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Lo schiavo ha un solo padrone; l’ambizioso tanti quante sono le persone utili alla sua fortuna

Jean De La Bruyère

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • GIOVEDÌ 27 OTTOBRE 2011

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Passano le pensioni a 67 anni. Ma dal 2026. Uniche novità: licenziamenti e vendita del patrimonio pubblico

Il governo del dire La lettera scritta con Bruxelles. Ma l’esecutivo in crisi come può fare le rifome? Napolitano sferza il premier: «Non tergiversare, decidere subito, anche se servono misure impopolari» Merkel si fa ”autolimitare”dal Bundestag e dice: «Rivediamo i trattati mettendo sanzioni più pesanti» Il “manifesto” di Mario Draghi

Ancora molte vittime per il maltempo

Il Paese dove si muore di pioggia Cinque morti accertate e dieci dispersi tra Liguria e Toscana. Autostrade in tilt. «Il deflusso delle acque dalle città: ecco la prima grande opera da fare», dice Carlo Ripa di Meana

«Giovani, fisco e concorrenza: tre idee per salvare l’Italia» ROMA. A forza di

compenso, ci sono nuove norme per licenziare anche i dipendenti pubblici e un piano di dismissioni di beni dello Stato. Per ora, può bastare. a pagina 2

di Errico Novi

mediare, la lettera il governo Belrusconi l’ha fatta scrivere direttamente agli sherpa europei. La riforma delle pensioni d’anzianità c’è, ma solo dal 2026: chi vivrà vedrà. In

Aggredito il leader di Fli

Parla Luigi Bruni

La Lega «Patrimoniale infuriata. e riforme. La crisi? No, Con un’altra Lady Bossi maggioranza»

Gabriella Mecucci • pagina 12

Il Carroccio non Per l’economista pensa all’Italia: meglio c’è ancora tempo difendere la moglie per non perdere del Senatùr, la legislatura. Ma rissa alla Camera bisogna agire subito Marco Palombi • pagina 10

Riccardo Paradisi • pagina 3

di Mario Draghi ell’area dell’euro l’attività produttiva si espande a ritmi molto moderati, compressa dal rallentamento della domanda globale, dalla caduta della fiducia delle imprese e delle famiglie e dagli effetti sfavorevoli sulle condizioni finanziarie determinati dalle tensioni su alcuni mercati del debito sovrano. I rischi di un indebolimento ulteriore delle prospettive di crescita sono significativi, in un contesto di forte incertezza. L’aggravarsi della crisi ha una dimensione mondiale ed europea, ma la particolare vulnerabilità dell’Italia ha radici nazionali: l’alto livello del debito pubblico, i dubbi sulle prospettive di crescita della nostra economia, le incertezze e i ritardi con cui si provvede alla correzione degli squilibri e alle misure di rilancio della crescita. Il rendimento lordo dei BTP decennali, dopo essersi ridotto in agosto, è tornato su livelli molto elevati (ieri superava il 5,9 per cento). Dopo sei mesi di sostanziale ristagno, nel secondo trimestre di quest’anno il pil in Italia è tornato a crescere, ma a un ritmo molto modesto. a pagina 4

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Si apre la Giornata di confronto fra le religioni mondiali

Il mondo ha fede in Assisi di Luigi Accattoli cristiani non devono mai cadere alla tentazione di diventare lupi tra i lupi»: è una parola forte di Papa Benedetto pronunciata ieri durante la “preghiera per la pace”che ha presieduto nell’Aula Nervi in preparazione della Giornata di oggi ad Assisi, dove l’invocazione della pace si farà universale, seppure svolta da ognuno “nel segreto della sua camera”, come vuole il Vangelo.Vi sa-

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gue a(10,00 pagina 9CON EUROse1,00

I QUADERNI)

• ANNO XVI •

NUMERO

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ranno circa trecento partecipanti, in rappresentanza di tutte le Chiese cristiane e di tutte le religioni mondiali. A ciascuno verrà data una stanza per la preghiera personale, a metà giornata, mentre in due pubbliche assemblee, in apertura e chiusura, verranno formulati gli impegni dei vari gruppi e di tutti nella costruzione della pace. a pagina 8

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


Alla fine di una giornata febbrile di trattative tra gli sherpa, inviata la lista degli impegni che dovrebbero garantire Bruxelles

Non ci prendono alla lettera Né promossi né bocciati. A parole, la missiva (concordata) ottiene il sì dell’Euorpa. Ma l’esame vero arriverà alla prova dei fatti di Errico Novi

ROMA. Nella giornata forse più dura della sua storia recente, l’Unione europea affronta la crisi con le armi di cui dispone. Armi modeste, condizionate dalla logica del compromesso. E il caso italiano è prova lampante di tale debolezza. Alla fine della doppia riunione di Bruxelles, prima quella del Consiglio europeo e poi il vertice dei capi di Stato e di governo della sola Eurozona, arriva finalmente il turno dell’Italia. Berlusconi espone gli impegni contenuti nella lettera d’intenti inviata poche ore prima e riesaminata con Van Rompuy e Barroso a pochi minuti dal summit. Ci sono previsioni ambiziose sulla dismissione del patrimonio pubblico da cui ricavare 5 miliardi l’anno. Promesse di agevolare i licenziamenti per le aziende in crisi e il già decretato innalzamento dell’età per le pensioni di vecchiaia a 67 anni entro il 2026, per uomini e donne. Al momento di andare in stampa il summit finale non è ancora concluso è ancora non è nota la forma in cui gli impegni italiani finiscono nel documento conclusivo. È invece molto chiaro, e non del tutto incoraggiante, il modo in cui la missiva dell’esecutivo Berlusconi viene compilata. Di fatto, è un caso di scrittura assistita. Nel senso che in calce c’è la firma del premier, ma nella sostanza c’è una specie di dettato da parte delle istituzioni europee. Che dunque indicano esse stesse quali sono gli specifici vincoli su spesa pubblica e riforme per lo sviluppo a cui l’Italia deve attenersi. Che ci sia un commissariamento non già nella politica economica ma nella stessa dichiarazione d’intenti lo si capisce in

Vediamo che cosa promette il documento presentato dal premier

Pensioni, licenziamenti e 5 miliardi di dismissioni ROMA. La lettera scritta e riscritta dozzine di volte prima di essere presentata dal premier ai leader europei a Bruxelles, è lunga una quindicina di pagine. Non c’è il dettaglio delle misure che il governo prenderà per rafforzare il risanamento dei conti pubblici: unico dato certo (nel senso di numeri e date): il rispetto dell’obiettivo dell’anticipo del pareggio di bilancio al 2013. Notizia vecchiotta. Sulla previdenza, resta in piedi l’obiettivo dell’età pensionabile a 67 anni nel 2026, anche se non c’è scritto come ci si arriverà. L’accordo con la Lega, infatti, prevede 67 anni per donne e uomini del settore pubblico e di quello privato, gradualmente aumentando l’età pensionabile dal 2012 al 2025. Ma lo spazio maggiore della lettera è riservato a quello che il governo ha (avrebbe) già fatto. Quasi come se si trattasse di ricopiare uno di quei depliant pubblicitari che hanno reso tanto «moderna» la politica di Berlusconi, la lettera spiega che il governo, con i decreti di luglio e agosto, ha corretto i conti pubblici per 145 miliardi di euro nel quadriennio 2011-2014. Il capitolo promesse riguarda il decreto sviluppo:

la missiva anticipa novità importanti rispetto alle bozze circolate nei giorni scorsi. Ci sarebbe una nuova stretta sul pubblico impiego, con l’obiettivo di ridurre il numero dei dipendenti pubblici, ricorrendo, se necessario, anche alla messa in mobilità. Per il settore privato si accenna invece a una revisione delle norme sui licenziamenti per motivi economici, con l’obiettivo di stabilire in questi casi un indennizzo del lavoratore, senza diritto al reintegro. Sempre nel catalogo dei desideri (è chiaro a tutti che questo governo non ha più la forza per fare alcunché) ci sono poi le liberalizzazioni dei servizi pubblici locali e la riforma delle professioni, con l’abolizione delle tariffe minime. Oltre a un piano-,monstre di svendita del patrimonio immobiliare dello Stato. In pratica, tutto ciò che in diciotto anni Berlusconi non ha saputo fare (e tutto ciò che la Bce aveva chiesto nella lettera di inizio agosto). Non potevano mancare, in fine, le infrastrutture e le norme di semplificazione e le infrastrutture, anche se non è chiaro se nella lettera definitiva ci sia anche il Ponte sullo Stretto…

mattinata. Quando cioè il sottosegretario alla presidenza Gianni Letta deve affrettare per l’ennesima volta il suo congedo da una manifestazione pubblica e corre a Palazzo Grazioli per «qualche ritocco» alla «letterina». Parole sue, pronunciate nel corso della conferenza stampa sui crolli di Pompei. «Mi dovete scusare se andrò via prima», spiega Letta: il documento chiesto dai partner europei ha bisogno di una «messa a punto». Da Bruxelles ci si muove su due piani paralleli. Quello riservato dei “suggerimenti” al governo di Roma. E l’altro esplicito delle richieste: «Ci aspettiamo per prima cosa una lista di misure concrete molto dettagliata con un calendario chiaro», annuncia infatti il portavoce della Commissione Ue Oliver Bailly, «che deve essere seguito da un’approvazione rapida delle misure».

La versione predisposta la notte prima da Berlusconi dopo il lungo negoziato con Bossi non conteneva una chiara tabella di marcia sulle cose da fare, privilegiava piuttosto l’orgogliosa rivendicazione di quelle fatte. Stile che a Bruxelles non gradiscono: da qui la necessità di un «calendario». Riguardo il merito, i contatti tra Roma e i vertici dell’Unione europea sono frenetici e continui per buona parte della giornata. La prima stesura arriva in mattinata ma di fatto Bruxelles non ne tiene conto. Tanto è vero che lo stesso Bailly, nel briefing di mezzogiorno con la stampa, dice che la missiva «non è arrivata ufficialmente». Formula curiosa per glissare sull’andirivieni del testo, rispedito da Bruxelles a Roma almeno un paio di volte con richieste di correzioni. Fino al primo pomeriggio, quando finalmente Berlusconi, dopo aver trasmesso il docu-


la crisi italiana

27 ottobre 2011 • pagina 3

Merkel: «Nuovi trattati con più sanzioni» Il Parlamento tedesco chiede alla Cancelliera maggiori vincoli per concedere nuovi prestiti di Federico Romano on l’approvazione a larga maggioranza della mozione bipartisan sulle misure anticrisi e sull’effetto leva da applicare all’Efsf il parlamento tedesco da mandato alla cancelleria Angela Merkel per una negoziazione al vertice Ue. Si tratta però di un commissariamento a tutti gli effetti vincolato ad alcuni punti chiave. In particolare sulla Bce la Germania esclude qualunque aggravio del ruolo anti crisi che l’istituzione monetaria sta ricoprendo con misure eccezionali, ad esempio con gli acquisti di titoli di Stato.

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Operazioni che non fanno parte del suo specifico mandato: quello di tenere sotto controllo l’inflazione. Il parlamento ha espressamente escluso che la Merkel possa impegnarsi ad aumentare il contributo teorico della Germania al fondo Ue salva Stati, pari a 211 miliardi di euro già previsti in garanzie allo European Financial Stability Facility. La crisi torna a riunire la politica tedesca. Infatti la Merkel vede riformarsi quella ”grande coalizione”che già si era creata in Germania su esigenze di interesse nazionale tra conservatori, liberali, social democratici e verdi. Il principale leader di opposizione, il social democratico Franz-Walter Steinmeier ha affermato che il vertice europeo è «una operazione a cuore aperto, che ogni tedesco deve sperare vada a buon fine». Tuttavia una delle particolarità di queste giornate di vertici europei a catena risiede proprio nel fatto che la Merkel abbia dovuto im-

porre ai suoi partner un doppio incontro in tempi ristretti perché a sua volta doveva ottenere questo mandato del suo Parlamento. Alla Cancelliera è stato concesso mandato per negoziare, tramite due specifici meccanismi, il potenziamento del Efsf tramite ricorso a leva finanziaria e altri mezzi (che non implichino maggiori contributi tedeschi). Uno è quello di fargli assumere il ruolo di assicuratore di parte del valore dei titoli di Stato di nuova emissione da parte di paesi sotto tensione. L’altro è

Servono garanzie dei paesi Eurozona e l’intervento di investitori esterni a Eurolandia pubblici e privati quello di andare a cercare finanziatori esterni, istituzionali o privati. Su questo va rilevato che il direttore del fondo, Klaus Regling, ha già fatto sapere che nel fine settimana andrà in Cina e Giappone a caccia di capitali.

Per parte sua la Merkel ha lanciato un forte richiamo in vista del vertice, proprio di fronte al suo Parlamento. Bisogna riparare ”le imperfezioni” dell’area euro, «adesso o mai più», ha detto. E ha anche rilanciato l’ipotesi di operare riforme ai trattati europei, che suscita inquietudini a non pochi osservatori visto le lungaggini e gli inciampi che queste procedure hanno implicato in passato. La Cancelliera sottolinea anche

che dovrà essere possibile portare di fronte alla Corte Ue i paesi che non rispettano gli obiettivi di deficit.

Un atteggiamento quello tedesco che preoccupa l’Europa. Il presidente Napolitano non si sottrae a una riflessione turbata: «Ribadito il riconoscimento che l’intesa tra Francia e Germania ha giocato un ruolo essenziale nella costruzione europea» il capo dello stato che ieri, in una nota, aveva definito «inopportune e sgradevoli le espressioni di scarsa fiducia» da parte di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy esprime l’«amichevole preoccupazione per la riluttanza» tedesca ad accettare le decisioni prese a livello europeo, Per il presidente Napolitano d’altra parte «nessun argomento consistente è stato portato per mettere in questione la validità della scelta dell’Euro e la sua irreversibilità»: già all’inizio degli anni ’90, quando si fece quella scelta, non c’era alternativa all’Unione monetaria; e non ce n’é oggi alcuna alla prosecuzione del cammino dell’Euro. Il vero nodo è costituito dal rapporto tra unione monetaria e unione politica: esso in effetti fu ben presente a quanti ebbero parte nella preparazione del Trattato di Maastricht e nel negoziato finale. Ma la materia del contendere, la sostanza di un processo di unione politica, stava in un ulteriore, risoluto allargamento della sovranità condivisa da esercitare in comune al livello europeo rispetto alle sovranità degli Stati nazionali». Ma non basta l’unione economica: «Venne compiuto il passo

mento in forma definitiva, si mette in viaggio verso la capitale belga. Di fatto il testo buttato giù dal governo viene reimpostato con un maggior peso degli impegni rispetto all’elencazione degli adempimenti già compiuti. Ma sulle pensioni di anzianità non cambia nulla: la linea maginiot imposta da Bossi regge. Sopravvive anche l’inasprimento delle regole sulla mobilità degli statali: due anni di tempo per accettare i trasferimenti in altro comune, poi si è licenziati senza attenuanti. È un contrappeso voluto proprio dai lumbàrd per bilanciare il finto cedimento sulla soglia per l’età di vecchiaia.

presidente in pectore della Bce, «è stata travolta per le proprie debolezze strutturali al punto da diventare essa stessa ragione della crisi generale». A conferma della delicatezza del caso italiano arriva a poche ore dal vertice anche una dichiarazione del presidente dell’Eurogruppo Juncker: «L’annuncio di sforzi considerevoli di consolidamento da parte dell’Italia è un must». Sono toni che d’altronde ri-

C’è un’ansia notevole per l’impatto che le intese di ieri sera avranno sui mercati. E l’Italia è motivo di preoccupazione tra i maggiori. Lo dice lo stesso Mario Draghi, che interviene alla Giornata del risparmio con un lungo e applaudito discorso di commiato da governatore della Banca d’Italia (riportato integralmente in altra parte del giornale, ndr). «L’Italia non aveva nulla di cui rimproverarsi» rispetto alle ragioni della crisi, poi però, aggiunge il

schiano di preludere a una vigilanza speciale permanente da parte delle istituzioni comunitarie. Non troppo dissimili da quelle invocate ancora ieri per la Grecia da Angela Merkel.

così importante ed audace dello spostamento al livello sovranazionale della sovranità monetaria: ma poteva bastare? O potevano bastare gli strumenti di accompagnamento che nel Trattato vennero previsti, per quel che riguarda in particolare la disciplina di bilancio degli Stati membri aderenti all’Euro?» No evidentemente. Tornando al vertice europeo e alla posizione tedesca.

La risoluzione bipartisan con cui il Parlamento tedesco ha dato mandato al cancelliere tedesco Angela Merkel a negoziare la riforma dell’Efsf, impone due punti fermi: stop all’azione dell’Eurotower sul mercato secondario sottoscrivendo bond della zona euro e no al finanziamento del fondo da parte di Francoforte. Le ipotesi per rafforzare le risorse del fondo sarebbero due: garanzie dei paesi Eurozona o intervento di investitori esterni a Eurolandia pubblici e privati (si pensa alla Cina o a Singapore) attraverso l’istituzione di uno ”special purpose vehicle”, una società con scopo ad hoc garantita dallo stesso fondo.

palco già ha dato alcune dritte al governo. Preso atto che le «riforme» sono da tutti condivise ma ancora «inattuate», ricorda la necessità di introdurre meccanismi dinamici nell’economia anche per favorire «il contributo delle giovani generazioni». Consiglia di spostare l’imposizione fiscale dal lavoro e dalle imprese ai consumi e ai patrimoni, chiede di dare piena e rapida attuazione alla manovra di

Andirivieni del testo tra Roma e i vertici dell’Unione nel corso della giornata, fino all’invio “ufficiale” nel pomeriggio. Napolitano: «La politica sia pronta a scelte anche impopolari»

Seppure in modo indiretto a esercitare già questa vigilanza per l’Italia è lo stesso Draghi. Il futuro vertice di Francoforte si apparta per qualche minuto con Gianni Letta alla Giornata del risparmio. Dal

settembre soprattutto nelle parti relative ai tagli di spesa. In generale però giudica «importante» l’invio della lettera a Bruxelles. Il documento, dice, «contiene un piano di riforme organico pe lo sviluppo, ora però si tratta di farle, con rapidità e concretezza».

Parole che attestano il ruolo di garante dell’Italia che di fatto Draghi svolge presso le istituzioni europee. Sostegno

apprezzato esplicitamente in varie dichiarazioni sia da Gianni Letta che dal ministro Sacconi e altri esponenti del Pdl. Lo stesso Draghi d’altronde riconosce in Napolitano il «maggiore punto di forza» del Paese. Il presidente della Repubblica a sua volta interviene all’inaugurazione dell’anno accademico al Collegio d’Europa di Bruges, dove tiene una lectio magistralis e ribadisce a sua volta l’urgenza degli interventi per l’Italia: «Crescita dell’occupazione e della produzione ed equilibrio strutturale dei conti con riduzione del debito» sono obiettivi fondamentali. Il Paese, incalza il presidente della Repubblica, «non può più tergiversare di fronte a questi imperativi categorici». Fino a un passaggio che pare riferito anche alle fibrillazioni nella maggioranza: «Nessuna forza politica può continuare a governare, o candidarsi a farlo, senza mostrarsi consapevole delle decisioni, anche impopolari, da prendere ora». Sono le istituzioni italiane nelle quali l’Europa continua ad avere fiducia. In attesa di verificare se la lettera scritta sotto dettatura dal governo troverà attuazione.


la crisi italiana

pagina 4 • 27 ottobre 2011

Il discorso alla “Giornata del risparmio”: una lezione al governo dal nuovo leader della Bce

«Tre idee per l’Italia» 1) Contratti di formazione con ammortizzatori; 2) prelievo fiscale sui beni e non sul lavoro; 3) concorrenza libera: ecco il manifesto di Mario Draghi per aiutare i giovani e promuovere lo sviluppo di Mario Draghi ell’area dell’euro l’attività produttiva si espande a ritmi molto moderati, compressa dal rallentamento della domanda globale, dalla caduta della fiducia delle imprese e delle famiglie e dagli effetti sfavorevoli sulle condizioni finanziarie determinati dalle tensioni su alcuni mercati del debito sovrano. I rischi di un indebolimento ulteriore delle prospettive di crescita sono significativi, in un contesto di forte incertezza. L’aggravarsi della crisi ha una dimensione mondiale ed europea, ma la particolare vulnerabilità dell’Italia ha radici nazionali: l’alto livello del debito pubblico, i dubbi sulle prospettive di crescita della nostra economia, le incertezze e i ritardi con cui si provvede alla correzione degli squilibri e alle misure di rilancio della crescita. Il rendimento lordo dei BTP decennali, dopo essersi ridotto in agosto, è tornato su livelli molto elevati (ieri superava il 5,9 per cento). Dopo sei mesi di sostanziale ristagno, nel secondo trimestre di quest’anno il pil in Italia è tornato a crescere, ma a un ritmo molto modesto. Le vendite all’estero, che pur continuano a sostenere l’attività

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economica, risentono del minor vigore della domanda mondiale. Nei sondaggi, le imprese segnalano un indebolimento delle prospettive a breve termine e un deterioramento dei giudizi sulle condizioni per investire. Sulla domanda interna pesano la debolezza del reddito disponibile delle famiglie, la lenta ripresa dell’occupazione, la stessa incertezza sulle prospettive dell’economia. I principali previsori hanno rivisto al ribasso le aspettative di crescita per il prossimo anno; secondo il Fondo monetario internazionale sono appena positive.

Le banche italiane devono fronteggiare l’impatto del rischio sovrano sul funding, sul valore delle garanzie offerte per il rifinanziamento, sul loro mercato dei capitali. Ma l’esposizione delle nostre banche verso Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna è modesta, circa l’1 per cento del totale delle attività del sistema. È significativo l’investimento in titoli pubblici italiani. La situazione di liquidità a breve termine delle banche, pur mantenendosi

na corsa contro il tempo, contro la crisi, contro l’ultimatum dell’Europa. Una corsa in affanno e dalla meta incerta. La lettera che Berlusconi ha inviato all’Unione europea contiene promesse di cambiamenti rapidi e radicali, riforme sul lavoro e sulle infrastrutture, ritocco al sistema pensionistico.

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L’ancora governatore della Banca d’Italia Mario Draghi ritiene che la lettera dell’Italia all’Europa un passo importante «che contiene un piano di riforme organico per lo sviluppo, ora però si tratta di farle, con rapidità e concretezza. Sono misure coraggiose e per questo è necessario tutelare le fasce più deboli». Ma quanto tempo abbiamo? E soprat-

nel complesso bilanciata, risente del persistere delle tensioni, in particolare sui mercati all’ingrosso dove l’attività di provvista ha fortemente rallentato dall’estate. La Banca d’Italia continua a richiedere alle banche di mantenere posizioni di liquidità equilibrate: queste posizioni sono sottoposte, con cadenza settimanale, a un attento monitoraggio da parte della Vigilanza. Il tasso di crescita dei prestiti bancari a famiglie e imprese, pur in diminuzione, si è mantenuto in agosto su valori superiori a quelli all’area dell’euro. In settembre la crescita sui tre mesi è stata pari al 3,9 per cento in ragione d’anno. I sondaggi presso le imprese mostrano tuttavia un irrigidimento dei criteri di erogazione dei prestiti e difficoltà crescenti di accesso al credito. Anche secondo l’indagine sul credito bancario condotta dall’Eurosistema emergono segnali di un inasprimento delle condizioni di offerta di credito delle banche italiane, limitata per ora alla richiesta di rendimenti più alti. Elevate dotazioni di capitale permettono di fronteggiare il peggioramento ciclico, di contenere il costo della raccolta sui mercati. In

più occasioni abbiamo insistito affinché le banche realizzassero aumenti di capitale. La risposta è stata finora pronta e confidiamo che così sarà anche in futuro.

A livello europeo è previsto che i maggiori intermediari si dotino di adeguati buffer di capitale di elevata qualità entro la metà del prossimo anno. L’ammontare è determinato per ciascuna banca tenendo conto dell’esposizione al rischio sovrano. La richiesta di coefficienti patrimoniali temporaneamente più elevati è necessaria per fronteggiare le attuali preoccupazioni degli investitori, con benefici per la raccolta delle banche sui mercati all’ingrosso. Le nostre banche sono in grado di rispondere a questa nuova sfida. Abbiamo piena fiducia che, come in passato, le Fondazioni di origine bancaria sapranno farsi carico delle responsabilità che ricadono su di loro. Qualora necessario, saranno individuate e tempestivamente rese operative adeguate misure di backstop. Le difficoltà che il sistema bancario italiano si trova oggi a fronteggiare hanno origine al di fuori di esso. I pro-

tutto siamo sicuri che stiamo andando nella direzione giusta? Che sia questo il metodo più adatto? Che siano queste le riforme necessarie? «Chiedere a un Paese di fare una riforma strutturale come quella delle pensioni in due giorni è una cosa mai vista. A me sembra che la coppia franco-tedesca abbia bisogno di un capro espiatorio per giustificare l’incapacità dell’Europa di prendere una decisione chiara» diceva ieri l’economista francese Jean Paul Fitoussi, per il quale «il problema dell’Italia in questo momento è fronteggiare la turbolenza dei mercati finanziari. La riforma delle pensioni non ha nulla a che vedere con questo». Insomma c’è un po’ di confusione intorno al capezzale della grande malata. Che non è solo l’Italia ma l’intera Europa. Tanto più che non c’è solo l’ultimatum dell’Europa all’Italia c’è anche l’ultimatum della Cina all’Europa. «La Cina spera che l’Unione Euro-

blemi nel medio e lungo termine possono essere risolti alla radice solo aumentando il potenziale di crescita dell’economia italiana nel suo complesso e agendo sulla sostenibilità delle finanze pubbliche. Occorre dare piena e rapida attuazione alla manovra di settembre, in particolare definendo e realizzando rapidamente il previsto programma di revisione della spesa pubblica.

La capacità di risparmio è una risorsa storica dell’economia italiana. Nel 2010 la ricchezza netta delle famiglie era pari a oltre 8 volte il reddito disponibile, a fronte di valori inferiori, talora significativamente, degli altri principali paesi avanzati. Per l’Italia, il rapporto muta solo marginalmente se dalle attività si escludono i titoli di Stato detenuti direttamente o indirettamente dalle famiglie. La ricchezza accumulata riflette però i risparmi del passato; se non è alimentata da

pea prenda misure efficaci per risolvere la crisi del debito» avverte il portavoce del ministero degli esteri JiangYu in una conferenza stampa a Pechino. Che non è solo un auspicio ma una minaccia di cui i quotidiani cinesi spiegano estesamente il senso. Che in poche parole è questo: se l’Europa non riprende quota la Cina è pronta a ritirare quel 25% di debito europeo contenuto nel debito statunitense che la Cina ha acquistato. «La lettera dell’Italia è un passo importante, ma serve attuare riforme» dice intanto Mario Draghi, intervenendo all’87ma Giornata mondiale del Risparmio, in merito alla missiva-bozza inviata dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi all’Europa. Ci stiamo muovendo con ”mostruoso ritardo” però, come dice a liberal anche l’economista Luigi Bruni: «È stata un’illusione pensare che bastasse l’ultima manovra muovendo un poco la leva fiscale per fare fronte al debito. Si è trattato di una manovra di


27 ottobre 2011 • pagina 5

2010 il tasso di disoccupazione è aumentato di quasi 7,6 punti percentuali nella classe di età 15-24 anni (quasi 3 punti in più che nella media UE15); di 3,6 punti nella classe 25-34 anni e di 1,8 punti nella classe 35-64 anni. Vi ha contribuito l’accentuato dualismo del nostro mercato del lavoro; in caso di perdita dell’occupazione i nostri giovani sono poco protetti dagli strumenti esistenti di sostegno al reddito.

Ridurre la segmentazione

nuovi flussi viene intaccata in tempi brevi. Non mancano rischi in tal senso. Dall’inizio dello scorso decennio la propensione al risparmio è scesa di circa 4 punti percentuali, attestandosi nel 2010 al 12 per cento del reddito, un valore di quasi 2 punti inferiore al dato dell’area dell’euro.

La flessione è stata più accentuata nei nuclei appartenenti alle classi meno abbienti che, a fronte della stagnazione del reddito disponibile, hanno più difficoltà a comprimere i consumi di beni e servizi essenziali. Secondo l’ultimo sondaggio sugli Italiani e il Risparmio promosso dall’ACRI, solo il 13 per cento delle persone intervistate spera oggi di riuscire a risparmiare di più nel prossimo anno, il valore più basso mai registrato nella rilevazione. La riduzione del tasso di risparmio è dovuta in parte al progressivo invecchiamento della popolazione. È accentua-

ta non solo dal minor peso delle generazioni più giovani, ma anche dalle loro diminuite capacità di risparmio. Il peggioramento delle condizioni retributive all’ingresso nel mercato del lavoro, non compensato da una più rapida progressione salariale nel corso della carriera lavorativa, ha contribuito a contrarre la propensione al risparmio dei nuclei con capofamiglia giovane. Tra i giovani è aumentata la quota di famiglie con risparmio nullo o negativo; è salita al 32 per cento nel 2008 tra i nuclei con capofamiglia di età inferiore a 35 anni, dal 26 per cento nel 2000. Anche l’accresciuta instabilità dei redditi condiziona le opportunità e le scelte di risparmio dei più giovani. In assenza di una redistribuzione più equa

Parla l’economista Luigi Bruni

«S u b ito p atr i mo n ia le e ri for ma d e l l e p en s io n i . Con un nuovo gove r no» di Riccardo Paradisi

delle risorse fra le diverse generazioni, rispetto al passato i giovani dovranno contribuire in misura maggiore alle finanze pubbliche. Nel 1990, per un trentacinquenne, l’incidenza sul reddito delle imposte e dei contributi sociali, calcolata sull’arco della sua vita residua e

oggi esistente nel mercato del lavoro e rendere più universali, oltre che più efficaci e rigorose, le tutele fornite riequilibrerebbe le opportunità occupazionali e le prospettive di reddito, oggi fortemente sbilanciate a favore delle generazioni più anziane. Un contratto con protezioni crescenti nel tempo, l’introduzione di un moderno sistema di sussidi di disoccupazione, renderebbero il mercato del lavoro più fluido ed efficiente, oltre che più equo; ben disegnate, misure di tale tipo potrebbero anche favorire i livelli della partecipazione al mercato del lavoro. Ne beneficerebbe anche la propensione verso forme di risparmio più orientate sul lungo termine, che, opportunamente convogliate, potrebbero a loro volta

Occorre dare piena e rapida attuazione alla manovra di settembre, in particolare definendo e realizzando subito il previsto programma di revisione della spesa pubblica al netto del valore delle prestazioni sociali, era pari a meno del 20 per cento; per un trentacinquenne di oggi supera il 25 per cento. Sull’aumento influisce l’eccessiva lentezza nelle modalità del passaggio al metodo di calcolo contributivo per le pensioni; le generazioni relativamente più anziane sono state colpite in misura più limitata. La crisi ha acuito soprattutto le difficoltà economiche dei più giovani. Tra il 2007 e il

facilitare la nascita e lo sviluppo di imprese nuove e a più alto potenziale innovativo.

Le politiche che sospingono la crescita e il dinamismo economico accrescono le opportunità dei giovani. Allo stesso tempo, le iniziative necessarie per imprimere nuovo impulso allo sviluppo fanno leva sui giovani, allentando i vincoli che ne limitano il contributo. Rimuovere gli ostacoli all’attività econo-

propaganda, un pannicello caldo rispetto all’enormità della situazione ma che ha inciso profondamente sul ceto medio che sta già pagando l’aumento dell’Iva che ha avuto una ricaduta immediata sul potere d’acquisto delle famiglie. Per non parlare dei tagli agli enti locali: a Milano i pullman costano un euro e cinquanta per esempio, per non parlare dell’affanno dei servizi di welfare famigliare come gli asili. Anche aver tolto l’Ici sulla casa è stata una scemenza considerato che ha avuto come compensazione una pressione fiscale sui comuni. Sicché quando la situazione è arrivata al vaglio di ambienti dove si fanno i conti sul serio ci si è accorti che il re è nudo e sono partiti gli ultimatum». Anche perché, dice Bruni, se salta l’Italia salta l’intera Europa: «Sarkozy sa che con la situazione delle sue banche

mica abbattendo i costi di apertura e di gestione delle nuove imprese accresce la partecipazione economica delle nuove generazioni. Le nuove imprese, quelle cui gli economisti guardano con speranza sia per l’elevato potenziale innovativo sia per la capacità di stimolo dell’efficienza altrui, sono in prevalenza dirette da imprenditori con meno di 40 anni; esse tendono ad impiegare lavoratori più giovani. Ma saranno più competitive e dinamiche solo in presenza di un adeguato grado d’istruzione della forza lavoro, un fattore fondamentale di crescita in una “economia basata sulla conoscenza”.

Nel breve periodo un sostegno alla crescita può provenire da azioni di tipo macroeconomico. La composizione del prelievo fiscale può essere modificata, trasferendone il peso dalle imposte e dai contributi che gravano sul lavoro e sull’attività produttiva all’imposizione sulla proprietà e sul consumo. Ma un rilancio duraturo della crescita sostenibile passa soprattutto per le riforme strutturali da tempo invocate, in larga parte condivise ma tuttora inattuate: elevare la concorrenza nei mercati dei prodotti, in particolare nei servizi; costruire un contesto amministrativo e regolatorio più favorevole alle attività d’impresa; sospingere l’accumulazione di capitale fisico ed umano; innalzare i livelli di partecipazione al mercato del lavoro. Esse comportano una sostanziale ridefinizione delle priorità e del modus operandi delle politiche e delle amministrazioni pubbliche. Non possono trascurare, sotto la pressione di questo o quell’interesse costituito, singoli ambiti. Ben disegnate e ben comunicate, possono esplicare i loro effetti propulsivi sin da subito, migliorando la fiducia e le aspettative degli operatori, innalzandone la propensione a investire, riducendo gli spread sul nostro debito pubblico.

e con la minaccia che l’Italia porti a fondo anche il suo paese ha davvero poco da ridere. E infatti la sua una risata isterica dettata dalla preoccupazione. Una preoccupazione realistica perché quando la Bce smetterà di comprare i nostri debito conosceremo fatalmente l’esito greco».

Dunque? «Dunque si tratta di fare sul serio. A cominciare dall’introduzione di una seria patrimoniale. Se non si introduce una patrimoniale vera e non si mette mano seriamente alle pensioni non si va da nessuna parte. Ma è ovvio che un governo così debole, vittima di veti incrociati non può fare nulla. Per questo, non per altro, sarebbe necessario un passo indietro di questo esecutivo». Bruni vede all’orizzonte solo un governo tecnico: «Un governo con personalità specchiate e competenti». Non bastano manovre solo economiche occorre anche la forza politica per farle insomma.


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la crisi italiana

Il default di uno qualunque dei Paesi Ue provocherebbe un effetto domino sulle economie di tutto il mondo. Uno scenario catastrofico

Salvate il soldato Euro

La Commissione “ombra” delle Finanze Usa traccia la rotta che il Vecchio Continente deve tenere per uscire dalla crisi: ricapitalizzare le banche, una governance unica e maggiore onestà nella gestione dei conti. Misure da prendere subito na delle lezioni centrali della recente crisi finanziaria globale, e di altre crisi finanziarie che hanno colpito il mondo negli ultimi decenni, è che non riconoscere e non allocare in maniera credibile le perdite non le fa sparire. Al contrario, ritardare la reazione peggiora l’incertezza del mercato che si chiede chi perderà denaro e quanto ne perderà: questo peggiora e prolunga le reazioni negative delle Borse alle perdite. Ad esempio nel 2007 e nel 2008 i politici americani ed europei non riuscirono a rivolere le perdite nelle intermediazioni finanziarie, anche se questi problemi erano evidenti e riconosciuti dai mercati. Aspettando, questi politici hanno aggravato l’incertezza e sono stati costretti alla fine a rispondere soltanto alla fine del 2008: questo modo di fare ha aggravato i costi sociali ed economici della crisi. Al momento l’Europa affronta una crisi tridimensionale: la sostenibilità del debito alla luce dei problemi di sovranità; la solvenza delle banche e l’inadeguatezza dei capitali; la differente competitività delle nazioni dell’Eurozona. Questi

U

problemi sono correlati e il peso di ognuno di loro varia da Paese a Paese europeo.

L’Europa ha bisogno di rispondere con decisione a questi problemi. Sappiamo che questa risposta è dura, ma non esiste una via facile e indolore per uscire dalla crisi. Le decisioni necessarie che devono essere prese porteranno con loro costi sostanziali per i prossimi anni. I politici europei si devono ficcare bene in mente che quando vengono annunciate misure sul breve periodo i mercati analizzano se queste sono credibili e se possano assicurare la sostenibilità a lungo termine dei piani. Questo dato di fatto richiede che si risponda ai problemi di solvibilità, a quelli delle banche e a quelli della diversa competitività. Gli ingredienti di un programma simile includono che vengano riconosciute e allocate le perdite in atto; ma servono anche delle riforme delle politiche fiscali, un miglioramento della regolazione finanziaria e delle misure che spingano la crescita. Per rispondere a tutto questo in maniera rapida ed efficace,

l’Europa deve mettere in atto un piano in quattro punti. Al primo punto c’è la Grecia, la nazione con più evidenti problemi economici e fiscali dell’Eurozona: deve ristrutturare il proprio debito a un livello sostenibile. Mentre assistono Atene nella sua ristrutturazione (che deve includere misure per la crescita) i leader europei devono rassicurare il mondo sul fatto che il resto del Continente è protetto da ogni rischio di contagio. Una risposta efficace include un piano per allocare le perdite relative alla Grecia in un modo che, dunque, eviti ogni possibile infezione. Al secondo posto c’è una formula credibile e tra-

Tutti i politici devono capire: le loro misure sono studiate dal mercato

sparente che riconosca le perdite in atto. I governi europei devono rassicurare sul fatto che le banche saranno capitalizzate in maniera adeguata: in questo modo ridaranno fiducia ai mercati sul sistema finanziario. Questo significa che le banche che al momento sono esposte a rischi potenziali di grandi perdite siano abbastanza forti da evitare il rischio di insolvenza: questo può avvenire sia tramite la protezione di garanzie governative oppure attraverso una ricapitalizzazione attraverso fondi pubblici e privati. È necessario prendere subito questa decisione, perché i bailout precedenti hanno indebolito in maniera significativa le finanze pubbliche. Al terzo posto c’è la necessità di trovare nuovi e sufficienti fonti fa una fonte che sia grande, coordinata e credibile. In questo modo si eliminerà l’incertezza sulla sostenibilità dei debiti sovrani europei.

Ma serve che le nazioni riconoscano i propri debiti, impliciti ed espliciti, e ottengano un sostegno di liquidi. Ad esempio la Banca centrale europea, il

Fondo monetario internazionale e gli Stati del Vecchio continente potrebbero unirsi per garantire i debiti sovrani a rischio. I fondi da queste istituzioni, però, dovrebbero essere accessibili soltanto da quei governi che abbiano messo in atto le riforme necessarie per renderli in un tempo ragionevole. Fino ad oggi, nonostante il Fondo europeo di stabilità finanziaria abbia dato un certo sostegno, questo si è dimostrato insufficiente a risolvere l’incertezza dei mercati.

Secondo noi, tra l’altro, il sostegno del Fondo senza un credibile impegno da parte degli Stati membri significa soltanto una tassa inflattiva. Al quarto posto c’è un piano sostenibile e di lungo periodo, a cui i membri dell’Eurozona devono aderire per risolvere i problemi di competitività che dividono i Paesi membri. I tassi di scambio in Borsa di alcune delle nazioni dell’Europa meridionale sono di fatto iper-valutati rispetto alle nazioni del nord. Per risolvere questo problema ci sono tre passi evidenti da compiere il prima possibile. Il primo approccio (quello passivo) preve-


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Il ministero degli Esteri: «Aiutiamo volentieri, se c’è solidità politica»

Mentre Pechino avverte: «Pronti a ritirare i capitali» Il governo cinese chiede “misure serie e immediate” per mantenere i suoi 600 miliardi nelle nostre economie di Vincenzo Faccioli Pintozzi a Cina ha 600 miliardi di euro investiti nell’Eurozona. E li ha suo malgrado, dato che se li è trovati in cassa dopo aver acquistato – allo scoperto o protetti dall’ombra – il debito estero degli Stati Uniti. I quali, nel tempo, hanno messo il 25 per cento dei propri risparmi nel Vecchio Continente. Ora Pechino non sa bene cosa fare di questi denari, ma il messaggio politico è abbastanza chiaro: se l’Europa non sceglie una strada accettabile e sostenibile per salvare il proprio bilancio. Lo ha detto ieri Jiang Yu, portavoce del ministero degli Esteri, che in conferenza stampa ha chiarito: «Pronti ad aiutare l’Unione, se avremo davanti una politica unitaria e unita. I nostri fondi restano lì, ma speriamo in un piano risoluto e in grado di salvare il bilancio». Una dichiarazione che a un occidentale sembra conciliante, ma che per un asiatico suona come una campana a morte: senza decisioni, ritiriamo i fondi. D’altra parte, la Cina ha diverse armi a sua disposizione: chi ha abbastanza soldi e, soprattutto, interesse ad investire nel salvataggio della zona euro? Pechino, of course. In caso d’accordo il Fondo di salvataggio potrebbe essere dotato di un effetto leva per aumentarne la potenza di fuoco a oltre mille miliardi di euro. Ciò sarebbe reso possibile attraverso l’emissione di garanzie o l’accesso ad un veicolo speciale d’investimento (Spv), dedicato alla raccolta di fondi presso investitori terzi. Questo fondo sarebbe in grado di emettere obbligazioni e di acquistarne sul mercato secondario per sgravare gli Stati.

L

strativo destinato all’area dell’euro. Questa proposta sarebbe più semplice e flessibile rispetto alla creazione di un Spv. Ma il Fondo resta uno strumento di fatto occidentale, nelle mani e nelle disponibilità dell’Occidente.

La Cina, invece, ha conti e politiche proprie. E non è un caso che Klaus Regling, il capo dell’Efsf (il Fondo Salvastati europeo), abbia pianificato una visita a Pechino per domani. Un diplomatico di Bruxelles, rimasto nell’anonimato, ha assicurato che la Cina sarebbe disposta a continuare a sostenere l’Europa, ma che non c’è «nulla di concreto e dettagliato» in merito alla sua partecipazione nel veicolo speciale d’investimento. «Finora, la Cina ha sempre preferito aiutare (l’ Europa), caso per caso, perché questo facilita l’ottenimento delle concessioni sugli investimenti, il commercio, le importazioni a un livello più interessante di quello dell’Unione europea» secondo l’analisi di Paul Sheehan, chief executive del fondo di investimento Thaddeus Capital, di Hong Kong. Le discussioni a tal proposito avranno luogo probabilmente con gli investitori cinesi proprio domani. Ma dopo la Cina7 e l’Fmi, chi altro vuole davvero salvare la zona euro? I mercati emergenti, apparentemente, non sembrano sgomitare e tanto meno essere troppo entusiasti. L’Argentina ha detto chiaramente che non avrebbe partecipato al salvataggio della zona euro, mentre Russia, India e Sud Africa non si sono ancora schierati. Per quanto riguarda il Brasile, che ha affermato di non aver alcuna intenzione di comprare debito europeo, ha tuttavia dichiarato, per voce del suo primo ministro Guido Mantega, che il Paese potrebbe accettare l’apporto di un sostegno finanziario attraverso il Fondo Monetario Internazionale. Ma in cambio, il Brasile esigerebbe una rivalutazione del peso degli emergenti nell’istituzione, aspetto che potrebbe rappresentare un problema per altri membri, come gli Stati Uniti. Klaus Regling dovrà recarsi anche a Tokyo questo fine settimana, dopo la sua visita in

Oltre alla Cina, anche l’Fmi e i Paesi emergenti potrebbero intervenire

Ma l’Europa deve ancora sincerarsi della buona volontà degli investitori esterni, siano essi sovrani o privati. Chi sosterrà il fondo di sostegno della zona euro? Questa è la domanda del giorno. Il Fondo monetario internazionale (Fmi) sembra pronto a provvedere ai bisogni del fondo di soccorso. Un funzionario dell’Fmi ha dichiarato martedì che l’istituzione starebbe studiando questa possibilità, ma nessuna decisione sarebbe stata ancora presa: «Questo dipenderà dal pacchetto complessivo». Un funzionario di Bruxelles ha confermato l’interesse dell’Europa e del Fondo circa questa soluzione, aggiungendo che questo potrebbe anche ospitare un conto ammini-

Cina. Una visita non ufficiale, ma, c’è da scommettere, non turistica. In gioco c’è l’Europa, e le mani (e le tasche) chiamate a salvarla.

de semplicemente un doloroso aggiustamento deflattivo dei prezzi e dei salari, nel sud, per diversi anni a venire. Questo approccio prevede un rallentamento della crescita, un alto tasso di disoccupazione e delle potenziali instabilità politiche: tutti fattori che minerebbero il necessario consolidamento fiscale. Questo approccio è sbagliato, e garantisce piccoli risultati a fronte di grandi costi.

Un secondo approccio potrebbe essere questo: alcune nazioni lasciano immediatamente l’Eurozona. Questo potrebbe provocare gravi danni ai mercati, minando nel contempo la fiducia nelle istituzioni europee e l’impegno per l’integrazione. Un terzo approccio potrebbe venire dal rilassamento del processo di aggiustamento attraverso una ri-stabilizzazione della competitività tramite un maggior tasso di inflazione, per diversi anni, nell’Eurozona. Questo implicherebbe una tassa inflattiva nel nord e un aggiustamento deflativo nel sud. Ma per rendere credibili queste riforme sarebbe necessaria una riforma della governance, nell’Eurozona e nell’Unione europea. Quale che sia l’opzione scelta, è fondamentale che la regolazione internazionale delle banche venga cambiata, perché gli standard dei capitali bancari fissati dalla Commissione Basel e in atto dal 1989 hanno contribuito in maniera importante alla crisi. Come ha detto Mario Draghi, presidente della Bce, «l’esistenza di alcuni buchi nella Basel è stata uno dei fattori principali nella crisi». Il mondo intero ha estremamente bisogno di una risoluzione credibile e urgente della crisi dell’Eurozona e di una rettifica dei regolamenti bancari. Ci sono diversi canali attraverso cui si potrebbe trasmettere il problema europeo al resto del mondo, se non si risponde in maniera efficace a questa situazione. Fallire nello scopo di fissare gli standard di capitale delle banche continuerà a fornire incentivi artificiali agli istituti di credito per la gestione del debito sovrano senza curarsi della qualità dello stesso: semi per una crisi futura. Se poi i capitali abbandonano le economie europee più deboli, c’è un grave rischio di vederli andare via anche dai mercati emergenti e da quelle nazioni che hanno dei tassi troppo alti nel rapporto deficit-Pil, in particolare quelli con profili di maturazione a breve termine. Questo provocherebbe tassi di interesse ancora più alti e una contrazione del credito in tutte queste piazze. Ecco perché è necessario e urgente migliorare le risorse dell’Fmi, per fornire liquidità a quei mercati emergenti che verrebbero dan-

neggiati da un piano fallimentare per il salvataggio dell’Eurozona. In America Latina gli impatti negativi potrebbero essere amplificati dal fatto che sono le banche europee a detenere una grande porzione degli istituti di credito locali. Se le banche europee vengono colpite dalla crisi in casa propria, è molto probabile che decidano di trasferire i propri fondi dalle operazioni impegnate in Sud America per riportarli alla base. E questo creerebbe una contrattura molto pericolosa del credito nelle economie latinoamericane. L’economia statunitense è esposta finanziariamente in maniera diversa. Circa il 40 per cento degli assetti fondiari statunitensi nel mercato comune sono investiti in prodotti a breve termine delle banche europee. Se queste banche non riescono ad onorare le proprie obbligazioni, espongono questi fondi monetari al rischio di esplosione: servirebbe un altro bailout dopo quello che è seguito al fallimento di Lehman Brothers nell’agosto del 2008. Gli investitori mondiali sono esposti attraverso gli investimenti di equità in Europa. Una crisi europea creerebbe un significativo declino del valore dell’equity europeo, questo produrrebbe non solo delle perdite dirette negli investitori delle altre economie, ma porterebbe a un crash dei mercati.

Se non si risponde in maniera adeguata ai problemi dell’Europa potrebbe verificarsi anche un’interruzione seria della finanza di mercato, e quindi un crollo del commercio globale. Questo risultato sarebbe amplificato da una contrazione sostanziale nell’economia reale europea, che a sua volta aprirebbe la porta a un declino delle esportazioni da tutte quelle nazioni che oggi inviano le loro merci al Vecchio Continente. I maggiori partner commerciali europei – Stati Uniti, Cina e Giappone in primis – soffrirebbero. In conclusione ci sono anche dei rischi non prevedibili. Per esempio, sarebbe difficile per i regolatori conoscere l’estensione dei rischi che potrebbero colpire gli strumenti finanziari e le istituzioni finanziarie europee. Nel 2008, negli Stati Uniti, Aig venne salvata in parte anche perché i regolatori temevano che fosse eccessivamente esposta alle controparti nella zona del default del credito. Chi sa se non esistono altre potenziali Aig, collegate alla crisi dell’Eurozona. Il succo di tutto questo è che il tempo è l’essenza. Le azioni per rispondere alla crisi europea in una maniera credibile e sostenibile sono urgenti, devono essere intraprese il prima possibile. E serve anche una regolazione dei capitali delle banche di tutto il mondo, che devono essere riformati il prima possibile.


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Alla preghiera in comune, che ha scatenato la furia dei tradizionalisti di tutti i cr

Ognuno per sé

Oggi ad Assisi si riuniscono i capi delle religioni mondiali. Per dare un segnale di unità e favorire il dialogo fra le fedi senza scivolare nel sincretismo di Luigi Accattoli cristiani non devono mai cadere alla tentazione di diventare lupi tra i lupi»: è una parola forte di Papa Benedetto pronunciata ieri durante la “preghiera per la pace”che ha presieduto nell’Aula Nervi in preparazione della Giornata di oggi ad Assisi, dove l’invocazione della pace si farà universale, seppure svolta da ognuno “nel segreto della sua camera”, come vuole il Vangelo.

«I

Vi saranno circa trecento partecipanti, in rappresentanza di tutte le Chiese cristiane e di tutte le religioni mondiali. A ciascuno verrà data una stanza per la preghiera personale, collocata a metà giornata, mentre in due pubbliche assemblee, ad apertura e a chiusura dell’appuntamento, verranno formulati gli impegni dei vari gruppi e di tutti nella costruzione della pace. In quella preghiera “nel segreto” è una delle novità dell’evento di oggi rispetto a quello che si tenne in questa stessa data 25 anni fa, su iniziativa di Papa Wojtyla. Dopo il monito Benedetto XVI, evangelico sulpontefice della Chiesa la tentazione cattolica romana. Il di farsi “lupi Papa ha invitato i tra i lupi” – leader delle religioni che ho citato mondiali e alcuni sopra – Beesponenti dell’ateismo nedetto ieri a riunirsi per una ha così conGiornata interreligiosa il tinuato di confronto e dialogo. suo richiaIn alto l’interno della mo alla rabasilica di Santa Maria dicalità degli Angeli

della scelta cristiana contro ogni uso della guerra: «Non è con il potere, con la forza, con la violenza che il regno di pace di Cristo si estende, ma con il dono di sé, con l’amore portato all’estremo, anche verso i nemici. Gesù non vince il mondo con la forza delle armi, ma con la forza della Croce, che è la vera garanzia della vittoria». Il rovesciamento evangelico dei criteri umani per la costruzione della pace il Papa l’ha poi descritto con un suggestivo richiamo alla simbologia della statua dell’apostolo Paolo che si trova in piazza San Pietro e che “tiene nelle mani una spada”. «Chi non conosce la storia di quest’ultimo – ha detto – potrebbe pensare che si tratti di un grande condottiero che con la spada avrebbe sottomesso popoli e nazioni, procurandosi fama e ricchezza con il sangue altrui. Invece è esattamente il contrario: la spada che tiene tra le mani è lo strumento con cui Paolo venne messo a morte».

Nella conclusione del discorso il Papa ha formulato così le finalità della giornata di oggi «in un mondo ancora lacerato da odio, da divisioni, da egoismi, da guerre: favorisca il dialogo tra persone di diversa appartenenza religiosa e porti un raggio di luce capace di illuminare la mente e il cuore di tutti gli uomini, perché il rancore ceda il posto al perdono, la divisione alla riconciliazione, l’o-

Gli stessi ambienti tornarono a farsi sentire il gennaio scorso. Anche l’ala lefebvriana, che sta trattando la piena “riconciliazione”con il Papa, insorse giudicando “catastrofiche” le due decisioni benedettiane di convocare questa Giornata e di beatificare Giovanni Paolo, che fu l’inventore della prima. Ultimamente hanno parlato di “scandalo” per l’evento di oggi e hanno indetto, in contemporanea, una “giornata di riparazione”per ta-

Benedetto ha voluto che il ritorno ad Assisi avvenisse con alcune novità – le principali sono tre o quattro – rispetto al 1986 e tutte nella direzione di un maggiore controllo dottrinale dell’evento. Anche per non scatenare troppe opposizioni dio all’amore, la violenza alla mitezza, e nel mondo regni la pace».La Giornata di oggi era stata annunciata da Benedetto il 1° gennaio scorso e viene a porsi come quarta Giornata delle religioni ad Assisi a ricordo e rilancio della prima e dopo quelle del 1993 e del 2002. Fin dall’indizione, la Giornata del 1986 fu duramente contestata dai tradizionalisti – destino toccato poi a tutte le altre – che vollero vedervi un “cedimento” all’idea che “tutte le religioni si equivalgono”.

le scandalo. Anche tenendo presente questa opposizione, Benedetto ha voluto che il ritorno ad Assisi avvenisse con alcune novità – le principali sono tre o quattro – rispetto al 1986 e tutte nella direzione di un maggiore controllo dottrinale dell’evento in modo da evitare contaminazioni e sincretismi. Le novità sono sia nelle parole usate, sia nella trama dell’evento. Ci saranno il pellegrinaggio e l’affermazione del “comune impegno per la pace” come nel 1986; e


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redi, si è preferito un’orazione ognuno in una cella diversa. Come dice il Vangelo

é, Dio per tutti

Attesi oltre 180 leader dal mondo

Musulmani, atei e indù insieme Ad Assisi sono attesi 176 esponenti di diverse tradizioni religiose non cristiane e non ebraiche.Dalle religioni tradizionali dell’Africa, dell’America e dell’India agli esponenti delle fedi tradizionali. Dall’India sono attese 5 personalità indù con 2 accompagnatori. Tra di esse vi è il prof. Rajhmoon Gandhi, nipote del Mahatma Gandhi, che già partecipò alla Giornata del 1986.Vi sono poi 3 jainisti, 5 sikh, 1 zoroastriano e 1 Bahai, che per la prima volta è presente ad una Giornata di Assisi. Vi saranno anche 67 buddisti, di cui 16 capi-delegazione provenienti dal 11 Paesi: e poi shintoisti, taoisti e monaci zen. Dai Paesi arabi e medioorientali, e dai Paesi occidentali sono attesi 48 musulmani. Tra le personalità provenienti da questi Paesi, precisamente dall’Azerbaigian, è da notare lo Sheick-ul Islam Allahshukur Pashazade, presidente della Direzione dei Musulmani del Caucaso. Si può inoltre rilevare la presenza di un rappresentante del Re dell’Arabia Saudita e Custode delle 2 Sacre Moschee.Vi è stato un crescendo di partecipanti musulmani: 11 nel 1986, 32 nel 2002, 50 quest’anno.

come nel 2002 le delegazioni – Papa compreso – arriveranno la mattina in treno da Roma. Il treno, un Freccia Argento delle Ferrovie dello Stato, partirà dalla stazione vaticana alle otto del mattino. Sono nuovi: l’estensione dell’invito a “personalità” del mondo della cultura e della scienza; la mancanza di momenti pubblici – sia isolati, sia collettivi – di preghiera delle diverse religioni. L’evento del 1986 aveva come titolo Giornata mondiale di preghiera per la pace e non aveva un “tema”. Stavolta il titolo è Giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo – vi è chiara l’intenzione che la preghiera sia un momento e non il tutto della giornata – e il tema è Pellegrini della verità, pellegrini della pace. Il tema fa perno sulla parola “verità” che è centrale in Papa Benedetto: Caritas in Veritate è il titolo dell’ultima enciclica pubblicata nel 2009.

L’invito a intellettuali e scienziati, anche non credenti, è ricondotto al fatto che il dialogo per la pace “non esclude nessuno”, com’era detto in una nota pubblicata il 2 aprile: “Per questo motivo, saranno invitate a condividere il cammino dei rappresentanti delle comunità cristiane e delle principali tradi-

Il titolo è “Giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo”: vi è chiara l’intenzione che la preghiera sia un momento e non il tutto della giornata. Mentre il tema è “Pellegrini della verità, pellegrini della pace” zioni religiose anche alcune personalità del mondo della cultura e della scienza che, pur non professandosi religiose, si sentono sulla strada della ricerca della verità e avvertono la comune responsabilità per la causa della giustizia e della pace in questo nostro mondo”.

I non credenti che saranno oggi ad Assisi sono il filosofo italiano Remo Bodei, il filosofo messicano Guillermo Hurtado, l’economista austriaco Walter Baier e la filosofa e psicanalista francese Julia Kristeva, che prenderà la parola nella fase finale dell’incontro di apertura nella Basilica di Santa Maria degli Angeli, dopo otto interventi di esponenti religiosi tra i quali il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I e il rabbino David Rosen del Gran Rabbinato di Israele. Dopo Julia Kristeva parlerà Benedetto XVI – verso mezzogiorno – e sarà l’unico suo discorso della giornata. Ecco dunque chiarite due no-

vità: non è solo giornata di preghiera, non vi sono chiamati solo i “religiosi”. Essendoci anche non credenti, non viene proposta alcuna preghiera coinvolgente tutti e non viene neanche formulato l’invito al digiuno, come le altre volte, ma a un “pranzo frugale condiviso dai delegati”, che si farà alle 13 nei refettori del convento di Santa Maria degli Angeli: «Un pasto all’insegna della sobrietà, che intende esprimere il ritrovarsi insieme in fraternità e, al tempo stesso, la partecipazione alle sofferenze di tanti uomini e donne che non conoscono la pace».

La novità più grande è quella della preghiera silenziosa, che è nominata due volte nella nota.“Sarà poi – cioè dopo il pranzo – lasciato un tempo di silenzio, per la riflessione di ciascuno e per la preghiera”. Nel pomeriggio, tutti i presenti in Assisi parteciperanno a un “pellegrinaggio” che salirà da Santa Maria

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degli Angeli verso la Basilica di San Francesco: “Con esso si intende simboleggiare il cammino di ogni essere umano nella ricerca assidua della verità e nella costruzione fattiva della giustizia e della pace. Si svolgerà in silenzio, lasciando spazio alla preghiera e alla meditazione personale”. Il “tempo di silenzio, per la riflessione e/o la preghiera personali” – che viene dopo il pranzo e dura 90 minuti – è presentato così nel programma ufficiale: «A ciascuno dei partecipanti sarà assegnata una stanza nella casa di accoglienza adiacente al Convento di S. Maria degli Angeli».Non vi saranno dunque preghiere collettive, né di tutte le religioni nello stesso luogo, né di ognuna in un proprio luogo, come invece si erano avute – in ambedue le forme – nel 1986. Il pregare in silenzio e in stanze separate – deve aver argomentato il Papa teologo – toglierà ogni idea di una preghiera comune e dunque eliminerà una delle obiezioni capitali che erano state mosse all’appuntamento di 25 anni addietro.

La conclusione della Giornata avverrà «all’ombra della Basilica di San Francesco, là dove si sono conclusi anche i precedenti raduni»: cioè nel piazzale della Basilica inferiore, con inizio alle 16,30. Lì «si terrà il momento finale, con la rinnovazione solenne del comune impegno per la pace». Ed era stato appunto lì che nel 1986 le delegazioni avevano proposto – in sequenza – ognuna la propria preghiera. Verrà letto a più voci un testo concordato, un paragrafo a testa: per primo leggerà il patriarca Bartolomeo I, poi un luterano, un sikh, un esponente del Patriarcato di Mosca, un battista, un musulmano, un cristiano di Siria, un taoista, un buddhista, uno scintoista, un rabbino, un cristiano della Riforma e per ultimo uno dei quattro “non credenti”. L’ultima paragrafo spetterà a Benedetto XVI. In questo ritorno ad Assisi è da cogliere un segnale importante che il Papa teologo vuol mandare al mondo quanto alla fragilità della pace sulla terra, oggi più che mai insidiata da fuochi a matrice religiosa. Nonché un segnale riguardante la “continuità” con i precedenti Pontificati. Come ama riprendere la “croce papale”, che fu propria dei Papi di prima del Concilio, così Benedetto intende restare fedele ai grandi lasciti dei Papi conciliari: Assisi – come già le visite alle sinagoghe e alle moschee – è tra essi. Fedele ai predecessori che invitarono a guardare più ampiamente, ma secondo la propria calibrata misura di ogni atto, che non trascura mai la ricerca della verità. Quella di oggi – dicevo – sarà la quarta Giornata di Assisi per la pace. La prima avvenne alla stessa data nel 1986 con il tema e le modalità già ricordate. La seconda si fece il 9 e 10 novembre 1993 in riferimento alla guerra di Bosnia ed ebbe il titolo di Veglia di preghiera per la pace in Europa e in particolar modo nei Balcani. Oltre alle Chiese cristiane erano presenti ebrei e musulmani d’Europa. La terza ebbe il titolo di Giornata di preghiera per la pace nel mondo e si fece il 24 gennaio 2002, quattro mesi dopo l’attentato islamista alle Torri Gemelle di New York. Il cardinale Joseph Ratzinger non era stato presente – si disse per dissenso sulle modalità di svolgimento dell’evento – ai primi due tra questi appuntamenti, ma fu presente a quello del 2002 e in seguito ne parlò sempre con www.luigiaccattoli.it favore.


politica

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Gazzarra indecorosa a Montecitorio: un altro segno di una maggioranza che non ha più alcun contatto con la realtà

La first sciura

È la signora Bossi, baby-pensionata a 39 anni: l’altra sera Fini lo ha ricordato in tv, perciò ieri la Lega lo ha aggredito e il Senatùr l’ha mandato a quel paese. Mentre l’Italia reale affogava nel fango e quella politica veniva bocciata in Europa di Marco Palombi

ROMA. Una cosa va detta: anche se per il motivo sbagliato, la Lega ha correttamente individuato la causa dei suoi problemi in Gianfranco Fini. È da quel famoso giorno di aprile del 2010 in cui il presidente della Camera fu fatto oggetto di un processo stalinista, corredato dalla successiva espulsione a luglio, che le cose non vanno più avanti: senza la fiducia l’aula di Montecitorio non approva più niente di significativo e adesso si è arrivati al punto che persino la legge sul burqa o un’innocua mozione di Italia dei Valori sulla crisi della società Irisbus rischiano di mandare all’obitorio la maggioranza. Se a questo s’aggiunge lo psicodramma un po’ ridicolo sulle pensioni che domina il dibattito nel centrodestra si capisce come ieri non potesse che avvenire ciò che è accaduto. Ci si riferisce alla prevista gazzarra iniziata in aula dalla Lega proprio contro Gianfranco Fini, reo di lesa maestà e unico capro espiatorio contro cui gli scontenti parlamentari del Carroccio possono sfogare la loro frustrazione per un governo che gli sta alienando sempre più le simpatie di elettori e militanti. Il leader di Futuro e Libertà, d’altronde, aveva consapevolmente fatto l’unica cosa che i lumbard non possono accettare: aveva osato trattare Umberto Bossi da furbetto del quartierino. Di più: per farlo aveva nominato l’innominabile, la signora Manuela Marrone, moglie del Senatùr, a parere di molti - e non solo nelle redazioni dei giornali - in questa fase vero dominus del partito insieme a Rosi Mauro, a cui

l’accomuna - per contrappasso padano - la nascita terrona. Si capisce che Umberto Bossi, colpito negli affetti più cari, abbia voluto replicare nel suo tono più istituzionale: «Fini andasse a quel paese» (proprio così, non è la traduzione di un’espressione più cruda).

Ma qual è la colpa del presidente della Camera? Era successo che martedì sera il nostro se n’era andato ospite a Ballarò e lì aveva ingaggiato singolar tenzone con ministri del calibro di Mariastella Gelmini e Gianfranco Rotondi: in quella occasione, discettando coi due di pensioni, a Fini era scappato alla bocca la voglia d’essere “un po’ cattivello”. Il motivo per cui la Lega si oppone ad una riforma delle pensioni di anzianità? «Forse non tutti sanno che c’è una insegnante che è andata in pensione nel 1992 a 39 anni: è la

Anche una rissa in Aula, davanti allo sguardo divertito di una scolaresca

moglie dell’onorevole Bossi». La ministro dell’Istruzione è trasalita: «Una caduta di stile», ha replicato. «Un pezzo di macchina del fango», ha buttato lì Rotondi. «Tutte le volte che viene fuori un pezzo di verità, saltate sulla sedia», ha concluso il presidente della Camera, non prima di aver attribuito le cautela del centrodestra quando si parla di patrimoniale «al fatto che Silvio Berlusconi è il primo contribuente italiano». Al Cavaliere però, si sa, queste cose gli scivolano addosso come il sapone durante le sue molte docce, mentre la signora Marrone – che peraltro ancora insegna alla Bosina, scuola privata riccamente sussidiata dallo Stato – non è abituata ad essere tirata in mezzo e ha fatto scatenare la contraerea, anche perché non è mica una passante: possiede un terzo del simbolo della Lega insieme al marito e al senatore

Leoni. Dunque, sotto con l’attacco a Fini da parte del gruppo parlamentare - spalleggiato da Pdl e Responsabili con la richiesta dell’intervento di Napolitano - e del marito offeso davanti ai microfoni dei giornalisti a cui volentieri, altre volte, riserva i suoi insulti (giusto martedì sera l’ultimo: un «fora di ball» all’indirizzo di una collega). «Fini andasse a quel paese. Quando uno va in pensione ci va con le regole che ci sono in quel momento», ha messo a verbale il senatur. Parole sacrosante, visto che la signora all’epoca “faticava” per due, non essendo lui ancora versato nel portare lo stipendio a casa.

Il problema è che la protesta in aula contro il presidente della Camera s’è trasformata in una rissa da saloon sotto gli occhi divertiti di una scolaresca in visita a Montecitorio. Prima


Dagli insulti alla bandiera a quelli a Draghi: ma la moglie del Senatùr non si tocca del fattaccio aveva preso la parola il capogruppo Marco Reguzzoni: «È assolutamente inopportuno il comportamento di Fini in questi giorni, che si sieda in una trasmissione televisiva alla pari di altri leader politici. Allora non può ricoprire in senso alto il suo ruolo. E poi c’è la caduta di stile incredibile di coinvolgere la moglie del ministro Bossi, offendendo centinaia di migliaia di persone che usufruiscono di trattamenti pensionistici in regola con le norme dell’epoca». Quello di Fini, dice il lumbard, è un attacco «contro un movimento come la Lega che non ha mai fatto gossip, non ha mai fatto il nome della moglie del presidente della Camera, lei sì coinvolta in atti di gossip e di cronaca giudiziaria. Ma in tutto questo, noi abbiamo in Parlamento un movimento politico che non si è mai presentato alle elezioni ma che ha nel simbolo il nome del presidente Fini e questo è completamente inaccettabile». Applausi dalla maggioranza, coro “dimissioni, dimissioni”. A quel punto tenta di prendere la parola Italo Bocchino, ma le urla dei leghisti glielo impediscono e la presidente di turno Bindi decide di sospendere la seduta. È in questo momento che il deputato di Fli, Claudio Barbaro, che è agile perché di mestiere fa il dirigente sportivo, si getta contro il collega leghista Fabio Rainieri, tozzo agricoltore parmense famoso a Montecitorio per essere uno degli splafonatori delle quote latte. La colluttazione tra i due è stata purtroppo interrotta da un certo numero di commessi, ma la calma non è tornata: lo splafonatore, che s’era inizialmente ritrovato costretto nel suo scranno, si rovesciava una volta libero verso l’esterno dell’Aula cercando vendetta. Una volta in Transatlantico, giacca aperta, camicia di fuori, rosso in viso, veniva però accerchiato di nuovo dagli assistenti parlamentari che – tirando il nostro come un torello – tentavano di rimetterlo in stalla: lavoro improbo ma riuscito se è vero che il buon Rainieri pochi minuti dopo era seduto al ristorante della Camera, dove i leghisti avevano occupato però i posti riservati alla Stampa parlamentare scatenando l’ennesimo, piccolo, caso di giornata.Va segnalata, infine, almeno la replica di Fini: ho ascoltato Reguzzoni, ha detto, ma «non è questa la sede in cui il presidente della Camera ha la possibilità di rispondere in termini politici a quanto è stato osservato, proprio perché, se lo facessi, finirei in qualche modo per confermare quella, a mio modo di vedere, insussistente accusa di partigianeria che mi è stata mossa». Il sangue, in quel momento, era tornato a defluire dalla testa dei leghisti: un coretto di dimissioni, il vaffa di Bossi e una preghierina al Quirinale. Giornata chiusa.

Per la Lega, la famiglia Bossi è più importante dell’Italia Perché in uno dei giorni più difficili per il Paese, il Carroccio e il Pdl non trovano di meglio da fare che difendere la “casa” del vecchio leader? di Giancristiano Desiderio ini è presidente della Camera ma non è muto. Parla e qualche volta dice anche delle cose sensate. L’altra sera, per esempio, seduto sulla poltrona del salotto televisivo di Giovannino Floris, parlando delle pensioni e della posizione anti-europea della Lega ha creduto opportuno far sapere agli ascoltatori che la moglie di Bossi «è andata in pensione a 39 anni». Apriti cielo. Di fronte a lui sedeva la ministromaestrina, Mariastella Gelmini, che ha subito detto che per il presidente della Camera dei deputati «è stata una caduta di stile». Il giorno dopo, quanto allo stile, sia i leghisti sia i deputati del Pdl, da Reguzzoni a Cicchitto, hanno dimostrato di averne in abbondanza. Urla, strepiti, risse e naturalmente il bravo Fabrizio Cicchitto che ha pensato bene di «investire la massima autorità dello Stato». Mi sembra giusto, opportuno e sensatissimo, infatti - credo lo sia anche per voi - che il presidente della Repubblica nel bel mezzo di una crisi economica senza precedenti e mentre il governo deve dare risposte tempestive a Bruxelles si occupi di sapere se Fini ha detto la verità o no sulla baby pensione della moglie di Bossi, e se la detta se la poteva dire perché è noto che il presidente della Camera può dire solo bugie.

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Le cose che accadono in Parlamento e dintorni sembrano uscite dal set delle “simpatiche canaglie”. Solo che al volante di una Ford, vecchio tipo cabriolet, c’è un capo del governo che ci sta portando tutti a battere. E c’è poco da ridere. C’è anche poco da stare a litigare. La Lega ha tutto il diritto di rispondere per le rime al suo ex alleato Fini, ma proprio ora? Non vi pare che al momento tutto il Paese, dando anche uno sguardo al cielo e alle nuvole - perché siamo diventati anche un Paese in cui non può più piovere che si annega in pieno centro cittadino - abbia qualcos’altro a cui pensare? Il Parlamento, soprattutto il Parlamento, dovrebbe svolgere una funzione di controllo e di indirizzo e invece stando a Reguzzoni e Cicchitto si deve occupare di televisione. Per il capogruppo della Lega quello che dice cose banali come se stesse creando lì per lì la Divina commedia - il problema principale è che il presidente della Camera non può e non deve andare in televisione. Altro non c’è. Eppure, affrontiamo di petto quanto dicono gli amici nati e cresciuti nel mito della Padania. Il punto non è se Fini possa parlare o debba tacere, bensì se Fini ha detto la verità o una menzogna. I leghi-

sti ci devono dire come stanno le cose? I leghisti sono venuti al mondo per pensate un po’ che compito ingrato! moralizzare il mondo. I leghisti non ne potevano più delle ruberie dei democristiani e del familismo dei meridionali e per mettere le cose a posto una volta per sempre si sono inventati l’idea geniale del federalismo fiscale in modo tale che ognuno spende quel che ha. Poi si viene a sapere che la moglie di Bossi (stando a Fini) è andata in

pensione a 39 anni, che il figlio-trota di Bossi è già onorevole per diritto dinastico. Però queste cose, se siete presidenti della Camera, non le potete dire. Allora, visto che io - questo è certo non sono presidente della Camera, queste cose così moralizzatrici della Lega le dico e ripeto: la moglie baby pensionata e il figlio-trota onorevole regionale sono veri o falsi? È di questo che, amici padani, dovete discutere se volete far polemiche in questo momento difficile per l’Italia intera con il presidente della Camera. La cosa è semplice: vero o falso?

Per Reguzzoni e Cicchitto, ormai, le dimissioni del presidente della Camera sono un’ossessione

Reguzzoni naturalmente ha chiesto le dimissioni di Fini. Le chiede ogni volta che prende la parola a Montecitorio. L’altro giorno stava parlando con il cameriere alla buvette e mentre pagava il caffè ha chiesto le dimissioni di Fini: «Quando viene qui glielo dica anche lei a Fini che si deve dimettere». Il suo è qualcosa di più di un chiodo fisso: è una religione. Così anche ieri Reguzzoni è tornato alla carica: «Dimissioni, dimissioni, dimissioni». Che è: se uno è presidente della Camera non può più avere idee? Non può più parlare? O gli si richiede solo di essere super partes mentre presiede la Camera, per l’appunto? Il problema è un altro, carissimo Reguzzoni: converrà che non si può essere contro il familismo meridionale e nei fatti della propria famiglia prenderlo ad esempio. La contraddizione è troppo stridente. Il familismo amorale sta bene per i democristiani e gli ex democristiani ma non per i leghisti. Non sta bene che mentre il capogruppo della Lega alla Camera si fa un mazzo così e le suona e canta a tutti, dicendo come si vive si pensa e si agisce in un mondo senza familismo amorale e meridionale, la moglie e il figlio del Capo si macchiano degli stessi peccati meridionali del nemico. Non sta bene. Lei direbbe così: «È inopportuno! È inaccettabile!». Quindi, per pensarla proprio come Cicchitto, o si dimette o si dovrà interessare del caso direttamente «la massima autorità dello Stato». Ieri alla Camera, sulle tribune sopra l’emiciclo, c’erano alcuni ragazzi delle scuole venuti a vedere da vicino l’istituzione parlamentare. Proprio mentre gli studenti si affacciavano, tra i banchi parlamentari cominciava la rissa. Il presidente di turno, Rosy Bindi, ha sciolto la seduta e levando lo sguardo in alto, notando i giovani, ha sentito il bisogno di chiedere scusa per lo “spettacolo”. Ma per una volta la gita scolastica è stata veramente istruttiva.


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L’esperto: «Rendere funzionante il sistema di deflusso delle acque dalle città è la prima Grande Opera da fare in Italia»

Si può morire di pioggia? «Ecco come risolvere un dramma tutto italiano» L’opinione di Carlo Ripa di Meana di Gabriella Mecucci

ROMA. Morire di pioggia? Sì, nel Belpaese succede sempre più frequentemente. Ormai a cadenza semestrale. Perché deteniamo il poco edificante record europeo delle vittime da maltempo? Le responsabilità sono molteplici: partono dallo Stato centrale ma investono a seguire tutti i livelli istituzionali. E poi ci sono anche le nequizie e le furbizie dei cittadini. Ogni volta che si verificano alluvioni e frane, riemerge una gigantesca mole di dati, noti e arcinoti, ma eternamente presi sotto gamba.

Che il territorio italiano sia a gravissimo rischio idrogeologico è testimoniato dal numero delle alluvioni (5.400) e delle frane (11mila) avvenute negli ultimi ottant’anni di storia patria. Questi eventi non solo hanno causato moltissimi morti, ma anche danni per 30 miliardi di euro solo negli ultimi venti anni. L’82 per cento dei Comuni italiani, 6.600 in tutto, sono ad alto livello di criticità. Il nostro Paese è il secondo in Europa per numero di morti dovuto a catastrofi naturali e il primo per le vittime da frane e da alluvione. Negli ultimi cinquant’anni, il maltempo si è portato via ben 9mila persone. Il prezzo più alto lo ha pagato il Trentino, seguito dalla Campania e dalla Sicilia, mentre fra le regioni più esposte a rischio c’è proprio la Toscana, che è stata colpita pesantemente anche ieri. L’Italia risulta seconda nel mondo per la gravità di questo tipo di tragedie solo a quelle zone disgraziatissime che vanno sotto il nome di Bangladesh, Cina, India, tanto per nominarne qualcuna. Questi dati sono ben conosciuti da tutti: i geologi fanno rapporti precisi anno per anno, a questi si sono aggiunte anche le inchieste parlamentari: la più famosa delle quali è quella realizzata dopo l’alluvione di Firenze. Insomma, sono cinquant’anni e più che si sa tutto, o quasi tutto. Le cifre vengono aggiornate in peggio dai rapporti che si susseguono, ma la sostanza non cambia. Si sanno piuttosto bene anche le cause di questo peggioramento che in sostanza si posso-

Ci sono anche dei dispersi. Oggi Gabrielli nelle zone colpite

Cinque vittime in Liguria e Toscana Due giorni devastanti che hanno letteralmente piegato in due il Nord Italia. Con un bilancio agghiacciante: 5 morti e 10 dispersi a causa del nubifragio che si è abbattuto su Liguria e Toscana. A Borghetto Vara, nello spezzino, tre persone (due anziani e una donna di cinquant’anni) hanno perso la vita nel crollo di un’abitazione.Tra le vittime, hanno fatto sapere, c’è anche un volontario che è stato trovato morto a Monterosso. Poi c’è anche qualche paesino completamente

Ieri la furia del fiume Vara ha spazzato via il paese di Borghetto. In Lunigiana, 7 centri sono ancora isolati distrutto, come ad esempio Borghetto, spazzato via dalla furia del fiume Vara. Proseguono intanto le ricerche di altre due persone disperse in mare. Sono decine le località ancora isolate. Dieci bambini di un asilo nido di Rocchetta Vara, rimasti bloccati nel pomeriggio di due giorni fa, sono stati fortunatamente portati in salvo in elicottero. Mentre turisti e residenti sono stati evacuati via mare da Monterosso e Vernazza.

Resta chiusa intanto la A12 La Spezia e Sestri Levante in entrambe le direzioni. Anche la circolazione ferroviaria sulla linea GenovaLa Spezia è rimasta per ore interrotta a causa di una frana che si è abbattuta sui binari tra Levanto e Corniglia, ma è stato ripristinato un servizio locale, su un binario, nelle tratte Levanto-

Monterosso e La SpeziaCorniglia. In Toscana è Aulla (Massa Carrara), nel cuore della Lunigiana, il centro più colpito. Il bilancio delle esondazioni è drammatico: due morti e 300 sfollati, ospitati al palasport del paese.

La zona sud della cittadina (che conta 10.500 abitanti) è stata invasa nella notte da acqua e fango, causata dalla tracimazione del fiume Magra. Le vittime sono una donna trovata senza vita, intrappolata in un’auto rovesciata e travolta dall’acqua, e un uomo rinvenuto dai sommozzatori nello scantinato della propria abitazione. Sempre in Lunigiana sono crollati 5 ponti e sono 7-8 le frazioni isolate, senza luce né acqua, con i collegamenti stradali interrotti e le linee telefoniche del tutto saltate. La forte pioggia ha causato anche diverse frane nella provincia di Massa Carrara. Il capo della Protezione civile, Franco Gabrielli, proprio oggi sarà nelle zone colpite dall’alluvione nello spezzino e nell’alta Toscana. Un sopralluogo per fare il punto sulla situazione e una prima stima dei danni in relazione alla richiesta dello stato di emergenza da sottoporre all’approvazione del Cdm. Il ministro Matteoli ha comunque assicurato: «Posso garantire che il governo assumerà tutti i provvedimenti del caso appena conosciuta e verificata la reale consistenza dei danni che si sono registrati». Per il presidente della Repubblica Napolitano, le vittime «sono tributi molto dolorosi per quelli che purtroppo sono o cambiamenti o grossi turbamenti climatici. «Purtroppo - ha sottolineato il capo dello Stato intervenendo ieri al Tg di La7 - non si è riusciti a impedire che vi fossero vittime umane».

no riassumere così: l’abbandono dei territori montani e alto collinari che lascia terre incolte e fa mancare quel controllo un tempo diffuso, il disboscamento eccessivo e talora selvaggio, la cementificazione dei corsi dei fiumi. Queste sono cause certe, che nessuno mette in discussione, certificate da geologi e studiosi dell’assetto idrico. Ce n’è poi una che invece è oggetto di dibattito: alcuni studiosi attribuiscono l’aumento dei fenomeni catastrofici anche ad un progressivo mutamento climatico dovuto all’effetto serra, altri contestano questa spiegazione. A questo proposito però Carlo Ripa di Meana, storico ambientalista e Commissario europeo all’Ambiente, che pure non è d’accordo con le tesi ca-

ratteristiche cicliche sul quale è più difficile o forse è impossibile intervenire. Ma prendiamo in esame un po’ più da vicino le ragioni delle catastrofi su cui tutti concordano e che vengono enumerate ogni volta che c’è un’alluvione. Per fare un intervento in grado di mettere in sicurezza il territorio dal punto di vista idrogeologico - secondo una stima del 2009 fatta dal Ministero dell’Ambiente - occorrerebbero 40 miliardi di euro.

Sarebbe questa la Grande Opera di cui l’Italia ha più bisogno. Ma i governi che si sono susseguiti, che fossero della Prima o della Seconda Repubblica, di destra o di sinistra, da questo orecchio non ci hanno mai voluto sentire. Hanno

A chi dare le colpe? Allo Stato centrale, certo, ma anche ai piani regolatori fatti tardi (e male) da Comuni e Regioni, e all’abusivismo dilagante di molti cittadini a cui non si pone mai freno tastrofiste sul riscaldamento del pianeta causa CO2, osserva: «Alcuni climatologi sostengono che, a partire dal Settecento sino ad oggi, si sono susseguiti decenni ad alta e intensissima piovosità, come quello che stiamo vivendo, ad altri decenni a piovosità meno forte e concentrata. Sono sfumate le stagioni di mezzo e si tende a passare dal caldo al freddo, e viceversa, senza gradualità». Questo è un fenomeno di lungo e lunghissimo periodo, con ca-

stanziato solo le briciole. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: autunno dopo autunno, primavera dopo primavera, piangiamo i nostri morti e non solo continuiamo a non risanare il territorio, ma lavoriamo di buona lena a peggiorarne le condizioni di sicurezza. Quando si parla di spopolamento delle zone collinari e montagnose, basti ricordare l’imponente trasformazione socioeconomica che ha subito l’Italia dal 1951 ad oggi. In quel


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i che d crona

villette, palazzine e quant’altro. Queste naturalmente sono ad alto rischio di crollo e inoltre restringono le vie di fuga.

Di chi è la responsabilità di tutto ciò? Carlo Ripa di Meana le elenca meticolosamente: «Dello Stato centrale, ma anche delle Regioni, che hanno come uno dei compiti primari proprio quello di governare gli assetti del territorio. E poi ci sono i Comuni e i loro piani regolatori: non fatti, fatti tardi e male, fatti e non rispettati. Dulcis in fundo, c’è l’abusivismo dilagante dei cittadini a cui non si pone freno». Non c’è nessuno che può dirsi del tutto innocente. «Basti pensare - racconta Carlo Ripa di Meana - che di recente il governo ha dovuto impugnare una legge approvata dalla maggioranza Polverini, grazie alla quale nei 363 chilometri di costa laziali, si consente di costruire ben 60 porti turistici. Cemento a volontà. Gli esiti di simili scelte sono facilmente prevedibili. Ma i Comuni hanno fatto anche di peggio». Ripa di Meana ricorda che «nelle grandi città - Roma ne è un esempio molto calzante - si è lasciato costruire giganteschi quartieri periferici senza che esistesse un adeguato sistema di collettori, che in alcune realtà mancano del tutto». censimento, i lavoratori del settore agricolo rappresentavano ancora il 42 per cento della forza lavoro impiegata, oggi sono meno del 5 per cento e si concentrano nelle pianure. A questo va aggiunto che i redditi del settore sono inferiori a quelli di altri settori. Ostacolare questa tendenza non era né fattibile né opportuno. Si sarebbe potuto però fare di più per governarla. Era invece evitabile il disboscamento selvaggio, il taglio degli alberi lungo il corso

«I fossi intorno all’Urbe - prosegue - quelli per intenderci dove si tuffavano i ragazzi di vita di Pasolini, sono stati cementificati e non rappresentano più una via di scolo delle acque periferiche. Così che tutto finisce nel sistema fognario del centro cittadino. Questo s’intasa. Saltano i tombini e Roma finisce sott’acqua. L’ultima volta che ha piovuto a scroscio si sono riempiti tutti i sottopassi della Capitale. Resi inagibili al-

Direttore da Washington Michael Novak Consulente editoriale Francesco D’Onofrio Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria) Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Osvaldo Baldacci, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Giuliano Cazzola, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Anselma Dell’Olio, Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Aldo G. Ricci, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Gennaro Malgieri, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Antonio Picasso, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Franco Ricordi, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Emilio Spedicato, Maurizio Stefanini, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Consiglio d’amministrazione Vincenzo Inverso (presidente) Raffaele Izzo, Letizia Selli (consiglieri) Concessionaria di pubblicità e Iniziative speciali OCCIDENTE SPA Presidente: Emilio Bruno Lagrotta Amministratore delegato: Raffaele Izzo Consiglio di amministrazione: Ferdinando Adornato, Vincenzo Inverso, Domenico Kappler, Antonio Manzo Angelo Maria Sanza

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Nelle grandi città, Roma ne è un esempio calzante, si è lasciato costruire giganteschi quartieri periferici senza che esistesse un adeguato sistema di collettori, che in alcune realtà mancano del tutto dei fiumi. Le piante infatti non solo con le loro radici trattengono il terreno, ma hanno anche l’effetto di frenare la caduta dell’acqua attenuando gli scrosci. Ma l’evento davvero catastrofico è stata la cementificazione. Quella dell’alveo dei fiumi ha ottenuto il risultato di farli scorrere più rapidamente e dunque più pericolosamente, e quella dei luoghi limitrofi. Nel tempo è accaduto così che agli alberi tagliati, si sono sostituite le case o i capannoni industriali. Da una parte il vecchio drenaggio è venuto a mancare e dall’altra si è chiuso un canale di sfogo per le esondazioni. Le acque che rompono gli argini non trovano più uno spazio libero davanti a loro, ma spesso vanno a sbattere contro

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meno per un’intera giornata». «Risanare il territorio - insiste Carlo Ripa di Meana - rendere ben funzionante il sistema di deflusso delle acque dalle città - a partire da quello di Roma sarebbe davvero la prima e più urgente Grande Opera da fare in Italia. Eppure questa impresa straordinaria che eviterebbe una media di 200 morti all’anno e una enorme quantità di spese per riparare ai danni da frane e da alluvioni, sembra non affascinare nessuno. Nessuno ha il coraggio di metterla in testa al proprio programma elettorale». E così non resta che attendere la prossima catastrofe e le seguenti lacrime del coccodrillo che sgorgano dai palazzi del potere e dalle palazzine abusive.

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Parla l’attrice americana, in giro per il mondo per promuovere l’ultimo film «Albert Nobbs». Che, forse, a febbraio potrebbe regalarle il tanto ambito Oscar

Sostiene Crudelia... Ironica, tagliente, vanesia «ma mai fashion victim!» Glenn Close ci racconta Glenn Close. A tutto tondo di Andrea D’Addio essantaquattro anni e non sentirli: Glenn Close è uno dei volti storici di Hollywood, e non sono le cinque nomination agli Oscar a dirlo, ma il modo in cui ogni suo personaggio è riuscito a entrare nell’immaginario pubblico. Dalla psicopatica amante di Attrazione Fatale alla manipolatrice Marchesa de Merteuil di Le relazioni pericolose, passando per la memorabile interpretazione di Crudelia De Mon nella versione su grande schermo di La carica dei 101.Volti, situazioni e personaggi che è impossibile dimenticare. Anche la sua interpretazione di un avvocato di successo (ma molto misterioso) nella serie tv Damages ha riscosso un apprezzamento da Golden Globe nel 2007. La sua carriera è sicuramente iniziata tardi (a 35 anni), ma è rimasta sempre ad altissimi livelli e così non stupisce il premio ricevuto lo scorso mese al Festival di San Sebastian dove l’attrice americana ha ritirato il Donostia Lifetime Achievement Award, il premio annualmente assegnato dalla kermesse basca a una personalità cinematografica particolarmente distintasi nel campo cinematografico. «Essere gratificati in questo modo per una professione così fragile come quella dell’attore mi commuove», ha affermato durante la serata di premiazione, poco prima che venisse presentata anche l’anteprima europea di Albert Noobs, film che interpreta da protagonista e di cui è anche produttrice e co-sceneggiatrice. Tratto da un breve racconto di George Moore, Albert Nobbs è la storia di una donna irlandese di inizio ’900 che fin da piccola, a causa di un equivoco, si finge uomo per lavorare e guadagnare più di quanto fosse normalmente concesso al gentil sesso. Gli anni passano e quel travestimento iniziale si trasforma in una gabbia che le impedisce sia una vita normale sia di conoscere l’amore. Albert non è ricco, fa il maggiordomo in un hotel estivo e vede la sua vita scorrergli davanti senza riuscire a intercettarla. Le cose cambiano quando, suo malgrado, è costretta a svelare il segreto a un’ospite dell’hotel, ma rimettere tutto sul binario giusto è un’impresa quanto mai difficile. A parlarcene è la stessa Glenn Close. Cosa l’ha affascinata di questa storia? La sua originalità e delicatezza. Non parliamo di Victor Victoria, il mio Albert è una persona che non prende in mano le

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situazioni, ma assiste passivamente a quanto gli accade intorno. Quando lo interpretai a teatro mi concentrai inizialmente su come fosse possibile per una persona mantenere un segreto del genere, se fosse stato possibile nella vita reale e solo in un secondo momento realizzai di come in realtà si stesse parlando di un invisibile, di uno di quegli individui di cui è piena tuttora la nostra società. Così ho cercato di guardarmi intorno e di persone simili ne ho trovate tantissime. Timide, spaventate, traumatizzate: la nostra società è piena di queste persone e l’attualità del tema mi ha ancora di più convinto della bellezza di questo testo. Lei ha interpretato tanti ruoli da donna seria e determinata: sono state qualità che l’hanno aiutata anche per questa esperienza da produttrice? È già qualche anno che produco serial tv, anche Damages ad esempio è da me coprodotto, ma è stata la prima volta per il cinema. Non è stato facile, e lo sa-

pevo già. Quindici anni fa eravamo vicinissimi a iniziare le riprese, poi all’ultimo momento, quando già cast e regista erano stati contattati, un finanziatore si è tirato indietro, non riuscimmo a rimpiazzarlo e il progetto fallì. Questa volta ci ho messo io per prima dei soldi e sono andata a trovare uno ad uno ogni eventuale investitore. Non c’è nemmeno un dollaro proveniente da Hollywood. Per ringraziare poi quello che si è rivelato il primo produttore per soldi messi nel progetto, dopo una cena, ho addirittura improvvisato il pezzo finale della canzone che da Norma Desmond interpretavo nella versione teatrale di Viale del tramonto. Per la sua femminilità, non le ha pesato doversi vestire come un uomo? No, non è un problema, mi piace mascherarmi e non do peso a queste cose. Anni fa portai mia figlia sul set di HookCapitan Uncino di Steven Spielberg e mentre chiacchieravo con lui ci venne l’idea di travestirmi come un pirata e fare la comparsa. Durante i tre giorni di riprese nessuno mi riconobbe e fu divertentissimo. Quando non sei te, ma interpreti qualcuno, che sia donna o uomo, non importa: è semplicemente un ruolo in cui devi calarti. Se non ci si riuscisse, essere attori non sarebbe una sfida. È vero che a fine riprese si porta sempre via gli abiti di scena? Certo non è accaduto con Albert Nobbs, non amo mettermi pantaloni e gilet, ma in altre occasioni sì. La ragione è che non amo fare shopping, andare per negozi, provarmi dei vestiti e decidere quale mi stia meglio. È bello indossarli, il piacere di un bel tessuto addosso con un taglio che valorizza il tuo corpo è una sensazione fantastica. Ma preferisco impiegare il tempo in altre cose, non sono una fashion victim. Una volta, per la prémière del sequel di La Carica dei 101, ero così indecisa su cosa mettermi, che alla fine mi sono truccata e vestita come Crudelia De Mon. Non avevo avvertito nessuno della produzione e quando sono scesa dall’auto davanti al red carpet, con una semplice occhiata sono riuscita a zittire il giornalista televisivo che mi doveva fare delle domande. Un po’me ne vergono ancora, ma non mi ero mai divertita tanto. A quale dei molti personaggi “cattivi” che ha in-

terpretato è rimasta legata? Un po’ a tutti e questo perché penso che ci sia solo un personaggio davvero perfido a cui abbia prestato il volto ed è quello di Crudelia De Mon. Le altre, loro malgrado, compresa la Alex di Attrazione Fatale, erano donne con una psicologia complessa e, in molti casi, terrorizzanti se viste dall’esterno. Ma si portavano dietro una serie di mancanze e tragedie che le avevano segnate. Certo, apparivano come cattive, ma stando dentro le loro teste ti rendevi conto di come avessero una propria logica, seppure molto triste. Dopo tanti anni di carriera, quanto la rende felice ancora ricevere premi e attestati di stima? Molto, in fondo anche io sono un po’ vanesia. Ogni volta che esco con mio marito e vedo quante persone si complimentino con lui per i suoi sforzi nell’ambito della medicina, mi rendo conto però di quanto i veri meriti siano altrove, anche se non ne sono invidiosa, ma fiera. I suoi, come i miei successi, sono i nostri successi. E nell’ambito domestico, qualcuno le dice mai “brava”? Mai quanto mi piacerebbe, ma siamo fatti così, in famiglia siamo più caldi con i gesti che con le parole. Mi basta però uno sguardo particolare o un abbraccio di mia fi-


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27 ottobre 2011 • pagina 15

Una sesta edizione all’insegna della qualità (non senza polemiche)

Roma “spolvera” il suo red carpet

Si apre oggi il Festival del Cinema della Capitale. Sipario alzato con “The Lady” di Luc Besson

glia o mio marito per sentirmi felice. Ogni famiglia ha il proprio modo di dimostrare l’amore. Dopo 5 nomination agli Oscar senza vittoria, pensa che sia arrivato il momento giusto per vincere? Quella degli Oscar è una questione a cui davvero non penso. Voglio prima di tutto che questo film abbia successo, sono concentrata nella promozione e questa è la mia unica preoccupazione. Dire che non mi piacerebbe ricevere l’Oscar sarebbe una bugia, qualsiasi attore lo dica è bugiardo, ma ora come ora non è una priorità nei miei pensieri. Ne riparleremo a febbraio...

ROMA. Si apre oggi la sesta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, che andrà avanti fino al 4 novembre, ma un antipasto di ciò che ci aspetterà nei prossimi giorni è già andato in scena due sere fa quando la platea della Sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica della Capitale ha potuto partecipare ad un originale incontro aperto al pubblico con Sergio Castellitto, Penelope Cruz, Emile Hirsch e Margaret Mazzantini. Seppure le star fossero quattro, la formula dell’evento è stata quella collaudata del “duetto”, un format che Mario Sesti porta avanti con successo da anni e che in passato ha visto la partecipazione di Mario Monicelli, Ciprì e Maresco, Silvio Muccino, Riccardo Scamarcio, Stefania Sandrelli, Margherita Buy, Paolo Virzì e molti altri. I tre attori, con il supporto della scrittrice (per altro moglie di Sergio Castellitto) hanno commentato a vicenda spezzoni dei film passati della propria carriera, ricordando aneddoti e ripercorrendo alcune tappe della propria vita professionale. Un cast di “apertura” niente male per il Festival, anche se a legare i quattro artisti c’è non solo stima reciproca, ma anche un film di cui si stanno ultimando proprio in questi giorni le riprese. Parliamo di Venuto al mondo, adattamento cinematografico dell’omonimo best seller di Margaret Mazzantini per la regia di Sergio Castellitto. Come già accaduto in Non ti Muovere, si è quindi ricomposto il trio regista-sceneggiatrice-attrice visto che la neomamma Penelope Cruz ha accettato di “invecchiarsi” per ragioni di copione ed accettare il ruolo di Gemma, vedova di guerra di un soldato interpretato da Emile Hirsch (giovane attore statunitense diventato celebre per Into the wild, presentato proprio al Festival del Cinema di Roma di quattro anni fa).

lini, lo Spazio Espositivo dell’Auditorium ospita infatti P.P.P. Un omaggio a Pier Paolo Pasolini, esposizione nata dalla collaborazione di Dante Ferretti con Francesca Loschiavo, partendo dalle immagini dei film del grande cineasta ed intellettuale.

Nel foyer della Sala Sinopoli è invece allestita la mostra fotografica Monica e il cinema. L’avventura di una grande attrice, dedicata a Monica Vitti, mentre nel foyer della Sala Petrassi si ricordano i 150 anni dell’unità con Viva l’Italia! Il risorgimento sul set, cioè a dire una serie di fotografie sui grandi personaggi risorgimentali tradotti sul grande schermo, da 1860 di Blasetti Alessandro (1934) a Noi credevamo di Mario Martone (2010). Gli spazi dell’AuditoriumArte sono invece dedicati a Raise the Dead di Douglas Gordon, mostra curata da Mario Codognato, composta dalla celebre installazione video 24 Hour Psycho e dagli scatti dell’artista scozzese dedicati agli attori del cinema italiano. Per una kermesse nata, fin dal nome, come “festa”e ogni anno sempre più in bilico perché schiacciata da una crisi economica che poco spazio lascia alla cultura e da un’amministrazione cittadina che certamente non ha la stessa sensibilità “cinematografica” di un Veltroni che, ancora oggi, ogni tanto si diletta a scrivere recensioni, si apre insomma un’edizione più che mai fondamentale per il continuo della sua esistenza. Le polemiche sulla sua gestione sono già in corso, tra chi si lamenta per la scarsa quantità di titoli in competizione in anteprima mondiale o per la presentazione solo di qualche scena - oltretutto in pompa magna - del nuovo film di Scorsese, Hugo Cabret, mentre una versione completa, seppur non un montaggio definitivo, è già stata vista dal pubblico del New York Film Festival circa due settimane fa. E così il dubbio non è tanto se Gianluigi Rondi sarà il direttore del Festival anche nel 2012, ma se il Festival del Cinema stesso continuerà il suo percorso e, in caso di esito positivo, in quale modo. L’attualità politica non permette previsioni, non resta che godersi il più possibile lo spettacolo. Almeno per (a.d’a.) quest’anno.

La pellicola parla di San Suu Kyi, l’attivista birmana Premio Nobel per la Pace. Attesi dai fotografi il regista e gli attori Michelle Yeoh e David Thewlis

In queste pagine: l’attrice Glenn Close, intervistata da noi nell’articolo a sinistra; il produttore cinematografico, sceneggiatore, regista e scrittore francese Luc Besson, che oggi apre il Festival del Cinema di Roma col film “The Lady”; un disegno di Michelangelo Pace

In attesa dell’apertura ufficiale di domani con il The Lady di Luc Besson sulla vita di Aung San Suu Kyi, l’attivista birmana Premio Nobel per la Pace (sul red carpet sono attesi il regista francese e gli attori Michelle Yeoh e David Thewlis), sono già state aperte al pubblico quattro mostre “molto cinematografiche”. Dopo Sergio Leone e Federico Fel-


ULTIMAPAGINA Finisce in pareggio (23 a 23) la votazione alla Camera sulla nomina di Giulio Malgara alla presidenza

La Biennale non vive di sola di Gualtiero Lami l problema è sempre lo stesso: la cultura paga o no? Va gestita con criteri commerciali o no? Da una parte c’è chi – sa sempre – sostiene che la cultura è un bene in sé, dall’altra chi ritiene che debba essere solo un mezzo per produrre fatturato. In mezzo, negli ultimi decenni, c’è la grande famiglia di chi sostiene che la cultura oltre ad essere un bene in sé può anche dare buoni frutti economici: il problema è gestirla nel modo giusto. Ossia collegare il fatturato alla qualità, alla sostanza, non alle apparenze. Ciò che da decenni si fa in tutto il mondo occidentale, Italia esclusa.

I

Ebbene, la questione è tornata di stringente attualità ieri con il voto in commissione Cultura alla Camera per la nomina a presidente della Biennale di Venezia di Giulio Malgara: è finita 23 a 23. Si è trattato, naturalmente, di un voto non vincolante, visto che la nomina spetta direttamente al governo, ma in queste condizioni, un pareggio equivale a una bocciatura politica della scelta fatta dal ministro della Cultura Giancarlo Galan su input diretto del premier. Il profilo di Malgara è naturalmente ineccepibile, tranne il fatto che la sua “estrazione culturale”– per così dire – è tutta, esclusivamente pubblicitaria: per ventitrè anni è stato presidente di Upa, l’associazione che raggruppa le 500 maggiori società industriali e commerciali che investono in pubblicità. Nato a Milano nel 1938, inventore, tra le altre cose, dell’Auditel, la società per la rilevazione dei dati di ascolto televisivi, e dell’Audipress, Malgara, tra l’altro, è responsabile del lancio del Gatorade, proprietario delle acque minerali Levissima e Recoaro, distributore della Fiuggi. Un cursus honorum culturale di tutto rispetto, come si vede. Questo, oltre alla circostanza che Malgara è amico storico, nonché in vari casi sodale d’affari, di Silvio Berlusconi, ha fatto sollevare un coro di critiche da parte delle opposizioni. Fra queste, spicca la frase secca e senza appella del sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni: «Malgara è una persona inadatta allo scopo». Orsoni ieri ha rincarato la dose chiedendo un dietro-front del ministro: «L’esito della votazione in Commissione Cultura alla Camera conferma le mie perplessità sulla designazione del ministro. Penso che a questo punto sia importante una riflessione da parte sua sull’opportunità di procedere con il nome da lui indicato». Anche i parlamentari dell’opposizione, ieri, hanno rilanciato la loro battaglia: «È stata bocciata non tanto una persona quanto una idea di politiche culturali mercantile e legata al profitto», ha spiegato Fabio Granata di Fli. Che ha aggiunto: «La Biennale merita ben

PUBBLICITÀ

Ancora contestazioni per il pubblicitario amico storico del premier che il ministro Galan ha imposto a Venezia. Per il sindaco Orsoni «è una bocciatura» altro. In questi anni Baratta ha determinato una rinascita importante e andava senz’altro riconfermato. Da Pompei alla Biennale continua il triste declino delle politiche culturali italiane». Anche Giuseppe Giulietti, portavoce di Articolo 21, ha parlato di bocciatura e ha sottolineato: «L’arroganza non paga, nomina respinta».

Perché in effetti, noncurante del risultato della votazione (che in effetti non ha altri che effetti che non quelli strettamente politici), il ministro Galan ha espresso grande soddisfazione: «Più di cosi non era tecnicamente possiIn alto, il pubblicitario inventore dell’Auditel Giulio Malgara, voluto alla presidenza della Biennale dal ministro Giancarlo Galan

bile ottenere. È proprio di ieri il passaggio di un deputato della Commissione al gruppo misto e quindi qualsiasi candidato ministeriale non otterrebbe comunque più di 23 voti», ha spiegato con grande perizia tecnica Galan. Gli ha risposto sempre Orsoni: «Sono certo che la Commissione abbia voluto in questo modo anche farsi carico della grave scorrettezza istituzionale commessa dal ministro nel non interpellare il sindaco di Venezia. A questo proposito spiace che il ministro utilizzi argomenti speciosi per negare quella che è una bocciatura della sua scelta, bocciatura che riguarda non solo il nome del candidato, ma anche ciò che egli potrebbe rappresentare come modello di politica culturale dell’ente». Insomma, un pubblicitario alla Biennale non è quanto di meglio si possa immaginare in Italia? Dipende: che la cultura sia negletta in questo Paese da almeno un ventennio è un dato di fatto. Che il berlusconismo (con il suo bastimento carico di yesmen, cattivo gusto e ignoranza al potere) abbia prodotto è altrettanto incontestabile. Dunque, la cultura avrebbe sì bisogno di migliore stampa. Ma che questa reclame debba essere fatta proprio da un uomo di Berlusconi è da dubitarlo...

2011_10_27  

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