Issuu on Google+

11222

he di cronac

La società libera

è una società dove si è al sicuro anche se si è impopolari A. E. Stevenson

9 771827 881004

di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • MARTEDÌ 22 NOVEMBRE 2011

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Sono ancora i giovani a guidare le proteste, tramite social network e blog. Il governo: «Banditi comuni»

La primavera sfida l’inverno L’Egitto si ribella al tradimento dei militari: 40 morti, migliaia di feriti Attesa per oggi una manifestazione di migliaia di persone contro le misure repressive e le “truffe” del potere. Anche la Siria sull’orlo del collasso. Secondo Erdogan: «Assad è a un passo dalla fine» Oggi sarà a Bruxelles. La Fiat disdetta gli accordi sindacali

Monti alle Camere: «Misure rapide per le riforme» Comincia in salita la settimana europea del premier: piazza Affari crolla e lo spread sale. L’ad del Lingotto, da Londra, dice: «Non conviene investire in Italia» Francesco Pacifico • pagina 2

Perché appoggiamo l’esecutivo

Sarkozy e l’assalto dei mercati

di Rocco Buttiglione

di Giancarlo Galli

ual è la esatta natura del governo Monti e perchè l’Udc lo appoggia? Sgombriamo prima di tutto il campo da alcuni equivoci e da alcune sparate retoriche. È vero che questo governo commissaria la politica e la democrazia? No. Questo governo commissaria una cattiva politica che ha fallito ed ha aperto il baratro più profondo fra elettori ed eletti che ricordiamo nella storia repubblicana. Il governo ha certo il compito di rimettere in ordine i conti dello Stato ma ha anche quello di ricostruire la fiducia del popolo nelle istituzioni. a pagina 4

n vento di straordinari cambiamenti politici sta attraversando l’Europa messa in ginocchio da una crisi economico-finanziaria epocale. La scorsa settimana il Parlamento di Atene ha concesso la fiducia a Lucas Papademos, un “tecnocrate” ex commissario a Bruxelles, che (nella prospettiva di elezioni a primavera), ha varato un governo di unità nazionale d’emergenza in cui sono presenti oltre ai socialisti del dimissionario-dimissionato Georges Papandreou, il Partito conservatore “Nuova Democrazia” ed esponenti dell’estrema destra. a pagina 5

L’Egitto dei rivoltosi

Tutti apiazza Tahrir: Ora rischia Twitter risuona la carica il Gattopardo del Cairo Torture e arresti: così la giunta risponde a chi chiede democrazia Antonio Picasso • pagina 6

***** Nove risposte Il modello Italia La Siria del tiranno sulla natura sarà esportato Damascova alla guerra del governo anche a Parigi e il mondo per ora tace

Q

Il regime è in bilico, ma sembra impossibile fermare i massacri

U

gue a (10,00 pagina 9CON EUROse1,00

I QUADERNI)

• ANNO XVI •

ILLUSIONI E REALTÀ

Abdel Bari Atwan • pagina 8

*****

Il Qatar dei diplomatici

E Doha rilancia l’islam come scelta comune L’Emirato sempre più protagonista dei tavoli di trattativa fra arabi Anthony Shadid • pagina 10 NUMERO

226 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

di Mario Arpino a sola buona notizia che ho trovato mentre mi accingevo a scrivere questo breve commento sulla situazione è che la signora Kemel, unica candidata donna alle prossime elezioni presidenziali, è stata liberata assieme ad un certo numero dei dissidenti fermati nel corso delle ultime manifestazioni in piazza Tahrir. È davvero pochino, dopo tante attese e tanti mesi di “primavera”. Un’altra notizia che ci vogliamo sforzare di ritenere positiva è che il 28 novembre prossimo comincerà il nuovo corso con le elezioni per il Parlamento, ma serve una buona dose di ottimismo se è vero che questa nuova fase di rivolta è proprio contro le forze gattopardiane che gestiranno queste elezioni, con grande frustrazione di tutte quelle masse giovanili che, per prime, si erano mosse con genuino entusiasmo e tante speranze. a pagina 7

L

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


il fatto Oggi a Bruxelles Monti incontra Van Rompuy e Barroso. Maroni attacca: «Questi sono capaci solo di mettere nuove tasse»

In corsa contro il tempo

Piazza Affari a picco, sale lo spread. Parte in salita la settimana europea del premier che dice: «Misure di concerto con Francia e Germania» la polemica di Francesco Pacifico

ROMA. Nemmeno la nascita degli eurobond tranquillizza gli investitori. Che anche ieri hanno confermato il calendario di vendite e dato sfogo alla loro furia ribassista, facendo crollare le Borse di tutt’Europa. Così il bollettino di guerra dell’ultimo lunedì nero recita: Milano, maglia nera, in calo del 4,74 per cento, Francoforte del 3,35, Londra del 2,62, Parigi del 3,41, Madrid del 3,48 e Atene del 3,74. E infondo poco importa che ieri, a spargere nuovo pessimismo sui mercati, abbiano contribuito i dubbi della Merkel sugli eurobond, le minacce di Moody’s alla tripla A dei francesi, il mancato accordo in America al Senato sul taglio del del deficit o le tensioni sulle materie prime. Il Belpaese riconquista anche la testa nella classifica del rischio Paese: infatti lo spread tra Btp decennale e Bund torna a sfiorare i 480 punti base, con il rendimento che si attesta 6,68 per cento. Ancora una volta di più del differenziale segnato tra i Bonos spagnoli e i bond tedeschi (468 punti), mentre arretra la forbice tra i bond di Parigi e Berlino (156 punti). Proprio guardando a Roma gli analisti di Crédit Suisse ipotizzano cambiamenti epocali nell’architettura dell’euro. Se in Italia e Spagna non si escludono rendimenti dei decennali sopra il 9 per cento, più in genera-

Il gruppo Fiat recede dal contratto dei metalmeccanici in tutti gli stabilimenti della Penisola

Il downgrading di Marchionne: «È rischioso investire in Italia» ROMA. Più dirompente per il Belpaese di un downgrading delle agenzie di rating. Ieri da Londra Sergio Marchionne, il capoazienda del primo gruppo industriale nostrano, ha fatto sapere che «se Fiat avesse continuato a investire da sola in Italia, i rischi sarebbero stati enormi: alte spese non condivise, volumi insufficienti e alti costi di produzione». Una situazione dalla quale si esce in un solo modo: investendo all’estero. E infatti il Ceo ha rivendicato la sua strategia che guarda più all’Atlantico che all’Europa: «Grazie al legame con Chrysler Fiat ha l’opportunità di essere globale una volta di più: avrà accesso a mercati extraeuropei e condividerà gli investimenti nello sviluppo di architetture che hanno un’applicazione parallela in Nord America». Seguendo questa linea ieri Marchionne ha comunicato una decisione che era nell’aria, soprattutto dopo l’accordo tra sindacati e Confindustria per arginare gli effetti dell’articolo 8 dell’ultima manovra: uscire dall’alveo del contratto nazionale per siglare intese aziendali in tutti gli stabilimenti Fiat della Penisola. «Una cosa che induce a pensare che Marchionne pensa di più all’estero che all’Italia», sintetizza il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini. A metà mattinata, infatti, il gruppo ha inviato una lettera alle principali confederazioni, con la quale si comunica «dal primo gennaio del

2012 il recesso da tutti i contratti applicati dal gruppo Fiat e da tutti gli altri contratti collettivi aziendali e territoriali vigenti». L’obiettivo è quello di introdurre in tutti gli stabilimenti le stesse regole concordate per gestire la produzione a Pomigliano, Grigliasco e Mirafiori con Cisl, Uil e Fismig, con le quali il gruppo si garantisce (con aumenti medi oltre i mille euro all’anno) piena operatività e pax sindacale. Eppure questa decisione acuisce le distanze tra Marchionne e le parti in Italia. Maurizio Landini accusa che «a Pomigliano se hai la tessera della Fiom non ti assumono». Rende sempre più labile il legame tra il gruppo torinese e l’Italia, dove pure l’azienda vende oltre il 70 per cento dei modelli a marchio Fiat e dove promette di produrre a regime 1,3 milioni di pezzi all’anno.

Anche ieri a Londra Marchionne ha parlato del suo gruppo in termini internazionali. E ha sottolineato che a fine anno Fiat e Chrysler insieme raggiungeranno i 4,2 milioni di vetture vendute, per diventare il quinto gruppo mondiale. Trlasciando che il solo marchio italiano faticherà a raggiungere il milione di immatricolazioni in Europa. Proprio per evitare ulteriori problemi (all’azienda come ai suoi dipendenti) il leader nazionale della Fismic Roberto Di Maulo chiede un’accelerazione sulla nascita del contratto nazionale dell’auto. (f.pac.)

le la banca svizzera esclude soltanto «la rottura dell’eurozona in senso stretto. Ma questo significa che devono succedere delle cose straordinarie, e possibilmente entro la metà di gennaio, per impedire la chiusura progressiva di tutti i mercati dei bond dell’eurozona, con la possibilità che in concomitanza con questi eventi si verifichino attacchi speculativi anche alle banche più forti».

In questo clima Mario Monti si appresta alla sua prima missione a Bruxelles da presidente del Consiglio. Oggi vedrà a pranzo il presidente della Commissione, José Manuel Barroso, quindi è atteso per il caffé dal lato opposto di Rue de la Loi, dal leader del Consiglio d’Europa, Herman Van Rompuy. Quarantott’ore dopo vertice con i grandi azionisti dell’Eurozona, Merkel e Sarkozy. Summit durante i quali l’ex rettore della Bocconi deve carpire il giudizio degli ispettori europei, volati a Roma la scorsa settimana, sulla sostenibilità italiana. Quindi conoscere le richieste che i grandi gli faranno al prossimo Eurogruppo: cioè sapere in anticipo se la manovra correttiva deve essere di 20 o 25 miliardi. Se nello stesso pacchetto si dovranno inserire assieme l’aumento dell’Iva, il ritorno dell’Ici e l’introduzione della patrimoniale. Da un seminario della Cgil Giovanni Berneschi, un banchiere


la crisi italiana

22 novembre 2011 • pagina 3

l’intervista

Ici o patrimoniale? Questo è il problema Confronto serrato all’interno degli schieramenti sulle misure più eque ed efficaci da adottare di Riccardo Paradisi ci o patrimoniale? Il campo politico si scinde in due campi e la differenza di vedute taglia trasversalmente gli schieramenti tradizionali. Se per Nicola Rossi economista d’area centrosinistra, è un errore pensare che la patrimoniale possa essere usata per ridurre il debito – «L’imposta sulla casa avrebbe il pregio di riequilibrare la tassazione oggi squilibrata sul lavoro e aziende» – per la Cgil è vero il contrario. «C’è un rapporto fra la tassazione della casa e la patrimoniale - dice Guglielmo Epifani ex segretario generale della Cgil – l’importante è che ci sia equità perché il rigore senza l’equità presenta gravi problemi per una parte della società che ha già pagato prezzi molto alti». Dall’altra parte si ribatte però che l’Ici andrebbe ai sindaci i cui comuni sono stati penalizzati dalla sua abolizione e che la sua reintroduzione darebbe vita al federalismo.

I

battito su Ici o patrimoniale è inficiato da motivi ideologici. «La sinistra ne fa una prova d’amore, il centrodestra insiste sull’Ici malgrado sia un provvedimento che colpirebbe l’85% delle famiglie italiane.Va detto, parlando di numeri, che quando la sinistra fece la patrimoniale con Rifondazione comunista, incassò un gettito di 2200 miliardi di vecchie lire. Pensare una patrimoniale che da 40 miliardi di euro è semplicemente un miraggio. Io sono per misure efficaci e visto che vanno trovate risorse vere preferisco l’Ici. Ma solo perché è un imposizione fiscale più efficace. Poi naturalmente si tratterà di modulare il provvedimento esentando certe fasce e non altre». A pronunciarsi invece per la patrimoniale è Luigi Abete presidente di Assonime (Associazione Aziende quotate in Bor-

be attestare in un’aliquota minima come il 5x1000 e potrebbe essere utile se insieme consentisse di ridurre le tasse sulle persone fisiche, quindi l’irpef soprattutto sui lavoratori a basso reddito, e le tasse sulle imprese che investono».

E l’Ici? «Esiste già – replica Abete – bisogna capire da quale aliquota scatterebbe, oggi viene applicata solo sulle seconde case, potrebbe essere applicata sulle prime case che hanno un valore rilevante e non credo sia un problema insuperabile». Si irrita a sentir distinguere la patrimoniale dall’Ici l’esponente del Pd Enrico Morando «L’Ici è una patrimoniale. Si dovrebbe avere cura di specificare se si vuole la patrimoniale solo per la componente immobiliare o su tutti i patrimoni. Una volta chiarito questo la mia opinione è che sarebbe meglio una patrimoniale sul complesso dei patrimoni, facendo una soglia che esenti tutte le persone normali». Ancora più chiaramente: «Se io faccio una patrimoniale sul complesso del valore non distinguendo tra mobiliare e immobiliare e dico che la soglia di esenzioni è tra gli 800mila e il milione di euro ho già prodotto lo scalone che mette al riparo i piccoli risparmiatori». Intanto gli italiani sono consapevoli che i prossimi anni saranno segnati da austerità e sacrifici ritenuti accettabili dall’opinione pubblica per far fronte alla crisi solo se all’insegna di una reale equità

La patrimoniale giusta? «Dovrebbe attestarsi - dice Abete in un’aliquota minima come il 5x1000 anche per ridurre le tasse sulle persone fisiche»

L’ex ministro all’Economia del governo Amato e poi viceministro del governo Prodi Vincenzo Visco condivide per esempio l’intervento sull’Ici, «operando in modo da adeguare la tassazione a livello europeo ma lasciando un’agevolazione o persino l’esclusione delle prime case di basso valore, differenziate Comune per Comune», mentre la patrimoniale «ha un significato più politico che di gettito». Anche nel centrodestra si registrano analisi simili. Giuliano Cazzola, economista ed esponente del Pdl, ritiene che il di-

molto lontano dagli skills manageriali tanto in voga tra i big del credito mondiale, ha chiesto al premier uno scatto d’orgoglio e gli ha suggerito di utilizzare gli appuntamenti europei per rivendicare un trattamento migliore al Belpaese. Forse guardando al conto presentando dalla Eba ai nostri giganti del settore (14 miliardi da ricapitalizzare), il presidente di Carige ha sottolineato che «bisogna cambiare le regole che governano il sistema economico finanziario europeo, perché l’Italia è stata danneggiata da una gestione della crisi modellata sugli interessi della Germania. Mentre le nostre banche non si sono fatte attrarre molto dai titoli tossici, da que-

sa) e di Bnl: «Potrebbe essere utile – dice - se consentisse di abbassare la pressione fiscale su lavoratori e imprese. Non dovrebbe essere molto alta e una tantum ma strutturale e di bassa intensità.

Se per patrimoniale si intendesse invece un’imposta “una tantum”molto alta sul patrimonio esistente in quel momento Abete sarebbe invece contrario perché non risolverebbe i problemi del paese. Insomma la patrimoniale giusta «si dovreb-

sta finanza che ha permesso di fare utili a due cifre. Con il risultato che, al di là di tanti bei discorsi, abbiamo l’impressione di non potere più finanziare l’economia reale». Ha rincarato la dose Pier Luigi Bersani: «L’Europa azzoppata

Ma gli spazi di manovra di Monti sono molto più ristretti di quanto Bernaschi o il leader del Pd sperino. Al Consiglio dei ministri di ieri, e dopo aver approvato l’ultimo decreto su Roma Capitale e garantito ai presenti rapidità e collegialità sia

sociale. Secondo un’indagine realizzata dall’Istituto Demopolis per il programma infatti il 97% degli italiani chiede al nuovo Governo impegni precisi sulla riduzione dei costi della politica, l’81% un impulso reale alla crescita economica del Paese ed all’occupazione giovanile, il 73% un contrasto più serio all’evasione fiscale. Cresce anche, al 68%, la condivisione di una possibile patrimoniale sulle grandi ricchezze mentre oltre la metà degli italiani segnala come prioritaria anche la riforma della legge elettorale.

È un po’ se si vuole l’agenda Bonanni: ciò che infatti subito al paese – secondo il segretario della Cisl - è «una riforma integrale del sistema fiscale. Spostare il peso della tassazione dalle persone e dalle imprese verso il consumo e una patrimoniale che colpisca consumi e beni immobili e mobili. Chi ha più case, barche, suv, cavalli». A soffiare sul fuoco dello scontento ci pensa la Lega: «Dal governo Monti per ora sembrano arrivare solo nuove tasse e non so come il Pdl possa votare una cosa del genere. aumento dell’Iva di due punti, la reintroduzione dell’Ici sulla prima casa. Se queste sono le misure bisogna fare un’opposizione dura e la Lega si prepara a farla».

giovedì, di «possibili linee che possano trovare efficace condivisione ed attuazione da parte degli Stati membri, al fine di assicurare la stabilità della zona euro». Ma c’è il rischio che tra quarantott’ore l’asse franco-tedesco si scopra più debole di

La Commissione accelera sugli eurobond. Berlino continua a frenare: «Non è la panacea a tutti i mali». Ci credono invece i mercati, che attendono ancora un segnale concreto per limitare il contagio portato dai titoli spazzatura non riesce a fare una politica seria e comune sul debito e sugli spread. La decisione di non aver garantito sulla Grecia, a causa dell’egoismo nazionale, e della chiusura politica, ha fatto sì che l’infezione si propagasse e ha contagiato tutti».

sulle riforme economiche sia sui sottosegretari, il presidente del consiglio ha spiegato che i suoi fari restano Berlino, Bruxelles e Parigi. Il comunicato emesso a metà giornata da Palazzo Chigi parla, riferendosi agli incontri di

quanto si creda. Alla base del dissidio la proposta stilata dalla Commissione di emettere eurobond. Il testo, atteso per giovedì, prevede tre ipotesi: messa in comune di tutto il debito pubblico dell’eurozona, condivisione parziale

delle emissioni con garanzie congiunte, condivisione parziale e senza alcuna garanzia congiunte. Ipotesi, questa minimale, ma realizzabile senza la modifica dei trattati.

I tempi non saranno brevi, ma Angela Merkel già fa sapere che gli eurobond «non sono la panacea a tutti i mali». E poco importa che sia Barroso sia il presidente dell’Ecofin Juncker abbiano proposto ai tedeschi di gestire a loro modo la partita. Fatto sta che il mercato ci spera, perché, spiega Crédit Suisse, rappresenterebbero quei «segnali credibili sotto forma di un’unione fiscale e politica ben prima che si possano modificare i trattati».


l’approfondimento

pagina 4 • 22 novembre 2011

Prima di giudicare, bisogna sgombrare il campo dagli equivoci e dalle sparate retoriche che hanno caratterizzato questi giorni

La prova del nove

Tanti sono i miti nati intorno al nuovo governo: commissariamento della politica, potere “delle banche”, ministri cattolici, bipolarismo. E poi patrimoniale, pensioni, ritorno alle urne, appoggio dell’Udc. Proviamo a sfatarli di Rocco Buttiglione ual è la esatta natura del governo Monti e perchè l’Udc lo appoggia? Sgombriamo prima di tutto il campo da alcuni equivoci e da alcune sparate retoriche.

Q

È vero che questo governo commissaria la politica e la democrazia? No. Questo governo commissaria una cattiva politica che ha fallito ed ha aperto il baratro più profondo fra elettori ed eletti che ricordiamo nella storia repubblicana. Il governo ha certo il compito di rimettere in ordine i conti dello Stato ma ha anche quello (non detto ma prioritario) di ricostruire la fiducia del popolo nelle istituzioni e, in un certo senso, di far ripartire il nostro sistema istituzionale e di rafforzare la nostra democrazia. Il sistema politico che uscirà da questa parte finale della legislatura sarà probabilmente diverso da quello che abbiamo conosciuto negli ultimi anni e vedrà (io spero) una diversa aggregazione delle forze politiche.

1

È vero che questo è il governo delle banche e dei tecnocrati? Anche questo è falso. La cattiva politica ha vissuto una vertigine di onnipotenza e si è creduta superiore non solo agli impegni europei presi dal Paese ed ai trattati liberamente sottoscritti ma anche alla logica, alla matematica ed al buon senso. Molti chiedono alla politica economica una impostazione ”non meramente ra-

2

gionieristica”. Giusto, la politica non è mera ragioneria.Tuttavia io ho il sospetto che chi ripete quella frase abbia in mente, in realtà, un’altra cosa. C’è chi pensa che la politica possa fare a meno della ragioneria e questo è falso. Qualcuno pensa che la politica possa distribuire più di quello che si produce e che in caso di necessità lo Stato possa esaudire le domande della politica facendo debiti oppure stampando carta moneta. Questo semplicemente non si può fare. Il carico fiscale è ormai troppo alto ed è difficile aumentarlo ancora senza strozzare la produzione della ricchezza. Stampare carta moneta non possiamo per due ragioni. La prima è che in questo modo si produce inflazione. La seconda è che abbiamo rotto la pressa per stampare la carta moneta il giorno in cui abbiamo aderito alla Banca Centrale Europea. La finalità che i trattati assegnano alla Bce è la stabilità dei prezzi. Se la politica vuole evitare di sottostare ad un possibile condizionamento da parte delle banche e dei mercati essa ha soltanto una via aperta davanti a sé: non fare debiti. È vero che questo governo è pieno di ministri cattolici? Nessuno siede in questo governo per il fatto di essere cattolico. Sono vere invece altre due cose. La prima è che quando si è fatto un governo dei competenti si è scoperto che nel nostro Paese molti dei competenti

3

(naturalmente non tutti) sono cattolici. La seconda è che alcuni ministri hanno partecipato al convegno di Todi dove le associazioni ed i movimenti cattolici hanno lanciato un appello per una nuova assunzione di responsabilità nella vita del paese e per una riforma morale della politica. Non c’è nulla di male ad augurarsi che questi ministri portino lo spirito di Todi nella politica italiana. È vero che questo governo segna la fine del bipolarismo? Dipende dall’idea di bipolarismo che si ha. Certo questo governo mette fine ad una certa idea di bipolarismo. Questo governo mette fine alla idea di bipolarismo come politica che oppone fra di loro due schieramenti che non dialogano e che si combattono con ogni mezzo. Ci hanno detto che questo è il bipolarismo anglosassone. Non è vero. Questa è la prosecuzione nel tempo presente della guerra civile del ’43-’45 . Quella guerra è finita. È finita l’ idea di politica che divide, che è lotta a morte per l’affermazione di sé e la distruzione dell’avversario. Rinasce un’altra idea di politica, l’idea della politica come lavoro paziente per unire, che sappia ascoltare tutta la realtà sociale e trovare soluzioni in cui si tenga conto della dignità e dei diritti di tutti. Cambia il paradigma della politica. Questo nuovo paradigma della politica unifica una vasta maggioranza moderata e riformista. Se essa possa articolarsi

4

in due schieramenti alternativi o sia invece destinata a rimanere unita per non farsi ricattare dalla destra e dalla sinistra estreme è cosa che adesso non possiamo prevedere. In ogni caso abbiamo bisogno di un sistema flessibile che consenta in caso di necessità la formazione di grandi coalizioni. È questa la condizione che permette ai riformisti di non farsi ricattare dagli estremisti. Tutto questo è incompatibile con la idea che gli elettori eleggano non solo il Parlamento ma anche il capo del governo. Il capo del governo non ha un diretto mandato parlamentare e può essere sostituito in caso di necessità. È vero che questo governo vuole fare una legge patrimoniale? Monti è contrario ad una patrimoniale pesante (come quella che hanno auspicato in molti, io compreso) che abbatta in modo sensibile il nostro debito pubblico in una volta sola portandolo sotto il 100 per cento del Pil. Monti pensa piuttosto ad una patrimoniale leggera che sposti permanentemente una parte del carico fiscale dai redditi personali ai patrimoni. Questo potrebbe consentire una riduzione delle tasse sul reddito. La misura avrebbe anche un effetto di lotta alla evasione fiscale. I redditi sono più facili da nascondere dei patrimoni. Questa patrimoniale leggera potrebbe essere inserita nell’Imu, la nuova tassa per il finanziamento delle autonomie locali.

5


22 novembre 2011 • pagina 5

Roma ha aperto la strada a una rivoluzione bianca che ha sconvolto Grecia e Spagna

E alla fine anche Parigi dovrà seguire il Modello Italia Il vento nuovo che attraversa il Vecchio continente può salvarlo. Partendo dall’Eliseo, che ora affronta la furia dei mercati mondiali di Giancarlo Galli n vento di straordinari cambiamenti politici sta attraversando l’Europa messa in ginocchio da una crisi economico-finanziaria epocale. La scorsa settimana il Parlamento di Atene ha concesso la fiducia a Lucas Papademos, un “tecnocrate” ex commissario a Bruxelles, che (nella prospettiva di elezioni a primavera), ha varato un governo di unità nazionale d’emergenza in cui sono presenti oltre ai socialisti del dimissionario-dimissionato Georges Papandreou, il Partito conservatore “Nuova Democrazia”ed esponenti dell’estrema destra. Domenica, in Spagna, il Partito Popolare di Mariano Rajoy ha stravinto dopo le delusioni e la quasi bancarotta (21 per cento di disoccupati, deficit pubblico alle stelle), attribuite nel comune sentire all’insufficienza de leader e premier socialista Luis Zapatero. Attenzione, però: anziché cantar vittoria, Rajoy s’è premurato di comporre i cocci, facendo delineare l’opportunità di un governo di larghe intese, garantito dalla presenza di personalità di spicco. Svincolate da condizionamenti partitici.

no un rifugio sicuro, inespugnabile. Pochi centesimi il differenziale con i Bund tedeschi, cosicché Sarko poteva pretendere di considerarsi sullo stesso livello di Frau Merkel. Guardando i vicini dall’alto in basso, consentendosi disinvolte manovre di politica estera, con lo smaccato intento (ancorché mascherato da propositi umanitari) di trasformare i paesi dell’Africa mediterranea in un protettorato francese di nuovo conio.

«Il precedente italiano permette a Rajoy di presentarsi come un Monti spagnolo», sostiene Fernando Vallespin, docente in scienze politiche all’Università di Madrid. Precisando: «Con un gabinetto tecnico, potrebbe concentrare i suoi sforzi sull’economia, che è la vera emergenza. Proprio come Monti…». Una volta tanto, l’Italia avrebbe insomma “fatto scuola”!Grecia e Spagna, pur senza mancar loro di rispetto, sono tuttavia solo due “pezzi” nello scacchiere europeo: una pedina e, al massimo, una torre. Quanto all’Italia, un alfiere. A dominare la scena, a dettar legge, talvolta con deprecabile arroganza, sono Re Sarkozy e soprattutto la scorbutica Regina Merkel, dal cui volere quasi tutto dipende. Anche perché lo stesso Sarko, sbagliata più di una mossa, è a rischio di scacco matto, messo sotto pressione dai malefici gnomi della finanza internazionale che paiono avere puntato i loro cannoni su Parigi. Ancora un mese fa, i titoli del debito pubblico francese pareva-

Il presidente Sarkozy aveva giocato un’azzardata carta in vista delle elezioni presidenziali di aprile, che lo vedono al momento perdente (sondaggi, ovviamente), ergendosi a paladino, nonché finanziatore, della “rivoluzione araba”.

U

Rajoy ha vinto le elezioni, ma ora vuole per Madrid un esecutivo “tecnico”

Gli sviluppi sono stati ben diversi dal previsto. In Libia, il dopo Gheddafi è carico di interrogativi e il paese è tutt’altro che pacificato per i contrasti fra le diverse etnie; in Egitto, allontanato Mubarak, l’esercito ha assunto pieni poteri, continuando a rinviare le promesse elezioni libere e democratiche, scatenando la piazza dominata dai Fratelli musulmani, integralisti e anti-occidentali. Nella Siria del dittatore Assad (guardato con simpatia dall’Iran, militarmente e diplomaticamente sostenuto da Russia e Cina), siamo sull’orlo della guerra civile. Col concreto rischio che l’intero Medio Oriente esploda, non estranea la determinazione d’Israele a bloccare la messa a punto (avanzatissima) del programma nucleare di Teheran.

Accesa la miccia, Sarkozy rischia di ritrovarsi col classico cerino fra le mani. Accreditando le più recenti indagini demoscopiche, appena un elettore su tre nutre ancora fiducia in lui. Una prospettiva che lo rende perdente (al ballottaggio) col candidato socialista François Hollande, sempre che Marine Le Pen esponente dell’estrema destra, ultranazionalista antieuro ed anti-immigrati, non lo sgambetti sin dal primo turno. Ecco perché a Parigi, seppur timidamente, si comincia a parlare della necessità di una “grande alleanza”che superi i tradizionali steccati, nell’ottica di una “emergenza nazionale”, facendo avanzare la figura del centrista François Bayrou, che già nelle presidenziali del 2007 fu ad un passo dallo sbarrare le strade a Sarkozy. Questa volta, Bayrou si propone di andare oltre i tradizionali destra-sinistra, steccati chiamando a raccolta le energie, gli uomini, i manager, gli intellettuali, non irreggimentati nei partiti esistenti che hanno in larga misura disilluso l’opinione pubblica, e disponibili a rimboccarsi le maniche. A chi lo accusa di privilegiare la tecnocrazia, l’efficienza unita alla competenza, Bayrou risponde che: «Il tempo delle divisioni è finito, dopo averci condotto sull’orlo del baratro». Il riferimento va al di là dello specifico francese, spagnolo, italiano. A ben vedere investe l’intero sistema capitalistico. Quale senso ha di fronte ad una crisi globale, difficilmente governabile per la sua struttura, coi miti del consumismo e della crescita ininterrotta ormai alle nostre spalle, insistere con le tradizionali contrapposizioni ideologiche e gli stanchi riti della “vecchia politica”?

È vero che questo governo vuole abolire le pensioni di anzianità? No. Considerando quanto ha sempre detto il ministro Fornero sembra probabile che il governo Monti lotti per imporre la corrispondenza fra i contributi versati ed i benefici prevedibili. Questo vuol dire che chi vuole andare in pensione prima potrà farlo ma dovrà accontentarsi di una pensione inferiore. Oggi molti (i parlamentari per primi) percepiscono pensioni che sono pagate in parte con i denari di tutti. Spesso le pensioni dei ricchi sono sussidiate con i denari dei poveri. Questi privilegi vanno aboliti.Vanno tenute distinte due cose: il diritto di andare in pensione quando si vuole dal diritto di farsi pagare la pensione con i soldi dei contribuenti. Questo secondo diritto non è un diritto.

6

È vero che questo governo vuole dare libertà di licenziamento? La verità è che la libertà di licenziamento già esiste nel nostro paese ed è la più ampia del mondo. Provate a chiedere che protezioni e garanzie hanno i milioni di giovani che lavorano in nero, senza contratto. Provate a chiederlo a tutti quelli che lavorano con contratti di lavoro parasubordinato, a tempo, di collaborazione coordinata e continuativa etc.. La risposta è, desolantemente, zero. Un contratto di lavoro nuovo, a tempo indeterminato, con la possibilità di licenziare in caso di necessità, come quello che oggi hanno i lavoratori di imprese con meno di quindici dipendenti, non diminuirebbe ma, al contrario, migliorerebbe il livello reale di protezione per milioni di lavoratori e farebbe aumentare il numero dei posti di lavoro. Chi ha letto i libri della prof. Fornero, nuovo ministro del lavoro, sa che quello è l’obiettivo che essa indica.

7

È vero che la soluzione corretta sarebbe stata quella di andare a nuove elezioni? No, perché il governo precedente aveva cacciato l’Italia in un vicolo cieco e sottovalutava i pericoli di una nuova gigantesca ondata di sfiducia che stava per abbattersi su tutti i paesi europei ed in particolare sul nostro. Perché il ricorso a nuove elezioni avrebbe lasciato il Paese paralizzato, con un governo abilitato solo alla ordinaria amministrazione, in una fase in cui abbiamo bisogno di un governo nella pienezza dei suoi poteri e capace di agire rapidamente. Perché elezioni anticipate con la prospettiva di una vittoria elettorale di una sinistra con dentro Vendola e Di Pietro non avrebbero certo rassicurato i mercati. Perché le misure necessarie che il governo Monti si appresta a prendere devono scontentare molte corporazioni di privilegiati che sono in grado di ricattare qualunque governo ordinario minacciandolo di fargli perdere le elezioni.

8

Perché l’Udc appoggia il governo Monti? Perché è il governo della competenza e del buon senso. Il suo programma contiene tutte le misure che noi abbiamo proposto, inascoltati, in questi ultimi due anni. Ci piace anche la idea di politica che esso rappresenta: la politica per unire dopo tanti anni di politica per sfasciare e per dividere, la politica che mette al primo posto il bene comune dopo tanti anni che hanno messo al primo posto, senza vergogna, l’interesse di partito, di fazione o anche semplicemente individuale. Questa politica è la nostra politica.

9


pagina 6 • 22 novembre 2011

le rivolte arabe

La primavera si ribella all’inverno Scontri e morti al Cairo, è strage in piazza Tahrir: almeno 40 vittime e 1800 feriti. Oggi manifestazione di massa e le elezioni sono a rischio di Antonio Picasso ono stati più di trenta, probabilmente quaranta, i morti negli scontri di quest’ultime quarantott’ore a piazza Tahrir, al Cairo. Con la giornata di ieri che si è rivelata ancora più cruenta di quelle trascorse. Dai medici impegnati nel soccorso dei feriti giunge l’appello per donare il sangue e, ancora più drammatica, la richiesta di altre bare. Il cuore della rivoluzione araba si sta trasformando in un mattatoio. Le scene postate su Facebook e Youtube mostrano episodi di violenza che non si sono visti nemmeno quando è caduto Mubarak. Dalla canonica sassaiola dei manifestanti, seguita dall’altrettanto prevedibile uso di manganelli e lacrimogeni, si è passati alle armi da fuoco. La gente comune, scesa massiccia in piazza, denuncia polizia ed esercito di un uso smodato della violenza. Le autorità si giustificano sostenendo che questi all’apparenza innocui contestatori sarebbero militanti ben addestrati alla guerriglia urbana. Del numero dei morti non si può fare ancora un distinguo. Quanti gli agenti? Quanti i rivoltosi? A sei giorni dal voto per il rinnovo della Camera bassa, la situazione sta sfuggendo di mano. Sia ai militari, sia agli oltre cinquanta movimenti i cui candidati concorrono per un seggio al parlamento. Al momento le urne non sono state sigillate in an-

S

ticipo. «Il voto si terrà», dicono al Consiglio supremo delle forze armate (Scaf). Saranno elezioni listate a lutto però. Da qui la scelta di alcuni candidati di ritirarsi dalla campagna elettorale. Ieri il ministro della cultura, Emad Abu Ghazi, ha confermato le dimissioni di cui si parlava già domenica. L’archivista dell’università del Cairo tornerà a fare il suo vecchio mestiere. Se gli sarà consentito. Ghazi non vuole avere nulla a che fare con questo bagno di sangue.

A febbraio, lo slogan che andava per la maggiore tra i rivoluzionari del Cairo era “Irhal”,Vattene!, ovviamente rivolto a Hosni Mubarak. Caduto il faraone, oggi lo stesso grido riecheggia in tutte le piazze del Paese. Il diretto interessato è il maresciallo Mohamed Tantawi, il “cane di Mubarak”, come viene apostrofato il presidente ad interim della repubblica e numero uno dello Scaf. A giudizio della popolazione anche Tantawi dovrebbe rinunciare al potere. E con lui Essam Shara, primo ministro. Entrambi attempati highlander del passato regime e quindi inattendibili nelle loro promesse di ristrutturazione del Paese. La contingenza del rigurgito di rivolta è dettata dall’approssimarsi delle elezioni e dal rischio che, comunque, la giunta militare riesca a farla franca. Ancora più specifico, c’è il rischio che

prenda piede la riforma Bastawisi, dal nome del presidente della corte di cassazione, il magistrato che l’ha ideata. Si tratta di un disegno di legge che prevede di conservare il controllo delle forze armate nelle mani del consiglio nazionale di Difesa, anziché inoltrarlo al parlamento. Finora Il Cairo si è ben guardata dal concedere il diritto di parola ai politicanti eletti per quanto riguarda sicurezza e armi. Era questa la forza di Mubarak. La creazione di una lobby in uniforme, ben lubrificata dall’estero – in particolare da Washington – che fosse anche tito-

re della patria. E così corruzione, nepotismo e soprattutto inefficienza amministrativa hanno inquinato l’idea di stato nasseriano. Che a suo tempo aveva anche una certa ragion d’essere. Oggi Bastawisi starebbe cercando di confermare questa realtà. La sua riforma è stata paragonata al modello kemalista di Erbakan in Turchia negli anni Ottanta. Può anche essere. Il fatto è che Ankara si è svincolata dalle ingessature militariste. L’Egitto, che non è membro della Nato, corrotto e post rivoluzionario com’è, ha gli anticorpi per difendersi da altri strapoteri

A sei giorni dal voto per il rinnovo della Camera bassa, la situazione sta sfuggendo di mano. Sia ai militari, sia agli oltre cinquanta movimenti i cui candidati concorrono per un seggio al parlamento lare del 25% dell’economia nazionale. Dall’alto ufficiale al soldato semplice, era stata creata una filiera poco produttiva, ma con un significativo giro d’affari, capace di far credere alla comunità internazionale e anche all’opinione pubblica interna che l’Egitto fosse in salute. L’abito non fa il monaco, così come l’uniforme verde oliva non fa di chi la indossa un eroico difenso-

militari? Da come sta reagendo, è evidente che lo Scaf non abbia alcuna intenzione di rinunciare a questa opportunità. Non si tratta di salvare ciò che rimane di Mubarak. Il vecchio faraone, per Tantawi e soci, sta anche bene nel suo letto di ospedale. Quel che interessa alla giunta è comandare l’Egitto. Ricostruendolo e beneficiando degli introiti che potrebbero giungere, in

In apertura: scontri a Piazza Tahrir. Nella pagina a fianco, dall’alto: immagini delle proteste, il generale Tantawi, capo di Stato “provvisorio” dell’Egitto post Mubarak e Muhammad el Baradei

dollari ed euro, una volta normalizzate le partnership commerciali. In questo, di Mubarak c’è l’atteggiamento corrotto. Ma della sua politica filo occidentale e amica di Israele, piuttosto che diametralmente contraria, non si ha la minima percezione. E l’opinione pubblica se ne è resa conto. Lo sta esprimendo bene Amr Mussa, ex segretario della Lega araba e candidato alle presidenziali del prossimo anno.

Il diplomatico over 70 può fare anche storcere il naso a Netanyahu e Obama, tuttavia la sua dimestichezza con la politica cairota e l’autocoscienza che, con lo Scaf, si cadrebbe solo in un’altra padella, dovrebbero far pensare. Mussa propone una democrazia dal basso. È uno slogan populistico, non c’è dubbio. Nell’Egitto di oggi, però, o si ragiona con lo stomaco di piazza Tahrir, oppure si rischia di andare a saziare gli appetiti della giunta. Certo, la seconda opzione non è nemmeno così di facile realizzazione. Tantawi ha sciolto i suoi cani, d’accordo. Ma la piazza se ne è accorta. Il fatto che 40 morti in tre giorni non abbiano fatto desistere i manifestanti è significativo. L’egiziano medio ha assaporato la libertà ed è convinto che la rivoluzione sia ancora in cammino. Il sentimento nazionale è espresso in maniera cristallina dai giornali.


le rivolte arabe L’analisi dell’ex Capo di Stato Maggiore della Difesa

La democrazia non si ottiene con dei trucchi di Mario Arpino a sola buona notizia che ho trovato mentre mi accingevo a scrivere questo breve commento sulla situazione è che la signora Kemel, unica candidata donna alle prossime elezioni presidenziali, è stata liberata assieme ad un certo numero dei dissidenti fermati nel corso delle ultime manifestazioni in piazza Taharir. È davvero pochino, dopo tante attese e tanti mesi di “primavera”. Un’altra notizia che ci vogliamo sforzare di ritenere positiva è che il 28 novembre prossimo comincerà il nuovo corso con le elezioni per il Parlamento, ma serve una buona dose di ottimismo se è vero che questa nuova fase di rivolta è proprio contro le forze gattopardiane che gestiranno queste elezioni, con grande frustrazione di tutte quelle masse giovanili che, per prime, si erano mosse con genuino entusiasmo e tante speranze. In effetti i militari, continuatori “ad interim” del vecchio regime, con i Fratelli Musulmani sono al momento le forze più capaci e meglio organizzate politicamente, ed è probabile che da costoro i giovani non si attendano alcunché di buono, e ancor meno di nuovo.

L

È brutto e sgradevole dire che sta accadendo ciò che numerosi analisti, quelli lontani da ogni trionfalismo, avevano da tempo previsto con l’approssimarsi delle elezioni. Non ci sono scorciatoie per la democrazia. C’è chi ci ha messo duemila anni e chi solo duecento, pervenendo comunque a forme imperfette, quando non soddisfacenti. Non ci potevamo aspettare che fosse proprio l’Egitto, dominato negli ultimi trenta secoli da aristocrazie militari – illuminate finché si vuole – a bruciare le tappe. Qualcuno ha promesso alle piazze tutti i prodotti e le procedure della democrazia in tempi brevi, e questo è stato un errore di cui anche l’Occidente è almeno in parte colpevole. Oggi le piazze, stanche di attendere, li reclamano con forza, perché hanno il presentimento che con ogni probabilità saranno deluse. Ma i tempi sono troppo brevi e gli aiuti esterni troppo scarsi per permettere la maturazione di un nuovo stile, che non sia top-down come quello praticato anche in questa occasione dalla casta burocratico-militare, o dal vecchio establishment dei Fratelli Musulmani. D’altro canto, se i tempi sembrano troppo brevi – e lo sono – per consentire alle classi dirigenti e alla politica una durevole maturazione, è anche vero che tra tante ansie ed attese non possono permettersi di essere troppo lunghi, pena il ritardo nel rilancio economico, industriale e di politica estera necessario per riprendere il passo con quella situazione di leadership nel mondo arabo cui l’Egitto era ormai assuefatto. Tutto ciò, come stanno attualmente le cose, non può non giocare contro uno svolgimento scarsamente democratico di eventi che di per sé lo sono, almeno in termini di esercizio. La chiave di quest’ombra di pessimismo sta nel fatto che il meccanismo prevede a stretto giro, dopo le prossime elezioni parlamentari, quelle presidenziali, senza così dare il tempo a quelle forze giovani e innovatrici di trovare un minimo di coesione interna ordinata ed in grado di portare alla formazione di partiti ponderalmente significativi. Ciò significa che il Parlamento, il cui primo atto dovrà essere quello di scrivere una nuova Costituzione, potrebbe essere composto in larga maggioranza da quelle forze già organizzate – personaggi del vecchio regime e dei Fratelli Musulmani – non in grado di recepire le istanze dei veri protagonisti della primavera. Che, rendendosi conto di ciò, ritornano ad occupare le piazze. Ma la macchina è stata ormai avviata a questo modo, e non c’è proprio la possibilità tecnica né il tempo per procedere diversamente. Sarà già un successo se i Fratelli riusciranno a marginalizzare i gruppi salafiti più intransigenti, ma il vero problema è che, in questa rincorsa, i veri emarginati rimarranno proprio i giovani emergenti. E, si sa, la frustrazione purtroppo non fa altro che generare nuovi guai.

22 novembre 2011 • pagina 7

«Lo Scaf è come Mubarak», scrive al-Ahram. Al-Watan, testata vicina ai Fratelli musulmani, parla invece di libertà violata. Non c’è più censura. Non c’è più quel controllo capillare di origine governativa. Una volta che sono stati tolti i paletti, la giunta potrà riottenere il controllo della piazza solo attraverso una selvaggia repressione.

A questo punto, il Paese è di fronte a tre strade.Tutte realistiche. Si può dare l’ok al voto. Soddisfacendo così parte di piazza Tahrir, come pure la giunta. Il fine è normalizzare la politica nazionale e riavviare le macchine produttive. La rivoluzione infatti sta pesando sensibilmente sull’economia egiziana. Ieri la borsa del Cairo ha perso il 4%. Ma gli altri indici di produttività sono ormai tutti a doppia cifra e con il segno meno davanti. La seconda opzione è un governo di unità nazionale. Come richiesto dai partiti minori, vedi il Movimento 6 aprile. Un esecutivo in abiti borghesi capace di riportare l’esercito nelle caserme, contenere la crescita dell’islamismo salafita e magari garantire la crescita economica. Per i Fratelli musulmani, i quali prevedono una vittoria schiacciante alle elezioni, il rinvio del voto sarebbe un disastro. Quel 40% di preferenze nelle proiezioni sarebbe subito ridimensionato. Alla comunità internazionale piacerebbe pure come idea. Oggi si apre in Kuwait un summit straordinario G8-Bmena (Broader Middle East North Africa). Tema dell’incontro: la situazione egiziana appunto. Per l’Italia si tratta del primo vertice con il nostro nuovo ministro degli Esteri, Terzi di Sant’Agata. C’è infine l’idea di lasciare tutto com’è oggi, con la giunta al potere e rimandare il voto sine die. I copti, in particolare, sognano questa ipotesi per potersi organizzare bene e garantirsi una fetta di potere nel futuro esecutivo.Tre scenari abbastanza prossimi alla realtà. Ma tutti con un punto debole: le violenze in piazza Tahrir. Che il voto si celebri il 28 novembre o dopo, la situazione non cambia. Perché i manifestanti non sono lì unicamente per cacciare Tantawi, ma anche per assicurarsi un posto al sole in maniera antidemocratica. Vedasi i salafiti. È quindi il caos e la miriade di sfaccettature di ogni realtà politica a surriscaldare il clima. Del resto, con una cinquantina di partiti in corsa al voto non si può pensare a una netta spaccatura tra la giunta e l’opposizione. È l’autunno caldo della rivoluzione. A gennaio si era parlato, in maniera decisamente affrettata, di primavera araba. Oggi ci si rende conto che le metafore stagionali hanno una sopravvivenza limitata. Benché la piazza vada avanti: oggi alle 15 (ora italiana) l’opposizione ha indetto una nuova e grande manifestazione.


pagina 8 • 22 novembre 2011

le rivolte arabe

Oltre il baratro. Le ch

Il futuro della Siria è sempre più un enigma. Intanto la creazi e Giordania internazionalizza la crisi. Il regime è a un passo d di Abdel Bari Atwan iviamo in questi giorni le stesse circostanze che vivemmo vent’anni fa, quando i leader arabi si riunirono al Cairo sotto la cupola della Lega Araba e decisero a maggioranza di invitare le truppe straniere a scatenare una guerra per cacciare le forze irachene dal Kuwait. Anzi, non esageriamo se diciamo che la lite che ha avuto luogo nei corridoi della Lega Araba durante la conferenza dei ministri degli Esteri, dopo che era stata emanata la decisione di sospendere la Siria, è la stessa che ebbe luogo nell’agosto del 1990, con una differenza fondamentale e cioè che nel Novanta si verificò tra la delegazione irachena (guidata da Taha Yassin Ramadan) e il ministro degli Esteri kuwaitiano dell’epoca Sheikh Sabah al-Ahmad, mentre questa volta il litigio è avvenuto fra l’ambasciatore siriano Youssef al-Ahamd e il primo ministro e ministro degli Esteri qatariota Sheikh Hamad bin Jassim Al-Thani.

V

degli Esteri arabi, presa in tutta fretta in una seduta d’emergenza sabato scorso, apre la strada a un intervento militare straniero in Siria all’insegna della protezione del popolo siriano. Il ruolo della Lega Araba negli ultimi vent’anni si è infatti ridotto a fornire una copertura araba – a prescindere dalla sua legittimità o meno – agli interventi stranieri. Questo ruolo ebbe inizio in Iraq ed è proseguito in Libia, ed è probabile che nell’immediato futuro sarà la volta della Siria; e Dio solo sa – oltre all’America – a quale paese toccherà dopo.

Il presidente iracheno Saddam Hussein aveva alcuni amici, sebbene fossero Stati deboli o marginali (secondo alcuni) come lo Yemen, il Sudan, la Libia, la Tunisia e la Mauritania, a cui bisogna aggiungere l’Olp. Ma sorprendentemente il presidente siriano (come è emerso dal voto sulla decisione di sospendere la Siria) non ha trovato un solo amico che votasse

La lezione che Damasco ha tratto dalla Libia è che se iniziasse un intervento militare ai suoi danni, questo terminerebbe solo con la sua caduta, e ciò potrebbe spingerlo a combattere fino alla morte La prima volta il regime siriano era schierato dalla stessa parte degli Stati del Golfo contro il regime iracheno, ovvero faceva parte del cosiddetto fronte dei paesi “contro”, ma soprattutto inviò truppe nella penisola araba per partecipare alla “liberazione” del Kuwait, ovvero per contribuire alle forze della “Tempesta nel deserto”. Ed ecco che ora la storia ritorna, ma in forma diversa, visto che il regime siriano si trova contro i propri alleati di un tempo, e forse di fronte a una nuova “tempesta nel deserto”. L’interrogativo è: la Siria andrà incontro allo stesso destino dell’Iraq? Bashar alAssad e i vertici del suo regime faranno la stessa fine di Saddam Hussein, con le dovute differenze? La decisione dei ministri

contro la risoluzione ad eccezione del Libano e dello Yemen. L’Iraq si è astenuto. E perfino il Sudan assediato, smembrato e preso di mira non ha avuto il coraggio di opporsi alla decisione. Lo stesso dicasi per l’Algeria. Ciò fornisce una lezione che deve essere colta dal regime siriano, affinché ne tragga beneficio e sviluppi le sue politiche nella prossima fase – o meglio nei prossimi giorni – sulla base degli insegnamenti che ne ha tratto.

Non vi è dubbio che qualche “scenario” riguardo al prossimo eventuale intervento militare debba essere stato elaborato da mesi, forse da anni, poiché questa fretta nel decidere di delegittimare il regime siriano non può giungere per caso. Ogni cosa è avvenuta con estrema rapidità, a cominciare dal furioso impiego

La domanda di Tayyp: «Perché co

La minac

Nuovo monito del premier t

«BASHAR AL ASSAD ha i giorni contati». L’ennesim

rissimo) attacco del premier turco Recep Tayyip contro il presidente siriano è stato lanciato ieri. Int do al Summit dei leader religiosi dei Paesi musu Africa, in corso a Istanbul, Erdogan ha detto: «Ass chiarato che combatterà fino alla morte. Io gli chi ché conduci una guerra contro i fratelli musulmani me Turchia non possiamo più tollerare che vengan guitati e uccisi fratelli musulmani. Non puoi rimane tere con i carri armati e le pistole, prima o poi vince oppressi e anche tu un giorno te ne andrai». Nell’ultima settimana si assiste a un’escalation pre te delle tensioni fra Turchia e Siria, fino a pochi me si amici e alleati. Domenica scorsa le sedi diploma che sono state attaccate dai sostenitori di Assad. Da è scusata, ma Ankara ha chiesto che vengano indi puniti i responsabili. Ieri mattina poi, un gruppo di


22 novembre 2011 • pagina 9

hances di Assad

ione di zone cuscinetto al confine con Turchia dal crollo, spiega il direttore di al-Quds al-Arabi A lato, dei bambini siriani nel campo profughi di Yayladagi, in Turchia. In migliaia sono stati accolti nell’immenso accampamento al confine fra i due Paesi, tanto che in loco si sta organizzando (e addestrando) un esercito di liberazione siriana. A sinistra, il presidente Assad e a destra manifestazioni a Damasco contro il massacro di civili da parte del regime, Secondo l’Onu le vittime ormai sono oltre 3500, migliaia gli arresti dei media, passando per l’improvviso assemblaggio del Consiglio nazionale siriano, per finire con le ripetute riunioni pubbliche dei ministri degli esteri arabi, caratterizzate da una “coraggiosa determinazione” e da una straordinaria “accuratezza” nel prendere le decisioni.

onduci una guerra contro i fratelli musulmani?»

ccia di Erdogan

turco all’ex alleato: «Hai i giorni contati»

mo (e duErdogan tervenenulmani in sad ha diiedo: peri? Noi cono perseere al poeranno gli

eoccupanesi fa Paeatiche turamasco si ividuati e i pellegri-

ni che tornava su un pullman dalla Mecca è stato attaccato a un posto di blocco vicino a Homs, in Siria, sembrerebbe per un’imprudenza dell’autista. Il bilancio è di due feriti non gravi. Stando a quanto riportano i media turchi, dopo il controllo dei documenti, i pellegrini sono stati prima attaccati verbalmente e poi sono stati esplosi alcuni colpi di pistola, che hanno colpito l’autista, Naci Ozata, e un viaggiatore, Emin Dogan. Stando a quanto riporta Cnn turk, la reazione potrebbe essere partita da un’indecisione dell’autista, che secondo alcune testimonianze, avrebbe imboccato la corsia sbagliata. Comunque sia andata, è chiaro che la tensione fra i due è alle stelle. La Turchia ha proposto alla Lega Araba, che nel frattempo ha sospeso Damasco, l’introduzione di sanzioni e di una zona cuscinetto lungo il confine. Sempre settimana scorsa, il ministro dell’Energia, Taner Yildiz, ha ipotizzato il blocco di forniture di energia elettrica a Damasco se la situazione non dovesse migliorare.

Il segretario generale della Lega Araba Nabil El-Araby ha affermato che la Lega si appresta ad approntare un meccanismo per fornire protezione al popolo siriano, ma non ha rivelato la natura di questo meccanismo: sarà un meccanismo arabo (improbabile), americano e occidentale (difficile, a causa del cambiamento delle strategie di intervento americane), o islamico (probabile, dopo i crescenti discorsi su un ruolo militare turco in Siria)? Il regime siriano, a causa della sua erronea lettura della situazione sul terreno da quando ha sostenuto l’intervento militare internazionale in Iraq, ha reso più facile l’applicazione di questi scenari. Esso ha respinto tutti gli appelli e i suggerimenti che gli chiedevano e gli chiedono di fermare il ricorso eccessivo alle sanguinose soluzioni militari e securitarie per rispondere alle legittime richieste di riforma da parte del suo popolo. Ed ecco che ora, a causa di ciò, esso va incontro ad una internazionalizzazione della crisi siriana. È difficile prevedere la natura della prossima mobilitazione militare contro la Siria, ma

possiamo dire – sulla base di dichiarazioni rilasciate da alcune figure chiave dell’opposizione siriana che non parlano a vanvera – che la creazione di zone cuscinetto al confine con la Turchia e la Giordania potrebbe rappresentare la prima fase dell’internazionalizzazione. È del tutto evidente che vi è gran fretta di impedire che la crisi in Siria si trasformi in una guerra civile settaria che si estenda in particolare ai paesi del Golfo, e che vi sia la necessità di risolvere la situazione rapidamente.

L’Amministrazione americana ha imparato molto dalle lezioni dell’Afghanistan e dell’Iraq. Il principale insegnamento che ne ha tratto è di lasciare che siano gli arabi a combattere gli arabi, e i musulmani a combattere i musul-

gerlo a combattere fino alla morte. Potremmo dunque trovarci di fronte a una guerra regionale fra le più violente, la quale potrebbe cambiare la mappa demografica della regione prima ancora di quella politica.

L’obiettivo principale di questa guerra sarebbe quello di cambiare i due regimi che ancora fanno parte del cosiddetto asse della resistenza, ovvero del “vecchio Medio Oriente”: il regime siriano e quello iraniano. L’interrogativo è: dove sarà sferrato il primo colpo? Sarà rivolto contro l’Iran o contro la Siria, o contro entrambi i paesi allo stesso tempo? Ovvero, Israele attaccherà l’Iran, e la Turchia membro della Nato attaccherà la Siria con il sostegno arabo?

Il regime deve bere l’amaro calice che bevve l’imam Khomeini quando accettò “obtorto collo” di fermare la guerra con l’Iraq e salvare il proprio Paese. Scelta che ha trasformato l’Iran in una potenza mani, limitando il suo ruolo e quello degli altri paesi occidentali a un sostegno dalle retrovie o dal cielo. Questa conclusione è stata applicata con grande successo in Libia.

La Siria tuttavia non è la Libia, e ciò che vale per quest’ultima potrebbe non valere per la prima. Il regime siriano infatti gode tuttora di un certo sostegno all’interno – giacché un settore della popolazione lo appoggia per ragioni settarie o economiche – e all’estero, da parte dell’Iran e di Hezbollah, e in seconda battuta della Cina e della Russia. Forse la lezione più importante che il regime siriano ha tratto dalla Libia è la consapevolezza che, se dovesse avere inizio un intervento militare ai suoi danni, tale intervento si concluderebbe solo con la sua caduta, e ciò potrebbe spin-

È presto per rispondere a questi interrogativi, ma l’unica persona che può fermare questa guerra, almeno per quanto riguarda la Siria, è il presidente Bashar al-Assad, qualora prendesse una decisione coraggiosa e iniziasse ad applicare alla lettera il piano arabo, bevendo l’amaro calice che bevve l’imam Khomeini quando accettò obtorto collo di fermare la guerra con l’Iraq e salvare il proprio paese – una decisione che successivamente trasformò l’Iran in una superpotenza regionale. Ci auguriamo che il presidente Assad prenda questa decisione coraggiosa, e che non si affidi ancora per molto alle manifestazioni da un milione di persone – e soprattutto che prenda tale decisione nei prossimi giorni, rapidamente.


pagina 10 • 22 novembre 2011

le rivolte arabe

Per il premio Pulitzer l’emirato, stretto fra i due più grandi rivali della regione, Arabia Saudita e Iran, ha un ruolo chiave nel Golfo

Il grande gioco del Qatar

Determinante per rovesciare Gheddafi, decisivo nella sospensione della Siria dalla Lega Araba. A cosa punta il monarca al-Thani? di Anthony Shadid l Qatar è più piccolo del Connecticut, e la sua popolazione nativa, pari a 225.000 persone, non riempirebbe uno dei quartieri più grandi del Cairo. Ma per un paese che ispira in parti uguali irritazione e ammirazione, ecco il suo curriculum nelle rivolte arabe, fino a questo momento: il Qatar si è dimostrato decisivo per isolare il leader della Siria, ha contribuito a rovesciare il leader della Libia, si è offerto come mediatore nello Yemen e conta fra i suoi amici la figura più influente della Tunisia. Questa lingua di sabbia a forma di pollice sul Golfo Persico è emersa come il paese arabo più dinamico negli sconvolgimenti che stanno ridisegnando la regione. Le sue intenzioni rimangono oscure ai suoi vicini e persino

I

ai suoi alleati – alcuni dicono che il Qatar ha un complesso “napoleonico”, altri dicono che ha un’agenda islamista. Ma il suo peso politico è una lezione su ciò che si può ottenere con alcune tra le maggiori riserve mondiali di gas, con la rete di notizie più influente della regione (Al-Jazeera), con un arsenale di contatti (molti dei quali con una connotazione islamista), e con delle strategie politiche all’interno di una monarchia assoluta concentrata nelle mani di un solo uomo, il suo emiro, Sheikh Hamad bin Khalifa al-Thani. Il Qatar è diventato un contrappeso vitale in un mondo arabo in cui le potenze tradizionali sono sconvolte dalla rivoluzione, fossilizzate da leadership invecchiate, o si stanno ancora riprendendo dalla guerra civi-

le, e dove gli Stati Uniti sono visti sempre di più come una potenza in declino.

«Il Qatar ha riempito un vuoto? Sì» - ha dichiarato Bassma Koudmani , leader dell’opposizione siriana che ha accreditato al Qatar un ruolo chiave nella sorprendente decisione della Lega Araba, sabato scorso, di sospendere la Siria e isolare un governo al centro dei rapporti regionali. «Sta riempiendo uno spazio e un ruolo che non è stato assunto da altri paesi». Stretto fra i due più grandi rivali della regione, l’Arabia Saudita e l’Iran, il Qatar ha sempre giocato un ruolo “fuori misura” nel Golfo, ma mai a questo livello. Il paese ospita un’enorme base aerea americana, ma alcuni funzionari americani sono sospettosi

riguardo al suo recente appoggio ai leader islamisti, in particolare nella guerra in Libia. Furiosi per il suo ruolo nel guidare il voto della Lega Araba, i funzionari siriani lo hanno definito un lacchè degli interessi americani ed israeliani. Lunedì scorso, la Siria ha dichiarato che avrebbe boicottato i Giochi arabi che si terranno il mese prossimo a Doha. Ma pur con tutte le contraddizioni presenti all’interno delle sue politiche – e sono numerose – il Qatar sta promuovendo un cambiamento decisivo nella politica araba, che molti in Occidente devono ancora comprendere: un Medioriente dominato dai principali partiti islamici, portati al potere in una regione che è più democratica, più conservatrice e più tumultuosa. «Il Qatar è un

paese senza ideologia», ha dichiarato Talal Atrissi, un commentatore e analista politico libanese. «Sa che gli islamici sono il nuovo potere nel mondo arabo. Questa alleanza getterà le basi per una piattaforma di influenza in tutta la regione». E non tutti ne sono contenti. «Chi è mai il Qatar?», ha chiesto bruscamente Abdel-Rahman Shalgham, ambasciatore della Libia presso le Nazioni Unite, questo mese sul canale arabo di una stazione satellitare tedesca.

F u n z i o n a r i s i r i a n i hanno posto la stessa domanda, con l’aggravarsi della crisi tra i due paesi una volta amici. I sentimenti personali sembrano essere fortemente presenti nella politica del Qatar, come ad esempio nel caso della Li-


E nel 2013 ci saranno le prime elezioni parlamentari

Il complesso napoleonico dell’emiro di Laura Giannone l Qatar è uno dei vari emirati sorti nel XX secolo nella penisola arabica. Dopo essere stato dominato per migliaia di anni dai persiani e, più recentemente, dal Bahrain, dagli ottomani e dai britannici, diventò indipendente il 3 settembre 1971. Diversamente dalla maggior parte dei vicini emirati, il Qatar ha rifiutato di diventare parte dell’Arabia Saudita o degli Emirati Arabi Uniti. L’emirato, che durante gli anni Ottanta aveva sostenuto lo sforzo bellico dell’Iraq nella guerra Iran-Iraq, nel 1991 si oppose all’invasione irachena del Kuwait e si schierò al fianco delle forze che combatterono l’Iraq nella guerra del Golfo. Le dispute territoriali con l’Arabia Saudita del settembre 1992 misero in crisi le tradizionalmente buone relazioni tra i due paesi, che raggiunsero un accordo nel maggio 1993. Il 27 giugno 1995 l’erede al trono, Hamad bin Khalifa Al Thani, depose suo padre Khalifa bin Hamad Al Thani, e avviò una politica di apertura verso l’Iran, l’Iraq e Israele.

I

Monarchia assoluta, retta dalla famiglia reale Al Thani alla quale appartiene circa il 40% della popolazione autoctona, il piccolo ma potentissimo emirato secondo la costituzione del 1970 affida il potere esecutivo al Consiglio dei ministri (Shura), i cui membri vengono nominati dal capo di stato, l’emiro, che svolge anche le funzioni di capo del governo. Il sistema giudiziario è composto da corti civili e penali; le corti, amministrate secondo la legge islamica della Shari’a, sono dotate di giurisdizione limitata. Per le spese militari viene stanziato circa un quarto del bilancio dello stato. Nel 2013, è recentissimo l’annuncio dell’emiro Hamad bin Khalifa Al Thani, il Qatar andrà alle urne per le prime elezioni parlamentari del Paee. «Sappiamo che tutti questi passi sono necessari per costruire uno stato moderno - ha detto l’emiro - e i cittadini del Qatar sono in grado di far fronte alle sfide che si presentano in questo periodo». Ovviamente i margini democratici restano ridottissimi, visto che le consultazioni saranno convocate sulla base della nuova Costituzione, adottata nel 2004, che prevede il voto per dei due terzi dei 35 componenti del Consiglio consultivo. I restanti verranno nominati dall’emiro. L’unica vera arma moderizzatrice del Paese è al Jazeera, secondo molti osservatori elegantemente (ma inesorabilmente) filo-islamica. E nuova luce è stata fatta anche su quello che sembrava il siluramento eccellente del suo ex direttore, Waddah Khanfar, detronizzato direttamente dall’Emiro dalla guida della Tv dopo 8 anni di successi. Si vociferava che fosse stato “licenziato”perché al soldo della Cia (rivelazioni di WikiLeaks), ma invece Khanfar sta per fondare una nuova emittente televisiva, sempre finanziata dal Qatar, che trasmetterà da Tripoli. Secondo quanto riporta il sito internet del quotidiano egiziano al-Ahram, Khanfar sarà il direttore di questa nuova emittente che sarà la prima tv all-news libica e che seguirà una linea editoriale vicina alla corrente islamica presente nel Cnt perché parte dei finanziamenti arriveranno da uomini di affari che fanno capo ai gruppi islamici locali. La nuova tv dovrebbe nascere con l’inizio della prossima campagna elettorale in Libia.Tutto torna.

Sopra: la bellissima sheikha Mozah bint Nasser Al-Misnad, moglie dell’Emiro del Qatar (nella foto grande) e gli studios di Al Jazeera. In basso: Wadah Khanfar

bia, dove la moglie dell’emiro, Sheika Mozah , aveva trascorso del tempo da bambina. Il Qatar è stato a lungo un intermediario con la Siria, e ha investito molto in un’economia che il presidente Bashar alAssad stava cercando di modernizzare. Ma diplomatici e analisti dicono che Sheik Hamad si sarebbe sentito respinto da Assad nel mese di aprile, subito dopo che la rivolta in Siria aveva avuto inizio. Alcuni vedono la politica del Qatar in Siria attraverso una lente settaria, visto che esso

Muammar Gheddafi, ha cercato di conciliare ciò che potrebbe essere considerato inconciliabile. Per Yusuf al-Qaradawi, un influente islamista egiziano, il Qatar è divenuto casa propria. Lo stesso vale per Ali Sallabi, un islamista libico di primo piano. Khaled Meshaal, leader di Hamas, ha una residenza nel paese, e sono diffuse le speculazioni secondo cui i Talebani dell’Afghanistan potrebbero aprirvi un ufficio. Scuole e aziende americane sono anch’esse presenti nel paese, alloggiate nei complessi più moderni. «Portateli qui, date loro dei soldi, e tutto funzionerà», ha detto Hamid alAnsari, direttore di un giornale, a proposito dello stile del Qatar, scherzando solo a metà.

Il Paese sta promuovendo un Medioriente dominato da partiti islamici, portati al potere in una regione che è più democratica, più conservatrice e più tumultuosa. Ma l’Occidente l’ha capito? sostiene una rivolta prevalentemente sunnita. (Il Qatar ha anche sostenuto l’intervento saudita nel vicino Bahrein per contribuire a sedare le proteste sciite). Altri la considerano più una politica opportunistica, che offrirebbe al Qatar un modo per riallinearsi in un Medio Oriente in cui la Siria ha spesso messo l’una contro l’altra forze antagoniste – Turchia, Iran, Israele, Arabia Saudita e i diversi protagonisti della scena libanese. «La Siria è un punto di snodo cruciale in Medio Oriente», ha dichiarato Shaikh Salman , direttore del Brookings Doha Center in Qatar. «La Siria è un obiettivo troppo allettante per non farsi coinvolgere dall’esterno, e sono sicuro che il Qatar lo farà».

È l’ambizione a muovere Doha, il cui convulso skyline evoca una Baghdad medievale ibridata con “Blade Runner”. L’economia del Qatar offre indicatori superlativi: il più alto tasso di crescita del mondo e il più alto reddito procapite. Il suo emiro, un uomo imponente la cui corpulenza era stata derisa dal colonnello libico

Il denaro si è dimostrato determinante nel ruolo giocato dal Qatar in Libia quest’anno. Alcuni diplomatici affermano che centinaia di milioni sono stati convogliati verso l’opposizione, spesso attraverso canali che il Qatar aveva coltivato con gli espatriati nel paese, in particolare con Sallabi e Abdel Hakim Belhaj, il capo del Consiglio militare di Tripoli, che in passato condusse un’insurrezione islamista in Libia. Una stazione televisiva dell’opposizione libica è stata costituita a Doha. Il Qatar ha anche inviato consulenti di formazione occidentale che hanno contribuito a finanziare, addestrare e armare i ribelli libici. Ma l’apparente preferenza del Qatar per gli islamici in Libia ha provocato le ire di figure di orientamento più laico nel paese. I funzionari del Qatar respingono le accuse, ma altri suggeriscono che Sheikh Hamad, che rovesciò suo padre nel 1995, abbia una simpatia per le figure islamiche, le quali richiamano l’orientamento conservatore degli Stati del Golfo molto più di quanto non facciano figure laiche come il presidente si-

riano Assad. Mantenere canali con tutta una serie di forze si è dimostrata una pietra miliare della politica del Qatar. Il paese ospita due basi americane, con più di 13.000 uomini; allo stesso tempo, in Libano l’emiro è stato accolto come un eroe dai sostenitori di Hezbollah lo scorso anno, per aver contribuito a ricostruire le cittadine distrutte da Israele nel 2006.

A differenza dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti, il Qatar gode di stretti legami con la Fratellanza Musulmana, nelle sue varie incarnazioni in Libia, Siria ed Egitto, così come con figure come Rachid al-Ghannouchi, il leader islamico tunisino. Tutti questi gruppi quasi certamente giocheranno un ruolo cruciale nella prossima generazione della politica araba. Ma il Qatar possiede anche quella che potrebbe essere descritta come la versione qatariota del soft power: l’influenza di Al-Jazeera, che l’emiro ha fondato e finanzia, e che sempre più riflette la politica estera del Qatar; i legami con al-Qaradawi, che ha la propria rete di importanti figure islamiche nella regione; e la personale abilità dell’emiro del Qatar nel coinvolgere il paese come mediatore in conflitti lontani come l’Afghanistan e la regione sudanese del Darfur. Recentemente , il direttore generale di Al-Jazeera, Wadah Khanfar, si è dimesso – un episodio che alcuni giornalisti nella regione ha visto come un segno della volontà del Qatar di placare paesi come l’Arabia Saudita e la Giordania, da tempo infastiditi per lo stile giornalistico dell’emittente. Alcuni dispacci diplomatici americani del 2009, resi noti da Wikileaks, sostengono che il Qatar abbia occasionalmente offerto la copertura di Al-Jazeera come strumento di contrattazione. Un esperto giornalista in Qatar mi ha detto che sebbene non sia stato dato nessun ordine, il modo di Al-Jazeera di riportare le notizie sulla Siria sia cambiato drasticamente dal mese di aprile.


pagina 12 • 22 novembre 2011

grandangolo Le nuove frontiere dell’intelligence contro lo jihadismo digitale

Il teorema di i-Qaeda ovvero come cambia il terrorismo

Tutti i movimenti del XXI secolo hanno cambiato natura, e così anche l’estremismo. Le nuove frontiere di chi lo combatte devono rincorrere mutamenti frequenti di strategie e tattiche, per continuare a garantire quella “coperta” di sicurezza fondamentale per le democrazie. In Italia, oltre alla prevenzione, ci sono centri come il Cemiss di Pierre Chiartano al jihadismo alla digit-jihad. Come i nuovi movimenti del XXI secolo hanno cambiato natura, così è stato per il terrorismo. Le nuove frontiere della lotta al terrore globale devono rincorrere cambiamenti frequenti di strategie e tattiche, per continuare a garantire quella coperta di sicurezza che tanto è utile alle democrazie mature. Se i movimenti e le rivolte del nuovo millennio sono senza leader e senza ideologie, come una rete senza centro, anche i network del terrorismo internazionale hanno subito una mutazione molto simile. E ben prima dell’eliminazione del pericolo pubblico numero uno Osama bin Laden. «Le Ict hanno svuotato le ideologie e hanno portato i gruppi terroristici a concentrarsi sulle idee singole. Come il “videoesecuzionismo” di al Zarqawi era fine a se stesso, così l’effetto mediatico immediato di un attentato è più importante di qualsiasi strategia a lungo termine. Non esiste più un centro, un capo che impartisce ordini che elargisce finanziamenti, ma tante cellule autonome», lo ha affermato un esperto di antiterrorismo in un recente seminario tenutosi a Roma. Un’occasione per ripensare una realtà, la protezione delle democrazie, in continua mutazione. Cambiano i modelli di riferimento, non si può più parlare di scontro di civiltà, visto che il ruling Islam – anche radicale – è il più acerrimo nemico del radicalismo violento. Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza, i

D

Fratelli musulmani in Egitto guardano con terrore – è il caso di affermare – alle infiltrazione dei movimenti salafiti. E li combattono senza mezze misure. La dimensione culturale islamica, spesso citata come Umma, è un universo composito che si ripropone anche nella sua versione europea. E ogni semplificazione diventa pericolosa e fuorviante per chi debba combattere i fenomeni violenti di radicalismo. Forze di sicurezza e

sariamente veri, ma utili. E facciamo un esempio: durante la guerra fredda, il modello bipolare era utilissimo per spiegare l’80 per cento delle relazioni tra Occidente e Patto di Varsavia. Semplificava la comprensione di una realtà complessa, era utile e funzionale, ma era solo un “parente” della verità. Molti non conoscono un episodio di quel periodo che spiega tante cose del rapporto tra Est e Ovest.

«Non esiste più un centro, un capo che impartisce ordini ed elargisce finanziamenti, ma tante cellule autonome»

A cavallo degli anni Sessanta e Settanta, nel periodo più acceso del conflitto arabo-israeliano gli aeri spia americani U-2 della base di Akrotiri a Cipro scoprirono che il governo di Gerusalemme aveva fatto montare un certo numero di testate nucleare sui vettori missilistici Jericho. Nel giro di poche ore la Casa Bianca, allarmata da una situazione cui era stata tenuta all’oscuro e così grave per la sicurezza mondiale, avvisò il Cremlino. Nel giro di pochi giorni furono allestiti due cargo sul Mar Nero che avrebbero trasportato un ugual numero di ordigni nucleari verso il porto egiziano di Alessandria. Il Sismi italiano fu allora incaricato di sorvegliare il passaggio di queste navi dal Bosforo (ne accenna anche l’ammiraglio Fulvio Martini in un suo libro). Giunte in Egitto le testate atomiche furono montate su altrettanti vettori, vicino al Cairo e nei pressi del Canale di Suez. Israele capì il messaggio e dopo pochi giorni ritirò i Jericho. È un episodio storico non interpretabile col

intelligence dovendosi concentrare sulla prevenzione tendono a leggere la realtà in maniera fenomenologia, cioè così come si presenta. I modelli d’interpretazione e le analisi di contesto sono studiati altrove, come ha spiegato il generale di brigata, Francesco Lombardi vicedirettore del Cemiss, il centro studi strategici dello Stato maggiore Difesa. Ma i modelli non devono essere neces-

modello bipolare di scontro tra Est e Ovest, ma è vero. Allo stesso modo sono in pochi a sapere che uno dei capi militari delle Brigate Al Aqsa, Aiman Abu Aita, sia un cristiano di Betlemme. È un’altra realtà che esula dal modello di interpretativo Islam vs Ebraismo. Di più, quanti sanno che nel Corano il Vangelo e la Torah sono citati come testi sacri di riferimento per tutti i musulmani? Lo stesso movimento di Hamas con uno statuto dai contenuti quantomeno bizzarri (pone tra i nemici del popolo palestinese un club service come il Rotary) ha sottolineato più volte l’approccio antisionista e non antiebraico del movimento. Per quanto possano servire ed essere credibili le parole. Diventa dunque un lavoro complesso produrre analisi per «i decisori», cioè per la politica di governo, da parte delle nostre “barbe finte” quando spessso la realtà esula dai modelli.

Seguendo il filo rosso del cambiamento c’è un altro esempio: il modello «Atta» di terrorista, educato nelle migliori università tecniche europee, figlio della ricca borghesia araba che fa schiantare un volo di linea sulle Torri gemelle. Possiamo affermare che sia un modello passato. Al tempo – anche se parliamo di un solo decennio fa – era dominante quella che l’intellettuale e giornalista libanese assassinato nel 2005 – editorialista di Le Monde Diplomatique e ispiratore della Primavera libanese – chiamava «l’infelicità araba». Cioè la condizione di asso-


22 novembre 2011 • pagina 13

e di cronach

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Errico Novi (vicedirettori) Vincenzo Faccioli Pintozzi (caporedattore) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica) Direttore da Washington Michael Novak Consulente editoriale Francesco D’Onofrio Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria) Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni)

luta irrilevanza storica del mondo arabo-musulmano rispetto al XX e XXI secolo. Oggi quella condizione sta cambiando, grazie alla Primavera e all’ascesa di un modello di “democrazia islamica” interpretato dalla Turchia di Recep Tayyp Erdogan. Un modello vincente, forte, accattivante sul piano politico, culturale, economico e su quello del riconoscimento internazionale: era ciò che mancava all’opinione pubblica islamica e araba, anche se i turchi arabi non sono. Sentirsi eredi di una grande civiltà, ma vivere con vittimismo il presente storico, produceva quell’alienazione identitaria – ben descritta nei libri di Ian Buruma – che portava gli «Atta» a immolarsi, cadendo nella rete della mistificazione ideologica. Un atto estremo, ingiustifica-

Se un tempo valeva lo slogan “colpirne uno per educarne cento”, ora vale “colpirne cento per educarne uno”: l’opinione pubblica bile, assurdo nel tentativo di bruciare le tappe di un percorso storico che aveva un unico obiettivo: il riconoscimento. Naturalmente portato a termine nella maniera più atroce e strumentalizzato da chi aveva ben altri scopi. Oggi quella realtà è cambiata e lo ha fatto in maniera rapida. Il terrorismo ha perso gran parte dell’acqua in cui nuotava, si moltiplicava e guadagnava consenso. Se facessimo una somma delle vittime del terrorismo jihadista constateremmo che l’80 percento sono musulmani. Un risultato desolante che ha bruciato il consenso di cui inizialmente godeva il terrorismo ultrafondamentalista. Ora quel genere di alienazione la possiamo trovare in Occidente dove i meccanismi d’integrazione, multiculturale, di assimilazione o nel nuovo paradigma «interculturale», visto il fallimento di tutti i precedenti, non dovesse funzionare. I fenomeni

cosiddetti home ground, la violenza che scaturisce dagli immigrati di seconda generazione. Coloro che sentono la doppia identità, nazionale e della cultura d’origine, non come una forza, ma come un elemento di alienazione. Ora la strategia terroristica è cambiata. «Se un tempo valeva lo slogan colpirne uno per educarne cento. Ora vale: colpirne cento per educarne uno, cioè l’opinione pubblica globale», spiega Arije Antinori, coordinatore del Crim.e lab della Sapienza ed esperto d’analisi sui fenomeni del terrorismo. Siamo arrivati a stilare una Top 20 dei video sugli attentati, messi in rete dall’organizzazione terroristica Ansar al Islam. Una classifica del macabro, dove si può assistere a una lunga serie di azioni con Ied nei confronti di mezzi blindati, ma anche di auto civili e camion. Sulla rete filo-jihadiista primeggia anche una “star”come Juba, il cecchino di Bagdad. Quindi il terrorismo utilizza l’analisi sociologica per ottenere il massimo impatto nell’utilizzo dei media.

«È più importante ciò che si rappresenta rispetto a ciò che si ottiene» e si potrebbe ottenere, spiega Antinori. Davanti alla complessità del lavoro di studio di contesto, d’intelligence e di analisi funzionale alla prevenzione diventa chiaro quanto sia necessaria una riforma profonda di questi sistemi. Non bastano solo fini linguisti per analizzare i messaggi del terrore, ma gente che conosca storia e sociologia del linguaggio e non da ultimo «un nulla osta segretezza sufficiente per poter leggere certi documenti». Quando si parla di islam radicale bisognerebbe saper distinguere. Perché il radicalismo religioso confina con l’ortodossia ed esiste in tutte le religioni. Meglio sarebbe parlare di ultrafondamentalismo. Comunque la violenza è frutto di ignoranza e paura, quando restiamo fuori dai meccanismi del modello «Atta». Una mistificazione e una falsificazione del Corano sono alla base delle tendenze violente dell’ultrafondamentalismo. Ma non solo, Il Corano condivide con cristianesimo ed ebraismo il 90 per cento di contenuti, valori e leggi oltre a quasi tutti i profeti. Da Adamo, Abramo (Ibrahim per i musulmani) Noé, fino Mosé (Mohussa) e Gesù (Isa), considerato un profeta, messagge-

ro figlio di Maria, non viene riconosciuto come figlio di Dio sceso sulla terra, ma tutto ciò che è riportato nei Vangeli è legge anche per i musulmani. A guardare bene il problema non è dunque la religione, ma la tradizione, il contesto culturale e poi politico ad aver creato frizioni e diffidenza. Per non dire delle guerre. Un altro aspetto che potremmo definire una novità rispetto al senso comune è che le reti terroristiche abbiano bisogno di un grande flusso di denaro per essere operative. È un ufficiale esperto dell’Arma dei Carabinieri a spiegare l’arcano. «Gli attentati di Londra sono costati poco più di mille euro. Fabbricati con materiale dual use (cioè che possono essere singolarmente utilizzati per scopi banali, come l’igiene o l’alimentazione, ndr). Poi assemblati nei bagni di casa. Il capitale finanziario serve più a garantire il funzionamento della cellula terroristica. In passato esisteva una struttura verticistica che a cascata riforniva le strutture sottostanti. Poi c’è stato il grande cambiamento, con la completa autonomia delle varie branche del terrorismo jihadista. Oggi Al Qaeda nel Maghreb si finanzia con i rapimenti. Al Qaeda nella Penisola arabica invece fino a poco tempo fa – prima di perdere consenso – raccoglieva fondi con la zakat, cioè il sistema di elemosina che è uno dei pilastri dell’Islam. Gli Shahaab in Somalia utilizzano la pirateria per rifornirsi di contante. Le cellule stanziali in Occidente erano considerate di retrovia, d’appoggio logistico, ora anche questa visione sta cambiando». Anche per l’Italia. Restando sul funzionale, occorre ricordare che una delle attività più importanti per queste seconde linee è la produzione di documenti falsi.

Insomma per gli esperti dell’intelligence italiana i nuovi agenti dovrebbero essere più intellettuali e sociologi e meno rambo, come già succede negli apparati russi, francesi, israeliani. Senza dimenticare i Mossos d’Esquadra catalani che hanno sviluppato delle buone competenze nell’antiterrorismo, specie dopo gli attentati di Madrid. Comunque il passaggio verso il jihad violento digitale ha spinto il modello al Qaeda, oggi decapitato, verso una nuova frontiera che potremo definire quella di i-Qaeda.

Collaboratori Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Osvaldo Baldacci, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Giuliano Cazzola, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Anselma Dell’Olio, Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Aldo G. Ricci, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Gennaro Malgieri, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Antonio Picasso, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Franco Ricordi, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Emilio Spedicato, Maurizio Stefanini, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Consiglio d’amministrazione Vincenzo Inverso (presidente) Raffaele Izzo, Letizia Selli (consiglieri) Concessionaria di pubblicità e Iniziative speciali OCCIDENTE SPA Presidente: Emilio Bruno Lagrotta Amministratore delegato: Raffaele Izzo Consiglio di amministrazione: Ferdinando Adornato, Vincenzo Inverso, Domenico Kappler, Antonio Manzo Angelo Maria Sanza Ufficio pubblicità: Maria Pia Franco 0669924747 Agenzia fotografica “LaPresse S.p.a.” “AP - Associated Press” Tipografia: edizioni teletrasmesse New Poligraf Rome s.r.l. Stabilimento via della Mole Saracena 00065 Fiano Romano Distributore esclusivo per l’Italia Parrini & C - Via di Santa Cornelia, 9 00060 Formello (Rm) - Tel. 06.90778.1 Diffusione Ufficio centrale: Luigi D’Ulizia 06.69920542 • fax 06.69922118 Abbonamenti 06.69924088 • fax 06.69921938 Semestrale 65 euro - Annuale 130 euro Sostenitore 200 euro c/c n° 54226618 intestato a “Edizioni de L’Indipendente srl” Copie arretrate 2,50 euro Registrazione Tribunale di Salerno n. 919 del 9-05-95 - ISSN 1827-8817 La testata beneficia di contributi diretti di cui alla legge n. 250/90 e successive modifiche e integrazioni. Giornale di riferimento dell’Unione di Centro per il Terzo Polo

via della Panetteria 10 • 00187 Roma Tel. 06.69924088 - 06.6990083 Fax. 06.69921938 email: redazione@liberal.it - Web: www.liberal.it Questo numero è stato chiuso in redazione alle ore 19.30


cultura

pagina 14 • 22 novembre 2011

Una giornata dedicata al grande drammaturgo in occasione della nuova edizione dei “Masnadieri” di Gabriele Lavia

Schiller a Manhattan Tra etica ed estetica fenomenologia dei “primi” terroristi nella letteratura di Franco Ricordi ono stato molto felice di partecipare alla giornata su Schiller che si è tenuta venerdì scorso a Roma, al Teatro India, per presentare l’edizione dei Masnadieri curata da Gabriele Lavia. Ne sono stato felice per più motivi: anzitutto perché ritengo che si tratti di uno dei più grandi poeti-pensatori moderni, in una maniera che per certi versi non è stata ancora del tutto acquisita, e anche per ciò che riguarda lo specifico teatrale. Poi c’è anche un motivo affettivo, che mi lega a Gabriele Lavia, essendo stato attore con lui molti anni fa nella prima edizione dei Masnadieri. Ricordo quanto era faticoso ma anche bello quando facevamo il doppio spettacolo (10 ore a teatro, dalle 15 all’1 di notte!!), alla fine c’era qualcosa di dionisiaco, profondamente dionisiaco, che ho provato solo molti anni dopo, quando ho interpretato i grandi ruoli shakespeariani, Amleto e ancor più Macbeth: la fatica del duello finale corrisponde all’acquisizio-

S

ne artuaudiana dell’attore come “atleta del cuore”, o per lo meno di “grido esistenziale”che l’attore può e deve far proprio. Ecco perché sono grato di quella “lezione dionisiaca”e proprio il dionisiaco ci riporta alla quintessenza estetica e anche politica di Schiller, che anticipa Nietzsche di gran lunga, e poi quel disagio dell’uomo a una

to un grande filosofo e al contempo un grande uomo di teatro: allo stesso modo in cui lo è stato Shakespeare, che non ha mai scritto trattati di filosofia, ma di cui, come scrive giustamente Emmanuel Lévinas, si può dire che «tutta la filosofia sia soltanto una meditazione di Shakespeare» (chiedo scusa, ma sto per pubblicare un libro

Nello scontro tra libertà e necessità si consuma il destino di Karl Von Moor, protagonista dell’opera d’esordio del poeta tedesco, e di tutta la drammaturgia occidentale dimensione, decantato da Marcuse negli anni che hanno preceduto e cavalcato il 1968. Oggi potremmo forse considerare Schiller come uno degli autori europei per eccellenza, non soltanto per il suo inno alla gioia, in un primo momento “alla libertà” che abbiamo acquisito come inno d’Europa musicato da Beethoven: si tratta di molto di più. Schiller è sta-

che si intitola Shakespeare filosofo dell’essere, nel quale parlo più volte anche di Schiller). Ma per quello che riguarda Schiller davvero non saprei come disgiungere l’attività del drammaturgo da quella del filosofo, pensatore kantiano, che senza dubbio sviluppa gli esiti più importanti della Critica del Giudizio, il grande testo in cui si può dire che nasca l’estetica moder-

na. Anche se Schiller esordisce nel 1781, col dramma suddetto, e pochi anni dopo scriverà il Don Carlos, e arriva a quella che considero forse la più importante attestazione filosofica, le Lettere sull’educazione estetica, solo molti anni dopo. Ma c’è una naturale continuità.

Uno degli spunti più interessanti ci viene da Luigi Pareyson, capostipite dell’importante scuola filosofica torinese (Vattimo, Eco, Givone, Ferraris), che scrisse un libro molto bello, Etica ed estetica in Schiller, in cui ha ribadito il problema della libertà al centro del suo pensiero, e dove appunto il problema estetico viene posto alla base di quello etico; e qui si ricorda la fondamentale concezione dello Spieltrieb schilleriano, “l’istinto verso il gioco”, per il quale scrive Schiller: «l’uomo gioca unicamente quando è uomo nel senso pieno della parola ed è pienamente uomo unicamente quando gioca». Basta questa frase, che anticipa largamente sia Huizinga che Gadamer, per comprendere la quintessenza


cultura

22 novembre 2011 • pagina 15

Verdi è stato anzitutto il primo interprete di Shakespeare, in Italia e in Europa. Ma da lì a Victor Hugo, l’autore che più ha messo in musica è stato proprio Schiller: da I Masnadieri a Luisa Miller (Kabale und liebe), dalla Giovanna d’Arco a certi passi del Simon Boccanegra che ricordano La congiura di Fiesco a Genova, fino alla straordinaria creazione del Don Carlos. E qui basti pensare alla scena tra Filippo e l’Inquisitore (Dunque il trono piegar dovrà sempre all’altare), per intendere come l’attuale denuncia di “Dio che è entrato in politica”, sia quanto di più superficiale si possa pensare: è vero, Dio è entrato da tempo in politica, ma non certo con la Democrazia Cristiana, o con quelli che vengono oggi definiti “banchieri di Dio”, o l’altro sedicente “Unto del Signore” in versione televisiva. Dio è “entrato in politica” da venti secoli: in certi casi ha avuto anche dei meriti, ma ha anche provocato, tra l’altro, le Crociate e l’Inquisizione; ma soprattutto ha contribuito a bloccare il mondo occidentale e il nostro Vecchio Continente in una maniera assoluta e determinante.

Schiller, Gabriele Lavia e Giuseppe Verdi. In basso a sinistra, un’immagine dei “Masnadieri” con la regia di Lavia proprio nei Masnadieri, si può intuire assai bene: questi sono infatti i primi terroristi della letteratura moderna, prima di Dostoevskij, ed è giusto rapportarli ai nostri giorni anche pensando a ciò che è avvenuto l’11 settembre 2001. Schiller a Manhattan (prima di Dostoevskij, come voleva Glucksmann).

di quello che personalmente chiamo dramatis persona, la materia-prima del teatro, ovvero l’uomo in quanto attore; l’attore che gioca il personaggio ma che è giocato da quest’ultimo. Schiller fa di tutto questo un motivo etico, lo Spieltrieb, l’istinto del gioco, che possiede un carattere profondamente politico. La cultura teatrale viene pertanto acquisita da Schiller in un senso esistenziale, verso una ricerca di libertà che per molti versi sembra ancora non compresa, e che ci conduce verso un concetto di “anarchia esistenziale dell’arte” che certo,

Ma proprio nel tematizzare il problema del terrorismo, Schiller si fa alfiere di una anarchia dell’arte che non è mai prescrittiva: «Non meno contraddittorio è il concetto di un’arte bella che insegna (didattica) o che corregge (morale), dal momento che niente è maggiormente in conflitto con il concetto di bellezza che dare all’anima una determinata tendenza». Proprio in tal senso il terrorista Karl Von Moor è più che mai giustificato: proprio perché in ogni caso, anche nel suo dramma, assistiamo a quello scontro fra “libertà e necessità” che regge semplicemente tutto l’impianto della drammaturgia occidentale, come meglio di ogni altro ha visto Schelling. La poetica schilleriana è quella che contrappone l’orrore e l’atrocità del terrorismo alla stessa libertà artistica e culturale, anche se poi Karl Von Moor si consegnerà a quel bracciante cui sarà devoluta la taglia che pende su lui, episodio per il quale Lukacs intravedeva addirittura l’inizio di un teatro politico di stampo marxista. Ma proprio qui sta la differenza fondamentale, per la quale a mio avviso Schiller supera in maniera decisiva proprio Brecht e tutto ciò che nel Novecento è stato definito “teatro politico” e che, come tutti sanno, ha preso una connotazione di parte ben precisa. Schiller non permette che ci sia una “tendenza”, o “moralità didascalica”; ed è invece proprio questa impostazione metodologica che è stata perpetrata, a mio avviso in maniera assai surrettizia, nel Novecento. Il

teatro della libertà di Schiller (libertà o morte, lo slogan dei Masnadieri), trova nella Necessità il suo contrappunto laddove in Brecht accade qualcosa che non era mai successo: la Necessità diventa ideologia, diventa metodologia (il teatro epico, che poi lo stesso Brecht ha smentito), diventa prescrizione didascalica. E questa impostazione influenzerà in maniera inaudita il teatro della nostra epoca, come più volte ho cercato di evidenziare, che in molti casi è divenuto altro che “tendenzioso”, quello che Schiller voleva si evitasse, ma un vero e proprio “comizio di parte”. Questo non ha impedito a Brecht di essere anzitutto un grande poeta, di aver creato straordinari personaggi e drammi che tutti ricordiamo (anche se da qualche tempo a questa parte mi sto interrogando sulla mancanza di storie d’amore in Brecht: come mai, in tutto il suo grande teatro, non si trova un dramma il cui fulcro sia una grande storia d’amore, come avviene nel teatro di tutti i tempi, da Medea fino a Pinter? Mi chiedo se non sia il rifiuto di un sentimento sotto il profilo che, dell’engagement, potesse risultare in qualche maniera “borghese”? Anzi mi viene in mente che proprio Pasolini abbia forse risposto a questa domanda, lui che ha fortemente criticato Brecht, e tuttavia ha fatto dire al suo Basilio protagonista di Calderon come l’amore, per il Re borghese, sia impossibile senza un “senso sociale”; però in Pasolini l’amore c’è, eccome!).

L’impegno novecentesco non ha compreso come il teatro di Schiller in realtà fosse assai oltre questo livello politico-ideologico, e abbia in realtà posto le basi per un discorso sulla “libertà della cultura”, certamente di stampo europeistico, che sta di gran lunga al di sopra dei partiti politici di questa o di quella tendenza: forse soltanto

Ed è proprio questo che viene preso di mira da Schiller, prima di Feuerbach e del Nietzsche dell’Anticristo, e l’attestazione più sublime è forse proprio il fi-

Autore europeo per eccellenza, pose il problema della libertà al centro del suo pensiero, facendosi alfiere di una anarchia dell’arte mai prescrittiva Pasolini è riuscito a tematizzare qualcosa di analogo, proprio nel rifiutare il “teatro politico” come teatro “di chi la pensa come me”, e cercando proprio in una anarchia esistenziale e in una “libertà animale” qualcosa che andasse oltre gli steccati dell’ideologia. Ma l’impegno per la libertà di Schiller si scontra in ogni caso, e direi in maniera davvero sublime, con quella “religione assoluta” che prima di lui soltanto Shakespeare aveva saputo aggredire in un senso sia storico che metafisico: se già infatti la colpa escatologica si fa sentire fortemente nel Giudizio Universale che paventa Franz Von Moor, nel Don Carlos ecco che il cristianesimo viene preso di mira (forse in maniera ancor più esplicita di quanto accade in Shakespeare), nella sua quintessenza di “religione assoluta”, ovvero di “cesarismo religioso”, che trova nell’istituzione inquisitoria la sua realizzazione in terra. E qui bisogna dire come il nostro Cigno di Busseto, Giuseppe Verdi, abbia creato davvero qualcosa di incomparabile.

nale del Don Carlos verdiano, quando la Voce che proviene dalla tomba di Carlo V sembra quasi fagocitare il povero Principe in un crescendo finale che appare come un genuflettersi del mondo intero di fronte alla gloria del Barocco cristiano (molto più cattolico che protestante), e contro cui nulla può il remissivo genere umano. E di fronte a questo blocco teologico-storico, personificato dal novantenne Grande Inquisitore, si capisce bene la ribellione di Schiller, il sacrificio del coraggioso Marchese di Posa, che nella scena centrale del dramma aveva osato pensare a un’Europa libera, forse proprio a quell’Europa che stiamo cominciando a vivere adesso, ma che purtroppo come ben vediamo si sta sempre più rivelando, nella migliore delle ipotesi, Eurolandia e non certo Europa. Eppure Schiller l’aveva detto, con la perorazione del Marchese di Posa all’Incredulo Filippo II: «Un solo tratto della Vostra penna, e l’Europa sarà di nuovo creata: concedete la libertà di pensiero!».



2011_11_22