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Dato che un politico non crede mai in ciò che dice, resta sorpreso quando gli altri ci credono Charles De Gaulle

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QUOTIDIANO • MARTEDÌ 15 NOVEMBRE 2011

TERZA REPUBBLICA

Siglare l’armistizio è il più grande degli atti politici: Monti è un po’ come Badoglio

di Ferdinando Adornato

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Napolitano chiede di nuovo «coesione nazionale», mentre Fini annuncia: «La fiducia entro venerdì»

i chiamiamo “tecnici” e li guardiamo con ammirazione o disprezzo, a seconda di quale sia la fazione a cui si appariente, in questo Paese che si divide su tutto. Li amiamo o li odiamo a seconda del colore. a pagina 6

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IL PASSO INDIETRO

Ci vuole una specie di “San Patrignano” dei partiti: devono disintossicarsi di Riccardo Paradisi omunque si voglia giudicare il governo di Mario Monti, quale che sia la configurazione un dato è sicuro: sarà utile a decantare. a pagina 4

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L’EUROPA E NOI

LE PAURE E L’ORGOGLIO

Un po’ d’entusiasmo, please. Non fate gli azzeccagarbugli sulla durata e sul programma

Macché fine della politica! Si è autodistrutta «N nella Seconda Repubblica. Così può solo rinascere

di Franco Insardà

on è tempo di rivalse faziose, né di sterili recriminazioni. È ora di ristabilire un clima di maggiore serenità e reciproco rispetto». Le parole di Napolitano sembrano essere profetiche. a pagina 6

PAROLA CHIAVE SERIETÀ

A destra e sinistra Borse e spread partono bene poi vanno male: si teme il complotto: ora il presidente incaricato deve fare in fretta. ma si può vivere Ma vorrebbe dentro i leader politici sulle spalle degli altri? di Giancristiano Desiderio a democrazia italiana è vittima dei poteri deboli nazionali: ci sono una serie di fatti incontrovertibili, direbbe così Emanuele Severino, che lo attestano. Primo fra tutti, un fatto squisitamente numerico e quindi democratico: il governo Berlusconi IV non aveva più la maggioranza alla Camera. a pagina 5

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Definiamoli tecnici: ma sarebbero ministri “normali” di un’Italia moderna di Vincenzo Faccioli Pintozzi

di Errico Novi i sono simulazioni utili a ricomporre la coscienza. Ecco, tra i molti significati che è possibile assegnare al governo di Mario Monti, e alla nuova fase che si apre, può esserci persino quello di una simulazione post-bellica. Ossia la traduzione di un armistizio tra le forze politiche. a pagina 4

PARADOSSI

e su questo rischia di perdere tempo. Ennesimo sgarbo istituzionale di Bossi: non partecipa nemmeno alle consultazioni. Dal Terzo Polo «carta bianca a Mario Monti»

gue a (10,00 pagina 9CON EUROse1,00

I QUADERNI)

• ANNO XVI •

NUMERO

221 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

Pdl e Pd, riflettete sull’ultimo sondaggio del Terzo Polo di Osvaldo Baldacci uanto valgono i sondaggi? La Seconda Repubblica ha rappresentato una sbornia anche da questo punto di vista. I sondaggi erano leggi, facevano la legge. Si inseguiva il consenso popolare piuttosto che guidare l’azione politica. Ora i sondaggi sono messi da parte. Eppure i sondaggi hanno un senso che non va estremizzato. a pagina 7

Q

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


Fini punta alla fiducia entro venerdì. Ma il Pdl adesso frena. E Napolitano chiede ai partiti la «massima coesione»

Fai in fretta, Monti

Vuole ministri politici ma la partita vera si gioca sui sottosegretari. E i veti incrociati dei partiti rischiano di far perdere troppo tempo di Marco Palombi

ROMA. Almeno una buona notizia c’è: la segreteria politica della Lega ha finalmente deciso di riaprire il Parlamento della Padania dal 4 dicembre. Umberto Bossi e i suoi hanno capito dunque cosa mancava al Paese e glielo hanno dato: non il governo Monti, che loro non voteranno e di cui non vogliono sentir parlare (ieri non si sono nemmeno presentati per incontrare il premier incaricato), ma l’assemblea informale dei Braveheart della Bassa. Quanto al futuribile esecutivo degli ottimati, invece, le sue quotazioni ieri si sono di molto abbassate contemporaneamente all’impennata dei rendimenti dei nostri titoli pubblici.

C’è un motivo infatti – oltre ai dati negativi sulla produzione industriale in Europa e i tagli di personale di Unicredit – se il famigerato spread ha ricominciato a salire ieri pomeriggio: gli altrettanto famigerati mercati si sono accorti che se Mario Monti è incaricato di formare il governo, a dovergli dare i voti sarà lo stesso incommentabile Parlamento di questi tre anni e mezzo. Il gioco dei veti incrociati e dei tornaconto personali, di corrente e di partito (per ultimo) stanno infatti facendo incartare l’ex rettore

Anche il prezzo del petrolio vola a causa del caos mondiale

L’incertezza pesa sui mercati Spread ancora alto. Piazza Affari chiude a -2% MILANO. È durata lo spazio di poche ore la spinta sui mercati delle dimissioni di Silvio Berlusconi. La speculazione fa già i conti con i veti incrociati della politica che potrebbero ostacolare la formazione del governo guidato dal professor Mario Monti. Dopo una partenza incoraggiante, ieri mattina, alla fine Piazza Affari ha perso quasi il 2% (sono andate male le banche e in particolare Unicredit mlagrado l’annuncio di una massiccia ricapitalizzazione) mentre lo spread tra il Bund tedesco e il Btp decennale è tornato in altalena, ma sempre intorno ai 500 punti. I mercati evidentemente, non seguono i tatticismi dei partiti e attendono la composizione dell’esecutivo italiano. Il differenziale tra Btp e Bund a 10 anni si era ridotto in mattinata a 437,7 punti con il rendimento al 6,42%. La doccia fredda è arrivata con l’ asta dei Btp a 5 anni da 3 miliardi di euro di titoli, interamente collocata ma a un rendimento del 6,29%, il più alto dal 1997. E alla fine lo spread si è riportato in area 490 punti. Certo, il Tesoro è riuscito a collocare tutti i 3 miliardi in asta, lanciando contemporaneamente un segnale di fiducia all’indomani della nomina di Mario Monti a capo del nuovo governo. Il rendimento fissato è stato però del 6,29%, il più alto del 1997. Buona, tuttavia, la richiesta di titoli, pari a 1,46 volte l’offerta. Insomma se da un lato si registra un forte incremento rispetto all’ultima asta di ottobre quando i rendimenti viaggiavano tra il 5 e

il 5,5%, c’è da rilevare il netto calo nei confronti del rendimento de Btp sul mercato secondario: la scorsa settimana valevano il 7,50%. Il costo del debito italiano resta quindi a livelli di guardia, anche se dopo le dimissioni di Silvio Berlusconi il differenziale di rendimento tra i titoli decennali italiani e tedeschi era calato a quota 445 punti, prima di tornare a 492 punti: questa mattina il mercato ha fatto incetta di bund abbattendone il rendimento sotto l’1,8%. E di conseguenza la forbice con Btp (al 6,7%) è tornata ad allargarsi. Tutte le piazze europee, comunque, hanno chiuso le Borse in negativo: Londra ha segna 0,47% a 5.519 punti, Francoforte -1,19% a 5.985, Parigi -1,28% a 3.108 e Amsterdam 1,36% a 296. Come se non bastasse, è salito di oltre il 4% a 112,5 dollari al barile il prezzo settimanale medio del petrolio fissato dall’Opec. Lo ha riferito lo stesso cartello dei paesi produttori di greggio, spiegando che tra le cause del rialzo dei listini vi sono il cambio della guardia dei governi in Italia e Grecia e le tensioni per il programma nucleare iraniano.

della Bocconi: sia lui che il capo dello Stato - anche se Giorgio Napolitano ha smentito in modo assai irritato volevano chiudere la partita entro domenica sera e invece non c’è stato modo, per questo ieri Monti ieri s’è dovuto acconciare ad un giro di consultazioni vecchia maniera coi gruppi parlamentari, in attesa di vedere stamattina il Partito democratico e il Popolo della Libertà, necessariamente sponsor principali del suo (possibile) governo, e le parti sociali. La lista, comunque, dice più di qualunque commento: dalla mattina all’ora di cena, il premier incaricato ha visto i sudtirolesi e i valdostani, poi i quattro ex finiani di Fare Italia, i liberaldemocratici-Maie, i Repubblicani-azionisti della Camera e i socialisti del Senato, poi i sudisti di Lega Sud e quelli di Forza del Sud, una carrettata di ex Responsabili, quelli di Coesione nazionale, il redivivo Pli e pure i Radicali. Sì e no in un totale di dodici incontri Monti ha collezionato gente che pesa per un’ottantina di parlamentari in tutto, l’8% degli eletti nelle due Camere. Solo a sera l’ex commissario europeo ha potuto almeno vedere gente di qualche peso parlamentare: Italia dei Valori, che peraltro


il governo Monti

15 novembre 2011 • pagina 3

«È l’uomo giusto: serve il pugno di ferro» La stampa estera approva il neo-senatore, ma teme una partita a scacchi con i partiti di Francesco Lo Dico

ROMA. L’era delle larghe intese contagia anche la stampa internazionale. I giornali di tutto il mondo, tranne qualche eccezione, salutano l’avvento dell’era Monti con elogi incondizionati. E anche se ancora i mercati non hanno risposto con altrettanto entusiasmo per via di un quadro politico ancora incerto, i media accreditano il presidente del Consiglio incaricato come l’uomo più adatto a sospingere l’Italia fuori dalla crisi. Meno ottimistico sembra invece il giudizio sul Belpaese, di cui molti quotidiani adombrano una certa renitenza al cambiamento e alle misure lacrime e sangue che potrebbero investirlo nei prossimi mesi. Come a dire che di certo Monti è la persona giusta, ma forse è nel posto sbagliato.

re, ma può anche insabbiarsi». In Germania Handesblatt titola “Monti deve fermare il crollo dell’Italia” e sottolinea che «benché si tratti di un premier ad interim», l’Unione europea nutre «enormi aspettative sul suo conto». La Bild e il Die Welt puntano decisi sulla discontinuità con l’ex capo del governo: “Mario Monti, l’anti Berlusconi” titolano entrambi. Il Frankfurter Allgemein sottolinea invece che il rigore del professore è tale, da farne quasi un tedesco ad honorem: «il prussiano italiano» che «non ha paura di affrontare giganti», lo definisce il foglio liberale.

a non scaricare più il debito italiano». Prudente anche il Telegraph, molto fiducioso sul carisma di Monti, ma non a tal punto da credere ciecamente nell’impresa: «Ci vorrà tutto il suo charme, se non un miracolo, per tenere insieme la nave italiana nella tempesta in arrivo». Di missione ai confini del possibile parla anche un fondo del Daily Telegraph intitolato “Monti ha bisogno di un miracolo”, che non si sottrae dal sottolineare però come «il gentile salvatore dell’Italia sia più du-

«Ko dopo 17 anni di Cavaliere, ora il Paese può decidere di reagire, ma può anche insabbiarsi», avvisa “Le Figaro”

Grande entusiasmo per il cambio della guardia, naturalmente, in Francia e Germania. Le Monde inneggia all’economista come «la soluzione ideale per calmare i mercati e attuare le riforme necessarie a capo di un governo di larghe intese». E non a caso il ritratto è intitolato “Ave Mario”. Il quotidiano transalpino nota che il «contrasto tra Silvio Berlusconi e il suo successore è sorprendente. L’austero professore incaricato di salvare l’Italia ed ex commissario europeo alla Concorrenza è un alfiere dell’Europa liberale».. Libération riassume invece il breve intervento del professore al Quirinale: “Monti: ’l’Italia può essere un elemento di forza, non di debolezza per l’Ue’. Conciso ma chiaro, Le Figaro, che nell’articolo “Mario Monti, l’anti Berlusconi» avverte: «Ko dopo 17 anni di berlusconismo, il paese può decidere che è arrivata l’ora di reaginon sarà tra i suoi sostenitori, e il Terzo Polo.

Il problema del (forse) futuro presidente del Consiglio è non finire impantanato in un rapporto impossibile col Parlamento: il rischio insomma è – ammesso che lo formi – che il suo governo faccia tante belle cose a palazzo Chigi e poi se le vede bocciare o snaturare a Montecitorio e palazzo Madama. Qui sta il nodo: Monti voleva che i leader dei maggiori partiti entrassero nel suo governo per dargli copertura politica come si faceva nella Prima Repubblica, ma Pd e Pdl hanno risposto no, e lui ora s’è attestato allora sulla richiesta di avere almeno dei sottosegretari politici, ma di qualche peso, che garantiscano proprio il rapporto coi partiti e il Parlamento. Anche su questo, però,

All’insegna dell’imperativo categorico, la titolazione di altri tre quotidiani tedeschi: “Monti deve far uscire l’Italia dalla crisi” (Sueddeutsche Zeitung),“Super Mario deve salvare l’Italia”(Berliner Morgenpost), e “Monti deve fermare il crollo dell’Italia” del succitato Handesblatt.

Maggiore cautela in Gran Bretagna, dove il Financial Times scrive che «Monti e il suo piccolo gruppo di tecnocrati sono stati chiamati a entrare in carica cavalcando sulle speranze dell’Italia e dell’Europa. Ma con il fiato dei bond e dei mercati alle spalle, sono necessarie azioni decisive e impopolari per convincere gli investitori

l’uomo della Bocconi rischia di doversi arrendere: i due maggiori attori della crisi hanno ribadito ancora ieri la loro preferenza per un governo “esclusivamente tecnico”. I democratici, per dire, in una riunione tra Pierluigi Bersani, Enrico Letta e i capigruppo Finocchiaro e Franceschini hanno stabilito che potranno al massimo indicare al premier incaricato delle “personalità d’area”, ma non certo dei dirigenti. Quanto ai “predellinisti” va segnalato che la spaccatura nel partito perdura: gli ex An e i pasdaran d’ogni provenienza (ex Psi, Rotondi e quant’altro) continuano a tentare di “avvelenare i pozzi”, giusta una lisa espressione da Transatlantico.

Altero Matteoli, per esempio, che aveva addirittura minacciato di farsi il suo

ro di quello che sembra. Monti è un promotore del libero mercato, maschera visioni thatcheriane e una volontà d’acciaio dietro un mantello di imperturbabili buone maniere». Cauto anche l’Independent, secondo il quale il premier incaricato ha dinanzi a sé «la missione erculea di restaurare la fiducia nell’economia italiana in crisi». L’emittente televisiva britannica, la Bbc, punta invece sull’impietoso paragone tra anarchismo del vecchio premier e allineamento dell’attuale alla governance europea: «Dove Berlusconi è colorato, controverso e inviso

gruppetto parlamentare, ieri ha lanciato niente meno che un ultimatum: «Il governo Monti può nascere solo se ci sono le garanzie chieste dall’Ufficio di Presidenza del Pdl, in caso contrario il ricorso alle urne, che in democrazia non è mai una jattura, sarebbe l’unica opzione possibile». Tanta veemenza degli

ai favori dei mercati, Monti è un economista rispettato e molto legato ai gradi più alti della macchina europea». Anche il maggiore quotidiano spagnolo, El Pais, battezza Monti come «gentleman e tecnocrate», un uomo «pragmatico, europeista e rigoroso», incaricato di cancellare il ventennio berlusconiano: «L’Italia e l’Ue devono prepararsi a un cambio radicale a Roma», scrive il giornale progressista, «buffonate, volgarità e salite di tono cedono il passo al rigore, alla sensatezza, ai valori e al piglio aristocratico». Sulla stessa linea anche El Mundo, che titola “Mario Monti, un uomo tranquillo per raddrizzare l’economia italiana”.

«Freddo, calmo e controllato. Monti non potrebbe essere più diverso dal vistoso ex premier Berlusconi», spiega la Cnn al pubblico americano. Ma Oltreoceano, a fortiori dopo la benedizione presidenziale del tracollo del Cavaliere, l’ottimismo regna un po’ ovunque. Il New York Times titola “Monti incaricato di guidare l’Italia fuori dalla crisi del debito”, mentre il Wall Street Journal vincola gli obiettivi prefissati dal governo tecnico alla nostra tormentata vita parlamentare. ll tentativo di Monti di «riorganizzare la stagnante economia italiana dipenderà largamente da quanto esteso sarà il supporto che riuscirà a trainare in un Parlamento profondamente diviso», scrive il quotidiano. Il Washington Post, parla invece di un’«Italia» che «si affida all’economista Mario Monti per difendersi dalla crisi debitoria europea».

Nessuno può pensare a consensi al buio».

Quanto al professore, ieri ha fatto sapere ai suoi interlocutori che il suo orizzonte è il 2013. Parola di Francesco Pionati: «Ci ha detto che non avrebbe mai accettato nessun incarico a termine e che il suo governo guarda alla scadenza

Sgarbo istituzionale della Lega che nemmeno si presenta a Roma per le consultazioni: Bossi annuncia il suo no per telefono al premier incaricato e poi va a riaprire il “parlamento padano” irriducibili ha spinto persino il sobrio Cicchitto di questi giorni a buttare lì il suo aut aut: «Il nostro atteggiamento sarà costruttivo a condizione che ci si confronti su una proposta programmatica e sulla struttura del governo.

naturale della legislatura». Di più, aggiunge Francesco Nucara: il “progetto-Monti” potrebbe indicare concetti e linee d’azione che verrebbero portate avanti da un governo successivo. L’ex Pdl Roberto Antonione, oggi nella compo-

nente liberale del gruppo Misto, ha invece fatto sapere che Mario Monti non ha rinunciato ad una «rappresentanza politica ai massimi livelli» nel governo, ministeri compresi, anche se altri hanno invece parlato di un taccuino pieno di nomi di possibili sottosegretari. Come detto, però, nessuno nei due partiti maggiori ha intenzione di sporcarsi le mani con l’agenda dei sacrifici del premier incaricato. Nel giorno in cui i partiti, passata l’incertezza iniziale, si rimettono al centro della scena, paiono decisamente ottimiste le invocazioni del presidente della Repubblica: «È necessario realizzare adesso la massima coesione per permettere all’Italia di essere protagonista come è stata in passato. Dobbiamo sprigionare uno sforzo collettivo che purtroppo è mancato in tempi recenti».


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il governo Monti

Altro che temere la fine della Repubblica: bisogna ricostruirla dalle macerie di questi anni

Ora, un armistizio politico: Monti è un po’ Badoglio

I prossimi mesi possono rappresentare una nuova fase costituente cui devono partecipare tutti. Con spirito nuovo di Errico Novi i sono simulazioni utili a ricomporre la coscienza. Ecco, tra i molti significati che è possibile assegnare al governo di Mario Monti può esserci persino quello di una simulazione post-bellica. Ossia la traduzione di un armistizio tra le forze politiche in qualche modo assimilabile a quello del 1943. Monti come Badoglio? In un certo senso sì, a condizione di trarre tutti i possibili benefici dal superamento di una guerra che è solo simulata, per quanto abbia violentemente scosso la vita pubblica italiana negli ultimi vent’anni. Di fatto a un passo dalla formazione del nuovo esecutivo si pone soprattutto una questione: la difficile coesistenza in unico grande cartello politico-parlamentare delle forze che si sono scontrate dal 1994 a oggi. È l’aspetto più delicato, che lo stesso presidente della Repubblica ha lasciato aperto come un’incognita da risolvere. C’è però uno stimolo, una straordinaria motivazione che può sorreggere Berlusconi e i suoi storici avversari. Ed è appunto la presa di coscienza che la politica è già distrutta ora. E cioè che va nettamente confutata la tesi secondo cui il governo Monti costituirebbe una lesione della sovranità del popolo. Questa nuova fase è piuttosto un’irripetibile occasione per far rinascere la politica. Cioè per resituirle la sua funzione dialettica di costruzione del bene comune degradata negli ultimi lustri a rissa permanente. Con molta chiarezza, Monti ripete che vorrebbe un esecutivo rafforzato dalla presenza di rappresentanti dei partiti. Come se intravedesse un

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rischio per il suo gabinetto: la sostanziale diserzione di Pdl e Pd, e non solo.Teme cioè, Monti, che alcuni partiti possano scivolare verso una comoda scorciatoia: anziché “rassegnarsi” al confronto, nascondersi nel reciproco pregiudizio, e scaricare sull’esecutivo il peso delle decisioni da assumere. È una prospettiva preoccupante. Ma è a questo che potrebbe portare la ritrosia a confrontarsi tra chi si è fatto la guerra per diciassette anni. E allora è proprio questo complesso che va superato. C’è una via per farlo: rendersi conto che al termine di questa Seconda Repubblica la politica, appunto, è già distrutta, finita. Restituire la politica alla sua funzione, alla civiltà del dibattito: è questa la via della ricostruzione. Se siamo al punto da dover invocare un armistizio è perchè da Mani pulite in poi la tradizionale missione della politica è stata travisata. Con le inchieste che hanno fatto macerie della Prima Repubblica è stata messa al bando buona parte della sua classe dirigente. E soprattutto, la velocità con cui quel processo, e quei processi, si compirono fece in modo da produrre una delegittimazione, superiore al giusto, dei vecchi partiti. Cioè il big bang delle inchieste su Tangentopoli ha sùbito prodotto quelli che gli astrofisici definiscono radiazione fissa: una delegittimazione permanente e inestinguibile delle forze politiche. Un’anomalia a cui il sistema ha reagito con un’altra anomalia, quella impersonata da Berlusconi. Solo la sua irripetibile leadership poteva compensare la radiazione fissa con un’altra emanazione altrettanto potente. Adesso è chiaro a tutti che quella situazione, un leader carismatico che compensa la delegittimazione della politica, non avrebbe potuto durare all’infinito. Anche perché per funzionare aveva bisogno del conflitto bipolare permanente.

Quel conflitto ha negato la politica. L’ha distrutta, appunto. Ed ecco perché i partiti hanno la possibilità di ricostruirla, la politica, proprio con il semplice atto di archiviazione della stagione precedente. Basta questo e il resto verrà da sé. Basta questo particolare armistizio, evidentemente, perché forse possano essere curate persino lacerazioni mai ricomposte che vengono dal precedente armistizio. Quello appunto che ha cambiato l’esito della Seconda guerra mondiale e nel quale affondano le radici della Repubblica. Perché la parziale negazione della storia precedente, il disconoscimento del fascismo che anziché dramma della storia nazionale è passato per essere il blitz di una piccola minoranza, ha successivamente prodotto esiti tragici. In Italia c’è stata una guerra civile a bassa intensità per tutti gli anni Settanta, protrattasi fino e oltre la morte di Berlinguer. E anzi fino al craxismo, alla guerra tra socialisti e Pci, a Mani pulite e infine alla guerra civile fredda della Seconda Repubblica. Stipulare l’armistizio del governo Monti potrebbe servire dunque non solo a chiudere la Seconda Repubblica e ricostruire dalle macerie che essa lascia. Ma persino a favorire davvero una pacificazione più profonda, in grado di chiudere almeno in parte quelle ferite lasciate aperte nella storia del Paese dai suoi antefatti tragici. Forse è aspettarsi troppo dal governo Monti, già chiamato a salvare l’Italia dal disastro finanziario e a scongiurare la conseguente fine dell’euro. Ma l’impresa di compiere un passo avanti nel grado di coscienza del Paese è competenza delle forze politiche, e può rafforzare forse la straordinaria motivazione necessaria per accettare un armistizio che ancora a molti sembra impossibile stipulare.

La cura-Monti sarà salutare

La politica bellica in comunità

Bisogna “disintossicarsi” dagli eccessi di questi anni di Riccardo Paradisi omunque lo si voglia giudicare il governo di Mario Monti, quale che sia la configurazione che assumerà nei prossimi giorni o settimane – governo di transizione, tecnico, di scopo o di grande coalizione – un dato è sicuro. Sarà un governo utile alla decantazione degli isterismi politici italiani, dei riflessi condizionati d’uno scontro ideologico decennale che ha diviso improduttivamente l’Italia ritardando una stagione riformista che avrebbe dovuto vedere la luce alla fine degli anni Novanta e che invece a tutt’oggi è rimasta l’araba fenice. Un esecutivo quello di Monti il cui tempo di durata potrà offrire l’occasione alla politica italiana di disintossicarsi dalle tossine e dai veleni ideologici d’un quindicennio di bipolarismo delle caverne fondato sulla clava.

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Una San Patrignano della politica insomma, una camera di decompressione di un bipolarismo di guerra, tossico, costruito sull’avversione a priori rispetto al competitore in campo, fondato su coalizioni forzate, mai in grado di garantire governabilità e coesione interna, sorgenti al contrario di ricatti e veti incrociati paralizzanti, caratterizzato da una guerra civile verbale e ideologica tesa alla delegittimazione reciproca. Una macchina dell’odio sempre in funzione che ha finito con l’incanaglire l’opinione pubblica, renderne binario il pensiero, abolire la riflessione a favore dello slogan e dell’attacco preventivo. Figlio della falsa rivoluzione giudiziaria degli anni Novanta, del populismo e dell’involuzione del maggioritario – costretto all’inclusione compulsiva delle estreme – questo bipolarismo ha impoverito la politica italiana, l’ha resa impotente e sterile, incapace di pensarsi come progetto complessivo, inetta alla salvaguardia dell’interesse nazionale che in altri Paesi è invece la priorità per tutte le forze politiche. Insomma basti pensare all’irresponsabilità e all’ignavia con cui alternativamente governi di centrodestra e centrosinistra si sono allineati alle direttive europee usando le bacchettate degli eurocrati vibrate sull’Italia come strumento di delegittima-


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Dopo la Lega e la Destra, anche Fassina se la prende con Monti

Torna il tic del complotto (per evitare responsabilità) Destra e sinistra gridano al colpo di stato delle banche, ma è solo un trucco per vivere sulle spalle degli altri di Giancristiano Desiderio zione politica dell’avversario; la stessa ignavia con cui da un lato il governo Berlusconi s’è lasciato ricattare e condizionare in tutti questi anni dall’interno e dall’esterno, senza il coraggio di imbastire una seria kulturkampf in campo sociale politico e culturale e dall’altro l’antagonismo è stato incapace di pensare un progetto riformista prescindendo dall’antitesi a-priori, dalla rendita di posizione dell’antiberlusconismo teologico. Un braccio di ferro che ha avuto la sua plastica evidenza nel cul de sac dello scontro politico-giudiziario tra il premier e parte della magistratura, un’impasse che non ha mai consentito una seria, articolata e organica riforma della giustizia. È una constatazione questa sulla fine della politica italiana datata ormai da un decennio che dovrebbe considerare chi lamenta in queste ore la morte della politica.

Dimenticando come la classe politica italiana sia stata raramente e tanto meno in questi ultimi lustri una classe dirigente degna di questo nome; come se la partitocrazia italiana insomma sia qualcosa di diverso – come denunciavano Sturzo, Maranini e Panfilo Gentile – dal comitato d’affari privo del senso d’una missione nazionale, di una visione e d’una cultura geopolitica, di cui qualche residuo si rintracciava nelle politiche di prudenza con il medio oriente dei governi democristiani. La politica infatti non è morta con l’arrivo di Monti – e certo un governo tecnico significa una dolorosa seppure necessaria e inevitabile sospensione del normale ritmo politico – la politica non c’era più da anni in Italia ridotta peraltro a ulteriore brandelli da una legge elettorale accettata da tutti i partiti per trasformare un parlamento di eletti in un parlamento di nominati. Umiliata dall’estremismo berlusconiano con la sua sbrigatività antiparlamentare e anti-istituzionale, ma segnata anche dall’antiberluconismo ideologico, un mostro etico- antropologico, un estremismo speculare che s’è nutrito per sedici anni delle peggiori furie della sinistra radicale e giustizialista alla quale ha contribuito l’apporto determinante del populismo di Antonio Di Pietro il quale non è mai statos econdo al capo leghista Bossi in quanto a imbarbarimento linguistico, ad inserire un contenuto di rozzezza e violenza comunicativa nel dibattito politico senza precedenti nell’Italia repubblicana. L’esito imbarazzante delle monetine davanti al Quirinale e Palazzo Grazioli di fronte alle telecamere del mondo intero la notte del 13 novembre è la coda di questi sentimenti prepolitici di cui l’Italia fa molta fatica a liberarsi. Ora appunto c’è da auspicare, come dice persino l’ex ministro dei Beni culturali Sandro Bondi, che dopo le dimissioni del governo in carica e il tentativo di formare un governo tecnico presieduto dal senatore Monti «si innescherà una dinamica virtuosa che investirà tutti i partiti e tutte le attuali alleanze politiche, a partire dalle scelte che riguarderanno gli interessi nazionali e i contenuti di un programma di governo di respiro europeo». C’è da augurarselo anche se non sarà semplice evidentemente. A lungo e male s’è seminato per più di quindici anni.

a democrazia italiana è vittima dei poteri deboli nazionali: ci sono una serie di fatti incontrovertibili, direbbe così Emanuele Severino, che lo attestano. Primo fra tutti, un fatto squisitamente numerico e quindi democratico: il governo Berlusconi IV non aveva più la maggioranza alla Camera. Ma secondo la destra e la sinistra, da Storace a Diliberto, passando in verità anche attraverso settori e spezzoni del Pd, la democrazia italiana è vittima dei poteri forti internazionali. Il presidente del Consiglio incaricato, il professore e senatore Mario Monti, è un uomo della banca Goldman Sachs che è l’istituto di credito internazionale che tiene le fila del sistema bancario globale e mira a governare il mondo passando sopra le teste dei governi. A differenza della destra e della sinistra che si affidano alle teorie della cospirazione internazionale e addirittura della “storia universale”, il direttore de Il Foglio non crede alla teoria dei complotti.Tant’è che non solo ha riconosciuto a Mario Monti autorevolezza e competenza ma ha anche precisato che se il “governo tecnico” dovesse raddrizzare la barca italiana lui sarà il primo a fare autocritica dicendo “ho sbagliato”. Qui c’è la differenza con la teoria del complotto che, invece, proprio perché rintraccia nella “storia del mondo”delle “forze oscure” e quindi invisibili (ai comuni mortali), non sbaglia mai. La teoria del complotto non è smentibile perché si è preoccupata di fare piazza pulita dei fatti (che non complottano). Inoltre, la teoria del complotto, pur inneggiando alla democrazia, è antidemocratica perché alle libertà e alla “società aperta” antepone il principio di sovranità.

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è un po’come dire, in fondo, che il complotto lo si può anche subire, soprattutto se governa bene, però a un certo punto bisogna interromperlo e ripristinare le normali regole del gioco democratico. Questo argomento caseario del “governo tecnico” è presente anche nel Pd. Sennonché si tratta di un argomento che non si basa su ciò che si dice, bensì su ciò che non si dice: non si fonda sulla necessità che il governo nel mezzo del cammin di sua vita muoia di sua spontanea volontà, ma sulla paura di chi lo fa nascere e poi non sa più come sbarazzarsene. Sono tutte preoccupazioni sciocche. Quest’ultima, in particolare, è la più sciocca di tutte: la legislatura ha già percorso i tre quarti del suo tragitto e va verso la naturale scadenza. Ma la questione essenziale è un’altra: il “governo tecnico”è come l’araba fenice, dove sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa. In una società aperta come la nostra e in istituzioni democratiche come le nostre, ogni governo è politico e democratico per il semplice fatto che esiste. Angelo Panebianco ha fatto ricorso, come già fece in passato per il governo Dini, alla definizione di governo del Presidente ma, se proprio vogliamo ricorrere a una definizione, il governo Monti è un governo istituzionale che nasce dal funzionamento della Repubblica parlamentare.

La definizione di “governo tecnico” piace molto a chi denuncia il complotto, predica contro i poteri forti, demonizza mercati, capitalismo, banche. Il “governo tecnico”, infatti, sembra una Grande Macchina senz’anima che con la sua forza d’automa schiaccia le volontà degli uomini, dei governi scelti dal popolo e, insomma, la democrazia. Come se il “governo tecnico”non avesse il necessario e indispensabile appoggio del Parlamento, non decidesse in base a valutazioni umane, umanissime, e non nascesse in seno a quelle istituzioni che proprio la politica si sforza di pensare e costruire giornalmente. Le istituzioni in cui nasce il vituperato “governo tecnico” sono a loro volta istituzioni democratiche che si basano sull’esercizio critico della ragione il cui fine (e mezzo) è la tutela della libertà dei singoli e dei gruppi. Nella critica del complotto fatta da destra si sostiene che il governo Monti non gode del consenso popolare che il governo Berlusconi aveva, ma si omette di dire che il governo Berlusconi non ha più, alla Camera, la necessaria maggioranza parlamentare che ogni esecutivo deve avere. Nella critica del complotto fatta da sinistra si sostiene che il governo Monti ha un programma dettato dall’Ue e dalla Bce ma si omette di dire che le riforme del lavoro, delle pensioni, del fisco sono i nodi che ciclicamente vengono al pettine di ogni governo italiano perché la politica dei partiti e delle forze sociali, per i tanti veti incrociati, produce un sistema di governo che rimanda e non decide. Infine, sia la critica della destra sia la critica della sinistra, dopo averci messo in guardia dai vizi dei tecnici e averci esaltato le virtù dei politici, avanzano la necessità che il “governo tecnico” abbia una data di scadenza. Che

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Dobbiamo tornare a considerare normale che siano i migliori a governare

Li chiamiamo “tecnici”, ma sono i ministri giusti

In un’Italia moderna, dovrebbero essere le eccellenze a guidare i dicasteri. Non la corte anonima di un sovrano di Vincenzo Faccioli Pintozzi i chiamiamo “tecnici” e li guardiamo con ammirazione o disprezzo, a seconda di quale sia la fazione a cui – dai tempi di Guelfi e Ghibellini – si appartiene, in questo Paese in cui su tutto ci si divide e per un nulla ci si riunisce. Poniamo l’accento sul fatto che non siano espressione popolare, che si tratti di nomi cooptati, che non abbiano esperienza politica. Li amiamo o li odiamo, senza eccezione alcuna. E se è vero – perché è vero – che il totoministri non serve a nulla, l’occhio sui nomi cade lo stesso. Naturalmente Economia, Esteri, Interni e Giustizia saranno i nodi più intricati da sciogliere per il peso di questi dicasteri. Guido Tabellini resta in predicato per sostituire Tremonti, ma il premier Mario Monti potrebbe mantenere l’interim. Per la Giustizia, il Terzo Polo spinge perché venga scelto un ministro che riesca a risolvere il problema della giustizia civile.

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Che - è stato calcolato - «costa» al nostro Paese ogni anno l’1 per cento del Pil. E allora Piero Alberto Capotosti sarebbe più “calzante” di quello di Cesare Mirabelli (canonista). Per l’Interno, si parla sempre di un prefetto (Carlo Mosca oppure una donna, Anna Maria Cancellieri, 67 ann). Una componente femminile potrebbe essere assicurata anche da Luisa Torchia, allieva di Cassese, alla Pubblica amministrazione. Mentre al Welfare (assorbirebbe la Salute, e quindi «salterebbe» anche l’ipotesi dell’oncologo Umberto Veronesi) potrebbe arrivare il giuslavorista Carlo Dell’Aringa. Per lo Sviluppo in pole Carlo Secchi. E alle Attività produttive Antonio Catricalà. Del rettore della Cattolica Lorenzo Ornaghi si parla per l’Istruzione e di Andrea Riccardi per la Cultura (in alternativa all’ex

direttore della Normale e archeologo Salvatore Settis). Cos’hanno in comune questi nomi? Sono nomi eccellenti. Sono persone competenti nel proprio campo, che hanno dato moltissimo in territorio nazionale e in ambito internazionale. In un mondo normale, in un Paese sano, sarebbero questi i nomi in quasi tutti gli esecutivi. Non si tratta di un ritorno al sistema delle oligarchie, perché la Repubblica di Platone o quella di Machiavelli sono bei posti inesistenti e “inesistibili”. Qui parliamo di buon senso: perché se si cerca una persona per guidare l’istruzione, non è peregrino pensare prima a un rettore di chiara fama e soltanto dopo – ma molto dopo – a un’ex consigliera comunale. E il berlusconismo, così come il bipolarismo portato a ogni eccesso possibile, ha creato un sistema di pesi e contrappesi che ha portato alla carica di ministro ogni tipologia di essere umano. Buoni e cattivi, competenti o inadatti, noti o sconosciuti: hanno brillato tutti per la distanza dalla materia affidata loro. Con tutto il rispetto per chi ha gestito l’Italia negli ultimi 20 anni, non è semplice trovare un ministro che abbia brillato per capacità o intuizione. Non si ricordano leggi di importanza tale da essere iscritte negli annali della Repubblica, o misure innovative che abbiano sconvolto in positivo gli equilibri del Paese. Sicuramente l’ultimo ministro a guidare il dicastero degli Interni, il leghista Roberto Maroni, ha riportato vittorie significative che gli vanno riconosciute nell’ambito della lotta alla criminalità organizzata; così come, nel suo piccolo, il ministro Fazio ha gestito abbastanza bene il suo. Ma non ci sono stati picchi, che latitano da decenni. È il momento di smetterla di pensare al governo italiano come a un premio per i colonnelli dei leader di partito, una sorta di lotteria della fedeltà politica. Perché se è vero che nei ministeri comandano de facto i burocrati, è altrettanto vero che per rivoluzionare qualunque cosa serve una conoscenza profonda della materia che si pretende di gestire.

E quello che serve all’Italia, oggi, è una rivoluzione. Rivoluzione dei costumi, delle spese, dell’atteggiamento mentale nei confronti della cosa pubblica che rischia di crollare su se stessa in ogni istante. Ed ecco che i “tecnici”li immaginiamo in camice bianco, quasi dei chirurghi pronti ai tagli più dolorosi, senza immaginare (o forse senza voler capire) che sono i migliori politici sono proprio quelli che operano anche provocando dolore, pur di salvare il paziente. Invece noi no, ci siamo assuefatti all’idea di una politica miracolosa, fatta di annunci mai messi in pratica e di promesse campate in aria, salvo poi svegliarci una mattina con le casse vuote e i creditori inferociti fuori dalla porta. E abbiamo accusato tutti, tranne che noi stessi. Ora chiamiamo una squadra a salvarci e non gli diamo neanche l’onore delle armi. Senza colpo ferire li releghiamo in un ambito puramente teorico, dal quale non possono e non devono uscire: e quando si arriverà al voto, è il sottofondo che si ascolta in queste ore dalle stanze delle consultazioni, tanti saluti a tutti. Nessuno si azzardi a mettere la propria faccia su un cartellone elettorale, perché si parlava di tecnici e non di politici. Non conta che abbiano cercato (e che magari siano riusciti) a uscire dal pantano: la politica è una cosa seria, e servono i buffoni per tenerla in piedi. Ma questo non può più essere, non deve essere ancora questa l’Italia che ci aspetta. Il debito pubblico va abbattuto, e per farlo serve il contributo di tutti; le pensioni vanno riformate, e serve il contributo di tutti; il welfare va rimesso in piedi, e serve il contributo di tutti. Basta, almeno per ora, con le divisioni.

Più entusiamo per salvare il Paese

Basta fare distinguo su tempi e programma di Franco Insardà on è tempo di rivalse faziose, né di sterili recriminazioni. È ora di ristabilire un clima di maggiore serenità e reciproco rispetto. Operiamo tutti, nei prossimi mesi per il bene comune». Quasi in un impeto post politico Giorgio Napolitano ha chiarito che il governo Berlusconi ha perso la sua maggioranza in Parlamento. Ha aggiunto che l’obiettivo non è realizzare «alcun ribaltamento del risultato delle elezioni del 2008», ma salvare il Paese. Una situazione incontrovertibile e concetti che in fondo ha capito persino Silvio Berlusconi, quando ha dichiarato che le sue dimissioni «sono un atto amore per il Paese». A guardare quello che sta accadendo in Italia semplicemente con gli occhi del costituzionalista è innegabile che la gestione della crisi del Berlusconi IV abbia superato il perimetro delle norme e rivoluzionato gli usi di oltre sessant’anni di storia repubblicana. E poi non è stato un bello spettacolo assistere al balbettio con il quale si è replicato alle impudenti risatine di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy. Ma la situazione che stiamo vivendo è – fortunatamente – straordinaria, e come tale va trattata.

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Il presidente incaricato Mario Monti deve trovare nel prossimo biennio qualcosa come 25 miliardi per raggiungere il pareggio di bilancio. Ha il compito di innalzare l’età pensionistica per ridistribuire meglio la spesa pubblica che soltanto in parte va ai bisognosi. Non potrà esimersi dal tagliare quei lacci e lacciuoli (fiscali e burocratici) che costringono le imprese a non investire e non assumere. Di conseguenza si è impegnato a realizzare il programma annunciato e non mantenuto prima da Romano Prodi e poi Silvio Berlusconi. Perché nel bipolarismo militarizzato della Seconda Repubblica non si è compreso che l’Italia può crescere soltanto seguendo le regole che si è data la Germania: pareggio di bilancio e tagli alla spesa pubblica per liberare risorse da investire nella ricerca per essere


L’Udc di Casini balza al 10, segno che la politica può non essere solo urlata

Pdl e Pd, riflettete sui numeri del Terzo Polo

Un sondaggio appena pubblicato attribuisce ai moderati circa il 18 per cento delle preferenze. Un dato importante di Osvaldo Baldacci uanto valgono i sondaggi? La seconda repubblica ha rappresentato una sbornia anche da questo punto di vista. I sondaggi erano leggi, facevano la legge. Si inseguiva il consenso popolare piuttosto che guidare l’azione politica. Ora i sondaggi sono messi da parte. Eppure i sondaggi hanno un senso che come sempre non va estremizzato né da una parte né dall’altra. Chi ne ha fatto un totem e una bandiera elettorale ha fatto un cattivo servizio al Paese, ma chi rifiuta di vedere la realtà è ancora peggio. E cosa dicono i sondaggi oggi? Leggiamo quello realizzato dalla Stampa con “Termometro politico”. Quello che balza agli occhi e che più ci interessa da vicino è l’UDC oltre il 10%. Per il resto si consolida il Pd e il calo di consenso del Pdl. Particolarmente interessante il calo netto di tutte le forze considerate più estremiste: Lega, Idv, Sel. Altri sondaggi registrano una consistente fiducia negli italiani in Mario Monti, con varianti da un consolidato 50% a picchi ben superiori al 70. Sono gli stessi italiani che ad esempio danno un consenso di un risicato 20% a Berlusconi ma che appena pochi mesi fa gli attribuivano una fiducia del 40, 60 e anche oltre andando indietro nel tempo. In un altro sondaggio recente (ma precedente alla attuale crisi) sulla credibilità e affidabilità dei leader Pier Ferdinando Casini era balzato saldamente in testa.

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più competitivi delle economie emergenti. Di fronte a un progetto così ambizioso ci vuole entusiasmo. Sentimento che non sembrano mostrare i principali partiti italiani verso l’impresa che l’ex rettore della Bocconi deve assolutamente portare a compimento, pena la definitiva bocciatura dei nostri titoli di Stato da parte dei mercati e il fallimento del nostro Paese. Si fa finta di non sapere che un rendimento del Btp tra il 6 e il 7 per cento porta inesorabilmente al default. Invece Silvio Berlusconi lega il suo appoggio a Monti soltanto alla presenza di tecnici non ostili e alla promessa che non ci sarà la patrimoniale. Per il motivo opposto – una patrimoniale punitiva verso i ricchi – si batte Nichi Vendola, mettendo sul piatto l’ipotetico appoggio della piazza. Antonio Di Pietro vuole tenersi le mani libere e fa sapere che garantirà i suoi voti soltanto in base al grado di populismo presente nei provvedimenti del futuro governo. Ci sono settori del Pd che considerano la lettera della Bce dello scorso agosto (stella popolare dell’esecutivo Monti) prodotto della demoplutocrazia, E poi bisognerà fare i conti con la Lega che, tornata nell’empirio dell’aventino padano, si farà campagna elettorale a costo zero, sbraitando su disobbedienza fiscale, diritti del Nord e, naturalmente, secessionismo.

Nel 1992 i partiti della Prima Repubblica accettarono di fare un passo indietro e di non rispondere ope legis all’inaccettabile termidoro della magistratura.Tra gli impeti revanchisti e il bene del Paese (che voleva dire anche ingresso nell’euro) scelsero la seconda opzione. Purtroppo le forze della Seconda Repubblica non sembrano aver imparato la lezione. Un appoggio senza esitazioni al governo Monti potrebbe ridare centralità a una politica che in questi anni ha confuso l’interesse proprio con quello del Paese, non ha saputo comprendere i cambiamenti in atto e ha finito per ammassare in pochi noti potere e soldi. Tutto questo sarà possibile se il lavoro dell’ex rettore della Bocconi sarà coadiuvato in primo luogo dal Parlamento. I predellini di piazza San Babila hanno fatto credere che per entrare in Parlamento bastassero dita muscolose e prostate resistenti. Chi in questi anni, a Montecitorio come a Palazzo Madama, ha provato a fare il proprio dovere potrà recuperare la dignità perduta. Se gli obiettivi sono chiari, il Parlamento potrà imporre l’agenda a Palazzo Chigi non con i ricatti, ma con un continuo dibattito parlamentare e una proficua attività nelle commissioni. Al di là dell’emergenza c’è la possibilità di rendere costituente una legislatura che sembrava sprecata. Ma questo potrà avvenire soltanto se si darà il via libera alle riforme. Un’occasione che non deve essere persa, ma che potrà essere colta soltanto accettando un ambizioso piano di riforme impopolari e con la consapevolezza che il governo Monti deve poter lavorare fino alla scadenza naturale del 2013. E per questo che ci vuole più entusiasmo, senza giocare a fare gli azzeccagarbugli. Altrimenti lo scenario ricalcherà quanto già visto sabato sera davanti a Palazzo Grazioli e al Quirinale.

A cosa servono questi sondaggi? Cosa indicano? Non so se valga la pena di fermarsi sui singoli numeri. Non voglio neanche cullarmi sui successi dell’UDC. Quei numeri valevano in modo circoscritto prima, non voglio sopravvalutarli ora. Però indicano una chiara tendenza. Intanto chiariscono e ribadiscono chi è una forza responsabile e chi invece continua a raccontare balle al Paese. Questo è il momento della responsabilità e della pacificazione, e non è il momento delle accuse e delle rivendicazioni. Però i dati sulle intenzioni di voto parlano chiaro su chi avrebbe interesse ad andare alle elezioni (e rinuncia ad andarci perché mette prima l’interesse dell’Italia) e chi invece sarebbe fortemente penalizzato dalle urne e ha solo da temerle. Non c’è forse bisogni di sottolineare ulteriormente come un risultato superiore al 10% sia lusinghiero per l’UDC, come il Terzo Polo si confermi sempre più decisivo (e sappiamo che l’aggregazione nel suo complesso riscuote ancora molti più consensi della somma dei singoli partiti). Seconda indicazione, e la più importante di quelle che prendiamo in esame. Gli italiani sono migliori di come vengono disegnati. Sì, amano i vincitori e dimenticano troppo presto il passato, specie il loro, è vero. Però messi alle strette capiscono quale è la strada da imboccare con determinazione. E gli italiani in poche ore hanno deciso che questo è il momento della responsabilità, della serietà, dell’impegno. Della riconciliazione, lasciando all’archeologia le opposte piazze con i loro slogan e i loro insulti. E se è il momento della responsabilità e della serietà, bisogna investire su chi di queste virtù ne ha fatto un tratto distintivo anche quando sembravano merci rare. Per questo non stupiscono i sondaggi sull’UDC. Che sia il 10% o comunque almeno un consolidamento di risultati comunque prossimi alle due cifre è irrilevante. Quel che conta è la tendenza. Gli italiani, quasi all’improvviso, si sono accorti di chi è affidabile, di chi è responsabile. Dopo una sbornia ventennale di faziosità accecante, hanno aperto gli occhi. Per questo riconoscono che l’UDC da tempo ha lanciato l’allarme sui guasti di un bipolarismo fazioso e lacerante che distrugge la moderazione e premia i ricatti. Per anni si è lavorato a dividere mettendo il nord contro il sud, i dipendenti contro gli autonomi, i contrattualizzati contro i precari... Solo un pugno di tenaci coraggiosi ha deciso di mettersi in

mezzo nonostante tutto per tenere legata quest’Italia slabbrata e lacerata. Sembravano degli idealisti destinati a scomparire (i fasti del bipartitismo sono roba di appena tre anni fa), destinati a essere disintegrati. Ma ora la coerenza viene premiata, e all’improvviso non ci si ritrova più soli nel cercare di ricucire i brandelli del tricolore. Un riconoscimento importante ma sul quale non ci vogliamo cullare: c’è troppo lavoro da fare, per cui ciò che veramente conta è che la strada della responsabilità tracciata da UDC, Terzo polo, dal Presidente della Repubblica vero faro di questi anni, e ora dal premier incaricato, quel che conta è che questa strada sia compresa e condivisa da tanti italiani, e che quindi sia imboccata anche da tutte le forze politiche. Ultima notazione sui sondaggi. Io credo che siamo di fronte a un cambio di epoca politica, un cambio di clima. Credo che questo sia quel che conta più ancora dei semplici sondaggi. Anzi, credo che questo cambio di clima, questa forte mutazione di tendenza nell’opinione pubblica sia difficilmente percepibile nei sondaggi. Credo cioè che se le cose imboccheranno la strada giusta la via della responsabilità sarà scelta da molti più italiani di quanti abbiano oggi il coraggio di dirlo. Molti oggi sono distanti dalla politica, la metà degli italiani preannunciano un’astensione. Ma se si sarà lavorato bene, se il clima di riconciliazione avrà prevalso, quasi senza dirlo ai sondaggisti gli italiani torneranno a riporre le loro speranze anche nelle urne, e chi non sapeva per chi votare non potrà non premiare le realtà più serie. In questo nuovo contesto lo Scudo Crociato non si misura con il successo di un ottimo 7% consolidato, di un eccellente 10% ambizioso, ma dovrà porsi problemi ben più ampli di leadership e di gestione di un consenso vasto.


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i vuole coraggio per interrogarsi sul futuro della democrazia in un momento in cui l’instabilità politico-economica sta andando verso una preoccupante globalizzazione. Ci vuole coraggio anche per assistere al capovolgimento del paradigma a cui ci avevano abituato le classiche teorie economiche, per cui la democrazia è la forma di governo che più e meglio assicura ricchezza e libertà, sviluppo e stabilità. Guardare i Paesi in cui oggi il Pil cresce vistosamente e confrontarli con quelli in cui il Pil sembra ristagnare ai minimi livelli pone domande molto serie sul rapporto tra democrazia e diritti umani, democrazia e libertà, democrazia e benessere. In definitiva sul rapporto tra Pil e democrazia. Paradossalmente sembra che il Pil, in questa fase critica della nostra storia, cresca meglio in aree in cui i diritti umani sono ignorati o addirittura calpestati, a cominciare dal diritto alla vita e dal diritto alla libertà. Sia che si tratti del diritto a metter su famiglia, come e quando voglio, che del diritto a vivere la mia fede e la mia religione. La democrazia, mentre garantisce alcuni diritti, sembra metterne a repentaglio altri, come possiamo verificare in questi tempi di crisi in cui emergono nuove povertà e diventa stridente il conflitto intergenerazionale, con un

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La sua Fondazione, “All girls allowed”, denuncia gli aborti forzati e l’ostracismo sociale che attende i cinesi che danno alla luce una figlia 30% di giovani brillanti e disoccupati. Con un Pil ridotto ai minimi termini sembra comunque difficile, quando non impossibile, continuare a garantire una serie di diritti, nonostante le asserzioni di principio. La garanzia efficace dei diritti umani è nel presente, e lo sarà sempre più nel prossimo futuro, il vero termometro della qualità democratica di un Paese.Per questo è necessario chiedersi dove stia andando la democrazia nei Paesi del Bric (Brasile, Russia, India e Cina) dove, mentre il Pil cresce, i diritti umani non sono in primo piano e in molte circostanze sono esplicitamente negati o quanto meno mortificati.

I diritti umani, contenuti nelle dichiarazioni internazionali di 60 anni fa e più volte confermati da successive dichiarazioni come quella di Lisbona o quella di Bologna, sono sottoposti a nuove forme di aggressione. Si rimette in discussione il diritto alla vita, il diritto ad avere opinioni personali, il diritto a comportarsi coerentemente con le proprie convinzioni e i propri valori, compresi quelli religiosi. In compenso, tanto in Europa come nei Paesi del Bric, ci si deve continuamente confrontare con nuovi diritti emergenti, che cercano di farsi spazio enfatizzando la dimensione individuale assai più della responsabilità sociale. Nel tentativo di capire cosa stia accadendo in Cina, seconda potenza economica mondiale, abbiamo incontrato Chai Ling, 22 anni fa leader studentesco a Tiannamen e oggi opinion leader internazionale. Madre di tre bambine, recentemente convertita al cattolicesimo, impegnata nella difesa dei diritti umani e

il paginone pronta a sfidare alcuni aspetti di una certa cultura diffusa in Cina e altri aspetti tipici della cultura occidentale. Una donna contro corrente, che gira il mondo perché si definisce instancabile seminatrice di pace e di giustizia. La storia di Chai Ling è davvero esemplare per capire cosa stia accadendo oggi in una Cina che, mentre si mostra incurante di tanti diritti umani nel suo Paese, sui mercati internazionali fa incetta del debito pubblico di Paesi ricchi, apparendo agli occhi di molti come un’àncora di salvezza. L’euro e il dollaro devono fare i conti ogni giorno di più con lo yuan, perché lo yuan sta comprando i loro debiti, ne garantisce la stabilità, anche se nello stesso tempo ne ipoteca la credibilità. Davanti a Paesi che hanno fatto della tutela dei diritti umani l’icona della cultura occidentale la Cina appare sempre più chiaramente in tutta la sua ambiguità. Non c’è dubbio che accumuli ricchezza anche e proprio perché trasgredisce sistematicamente i livelli elementari della giustizia sociale. In fatto di concorrenza e di competitività la Cina ha fatto dell’arte del copiare, e del copiare a costi ridotti, una delle forme più insidiose di aggressione al Made in Italy.

Il diritto alla proprietà intellettuale, alla tutela del proprio brand, sono schiacciati dalla pura avidità di mercato. Il suo enorme bisogno energetico ne sta facendo l’epigono di una nuova forma di colonialismo, che espropria i paesi africani, a cominciare dal Darfur, delle loro risorse naturali, acquistandole a prezzi ridicoli e speculando sulla povertà estrema di questi paesi. La crescita economica è di fatto l’unica molla che muove la Cina, dove i più forti sono sempre più forti e i più deboli sono destinati a scomparire, o meglio ancora a non nascere neppure, come accade nel più drammatico genocidio di genere che si sia mai dato. È la denuncia di cui Chai Ling si fa portavoce in occidente, stupendosi dello scarso ascolto che trova. Ci vorranno oltre 50 anni - sostiene - per ricreare un equilibrio naturale tra uomini e donne in una Cina in cui anche il modello di famiglia sta cambiando velocemente. Si sta imponendo un modellofamiglia a soggetto unico: la One-Child Policy, politica del figlio unico, sta generando One-Man family, in cui un soggetto, ovviamente uomo, costituisce un nucleo familiare individuale. Un uomo uguale una famiglia, con tutti i cambiamenti sociali che questo comporta anche sul piano urbanistico, dove proliferano le case-alveare o sul piano commerciale, dove i supermarket sono invasi dalle confezioni monodose, secondo il nuovo stile di fast food cinese. Chai Ling è venuta a raccontarci una storia che può farci riflettere seriamente su quello che sarà non solo il futuro del nostro Paese ma il futuro dell’occidente, se sarà la Cina a dettarci l’agenda delle decisioni da prendere e quella delle sfide da assumere. Se accetteremo che la Cina compri il nostro debito e ci proponga contestualmente nuove modalità per farvi fronte, rimettendo in discussione la nostra storia e i nostri valori. La Cina di oggi appare totalmente orientata alle logiche di un mercato fortemente competitivo, ad un liberalismo che non conosce regole né limiti, se non quello della legge del più forte. Una Cina pregiudizialmente chiusa ai diritti delle donne e dei bam-

Ex leader del movimento di piazza Tiananmen, gira il m

Vi racconto Incontro con la dissidente che combatte per le figlie che la Cina non vuole: «Occidente, stai attento: Pechino sta comprando la tua coscienza» di Paola Binetti bini e quindi ostile ad ogni forma di tutela materno-infantile. Un Paese che fa della produttività il metro della civiltà. Anziani, disabili, malati cronici, handicappati, non trovano spazio in una civiltà che per crescere non esita a sacrificare loro, i neonati, se di sesso femminile, o i non ancora nati se non sono dei maschi sani.

L’individualismo cinese, prima di essere una forma teorizzata di sviluppo, è un’esperienza che inizia con il modello di famiglia a figlio unico, in cui il bam-

bino riceve oltre a tutte le cure necessarie anche in termini di educazione, un forte imput competitivo. È sollecitato quanto prima a diventare autonomo ed autosufficiente, aggressivo quanto basta, perché non può aspettarsi nulla da nessuno. Tocca a lui mettersi in gioco e vincere le sfide che la vita gli presenta. Non c’è un approccio solidaristico nella relazione educativa, perché manca nei bambini l’esperienza diretta del rapporto fraterno. Il compagno di scuola, il collega, è sempre un competitor con cui


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mondo per sensibilizzarlo sulla politica del figlio unico

o Chai Ling misurarsi. Anche le bambine che fortunatamente riescono a nascere, si calcola che siano almeno un 35 per cento in meno dei maschi, sono educate con questo stesso approccio, competitivo e aggressivo, con uno stesso obiettivo: autoaffermazione, a qualsiasi costo, a cominciare dal piano economico.

Non a caso Chai Ling mostra questa incredibile forza di carattere, in parte frutto di questa stessa educazione, e possiede una determinazione che ancora oggi sorprende, se si tiene conto della sua storia personale con la fuga dalla Cina e i frequenti spostamenti di giovane immigrata prima in Europa e poi in America. Giovane donna coraggiosa, leader della rivolta studentesca del 1989, è una delle sopravvissute alla strage de Tiennamen. Figlia di genitori comunisti, comunista lei stessa ai tempi di Tiennamen, ha sviluppato una forte critica nei confronti di tutto ciò che limita, a qualsiasi titolo, la libertà umana. Qualcuno forse ricorda tra le immagini di quell’evento drammatico una foto di rara forza emotiva, in cui una ragazza cerca di fermare un carro armato, armata solo delle sue mani e del suo sorriso. Una ragazza circondata dai suoi

amici che le fanno ala e sembrano attendere un solo gesto da parte sua, prima di buttarsi nella mischia e sfidare il sistema e l’apparato di allora. Chai Ling, pur così giovane, sembra dotata di una eloquenza e di una capacità di trascinare amici e compagni nella difesa dei valori in cui credeva e crede. Non c’è da stupirsi che incutesse paura al regime di allora e a quello di oggi. Ha subito anni di carcere, di violenza fisica e di pressioni psicologiche indicibili e tutto ciò invece di fiaccarla, ha dato fermezza al suo stato d’animo, conferendole un auto-dominio che le permette di misurarsi con situazioni difficili senza perdere il controllo delle sue emozioni. È stata obbligata ad abortire tre volte perché il bambino che attendeva in realtà era una bambina, e per le bambine in Cina allora, come oggi non c’è abbastanza spazio. Le hanno spezzato le gambe, l’hanno costretta al silenzio, isolandola pesantemente, in modo che non potesse parlare con nessuno e non continuasse ad animare i suoi colleghi. Ma lei ha vissuto quegli anni come preparazione alla battaglia che ha posto al centro di “All Girls Allowed”, la sua fondazione, voluta per la tutela dei dirit-

ti delle donne e delle bambine in Cina. Ma poi, come lei stessa dice, è passata dalla volontà di tutelare i diritti della donne e delle bambine in Cina al desiderio di tutelare i diritti delle donne e delle bambine cinesi, dovunque stiano, in qualsiasi paese. Si è resa conto in fatti che i pregiudizi sono duri a morire e accompagnano la comunità cinese anche fuori dalla Cina. Nelle comunità cinesi che ci sono in Italia, in Europa e perfino negli Usa, nascono pochissime bambine, come se una sorta di maledizione le perseguitasse anche lontano dalla Cina. E Chai Ling vuole battersi per il loro diritto a nascere.“All Girls Allowed” è un’organizzazione umanitaria che fa cultura, diffonde dati ed informazioni, crea borse di studio e posti di lavoro, è uno sportello aperto a cui ogni donna cinese, di qualsiasi età e condizione, può rivolgersi.

Chai Ling, nonostante sia ormai molto nota e apprezzata per le sue battaglie, non può tornare in Cina: è un diritto che le viene negato. Sta facendo da ambasciatrice nel mondo intero, parlando del valore della vita, della dignità della donna, della libertà di opinione e di religione, e in questo suo peregrinare incontra le comunità cinesi sparse in giro per il mondo. Ama la Cina, che considera la sua Patria, nonostante i lunghi anni vissuti all’estero e le numerose umiliazioni subite in patria. Ne segue le vicende politiche ed economiche e si stupisce che gli occidentali non riescano ad ottenere dalla Cina quello stesso rispetto per i diritti umani che vivono nei propri Paesi. Riflettendo sul tema: “Dove va la democrazia, quale futuro per la democrazia”, ha parlato in modo accorato dei tre grandi diritti che in Cina vengono sistematicamente repressi: primo tra tutti il fenomeno delle “Missing girls”, le ragazze sparite, che ha creato in Cina un vero e proprio genocidio di genere. La nascita di una donna, di una bambina è considerata una jattura per la società e i genitori sono spesso obbligati ad un aborto selettivo, che è una vera piaga sociale. Non c’è quindi diritto a nascere per una bambina, ma non ce n’è neppure diritto a nascere per un bambino che arrivi secondo. Anche questa è una forma di competizione virtuale tra fratelli: solo chi arriva prima ha diritto a vivere. Alle famiglie spetta un solo figlio e deve

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essere maschio, è la “One child Policy”, che nasconde l’ossessione che sulla terra, soprattutto in Cina, siamo davvero troppi. Vita e famiglia sono diritti limitati da una legislazione ingiusta, da una politica miope e da una evidente violenza perpetrata ai danni dei diritti umani fondamentali. Secondo Chai Ling in Cina c’è un terzo diritto ignorato: quello di poter esprimere le proprie idee, di poter intraprendere in autonomia una vera e propria ricerca della verità dei fatti, per documentarli, per raccontarli e per chiedere che si prendano decisioni coerenti con quanto emerge. Chai Ling nella sua conversione al cattolicesimo ha trovato ulteriore forza per difendere le sue convinzioni e i valori in cui crede. Per questo si dice stupita dalla scarsa capacità di reazione dei Paesi europei, che le sembrano poco convinti e poco determinati nel difendere i valori della loro tradizione.Va in giro cercando alleanze, vorrebbe scuotere le coscienze di quanti incontra, soprattutto a livello politico per invitarli a fare pressioni sul governo cinese, soprattutto sui diritti che più le stanno a cuore. Confessa però che, nonostante trovi stima e perfino simpatia sul piano personale, nessuno vuole intraprendere un’azione decisa presso il governo cinese. Teme che i cinesi, oltre a comprare il nostro debito,arrivino a comprare anche le nostre coscienze.

Chai Ling è impegnata a sostenere le sue idee in tutti i consessi istituzionali in cui le è possibile esprimersi ed è felice di averlo potuto fare anche in Italia, alla Camera dei Deputati, portando informazioni recentissime, raccolte in un dossier del 5 novembre del 2011. Ciò che più le preme è mostrare l’attualità di ciò che dice e di ciò che denuncia. Le è capitato spesso, anche in tempi recenti, di trovare nei suoi interlocutori apprez-

Il rapporto fra Pil e diritti umani è sempre più evidente. Solo che nei Paesi del Bric è al contrario: meno diritti, più crescita economica zamento perciò che dice, ma anche la convinzione che ciò di cui parla: il genocidio di genere, la politica del figlio unico, la censura, siano cose vere, ma appartengano al passato. Non è così. Ancora oggi in Cina le donne non possono protestare, non possono fare un gesto politico forte a tutela dei propri diritti e di quelli dei propri figli, non possono dare vita ad un momento democratico di riflessione e di condivisione. Lei è dovuta fuggire per dire ciò che pensa e per ora non potrà tornare, né lei né le sue figlie. Ne ha tre di età compresa tra gli 8 e i 3 anni, tutte bambine, fortunatamente sane, belle ed intelligenti… Ed è per loro che Chai Ling si batte, perché possano tornare a casa, possano avere la famiglia che desiderano, e possano partecipare liberamente allo sviluppo della democrazia nel loro Paese.


mondo

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Il balletto delle cancellerie del pianeta non scoraggia gli ayatollah, che puntano alle divisioni per ottenere l’ordigno in tempi record

Il cielo sopra Teheran Il mondo condanna l’atomica iraniana ma non decide come impedirla davvero di Antonio Picasso eri i ministri degli esteri dei Paesi membri dell’Unione europea si sono riuniti per capire quale sarebbe l’atteggiamento da adottare nei confronti dell’Iran. La settimana scorsa, l’Aiea ha pubblicato il suo ultimo rapporto, in cui si legge che la corsa al nucleare da parte del regime di Teheran si è fatta ancora più serrata. Nel prosieguo della crisi finanziaria globale, le ambizioni bellicistiche, o co-

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Teheran che questa linea è totalmente inaccettabile», ha indicato Catherine Ashton, responsabile della diplomazia Ue prima del vertice.

«Dobbiamo prepararci a rafforzare le sanzioni per evitare ogni intervento irreparabile», ha precisato il ministro degli Esteri francese Alain Juppé. Bruxelles praticamente si trova costretta ad adottare nuove sanzioni. Sulla scia del

Nel Consiglio di sicurezza, Russia e Cina rappresentano ancora un bastione contrario a qualsiasi misura punitiva, sebbene pacifica o diplomatica, nei confronti degli ayatollah munque aggressive, dell’Iran suonano come uno strumento scordato che nessuno sa gestire. E soprattutto nessuno ha intenzione di impegnarvisi. «I ministri europei discuteranno di quello che è necessario per mostrare a

medesimo atteggiamento da parte degli Stati Uniti. In realtà, per entrambe le cancellerie, l’attenzione è concentrata altrove. Sulla crisi appunto.

C’è poi l’ostacolo Onu. Nel Consiglio di sicurezza, Russia e Cina rappresentano ancora un bastione contrario a qualsiasi misura punitiva, sebbene pacifica, nei confronti degli ayatollah. Non si esclude quindi che le due sponde dell’Atlantico adottino scelte autonome rispetto

alla linea della comunità internazionale. La mossa darebbe i suoi frutti sul terreno iraniano, ma sarebbe una potenziale fonte di attrito nei rapporti con Mosca e Pechino. Del resto, già tra i paesi Ue si avvertono divergenze. L’ipotesi sanzioni è vista da alcuni come l’unica soluzione. Per altri è solo l’anticamera dello scontro diretto.

Un attacco agli impianti nucleari iraniani non è infatti esclusiva di Israele. Negli ultimi mesi, la stampa anglosas-

sone si è sbizzarrita nel fare un prospetto delle pressioni pro raid in Gran Bretagna e negli Usa. Più morbidi, invece, i diplomatici continentali. «Riteniamo che queste discussioni siano controproducenti», ha detto il ministro degli Esteri tedesco, Guido Westerwelle, respingendo a priori l’opzione. Cosa che appunto non vuole fare Londra. «Tutte le possibilità devono restare aperte», ha detto il capo della diplomazia britannica, William Hague.

Dopo la sospensione dalla Lega araba, si avvicina la possibilità di un intervento internazionale in Siria

Ora la guerra guarda Damasco a Siria non ha rispettato l’accordo, la Road Map richiesta dalla Lega Araba, e per questo Damasco è stata “bandita”dall’organizzazione araba. E sarà sospesa dalle attività fino a quando il governo non metterà fine alle repressioni interne, che ormai durano da otto mesi ed sono costate la vita a più di 3.550 persone. La Siria sarà esclusa fino a che non sarà rispettato il patto del 2 novembre con la stessa organizzazione: fine delle violenze contro i civili inermi, ritiro delle forze di sicurezza dalle città, rilascio dei prigionieri, libertà di espressione, presenza di osservatori stranieri, apertura di un dialogo nazionale.

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Lo ha reso noto il ministero degli esteri del Qatar, presidente di turno della Lega Araba, al termine del sum-

di Martha Nunziata mit dell’organizzazione panaraba al Cairo.“Un passo, quello della Lega Araba che dà il via al conto alla rovescia per la fine del regime siriano. Sono 18 paesi arabi su 22 - dice a Liberal il politologo libanese Saad kiwan - che

decisione la Lega Araba si impegna a interrompere le relazioni diplomatiche con Damasco, ritirando gli ambasciatori, e a imporre sanzioni economiche e politiche”. La sospensione della Siria dalla Lega Araba, per altri,

Secondo Saad Kiwan «L’intervento esterno ci sarà: ora è difficile stabilire quale paese prenderà l’iniziativa, ma sicuramente non ci sarà un’azione come quella libica. Mancano le condizioni» hanno votato a favore della sospensione: il Libano ( governo filo-siriano) e lo Yemen ( in piena guerra civile e quindi nella stessa situazione della Siria) e l’Iraq che si è astenuto ( il cui governo è assoldato all’Iran). Con questa

è «un passo pericoloso» voluto dagli Usa e dai Paesi occidentali, ha affermato in una conferenza stampa alla televisione di Stato il ministro degli Esteri siriano, Walid al Moallem, aggiungendo che il regime di Damasco

«non si piegherà» e «uscirà più forte» dalla crisi e che lo scenario libico non si ripeterà anche in Siria.

«Dopo la fine di Gheddafi – continua Saad Kiwan – i ribelli siriani stanno riacquistando le speranze, il coraggio e la spinta necessaria alla lotta». Mosca intanto si è schierata al fianco della Siria, il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov ha accusato l’Occidente di fomentare l’opposizione siriana, fornendo armi di contrabbando ai ribelli, nel tentativo di rovesciare Assad. «La Russia ritiene la decisione della Lega araba una mossa premeditata e sbagliata» ha detto Lavrov. Altra questione che preoccupa l’Onu e la Lega Araba è che “La decisione dell’organizzazione araba - secondo Kiwan - ha messo sì alle corde il


mondo

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È vero il senso di questo è risultato più allarmistico rispetto ai documenti precedente. Ma è altrettanto importante notare che, oggi come oggi, nessuna economia occidentale sarebbe in grado di accollarsi un’operazione militare dal futuro tanto incerto. A questo proposito, gli analisti storcono il naso sulla fattibilità di un’incursione hit and run, in stile guerriglia, vittoriosa e senza strascichi. Opzione da sempre caldeggiata da Israele e, che se dovesse concretizzarsi, potrebbe essere gestita proprio da questa.

Ma chi assicura Netanyahu che Teheran subirebbe il colpo abbozzando e no reagendo? Un accordo distonico rispetto al trend pro attacco l’ha suonato venerdì scorso il responsabile del Pentagono, Leon Panetta, il quale ha detto che un raid aereo non risolverebbe il problema. Panetta ha diretto fino a pochi mesi fa la Cia. È plausibile che abbia un quadro dello scenario abbastanza da chiaro da permettergli di gettare acqua sul fuoco. Quella dell’altro giorno è stata una puntura a una bolla speculativa. Dopo

prio in coincidenza con la pubblicazione del rapporto Aiea. Nel dossier cui si parla di un “esperto straniero” convocato a Teheran. «Non sono il padre del programma nucleare iraniano», si è limitato a commentare il diretto interessato. Stando al Washington Post però, l’ingegnere non avrebbe ancora chiarito quali siano i motivi della sua collaborazione con gli ayatollah. Ai tempi dell’Urss, Danilenko operava nel centro di Chelyabinsk-70, dove si lavorava a testate nucleari di piccole dimensioni, da applicare a missili, bombe convenzionali o razzi e a detonatori altrettanto piccoli ma in grado di far esplodere la testata.

Con il crollo dell’Unione sovietica, Danilenko si è riposizionato sul mercato per scopi esclusivamente lucrativi. In tal senso, fatta eccezione di Pakistan e Corea del Nord, il cerchio di ricerca di restringe. Resta infine fluida la posizione della Lega araba, in cui è la crisi siriana a far padrona. L’eventualità che il regime di Damasco venga sospeso, a seguito delle repressioni effettuate e

Attacchi aerei, sortite “hit and run” in stile guerriglia, spostamento di truppe al confine: le opzioni militari sono molteplici. Ma presentano tutte una serie di incognite potenzialmente letali Contro l’Iran sono state adottate, già in sede Nazioni Unite, quattro serie di sanzioni, tutte di natura economica e finanziaria. I provvedimenti che Bruxelles vorrebbe realizzare andrebbero a colpire le esportazioni di petrolio e la Banca centrale iraniana. In ogni caso, la nostra stessa economia ne subirebbe negativamente. Va ricordato che la scelta delle sanzioni ha riscosso storicamente scarsi risultati. Almeno nella maggior parte dei casi.

Si pensi all’Iraq di Saddam Hussein. Nella fattispecie iraniana, l’economia nazionale sta consumando gli ultimi strati di grasso di riserva, accumulati grazie ai proventi petroliferi. Nel 2010, la crescita produttiva è risultata ancora dell’1 per cento all’incirca. Il Paese è uno Stato canaglia, ma per i mercati resta un partner dalle risorse ancora appetibili.

Cosa accadrà una volta emarginato il regime? L’opinione pubblica tenterà una secon-

regime siriano, ma al momento la Lega non ha la possibilità sul territorio di proteggere i civili o dare garanzie, anche perché non ha poteri militari. Chi rischia di più nel paese è proprio la popolazione: un massacro ogni giorno. Dal 2 novembre, dal giorno in cui la Lega Araba ha chiesto il patto, ad oggi sono morte più di 400 persone, e nessuna organizzazione internazionale può intervenire. E per questo che è stata presa questa decisione, perché la rabbia stava crescendo anche negli altri paesi arabi. E la Lega non poteva più aspettare”. Si legge nel documento approvato dai 18 paesi arabi che «La Lega prenderà contatto con le organizzazioni internazionali per i diritti dell’uomo, compresa l’Onu». Un impegno cruciale che dopo le sanzioni bloccate ad ottobre da Pechino e Mosca, ora la loro posizione potrebbe essere rivista. Questione aperta, infatti, anche al Consiglio di Sicurezza in questi giorni. Domani è in programma un nuovo incontro dei ministri degli Esteri della Lega sulla questione siriana al Cairo e al summit è stata invitata l’op-

da Onda verde, additando Khamenei e Ahmadinejad come i responsabili dell’isolamento internazionale, oppure si stringerà a coorte intorno ai suoi leader? In tal caso, la carta militare tornerebbe ancora più controproducente.

A questo proposito, negli ultimi dieci giorni, su Washington sono soffiati nuovi venti di guerra. Correnti provocatorie e di speculazione che, però, sono scemate con la pubblicazione del rapporto dell’agenzie Onu.

posizione siriana, il Cns (Consiglio nazionale siriano), per decidere una fase di “transizione” e per parlare della questione della protezione dei civili, della popolazione. Mentre nel centro di Damasco ci sono state decine di migliaia di manifestanti favorevoli al presidente si-

tanto nervosismo montato improvvisamente, Washington ha detto la sua. A discapito degli interessi e delle speranze di Israele. Evidentemente sono ancora gli Usa ad avere l’ultima voce in capitolo.

Nel frattempo, non è stata fatta ancora chiarezza sul ruolo di Vyacheslav Danilenko, fisico nucleare russo, di scuola sovietica e che avrebbe fornito la propria consulenza al regime sciita. Il nome di Danilenko è venuta a galla quando pro-

riano Bashar el Assad che si sono riuniti per protestare contro la decisione della Lega araba e hanno assaltato e saccheggiato l’ambasciata a Damasco dell’Arabia saudita e dell’ambasciata del Qatar. «Le sanzioni occidentali e quella della Lega si fanno sempre più dure, ma

delle riforme promesse ma non mantenute, rappresenta uno svantaggio anche per gli ayatollah. Caduto Assad, tutta la cosiddetta rivalsa sciita verrebbe azzoppata. È impensabile però che l’Iran raccolga una qualsivoglia simpatia in seno a una Lega dominata da sauditi, giordani ed egiziani.Vale a dire i migliori alleati degli Usa nella regione. Forse per Teheran l’ipotesi di attacco si allontana. Per quanto non venga fugato. Certamente, si avvicinano ulteriori difficoltà economiche.

Damasco si sente colpita solo dall’embargo petrolifero, deciso da due mesi, ma entrano in vigore solo da oggi: 150 barili da non poter più esportare in Europa». La situazione ormai sta degenerando all’interno del Paese e assomiglia sempre di più ad una guerra civile. «L’intervento esterno ci sarà: ora è difficile stabilire quale paese prenderà l’iniziativa, ma sicuramente non ci sarà un’azione come quella libica, non ci sono le condizioni. È più possibile che possa arrivare un intervento militare dalla vicina Turchia. – dice Kiwan - Ci sarà a breve a Rabat in Marocco un incontro, già stabilito da tempo, tra Ministri degli esteri arabi e quello turco, e sarà una occasione, per permettere alla Turchia di avere un ruolo di primo piano: ovvero progettare una zona cuscinetto all’interno del territorio siriano per permettere un embargo aereo: turco-siriano oppure giordano-siriano». Al confine turco siriano si sta preparando da tempo l’esercito dei disertori siriani che si fa chiamare “ Esercito della Siria Libera”: pronti ad intervenire.


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grandangolo Parla il capo della chiesa maronita Mar Bechara Boutros al Raii

«Se il mondo non ci aiuta, per noi cristiani sarà l’inferno»

«Il disarmo di Hezbollah? Sarà possibile solo dopo il ritiro d’Israele dal sud del Libano. Gli Usa? Non si oppongono all’ascesa degli islamisti, come i Fratelli Musulmani in Egitto e Siria. Il futuro in Medioriente? Senza democrazia e diritti umani si rischiano solo regimi più duri. E i fedeli saranno i primi a pagarne il prezzo». Parola di Patriarca di Bernard E. Selwan el Khoury l nuovo Patriarca della chiesa maronita libanese, Mar Bechara Boutros al-Raii, a Roma nei giorni scorsi per una serie di incontri e per l’inaugurazione della sala di rappresentanza a lui intitolata presso il Pontificio Collegio Maronita, ha rilasciato un’intervista in esclusiva a liberal. Con parole lucide e ferme, ha dichiarato che il disarmo di Hezbollah sarà possibile solo dopo il ritiro definitivo d’Israele dal sud del Libano e il rimpatrio dei palestinesi. Con la stessa trasparenza, ha affermato che il Congresso Usa non si oppone all’ascesa di movimenti d’ispirazione islamista, come i Fratelli Musulmani in Egitto. E sulla delicata situazione dei cristiani in Medioriente ha detto: «I valori della democrazia, della libertà, dei diritti dell’uomo, sono pilastri della cultura cristiana, e il mondo arabo ne ha bisogno. I cristiani in Libano e nel mondo arabo hanno alle spalle duemila anni di storia; siamo radicati nel mondo arabo, siamo all’origine del mondo arabo, e in questo mondo abbiamo iniziato a vivere 600 anni prima dell’avvento dell’Islam. Non possiamo voltare le spalle e andarcene, no. Siamo cittadini autentici ed originari, e come cristiani noi non vogliamo essere considerati, né in Libano né altrove, come una pura minoranza numerica». Lo scontro islamico-islamico, quali ripercussioni potrebbe avere sulla comunità cristiana in Libano? E quello cristiano-cristiano, quali ripercussioni può avere sulla comu-

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nità musulmana libanese? In Medioriente c’è il problema del conflitto tra sunniti e sciiti. In Iraq è un conflitto armato, e ciò si è riflettuto sul Libano. In Libano questo conflitto ha tratto nuova linfa dall���omicidio di Hariri, nel 2005, dalle decisioni del Tribunale Internazionale speciale per il Libano, dalla guerra di luglio 2007 tra Israele e Hezbollah e dalla crescente forza del Partito di Dio: questi sono tutti motivi per cui in

«Siamo arrivati qui 600 anni prima dell’avvento dell’islam. Non vogliamo essere considerati come una minoranza» Libano ora c’è un conflitto politico tra sunniti e sciiti. Ci sono alcuni cristiani alleati a sunniti, riuniti sotto il fronte “14 marzo”, altri a sciiti, sotto il fronte “8 marzo”. La conseguenza è che lo Stato vive una paralisi; vi è mancanza di fiducia ed accuse reciproche: gli esponenti del “14 marzo” dicono che gli sciiti vogliono islamizzare il paese alla maniera iraniana, contro l’Occidente; gli espo-

nenti dell’“8 marzo” dicono che i sunniti vogliono islamizzare il paese alla maniera wahabita, saudita, d’accordo con Usa e Israele. Le conseguenze ricadono su tutti. Ogni progetto presentato dall’uno è sfiduciato e ostacolato dall’altro. Quindi: crisi politica, crisi economica, crisi sociale.Tutti i Paesi avanzano, il Libano va indietro, questo è il grande problema. A ciò si aggiunge il problema dell’occupazione israeliana del sud del Libano, il problema palestinese e delle loro armi pesanti e leggere. Mezzo milione di palestinesi non ha ancora il diritto di rientrare in Palestina, ed essi rappresentano un peso per il Libano. L’insieme di tutti questi problemi blocca la vita, e ha conseguenze nefaste su tutti quanti, musulmani e cristiani. Il problema non è solo libanese, ma è legato alla comunità internazionale. Ci sono le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e la comunità internazionale dovrebbe fare pressioni su Israele affinché si ritiri. Ritirarsi dal sud del Libano? Certo: dalle fattorie di Shebaa, da AlGhajar e da Kfar-Shouba. Che si ritirino! E poi c’è il problema dei palestinesi, sul quale il Consiglio di Sicurezza ha già emanato più di una risoluzione, per il ritorno nelle loro terre. L’applicazione di queste risoluzioni dipende dalla comunità internazionale. Inoltre, c’è il divieto di armare l’Esercito libanese. Dunque, come risolvere il problema delle armi di Hezbollah? Come risolvere il problema delle divisioni politiche in Libano? La

comunità internazionale dovrebbe fare il suo dovere. Secondo lei anche la questione di Hezbollah ricade sulla comunità internazionale o è soltanto una questione libanese? In parte interna, in parte internazionale. Hezbollah dice: finché Israele occupa, io devo resistere. Finché i palestinesi hanno le loro armi e vogliono la cittadinanza libanese, io devo mantenere le mie armi. E poi l’Esercito libanese è debole, e noi siamo più forti. Questi tre punti sono responsabilità della comunità internazionale. Se vengono risolte queste tre questioni, allora potremo dire a Hezbollah: perché continuate a mantenere le armi? Israele si è ritirato, i palestinesi sono tornati nella loro terra, l’Esercito libanese è forte. Attenzione però, non voglio essere frainteso. Non sto giustificando il mantenimento delle armi di Hezbollah con queste tre questioni. Al contrario, se oggi il Partito di Dio dovesse disarmare, sarebbe una grande festa per tutti. Ma Hezbollah non lo farà. L’ho detto anche negli Stati Uniti, all’Onu. Hezbollah si sente coperto da questo pretesto. Il disarmo è una questione pratica. Io non lo sto giustificando, ma se dovessi dire a Hezbollah “Disarma!”, sai cosa mi risponderebbe? Sei un sionista, e vuoi che Israele rimanga in Libano! Mi rivolgo alla comunità internazionale: non state a guardarci, assumetevi le vostre responsabilità! Ci sono risoluzioni internazionali, applicatele!


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i che d crona

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Errico Novi (vicedirettori) Vincenzo Faccioli Pintozzi (caporedattore) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica) Direttore da Washington Michael Novak Consulente editoriale Francesco D’Onofrio Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria) Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Osvaldo Baldacci, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Giuliano Cazzola, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Anselma Dell’Olio, Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Aldo G. Ricci, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Gennaro Malgieri, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Antonio Picasso, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Franco Ricordi, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Emilio Spedicato, Maurizio Stefanini, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania

Qual è la posizione degli americani a riguardo, visto che gli Usa occupano un ruolo centrale in seno all’Onu? Non vogliono la pace! Sono loro che impediscono all’Esercito libanese di armarsi. Sapete cosa dicono? “Se armiamo l’Esercito libanese, le armi cadranno nelle mani di Hezbollah”. Che ragionamento è questo? Perché piuttosto non fate pressioni su Israele affinché si ritiri? Perché non permettete ai palestinesi di tornare nella loro terra? Perché ponete il

«Il progetto di suddividere il mondo arabo in piccoli Stati confessionali non lascerà più spazio ai nostri» veto allo Stato palestinese? Ma noi sappiamo cosa vogliono. Sapete chi sostengono in Siria ed Egitto? I Fratelli Musulmani. Il Congresso americano ha oramai deciso di sostenere la Fratellanza musulmana, e alla fine siamo noi a rimetterci! Gli americani desiderano che la comunità cristiana torni a giocare il suo ruolo? Ciò che interessa loro è Israele. Ciò che va bene ad Israele, si fa. Se Israele non vuole i cristiani, allora niente cristiani! Se Israele non vuole la pace, allora niente pace. Gli americani sostengono i Fratelli Musulmani e tutti i gruppi fondamentalisti per farli arrivare al potere.

In alto, il Patriarca della chiesa maronita libanese Boutros al-Raii durante la visita ufficiale in Francia, all’uscita dell’Eliseo

Cosa vuol dire? D-e-s-t-a-b-i-l-i-z-z-a-r-e il mondo arabo, spaccare il mondo arabo, impoverirlo, metterlo in stato di guerra. E gli arabi non si oppongono… Negli ultimi mesi stiamo assistendo a radicali cambiamenti in Nord Africa e in Medioriente.Vi è la possibilità che i Fratelli Musulmani oppure gruppi islamici radicali arrivino al potere? Quale eventuale minaccia per i cristiani in Oriente e nei paesi islamici? Se ci saranno guerre civili, saranno anche i cristiani a pagarne le conseguenze. Ecco di nuovo l’Iraq. A causa della guerra tra sunniti e sciiti, un milione di cristiani ha lasciato l’Iraq. Non vogliamo ripetere che i cristiani stanno subendo una persecuzione… ma ricordiamo il massacro nella chiesa “Nostra Signora del Soccorso”. Passiamo all’Egitto. Qui le aggressioni contro i cristiani sono all’ordine del giorno. Ciò che preoccupa è che le guerre civili fanno vittime innocenti, sia tra i musulmani che tra i cristiani. Inoltre c’è il rischio di passare da regimi duri a regimi ancora più duri. Nella peggiore ipotesi, temiamo che i regimi attuali possano essere sostituiti da gruppi fondamentalisti. Se questo dovesse accadere, i cristiani saranno le prime vittime. Riguardo alla questione del finanziamento da parte dello Stato libanese del Tribunale Hariri, secondo lei, se i politici libanesi che oggi hanno il potere dovessero decidere di non finanziarlo, quali saranno le conseguenze? Quella del Tribunale è una questione di giustizia. In 30 anni sono state uccise 27 personalità politiche in Libano. Quasi una all’anno! Dove trovare giustizia? In Tribunale! Dicono che il Tribunale è basato su false testimonianze, è corrotto e politicizzato! Va bene, dimostratelo! Potrete fare appello, ma perlomeno ci sarà un processo. Il Tribunale è stato deliberato dal governo, all’inizio. Il tribunale deve fare il suo lavoro. Perché nessuna società può vivere senza giustizia.

Il nuovo corso maronita

L’uomo delle scelte responsabili MAR BECHARA Boutros al-Ra’i nasce il 25 febbraio del 1940 in Libano. Già vescovo di Jbeil-Byblos, è stato eletto dal Sinodo dei Vescovi maroniti 77esimo Patriarca di Antiochia e di tutto l’Oriente al posto del cardinale Nasrallah Boutros Sfeir, ormai novantenne. Il nuovo Patriarca maronita ha 71 anni, è stato ordinato sacerdote nel 1967 e vescovo nel 1986. Dal 1967 al 1975 è stato responsabile di tutte le trasmissioni in arabo di Radio Vaticana. Ha effettuato gli studi secondari presso Notre Dame de Jamhour, gestita dai Padri Gesuiti. Successivamente ha conseguito la laurea di primo livello in Filosofia e Teologia, un dottorato in Diritto Ecclesiastico e Civile, tre anni a Roma, presso il Tribunale della Sacra Rota Romana. Nell’Aprile 2011, il neo Patriarca Ra’i, aveva dichiarato che per la comunione, avrebbe fatto il possibile per instaurare un dialogo completo e sincero con i musulmani al fine di costruire assieme un futuro di cooperazione. Nel Settembre 2011, era stato fortemente criticato dal partito libanese dell’Alleanza 14 Marzo il quale aveva chiesto delucidazioni sulle sue dichiarazioni circa il regime siriano. Opinioni che tuttavia, erano state ben accolte da un altro partito, l’Alleanza 8 Marzo ma anche dal primo ministro Mikati e dal presidente libanese Suleiman, il quale aveva specificato che «il Patriarca non ha bisogno di essere difeso da nessuno visto il suo incarico di rappresentanza dei Cristiani del Medio Oriente».

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cultura

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Reperti da 56 musei raccolti a Roma, al Palaexpo, per la grande mostra che racconta la diversità umana

Dall’Homo all’Uomo Tutto quello che storia e geografia possono insegnarci sulle nostre origini di Massimo Tosti ome passa il tempo. Sono passati appena 200 mila anni (una bazzecola, per i paleontologi) da quando sulla Terra è comparsa la nostra specie: l’Homo sapiens. Ce n’erano altri di uomini (o ominidi) sul nostro pianeta: alcuni molto più antichi del sapiens. I primissimi avevano fatto la loro comparsa due milioni di anni fa, molto in ritardo comunque rispetto ai dinosauri, estinti 65 milioni di anni fa dopo un’onorata presenza che si protrasse per oltre 160 milioni di anni. Millenni prima del nostro antenato diretto, l’Homo sapiens, avevano camminato sulla superficie della Terra l’Homo abilis, il Rudolfensis, il l’Ergaster, Georgicus, l’Antecessor e l’Erectus. E contemporaneamente a lui esistevano ancora tre specie: l’uomo di Neanderthal (che viveva in Europa), l’Heidelbergensis e il Florensis (che fu l’ultimo a scomparire, circa 12 mila anni fa).

C

La storia dell’Homo sapiens è la nostra storia, ed è anche “la grande storia della diversità umana”, come dice il sotto-

titolo di una grande mostra dedicata alla nostra specie, aperta nel Palazzo delle Esposizioni di Roma. I curatori sono due studiosi: il professor Luigi Luca Cavalli (forse il più illustre genetista del mondo) e il professor Telmo Pievani, filosofo della scienza. Il percorso che ci propongono è affascinante, con reperti provenienti da 56 musei, grandi mappe (utili per scoprire con un semplice colpo d’occhio dove e quando l’Homo sapiens, si è affacciato nei vari continenti e nelle singole zone del globo) e postazioni interattive. I percorsi sono

guidati da una ricerca interdisciplinare, nella quale si fondono insieme - e questo è un merito precipuo di Cavalli Sforza che, da tempo immemorabile, si impegna in questo senso - i dati della paleontologia, della genetica, dell’archeologia, della linguistica. Nelle scorse settimane la popolazione della Terra ha toccato il livello record dei sette miliardi di unità. Tutti discendenti di quel ceppo iniziale che abitava l’Etiopia. Una mappa ci aiuta a scoprire che ci vollero 40 mila anni perché la specie arrivasse (camminando e viaggiando) nella Namibia, altri 20 mila anni perché arrivasse nell’Asia Minore e altri 20 mila perché raggiungesse l’Africa settentrionale sul versante atlantico. 85 mila anni fa l’Homo sapiens si spinse nell’Europa dell’Est e di qui, marciando verso Sud superò il mare per affacciarsi in Australia (50 mila anni fa) e l’America (40 mila anni fa). Appena prima (42 mila anni fa) era entrata nell’Europa occi-

In alto una sala della mostra con l’alloggiamento del Turkana Boy e la copertina del catalogo. Nella pagina a fianco, una ruota lignea dell’Età del Bronzo. In basso il calco storico ricavato dal cranio di uno Smilodon populator, un predatore di 400 chili

dentale dove si sostituì progressivamente (non si sa ancora bene come) alla popolazione Neanderthal. La mostra si articola in sei sezioni: la prima, Mal d’Africa, racconta come strani primati di grossa taglia fuoriescono dall’Africa e colonizzano il Vecchio Mondo. È l’inizio del genere Homo sapiens. Tratto

sezione 3 è intitolata I geni, i popoli, le lingue e si colloca intorno a 40 mila anni fa, durante la “Rivoluzione Paleolitica”: arte, sepolture rituali, nuova tecnologia, cottura dei cibi. Si assiste inoltre alla colonizzazione dei nuovi mondi, australiano e americano. Grazie alle interazioni fra prove convergenti provenienti da discipline

A cura di Luca Cavalli Sforza e Telmo Pievani, il percorso che si articola in sei sezioni, ci dimostra l’unità biologica della nostra specie. Le differenze? Sono solo culturali distintivo di questa nuova forma di ominidi è la locomozione bipede completa. Reperti provenienti da siti africani e dai primi insediamenti esterni al Continente nero testimoniano le prime ondate migratorie fuori dall’Africa. Nella sezione 2, La solitudine è un’invenzione recente, si assiste alla nascita, probabilmente fra i 180 mila e i 200 mila anni fa, della nostra specie: Homo sapiens. Nata in Africa, decide poi di spostarsi e, così facendo, entra in contatto con un mondo affollato di specie del genere Homo fuoriuscite secoli prima dallo stesso Continente. Ecco dunque la convivenza con il “cugino” Neanderthal, la vicenda del piccolo Uomo di Flores e del misterioso Uomo di Denisova (Siberia): per la maggior parte della nostra storia non siamo stati soli su questo pianeta. La

diverse - come la genetica di popolazioni, l’archeologia e la linguistica - è possibile ricostruire l’albero genealogico delle diversificazioni dei popoli sulla Terra e la trama delle ramificazioni che hanno portato la specie umana a diffondersi in tutto il globo.

In Tracce di mondi perduti (sezione 4) vediamo come la domesticazione di piante e animali permise all’uomo di stanziarsi e alla popolazione di crescere a ritmi mai visti, innescando nuove espansioni, migrazioni, ibridazioni e conflitti. Questo provocò un impatto spesso irreversibile sugli ambienti colonizzati. Gli spostamenti di popoli sono stati e continuano a essere il motore principale dei cambiamenti nel mosaico della diversità biologica e culturale. La sezione 5, de-


cultura

dicata all’Italia, mostra come la nostra penisola - con la sua eccezionale diversità di ambienti, specie, tradizioni, dialetti, ma al contempo con un’unità culturale e linguistica che ha preceduto di molto quella politica - sia un caso emblematico di applicazione del modello interdisciplinare che fa convergere gli alberi genealogici dei geni, dei popoli e delle lingue. Tutti parenti, tutti differenti: le radici intrecciate della civiltà è il titolo della sezione 6: se l’origine di Homo sapiens è così recente, unica e africana, e se la nostra giovane specie è stata così mobile e promiscua, significa che è altamente improbabile che vi sia stato il tempo e il modo di dividere le popolazioni umane in razze geneticamente distinte. Il messaggio duplice è la forte unità biologica e, al contempo, la straordinaria diversità culturale interna della specie umana. Le civiltà, in questo scenario, somigliano a organismi in evoluzione, ricchi di differenze interne e interdipendenti l’uno rispetto all’altro sia nel tempo sia nello spazio. Le radici di questi sistemi plastici di culture sono tutte intrecciate fra loro. È molto interessante notare come le storia delle origini della specie è stata scritta in larghissima misura negli ultimi quarant’anni. Nel 1984 è stato scoperto in Kenia lo scheletro del ragazzo del Turkana (del quale, nello spazio espositivo, è presente una ricostruzione) vissu-

to un milione e 600 mila anni fa: faceva parte della specie Ergaster, era alto circa un metro e 80 centimetri ed era strutturalmente molto simile all’uomo moderno. Le ultime scoperte riguardo al Florensis (che era un nano con piedi molto grandi) risalgono e meno di dieci anni fa e provengono dall’Indonesia.

Un ipotetico ibrido di Sapiens e Neanderthal è stato rinvenuto nel 2006. L’Eva mitocondriale (cioè la matrice originaria di dna comune a tutti gli esseri umani che abitano oggi il nostro pianeta) è del 1987: «È la dimostrazione - ha detto il presidente del Palazzo delle Esposizioni, Emmanuele Emanuele - che gli uomini sono tutti uguali, indipendentemente dal colore della pelle, dalle dislocazioni territoriali, dalle ideologie, dalle credenze religiose». Luigi Luca Cavalli Sforza è il

caposcuola di questa dottrina scientifica che rifiuta la distinzione in razze dell’umanità: apparteniamo tutti alla stessa specie. Le differenze sono di tipo culturale e linguistico, ma non razziale. Che una parte dell’umanità sia di pelle nera è soltanto un prodotto del’ambiente: la diversa pigmentazione della pelle dipende dall’habitat che pretende una maggiore o minore protezione dell’emidermide rispetto ai raggi del sole. «La mostra Homo sapiens - promette Cavalli Sforza - vi fa vedere tutto quello che storia e geografia possono insegnarvi intorno a quello che avete sempre voluto sapere sul mondo a cui appartenete, e persino su voi stessi». La mostra segue un ordine cronologico che, a partire dalla nascita del genere Homo e dalle prime tracce di nostri antenati camminatori, arriva all’invenzione dell’agricoltura e alle espansioni umane recenti che precedono le epoche storiche, passando attraverso le svolte più drammatiche del popolamento umano. Il fil rouge è lo spostamento, l’esplorazione, la dispersione degli umani in uno spazio ecologico instabile e frammentato. L’approdo è quello della forte unità storica e genetica dell’umanità, ma al contempo della sua proliferante produzione di diversità. La mostra si fonda, in ogni sezione, su un mix di dilinguaggi versi espressivi e sulla commistione di contenuti espositivi. Decine di oggetti originali provenienti da ogni parte del mondo (Australia, Sudafrica, Stati Uniti, Georgia, Israele, Spagna, Francia, Germania, Slovenia, Italia), tra i quali fossili, utensili, manufatti, opere d’arte ed etnografiche, documenti antichissimi, i calchi ufficiali delle più importanti specie dell’albero dell’evoluzione umana. E poi allestimenti di scenari con spettacolari modelli a scala reale dell’uomo di Neanderthal com’era, ma anche, per la prima volta, del pigmeo indonesiano (Homo florensis), e del cucciolo di Lagar Velho (qualcuno lo ritiene un ibrido tra sapiens e Neanderthal) e anche di colossali animali estinti (il Moa gigante di più di tre metri della Nuova Zelanda, il celebre dodo e la tigre dai denti a sciabola delle Americhe). Non mancano le installazioni interattive su temi come l’inesistenza biologica delle distinzioni razziali o la comunanza gene-

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tica di tutti gli esseri viventi, mentre un grande planisfero ripercorre le storie di geni, popoli e lingue. Ci sono poi postazioni sulle pitture rupestri e sulla lavorazione della pietra; proiezioni, video e foto, ma anche ampie mappe geografiche e carte topografiche preparate dall’Istituto Geografico De Agostini che illustrano, passo per passo, l’atlante storico del popolamento umano. Dice il professor Pievani: «Con il massimo rigore scientifico ma anche con il desiderio di comunicare a tutti, assistiamo alla storia appassionante del popolamento umano della Terra attraverso le più sorprendenti scoperte scientifiche degli ultimi anni, spiegandoci perché tutti gli esseri umani sono strettamente imparentati, come ci siamo diffusi ovunque differenziandoci, e come mai siamo rimasti l’unica specie umana, quando fino a poche migliaia di anni fa ne esistevano almeno altre quattro».

Oltre a Cavalli Sforza e Pievani, a questo meraviglioso affresco della storia dell’evoluzione umana hanno collaborato genetisti, linguisti, antropologi e paleoantropologi del calibro di Niles Eldredge,Tim White, Spencer Wells, Ian Tattersall e Lee Berger. La storia narrata in Homo sapiens ci dice inoltre perché alcune lingue, ad esem-

cazione delle popolazioni della Terra potrebbe permetterci anche di capire la struttura di quello delle lingue. Ma c’è un’altra importantissima considerazione che viene fuori da questo racconto: il fatto che nemici di oggi, come arabi ed ebrei, sono figli della stessa storia; o il paradosso per cui regioni tanto travagliate dalle guerre come l’Afghanistan e l’Iraq furono in epoca molto antica vie di passaggio e luoghi d’origine degli scambi commerciali e culturali, veri e propri crocevia dell’umanità. Qualche anno fa, in una intervista, ricordai al professor Cavalli Sforza, la battuta detta da Albert Einstein, a un controllo di frontiera, quando gli chiesero di quale razza fosse: «Razza umana», rispose fiero lo scienziato. Era ebreo - come tutti sanno - e correvano anni tormentati. Ma la risposta di Einstein non era ispirata alla semplice furbizia. Era qualcosa di più: una diagnosi dei mali che affliggevano allora il mondo. Cavalli Sforza approvava quella battuta, precisando tuttavia che «quella umana non è una razza: è una specie». E da uomo, avvertì il bisogno di introdurre una riflessione: «Alcune differenze culturali è bene che restino, perché rendono il mondo più divertente». Persino superflua la condanna del razzismo, e della convinzione

Un’avventura iniziata 200 mila anni fa. Ripercorrerla significa anche correggere teorie pericolose. Come quelle sull’idea di razza, sul colore della pelle e su presunte superiorità pio il basco, sembrano diverse da ogni altra lingua del mondo, e perché altre lontane tra loro come il turco e il giapponese siano figlie della stessa madre: misteriosi casi di distribuzioni e affinità planetarie, un processo a grande scala in virtù del quale i rami di popolazione (e le mutazioni genetiche di cui sono portatori), coincidono a volte con diversificazioni di famiglie linguistiche e di culture. Come aveva già previsto Darwin, l’albero della diversifi-

(espressa da qualcuno) che ce ne siano di superiori e di inferiori. E non vale la considerazione che in alcuni Paesi (e in alcuni momenti storici) vi sia stata una incredibile proliferazione di talenti: la Firenze del Rinascimento, tanto per dire. L’ambiente aiuta, e l’ambiente può anche nascondere. Se nel Cinquecento (e questo non è un esempio di Cavalli Sforza) fosse nato un Michelangelo o un Leonardo da Vinci nel cuore dell’Africa, nessuno se ne sarebbe accorto. E può anche darsi che sia nato davvero. «Quel che è certo - osservò Cavalli Sforza - è che dopo il 1620 Firenze non produsse più geni: perché l’Italia era caduta in una profonda crisi economica, e non c’era più spazio (o, almeno, ce n’era molto meno) per i talenti e per la loro valorizzazione)». Questo - ripercorrendo una storia lunga 200 mila anni - dovrebbe essere sufficiente per demolire le nefaste teorie sulla superiorità di questa o quella “sottospecie” presente nel mondo.



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