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mobydick ALL’INTERNO L’INSERTO DI ARTI E CULTURA

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • SABATO 12 NOVEMBRE 2011

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Segnale incoraggiante dalla Borsa di Milano che chiude in forte rialzo: è la migliore e trascina le piazze europee

Governo Monti, o sarà il caos È l’ultima chance di salvare l’Italia. Ma il Pdl è ancora diviso Applausi bipartisan all’ingresso del neo-senatore a palazzo Madama.Van Rompuy: «Vi servono riforme, non elezioni». Napolitano chiede un «sostegno condiviso». Casini: «I partiti facciano un passo indietro» Oggi vertice definitivo dopo il voto alla Camera

ORA O MAI PIÙ

RAPIDITÀ E SOBRIETÀ

IL VERO FALLIMENTO

Chi lo ostacola si assume una grande responsabilità

Stavolta niente toto-ministri: decidano il Colle e il premier

Ti sbagli Prodi, la politica è stata sconfitta da te e da Silvio

di Enrico Cisnetto

di Giancristiano Desiderio

di Osvaldo Baldacci

l parto, difficile e a rischio, della Terza Repubblica, è nelle mani di Mario Monti. Se riuscirà a formare il governo e a farlo durare fino alla fine della legislatura, allora avremo definitivamente seppellito la Seconda Repubblica.

l toto-ministri non serve a nessuno: né ai ministri, né ai partiti, né ai giornali. Non serve nemmeno ai pettegolezzi. Allora, perché tutti ne scrivono o ne parlano? Perché le cattive abitudini sono dure a morire, anche in piena emergenza.

l governo tecnico di Monti segna la sconfitta della politica? Ha ragione Pierferdinando Casini che in poche parole ha centrato il vulnus del ragionamento di Romano Prodi: il governo tecnico di Monti è la sconfitta di questa politica.

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UTOPIE RISCHIOSE

Bipolarismo primitivo addio, parte la Terza Repubblica

Bravo Bersani, se tieni duro fonderai la nuova sinistra

Attenta Europa, l’Unione a “due velocità” è un suicidio

di Francesco D’Onofrio

di Franco Insardà

di Enrico Singer

on sorprende il tumultuoso dibattito in corso - soprattutto nel Pdl –riferito al “se” e al “come” della nascita di un governo Monti. Si tratta del tormentatissimo passaggio dalla Seconda Repubblica alla formazione della Terza.

oveva implodere e invece sta per diventare forza di governo. Sembrava incapace di prendere decisioni, invece sta spingendo Vendola e Di Pietro ad assumersi le proprie responsabilità di fronte alla gravissima crisi del Paese.

ome in un gioco di scatole cinesi. C’è stata la crisi dell’Irlanda, la tigre celtica che ha perso in fretta i suoi artigli. Quando è esplosa, quasi due anni fa, nessuno vi ha prestato attenzione, tanto sembrava un fatto regionale.

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gue a (10,00 pagina 9CON EUROse1,00

I QUADERNI)

Errico Novi • pagina 2

«Ci vuole l’unità politica, così non c’è democrazia»

LA ROTTURA CON DI PIETRO

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Anche Bossi e Calderoli premono sul Cavaliere: lanciano un «candidato civetta» solo per rompere il fronte «pro Monti» nella maggioranza

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ANOMALIE E PREGIUDIZI

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Scontro tra Frattini e La Russa. E la Lega candida Dini

L’allarme di Habermas «Merkel e Sarkozy, sbagliate» Il grande filosofo tedesco lancia un accorato appello ai leader europei: «Per salvare l’Ue, gli Stati devono cedere ulteriori quote di sovranità»

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• ANNO XVI •

NUMERO

220 •

WWW.LIBERAL.IT

Gabriella Mecucci • pagina 8 • CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


Applausi bipartisan in Senato per Mario Monti. Casini: «Per noi può fare il governo che vuole»

Il rischio dei veti incrociati Napolitano chiede un «sostegno condiviso». Ma il partito del premier non sa decidersi. Frattini e La Russa si insultano. La Lega candida Dini di Errico Novi

ROMA. Più caotica di come appare la situazione, nell’ormai ex maggioranza, non potrebbe essere. Conforta solo il fatto che l’intensità della confusione è inversamente proporzionale alla sua possibile durata. Già sabato il presidente della Repubblica, un minuto dopo l’approvazione definitiva della legge di stabilità, raccoglierà le dimissioni del premier uscente e aprirà le consultazioni. Che dureranno poco, pochissimo. Molto meno di quanto sembrerebbero disposti a tollerare Berlusconi e Bossi. Difficile che le turbolenze prodotte per tutta la giornata di ieri da Pdl e Lega, infatti, possano distogliere Giorgio Napolitano dalla sua determinazione. La nascita di un esecutivo a guida Mario Monti è sostenuta con forza da Casini secondo il quale il professore può fare «il governo che vuole» anche perché nelle situazioni d’emergenza «non si fa differenza tra tecnico e politico basta che ci siano larghe intese e non un governicchio». Difficile in ogni caso che dai colloqui al Quirinale non emerga in ogni caso una maggioranza parlamentare disponibile a sostenere Mario Monti alla presidenza del Consiglio. Se le pulsioni distruttive prevalessero, invece, gli esiti sarebbero catastrofici. Innanzitutto perché comprometterebbero lo straordinario lavoro di recupero della credibilità che Napolitano compie in queste ore. In una telefonata con il collega tedesco Christian Wulff il capo dello Stato auspica che «gli impegni assunti dall’Italia» per affrontare e superare la crisi «e ogni ulteriore neces-

saria decisione, si traducano presto in una efficace e condivisa azione di governo». Efficace e condivisa. È leggibilissima la richiesta all’attuale maggioranza e in particolare al Pdl di partecipare a pieno titolo al nuovo esecutivo, senza infingimenti, a prescindere dalla presenza nel nuovo gabinetto di ministri direttamente riconducibili ai singoli partiti. Ma da Palazzo Grazioli non arrivano segnali rassicuranti. Dopo le prime ore successive all’annuncio del passo indietro da parte del premier in cui era sembrato che potesse prevalere uno spirito di responsabilità, tra i berlusconiani pare emergere di nuovo un’incontrollata e irriducibile ostilità a un governo Monti. Decisiva sembrerebbe essere stata la cena di giovedì sera tra Berlusconi e il suo gruppo parlamentare del Senato.

Una scintilla che rischia di innescare l’esplosione. È bastato infatti, al dimissionario presidente del Consiglio, rilevare una certa prevalenza di senatori scettici rispetto all’esecutivo guidato dall’ex commissario europeo e a combinarla con un dato numerico: a Palazzo Madama in effetti la vecchia maggioranza avrebbe sulla carta ancora il controllo dell’aula. Nei ragionamenti del Cavaliere ha cominciato dunque a riprendere corpo l’ipotesi di una resistenza a oltranza. Così per buona parte della giornata di ieri Palazzo Grazioli diventa teatro di un infinito vertice. Con un ufficio di presidenza convocato e poi sospeso. Ma soprattutto con l’ombra di una clamorosa rottura rispetto alla linea tenuta

finora, che potrebbe spingere Berlusconi a presentarsi sabato sera al Colle per rassegnare sì le dimissioni ma anche per rappresentare una richiesta impossibile da esaudire: un incarico ad Alfano con il professor Monti designato semplicemente quale nuovo ministro dell’Economia. In questo schema lunare, insomma, il vero esito del cataclisma che ha travolto il governo consisterebbe sì nel passo indietro del Cavaliere ma soprattutto nel siluramento di Tremonti.

Da un anno ormai appare abbastanza chiaro agli occhi dei pidiellini l’impraticabilità del campo e soprattutto della leadership berlusconiana. Ministri, parlamentari, consiglieri, dirigenti hanno avuto tante occasioni per voltare pagina. E assumere così il contegno di una classe politica matura, responsabile e consapevole del fallimento di una stagione di governo. Avrebbero potuto riconoscere la crisi fin troppo chiara e restituire al quadro politico un ordine diverso e sostenibile. Non lo hanno fatto né dopo l’incredibile sequenza di errori compiuti da Berlusconi sulle alleanze, né di fronte a inchieste e scandali. Non hanno fatto niente quando la gravità della crisi si è manifestata dirompente e ha illuminato in modo impietoso la paralisi dell’esecutivo. Questa è dunque l’ultima occasione. L’ultima possibilità di ritrovare una dignità e una rispettabilità politica all’altezza del ruolo di partito che rappresenta tuttora un quarto degli italiani. Le contraddizioni e i contorcimenti di queste ore farebbero pensare che l’occa-


la crisi italiana

12 novembre 2011 • pagina 3

Van Rompuy: «Riforme, non elezioni» E Sarkozy a Napolitano: «Fate presto un nuovo esecutivo» di Francesco Pacifico

ROMA. Un’altra giornata densa di lavoro ieri al Quirinale. Pressioni sui senatori per far approvare (come avvenuto nel primo pomeriggio) la Legge di stabilità, dove sono state inserite le prime misure concordate in Europa da Berlusconi. Sollecitazioni sui poli (soprattutto verso le forze politiche più riottose) per agevolare l’opera di Mario Monti, non ancora nominato premier ma già in azione per rimettere in moto l’Italia. Contatti con i maggiori leader mondiali (i colleghi Obama, il tedesco Wulff) per salvaguardare quel po’ di credibilità nel mondo che resta al Belpaese. E Sarkozy dice a Napolitano in una conversazione al telefono: «Sono fiducioso che l’Italia si darà presto un governo capace». E su questo versante c’è ancora molto da fare se il presidente del Consiglio Europeo Herman Van Rompuy – arrivato a Roma anche per vedere Napolitano, Silvio Berlusconi e Benedetto XVI – ci ha tenuto a sottolineare che l’Italia «ha bisogno di riforme e non di elezioni». E che non c’è più tempo da perdere perché «le sfide, in Italia come nel resto dell’Europa, sono davanti ai nostri occhi. Siamo in mezzo a una crisi che ha i suoi effetti sul cuore simbolico e materiale dell’Europa: l’euro. Si tratta di una crisi esistenziale. Bisogna tuttavia che ne veniamo fuori». Se non bastasse dalla Commissione arrivano altri avvertimenti. A Bruxelles hanno apprezzato la celerità con la quale si sta approvando la Legge di stabilità (il via libera è atteso per questa mattina), ma un suo portavoce, Olivier Bailly, non

ha nascosto un certo fastidio per non aver ancora ricevuto da Roma le risposte al questionario inviato a Tremonti. Trentanove domande per chiarire gli effetti delle misure anticrisi, in base alle quali la Ue deciderà se al Belpaese serve una nuova manovra correttiva. Per tutto questo sono quasi inesistenti i margini di manovra di chi lavora contro un esecutivo di emergenza nazionale. Perché, come spiega il vicecapogruppo alla Camera di Fli, Carmelo Briguglio, il Paese è saldamente nelle mani del «gover-

Segnale di fiducia da parte dei mercati: lo spread tra Btp e Bund torna a quota 460 punti. Le Borse festeggiano no Napolitano-Obama-MerkelSarkozy, che a breve sarà guidato da un tecnico, il senatore e professore Mario Monti. Più politico di così». E i primi risultati già si vedono. Ieri mattina lo spread tra il Btp e il Bund superava i 500 punti base, ma a metà giornata era già sceso a quota 456 punti. Certo, il rendimento è ancora al 6,43 per cento, quindi sopra la soglia di sicurezza, ma le nostre emissioni sembrano aver recuperato in termini di credibilità, e in due giorni, quanto perso dopo il voto alla Camera sul Rendiconto generale dello Stato, che ha costretto Berlusconi a fare un passo indietro. Un a situazione della quale si avvantaggiano anche le Borse. A Milano l’effetto Monti porta acquisti sui bancari e fa chiudere il Ftse Mib

sione andrà sprecata, per l’ennesima volta. Che poi sarebbe inevitabilmente l’ultima. Ma la virata del Cavaliere verso l’ipotesi di proporre Alfano o, come gli chiede Bossi in un incontro tardopomeridiano, Lamberto Dini, pare destinata a confliggere con il punto di vista di tanti big del Pdl. I nomi sono noti: da Alemanno ai cattolici Pisanu, Formigoni, Lupi, Scajola. Da altri esponenti di spicco a connotazione moderata come Fitto a Frattini. Il quale è priotagonista di un episodio strano ma emblematico. A margine di un convegno che si svolge alla Camera, il quasi ex ministro degli Esteri si intrattiene con alcuni collaboratori e, racconta un cronista dell’agenzia Dire, si lascia andare a uno sfogo. «È bastato che crollasse tutto che questi fascisti sono tornati fuori: già ci hanno fatto rompere con Fini, e adesso provano di nuovo a mandare tutto all’aria...».

Il giornalista diffonde la notizia. Frattini smentisce di aver usato «espressioni che si potrebbero interpretare come offensive». Però non na-

a +3,68 per cento per cento. Ottima performance anche da parte di Impregilo (+11,3 per cento) dopo essersi aggiudicata da capofila la maxi commessa da 4,8 miliardi per il Terzo Valico e Telecom Italia (+5,3), che vola dopo la trimestrale sopra le attese. Beneficiano dell’Italia che si rimette sui giusti binari anche le altre principali Borse europee: Parigi segna un +2,76 per cento, Francoforte guadagna il 3,22, mentre Londra avanza dell’1,73. Sui mercati sembra essersi diffusa una ventata di ottimismo. Anche perché i fronti più accessi della speculazione (Roma e Atene) si sono affidati a una classe dirigente che ha saldi rapporti con le autorità europee e che non ha ha alcun interesse a non rispettare gli impegni con Bruxelles. In Italia è già pronto a insediarsi a Palazzo Chigi, l’ex commissario Mario Monti. In Grecia il successore di Papandreou si chiama Lucas Papademos, ex vicepresidente della Bce, che non ha caso ha tenuto alle Finanze il duro Venizelos. Corrado Passera, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, non usa mezzi termini per dire che, con il calo di 40 punti in una giornata registrato nello spread tra Btp e Bund, «l’Europa ha dimostrato di non avere fiducia nell’attuale esecutivo». Nella stessa ottica, Raffaele Agrusti, Cfo finanziario di Generali, fa sapere che la finanza attende che «l’attuale situazione finanziaria dovrebbe normalizzarsi, con un graduale aumento dei rendimenti dei bund e una riduzione degli spread tra i titoli governativi italiani e quelli te-

sconde di essere in campo perché tutto il suo partito si persuada a restare sulla linea della responsabilità e del sostegno a un nuovo governo di unità nazionale. In realtà la Dire non ritratta nulla: quelle parole, ribadisce l’agenzia di stampa, sono state pronunciate. E Ignazio La Russa, capofila degli ex An più scettici, reagisce male: «Frattini chi? Quello della corrente del Manifesto?». Berlusconi difende il ministro degli Esteri uscente e sembra dare prova di essere ancora collocato su una posizione cauta. Ma l’episodio racconta comunque di un partito attraversato da lacerazioni molto gravi, come mai era avvenuto prima.

deschi, oltre a un miglioramento del mercato azionario». Ma per farlo il sistema deve innanzitutto rispettare il calendario di riforme concordato da Berlusconi in Europa. Ieri, infatti, è stato fatto un primo passo approvando in prima lettura in Senato la legge di Stabilità con 153 sì e l’uscita dall’aula delle opposizioni. Ma soprattutto deve fare quadrato intorno a Giorgio Napolitano.

È il presidente della Repubblica l’unica garanzia dei mercati, il solo interlocutore degli alleati internazionali. Ieri Barack Obama ha chiamato l’uomo del Colle per «esprimere la sua fiducia nella sua leadership e per offrirgli il sostegno per la sua azione in un momento come quello attuale che presenta ambiziose sfide». E se il suo collega tedesco Christian Wulff gli ha espresso «un forte senso di amicizia verso l’Italia», anche Nicolas Sarkozy ha alzato il telefono per parlare con Napolitano. Gli ha smentito la volontà di creare un’Eurozona nella quale sono presenti soltanto i Paesi virtuosi (e senza Roma). Ma soprattutto gli ha promesso tutto l’aiuto per rimettere «in carreggiata i nostri amici italiani, ai quali siamo tanto legati».

che per esempio non esiste tra democristiani e socialisti tedeschi. Ecco perché la formula del governo di grande coalizione qui non può attecchire». E in effetti un pericolo di veti incrociati appare sullo sfondo. Se una parte del Pdl, e in particolare gli ex An, ritengono indigeribile la convivenza in uno stesso governo con il Pd, i democratici

zare l’incarico di senatore a vita, ieri è andato in Senato, accolto con calore e rispetto da Schifani e da tutta l’aula. Anche da Gasparri, che gli ha dato un bacio. Solo che poi, mentre l’ex commissario europeo incontrava il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco nel suo nuovo ufficio da senatore a Palazzo Giustiniani, il capogruppo del Pdl si concedeva una dichiarazione di voto sulla legge di stabilità (approvata con 156 sì e l’opposizione assente) di stampo anti-globalista. A conferma che l’orizzonte dei berlusconiani, sospesi tra responsabilità e suggestioni populiste, è ancora molto confuso. Resta il conforto, per il candidato premier, del mezzo sì ottenuto, in serata, niente meno che da Di Pietro: «Può andar bene, ma non al buio», ha detto il leader dell’Idv dopo l’invito di Bersani a pensare al Paese prima che agli interessi personali. Insomma, la strada sarebbe in discesa, se non fosse per i veti incrociati...

Di Pietro apre a Monti: «Ma non sia al buio». Mentre Bossi e Calderoli premono sul Cavaliere: lanciano un «candidato civetta» solo per rompere il fronte «pro Monti» nella maggioranza

Monti assiste dunque a uno spettacolo poco rassicurante. Qualche berlusconiano osserva che «in questo Paese gli anni Duemila sono stati segnati da una guerra civile fredda che altri non hanno conosciuto. Da noi si è avuta una delegittimazione dell’avversario

a loro volta pongono come condizione l’assenza dal nuovo esecutivo di qualunque rappresentante di quello vecchio: fuori dunque non solo Palma ma anche Frattini.

Il terreno diventa dunque pesantissimo, solo che stavolta non c’è margine per sospendere la partita. Monti, dopo essersi presentato al Colle per formaliz-


pagina 4 • 12 novembre 2011

la crisi italiana

Dobbiamo uscire dall’emergenza prodotta da una stagione quasi ventennale

Prodi si sbaglia: la politica ha perso con lui e Silvio

L’inventore dell’Ulivo attacca il “governo tecnico”: ma solo così si può uscire dalla «guerra civile» del bipolarismo di Osvaldo Baldacci l governo tecnico di Monti segna la sconfitta della politica? Ha ragione Pierferdinando Casini che in poche parole ha centrato il vulnus del ragionamento di Romano Prodi: il governo tecnico di Monti è la sconfitta di questa politica. Di una politica di cui Prodi è stato grande protagonista, ha rappresentato di fatto uno dei due pilastri, persino quando è stato relegato sullo sfondo. Ma mai assente: il bipolarismo di questi vent’anni ha due volti: Berlusconi e Prodi. L’essere arrivati al punto di doversi affidare a un governo tecnico per salvare l’Italia da un baratro in cui sta precipitando è la sconfitta di quella politica che sull’orlo di questo baratro l’ha portata. Perché c’è, sì, una crisi internazionale gravissima, ma se in questa crisi l’Italia non emerge come una realtà capace di resistere e rilanciarsi, ma al contrario come un elemento di preoccupazione e persino di contagio per gli altri, questo vuol dire con evidenza che la debolezza è tutta nella politica. Nel governo senz’altro, ma anche nel sistema. Di guai negli ultimi tre anni e mezzo ne sono stati fatti a dismisura, ma anche prima.

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Se ora l’Italia col governo Monti tornasse ad essere nei marosi della crisi una realtà capace di resistere e rilanciarsi, allora il governo di salvezza nazionale rappresenterebbe la vittoria della buona politica. Della politica della responsabilità, della riconciliazione, dell’impegno. La politica che caratterizza un Paese civile e consapevole tanto delle difficoltà quanto delle sue risorse. La politica che già da tempo molti in Italia invocano, e in particolare lo hanno fatto prima l’Udc poi il Terzo Polo e infine le forze sociali. Una politica che guardi a ciò che unisce e consideri ciò che divide come legittimo argomento del dibattito democratico, non come alla contrapposizione violenta fra fazioni che si odiano, che si vogliono sbranare e che accettano che l’Italia vada a fondo pur di vedere in ginocchio il rivale. Quest’ultima è la politica cui gli anni di Berlusconi e di Prodi ci avevano abituato. Questa è la politica che ci ha portato sul baratro, insegnando a tutti i rematori italiani (da quelli che siedono in parlamento a quelli che vivono la quotidianità dei cittadini) che era più importante colpire con il proprio remo il marinaio avverso piuttosto che remare nella stessa direzione o addirittura collaborare per spegnere l’incendio quando, come ora, minaccia la nave. Se finalmente gli italiani si sono

svegliati da questo incubo e hanno riscoperto la necessità e persino la bellezza di collaborare per far maturare il bene comune, tanto più nell’emergenza, questo non può che essere una rinascita della politica.

Come ha detto Casini, «temo che la sconfitta della politica sia stata segnata dal fallimento di questi governi, anche di quello di Prodi, che non sono riusciti a risolvere i problemi del paese». Ormai è passato abbastanza tempo per rendersi conto che se tutti i governi della cosiddetta Seconda Repubblica sono naufragati senza ottenere risultati, è il sistema stesso che è stato innescato, o almeno il modo di interpretarlo, che è fallito. È quel modo di fare politica che è fallito. E Prodi lo sa bene perché ne è stato una vittima, oltre che uno degli interpreti principali. I suoi governi sono sempre caduti fragorosamente, colpiti dalle divisioni interne, dal vizio di fondo d’essere nati da cartelli elettorali, più che da un comunie sentire politico. Perché quel sistema che anche Prodi ha incarnato era basato (possiamo già parlare al passato? Chissà, è più un auspicio che una costatazione), era basato – dicevamo – sul condizionamento da parte degli estremi, sul ricatto politico delle minoranze più radicali che potevano condizionare i risultati elettorali. Era basato sulla necessità di individuare un nemico che facesse da collante a coalizioni assolutamente eterogenee che in più non avevano intenzione di dialogare neanche al loro interno per confrontare programmi e trovare punti di incontro, ma erano lacerate dal fatto che i singoli partiti traevano forza dalla capacità di mostrare la loro abilità di condizionamento. Questo bipolarismo primitivo e violento ha lavorato costantemente per creare sempre più divisioni e lacerazioni, e alla fine ha reso l’Italia incapace di decidere, di essere protagonista e persino di reagire a una crisi e poi di risollevarsi. La reazione a questo passato non è la sconfitta della politica, anche se per l’emergenza deve passare attraverso un governo tecnico. È al contrario la rinascita della politica, intesa come servizio al Paese, capacità di affrontare e risolvere i problemi del Paese, capacità di dialogare per discutere costruttivamente delle proprie ragioni e di quelle degli altri, senso di responsabilità. Certo, sono soprattutto le lacerazioni interne al Pdl in queste ore a mostrare plasticamente la lotta tra una vecchia faziosità che resiste e le prospettive di un rinnovamento efficace e salutare. Ma non si può dimenticare che i governi presieduti dal professor Prodi sono stati esattamente l’altra faccia della medaglia dello stesso modo di far prevalere gli interessi di parte rispetto al bene comune e all’interesse nazionale. Che si sia trattato del sistema elettorale maggioritario uninominale (il mattarellum di nuovo invocato) o del premio di maggioranza dei nominati (il porcellum) Prodi ha vinto con entrambi i sistemi le elezioni, e con entrambi ha perso la prova del governo. Inevitabilmente. Ulivo, Unione, dai comunisti a Mastella e ritorno, quell’incapacità di governare vale quanto quella della controparte, e ha segnato la sconfitta di quella politica. Ora bisogna impegnarsi perché davvero con Napolitano e Monti si possa salvare l’Italia e far rinascere la buona politica.

La grande responsabilità del Pdl

Ostacolarlo significa affondare l’Italia di Enrico Cisnetto l parto, difficile e a rischio, della Terza Repubblica, è nelle mani di Mario Monti. Se riuscirà a formare il governo e a farlo durare fino alla fine della legislatura, tamponando la crisi economica e modificando la legge elettorale, allora avremo definitivamente seppellito l’ormai putrefatto cadavere della Seconda Repubblica e si aprirà una nuova epoca politica con qualche concreta possibilità non solo di salvare il Paese dalla catastrofe ma anche di dargli una prospettiva. Se, al contrario, il tentativo Monti dovesse abortire o anche durare qualche settimana ma per poi andare comunque alle urne, allora vorrà dire che il funerale della fallimentare stagione del bipolarismo in salsa berlusconiana verrà (ancora una volta) rimandato. E a farne le spese sarebbe l’Italia, la cui sorte non voglio nemmeno immaginare quale potrebbe essere.

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Si dice: ma le elezioni sono uno sbocco naturale di una crisi politica, così si rischia di tamponare l’emergenza finanziaria acuendo quella istituzionale, non meno grave. È vero, il rischio c’è. Pur attenuato dalla preventiva nomina di Monti a senatore a vita – vero e proprio colpo di genio del Capo dello Stato – l’incarico all’ex commissario Ue ha dei profili di forzatura nei confronti del rispetto della volontà degli elettori. Ma è altrettanto vero che in questa situazione molto se non tutto si giustifica, visto che l’emergenza determinata dai mercati richiede per sua natura e gravità interventi straordinari e considerato che veniamo da un pregresso di continue forzature costituzionali, a cominciare da quella di ritenere acclarato che il premier sia tale perché eletto direttamente dai cittadini, cosa assolutamente non vera. Ma, soprattutto, se la Seconda Repubblica è da tempo trapassata e gli manca solo la sepoltura, le elezioni subito, con questa legge elettorale e questo quadro politico, cosa porterebbero? Berlusconi sarebbe ancora una volta il candidato del centro-destra – e proprio questa ulteriore chance ha cercato di tutelare fino all’ultimo, dimissioni “differite” comprese, con il suo atteggiamento – e il centro-sinistra non potrebbe che presentarsi con il tridente Bersani-Vendola-Di Pietro. Un disastro, in-


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L’occasione per mandare definitivamente in pensione il manuale Cencelli

Niente toto-ministri, tocca al premier e al Colle

Davvero il «pettegolezzo politico» non ha senso di fronte alla drammatica situazione in cui nasce il nuovo esecutivo di Giancristiano Desiderio somma. Così come sarebbe un’autentica sciagura se a questo punto, dopo il credito concesso dai mercati all’ipotesi in corso, Monti dovesse fallire: lo spread risalirebbe in modo vertiginoso e si aprirebbe uno scenario di uscita dall’euro – ammesso che la moneta unica riuscisse a sopravvivere – che per l’Italia sarebbe la fine.

Dunque, l’auspicio è che Monti sia incaricato e ce la faccia. Come? Le condizioni sono sostanzialmente tre. Primo: che abbia l’appoggio definito, e non da negoziare volta per volta, di Pdl, Pd e Terzo Polo. Se Lega e Idv rimangono fuori non è un problema, anzi, giustizialisti e secessionisti sarebbero più di danno che di vantaggio a fare in modo che la “grande coalizione” non corra il rischio di diventare consociazione impotente. Secondo: che il programma sia quello necessario per fronteggiare l’emergenza, ma senza dover per forza farselo dettare dalla Ue o dall’Fmi, e con riforme strutturali che gettino le giuste basi per un futuro governo post elezioni del 2013. Un programma liberal-keynesiano di salvezza e di rinascita. Terzo: che la compagine sia scelta in autonomia dal presidente incaricato, senza mercanteggiamenti al ribasso delle forze politico-parlamentari che lo appoggiano. Solo così Monti, oltre a riuscire nell’intento di salvarci dal default, può davvero diventare l’ostetrico che fa nascere la Terza Repubblica. Perché. come si è detto, dalla sua riuscita dipende non solo il presente ma anche il futuro del Paese. Togliamoci dalla testa, infatti, che anche nel migliore dei casi abbia il tempo e la possibilità di fare le tante cose che servono ad un paese che è da due decenni privo di governo dei grandi processi di trasformazione che gli sono piovuti in testa. Monti potrà al massimo iniziare a fare, ma il cammino sarà comunque lungo. Ciò che invece potrà determinare in modo significativo sarà il “dopo”. Perché se il successo del suo tentativo sarà nel presente il modo per chiudere l’epoca della contrapposizione pro-contro Berlusconi, il nuovo sistema politico non solo è e sarà tutto da costruire, ma anche da immaginare. Non fosse altro perché se determinerà la definitiva uscita di scena di Berlusconi – se non lo farà, avrà fallito – come conseguenza determinerà a sua volta la scomparsa delle forze politiche attuali, a cominciare da quelle che più si sono identificate nella contrapposizione tra berlusconismo e anti-berlusconismo. Monti, dunque, può rappresentare la giusta transizione tra il bipolarismo malato in cui siamo vissuti negli ultimi vent’anni e un sistema politico e istituzionale ancora tutto da inventare, ma che sicuramente dovrà assicurare al Paese un livello di coesione e di modernità tali da consentirgli di cambiare nel profondo, fino a mettere in discussione il suo dna. La posta in gioco è altissima, decisiva per noi e per i nostri figli. Dunque, la borghesia moderata e riformista lo capisca e, una volta tanto, non applichi il solito principio della delega in bianco o del riflusso verso il qualunquismo dell’anti-politica, ma al contrario cerchi tutte le forme più adatte a sostenere, partecipando, questa prova e il successivo processo di trasformazione del Paese. Ora o mai più. (www.enricocisnetto.it)

l toto ministri non serve a nessuno: né ai ministri, né ai partiti, né ai giornali. Non serve nemmeno ai pettegolezzi. Allora, perché ne scrivono e ne parlano? Perché le cattive abitudini sono dure a morire, perfino quando, come in questa circostanza, c’è poco o nulla su cui esercitarsi. Ho letto gli articoli dedicati a questa pratica del retroscena tipica del giornalismo italiano e l’unica cosa che ho capito è che non c’è molto da capire. La cosa essenziale e concreta è la seguente: il governo Monti avrà i numeri di una squadra di calcio, 12 o 15 ministri, proprio quanti sono i giocatori di una (buona) squadra di calcio compresa la panchina. Ai giocatori titolari - che avranno un compito preciso: dare forma e sostanza al “programma europeo”- si devono aggiungere circa 20 sottosegretari. Tutto ruota intorno, dunque, a meno di quaranta persone, la maggioranza delle quali non avrà una precisa estrazione partitica o politica bensì un profilo autorevole per le riconosciute attività svolte nel campo che andrà a ricoprire nel ruolo ministeriale. Con queste necessarie premesse è chiaro che il toto ministri, anche se “impazza”, gira a vuoto. Ma i giornali e i giornalisti - ma anche coloro che si affannano a passare loro le “dritte”giuste - hanno un’attenuante: tutto è cambiato in meno che non si dica.

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La formazione di un governo Berlusconi o di un governo Prodi è davvero tutta un’altra storia. Prima di tutto c’erano le coalizioni e le coalizioni al loro interno avevano i partiti e i partiti dovevano tener presente le correnti. I cronisti avevano il loro bel daffare a correre dietro alle tattiche e alle quote. Per la verità, quando iniziò la storia della Seconda repubblica, questa pratica della divisione dei ministeri del governo a mo’ di fette di torta venne di molto ridimensionata. Con il passare del tempo e degli anni, l’idea di fare una lista “corta” con ministri scelti in base a competenza e autorevolezza ha ceduto il passo al vecchio manuale Cencelli. I due ultimi governi, rispettivamente di sinistra e di destra, sono stati da questo punto di vista esemplari e pur non esistendo più i partiti classici della Prima repubblica sono stati rinverditi i fasti della divisione ministeriale secondo la “manualistica”. Il tempo, inoltre, aiutava. Infatti, più si allunga il tempo della durata della Seconda repubblica e più si allunga il tempo che serve per formare un governo. All’inizio - lo ricorderete - tutto doveva essere rapido, la squadra doveva essere fatta in tempi record perché - si diceva - non c’è tempo da perdere, i problemi dell’Italia non possono attendere. Su tutti regnava il mito dell’Efficienza. Anzi, più il governo era politico e più doveva essere efficiente, ma così efficiente tanto da sfiorare il mito del “governo dei competenti” che per sua stessa definizione è un “governo tecnico”. Tutto contribuiva a rendere più intrigante e intricato il rebus del toto ministri: la competenza, l’efficienza, la tecnica, sia pure subordinate alla politica, introducevano un elemento appartenente non-politico che arricchiva la composizione della lista dei ministri. Talvolta le ricostruzioni non erano fantasiose, ma sofisticate, ricchissime di subordinate e parasubordinate da sfiorare la cabala e i misteri eleusini. Davvero tutta roba di un altro mondo.

Il governo che nascerà in questo weekend è stato definito “d’emergenza nazionale” ed è associato ad un “governo tecnico” che si fonda su una maggioranza parlamentare molto ampia. Questa sua natura renderebbe la vita dura a tutti i compilatori lavoro redazionale ingrato - di toto-ministri. In realtà,“governo tecnico”è contraddizione in termini e l’espressione è usata per dire che la presenza di uomini di partito è fortemente ridimensionata. Ma un governo in cui non ci sono molti uomini di partito rimane inevitabilmente un governo politico e, anzi, è forse un governo politico per eccellenza e non perché vi siano delle “eccellenze” ma perché svolge una funzione o politica nazionale. È questa, in fin dei conti, la ragione che rende del tutto inutile e superfluo il gioco del toto ministri: non ci sono caselle da riempire ma incarichi da assumere, non ci sono torte da dividere ma funzioni da garantire, non ci sono contentini da dare ma doveri da assolvere. Che poi ci siano preferenze, amicizie, collaborazioni è fin troppo naturale, dal momento che ci muoviamo nel più classico del “mondo civile fatto dagli uomini”.

Per l’Italia è la crisi più forte e decisiva dal dopoguerra. È questo “stato di eccezione” che determina il da farsi. Ne è prova lo stesso cambio di giudizio del presidente del Consiglio uscente: è stato proprio lui ad essere il primo sostenitore del voto anticipato per poi dare il suo “via libera” a Mario Monti. In questo cambiamento, che ha spiazzato prima di tutto il Pdl, c’è il senso di quanto sta avvenendo: la formazione di un nuovo governo mentre l’esecutivo ancora in carica conduce in porto, con l’opposizione che ne facilità e velocizza l’approvazione, la legge di Stabilità. E possibile che dei ministri uscenti possano essere confermati nei loro incarichi ed è anche possibile che loro stessi non lo sappiano o non lo sapranno fino all’ultimo. Quando ieri al Senato i cronisti hanno chiesto a Beppe Pisanu i nomi dei prossimi ministri, il senatore ha risposto secco: «Ci penserà Monti». La cosa più semplice ma anche la più vera. Dobbiamo solo augurarci che questo stile istituzionale e nazionale che sta funzionando sotto la guida del Presidente Napolitano ispiri gli uomini più avveduti e liberi delle forze politiche organizzate.


La strategia giusta per spezzare definitivamente il ricatto degli antagonisti

Bravo Bersani, se tieni duro fonderai la nuova sinistra Il segretario Pd duro con Di Pietro: «Bisogna pensare all’Italia prima di difendere gli interessi di parte» di Franco Insardà oveva implodere e invece sta per diventare forza di governo. Sembrava incapace di prendere decisioni, invece sta spingendo Vendola e Di Pietro ad assumersi le proprie responsabilità. Era accusato di vivere alla giornata, invece guarda oltre i suoi confini naturali per uscire dall’attuale bipolarismo di plastica. Il Partito democratico ha retto e continua a farlo, cosa non da poco visto che tutti i maggiori opinionisti lo davano per spacciato già il giorno successivo alla fondazione. Antonio Di Pietro si candida a guidare il fronte del no (sempre e comunque) al governo Monti. Nichi Vendola fa una piccola apertura, ma soltanto in cambio di una patrimoniale punitiva dei più ricchi, fingendo di non sapere che interventi simili finiscono anche per colpire il ceto medio. Ed è di fronte a tutto questo che si comprende la grande prova di maturità politica del partito guidato da Pier Luigi Bersani, impegnanto nel difficilissimo tentativo di rifondare la sinistra. Il segretario del Pd ieri ha invitato il leader dell’Italia dei Valori a ripensarci nell’interesse dell’Italia, perché «prima viene l’Italia poi le alleanze e la politica».

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Il Nazareno, dal canto suo, ha respinto le sirene della piazza, non ha mai replicato all’ex Pm di Mani pulite e al leader di Sinistra, ecologia e libertà con le armi della demagogia, ha garantito di rispettare gli obblighi presi in Europa da Silvio Berlusconi. Anche a costo di apparire ripetitivo Bersani per mesi ha chiesto le dimissioni del Cavaliere, consapevole, come tutti gli altri partiti di opposizione, che fossero necessarie per far invertire una rotta che stava trasci-

nando il nostro Paese in una tempesta dalla quale sarebbe stato difficile venirne fuori. Nella direzione di mercoledì scorso Bersani aveva chiuso il suo intervento con un «siamo il partito del secolo, mettiamo gli interessi del Paese davanti a quelli del partito».Tutte istanze che sono alla base della scelta di sostenere il governo guidato da Mario Monti che, nelle intenzioni del segretario del Pd, dovrebbe essere formato da personalità autorevoli, credibili a livello internazionale, e non da esponenti di partito. Al Quirinale, dove molto probabilmente domenica si apriranno le consultazioni, il Partito democratico dichiarerà la sua disponibilità per un esecutivo che abbia due caratteristiche: la discontinuità con il governo Berlusconi e l’adozione sul fronte economico di misure di equità. Intanto quella foto simbolo, scattata alla festa dell’Idv di Vasto questa estate, appare oggi molto sbiadita e avrebbe potuto rappresentare una deriva definitiva per Bersani. Ma il Partito democratico, ha preso le distanze dalla sinistra massimalista e ha continuato un percorso complesso, che gioco forza non può che finire con un’alleanza con il centro. Una scelta non certo facile per il segretario del Pd che, se si fosse andato alle elezioni subito, aveva un percorso già segnato come candidato premier del centrosinistra, ma lui ha deciso di mettere da parte qualsiasi tentazioni di capitalizzare facili successi sull’onda della crisi e in vista di misure durissime per il nostro Paese. Per fortuna la politica ha avuto il sussulto giusto e il Pd ha preso una decisione coraggiosa e di grande responsabilità per il futuro dell’Italia. In questi ultimi giorni oltre a mettere in campo le misure per affrontare la crisi economica si è rimessa in moto quella politica che negli ultimi anni sembrava quasi anestetizzata e in alcuni casi annullata. Ma proprio sull’onda di questo ritrovato entusiasmo il governo Monti può mettere le basi per costruire un fronte riformista anche nella prossima legislatura, in grado di affrontare quei nodi che il Pdl non è riuscito a risolvere.

Una lista lunga, bene esemplificata nei 39 punti della lettera inviata ad agosto a Palazzo Chigi da Jean Claude Trichet e Mario Draghi. E che non può prescindere dalla riforma delle pensioni, dalle privatizzazioni e dalle liberalizzazioni. Guarda caso misure comprese anche nell’agenda Monti lanciata nei mesi scorsi dalla colonne del Corriere della Sera per recuperare il gap di competitività sui nostri più vicini concorrenti. Ha ragione Pierluigi Battista, quando sottolinea dalle colonne del Corriere della Sera che è giusto che i partiti facciano il grande sforzo di appoggiare un esecutivo tripartisan, incuranti delle proteste di una parte degli elettori pur di salvare il Paese. Ma è soltanto anteponendo il bene comune agli interessi di parte che la politica recupera la sua centralità e quel consenso persi negli anni del berlusconismo. È per questo che le scelte di Umberto Bossi e Antonio Di Pietro, a meno che Bersani non lo riesca a convincere, rasentano lo sciacallaggio. Ed è per lo stesso motivo che il Pdl, se vuole avere un futuro nel dopo Berlusconi, deve appoggiare Mario Monti, prendersi le sue responsabilità e non richiudersi nella ridotta dell’opposizione. In questa fase c’è bisogno che la politica faccia fronte comune per convincere gli alleati più riottosi sulla nostra solvibilità e riuscire a respingere l’attacco della speculazione sui nostri titoli di Stato.

Si chiude un’era «primitiva»

Bipolarismo addio, parte la Terza Repubblica di Francesco D’Onofrio on sorprende il tumultuoso dibattito in corso - soprattutto nel Pdl –riferito al “se” e al “come” della nascita di un governo Monti. Si tratta del tormentatissimo passaggio da quel che siamo stati soliti chiamare la “Seconda Repubblica”, alla formazione - anche se ancora del tutto embrionale - di quella che molto probabilmente chiameremo la “Terza Repubblica”. Non si tratta ovviamente soltanto di denominazioni per così dire numeriche della repubblica medesima. Si tratta infatti dei molteplici aspetti – ideali soprattutto – che hanno caratterizzato la vita politica italiana nel corso di tutta la seconda metà del Novecento, con particolare riferimento al periodo inaugurato dalla vigente Costituzione repubblicana. Il crogiuolo di memorie sedimentate nella coscienza individuale e di gruppo; di gelose identità territoriali, prevalentemente municipali; di rapporti tra la politica (intesa quale autonoma entità anche istituzionale) e le tante altre dimensioni del fare umano: queste tre grandi questioni hanno sostanzialmente composto la struttura sociale italiana, in un contesto europeo ed internazionale in profondissima modificazione.

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Le specificità italiane sono state spesso definite “anomalie”, rispetto alle quali vi sono state e vi sono proposte orgogliosamente autodefinitesi di “modernizzazione”. Ma sappiamo bene che la modernità ha rappresentato e rappresenta un insieme di valori che coinvolgono proprio la coscienza individuale e di gruppo; l’identità territoriale; i rapporti tra la politica e le altre attività umane, cosicché abbiamo avuto ed abbiamo diverse proposte di modernizzazione. Siamo dunque in presenza di un passaggio tumultuoso da una idea di “modernità” incarnata nel contesto della cosiddetta “Seconda Repubblica”, ad una nuova idea di “modernità” che dovrà essere il tratto distintivo della “Terza Repubblica”. Sono queste dunque le ragioni profonde del dibattito in corso in tutti i partiti politici italiani, proprio perché ciascuno di essi aveva e ha una di-


Non bastano le smentite ufficiali: il “direttorio” Ue segue la sua strategia

Sarkozy tenta l’azzardo: spaccare in due l’Europa

L’economia francese traballa: per salvarsi deve agganciarsi a quella tedesca e rompere con i «Paesi deboli» di Enrico Singer ome in un gioco di scatole cinesi. C’è stata la crisi dell’Irlanda, la tigre celtica che ha perso in fretta i suoi artigli. Quando è esplosa, quasi due anni fa, nessuno vi ha prestato attenzione, tanto sembrava un fatto regionale, un accidente minore nella grande e robusta famiglia di Eurolandia. Poi si è aperta un’altra scatola, quella della Grecia, che ha rivelato un panorama economico devastato da sotterfugi e da fragilità strutturali. Quindi è stata la volta della scatola portoghese e di quella spagnola. Infine si è scoperchiata la nostra. La scatola italiana che appariva inviolabile, ma che non riesce più a contenere un debito pubblico superiore al prodotto interno lordo che divora interessi sempre più alti in assenza di iniziative serie per far ripartire la crescita. Adesso comincia a scricchiolare anche la scatola della Francia, tarlata da un sistema bancario a secco di liquidità e con le casse piene di titoli a rischio. E con un deficit statale oltre il 5 per cento che ha costretto Sarkozy a varare una nuova manovra per non perdere il treno con Berlino.

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versa idea della “modernità”. Siamo passati - nel biennio 1992-1994 - da una sorta di democrazia partitico-parlamentare, caratteristica della “Prima Repubblica”, ad una specie di democrazia mediaticopresidenziale, tipica della “Seconda Repubblica”. Ma non si è trattato soltanto di questo, sol che si consideri che durante tutto l’arco di quella che chiamiamo “Prima Repubblica” gran parte del mondo ha sperimentato una sorta di bipolarismo internazionale, quello che ha visto radicalmente contrapposti gli Usa da una parte e l’Urss dall’altra. Una volta terminata questa stagione, è come se ci fossimo illusi di poter dar vita ad una “modernizzazione” quasi esclusivamente italiana, caratterizzata appunto dal modello mediatico-presidenziale. Nel corso degli ultimi venti anni si era invece venuta consolidando la strategia della integrazione europea che non consentiva più margini di vera e propria sovranità nazionale, anche a Paesi - quale l’Italia - che avevano concorso da protagonisti a dar vita al processo medesimo di integrazione europea. Mancava in qualche modo in Italia proprio la presa d’atto che occorreva una fase di “modernizzazione europea” anche per quel che concerne il nostro sistema istituzionale. Se infatti per gran parte degli anni che hanno caratterizzato la cosiddetta “Prima Repubblica”, il bipolarismo Usa-Urss aveva finito con il comprendere anche europeismo ed antieuropeismo nella logica della contrapposizione tra Nato e Patto di Varsavia, tutta quella che siamo stati soliti chiamare la “Seconda Repubblica”ha finito con il dar vita ad una sorta di equilibrio instabile proprio tra i soggetti essenziali della vita della “Prima Repubblica” – quali erano i partiti politici – e i soggetti nuovi che hanno ritenuto di incarnare la modernizzazione quasi esclusivamente in termini mediatico-presidenziali.

È proprio questa sorta di bipolarismo presidenziale a vedere messa in soffitta la propria pretesa di modernizzazione nazionale autosufficiente, anche a prescindere dalla mai risolta presenza in esso di pulsioni territoriali non sempre componibili con l’unità nazionale. Appare pertanto del tutto naturale che questo tipo di bipolarismo italiano ha finito con l’entrare in rotta di collisione proprio con il processo di integrazione europea. Ma l’alternativa politica a questo tipo di bipolarismo non può certamente essere un puro e semplice ritorno ai soggetti politici che sono stati determinanti nella vita della “Prima Repubblica”: questa infatti è finita con la fine della Guerra Fredda prima ancora che negli anni di “Mani Pulite”. Il passaggio ad una nuova stagione politico-istituzionale della repubblica italiana dovrà pertanto incorporare fino in fondo la complessiva coerenza europeistica dell’Italia tutta: individui; comunità sociali; territori piccoli, medi e grandi, nella consapevolezza che non stiamo più non solo nel tempo della sovranità nazionale, ma anche e soprattutto nel tempo della tendenziale globalizzazione che chiama anche l’Europa a compiti del tutto nuovi . È pertanto necessario un nuovo equilibrio per caratterizzare il significato stesso della modernizzazione del sistema politico-istituzionale che finiremo con il chiamare “Terza Repubblica”.

Ma, proprio come nel gioco cinese, tutto s’incastra dentro un’unica, grande scatola: quella dell’euro. Ogni singola crisi va affrontata e risolta in fretta perché i problemi sono reali e non si possono coprire con l’alibi della debolezza della moneta comune europea. Il cambio di governo che si è appena realizzato in Grecia – dopo quelli già avvenuti in Irlanda e Portogallo – quello che si sta finalmente realizzando in Italia e quello che uscirà dalle imminenti elezioni in Spagna, sono le prime mosse concrete per uscire dal tunnel. Ma la partita non sarà vinta fino a che non si riuscirà a rimettere al suo posto il coperchio della scatola dell’euro. Altrimenti nuove crisi potranno innescarsi in qualche altro angolo di Eurolandia. Germania e Francia, ieri, hanno smentito ufficialmente che Angela Merkel e Nicolas Sarkozy abbiano in mente di spacchettare l’euro. Che la loro soluzione finale sia quella di restringere a un gruppo di Paesi “virtuosi” l’area della moneta comune lasciando fuori – più o meno volontariamente – tutti gli altri. Ma il solo fatto che per la prima volta sia stata pronunciata la parola-tabù – «riduzione» – sia pure per negarla, non va sottovalutato. Anche perché quelle che adesso vengono definite voci senza fondamento, addirittura «stupidaggini», dai portavoce di Berlino e di Parigi sono partite da dichiarazioni del Presidente francese e della Cancelliera tedesca. All’università di Strasburgo Sarkozy ha detto che «ci sarà una Ue a due marce: una tesa a una maggiore integrazione nell’euro e una, come dire, più confederale». E Angela Merkel ha messo nero su bianco, in un documento per la conferenza sull’eurozona che la Cdu terrà nel fine settimana, che «se uno Stato membro mostra di non volere o di non poter rispettare le regole della moneta comune, potrà lasciare la zona euro senza lasciare la Ue». Si dirà che quella di Sarkozy è l’ennesima presa d’atto che l’Europa marcia a più velocità e

che quella della Merkel è l’enunciazione di un principio generale che prima o poi dovrà essere inserito nel trattato che governa l’euro e che, per ora, non prevede un meccanismo di uscita dalla moneta comune. Ma il fatto resta e continua ad alimentare le voci.

C’è chi giura che gli esperti di Francia e Germania hanno discusso di come mettere al sicuro Eurolandia e che una delle ipotesi è proprio quella di ridurre – qualcuno dice a nove – i Paesi dell’euro. Il presidente della Commissione europea, Manuel Barroso, ha detto che sarebbe «una follia». Che, tra l’altro, si ritorcerebbe anche contro la Germania rallentando l’espansione della sua economia. E, per una volta, le parole di Barroso si possono sottoscrivere in pieno. La soluzione non è quella di tagliare i rami malati dell’euro: l’albero va salvato partendo dalle radici. Dalle regole che devono valere per tutti e che devono favorire una maggiore integrazione. Non è chiudendosi in un fortino che si vince la battaglia. Anche tra i cavalieri più agguerriti e coraggiosi ci sarà sempre qualcuno meno valoroso o meno fortunato degli altri e, alla fine, il rischio è che il castello dell’euro si trasformi in una specie di Fort Alamo con la Germania sola a combattere e a rimpiangere il marco. La svolta politica che la crisi della moneta comune ha determinato negli anelli deboli di Eurolandia sarà tanto più salutare quanto più contribuirà al complessivo recupero di credibilità della Ue attraverso il recupero della credibilità di ciascuno dei suoi Paesi membri che dovranno trovare insieme le soluzioni di un problema che riguarda tutti.


la crisi europea

pagina 8 • 12 novembre 2011

L’allarme di Habermas «Cari Merkel e Sarkozy, cambiate strada, così l’Europa non è democratica» Importante lezione del grande filosofo tedesco alla Sorbona: «Solo l’unità politica può evitare il disastro. Occorre trasferire altre quote di sovranità dagli Stati membri all’Unione» di Gabriella Mecucci l grande filosofo Jürgen Habermas è uno dei pochi pensatori che continui ad intervenire sulle grandi questioni del nostro tempo. Lo fece nel 2004 nel suo dialogo con Ratzinger quando riconobbe che l’eccesso di secolarizzazione metteva a rischio le nostre società. Tanto da fargli ammettere - a lui non credente - l’utilità della presenza nel discorso pubblico delle religioni. Oggi interviene di nuovo su di un tema particolarmente caldo: il futuro dell’Europa. Due le questioni centrali secondo il filosofo francofortese: più democrazia nelle decisioni e “maggiore omogeneizzazione sociale”.

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«L’attuale crisi economica – ha esordito in una lezione all’università Paris Descartes, che verrà pubblicata in Italia da Laterza - esige la massima attenzione. Ma al di là dei problemi contingenti, i leader politici non dovrebbero dimenticare i difetti strutturali dell’Unione monetaria, che non potranno essere eliminati senza un’adeguata unione politica. All’Unione europea di oggi mancano le competenze necessarie per armonizzare le economie nazionali, che sul piano della competitività sono ancora troppo eterogenee. L’ennesimo ”patto per l’Europa” non ha fatto altro che accentuare un vecchio difetto: gli accordi non vincolanti tra i capi di governo sono inefficaci o antidemocratici. Per questo

motivo devono essere sostituiti al più presto da istituzioni che possano prendere decisioni comuni e incontestabili».

Secondo Habermas, il governo federale tedesco è diventato il motore di una ”desolidarizzazione” che coinvolge tutta l’Europa, perché da troppo tempo ignora l’unico elemento in grado di far progredire il Vecchio continente: ci vuole più Europa e meno nazionalismi. Habermas fa poi una lucida analisi della situazione attuale: «I governi coinvolti nel progetto europeo si ritrovano ormai sperduti, paralizzati di fronte a un dilemma: da una parte i diktat delle grandi banche e delle agenzie di rating, dall’altra la paura di una delegittimazione da parte della popolazione esasperata. Le soluzioni temporanee continuamente proposte tradiscono la mancanza di una prospettiva di più ampio respiro. La crisi finanziaria iniziata nel 2008 ha fossilizzato il meccanismo di indebitamento pubblico e a farne le spese saranno le generazioni future. In questo momento non si capisce come le politiche di austerity potranno mai coniugarsi nel lungo periodo con il mantenimento di uno stato sociale efficace». È in discussione quindi uno dei cardini del sistema di vita europeo, lo stato sociale, appunto, che caratterizza il Vecchio Continente più di ogni altro elemento. Considerata la gravità del problema, ci si aspetterebbe che i politici «si preoccupassero di mettere le carte in tavola per spiegare alla popolazione il rapporto tra i costi a breve termine e i vantaggi futuri di questo sistema, considerando che i popoli hanno il diritto di comprendere lo storico significato del progetto europeo». E invece – questo il severo giudizio di Habermas – «i leader del Vecchio continente scelgono di sotto-

mettersi a quel populismo che loro stessi fomentano, tenendo la gente all’oscuro di una realtà complessa e impopolare». Prende così il sopravvento un teoria nata nel diciannovesimo secolo che sostiene che «non esiste un popolo europeo e per questa ragione qualsiasi forma di unione politica sarà sempre utopistica». Ma Habermas vede in questa interpretazione un grave rischio perché «la storica frammentazione politica dell’Europa (e del mondo) è in contraddizione con la crescita sistemica di una società globale multiculturale, ed è un ostacolo per tutti i processi di civilizzazione giuridica e costituzionale delle potenze politiche e sociali». Insistere dunque sui nazionalismi porta alla paralisi. Ma non si vince la scommessa europea se non si supera il modo di procedere che i leader hanno sin qui scelto: «Il fatto che finora l’Ue sia stata guidata e monopolizzata dalle élite politiche ha prodotto una pericolosa asimmetria: da una parte la partecipazione democratica dei popoli per fare in modo che i loro governi vadano a Bruxelles ad ”arroccarsi” sulle proprie posizioni, dall’altra l’indifferenza e l’assenza di partecipazione dei cittadini dell’Ue al processo decisionale del Parlamento di Strasburgo». Habermas vede in questo metodi alcune delle ragioni che hanno fatto prosperare il populismo di destra che «continua a proiettare la caricatura dei grandi soggetti nazionali che si oppongono gli uni agli altri e impediscono la formazione di una volontà che vada oltre le frontiere».

In assenza di una soluzione rapida, la crisi economica peserà in modo drammatico sulle prossime generazioni

Ma la crisi potrebbe paradossalmente costituire una richiesta di far crescere istituzioni democratiche europee: «Più i popoli si renderanno conto e i media evidenzieranno quanto le decisioni dell’Ue


Qui sopra, la cerimonia solenne della firma del Trattato di Maastricht, il 7 febbraio del 1992. Sotto, il trattato vero e proprio, con le firme dei ministri degli Esteri dei Paesi europei. In alto, il filosofo Jürgen Habermas: dall’università di Parigi ha lanciato un appello a Angela Merkel (a fronte) e Nicolas Sarkozy

influiscono sulla nostra vita quotidiana, più crescerà la voglia dei cittadini dell’Unione di usufruire dei loro diritti democratici. Questo aspetto è diventato tangibile con la crisi dell’euro. La crisi costringe il Consiglio europeo a prendere suo malgrado delle decisioni che possono pesare in modo diseguale sui singoli bilanci nazionali. Dall’8 maggio 2009 il Consiglio è andato oltre un limite ben preciso prendendo decisioni cruciali per salvare alcuni paesi e modificare l’entità del loro debito pubblico. Inoltre, ha deciso di procedere sulla via dell’armonizzazione di tutto ciò che riguarda la competitività in politica economica, fiscale, del mercato del lavoro, sociale e culturale. Una volta oltrepassato il suddetto limite si pongono questioni legate all’equità della ripartizione. Seguendo questa logica, in quanto cittadini dell’Unione, i cittadini degli stati nazionali che subiscono gli effetti della ripartizione dei carichi vorrebbero dire democraticamente la loro su ciò che i loro capi di governo decidono nell’ambito di una sorta di ”zona grigia”».

Se da una parte si sviluppa questa nuova domanda di democrazia, dall’altra assistiamo a «una serie di manovre dilatorie da parte dei governi e al rifiuto populista di una porzione di cittadini nei confronti del progetto europeo». Un comportamento autodistruttivo che «si spiega con il fatto che le élite politiche e i media esitano a comunicare le conseguenze positive di questo progetto». Habermas non trascura di prendere in considerazionen il tema del rappiorto fra strapotere dei mercati e sovranità popolare: questione che qualcuno ha posto anche di recente sia in riferimento al referendum greco che alla vicenda italiana: «Le pressioni dei mercati finanziari hanno evidenziato il fatto che in occasione dell’introduzione dell’euro è stato trascurato un presupposto economico dell’euro, l’impalcatura costituzionale: l’Ue non può garantire protezioni contro la speculazione finanziaria, a meno che non si assuma ulteriori responsabilità politi-

che». «Tutti i protagonisti di questa evoluzione europea sanno che un simile grado di ”cooperazione rafforzata”- osserva Habermas - non è possibile nell’ambito dei trattati esistenti. Un ”governo economico” comune, idea che piace anche al governo tedesco, avrebbe una conseguenza problematica: l’obbligo di tutti i paesi della comunità economica europea di essere competitivi si estenderebbe ben al di là delle politiche finanziarie ed economiche e andrebbe così a toccare i bilanci nazionali e quindi a cozzare contro il diritto dei parlamenti nazionali in materia di bilancio». Habermas usa a questo punto anche il grimaldello polemico: «Per evitare un gigantesco conflitto di competenze, l’unica (difficile) via da percorrere è quella di un trasferimento ulteriore di sovranità dagli stati membri all’Unione. Invece, Angela Merkel e Nicolas Sarkozy hanno trovato un compromesso tra il liberalismo economico tedesco e lo statalismo francese. Personalmente sono convinto che stiano cercando di forzare il federalismo esecutivo contemplato nel trattato di Lisbona per creare un dominio intergovernativo del Consiglio europeo contrario ai principi dello stesso trattato. Un regime di questo tipo permetterebbe di imporre i diktat dei mercati sui bilanci nazionali senza alcuna legittimazione democratica».

In questo modo, i capi di governo trasformerebbero di soppiatto il progetto europeo nel suo contrario: «la prima comunità sovranazionale democraticamente legittimata diventerebbe un’alleanza elitaria per esercitare un dominio postdemocratico». L’alternativa a questa prospettiva è rappresentata al contrario da più democrazia.Tuttavia, fino a quando continueranno a svilupparsi le disuguaglianze sociali ed economiche tra stati membri poveri e stati membri ricchi, non sarà possibile cementare la solidarietà europea. L’Unione – conclude Habermas – deve garantire «una omogeneizzazione delle condizioni di vita». Ed è questo - secondo il filosofo - il secondo elemento fondante del progetto europeo.


mobydick

INSERTO DI ARTI E CULTURA DEL SABATO

L’arte del paradosso e dell’umorismo nero in Dürrenmatt e nel suo antipoliziesco “Giustizia”

FRIEDRICH IL GRANDE di Nicola Fano

ei libri di Friedrich Dürrenmatt si sa come si entra ma non si sa come si esce: il suo umorismo nero è capace di stritolare qualunque buona intenzione, a meno di non lasciarsi andare e ridere con lui degli orrori. Nel senso che è uno scrittore molto, molto intellettuale non perché sia cervellotico ma perché nella sua riproduzione del mondo nulla è lasciato al caso e ogni parola rimanda a qualcos’altro, sottolinea qualche vizio, allude a qualche altra situazione scabrosa. «Se una parola è a doppio senso - diceva - io preferisco il terzo»: ecco. Provate a rileggere Giustizia, romanzo giallo uscito dopo una lunghissima gestazione nel 1985, e avrete una perfetta dimensione della sua complessità. Una complessità nella quale, a lasciarcisi andare dentro, si ride: questo è il paradosso. Un assassino felice, per esempio, è un paradosso: perché poi la rigidità mentale degli investigatori impone di indagare su quella gaiezza insolita (è la trama di fondo su cui è intessuto Giustizia). Questo fa Dürrenmatt: mette continuamente delle zeppe nel motore della vita dei semplici.

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friedrich il

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E se vi capitasse qualcosa di strano, come lo giustifichereste? Date una motivazione pazza e tutto si rimette in moto: il senso della vita si rovescia, le certezze franano, l’ignoto si trasforma in un mostro e così via. Sono tutti i temi della grande cultura letteraria europea del secondo Novecento, questi. Beckett, Pinter, Calvino: sono andati tutti nella stessa direzione, sia pure ciascuno a suo modo. Anche Dürrenmatt questi temi li ha declinati alla sua maniera scarpinando per le strade lineari e pulite della Svizzera tedesca: rigore germanico minato dalla grandeur un po’ decadente dei francesi. Adelphi, dunque, ha appena ripubblicato Giustizia (traduzione di Giovanna Agabio, 211 pagine, 18,00 euro) e c’è da sperare che il recupero di questo grande, grandissimo scrittore prosegua con altri titoli colpevolmente dimenticati. Uno su tutti: lo splendido Greco cerca greca, romanzo breve comicamente paradossale ma drammaticamente realistico. Oppure c’è da riportare agli onori il suo teatro dove l’umor nero e il comico si mescolano alla perfezione (perché testi tipo La visita della vecchia signora o Romolo il grande o I fisici funzionano oggi se sono letti come canovacci comici, non come noiosi drammi di Ibsen riusciti male. Un paio di stagioni fa, Mariano Rigillo ha rifatto Romolo il grande, appunto, ma prendendosi troppo sul serio...). O infine c’è da recuperare la sua predilezione per il racconto: genere nel quale Dürrenmatt è stato uno dei massimi maestri in assoluto. Perché era un uomo dotato di un senso dell’umorismo spaventoso ma amante dei rovesci, delle provocazioni, dei colpi di scena. Nella scrittura come nella vita.

Per spiegarmi bene, occorre che io racconti un episodio eclatante di cui fui diretto testimone. Dürrenmatt aveva - in vita - fama di jettatore. Ma una fama internazionale, conclamata, clamorosa, tanto che anche in consessi ufficiali piuttosto che fare il suo nome, dotti e accademici relatori preferivano chiamarlo «il famoso drammaturgo svizzero». Ebbene, nel 1983 Dürrenmatt venne in Italia, a Formia, per assistere alla prima rappresentazione del suo Romolo il grande interpretato, quella volta, da Mario Scaccia. I produttori dello spettacolo organizzarono un incontro del grande scrittore con alcuni giornalisti italiani. E per favorire la trasferta a Formia, organizzarono un pulmino che da Roma avrebbe portato i cronisti, comodamente, a destinazione. Io, invitato a prendere parte al viaggio, alla fine preferii andare a Formia per mio conto e arrivai regolarmente nel grande salone dove Dürrenmatt, mangiando beatamente tartine e conversando con chiunque gli capitasse a tiro, se ne stava tranquillo in attesa. Poiché l’arrivo dei colleghi in pulmino ritardava, cominciai a chiacchierare con il grande scrittore e di fatto lo intervistai senza anno IV - numero 39 - pagina II

Mariano Rigillo in “Romolo il grande”. In basso un ritratto di Dürrenmatt passare per l’ufficialità prevista dall’incontro cumulativo. Quando il ritardo dei colleghi divenne di diverse ore e il momento dell’andata in scena dello spettacolo si avvicinava mettendo a rischio l’intervista collettiva, un esponente dell’organizzazione venne ad avvertire Dürrenmatt, in modo molto, molto imbarazzato, che purtroppo il pullman che trasportava i giornalisti si era rotto e che la comitiva era stata costretta a trasbordare su un treno di linea. Ma che anche il treno di linea si era rotto sicché i cronisti stavano per essere raggiunti, in mezzo alla campagna, da taxi e auto private e che... insomma... l’incontro era soppresso e si sperava almeno di condurre gli ospiti a Formia in tempo per assistere allo spettacolo. Dürrenmatt sembrò molto amareggiato. Prese una tartina e dopo averla mangiata disse: «È colpa mia, lo so. Mandate le mie scuse ai giornalisti». Poiché fui l’unico che sorrise, lo scrittore mi spiegò con estremo sussiego che la sua potenza di produttore di incidenti e sfortune era notevole, ma ancora non era riuscito a indirizzarla a seconda della propria volontà. Benché avrebbe voluto, per trarre utilità da quella sua «dote». Non rise, ma sono convinto se la stesse spassando da matti. Il segreto è che non c’è segreto, sosteneva Beckett (senza mai dirlo

apertamente, beninteso: sennò che segreto è?): Dürrenmatt si atteneva rigorosamente a questa legge, fino all’estremo di complicare le cose per rendere più ardua e più soddisfacente al tempo stesso la rivelazione finale. Un sistema per non far sembrare inutile la vita, al culmine della quale si scopre che non c’era niente da scoprire ma tutto (solo) da vivePrendete re. Giustizia: i punti di vista e le storie si moltiplicano e si incastrano; talvolta si corre perfino il rischio di perdersi nei rivoli dei personaggi e delle rispettive motivazioni (per questo il romanzo è scritto come una somma di resoconti, in parte molto formali: punto uno... punto due che integra il punto uno... punto tre che li contraddice... ecc.). A voler far l’esegesi filosofica, si può dire che questa è la vita che si prende gioco di noi con le sue esagerate sfaccettature, ma io preferisco pensare che il motore di tutto fosse il piacere. Piacere della scrittura, della costruzione letteraria. E piacere della lettura: è

bello perdersi se si è disposti a farlo. Dürrenmatt era un gran burlone, come avete visto, fino al limite di mettere in gioco se stesso nel peggiore dei modi: presupponeva dai suoi lettori la stessa disponibilità. E proprio perché il paradosso (che in letteratura si esprime nei colpi di scena) era il suo forte, il genere nel quale eccelleva era il racconto. O il romanzo breve. Se vogliamo trovare un limite a Giustizia (alla sua prima uscita, suscitò anche qualche perplessità), esso è nell’eccessiva articolazione del suo meccanismo letterario. Al punto che si può rischiare di non capire chi parla di chi. Se non fosse che - probabilmente l’intenzione dell’autore era proprio questa: instillare nel lettore il dubbio che non ci siano dannati né salvatori. Ma solo una gran confusione; sicché è sempre bene rimettersi alle regole condivise. Dürrenmatt definì questo suo romanzo un «antipoliziesco»: nel senso che non ha lo sviluppo classico del giallo. Si sa fin dall’inizio chi sia l’assassino, l’ex consigliere cantonale Isak Kohler; la vittima è un suo compagno di biliardo, un umanista, certo Winter, che Kohler uccide davanti a numerosi testimoni sconcertati. Il libro, semmai, si sviluppa per convincerci che il colpevole sia proprio lui e non un altro. Perché tutto, invece, farebbe pensare il contrario. Così, alla ricerca di una ragione per la realtà accertata, sfilano sotto i nostri occhi luoghi e persone e vizi e astrusità di una società opulenta in ogni ambito, fuorché in quello della ragionevolezza, appunto. Simenon sosteneva di essere attratto, nei suoi romanzi, da personaggi che oltrepassano i limiti: secondo lui, un uomo che uccide o che si dispone a uccidere è uno che ha oltrepassato un limite invalicabile e proprio questo passaggio (la sua dinamica, oltre che le sue ragioni) era ciò che gli interessava. Simenon si riferiva ai suoi romanzi-romanzi, non ai Maigret in senso specifico, ma la faccenda si può applicare anche al motore che sta alla base delle inchieste del celeberrimo commissario francese. Ebbene, posto che la letteratura poliziesca del Novecento e d’oggi

grande

ha sempre avuto Simenon come padre assoluto (anche solo putativo), nei romanzi gialli di Dürrenmatt capita più o meno la stessa cosa: ci sono personaggi che «passano il limite» e proprio questo passaggio è l’oggetto dell’indagine. Salvo che se per Simenon alla base c’è una trasgressione sociale (o meglio l’impossibilità di sostenere una data situazione sociale e quindi l’impossibilità di non trasgredirla) in Dürrenmatt le cose sono meno lineari: il click che fa scattare la determinazione ad andare oltre il limite è meno limpido, meno chiaro. Non ha a che fare con le convenzioni sociali, non affonda le sue ragioni nel disagio psicologico (come spesso invece succede in Simenon) né in un misto di rabbia e aspirazioni deluse (pensate al Kees Popinga dell’Uomo che guardava passare i treni, assoluto capolavoro di Simenon). Il segreto è che non c’è segreto, verrebbe da ripetere. Ma forse non basta.

Dürrenmatt non è stato uno scrittore ideologico: la sua origine probabilmente non glielo permetteva. Ce lo suggerisce il fatto che nemmeno Max Frisch, l’altro grande scrittore svizzero del Novecento, sia stato un autore ideologico malgrado le sue ben palesi propensioni politiche a sinistra (era di destra o di sinistra, Dürrenmatt? In quell’intervista di cui ho già parlato glielo chiesi: fece un gran giro di parole per non rispondermi, arrivando a concludere che Aristofane, se si fosse schierato politicamente, sarebbe stato meno credibile teatralmente). Verrebbe da dire che la neutralità è una condizione dello spirito. E forse è così: nel senso che tutto è relativo al punto di vista. Il bene e il male sono funzionali a una situazione e non a una pretesa (ideologica, appunto) predeterminata. Ma questa condizione è vissuta dal drammaturgo e dallo scrittore Dürrenmatt con dolore: non potersi schierare vuol dire anche non potersi dare risposte quando ce ne sarebbe disperato bisogno. E per ciò ogni personaggio nei suoi romanzi (e nei suoi drammi, pensate ancora a Romolo il grande dedicato a un buffo imperatore-filosofo che la storia ha costretto a sottoscrivere la fine dell’Impero Romano) viene sbattuto suo malgrado di qua e di là, elemento passivo di un gioco condotto altrove all’interno del quale l’unica possibilità che ci è data è studiare le traiettorie dei rimbalzi e immaginare quali potranno essere le direzioni che le cose prenderanno una volta che il caso le avrà portare a scontrarsi tra di loro. Un gioco, appunto. E non è un caso che Giustizia si apra con una carambola di biliardo: le biglie corrono creando percorsi autonomi dopo aver concesso l’illusione, a chi le ha spinte, di seguire un percorso prestabilito: sponda, boccia, sponda, buca. Un’illusione; come la vita, come la giustizia. Solo che Dürrenmatt sapeva riderne, invece di farne una tragedia (come sarebbe stato più saggio fare).


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12 novembre 2011 • pagina 13

VOTO l voto! Al voto!», questa la giusta evocazione quando appare chiaro che non ci sia più la possibilità di governare da parte di chi dovrebbe farlo. E così il voto è da sempre, per lo meno da quando Eschilo lo celebrò nel finale del suo capolavoro l’Orestea, il nostro primo diritto-dovere di cittadini. Di fatto, con quel voto che la Dea Atena, simbolo di Atene, concede nei confronti dell’accusato Oreste, salvandolo dall’accusa di matricidio, ecco che nasce la democrazia occidentale, la nostra democrazia. Così il voto è ciò che sopperisce al male maggiore, vale a dire l’anarchia politica, ovvero l’impossibilità di essere governati in maniera che, fino a prova contraria, si possa definire democratica. Non solo: il voto è ciò che sopperisce a quello che si può anche definire «vuoto», quel «vuoto politico» che, riferito alla mancanza di accordi ovvero di responsabilità delle singole parti, rischia alla stessa maniera di provocare un danno irreparabile, come la guerra civile ovvero la presa di posizione dittatoriale. Così l’Orestea ci insegna, come notato bene da Emanuele Severino, la stessa struttura politica dell’Occidente. Ma in quel caso si tratta pure di un primo processo delle alte sfere, e non di una votazione a suffragio universale. In questi casi, come recita anche la nostra Costituzione, il voto viene definito libero ma anche «segreto». Ora, è proprio questa segretezza del voto che intendiamo indagare. Siamo proprio sicuri che, in questa nostra società caratterizzata dalla parossistica estroversione informativa, il voto sia rimasto qualcosa di essenzialmente segreto? Perché, e in che senso affermiamo che il voto sia o debba essere segreto? Che cosa comporta nel cittadino la riservatezza della sua tendenza politica?

«A

Il segreto dell’urna, anzitutto, è sinonimo di libertà: libertà da parte del cittadino di eleggere i propri governanti, ma anche libertà di non esporsi politicamente come tale, rimanendo in una sfera che potremmo definire «non dichiarata», diretta ma non necessariamente esplicitata. Il cittadino possiede il diritto di cambiare idea, anche all’ultimo momento se crede, così non è detto che debba necessariamente votare per quello che pensava il giorno prima. Così, allo stesso modo, egli può cambiare idea durante le elezioni o durante il mandato governativo di questa o quella coalizione. In ogni caso il cittadino ha il diritto di astenersi dal dichiarare la sua preferenza: non solo un diritto ma in certo senso anche un dovere, se leggiamo la Costituzione. Tutto questo, è chiaro, rappresenta un tipo di rapporto ben preciso che si viene a stabilire fra elettori ed eletti: in teoria gli elettori potrebbero anche non partecipare alle campagne elettorali, astenersi dall’andare a seguire comizi - come ancora molti fanno - e così entrare in azione soltanto il

Diritto-dovere dei cittadini, è l’essenza dell’Occidente, celebrata da Eschilo nell’“Orestea”. Ma ai nostri giorni anch’esso è condizionato da quel nichilismo spettacolare a cui nessuna politica riesce a opporsi

I sondaggi e la democrazia di Franco Ricordi

Per sua natura dovrebbe essere libero e segreto, così come la nostra Costituzione stabilisce. Due peculiarità ormai virtuali visto che le intenzioni di voto, costantemente aggiornate da reti televisive e giornali, sono diventate una specie di parlamento in seduta permanente. E condizionante giorno in cui si vota. Forse una volta la percentuale dei «votanti segreti» era più alta di coloro che, in una maniera o nell’altra, partecipavano direttamente o attivamente alle varie manifestazioni elettorali, anche se non candidati ma semplicemente sostenitori. Tuttavia, negli ultimi trenta-quarant’anni, tutto ciò è cambiato. Lo aveva intravisto genialmente lo scrittore boemo Milan Kundera in un libro del 1990, L’immortalità: il capitolo del libro è intitolato L’imagologia. «Imagologia! Chi ha inventato per primo questo magnifico neologismo?», si chiede Kundera tra il serio e il faceto, intuendo forse di aver toccato un tasto anche più grande di quel suo stesso bel romanzo: in effetti

l’imagologia è ciò che ha sostituito l’ideologia nell’Occidente, e se è vero che «gli uomini politici dipendono dai giornalisti, questi ultimi dipendono ormai dagli imagologi». Ma c’è un problema ancor più scottante, relativo all’imagologia, e fa riferimento proprio a quel problema del voto che stiamo analizzando: ovvero alla presunta, anche se ormai virtuale, segretezza del voto. In effetti, scrive sempre Kundera, lo strumento decisivo del potere imagologico sono i sondaggi d’opinione; e, grazie a essi, tale potere vive in assoluta armonia con la gente. È evidente che si tratti di un potere «ascoso», direbbe Leopardi, che spaccia per democrazia proprio ciò che non lo è. E infatti, continua Kun-

dera, «i sondaggi d’opinione sono un parlamento in seduta permanente che ha il compito di creare la verità, ed è la verità più democratica che sia mai esistita. Poiché non si troverà mai in contrasto con il parlamento della verità, il potere degli imagologi vivrà sempre nella verità, e anche se so che tutto ciò che è umano è mortale, non riesco a immaginare che cosa potrebbe spezzare questo potere». In questo modo lo sconsolato Kundera ci aveva avvertito: i sondaggisti giocano sopra un senso della democrazia «dichiarata» che, lungi dal potersi dire falsa, non potrà mai essere avversata proprio in ossequio a sé stessa: se abbiamo il diritto al voto abbiamo anche il diritto di intervistare chi vogliamo sulle «intenzioni di voto». E se coloro che vengono intervistati rispondono, allora noi abbiamo anche il «dovere», non solo il diritto di rivelare quali siano queste intenzioni. Ma Kundera scriveva più di vent’anni fa, quando i sondaggi d’opinione - soprattutto politica - erano soltanto agli albori. Oggi la situazione è completamente cambiata, a livello internazionale, e per quello che riguarda il nostro paese sappiamo bene che ogni lunedì ci aspetta, su una rete televisiva o l’altra, il sondaggio della settimana: un vero e proprio parlamento in seduta permanente, nei confronti del quale nessuno si oppone - da noi Berlusconi ne ha fatto un’arma assai affilata, ma si può dire che nessuna delle opposizioni si sia espressa sostanzialmente contro questa prassi.

Pertanto, tornando al nostro interrogativo, che ne è del voto? Di quel «voto libero e segreto» che la nostra Costituzione dovrebbe garantirci? Non c’è proprio niente da fare, come insinua Kundera, contro questa disfunzione che, di fatto, altera necessariamente l’essenza del nostro voto politico? Oppure potremmo immaginare di ribellarci a tale potere delle «intenzioni di voto» che, alla fine, potrebbe rivelarsi determinante anche nelle nostre stesse scelte e prerogative di libertà? In effetti, se negli ultimi giorni prima delle elezioni le proiezioni dei sondaggi vengono vietate, è segno evidente che ci si rende conto di come esse potrebbero condizionare l’elettorato. Ma, ci chiediamo: a nessuno è passato per la testa che non soltanto in quei «due giorni prima» tali sondaggi possano rivelarsi impositivi e fortemente condizionanti? È mai possibile che questo aspetto così evidente e chiaro di quella che è stata giustamente definita tecnocrazia sia stato lasciato vivere e prosperare in maniera così chiara e palese? Rispondiamo: la «forza maggiore» è sempre dalla parte della spettacolarità. I sondaggi «democratici» sono e saranno sempre più tollerati per un semplice motivo: essi sono l’ultimo surrogato del nichilismo spettacolare che sempre più stiamo vivendo. E contro questa fase del nichilismo nessuna politica è in grado di opporsi.


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Cd

on gettate la spugna dopo il primo ascolto di Lulu, doppio album terribilmente ostico e crudelmente fascinoso che vede protagonisti Lou Reed e i Metallica. Riascoltatelo più e più volte, senza pregiudizi e senza dar retta a chi si ostina a trattare il newyorkese come un rocker rimbambito e i quattro californiani alla stregua di metallari svenduti. Lulu è una walk on the wild side all’avanguardia, scomoda e urticante al pari di Outside, disco/thriller confezionato in grand guignol da David Bowie & Brian Eno. In gioco, fra le pieghe pulp di quest’opera ispirata alle pièce teatrali Lo spirito della terra e Il vaso di Pandora del drammaturgo tedesco Frank Wedekind, c’è la smalltown girl che da danzatrice si trasforma in cinica e sadomaso femme fatale per poi finire accoltellata da Jack lo Squartatore. Rivisitando la breve esistenza di Lulu in una chiave che è a tutti gli effetti hard (i testi a tripla x dei dieci brani li aveva invece già scritti per lo spettacolo di Robert Wilson andato in scena a Berlino), l’ormai settantenne Lou Reed s’è calato nei medesimi panni sperimentali di quando coi Velvet Underground creò White Light/White Heat e da solista inanellò il decadentismo di Berlin, l’eterno sibilo di Metal Machine Music, l’elegia sinfonica di Street Hassle, le nevrastenìe alla Lenny Bruce di Take No Prisoners, le implosioni di Magic And Loss, l’omaggio a Edgar Allan Poe di The Raven, la musica ambientale di Hudson River Wind Meditations. E i Metallica? Nel ruolo di granitica backing band, si sono messi umilmente al suo servizio con l’ambizione di sperimentare per la prima volta nella loro carriera. Brandenburg Gate, pregevole ouverture di questi novanta minuti monstre (qualche sforbiciatina, qua e là, andava fatta) si

musica

di Bruno Giurato

Paolo Conte e il destino DEI GREATEST HITS

N

Jazz

zapping

bbiamo tutti un debito col destino» ha detto Paolo Conte. Concetto che non si può smentire, diocenescampi, ma che nel caso del cantautore astigiano andrebbe ridetto così: abbiamo tutti lo stesso destino. E sì perché Conte, come tutti gli altri ci ha mollato la raccolta di successi sotto Natale. Sappiamo come vanno le cose: il mercato è ridotto come è ridotto, l’atmosfera è da ultimi giorni di Pompei (e anche da sito archeologico di Pompei, che si sta sfaldando sotto le piogge novembrine), e l’unico momento in cui il cliente ormai abituato a iTunes varca la soglia del negozio di dischi è quello dello shopping prenatalizio. Le case discografiche vogliono disperatamente monetizzare, e gli artisti, appunto seguono il Destino. Il disco di Conte si chiama Gong-ho, ed è un’antologia con 19 brani più uno inedito: La musica è pagana. Pagana ed elettronica a quanto sentiamo sul sito di Conte e in radio: il singolo si stacca con decisione dalle sonorità jazz anni Trenta, dalle malinconie metafisico-narrative alla chansonier, e ammannisce la voce dell’avvocato con sigaretta su una base iperprodotta, affollata di suoni «trattati» con i software. Il risultato suona molto meno pacchiano del singolo di Celentano coi Negramaro, anche se qualche dubbio viene, per esempio su cosa c’entri l’elettronica con Paolo Conte, e sui dilemmi esistenziali di un cantautore la cui voce «chiama» il piano, e invece si ritrova sulle batterie elettroniche. Abbiamo tutti un debito col destino, Paolo.

«A

Novanta minuti sulla

femme fatale di Stefano Bianchi

palesa come una ballata dai fuggevoli accordi di chitarra acustica sormontati dal canto di Lou Reed, versione crooner. Poi si evolve grandiosa, nell’avvilupparsi delle chitarre elettriche. The View, punta su un monolitico riff che si ripete all’infinito mentre la ruvida voce è pura recitazione. L’incipit solenne di Pumping Blood, col violino filtrato dalll’elettronica, cede il passo all’incedere marziale, durissimo, delle chitarre che a loro volta si fanno tappeto sonoro al servizio di un canto aritmico e straniante. Il cuore del brano, fra minimalismo e titaniche rullate di batteria, si trasforma in un galoppante rock & roll e poi in speed metal. Mistress Dread, con quell’iniziale organo da chiesa che depista, è accelerazione folle, thrash metal all’apice della crudeltà; Iced Honey, rock lucido ed essenziale à la Lou Reed, snocciola Sweet Jane come

ideale fonte ispirativa; Cheat On Me, con la lunga premessa ambient che anticipa le sperimentazioni della seconda parte dell’opera, fa esplodere un heavy metal che tracima, trascina, stordisce. Dal noise elettronico, Frustration passa al rock cavernoso che paga pegno ai Black Sabbath, mentre Little Dog è un pezzo atmosferico, pizzicato dalla chitarra acustica ed elasticizzato da distorsioni elettriche in cui Lou Reed declama, sussurra, centellina le parole. Dragon, raggrumata quintessenza della sperimentazione, oscilla fra Sister Ray dei Velvet Underground e il metal più velenoso: fra l’uno e l’altro, Lou recita con furore, come fosse un beatnik. Junior Dad, chilometrica e misticheggiante ballad interpretata in maniera superlativa, è infine la nuova Pale Blue Eyes: che si avvolge con tenerezza e commozione attorno a Lulu, archetipo della donna fatale. Lou Reed & Metallica, Lulu, Vertigo/Universal, 25,99 euro

La parabola di André Hodeir da Bach a Duke Ellington i ha lasciati il 1° novembre all’età di novant’anni uno dei più importanti critici e musicologi che ha avuto il jazz, André Hodeir. Una carriera straordinaria la sua. Allievo a Parigi, dove era nato il 21 gennaio 1921, del Conservatorio Nazionale Superiore di Musica, si era diplomato in violino e successivamente aveva seguito la classe d’analisi musicale guidata da Olivier Messiaen, ottenendo tre primi premi, in storia della musica, armonia e fuga. Un percorso che avrebbe dovuto portarlo verso il concertismo, ma parallelamente ai suoi studi accademici, scoprì giovanissimo il jazz e se ne innamorò, complici i due violinisti, stelle del jazz francese, Stéphane Grappelli e Michel Warlop. Le sue qualità di violinista colpirono un altro esponente della critica francese, Charles Delaunay che, nel 1942 mentre Parigi era invasa dai nazisti, lo invitò a incidere alcuni dischi, fra cui quel Minor Swing che Grappelli e Django

C

di Adriano Mazzoletti Reinhardt avevano composto cinque anni prima. Ma André si era appena diplomato, era un brillante futuro concertista e anche in Francia come in altri paesi europei dell’epoca, non era ammissibile che un musicista classico potesse suonare del jazz e quei dischi vennero pubblicati con lo pseudonimo di Claude Laurence. Il successo di quelle incisioni, le sue capacità jazzistiche lo portarono ben presto ad abbandonare Mozart e Bach per Duke Ellington, ma soprattutto a dedicarsi all’analisi jazzistica. Nel 1945 diede alle stampe, la sua prima opera, un libro di 200 pagine, dal titolo emblematico, Le Jazz cet Inconnu. Ma era davvero sconosciuto il jazz in Francia nell’imme-

diato dopoguerra? Dal suo punto di vista lo era certamente. Infatti, prima di quel 1945 nessun critico o studioso di jazz, con la sola eccezione di Ezio Levi in Italia, aveva pubblicato opere in cui la musica nero-americana veniva esaminata sotto un profilo musicologico e non solo storico e annedottico. Ma la svolta epocale nella critica jazz avvenne nove anni dopo, nel 1954, quando Hodeir pubblicò il suo Hommes et problemes du Jazz, primo libro di jazz scritto da un europeo a essere tradotto e divulgato in tutto il mondo. In poco più di trecento pagine rivoluzionò l’estetica del jazz. Fu il primo a parlare di improvvisazione simulata, nel senso che gli as-

solo in molte opere non sono frutto di improvvisazione spontanea, ma a lungo meditata, come nel celebre Body and Soul di Coleman Hawkins. Considerò il Concerto for Cootie composto da Ellington per la tromba Cootie Williams, alla stregua di «una autentica composizione, nel senso inteso dai musicisti europei». E fu anche il primo a individuare quanto era stata importante l’influenza sul jazz della musica europea. Nello stesso anno, dopo aver pubblicato Uomini e problemi del jazz edito in Italia nel 1958 da Longanesi, ritornò all’esecuzione musicale, in veste di compositore, arrangiatore e direttore d’orchestra. Fondò il Jazz Group de Paris e nel 1966 compose la monumentale cantata jazz Anna Livia Plurabelle su testo di James Joyce. Non si creda che Hodeir fosse un compositore di formazione classica prestato al jazz. Tutt’altro! Era un jazzmen autentico. Le sue composizioni sono state eseguite da grandi musicisti come Kenny Clarke e Martial Solal.


arti Mostre

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eazioni non proprio così calorose e qualche mugugno, da parte degli organizzatori, a proposito degli appunti qui avanzati, sul modo troppo museificante e mortifero di celebrare «risorgimentalmente» l’Arte Povera (ma di risorto, apparentemente, c’è troppo poco). Ma è ovvio, questa reazione ha un nome, si chiama fastidio, autodifesa, scudo protettivo di regime, in parte soltanto corporativo, e basta. Ma perché allora il lettore, che sta per fortuna fuori di questi giochi, o il collezionista attento, e soprattutto il visitatore non imbobinato dalle direttive di partito di questa massoneria auto-puntellata (capita l’allusione «arte povera»?) che sta diventando la consorteria del mondo dell’arte, è assolutamente d’accordo e ti precede? «Dio che mosce le mostre sull’Arte Povera!! ma le hai viste? neanche un’idea, possibile?». «Eh, certo, viste e anche scritto, ahimè». Ahimè, perché subito l’establishement ti fa passare per incompetente incontentabile reazionario prevenuto maldicente, ecc. Nessuna prevenzione a priori, sia chiaro. Paradossalmente stiamo solo difendendo la forza e la vitalità d’un movimento, affossato in un’estetismo decorativo-decotto, che davvero non si merita. Oppure la solita solfa un po’ irritante del «finalmente qualcuno che lo dice!». Irritante perché tocca poi sempre a te farlo, felicissimo capro espiatorio, per carità, è il nostro mestiere. Ma loro allora dove stanno, perché non parlano? (appunto, se sono i colleghi a complimentarsi o i pochi addetti ai lavori, davvero liberi di cervello). Quando però sono gli stessi artisti coivolti (soltanto alcuni, ovviamente) a solidarizzare e condividere, allora le cose cambiano un poco e prendono un altro senso (anche se poi la preghiera, e possiamo capirlo, è sempre comunque di non rivelare questa loro adesione soddisfatta). La cosa curiosa, però, è che a scegliere le loro frasi d’artista, da infiocchettare accanto all’opera (non sono le

R

Architettura

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Quella teiera senza vapore di Marco Vallora frasi a essere fiocchetto, sia chiaro, ma lo diventano semmai le opere a commento, posizionate così, nel solo effettovetrina-glamour) sono stati gli stessi curatori ad averlo fatto, e così paiono non recepire più quella lezione monitrice - e diresti anzi non s’accorgano nemmeno di darsi letteralmente la zappa sui piedi (per usare una metafora poverista) rievocando e resuscitando quelle proposizioni d’artista. Che stanno proprio lì a smentirli, come curatori. Leggiamo Anselmo, per esempio, con le sue lastre periclitanti, sospese, vive, che paiono voler falciare, con una mannaia feroce di pietra scheggiata,

quest’elegantino rigore decorativo devitalizzato da lucido show room. «Io, il mondo, le cose, la vita, siamo delle situazioni d’energia, ed il punto è proprio di non cristallizzare tali situazioni, di mantenerle aperte e vive. Non ho altra soluzione, per vivere nel vivo della realtà». Ma allora, dove è finita qui l’energia, quale è la «soluzione» alternativa, «vivente», al solito qualunque «esposizionismo»-tisana? Davvero non se ne poteva trovare un’altra di più vitale, come soluzione, invece di quest’ostensione funebre, di soli ikebanizzati carboni e ceneri e ultime cene? Idem per Penone, con i suoi alberi-

umani, sensibilmente attenti al respiro dei fili d’erba o al crescere del tronco, che diresti proprio scelte a dannazione e derisione di questa resa cimiteriale di messa in scena scenografica delle opere (e dire che una prova generale c’era già stata, con il riassuntino, inqualificabile, è vero, di Bonami alla Tate, ma un po’ di lezione si poteva comunque apprenderla, di lì). Certo le cose possono andar meglio con le opere concettualmente e volutamente congelate di Paolini, che non a caso riconosce che ogni sua opera «ha a che fare con la fotografia, perché scatta come una fotografia del processo ideativo, e fissa comunque un momento di eternità dell’immagine», offrendoci dunque come la prova del nove di queste impressioni. Ma attenzione: «Ho bisogno dell’Assoluto, come ho bisogno ogni volta di capire che non esiste». Ma allora perché contrapporre maramaldescamente, a questa intelligenza dell’opera di Paolini affermazioni d’altri artisti, che pontificano con dubbie frasi oracolari, che stanno tra Moccia e il Gabbiano Livingstone, tipo: «Nello specchio il passato si riversa nel futuro, così come il colore rugginoso dell’angoscia passa nell’azzurro della gioia» (cito attraverso appunti frettolosi, ma spero fedeli). Né basta uno specchio di Pistoletto, Sacra Conversazione appunto, con dentro la triade Penone, Anselmo, Zorio placcata, a fugare quest’odore d’incenso e di sacralizzazione fastidiosa (se poi non c’è altro). E tutto nel frattempo invecchia un po’ depressivamente, come gli stracci di Pistoletto con teiera, che un tempo faceva vapore, ma il fischio-vapore non c’è più (e allora? Risparmiamo l’elettricità?). E guai, se si toglie precauzionalmente il ghiaccio alle opere di Calzolari, perché «bagna fuori e la gente scivola», ma allora, signori, Calzolari non c’è più. E che bello sarebbe ascoltare il sonoro di quel video, dove ci son tutti a spiegare, i poveristi, ma niente, «i curatori non hanno pagato i diritti alla Siae», dice desolato il guardiano e zut! Triennale 2011, in morte dell’Arte Povera.

Jordi Badia e la creatività che riscatta il degrado arcellona negli ultimi vent’anni è diventata un autentico laboratorio di sperimentazione architettonica e artistica, che vanta una folta generazione di talentuosi progettisiti, tra i quali si segnala il catalano Jordi Badia. Classe 1961, barcellonese di nascita e di formazione, fonda nel 1994 lo studio professionale BAAS Architectos, con sede a Barcellona, la città dove ha realizzato alcune opere significative, tra le quali il sorprendente museo Can Framis. Completato nel 2009, il museo nasce per accogliere la collezione di arte contemporanea Vila Casas, raccolta dall’imprenditore farmaceutico barcellonese, Antoni Vila Casas (1930) che, collezionista e mecenate, nel 1986 costituisce l’omonima Fondazione, finalizzata alla promozione dell’arte catalana contemporanea, dando luogo a una imponente raccolta dove si affiancano scultura, pittura, grafica e fotografia. Il nuovo edificio, progettato da Badia, esclusivamente dedicato all’arte Contemporanea Catalana, sorge nel Poble Nou, storico quartiere industriale di Barcellona, tra il centro città e il mare, dove si

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di Marzia Marandola concentravano le piccole e medie attività produttive. Negli ultimi vent’anni la progressiva dismissione delle industrie aveva portato il quartiere a uno stato di abbandono e di conseguente degrado urbano, che indusse nel 2001 la municipalità di Barcellona alla redazione di un programma di riqualificazione urbana con riconversione degli edifici, denominato Distrito 22@. Il piano, sostenuto da cospicui finanziamenti pubblici, ha indotto in tempi rapidi una veloce rivitalizzazione dell’intera zona. Il progetto dello studio Badia riusa l’antico complesso industriale preesistente formato da edifici in muratura di nessun valore architettonico e di infima qualità costruttiva, ma con volumi imponenti e austeri. La strategia del progetto consiste in primo luogo nell’individuare le parti da demolire e quelle da risparmiare, che consistono sostanzialmente in due lunghi padiglioni, disposti quasi parallelamente, in prossimità di due torri industriali in pietra. All’interno del lotto, lontano dal fronte stradale,

gli edifici conservati, opportunamente rielaborati, conformano il museo in un corpo a C che nasce dall’aggregazione di due corpi longitudinali, costituiti da due antichi capannoni industriali rifigurati, all’estremità dei quali si innesta un nuovo corpo di fabbrica, anch’esso parallelepipedo, che individua una piccola corte aperta su un fronte. Il progetto Badia conserva il profilo architettonico ed è molto rispettoso della materia e delle sue superfici: i semplici volumi scatolari con i muri di pietra, i tetti a falda traforati da file di finestre a piattabanda, mantengono in apparenza la loro integrità spaziale e costruttiva. In realtà essi sono profondamente trasformati nella natura architettonica, attraverso miratissimi chirurgici inserti.Tasselli cementizi tamponano le finestrature, trasformate in specchiature cieche e incavate, che cadenzano i fronti, ridisegnandone la superficie e l’immagine; nuove e severe quinte cementizie, finemente modellate, ridisegnano le testate. Se all’esterno sono le diverse tonalità del grigio del cemento e della pietra a definire il carattere cromatico, all’interno è il candore lucente a contrassegnare gli spazi espositivi sovrastati dalle geometrie antiche di moderne capriate in legno lamellare.


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il paginone

Radicali nel predicare la certezza che vivere il Vangelo era possibile, così Francesco e Chiara costruirono un modello di comportamento che pacificamente si contrapponeva a quello in auge e che, pacificamente, lo scardinava. Come racconta (ribaltando molti luoghi comuni) Chiara Frugoni nel suo libro dedicato ai due santi di Assisi di Pier Mario Fasanotti ssisi è luogo e crocevia di un movimento intimamente cristiano, pacifista e aperto al dialogo inter-religioso. Da anni. È difficile comprendere il significato, sostanziale e simbolico, della cittadina umbra senza conoscere i due grandi santi di questo magnifico borgo dell’Italia centrale. A questo rimedia, e brillantemente, il libro di Chiara Frugoni, che ha insegnato Storia medievale nelle

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anno IV - numero 39 - pagina VIII

università di Pisa, Roma e Parigi, ed è autrice di importanti testi sui cosiddetti secoli bui. S’intitola Storia di Chiara e Francesco ed è pubblicato da Einaudi (178 pagine, 18,00 euro). Il movimento francescano, diventato poi «ordine», ha un suo precedente storico che spiega bene il conflitto permanente tra Assisi e Perugia. Quando Federico I detto il Barbarossa fu eletto imperatore (nel 1152) decise (per compiacere lo zio, Guelfo VI di Baviera duca di Tuscia) di far rientrare nel ducato di Spoleto la cittadina di Assisi. Si tornava in questo modo all’organizzazione amministrativa che risaliva all’epoca di Carlo Magno. Barbarossa inviò ad Assisi il suo rappresentante, Corrado di Urslingen, che s’insediò («minacciosamente») nella Rocca. Quando morì il figlio dell’imperatore Federico (Enrico VI) scoppiarono tumulti nell’Italia centrale. Gli homines populi, ossia i non aristocratici, si ribellarono e distrussero la Rocca diventata sede della guarnigione teutonica. Gli stranieri erano invisi agli umbri (e non solo a loro), sostenuti da Papa Innocenzo III che ebbe a ricordare il «dominio molesto dei tedeschi, gente rude, forzuta, con la quale era impossibile istituire alcun rapporto “perché la lingua non s’intende”». Ad Assisi scoppiò la rivolta: gli homines populi contro gli homines boni (ovvero i nobili: in tutto una ventina di famiglie). Gli aristocratici furono costretti a fuggire. Alcuni chiesero e ottennero ri-

Il privilegio d fugio a Perugia, città che aveva tutto l’interesse di allargare, con le concessioni degli esuli, le proprie terre. Da questo clima di accentuata discordia si passò a una vera e propria battaglia, quella di Collestrada (nel 1203). A combattere a cavallo ci fu anche il giovanissimo Francesco, che poi finì nelle tetre prigioni perugine (ove rimase per almeno un anno, a quanto risulterebbe). Non è cosa di poco conto perché quando Francesco, diventato frate, predicò a Perugia, continuò a essere considerato un «nemico» in quanto nato e cresciuto ad Assisi. Il futuro santo reagì in maniera veemente, denunciando la protervia dei perugini: «Il vostro cuore si è gonfiato di arroganza e, invasati dall’orgoglio e dalla potenza, devastate le terre dei vostri vicini e molti ne ammazzate». Al momento della reclusione di

cuna ostentazione o desiderio di esibirsi in pubblico. Francesco ebbe poi la svolta esistenziale opponendosi alla mentalità del padre, Pietro di Bernardone, astuto commerciante tessile e accumulatore di grandi ricchezze.

Lo fece dopo alcuni anni di bella vita, periodo in cui si distinse anche per un ricercato e molto nuovo modo di vestirsi. Gli anni che furono di mezzo tra un suo atteggiamento pietoso verso i meno fortunati e la vera conversio si spiegano alla luce dei suoi ideali cavallereschi. Era alla ricerca di nobili gesta a favore dei deboli, spinto anche dal desiderio sociale della sua famiglia di appartenere a un ceto superiore. Dopo periodi di eremitaggio e di riflessioni, soprattutto nella chiesa di San Damiano poco fuori Assisi, Francesco ar-

partito circa la «povertà come scelta», la solidarietà tra religiosi e laici, l’inseguimento non solo di una grande armonia interiore ma anche di una pace sociale. Tutto questo in contraddizione feroce all’idolatria del de-

In una società regolata dal denaro, il rifiuto della proprietà e l’avversione a maneggiare i soldi rappresentarono una forte destabilizzazione. Per questo il frate fu considerato un sovversivo Francesco, figlio di un ricco commerciante di stoffe in odore di usura (come alluse un vescovo), Chiara doveva avere otto o nove anni. Lei era un’aristocratica: ciononostante abbracciò fin da ragazzina - bella e corteggiatissima ma refrattaria a qualsiasi ipotesi matrimoniale - le ragioni profondamente e radicalmente evangeliche di Francesco, decidendo d’essere monaca, di aiutare i poveri senza al-

riverà al nucleo intimo del Vangelo, sconvolgendo la mentalità mercantile e venale dell’epoca. Si spogliò degli abiti raffinati e ridette i soldi al padre. Si fece povero tra i poveri e, assieme ai suoi primi accoliti - sbeffeggiati sovente come «straccioni stravaganti» - attribuì parola e diritti a tutti gli emarginati. Ciò che mise in imbarazzo l’ordine costituito e pure alcune gerarchie ecclesiali fu l’ordine im-

naro, motore di guerre e soprusi. Se c’è ricchezza, sosteneva, ci sono armi per difenderla. Chiara, figlia di Favarone di Offredduccio, invece non ebbe motivo di convertirsi come Francesco, avendo nella madre un esemplare modello di carità cristiana. Tuttavia andò oltre la carità e la beneficenza. Ben oltre. L’opera e la vita di Francesco risultarono socialmente «scandalose». In quanto evangelicamen-


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nella vita, senza fare alcuna distinzione tra classi sociali. Francesco e Chiara si conobbero e si frequentarono, certamente (ed esiste documentazione). La futura santa sostenne in toto la forma vitae del frate, e per la prima volta, lei donna, scrisse una «regola» per la comunità religiosa femminile (fu approvata in punto di morte). Non fu facile perché il testo costituì per vari anni «una barriera alle disposizioni papali». L’ex nobile e bella fanciulla di Assisi fu sempre fermissima nel ritenere cruciale il principio francescano della povertà. Chiese a Papa Innocenzo III uno strano privilegio: non essere costretta a ricevere possedimenti e lasciti per il sostentamento suo e delle sue compagne. Il pontefice pare si sia stupito non poco, e accondiscese senza reprimere un certo sorriso. Il documento, la Charta libertatis di Chiara, venne successivamente confermato da Gregorio IX.

della povertà te radicali, obbedienti alla parola del Cristo. Chiara Frugoni nel descrivere scrupolosamente la storia dei due santi, fa continuo riferimento a testi biografici (soprattutto a Tommaso da Celano). E mette in discussione certi luoghi comuni, attinenti alla fatica, alla penosità e alla tetraggine dei francescani nell’ottemperare l’insegnamento di Gesù. Innanzitutto Francesco raccomandava ai suoi la gioia (ne è testimonianza il suo Cantico) e il rifiuto di digiuni estenuanti così

mente si contrapponesse a quello in auge e che pacificamente lo scardinasse». Francesco dichiarò più volte che il Vangelo era possibile. Senza per questo voler destabilizzare l’ortodossia religiosa che esigeva obbedienza alla Chiesa di Roma. Ma il concetto del «rifiuto della proprietà» e l’avversione a «maneggiare» soldi non erano certamente elementi che potevano passare inosservati, anzi erano addirittura in grado di costituire minacce all’ordine social-mencantile di

certo senso rappresentava un elemento «destabilizzante» sul piano social-politico, poco importa se avesse il sostegno verbale del Vaticano. Spiega bene Chiara Frugoni il contesto storico: «In una società in cui era il denaro che regolava l’accesso ai beni, i frati, bandendone l’uso, rifiutavano di accordargli una funzione nella loro vita. Non rientravano nel sistema dei legami e dei favori, delle elargizioni e dei donativi, non contraevano alcun debito di gratitu-

Fino all’ultimo, anche da badessa di San Damiano, Chiara, opponendosi prima a Innocenzo III poi a Gregorio IX, non volle ricevere possedimenti e lasciti per il sostentamento della sua comunità come la mortificazione fisica: occorreva mangiare e riposare per non far protestare «fratello corpo» che, privato dell’occorrente non avrebbe potuto né stare ritto, né resistere a lungo nell’orazione, né compiere altre opere buone.

Quanto alla svolta genuinamente cristiana di Francesco, l’autrice si rifà alla parola greca metànoia, che significa «la mutazione di una persuasione, di un’attitutine o di un disegno abbracciato anteriormente». Metànoia comprende in sé sia la paenitentia sia la conversio. Certamente «sovversivo» fu l’insegnamento del santo di Assisi. Scrive Chiara Frugoni: «La realtà assisiana fu un laboratorio di meditazione per costruire un modello di comportamento che pacifica-

quelle terre dell’Italia centrale, che al lusso stentavano ovviamente a rinunciare. Da una parte famiglie nobili con grandi possedimenti e famiglie neo-borghesi dedite agli affari (futuro nerbo dell’Italia dei Comuni), dall’altra una gran massa di poveri, malati e totalmente esclusi dal contesto sociale. I frati di Francesco - che inaugurarono l’uso della toga con cappuccio e legata in vita da una semplice corda al posto della cintura di cuoio - lavoravano gratuitamente e in cambio, grazie all’uso della «questua», accettavano solo il necessario per sé o i mezzi per aiutare i diseredati del mondo, che erano tanti e per la maggior parte relegati in luoghi isolati così da non sporcare l’immagine delle città fiorenti e gaudenti. Francesco in un

dine rispetto alla carità altrui; rimanevano completamente liberi e indipendenti. Il denaro, fonte di tesaurizzazione, sviluppava invece un sistema costruito sul guadagno, sistema che non si curava delle rovine che provocava lasciando famiglie sul lastrico, persone strozzate da debiti usurai, indigenti e miserabili, accalcati negli ospizi o sulle strade. Eppure anche i ricchi assisiani erano cristiani, ma ritenevano sufficiente regalare ogni tanto qualche soldo, fare la carità e sentirsi buoni, senza chiedersi se la mano che verso di loro si tendeva fosse stata obbligata a quel gesto dalla propria, poggiata invece sulla borsa appesa alla cintura». La comunità francescana non si proponeva come ascetica, lontana dal mondo, ma anzi si impegnava a entrare a capofitto

Malgrado diventata badessa in San Damiano, Chiara scelse per sé gli incarichi più faticosi e più modesti: lavava i piedi alle consorelle o i «sedili» delle monache inferme (maleodoranti e perfino formicolanti di vermi). Di buon grado accettava di incontrare i bambini che le venivano portati perché lei li curasse o li miracolasse. Anche a seguito di sconvolgimenti politici ad Assisi, la comunità di Chiara aumentò quel lavoro che era utile per il mondo esterno (procommuni utilitate), e non soltanto a beneficio del monastero. Pare normale pensarlo oggi. Un po’ meno a quei tempi. Tempi in cui la Chiesa ammetteva solo le moniales, le monache di clausura, ossia donne custodite. Non era previsto che ci fossero suore (sorores, gruppi di religiose riunite in congregazione fiorirono molto dopo, soprattutto nell’Ottocento). Chiara, attorno ai trent’anni, era già gravemente malata. E fu costretta a rimanere a letto per ben ventotto anni. Nel marzo 1227 a Papa Onorio III successe il cardinale Ugolino che assunse il nome di Gregorio IX. Nel luglio dell’anno successivo andò ad Assisi per il rapido processo di canonizzazione di Chiara. E volle incontrarla. Un colloquio non del tutto pacato. Il pontefice fece di tutto per convincerla ad acconsentire di avere una qualche proprietà, ma lei fu irremovibile. Pare che il Papa replicasse così: «Se temi per il voto, noi te ne dispensiamo». Risposta: «Santo Padre, a nessun patto e mai, in eterno, desidero essere

dispensata dalla sequela di Cristo». In settembre sorella Chiara riuscì a farsi confermare il «Privilegio dell’altissima povertà» per San Damiano e per alcuni monasteri femminili che l’avevano richiesto. Quando, anni prima, Francesco morì, Chiara baciò le stimmate del frate concittadino. Santa Chiara, nell’ultima lettera spedita ad Agnese di Boemia, esortò la consorella a contemplare quotidianamente Cristo, «specchio senza macchia». Una sorta di specchio mentale dove si chiarivano, e rifulgevano, alcuni principi tra cui «la beata povertà, la santa umiltà e l’ineffabile carità». Come Francesco, prima di morire Chiara trascrisse nella sua «regola» le sue ultime volontà: «Io, frate Francesco piccolino voglio seguire la vita e la povertà dell’altissimo Signore nostro Gesù Cristo e della sua santissima Madre, e perseverare in essa fino alla fine. E prego voi, mie signore, e vi consiglio che viviate sempre in questa santissima vita e povertà. E guardatevi molto bene dall’allontanarvi mai da essa in nessuna maniera per l’insegnamento o il consiglio di alcuno». Fino all’ultimo la badessa Chiara rimase ferma, fermissima, ai principi francescani.


Narrativa

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Enrique Vila-Matas ESPLORATORI DELL’ABISSO Feltrinelli, 258 pagine, 18,00 euro

no dei più grandi scrittori spagnoli di oggi, Enrique Vila-Matas (Barcellona, 1948) torna al genere che l’ha reso famoso in tutto il mondo. Quello dei racconti. Scritta in prima persona - e ciò non è affatto casuale - è la novella intitolata Modestia. «Da molti anni racconta il protagonista - svolgo il compito di spia casuale sull’autobus della linea 24 che risale calle Mayor». In qualità di uditore abusivo, anche se a volte si distrae un po’, assorbe frammenti di conversazioni. Diventa registratore di spezzoni di esistenza. Nella sua testa di uomo che compie un furto s’imprimono frasi banali come «Le ho regalato delle magnolie e non me l’ha mai perdonato», frasi enigmatiche che verrebbe voglia di approfondire come «Se guadagni del denaro prima dei quarant’anni, sei spacciato», e frasi che forse sono profonde ma chi lo sa, come «La felicità è nel martirio». Il ladro di parole e di emozioni si emoziona a sua volta quando incontra una donna che per tante ragioni vestiario, occhi, portamento, modo d’incedere - è l’emblema della modestia. «Una modestia accattivante». Vorrebbe pedinarla, ma desiste. In ogni caso quell’essere né bello né brutto avvia la sua immaginazione e determina una radicale svolta di vita. Se prima era un uomo estremamente consapevole della propria fortuna professionale tanto che, vantandosene, doveva reprimere strabilianti grida di gioia, dopo l’incontro misteriosamente fatale gli pare ridicola la voglia di snocciolare dinanzi a sé e agli altri i propri successi: «Insomma, me lo tengo per me… loro sembrano pensare che io sia un povero diavolo». Basta quindi con il bus 24 perché «la spinta si è esaurita». La femmina modesta la vorrebbe incontrare, ah questo sì, se non altro «…per poterle dire le mie più modeste verità: che invecchio, che non sono più un buon cacciatore di frasi, che nel mondo c’è soltanto lei». Vila-Matas gioca sempre come un funambolo sulla corda sottile che separa vita e letteratura. Addirittura rovescia le regole. Nel racconto Perché lei non lo ha chiesto il protagonista, che è uno scrittore, s’immagina di ricevere da una certa Sophie la commissione di scrivere un racconto che lei dovrà poi vivere interamente. Altri celebri narratori, cui è stata formulata la medesima proposta, rifiutano. Lui invece accetta, dopo tanto tempo speso a indagare gli intimi e oscuri lega-

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libri

Politica

Esplorazioni dell’oltre Enrique Vila-Matas torna ai racconti e si muove come un funambolo sulla corda sottile che separa vita e letteratura di Pier Mario Fasanotti menti tra prosa ed esistenza, cercando sempre di «spingersi al di là della letteratura». E il tema dell’«oltre» compare in un altro racconto di sapore gogoliano, guarda caso ambientato nella Russia imperiale (Fuori di qui). Il giudice Andrej è stanco morto e non riesce a riposarsi: lavora tutto il giorno e, vedovo due volte, deve pur badare a sei figli. I primi due sono pericolosamente vicini a idee estremiste e anti-zariste, i due intermedi «sono solo degli imbecilli» mentre le gemelli-

ne di sette anni gli rivolgono domande quasi fantascientifiche o para-filosofiche, del tipo «papà, perché c’è qualcosa invece che niente?». Anche in questo caso il protagonista traballa, si confonde, sogna di essere addirittura un altro, ma soprattutto si chiede se davvero possa esserci qualcosa fuori della famiglia. Con uno squassante dubbio: «Ma come si fa ad affacciarsi sullo spazio vuoto? E com’è possibile, per di più, che uno spazio vuoto possa sostituire la felicità che offre la famiglia?». Inizia così uno strano viaggio intellettuale e spirituale in «un territorio sconosciuto, nello spazio dove si trovano i limiti delle sue facoltà intellettive. E come se fosse giunto nel luogo dove può non spingersi oltre con il pensiero». La sua mente avverte una bizzarra espansione, le sue cellule cerebrali si muovono vorticosamente ma in ordine sparso, e poco è il conforto di guardare le figlie dormire «con un sorriso congelato sul viso». Occupa una sola pagina il racconto Un tedio magnifico. Una donna chiamata Simone assapora i primi istanti dell’alba, stiracchiandosi pigramente nel letto. In una casa vicina qualcuno ha urlato: il suono straziante le pare una personale svolta a «u», «qualcosa simile a una catarsi, perché ebbe la sensazione che al suo risveglio ci sarebbe stato un prima e un dopo quell’urlo». Ma l’urlo s’era spento e tutto era rimasto uguale a prima. Che fa allora oltre a guardare «le particelle di polvere, quella sorta di poesia dell’invisibile»? Simone si spinge nella pigrizia dell’infinito. Scrive l’autore: «Quella era la sua meta nella pienezza del suo magnifico risveglio da morta».

Ecco cosa resterà del berlusconismo

on Palazzo Grazioli che assomiglia ogni giorno di più al Führerbunker, diventa quasi un obbligo leggere Presidente, ci consenta dell’inviato del Tg1, Angelo Polimeno. Un istant book arrivato in libreria mentre si dipana il crepuscolo del berlusconismo e che racconta il principale protagonista della Seconda Repubblica attraverso le voci e le verità di quelli che in questi diciott’anni gli sono stati vicino. E sono nomi come quelli di Antonio Martino, Maurizio Sacconi, Altero Matteoli, Gaetano Pecorella, Gianfranco Rotondi, Antonio Tajani, Claudio Scajola e Marcella Pera. Non semplici testimoni, ma fautori di un progetto che doveva scaturire nella rivoluzione liberale e che invece oggi rischia di passare alla storia come l’ennesima grande incompiuta italiana. Con «collaboratori» di questo calibro, e prosa chiara e diretta, Polimeno può più facilmente far comprendere al lettore perché l’assenza di politiche dirette allo sviluppo, l’incapacità di riformare la giustizia, i giudizi sprezzanti dei maggiori partner europei, hanno concorso allo stesso modo all’implosione del berlusconismo. Con il partito che dall’abbandono di Fini si è disgregato strada facendo e con l’Europa che ha finito per

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di Franco Insardà commissariarci. In quest’ottica Antonio Martino prima sottolinea che la dissoluzione è dovuta al non aver «tenuto fede all’impegno assunto innanzitutto con i nostri elettori, che hanno creduto in noi e ci hanno dato una grande forza». Quindi pone l’accento sull’incapacità di Palazzo Chigi di dialogare con le grandi istituzioni internazionali. Con il risultato che «la Banca d’Italia e la Bce hanno voluto far credere ai governanti che era impossibile resistere a un attacco speculativo». Mentre il ministro Matteoli svela che «già un anno prima della nascita del Partito unico del centrodestra», Gianfranco Fini nutriva dubbi sulla nuova formazione. «Guardate - ci disse - non so più se prenderò la tessera del Pdl. Al punto in cui siamo l’operazione dobbiamo farla ugualmente. Ma al congresso mi terrò le mani libere». Dopo avere fatto i conti con il passato (del berlusconismo), Polimeno guarda all’eredità (politica) del Cavaliere e cosa avverrà nel partito nato a immagine e somiglianza del capo. E qualcosa resterà se, come nota l’autore, l’obiettivo di Presidente, ci consenta è dimostrare «l’esistenza di un

Da Martino a Pera, otto testimonianze doc sulla dissoluzione di un progetto e sul futuro del Pdl

dibattito, articolato e profondo, nel Pdl. Un dibattito a viso aperto, rivolto anche e soprattutto a Berlusconi». Claudio Scajola, presunto artefice di tutte le congiure in via dell’Umiltà, suggerisce che «il primo passo da compiere è prospettare un cambiamento vero, che incida in modo profondo nella struttura del partito, per rinnovarlo radicalmente.Tutto questo nella prospettiva di un congresso costituente, con un nuovo nome e un nuovo simbolo, aperto a tutti i moderati che si riconoscono nel Ppe». Un percorso al quale devono partecipare anche Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini, «che ha il merito storico di aver traghettato la destra verso la modernità». Con un orizzonte temperale più stretto, Marcello Pera, ideologo di un berlusconismo che provava a conciliare cattolicesimo e liberalismo, ricorda come «alternative per palazzo Chigi dentro il centrodestra e con una maggioranza di centrodestra già esistano e Berlusconi per primo dovrebbe considerarle. Alfano è la migliore di esse. Ci si dovrebbe pensare prima che l’agonia produca gli ultimi rantoli, come sarebbe un governo indicato dal presidente della Repubblica». Angelo Polimeno, Presidente, mi consenta, Mursia, 234 pagine, 17,00 euro


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poesia

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Zanzotto e i sortilegi di Filippo La Porta ndrea Zanzotto lacaniano? heideggeriano? Il poeta di Pieve di Soligo fornisce un materiale inesauribile ai filosofi ma il suo nucleo intellettuale è forse più semplice di quanto appaia. E ancora: Zanzotto petrarchista, come agli esordi lo definì Ungaretti? Va bene, ha portato il linguaggio lirico a vertici assoluti ma il suo magma linguistico evoca invece l’altro grande modello, Dante. Leggiamo Sì, ancora la neve (nella Beltà, del 1968), quella poesia che inizia così: «Che sarà della neve/ che sarà di noi?/ Una curva sul ghiaccio/ e poi e poi... ma i pini, i pini/ (…)». L’impressione è di una spaesante commistione di linguaggi e registri - l’intervista a un bambino che elogia la Standa, la citazione di Holderlin, neologismi semplici («scoiattolizzare») e neologismi letterari (da Dante «empireirsi»), balbettii («fru-fruire dei fuitori», che è una satira del gergo accademico), verso classico deturpato (il settenario tronco, di evidente intonazione onomatopeico-fumettistica «gnam gnam yum yum slurp slurp»), dialetto (alpino: «slambròt cimbrici» o veneto: «ciacola»), lessico musicale («nanobiscroma») parole ricercate («la neve si affisa a noi»), linguaggio infantile, puramente fàtico («pappa» o «bimbi bambi» o «pini ini ini»).

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Diciamo allora, per semplificare, che sul piano dell’impasto linguistico è dantesco (non su quello strettamente lessicale se si pensa all’esplicito calco petrarchesco «Che fai? Che pensi? Ed a chi mai chi parla?, - Ipersonetto XI), ma è soprattutto sul piano della poetica (e della «filosofia») che si deve considerare petrarchesco: non crede veramente nella realtà ma solo nell’esperienza psichica, nell’io monologante, nei moti dell’animo, nelle parole per dirlo. All’origine della implosione sintattica e della decomposizione lessicale di Zanzotto (nato nel 1921 a Pieve di Soligo, provincia di Treviso e scomparso a Conegliano il 18 ottobre scorso) non c’è una ideologia o un manifesto programmatico. E anzi era infastidito dalla «spavalderia» dei Novissimi, dal loro ignorare che dentro il convenzionale non c’è solo il convenzionale… No, all’origine del suo canzoniere troviamo invece un trauma personale: la perdita di un paesaggio (quello veneto, rielaborato in termini che evocano il romanticismo tedesco: in Vocativo, del 1957, l’io si perde ma anche si ritrova in quei colori della natura e in ge-

nerale c’è una analogia psichepaesaggio: «da tutto questo che non fu/ primavera non luglio non autunno/ ma solo egro spiraglio/ ma solo psiche»…) e il senso di una frattura insanabile tra soggetto e realtà, come sottolinea Niva Lorenzini, che giustamente parla di leopardiana «poesia di pensiero» (altro che assenza di significati!). In ogni componimento zanzottiano sento quella scintilla che si forma nel’urto tra parola poetica e realtà esterna: la sua poesia vuole rendere conto dell’impoetico e del corporeo, e perciò, sul modello di Artaud, diventa teatro, scena del corporeo. E poi Zanzotto «rischia» interamente da solo, sigillato dentro la sua campagna trevigiana, non frequenta gruppi autopromozionali (e anzi non crede al gruppo, poiché «Il gruppo rappresentava per me la gestione di qualcosa di extraletterario…») né il modaiolo jet set della poesia, anche se negli anni Sessanta si avvicina a Lacan. Zanzotto tende a sfuggire a classificazioni troppo precise, anche per l’evoluzione della sua poesia, a partire dall’esordio nel 1951 con Dietro il paesaggio. Sia Contini che Sanguineti lo mettono perentoriamente dentro l’ermetismo, mentre altri hanno parlato di neoclassicismo. Ma accanto ai versi più aspri, e al caos di detriti linguistici (la trilogia del Galateo in bosco, Fosfeni e Idioma) possiamo rintracciare una linea di poesia civile. Ricordo almeno il violento poemetto-dialogo Gli Sguardi i Fatti e Senhal, in cui 1969, al contrario di Ungaretti e Montale (allora più aperti verso le magnifiche sorti) reagì malissimo all’evento dello sbarco sulla luna. Così scrive: «Doveva acca-

il club di calliope

dere laggiù che ti e ti e ti e ti/ lo so che ti hanno preso a coltellate». L’astro lunare, candido e gelido, tema prediletto della sua poesia, già descritto come «Luna puella pallidula,/ Luna flora eremitica,/ Luna unica selenita», perde così irreversibilmente la sua inesauribile carica simbolica: Femminile, Yin, Notte, Magia, Mistero, i sabba, la fecondità, i licantropi… Ma anche Sovrimpressioni (2001) sempre sulla difesa e scienza del paesaggio. Ricordo anche Meteo del 1996, con 20 disegni di Giosetta Fioroni (la poesia Ticchettio I su Cernobyl, dove gli ori pascoliani dell’estate appaiono «dolcemente radioattivi»).

Al mondo, a onta della fama di poeta difficile, ha una assoluta immediatezza comunicativa: quasi una preghiera laica, insieme straziante e dotata di una straordinaria forza comica. È vero che il poetare di Zanzotto deriva spesso da pure rispondenze o vibrazioni foniche, ma in queste si percepisce sempre una vibrazione anche del senso, la ricerca di una verità che «geme a se stessa» («Esistere psichicamente», in Vocativo). La «distruzione del campo semantico» genera significati nuovi e sorprendenti. Il significato si è ritirato, ma non è sparito. Se tutto è solo lingua occorrerebbe poi ricordare, come fa Giorgio Manacorda (in Annuario ’96, Castelevecchi) che anche la semantica fa parte della lingua. Certo la lettura della sua poesia equivale a un viaggio avventuroso nella lingua, tra falsi derivativi («pinoso» da «pino»), pseudoetimologie («astrazione» da «astro»), filastrocche («bambucci-ucci»), onomatopee palazzeschiane appena straniate

AL MONDO Mondo, sii, e buono; esisti buonamente, fa’ che, cerca di, tendi a, dimmi tutto, ed ecco che io ribaltavo eludevo e ogni inclusione era fattiva non meno che ogni esclusione; su bravo, esisti, non accartocciarti in te stesso in me stesso. Io pensavo che il mondo così concepito con questo super-cadere super-morire il mondo così fatturato fosse soltanto un io male sbozzolato fosse un io indigesto male fantasticante male fantasticato mal pagato e non tu, bello, non tu «santo» e «santificato» un po’ più in là, da lato, da lato. Fa’ di (ex-de-ob etc.)-sistere e oltre tutte le preposizioni note e ignote, abbi qualche chance, fa’ buonamente un po’; il congegno abbia gioco. Su, bello, su. Su, munchhausen. Andrea Zanzotto da La beltà («cloffete clocchete ch ch»), slogature sintattiche, ossimori, etc. Ma non si tratta mai di una escursione oziosa, puramente degustativa. Vi è in quel viaggio un interrogativo struggente, che riecheggia quello famoso di Quevedo (Ah della vida, nadie me responde?): «Che si dice lassù nella vita/ là da quelle parti là in parte?». Nella poesia Sì, ancora la neve dirà con voce supplichevole, infantile alla neve «Non mi abbandonerai mai, vero?». Dove il significante, la pura fonicità, l’accostamento di suono sembra sempre sul punto di prendere il sopravvento, ma non c’è verso in cui non sentiamo il corpo tremante dell’autore, il suo io disperso e multiforme e incline a regredire all’infanzia. Il suo itinerario mi ricorda quello di Pasolini: entrambi attraverso la poesia elaborano ansiosa-

mente il lutto per la perdita di un paesaggio (che è non solo, come è stato detto, la «poesia» ma un luogo fisico), anche se lo scrittore friulano, più sfiduciato nei confronti della parola letteraria, si spinge oltre i limiti del linguaggio poetico (verso il cinema, verso un’oratoria giornalistica, verso un uso performativo del corpo stesso, sul quale in un’occasione fece proiettare un proprio film), mentre Zanzotto lavora su quei limiti, li attraversa di continuo e li fa deflagrare. E del suo trauma originario, cui abbiamo accennato, fa parte anche la perdita della possibilità di dire le cose in modo lineare. Il suo è un sortilegio verbale (vicino alla fiaba e alle formule magiche dei bambini) per far di nuovo esistere buonamente il mondo, esposto ogni giorno a un super-morire.

UN EREDE MODERNO DI VILLON in libreria

FURORE L’ho detto e lo ripeto al tuo furore che il rimedio unico e perfetto ai salti di ogni cuore è lo stesso amore, che non cessa di amare nel difetto quando smette di ascoltare il suo rumore. Paolo Ruffilli da Affari di cuore, Einaudi

di Pasquale Di Palmo aurizio Casagrande si era distinto fino a ora per la sua attività di critico, pubblicando, tra l’altro, un importante libro di interviste intitolato In un gorgo di fedeltà: Dialoghi con venti poeti contemporanei (Il Ponte del Sale, 2006). Ora lo stesso editore pubblica la sua prima raccolta poetica, Sofegón carogna (88 pagine, 13,00 euro), composta nel dialetto «padovano in uso nell’area a sud di Padova», come avverte l’autore in nota. Si tratta di un dialetto atipico, una sorta di «ibrido», dal colore «scuro come la terra dopo l’aratura, oppure cupo come l’acqua che ristagna in una gora», in cui è molto presente l’elemento di un’invettiva memore della lezione di Villon e Rabelais, e che raggiunge, spesso, il diapason della vera e propria imprecazione blasfema. Casagrande descrive con esiti quanto mai felici, attraverso «’sta freve de dire/ ca m’inpisa ogni dì» («questa febbre di parole/ che mi consuma ogni giorno»), un mondo popolato da un’umanità eterogenea, fatta di beoni e bestemmiatori, manovali ed emarginati.

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Televisione

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spettacoli

di Pier Mario Fasanotti cusate, ma insisto. Già la scorsa settimana ho paragonato serial televisivi italiani e serial d’Oltralpe e di Oltreoceano. A parte la recitazione degli attori, è un fatto che noi siamo davvero indietro nella costruzione di una buona sceneggiatura. Col risultato o del comico o del farsesco (volontario o no). La volta scorsa ho criticato duramente la story mandata in onda da Canale 5 intitolata Viso d’angelo, con l’improbabile attore nonché ex modello Gabriel Garko. Non si tratta d’essere pignoli o puritani, ma terminare la prima parte con un’esclamazione secca che inizia con «c» e si riferisce alla nota parte dell’organismo maschile che ormai fa parte del nostro triviale colloquiare, ecco a me sembra che si voglia far coincidere l’idioma post-moderno con il calco linguistico che è migrato dalle taverne di

S

Detective ad alta (e bassa) tensione

Teatro

periferia al lessico giovanile (e non). Efficace e di grande attualità? Ma via! Soltanto banale, esempio di pochezza professionale fornito da chi scrive i copioni. Una delle ultime puntate della sagra di Don Matteo (Rai 1), giunta all’ottavo anno, mostra segni evidentissimi di logoramento. Secondo un mio parzialissimo sondaggio, le vicende del pretedetective che si muove a Gubbio, sono seguite ancora. Però da coloro che aggiungono frasi del tipo «ma è sempre la solita minestra, però c’è poco altro da vedere». Terence Hill, il protagonista con l’abito talare e le maniche perennemente rimboccate, ha

l’aria ispirata, gli occhi sognanti, la voce pacata e suadente. Con poche battute spinge quelli che escono dalla retta via a rientrare nel solco della virtù. Il rischio è che si stia tramutando sempre di più in un Harry Potter del cristianesimo. Un esempio. A una donna che ha tentato di vendicarsi per un amore non corrisposto, il nostro Matteo dice giustamente che «bisogna porgere l’altra guancia». E fin qui nulla da obiettare. Ma la donna domanda il significato del suggerimento. E lui: «È uno dei misteri del cristianesimo». Ma quali misteri! Tutti sanno che il precetto non è un mero atto di sottomissione, quanto la volontà di porgere la parte ferita e offesa per evitare che sia reiterata un’al-

tra prevaricazione. Anche il più sprovveduto dei preti di campagna lo sa ed è in grado di spiegarlo nell’omelia domenicale. Basta la parola «mistero del cristianesimo» a condurre al perdono? Chi ha scritto la sceneggiatura si rende conto dell’approssimazione non tanto teologica quanto narrativa? Lo sguardo celestiale e il «tutto s’aggiusta» di don Matteo diventano poco credibili, anzi pericolosamente dolciastri, sia pure in un quadro ambientale gradevole. Passiamo ora a The Killing (Fox Crime), prodotto americano su format danese. La detective Sarah Linden affronta il caso della morte della giovane Rosie Larsen. Lo scenario non è da cartolina: Seattle non ricorda l’ipermodernismo urbanistico alla Bill Gates, ma privilegia sobborghi tristi e sotto un cielo pesante. Sarah Linden (la brava Mireille Enos) è figura essenziale in una vicenda che lascia aperte le porte di interni familiari: ecco il classico e vincente intreccio del tema poliziesco. Bastano pochi particolari per tenere alta la tensione. Non è poco.

Il trovarobe, ovvero la vita in un grembiule

l sipario è già stato aperto, la scena è viva, illuminata davanti ai nostri occhi e le note di «un pensiero triste che si balla» suadente e malinconico, come solo il tango può essere, ci introducono al clima di questa pièce.Tutto è dunque pronto perché lo spettacolo abbia inizio, ma lo scroscio di un temporale è foriero del fuori programma. Il maltempo ha bloccato in mezzo al traffico la compagnia che doveva esibirsi questa sera e il direttore del teatro, in preda a un attacco di colica, risulta essere irrintracciabile. A darcene notizia è il trovarobe del teatro e si sa: show must go on. Gli argomenti non gli mancano e da come guadagna il centro del proscenio e si accomoda, subito ci è chiaro che l’attesa non sarà noiosa. Un uomo semplice, un’esistenza vissuta senza colpi di testa, si direbbe senza mai improvvisare, ma con un gran senso di lealtà nei confronti della vita: «C’è chi crede al destino… A volte fa comodo crederci, così giustifichi tutto… niente

I

di Enrica Rosso responsabilità e puoi perfino lamentarti senza sentirti in colpa…»; pragmatico: «Siamo fatti di acqua e parole». D’altronde già il nome è decisamente evocativo: Fedele Luce. Ci intrattiene aprendoci il suo cuore, con naturalezza e quella gran voglia di raccontare tipica degli anziani. Settant’anni e un grembiule nero da lavoro con infinite tasche in cui riporre gli oggetti destinati alla scena (oggetti scelti con grande cura e con indubbio amore da lui stesso: oggetti simboli in grado di emozionare gli attori e parlare al pubblico). Ma questa sera così speciale dalle sue tasche usciranno solo gli oggetti personali legati ai ricordi della sua vita: cose di poco conto di cui lui regolarmente si libererà come di un peso oramai inuti-

le. E il trovarobe troverà le parole della sua vita concludendone il racconto con un sogno ricorrente a proposito di una finestra da cui affacciarsi «per vedere e capire se quello che vedo è un disegno senza senso o una cicogna». Gianfranco Albano ce lo racconta con un testo il cui fascino e punto di forza è un bighellonare in modo del tutto libero da un ricordo all’altro con la giocosità di un percorso in cui basta una telefonata della moglie per ritrovarsi al via di un’esistenza condivisa e ripartire da un altro episodio, descrivendo sequenze di vita offerte e montate secondo una logica interiore. Sergio Fiorentini (la cui prima collaborazione artistica con Albano ci pare risalga al 1985) è l’egregio interprete di questo atto unico: comunica-

tivo, vivace, estroso e toccante. Lo stesso Gianfranco Albano (pluripremiato sceneggiatore e regista di tante produzioni televisive: Il piccolo alpino, Diventerò padre, Felipe ha gli occhi azzurri, Il figlio della luna…) tradisce per una volta la macchina da presa per misurarsi con la regia teatrale. A lui segnaliamo che l’espressività eloquente di Fiorentini era un poco penalizzata da un’illuminazione del volto non sempre efficace e che un alleggerimento del testo lo renderebbe più ghiotto permettendoci quindi di lasciare il teatro più lievi e non ancora sazi. Red Bodò firma una scena ricca di presenze fotografiche, spesso riprese di spalle come tangibili assenze, offrendo al protagonista, re per una notte, una poltrona-trono in velluto porpora e intarsi d’oro da cui elargire perle di vita.

Il trovarobe, Teatro dell’Angelo di Roma, fino al 20 novembre, info: www.teatrodellangelo.it tel. 06/37513571


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Cinema

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di Anselma Dell’Olio

l Festival di Roma ha debuttato un autore italiano di valore, in un panorama nazionale ricco di professionalità tecniche ma povero d’idee e di carattere. Il progetto del film è arrivato alla commissione opere prime come Veleno, nomignolo del protagonista. Quello originale del romanzo di Mario Desiati, Il paese delle spose infelici (Mondadori, 2009) è stato restaurato, per fortuna. Desiati (classe1977) è di Martina Franca, Domenico Procacci, produttore, è di Bari Santo Spirito, e il regista Pippo Mezzapesa, al suo primo lungometraggio narrativo, è nato a Bitonto nel 1980. Ci siamo innamorati del regista alla Mostra di Venezia 2008, per il suo documentario Pinuccio Lovero - sogno di una morte di mezza estate, vincitore della Settimana della Critica. Lovero è un quarantenne che realizza il sogno di diventare becchino del cimitero di Mariotto, frazione di Bitonto; ma da quando ha preso servizio, non muore nessuno, impedendogli di svolgere a pieno le sue agognate funzioni. Il comico Luca Pasquale Medici non ha inventato niente; il becchino deluso, lunare, è il vero Checco Zalone, dadaista naturale. Spose infelici, storia di formazione del quindicenne borghese Veleno nella Puglia degli anni Ottanta, si svolge tra calcio, ormoni in ebollizione, e amicizie pericolose. Quello che dà freschezza al tema vetusto, è l’insolita poesia promessa nel titolo, e la regia forte, incisiva, maschia (come quella di Kathyrn Bigelow, premio Oscar per Hurt Locker). Arrivato di recente nel quartiere,Veleno (Nicolas Orzella) si lega a Zazà (Luca Schipani), ragazzotto proletario, bomber della squadra di calcio locale, di cui lui diventa portiere. Il papà di Veleno diffida della nuova banda che accoglie il figlio, a ragione. Il fratello di Zazà è spacciatore, e a volte lo usa come corriere. Un giorno Annalisa (Aylin Prandi), una giovane donna bella e misteriosa, sale in cima alla chiesa vestita da sposa. Come una ballerina, si lancia con grazia nel vuoto. L’arabesco finisce sul telone che i pompieri fanno in tempo a stendere per raccoglierla. I due amici scoprono che il fidanzato di Annalisa è morto poco prima delle nozze.Vive da sola, diafana, assente, quasi un fantasma, in una casa fatiscente oltre il limite del paese. I due ragazzi se ne innamorano perdutamente. Il mister della squadra (Nicola Rignanese) prepara Zazà per una partita-provino a Bari, dove sarà visto da un talent scout della Juventus, l’occasione che può cambiargli la vita. Un giorno al mercato, l’ambiguo ambulante Dentedibalena, uso a sedurre le donne che entrano nel suo camper per provare i vestiti, si prepara ad approfittare di Annalisa nella stessa maniera. Zazà impazzisce e dà una coltellata al losco tipo, che fornisce anche droga al fratello maggiore. È un punto di svolta che cambia le cose per tutti. Il film si segue bene fino alla fine, ma si sfarina, perde forza. I testi sono il punto debole del nostro cinema; se la prossima volta Mezzapesa riesce a mantenere la forza narrativa fino in fondo, avrà una carriera all’altezza del suo talento. Da vedere.

A

I primi della lista di Roan Johnson è il racconto di un incidente vero, psicopolitico, capitato nel 1970 a tre pisani, nella città infuocata da manifestazioni turbolente e scontri tra militanti fascisti e comunisti. Renzo Lulli e Fabio Gismondi (Francesco Turbanti e Paolo Cioni) sono liceali che studiano per gli esami di maturità, dopo bocciature precedenti. Aspiranti musicisti, vanno con le chitarre a provare per Pino Masi, noto autore di canti di lotta, come La ballata di Pinelli. A inizio film si sente che un sedicenne è rimasto paralizzato da una pallottola della polizia, il caso dell’anarchico Pinelli «suicidatosi» in una caserma di polizia è sulla bocca dei militanti, e i continui disordini alimentano i timori diffusi a sinistra di un imminente colpo di Stato, come quello dei colonnellli in Grecia. È il primo giugno, 1970. Alle prove in un salone «distrutto dai fascisti», arrivano due giornalisti da Roma che si appartano con il cantautore impegnato; bisbigliano tra loro con facce scure e sguardi furtivi.Volano frasi che erano il prezzemolo dei tempi come «strategia della tensione», e il cantante assicura che «una cabala di industriali, militari e politici» programmano un golpe o una svolta autoritaria e repressiva nel paese infiammato dall’ideologia. Masi (Claudio Santamaria) avvitato in una paranoia ga-

La meglio gioventù di Renzo, Fabio & Pino

È il ritratto spassoso di una generazione il film di Roan Johnson su un caso psicopolitico realmente accaduto a Pisa negli anni Settanta. Da vedere “Spose infelici” di Pippo Mezzapesa, dal romanzo di Desiati. Prometteva meglio “One Day” che riserva però un finale a sorpresa

loppante, dice ai due maturandi che devono scappare, nascondersi, perché «quelli come loro» saranno prelevati da casa «a uno a uno» dalle forze dell’ordine passate con i golpisti, gettati in galera, torturati, forse uccisi. L’unico con l’auto è «il Lulli», già castigato dal padre per aver preso una multa salata, «6.500 lire! Ma lo sai quanto guadagna un operaio?». Vorrebbe tornare a casa per studiare, prima che il padre s’accorga che è uscito, ma il Masi lo incalza: «È un’emergenza, Lulli!». Più maturo di loro (all’anagrafe, almeno) e riconosciuta star alternativa con la quale sperano di andare in tournée, convince i due ragazzi a partire. Prima vanno nella cascina «del compagno Michelozzi», ma è tutto chiuso e la vicina dice che sono andati via. La febbre di essere prede sale - «Sono già partiti! Dobbiamo fuggire pure noi, siamo i primi della lista!». I dubbi dei due ragazzi svaniscono. Durante la sosta in un bar, Renzo Lulli telefona a casa con i gettoni per avvisare che non rientra. Legge sulla parete: «A capelloni e comunisti, carri armati e paracadutisti!». Il barista annuncia l’arrivo di una colonna di militari con camioncini e jeep diretti a… Roma! Basta, il colpo di Stato è per domani. (A nessuno dei fuggiaschi viene in mente che il giorno dopo è il 2 giugno.) Non resta che ripararsi all’estero, e alla frontiera con l’Austria succedono comiche e inseguimenti alla «guardie e ladri», alla Ridolini, alla Gianni e Pinotto. Il film è il ritratto di una generazione, spassoso e calzante, affettuoso e sardonico, un «come eravamo» da vedere con tutta la famiglia, figli rivoluzionari compresi, se necessario con le catene.

Il successo di An Education (tre candidature all’Oscar incluso quello per miglior film) aveva alzato le attese per One Day, sempre di Lone Scherfig, storia d’un amore sbilenco che dura una ventina di giorni, ma vissuta un giorno l’anno lungo due decenni. Dex (Jim Sturgess, tirato a lucido) e Em (Anne Hathaway, imbruttita) sono universitari nell’Edimburgo degli anni Settanta, che si conoscono il giorno della laurea. Sceneggiatura e romanzo bestseller sono di David Nicholls; iniziano con la festa di laurea, il giorno di San Swithin, santo umile e vendicativo. Dopo un breve incontro di 24 ore, la libresca, occhialuta, insicura borsista Em è cotta dell’affascinante, spensierato figlio di papà Dex. Lui è lusingato dall’adorazione di una donna ironica, spiritosa, originale; diventano amici alla fine della giornata passata insieme, senza consumare. Decidono di rivedersi ogni anno lo stesso giorno, il 15 luglio. Seguiamo i loro destini professionali e sentimentali separati lungo gli anni (le parti migliori), le rimpatriate estive e la lenta maturazione del rapporto. Purtroppo tra i protagonisti, bravi attori, non c’è una scintilla di quella celebre chimica che rendeva efficaci Love Story e Harry ti presento Sally. Finale a sorpresa; portarsi i fazzoletti.


ai confini della realtà I misteri dell’universo

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el mondo esistono circa 7000 lingue ufficialmente riconosciute (oltre un centinaio sono state trovate recentemente in Cina), una piccola parte delle quali ha un suo sistema di scrittura. Si dice che Budda conoscesse 63 sistemi di scrittura; sistemi presumibilmente associati all’area indiana e forse ottenuti con varianti dal sanscrito. Si dice che Mitridate re del Ponto parlasse ai rappresentanti dei popoli da lui conquistati nelle loro 22 lingue; ed è possibile che alcune di queste lingue avessero un loro sistema di scrittura, forse derivato dal fenicio. Molte sono certamente le scritture perdute ma che si riscoprono occasionalmente. Ricordiamo che nel Gansu, Cina nord occidentale, furono ritrovati circa un secolo fa centinaia di documenti in varie lingue, fra cui il tocarico, lingua di una popolazione con caratteristiche occidentali e una statura inusualmente alta (scheletri di oltre due metri sono stati trovati in tombe reali nel deserto del Lob Nor). E fu trovato un dizionario tibetano-zhang zhung. Questo fu studiato dal linguista Hummel, in un libro tradotto in inglese dall’italiano Guido Vogliotti e pubblicato a Dharamsala, il centro in India ora capitale del Tibet in esilio.

N

La civiltà Zhang Zhung, studiata anche dal grande Giuseppe Tucci, dominò per molti secoli il Tibet, centrata nella sua parte sud occidentale. Era caratterizzata da una religione ricca di magia e pratiche sciamaniche, detta bon, che ancora sopravvive pur limitatamente. Il regno Zhang Zhung era ricco, controllava l’oro del Tibet, in particolare quello della miniera situata a 5000 metri di altezza su un versante del sacro monte Kailash, identificabile con la miniera di Ophir da cui Salomone importò centinaia di talenti d’oro. E controllava certamente altre specialità del Tibet, non solo il muschio (secrezione di un ungulato) che produceva uno straordinario profumo, ma le piante medicinali di cui il Tibet era ed è ancora ricco. Che il Tibet, nella zona del Kailash, fosse ricco di speciali piante medicinali, già lo vediamo nel Ramayana, datato dal professor Subhash Kak al 3600 a.C. circa. Leggiamo che il dio scimmia Hanuman è inviato in quella zona per raccogliere le piante che avrebbero salvato la vita a Rama, marito di Sita, ferito nell’assedio della capitale di Sri Lanka, dove Sita era prigioniera dal demone Ravana. La quantità di li-

Il manoscritto che viene dal Tibet di Emilio Spedicato bri ora disponibili in forma di stampa o digitale è certo enorme, ma ancora immenso è il numero di documenti scritti non disponibili in questa forma. Ricordiamo ad esempio che i testi storici indiani detti puranas consistono di almeno due milioni di strofe, la maggior parte delle quali (in sanscrito o in tamil) sono ancora trasmesse oralmente, specie

fondi per la traduzione è stata rifiutata…Accanto al materiale citato, non pubblicato ma leggibile, esistono scritti misteriosi. A parte i rongo rongo dell’isola di Pasqua, il Lineare A della tavola di Festo e di altri documenti, e gli scritti trovati nei recenti scavi delle città del terzo e secondo millennio a.C. in Asia Centrale, citiamo qui il cosiddetto Ma-

Noto per essere appartenuto al russo Wilfred Voynich, era passato per le mani di John Dee e Rodolfo II d’Asburgo. Ora è conservato all’Università di Yale ma la sua origine è ancora un enigma. Forse risale alla civiltà Zhang Zhung che praticava la magia e usava piante medicinali nel sud dell’India. E sono testi di cui Subhash Kak ha dimostrato l’importanza per ricostruire la storia dell’India più antica. In Europa, l’Italia, e in particolare la Toscana (dopo quanto compiuto dai piemontesi nel sud dopo l’unificazione…), ha il maggior numero di manoscritti, in gran parte in mano a famiglie nobiliari private, e di questi solo un venti per cento è stato forse non dico stampato ma catalogato; è quindi possibile che fra questi manoscritti si trovi del materiale importante, ritenuto perduto, o dal contenuto inatteso. L’opera di Carlos Betanzos, ritenuta perduta, sulla conquista del Perù, è stata ritrovata in una biblioteca privata spagnola una ventina di anni fa. E alla biblioteca Angelo May di Bergamo giace non tradotto uno straordinario manoscritto di 37 pagine di Michele Alberto Carrara, amico di Leonardo da Vinci, con risultati sui massimi e minimi delle funzioni che diventeranno parte di studio della matematica solo trecento anni dopo. Ma una mia richiesta di

noscritto di Voynich, verso il quale la mia attenzione è stata portata da una studiosa e artista di speciali qualità.

Si tratta di un tomo di un centinaio di pagine in pergamena, scritto a mano, contenente numerose illustrazioni (113 disegni di piante sconosciute, poi donne nude immerse in specie di pozze, figure di contenitori del tipo in uso nelle antiche farmacie, segni zodiacali e altro), e una parte scritta con una scrittura non identificata, in cui si notano replicazioni di parole. Il manoscritto sembra sia stato acquistato nel Seicento dall’imperatore Rodolfo II d’Asburgo, venduto da John Dee, esoterista inglese. Poi finì nella biblioteca dei gesuiti a Villa Mondragone, dove fu acquistato dal russo Wilfred Voynich, che lo donò alla Università di Yale, dove ora si trova. Su tale manoscritto sono stati scritti centinaia di articoli, senza giungere a una soluzione. La pergamena è stata datata al 1400 circa, ma alcuni ritengono che sia comunque un falso, fatto

usando una vecchia pergamena (non so se sia stato datato anche l’inchiostro, cosa che ora si può fare e che la professoressa Minelli dell’Università di Bologna ha fatto per accertare l’autenticità di un altro famoso manoscritto, quello di Blas Valera, trovato a Napoli nella biblioteca di Clara Miccinelli). Se fosse autentico si potrebbe pensare a un’origine dal Tibet quando ancora era attiva la civiltà Zhang Zhung, terminata con l’invasione di popoli birmani che divennero buddisti e in un certo periodo cercarono di distruggere i monasteri e le biblioteche bon. I disegni si accordano con il fatto che il Tibet fosse centro primario di piante medicinali, da cui ha preso poi la farmacopea cinese; che vi esistono terme anche con acqua molto calda; che certamente la civiltà Zhang Zhung aveva una sua scrittura, forse derivata dal sanscrito, e poi perduta. Le ripetizioni e i segni zodiacali si accordano con il fatto che i medici di allora erano anche astrologi e invocavano ripetutamente divinità varie. Purtroppo il dizionario di Dung Huang non ha la scrittura zhang zhung. Ma quando arrivò in Occidente? Si potrebbe pensare al periodo in cui il Tibet cadde sotto il dominio mongolo, aperto a viaggiatori stranieri, o, andando più indietro nel tempo, a quando verso il Tibet giunsero gli esploratori che Giulio Cesare aveva inviato per mappare l’impero romano e le terre vicine… Allora nacque un perduto libro di Agrippa, parte del quale si ritrova nello Pseudo Aethicus, che chi scrive ha recentemente tradotto.


o p i n i o n ic o m m e n t il e t t e r ep r o t e s t eg i u d i z ip r o p o s t es u g g e r i m e n t ib l o g

Sicurezza stradale, subito scelte vere Serve un’agenzia nazionale L’IMPEGNO DEI GIOVANI CATTOLICI IN POLITICA Gli avvenimenti della politica di queste ore interpellano la coscienza di tutti. Proprio la complessità e le difficoltà di questo particolare momento storico non giustificano né lo scetticismo, né l’assenteismo per la cosa pubblica, anzi a maggior ragione ci impongono di interrogarci sulla doverosa presenza nella vita pubblica dei giovani cattolici. Il vero problema oggi sta nel chiedersi come tradurre nell’attuale contesto socio-politico questo indispensabile impegno. In un momento di grave degrado della vita culturale e sociale del paese dovremmo essere noi a proporre un progetto nuovo di partecipazione dal basso, chiedendo alla politica di recuperare la capacità di ascolto delle nuove generazioni che si sentono oggi prigioniere della prospettiva della precarietà. In tal senso Giovedì 10 Novembre in una sede istituzionale della camera dei Deputati con l’ On Paola Binetti, l’On. Rocco Buttiglione l’ On. Angelo Sanza, e il Dott. Mario de Donatis c’è stato un momento di riflessione e confronto con un gruppo di giovani universitari romani. Si è parlato del recente disegno di legge costituzionale approvato alla Camera ”Partecipazione dei giovani alla vita economica, sociale, culturale e politica della Nazione ed equiparazione tra elettorato attivo e passivo” che darà la possibilità ai giovani di essere protagonisti della vita parlamentare già a 18 anni in relazione all’ultimo discorso del Santo Padre Benedetto XVI tenutosi il 22 Settembre al Parlamento Federale Tedesco. Nel corso dell’incontro è stata espressa la volontà di partecipare a un seminario stabile che si propone come una occasione di scambio tra persone che si riconoscono prima di tutto nella comune appartenenza ad un mondo cattolico tanto in movimento verso la ricerca di soluzioni di ampio respiro e di profonda fedeltà ai valori cristiani. L’importanza di aprire una fase nuova, una nuova stagione: ragazzi e ragazze che decidono spontaneamente di mettere a disposizione passione, tempo e idee è motivo di grande speranza e soddisfazione per ognuno di noi. Ed è proprio a cominciare dal nostro percorso universitario o professionale in cui riversiamo la nostra passione e dedizione, che dobbiamo ripartire per vivere la politica come bene comune. Anche questa è la Politica migliore che io penso possa vincere la sua più difficile sfida.

Il problema della sicurezza stradale, in Italia, continua ad essere uno dei maggiori problemi non risolti. Abbiamo fallito l’obiettivo 2010 dettato dall’Unione europea e rischiamo di fallire anche tutti gli obiettivi futuri. Purtroppo, ancora una volta, siamo costretti a far rilevare che da parte delle Istituzioni l’attenzione al problema è altalenante e spesso conseguente al clamore mediatico di alcuni incidenti stradali. Anche gli ultimi dati Istat ci confermano la necessità di interventi importanti e coordinati, e ci portano ancora una volta a richiamane le Istituzioni ad una forte attenzione alla necessità dell’istituzione di una Agenzia nazionale per la sicurezza stradale, a cui vengano conferiti poteri speciali per contrastare questa strage quotidiana, oltre alla necessità di investire pesantemente sulla formazione e sensibilizzazione preventiva. È necessario passare velocemente dalle parole ai fatti. La politica, finalmente, si impegni anche su questo versante.

Carmelo Lentino, Basta un Attimo

SENZA SILVIO LA SINISTRA NON HA ALIBI Finalmente a breve si dovrà giocare a carte scoperte. Le preannunciate dimissioni di Silvio Berlusconi, quando diventeranno effettive, ossia dopo il voto della legge di stabilità, integrata dal maxiemendamento, non consentiranno più all’opposizione di nascondersi dietro discorsi fumosi e poco incisivi. Penso ad Antonio Di Pietro dell’Italia dei valori, che ha fatto della lotta al premier la sua bandiera, al Partito democratico e alle diverse componenti che lo formano. Unica eccezione, l’Unione di centro di Pier Ferdinando Casini, che pur stando all’opposizione non ha fatto mai mancare le sue controproposte per combattere la crisi.

Franco Poli

DIMISSIONI POSTDATATE, CHE INVENZIONE Non era mai successo nella storia della Repubblica che un presidente del Consiglio dei Ministri annunci di volersi dimettere, però dopo l’approvazione di una altra legge ancora non preparata e della quale si hanno solo sentori e circolano varie ipotesi. Ma perché la legge, che si ipotizza imporrà ai cittadini “lacrime e sangue”, dovrà essere formulata e presentata da un governo senza più maggioranza e non da quello che verrà dopo? Ma perché tutta questa preoccupazione dell’onorevole Berlusconi, ora che si avvia ad essere ex presidente e non quando venne tenuto un Consiglio dei Ministri straordinario per produrre solo un rinvio? Si spera in un miracolo o si vuole fare ricadere gli effetti negativi sugli altri? Oppure dopo l’appro-

vazione della manovra il Premier ritirerà le dimissioni, peraltro mai formalizzate, al fine di rimanere a guida del governo nell’ipotesi delle quasi sicure elezioni anticipate? Ma perché non si parla più di patrimoniale da far pagare a chi possiede patrimoni immensi (come proposto dalla Confindustria) superiori ai tre miliardi delle vecchie lire? Ma perché devono pagare sempre le classi più umili e l’ex ceto medio, mentre il governo che sta per andarsene (ma lo farà?) è stato magnanime con chi ha portato i capitali all’estero, facendogli pagare una aliquota irrisoria in rapporto a quanto avrebbero dovuto pagare? Senza dubbio la situazione richiede urgenti interventi. Ma come ci si può affidare per la cura a chi fino ad ieri negava la malattia? L’ex minoranza dovrebbe trovare un denominatore comune ed accelerare il ricambio. Solo così possiamo uscire prima dal tunnel.

Luigi Celebre

LA LIBERALIZZAZIONE FAVORISCE GLI UTENTI DELLE FERROVIE La separazione tra i gestori delle infrastrutture e le imprese ferroviarie consentirebbe l’apertura in Italia di un regime di autentica concorrenza nel settore, favorendo la qualità del servizio e l’abbattimento dei prezzi per gli utenti. I sindacati di settore che scioperano contro la proposta di rivisitazione delle direttive Ue in materia di trasporti ferroviari mostrano miopia, oltre che egoismo nei confronti dei lavoratori che usano il treno per i loro

L’IMMAGINE

REGOLAMENTO E MODULO DI ADESIONE SU WWW.LIBERAL.IT E WWW.LIBERALFONDAZIONE.IT (LINK CIRCOLI LIBERAL)

Vetro, plastica o il classico cartone: qual è il packaging più “verde”per il latte? In base a un’inchiesta condotta dalla rivista americana Slate, la preferenza dovrebbe ricadere sulle bottiglie di vetro. Pur essendo, è innegabile, un materiale molto pesante (incide per un terzo sul peso totale del carico di latte, contro il 5 per cento della plastica e il 7 per cento del cartone), è infatti completamente riutilizzabile. E poiché a influire maggiormente sull’impronta ecologica del latte è l’estrazione delle materie prime per l’imballaggio, la bottiglia di vetro - se riusata - consuma nel corso della sua “vita” circa metà dell’energia impiegata per produrre un imballo di plastica o di cartone. Al secondo posto troviamo i contenitori di plastica, purché ovviamente biodegradabile. In Inghilterra, patria di grandi bevitori di latte, è stata brevettata una bottiglia completamente “ecofriendly”, la GreenBottle: l’interno è realizzato con amido di mais, che può essere gettato insieme all’umido, e all’esterno è avvolta da un involucro di cartone riciclabile insieme alla carta. E il classico cartone del latte? Per quanto molto leggero - e diffusissimo, perché impermeabile alle radiazioni ultraviolette, a differenza dei contenitori trasparenti - ha una filiera produttiva che richiede il consumo di molta acqua, cellulosa, combustibili fossili e sostanze chimiche.

spostamenti quotidiani. Con un mercato aperto ed efficiente il traffico ferroviario aumenterà e creerà nuove opportunità di lavoro nel settore. Chi protesta lo fa per una sola ragione: evitare che la concorrenza metta a repentaglio gli eccessivi privilegi contrattuali di cui godono i lavoratori delle imprese che controllano le reti.

Lettera firmata

Noi riusciamo ad avere i disoccupati più ricchi del mondo… Più aumentano i disoccupati e più si va al ristorante, in albergo o in vacanza, sempre secondo Berlusconi. Anche lo Stato con 2mila miliardi di debito seguita a non privarsi di nulla. Il default è dietro l’angolo.

Biagio

IL PARADOSSO ITALIANO DELL’EMERGENZA IDROGEOLOGICA

APPUNTAMENTI

concluderà i lavori: on. Ferdinando Adornato

Il packaging più “verde” per il latte

IL DEFAULT È DIETRO L’ANGOLO

Vincenzo Montagna RESPONSABILE GIOVANI “IDENTITÀ E DIALOGO”

VENERDÌ 2 DICEMBRE – ORE 17 CASERTA CIRCOLO NAZIONALE – PIAZZA MARGHERITA Convegno “Etica della Speranza” organizzato dal Coordinamento Provinciale Circoli Liberal Caserta

LE VERITÀ NASCOSTE

Direttamente dalla fonte Tha Sophat (20 mesi) ha iniziato a nutrirsi in questo modo a luglio quando i genitori sono stati costretti a lasciarlo con i nonni in Cambogia per andare a lavorare in Thailandia. Dopo aver visto un vitellino allattato da una mucca, il piccolo ha iniziato a fare altrettanto. Due volte al giorno fa merenda succhiando il latte direttamente dalle mammelle dell’animale e non c’è verso di farlo desistere

In questo momento in cui, ahinoi, la difesa idrogeologica sta occupando le prime pagine delle cronache, vi ricordo che l’Anbi, Associazione nazionale bonifiche e irrigazioni da oltre 10 anni, chiede, inascoltata, un piano nazionale degli invasi, capace di trattenere le acque in eccesso (evitando le alluvioni) per utilizzarle nei momenti del bisogno (siccità), dando così evidente risposta al “paradosso italiano”, evidenziato ora dai cambiamenti climatici, che accentuano gli eventi meteo estremi. Che la situazione idrogeologica dell’Italia sia un’“emergenza Paese”è cosa nota da tempo; il resto sono “lacrime da coccodrillo”.

Fabrizio Stellato


mondo

pagina 24 • 12 novembre 2011

Mentre i rapporti tra l’Avana e Pechino si fanno ogni anno più intensi, con il Dragone divenuto ormai il suo secondo partner commerciale, l’isola caraibica si apre al futuro: ma guarda al Sol Levante

Il mandarino di Fidel Non solo Che Guevara. Nelle scuole cubane il cinese è d’obbligo. Fin dalla prima elementare. Ed è boom di Maurizio Stefanini ra 1898 e 1959 Cuba fu uno dei Paesi più americanizzati, o statunitensizzati visto che giustamente i cubani rivendicano di essere americani pure loro, dei Caraibi. A parte i vecchi macchinoni anni ’50, la passione per il baseball e il Cuba Libre, è per la lunga influenza dell’anglo-americano che i cubani usano il passivo molto di più gli articoli molto meno di altri ispanofoni; tendono a chiamare i ragazzini con la traduzione inglese dei loro nomi; e dicono “team”invece di “equipo”,“business” per “negocio”, “look” per “imagen”o “apariencia”.

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Poi venne la lunga alleanza con i russi, per la verità mai veramente troppo apprezzati e capiti dal cubano comune, per quanto ideologizzato. “Bolos” era il nomignolo corrente con cui venivano chiamati i tecnici e i militari ospiti dell’isola in “missione internazionalista”: come i birilli del bowling, per la loro asserita rigidità nei movimenti. Ma comunque il russo iniziò a venire largamente insegnato nelle scuole, e decine di russismi fecero a loro volta

irruzione nell’ispano-cubano: e questi sì lo distinguono dal resto dell’America Laina, che a sua volta ha comunque una influenza dell’anglo-americano abbastanza forte da chiamare l’auto “carro” invece di “coche”, e“rifle”(pronunciato però “rifle” e non “raifol”) il “fusil”. A partire dello stesso organo superiore del Partito Comunista de Cuba, che è chiamato “Buró Politico” sul modello del Politburo del Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Ma adesso, sta iniziando l’invasione del cine-

Macao e Taiwan, per periodi contrattuali che tipicamente duravano otto anni. Al termine, molti tornavano in patria, ma molti altri restarono. In più, nel XIX secolo vennero a Cuba anche 5000 cinesi già emigrati negli Stati Uniti, e spaventati dall’ostilità razzista che vi avevano trovato. E nel XX secolo si aggiunsero alcuni profughi dall’instabilità cinese. All’Avana sorse così un Barrio Chino che è una della più antiche Chinatown di tutta l’America Latina, e tradizionalmente

I commerci fra i due alleati comunisti sono passati dai 440 milioni di dollari del 2001 agli 1,8 miliardi del 2010. E adesso sull’isola sono sbarcati migliaia di oggetti “made in China”, dalle tv ai frigo se. O meglio, in realtà i cinesi a Cuba ci stanno almeno dal 1847, quando 100.000 cantonesi furono contrattati per lavorare nelle piantagioni di zucchero: un primo esperimento di sostituzione dei negri, nella consapevolezza che prima o poi anche nell’isola la schiavitù sarebbe stata abolita. Negli anni successivi varie centinaia di migliaia di altri cinesi vennero attraverso Hong Kong,

prima delle nazionalizzazioni di Fidel Castro erano cinesi una gran parte dei droghieri e dei ristoratori: il primo negozio di un cinese, un venditore di frutta e caffè, fu aperto già nel 1858. Ma poiché la gran parte di quegli immigrati cinesi era costituito da uomini, finirono per sposarsi quasi tutti con donne cubane, mescolando nella loro prole il sangue asiatico a quello africano, europeo o anche amerindio.

Poiché molti di loro hanno anche assunto nomi spagnoli, ormai i loro discendenti sono quasi indistinguibili dagli altri cubani. Lo stesso Fulgencio Batista, il dittatore contro cui Castro fece la sua rivoluzione, aveva sangue cinese. Gli unici che tenevano in qualche modo a ostentare la loro origine come marchio di capacità imprenditoriale erano i negozianti, ma con le nazionalizzazioni di Fidel Castro se ne andarono in massa. In gran parte negli Stati Uniti, ma qualcuno anche nel resto dell’America Latina. I cinesi puri rimasti a Cuba furono contati in 4.000 nel 1980 e 200 nel 2002. Adesso l’influenza cinese che arriva a Cuba è dovuta anche alla somiglianza di regime tra due degli ultimi cinque Stati dichiaratamente comunisti che

restano nel pianeta (gli altri sono Vietnam, Corea del Nord e Laos). È però ironico che in realtà i cinesi siano arrivati in massa come conseguenza della loro pragmatica conversione a quel capitalismo rampante di fatto che ha reso la Repubblica Popolare la nuova potenza economica del pianeta: e soprattutto ora che Raúl Castro sembra in modo confuso aver scelto anche lui la via di una transizione verso un capitalismo sotto tutela di un Partito Comunista.

Come che sia, adesso i cubani si sono appunto messi in massa a studiare il mandarino. Non solo i ragazzini ma anche medici, ingegneri e altri specialisti. Aperto appena l’anno scorso e con insegnanti sia cubani che cinesi, l’Istituto Confucio dell’Avana ha già oltre 500 alunni: «si interessano a conoscere il Paese e la sua lingua per poter aumentare la sua efficienza nel lavoro commerciale con la Cina», ha spiegato alla Reuters il direttore Arsenio Alemán. Come frutto di vari accordi bilaterali, anche varie centinaia di studenti cinesi sono venuti a Cuba per studiare lo spagnolo, e alcuni si sono anche iscritti all’Università alle facoltà di Medicina e Turismo. Principale creditore di Cuba, la Cina è oggi anche il suo secondo partner commerciale e l’interscambio è aumentato dai 440 milioni di dollari del 2001 fino all’1,83 miliardi del 2010. Più che quadruplicato in nove anni! Dalla Cina, Cuba compra ormai autobus, auto, locomotive, televisioni, frigoriferi e elettrodomestici in genere: esattamente lo stesso tipo di beni che prima del 1959 erano arrivati in blocco dagli Stati Uniti e dopo il 1959 dall’Unione Sovietica. Certo: non è solo Cuba. Un po’ in tutta l’America Latina la Cina sta diventando il principale partner commerciale: sostituendo Stati Uniti ed Europa, e succhiando materie prime a tutto spiano. Anche per questo l’America Latina sta ora crescendo per la prima volta anche con Europa e Nord America in recessione. Ma, appunto, per gli altri Paesi latino-americani la Cina è solo

un partner. Da cui forse si inizia anche a prendere qualche distanza, se si pensa al modo in cui il brasile pur formalmente alleato di Pechino nel Brics sta iniziando a mettere l’eccessivo import cinese sotto controllo.

Per Cuba, appunto, la Cina è ora il modello: specie nel momento in cui sono partite le oltre 300 riforme volute da Raúl, dalla liberalizzazione dei mercati di auto e case al licenziamento di un milione di dipendenti pubblici. In più, i guai di salute di Chávez, scoperti proprio durante una visita nell’isola, hanno generato più di un dubbio sulla continuità di un regime che ha fatto del Venezuela il primo partner commerciale di Cuba, e che soprattutto la assiste con la fornitura di 115.000 barili di petrolio al giorno. E dunque Raúl ha deciso di accelerare: sia le riforme di modello cinese; sia l’intensificarsi dei contatti con Pechino. Delegazioni militari e politiche cinesi ad alto livello vengono di frequente, e a giugno c’è stato lo stesso vicepresidente Xi Jinping, che ha firmato accordi bi-


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non dovrebbe stare in prossimità dell’isola, che sta proprio in mezzo? Tra i vari accordi ne è stato dunque firmato anche uno il cui contenuto esatto non è stato ancora rivelato, ma che dovrebbe rendere la Cina un importante partner per la ricerca di petrolio a Cuba, attraverso una partnership tra China

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Singapore il 26 agosto, la Scarabeo 9 avrebbe dovuto arrivare a Cuba a inizio novembre. Ma ci sono stati alcuni problemi: cose normali per un apparato di nuova costruzione, è stato spiegato; ma tali comunque da spostare il previsto arrivo almeno fino a fine dicembre.

Nell’isola vive un nutrita comunità di immigrati cinesi, giunti nel 1800 per lavorare nelle piantagioni da zucchero. Ma è la prospettiva di lavoro che spinge ragazzi ed adulti alla sfida linguistica National Petroleum Corporation (Cnpc) e Cubapetróleo, con la concessione ai cinesi di 5 dei 59 lotti individuati nei mari cubani. Inoltre un contratto da 6 miliardi di dollari è stato firmato per espandere la raffineria di Cienfuegos, nel centrosud di Cuba, oltre che per costruire un impianto per il gas naturale liquefatto.

Una classe di bambini cubani; in apertura: Zhang Huan: “Family Tree”. A destra, Fidel Castro con il ministro degli Esteri cinese Yang Jiechi. A sinistra: un’opera di Yihui laterali e si è impegnato a «ampliare le coincidenze, incrementare l’amicizia e approfondire la cooperazione». Certo: il problema della Cina è

che può offrire tante cose ma non il petrolio, senza il quale Cuba rischia il collasso. Ma a Cuba si è convinti da tempo che di petrolio ce ne debba essere in quantità sotto le acque territoriali cubane del Golfo del Messico. Dopotutto il petrolio sta in Venezuela, sta a Trinidad e Tobago, sta in Messico, sta in Lousiana e in Texas. Perché

È poi è di fabbricazione parte cinese e parte di Singapore la Scarabeo 9: la piattaforma petrolifera di proprietà dell’italiana Saipem, del gruppo Eni; che è stata noleggiata dalla società ispano-argentina Repsol e sarà messa a disposizione anche di norvegesi, malesi e indiani. In grado di perforare fino a una profondità di 3650 metri di acqua, lo Scarabeo 9 è una piattaforma petrolifera semisommergibile di sesta generazione del costo di 750 milioni di dollari. E la Repsol Ypf intende utilizzarla per perforare pozzi petroliferi nelle acque cubane del Golfo del Messico, a una distanza di un’ottantina di chilometri dalla costa della Florida. Partita da

Il primo pozzo, a 1707 metri di profondità, non partirà dunque che a gennaio, se non ci saranno ritardi ulteriori. Al momento, la Scarabeo 9 starebbe ancora al largo dell’Africa Occidentale. Ma questo ritardo sta, se possibile, aumentando ancora di più la fibrillazione. Il governo cubano è convinto di avere sotto alle sue acque territoriali del Golfo del Messico riserve per almeno 20 miliardi di barili di petrolio: in quadruplo di quanto non sia stimato dal Servizio Geologico degli Stati Uniti e dalla maggior parte dell’ambiente petrolifero. Jorge Piñon, un esule cubano che è stato presidente dell’Amoco Oil dell’America Latina e lavora oggi all’Università della Florida, dice addirittura che per via della geologia dei giacimenti e del rischio che possano contenere petrolio pesante probabilmente non se ne potranno estrarre più di 2 miliardi. Ma solo con lo Scarabeo 9 le ricerche inizieranno davvero. La piattaforma Saipem scaverà tre pozzi: due per conto di Repsol-Ypf, che sta in consorzio con la norvegese Statoil e con

l’indiana Ongc; l’altro per la malese Petronas, in consorzio con la russa Gazprom Neft. E dall’esito di questi saggi si dovrebbe vedere se veramente c’è quella bonanza che il governo dell’Avana spera e l’opposizione anticastrista teme possa ridare fiato a un regime che con la crisi dell’alleato Chávez ha ripreso a boccheggiare. I contratti con cui Cuba ha dato in concessione le sue acque puntano a una produzione da 121.000 barili al giorno. Lo Scarabeo 9 avrà la funzione di saggiare la situazione in due modi: primo, controllando se la tecnologia di origine cinese funziona; secondo, vedendo se il petrolio c’è. Il tutto però senza far comparire la Cina in prima fila.

Dopo il disastro della Deepwater Horizon gli americani sono terrorizzati all’idea di piattaforme petrolifere non ben controllabili davanti alle loro coste, il timore ambientalista si unisce all’embargo anticastrista, e dunque dal Congresso sono già arrivati avvertimenti alla Repsol. Insomma, meglio che le castagne dal fuoco le tolgano gli spagnoli. Se poi davvero il petrolio ci sarà, allora varrà la pena per la Cina di sbarcare in forze. Anche perché c’è anche chi ipotizza che a quel punto Washington avrà dovuto far buon viso a cattivo gioco, e avrà allentato l’embargo per evitare che la cattiva qualità delle componenti tecnologiche aumenti i rischi di disastro. E una volta sbarcati i cinesi in forze anche per il petrolio, gli sforzi per memorizzare toni e ideogrammi all’Istituto Confucio andranno ancora di più a frutto.


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«In nome della sua indipendenza politica, riconosce la Palestina. Poi si lagna per il taglio ai sussidi. Ma pure Washington sarà libera, o no?»

L’Unesco? Ha torto Bolton: «Chi vuole Ramallah non vuole gli Usa». E chi pretende il contrario è in malafede di Luisa Arezzo ualcosa non torna. Pochi giorni fa l’Unesco ha riconosciuto la Palestina come stato membro. Nel farlo, l’Agenzia era perfettamente consapevole di agire in controtendenza all’orientamento degli Stati Uniti e di provocare uno strappo con il Palazzo di Vetro. Però la sospensione dei sussidi americani, possibile grazie a una legge federale del 1990, è vista come una ritorsione. E adesso l’Agenzia lamenta la crisi e chiede l’aiuto internazionale per - addirittura non dover chiudere l’attività. Ricapitolando: l’Unesco si sente legittimata ad agire indipendentemente dal suo corpo centrale e dal principale sponsor delle Nazioni Unite, ma poi piange se questo agisce con la stessa indipendenza. Una posizione, a voler essere buoni, un tantino ambigua. A voler essere obiettivi, insostenibile e sbagliata. «Non solo sbagliata, ma strumentalizzata. L’Unesco sapeva perfettamente che gli Stati Uniti avrebbero sospeso i loro contributi in

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caso di riconoscimento, quindi non possono dire giorni dopo che quello americano è stato un atto ritorsione» spiega John R. Bolton - già ambasciatore Usa presso le Nazioni Unite - che a liberal spiega perché l’Agenzia, nella gestione di tutta questa vicenda, è in malafede. Ambasciatore, qual è il nodo di tutta questa vicenda? Che l’Unesco non può menare il can per l’aia. Oltretutto c’è un precedente che conosceva benissimo e che risale al 1989,

durezza dell’Amministrazione venne fraintesa come il tentativo di tranquillizzare la lobby ebraica statunitense. Ma quando l’allora segretario di stato James Baker fece comprendere che non si trattava di una vuota minaccia, ma della legittima volontà degli Stati Uniti di non voler sedere in un’organizzazione che riconosceva la Palestina, il processo si fermò. Questa volta è andato avanti, ma le conseguenze erano chiare fin dal principio.

La logica secondo cui si muove Abu Mazen è quella di essere riconosciuta da più enti possibile, in modo che le sue membership siano in grado di influenzare e fare pressione sull’Amministrazione quando l’allora Olp stava per essere riconosciuta dall’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms). In quella occasione, il presidente Bush disse che qualora questo fosse accaduto avrebbe tagliato i fondi all’agenzia. In un primo momento la

Lei crede che la posizione americana sarà un deterrente per le altre agenzie Onu a cui l’Autorità palestinese si è rivolta per chiedere il riconoscimento? Beh, credo che il Dipartimento di Stato stia attuando una politi-

ca diplomatica alquanto aggressiva e che dunque la decisione di tagliare i sussidi parla da sola. Ognuno ne trarrà le conclusioni che preferisce. Ma il segnale sarà recepito? La logica secondo cui si muove l’autorità palestinese è quella di essere riconosciuta da più agenzie possibile, come la Fao, in modo che la sua membership sia in grado di influenzare e fare pressione sul governo degli Stati Uniti. Ma la posizione de-

gli Usa è molto chiara al riguardo, anche in seno al Consiglio di Sicurezza. Oltretutto, l’attuale congiuntura finanziaria fa sì che un ripensamento dei sussidi alle agenzie Onu sia in agenda. Anche il momento di questo braccio di ferro sembra essere sbagliato: con le piazze incendiate dalla Primavera araba e da conflitti in corso, il dossier sul nucleare iraniano che sta provocando scintille e scenari foschi fra Teheran e

Piaccia o no, anche nella diplomazia internazionale comanda l’azionista di maggioranza.

Non serve piangere sul latte versato Unesco abbraccia nel suo grembo uno Stato che non c’è e paga pegno. Ieri si è chiusa a Parigi la conferenza generale dell’agenzia Onu. Con l’evento si è celebrata l’ammissione dell’Autorità palestinese, in qualità di membro a pieno titolo, ma si è altrettanto messa in evidenza la crisi. La scelta autonoma di avviare un piano di integrazione in favore dell’Anp grava sui rapporti diplomatici con i suoi singoli finanziatori e porterà a significative ripercussioni sulle sue casse. Un mese fa, con 40 voti a favore, su 58 complessivi, il Comitato esecutivo dell’Unesco aveva votato per l’ingresso del governo di Ramallah. Si era trattato da una parte di una conferma, dato che questo ne era già osservatore esterno. Dall’altra, la scelta aveva destato un acceso dibattito, in quanto appariva come un escamotage affinché l’Anp venisse agevolata nell’essere riconosciuta come Stato indipen-

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di Antonio Picasso dente a pieno titolo in sede Onu. Quindi non solo presso le singole agenzie. Strada, questa, che Ramallah intendeva e intenderebbe oggi percorrere contromano. Dalla nascita delle Nazioni Unite e dalla successiva fondazione delle agenzie succursali, non si ricorda alcun Paese che prima sia stato integrato in queste e poi sia entrato al Palazzo di vetro. Fatto sta che da oggi l’Unesco ha un nuovo socio. E con esso tanti nemici.

La reazione polemica da parte di Israele era attesa. In realtà, tra i due soggetti non corre buon sangue da tempo. Restando legati all’ambito culturale, va ricordato che l’Anp sta cercando di ingraziarsi il sostegno dei governi stranieri per l’amministrazione delle Tombe dei Patriarchi e di quella di Rachele, rispettivamente a Hebron e Betlemme. L’anno

scorso, i due siti di culto, venerati sia dalla religione ebraica (e quindi dai cristiani) come dall’Islam, sono stati dichiarati patrimonio nazionale israeliano. I palestinesi temevano che Netanyahu ponesse dei limiti, se non addirittura dei veti di accesso ai musulmani. Adesso con l’atteso patronato internazionale, l’Anp non solo avrebbe il diritto di far pregare i propri “cittadini”presso entrambi i sepolcri – cosa che comunque già avviene – ma sarebbe anche in grado di esprimersi in merito alla amministrazione di due centri urbani parzialmente contesi. Di conseguenza, le politiche espansionistiche degli insediamenti israeliani potrebbero subire un ridimensionamento. Qualche giorno fa, il quotidiano Haaretz ha pubblicato una vignetta che vede il premier Netanyahu e il suo ministro della difesa Barak intenti a dare le ultime istruzioni

ai piloti diretti a bombardare i centri di ricerca nucleare in Iran. «Mi raccomando, al rientro colpite anche gli uffici dell’Unesco a Ramallah», si legge nel fumetto. Gli uffici parigini dell’agenzia Onu non hanno reagito bene. «Quella vignetta – si legge nella nota di protesta – mette in pericolo le vite del nostro personale, costituito da diplomatici disarmati».

Da Gerusalemme è stato segnalato che a offendersi non dovrebbero essere i funzionari dell’Unesco, bensì Netanyahu. Stando al quotidiano, la bellicosità dell’esecutivo potrebbe non solo puntare sul regime degli ayatollah, ma anche sugli inermi curatori dei siti archeologici in loco. Il sense of humour è proverbiale nel mondo ebraico, un po’ meno all’Onu. All’Unesco, però, hanno poco da ridere. Ieri la segretaria generale dell’agenzia, Irina Bokova, ha ammesso che il taglio dei finanziamenti deciso


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Chi sarà il prossimo a dover decidere? LE PRINCIPALI agenzie Onu a cui si è rivolta l’Autorità palestinese per chiedere il riconoscimento: UNCTAD - Congresso delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (Ginevra, Svizzera); UNDP - Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (New York, Stati Uniti); UNEP - Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (Nairobi, Kenya); UNFPA - Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (New York, Stati Uniti); UNHABITAT - Programma delle Nazioni Unite per gli Insediamenti Umani (Nairobi, Kenya); UNHCR - Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Ginevra, Svizzera); UNICEF - Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (New York, Stati Uniti); UNODC - Ufficio delle Nazioni Unite per il Controllo della Droga e la Prevenzione del Crimine (Vienna, Austria); WFP - Programma Alimentare Mondiale (Roma, Italia); UNAIDS - Programma delle Nazioni Unite per l’Aids/Hiv (Ginevra, Svizzera); FAO - Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura (Roma, Italia); IFAD - Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (Roma, Italia); WIPO - Organizzazione Mondiale per la Proprietà Intellettuale (Ginevra, Svizzera); WHO - Organizzazione Mondiale della Sanità (Ginevra, Svizzera).

In alto: assemblea plenaria all’Unesco. Sotto, il presidente Usa Barack Obama e a destra Irina Bukova, direttrice generale dell’Agenzia Israele: si rischia solo di destabilizzare ulteriormente il Medioriente (e non solo)? Assolutamente sì. È un gesto a dir poco irresponsabile. Innanzi tutto affonda qualsiasi possibilità di una ripresa del processo di pace in Medioriente, un peso davvero difficile da

digerire per un’agenzia dell’Onu, che alla pace dorebbe far tendere. Ma la situazione, qualora questa scalata all’Onu dovesse procedere, non potrà che diventare ancora più fosca e grave. Cosa dovrebbe fare il presidente Obama? Innanzi tutto io credo che se il presidente avesse agito con

maggiore fermezza prima del voto all’Unesco forse avrebbe potuto evitare quanto accaduto. Esattamente come fece Bush padre nel 1989. Questo non è successo, ma per un piano A che è fallito è pur sempre possibile un piano B. Ovvero che le altre agenzie Onu ci penseranno almeno due volte prima di riconoscere la Palestina? Il sollecito annuncio del Dipartimento di Stato della scorsa settimana sul taglio dei finan-

dagli Usa impone un immediato futuro di austerity a tutti i progetti in corso e a quelli in divenire. Ammonta infatti a 65 milioni di dollari il buco provocato dalla chiusura dei rubinetti statunitensi. Una decisione che Washington ha adottato subito dopo il voto in favore dell’Anp. In questo senso gli Usa sono stati fedeli all’ammonimento lanciato. «Si tratta di una decisione confusa e inspiegabile», aveva commentato all’inizio di ottobre il Segretario di Stato, Hillary

ziamenti all’Unesco è stato ad oggi la sua azione più giudiziosa in questo affare. Così facendo ha seguito il piano B dell’amministrazione Bush padre: cauterizzare la ferita nel sistema Onu causata dalla vittoria dell’Autorità. Tutta questa vicenda sta portando alla ribalta anche una antica ipotesi: quella di finanziare le Agenzie Onu in modo volontario. Lei cosa ne pensa? Che se la gente desidera dare

tempi di crisi, si trovi un Mecenate come quello americano.

A questo punto l’allarme suona per l’intera galassia Onu. Sempre gli Stati Uniti restano i primi contribuenti all’agenzia dei rifugiati, l’Unhcr. In questo caso, sono ben 700 i milioni versati ogni anno in suo favore da soggetti privati e pubblici made in Usa. In tal caso, stiamo parlando non di archeologia, ma soprattutto dei milioni di sfollati palestinesi, profu-

E se l’Aja copiasse Parigi? Chi ne sarebbe più risentito: Israele, o i Paesi occidentali che hanno appoggiato fino a ieri Gheddafi e oggi rischiano di risponderne di fronte a un tribunale? Clinton. Ne era seguita la minaccia di bloccare i fondi. L’Unesco non è tornata indietro sulla scelta, comunque incongrua di ammettere l’Anp. Ora però è combattuta fra la coerenza e il deficit. L’iniziativa del Gabon di stanziare altri due milioni di dollari, come donazione straordinaria rende onore al governo di Libreville, ma non risolve i problemi di bilancio rimarcati dalla Bokova. Così come la colletta avviata spontaneamente su internet. La cultura ha i suoi estimatori diffusi in tutto il mondo. Ma è difficile che, in

ghi in Siria, Libano, Giordania ed Egitto (ma anche oltre), che sono scappati dalle regioni conquistate da Israele nella Guerra dei sei giorni nel 1967. Profughi che hanno messo su le loro famiglie in questo quasi mezzo secolo di precarietà territoriale e ai quali la comunità internazionale vorrebbe riconoscere il diritto di tornare nelle proprie terre di origine. Nel riferirsi all’Anp, l’Unhcr già parla di Territori occupati. È una scorretta politica che i governi nazionali lasciano passare. Ma cosa accadrebbe se seguisse la strada dell’Unesco? La domanda si adatta per-

veramente valore al proprio denaro, allora ha certamente senso lavorare su questa strada. Se si tratta di un buon affare, le persone saranno invogliate a pagare. Mi dispiace che un’agenzia pensi di poter sopravvivere solo grazie ai sussidi, perché in questo modo mostra di non dare valore ai soldi che riceve. Senza contare la crisi economica che colpisce l’Occidente, e che impone una riflessione su come spendere i propri soldi.

fettamente anche ai casi di Unicef e Organizzazione mondiale della sanità. I maggiori sostenitori di queste realtà sono i governi occidentali, cioè i migliori amici di Israele. Piaccia o no, anche nella diplomazia internazionale comanda l’azionista di maggioranza. Infine, c’è il nodo della Corte penale internazionale. Organo che gli Usa hanno sempre rifiutato di riconoscere. L’ammissione dell’Anp, da parte dell’agenzia culturale, rappresenterebbe un precedente vincolante anche per la Cpi. Già nel 2009, le autorità di Ramallah avevano depositato presso la procura della corte una dichiarazione in cui si riconosce la sua giurisdizione per crimini internazionali, commessi sul territorio palestinese, a partire dal primo luglio 2002. La speranza di Arafat allora e di Abu Mazen oggi sarebbe quella di colpire Israele sul piano di atti criminali eventualmente commessi nel corso delle operazioni militari. Solo per fare i due esempi più prossimi: Piombo fuso (Gaza, 2009) e il raid alla flottiglia della pace, sempre diretta a Gaza, l’anno successivo. E se l’Aja copiasse Parigi? Chi ne sarebbe più risentito: Israele, o i Paesi occidentali che hanno appoggiato fino a ieri Gheddafi e oggi rischiano di risponderne di fronte a un tribunale da essi stessi fondato?


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grandangolo Esperti a confronto sulla Primavera araba in un convegno a Roma

Da piazzaTahrir a Wall Street, il nuovo stile delle rivolte del XXI secolo Sono le rivoluzioni senza leader, come la rete senza un centro, quelle che caratterizzano il nuovo millennio. Niente ideologie, ma idee ben chiare. Hurrya (libertà in arabo) e difesa della dignità umana calpestate dai regimi a Oriente e dalla finanza corsara a Occidente, ecco cosa lega i sommovimenti moderni di Pierre Chiartano e chiamano le rivolte senza leader, quelle nate senza una cornice ideologica, ma non senza idee. La principale? Libertà (hurrya in arabo) e una imprescindibile difesa della dignità umana. Su questo argomento è difficile trovare disaccordo nei Paesi attraversati dalla cosiddetta Primavera araba, che si tratti di analisti, accademici o gente comune. Ma c’è un filo rosso che collega questi movimenti di protesta spontanei, da Tunisi fino a Wall Street, l’insofferenza verso un potere ormai privo di scrupoli che non riesce a nascondere, e neanche fa finta, di cercare consenso. Se ne è parlato anche mercoledì durante un convegno al Centro studi americani di Roma, con i toni paludati da esperti, ma anche con accenni stimolanti rispetto alla narrazione ufficiale degli eventi arabi. Ed è l’occasione per allargare lo sguardo oltre la Primavera araba che potrebbe essere il primo movimento marchiato XXI secolo. Cioè figlio della globalizzazione, delle Ict e di un pensiero che, correndo sulla rete diventa universale, pur nei differenti colori che lo caratterizzano. Ha intercettato un bisogno profondo di giustizia che sembra non ave-

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re confini. Presenti esperti internazionali e nazionali. Ma procediamo con ordine. La classifica è semplice. La Tunisia è stata la prima, l’Egitto quello a cui tutti guardano, la Siria l’ultima diga della dittatura, l’Algeria la prossima nella lista. L’Iran la grande incognita, ma con qualche sorpresa.

Se la Rivoluzione francese aveva alle spalle l’Enciclopedia di Diderot, la Primavera araba in apparenza è sembrata senza ideologie, veicolata da Twitter e social network nonché da una smisurata voglia di cambiamento. Una voglia più istintiva che frutto di un “pensiero organico” (avrebbero detto i sessantottini), vista l’inesperienza democratica di molti di quei Paesi. Ma non è così. Ahmed Basiouny è stato ucciso il 28 gennaio 2011 in piazza Tahrir da un cecchino e poi schiacciato da un auto della polizia durante il terzo giorno di proteste. Basiouny era un artista ed è diventato subito un simbolo, celebrato anche alla Biennale di Venezia. Abdul Qasim al Shabi invece è un intellettuale tunisino (scomparso nel 1934), autore del testo dell’inno nazionale. Una sua poesia era diventa l’inno di piazza Tahrir come della ri-

volta di Tunisi: un grido contro i tiranni. Ibn Khaldun, filosofo del XIV secolo, anche lui tunisino, definito anche il Montesquieu musulmano cui sembra debitore parte del pensiero politico europeo. E la storia dell’Europa deve qualcosa anche all’Egitto islamico: «Furono i mamelucchi a fermare le orde mongole» sottolinea Francesca Corrao, docente di Lingua e cultura araba alla Luiss. Con Napoleone in Egitto furono piantati i semi di una libera stampa e di un pensiero laico e più di un secolo dopo portò ai movimenti nazionalisti. Ma il gap con l’Europa si era ormai allargato a dismisura. L’infelicità araba aveva ormai preso piede e l’impero Ottomano era solo un ricordo lontano e sbiadito già a metà del XX secolo. Oggi siamo arrivati alle rivolte senza leader, vero prodotto della rete, network senza un centro, ma pieno di idee. Così nasce il parallelo con il movimento Occupy Wall Street, un

grido di protesta contro lo strapotere irresponsabile dei giganti della finanza, entità ormai senza confini, senza coscienza e con un solo credo: se guadagno ho ragione. Anche qui nessuna ideologia, solo voglia di giustizia. Ma guardiamo a ciò che è successo in Egitto. Ne parla Hisham Wahby professore di Relazioni internazionali alla British University del Cairo e che ha proposto il paralllelo tra Wall Street e Tahrir. «La rivolta ha sorpreso tutti. Quel 25 gennaio mi trovavo a poche centinaia di metri da piazza Tahrir. Dopo pochi minuti andai a vedere cosa succedesse e vidi tre linee perfette di uomini della polizia che sigillavano la piazza. Fatto inusuale per gli egiziani vedere uomini in una fila perfetta, noi che siamo abituati al disordine della folla. Poi dopo un po’vidi arrivare piccoli gruppi di persone, massimo 3 o 4 per volta, per non essere arrestati. Le richieste fin dal primo giorno sono state li-

Dice Wahby: «La rivolta al Cairo ha sorpreso tutti. Nessuno ha capito che succedeva»

bertà e dignità umana, le stesse che sentiremo poi da chi presterà davanti a Wall Street. Il primo giorno a Tahrir è stato qualcosa di epico». Ricordiamo che proprio mercoledì è cominciata la marcia da New York a Washington per portare la protesta da Wall Street alla Casa Bianca e chiedere a Barack Obama di far pagare più tasse ai ricchi.

Il movimento egiziano si sarebbe poi “inquinato”. «Col passare dei giorni le cose sono peggiorate, con l’arrivo degli abitanti delle enormi periferie del Cairo. Con loro è arrivata la rabbia e l’ignoranza. Vorrei ricordare che in Egitto non esiste una middle class liberale come c’è in Occidente. Da noi la parte culturalmente più evoluta è costituita dai piccoli e medi imprenditori e dagli intellettuali. Ora tutti guardano all’Egitto come Paese chiave per gli esiti della Primavera». Ma nella descrizione di come si vive oggi nel popoloso Paese arabo, c’è qualcosa di familiare anche per gli italiani. «Ci siamo sbarazzati di Mubarak, ma in tutta la società egiziana di ci sono dei mini-Mubarak, anche nella mia università. Manca la cultura della responsabilità. In Egitto oggi si discute


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Nuove sanzioni dell’Europa contro Damasco e appello ai Paesi arabi

Venerdì di sangue in Siria, oggi Lega araba decide di Etienne Pramotton

ROMA. La Siria è di nuovo

su quale diritto sia più valido: quello inglese, quello francese o quello islamico. Tantissimi militari sono legati a doppio filo con Mubarak che possiede un archivio di file su ognuno di loro». Siamo a ridosso delle elezioni politiche, ma resta difficile fare una previsione. «Non abbiamo idea di come andranno a finire le elezioni. Ci sono 50 partiti, delle forze armate ancora forti e i Fratelli musulmani. Dal 25 gennaio sono spuntati anche i salafiti. La Muslim Brotherhood avrà gioco facile, può parlare a migliaia di egiziani ogni volta che si recano in moschea per la preghiera. Una possibilità che gli altri partiti non hanno. Per la candidatura alla presidenza non ci sono facce nuove». I rapporti con l’Iran sono ambivalenti. «Nulla della rivolta a preso da quella iraniana del 1979, piuttosto a quella del 2009. Guardiamo all’Europa non a Oriente. L’Arabia Saudita invece non è uno Stato, è la famiglia reale che conduce i propri affari». La Siria «ora ha raggiunto un equilibrio instabile tra forza del regime e quella dell’opposizione» spiega il professor Paul Salem del Carnegie Endowment for International Peace. «Un nuovo regime sarà inevitabilmente sunnita», ricorda l’esperto non dimenticando come Riad stia supportando l’opposizione siriana nel sud del Paese. «In questo scenario Israele potrebbe siglare un trattato con la nuova Siria che aprirebbe la strada al redde rationem con Hezbollah in Libano», ma questo scenario – aggiungiamo – è solo ipotetico, poiché Hezbollah come forza di governo ha grandi responsabi-

lità rispetto a una popolazione uscita stremata dalla guerra lampo del 2006. È difficile ipotizzare che il partito sciita del Libano voglia un nuovo scontro con Gerusalemme.

La Siria è un Paese dove serve capire come funziona il complesso intelligence-partito-affari per fare previsioni. «L’economia è in crisi ma non è ancora al collasso» sottolinea Salem pronosticando tempi ancora lunghi per la caduta del regime. Ma ciò che è più interessante dell’analisi di Salem riguarda le rivolte nel Golfo. «In Bahrein la protesta è cominciata per difendere i diritti degli sciiti ed è finita favorendo quelli dei sunniti con l’intervento saudita. Nello Yemen è cominciata dagli studenti universitari della capitale che non ne potevano più dell’oligarca Saleh, e si è trasformata in una guerra civile che rischia di spaccare il Paese. Con la parte meridionale dello Yemen in mano ad Al Qaeda». Tutti d’accordo invece sull’Iran. Attaccarlo ora, quando le spinte esterne della Primavera e della politica turca lo obbligheranno a un cambio di marcia e di stile, sarebbe un regalo al regime teocratico. «E non è vero che Teheran sia un attore irrazionale sul palcoscenico internazionale. È solo un Paese con una mappa del potere molto complessa che sarebbe utile conoscere meglio», il suggerimento di un giovane professore iraniano, Pejiman Abdolmohammady. Insomma il Grande Medioriente sarà un laboratorio politico e sociale, nei prossimi anni, con qualche sorpresa positiva, Inshallah.

Una poesia di Abdul Qasim al Shabi era diventa l’inno di piazza Tahrir e anche di Tunisi

insanguinata. Si trova in un equilibrio instabile tra regime e opposizione. La tavola internazionale è già stata apparecchiata per il dopo Assad. Ma non sappiamo quando comincerà.Turchia e Francia hanno giocato le proprie carte, con interessi contrapposti, almeno per il momento. Ma la storia e le abitudini – dai tempi di Francesco Primo – ci insegnano che Parigi ha interessi da condividere con Ankara, proprio in Medioriente. Intanto continua la conta dei morti e lo spettacolo raccapricciante del tiro al bersaglio su inermi cittadini da parte dei cecchini del regime di Bashar al Assad. Ieri venerdì di preghiera, ma il nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso, come recita l’al Fatiha, l’avvio di ogni preghiera, non è stato certo rispettato dalle forze governative. «L’Europa deve cessare ogni contatto con il regime siriano e ritirare tutti gli ambasciatori». È l’appello lanciato da Roma da Bhuran Ghalioun, presidente del Consiglio nazionale della Siria. Secondo gli attivisti, almeno 30 civili e 26 soldati sono stati uccisi in Siria alla vigilia delle preghiere del venerdì, mentre le proteste a favore della democrazia diventano sempre più violente e aumentano gli attacchi nei confronti delle forze di sicurezza. Le preghiere del venerdì rappresentano una rara occasione per i siriani di riunirsi.

Questo mese il bilancio delle vittime quotidiano è stato uno dei più drammatici da quando sono cominciate sette mesi fa le rivolte contro il governo del presidente Bashar al-Assad. Sempre secondo gli attivisti, giovedì migliaia di persone hanno preso parte ai funerali dei 24 civili uccisi dalle forze fedeli ad Assad il giorno prima, tra cui otto uccisi a Damasco in uno degli attacchi più sanguinosi nella capitale. Gli Stati arabi restano estremamente divisi su come affrontare le repressioni in Siria dopo che il piano di pace dello scorso 2 novembre non è bastato ad arginare le violen-

ze e sono poche le speranze che un nuovo vertice, in programma per oggi, possa produrre risultati positivi. Diversi Paesi si oppongono a creare ulteriori pressioni su Assad e sembra improbabile che i ministri degli Esteri possano congelare l’appartenenza della Siria alla Lega Araba che si riunisce oggi al Cairo.

Nuova stretta intanto per le sanzioni Ue contro la Siria, mentre per l’Iran i ministri degli esteri, riuniti lunedì a Bruxelles, rinvieranno le decisioni sull’inasprimento delle misure restrittive al Consiglio del primo dicembre, per attendere l’esito della riunione dei governatori dell’Aiea di giovedì prossimo. Lo indicano fonti diplomatiche. Almeno tre persone sono rimaste uccise ieri – ma le cifre si aggiornano di ora in ora – da colpi d’arma da fuoco nella città siriana di Homs, secondo quanto riferiscono attivisti anti-regime, proprio mentre in tutto il Paese si stanno organizzando nuove manifestazioni per chiedere alla Lega Araba di congelare la membership della Siria. Stessa richiesta arriva da Human rights watch, che in un rapporto accusa il regime di Damasco di «crimini contro l’umanità», parlando di sistematici abusi contro la popolazione civile in otto mesi di proteste. Secondo il documento che si basa sui racconti di 110 tra vittime e testimoni, le violazioni delle forze di sicurezza siriane avrebbero causato la morte di «almeno 587 civili» ad Homs e nella sua provincia tra metà aprile e la fine di agosto. E nel loro ultimo attacco, le truppe fedeli al regime avrebbero ucciso altre 104 persone dal 2 novembre, quando il governo del presidente Bashar al-Assad ha accettato l’iniziativa della Lega Araba per porre fine alle violenze. «Homs è un microcosmo della brutalità del governo siriano», ha dichiarato Sarah Leah Whitson, direttore di Hrw per il Medioriente.

i che d crona

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il personaggio della settimana La Grande Mela impazzisce per la retrospettiva dell’artista padovano al Guggenheim

La Cattelanmania

Proprio mentre nel mondo l’immagine dell’Italia vacilla, il “maestro della provocazione” conquista New York: tutti in fila per il “meteorite papalino”, i piccioni impagliati e tutte le altre opere-choc Accanto, l’artista padovano Maurizio Cattelan, cui il Guggenheim Museum di New York dedica una retrospettiva fino a gennaio. Nella pagina a fianco, la rotonda del museo newyorchese progettata da Frank Lloyd Wright che ospita più di cento opere di Cattelan appese al soffitto

di Diana Del Monte funny guy with an immense sense of tragedy», come lo definisce Massimo De Carlo, accostandolo al regista americano Buster Keaton; «un cinico generoso», aggiunge Paola Manfrin, Art Director e coeditor dei quindici numeri di Permanent Food, che «sfrutta sempre il pensiero degli altri, però in cambio da sempre molto di se stesso». Di Maurizio Cattelan si parla sempre tanto. Si sottolineano il suo acume, la sua irriverenza, la sua inesauribile riservatezza nascosta dietro a una faccia da Pinocchio, come lo hanno definito.

«A

Sarà per i piccioni impagliati alla Biennale di Venezia 2011, Tourist; sarà per L.O.V.E., l’istallazione di 11 metri posta a piazza Affari nel 2010; oppure per Steve o Gérard, i suoi “homeless” senza volto, o magari sarà per i tre bambinifantoccio “impiccati” in piazza XXIV Maggio nel 2004. Sicuramente, una parte del merito di tanto clamore va a Giovanni Paolo II che nel 1999 (La nona ora) si beccò un meteorite sulle gambe. Ora, anticipata da un lungo periodo di chiacchierata riservatezza, è finalmente arrivata Maurizio Cattelan: All, la prima retrospettiva completa dell’artista padovano ospitata dal Guggenheim Museum di NewYork. Dal 4 novembre al 22 gennaio, 128 opere degli ultimi 25 anni di lavoro, dal 1980 fino ai giorni nostri, penderanno come biancheria stesa ad asciugare nell’atrio a chiocciola progettato da Frank Lloyd Wright. Leggenda vuole che quella del Guggenheim sia l’esposizione di commiato per l’artista, che ha dichiarato di volersi ritirare dal mondo dell’arte proprio con questa mostra. Tuttavia, sebbene Cattelan non abbia più prodotto nessuna nuova opera negli ultimi anni, molto scetticismo circonda questa sua ultima dichiarazione, a cui viene attribuito un ruolo prevalentemente pubblicitario. In realtà, il 2011 non è stato privo di lavoro per lo scultore che si è speso in due nuovi progetti: Ora, il nuovo album di Jovanotti di cui Cattelan ed il fotografo Pierpaolo Ferrari hanno curato la copertina e il libretto, e Toilet Paper, magazine inagurato lo scorso anno sempre in collaborazione con Ferrari. Un lavoro editoriale più maturo e consapevole, «una sorta di post-digestione dei due pro-

getti precedenti», ha dichiarato Ferrari durante la festa di presentazione del magazine riferendosi alle due precedenti eserienze di Cattelan – Permanent Food con Paola Manfrin e Charley con Massimiliano Gioni e Ali Subotnick. «Sarebbe ora di cambiare», avrebbe affermato l’artista italiano che al pensionamento, a 52 anni, non pensa proprio; l’intenzione dichiarata è piuttosto quella di dedicarsi ad altro, di aprire un nuovo capitolo, nuove strade. Nancy Spector, vicedirettrice del Guggenheim di New York, avrebbe approfittato di questa “debolezza”di Cattelan per proporgli ripetutamente il progetto di una retrospettiva conclusiva. L’aura di unicità intorno all’evento è nata contestualmente all’ideazione della mostra, ovviamente condita da aneddoti reali o presunti. Si racconta, infatti, che di fronte all’insistenza della vicedirettrice del Guggenheim, che continuava a ribadire la necessità di un evento conclusivo, Cattelan avesse inizialmente lanciato due proposte particolarmente audaci con la chiara intenzione di ricevere un diniego e archiviare la “questione Spector”. La prima era di lasciare il museo vuoto, spargendo le sue opere in giro per la città, la seconda era quella di raggruppare tutti i suoi lavori nella Rotunda e appenderli al soffitto come salami. La seconda ha vinto.

Se questo episodio corrisponde o meno a verità è poco importante, di certo ci sono state le difficoltà che hanno accompagnato l’attuazione del progetto. Nonostante la promessa di testare i cavi di sostegno in un hangar con il doppio del peso previsto per ogni pezzo e la copertura assicurativa completa per ogni opera, la Spector ha dovuto sudare non poco per farsi prestare i vari cattelan dai collezionisti. Spaventati da un’esposizione “ad alto rischio”, i proprietari delle opere si sono fatti pregare a lungo prima di acconsentire, ma alla fine hanno ceduto di fronte all’idea di far apparire il proprio tesoro in una retrospettiva conclusiva al Guggenheim. L’effetto finale è, neanche a dirlo, sorprendente. Entrando nella Rotunda di Wright si viene ricoperti da una scrosciante pioggia di opere, difficilmente distinguibili a un primo sguardo. Come la tempesta di neve che poco tempo fa ha aggredito New York – costringendo, tra l’altro, i tecnici del museo a una manutenzione straordinaria del tetto che sostiene le opere, gravato in quell’occa-


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Il geniale emiliano “nipote” di Duchamp Nato a Padova nel 1960, Cattelan comincia la sua carriera a Forlì negli anni ottanta, frequentando alcuni artisti del luogo. Si segnala da subito per opere che combinano la scultura con la performance e azioni provocatorie. Il successo arriva nel 1991, in occasione della sua prima grande esposizione presso la Galleria d’Arte Moderna a Bologna. L’opera che espone in quest’occasione è ”Stadium 1991”. E nel 1993 suscita discussioni alla Biennale di Venezia, dove espone “Lavorare è un brutto mestiere”. Nel 1999 realizza una delle sue sculture più celebri: ”La Nona Ora”, che raffigura Papa Giovanni Paolo II colpito da un meteorite. E nel 2001 si dedica alla realizzazione di un altro lavoro, ”Him”, in cui rappresenta Hitler nell’atto di chiedere perdono. A New York Cattelan crea una rivista d’arte, ”Permanent Food” e la rivista “Charley”. Nel 2006 viene chiamato a curare la quarta Biennale di Berlino. È considerato dalla critica come uno dei maggiori esponenti post-duchampiani dell’arte contemporanea.

sione anche dal peso della neve – Cattelan aggredisce il suo pubblico con una tormenta di cavalli, barboni, piccioni, lunghissimi calcio balilla, Hitler, giornali e pubblicità. Su tutto, la sua firma al neon “Catttelan” (con tre T). Quella che si può definire come una nuova opera dell’artista, più che una semplice esibizione del pregresso, si inserisce perfettamente nello spazio vuoto progettato da Wright, rimodellandolo e ripensandolo. Come un dente morbidamente accolto nella sua gengiva, l’istallazione di Cattelan è abbracciata,

que, è possibile considerare All come l’ultima opera del tanto contestato artista piuttosto che una semplice, per quanto originale, esposizione di una carriera. Una sinfonia post-duchampiana, qualcuno l’ha definita, e la sensazione è realmente quella di una sonorità multipla, poco sinfonica, ma perfettamente dissonante, a suo modo. Salendo lungo la rampa ci si immerge in un percorso ipnotico che invita, via via, a guardare giù, in cerca di una seconda prospettiva; lì, la pioggia di cattelan accentua le vertigini dello spazio vuoto, ca-

128 lavori realizzati negli ultimi 25 anni pendono come biancheria nell’atrio progettato da Lloyd Wright avvolta dal camminamento (ascendente o discendente?) della Rotunda come da una morbida coperta. Salendo lungo la rampa del Guggenheim, poi, si scoprono via via i singoli pezzi, senza mai riuscire a dimenticare il tutto.

Lo spazio è uno degli elementi fondamentali di un’istallazione, parte essenziale della struttura dell’opera, e Cattelan ne è pienamente consapevole. Decontestualizzando, o meglio, ricontestualizzando le sue istallazioni, lo scultore gli attribuisce una nuova vita, un nuovo senso. In questa direzione, dun-

dendo, accompagnata dal suono dell’acqua della fontana situata nell’atrio, su un pubblico in entrata. Non deve e non sarà passato inosservato il fatto che il titolo della mostra, All, oltre ad avere il significato della parola di per sé a dargli pienamente senso, è anche il titolo di una delle opere esposte. Originariamente composta da un gruppo di nove statue in marmo di Carrara, All (2007) propone l’immagine di nove cadaveri stesi supini e ricoperti da un telo. Ricondotto a un’infelice esperienza lavorativa adolescenziale nell’obitorio di Padova, l’opera è contestual-

mente un virtuosismo artistico di Cattelan. La scelta di rappresentare con il marmo dei corpi velati, infatti, è una sfida per le capacità dell’artista che, così facendo, mette in mostra la sua abilità nel donare leggerezza a una materia così consistente. La citazione del marmo di Carrara, inoltre, oltre a essere un chiaro riferimento ai capolavori della nostra scultura, iscrive l’opera nel novero dell’arte funeraria; l’All del 2007 è dunque un monumento alla morte di massa, che sia essa frutto di un genocidio o di un disastro naturale, di una battaglia o di un suicidio collettivo. Così, tra Less than ten items (1997) e l’immagine di Holliwood (2001) – l’istallazione fatta da Cattelan per la Biennale di Venezia del 2001 –, sta uno dei nove corpi velati, accuratamente posto nel tutto per passare inosservato. Si vuole alludere a un decesso di massa per gli anni di carriera di Cattelan? Per le sue opere? Il richiamo all’opera del 2007 proposta dal titolo non può lasciare indifferenti, anche se il collegamento rischia di diventare più un gioco di parole che un approfondimento.

Altrettanto curioso l’accostamento proposto dal Guggenheim della restrospettiva di Cattelan con la mostra dedicata a Vasilij Kandinskij. Painting with the white border è ospitata nelle sale interne dei singoli piani del museo ed è focalizzata sul lungo processo creativo che ha preceduto la realizzazione dell’opera che dà il nome alla mostra. Non sembra credibile pensare questo accostamento come il frutto di una pura casualità, ma se anche lo si volesse considerare come un puro scherzo del destino, bisognerebbe sfruttare l’occasione. Le due esibizioni, infatti, non possono definirsi totalmente estranee. Entrare e uscire dalle sale che ospitano le opere del pittore russo per trovarsi faccia a faccia con Cattelan è un interessante gioco che crea un curioso contrasto, non senza affinità. Grazie a un ritmo interno così come a un senso dell’equilibrio del tutto che sembrano accostare le due esperienze artistiche, la fruizione da parte del

pubblico ne esce certamente arricchita. La eco della prima e forse ultima esposizione completa di un artista chiacchierato come Cattelan in un luogo di culto come il Guggenheim di New York è stata ovviamente notevole. “Cattelan al Guggenheim”,“Cattelan a NY, prima volta al Guggenheim”, “A suspension of willful disbelief” titolano i giornali e, ovviamente, il mercato dell’artista, ormai italonewyorkese, ne ottiene un notevole beneficio. In occasione di questa retrospettiva, inoltre, il Guggenheim ha, per la prima volta, ideato e messo in vendita un’app per Iphone e Ipad che propone un catalogo interattivo dell’intera istallazione. «La carriera di Cattelan contrasta con la semplice somma utilizzata dalle mostre tradizionali», spiega la Spector, «molti dei suoi primi action-based works sono impossibili da ricostruire e i suoi singolari ed iconici oggetti funzionano meglio se presi singolarmente». «L’artista ha resistito a questo modello – ha continuato il vicedirettore del museo – creando invece un’istallazione specificatamente pensata per il luogo che furbamente celebra la sua stessa futilità».Viene spesso ricordato come l’infanzia e l’adolescenza di Cattelan siano state segnate dalle privazioni economiche, una non brillante carriera scolastica, e una fila di lavori poco edificanti. Esperienze che hanno istillato in lui una scarsa considerazione per l’autorità e uno sdegno, quasi orrore, per i lavori pesanti. Sentimenti che hanno caratterizzato i suoi primi lavori e di cui beneficiò anche la sua prima personale, nel 1989. In quell’occasione Cattelan semplicemente chiuse la galleria, appendendo sulla porta un cartello con scritto “Torno subito”.

Questo Joker, come lo ha definito la BBC in un recente servizio, potrebbe nuovamente preparare un tiro mancino al mondo dell’arte? Non è affatto escluso. Così, mentre sono ormai quasi tutti persuasi che l’annuncio del ritiro di Cattelan abbia una funzione puramente “commerciale”, l’artista potrebbe porci di fronte a un bello scherzo, sicuramente il più inaspettato: la verità.


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