delle banche nell’erogazione del credito, quante le aziende che chiudono, quanti i giovani che vanno all’estero a cercare prospettive, quante le famiglie di ceto medio che stanno scivolando nell’area della povertà. Ma tutti sappiamo, soprattutto, quanto costerebbe, a partire dai cittadini più poveri di questo Paese, l’uscita dell’Italia dall’euro o il crollo dell’euro o il crollo dell’Europa. Solo dopo queste premesse si può dare credibilmente un giudizio serio sulle parole del Presidente del Consiglio e sugli atti che questo Governo ha formulato. a pagina 2

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Parla Linda Lanzillotta

Enrico Singer • pagina 6

«Manovra dura ma giusta»

Nasce qualche dubbio sulle reali intenzioni della Cancelliera

«Non possiamo più permetterci di creare debito pubblico»

Le vecchie sirene del Bundestag

Riccardo Paradisi • pagina 4

di Giancarlo Galli

Parla Giuliano Cazzola

icembre 2000, Berlino. I sondaggi non sono oggetto d’interpretazioni: almeno un cittadino tedesco su due è contrario alla sostituzione del marco con l’euro. Eppure il Cancelliere Helmut Kohl (democristiano) tira dritto, come un panzer: è il “prezzo”da pagare ai francesi, dopo la caduta del “muro”, per l’unificazione delle due Germanie. La Repubblica federale e la ex Repubblica democratica, comunista. È una vicenda che ha radici lontane; e per capire bisogna scavare nella storia d’Europa. segue a pagina 8

«Un grazie alla Fornero» «Con il suo intervento è caduto l’ultimo Muro di Berlino: le pensioni» Francesco Pacifico • pagina 5

D

Si apre senza il Pakistan la Conferenza internazionale sull’Afghanistan

«Attenti, ora Kabul è anti-Usa» L’analisi di uno dei più ascoltati consiglieri di Washington di Ahmed Rashid ello shock seguito agli attacchi dell’11 settembre 2001, gli americani si sono chiesti molte volte: «Perché ci odiano così tanto?». Non era chiaro chi fossero “coloro” che odiassero: musulmani, arabi o semplicemente chi non fosse americano. La risposta più semplice, che molti statunitensi trovavano rassicurante, era altrettanto vaga: erano “quelli” gelosi della ricchezza, delle opportunità, della democrazia Usa e di quant’altro sia connesso a tutto ciò. a pagina 10

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I QUADERNI)

• ANNO XVI •

NUMERO

236 •

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Dopo le elezioni parlamentari

E Mosca teme una società democratica Russia Unita di Putin perde settanta seggi Antonio Picasso • pagina 12

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


pagina 2 • 6 dicembre 2011

la crisi dell’euro

L’intervento di Casini alla Camera

«Ora i partiti abbiano coraggio» di Pier Ferdinando Casini n Parlamento serio, prima di discutere di questi provvedimenti e di darne un giudizio nel merito secondo le singole voci, cerca di capire il momento che stiamo vivendo. L’euro è sotto attacco. L’Europa deve decidere se fare o no nuovi passi che comportano cessioni di sovranità per ogni singolo Stato, anche per questo Parlamento. L’Italia è sull’orlo del baratro e non c’è arrivata a caso. Tutti sappiamo quali sono i problemi delle banche nell’erogazione del credito, quante le aziende che chiudono, quanti i giovani che vanno all’estero a cercare prospettive, quante le famiglie di ceto medio che stanno scivolando nell’area della povertà. Ma tutti sappiamo, soprattutto, quanto costerebbe, a partire dai cittadini più poveri di questo Paese, l’uscita dell’Italia dall’euro o il crollo dell’euro o il crollo dell’Europa. Solo dopo queste premesse si può dare credibilmente un giudizio serio sulle parole del Presidente del Consiglio e sugli atti che questo Governo ha formulato. Siamo contenti? Siamo scontenti? Con quale stato d’animo siamo qui? Queste valutazioni fanno parte della pur rispettabile categoria dei sentimenti, ma oggi siamo chiamati ad applicare, qui, oggi, prima che sia troppo tardi, non la categoria dei sentimenti, la categoria della politica. Da almeno sei anni, prima con il Governo Prodi poi con quello Berlusconi, il mio partito e, da quando si è costituito, il Terzo Polo hanno chiesto di non rinviare scelte dolorose, come la riforma previdenziale, perché ogni rinvio ci sarebbe costato. C’è stato risposto, da Prodi, con l’abolizione dello scalone e, dal precedente Governo, che i conti previdenziali tutto sommato erano in equilibrio.

U

Tutti sappiamo che non era così e che stavamo solamente scaricando sui nostri figli il costo dei nostri privilegi. Di esempi su questa manovra, sulle singole voci, ce ne sarebbero tanti, penso ai voti solitari, a dire il vero in compagnia dell’Italia dei Valori, sull’abolizione delle province o sulle perplessità per un’abolizione affrettata dell’Ici che, peraltro, era l’unica tassa realmente federalista esistente. Per mesi, abbiamo ripetuto, non senza derisioni da parte delle vestali del bipolarismo, che nessuno avrebbe fatto queste scelte impopolari per il timore di perdere voti, né a destra né a sinistra. Solo un Governo, che noi chiamavamo di responsabilità nazionale - il Presidente Monti lo chiama di impegno nazionale - ci avrebbe fatto recuperare il tempo perduto. Questo Governo oggi si assume l’onere di fare ciò che noi non abbiamo saputo fare. Questi sono esattamente i termini della questione. La politica può continuare nella logica della vigliaccheria o dello scaricabarile, oppure assumersi da oggi la responsabilità della condivisione e della partecipazione all’impegno nazionale. Noi abbiamo scelto questa seconda strada. Non siamo contenti, ma siamo convinti. Non abbiamo soddisfazioni da esternare, ma siamo consapevoli che la strada da percorrere è esattamente quella che abbiamo identificato in questi anni. Infine, un appello ai colleghi del Partito democratico e del Popolo della libertà. Noi abbiamo dato vita ad un Governo. In esso non siedono rappresentanti dei partiti, ma tante persone che stimiamo e che non ci sono certamente estranee. In Parlamento questo Governo non può essere figlio di nessuno e non possiamo avere pavidità o furberie nel sostenerlo. Per cui chiediamo a chi lo sosterrà, anche nel voto su questa manovra, di dar vita ad un coordinamento dei gruppi parlamentari che sia limpido, palese e trasparente.

Il Professore spiega: «Chiediamo sacrifici a tutte le componenti del Paese»

«Non ci sono alternative»

Il presidente del Consiglio Monti illustra la manovra: «Interventi dolorosi, ma necessari». E assicura: «L’Italia non fallirà». Consensi da tutti i partiti tranne la Lega di Franco Insardà

ROMA. Per avere giustizia del suo lavoro Mario Monti deve guardare all’estero. «Scarsa equità». «Debole spinta allo sviluppo». «Assenza di interventi strutturale contro la spesa». A spazzare via le critiche ingiuste lanciate dai sindacati che hanno proclamato ore di sciopero per lunedì prossimo, e già ripetute a mezza bocca da una politica storicamente in deficit di coraggio e prospettiva, ci pensano l’Ocse e i mercati (spread tra Btp e Bund a 380 e Borse in netto positivo). Il segretario generale Angel Guerria, uno che conosce bene i pregi e i difetti del Belpaese, ha infatti spiegato che la manovra da 30 miliardi dell’ex rettore della Bocconi «va nella giusta direzione: centra l’obiettivo della sostenibilità fiscale e nel contempo stimola la crescita e l’equità».

Il timore di ripercussioni sulla coesione sociale ha spinto la stessa Conferenza episcopale italiana a prendere posizione. Secondo monsignor Giancarlo Bregantini, responsabile della Commissione Cei per i Problemi sociali e il Lavoro infatti la manovra era necessaria, ma «poteva essere più equa, si è fatto ancora poco. Si sono fatti passi ma potevano essere ancora più equanimi, si poteva fare di più sui redditi alti». Ma Mario Monti, illustrando la manovra prima alla Camera e poi al Senato ha detto chiaro: «Rigore, crescita ed equità sono i tre pilastri su cui intendiamo far leva e che hanno ispirato i provvedimenti. Ne siamo

sicuri l’Italia non fallirà. Se approverete questo pacchetto io potrò rappresentare in Europa con più vigore e credibilità le posizioni che riteniamo migliori per procedere a uno sviluppo armonico dell’Unione europea. L’Italia può dare un contributo decisivo per superare anche la crisi europea, che rischia di diventare sistemica. Al di fuori dell’euro ci sono la povertà e la stagnazione, l’isolamento e assenza di futuro per il Paese e le giovani generazioni».

Il premier ha spiegato che viviamo un momento storico in cui bisogna dimostrare «la grandezza di una nazione che attraversa un momento critico. Con il pacchetto di misure della manovra sono gettati i semi di un’azione che mira a disegnare l’Italia dei nostri figli, un’Italia seria, europea, saldamente ancorata ai valori del lavoro e del risparmio, ma capace di finalmente di esprimere crescita duratura. Non fare questi sacrifici significa farne di ben più gravi tra poche settimane e pochi giorni, mettendo a rischio la ricchezza accumulata. Lo sforzo che chiediamo al Paese non è solo grande, ma urgentissimo. Ma questo sforzo non sarà sufficiente se ciascun cittadino non contribuirà personalmente». Sul tema caldo delle pensioni ha sottolineato: «Grazie ai proventi dello scudo fiscale è possibile l’adeguamento delle pensioni pari due volte il minimo, cioè pensioni di circa 1000 euro al mese».


la crisi dell’euro

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Creiamo una nuova Repubblica Serve coesione sociale, territoriale e generazionale per dare all’Italia un nuovo volto di Francesco D’Onofrio ppare del tutto comprensibile che le misure economiche e sociali adottate dal Governo Monti costituiscano – soprattutto ed innanzitutto – oggetto di riflessione e di valutazione da parte di quanti hanno più di un motivo per giudicarle all’insegna dei tre fondamentali obiettivi che lo stesso Monti aveva indicato: rigore; equità; crescita. Occorre del pari essere consapevoli che i gruppi parlamentari che hanno concorso a dar vita al nuovo governo finiranno comunque con il votare a favore delle misure medesime, perché non sarebbe comprensibile aver dato vita ad un governo del tutto straordinario, e impedire ad esso le misure necessarie per consentirgli di presentarsi in modo autorevole al vertice europeo di venerdì prossimo.

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in sessant’anni di sacrifici da almeno quattro generazioni di italiani». Si tratta in sostanza proprio di un equilibrio nuovo rispetto a quello che nel corso degli ultimi sei decenni è stato realizzato sia da un punto di vista strettamente e formalmente politico, sia da un punto di vista sostanzialmente sociale. Ancora una volta occorre dunque lavorare tra nostalgia e cambiamento: non di sola nostalgia dei vecchi equilibri si può vivere; non l’utopica attesa di cambiamenti totali può incarnare il nuovo, quasi che in qualche modo la

zione repubblicana. La coesione sociale – in secondo luogo – deve ormai concernere le strutture sociali presenti nei diversi Stati nazionali che concorrono al processo di integrazione europea. La coesione sociale è stata infatti declinata in modi diversi nei diversi Stati nazionali europei. Oggi è necessario che la coesione sociale divenga sempre più europea, perché i differenziali nazionali concernenti proprio la coesione sociale non possono essere percepiti come insopportabili nel nuovo contesto europeo. Si tratta in sostanza di quel complessivo regime fiscale che la Germania sta ripetutamente richiamando in questi giorni, perché si tratta del mix tra imposte personali; imposte patrimoniali; imposte sui consumi. L’equilibrio che nel corso della “Prima Repubblica” era sostanzialmente basato sulla traduzione del notevole risparmio italiano in beni immobili deve essere sottoposto ad una sostanziale revisione proprio perché si tratta di un mix italiano troppo divergente dal contesto nel quale oggi l’Europa si trova a competere con il resto del mondo. Coesione tra generazioni, infine. Si tratta della questione delle pensioni, perché il rapporto tra generazioni costituisce parte essenziale anche del patto intergenerazionale: non vi possono più essere discipline tali da essere capaci di tutelare le aspettative di pensione di chi oggi lavora, a scapito di chi non può neanche sperare di avere un giorno una tutela pensionistica. Vi sono infatti milioni di persone, soprattutto giovani, che non riescono a trovare dignitose occasioni di lavoro, anche in conseguenza del vigente regime pensionistico. Il nuo-

Sta ora alle forze politiche concorrere a definire il nuovo corso, sapendo che nessuno di essi rimarrà più come era prima che il Governo Monti nascesse

Occorre pertanto cercare di ragionare complessivamente sull’insieme delle questioni che saranno affrontate a partire dal prossimo gennaio, perché si tratta di questioni che pongono in evidenza il carattere non occasionale delle misure medesime. È necessario essere consapevoli che occorre la costruzione di un nuovo equilibrio politico e sociale per giungere alla fine (ma solo alla fine) alla definizione di un equilibrio elettorale ed istituzionale nuovo sia rispetto alla cosiddetta “Prima Repubblica”, sia se riferito alla più volte declamata “Seconda Repubblica”. Nel discorso che ha premesso alla illustrazione delle specifiche parti della manovra, Monti ha infatti affermato: «Una crisi internazionale, una crisi e un disagio dell’economia e della società italiane che rischiano di compromettere quanto è stato costruito

storia debba evolvere senza memoria e senza passato. La coesione dunque deve restare a caratterizzare l’insieme di quel che lo stesso Monti definisce il bene prodotto dai sacrifici, che non deve essere compromesso né dalla crisi economica internazionale, né dal disagio sociale. La coesione va pertanto vista quale bene realizzato in passato, che deve peraltro tener conto dei nuovi equilibri territoriali che non esistevano al tempo della cosiddetta “Prima Repubblica”: integrazione europea innanzitutto; struttura anche federalista dell’Italia, che resta comunque – come ha più volte affermato il Capo dello Stato – «Una e indivisibile».

La coesione territoriale deve pertanto costituire la base per la ricerca di un equilibrio nuovo rispetto a quello antico, quasi del tutto chiuso all’interno dello Stato nazionale, che ha rappresentato la trama istituzionale essenziale della stessa Costitu-

Sottolineando, con un pizzico di orgoglio la reazione dei mercati finanziari il premier ha detto: «C’è una grande attenzione positiva per quanto abbiamo deciso». E sottolineando che ci troviamo di fronte non solo a«una crisi di finanza pubblica ma anche una crisi di riforme mancate». Per Monti la lotta all’evasione fiscale è «una priorità, escludiamo la possibilità di condoni, che garantiscono gettito immediato, ma non funzionano sul lungo periodo. Vogliamo una fiscalità non punitiva, per le piccole imprese e le imprese individuali». Ma questa manovra ha detto ancora Monti non contiene solo «risposte all’emergenza, ma anche l’avvio di riforme strutturali. La riduzione del nostro debito pubblico è un’esigenza fondamentale e ogni deviazione farebbe sprofondare il Paese in un abisso. L’esempio della Grecia è vicino». Il premier ha annunciato la riunione di oggi del Cipe che «ha l’obiettivo di mobilitare 5,2 miliardi per sbloccare interventi», dalla Tav, al Mose e una serie di interventi su tutto il territorio nazionale, diversi nel Mezzogiorno. E ha aggiunto: «L’Italia risanerà la propria economia quando riuscirà a spingere verso

l’emersione vaste aree di economia sommersa, evasione ed elusione: a tal fine il decreto prevede un’azione sistematica di lungo periodo che parte da un’azione generale di uso di moneta elettronica e fatturazione elettronica»

Su famiglia e giovani il presidente del Consiglio ha chiarito che il governo vuole «creare le basi per ulteriori azioni a sostegno famiglia. Forse non vedrete

vo equilibrio dovrà contemporaneamente pertanto riguardare il territorio, la struttura sociale, le generazioni. Occorre un nuovo e grande senso complessivo dello Stato, nella consapevolezza che tutti e tre gli elementi sono coessenziali. Si è detto – e giustamente – che dopo la nascita del Governo Monti nulla sarà più come prima. Sta ora pertanto ai partiti politici concorrere a definire il nuovo equilibrio, ben sapendo che nessuno di essi rimarrà più come era prima che il Governo Monti nascesse.

questa manovra fa registrare una continuità con le linee tracciate dal governo Berlusconi, e quindi c’è possibilità di una collaborazione proficua». Cicchitto ha, però, aggiunto: «Noi non avremmo rimesso l’Ici sulla prima casa che abbiamo tolto» e sull’Europa: «Abbiamo una moneta unica senza alla spalle una politica e un governo omogeneo». E su questo argomento anche il capogruppo del Pd, Dario Franceschini ha invitato il premier a «far di nuovo sentire il peso dell’Italia in Europa».

Il Cavaliere consiglia di porre la fiducia «altrimenti non credo che ci sia la possibilità di approvare la manovra». E Casini aggiunge: «Una volta tanto sono d’accordo con Berlusconi» un capitolo intitolato ai giovani ma certamente state cogliendo i diversi punti delle nostre politiche in cui ci preoccupiamo dei giovani». Monti si è detto convinto del «superamento delle province». Uno degli argomenti sui quali la Lega ha attaccato il governo. Il Carroccio è stato l’unico partito che non ha applaudito al termine dell’intervento del presidente del Consiglio. Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl, ha sottolineato come «su temi come le infrastrutture e le imprese

E mentre Antonio Di Pietro chiede

«una profonda rivisitazione in aula del provvedimento per scrivere i capitoli di entrata e di uscita», Pier Ferdinando Casini ha detto chiaramente di ritenere «importante il sostegno a questa manovra, che è inevitabile e che abbiamo sollecitato per molti versi in questi anni». A Monti arriva il consiglio di Silvio Berlusconi: ««Devono porre la fiducia altrimenti non credo che ci sia la possibilità di approvare la manovra». Suggerimento sul quale concorda Casini: «Una volta tanto sono d’accordo con Berlusconi: è presumibile che su questa manovra si metterà la fiducia».


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la crisi dell’euro

«Abbiamo perso 15 anni, ora i nodi arrivano al pettine». L’analisi dell’esponente del Terzo polo sui provvedimenti del governo

Dura ma giusta

«Non possiamo più permetterci di produrre debito pubblico. Se i mercati non sottoscrivono più i nostri titoli saltano gli stipendi degli statali». Secondo Linda Lanzillotta, «non si poteva fare un’operazione così senza shock» di Riccardo Paradisi on il pacchetto di misure della manovra sono gettati i semi di un’azione che mira a disegnare un’Italia seria, europea, ancorata ai valori del lavoro e del risparmio, ma capace di finalmente di esprimere crescita duratura». Il neopremier Mario Monti spiega così in Parlamento la filosofia dei provvedimenti che il governo si prepara a varare in un «momento storico in cui bisogna dimostrare la grandezza di una nazione che attraversa un momento critico».

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Linda Lanzillotta, esponente del terzo polo, riflette con liberal sul merito delle misure in dirittura d’arrivo: «Una manovra severa – ammette – ma equilibrata. Soprattutto necessaria». Insomma che si tratti di un intervento shock non c’è dubbio, d’altra parte sostiene Lanzillotta «non si poteva fare una manovra di questa rilevanza e di

queste proporzioni, peraltro indispensabile, senza produrre una sorta d’onda d’urto».

Ma non si poteva nemmeno pensare seriamente che questo momento non sarebbe prima o poi arrivato. L’Italia, per l’incapacità della sua classe politica, non è riuscita a mettere a punto un sistema efficiente e competitivo di tipo europeo riducendo per esempio le rendite parossistiche del perimetro pubblico o ristrutturando il privilegio fiscale. Insomma il governo Monti sta facendo in quindici giorni quello che la classe politica italiana non ha potuto o voluto fare in quindici anni. Non si poteva dunque chiedere la luna». A Monti sono arrivate le critiche di molti opinionisti di grandi giornali che pure nei confronti del premier e del suo esecutivo avevano avuto aspettative positive. «Fare della filologia, esercitare la critica è più facile che agire, prendere delle

decisioni sotto la pressione dell’urgenza. E poi l’appunto di Alesina e Giavazzi, basato sul alcune indiscrezioni, è stato smentito dai fatti. Monti non è intervenuto sull’Irpef e questa decisione ha reso più credibile e più plasticamente percepibile questo trasferimento della tassazione dalle persone alle cose. Perché la manovra sugli immobili e i beni di lusso non è stata rafforzata da un rafforzamento sul prelievo.

«Positiva l’agevolazione per le imprese che assumono giovani»

Certo – continua Lanzillotta – non c’è stato un alleggerimento dell’irpef sui redditi medio bassi. Ma questo deriva dall’obbligo del pareggio di bilancio e dal fatto che si dovevano garantire 42 miliardi». Una manovra equilibrata dunque, secondo Lanzillotta, ma anche dura. Pesante. «Il blocco delle rivalutazioni delle pensioni tocca la vita della povera gente. È per questo che il ministro Fornero s’è commossa».

Lanzillotta giudica però positivo e significativo lo sforzo nella direzione della crescita. Intanto ci sono misure di agevolazione fiscale per le imprese, la defiscalizzazione dell’Irap, del lavoro giovanile e femminile. Sono cose importanti che vanno nel segno della crescita, ovviamente nei limiti di quello che si poteva fare per le risorse disponibili». Anche se su questo punto s’attende ora anche un cenno e un passo delle imprese che fanno pressione da anni sulla riforma dell’età pensionabile e sulle liberalizzazioni predicando il mantra del meno stato, poi però usando i prepensionamenti come scivolo privilegiato per le ristrutturazioni e attingendo a piene mani dagli ammortizzatori pubblici. Obiezioni a cui Linda Lanzillotta non è affatto insensibile. «La riforma pensionistica in corso non consentirà più d’usare il prepensionamento come


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Giuliano Cazzola (Pdl) plaude al coraggio e alla riforma previdenziale del ministro del Lavoro

«Grazie alla Fornero è caduto l’ultimo muro di Berlino»

Per l’economista «le pensioni sono una voce importantissima del bilancio dello Stato. Non capisco perché parlare di macelleria» di Francesco Pacifico

ROMA. «Forse non ce ne siamo accorti, ma la vera rivoluzione della riforma Fornero sta nell’aver allineato l’Italia all’Europa. Come avviene in tutto il Vecchio Continente, dal 2012 si andrà in pensione soltanto per vecchiaia. Sparisce persino la locuzione di pensione d’anzianità, che d’ora in avanti diverrà ritiro anticipato e come tale sarà penalizzata economicamente». È raggiante Giuliano Cazzola, parlamentare del Pdl e uno dei pochissimi nel centrodestra durante gli anni del berlusconismo a chiedere un’intervento strutturale sulla previdenza. Così la giornata di domenica scorsa ha segnato un po’ una rivincita per chi – e in solitaria – ha scritto e presentato proposte di legge per estendere il pro-rata, equiparare le aliquote contributive tra dipendenti e autonomi, introdurre una maggiore flessibilità d’uscita o creare una pensione base finanziata dalla fiscalità. «Ripeto, è una rivoluzione per un Paese che venera le pensioni nello stesso modo con il quale gli indiani onorano le vacche». Non si poteva fare di più? Certo, e non soltanto perché una vera equiparazione tra uomini e donne ci sarà dal 2018. Era meglio inserire da subito un tetto per la contribuzione di 43 anni che quello scelto di 41. Ma la questione è talmente ingarbugliata – non a caso è “l’ultimo muro di Berlino ancora esistente” – che il governo ha dovuto tenere conto delle ripercussioni sociali. I benefici? Oltre al principio, spariscono le quote, strumenti farisei come le finestre, per non parlare dell’obbligo alle casse private di un riequilibrio con ottica temporale di 50 anni e senza considerare il patrimonio, pena il passaggio coatto dal retributivo al contributivo. I risparmi sono limitati. Sul breve certamente, perché con il sistema delle finestre la minore spesa è già stata contabilizzata. Ma con la nuova disciplina sull’anzianità credo che siano le stime su un possibile taglio tra i 5 e i 6 miliardi di euro. È anche per questo che si è arrivati a toccare l’indicizzazione all’inflazione. Una scelta iniqua. Con la manovra di luglio si era presa una strada meno invasiva. Peccato che da allora ci siamo bruciati ogni alternativa con l’impennata degli spread tra Btp e Bund. Eppoi senza essere ipocriti, cos’è più giusto: raggiungere il pareggio di bilancio o fallire? Basta fare cassa. E perché no. Le pensioni sono una voce importantissima del bilancio dello

Stato. Non capisco perché scandalizzarsi, perché parlare di tagliare la carne viva. Se una famiglia non arriva alla fine del mese, non può soltanto smettere di comprare i bruscolini o andare al cinema una volta. Se vuole far quadrare i conti, deve anche intervenire su acquisti di prima necessità ma più onerosi come il cibo o il vestiario. Quanto si recupera? Non lo so, ma non poco, visto che un

Se credono, Cgil Cisl e Uil vadano in piazza. Lo fecero anche nel 1992, quando Amato risanava l’Italia

punto d’inflazione vale circa duemila euro in termini di rivalutazione. Le piace il sistema di disincentivi? Si seguirà la strada del 2 per cento in meno per ogni anno di contributivi in meno rispetto alla quota di 63 anni. Se ci si ritira a 58 anni, si perde il 10 per cento. Io avrei preferito una penalizzazione del 3 per cento. Diversa invece la logica degli incentivi per chi resta a lavoro oltre i 70 anni: intervenendo sui coefficienti di rivalutazione, avremo un moltiplicatore tra il 6 e il 7 per cento. Non mi sembra poco. Poco c’è sulle pensioni integrative. D’accordo, su questo versante non c’è nulla, ma vedendo l’architettura delle pensioni e i suoi obiettivi ambiziosi, mi viene da dire che anche Dio il settimo giorno si è riposato… Ma il tema è decisivo per i giovani. Certo, che lo è, ma io sarei contrario all’obbligatorietà. Preferirei optare per strumenti più accentuati di silenzio e assenso oppure l’ adesione automatica nei contratti nazionali. La sua soluzione? Il problema è che le finanze pubbliche non permettono forme di detassazioni. Mentre le tensioni sul debito sovrano rendono complesse le sperimentazioni su forme differenziate di investimento. Ma non si può nemmeno pretendere che il lavoratore paghi il 30 per cento di contribuzione a un istituto previdenziale e poi destinare un altro 10 per cento ai fondi integrativi. Si può bilanciare diversamente il mix con clausole di output/outcome, come aveva suggerito Elsa Fornero prima di diventare ministro. Appunto, la Fornero. Il ministro è stato bravissimo. Con il suo sapere e la sua sensibilità ha saputo districare un problema che si era sedimentato da anni. E le stesse competenze le ha messe al servizio del Paese per sbloccare la questione dei vitalizi dei parlamentari. Santa subito, allora. Se non fosse intervenuta lei, non si sarebbe smosso nulla. È grazie alla sua mediazione se dal primo gennaio sarà introdotto anche per la classe politici il calcolo contributivo, se l’età di ritiro passa senza colpo ferire da 50 a 60 anni. Sarà sciopero generale? Che lo facciano pure i sindacati confederali. Ricordo soltanto che scesero in piazza anche nel 1992, contro il governo Amato. Quello che, lo dicono anche la Camusso e Bonanni, ha dato il via al processo di risanamento del Paese.

forma di ristrutturazione aziendale e presto si dovrà mettere mano a una seria riforma degli ammortizzatori sociali». Sono ancora da valutare meglio invece le misure in materia di liberalizzazioni e della riduzione del perimetro pubblico mentre, aggiunge Lanzillotta, c’è da essere contenti e da salutare l’intervento sulle provincie.

L’esponente del terzo polo rileva invece delle criticità in riferimento al trasporto locale: «Qui viene prevista una copertura in riferimento alle accise sui carburanti ma questo deve adare di pari passo con la libealizzazione del settore. E siccome sulle finanze municipali le difficoltà sono molto forti e sono destinate a crescere questa è una ragione di più per pretendere la liberalizzazione dei servizi locali. Come l’Atac a Roma per esempio. L’altro punto che dovrà essere sviluppato è l’incisione sui redditi dell’evasione: un lavoro che il governo s’è proposto di fare e che è auspicabile venga fatto presto». Pur nella durezza della manovra, imposta dal fatto che siamo sull’orlo del baratro, Monti - secondo Lanzillotta avrebbe insomma tenuto fede agli ancoraggi che aveva enunciato nella sua presentazione alle Camere. A chi obietta che questo è un tributo di lacrime e sangue pagato all’Europa Lanzillotta risponde che «noi non possiamo più permetterci di produrre debito perché se i mercati non sottoscrivono più i nostri titoli lo stato italiano fa default, il che significa che il pubblico non paga più gli stipendi. Il fatto è che noi abbiamo sprecato l’occasione dell’euro: approfittando dei tassi bassi dovevamo destinare le risorse che si erano liberate alle infrastrutture e parallelamente dovevamo impiegare questo decennio a fare le riforme strutturali per evitarci un ulteriore accumulo del debito. Invece il processo della modernizzazione italiana s’è incagliato nella barriera di un bipolarismo scriteriato generatore di coalizioni incapaci di realizzare le riforme. Monti è stato chiamato al capezzale d’un malato terminale». Un malato a cui il neopremier sta applicando il defribillatore, con l’appoggio di un’amplissima maggioranza che ci mette il voto ma non la faccia. «Chi non vuole mettere la faccia in questa manovra - commenta Lanzillotta - chi si nasconde dietro questo esecutivo penando di delegare a Monti un lavoro ingrato che non si è stati capaci di fare, fa un pessimo servizio alla stessa politica. Ne decreta l’inutilità e il fallimento chiudendo peraltro coerentemente un quindicennio sprecato».


la crisi dell’euro

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Proposta choc da parte di Merkel e Sarkozy: «Niente eurobond, dobbiamo inserire una regola aurea per i bilanci di tutti i governi»

La nuova Europa

La bilaterale di Parigi “apre” a una Maastricht 2: da una parte i Paesi dell’Eurozona, dall’altra le vecchie valute. E la Grecia se ne va di Enrico Singer unica alternativa alla fine dell’euro è un euro più forte. Con un padre e una madre. La madre c’è già, è la Banca centrale europea. Il padre deve ancora riconoscerlo come suo figlio legittimo coordinando, finalmente, le politiche fiscali e di bilancio: è quel governo politico di Eurolandia che per dieci anni si è illuso che la moneta comune potesse vivere salvando tutti gli interessi nazionali, il più delle volte contrastanti, e consentendo una gestione dei conti pubblici dettata dalle necessità interne, anche le più corporative. La ricetta messa a punto da Angela Merkel e da Nicolas Sarkozy, al tavolo di un pranzo di lavoro ieri all’Eliseo, si può riassumere così. E il padre del nuovo euro dovrà essere un nuovo Trattato da scrivere in fretta. Un accordo da cominciare a mettere nero su bianco già al Consiglio europeo di giovedì e venerdì a Bruxelles e da far firmare a chi vorrà rimanere nella zona euro e s’im-

L’

pegnerà, per questo, a rispettare regole più severe sostenute da un sistema più efficace di sanzioni per gli inadempienti. In quanti firmeranno è presto per dirlo. Oggi i Paesi di Eurolandia sono diciassette. Molti segnali fanno pensare che potrebbero diventare quindici con l’addio di Grecia e Cipro all’euro. Si vedrà. Ma quanto è stato dalla concordato Merkel e da Sarkozy rappresenta già una specie di rivoluzione nella Ue. Perché la firma di un nuovo Trattato istituzionalizzerà l’Europa a due velocità (chi è fuori e chi è dentro la moneta comune) e perché imporrà una più ampia ces-

sione di sovranità a chi sarà ammesso nel girone dell’euro. Alla fine del loro incontro, Angela Merkel e Nicolas Sarkozy sono apparsi decisi e soddisfatti. Hanno detto di «guardare a una stessa Europa» e di avere raggiunto una «intesa completa». Hanno annunciato che domani invieranno una lettera congiunta al presidente della Commissione europea, Barroso, e al presiudente del Consiglio della Ue, Van Rompuy, con i dettagli della loro proposta e ne hanno anticipato i puntichiave. Una golden rule «rinforzata e armonizzata» che dovrà obbligare i Paesi di Eu-

rolandia al pareggio di bilancio con il compito di controllare questo impegno affidato alle Corti costituzionali nazionali e, in ultima istanza, alla Corte di giustizia europea. Anticipo del Meccanismo europeo di stabilità che prenderà il posto dell’attuale Efsf (il Fondo salvaStati) e che dovrebbe entrare in vigore nel 2012 anziché nel 2013 con le decisioni da prendere al suo interno a maggioranza qualificata e non all’unanimità. Un nuovo “no”agli eurobond che «non sono in alcun caso una soluzione alla crisi» come – per la prima volta – ha detto anche Nicolas Sarkozy in armonia con Angela Merkel. E poi, indipendenza della Bce e «fiducia totale, senza commenti positivi o negativi, sul suo operato» da parte dei singoli Paesi e «sanzioni automatiche per chi non rispetterà la regola del deficit al 3 per cento del Pil» che è già contenuta nel Patto di Stabilità. La Merkel e Sarkozy hanno parlato anche dell’Italia: «Non possiamo paragonare

una grande economia come quella italiana, o quella spagnola, a quanto è successo in Grecia». Il caso greco è «un’eccezione»: la regola in Europa è che i «Paesi rimborsano i loro debiti». E questo giudizio lascia immaginare che se l’Italia fa parte del «cuore della moneta comune», la sorte della Grecia nell’euro sia davvero in bilico. La coppia Merkozy non ha mancato di sottolineare l’importanza dell’asse tra Parigi e Berlino. Lo ha detto apertamente il padrone di casa: «La Francia pensa che la sua alleanza con la Germania sia un elemento strategico essenziale. Siamo le due grandi economie dell’Europa. Non possiamo prendere il rischio di una divergenza tra noi, altrimenti si rischierebbe l’implosione della Ue e della zona euro». Il nuovo Trattato proposto da Angela Merkel e da Nicolas Sarkozy, comunque, se non a un’implosione dell’Europa, porterà alla formalizzazione della sua partizione in due aree: quella del-


la crisi dell’euro dente del Consiglio, Mario Monti. Nello stesso giorno la Bce riunirà il suo consiglio dei governatori per prendere una decisione sui tassi di interesse e, a Marsiglia, ci sarà un summit del Partito popolare europeo – al quale parteciperanno anche Sarkozy, Merkel, Rajoy e il polacco Donald Tusk – con la crisi dell’euro al primo punto dell’ordine del giorno. Infine, nella stessa serata di giovedì, una cena informale dei capi dei Stato e di governo della Ue aprirà il vertice europeo di Bruxelles che dovrebbe concludersi venerdì, ma che potrebbe anche protrarsi nel weekend, se trovare un’intesa risultasse più difficile del previsto. Sono gli ultimi cinque giorni per salvare l’euro ed anche il ritmo degli incontri lo dimostra. Ad Atene, intanto, il Parlamento della Grecia voterà giovedì il bilancio 2012 presentato dal nuovo governo di coalizione con l’obiettivo di evitare il fallimento e di tenere aperto uno spiraglio per rimanere nell’euro.

l’euro e quella che è fuori dalla moneta comune. «Ci auguriamo che il nuovo Trattato possa essere firmato a 27, perché nessuno si senta escluso, ma potrebbe essere sottoscritto anche soltanto dai Paesi di Eurolandia per i quali varranno le nuove regole», hanno detto ieri la Merkel e Sarkozy. Il che vuol dire che potrebbe bastare la firma dei 17 che hanno aderito alla moneta comune, o di quanti saranno rimasti alla fine della riscrittura del nuovo patto dell’euro. Che, nelle intenzioni di Francia e Germania, naturalmente, resta aperto perché non si possono escludere nemmeno nuove adesioni alla moneta comune, se e quando la crisi sarà superata. Con la ricetta francotedesca o con quella che si definirà da qui al Consiglio europeo perché ci sono dei punti ancora da limare. Non solo. Prima del vertice di Bruxelles sono in programma almeno tre appuntamenti-chiave che potrebbero anche spostare alcuni dettagli non secondari. Il primo è la visita del segretario al Tesoro Usa, Timothy Geithner, in Europa che testimonia quanto la Casa Bianca sia sensibile alla crisi dell’euro.

Geithner incontrerà Angela Merkel già oggi nella sede della Cancelleria a Berlino e poi, a Francoforte, parlerà con il presidente della Bce, Mario Draghi. Domani Geithner sarà ricevuto da Nicolas Sarkozy a Parigi e, in serata, incontrerà il prossimo capo del governo spagnolo, Mariano Rajoy, a Marsiglia. Il segretario al Tesoro americano arriverà giovedì a Milano dove incontrerà il presi-

Comunque si concluderà la trattativa sulle nuove regole dell’euro, Francia e Germania hanno dato un’altra prova della forza del loro asse. Sono riuscite a trovare un difficile compromesso tra le loro posizioni di partenza: quella di Sarkozy (più solidarietà europea) e quella della Merkel (più integrazione fiscale) che erano emerse chiaramente anche dai discorsi che il presidente francese aveva tenuto giovedì scorso a Tolone e la Cancelliera tedesca il giorno dopo al Bundestag. Adesso si comincia a discutere su chi ha ceduto più dell’altro e, in Francia – dove il clima è già da vigilia delle elezioni presidenziali che si terranno tra l’ultima settimana di marzo e la prima di aprile del 2012 – l’opposizione di sinistra che spera di strappare l’Eliseo a Sarkozy parla di «capitolazione di fronte alla Germania» (lo ha detto Martine Aubry) e di «nazionalismo tedesco che ritorna attraverso la politica alla Bismarck di Angela Merkel» (parole di Arnaud Montebourg).Tra le voci critiche della Germania c’è anche quella di Jacques Delors, l’ex presidente della Commissione europea, che dopo avere riconosciuto che c’è un peccato d’origine – «l’euro è nato su basi sbagliate» –imputa la crisi attuale «a un misto tra l’ostinazione tedesca in materia di controllo monetario e l’assenza di un progetto chiaro da parte degli altri Stati». Analisi parziali, viziate da chiavi di lettura nazionali, ma che dimostrano una verità di fondo. Se non sarà risolta la crisi generale dell’euro anche le politiche nazionali più rigorose – come quelle di Monti in Italia – non basteranno per ridare fiducia ai mercati e slancio all’economia.

6 dicembre 2011 • pagina 7

L’effetto Italia contagia (finalmente in positivo) le maggiori piazze europee

Il Professore trascina la Borsa: +3 per cento I mercati promuovono la manovra. Lo spread con i titoli tedeschi scende sotto i 380 punti di Francesco Lo Dico

ROMA. Lacrime, sangue, ma anche un po’ di ossigeno. Nel clima plumbeo che ha avvolge un Paese chiamato a duri sacrifici, le buone notizie provenienti dai mercati assomigliano a un po’ d’aria fresca. La manovra correttiva da 30 miliardi di euro messa a punto da Mario Monti sembra piacere all’Europa e riscuotere il gradimento degli investitori. E il risultato è che Milano ha segnato ieri un rialzo del 3 per cento: miglior performance d’Europa. In ripida discesa anche lo spread nei confronti dei bund tedeschi, calato ieri al di sotto di 380 punti base, per chiudere a 377. In questo caso si tratta della miglior differenziale degli ultimi trenta giorni. Sollievo anche dal fronte dei Btp decennali, che fanno registrare un rendimento inferiore al 6 per cento. L’andamento di oggi dello «spread sta denotando una grande attenzione positiva per quanto annunciato e varato ieri», ha confermato Mario Monti parlando alla Camera poco prima della chiusura dei mercati.

vo minimo storico mai raggiunto dalle obbligazioni tedesche. Sull’inversione di tendenza pesa molto anche l’esito dell’ennesimo direttorio Sarkozy-Merkel con l’annuncio di una revisione dei trattati e l’anticipo dell’Esm, (l’European Stability Mechanism che andrà a sostituire il fondo salva-stati attuale) al 2012. Dal vertice bilaterale è emersa la volontà di realizzare l’unione fiscale dei Paesi membri che consentirà tra l’altro di imporre sanzioni ai Paesi poco disciplinati in materia di bilancio. E che in cambio di questo correttivo, Angela Merkel accetterà una pià fattiva partecipazione della Bce ai destini di Eurolandia. Nonostante il no ribadito agli eurobonds, le intenzioni bellicose del duo franco tedesco iniettano un certo brio in tutte le principali piazze europee e non. Milano fa segnare un rialzo del 3 per cento, ma va bene anche sul versante All Share, che registra un progresso del 2,74% a 16.659,28. Positivo anche l’indice Star che archivia la giornata a 9.657,53 punti (+2,39%). Londra recupera lo 0,8, Francoforte l’1,4, Parigi l’1,5. Particolarmente brillanti le performance dei nostri maggiori istituti bancari. Grazie al combinato disposto dell’allentamento della morsa sui nostri titoli e della garanzia pubblica sulle emissioni obbligazionarie inserita in manovra, Monte dei Paschi è schizzata al +12 per cento, dopo aver ceduto oltre il 60 dall’inizio dell’anno. Buone notizie anche per Intesa Sanpaolo e Unicredit, che guadagnano il 4 per cento, e il Banco Popolare che sfodera un +5. Trend favorevole anche per Ubi banca (+4,47%), Mediobanca (+4,41%), Mediolanum (+3,82%), e Bper +3,85%. In ripresa anche Finmeccanica, all’indomani della guerra di logodalle inchieste prodotta ramento giudiziarie:cresce del 9,86% a 3,56 euro. Positivi tutti gli altri titoli, con Azimut al +6,83%; Lottomatica a +4,49% e Fonsai al +3,40%). Di rimando, anche Wall Street mostra segni di ripresa, con l’andatura del Dow Jones stabile sopra l’uno per cento e il Nasdaq a +0,9. In rialzo anche Tokyo, che guadagna lo 0,6 per cento, l’euro che risale a 1,34 rispetto al dollaro e il petrolio Wti che viene venduto a oltre 101 dollari al barile.

L’Ocse sostiene Monti: «Le misure fiscali affrontano la necessità del consolidamento di bilancio». Le banche in grande spolvero: Mps fa segnare un +12%

Emblematiche, a proposito della sterzata imposta dal presidente del Consiglio, e della sua percezione in borsa, la disamina di Michael Hewson, analista di Cmc Markets: «Sul fronte dei Piigs il governo italiano si presenta agli investitori con una manovra correttiva da trenta miliardi di euro, misure delineate sia per fare cassa che per mettere in atto riforme strutturali che rendano più efficiente l’economia: a colpire è soprattutto l’impossibilità introdotta di pagare per contanti importi superiori ai mille euro, un tentativo che potrebbe rivelarsi vincente nella lotta al sommerso e riportare un senso di equità non solo tra i contribuenti italiani ma più in generale tra quelli europei», annota l’esperto. E sulla manovra di Monti cala anche la benedizione dell’Ocse. «Le misure fiscali varate dal governo italiano affrontano la necessità del consolidamento di bilancio. Abbassando il peso fiscale sulle imprese e sulle nuove assunzioni, danno una spinta alla crescita e all’occupazione», ha commentato il segretario generale Angel Gurria. Ma l’improvviso buon umore dei mercati verso il nostro debito sovrano, sembra contagiare, finalmente in positivo, anche il resto di Eurolandia. Dopo il flop di qualche giorno fa, che aveva visto invenduto il 35 per cento dei bund, Berlino ha piazzato ieri titoli del tesoro a sei mesi per 2,675 miliardi di euro, con un rendimento medio dello 0,0005 per cento. In buona sostanza, si tratta del nuo-

«Ora che l’Italia ha fatto il suo compito a casa spero che le azioni del nostro governo, anche a livello europeo, possano contribuire a frenare gli impulsi recessivi», ha auspicato il professor Monti. Il primo responso è favorevole.


pagina 8 • 11 novembre 2011

la crisi dell’euro

Sedan, Maastric

Facciamo i conti con la ricorrente tentazione eg dalla guerra franco-prussiana di fine Ottocen Forse riusciremo a scoprire cosa può avere in te di Giancarlo Galli segue dalla prima Imperniata sulla profonda “incomprensione” fra le maggiori capitali del Vecchio Continente. Berlino e Parigi, appunto. Esplosa nel 1870, allorché il baldanzoso Napoleone III fu sconfitto a Sedan dall’armata prussiana del generale von Moltke. I vincitori (per inciso, alleati della Russia zarista) sfilarono con gli elmi chiodati sui Campi Elisi, dissacrando l’Arc de Triomphe. All’umiliazione militare, seguì quella monetaria: la Banque de France costretta a trasferire a Berlino la propria riserva aurea. Un codicillo, a lungo segreto, del trattato di pace Fran-

cia-Germania stabilisce l’ammontare della “riparazione”: cinque miliardi di franchi-oro. Treni blindati carichi di lingotti attraversano il Reno. Su questo ben di Dio, poggia la riforma monetaria voluta dal cancelliere Otto von Bismarck. Le trentatré monete dei piccoli Stati o principati tedeschi (dal Taler prussiano al Gulden bavarese), si fondano con la benedizione del Kaiser Guglielmo I, dando vita al Reichsmark e alla Reichsbank. In competizione con la sterlina di Sua Maestà britannica.

Per quattro decenni, la Francia decade mentre la Germania prospera, con ambizioni coloniali in Africa e Asia. L’“oro di Parigi”utilizzato per finanziare il progresso tecnologico che ha in Al-

Giusto o no, i tedeschi in larga maggioranza ritengono di portare sulle spalle il peso di un Continente dove in troppi, in particolare “i mediterranei”, vivono sulle loro spalle fred Krupp (acciaio e cannoni) il più noto esponente. Licenziato il per lui troppo prudente e pacifista Bismarck, l’Imperatore Guglielmo II, non s’accontenta dei successi: possedimenti in Kenia, Tanganica, Namibia, Estremo Oriente; l’età media dei sudditi salita da 35 a 52 anni; il reddito pro-capite balzato da 350 a quasi 1.000 Reichsmark solidissimi, poiché l’inflazione non esiste. Lo spirito d’orgoglio smisurato propizia la prima guerra mondiale. Con la potente Germania pronta a schierarsi a fianco del vacillante Impero austroungarico, che ha tratto pretesto dall’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo, per impadronirsi della Serbia,

egemonizzando i Balcani, dove l’Impero Ottomano è allo sfacelo.Verità è che, ancora una volta, i tedeschi vogliono mettere in ginocchio i francesi. Con la vittoria che sembra loro a portata di armi, ridisegneranno la geopolitica planetaria! Sete di potere, arroganza? Confrontate ad una coalizione che presto unirà francesi, inglesi, italiani, americani e fin che esplode la leninista Rivoluzione d’Ottobre, le armate zariste, la Germania soccombe. Esiste tuttavia, oggetto di dibattito in sede storica, un’altra faccia della medaglia: l’interessata ostilità francoinglese ad accettare l’affermarsi, nel cuore della Vecchia Europa, di una terza Grande Potenza. Stimolante l’analisi (Corriere della Sera, 3 dicembre scorso) a firma di Pierluigi Battista. L’editorialista sostiene che «riaffiorano gli stereotipi della germanofobia (...). Prima la Germania tentò di mettere sotto il suo tallone di ferro l’Europa con i carri armati, adesso tenta di ottenere gli stessi risultati con la moneta. Un delirio espansionistico che vedrebbe nella formazione di un nuovo Reich il compimento di un nazionalismo forsennato. Anche la Merkel, secondo i nuovi germanofoni potrebbe essere un revanscista». Conclusione di Battista: «La Germania diventa così il nuovo capro espiatorio dell’euro in pericolo. La demonizzazione della Germania arriva al punto di sostenere che, con una politica tedesca diversa, l’euro sarebbe salvo, e l’Europa, se non rigogliosa, perlomeno non condannata ad un terribile fallimento storico». Ogni opinione (specie se sicuramente onesta come quella di Battista), merita la massima attenzione. Non considerata eretica perché controcorrente. Tuttavia... Recuperando gli eventi del Novecento, è credo fuori discussione che la Germania degli anni Venti, con la Repubblica di Weimar, non fu in grado di costruire una solida democrazia. La crisi economica culminata con una spa-


La statua di cera di Otto von Bismarck al Museo delle cere di Berlino; l’imperatore Napoleone III; il dittatore Adolf Hitler; l’ex primo ministro tedesco Helmut Kohl; l’ex presidente della Repubblica francese François Mitterrand; l’attuale presidente della Repubblica francese Nicolas Sarkozy insieme con l’attuale cancelliera tedesca Angela Merkel

cht, Berlino

gemonica dei tedeschi sull’Europa nto a quella attuale dell’Euro. esta Angela (Otto von?) Merkel ventosa inflazione, fu il trampolino per l’ascesa al potere (1933) di Adolf Hitler. Col nazismo, il Reichsmark recuperò la perduta grandezza. Ancorché inspiegabilmente poco conosciuti, negli archivi berlinesi esiste la documentazione di un “piano universale monetario” elaborato dal governatore della Deutsche Bank, Hermann Abs, poi processato dal tribunale di Norimberga: prevedeva per il Dopoguerra, scontato il trionfo tedesco, l’esistenza di tre monete-guida: dollaro, marco, yen giapponese. Per l’Europa continentale (la Gran Bretagna e la sua sterlina “satelliti” Usa), s’ipotizzava una Banca centrale a Vienna con giurisdizione su Belgio, Bulgaria, Cecoslovacchia, Danimarca, Italia, Romania, Ungheria; in un secondo tempo Finlandia, Norvegia e Svezia. Quasi per atavico rispetto (o per compiacere il collaborazionista governo di Vichy del maresciallo Petain), una speciale autonomia veniva concessa alla Francia. Non si fece nulla, ovviamente. Eppure anche quell’abortito progetto testimonia, piaccia o meno, di uno “spirito egemonico”condiviso dai maggiori banchieri tedeschi che accarezzava il pelo delle gerarchie hitleriane, ma non solo. Persa la guerra, i Reichsmark sono tornati pezzi di carta. Arriviamo così alla seconda resurrezione del marco, dopo Weimar e il crollo del nazismo. Il nome è quello che abbiamo a lungo conosciuto: Deutsche Mark. A tenerlo a battesimo sono gli angloamericani che hanno sino all’ultimo tenuto all’oscuro i francesi, indignando il generale De Gaulle.

All’alba del 20 giugno ’48, domenica, la radio annuncia l’immediata sostituzione delle monete in circolazione. Per la conversione, vengono escelti non gli sportelli bancari o postali bensì i centri per la distribuzione di viveri. 40 Deutsche Mark ad ogni cittadino, presentando la tessera annonaria. Sui conti ban-

cari, il cambio sarà da 1 a 10. Non vengono variati affitti e stipendi, pensioni e tariffe. Il responsabile all’Economia Ludwig Erhard, in un appello radiofonico, chiede ai concittadini di avere fiducia a... lavorare di più. Nella Germania Est, occupata dai sovietici, a tambur battente si lancia l’Ostmark. Il marco dell’Est, legato al rublo sovietico. In pochi mesi perderà tre quarti del valore rispetto al confratello occidentale. In un Paese occupato dove ancora si spalano le macerie dei bombardamenti, la riforma monetaria è stata una salutare sferzata. Gli scambi internazionali sono al lumicino, ma la Germania ha ripreso a produrre ed esportare. Acciaio, macchine utensili, elettronica. I primi televisori sono Telefunken... Quanto vale il marco? Il 25 marzo 1957, al momento della firma dei Trattati di Roma che danno il la al Mec, è scambiato a 155 lire italiane, e a poco più di 4 dollari Usa. Da quella piattaforma inizia un’inarrestabile corsa al rialzo, nei confronti di ogni altra valuta. (All’entrata in vigore del-

La cancelliera si muove su uno scacchiere complicato. Ciò che le si attribuisce è un disegno di lungo respiro: prendere le distanze dalla moneta unica in favore di un ritorno al marco l’euro,“valutato”989,9999 lire!). Per consolidata regola economico-finanziaria, una moneta è lo specchio di ogni Nazione. Domanda: perché i tedeschi hanno accettato, coi Trattati di Maastricht, di aderire all’euro? La risposta è squisitamente politica. Un risvolto che faremmo bene, molto bene, a non dimenticare. François Mitterrand, socialista, è il Presidente della Francia; Helmut Kohl,

Cancelliere di una Germania che ha ancora la capitale a Bonn. Berlino è divisa, la Repubblica democratica un satellite di Mosca. Il prestigio e l’autorità del Cremlino sono però al lumicino. Vuoi che la Germania non ne approfitti? La “riunificazione” è sogno, speranza pazientemente coltivata, al pari del desiderio di far tornare la Capitale a Berlino... L’ostacolo è costituito dai francesi. Mitterrand, che ben interpreta il sentimento nazionale, non si fida. Pretende una “cauzione”, una “garanzia assoluta”. Ne ha motivo, storicamente e militarmente. Da Sedan in poi, i francesi non hanno che collezionato sconfitte coi tedeschi. Se in extremis hanno avuto la meglio, nel ’18 e nel ’44, è stato per il “soccorso”degli eserciti inglesi, americani. Nessuno può dimenticare! Ora la Germania pare sinceramente democratica, e s’è trasformata nella “locomotiva d’Europa”. Negare il diritto alla riunificazione sarebbe antistorico, però... Mitterrand, uomo di cultura machiavellica, pone una condizione: la moneta unica europea. Grandiosa intuizione da eccelso statista: oggi, le “guerre” fra le Nazioni si combattono sul terreno dell’economia, della finanza, dell’export. Helmut Kohl, dopo sfibranti trattative, s’arrende. Meglio, accetta il “baratto”. Riunificazione tedesca e quale contropartita a Parigi che all’Onu disporrebbe del diritto di veto, via libera al futuro “euro”. Per quasi un decennio, nella “riconquistata” Berlino, pur fra il succedersi delle alternanze politiche, nessuna voce ufficiale s’è levata a contestare la moneta unica. Nonostante a tutti fosse noto quanto l’opinione pubblica dissentisse. Poiché, a torto o ragione, i tedeschi in larga maggioranza ritengono di portare sulle spalle il peso di un’Europa dove in troppi, e in particolare “i mediterranei”, vivono alle loro spalle. Può Frau Merkel venire meno ai solenni patti e nel contempo rassicura-

re quell’elettorato immenso dal quale, fra poco più di un anno, dipenderà la sua rielezione?

Ecco allora la Kanzellerin muoversi su uno scacchiere che definire complicato è il minimo. Dapprima sembra allearsi con l’omologo francese Nicolas Sarkozy, centrista ma “spiritualmente” erede sia di De Gaulle che di Jacques Chirac e Mitterrand; poi cercare di volta in volta degli affondo. Quel che le si attribuisce è un disegno di lungo respiro: prendere le distanze dall’euro. Rompere gli ormeggi per guardare agli interessi tedeschi: le relazioni privilegiate con l’Est. Dalla Russia di Putin (fornitrice di gas e petrolio), alla Polonia in piena espansione. Ai Paesi baltici e scandinavi. È, se vogliamo, un ripetersi: quale utilità dà un’area mediterranea in piena ebollizione? (Si noti: nessuna partecipazione tedesca alle “manovre” francesi in Libia, Egitto, Siria). Inoltre: Sarkozy potrebbe subire una bruciante sconfitta alle elezioni presidenziali di aprile, e se a Parigi vi fosse un cambio della guardia... Con un socialista come François Hollande e un ultranazionalista come Marine Le Pen, l’intero scacchiere continentale verrebbe scosso alle fondamenta. Ecco dunque Frau Merkel, pur stanca sia dell’euro che di una solidarietà europea nata nell’immediato Dopoguerra allorché la Germania di Konrad Adenauer perseguiva riscatto e rilegittamazione,tergiversare. Porre un ostacolo dopo l’altro ai programmi di superamento della crisi finanziaria epocale. Sullo sfondo, lontana ma nemmeno troppo remota, l’ipotesi di un ritorno al marco. Puntualmente smentita, certo; ebbene contraddetta dai comportamenti sul terreno. Poiché oggi come in altre occasioni, i tedeschi si sentono i più forti. Salvo poi... Anche se “La Storia non si ripete mai”, per dirla col grande economista Vilfredo Pareto, meglio stare in guardia.


mondo

pagina 10 • 6 dicembre 2011

Dopo dieci anni di guerra, il mondo va in soccorso dell’Afghanistan. Da Bonn e senza il Pakistan e i talebani. Un vertice azzoppato in partenza

Sono tutti anti-amerikani Il grande giornalista pakistano spiega la delusione della gente e la rinascita dell’odio di Ahmed Rashid ello shock seguito agli attacchi dell’11 settembre 2001, gli americani si sono chiesti molte volte: «Perché ci odiano così tanto?». Non era chiaro chi fossero “coloro” che odiassero – musulmani, arabi o semplicemente chi non fosse americano. La risposta più semplice, che molti statunitensi trovavano rassicurante, era altrettanto vaga: erano “quelli” gelosi della ricchezza, delle opportunità, della democrazia americane e di quant’altro sia connesso a tutto ciò. Ma in questa parte del mondo – in Pakistan, dove vivo, e nel limitrofo Afghanistan, da cui gli attacchi dell’11 settembre sono stati guidati – coloro che detestavano l’America erano molto più identificabili, e altrettanto lo erano le loro motivazioni. Essi erano un piccolo gruppo di estremisti islamici che parteggiavano per al Qaeda; un gruppo più ampio di studenti che frequentavano le scuole coraniche, che si erano ingrandite rapidamente a partire dagli anni ’80; e giovani militanti ai quali era stato reso possibile combattere contro l’India in Kashmir grazie ad anni di supporto da parte dei servizi di intelligence pakistani. Era-

N

no una sparuta minoranza nel Pakistan del tempo, popolato da 150 milioni di persone. Ai loro occhi, l’America era una potenza imperialista, oppressiva, pagana, proprio come l’Unione Sovietica che avevano sconfitto in Afghanistan. Ora, con gli Stati Uniti sul punto di entrare nell’undicesimo anno della più lunga guerra da essi mai combattuta, molti dei miei vicini in Pakistan si sono uniti alla lista dei detrattori degli Stati Uniti.

L’ondata di anti-americanismo sta montando tanto in Pakistan quanto in Afghanistan, persino

cesso accordi di favore all’arcinemico del Pakistan, l’India. Questi sono i fatti. I più belligeranti detrattori dell’America vi diranno che gli americani sono degli imperialisti che odiano l’Islam, e che il cosiddetto istinto civilizzatore degli americani non ha niente a che vedere con la democrazia o i diritti umani. Un punto di vista politicamente più avveduto vuole che il detrattore non odi gli americani, ma solo le politiche che i loro leader perseguono. Ma entrambe le fazioni si sentono intrappolate: l’Afghanistan è ancora invischiato nella guerra, ed il mio paese è sull’or-

I raid notturni e le uccisioni mirate condotti dalle Special Operations Forces statunitensi e gli attacchi con i droni da parte della Cia hanno sostituito i B-52. E i civili ne pagano le spese tra i tanti che un tempo ammiravano gli Stati Uniti e, a dirla tutta, la ragione di ciò appare semplice: il risentimento comune deriva dal fatto che i piani americani miranti a portare pace e sviluppo in Afghanistan siano falliti, le uccisioni continuino, e che per giustificare i propri fallimenti gli americani abbiano ora esteso il conflitto in Pakistan, riportando alla mente quanto fecero negli anno ’60, quando la guerra del Vietnam esondò nel Laos ed in Cambogia. Inoltre, mentre i pakistani periscono per una guerra americana, Washington ha con-

lo del tracollo. Vi è pertanto un qualcosa che va ora oltre il semplice disprezzo per l’America. Abbiamo così iniziato a porre la questione dell’11 settembre da un’ottica opposta: perché gli americani ci odiano così tanto?Dieci anni sono un periodo lungo per una guerra, durante il quale doversi confrontare con la minaccia di attacchi terroristici. È un periodo lungo, scandito da un’alleanza non equilibrata in cui la battaglia si fa sempre più dura e foriera di divisioni, in special modo per il partner più debole, sul cui suolo il con-

flitto si dispiega. Sotto tale prolungata pressione, i risentimenti circa le intrusioni, i calcoli errati e le prestazioni deludenti riconducono a passi da gigante ad un assunto: che gli americani debbano odiare i pakistani poiché altrimenti essi mai li tratterebbero con tale mancanza di considerazione, mai serberebbero un’opinione talmente negativa o diffiderebbero di loro in tal misura.

Gli statunitensi non dovrebbero essere poi così sorpresi da ciò. La guerra ridimensiona tutti e tutti gli stati, anche quelli vincitori, e ciò è particolarmente vero se un conflitto è caratterizzato da promesse non mantenute e speranze infrante, sospetti di tradimento, e scoramento nei confronti di un alleato. Per coloro che vivono in mezo a tale teatro di guerra, la litania delle delusioni è lunga. Forse la più grande promessa fatta dopo l’11 settembre dal presidente George W. Bush e dal primo ministro britannico, Tony Blair, fu che l’Occidente non avrebbe più tollerato stati falliti o in via di fallimento o l’estremismo. Oggi esistono più stati falliti quanto mai prima si era potuto testimoniare; il messaggio di al Qaeda ha messo radici in Europa, in Africa e nell’entroterra americano; ed ogni religione e cultura sta producendo i propri estremisti, siano essi affini all’islamismo o ad esso reazionari (basti menzionare il massacro che ha di recente sconvolto la Norvegia). Carestie, fame, povertà e fallimenti economici sono aumentati oltre misura, almeno in questo angolo di mondo, dove i piani

per l’11 settembre furono orditi, mentre i cambiamenti climatici hanno prodotto enormi alluvioni e la siccità genera indicibili miserie per milioni di persone in luoghi inaspettati. Ciò non rappresenta una conseguenza dell’11 settembre; ma, nelle menti di molti, le catastrofi che ci troviamo ad affrontare costituiscono un prodotto delle guerre ingaggiate dagli Stati Uniti e dal fatto che essi abbiano allontanato la propria attenzione da problematiche veramente universali. In ciò, anche l’America è una vittima delle sue guerre e dei cambiamenti globali che non saputo affrontare. Delle due invasioni – Iraq e Afghanistan – e dell’operazione di salvataggio di uno stato, il Pakistan, in cui gli americani si sono impegnati nel decennio appena trascorso, il più lampante fallimento americano è stato la sua incapacità di ricostruire gli stati e le nazioni in cui è andata in guerra. Lo statebuiliding consiste nel creare istituzioni ed una governance che possono non essere esistite in precedenza, come in Afghanistan, o che sono state nelle mani di spietati dittatori, come in Iraq. Il nation-building si incentra sul sostegno ai paesi al fine di sviluppare una coesione nazionale, come in Iraq ancora si fatica a fare e come il Pakistan non si è riuscito a fare sin dalla sua creazione. Tale processo non viene perseguito con la forza bruta, bensì sviluppando l’economia, la società civile, i livelli d’istruzione e le competenze. Sia lo state- che il nation-building erano termini connotati da un’accezione non positiva durante l’am-


mondo

6 dicembre 2011 • pagina 11

Tutti alla Conferenza (dalla Clinton a Karzai e Ban Ki-moon). Ma non chi serve

Angela Merkel: «Una battuta d’arresto» Il futuro dell’Afghanistan doveva passare da Bonn dove ieri si è aperta la conferenza internazionale che deve dare un indirizzo al Paese dopo il ritiro delle truppe internazionali della Nato, nel 2014. Il meeting - che ha portato nell’ex capitale tedesca, oltre 100 delegazioni (85 Paesi e 16 organizzazioni umanitarie), fra cui il segretario di Stato Usa Hillary Clinton, la cancelliera Angela Merkel, il segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon e per l’Italia il nostro ministro degli Esteri Guilio Terzi - si è aperto nel segno delle richieste finanziarie del suo presidente, Hamid Karzai, che ha insistito sulla necessita di mante-

nanti sono cleptomani. Gli Stati Uniti devono assumersi la maggior parte della colpa per aver concesso contratti sontuosi alle persone sbagliate, tralasciando responsabilità e trasparenza, ed arricchendo solo pochi piuttosto che ricostruire un’economia.Tutti questi fallimenti – signori della guerra, corruzione, vittime civili – hanno alimentato la nuova e pericolosa ondata di anti-americanismo.

Nel frattempo, gli aiuti e lo sviluppo economico americani in Pakistan e Afghanistan hanno puntato a “progetti a impatto raministrazione Bush. Sebbene tale connotazione sia leggermente migliorata con l’amministrazione Obama, essi non vengono più utilizzati per descrivere la strategia di del Presidente statunitense in Afghanistan o Pakistan. Tuttavia, la tanto decantata strategia di controinsurrezione del Generale David H. Petraeus finalizzata a sconfiggere al Qaeda dipende in enorme misura dal miglioramento della governance, dalla ricostituzione delle istituzioni quali l’esercito locale e le forze di polizia, al conferimento al popolo della possibilità di avere un futuro – in altre parole, state- e nation-building.

Tuttavia, malgrado i miliardi di dollari spesi in tale strategia, l’agenda sociale dell’America si è ridotta e le politiche generali sono rimaste nelle mani dell’esercito americano e della Cia, per i quali la controinsurrezione costituisce essenzialmente uno strumento militare. In Afghanistan, i raid notturni e le uccisioni mirate condotti dalle Special Operations Forces statunitensi e gli attacchi con i droni da parte della Cia hanno sostituito i bombardieri B-52 post 11 settembre in quanto strumenti preferiti per decimare i talebani. La definizione dell’obiettivo è più precisa, ma i costi in termini di perdite tra i civili sono ancora troppo alti per poter essere sopportati dalle popolazioni locali. Ora gli afghani manifestano per le strade ogni volta che un civile rimane ucciso. In Pakistan, gli attacchi con i droni hanno fatto infuriare l’intera popolazione, in quanto nessuno può valutare la loro effi-

cacia nell’eliminare al Qaeda o i Talebani. Lo scorso giugno, John O. Brennan, consulente per l’antiterrorismo del Presidente Obama, ha affermato che per un anno «non si è verificato nessun decesso collaterale» come risultato degli attacchi con i droni. Pertanto la Cia può affermare che i droni abbiano ucciso 600 militanti e non un solo civile; ma gli afghani potranno mai crederci? Il Pakistan ha chiesto che gli attacchi con i droni cessino, e gli afghani hanno chiesto di porre fine ai raid notturni. Ma sinora gli americani non hanno accondisceso. E l’anti-americanismo trova terreno fertile. Gli Stati Uniti hanno invaso sia l’Afghanistan che l’Iraq senza nemmeno un piano su come governare quei paesi. In entrambi i casi, le direttrici politiche sono state elaborate con improvvisazione, e buona parte di esse è stata inizialmente implementata in segreto – un modo sicuro per evitare di consegnare il potere al popolo. Gli ex signori della guerra, di cui i talebani si sbarazzarono negli anni ’90, sono ritornati sulla scena grazie alla Cia. Hanno intrapreso la propria metamorfosi, come bruchi che si tramutano in farfalle, da signori della guerra ad affaristi, trafficanti di droga, appaltatori dei trasporti, magnati immobiliari. Ma sotto il nuovo vestito di Armani c’è lo stesso signore della guerra odiato dal popolo. Pertanto gli afghani incolpano gli statunitensi per aver risvegliato i loro tormentatori dormienti. La corruzione dilaga, ma non solo perché i gover-

nere lil sostegno al Paese, anche dopo il ritiro delle truppe. Ma il boicottaggio di due dei “player” fondamentali (il Pakistan e i talebani) mina le speranze di successo dell’incontro. Islamabad ha deciso di snobbare il meeting sull’onda della rabbia per l’attacco aereo della Nato che, alla fine del mese scorso, ha ucciso 24 soldati pakistani; e la stessa Germania, che ha meticolosamente preparato la conferenza, ha dovuto ammettere che si tratta di un battuta d’arresto. Anche i talebani si sono tirati fuori, dicendo che la conferenza non farà che intrappolare ulteriormente il Paese nelle «fiamme dell’occupazione».

tuire la coltivazione dell’oppio ed il contrabbando nelle aree rurali, dove l’autorità del governo è debole, è stata lasciata al caso. Certo, l’esercito statunitense è diventato un datore di lavoro, ma l’Afghanistan entrerà in una fase di turbolenza economica quando 100.000 soldati statunitensi lasceranno senza lavoro decine di migliaia di afghani ora alle loro dipendenze. Il Pakistan, che è ora il quarto stato più grande al mondo armato con testate nucleari, è stato gravemente destabilizzato dal proprio coinvolgimento nelle guerre in Afghanistan. Tale processo non

Carestie, fame, povertà e fallimenti economici sono aumentati oltre misura, almeno in questo angolo di mondo, dove i piani per l’undici settembre furono orditi e dove lo Stato non c’è pido”, intesi a conquistare cuori e menti, ma che, come i fiocchi d’avena, si dissolvono rapidamente. La vera priorità, consistente nell’aiutare tali stati a sviluppare un’economia autoctona e creare posti di lavoro per sosti-

ebbe inizio 10 anni or sono, dura da tre decenni. La guerra degli anni ’80 contro l’Unione Sovietica venne alimentata dagli operativi della Cia, dal denaro saudita e dall’Inter-Services Intelligence (Isi) pakistana. Fucili Kalashnikov, droga, scuole coraniche e divisioni settarie proliferavano allora, mentre il Pakistan era guidato da una dittatura militare sostenuta dagli Stati Uniti. Dall’11 settembre in poi, il Pakistan è stato nuovamente destabilizzato dall’insurrezione in Afghanistan, e per la maggior parte di tale periodo è stato guidato da una dittatura militare sostenuta dagli Stati Uniti.

Esiste, naturalmente, il rovescio di questa medaglia di anti-americanismo. I leader tanto dell’Afghanistan quanto del Pakistan hanno ritenuto conveniente giocarsi la propria sopravvivenza politica o giustificare i propri errori. Il presidente afghano, Hamid Karzai, è diventato un maestro nel versare lacrime per descrivere l’ultima perfidia americana, mentre al contempo si rivela incapace di combattere la corruzione o di garantire un briciolo di buon governo. Similmente, l’esercito ed i vertici dell’intelligence pakistani riferiscono regolarmente ai me-

dia ed ai politici sulla lunga sequenza di tradimenti americani, sull’amore di Washington per l’India e su come il Pakistan sia rimasto intrappolato in tale relazione. Questi sono racconti falsi – benzina gettata per alimentare la domanda “Perché gli americani ci odiano?”– ma che sono penetrati nella psiche nazionale, nei media e nel dibattito politico, ed il controbatterli non è impresa facile. Nel frattempo, le voci di estremismo traducono l’antiamericanismo in denunce di quegli ideali tanto cari agli statunitensi: democrazia, liberalismo, tolleranza e diritti delle donne. Di questi tempi, tutti vengono indicati come concetti americani o occidentali, e liquidati.

I pakistani hanno un disperato bisogno di una nuova narrativa – che sia onesta circa gli errori che i loro leader hanno commesso e continuano a commettere. Ma dov’è la leadership per raccontare la storia come essa dovrebbe essere raccontata? L’esercito si trincera dietro il suo antiquato modo di pensare poiché nessuno è in grado di offrire un’alternativa. E senza un’alternativa, niente migliorerà nel lungo periodo, in quanto i governi statunitense e pakistano sono in un certo senso l’uno il riflesso dell’altro. Gli americani hanno permesso al proprio esercito ed alla Cia di dominare il processo di elaborazione politica a Washnigton sull’Afghanistan e sul Pakistan, proprio come l’esercito pakistano e l’Isi dominano il processo decisionale ad Islamabad. Sin dalla morte l’anno scorso di Richard C. Holbrooke, che si era votato alla creazione di una strategia atta a rafforzare il processo di elaborazione politica statunitense, ma che il presidente Obama sembrava ignorare, non vi è stata nessuna strategia politica americana per il Pakistan o l’Afghanistan. Dopo dieci anni, dovrebbe essere chiaro che le guerre in questa regione non possono essere vinte esclusivamente con la forza militare, né il processo di elaborazione politica possa essere lasciato ai generali. La questione su chi odi chi diventerà più ardua da dirimere fino a che il conflitto non si concluderà ed il processo di guarigione potrà avere inizio.


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grandangolo Il Premier perde la maggioranza assoluta alla Duma

Putin scende dal trono ma è ancora l’unico Orso russo Mosca e San Pietroburgo hanno voltato le spalle al loro “piccolo padre”. Per Vittorio Strada «è un voto contro e non a favore di un esplicito sostegno degli avversari. Ma i brogli ci sono stati». Lo “zar”però non è morto ed è probabile che vincerà le presidenziali di marzo.Anche se in tre mesi potrà succedere di tutto. Specie con un Parlamento non più prostrato al Cremlino di Antonio Picasso ominciamo dalla cronaca. La mappatura quasi completa dei seggi e delle circoscrizioni elettorali confermano il crollo di consensi per Russia Unita. Il partito del presidente Medvedev e del suo premier Putin, in realtà l’ordine dovrebbe essere invertito, è passato dal quasi bulgaro 64% di preferenze ottenuto nel 2007, allo stiracchiato 50% di oggi. Sono una settantina i seggi alla Duma di cui il Cremlino dovrà fare a meno. Stessimo parlando di un altro Paese, non ci faremmo scrupolo a pronunciare la parola disastro elettorale e a scrivere a chiare lettere un elogio funebre per gli attuali inquilini del palazzo. Tanto più che a marzo si terranno le presidenziali. Ripetiamolo: un candidato lanciato a rete come Putin dovrebbe rivedere molta della sua campagna elettorale. I conoscitori della Russia e delle sorprese che l’orso può riservare sono cauti, invece. «Meglio limitarsi a parlare di un ridimensionamento», commenta Vittorio Strada, professore di lingua e letteratura russa a Venezia e numero uno in Italia tra gli osservatori delle questioni del Paese. «Il mondo sta attraversando una fase di

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così tante incertezze, che non possiamo permetterci di esporsi in previsioni lapidarie». Certo, i numeri sono pesanti. Ma anche Strada concorda nel leggerli come un’espressione di opposizione a Putin e a Medvedev. «È un voto contro e non a favore di un esplicito sostegno degli avversari». Una chiave di lettura, quindi, che nazionalisti e comunisti non possono snobbare. Tanto più che la si evince dalle analisi della stessa stampa nazionale. Il loro aumento di parlamentari alla Duma è significativo.

Il Partito liberal-democratico di Zhirinovskij, xenofobo e ultranazionalista, ha ottenuto 56 seggi, sui 450 totali, crescendo di 14 unità la propria presenza in parlamento. Il movimento Russia Giusta è passato da 38 a 64 parlamentari. Ma sono i comunisti di Zyuganov, aumentando da 57 a ben 92 eletti, ad aver fatto man bassa. Ed è quest’ultimo dato a sollevare i dubbi più immediati. «Sottolineiamolo subito – dice ancora Strada – siamo ben lontani dal comunismo sovietico di trent’anni fa. Tanto più che c’è un elemento comune fra tutti i partiti. E cioè il nazionalismo». Che si

tratti di nostalgici dell’Urss, oppure di nuovi russi, arricchiti grazie al petrolio e alla criminalità, oppure di sinceri sostenitori di Putin, perché è visto come un leader sufficientemente autoritario da fa sentire la voce di Mosca nel mondo, tutti sono dell’idea di una grandeur che il Cremlino merita.

Russia Unita, il partito del potere, quantifica in circa 15 punti percentuali il crollo dei consensi È in fondo una rivisitazione del tradizionale concetto di Santa Madre Russia, forgiato dagli zar e poi ripreso da Stalin. Oggi, lo stesso viene introdotto nel Terzo millennio con pesanti rivisitazioni, ma strutturalmente uguale. «Russia Unita è caduta nelle città, ma non negli epi-

centri della mafia e dell’autocrazia». Mosca e San Pietroburgo, quest’ultima baluardo politico di Putin, hanno voltato le spalle al loro “piccolo padre”. In Caucaso invece, i voti per il prossimo presidente sono invariati rispetto alle elezioni precedenti. In Cecenia, Russia Unita ha ottenuto più del 90% di preferenze. Un risultato, questo, legato a due elementi. La presenza capillare dei siloviki, gli ex agenti del Kgb, in seno all’establishment locale, ha fatto sì che i pochi putiniani convinti compissero il proprio dovere. D’altro canto, è la dimostrazione di come molti voti siano stati manipolati. Le piccole repubbliche caucasiche certamente non brillano per l’espressa simpatia nei confronti del Cremlino. Se non altro a livello di piazza. Difficile pensare a un’improvvisa inversione di tendenza.

«I brogli ci sono stati», commenta sempre il docente di Ca’ Foscari. «E questo c’era da aspettarselo». Le argomentazioni dell’Osce e degli Stati Uniti, quindi, hanno ragion d’essere. Nel pomeriggio di ieri, a spogli ancora in corso, il segretario di Stato americano,

Hillary Clinton, ipotizzava l’idea di un’inchiesta internazionale a questo proposito. È tuttavia curioso osservare come le contestazioni maggiori siano straniere e non giungano dall’opinione pubblica nazionale. Del resto, gli avversari di Putin e Medvedev perché dovrebbero protestare? Nazionalisti e comunisti, in generale l’intero blocco dell’opposizione, oggi possono vantare una presenza alla Duma tale da mettere in sfiducia il governo. Blogger e giornalisti hanno anch’essi avuto il loro momento. Quei quindici punti percentuali in meno per Russia Unita sono un bel record. «Sono il sintomo di un’opinione pubblica nazionale in fermento, stanca della corruzione e capace di sfuggire alla censura». Strada parla di «società aperta». È questa la vera novità per la Russia. In effetti, se bisogna assegnare la palma della vittoria a qualcuno, chi se non il web la meriterebbe davvero? Il tam tam multimediale, alla stregua di quanto è accaduto in altri scenari, funziona. L’autoritarismo non riesce a filtrare in modo completo le manifestazioni di opposizione che navigano on line.Tardivo è risultato domeni-


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In migliaia sono scesi in piazza contro il voto

Osce: «Brogli!» Clinton: «Adesso un’inchiesta» l voto delle legislative russe è stato accompagnato da numerose violazioni secondo l’Osce e il giudizio arriva all’indomani di una competizione elettorale alquanto tormentata, con «violazioni e brogli» - a detta degli osservatori - soprattutto in sede di scrutinio, quando gli scrutatori si sarebbero ritrovati a conteggiare urne riempite non dagli elettori. Una critica grave, che getta un’ulteriore ombra sull’esito del voto: il partito di Vladimir Putin ha mantenuto la maggioranza assoluta dei seggi nella Camera bassa del Parlamento, la Duma, ma ha registrato una forte perdita di consensi rispetto alle consultazioni di 4 anni fa. Gli osservatori dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa hanno rilevato che «le elezioni erano ben organizzate, ma durante il conteggio dei voti la qualità della procedura si è deteriorata in modo significativo». Gli esperti hanno segnalato «gravi indizi che le urne fossero state riempite in precedenza». Un verdetto pesante insomma, immediatamente seguito dall’esortazione del ministero degli Esteri francese «a far luce» sulle violazioni perché il voto ”è un evento importante per la democrazia in Russia».

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ca l’oscuramento di molti siti classificati sovversivi. Come, ancora prima, è apparsa inutile – se non controproducente – la campagna di persecuzione anche fisica effettuata a discapito della crème della stampa locale. Del resto, con una media nazionale di età inferiore ai 39 anni, la Russia è una società giovane, nella quale le nuove tecnologie si sposano male con le derive autoritarie che si rifanno a vetuste forme di oppressione. Siamo a un passo dalla democrazia? Anche in questo caso, è la cautela a ispirare le risposte di Strada. «Politicamente non ancora. Socialmente la Russia ne è pronta». Zar Putin non è morto. È probabile che vincerà le presidenziali di marzo.Tuttavia, in tre mesi può succedere di tutto. Specie con una Duma non più prostrata alle volontà del Cremlino.

A giudizio del nostro interlocutore, il cammino di Mosca è orientato alla democrazia, ma con tappe intermedie. «Un esecutivo forte non implica l’autoritarismo. Medvedev si è già dimostrato più disponibile nell’offrire alcuni spazi di apertura. Non è escluso che lo stesso avvenga con Putin». Resta da capire quali saranno le alleanze che il prossimo capo dello Stato sarà costretto a stringere. Alleanze che, fino a sabato sera, probabilmente non aveva calcolato. Quella di Strada è una visione ottimistica della Russia. Un processo evolutivo che dista anni luce dal primo esperimento di democrazia che si è avuto negli anni Novanta. «Allora i tempi non erano maturi e Mosca crollò inevitabilmente nel caos». Oggi l’elettorato è composto da una forte componente di ventenni che dell’Urss hanno solo un ricordo infantile ed è cresciuta nella globalizzazione. I giovani russi viaggiano, navigano sul web, si

confrontano con l’Occidente. Hanno un acceso a quest’ultimo molto più facilitato rispetto a quello messo a disposizione dei loro coetanei nel mondo arabo. Non fosse altro per una condizione economica migliore. Il confronto porta all’apertura, alla critica e alla scelta. È un processo di costruzione democratica con spinte dal basso e concessioni dall’alto. Per forza di cose, prima o poi si arriverà a un compromesso. E qui si torna al minimo comune multiplo tra tutte le forze in campo. «Nazionalista è il comunismo di Zyuganov. Lo sono ovviamente i liberal-democratici di Zhiri-

Il Partito liberal democratico di Zhirinovskij, xenofobo e nazionalista, ha ottenuto 56 seggi su 450 poltrone novskij. Ma lo è anche Russia Unita. Perfino i blogger e i contestatori più accesi sono spinti dal medesimo sentimento». Una tradizione, questa, che il Paese si porta dietro dai Romanov. Forse solo Lenin rifiutò il valore dell’identità nazionale. Ma è sufficiente scorrere le pagine della letteratura antistaliniana, Pasternak in primis, per incontrare lo stesso medesimo eroe del russo in quanto tale, nemico dello zar di turno, ma figlio della irrinunciabile Santa Madre Russia. Un’attribuzione da prendere non più in chiave prettamente europea, com’era nel Novecento, ma con un respiro anche asiatico. E questa è

un’altra novità, che fa della Russia un avversario pugnace sia per l’Occidente sia per le due potenze emergenti quali Cina e India. Questo fa pensare a un cambiamento che non è davvero tale. Soprattutto sul piano internazionale. «Ovviamente! – aggiunge Strada – Una Russia governata da Putin o da altri coltiva sempre le stesse comprensibili ambizioni di potenza mondiale». Da qui la conferma che il processo di installazione dei missili anti-Nato a Kaliningrad non subirà modifiche. Ed è forse per questo che a Washington sono preoccupati. Non per gli immaginabili brogli. Anzi, una Russia più democratica è paradossalmente più pericolosa per l’Occidente. Ammesso che possiamo formulare giudizi morali. Il governo dovrà rendere conto alla Duma. Se questa è a favore del piano di armamenti, si indebolisce l’obiezione dell’autoritarismo e dell’imposizione di una politica militare.

Resta fermo che questa linea non è tanto controproducente per la comunità internazionale. Il mondo, però, è abituato a confrontarsi con il muso duro dell’orso russo. Al contrario, il vero svantaggio è riscontrabile all’interno del Paese. «Le spese militari (il 3% del pil, ndr) restano troppo elevate rispetto alle risorse destinate al servizio sanitario e all’istruzione». Tanto più che l’economia nazionale risulta legata alla monoproduzione petrolifera e al colosso Gazprom. «Una fortezza che va bene se il prezzo dell’olio nero continua a mantenersi elevato, ma che rischia di far collassare l’intero sistema nel caso il mercato crollasse». Ma quello dell’apertura economica è un altro capitolo. E se per la politica ci si può esporre in caute previsioni, attendendo le idi di marzo, su quest’ultimo è meglio glissare.

Immediata anche la replica del presidente russo Dmitri Medvedev: «Russia Unita ha ottenuto esattamente quello che aveva, niente di più e niente di meno: in questo senso le elezioni sono state oneste, regolari e democratiche», ha dichiarato il capo di stato, che guidava le liste del partito. «Quanto a tutti i discorsi sull’uso smodato delle risorse amministrative: ... Ma dove sono queste risorse?», ha aggiunto. A suffragio della sua posizione l’agenzia russa Interfax riporta che un gruppo di osservatori internazionali - non meglio specificati - ha rilevato che le elezioni hanno rispettato le nor-

me, «in conformità con gli standard internazionali elettorali e la legislazione russa». Medvedev a sua volta mette in dubbio l’autenticità dei molteplici video sui brogli alle elezioni postati su Internet. Ma non è l’unica anomalia sul web: la scomparsa di siti di informazione a causa di cyber attacchi ha contraddistinto la giornata di ieri. Tra i molti anche quello dello spazio web della radio Eco di Mosca. Il Partito comunista ha annunciato un ricorso presso la Corte suprema per protestare contro i brogli diffusi monitorati durante il voto per il rinnovo della Duma, che ha consegnato a Russia Unita di Vladimir Putin la maggioranza dei seggi, malgrado un forte calo dei consensi.

«Prepariamo un ricorso alla Corte suprema di Russia, lo invieremo quando la Commissione elettorale centrale pubblicherà i risultati ufficiali delle elezioni», ha dichiarato Ivan Melnikov, primo vicepresidente del partito comunista. I comunisti intendono depositare ricorsi anche presso un’infinità di tribunali locali, competenti per almeno 1.600 seggi elettorali, dove sarebbero stati constatati brogli o irregolarità nel voto. E mentre anche il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, ipotizza una commissione di inchiesta per far luce sugli eventuali brognli, ieri sera migliaia di persone si sono radunate nelle piazze di Mosca al grido di «Russia senza Putin!», rompendo gli argini delle transenne collocate dalla polizia spiegata in tenuta anti sommossa. Una folla così numerosa non si era mai vista in piazza nell’epoca Putin. I boati hanno riempito l’aria sotto una pioggia battente, senza tuttavia scoraggiare le migliaia di persone che gridavano «Ladri, Corrotti» sventolando le bandiere di alcune dei movimenti anti-governo.


cultura

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L’esposizione, quarta e ultima tranche di un più ampio progetto, è presso la nostra ambasciata

Jugend d’Italia a Berlino Fino al 7 maggio 2012, in mostra le opere di 15 giovani artisti italiani residenti in Germania di Andrea D’Addio

BERLINO. Fino al 7 maggio 2012, presso l’ambasciata italiana a Berlino, sono esposte le opere di ben quindici “giovani” artisti italiani residenti a Berlino raggruppate sotto il titolo Italiens - junge Kunst in der Botschaft. Si tratta della quarta e ultima tranche di lavori d’un progetto iniziato circa un anno e mezzo fa e che,per sessioni di sei mesi, ha cercato di offrire un panorama completo tra scultura, pittura, foto, installazioni video e concettuali di quello spirito creativo che caratterizza l’italianità di molti emigranti giunti a Berlino negli ultimi anni.

L’iniziativa, patrocinata dall’Istituto di Cultura, è stata voluta fortemente dalla moglie dell’ambasciatore Elena Valensise ed è curata nella selezione da Alessandra Pace e Marina Sorbello, che negli ultimi due anni hanno visitato gallerie e atelier della capitale tedesca alla ricerca dei migliori talenti della nostra creatività emigrata. I quat-

storia così particolare qualsiasi opera può acquistare un significato che va al di là della semplice suggestione. L’ambasciata italiana di Tiergartenstrasse 22, davanti al grande parco cittadino ai cui confini sorge il Reichstag e la Porta di Brandeburgo, fu infatti uno speciale dono che Hitler volle fare a Mussolini per rinsaldarne ancor di più il legame tra i due Stati. Era il 1938 e l’incarico della costruzione fu dato a Friedrich Hetzelt, allievo di Albert Speer. L’ispirazione principale era quel Palazzo della Consulta che molto aveva impressionato il Führer durante una sua visita a Roma. Quando i lavori terminarono era già il gennaio del ’43, la disfatta di Stalingrado era prossima alla conclusione e non c’era tempo né voglia di organizzare un’inaugurazione ufficiale. Si rimandò tutto alla fine di una guerra che non terminò come ci si aspettava e così nessuno dei due dittatori finì con il mettere piede in un bellissimo edificio che anzi finì con l’essere anche

La rassegna, iniziata circa un anno e mezzo fa, ha offerto un panorama completo tra scultura, pittura, foto, installazioni video e concettuali di quello spirito creativo che caratterizza l’italianità tordici prescelti (a cui va aggiunta la special guest Monica Bonvicini con la provocante opera Straps and Mirror) si sono così andati ad aggiungere agli altri trenta già ospitati in passato negli spazi dell’ambasciata. Ecco quindi Rebecca Agnes, Carla Ahlander, Elena Bellantoni, Enrica Borghi, Loris Cecchini, Alessandro Ceresoli, Flavio de Marco, Giulio Frigo, Gemis Luciani, Federico Maddalozzo, Benedetto Pietromarchi, Marco Poloni, Andrea Salvino e Pietro Sanguineti, un gruppo eterogeneo di sguardi e tecniche realizzative che alternativamente si mimetizza, contrasta e si sovrappone con il classicismo dell’ambiente circostante. In questa sede dalla

parzialmente vittima di spari e bombardamenti. Con la fine del conflitto e lo spostamento della capitale a Bonn, l’Italia trasformò quest’edificio rimasto ad Ovest in un consolato generale, aprendo invece un’altra ambasciata nel settore Est.

Non ci fu vero restauro se non qualche parziale riparazione fino al 26 giugno del 2003 quando, dopo i lavori portati avanti dall’architetto Vittorio De Feo, costati 16 milioni di euro, alla presenza dell’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e del Presidente tedesco Johannes Rau; il palazzo ha riaperto ufficialmente i battenti. Una storia quindi senza dubbio travagliata in cui fa un

100 immagini e stampe accompagnati da estratti di poesie che lo hanno ispirato

E la sede dell’Spd rende omaggio a Giacomelli Fino al 22 gennaio, gli scatti del grande fotografo di Senigallia, realizzati tra il 1953 e il 2000 BERLINO. Berlino rende omaggio al fotografo italiano Mario Giacomelli e lo fa con una bella mostra ospitata al terzo piano della Willy Brandt Haus (la sede storica dell’Spd, da anni utilizzata anche come museo di fotografia) che andrà avanti fino al 22 gennaio (è iniziata il 10 novembre) . Si intitola Orte, Landschaften, Seelenzustände - Fotografien von Mario Giacomelli - (tradotto Luoghi, ambienti, stati d’animo) e prende in considerazione i lavori realizzati tra il 1953 e il 2000 (anno della sua morte) dell’artista marchigiano, 100 scatti e stampe accompagnati da estratti delle sue poesie o da altri classici (vi si trova anche l’A Silvia di Leopardi) che lo hanno ispirato. Per lui, definito da molti come uno dei più grandi innovatori della fotografia negli anni ‘50 e ‘60, si tratta di un prestigioso omaggio postumo da parte di una delle città al mondo più sensibili all’importanza della fotografia nella cultura popolare, come testimoniano le scuole di Ostkreuz e musei come l’Helmut Newton e la CO Gallery. Quando Giacomelli nel 1953 comprò per 800 lire la sua prima macchina fotografica, mai avrebbe pensato che da lì in poi la sua vita sarebbe cambiata per sempre. La citazione posta in un grande pannello all’inizio dell’esposizio-

ne berlinese è in tal senso emblematica per capire il percorso di ricerca che da allora Gicaomelli tentò di perseguire: «Per me è interessante uscire dal piano orizzontale della realtà, avere la possibilità di un dialogo stimolante perché le immagini abbiano un respiro irripetibile. Riscrivere le cose cambiando il segno, la conoscenza abituale dell’oggetto, dare alla fotografia una pulsazione emozionale tutta nuova.Il linguaggio diventa traccia, necessità, spirito dove la forma si sprigiona non dall’esterno, ma dall’interno in un processo creativo. Lo sfocato, il mosso, la grana, il bianco mangiato, il nero chiuso sono come esplosione del pensiero che dà durata all’immagine, perché si spiritualizzi in armonia con la materia, con la realtà, per documentare l’interiorità, il dramma della vita. Nelle mie foto vorrei che ci fosse una tensione tra luce e neri ripetuta fino a significare. Prima di ogni scatto c’è uno scambio silenzioso tra oggetto e anima, c’è un accordo perché la realtà non esca come da una fotocopiatrice, ma venga bloccata in un tempo senza tempo per sviluppare all’infinito la poesia dello sguardo che è per me forma e segno dell’inconscio. Il linguaggio è così la coscienza espressiva interna che ha accarezzato la realtà pur rimanendo fuori, è l’attimo originale, testimone di una


cultura certo effetto vedere lavori “pop” come la bianca bicicletta sbilenca di Loris Cecchini posta nell’ingresso principale, riproduzione in gomma del mezzo di trasporto preferito dai berlinesi, qui rielaborato come fosse una sorta di “fantasma”, un oggetto che lì ha lasciato la propria ombra, ma non ne è fisicamente presente. Stessa reazione possono sollecitare le Meduse di Enrica Borghi, colorati lampadari realizzati riciclando bottiglie di politelene, sacchetti di plastica e confezioni di tetrapak, stessi materiali utilizzati anche per la serie di Gioielli esposti in una vetrina del salone delle feste. Da prodotti industriali anonimi e omnipresenti ad accessori originali legati al desiderio di abbellimento: la vita di alcuni materiali che siamo soliti pensare come di scarto può cambiare e allungarsi su percorsi che mai si sarebbero immaginati.

La relazione tra arte, ecologia e sostenibilità lega i lavori di Gemis Luciani, Pietro Sanguineti, Benedetto Pietromarchi ed Enrica Borghi. Luciani ricicla i soliti cartoncini d’invito che vengono stampati per le

realtà tutta mia, un prelievo fatto sotto la pelle dell’oggetto, guidato fuori dalle regole per una libertà che è anche allargamento alle possibilità del reale».

Tanti punti di vista capaci di penetrare nella profondità dei momenti riuscendo ad assolutizzarli, come emblemi di un intero mondo di vite e significati

Ecco quindi la serie dedicata a Scanno sulla vita rurale introno all’omonimo lago (acquistata dal Moma di New York nel ’63) una zona che già all’epoca aveva affascinato Henri Cartier-Bresson, ecco gli scatti dall’ospizio di quella Senigallia e quelli sulla vita dei preti (“Io non ho mani che mio accarezzino il volto, ’61-’63) scelta come locandina della mostra.Tanti punti di vista capaci di penetrare nella profondità dei momenti riuscendo ad assolutizzarli come emblemi di un intero mondo di vite e significati, il cui bianco e nero sembrano i colori naturali. Il suo modo di ingrandire e poi stampare i detta-

mostre in una scultura che si avvita in maniera verticale nello spazio, giocando con angoli e spessori, pieni e vuoti. Il Senza Titolo (l’enigma di un pomeriggio) di Pietro Sanguineti è anch’esso realizzato con lavori riciclati trovati per le strade di Berlino e arrangiati in un’unica scultura che solo da vicino rivela i suoi vari componenti: una vecchia stufa, pezzi di plastica, legno e carta. Un procedimento analogo a quello realizzato da Benedetto Pietromarchi per le sue due sculture Untitled (white) e Untitled (black) in cui l’eterogeneità degli elementi assemblati vengono uniformati da una colata di colore (rispettivamente bianco e nero) che rendono le creazioni filiforme e compatte come se non fossero mai state altro prima. Sempre di Pietromarchi è il Pellicano in ceramica e terracotta appoggiato su una barile nero che riesce in un attimo ad evocare le purtroppo frequenti colate di petrolio in mare e i danni all’ecosistema mondiale. La sala riunioni è l’unica in cui le opere hanno il sopravvento sull’arredamento circostante, trasformando l’ambiente dell’ambasciata in quello classico del mu-

gli di ogni foto che realizzava rendono le sue opere un affascinante misto tra realismo e pittura, tra forme a volte sfocate e altre volte pienamente definite. Una tecnica che ancora oggi suggestiona e che, anche grazie all’ingresso gratuito e alla discreta cartellonistica pubblicitaria nelle stazioni metro di Berlino, sta attirando centinaia di visitatori ogni settimana. Per l’isitituto di cultura italiano a Berlino che, anche grazie al suo Direttore Aldo Venturelli, ha organizzato e patrocinato l’evento assieme alla Willy Brandt Haus, si tratta di un bel successo: in un’epoca in cui quando si parla di Italia in Germania la prima parola che viene in mente è spread, poter riconoscere ancora una volta alcuni dei nostri talenti dell’arte è un anche un modo per riaffermare il nostro valore. (a.d’a.)

i che d crona

seo. Su di una parete vi si possono osservare le stampe della prima pagina del New York Times di un giorno qualsiasi che Federico Maddalozzo ha reso sempre progressivamente più opache con una bomboletta spray allo scopo di stimolare un dubbio sulla veridicità delle notizie, e sul ruolo dei media: è possibile leggere veramente ciò che ci accade intorno o siamo vittime di iconografie sollecitate? Il lavoro si intitola Nine Days Away e solo nelle ultime stampe dà modo all’osservatore di leggere le notizie del giornale, portandolo quindi a ragionare su come sia facile tenere nascosto un evento e quale sia il ruolo dei mezzi di comunicazione. Nella stessa sala Il The Majorana Experiment di Marco Poloni si interroga invece sulla scomparsa del fisico Ettore Majorana poco prima della seconda guerra mondiale, con un articolato percorso di opere che comprende il video, l’audio e la fotografia. Poloni ha un passato da studente di fisica e cerca di avvicinare scienza e materie umanistiche attraverso un’investigazione sullo scienziato italiano, all’epoca collaboratore di Fermi e Heisenberg, che nel 1938 fece perdere le proprie tracce. Fu suicidio, assassinio o Majorana fuggì spinto dal desiderio di non legare il proprio nome alla bomba atomica come teorizzò Leonardo Sciascia nel suo romanzo del 1975?

Sempre da uno spunto storico sono ispirati i disegni di Alessandro Ceresoli sull’architettura coloniale italiana in Eritrea, mentre i ricami di Rebecca Agnes, metafore su cotone dei pianeti del sistema solare, nonché i disegni di Andrea Salvino e i due piccoli dipinti di Giulio Frigo legati l’uno all’altro da due fili sottili che coprono un angolo del salone delle feste hanno un approccio meno invasivo e più naturale con l’ambiente circostante, come se il luogo in cui sono esposti sia l’unica dimora possibile per loro. Al piano inferiore, nella cripta, due video di Elena Bellantoni studiano la circolarità delle relazioni. Da una parte quella tra due persone, con un particolare gioco di frasi (dalla tenerezza all’odio e ritorno) che dimostrano come gli amori inizino e finiscano con percorsi graduali che potrebbero essere sintetizzati attraverso le semplici parole, dall’altra quella che si instaura tra uno spettatore e un attore girato al Teatro Valle di Roma a settembre, durante questi mesi di occupazione. Le foto da stalker del vuoto di Carla Åhlander e la concettualizzazione della fruizione delle immagini del terzo millennio operata da Flavio De Marco chiudono la serie di opere di una mostra, che ricorda come l’arte italiana sia in grado di sopravvivere, e bene, al proprio passato.

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Questo numero è stato chiuso in redazione alle ore 19.30


2011_12_06  

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