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Chi vive senza follia non è così savio come crede François De La Rochefoucauld

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • MERCOLEDÌ 19 OTTOBRE 2011

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Commozione in tutto il Paese per la liberazione (via Egitto) del caporale

Torna a casa il soldato Shalit

«Mi hanno trattato bene». Ma Israele si chiede se è stato giusto di Luisa Arezzo opo un sequestro durato più di cinque anni Gilad Shalit è stato liberato ieri da Hamas in cambio della scarcerazione da parte di Israaele di 1.027 detenuti palestinesi (477 ieri, tra cui 27 donne, e altri 550 entro i prossimi due mesi). Shalit, 25 anni, è stato consegnato alle autorità egiziane al valico di Rafah, tra la Striscia di Gaza e l’Egitto. a pagina 12

L’opinione del consigliere di Bush e Reagan

I dubbi del docente di Harvard

Hamas ha vinto. Inutile negarlo

Così si accumulano soltanto errori

di Elliot Abrams

di Robert H. Mnookin

Non ci sono dubbi sulle contraddizioni e sui rischi che si corrono decidendo di liberare più di 1000 prigionieri in cambio della liberazione di Gilad Shalit. Chi ci prova si provoca solo un mal di testa. a pagina 14

Quando si negozia con un avversario che è sempre stato definito come il diavolo è difficile pensare bene. Ma Israele lo ha fatto. Normalmente con un nemico di siffatta portata non si tratta e basta. a pagina 13

D

Parigi trema per le minacce di declassamento: Moody’s pronta a levare la tripla A. Le Borse mondiali tutto il giorno in altalena

L’Europa appesa a Berlino È una settimana decisiva: tutto dipende dai tedeschi, che vogliono rinviare la nascita del Salvastati. Il decreto sviluppo in alto mare. Il premier: «Inventeremo qualcosa». E su Bankitalia ancora divisi di Francesco Pacifico

ROMA. Un uno due in quarantott’ore che – parafrasando Nicolas Sarkozy – può rimettere in ginocchio il destino dell’Europa. Prima la precisazione della cancelleria tedesca che «stanno emergendo di nuovo sogni che lunedì prossimo (alla fine del Consiglio d’Europa, ndr) tutto sarà risolto, tutto sarà finito. Questi sogni, ancora una volta, non si realizzeranno». Quindi Moody’s. a pagina 2

Parla Gian Enrico Rusconi

Lettera aperta di banche e aziende

«Angela sbaglia a non prendere la guida dell’Ue»

Imprese all’attacco dell’esecutivo: «Il tempo è finito»

di Gianfranco Polillo

di Franco Insardà

ROMA. Settimana cruciale per la Grecia, e non solo. A dirlo è stato George Papandreou, preoccupato per i possibili (scarsi) risultati del prossimo vertice di Bruxelles. Dove si dovrà decidere. Ma non è detto che il prodigio si realizzi. Le posizioni restano ancora distanti e il lavoro degli sherpa non è ancora riuscito a trovare il minimo comun denominatore. Siamo nel regno di Ulisse e Penelope. a pagina 4

ROMA. Silvio Berlusconi va a lezione di Angela Merkel. Con le imprese e sindacati che chiedono risorse per lo sviluppo, la Francia che spinge per un’accelerzione sulla nomina in Bankitalia e i poliziotti in piazza il Cavaliere prende tempo e sceglie il Transatlantico per fare il suo ultimo show a uso e consumo di un elettorato sempre più stanco. Eppure quella di ieri doveva una giornata positiva. a pagina 3

gue a (10,00 pagina 9CON EUROse1,00

I QUADERNI)

• ANNO XVI •

NUMERO

203 •

Le Associazioni: «Al voto anche nel 2013, ma dovete fare qualcosa»

La svolta di Todi fa infuriare Berlusconi Il Cavaliere in difesa dopo l’incontro: «Nessuna spallata al governo, solite montature dei giornalisti». Bossi rincara: «Sono mesi che i cattolici gli chiedono un passo indietro» Osvaldo Baldacci • pagina 6 WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

La sfida del Forum

Ora ci vuole coerenza di Savino Pezzotta è stata da parte mia una viva attenzione, animata anche da una speranza e dall’esperienza compiuta negli scorsi anni con Retiinopera, per l’incontro che le associazioni cristiane impegnate nel sociale hanno tenuto in quest’inizio di settimana a Todi. L’intervento del cardinal Bagnasco e le conclusioni dell’incontro hanno messo fine a tante illazioni e mostrato che le associazioni non vivono di nostalgie e che hanno un alto grado di maturità e di autonomia, tesori che possono spendere. a pagina 7

C’

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


pagina 2 • 19 ottobre 2011

prima pagina

La speculazione torna a colpire le emissioni di debito del Vecchio Continente: anche Parigi vede crescere lo spread sul Bund. Male l’euro

La locomotiva frena l’Europa

La Merkel rimescola le carte e chiede nuove regole sulla governance. Ma scatena l’ira di Sarkozy e della Ue: decisivo il vertice di domenica di Francesco Pacifico

ROMA. Un uno-due in quarantott’ore

Il sentiment del mercato l’ha ben delineato Moody’s, minacciando un downgrading francese. Come il cane di Pavlov, c’è il timore che i costi di salvataggio e quelli di ricapitalizzazione delle banche più deboli finiscano per peggiorare le finanze pubbliche dei 27, con il rischio di un aumento degli spread e perdite sostanziose per gli istituti che detengono i bond. Una spirale che potrebbe togliere moneta sonante all’economia reale e che fa più paura se si passa ai problemi di funding registrati negli ultimi mesi.

che – parafrasando Nicolas Sarkozy – può mettere in ginocchio l’Europa. Prima la precisazione della cancelleria tedesca che «stanno emergendo di nuovo sogni che lunedì prossimo (alla fine del Consiglio d’Europa, ndr) tutto sarà risolto, tutto sarà finito. Questi sogni non si realizzeranno». Quindi l’annuncio di Moody’s, che si è data tre mesi per decidere se mantenere la tripla A con annesso outlook stabile della Francia. Con la prima economia dell’Europa sempre più debole politicamente e con la seconda nel mirino per la sua solvibilità, non poteva che farne le spese il debito sovrano del Vecchio Continente. Ieri lo spread tra Btp e Bund si ampliato fino a 390 punti base per poi rallentare attorno a 385 punti, con il Tesoro che ha dovuto riconoscere sul decennale italiano un tasso del 5,90. E pressione anche sul debito francese: il differenziale sugli Oat a lunga scadenza e i Bund tocca il record di 112 punti. E l’onda lunga ha finito per colpire sia un Paese che in questi anni ha molto recuperato sul debito come il Belgio (lo spread si è allargato fino a 246,1 punti) sia la Spagna (differenziale a 332 punti), che in questi ultimi mesi aveva goduto di una moratoria dopo l’annuncio delle elezioni anticipate. Della situazione ne fa le spese anche l’euro, che chiude in ribasso sulla scia delle scarse aspettative per il vertice europeo del 23 ottobre: nel finale la moneta unica passa di mano a 1,3678 dollari dopo aver oscillato tra un minimo di 1,3651 e un massimo di 1,3788.

Più dinamiche le Borse, che provano un lieve rimbalzo dopo il crollo registrato all’apertura dell’ottava. A Milano il Ftse-Mib ha chiuso mettendo a segno un più 0,35 per cento. Un rimbalzo non riuscito negli altri Paesi, le cui banche hanno forti esposizioni sui titoli dell’area Piigs: Londra ha chiuso la seduta con un -0,49 per cento, Parigi, appesantita da Moody’s, a -0,79 per cento e Francoforte a -0,31 per cento. Nel mirino – soprattutto della Francia – c’è ancora una volta la Germania. Il Paese motore dell’unificazione monetaria dimostra di non avere una strategia chiara per affrontare la crisi dell’euro. Da un lato Angela Merkel sa che dovrà accollarsi l’ennesimo salvataggio della Grecia, visto che un default metterebbe a rischio sia il monopolio tedesco nella produzione di beni altamente tecnologici sia un sistema bancario altamente indebitato e obsoleto (soltanto l’esposizione verso il debito ellenico supera i 7 miliardi di euro); dall’altro la cancelliera deve fare i conti con i suoi elettori stanchi di lavorare oltre i 65 anni per aiutare un Paese che va in pensione a 57.

I tedeschi propongono la nascita di una troika permanente per controllare l’economie più indebitate. I francesi voglio lo sblocco del fondo Salvastati È da qui che scaturiscono continui cambi di marcia da parte dei tedeschi. Che rallentano sia l’erogazione dell’ultima tranche del prestito verso Atene sia la nascita di un Fondo Salva Stati con più disponibilità (fino a 1.500 sfruttando la leva finanziaria) e più mansioni (acquisto di bond anche sul mercato primario e iniezioni di capitali direttamente delle banche). Se non bastasse, c’è da fare i conti con il ricatto sempre più manifesto del sistema tedesco verso tutta l’Europa. Il ministro delle Finanze tedesche, Wolfgang

Schäuble, ha già messo in conto che i creditori di Atene dovranno accettare una minusvalenza sui titoli in pancia superiore al 21 per cento, ventilato nelle scorse settimane. L’associazione bancaria di Berlino, intanto, sta facendo pressioni sul governo per alzare questo tetto (minacciando un default greco che soltanto al settore costerebbe più di 7 miliardi di euro). Ma ha già intimato alla Merkel di premere il freno sulle ipotesi di ricapitalizzazione, per evitare di ampliare il peso del pubblico in un sistema dalla governance limacciosa.

È anche per questo – oltre che per la bassa crescita del Belpaese – che ieri Standard and Poor’s ha nuovamente usato la mannaia sul sistema italiano. Ha infatti tagliato il rating di 24 banche e istituzioni finanziarie, tra le quali Mps, Ubi e Banco Popolare, cioè realtà molto impegnate sui rispettivi territori. Schiava di un atteggiamento a dir poco schizofrenico, anche ieri Angela Merkel ha mandato ai mercati e al suo Paese messaggi contrastanti. Prima confermato che «si deve fare tutto il possibile per evitare il contagio della crisi del debito. Nell’azione di contrasto alla crisi stiamo procedendo millimetro dopo millimetro». Quindi ha confermato che «il vertice di domenica del Consiglio europeo a Bruxelles non sarà l’ultimo, ma sarà un passo molto importante per la soluzione della crisi del debito». A dirla tutta nessun operatore di Borsa ha mai creduto che al vertice di domenica avrebbe visto la conclusione della riforma della governance europea, iniziata circa due anni fa.Va detto però che all’ultimo di G20 di Parigi Stati Uniti e Cina avevano lanciato un ultimatum alla Germania per ottenere misure concrete contro la speculazione sul debito. Soprattutto le attende Pechino, che è pronta a raggranellare bond del Vecchio Continente con la stessa voracita mostrata sui TBond americani. Ma in cambio chiede ai governanti dei 27 risorse e liberalizzazioni per lo sviluppo, in modo da garantirsi un partner commerciale solvibile in grado di assorbire tutta la sua produzione un tempo acquistata in massa dagli Usa. Quasi un imperativo per un colosso che sta frenando la sua crescita (ha chiuso il terzo trimestre con +9,1 per contro il 9,4 stimato), lesina il credito e deve rafforzare la domanda interna per evitare lo scoppio di una nuova bolla finanziaria. Non a caso gli Usa e la Cina avevano gradito non poco l’ultima nota congiunta tra Sarkozy e la Merkel, che rispolverava l’asse franco-tedesco e sembrava risolvere quel gap politico che blocca l’Europa. A meno di una settimana di distanza dalla pace ritrova l’uomo dell’Eliseo rompe la pax.


Confindustria, Rete Imprese Italia, Alleanza delle cooperative, Abi e Ania hanno inviato una lettera a Berlusconi nella quale si accusa il ritardo accumulato «sul fronte del rilancio della crescita e della credibilità sta costando moltissimo in termini di occupazione, valore dei beni e dei risparmi delle famiglie, investimenti e valore delle imprese»

ROMA. Silvio Berlusconi va a lezione di Angela Merkel. Con le imprese e sindacati che chiedono risorse per lo sviluppo, la Francia che spinge per un’accelerazione sulla nomina in Bankitalia e i poliziotti in piazza il Cavaliere prende tempo e sceglie il Transatlantico per fare il suo ultimo show a uso e consumo di un elettorato sempre più stanco. Eppure quella di ieri doveva una giornata positiva per il premier che ha incassato la vittoria del candidato del Pdl Michele Iorio alle regionali in Molise e il suo proscioglimento dall’inchiesta Mediatrade, per la quale il gup di Milano, Maria Vicidomini, ha rinviato a giudizio Pier Silvio Berlusconi, Fedele Confalonieri e tutti gli altri imputati. Anche il suo amico Josè Maria Aznar, ex capo del governo spagnolo di centrodestra ed esponente di primo piano del Partito popolare europeo, intervistato da Ballarò gli lancia un messaggio: «La capacità di Silvio Berlusconi è indiscutibile, la questione è che deve assumere la leadership del Paese e deve prendere delle decisioni».

Ma Berlusconi, come un pugile alle corde, reagisce in modo scomposto e mena fendenti in ogni direzione. Prima dell’incontro nella sala del governo di Montecitorio con Umberto Bossi e il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, si è concesso ai cronisti: «I soldi per il decreto sviluppo non ci sono. Stiamo cercando di inventarci qualcosa, speriamo di riuscirci. Sarà varato quando il testo sarà convincente, ma non ho particolare fretta». Dando poi notizia di una riunione fiume dedicata proprio a questo argomento con «ministri e tecnici. Conto sul varo del decreto appena

Per Bankitalia Berlusconi ammette: tempi brevi, ma ci sono ancora problemi

Il Cavaliere alle corde nel mirino delle imprese Il premier: «Non ci sono soldi per il decreto sviluppo» e le aziende gli scrivono: «Tempo scaduto» di Franco Insardà sarà convincente, cioè quando ci sarà un provvedimento che sia di stimolo a sviluppo e crescita». A chi gli chiedeva se fosse favorevole alla patrimoniale come misura per reperire i fondi per il decreto sviluppo ha risposto di essere personalmente «contrario ma non mi sento in questo momento di esprimermi su altre opinioni della maggioranza».

Sul tavolo pesa, però, come un macigno la lettera indirizzata al premier dalle imprese firmatarie del manifesto di Confindustria nella quale si dice chiaro e tondo che il ritardo che stiamo accumulando sul fronte del rilancio della crescita sta costando moltissimo in termini di occupazione, valore dei beni e dei risparmi delle famiglie, investimenti e valore delle imprese». Secondo i presidenti di Abi, Ania, Alleanza delle cooperative Italiane, Confindustria e Rete imprese Italia il nostro Paese ha «mezzi, risorse, intelligenze, per risalire la china, ma il tempo è scaduto. È allora di fondamentale importanza che il decreto Sviluppo contenga misure strutturali, concrete e credibili, che diano un chiaro segnale di

Incontrando i dirigenti del suo partito, l’Ump, Sarkozy ha fatto sapere che che al Consiglio europeo di domenica e al G20 di inizio novembre a Cannes è un appuntamento ferale, perché «è in gioco il destino dell’Europa». A dettare l’agenda al riottoso partner ci ha pensato il primo ministro François Fillon: «La situazione è estremamente

inversione di marcia, in assenza rischierebbero di essere vanificati gli sforzi fatti fino ad oggi in ordine alla tenuta dei conti pubblici. Il nostro è un appello forte al fare: con unità di intenti è possibile superare una fase difficile. Confidiamo che il Suo Governo voglia realizzare le iniziative necessarie e adeguate alla gravità del momento».

Attacca l’Udc e Casini replica: «Ha fatto bene Iorio a togliere dal simbolo il nome del premier. Altrimenti avrebbe perso...» Promette tempi brevi, invece, per la risoluzione della successione di Mario Draghi in Bankitalia: «La decisione non è stata presa perché ci sono ancora dei problemi da risolvere. Ne stiamo parlando e arriveremo ad una decisione che sarà presa nel solco dell’equilibrio e del consenso». Sul nome di Lorenzo Bini Smaghi, membro del

difficile. L’economia mondiale rischia di bloccarsi perché gli investitori sono inquieti e tardano ad investire. È necessario primo, mettersi d’accordo sul livello di ristrutturazione del debito greco; secondo, dare ai Fondi Ue un effetto di leva per scoraggiare gli attacchi speculativi contro altri paesi; terzo, procedere alla ricapitalizzazione delle banche, da

board della Bce, il Cavaliere annuncia che l’economista «è una personalità nel novero dei candidati». Sulla questione è ritornato anche Umberto Bossi che ha ribadito la sua posizione: «La decisione spetta a Berlusconi, ma dopo tanti romani, mettiamo un milanese». Berlusconi ha parlato anche della riforma della legge elettorale, sostenendo che «non è una priorità, non è il problema principale, ma credo che si possa cambiare prima di arrivare al referendum. Se i cittadini vogliono che si rimettano le preferenze per la scelta dei candidati non abbiamo nulla in contrario. Non credo che ci sia bisogno di arrivare al referendum, la legge può essere cambiata prima».

Su Mediatrade Berlusconi attacca a testa bassa: «Adesso tutti mi chiedono se sono soddisfatto, non lo sono perché sono stato accusato di una cosa che non sta né in cielo né in terra. È un grande scandalo che i pm abbiano portato contro di me accuse che i loro stessi colleghi hanno smentito». Se non bastasse, è arrivata anche la polemica con i centristi,

realizzarsi in modo ordinato attraverso, prima di tutto, degli sforzi da parte delle stesse banche». A Parigi sono convinti che «se domenica i leader non riusciranno a trovare un accordo, l’Europa sarà a rischio». Ma a ribaltare il timing concordato al G20 di Parigi il tentativo della Merkel, pronta a riproporre quelle modifiche alla gover-

sostenendo che l’Udc «sta storicamente nel centrodestra. Quando va con la sinistra prende la metà dei voti, come è accaduto in Piemonte. Ma le nostre informazioni e i nostri sondaggi dicono che alle Politiche potrebbe perdere i due terzi degli elettori». A giudizio del premier, inoltre, «è interesse dell’Udc e di tutto il centrodestra che chi in Europa sta con noi stia con noi anche qui».

Le repliche degli esponenti dell’Udc non si sono fatte attendere. A cominciare da Pier Ferdinando Casini, impegnato a Berna ai lavori dell’Unione interparlamentare: «Berlusconi confonde i suoi desideri con la realtà. Ha fatto bene Iorio in Molise a togliere dal simbolo il nome del premier. Altrimenti avrebbe perso...». Il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa dice: «Non so quanti voti perderemmo andando con la sinistra, quel che so è che andando con Berlusconi li perderemmo tutti». E Mauro Libè aggiunge: «Se Berlusconi avesse realmente a cuore il destino del Pdl e del centrodestra dovrebbe trarre spunto dal risultato del voto in Molise e farsi da parte. Se il premier non fosse stato il grande assente della campagna elettorale, infatti, oggi Iorio non sarebbe presidente del Molise». Per Massimo D’Alema il voto in Molise «conferma la tendenza nazionale che evidenziano anche i sondaggi: il centrosinistra supera largamente lo schieramento di governo, senza l’Udc». E Giuseppe Fioroni aggiunge: «Il candidato moderato prende da solo ben oltre il 6 per cento di voti, se qualcuno pensa di tornare alla gioiosa macchina da guerra sbaglia. Il Pd deve avere il coraggio di allearsi con l’Udc se vuole vincere».

nance continentale, bocciate in questi mesi dagli europartner. Incontrando i parlamentari della Cdu, la cancelliera ha annunciato di voler introdurre una troika di controllo permanente sui Paesi più indebitati – in cambio degli aiuti dovranno cedere pezzi di sovranità – e proporre una convenzione mirata per cambiare i trattati Ue.


l’approfondimento

pagina 4 • 19 ottobre 2011

I nuovi conti del direttorio si discuteranno a giorni: ma il default di Atene, da soft, rischia di diventare una stangata

Cronache dall’inferno

La troika europea non riesce a trovare le risposte per sconfiggere il tracollo greco: i governi sembrano incapaci di mettersi d’accordo sulla strada. Mentre in Italia, per contrastare la crisi, servirebbe un quadro politico diverso di Gianfranco Polillo ettimana cruciale per la Grecia, e non solo. A dirlo è stato George Papandreou, preoccupato per i possibili (scarsi) risultati del prossimo vertice di Bruxelles. Dove si dovrà decidere. Ma non è detto che il prodigio si realizzi. Le posizioni restano ancora distanti e il lavoro degli sherpa non è ancora riuscito a trovare il minimo comun denominatore. O meglio siamo nel regno di Ulisse, con una Penelope che di giorno fila e di notte scuce quanto già realizzato. Il nodo del contendere resta sempre il soft default della Grecia.

S

Quante perdite devono accollarsi gli imprudenti investitori che, negli anni delle vacche grasse, hanno prestato denaro a man bassa, lucrando su vantaggiose provvigioni? Moral hazard, ma anche interessi privati in atto d’ufficio: visto che quei proventi gonfiavano gli utili degli istituti di credito consentendo emolumenti mi-

lionari per il top management e gli addetti al corporate financing. Oggi quei nodi sono venuti al pettine e il problema è chi deve restituire almeno parte di quanto accumulato.

L’ origi na ri o

compromesso era contabilizzare per le principali banche – soprattutto tedesche, francesi e inglesi – perdite pari al 21 per cento del capitale investito. La formula trovata era l’allungamento del debito a tassi scontati, rispetto al premio per il rischio che oggi il mercato richiede. Interessi che resentono l’usura. Questa strategia scontava un più rapido miglioramento delle condizioni finanziarie della Grecia. Un risanamento dei conti più veloce. La chiusura di quelle voragini che succhiano risorse. Un taglio drastico dei dipendenti pubblici. La vendita di assets, in un mercato riottoso a investire denaro fresco in qualcosa di poco consistente. La realtà, accompagnata da proteste sociali viru-

lenti, ha dimostrato quanto fosse difficile quella operazione, al punto che lo stesso George Papandreou rischia ora di gettare la spugna.

I nuovi conti, certificati dalla troika – BCE, Commissione Europea e FMI – hanno alzato l’asticella al 60 per cento: quel default che sembrava soft rischia invece di divenire hard e di trascinare con sé le banche che hanno investito nel Paese. Banche, aggiungiamo, i cui ri-

Nel Belpaese colpiscono (in positivo) le risposte della società civile

sultati di bilancio non brillano. Hanno nella pancia tanti di quei titoli tossici che sono difficile contabilizzare. Hanno poco patrimonio per far fronte alle perdite prospettiche. Dovrebbero essere, quindi, ricapitalizzate. Ma chi tirerà fuori i quasi 100 miliardi di euro che, secondo calcoli prudenziali, sarebbero necessari. Non certo il mercato che rifugge – come mostrano i crolli in borsa – da qualsiasi tentazione. Lo Stato forse? Si guardi alla situazione francese. Se intervenisse per ricapitalizzare i suoi principali istituti, il suo debito pubblico schizzerebbe al 133 per cento del PIL: molto peggio dell’Italia e ad una sola lunghezza dal record greco.

Per tentare di risolvere il puzzle c’è stato un gran da fare. Riunioni su riunioni, alle quali hanno partecipato sia l’ad di Deutsche Bank che Vittorio Grilli, in qualità di presidente dell’ECF, la cabina di regia dell’Eurogruppo, in attesa

che si risolva l’imbarazzante vicenda della nomina del nuovo Governatore della Banca d’Italia. Il compromesso realizzato era quello di ipotizzare un haircut (taglio dei capelli letteralmente), vale a dire una limatura del 35 per cento. Ipotesi subito naufragata.

I francesi non ci stanno. Vogliono vedere bene i conti della Grecia, ritenendo, a torto o ragione, che quello stagno sia ben più profondo e limaccioso. Tutto è pertanto rimandato a domenica, nella speranza che il miracolo – perché di questo si tratta – alla fine si compia. Perché non si non si esce da questo labirinto? In passato tutte le crisi bancarie sono state risolte in casa. Le banche più grandi e solide hanno mangiato gli istituti pericolanti. Si guardi solo all’esperienza italiana. Nello spazio di poche settimane, istituti di credito, con una tradizione secolare – si pensi al Banco di Napoli o a quello di Sicilia – sono scom-


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Dal vertice a due con Sarkozy al «sogno impossibile» del salvataggio dell’Ue: che cosa succede alla Germania?

Il dilemma di Angela: non vuole dire «comando io» Gian Enrico Rusconi: «Per non affermare la sua leadership rischia di far crollare l’Europa. Ma il problema è che non ha competitor» di Francesco Lo Dico

ROMA. Dopo il direttorio della settimana scorsa insieme a Nicolas Sarkozy, aveva annunciato di avere in mano la soluzione per la crisi dell’eurozona. Ma Angela Merkel rischia di presentarsi al vertice europeo del 23 ottobre, per presentare invece soltanto un pugno di mosche. Il piano franco-tedesco per salvare l’Europa, è molto meno compiuto di quanto avesse lasciato intendere la stessa cancelliera, che proprio ieri ha definito «un sogno impossibile» l’idea di arginare in breve termine l’emorragia debitoria dell’Unione. Parole inattese che hanno provocato ulteriori sconquassi in Borsa. E che spingono a interrogarsi sulle aspre critiche, oggi più che mai attuali, che Helmut Kohl rivolse in agosto alla sua erede: «Dobbiamo dire di nuovo molto chiaramente dove siamo e dove vogliamo andare», aveva detto il riunificatore delle due Germanie avvilito dall’incertezza della cancelliera. Già, ma dove vuole andare la Germania? E l’Europa? «Vorremmo tutti capirlo», spiega a liberal Gian Enrico Rusconi, docente di Scienze politiche presso l’università di Torino, «ma credo che le oscillazioni di Frau Merkel siano lo specchio fedele dell’incertezza del popolo tedesco in questo grave periodo di crisi: temono di prendere il timone dell’Europa, perché questo significherebbe esplicitare la leadership e e farsi quindi carico quasi assoluto dei problemi del Vecchio continente. Professore, nel giro di una settimana Angela Merkel è passata dal decisionismo allo scetticismo. Perché? Nonostante fosse una sorte di corpo estraneo giunto al potere grazie a un’operazione della nomenklatura, la cancelliera aveva dato l’impressione di saper governare. La congiuntura della crisi e la caduta della Grecia hanno invece indotto la Merkel, che è un politico molto sensibile al popolo, a un’indecisione speculare a quella della gente tedesca. Ci parli di questo dilemma. La Germania è attraversata da spinte contrastanti che si riflettono nella politica della cancelliera. Da una parte c’è la tentazione di esplicitare la leadership tedesca in Europa e prendere per mano le sorti dei Paesi membri in posizione dominante. E dall’altra? Dall’altra c’è l’effetto collaterale di questo “outing”, che constringerebbe il Paese a governare la crisi debitoria e a fare scelte difficili di cui poi si ritroverebbe a rispondere in prima persona. Ma se la Germania non individua il tipo di ruolo che vuole recitare, non si rischia che l’Europa resti ancora in cerca d’autore per molto tempo? L’alternativa è galleggiare, navigare a vista proprio come è accaduto fino a oggi. Il vero problema è però che i tedeschi

non hanno interlocutori altrettanto credibili e autorevoli nell’Unione europea. Nicolas Sarkozy è in questo senso un personaggio sintomatico. La Francia era stata interventista, decisionista, conflittuale fino al punto da metter in difficoltà la Nato. E viceversa la Germania aveva scelto un atteggiamento reticente, assenteista, ripiegato su se stesso. Ora però il presidente francese è giunto all’autunno del suo mandato, e si rifugia nell’ombra della Merkel per nascondere

«La Merkel è troppo sensibile al consenso interno: i tedeschi non vogliono invischiarsi con i debiti altrui»

la sua debolezza interna. E alla Germania è rimasto in mano il pallino, che allo stesso tempo è un cerino. Ma perché la Merkel teme così tanto di prendere in mano l’Europa? Di riflesso al popolo tedesco, l’elaborazione del passato è per la Merkel un’operazione tuttora in corso. La Germania del dopoguerra ha scelto di imboccare la via dell’industriosità e del basso profilo. La voglia di tranquillità è ancora prevalente, e c’è la percezione che una leadership troppo marcata in campo europeo sia un sacrificio troppo grosso. I tedeschi spesso negano di essere ancora prigionieri della storia del Novecento, ma in un momento di confusione come quello che stiamo attraversando, le loro resistenze sono in realtà abbastanza evidenti. I nodi irrisolti sono in qualche modo tornati al pettine. Eppure sul fronte interno, la cancelliera si è mostrata parecchio agguerrita contro i banchieri che protestano vivacemente contro la decisione di ricapitalizzare le banche. Salvo poi apparire parecchio irresoluta sulla questione del debito greco. Angela Merkel si trova anche in questo caso stretta tra due diversi desiderata. Da un parte l’opinione pubblica europea e l’establishment degli altri Stati membri che spesso ne hanno contestato l’eccessivo rigore verso chi ha trasgredito a scapito di quella solidarietà che è il patto fondativo dell’Unione europea. Dall’altra c’è l’impatto consistente della Germania più autocratica, che la costringe a difficili operazioni di equilibrismo tra solidarietà e senso alto della politica, e linea dura contro gli Stati europei in difetto. Teme che i costi della crisi ricadano sul suo elettorato che non sembra da tempo troppo entusiasta delle sue politiche. Anche la Merkel è sensibile al popolo. Vuole evitare che i costi per fronteggiare la crisi europea ricadano in modo sproporzionale sui tedeschi. Per questo non forza, o lo fa soltanto a tratti. Spera nella collegialità di decisioni che purtroppo poi non arrivano. Decisionista e impaurita al contempo. Come spiegare d’altra parte il tête-à-tête con Sarkozy che ha scatenato persino le rimostranze italiane? L’indecisione porta a imboccare più strade allo stesso tempo, che spesso portano a destinazioni diverse. Sul debito greco non si decide perché tutti aspettano una decisione dell’Europa. Ma viceversa, se la Germania non decide, non c’è una possibile decisione dell’Europa. La verità drammatica è una sola: Angela Merkel non ha nessun competitor in grado di stimolare i processi decisionali di un Paese costretto a essere leader suo malgrado.

parsi, fagocitati nei nuovi grandi conglomerati finanziari. Se questo oggi non è possibile, la spiegazione è evidente. Nessuno è in grado di scagliare la prima pietra.Tutto il sistema finanziario internazionale è inquinato da crediti insolubili. E, quindi, nessun Istituto è in grado di assumersi l’onere di ulteriori acquisizioni.

Questo spiega il nervosismo del mercato e le reazioni delle Agenzie di rating. Finora sono intervenute, dove era più facile intervenire. Hanno penalizzato quasi tutti i Paesi del che si affacciano sul Mediterraneo, ma ora sono costretti ad alzare il tiro verso il corpo grosso. Meditano di togliere la tripla A sia alla Francia sia alla Germania, trascinando verso il basso la stessa affidabilità dell’euro. Questo è il punto più delicato. Finora ha regnato l’immobilismo. Tanto in Europa, quanto, in Italia, ha prevalso il tirare a campare. Decisioni che si rincorrono senza approdare a nulla. Conflitti tra i player della politica. Angela Merkel che non riesce ad avere ragione dei suoi oppositori interni, sebbene abbia avuto l’avallo dei socialdemocratici. Silvio Berlusconi, che non ha più l’intesa con il suo Ministro dell’economia sia sulle cose da fare – il decreto per lo sviluppo e la manovra per l’abbattimento del debito – sia su nomine pesanti, come quelle relative alla Banca d’Italia, mentre la doppia presenza italiana nella BCE (Mario Draghi alla presidenza e Bini Smaghi nel board) rischia di minare del tutto le relazioni franco – italiane. È una situazione d’impasse dagli esiti imprevedibili. Mentre cresce una protesta sempre più generalizzata. La cosa che più colpisce non è la paralisi della politica, ma la forza di una società – compresa quella italiana – che non si arrende di fronte alla crisi. Abbandonati a se stessi, lavoratori e imprenditori, pur fra mille difficoltà, cercano di fare il loro antico mestiere. Le richieste di pensionamento anticipato sono crollate. Gli indici della produzione industriale, nel mese di luglio, smentendo ogni profezia orientata al catastrofismo, hanno fatto registrare un aumento significativo. Le esportazioni crescono, nonostante il peso delle importazioni che sono, paradossalmente, segno di vitalità, visto che l’incremento maggiore viene dai prodotti intermedi: componente essenziale della produzione di beni di consumo e di investimento. Insomma: non ci si arrende. E quindi basterebbe poco per contrastare una crisi che è figlia soprattutto degli eccessi finanziari degli anni passati. Ma per ottenere risultati duraturi, occorrerebbe un quadro politico diverso. Quello che, purtroppo, non si vede.


politica

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Le Associazioni: «Al voto anche nel 2013, ma abbiamo bisogno di riforme e di decisione»

Berlusconi infuriato per la svolta di Todi Il premier: «Nessuna spallata contro il governo» E Bossi: «Da mesi chiedono un passo indietro» di Osvaldo Baldacci

ROMA. Berlusconi quasi quasi potrebbe pure avere un minimo di ragione (ma senza capire davvero perché), Alfano invece ha torto. Pensando di andare nella stessa direzione, i due finiscono per andarci, ma imboccando entrambi la direzione sbagliata, nonostante per un attimo il premier abbia intuito uno spiraglio di verità: ma come sempre più spesso gli accade, la ha accantonata per guardare solo a se stesso. E il suo segretario politico gli è andato appresso. Peccato. Rischiano di perdere l’ultima occasione. Il tema del dibattito è il convegno

del mondo cattolico a Todi, convegno dalla chiara impronta socio-politica. “Todi, i cattolici chiedono un nuovo governo”, titolano i giornali. E il premier con i suoi si affrettano a smentire: «È una strumentalizzazione, non ce l’avevano con me. Anzi, a loro ci penso io, stiano tranquilli». Come al solito da entrambe le parti si cerca di tirare per la giacchetta quello che invece è un movimento forte, autonomo, irriducibile agli schemi attuali, irrefrenabile nella sua avanzata. Il punto non è questo o quel partito, questa o quella persona, il punto è molto più alto, la posta in gioco è la sopravvivenza e il rilancio dell’intera società italiana. E questo certi politici non riescono proprio a capirlo, riducendo tutto ai loro miopi interessi di bottega. Per questo finiscono per essere guardati con distacco e sfiducia da chi invece ha prima e meglio avvertito i bisogni impellenti del mondo vitale italiano, la necessità di rimboccarsi le maniche nell’interesse del bene comune. Inutile quindi nascondersi dietro giochi di parole: probabilmente è vero che i movimenti cattolici non intendevano dare una spallata al governo, ma nel senso che non si occupano più di queste minuzie occasionali: oltre, guardano hanno già chiuso questa fase che si purtroppo trascina nell’agonia parlamentare, e pensano a come do-

po si potrà ricostruire l’Italia; innegabile e inevitabile però che la chiusura di questa fase non può avvenire senza un giudizio negativo, abbastanza esplicito, di quanto sta accadendo e senza una presa d’atto della responsabilità chiara e forte di alcuni dei principali protagonisti della scena.

«Il convegno di Todi – fa scrivere Berlusconi in un comunicato - si è concluso con la decisione di far lievitare la presenza dei cattolici nella società italiana, attraverso un forte impegno sulle questioni del lavoro, dell’accoglienza e della solidarietà ... Purtroppo ancora una volta - conclude il premier - assistiamo ad una ridicola strumentalizzazione delle idee, trascinate nel consueto e grottesco teatrino della politica». Per Berlusconi il convegno sarebbe stato presentato da molti come una spallata al governo “il contrario esatto della verità”, afferma il premier. E se lo poteva risparmiare. Aveva avuto l’intuizione giusta, il rifiuto della strumentalizzazione, il fatto che il convegno andasse molto oltre le beghe della strettissima attualità. Ma l’ha lasciata svanire, cadendo anche lui nella banale (e palesemente infondata) strumentalizzazione, addirittura per evocare una specie di sostegno che palesemente non c’è stato. Peggio di lui fa il segretario del Pdl, Angelino Alfano, che chiarisce come il pensiero di quella parte politica sia naufragato nella direzione sbagliata: «I cattolici hanno trovato nel Pdl il partito che ha difeso i valori della vita e della famiglia, con scelte legislative vere». Forse ormai nel Pdl non leggono nemmeno più i tanto amati sondaggi, oltre a non ricordare quali sono i fatti concreti del loro governo (tagli, taglie poi ancora tagli, specie alle famiglie), e ad avere un distacco dalla realtà tale da non comprendere poche semplici parole espresse dal Forum di Todi: “Ci vuole un nuovo governo più forte e più credibile”. Non vorrà dire che tutti gli uomini del Pdl vadano gettati al macero, ma certo non è un giu-

Il presidente della Conferenza episcopale italiana e arcivescovo di Genova, il cardinale Angelo Bagnasco. Due giorni fa ha aperto il Forum delle Associazioni cattoliche a Todi. In basso; il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Nella pagina a fianco il presidente delle Acli Andrea Olivero dizio lusinghiero sull’attuale governo e l’attuale maggioranza. L’ennesimo giudizio non lusinghiero: curiosi tanti pronunciamenti negativi se si è soddisfatti del partito che amministra la cosa pubblica da più di tre anni. L’ha capito anche Bossi, che senza remore ha dichiarato: «I cattolici sono mesi che chiedono un passo indietro di Berlusconi».

«La posizione chiarissima del Forum sul governo è questa» chiarisce Carlo Costalli, presidente di MCL, «Pensiamo che si possa andare ad elezioni alla normale scadenza del 2013, ma che nel frattempo servano urgentemente alcune riforme, co-

mo atto e lavoriamo per la ricomposizione, possibilmente con tutti quelli che in Parlamento hanno lavorato bene e si sono battuti con chiarezza per i nostri valori. Dovranno collaborare con coloro che nella società civile hanno deciso di rimboccarsi le maniche per il bene comune. I politici dunque non temano epurazioni, ma neanche si chiudano nel fortino: la nostra sfida è sui temi concreti. Dimostrino con i fatti e non a parole di volere il bene del Paese e di voler far parte del futuro. A titolo personale poi aggiungo che mi auguro che questa prossima ricomposizione abbia i riferimenti del

Buttiglione: «I movimenti sono consapevoli della grave crisi che stiamo attraversando, di più rispetto a molti del mondo della politica. Per questo si assumono delle responsabilità» me ad esempio quella della legge elettorale che secondo noi va fatta in Parlamento. Per fare questo serve un governo forte, più forte dell’attuale. Capisco le risposte piccate dalla maggioranza e non solo, ma chi lavora seriamente deve stare tranquillo. Noi lavoriamo per lanciare ponti, non fratture: non anatemi dunque, ma lavoriamo per il post-berlusconismo, nei tempi medio-lunghi. Non lavoriamo per una scomposizione: quella c’è già nei fatti, non solo nella maggioranza ma anche nel Pd e nella sinistra. Noi ne prendia-

Partito Popolare Europeo, con un partito o più partiti non è fondamentale».

Chiarisce Rocco Buttiglione: «I movimenti cattolici sono più consapevoli della grave crisi che stiamo attraversando rispetto a molti del mondo della politica. Per questo si assumono delle responsabilità e chiedono alla classe dirigente di farlo. Si rendono conto che non possono restare inerti, dispersi e irrilevanti, non possono delegare ad altri il loro impegno. Ed è evidente che ritengono inade-


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Solo in questo modo si può arrivare a sfidare la politica e portarla a rinnovarsi seriamente

Ancora non si vede una nuova classe dirigente L’associazionismo ha mosso bene i primi passi, ma ora deve strutturarsi davvero promuovendo l’avanzata delle generazioni più giovani di Savino Pezzotta è stata da parte mia una viva attenzione, animata anche da una speranza e dall’esperienza compiuta negli scorsi anni con Retiinopera, per l’incontro che le associazioni cristiane impegnate nel sociale hanno tenuto in quest’inizio di settimana a Todi. L’intervento del cardinal Bagnasco e le conclusioni dell’incontro hanno messo fine a tante illazioni e mostrato che le associazioni non vivono di nostalgie e che hanno un alto grado di maturità e di autonomia, tesori che possono ben spendere nel prossimo futuro per il bene dell’Italia. Sono stati chiaramente smentiti i timori di chi temeva la nascita di una improbabile “cosa bianca”. Ora si è chiamati, cattolici e laici, a riflettere sull’evento e sulle conclusioni dell’incontro di Todi. Il Presidente della Conferenza episcopale italiana monsignor Bagnasco, con il suo intervento, ha fatto una operazione di verità di cui tutti devono tenere conto e ha messo in evidenza che senza l’apporto dei cattolici non si esce dalla crisi e che l’assenteismo sociale per i cristiani è un peccato di omissione. Ma l’azione sociale e politica dei cristiani non può però attestarsi sulla pura prassi: deve essere orientata da un chiaro riferimento ai fondamenti culturali e di fede da cui occorre sempre partire. C’è, come diceva Romano Guardini, una visione cattolica del mondo che orienta e guida ogni agire dei cristiani e dalla quale è impossibile prescindere.

C’

guato ai tempi questo governo. I movimenti non vogliono fare un partito, ma avere un peso politico nell’indirizzare le scelte verso il bene comune quello sì. E per farlo si troveranno a fare delle scelte. Devono parlare con tutti ma non essere equidistanti da tutti. Berlusconi minimizza perché non si rende conto che questo rinnovato impegno dei cattolici non va letto con le vecchie categorie degli ultimi anni, non rientra nello schema del bipolarismo e della delega leaderistica. Ma lo stesso problema ce l’ha il Partito Democratico, che può avviare un dialogo con questi movimenti, ma solo alle condizioni di ascoltare e rispettare, se non interpretare, le loro richieste. Non può certo restare legato a vecchi schemi ideologici, a battaglie laiciste di retroguardia, e poi pensare di incassare consenso gratuito in nome dell’antiberlusconismo». «Noi dell’Udc – conclude Buttiglione – dobbiamo guardare con molta attenzione a quello che accade e dare risposte concrete. Possiamo e dobbiamo essere gli interlocutori privilegiati di questo mondo che è il nostro, con cui condividiamo valori e ispirazioni. Sta a noi rappresentarlo concretamente nella politica, meritarci il loro consenso. Dobbiamo costruire un partito che sia espressione chiara delle istanze del popolo cristiano, lasciandolo libero di scegliere, ma facendo il necessario perché scelga noi, in una osmosi feconda».

Affermare questo non significa proporre una visione integralista o rifiutare l’arte della mediazione che appartengono naturalmente alla prassi sociale e politica e al vivere civile. Ma i cattolici, in virtù della loro fede, non possono mediare su tutto: ci sono questioni e problemi sui quali, dopo aver tentato ogni possibile convergenza, non possono mediare. Non tanto perché vogliono, come impropriamente si è alcune volte affermato, imporre la loro visione delle cose; ma solo per restare fedeli a una proposta che come tale può essere accettata o rifiutata. La storia del cattolicesimo sociale e politico è sempre stata molto chiara su questa impostazione e non ha mai messo in discussione il principio di laicità e i criteri della tolleranza che sono propri del modello democratico. Quello che viene rifiutato è la privatizzazione della fede o la riduzione di ciò in cui si crede a una sorta di religione civile nella convin-

zione che in una società segnata dal pluralismo etico e religioso i principi non negoziabili sono traversali e che pertanto richiedono nuovi approcci anche da parte laica.

Il Paese ha oggi bisogno di tornare a ripensarsi in profondità e a non limitarsi, anche se è urgente e indispensabile, a discutere di come si affrontano le questioni economiche che tante sofferenza stanno creando tra le famiglie e incertezze tra le giovani generazioni. La di-

Si deve tornare a impegnarsi nel sociale, immaginando un Paese dove sia possibile unire le migliori risorse umane con l’etica e la morale mensione sempre più plurale della nostra società richiede un agire in profondità. In questi anni il declino economico è stato accompagnato da un degrado morale che ci fa dire, ripetendo Peguy, che c’è oggi più che mai bisogno di una vera e propria “rivoluzione morale” , capace di riorientare l’agire sociale, economico e politico. Non ci sono scorciatoie rispetto a questa prospettiva che richiede un forte impegno culturale. Sono convinto che con l’incontro di Todi l’associazionismo cristiano ha assunto delle forti responsabilità nei confronti del Paese e delle persone che lo abitano e non le può deludere. Il problema che gli si presenta davanti non è tanto organizzativo considerato il loro forte radicamento nella società italiana dei convenuti in Todi. Da loro ora devono venire delle proposte

decise e precise, capaci di animare la società italiana e di chiamare la politica alla sua vocazione. Si tratta veramente di mettere in campo una pro-vocazione fatta di idee e proposte sul terreno della rivalorizzazione del lavoro, della tutela e promozione della famiglia, di un rinnovamento profondo delle tutele sociali in grado di ridefinire una nuova relazione solidale tra generazioni (ripensando il modello previdenziale e orientarlo anche verso i giovani), ma serve che sul piano culturale si punti a liberare la società italiana dal chiuso individualismo che l’ha in questi anni imprigionata e l’ha resa quasi incapace di moti propulsivi di solidarietà senza i quali una realtà multietnica come è ormai quella italiana, non avrà sviluppo e coesione. Soprattutto serve una proposta nei confronti dei giovani che non li lasci preda del ribellismo che impedirebbe loro di essere i protagonisti del futuro e di sottrarsi alla tentazione degli estremismi, della violenza e del relativismo che tutto giustifica.

Del protagonismo propositivo dell’associazionismo ne ha certamente bisogno la società italiana, ma ancor più la democrazia e la politica. C’è bisogno di una nuova generazione di politici: questa però non nasce per incanto o attraverso le pur interessanti scuole di politica, ma da un impegno profondo nel sociale, nella prossimità costante con i poveri, il disagio e i problemi del territorio, dell’ambiente e della nuova convivenza. Senza dimenticare i problemi della pace e dell’equità sociale. Una nuova generazione di politici che assuma il criterio della mitezza e della non violenza come stile di vita. Solo così si potrà sfidare la politica a rinnovarsi. Mi aspetto sfide importanti sul lavoro, sulla famiglia e sulle nuove forme dell’economia dove il valore della relazione umana, solidale e partecipata conti più del semplice guadagno economico e che pertanto valorizzi i criteri della sobrietà, del dono e della gratuità come segni di una economia più orientata alla felicità che al profitto. Serve che l’associazionismo prenda in mano la dottrina sociale della Chiesa e in particolare la “Caritas in Veritate” e, imitando quanto fecero i cattolici sul finire dell’ottocento con la “Rerum Novarum”, la declinino in prassi sociale e costringano per tale via la politica a rinnovarsi.


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Nato a Pieve di Soligo, esordì nel 1951 con la raccolta «Dietro il paesaggio» p e n’è andato l’ultimo grande vecchio della poesia italiana. Andrea Zanzotto, il testimone dell’individuo come presenza critica, il cantore disperato e combattito di un paesaggio violentato (quello veneto), lo sceneggiatore ironico e disincantato di Federico Fellini, se n’è andato ieri all’età di novant’anni. Li aveva compiuti da poco e a chi in un’intervista gli chiedeva che cosa si capisse della vita quando si era arrivati su quella vetta, rispose: «Niente, di anni ce ne vorrebbero novecento». E prima di andarsene - sempre il giorno del suo compleanno - fece una di quelle sue uscite da uomo libero e anticonformista: disse chiaro e tondo che sarebbe volentieri apparso in videoconferenza per salutare tutti i convenuti nello storico caffè Pedrocchi di Padova che volevano festeggiarlo, ma lo avrebbe fatto solo se non avesse dovuto vedere né colori politici né tantomeno oratori che parlassero di secessione. Il vice presidente della Provincia, Roberto Marcato si sentì attaccato da quella richiesta e lasciò la sala.

S

Zanzotto sino alla fine non ha guardato in faccia a nessuno né ha fatto troppo caso alle convenienze e alle mediazioni. Tanto e per tutta la vita aveva amato il suo Veneto da non volersi mescolare con chi di quell’amore ne voleva fare un uso di parte. Quel paesaggio cementificato da fabbriche e fabbrichette lo faceva soffrire. E non fu solo dolore silenzioso o cantato in versi, fu anche impegno in tutte le battaglie per difendere i luoghi, le bellezze, le tradizioni. Del resto Zanzotto nella vita non le aveva mandate a dire a nessuno: sciabolate recenti - come già ricordato - al leghismo, ma anche a certa sinistra. Come quando polemizzò con Edoardo Sanguineti e Nanni Balestrini sostenendo che l’unico soggetto della poesia era la persona, l’individuo e non gli eventi collettivi, la rivoluzione. Questo non voleva dire disimpegno. Anzi - sosteneva - «la poesia è la prima figura dell’impegno: perché non solamente deve e può parlare di libertà, dire cioè la prepotente sortita dell’uomo dalle barriere di ogni condizionamento, e il superamento di qualunque “dato”, ma col suo solo apparire, col suo sì essa dà inizio alla sortita, al processo di liberazione. La poesia come libertà, è una sola parola quella che salva l’anima in

L’ultimo poeta

di Gabriell

Scomparso ieri dopo un arresto cardiaco Andrea Zanzotto. Aveva compiuto novant’anni lo scorso 10 ottobre una suprema proposta qualitativa». Andrea Zanzotto non ha mai interrotto la sua riflessione sul mondo, sulle violenze della storia, sulla società, sulla modernità guardata sempre criticamente, e sulla politica, ma lavorava anche accuratamente sulla forma, sul linguaggio: esordì come ermetico, ma nella sua poesia amava inserire forme dialettali, modi di esprimersi dei bambini. La parola era la sua grande passione, la sua tentazione continua, nonostante il padre, disegnatore e pittore, avesse educato il figlio all’immagine e alla musica.

Andrea Zanzotto nasce a Pieve di Soligo, nel profondo Veneto, nel 1921. Una famiglia solida la sua, dove accanto alla madre c’erano anche due sorelle e un fratello. Da bambino fu educato col metodo Montessori. Alla scuola elementare, anche grazie alla maestra Marcellina Dalto, imparava così velocemente da saltare la prima classe e ritrovarsi subito in seconda. Nel suo Autoritratto racconta la sua prima sco-


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pubblicata da Mondadori. Il sindaco della città ha decretato il lutto nazionale

del Novecento

la Mecucci perta della parola. «Provavo qualcosa di infinitamente dolce ascoltando cantilene, filastrocche, strofette (anche quelle del Corriere dei Piccoli) non in quanto cantate, ma in quanto pronunciate o anche semplicemente dette, in relazione a un’armonia legata proprio al funzionamento stesso del linguaggio, al suo canto intero». Ormai adolescente frequentò le scuole magistrali di Treviso e iniziò a coltivare gli interessi letterari: consultava la Storia universale della letteratura italiana di Giacomo Prampolini. E cominciò a scrivere i primi versi: uno stile già molto personale che risentiva però dell’influenza pascoliana. Dalle magistrali passò al liceo classico e nel 1939 si iscrisse alla facoltà di Lettere dell’Università di Padova. Approfondì allora la conoscenza di Baudlaire e scoprì Rimbaud. Poi toccò alla lingua e alla letteratura tedesca di cui amò molti scrittori. Su tutti: Holderlin, Goethe, Heine. Giovanissimo collaborava alla rivista Il Bo e a Signum, su cui scrivevano anche Mario Luzi e Strehler.

Quando scoppiò la guerra, il fisico gracile fece sì che venisse riformato. In seguito parteciperà alla Resistenza veneta nelle fila di “Giustizia e Libertà”, si occupava di stampa e propaganda. Nel dopoguerra, si segnalerà come poeta. I primi a comprenderne la grandezza e ad assegnargli il premio San Babila furono nientemeno che Giuseppe Ungaretti, Salvatore Quasimodo, Eugenio Montale, Leonardo Sinisgalli e Vittorio Sereni che facevano tutti parte della giuria che esaminava gli inediti. Nel 1959 si sposò e iniziò a collaborare con la rivista Il caffè, dove incontrò alcuni fra i migliori ingegni letterari italiani: da Italo Calvino a Luca Volponi, da Ceronetti a Manganelli. La produzione di Andrea Zanzotto si moltiplicherà: poesie, ma anche attività critica per importanti riviste, traduSopra alcuni scatti di Andrea Zanzotto. A sinistra, il poeta, nella sua casa di Pieve di Soligo, riceve il sigillo del Leone del Veneto e del volume "Nessun consuntivo - i 90 anni di Andrea Zanzotto" (pubblicato in occasione del suo recente compleanno) dal presidente del Consiglio regionale Clodovaldo Ruffato. A destra, Zanzotto con il poeta Gino Nogara e lo scrittore Fulvio Tomizza

zioni, nonché la collaborazione cone due quotidiani: Il Giorno e L’Avanti. Nel 1964 conobbe il grande storico Ernst Bloch e ne rimase conquistato: una fascinazione culturale che ebbe per lui estrema importanza, come più volte ha ricordato in saggi e interviste. I suoi riferimenti letterari in quel periodo si andavano accrescendo: da Petrarca a Leopardi, da Mallarmé a Ungaretti. Strinse rapporti con Sereni, Fortini, Giudici e con loro nel 1967 andò a Praga. Al ritorno iniziò a scrivere per Quaderni Piacentini di Piergiorgio Bellocchio, rivista legata all’estrema sinistra. Fortini ha osservato di lui in quel periodo: «Quella di Zanzotto è “un’intensa nostalgia per il momento eroico del poeta come legislatore, sacerdote e agnello del sacrificio». È dei primi anni Sessanta che il poeta veneto lavorava

Al 2009 risale «In questo progresso scorsoio», conversazione col giornalista Marzio Breda nella quale il maestro espresse riflessioni sul tempo presente di buona lena sul linguaggio: cominciò ad attingere a quello infantile, al dialetto alle lingue straniere. Con questo composito vocabolario spaziava dall’elegia del suo angolo del Veneto sino all’astrofisica. Ne nasceva - sempre per dirla con Fortini - una «recitazione illimitata» che spesso portava con sé una difficoltà di comprensione. L’oscurità di Zanzotto, però, ha un preciso significato. Tende infatti a comunicare ai lettori i limiti o addirittura l’impossibilità che incontrava la verbalizzazione nel cercare di raccontare il visuto più intimo di ognuno. Mentre dunque il linguaggio si complicava, parallelamente Zanzotto compiva il

percorso opposto, quello verso la scoperta delle radici, delle origine, della semplicità iniziale: da qui l’uso dei modi di dire infantili e anche del dialetto. È questo il senso più profondo di un lavoro che durerà per tutti gli anni Sessanta e che culminerà con la pubblicazione de La beltà, la raccolta di versi forse più bella del poeta, che verrà presentata a Roma da Pier Paolo Pasolini, mentre sul Corriere della Sera uscirà la recensione di Eugenio Montale. Nel 1969 pubblicò Gli sguardi, i fatti di e Senhal, scritto subito dopo lo sbarco dell’uomo sulla Luna, dimostrazione ulteriore della sua continua e appassionata attenzione verso il mondo che lo circonda e anche per la scienza. Negli anni Settanta, ancora versi, ma anche l’inizio della collaborazione con Federico Fellini. Incontrato nel 1970 durante la presentazione del film I clowns, il grande regista lo chiamò a lavorare con lui alla sceneggiatura di Casanova. Subito dopo uscì Filò che contiene il carteggio fra i due, i versi, le composizioni dialettali scritte durante la realizzazione della pellicola. Nel 1980 Zanzotto scrisse i dialoghi di La città delle donne. Nel 1983 i cori per E la nave va. Il rapporto con Federico Fellini non fu solo professionale, ne nacque anche una frequentazione che coinvolse la stessa Giulietta Masina: si incontravano spesso a Venezia e in altre città venete. Il poeta ricevette nel 1978 il premio Viareggio, ma la sua vita stava per incagliarsi in uno dei suoi momenti più dolorosi: Zanzotto infatti si ammalò di depressione e, gli anni successivi - Ottanta e Novanta - saranno un insieme di risalite e di ricadute.

Gli ultimi anni della sua vita sono stati comunque intensi. Ancora raccolte di versi, ancora traduzioni. Nel 1999 uscì il Meridiano Mondadori che raccoglieva Le poesie e prose scelte a cura di Stefano Dal Bianco e Gian Mario Villalta. Nel 2005 dette alle stampe Colloqui con Nino, scritto con la moglie Marisa, insieme alla quale arriverà a festeggiare le nozze d’oro nel 2009. In quello stesso anno pubblicherà Conglomerati. Andrea Zanzotto non ha mai smesso di lavorare e, accanto alla scrittura, c’erano anche il volontariato e la difesa del suo adorato territorio. Diventerà infatti il punto di riferimento in tutte le battaglie a favore del paesaggio veneto. Diceva in un’intervista apparsa su Repubblica: «Dopo la guerra si costruiva perché ce n’era bisogno, le case erano distrutte. C’erano i soldi del piano Marshall. Disordinatamente ma si raggiunsero “gradini sopportabili di decenza”. Poi questo slancio si affievolì. E come siamo arrivati ad oggi? Si è voluto ottenere il massimo col minimo costo, ma poi il costo è stato altissimo. Il mito della ricchezza facile è un febbrone capace di distruggere l’organismo. E questo territorio è stato incrostato di stabilimenti che ora sono vuoti perché è più conveniente produrre all’estero, di centri commerciali, dove - è accaduto poco tempo fa - un operaio è morto schiacciato e il suo corpo è rimasto coperto da un lenzuolo, mentre la gente andava a fare compere». Sino all’ultimo, dalla parte dell’uomo, dalla parte della bellezza, guardando tutto ciò che lo circonda con gli occhi della libertà. Ieri poi la fine: a quel corpo tanto fragile è mancato il respiro a novant’anni compiuti. Una vita lunga, difficile, combattiva, illuminata da una ricerca poetica senza sosta. Se ne va così l’ultimo grande di una generazione che ha dato moltissimo alla letteratura italiana. Siamo tutti un po’ più soli.


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Tra le nuove misure annunciate, anche l’arresto obbligatorio per chi venga trovato in possesso di «kit di guerriglia urbana»

L’autunno caldo di Maroni Il ministro al Senato: «Una fideiussione per manifestare. Pronti anche i Daspo» di Marco Palombi

ROMA. È il giorno dell’ordinata ritirata dei nuovi Oronzi, nel senso del fu Reale, Guardasigilli nel IV governo Moro, padre e omonimo della famigerata legge anti-terrorismo del 1975 che prevedeva, tra l’altro, quarantotto ore di fermo preventivo di polizia per persone sospette. Ieri, infatti, Antonio Di Pietro, il primo che s’era voluto Oronzo rilanciando “una legge Reale 2”, s’è rimangiato tutto: «Non abbiamo alcuna intenzione di riesumare quella legge, noi intendiamo riaffermare in primo luogo il diritto dei cittadini di poter manifestare liberamente in modo pa-

sti irredenti, parlare in Senato degli scontri romani del 16 ottobre tra manifestanti e polizia: «Non serve una legislazione di emergenza o nuove leggi speciali, servono leggi specifiche». Dunque saranno specifiche e non speciale, e sembra pure che servano in tutta fretta perché - dice il ministro varesotto - «si preannuncia un nuovo autunno caldo», a partire dal prossimo week end.

Al di là della ricostruzione di quanto accaduto sabato, infatti, Maroni ci teneva soprattutto a mettere le mani avanti e a criminalizzare in via preventiva -

Il Viminale ha «ottenuto dal ministero dell’Economia 60 milioni di euro per la gestione dell’ordine pubblico». Ma i tagli al settore, in questa legislatura, ammontano a circa tre miliardi cifico». Evidentemente la reazione basita dei suoi elettori e della gente che lui stesso ha più volte portato in piazza l’ha convinto a ripensarci, magari anche per l’imbarazzante sostegno subito arrivatogli dal ministro dell’Interno. Comunque il leader di Italia dei Valori non è stato il solo, ieri, a cincischiare con le parole: s’è mostrata al mondo, per dire, pure la categoria dei mezzi Oronzi, tipo il ministro della Giustizia: «Sono d’accordo con Maroni, non con Di Pietro», ha spiegato il buon Nitto Palma. Solo che essendosi il collega leghista detto d’accordo con l’ex magistrato, per la nota proprietà transitiva, anche il nostro Guardasigilli si deve rassegnare ad essere d’accordo con Di Pietro, almeno finché non s’è smentito da solo. Infine è toccato proprio al quasi Oronzo di lotta e di governo,“il capo di polizia della Repubblica”, come lo irridono a casa i leghi-

oronzamente per così dire quanti nel fine settimana scenderanno di nuovo in piazza contro l’alta velocità in Val di Susa, movimento che secondo il nostro è contemporaneamente madre e figlio delle nuove violenze di piazza: «Questa estate in Val di Susa era possibile cogliere la recrudescenza del fenomeno insurrezionale - ha detto il ministro - La prote-

sta No Tav è un laboratorio ideale per sperimentare le pratiche di guerriglia in previsione di un autunno caldo». Sabato prossimo, infatti, c’è un corteo che vuole bloccare i cantieri e «uno dei leader, Alberto Perino, ha detto che succederà qualcosa di brutto: chiedo ai sindaci, a tutte le brave persone che manifesteranno di prendere le distanze». Maroni poi ha buttato lì le sue “leggi specifiche”: in primo luogo il divieto di partecipare alle manifestazioni per i violenti sul modello del Daspo per i tifosi, poi l’introduzione del reato associativo per chi compie atti di violenza organizzata nelle manifestazioni, maggiori tutele giuridico-legali per gli operatori di polizia, l’arresto in flagranza differita (una sorta di prova tv) e «il fermo di polizia obbligatorio per quanti vengano trovati in possesso di “kit di guerriglia urbana” nei pressi delle aree dove si svolgono i cortei». Infine il colpo da maestro, l’intimidazione economica per chiunque voglia organizzare una manifestazione: per ricevere l’ok da parte dell’autorità pubblica serviranno «idonee garanzie patrimoniali per rispondere di eventuali danni». Nel caso specifico, il Comitato 15 ottobre - che ha organizzato le proteste di sabato - dovrebbe pagare i cinque milioni di euro di danni per la città di Roma comunicati al Parlamento dal Viminale: chi si azzarderà mai più a convocare una manifestazione? «Mi rendo conto - ha aggiunto generosamente il ministro - che entriamo nel campo dei diritti costituzionalmente garantiti», ma bisogna anche «tutelare il diritto dei cittadini di vivere in città sicure».

Quanto ai fatti di sabato, Maroni ieri ha ribadito che «c’era la volontà di ricreare l’incidente avvenuto a Genova e solo la professionalità delle tremila forze dell’or-

dine sul campo ha impedito che ci scappasse il morto. Le immagine dei roghi, dei saccheggi, degli scontri con le forze di polizia avrebbero potuto essere anche peggiori: c’era l’intenzione di assaltare le sedi delle istituzioni repubblicane, in primo luogo la Camera e il Senato, e ciò è stato evitato». A Roma, ha sostenuto il ministro, «abbiamo visto materializzarsi un’inedita forma di terrorismo urbano», con la «cieca violenza di tremila incappucciati che ha oscurato la protesta di migliaia persone che volevano solo manifestare». Per l’uomo del Viminale, al contrario di quanto dichiarato ad esempio da Gianni Aleman-

arrestati, ad esempio, nove sono «residenti tra Roma e provincia, di cui uno solo noto alla Digos. Poi c’è uno studente di Bologna che frequenta il gruppo Caos, un rumeno residente a Varese e un ragazzo varesino di 22 anni».

Sulla mancata opera di prevenzione contro i violenti, infine, Maroni ha sostenuto che «le informazioni sul movimento c’erano tutte, ma le norme di legge attuali non consentono di procedere a fermi e arresti di chi è solo sospettato di volere partecipare a violenze di piazza». Peccato, perché da un novello Oronzo ci si aspetterebbe più competenza: gli arti-

Quanto ai fatti di sabato, ha precisato che «c’era la volontà di ricreare l’incidente avvenuto a Genova e solo la professionalità delle 3mila forze dell’ordine ha impedito che ci scappasse il morto» no, a Roma non c’era «nessun black bloc proveniente dall’estero». Piuttosto i responsabili vanno ricercati nell’arcipelago delle associazioni anarchiche e in «segmenti estremisti dell’antagonismo marxista-leninista»: «Nell’area romana frequentano centri sociali e gruppi come Acrobax, gli skinhead del Rash e gli Ultras romanisti del gruppo dei Fedayn», poi c’erano «elementi del centro sociale Gramigna di Padova e dell’Askatasuna di Torino» e pure «i disoccupati organizzati napoletani» e «numerosi giovani senza precedenti». Dei 12

coli 4 e 5 della legge Reale sono infatti ancora in vigore e consentono proprio, in circostanze come quelle, proprio il fermo preventivo. Al ministro, però, ieri non interessava essere preciso, ma rivolgersi a due interlocutori: ai movimenti, No Tav in testa, per dirgli che devono stare calmi o le prendono; ai poliziotti che il Viminale ha «ottenuto dal ministero dell’Economia uno stanziamento di 60 milioni di euro per la gestione dell’ordine pubblico». Peccato che i tagli al settore, in questa legislatura, ammontino a circa tre miliardi.


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A Roma e nelle principali città la protesta della polizia contro le riduzioni

Ma si può tagliare sulla sicurezza?

«Non ci lamentiamo per il fatto di essere malpagati, ma perché ci tolgono gli strumenti che ci fanno lavorare» di Riccardo Paradisi er manifestare la loro indignazione non incendiano auto in sosta, non sfasciano vetrine, non erigono barricate. Anzi per un magro stipendio e a rischio dell’incolumità fisica sono loro a far fronte ai violenti delle manifestazioni e pagare in prima persona. Adesso non protestano per avere la luna. Semplicemente, in forma composta e con grande dignità, chiedono di essere messi in condizione di fare il loro lavoro. Per questo le varie sigle sindacali della polizia si sono date appuntamento davanti a Montecitorio e nelle principali città italiane per dire basta ai continui tagli inferti al comparto sicurezza.

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A sinistra, un poliziotto manifesta contro i tagli. In alto, il ministro Maroni. Sopra e a destra, due scatti degli scontri avvenuti sabato a Roma

E così intorno ai palazzi romani della politica sono apparse sagome di poliziotti pugnalati alle spalle di fronte al Senato, dopo che le forze dell’ordine in protesta avevano sventolato fusti di benzina vuoti chiedendo simbolicamente ai cittadini di fare colletta per l’acquisto di carburante. «Dal 2008 ad oggi - spiega Massimo Zucconi Martelli, segretario nazionale Siap sono stati fatti tagli per circa 3 mld di euro, ai quali si aggiunge una sforbiciata di 60 mln di euro decisa con questa manovra». La situazione è insomma critica e sembra destinata a peggiorare. Per questo quella di ieri è destinata ad essere solo la prima di una lunga serie di manifestazioni. Già nei prossimi giorni i sindacati di polizia saranno di nuovo in tutte le città italiane per far firmare ai cittadini migliaia e migliaia di cartoline da spedire al presidente della Repubblica. «Siamo arrivati davvero alla frutta dicono i poliziotti – da novembre non avremo più benzina per le volanti». Grandi città come Roma, Milano e Bari rischiano di dover ridurre il numero di gazzelle e volanti. Per questo l’obiettivo minimo è per la polizia almeno quello di evitare il nuovo taglio da 60 milioni di euro introdotto dal recente ddl stabilità e approvare immediatamente il provvedimento relativo alle indennità specifiche e operative». Un contenuto altamente simbolico quello della protesta di ieri organizzato davanti ai palazzi della politica anche per far risaltare lo scarto tra le auto blu e la carenza di mezzi della polizia: «Per le macchine dei potenti c’è la benzina e per le nostre no». I manifestanti hanno così portato con loro fusti di benzina vuoti per ricordare che dal «15 novembre non ci saranno più soldi per la benzina delle auto della polizia». Anche per questo ai cittadini viene distribuito un foglio con i dati del conto corrente del Fondo Assistenza del ministero dell’Interno su cui «versare donazioni per pagare la benzina delle forze dell’ordine». Insomma la polizia chiede contributi volontari

ai cittadini e chiede a Maroni di prendere una posizione chiara. «Gli scontri di sabato a Roma -fa notare Marco Valerio Cervellini, segretario nazionale Ugl- dimostrano l’importanza del comparto sicurezza in un Paese democratico. I poliziotti non possono fungere da ammortizzatori sociali di un governo incapace di dare risposte concrete ai cittadini. Noi non lamentiamo il fatto di essere malpagati, ma piuttosto la mancanza di strumenti che ci consentano di lavorare in sicurezza. La cosa che provoca più amarezza -aggiunge il sindacalista- è che questo esecutivo ha vinto le elezioni puntando proprio sulla sicurezza. Di fatto, però, siamo stati lasciati soli e pugnalati alle spalle». La protesta della polizia fa molta impressione. In contemporanea si registra il tentativo di Antonio Di Pietro di cavalcare la protesta, poi l’intervento del presidente della Camera Fini che interviene auspican-

I manifestanti hanno portato con loro in piazza alcuni fusti di benzina vuoti e hanno chiesto offerte ai passanti per il carburante do che il Governo possa reperire le risorse necessarie per garantire alle Forze dell’Ordine «i mezzi adeguati all’adempimento dei loro doveri in materia di sicurezza e augurandosi che dal dibattito parlamentare possano giungere concreti segnali per la soluzione di queste problematiche».

Nel pomeriggio il ministro dell’Interno Maroni annuncia di avere ottenuto dal ministero del Tesoro uno stanziamento straordinario di 60 mln di euro entro la fine del 2011 per le spese nella gestione dell’ordine pubblico. Maroni ha anche previsto un autunno caldo, una previsione che non chiede qualità profetiche. Motivo in più per cui i pesanti tagli abbattutisi sulla sicurezza restano incomprensibili. In un paese come l’Italia poi che ha dovuto pagare un alto tributo di vite umane, soprattutto tra le forze dell’ordine, alla violenza politica. Per questo è importante il convegno che si terrà oggi a Roma organizzato dall’Istituto di Politica nella biblioteca della Camera sulla memoria del terrorismo e degli anni di piombo.


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Il neo sergente ha riabbracciato i genitori Aviva e Noam. Dal 1957 ad oggi, Israele ha scarcerato 13.509 prigionieri per riportare a casa 16 soldati opo un sequestro durato più di cinque anni Gilad Shalit è stato liberato ieri da Hamas in cambio della scarcerazione da parte di Israaele di 1.027 detenuti palestinesi (477 ieri, tra cui 27 donne, e altri 550 entro i prossimi due mesi). Shalit, 25 anni, è stato consegnato alle autorità egiziane al valico di Rafah, tra la Striscia di Gaza e l’Egitto, e poco dopo è stato trasferito in Israele, dove ha potuto riabbracciare, sotto lo sguardo di Benjamin Netanyahu, i genitori Noam e Aviva. Nella prima intervista concessa alla tv egiziana appena dopo il rilascio, il giovane caporale israeliano (appena promosso sergente), ha detto di sentirsi in buone

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Il giovane carrista catturato neppure ventenne nel 2006 è ricomparso come dall’oltretomba di fronte alla tv egiziana prima del rimpatrio condizioni e di essere «stato trattato bene da Hamas». Una frase che ha subito fatto il giro del mondo suscitando anche un giallo: secondo il quotidiano israeliano Hareetz, infatti, la traduzione sarebbe stata approssimativa e quelle parole solo un malinteso. Le prossime ore chiariranno il mistero. Stanco, smagrito, vestito con una semplice e sgualcita camicia azzurra, Gilad ha detto:«La mia mia famiglia mi è mancata tantissimo e mi sono mancati i miei amici. Spero che questo accordo porti alla pace tra israeliani e palestinesi e che favorisca la cooperazione tra le due parti. Ho temuto di restare ostaggio per molti altri anni».

«Shalom Gilad, benvenuto di nuovo in Israele, è così bello averti qui» ha dichiarato un commosso Benjamin Netanyahu all’arrivo di Shalit nella base dell’Aeronautica israeliana di Tel Nof, dove l’ex prigioniero è stato trasferito in elicottero dopo la liberazione per poter riabbrac-

ciare i genitori Aviva e Noam e molte autorità del governo, dal ministro della Difesa Ehud Barak al generale Benny Gantz, capo dello Stato maggiore israeliano. In un breve discorso alla base, Netanyahu ha promesso che Israele «continuerà a combattere il terrorismo». «Qualunque terrorista che intenda riprendere le sue attività - ha detto il Primo ministro - deve sapere che il sangue versato ricadrà su di lui». La frase, che suonava più come una minaccia, era evidentemente anche dovuta. Ma ci sarà tempo per rintuzzare Hamas e arginare il senso di vittoria che ieri serpeggiava nella Striscia (e non solo, il popolo arabo era in festa, Ahmadinejad ha farneticato le sue solite accuse contro l’imperialismo e Hamas ha richiesto la liberazione di tutti i prigionieri). Perché ieri non era tempo di far polemiche. Non era la giornata della sfida politica. Ieri i riflettori di Israele erano puntati sul giovane Gilad e sul suo volto emaciato e stanco. Ieri le telecamere non hanno mai mollato i suoi spostamenti, soprattuto dopo il suo arrivo all’aeroporto di Mitzpe Hila, dove ha la sua casa.

Dalla pista di atterraggio Shalit e i parenti più stretti sono stati prelevati da una colonna di veicoli, che si sono lentamente aperti il passo verso l’abitazione di famiglia. Il sottufficiale era seduto sul divano posteriore di un furgone di colore bianco, accanto alla madre. Ma già dalla mattinata le vie del villaggio si erano riempite di comuni cittadini, molti giunti anche da lontano apposta per accoglierlo, parecchi indossando magliette con sopra stampato il ritratto di un giovanissimo Gilad. Hanno fatto ala al corteo motorizzato, applaudendo, strigendo nel pugno e lanciando verso l’ex ostaggio fiori candidi, rose o garofani, abbracciandosi e cantando «Gilad è tornato a casa sano e salvo!». Non pochi si spingevano l’un l’altro, nel tentativo di riuscire a scorgere Shalit di persona. La televisione israeliana ha mostrato infine le immagini dell’arrivo a destinazione, il viso sorridente di Shalit in primo piano. A

Le prime parole del soldato: «Hamas mi ha trattato bene»

Shalom Gilad, il calvario è finito di Luisa Arezzo

quel punto però i soldati delle unità scelte che facevano scorta alla carovana lo hanno prelevato e, insieme ai congiunti, lo hanno rapidamente fatto entrare. Ora il sergente maggiore trascorrerà a Mitzpe Hila qualche giorno di riposo per recuperare le forze: poi però dovrà presentarsi ai superiori per presentare regolare rapporto. «Dopo questo rilascio - ha detto il segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon ci saranno ripercussioni positive sul processo di pace in Medioriente che in questo momento è in una fase di stallo». E infatti il Quartetto ha annunciato una nuova riunione entro la fine del mese.

Spiragli per il processo di pace: il Quartetto annuncia una riunione per il 26 ottobre. Napolitano: «Liberazione sia seme per il dialogo»

Dal 1957 ad oggi, Israele ha scarcerato 13.509 prigionieri per riportare a casa 16 soldati, in alcuni solo le loro spoglie. È una media di oltre 800 detenuti per ogni militare dello Stato ebraico. Un prezzo altissimo pagato dal Paese per rispettare l’impegno a non lasciare propri militari o cittadini in mani nemiche. Cifre che tutta-

perso il figlio Zvi dieci anni fa, nell’attentato contro la pizzeria Sbarro a Gerusalemme. E tra i primi 477 detenuti palestinesi liberati c’è anche Ahlam Tamimi, condannato a 16 ergastoli per aver accompagnato alla pizzeria il kamikaze che si fece esplodere nel 2001, uccidendo 15 persone. Per lui, un’accoglienza da eroe.

via non dissuadono i sostenitori dell’accordo, tra cui anche una parte dei familiari delle vittime del terrorismo. «Come madre, sono a favore del prezzo che è stato pagato per riportare Gilad Shalit a casa», ha commentato Sarit Golumbek, che ha


In apertura: l’abbraccio fra il caporale Shalit e il padre Noam sotto gli occhi del primo ministro israeliano Netanyahu subito dopo la liberazione del soldato. Nelle altre immagini: i primi istanti dopo il suo rilascio, ancora con i rapitori e poi con i mediatori

Shalit libero

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La commovente immagine della telefonata di Gilad con i suoi familiari. In Italia è l’ora di pranzo. Il ragazzo è palesemente dimagrito

Voci contrarie: i dubbi del direttore della cattedra sui negoziati di Harvard

Ma chi glielo ha fatto fare a Israele? Q

Il fratello di Gilad abbraccia dei parenti subito dopo la notizia dell’accordo raggiunto per la liberazione. Ma tutta Israele ieri ha gioito

di Robert H. Mnookin

uando si negozia con un avversario che è sempre stato definito come il diavolo è difficile pensare bene. Ma Israele lo ha fatto. Normalmente con un nemico di siffatta portata non si tratta e basta. Ecco perché, a prima vista, l’accordo siglato da Israele sembra assurdo. In un asimmetrico scambio di prigionieri, il governo Netanyahu ha liberato 1000 detenuti palestinesi per la singola vita di Gilad Shalit. C’è una spiegazione a questa scelta? Israele ha sempre sostenuto di non voler negoziare con le organizzazioni terroristiche, il cui leader indiscusso è Hamas, che non ha mai nascosto il suo desiderio di veder distrutto lo Stato ebraico. L’accordo, siglato l’11 ottobre, è il risultato di mesi di negoziati segreti fra il governo di Israele ed Hamas, un negoziato facilitato dalla mediazione del governo egiziano. Israele può vantarsi di non aver mai incontrato nessun rappresentante di Hamas, d’altronde è più che verosimile che tutte i dettagli siano stati concordati grazie agli intermediari egiziani. Ma questa è una foglia di fico che non riesce a nascondere il fatto che un accordo ci sia stato. Non sto dicendo che un governo non dovrebbe lavorare sotto banco con i terroristi. Sappiamo tutti che è una pratica perseguita da moltissimi Stati in via non ufficiale (basti pensare agli accordi fatti con i pirati o con gli Stati canaglia). Ma in questo caso Israele sta solo accumulando una serie di danni, a cui si aggiungono quelli dei suoi precedenti accordi.

gli ultraortodossi) devono servire. L’assioma è chiaro: se lo Stato chiede ai suoi figli di mettere a rischio la propria vita, deve essere in grado di rischiare qualsiasi prezzo per difenderli. Come dire: è un accordo implicito fra le parti. Un accordo che suona tutto fuorché razionale a qualsiasi analista che valuti costi e benefici a lungo termine.

Tornando al presente, un solo soldato israeliano ha riguadagnato la sua libertà. Al prezzo della liberazione di 1000 prigionieri. Ogni famiglia israeliana si sentirà forse rassicurata da questa immane protezione. Ma l’accordo, inutile negarlo, mette a rischio la libertà e la salvezza di molti altri israeliani. La principale minaccia, oltretutto, è posta proprio da alcuni dei detenuti rlasciati. Detenuti, lo ricordo, che sono stati incarcerati con delle accuse specifiche di terrorismo e dopo regolari processi che ne avevano indicato la colpevolezza. Se lo hanno fatto una volta, è facile che tornino ad operare. Nel 2004 Israele scambiò alcune centinaia di prigionieri palestinesi per un israeliano. Tre anni dopo, un report del Jerusalem Center for Public Affaire constatò che da allora ben 35 israeliani erano stati uccisi da alcuni di quegli ex detenuti. È così che funziona. Lo abbiamo visto anche con la pirateria. Più si pagano i riscatti, più aumentano gli abbordaggi. Il prezzo pagato ad Hamas incoraggerà i nemici di Israele a rapire quanti più soldati possibile. Il terzo costo è politico: perché l’accordo ha evidenziato la forza di Hamas e la debolezza del suo rivale Fatah, chiaramente incapace di negoziare la liberazione dei suoi. Cosa che invece, astutamente, Hamas ha fatto, mettendo nel gruppo dei liberandi anche dei palestinesi affiliati a Fatah e dei palestinesi che vivono in Israele. Così facendo, si è trasformato agli occhi del variegato mondo palestinese come il suo più autorevole rappresentante. E allora torniamo alla domanda iniziale: chi glielo ha fatto a fare ad Israele? La risposta è squisitamente umanitaria. Dovevano farlo. Ma non ha nulla di razionale. Ed è pericolosa.

Il prezzo pagato ai terroristi incoraggerà i nemici dello Stato ebraico a rapire quanti più militari possibile

Per esempio, nel Jibril agreement del 1985 (fatto con il Fronte per la liberazione della Palestina), Israele liberò 1.150 prigionieri in cambio del rilascio di 3 israeliani catturati durante la prima guerra del Libano. E nel 1988 Israele e il suo alleato della South Libanese Army rilasciarono 65 prigionieri a Hezbollah in cambio del corpo di un soldato israeliano morto. Ragionando in termini di costi e benefici, questi scambi hanno davvero poco senso. Israele li ha sempre giustificati dicendo di avere un esercito che tutti i cittadini (fatta eccezione per

Gilad con Netanyahu e il ministro della difesa Barak. Toccante era stato anche l’abbraccio fra il caporale ed il capo di Stato Maggiore

A Ramallah alcune persone hanno appreso della liberazione dei loro parenti leggendo la lista divulgata soltanto nelle prime ore di ieri

Gaza scende in piazza e le madri sfilano con le foto dei loro familiari. Per la prima volta ieri si è festeggiato sia in Israele che nella Striscia


Shalit libero

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L’ex consigliere di Ronald Reagan e George W. Bush per il Medioriente spiega perché Israele ha detto sì allo scambio

Una scelta difficile L’innegabile vittoria di Hamas getta molte ombre sull’accordo di Netanyahu di Elliot Abrams on ci sono dubbi sulle contraddizioni e sui rischi che si corrono decidendo di liberare più di 1000 prigionieri in cambio della liberazione di Gilad Shalit. L’unico effetto che provoca il tentativo di far in qualche modo quadrare i conti è un fastidioso mal di testa. Questo perché le obiezioni a favore così come quelle a sfavore sono a loro modo legittime. Certo, si tratta di una vittoria per Hamas che dimostra ai palestinesi di essere in grado di liberare i propri prigionieri, mentre Fatah e l’Olp non lo sono. Certo, questo dà ad Hamas un incentivo a catturare un altro prigioniero per ottenere scambi molto vantaggiosi. Certo, rappresenta un pericolo per tutti gli israeliani perché in passato le percentuali di recidiva tra i terroristi liberati sono state molto alte. Certo, l’accordo è estremamente doloroso per i familiari e amici degli israeliani uccisi dai

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terroristi palestinesi che adesso si staranno godendo la libertà. Allora perché l’ampia maggioranza degli israeliani sostiene questa decisione? Sembra che nessuno di loro, o del governo, abbia considerato alcuno di questi argomenti.

C’è stato un dibattito pubblico. Su alcuni argomenti, quali il maggiore pericolo di ulteriori atti terroristici, si sono sollevate

risti non faranno la differenza». Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, non ha negato né glissato sulla difficoltà di questo scambio millea-uno. All’apertura della seduta speciale del parlamento indetta per affrontare la questione, ha detto: «C’è una tensione intrinseca tra il desiderio di liberare un soldato rapito, o un cittadino, e la necessità di mantenere la sicurezza dei cittadini di

Israele ha sempre fatto il possibile, operazioni militari, trattative segrete, per liberare i prigionieri e quando non è stato possibile ha negoziato la loro libertà. Anche per i cadaveri

ro angoscia, mi sento uno di loro. Ma la leadership deve essere messa alla prova in momenti come questo: quando bisogna essere capaci di prendere decisioni difficili, ma giuste.

valide controargomentazioni: il capo dell’equivalente israeliano dell’Fbi, lo Shin Bet, questa settimana ha dichiarato che «a Gaza ci sono ventimila combattenti dell’organizzazione militare di Hamas, la Ezzedine al-Qassam, e che altri duecento terro-

Credo che abbiamo raggiunto il miglior accordo possibile, considerando le tempeste che stanno travolgendo il Medioriente. La finestra che si è aperta è stata colta. Se l’avessimo lasciata chiudere forse non avremmo più potuto portare a

Israele. E come Primo ministro ho questa doppia responsabilità. Non ho intenzione di nascondervi la verità: si tratta di una decisione molto difficile. Ho a cuore le famiglie delle vittime del terrorismo, mi rendo conto del loro dolore e della lo-

casa Gilad». Chi vuole essere un po’ cinico, può sottolineare l’efficacissima campagna sia politica che mediatica condotta dalla famiglia Shalit. Ma è innegabile che nessuna campagna avrebbe potuto funzionare se gli israeliani non avessero creduto agli argomenti che stanno dietro la posizione di Netanyahu su questa decisione: c’era in verità un obbligo infrangibile per riportare a casa Shalit. Qui bisogna riconoscere che Israele è diverso dagli Stati

La stizza di Fatah è dettata dall’estraneità ai negoziati. Un oltraggio che indebolisce il peso politico del presidente

La gioia della Palestina, la rabbia di Abu Mazen ei 1.027 detenuti palestinesi graziati dalla Corte suprema israeliana, 477 sono già stati messi in libertà ieri. Lo scambio con Shalit è avvenuto alle prime ore del mattino. Nel momento in cui il sergente dell’Idf si è mostrato in pubblico, libero dopo cinque anni di prigionia, una lunga fila di camion si è diretta verso il valico di Rafah, alla frontiera con l’Egitto. È stata la prima tranche del prezzo pagato dal governo Netanyahu per la liberazione del suo soldato. Gli altri 550 palestinesi accusati di terrorismo e ancora detenuti saranno rilasciati in un secondo momento. Tuttavia, non si sanno ancora tempi e specifiche di questa altra lista.Tra coloro che hanno preso la strada per l’Egitto – e che qui resteranno come esiliati – compaiono nomi ben noti agli addetti ai lavori. Nael Barghouti, condannato all’ergastolo nel 1978, è ritenuto il decano dei prigionieri palestinesi. Sami Younis, in carcere dal 28 anni, è invece il più anziano della compagine. Nato nel 1933, lo si

D

di Antonio Picasso può considerare un vegliardo del terrorismo palestinese. Altrettanto interessanti sono poi i membri di Hamas e del Jihad islamico.Yehya al-Sinwar e Mohammed al-Sharatha per quanto riguarda il primo, Abdel Hadi Ghanem, già comandan-

tutti questi e per altri ancora, la stampa israeliana non si è risparmiata nel suo show di identikit, raccolti in maniera certosina nel corso di due Intifada. Riflettendo sulle accuse pendenti sulle spalle di tutti questi ex detenuti, è in dubbio che

Da Amna Muna a Nael Barghouti: le fedine penali di questi personaggi riportano alla mente i momenti più drammatici degli ultimi venti anni di storia israeliana te operativo del secondo. Sinwar merita la maggiore attenzione, in quanto lo si ritiene direttamente coinvolto proprio nella cattura di Shalit.

La lista dice inoltre che sono 280 i condannati all’ergastolo e 27 le donne.Tra loro emerge Amna Muna, ex giornalista e giudicata colpevole dell’omicidio di due minorenni israeliani nel 2001. Muna è praticamente l’icona del jihad in rosa. Per

Israele abbia compiuto uno sforzo psicologico senza precedenti. Le fedine penali di questi personaggi riportano alla mente i momenti più drammatici degli ultimi venti anni di storia del Paese. Tuttavia, la maggiore eco è data dagli assenti illustri. In primis Marwan Barghouti, arrestato nel 2002 e da sempre considerato il detenuto più importante delle carceri israeliane. Sulla sua liberazione si è detto di tutto. Se avvenisse la vecchia

pletora di Fatah verrebbe spazzata via e perfino Hamas ne risentirebbe. Si è scritto addirittura che sia lo stesso Barghouti a preferire il carcere, in quanto lì è protetto dai poliziotti nemici. A Ramallah invece sarebbe un bersaglio mobile di fronte agli amici. Ebbene, tutte queste ipotesi sembra abbiano trovato nuovo ossigeno. Non è bastato nemmeno Shalit per liberare Barghouti. Evidentemente è davvero necessario che il grande mito delle nuove generazioni palestinesi resti dietro le sbarre.

Stesso discorso per Ahmed Saadat, leader del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp). È in galera da dieci anni esatti. E, a quanto pare, non c’è intenzione di aprirgli la cella. «La lista dei detenuti rilasciati in cambio di Shalit non ha senso ed è un oltraggio ai negoziati di pace». Lo ha detto un portavoce di Fatah. La più schietta opposizione al rilascio del sergente israeliano, in cambio di così tanti uomini e donne accusati di terrorismo,


Shalit libero

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La felicità è dipinta sui volti dei detenuti liberati e dei loro familiari. La festa, per i palestinesi, è cominciata: un tripudio di colori ma anche di slogan pericolosi, come: «E adesso ne rapiremo altri mille». In apertura, Ismail Haniyeh, primo ministro della Striscia, abbraccia un ex detenuto

Uniti, la cui popolazione ebraica si aggira sui cinque milioni, meno del due per cento dell’intera popolazione degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti fisicamente sono 450 volte più grandi di Israele. E Israele, diversamente dagli Stati Uniti, ha un esercito coscritto composto da giovani come Gilad Shalit, e un servizio militare che è quasi universale.

Per la maggior parte degli israeliani, quindi, i soldati sono come figli – o almeno come i fi-

gli dei loro vicini o dei loro cugini – e devono essere riportati a casa. Fin dal principio Israele ha sempre fatto il possibile operazioni militari, trattative segrete - per liberare i prigionieri e quando non è stato possibile ha negoziato la loro libertà. Lo ha fatto anche per i corpi dei soldati uccisi in azioni militari. Questo è il prodotto dell’accordo tra l’esercito di cittadini e la società: noi proteggiamo voi e voi proteggete noi. Ed è per questo che gli israelia-

ni continuano a rifiutare i tentativi, come il Goldstone Report, di punire i soldati per le loro azioni in combattimento: perché stanno proteggendo lo stato ebraico e, in cambio, quest’ultimo li proteggerà.

Infine, questa politica ha profonde radici nella storia ebraica: il riscatto dei prigionieri è stato praticato dagli ebrei per secoli ed è stato considerato più come un grande obbligo che come un gesto cari-

tatevole. Per raccogliere fondi utili a liberare i prigionieri si possono vendere anche preziosi articoli religiosi. Eppure, secondo la loro stessa tradizione religiosa, è sbagliato strapagare il nemico per i prigionieri, nel timore che i rapitori siano incentivati a sequestrarne ancora. Quindi, sia che si tratti di tempi antichi o dell’attuale Stato di Israele, il dilemma non può essere evitato. I rischi e le contraddizioni esistono ma, diversamente da noi, gli israelia-

non viene dai familiari delle vittime degli attentati, bensì dalla fazione che, al momento, controlla il governo di Ramallah. La stizza di Fatah è dettata dall’estraneità ai negoziati. Questo è l’oltraggio di cui risentono Abu Mazen e il suo esecutivo. L’amarezza si evince dal silenzio dello stesso presidente palestinese, escluso dalle trattative come un qualsiasi gregario. L’Anp non ha fatto nulla per il rilascio del sergente israeliano. E neppure vi ha guadagnato. Molti dei suoi membri condannati dalla giustizia israeliana resteranno in carcere.

Quel peso politico che Abu Mazen pensava di avere per quanto riguarda il processo di pace si è rivelato essere carta straccia. Netanyahu ha risolto un problema e lo ha fatto andando a parlare con il diretto interessato. Senza alcun intermediario. O meglio, con l’intercessione dell’Egitto, ma solo a conti fatti e in qualità di ricettore della massa di detenuti liberati. Se è giusto assegnare giudizi di merito alla vicenda, si può distinguere tra pragmatici e non. Hamas e Israele sono certamente nel primo gruppo. La loro magari non sarà una vittoria nel senso canonico del termine. Anzi, il primo adesso dovrà gestire questo nuovo flusso di ex terroristi, I quali saranno da contenere, in un momento tanto delicato

ni non possono discuterne: devono prendere decisioni.

La loro politica non è comparabile con la nostra (quella Usa, ndt.), la loro situazione non è la nostra. Ma quelli che pensano che sia sbagliato liberare Gilad Shalit hanno un fardello molto pesante da sopportare – e in termini umanitari anche maggiore – rispetto a quelli che pensano che il governo di Israele abbia preso la decisione giusta.

Segno che il Paese ambisce a conservare il ruolo di potenza regionale anche adesso che Mubarak non c’è più. Ideologizzato è apparso invece Abu Mazen. Certo, non ha giovato il fatto che Shalit fosse a Gaza e che ad averlo rapito fossero stati uomini delle milizie a lui ostili. Tuttavia, Ramallah non è mai stata così distante da Gerusalemme come in questi giorni.

in cui il movimento islamista rischia di trovarsi ancora più isolato e senza partner stranieri. Meshal e Haniyeh, infatti, possono fare sempre meno affidamento su Iran e Siria. Così come Netanyahu sarà chiamato dalla Knesset per rispondere di questo accordo forse un pò troppo smart se visto con le lenti dell’intransigenza ultra-ortodossa. “Mille a uno”, è il titolo più in voga sui giornali di opposizione in Israele. Per molti elettori l’idea di non lasciare oltre le linee nemiche più nessun ragazzo andrebbe ridimensionata. Tuttavia, entrambe le parti hanno saputo agire con scaltrezza. Per Israele si

chiude una partita. Almeno una. Hamas, dal canto suo, si è dimostrato capace di negoziare alla stregua del suo peggior nemico. La stampa israeliana ipotizza che per questo il movimento sia stato istruito da Hezbollah. Se fosse vero, saremmo di fronte a un’ulteriore dimostrazione di quel processo evolutivo che entrambi i movimenti si stanno sforzando di compiere, per passare dal terrorismo a un’attività politica meno violenta. Pragmatico è risultato altrettanto l’Egitto. Il Cairo, a costo di sobbarcarsi l’onere di ospitare mille e passa terroristi, non ha voluto restare fuori dalla negoziazione.

Dopo il pugno di mosche raccolto all’Onu, per quanto riguarda il riconoscimento dello Stato palestinese, l’Anp incassa un nuovo colpo basso. Sia dagli interlocutori del processo di pace, sia dagli avversari in casa. Per Israele e Hamas, si è dimostrato essere l’anello debole e soprattutto inutile. Esclusi dai giochi sono gli Usa da un lato e la Siria dall’altro. Ovviamente ciascuno per le proprie buone ragioni. Washington, il primo alleato di Israele, è rimasta a osservare dal suo terrazzo lontano come se la sarebbe cavata Netanyahu di fronte agli intransigenti islamisti. Ebbene il premier israeliano ha smarcato Obama per l’ennesima volta. Damasco avrebbe dovuto manovrare la segreteria di Hamas, in quanto Khaled Meshal è ospite da dieci anni del regime Baath. Invece la rivoluzione ha tenuto gli Assad sotto scacco. Il che può far pensare che, senza iraniani e siriani, magari i palestinesi potrebbero essere più malleabili.


2011_10_19  

di Franco Insardà R OMA . Silvio Berlusconi va a lezione di di Gianfranco Polillo R OMA . Settimana cruciale per la Gre- di Francesco Pacifi...

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