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Tutto considerato, lavorare è meno noioso che divertirsi

Charles Baudelaire

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • VENERDÌ 4 NOVEMBRE 2011

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Obama annuncia a Cannes: «Pronti ad aiutarvi». La Cina chiede garanzie per “comprare” quote di debito

Un giorno da Draghi Taglia i tassi e le Borse volano. «Ora i governi investano sulla crescita» Mossa a sorpresa del neo-presidente Bce: il denaro costa lo 0,25% di meno e i mercati respirano. Merkel alza la voce con Atene: può anche uscire dall’euro. E Papandreou cancella il referendum L’Ue preme e ci considera sempre sotto esame

Berlusconi: «Onoro gli impegni, metterò la fiducia». Ma non ha più la maggioranza di Francesco Pacifico aranno otto anni scoppiettanti, i prossimi a Francoforte. Dando un calcio al passato, e contro le previsioni degli esperti, Mario Draghi ha battezzato il suo esordio alla testa della Bce tagliando dello 0,25 per cento tutti i tassi d’interessi: scende all’1,25 quello fisso di rifinanziamento, allo 0,50 quello sui depositi e al 2 quello marginale. Un segnale forte al G20 di Cannes. Per il banchiere italiano è il minimo in questa Europa «dalla crescita modesta», che rischia «una lieve recessione per fine anno». I mercati hanno subito applaudito al coraggio di Draghi mentre al G20 Obama ha dato la sua disponibilità ad aiutare l’Europa. a pagina 2

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Due “provocazioni” da Berlino e Londra

La finanza finirà per uccidere la democrazia

Paesi no-euro, è arrivata l’ora dell’alleanza

di Frank Shirrmacher

di David Owen

l sentimento di apparente stabilità tra le élite europee è durato appena due giorni. Sono trascorse nemmeno 48 ore tra l’immagine della matriarca Merkel, a cui il mondo intero si è rivolto, e quella della depressione. Un medico direbbe che si tratta di una patologia e ci spiegherebbe che la psiche collettiva è malata, e i fantasmi di grandezza e fiducia di cui si nutre sono ingannevoli. a pagina 8

due anni crisi del debito sovrano dell’euro stanno entrando in una fase molto pericolosa. Qualunque cosa accada alla disastrata Grecia e agli altri Paesi fortemente indebitati, il rapporto tra i membri dell’Unione europea e quelli dell’Ue che non usano l’euro (primi fra tutti Gran Bretagna, Polonia, Svezia...) sembrano sul punto di produrre profondi cambiamenti. a pagina 9

Altri due del Pdl lasciano per l’Udc. Napolitano: «Valuterò la situazione». Bossi dà già per morto il governo: «Ora, meglio le elezioni anticipate» Riccardo Paradisi • pagina 6

Coraggio, seguiamo Mario di Gianfranco Polillo

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lcuni autorevoli esponenti del Pdl chiamano Mario Draghi “il tedesco”. Nel senso che come Dorian Gray, avrebbe firmato un patto con il diavolo, non per garantirsi l’immortalità, ma per divenire il Presidente della Bce: la banca delle banche centrali. Ebbene, noi la pensiamo esattamente al contrario. a pagina 7

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Ecco come Ahmadinejad si prepara ad approfittare del ritiro delle truppe americane

Attenti, stiamo perdendo l’Afghanistan Al Maliki e Karzai mollano gli Usa. E puntano tutto sull’Iran di Michael Ledeen rendiamo due notizie, una sull’Iraq, l’altra sull’Afghanistan. Gli iracheni hanno detto agli Usa di voler onorare l’accordo firmato e di voler mandare via tutte le truppe entro la fine dell’anno. A Kabul, Karzai ha detto di essere pronto a dichiarare guerra all’America se questa avesse

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gue a (10,00 pagina 9CON EUROse1,00

I QUADERNI)

• ANNO XVI •

NUMERO

attaccato il suo vicino, il Pakistan. Il motivo è presto detto: gli Stati Uniti non avendo affrontato il problema - li hanno lasciati in balia dell’Iran. Per spiegare il presunto voltafaccia, basta calarsi nei panni dei due. Sono leader mediorientali e hanno lavorato e combattuto a fianco degli americani. Gli

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WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

Stati Uniti sono stati eccezionali sul campo di battaglia rendentoti o vincitore (in Iraq) o prossimo alla vittoria (in Afghanistan). Ma poi hanno annunciato di volersene andare, fissando addirittura una data per la loro partenza. Questo come ti fa sentire? a pagina 10

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


Mossa a sorpresa dell’italiano alla sua prima riunione a Francoforte. Che così cerca di dare sollievo alle economie in difficoltà

Meno tassi per tutti

Draghi debutta con un taglio dello 0,25% e le Borse volano (Milano compresa). Poi chiede ai governi Ue: «Ora sostenete lo sviluppo» di Francesco Pacifico

ROMA. Saranno otto anni scoppiettanti i prossimi a Francoforte. Dando un calcio al passato, e contro le previsioni degli esperti, Mario Draghi battezza il suo esordio alla testa della Bce, tagliando dello 0,25 per cento tutti i tassi d’interesse: quello fisso scende all’1,25 quello fisso di rifinanziamento, allo 0,50 quello sui depositi e al 2 quello marginale. Per il banchiere italiano è il minimo in un’Europa «dalla crescita modesta», che rischia «una lieve recessione per fine anno». Ma è un segnale molto forte quello che arriva dal primo consiglio direttivo della Bce guidato dal successore di Jean Claude Trichet. Anche perché arriva con l’inflazione in tutta l’area euro superiore al 3 per cento, le materie prime ai massimi e l’attività delle aziende ai minimi. Ma Draghi – che nella sua carriera di civil servant ha preso decisioni ben più impegnative – ha ribaltato la scala delle priorità. E non soltanto perché il caro vita «potrebbe scendere sotto il 2 per cento nel 2012». Come ha fatto intendere già nelle ultime settimane da governatore di Bankitalia, in cima alle criticità ci sono «le prospettive di crescita dell’area euro, che risentono di incertezza particolarmente alta» e i «rischi di ribasso che si stanno in-

tensificando». Quindi nel mirino finisce la distanza tra l’America che fa pagare il denaro tra lo 0 e lo 0,25 per cento e l’Eurozona che nel 2012 potrebbe crescere secondo l’Ocse soltanto dello 0,3 per cento.

E poi ci sono i problemi di funding delle banche: l’irrigidimento dell’interbancario che si somma ai rallentamenti della raccolta e che si traduce in una minore erogazione di prestiti a famiglie e imprese. Di risorse all’economia reale. Ma si guarda anche alle tensioni sui mercati e alle speculazioni sul debito pubblico che continuano a portare gli spread

con i Bund sopra la soglia di guardia. Per il successore di Trichet pericolose quanto «il rallentamento della domanda globale» e «il calo di fiducia legato alle persistenti tensioni dei mercati finanziari». Non a caso, saputa la decisione della Bce di abbassare i tassi di interesse dello 0,25 per cento, tutti i principali listini dell’area, dopo una prima parte della giornata altalenante, sono schizzati sopra il 3 per cento. Chiusura positiva per Piazza Affari con il Ftse Mib che segna +3,23%, Londra segna +1,12% a 5.545 punti, Francoforte +2,81% a 6.133, Parigi +2,73% a 3.195 e Amsterdam +,211% a

304,50. Sono andati bene anche i “sorvegliati speciali” Madrid (1,83% a 8.731,0 punti) e Atene (+2,83%) Lo spread con i bund tedeschi, dopo aver toccato il nuovo record a 462 punti, è poi rientrato a 424. Il rendimento è sceso fino al 6,16%, dopo che un massimo dall’introduzione dell’euro a 6,4%. Anche per venire incontro al suo primo azionista (la Germania) Trichet aveva come imperativo la stabilità: conti sotto controllo e inflazione contenuta. Il nuovo della Bce invece dimostra di guardare con preoccupazione

al rallentamento delle economie mature. Compresa la Germania, seconda potenza esportatrice al mondo e motore d’Europa, che rivede al ribasso persino le stime sugli ordinativi della meccanica. E già chi ipotizza il costo del denaro all’1 per cento già nel primo trimestre del 2012.

Continuità tra il nuovo e il vecchio inquilino dell’Eurotower invece sul Securities Markets Program. Mario Draghi fa sapere di essere pronto a supportare le economie più deboli e di continuare a comprare i loro bond nonostante i mal di pancia tedeschi. Ma a patto che si coniughi risanamento e misure per lo sviluppo e in un’ottica «temporaneo e limitata». Un tempo i tedeschi avrebbero fatto fuoco e fiamme. Ma Draghi ha spiegato che la sua Bce non può prescindere dal rigore finanziario per congelare lo spettro dell’inflazione che tanto spaventa oltre il Reno. «Tutti i governi dell’area», avverte, «devono mostrare inflessibile determinazione a onorare pienamente la propria firma sovrana». E chi non ce la fa, deve accettare misure aggiuntive. Ma deve muoversi anche con maggiore flessibilità d’inter-


tempesta sull’euro

4 novembre 2011 • pagina 3

Obama-Sarkò, la strana coppia Sono loro i protagonisti del G20: d’accordo sulla Tobin tax. Ma la Cina detta le sue condizioni di Enrico Singer idea di organizzare il G20 a Cannes, nel Palais des Festivals et des Congrès, lo stesso in cui si tiene ogni anno in maggio la mostra del cinema, con tanto di sfilata dei capi di Stato e di governo sulla Croisette, non si è rivelata felice. E non solo per la pioggia che ha costretto tutti ad accelerare il passo. A Nicolas Sarkozy, il padrone di casa, si può, forse, assegnare il premio per la migliore scenografia. Di sicuro non quello per il miglior film. «Un mondo nuovo, idee nuove», diceva lo slogan dietro il grande tavolo del vertice. Ma più che di idee nuove si è parlato di crisi vecchie. E, ancora peggio, di soluzioni vecchie. L’unico contentino per il presidente francese – che sul successo di questo summit molto ha scommesso per la sua (difficile) rielezione all’Eliseo – è arrivato da Barack Obama che, dopo un incontro a quattr’occhi, ha annunciato che gli Stati Uniti e la Francia hanno trovato un «punto comune» sulla tassazione delle transazioni finanziarie, finora fortemente osteggiata da Washington. Nel comunicato finale di oggi, quindi, Sarkozy potrà vantare almeno un punto a favore. Anche se nessuno può ancora dire quando, per quali Paesi e a quali condizioni scatterà la Tobin tax che dovrebbe aiutare a rimettere in sesto i conti pubblici, ma che rischia anche di creare nuovi squilibri tra i mercati a favore di chi non l’applicherà, a partire dalle nuove tigri dell’economia mondiale. Per il resto, a dominare è stato il terremoto che sta scuotendo l’euro. Con il suo epicentro in Grecia ma con minacciose scosse anche in Italia e in Spagna, tanto che tra i quattro Paesi di Eurolandia che fanno parte del G20 (Francia, Germania, Italia e Spagna) c’è stato l’ennesimo pre-vertice con Roma e Madrid nella parte di chi è sotto esame e Parigi e Berlino in quella degli esaminatori. Scena simile a quella vista, la sera prima, con il greco Papandreou alla sbarra per avere indetto il referendum sul piano di aiuti che, a questo punto, è sospeso (Atene

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vento per rassicurare le economie mediterranee, che temono un futuro di stagnazione dopo aver sistemato i propri conti. Nonostante le divisioni tra i suoi colleghi banchieri centrali e il timore della Merkel di aiuti a chi non rispetta le regole, il numero della Bce sa bene qual è il ruolo dell’istituzione in questa fase storica che viviamo. È conscio che gli strumenti creati dall’Europa per respingere la speculazione – il SalvaStati con le garanzie sulle emissioni primarie e i fondi ad hoc con soldi cinesi o brasiliani per il riacquisto di titoli spazzatura – reggono soltanto

doveva ricevere a giorni altri otto miliardi di euro) fino a che non si saprà come andrà a finire.

Sulla Grecia, per la verità, pesano molte incognite. C’è la protesta sociale che monta. Ieri tutto il Paese era paralizzato dallo sciopero generale e Atene era in stato d’assedio. La nuova agitazione decretata dai sindacati contro le misure annunciate dal governo socialista, si è trasformata in una delle maggiori dimostrazioni dall’inizio della crisi. Nella capitale i manifestanti si sono scontrati con la polizia in piazza Syntagma, proprio davanti al Parlamento che era riunito per discutere le misure di rigore supplementari

bata la pistola. «Il Paese è tenuto in ostaggio», ha dichiarato Papandreou in un drammatico intervento di fronte ai deputati del Pasok ai quali ha assicurato che il governo «sta lottando per salvare il Paese dal default» e che, per questo, il nuovo piano di rigore deve essere approvato. Il voto è in programma per oggi, ma la maggioranza vacilla. Papandreou può contare soltanto su quattro deputati più di quelli dell’opposizione, guidata dal partito di centrodestra Nea Democratia.

A Cannes i big del mondo ricevono le pressioni delle economie emergenti che, per dare aiuti, vogliono contare di più

In questo clima, per mettere da parte le tensioni non è bastato il siparietto tra Sarkozy e Obama a colpi di battute sulla nascita della piccola Giulia. «Spero che la

Obama e Sarkozy sono stati i protagonisti del vertice di Cannes. A fianco, i leader al G20 e, in alto, il nuovo presidente della Bce Mario Draghi concordate con la Ue. La polizia ha usato i gas lacrimogeni e i manifestanti hanno lanciato bombe molotov e incendiato cassonetti. Da parte di gruppi di black bloc ci sono stati anche saccheggi di negozi. Una vera e propria battaglia è scoppiata davanti alla schiera di hotel di lusso che si affacciano sulla piazza. E c’è stato un tentativo di invadere il Parlamento. Almeno sei dimostranti e 15 poliziotti sono rimasti feriti: tra questi anche un agente fuori servizio a cui è stata ru-

se la Bce continua a assorbire debito italiano, spagnolo o di tutte le economie in crisi.

Davanti a suoi colleghi banchieri Draghi ha garantito che sotto la sua gestione la Bce non si trasformerà in un succedaneo della Fed per diventare un prestatore di ultima istanza. Anche perché questa strategia non risolve una crisi che prima di tutto è politica, visto che gli amministratori dell’area prima si sono accollati i debiti delle banche senza imporre al settore nuove regole di controllo, quindi hanno incentrato tutte le loro solu-

bambina somigli alla madre piuttosto che al padre», ha detto Barack Obama suscitando un certo imbarazzo in Nicolas Sarkozy che ha subito replicato: «Vedete, questo è un esempio dell’influenza di Obama. Sono quattro anni che mi dice che essere padre di una figlia, e lui ne ha due, è una cosa fantastica. Io l’ho ascoltato e ho seguito il suo esempio». Una battuta, ma anche un modo per ricordare che lui, Sarkozy, di figli ne ha altri tre, tutti maschi. Ma al G20 si doveva parlare di fi-

zione sul contenimento dei debiti pubblici, senza investire un euro in sviluppo e competitività. Ma rispetto al passato i volumi saranno minori, anche perché con 500 milioni di euro spesi finora, l’Eurosistema po-

nanza internazionale e gli altri avevano poca voglia di scherzare. Il premier giapponese, Yoshihiko Noda, con poche parole ha espresso un concetto molto netto: in Europa è necessario evitare una reazione a catena che avrebbe un impatto negativo sull’economia globale. «Non possiamo permettere che il settore finanziario affondi, con l’economia reale che ne soffrirebbe enormemente». E la soluzione quale può essere? «Iniettare capitali nel sistema bancario». I capitali potrebbero arrivare dalla Cina, ma Hu Jintao ha messo le mani avanti. «Sta principalmente all’Europa risolvere il problema del debito», ha detto il presidente cinese che si è dichiarato anche convinto che la Ue «avrà la saggezza e la capacità di risolverlo».

Dietro la prudenza, tutta orientale, qualche promessa di intervento concreto da parte della Cina sembra sia stata ottenuta. Non senza contropartite. Pechino, a fronte di iniezioni di liquidità, chiede che i suoi crediti siano garantiti da possibili svalutazioni come quelle (del 50 per cento) che si ipotizzano adesso per i titoli di Stato greci. Anche le altre economie emergenti – Russia, Brasile, India – chiedono in cambio di contare di più negli organismi internazionali, soprattutto dopo la vicenda della poltronissima di direttore generale del Fmi che è rimasta nelle mani della Francia con Christine Lagarde dopo le dimissioni forzate di Dominique Strauss-Kahn. Infine al G20 sono arrivate le proposte del Financial Stability Board, che è stato guidato da Mario Draghi che ieri era a Cannes nella sua nuova veste di presidente della Bce. L’Fsb ha comunicato la lista delle banche di “rilevanza sistemica” – quelle che sono definite troppo grandi per fallire – e che, a livello europeo, potranno essere ricapitalizzate secondo i meccanismi indicati nel vertice dello scorso ottobre, ma che dovranno anche avere una riserva di capitale addizionale, rispetto al patrimonio corrente, e dovranno trovarlo sul mercato. Se la crisi lo consentirà.

per invertire la curva dei rendimenti in Italia e Spagna. Al battesimo ufficiale qualche imbarazzo si è registrato perché nel direttivo della Bce siedono tre italiani, compreso quel Lorenzo Bini Smaghi, che

Piazza Affari chiude in netto rialzo (+3,23%), così come tutte altre borse europee, comprese Madrid e Atene. Lo spread Btp-Bund è sceso 426,9 punti trebbe presto risentirne. Quindi vanno a farsi benedire le pressioni dei banchieri privati, che dall’ex vicepresidente di Goldman’s Sachs si aspettano una strategia più aggressiva

non si vuole dimettere dal board. Al riguardo Draghi ha fatto sapere che si è parlato del caso Italia durante il vertice di ieri. Ma ne ha approfittato per mandare un messaggio a Pa-

lazzo Chigi: «L’andamento dei tassi sui titoli di Stato dipende dalle politiche nazionali».

A codificarlo sempre ieri da Francoforte il neogovernatore di Bankitalia, Ignazio Visco: l’Italia può convincere i mercati soltanto «buttando giù il rapporto debito-Pil» e facendo le riforme. Il quale poi ha smentito che «nell’ultimo rapporto di stabilità finanziaria sia scritto che è possibile ridurre il debito pubblico con i Btp all’8 per cento». Quel riferimento era «legato soltanto a un esercizio quantitativo».Teoria quindi, perché la pratica impone lacrime e sangue.


tempesta sull’euro

pagina 4 • 4 novembre 2011

Ennesima giornata di proteste e scontri nella Capitale ellenica: si fa strada l’ipotesi di un esecutivo di unità nazionale

Un vero pasticcio greco

A Cannes si rincorrono voci su crisi di governo e uscita dall’Euro. Poi arriva la svolta di Papandreou: annullato il contestato referendum di Luisa Arezzo on è il caso di rivangare i padri della tragedia greca, Eschilo, Sofocle ed Euripide, ma è un dato di fatto che ieri ad Atene si è consumato l’ennesimo atto di un dramma di cui ancora non si conosce fine. L’unica certezza, dopo il giovedì al cardiopalma vissuto dall’esecutivo ellenico, è che il referendum nato lunedì scorso probabilmente salta. Mentre il premier George Papandreou, dato nelle prime ore del pomeriggio di ieri pronto alle dimissioni e ad accettare un governo di unità nazionale, al momento resta ancora in sella e ha detto che «le elezioni anticipate (a cui il nuovo governo avrebe dovuto condurre il Paese, ndr.) sarebbero una catastrofe». La situazione è però talmente fluida e imprevedibile, che l’eventualità di un governo di unità nazionale o un governo con appoggio esterno sui temi europei dell’opposzione, sia ancora fortemente sul piatto. E che il voto di fiducia atteso per oggi in Parlamento potrebbe aprire a nuovi scenari se nella nottata appena trascorsa non è stato trovato un accordo fra i parIamentari dissidenti del Pasok e il leader socialista. La minaccia di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy (rafforzata da quella di Christine Lagarde) di stoppare la tranche degli aiuti ad Atene in attesa del risultato del referendum su cui Papandreou non sembrava voler sentire ragioni, ha costretto “l’americano” (così è apostrofato il premier in Grecia) a fare marcia indietro. E, diciamolo, a subire una pesantissima sconfitta. Alimentata dai dissidenti in seno alla sua maggioranza - sei i frondisti “duri e puri”- che alla consultazione popolare non avevano mai creduto fino in fondo, considerandola una spada di Damocle sull’appartenenza all’eurozona. E che davanti all’ipotesi di essere trascinati in una partita più grande di loro, hanno fatto marcia indietro. E così, già nelle prime ore di ieri mattina, George Papandreou ha dovuto indire un consiglio dei ministri d’emergenza per cercare di ricucire lo strappo ed evitare il tracollo, suo e del Paese. Che, è notizia di ieri, ha liquidità sufficiente solo a coprire le spese fino alla metà di dicembre. Poi, per le casse elleniche, si aprirebbe il baratro dell’insolvibilità. Scenario che avrebbe convinto “l’americano”, nel corso della riunione straordinaria del Consiglio dei ministri, ad ammettere l’impossibilità della consultazione referendaria perché l’uscita dall’eurozona sarebbe troppo compromettente per il futuro del paese. Il

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L’interpretazione del quotidiano ellenico “To Ethnos” della mossa del premier

Vi spiego perché il ricatto era solo verso i suoi cittadini di Giorgos Delastik l primo ministro vuole a ogni costo evitare le elezioni anticipate. Per questo motivo ha preferito annunciare che avrebbe indetto un referendum entro tre mesi (forse il 4 dicembre) per ratificare l’accordo dell’eurozona (concluso il 27 ottobre). La reazione della classe politica è stata durissima. Tuttavia i deputati sono spaventati dalla forza delle proteste del 28 ottobre, che per la prima volta in 71 anni hanno impedito lo svolgersi della festa nazionale e hanno messo il Primo ministro in una posizione molto delicata. La crisi è scoppiata anche all’interno del governo socialista. Ormai è evidente che Papandreou non può più contare sul sostegno dei 151 deputati necessario a promuovere il referendum. Il governo è sul filo del rasoio, e oggi potrebbe essere sfiduciato. Inoltre, anche se ottenesse la fiducia, Papandreou avrebbe potuto non essere autorizzato dai suoi a organizzare il referendum.

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schio per la nazione», ma perché le conseguenze per il Pasok sarebbero disastrose, e le aspirazioni dello stesso Papandreou a ricoprire incarichi internazionali sarebbero spazzate via. Il referendum era dunque la soluzione migliore. Papandreou aveva sostanzialmente pensato di poter ricattare il popolo greco mettendolo davanti a una scelta netta: “o votate per l’accordo europeo o la Grecia fallirà e uscirà dall’euro”. Circa l’80-85 % dei greci non vuole più saperne di Papandreou, ma questo non vuol dire che il popolo voglia il fallimento del paese.

La consultazione rischiava di rivelarsi un buco nell’acqua per la possibile mancanza del quorum

Prendendo le distanze dagli eventi e considerando soltanto il punto di vista personale del Primo ministro greco, quella del referendum era una buona idea. E non si trattava affatto di un pretesto per lasciare eroicamente la vita politica, come hanno sostenuto alcuni. Cominciamo dall’inizio. Mai nella storia un governo democraticamente eletto è andato così tanto contro l’interesse del popolo come quello guidato da George Papandreou. Certo, il paese attraversa una crisi senza precedenti. Ma resta il fatto che la spaccatura tra il governo e il popolo è lampante. È per questo motivo che il primo ministro non vuole andare alle urne. Non perché sarebbe «un ri-

Se nei prossimi tre mesi il governo avesse continuato a ripetere che il No sarebbe equivalso al fallimento, il No avrebbe potuto vincere per reazione. Ma si poteva comunque prevedere un’astensione massiccia da parte di tutti i partiti. La partecipazione avrebbe potuto scendere addiruttura al 15-20 % e la procedura si sarebbe rivelata un buco nell’acqua.

premier si trova a dover adesso fronteggiare la più grande protesta del Pasok, il suo partito, contro di lui. Quattro ministri e diversi parlamentari, capitanati dal titolare delle Finanze, Evangelos Venizelos, l’unico che al momento in cui andiamo in stampa ha apertamente confermato lo stop al referendum (a cui è sempre stato contrario). Nonostante la batosta personale e internazionale, Papandreou, al quale è stato chiesto di dimettersi per lasciare il campo alla formazione di un governo di unità nazionale con il principale partito di opposizione, i conservatori di Neo Dimokratia, è ancora al timone di una barca alla deriva. E nonostante non abbia escluso la possibilità di fare un passo indietro, sarebbe tuttavia intenzionato a sottoporsi ugualmente al voto di fiducia di oggi in parlamento. Benché lo stesso Antonis Samaras, leader del partito di centrodestra Neo Dimokratia, abbia chiesto un governo di transizione per salvaguardare l’accordo Ue e garantire quindi il versamento dell’ultima tranche di aiuti dicendosi pronto a sostenere il pacchetto di salvataggio. Una mossa che non avrebbe fatto se non avesse avuto la certezza di poter essere appoggiato. Il punto vero è che George Papandreou sta probabilmente giocando la carta del ritiro della proposta referendaria con la sua tenuta di premier. L’idea si fa strada alla luce di una sua dichiarazione (l’unica fino a questo momento): «Se c’è consenso, il referendum non è necessario».

L’ultimatum dell’Ue alla Grecia, che ancora rischia di uscire dall’euro, è solo l’ultimo di decine di moniti lanciati in questi ultimi due anni ad Atene. La crisi travolge il paese nel 2009, con una stima deficit-pil al 12,5%, la disoccupazione oltre il 9% ed il debito pubblico al 113,4% nel 2009 e in corsa verso il 120% nel 2010. Previsioni che spingono il governo conservatore del premier Costas Karamanlis a dare le dimissioni. Segue l’annuncio di elezioni anticipate il 4 ottobre che portano al potere il governo socialista di Georges Papandreou. Tocca al nuovo esecutivo negoziare il primo piano di salvataggio con l’Ue e tentare di traghettare il paese verso lidi più sicuri. Fresco di vittoria il neopremier da subito non nasconde che il paese è a rischio bancarotta e il 19 ottobre, nel pieno dei festeggiamenti per la qualificazione della nazionale ai Mondiali di calcio in Sudafrica, dà l’annuncio shock: il precedente governo ha truccato i conti, e in 4 anni ha raddoppiato il debito da 150 miliardi a oltre 300.


Una campagna politica con l’aggressivo aiuto dell’informazione

Così i media del mondo hanno isolato Atene Le mosse (e le incertezze) del premier lo hanno messo nell’angolo. Fino a fargli ritrattare tutto di Antonio Picasso giornali stranieri giocano su due parole dal facile doppio senso in merito alla questione del referendum indetto dal premier Papandreu. È la tragedia greca, intesa come fatto d’attualità, ma con chiare reminiscenze letterarie classiche, a troneggiare sulle prime pagine dei media europei. D’altra parte, tenendosi a Cannes il summit del G20, è altrettanto facile sfruttare metafore cinematografiche. «La Grecia, di fronte al giurì di Cannes», titolava ieri Libération, come se la tragedia ateniese avesse bisogno di un ulteriore giudizio da parte del conclave economico mondiale che in questi giorni si sta tenendo nella capitale del cinema francese. Una prospettiva simile ma ben più tecnica, quindi meno critica, è stata adottata dal Financial Times. Il quotidiano di Wall Street appare più analitico rispetto alla maggior parte dei giornali transalpini. Negli Stati Uniti infatti l’atteggiamento di Papandreu, o meglio, la sua iniziativa di indire un referendum pro o contro le misure dettate da Bruxelles, è vista come la parte di un tutto. Oltreoceano la crisi finanziaria è affrontata, giustamente, in maniera globale, evitando quindi la ricerca di un capro espiatorio. In Europa si sta puntando a un responsabile: Atene. Agli occhi del governo statunitense e dell’opinione pubblica quest’ultima è uno dei problemi di un insieme di criticità. D’altra parte anche il New York Times pone in evidenza l’inflessibilità di Papandreu nel ricorrere a un’espressione popolare, il cui risultato potrebbe davvero compromettere oltre un anno di contrattazioni a Bruxelles e innescare una serie di altri default. Tra questi vanno posti in una triste posizione di primato quello spagnolo e anche quello italiano. \u2028

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Merkel e Sarkozy ieri, a Cannes, hanno messo nell’angolo il premier greco Papandreou (nella pagina a fianco). A destra, un momento degli scontri che ieri ancora una volta hanno sconvolto Atene Intanto partono serrati negoziati con l’Ue e il Fmi, mentre ad una ad una le agenzie di rating cominciano a declassare il debito ellenico, fino a portarlo all’attuale livello “spazzatura”. Agli inizi di maggio 2010 l’Ue approva il primo pacchetto di 110 miliardi di euro di aiuti in 3 anni per Atene, condizionato ad un rigoroso piano di austerity, con l’ambizioso obiettivo di tagliare il deficit dal 12,7% al 2,8% del Pil entro il 2012. Ma la situazione non migliora.

Nel 2011 le agenzie di rating Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch tagliano ulteriormente il rating della Grecia, costringendo il governo ad effettuare nuovi tagli per 6,5 miliardi di euro e nuove privatizzazioni. Intanto la disoccupazione peggiora e tocca quasi il 16%. Come prevedibile la Grecia non riesce a rispettare gli impegni previsti dal piano dell’UeFmi che sospendono il rilascio della quinta tranche in assenza di interventi. È cosi’che inzia un’estate calda per il paese, tra la via crucis delle misure di risanamento in Parlamento, la spola degli sherpa della troika UeFmi-Bce ad Atene e le forti proteste della piazza. Il Parlamento approva con difficoltà un nuovo piano “lacrime e sangue”che prevede tagli pari a 28 miliardi di euro entro il 2015. Intanto appare evidente che Atene non rispetterà gli impegni per il rifinaziamento del debito nel 2012. Per evita-

re il default i leader della zona euro al vertice di luglio danno il via libera alla nuova tranche di aiuti, contestualemnte varano un secondo piano da 110 miliardi e concordano una sforbiciata del debito del 20%. Una mannaia per i cittadini ellenici. Nel settembre 2011 il governo greco vara un’ulteriore manovra, ma non basta e il giorno 21 dello stesso mese Atene mette mano ad una drammatica manovra che prevede ulteriori tagli. Scoppia la protesta. Questa volta ai tasporti si aggiunge la mobilitazione dei lavoratori pubblici, dei bancari, dei benzinai, dei medici e degli insegnanti. Questi ultimi si sono visti decurtare lo stipendio da 1.150 euro mensili a poco meno di 600 euro. I leader Ue decidono al vertice di fine ottobre di rivedere il piano di aiuti e stabiliscono un sforbiciata dei titoli di stato del 50%, oltre al rafforzamento del fondo salva-stati Ue. Ma la situazione continua ad aggravarsi. Papandreou annuncia un referendum per il 4 dicembre in cui di fatto il Paese deciderà sulla mermbership di Atene a Eurolandia. Ue e Fmi chiedono chiarezza e mettono in quarantena la nuova tranche di aiuti. I falchi del Pasok, che da settimane tenevano sulle spine l’esecutivo, tentennano. Fino a che ieri, due di loro, confermano che non voteranno a favore del referendum. Il governo perde la sua maggioranza. Per Papandreou scatta il cartellino rosso?

stituzione nel portafogli delle monete comunitarie con le vecchie dracme. La Grecia, per quanto piccola e statalista possa essere, è il trait d’union geografico con la Turchia, è l’origine tradizionale e simbolica dell’idea di Europa. Non è poca cosa. Nella caccia alle streghe che si sta consumando presso le cancellerie europee, la posizione del Figaro è esemplificativa: «Salvataggio greco: Cannes detta le condizioni».

Francia e Germania vogliono la loro libbra di carne, la Merkel e Sarkozy sembra che non riescano a rinunciare a una vendetta nei confronti delle economie più lente, tuttavia a Parigi sta emergendo una battaglia personalistica e con la storia. Fu proprio Valéry Giscard d’Estaing a spingere nel 1981 per l’ingresso di Atene nella Cee. Insomma, sulle spalle di un ex inquilino dell’Eliseo gravano le responsabilità di quel problema che l’attuale presidente francese sta cercando di risolvere. Il desiderio francese di liberarsi di un peso morto come quello greco è messo ancora una volta in evidenza dal Guardian. Del resto è facile per la Gran Bretagna osservare dalla sua tradizionale posizione di osservatore delle questioni continentali con maggiore obiettività. I quotidiani europei, al contrario, sembrano essere dominati da una emotività collettiva, che pone in evidenza le crepe strutturali dell’Unione Europea, non tanto facendone una questione economica, quanto concettuale. Sulla base comunque di dati di bilancio e di numeri finanziari, i francesi attaccano gli italiani e i greci, gli italiani attaccano i francesi e i tedeschi. E così via. Nel momento più critico per la storia dell’Unione Europea, gli interessi campanilistici prendono drammaticamente il sopravvento. \u2028Lo si capisce dall’iniziativa del Frankfurter Allgemeine. L’idiosincrasia nei confronti di Papandreu del quotidiano tedesco è percepibile già dalle foto scelte, che ritraggono un premier greco dall’aria preoccupata e dimessa. Non è necessario conoscere il tedesco per sapere la posizione di Faz. A rincarare la dose, il sondaggio lanciato proprio dal quotidiano: «Il referendum greco è giusto?» con l’opinione pubblica tedesca, mossa a esprimere un proprio giudizio, sulla sua controparte greca. Non dà molto l’idea di unità europea.

Paradosso della storia: è stato il presidente francese Valéry Giscard d’Estaing a spingere nel 1981 per l’ingresso della Grecia nella Cee

Un diniego dell’opinione pubblica ellenica alle scelte adottate dall’Ue sarebbe effettivamente uno shock per l’intero Vecchio Continente. Il New York Times lascia in sospeso il dubbio sulle eventuali ripercussioni che potrebbero abbattersi sugli Usa. A proposito di previsioni in questa breve rassegna dei giornali stranieri, il Guardian resta il più aderente alla realtà. «Cosa succederebbe se la Grecia uscisse da Eurolandia?».\u2028Il discorso non si limita, come pone in evidenza il quotidiano britannico, a una so-


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tempesta sull’euro

Alessandro Bonciani e Ida d’Ippolito lasciano il premier. Ma Alfano ostenta ottimismo: «Altri sono pronti a venire da noi»

Fuga per la vittoria

Berlusconi chiede il voto sulle misure anti-crisi ma non ha più la maggioranza: dopo i sei «indisponibili», due deputati Pdl passano all’Udc. Napolitano: «Valuterò con attenzione». E Bossi recita il requiem per il governo: meglio le elezioni n macigno sulla già difficile navigazione del governo. La lettera che i dodici dissidenti del Pdl hanno inviato al Corriere della Sera per chiedere a Berlusconi un passo indietro e un governo di transizione mette in dubbio l’esistenza stessa della maggioranza.

U

I firmatari della lettera annunciano già da ora infatti che se la proposta di discontinuità formulata non verrà soddisfatta loro non rinnoveranno la fiducia al governo. «La base di consenso parlamentare dell’attuale esecutivo – spiegano gli “indisponibili” nella lettera – è del tutto inadeguata a realizzare la difficile agenda di impegni sottoscritti di fronte alle istituzioni sovranazionali europee, al Parlamento e al popolo italiano». Per questo, serve «una nuova fase politica e un nuovo governo che abbia, da qui alla fine del-

di Riccardo Paradisi la legislatura, il compito di realizzarla. Solo in questo caso – ecco il punto dirimente – gli estensori della missiva sarebbero disposti a sostenere il premier. In caso contrario niente sostegno e, per intendersi, niente voto di fiducia. Che è invece la prova del nove che Berlusconi pretenderebbe qualora sulla carta i numeri della sua maggioranza non ci fossero più. Il documento porta finora le firme di Giustina Destro, Roberto Antonione, Isabella Bertolini, Giancarlo Pittelli, Fabio Gava e Giorgio Stracquadanio ma alla sua realizzazione hanno partecipato diversi altri esponenti del centrodestra le cui firme potrebbero aggiungersi nelle prossime ore: da Andrea Orsini a Piero Testoni, da Giancarlo Mazzuca al repubbli-

cano Nucara («Di fiducie ne ho votate pure troppe»). Mentre i deputati del Pdl Alessio Bonciani e Ida D’Ippolito passano addirittura dal Pdl all’Udc. Ora se a Gava, Sardelli (ormai da anni fuori dal Pdl) e Destro che avevano già negato il loro voto all’ultima fiducia sul rendiconto di bilancio si aggiunge la sfiducia di Stracquadanio, Antonione, Bertolini, Bonciani la maggioranza scenderebbe da 316 a 312. Una maggioranza fantasma che potrebbe addirittura volatilizzarsi se dovesse aggiungersi qualche altro scontento.

I frondisti vogliono evitare che di fronte a questa realistica ipotesi si vada a elezioni anticipate che sarebbero «una sciagura per il Paese, perché – è il pensiero del firmatario Stracquadanio – consegnano l’Italia ad un’alleanza uguale a quella contro cui Berlusconi è sceso in campo nel ‘94». Di parere opposto invece il leader leghista Umberto Bossi che rispetto alla per-

nacchia di mercoledì dopo l’udienza al Quirinale argomenta più estesamente il suo no a un governo tecnico o di larghe intese: «Con Napolitano non si è parlato della capacità del governo di reggere o meno ma se noi preferiamo le elezioni. Gli abbiamo detto che preferiamo andare al voto piuttosto che ritrovarci il governo tecnico». Che le elezioni anticipate siano alle porte insomma per Bossi è sicuro. «È già deciso che si voterà a primavera» conferma il presidente della Camera Fini mentre il direttore del Foglio Giuliano Ferrara rilancia: «Si va a votare a gennaio, sotto la neve». L’unico a ostentare ancora ottimismo è il segretario del Pdl Angelino Alfano: «Abbiamo spiegato al capo dello Stato che riteniamo di avere i numeri per gover-

nare fino al 2013. Non può esserci un governo che è frutto di un giochino di palazzo». Ma come si fa a governare senza numeri o con numeri così ridotti? La lettera degli scontenti non preoccupa Alfano? «La lettera è scritta da parlamentari non usciti dal Pdl che pongono questioni politiche importanti che valuteremo con attenzione. Sono convinto che tutto si risolverà positivamente e troverà buon esito interno come è stato in altre situazioni». Qualcosa non torna però visto che gli estensori di quella lettera parlano di contrasti ormai insanabili. La debolezza strutturale della maggioranza è d’altra parte uno dei punti che viene maggiormente sottolineato nella lettera: «la base di consenso parlamentare dell’attuale esecutivo è del tutto inadeguata», in più «l’attuale esecutivo è inadeguato al difficile compito anche


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Le tesi del nuovo leader di Eurotower dovrebbero essere un “faro” per il nostro governo

È il momento del coraggio (quello che ieri ha avuto Draghi)

Al G20 eravamo sul banco degli imputati come la Grecia: ad Atene puntano sulle riforme ma da noi chi sottoscriverebbe la lettera della Bce? di Gianfranco Polillo lcuni autorevoli esponenti del Pdl chiamano Mario Draghi “il tedesco”. Come Dorian Gray, avrebbe firmato un patto con il diavolo, non per garantirsi l’immortalità, ma per divenire il Presidente della Bce: la banca delle banche centrali. Noi la pensiamo esattamente al contrario. Sarà perché siamo stati – seppure in età diverse – discepoli di Federico Caffè, il grande economista italiano scomparso misteriosamente, che ci esortava costantemente all’ardua disciplina del “dubbio”. Dubbio in economia ma dubbio soprattutto nella vita in quanto tale. E allora si comprende il livore: da un lato la duttilità del pensiero, dall’altra una rigidità quasi assoluta. Su un fronte diverso: la capacità d’ascolto, contro la pura intransigenza delle proprie convinzioni, sostenute fin quasi al nichilismo. Per avere un termine di paragone basti pensare alla vicenda di Lorenzo Bini Smaghi. Stessa scuderia, presso il Ministero dell’Economia ma sensibilità istituzionale agli antipodi.

A

Tutto questo si è riflesso nel primo discorso del neo presidente della Bce, anticipato dal taglio dei tassi d’interesse di riferimento dello 0,25 per cento. Mossa a sorpresa per molti operatori, che si attendevano, se non proprio un rialzo, visto che l’inflazione europea marcia al ritmo del 3 per cento (un valore superiore al target della politica monetaria, stella polare della Bce), almeno l’invarianza. Grazie a questa decisione, i saggi sui prestiti presso lo sportello dell’Eurotower si attesteranno sul 2 per cento. Sui depositi, invece, la Banca pagherà lo 0,5 per cento, con uno spread pari all’1,5 per cento. Comunque un’indicazione per l’intero sistema bancario, dove, invece, la forbice tra tassi attivi e passivi, in quest’ultimo periodo, si è notevolmente allargata. Quale il ragionamento sotteso a questa ipotesi? Mario Draghi, nella sua conferenza stampa, non è stato elusivo. Le previsioni per la seconda metà dell’anno non sono buone.Vi sono forti segnali di rallentamento, rese ancora più difficili da gestire a causa delle forti turbolenze finanziarie, che, a loro volta, riflettono l’intreccio tra politica ed economia. Tipico il caso greco e italiano, che tuttavia Mario Draghi si è guardato bene da citare. In un orizzonte abbastanza nero, ridurre i tassi d’interesse significa fornire carburante per la ripresa, senza temere eccessivamente il rialzo dei tassi d’inflazione. È la stessa stagnazione dell’economia che mantiene bassi i prezzi dei fattori produttivi, per cui le eventuali impennate – al 3 per cento – che si sono registrati in questi ultimi mesi sono destinate – prezzo del petrolio permettendo – a rientrare. Non è quindi al breve, ma al medio periodo che bisogna guardare.

Nel corso del 2012 l’inflazione rientrerà in zona di sicurezza. Nel frattempo la Bce avrà fatto il possibile per favorire al tempo stesso la stabilizzazione dei mercati e la crescita economica. Altro non era possibile sperare.

Così lo scettro torna ai Governi nazionali, che devono compiere le scelte necessarie. Aiutati che Dio ti aiuta: recita un vecchio proverbio. E Mario Draghi,

L’obiettivo è sempre lo stesso: la crescita. Ma occorrono idee e azioni concrete per favorirla con puntiglio, ha ripetuto ciò che bisogna fare a livello nazionale per garantire, al tempo stesso, rigore e crescita economica. I temi sono quelli della lettera inviata al Governo italiano, il 5 agosto 2011, che nell’intervento del Presidente della Bce assume una valenza di carattere più generale. Non è solo l’Italia che deve realizzare le necessarie riforme strutturali per accrescere la competitività; che deve riformare il mercato del lavoro, rendendolo più flessibile; che deve avere una politica salariale più legata all’andamento della produttività; che deve liberalizzare i servizi e le professioni; e moderare – questa è forse una novità – gli stessi tassi di profitto. Ma l’insieme dei Paesi dell’Eurozona, anche se le condizioni di partenza sono, naturalmente, diverse. Sono cose conosciute da qualche tempo, che solo le contraddizioni della politica non riescono a realizzare. Nella parallela discussione in seno al G20, Silvio Berlusconi ha presentato il suo progetto, che accoglie solo in parte quelle raccomandazioni. La parte concernente il mercato del lavoro è stata stralciata, così pure come ogni riferimento alla spesa pensionistica che la Bce – il documento è stato approvato all’unanimità – invita a contenere. Il

lavorio per giungere a una sintesi, in un concitato Consiglio dei ministri, è stato esasperante.

Alla fine è prevalsa la formula del minimo comune denominatore, che tuttavia non ha spento i segnali di una crisi politica strisciante. Che l’invito a fare presto e bene potrebbe addirittura fare esplodere. Ed è qui, diversamente dal terreno propriamente economico, che l’Italia si è pericolosamente avvicinata alla Grecia. Con una differenza tuttavia: ad Atene esiste forse una maggioranza, ancora virtuale, disposta a sottoscrivere le condizioni poste dall’Europa per il suo salvataggio. In Italia, questo spiraglio, ancora non si vede. L’eventuale programma alternativo di governo dovrebbe essere centrato sulla lettera di Draghi e Trichet del 5 agosto. Ma alcune di queste scelte – nuove regole per il mercato del lavoro e riforma delle pensioni d’anzianità – sono avversate sia da alcune forze che compongono la maggioranza sia dalla stessa opposizione. Per non parlare poi del movimento sindacale. Quindi? Situazione di stallo, alimentata da tatticismi e dalla volontà di non scoprire le proprie carte. Che si abbia la lucidità di Mario Draghi, capace di aggirare vecchie prassi – il target d’inflazione al 2 per cento – e di motivare le scelte relative, con ragionamenti stringenti nel medio periodo. Se il Pd avesse questo stesso coraggio, invece di rimandare a un dopo del tutto indefinito, il tempo delle scelte di merito, forse l’Italia uscirebbe dal cono d’ombra in cui, da tempo, si è cacciata.

a ragione delle insanabili divisioni strategiche che lo attraversano». Divisioni talmente strategiche che i dissidenti hanno già in animo la costituzione di un gruppo autonomo, i Liberal-popolari, con cui proseguire il discorso appena cominciato.

Un’iniziativa che malgrado la sicurezza ostentata da Alfano preoccupa molto il Pdl. Se Il Giornale parla esplicitamente di “traditori”Enrico La Loggia mette in dubbio ”la loro buona fede”, parla di una ”campagna acquisti al contrario”, si dice «sconcertato dall’iniziativa di alcuni irresponsabili all’interno del Pdl che creano un problema aggiuntivo». Getta acqua sul fuoco il capogruppo Pdl alla Camera Fabrizio impegnato in un’operazione di recupero: «È un errore definire come traditori coloro che hanno scritto la lettera. Si tratta di legittime opinioni politiche sulle quali, come su altre evidentemente, si discute. Le discriminanti fondamentali sono il mantenimento del bipolarismo e il rifiuto di governi di transizione». In pratica le discriminanti sono quelle che la lettera invece chiede. Il massimo che concede lo stato maggiore del Pdl alle richieste di cambiamento e discontinuità è una maggioranza si più ampia ma a permanente guida berlusconiana: «Non può esserci – ripetono da via dell’Umiltà – un governo diverso da quello guidato da Silvio Berlusconi, ma la maggioranza è pronta ad accogliere le proposte giuste da parte dell’opposizione. Altrimenti si va a elezioni anticipate». Non se ne esce evidentemente. Starà a Napolitano valutare le condizioni per un governo di scopo che utilizzi il segmento finale della legislatura per realizzare alcuni obiettivi inseriti nella lettera alla Ue. «I prossimi sviluppi dell’attività parlamentare – dice il presidente della Repubblica alla fine del suo giro di consultazioni – mi consentiranno di valutare concretamente l’effettiva evoluzione del quadro politico-istituzionale». Quanto al merito delle posizioni politiche registrate al Quirinale, «permane il contrasto tra forze di opposizione che considerano necessaria una nuova compagine di governo, su basi parlamentari più ampie e non ristrette a un solo schieramento e forze di maggioranza che confermano la loro fiducia nell’attuale governo, giudicandolo in grado di portare avanti con il loro sostegno gli impegni sottoscritti, insieme con i doverosi adempimenti di bilancio». In sostanza si tratta di capire due cose. Primo: se c’è ancora una maggioranza e il governo ha ancora la fiducia. Secondo: se Napolitano dopo un’eventuale crisi troverà una maggioranza abbastanza ampia e trasversale per formare una nuovo esecutivo ed evitare elezioni anticipate. Sono due incognite. E sono una cattiva risposta alla crisi e all’Europa.


tempesta sull’euro

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Due dita nell

CONTROCORRENTE IL COMMENTO DELLA TEDESCA FAZ

Così si firma la fine della democrazia di Frank Shirrmacher l sentimento di apparente stabilità tra le élite europee è durato appena due giorni. Sono trascorse nemmeno 48 ore tra l’immagine della matriarca Merkel, a cui il mondo intero si è rivolto, e quella della depressione. Un medico direbbe che si tratta di una patologia e ci spiegherebbe che la psiche collettiva è malata, e i fantasmi della grandezza e della fiducia di cui si nutre sono ingannevoli. Costernazione in Germania, Finlandia, Francia e persino nel Regno Unito. Costernazione sui mercati finanziari e nelle banche. Il motivo? Il primo ministro greco George Papandreou ha deciso di indire un referendum per chiedere l’opinione del suo popolo su una questione decisiva per il futuro del paese. Il primo novembre abbiamo visto i ban-

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tagonisti analizzano senza scomporsi la storia di questa decadenza annunciata. Il Daily Telegraph riporta una voce che circolerebbe nei circoli della finanza e anche all’interno del governo britannico: sarebbe bello se una giunta militare prendesse il potere in Grecia, perché nessuna giunta militare potrebbe essere accettata dall’Ue.

La rivista Forbes, che non è certo una voce ininfluente nel mondo della finanza, si spinge addirittura oltre: «La cosa più triste della battuta è che se ignoriamo il fatto che si tratterebbe di una dittatura militare, sarebbe in realtà una buona soluzione per il paese». Non c’è bisogno di sottolineare tutti i collegamenti di questa battuta con il subconscio per capire che siamo davanti al sa-

Sull’altare dei mercati si stanno sacrificando i principi fondamentali del Vecchio Continente. I cittadini greci avevano il diritto e dovere di esprimere il loro parere ed è insopportabile che questo venga messo in discussione dalle agenzie di rating chieri e i politici europei lanciare l’allarme di un crollo delle borse. Il messaggio era chiarissimo: se i greci diranno sì, vorrà dire che sono degli idioti. Quanto a Papandreou, è uno scriteriato soltanto perché ha pensato di porre la domanda. Forse però, prima di sprofondare nella spirale del panico, è arrivato il momento di fare un passo indietro e osservare la situazione in modo distaccato.

Davanti ai nostri occhi si sta svolgendo lo spettacolo della degenerazione dei valori che l’Europa dovrebbe incarnare. Sui mercati finanziari, alcuni pro-

crificio totale dei principi morali del dopoguerra sull’altare di un’entità economica e finanziaria superiore. Processi come questo si sviluppano sotto traccia. A volte durano decenni, e spesso si concludono con la nascita di una nuova ideologia. È accaduto in occasione di tutte le grandi crisi autoritarie del XX secolo. Vogliamo ricordare le parole di Papandreou, che sono risuonate nelle orecchie dell’Europa come i vaneggiamenti di un pazzo: «la volontà del popolo finirà con l’imporsi». Se il popolo rifiuterà l’accordo con l’Ue, «non lo porteremo avanti». In Germania, ricordiamocelo, fino a qualche giorno fa

L’Europa annaspa e già si guarda oltre. Con una certa dose di provocazione: i valori stanno per essere soppiantati dalla finanza? E non è l’ora di far decollare il Neg, gli outsider dell’euro? consideravamo la democrazia come l’affermazione del potere legislativo, imposta dalla Corte costituzionale e acclamata da tutti i partiti. In nome di questo principio abbiamo addirittura rinviato un summit dell’Ue. Ma oggi lo stesso non vale per la Grecia. Ma cos’ha di così insopportabile l’iniziativa del governo greco? Risposta: il fatto che il primo ministro sottometta il futuro del paese al parere del popolo.

Davanti a una simile decisione i tedeschi, i cosiddetti cittadini modello, sono andati nel panico, ma soltanto perché prima di loro lo hanno fatto i mercati finanziari. La verità è che siamo tutti prigionieri dei mercati ancora prima che si esprimano. Ormai è sempre più evidente che la crisi che sta stritolando l’Europa non è una difficoltà passeggera, ma l’espressione di una lotta per la supremazia tra il potere economico e quello politico. Quest’ultimo ha già perso molto terreno, e continua a perderne sempre più rapidamente. L’incomprensione totale suscitata dal gesto di Papandreou riguarda anche lo spazio pubblico democratico. Nessuno sembra ricordarsi che la democrazia ha un prezzo, e dobbiamo essere tutti disposti a pagarlo. Vogliamo davvero che il processo democratico cada in balìa delle agenzie di rating, degli analisti e di altri gruppi bancari? Nelle ultime 24 ore tutti questi attori si sono affrettati a porre interrogativi di ogni sorta, come se davvero avessero voce in capitolo per interferire con il diritto del popolo greco a decidere il futuro del proprio paese. La supposta razionalità dei meccanismi finanziari ha lasciato il posto all’atavica tendenza a generalizzare. Ci eravamo illusi che l’ar-

roganza di trattare un popolo intero come se fosse composto soltanto da truffatori e scansafatiche fosse sparita insieme al nazionalismo. E invece oggi assistiamo a un ritorno di questa mentalità, sostenuta addirittura da “prove ragionevoli”.

La deformazione del parlamentarismo, schiacciato dalle logiche di mercato, non cancella il fatto che il popolo greco debba essere considerato un “legislatore straordinario”. I cittadini della Grecia hanno il diritto e il dovere di esprimere il loro parere. In Germania i deputati che seguono la loro coscienza sanno che nessuno metterà loro la museruola. E ciò che è valido per un deputato tedesco, in quanto individuo, vale anche per uno Stato e per l’Europa intera. Papandreou fa benissimo a fare quello che sta facendo. La sua decisione indica al Vecchio Continente la via da percorrere. L’Europa dovrebbe fare di tutto per convincere i greci che la soluzione proposta è la migliore. Ma dovrebbe prima convincere se stessa. Per gli altri paesi europei indebitati, invece, sarebbe un modo esemplare di dar prova di lucidità e capire fino a che punto sono disposti a sacrificarsi in nome di un’Europa unita.


tempesta sull’euro

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l’occhio dell’euro ciclone governo britannico ha finora mostrato una sorprendente noncuranza di fronte di piani dell’Eurogruppo per passare a una struttura più “federale”, un rimedio ad alcuni difetti base di progettazione della zona euro, come la mancanza d’unione fiscale.

Paesi come la Svezia e la Polonia, che hanno punti di vista relativamente pro-europei, hanno espresso timori e irritazione per essere stati potenzialmente esclusi dal Consiglio dell’Eurogruppo, ma non sono riusciti a proporre alternative concrete. Una maniera utile di procedere sarebbe quella di spingere per cambiare il testo dei protocolli 14 e 15 del Trattato europeo, che lasciano gli Stati non-eurozona in una non soddisfacente terra di nessuno, in rotta però verso l’inevitabile adozione della moneta unica. Invece, il Neg darebbe uno status appropriato come parte essenziale della Ue, alla pari, anche legato l’Eurogruppo. Niente di tutto questo potrebbe sminuire la capacità degli Stati noneuro di partecipare pienamente alla sforzi di riforma economica e di integrazione europea per settori quali la politica della concorrenza, le relazioni commerciali e le politiche sulla ricerca. Ci sarebbe la possibilità d’introdurre i principi del Neg nei prossimi mesi, grazie a una decisione del 17 stati della zona euro che Herman Van Rompuy, presidente del Consiglio europeo, dovrebbe promuovere, in almeno due dei vertici annuali dei leader dell’eurozona. Questo è parte di ciò che Nicolas Sarkozy e Angela Merkel chiamano un (non ancora definito) «governo dell’economia».

GB: LA PROPOSTA DELL’EX MINISTRO DEGLI ESTERI

Un’alleanza dei Paesi senza moneta unica di David Owen due anni crisi del debito sovrano dell’euro stanno entrando in una fase molto pericolosa. Qualunque cosa accada alla disastrata Grecia e agli altri Paesi fortemente indebitati, il rapporto tra i membri dell’Unione europea e i “non appartenenti” all’Unione economica e monetaria sembrano impostati a profondi cambiamenti. Data la grande incertezza di fronte alla zona euro, è tempo per Gran Bretagna, Polonia, Svezia e altri Paesi non aderenti alla moneta unica di formalizzare la loro posizione, facendo diventare il «Non-Eurogruppo» (Neg) un elemento centrale e costruttivo dell’Unione europea. La mossa d’includere definitivamente i 10 Paesi dell’Ue non appartenenti al-

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l’eurozona in un gruppo unico, porterebbe molti benefici.

Si tratta di economie ben gestite, per lo meno stabili come quelle all’interno dell’euro. Il Regno Unito, la Svezia e la Danimarca hanno dei tassi di interesse a lungo termine inferiori alla maggior parte dei Paesi della eurozona; in Svezia i rendimenti dei titoli di Stato decennali sono inferiori a quelli tedeschi. La Banca nazionale ceca applica dei tassi d’interesse, a breve termine, più bassi di quelli della Banca centrale europea. La Polonia ha il miglior andamento di crescita degli ultimi anni tra i Paesi europei. Creare il Neg stabilirebbe diritti e responsabilità per gli outsider dell’eurozona, ponendo fine a un vecchio proble-

ma che vedeva la non adesione all’euro come una specie di serie B per la cittadinanza europea.

Proteggerebbe questi Paesi da ogni discriminazione politica ed economica. Ciò consentirebbe anche un meccanismo formale per i Paesi che vogliano spostarsi tra i due gruppi, e metterebbe un freno all’assurda interpretazioni dei governi di Eurolandia per cui se un Paese come la Grecia dovesse lasciare l’euro, dovrebbe anche uscire definitivamente dall’Unione. Invece l’ingresso in un gruppo separato di Stati, fuori dall’euro, non significherebbe una permanenza definitiva in questa condizione, ma servirebbe solo a riconoscere la realtà, cioè che tale situazione potrebbe durare più a lungo di quanto pronosticato. Mettendo insieme dieci banche centrali e dieci governi all’interno di un quadro istituzionale certo – che potrebbe essere sostenuto da canali di scambio con la Banca centrale e da altre facilitazioni al credito – il Neg fornirebbe un meccanismo di stabilizzazione per tutta l’Unione. Il nuovo gruppo dovrebbe aiutare l’Europa a meglio sopportare le tensioni sull’euro e sarebbe una fonte d’unità, in contrasto con le divisioni che si vedono ora. La nuova costellazione di Stati dovrebbe essere negoziata. Prima si comincia, meglio è. Il

È vero che la zona euro ha bisogno di un nuovo sistema di governance, e impedire un eventuale crollo dell’euro è nell’interesse di tutti. Ma non dobbiamo dimenticare che il presidente del consiglio è imposto ai sensi dell’articolo 15.5 (c), del Trattato per «cercare di facilitare la coesione e il consenso in seno al Consiglio europeo». Qualsiasi nuova posizione per il presidente dovrebbe essere autorizzata da una modifica del Trattato. Per mantenere l’equilibrio necessario, Van Rompuy (o il suo successore) dovrebbe presiedere un vertice dei Paesi della zona non-euro, almeno due volte l’anno. Si otterrebbe così la legittimità, a tutti gli effetti, degli Stati europei non-euro. Anche il ruolo del presidente potrebbe servire gli interessi di tutti gli Stati dell’Ue senza alcuna differenza, come esiste ora nel testo del Trattato, rispetto al quelli fuori dalla moneta unica. Questa regola dovrebbe chiarire che un futuro presidente del Consiglio potrebbe provenire anche da un Paese fuori dall’eurozona. Tutti questi punti sono importanti per il futuro dell’Europa. Gli stati non-euro possono svolgere un ruolo vitale nel galvanizzare l’Europa a superare le difficoltà economiche e politiche. In un modo onesto e cooperativo si dovrebbe permettergli di svolgere questo compito.


mondo

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Con il ritiro dei militari occidentali nel 2012, Iraq e Afghanistan sanno di non poter reggere senza venire a patti con il regime dei mullah

Due uomini e un inganno Al Maliki e Hamid Karzai mollano gli alleati. E puntano tutto sull’Iran di Michael Ledeen rendiamo due notizie, una sull’Iraq, l’altra sull’Afghanistan. Gli iracheni hanno detto agli Usa di voler onorare l’accordo firmato e di voler mandare via tutte le truppe entro la fine dell’anno. A Kabul, Karzai ha detto di essere pronto a dichiarare guerra all’America se questa avesse attaccato il suo vicino, il Pakistan. Il motivo è presto detto: gli Stati Uniti - non avendo affrontato il problema (mica solo ora, sono trent’anni) - li hanno lasciati in balia dell’Iran. Per spiegare il presunto voltafaccia, basta calarsi nei panni dei due. Sono leader mediorientali e hanno lavorato e combattuto a fianco degli americani. Gli Stati Uniti sono stati eccezionali sul campo di battaglia rendentoti o vincitore (in Iraq) o prossimo alla vittoria (in Afghanistan). Ma poi hanno

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annunciato di volersene andare, fissando addirittura una data per la loro partenza. Questo come ti fa sentire? In difficoltà, alla mercé degli iraniani, che non intendono andarsene e che, sebbene sconfitti in una battaglia e decimati in un’altra, intendono continuare ad uccidere, forse anche te.

D’altronde Maliki a Baghdad era un membro dell’organizzazione terroristica sponsorizzata dall’Iran, chiamata Dawa. Conosce ogni cosa dell’entusiasmo iraniano per il massacro, e sa che se non collabora non esiteranno a farlo saltare in aria. E non dimenticate che Karzai a Kabul sta ricevendo soldi dagli iraniani – lo ha ammesso egli stesso – e che anche lui sa che ci sono moltissimi terroristi nel suo paese che lo ucciderebbero. Dopo tutto hanno già ucciso suo fratello. Quando gli americani se ne andranno, chi difenderà Maliki, Karzai e gli altri? I due sono giustamente scettici sulla capacità e onestà delle proprie forze, e gli è stato insegnato che non possono fare troppo affidamento sulle forze Nato. Con loro ci sono i mullah con il loro racket di protezione: «Che peccato! Gli americani se ne stanno andando come vi avevamo detto da tempo. Ma attenzione, chiunque può fare errori di tanto in A lato: il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. In alto, Hamid Karzai e Al Maliki. Foto grande: un’operazione militare in Afghanistan. Nella pagina a fianco, il presidente siriano Assad

tanto. E noi vi proteggeremo molto meglio di loro. E vi costerà solo…». È palese che stia andando così. La reazione da parte dell’Amministrazione a tutto questo è prevedibilmente patetica. Non essendo riusciti a convincere gli iracheni a riscrivere l’Accordo sullo Stato delle Forze Armate che firmarono con Bush, Obama ha vittoria. dichiarato L’ha proclamata come un trionfo della sua diplomazia e come la realizzazione di una promessa della campagna elettorale. Per come lo ricordo io, aveva promesso di ritirarsi subito, ma non importa. Al tempo stesso, il segretario alla Difesa Panetta ha agito come se si trattasse di qualcosa che avremmo dovuto far finta di rispettare, mentre si riaprivano colloqui che avrebbero portato al rientro degli addestratori americani.

E lì, nella terra della diplofantasia, Hillary Clinton, avendo a malapena soppresso un attacco di risa dopo la notizia della macellazione di Gheddafi, ha avvisato l’Iran di stare attento, perché i nostri eroici diplomatici non se ne stavano andando. Inoltre, abbiamo delle basi nella regione. «L’Iran farebbe un grave errore di calcolo a non guardare all’intera regione e a tutta la nostra presenza in molti paesi dell’area, sia in termini di basi che di addestramento, con gli alleati Nato, come la Turchia…». Nessuno ha sottolineato che uno dei più veementi diplomatici, l’ambasciatore Usa in Siria, Robert Ford, è scappato a Washington a causa di “minacce alla sua sicurezza”. E il riferimento di Hillary alla Turchia come paradigma di un forte amico americano è stato particolarmente indelicato, visto che i turchi non parlano né agiscono come alleati. Parlano come anti-americani. Prima che me ne dimentichi, permettetemi di ricordarvi che l’anti-americanismo esiste in due versioni distinte. La prima è quella con cui siamo più familiari, l’odio verso l’A-

Il capo del governo iracheno era un membro del gruppo terroristico Dawa (sponsorizzato da Teheran), e sa che se non collabora non esiteranno a farlo saltare in aria

Herat, ferito soldato italiano Un commando di kamikaze talebani ha attaccato ieri la sede di una società afghana di servizi alla Nato a 300 metri dall’aeroporto di Herat, causando due morti, il ferimento lieve di un soldato italiano e di altri tre civili. Due uomini armati si sono fatti esplodere all’ingresso della sede della compagnia di telecomunicazioni Esko International, nella zona del parco industriale di Herat, e altri tre hanno fatto irruzione nell’edificio» L’obiettivo era un convoglio Isaf. Gli assalitori sono stati tutti uccisi dalle forze di sicurezza. Herat City è sede del Comando Regionale Occidentale (RC-West) dell’Isaf sotto responsabilità italiana.

merica perché è ritenuta arrogante, imperialistica, militaristica e insensibile ai bisogni del resto del mondo. La seconda, che è quella più in voga recentemente, è il disprezzo per l’America perché gli americani non sono all’altezza del ruolo che la storia ha assegnato loro: di poliziotti mondiali. Là fuori ce n’è molto, non senza giustificazione. Come vi diranno i fan di Obama, lui approva l’uccisione di molti cattivi ragazzi, di cui Gheddafi è solo l’ultimo caso.

La lista ad oggi è incredibile, e cresce virtualmente ogni giorno. E insistono che ha fatto crollare molti più tiranni di quanti Gerorge W. Bush e Dick Cheney abbiano mai sognato, e sta chiedendo il ritiro di Assad. Ci si chiede perché non stia ricevendo il giusto credito. La risposta è abbastanza semplice: perché nei tre casi di cambiamento di regime fino ad oggi (Tunisia, Egitto e Libia), Obama è arrivato tardi sul campo, visibilmente inquieto prima di decidere da che parte stare e sembrava che non fosse mai “in carica”, per cui non gli si può proprio riconoscere alcuna medaglia. Per quanto riguarda l’assassinio di terroristi, mentre senza di loro il mondo è migliore, non si tratta di un mondo fondamentalmente cambiato, e Obama aveva promesso di cambiare il mondo. Se si intende combattere la rete del terrorismo, bisognerà puntare ai


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Per l’ex capo di Stato Maggiore della Difesa Damasco è una pedina insostituibile

Assad, è giunta l’ora della “Presidenzial Politik” Bashar può ancora evitare il peggio. Ma deve rispettare i patti e smettere di sparare sul suo popolo di Mario Arpino on passa giorno in cui televisione e quotidiani, parlando della Siria, non riportino il numero di morti nel giorno precedente. La media si avvicina ormai alle venti vittime al giorno, di cui 400 nel solo mese di ottobre. Chi effettivamente siano questi morti e da quale autorità siano stati accertati non è mai molto chiaro: giovani che chiedono libertà e democrazia? Estremisti sunniti in perenne guerra santa? Soldati disertori, che non se la sentono di partecipare alle sparatorie contro i manifestanti? Poliziotti rimasti uccisi nell’azione di contrasto? Non si sa. Da qualsiasi parte la si voglia guardare, la situazione in Siria ha molto di atipico rispetto, ad esempio, ai movimenti in atto nella componente del nordafricana mondo arabo, dove – al di là di come sarà l’epilogo – si è ormai capito che è finita l’epoca dei presidenti a vita, della trasmissione ereditaria del potere e del governo del partito unico. I giovani che per primi sono scesi in campo sono forze nuove, forse anche ingenue, che – sebbene per loro già si profili tutta una serie di delusioni – certo hanno infranto per sempre una situazione di fatto.

N

Il presidente afghano prende soldi dagli iraniani (lo ha ammesso lui stesso) e sa che nel suo Paese molti kamikaze sono pronti ad ucciderlo. Lo hanno già fatto con suo fratello quartier generali, ai campi di addestramento, alle basi. Mentre lui deve ancora agire efficacemente contro i due soci fondatori superstiti dell’Asse del Male, l’Iran e la Siria. Questi possono ben credere di poter fare qualsiasi cosa senza temere niente più che sanzioni, teste che si scuotono e lingue che schioccano. «La debolezza è provocatoria», era solito dire Rumsfeld nei suoi momenti di lucidità, e i siriani, gli iraniani, gli hezbollah, i guerriglieri di hamas, i jihadisti islamici sono stati debitamente provocati. Credono di averci sotto controllo: accovacciati dentro i nostri confini, e senza la minima intenzione di sfidarli nelle loro fragili basi. In verità sono in molti nella nostra élite politica e intellettuale a voler così tanto evitare qualsiasi giustificazione ad una seria azione contro il regime iraniano che si sono inventati disperate “ragioni” per cui i mullah non potevano essere davvero coinvolti in quel pos-

sibile omicidio dell’ambasciatore saudita a Washington. Mi sono preso il tempo di interrogare la mia Tavola Ouija per una conversazione con il fantasma di James Jesus Angleton a questo proposito, ma credo di poter affermare con certezza che se la stia ridendo alle dichiarazioni secondo cui gli iraniani sono troppo “professionali”per fare una cosa simile, che non avrebbero mai affrontato gli spacciatori non musulmani e non avrebbero mai rischiato un confronto diretto con gli Stati Uniti uccidendo sul nostro stesso suolo.

Perché sono molti gli alti ufficiali iraniani che sono stati accusati di omicidio in diversi paesi, dall’Argentina alla Francia, dalla Germania a Cipro. Questi “professionisti”sono stati identificati come membri di cospirazioni criminali che hanno perpetrato omicidi. Sono stati catturati continuamente. Tutto questo per il mito dei brillanti professionisti iraniani. Appena la scorsa estate un uomo del Guyana è stato condannato a molti anni di prigione per aver partecipato al complotto dell’esplosione all’aeroporto Jfk di New York nel 2007. Venne arrestato mentre stava per salire su un aereo per Tehran, dove stava seguendo “studi religiosi” nella città sacra di Qom. Davvero pensate che non c’emtrino niente? Ma perché l’Amministrazione si rifiuta di andare a fondo alla questione?

L’ O cc i d e n t e , che ha subito applaudito e inneggiato alle “nuove democrazie”, oggi è assai più cauto, considerato che, finito il momento dei primi entusiasmi, c’è già chi ha ricominciato – sempre in nome della libertà e della democrazia – a bruciare bandiere americane e israeliane. In Siria questo non è ancora successo, ma non è affatto detto che ciò sia un segnale di diversità. Una parte del popolo non tollera più il giogo del partito Baath, nè è disposto a sopportare ancora a lungo le tecniche dilatorie e le promesse non mantenute di Bashir Assad per le riforme.

epilogo, sperando che, qualora il regime di Assad sopravviva, le promesse di “cittadinanza piena” vengano mantenute. Un’altra parte del popolo – non è un’aliquota minoritaria – sostiene un regime che, sebbene a forte discapito della democrazia, aveva portato laicità, un minimo di ordine, tecnologia ed un accettabile livello di quotidianità. Per quanto riguarda le componenti religiose, non si sopporta più che la confessione alauita cui appartiene la famiglia del presidente e che è minoritaria nel Paese, continui a prevalere su quella sunnita – largamente maggioritaria - dove alligna quella robusta componente salafita armata che ormai è divenuta la vera forza di una rivolta trasformata in guerriglia.

Bill Clinton considerava i siriani l’ago della bilancia dell’intera regione. Senza di loro, diceva, non si può immaginare di fare né la guerra né tantomeno la pace

Atteggiamento equivoco che è stato tenuto anche nei confronti della minoranza curda, che in Siria esiste ma non ha a tutt’oggi diritto di cittadinanza. È l’unica etnia che si astiene dalle manifestazioni in attesa di un

Due sole cose accomunano queste diversità, sebbene contrapposte in una lotta sanguinosa: l’ostilità per l’Occidente, accresciuta dopo la proposta di risoluzione franco-britannica, recepita dalla Ue, per appesantire le sanzioni, ed il plauso per i veti russo-cinesi all’Onu, dopo che la Lega Araba - troppe volte è successo - ha fallito e ritentato, fallendo ancora, la propria mediazione. Come si vede, l’odio dei rivoltosi sembra equamente ripartito, e la conseguente situazione di stallo favorisce il regime. Oggi, sono in molti – anche in Europa – che ritengono che solo una mediazione “pesante” di Russia e Cina possa in futuro sbloccare la situazione, mentre il monito di Obama sulla fine dei dittatori – vedi Gheddafi – appare controproducente.

Bill Clinton riteneva la Siria l’ago della bilancia della regione. Un po’ come Israele. Senza di loro, diceva, in Medio-Oriente non si può fare né la guerra né la pace. Non è difficile pensare – dopo gli incerti successi e l’ancora più incerto futuro dei risultati delle rivolte arabe in nord Africa – che ormai siano in molti a ritenere che un rinnovato Assad, non confessionale e finalmente riformista, sarebbe per la Siria di domani – e anche per noi - il minore dei mali. Ma non diciamolo, perché è politicamente scorretto.


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Il film di Clooney, il calo di consensi, Occupy Wall Street. Negli Usa, ormai, dilaga il malessere verso l’establishment

Le Idi di Obama Il morale degli americani sempre più a terra: «Non abbiamo soldi, né lavoro, né speranza» di Anna Camaiti Hostert ala tempora currunt. E questo mai come ora è un fenomeno globale. Negli Stati Uniti d’America c’è una barzelletta che adesso va per la maggiore: «Quando erano ancora bei tempi avevamo Johnny Cash, Steve Jobs and Bob Hope. Adesso che sono morti non abbiamo più né cash (contanti), né jobs (lavoro) e nemmeno hope (speranza)». Il morale del popolo americano è sotto le scarpe. La situazione economica è disastrosa e la politica ormai non sembra avere più niente da dire ai cittadini di questo Paese che sono scoraggiati e infuriati allo stesso tempo. L’ultimo film di George Clooney appena uscito nelle sale cinematografiche, Le Idi di marzo, è un’ulteriore sferzata all’establishment politico. La star hollywoodiana ci racconta

M

dice contro un mondo politico che è ormai totalmente incapace di capire la gente, perché troppo preso dalle piccole beghe di bottega e di potere.

La differenza tra gli Stati Uniti e l’Italia, in particolare, è che qui nessuno di parte democratica si è neanche sognato di accusare Clooney di avere tradito i suoi ideali politici, sia perché il nocciolo duro dell’ideologia non è mai stato un pezzo forte dell’outillage culturale americano, sia perché è ormai comprensibile a tutti che la politica, da qualunque lato la si guardi, ha perduto la capacità di attrarre le speranze e i sogni delle giovani generazioni e in generale quella di catturare l’interesse dei cittadini. Non solo non è più capace di ascoltarli, ma la sua arroganza e inettitudine li irrita. Lo iato tra le isti-

La star hollywoodiana, purtroppo, fotografa la realtà: un teatro politico fatto di mero cinismo e di disattenzione morale, dove vengono distrutti o corrotti gli ideali, i sogni e le aspettative dei giovani una storia di cinismo e di disattenzione morale, dove la partigianeria in alcuni casi sfocia nella paranoia, distruggendo e corrompendo gli ideali, i sogni e le speranze dei giovani. Anche di quelli che si erano avvicinati alla politica per pura passione convinti di poter davvero cambiare il mondo. E il bello è che nonostante Clooney sia un democratico convinto (ha partecipato a Washington, ospite nella tribuna d’onore, all’insediamento presidenziale di Obama) non risparmia nessuno, tantomeno i democratici.

Questo film dai toni tristi e sommessi, infatti, mette in scena una violenza sotterranea che colpisce al cuore proprio gli ideali che avevano fatto da sostrato alla piattaforma politica democratica della presidenza Obama. La critica non è stata particolarmente tenera con Clooney, accusato di non raccontare niente di nuovo, ma non ha insistito a sufficienza sul fatto che con questa sua presa di posizione coraggiosa, l’attore-regista ha puntato l’in-

tuzioni ed il sociale è così grande che non c’é più comunicazione tra i due. Come può dunque la politica interpretare i bisogni della gente se non capisce cosa si muove nella società

civile? È l’interrogativo implicito del film di Clooney. Forse il film non sarà originale, perché certo non è da oggi che una crisi profonda attraversa il mondo della politica, ma tuttavia ha il merito di cadere proprio nel momento in cui un movimento globale, soprattutto di giovani, manifesta nelle piazze delle maggiori città del mondo un grande malessere e contesta il codice etico dei professionisti della politica e della finanza. Il movimento americano Occupy Wall Street, pur condividendo certi obiettivi generali con quello europeo degli Indignados, è per certi versi differente. Il mondo politico è accusato non solo di non saper rispondere alle ansie di trasformazione per un mondo migliore e di non essere capace di garantire un futuro responsabile e dignitoso alle nuove generazioni.

Ma soprattutto di non saper porre rimedio alle ingiustizie economiche e sociali. Occupy Wall Street ormai da settimane è presente nelle piazze più importanti delle maggiori metropoli americane, soprattutto in prossimità dei grandi gangli finanziari, le Borse o le sedi centrali delle maggiori Banche, ed è stato descritto, almeno all’inizio, dalla maggioranza della stampa americana come un

In queste pagine: il presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, che sta vivendo una stagione politica fatta di malcontenti e calo di consensi da parte dei cittadini; uno scatto dei manifestanti del movimento “Occupy Wall Street”; un’immagine di un sit-in organizzato dai “Tea Party” movimento senza testa e senza obiettivi. Molti politici di ambedue i partiti americani lo hanno subito etichettato: confuso, senza un’agenda politica e troppo simile agli hippy degli anni Sessanta. In realtà il mo-

vimento Occupy Wall Street, che parte da una critica spietata al mondo finanziario, sembra pardossalmente essere più politico di quello europeo, in quanto si pone obiettivi di una maggiore giustizia economica e sociale condivisi da un grande numero di cittadini. Perfino Barack Obama, in una intervista recente a Nightline (programma televisivo del canale Abc), alla domanda su cosa pensasse delle recenti proteste ha risposto: «Adesso la cosa più importante per quelli tra di noi che ricoprono posizioni di leadership è quella di far sapere alla gente che capiamo la lotta quotidiana che deve affrontare per sopravvivere e che siamo dalla loro parte. Vogliamo ristabilire un sistema nel quale il lavoro duro, la responsabilità e fare il proprio dovere siano comportamenti che vanno premiati».

Anche il sindaco di Chicago, Rahm Emanuel, ex capo gabinetto di Obama, in riferimento alle recenti proteste ha ribadito che se non si è capaci di ascoltare quello che la gente ha da


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prime pagine dei maggiori giornali d’America, sono arrivate sulle pagine delle sezioni L’editorialista economiche. Chicago del economica Tribune, Gail Marksjarvis, nominata di recente «Best Financial Columnist» dalla scuola di giornalismo della Northwestern University, sulla sua rubrica dal nome significativo “On Money”, scrive infatti che quando si è recata in Piazza Zuccotti a New York si è trovata a discutere con coloro che erano scesi in piazza delle difficoltà che la gente ormai drammaticamente vive ogni giorno, da mesi.

«Ho avvertito la stessa rabbia, risentimento e sfiducia nei confronti di Wall Street che i miei lettori mi stanno comunicando ormai da tempo - scrive la giornalista -. E se i rappresentanti dell’industria finanziaria continuano a descrivere coloro che protestano come outsider al di fuori del mondo reale, la verità è che questi, assieme a milioni di americani che quotidianamente devono affrontare gli stessi problemi, riescono davvero ad avere un impatto. La gente sta cominciando a togliere denaro dalla Borsa e dai mutual funds, sta licenziando i broker, sta togliendo i risparmi dalle banche, e sta cancellano le carte di credito disgustata dal comportamento dei grandi gruppi finanziari. E - continua Marksjarvis - seppure a New York, a Chicago e altrove si può assistere a scene che sembrano

Il movimento giovanile che sta presidiando le piazze, chiede risposte urgenti alle ingiustizie economiche e sociali. Ma soprattutto, un futuro responsabile e dignitoso per le nuove generazioni dire, non si è capito niente del proprio ruolo pubblico: «Questo movimento non rappresenta la gente: è la gente». Parole importanti che dovranno avere comportamenti precisi, adeguati e coerenti.

Uno degli slogan di Occupy Wall Street è infatti «We are 99%», con ciò significando che la ricchezza nazionale è in mano all’1% della popolazione, mentre il resto fa la fame. Il top dell’1% detiene il 34,6 per cento di tutta la ricchezza privata nazionale e il 42,7 per cento di quella finanziaria secondo il rapporto del 2010 stilato dall’economista Edward Wolff, della New York University ed esperto di statisitica della ricchezza. E mentre la distribuzione della riccchezza nazionale detenuta dal 90 per cento della popolazione, è vertiginosamente precipitata a partire dal 2007 con l’inizio della crisi economica, quella dell’1 per cento è leggermente salita secondo i dati raccolti da Wolff. Ormai gli articoli sul movimento Occupy Wall Street, oltre a comparire sulle

uscite dalle grandi manifestazioni degli anni Sessanta contro la guerra nel Vietnam, è indubbio che questi giovani battono la lingua dove il dente duole, cioè scavano entro un risentimento fortemente radicato nella società americana contro il mondo finanziario». Anche l’editorialista Clarence Page, noto al grande pubblico per essere un moderato, scrive che seppure il movimento è il frutto di una forte rabbia e assume posizioni dichiaratmente e volutamente generiche (uno degli slogan del movimento è infatti «We are here, we’re unclear, get used to it!»), è comunque da prendere in considerazione il fatto che «riprende in mano il filo di una conversazione sulle diseguaglianze sociali e sulla redistribuzione della ricchezza, interrotta dalle frustate dei Tea Party contro il presidente Obama. Forse il movimento Occupy Wall Street non avrà una piattaforma precisa, ma certo diventa politico nel momento in cui aiuta ognuno di noi a porre le domande giuste».

i che d crona

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Tra i quattro film italiani, a ballare sono quelli di Avati, Cotroneo e Mezzapesa. Ma anche le pellicole francesi di Cédric Kahn e di Anne Fontaine

Roma città incerta Si chiude oggi una fiacca edizione del Festival del Cinema della Capitale. E nessuno si sbilancia sui possibili vincitori di Andrea D’Addio i è chiusa nel segno di Richard Gere l’ultima giornata del Festival Internazionale del film di Roma, prima della cerimonia di premiazione che si svolgerà oggi alle 18 e 30 presso la Sala Sinopoli dell’Auditorium. L’attore americano, già da due giorni nella capitale, ha intrattenuto il pubblico romano con un bell’incontro moderato dal suo amico giornalista Claudio Masenza, in cui si è lasciato andare a ricordi sulla sua carriera prima di presentare una versione restaurata di I giorni del cielo, capolavoro di Terence Malick a cui Gere prese parte nel ’78, proprio poco prima di diventare buddhista. Con la sua presenza l’ex ufficiale e gentiluomo il Festival ha vissuto così uno dei suoi apici di un’edizione non certo esaltante. Per quanto i comunicati stampa esaltino il numero di presenze, riuscendo ancora una volta a parlare di record, il colpo d’occhio offerto a chi è passato al Parco della Musica l’ultima settimana è stato sicuramente modesto.

S

Con una sala in meno (per la prima volta è mancato il tendone - ovvero la sala più grande che si vedeva già dal viadotto di Corso Francia) e un minor numero di proiezioni totali, la possibilità di scelta per il pubblico che si è recato all’Auditorium senza avere già acquistato un biglietto è stata senza dubbio limitata. Ed è un peccato visto che di buoni film se ne sono visti, e anche molti. Come al solito la parte del leone, almeno in termini di qualità, l’ha recitata la sezione Extra. Più libera di sperimentare e pescare in giro per il mondo documentari e film lontani dalle classiche logiche narrative, la selezione curata da Mario Sesti ha riempito il Festival di quelle che nel gergo comune chiameremmo chicche e che, non a caso, ogni anno, finiscono con l’essere notate anche dagli Oscar che ne candidano almeno due ad ogni edizione. Dalla scimmia allevata come un essere umani di Project Nim alla storia dello scacchista Bobby Fischer, passando per la satira di Morgan Spurlock (lo stesso di Supersize Me e Che fine ha fatto Osama Bin Laden?) che quest’anno, con Comic-Con Episode IV: a Fan’Hope si è concentrato sui nerds e i geek che popolano ogni luglio a San Diego, per una settimana, gli eponimi raduni per fumettisti. E poi: il ritratto degli U2 fatto dal premio Oscar Davis

Guggenheim con From the Sky Down, la Franca Valeri raccontata da Sabina Guzzanti in Franca La Prima (un bell’omaggio su cui, purtroppo, pesa in negativo proprio il protagonismo della sua autrice), il provocante Case Chiuse dell’italiano Filippo Soldi (che ha viaggiato per il mondo, da Berlino alla Thailandia per mostrare alcuni tra i più celebri bordelli del pianeta incontrando - e non è una novità - anche tanti italiani). Il concorso è stato senza dubbio caratterizzato dalla grande quantità di titoli italiani, ben quattro. E se il primo a passare, Il mio domani di Marina Spada, si è rivelato anche il più deludente, sia il Il paese delle spose infelici di Pippo Mezzapesa che Il cuore grande delle ragazze di Pupi Avati e La Kryptonite nella borsa di Ivan Cotroneo hanno lasciato un buon ricordo sia agli spettatori sia alla critica. A stupire di più è stato soprattutto il film di Cotroneo, un esordio tanto poco italiano nello stile, quanto profondamente nazionale nei temi trattati. Vi si racconta infatti il percorso di formazione di un ragazzino napoletano di dieci anni nella Napoli anni Settanta. È preso di mira dai suoi compagni di scuola per via dei suoi spessi oc-

Come al solito la parte del leone, almeno in termini di qualità, l’ha recitata la sezione “Extra” curata da Mario Sesti chiali e il modo ingenuo con cui ci guarda il mondo, ma il suo è un animo candido e puro capace sempre di dire la parola giusta al momento giusto. E così nonostante intorno a lui si svolgano vicende da classico dramma borghese italiano, tra un papà adulterino (Luca Zingaretti) che chiude il negozio a pranzo per incontrarsi con la figlia del commerciante vicino e una mamma depressa (Valeria Golino) che scopre la tresca, ma preferisce non dire nulla e chiu-

dersi in sé stessa, non sono gli eventi ad essere divertenti, ma il modo in cui sono raccontati da quel che finora era stato “solo” scrittore (è suo l’omonimo libro da cui è tratta la pellicola), sceneggiatore (è lui ad avere creato la serie tv Tutti pazzi per amore) e traduttore (cura lui le versioni italiane dell’opere di Micheal Cunningham) e che si appresta di essere una delle “promesse” del nostro cinema. A contendergli il Marco Aurelio per il migliore film sono soprattutto alcune pellicole straniere. A differenza degli ultimi Berlino, Cannes e Venezia in cui le rispettive vittorie di Una separazione, L’albero della vita e Faust erano annunciate ben prima dei comunicati ufficiali, nessun film ha particolarmente eccelso e viene visto come front runner per la vittoria di almeno un premio. La sensazione però è che la Francia non uscirà a mani vuote: sia il toccante Une vie meilleure sia la commedia Mon pire au cauchemar hanno lasciato soddisfatta la quasi totalità della critica, mentre la sorpresa potrebbe venire dal tedesco Hotel Lux. Vi si racconta la storia dell’affascinante comico Hans Zeisig e del suo Stalin-Hitler Show interpretato insieme all’amico ebreo Siegfried Meyer nella Berlino del 1938. Uno è il dittatore russo, l’amico è il fuhrer. La guerra è prossima e i due, cominciano ad allontanarsi. Disincantato e pessimista il primo, attivista il secondo che si unisce alla resistenza fino a capitare, per caso, all’Hotel Lux di Mosca in cui viene nominato astrologo personale di Stalin, quello vero. Dalla padella alla brace: avere a che fare con il baffuto leader comunista sarà pericoloso quasi quanto restare in Germania. Qualche possibilità di vittoria ce l’ha anche il coreano Poongsan, storia di un corriere “di persone” che aiuta chi lo assume ad attraversare il confine tra le due Coree.

Fuori concorso è stato invece presentato L’Industriale di Giuliano Montaldo. Forse, fosse stato in competizione, Pierfrancesco Favino avrebbe potuto ambire al premio per la migliore interpretazione, ma nel complesso l’autore della trilogia del potere degli anni Settanta (Gott mit uns, Sacco e Vanzetti e Giordano Bruno) ha perso una bella occasione per tratteggiare un ritratto verosimile della crisi economica di oggi vista dal punto di vista di un imprenditore. Non parliamo di un

brutto film, ma la voglia di parlare (sembra un’ossessione tutta italiana) anche in questo caso di corna e vita privata, anche davanti ad una contingenza politica e sociale che imporrebbe di parlare solo di altro, pesa molto sull’esito finale del film. Sempre fuori concorso è stato presentato il curioso lavoro di Roberto Faenza, Un giorno questo dolore ti sarà utile. Diciamo curioso perché l’autore di Il caso dell’infedele Klara e I viceré, ha girato a New York con un cast unicamente di lingua inglese, con una trasposizione dell’omonimo romanzo di Peter Cameron. Banale è stata la trasposizione della vita di Aung Sun Ki Moon proposta da Luc Besson nel film di apertura The Lady - troppo edulcorata e vittima di un desiderio di fare le cose di non approfondire che è sembrata dettata dalla volontà di fare le cose di fretta per cavalcare l’ondata di popolarità riversatasi sull’attivista birmana al momento della sua liberazione lo scorso autunno (mentre il film era in preparazione). Deludente poi, soprattutto per il pubblico che ha dovuto pagare nove euro di biglietto è stata quella che, sulla carta, doveva essere la presentazione di quindici minuti in anteprima del nuovo lavoro di Martin Scorsese, Hugo Cabret, più un incontro con domande con il giovanissimo protagonista, l’autore del libro David Selznick e la scenografa Francesca Lo Schiavo, ma che in definitiva si è trattato di cinque minuti di film (di cui tre già visili su Youtube, visto che parliamo di un trailer e di un trailer allungato) e di una chiacchierata che non ha coinvolto direttamente gli spettatori che non hanno potuto porre nessuna domanda. Data la crisi


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Ieri incontro con la stampa e versione restaurata de “I giorni del cielo”

Il red carpet omaggia Richard Gere, il buddista in carriera

Inguaribile ottimista e sempre molto spirituale, l’attore oggi verrà premiato con il Marc’Aurelio ROMA. Il primo premio che Richard un eventuale film di finzione. Le sce-

economica che richiede sempre più sacrifici da parte di tutti e un governo che, finora, non si è certo mostrato troppo tenero con il Festival capitolino (e le recenti dichiarazioni del ministro della Cultura Galan sull’inutilità della kermesse romana ne sono un ottimo riassunto), chissà se il prossimo anno si potrà ancora stare qui a parlare, criticare, ma anche apprezzare questa manifestazione così giovane (sei anni non sono nulla in questo ambito) che comunque fornisce ogni giorno a migliaia di cittadini - non solo quelli che comprano poi il biglietto, ma anche tanti curiosi - la possibilità di vedere e toccare con mano frammenti di una cultura troppo spesso chiusa in sé stessa e nei propri circoli e normalmente nascosta dalla prepotenza del piccolo schermo.

Gere ricevette durante quella che, orasi può dire, è una lunga carriera (ma allora aveva alle spalle solo quattro film), gli venne consegnato a Roma. Si trattava del David di Donatello, lo vinse in ex-aequo con Michael Serrault, ma a distanza di trentatré anni, fatta salva la splendida interpretazione del protagonista di Il Vizietto, quella di Gere per I giorni del cielo è senza dubbio entrata nella storia del cinema internazionale. Merito suo e della regia di un Terence Malick, che firmava così’ il suo secondo film dopo La rabbia giovane confermandosi uno dei più promettenti registi dell’epoca. Ieri sera, all’Auditorium della Capitale, Richard Gere prima di presentare la versione restaurata di quel capolavoro ha avuto modo di parlare di tutto questo, del carattere introverso e puntiglioso, ma comunque geniale, del vincitore proprio quest’anno a Cannes con L’albero della vita e di come si svolsero le riprese della loro collaborazione. Nella mattinata di ieri, l’attore americano aveva già incontrato la stampa nonché il sindaco Gianni Alemanno per il ritiro di una speciale Lupa, come riconoscimento della città di Roma al suo lavoro sia artistico sia nel campo del sociale: «Non me l’aspettavo, è un gesto straordinario che apprezzo moltissimo. Ricordo quando due anni fa parlai a lungo col sindaco della questione del Tibet ed ebbi un’ottima impressione da lui. Era ben informato della condizione storica e politica della zona ed assunse in agenda impegni importanti a suo sostegno». I diritti del Tibet sono uno dei pilastri fondamentali della vita di Richard Gere. «La situazione è particolarmente delicata, il partito comunista cinese ha assunto un atteggiamento decisamente rigido verso quelle comunità. Penso che per descrivere tutto questo valgono più i documentari che

In queste pagine, alcuni dei protagonisti della sesta edizione del Festival del Cinema di Roma, che si chiude ufficialmente oggi: l’attore italiano Luca Zingaretti, il regista Pupi Avati, il cast della pellicola «Il paese delle spose infelici» del cineasta Pippo Mezzapesa, uno scatto dell’attore Richard Gere; che oggi a Roma riceverà il Marc’Aurelio alla carriera

neggiature che mi hanno proposto non erano molto convincenti».

Riguardo invece le sue priorità nella vita, il pensiero è chiaro: «Il mio rapporto con la famiglia è al primo posto, così come quello con i miei maestri buddhisti. La mia religione mi ha insegnato ad avere un rapporto più profondo con la realtà, a non lasciarmi portare fuori strada di tanti stimoli olfattivi e percettivi che ci circondano, ma a dare maggiore importanza ad atteggiamenti più intensi e profondi come la generosità, l’amore, l’empatia e la condivisione. Dal mio punto di vista penso di essere sulla strada giusta». Parole a cui seguono fatti: Richard Gere ha infatti appena finito di vendere la sua intera collezione di chitarre messe all’asta da Christie’s a New York, per devolvere subito dopo i ricavi in beneficenza. I circa 110 pezzi unici, in motli casi firmati da stelle come C.F. Martin, Gibson, Fender, Gretsch, hanno fruttato circa un milione di dollari di incasso, una cifra davvero altissima che andrà ad aiutare, oltre la battaglia per l’indipendenza del Tibet, anche quella contro, altro tema su cui si è sempre impegnato moltissimo. La sensazione generale è che il cinema interessi sempre meno all’attore, tanto che lui stesso, parlando ieri sera del proprio mestiere, ha rivelato di non prenderlo più sul serio: «Recitare mi diverte ancora anche perché mi permette di visitare moltissimi Paesi, di conoscere tante realtà diverse fra loro, ma se dovesse passare il piacere, mi fermerei. E vi assicuro che per me non sarebbe un problema». Forse per lui no, ma per i tanti fan nel mondo che ormai hanno imparato ad apprezzarne non solo il fascino estetico, ma anche la profonda umanità, sarebbe però un bel dispiacere. Di Richard Gere, all’orizzonte, se ne vedono ben pochi. (a.d’a.)

Recitare? Sì, mi diverte ancora. Ma se dovesse passare il piacere, mi fermerei. E vi assicuro che per me non sarebbe un problema


ULTIMAPAGINA Tre volumi raccontano la Stazione sperimentale di floricoltura dove lavorarono i genitori di Calvino

Nel giardino del Barone di Marco Ferrari all’ombra della storia spunta la figura di una donna esile, lo sguardo intenso, gli occhi incavati, i capelli corvini: Eva Mameli, la madre di Italo Calvino, uno dei più grandi scrittori del Novecento, autori di romanzi come Il visconte dimezzato e Il barone rampante. A oltre 25 anni dalla scomparsa dello scrittore, avvenuta il 19 settembre 1985 all’Ospedale di Siena, ripercorrere le vicende della famiglia Calvino è come superare la soglia invisibile del nostro paesaggio perduto. Non vi è più traccia della Sanremo di Calvino come della Alassio di Ernest Hemingway, della Rapallo della Ortese, della Bocca di Magra di Sereni e Marguerite Duras o della Lerici di Bompiani e Spagnol. Di quella Sanremo scomparsa parlano solo i libri. Per una casuale coincidenza tre volumi, usciti in parallelo, raccontano la storia della Stazione sperimentale di floricoltura “Orazio Raimondo”dove lavorarono i genitori di Italo Calvino, entrambi botanici, il padre Mario Calvino e la madre Eva Mameli all’anagrafe Giuliana Luigia Evelina.

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A oltre settant’anni dalla prima pubblicazione, la casa editrice Donzelli ha mandato alle stampe 250 quesiti di giardinaggio irrisolti scritto proprio nel 1940 dalla coppia Calvino per Paravia, l’insieme delle lettere ricevute dai due scienziati e le relative risposte. Pensate: di quel libro ne esistevano solo quattro copie nelle biblioteche italiane. Inoltre Elena Accati ha pubblicato Fiori in famiglia (Editoriale Scienza), biografia per ragazzi di Eva Mameli e infine Elena Macellari ha mandato in libreria Eva Giuliana Mameli (Ali&No editore). La madre dello scrittore, nata a Sassari il 12 febbraio 1886, figlia di un colonnello dei carabinieri, fu la prima donna sarda a frequentare un liceo pubblico. E dopo aver mostrato un forte interesse per la scienza si laureò in matematica all’Università di Sassari nel 1905. Morto il padre, si trasferì dal fratello a Pavia dove frequentò il Laboratorio crittogamico di Giovanni Briosi, noto in tutta Italia per gli studi sulle piante “inferiori”, come muschi e alghe, rilevanti in discipline quali fisiologia, patologia ed ecologia vegetale. La passione per la botanica spinse Eva a proseguire le ricerche come assistente volontaria, anche dopo la laurea in scienze naturali, conseguita a Pavia nel 1907. Nei tre anni a seguire ottenne il diploma della scuola di magistero e, prima donna in Italia, l’abilitazione per la docenza in scienze naturali e botanica. Sposatasi con il “collega” Mario Calvino, che già aveva lavorato in Messico, la coppia si trasferì a Cuba nel 1920. Mario dirigeva la Stazione Sperimentale Chaparra per la produzione di canna da zucchero, lei diventò capo del Dipartimento di Botanica della Stazione Sperimentale Agronomica di Santiago de la Vegas, capo del Dipartimento di Botanica della Stazione Sperimentale Agricola Chaparra di S. Mannel (Oriente) e contemporaneamente docente della stessa Scuola Agraria Chaparra. Lì nacque il figlio Italo. La famiglia viveva dentro un grande bungalow che venne distrutto nel 1925 da un uragano. Rientrati a Sanremo nel 1952, Eva

Mameli vinse il concorso per la cattedra di Botanica all’Università di Catania prima e poi a Cagliari, dividendosi tra la Liguria e la natia Sardegna, sobbarcandosi lunghe trasferte e viaggi interminabili. Oggi di quella Stazione di floricoltura di Villa Meridiana, dove vivevano i Calvino, non vi è quasi più traccia. Al numero 82 di Via Meridiana si può intravedere quello che è rimasto del parco di acclimatazione di piante tropicali voluto dai Calvino. Tra sospiri di esistenze finite e odori perduti, qui aleggiano fantasmi di riviera in un’oasi che non c’è più, un pizzico di Caraibi piantato

RAMPANTE Purtroppo, a Villa Meridiana non si captano più i profumi del mango delle prugne e della malva. L’edera rimasta ha i colori dello smog e il terreno è sovrastato dall’asfalto

Italo Calvino e uno scatto di Villa Meridiana a Sanremo. Lì sorgeva la Stazione sperimentale di floricoltura dove lavorarono i genitori nel cuore della città, ma soprattutto il pozzo della fantasia di un grande scrittore.

A Villa Meridiana non si captano più i profumi sprigionati del mango e delle prugne, dalla malva e dalla boungavillea. I fiori parlavano, le piante respiravano, gli uccelli si riposavano, arcobaleni tropicali salivano improvvisamente tra le foglie. L’edera rimasta ha i colori stinti dallo smog e il terreno è sovrastato dall’asfalto. Tra i palazzi stentano a

rimanere in vita una pianta di pepe, una di avocado drinifoglia, una araucaria excelsa e tre palme. Buonanotte Calvino, anche lui vittima consapevole della speculazione edilizia che descrisse in un mirabile racconto uscito nel 1957, prima che la culla della sua fantasia fosse venduta e poi ristrutturata. Unico testimone di quell’epoca è rimasto Libereso Guglielmi, 86 anni, figlio di un anarchico tolstoiano, esperantista, vegetariano, il giardiniere di Calvino.

Entrò nella Stazione sperimentale di floricoltura all’età di 14 anni e nelle stesse ore entrò nella letteratura grazie a Italo Calvino che gli dedicò, allora diciassettenne, il suo primo racconto: Un pomeriggio, Adamo. Anche lui ha voluto lasciare un ricordo di quel luogo incantevole, in una sorta di vocabolario floreale, nel volume Oltre il giardino: Le ricette di Libereso Guglielmi. (Socialmente editore di Bologna). Oltre Villa Meridiana, il paesaggio vero della famiglia Calvino era La strada di San Giovanni, come si intitola un racconto dello scrittore. In quella Liguria «a scale, tagliata a terrazze», come la definiva Calvino, non ci sono più Sentieri dei nidi di ragno. I protagonisti dei racconti di Ultimo viene il corvo, ma anche di Marcovaldo, Cosmocomiche, Il Visconte dimezzato sono nati qui, in un paesaggio collinare da cui talvolta si poteva carpire il semicerchio della Liguria e la punta nord della Corsica. Ma ora nell’orto del Barone Rampante nessuno salta da un albero all’altro per raccogliere bacche, castagne e pigne, come a Sanremo città nessuno sente più gli effluvi delle piante e gli aromi della riviera verdeggiante.

2011_11_04  

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