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he di cronac

Ci sono persone che parlano, parlano... sinché finalmente trovano qualcosa da dire

Sacha Guitry

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QUOTIDIANO • VENERDÌ 14 OTTOBRE 2011

di Ferdinando Adornato

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

La maggioranza pensa di aggirare l’incidente riproponendo un testo poco diverso: ma potrà funzionare?

The sound of silence Il rumore delle opposizioni assenti: «L’Italia non vi ascolta più» Le solite, noiose banalità in un’Aula vuota con l’escamotage di un nuovo “rendiconto” al Senato. Poi minaccia: «O io o il voto». Ma neanche mezza parola sulla crescita, mentre le Borse crollano CHIACCHIERE E DISTINTIVI

Il costituzionalista Mirabelli

Non è stato un Aventino, ma la denuncia di un accanimento anti-italiano

«Questa soluzione non piacerà al Quirinale»

di Rocco Buttiglione

di Francesco Lo Dico

erché i deputati della opposizione non si sono presentati ad ascoltare le dichiarazioni rese da Silvio Berlusconi sulle quali è stata poi messa la questione di fiducia? E siamo davvero, come qualcuno ha detto, ad un nuovo Aventino? Cominciamo dalla seconda domanda e diciamo subito che non siamo ad un nuovo Aventino. La legalità repubblicana è saldamente custodita dal Capo dello Stato e noi saremo compatti in Aula per votare la sfiducia. Non abbiamo invece voluto ascoltare le dichiarazioni rese dal premier per protestare contro una inaccettabile forzatura di cui governo e maggioranza si sono resi protagonisti. a pagina 5

ROMA. Il premier, davanti al-

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Bankitalia all’esecutivo: «È meglio reintrodurre l’Ici»

Bce: «Serve un’altra manovra» Un’altra giornata nera per tutte le Piazze europee: Milano chiude a -3,7% con i titoli bancari al minimo. Francoforte avverte: «I Paesi particolarmente vulnerabili alle turbolenze dei mercati devono essere pronti ad adottare eventuali misure aggiuntive». E Frattini litiga con Tremonti: «Il decreto sviluppo non può essere a costo zero» Franco Insardà • pagina 6

Al G20, l’Eliseo proporrà altri fondi per il credito e un nuovo trattato per Bruxelles

Il piano di Sarkozy per salvare l’Ue Ecco come il presidente vuole difendere l’Euro. E se stesso) di Enrico Singer

L’analisi dell’economista irlandese

ra sette mesi Sarkozy dovrebbe concludere la sua avventura all’Eliseo: le presidenziali in Francia sono in programma tra il 22 aprile e il 6 maggio del 2012 e il candidato socialista che non ha ancora un nome si annuncia già come il grande favorito. Angela Merkel, sulla carta, ha un’autonomia politica più lunga – le elezioni in Germania sono previste per settembre 2013 – ma anche lei è in difficoltà. a pagina 12

C’è del marcio in Europa (nascosto nelle banche)

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gue a(10,00 pagina 9CON EUROse1,00

di David McWilliams vete mai sentito l’espressione “villaggio Potemkin”? Si usa per denominare una vicenda capitata nella vecchia Russia alla fine del XVIII secolo, quando l’élite voleva dimostrare al mondo di essere più potente di quello che era in realtà. a pagina 12

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I QUADERNI)

• ANNO XVI •

NUMERO

200 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

l’Aula semivuota, ha spiegato che l’assestamento di bilancio è solo un atto contabile. Perciò ha spiegato che il governo ripresenterà lo stesso atto prima alla Corte dei Conti e poi al Senato. Come giudicherà questa soluzione il presidente Napolitano? «Non gli piacerà», dice il costituzionalista Cesare Mirabelli. «La strada maestra era quella delle dimissioni, foss’anche per riottenere poi la fiducia dalle Camere. Ma ormai il premier ha scelto di chiudersi in un bunker. E nessuno lo potrà far uscire di lì...». a pagina 4

La sfida in Confindustria

Dopo-Emma: una poltrona per quattro di Giancarlo Galli rfana della Fiat di Sergio Marchionne che ha dato formale disdetta e il 1° gennaio 2012 non pagherà più la sua quota, la quasi centenaria Confindustria vive una stagione di crisi esistenziale. Il suo attuale presidente, la bionda Emma Marcegaglia rischia di venire ricordato come il Romolo Augustolo, ultimo imperatore romano d’Occidente, deposto dal “barbaro” Odoacre.

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IN REDAZIONE ALLE ORE

a pagina 10

19.30


pagina 2 • 14 ottobre 2011

la crisi italiana

Oggi il nuovo ddl sul Rendiconto e poi la fiducia. La voteranno anche gli scajoliani. Ma promettono guerriglia su tutto il resto

Il fantasma del governo

Berlusconi parla nel vuoto: «Il bilancio è un atto contabile». Ma ora, pur di arrivare a gennaio vuole ridurre a zero i lavori delle Camere di Errico Novi

ROMA. Non fa particolari sforzi. Nel suo discorso d’ufficio, nella sua stanca difesa della sopravvivenza, Silvio Berlusconi non convince nessuno, neppure se stesso. Parla davanti a un’aula di Montecitorio mezza vuota per la protesta delle opposizioni. Chiede la fiducia per sanare quello che lui stesso definisce un «grave incidente». Cioè la mancata approvazione del Rendiconto di bilancio. Ritiene infine di assolvere alle richieste del Quirinale con la «presentazione di un nuovo provvedimento», fotocopia del primo. Mette giù la solita scaletta di riforme da approvare entro la fine del mandato. Insomma si trascina. Difficile trovare un commento più appropriato di quello che Gianfranco Fini fa con i suoi: «Berlusconi non crede più in quello che dice. Mi pare un forte indizio che ormai le elezioni sono vicine». Ce ne sono altri a confermare la previsione. Anche se non dovrebbe esserci una caduta immediata. Anche perché Claudio Scajola riunisce i suoi ancora una volta e alla fine risponde «certamente» ai cronisti che gli chiedono se voterà la fiducia. Alla chiama in programma oggi qualche voto mancherà, quello di Santo Versace di sicuro, vacilla qualche ”responsabile”, con Sardelli più inquieto dello stesso

Scajola. Al limite potrebbe sfuggire l’agognata quota 316, cioè la maggioranza assoluta. Ma non cambierà la sostanza delle cose. Ossia la permanenza in vita di un esecutivo e di una maggioranza stanchi e politicamente svuotati. Di fatto impalpabili. In ogni caso oggi a Montecitorio si registra il ritorno in aula di Pd, Udc, Italia dei valori, Fli, Api, cioè tutta l’opposizione che ieri ha lasciato i banchi vuoti. Ci saranno anche i radicali, gli unici presenti ieri al discorso del Cavaliere. Approfittano dell’occasione per distinguersi e trovare pubblicità alla battaglia sull’amnistia. Ma polemizzano pure, i pannelliani guidati da Rita Bernardini, sulla scelta di «disertare l’aula», che a loro giudizio ricorda il clima degli anni Settanta, quando cioè i «l’unità nazionale del fascio partitocratico usciva non appena prendeva la parola Almirante».

Non ci fossero i radicali gli sbadigli di Umberto Bossi si moltiplicherebbero. Almeno scuotono con un minimo di effetto sorpresa un’aula parecchio depressa. Il capo della Lega appunto pare sempre lì lì per cedere al sonno. E in generale la giornata sublima bene il corso di una legislatura demotivata, drammaticamente inutile. Lo confessano i peones del Pdl

in pausa nel Transatlantico: «In primavera si vota», ammettono sconsolati. La sciatteria è inevitabile sorella carnale di questo vuoto politico. Quello sbraco appunto ha generato «l’incidente» del Rendiconto. Superficialità sulle procedure – rimbrottata dal Cavaliere nel suo intervento – e mera sopravvivenza pare siano davvero il finale annunciato della legislatura. Spiega un pidiellino sconsolato: «Lo vedete il Parlamento com’è oggi? Con i banchi vuoti e i nostri ministri che sbadigliano? Andremo avanti così e sarà

votare dall’opposizione, per inquinare tutte le leggi, decreto sviluppo compreso».

È una tesi che circola già dall’altro ieri. Il Pdl pensa di rispondere con un ulteriore abbassamento dell’intensità legislativa. Fonti della maggioranza spiegano che «i provvedimenti galleggeranno il meno possibile. Esami rapidi, modeste modifiche ai decreti o ai disegni di legge governativi e poi maxiemendamento con fiducia. Così i danni arrecati da Scajola saranno minimi». Ecco la risposta di Berlu-

GLI SBADIGLI DI UMBERTO badigli a ripetizione per il povero Bossi che proprio non ce la fa a concentrarsi sugli orizzonti politici disegnati dall’amico Silvio. Neanche quando il premier fa riferimento al Senato federale, strizzando l’occhio e battendo le pani sulle spalle dell’amico, l’Umberto è riescito a scuotersi.

S

sempre peggio. Scajola dice che vota la fiducia ma si prepara a bombardarci di emendamenti. Li presenterà come irrinunciabili», sostiene l’esponente berlusconiano, «e se li farà

sconi alle attese del Quirinale. È così che il presidente del Consiglio ritiene di arrivare a gennaio, quando una probabile crisi di governo si tradurrebbe più facilmente nel ritorno alle urne? Pa-

re di sì, a sentire i boatos del Transatlantico. E anche quelli che riecheggiano dagli uomini di governo. Ai quali il Cavaliere, in forme e occasioni riservate, invoca aiuto e pazienza per consentirgli appunto di arrivare almeno a inizio 2012. Anche perché resistere più a lungo sarebbe impossibile.

Che gli scajoliani intendano praticare un urticante logorio a colpi di emendamenti e iniziative autonome lo conferma una prima linea del gruppo come Ignazio Abrignani che, interpellato, dice: «Proposte? Mi sembra che i deputati abbiano ancora questa libertà». La linea è ribadita al “patto del tè” di metà pomeriggio: va bene la fiducia, «certamente la voteremo», come annuncia appunto Scajola, ma poi pressing continuo sul decreto sviluppo. Pier Ferdinando Casini li avverte: «Metà Pdl non sarà ricandidato». Ed è sottinteso, nel messaggio del leader udc, che quel 50 per cento sarà assai più alto se calcolato sui fedelisimi dell’ex ministro. È la dura legge di via dell’Umiltà e i dissidenti la conoscono pure. Ma decidono di non staccare la spina. Sottovalutano probabilmente il fatto che la disponibilità dell’opposizione a un governo di responsabilità nazionale non è indeterminata. Trascorsi questi ultimi mesi del 2011 sa-


Metà emiciclo rimane vuoto come in un derby disputato a porte chiuse

Il rumore assordante delle opposizioni assenti

Per Casini «il premier mira ad arrivare al 2012 per andare poi alle elezioni. Nel suo discorso non c’è una sola cosa concreta» di Riccardo Paradisi li aventiniani cominciano a comparire alla spicciolata nel transatlantico di Montecitorio dopo un’ora abbondante che il presidente del Consiglio ha concluso il suo discorso. La consegna concordata era di non comparire nemmeno nei paraggi dell’Aula per non dare il minimo sentore della propria presenza. E così il segretario del Pd Pier Luigi Bersani è nello studio del capogruppo Dario Franceschini, il leader Udc Pier Ferdinando Casini nel suo ufficio all’ultimo piano di Montecitorio mentre Antonio Di Pietro è rimasto al partito e non metterà piede oggi alla Camera: le dichiarazioni alla stampa, spiegano i suoi, saranno fatte in piazza, fuori dalla Camera. La situazione quindi è abbastanza surreale: l’emiciclo è per metà vuoto per metà pieno ma Berlusconi e la sua maggioranza non se ne preoccupano molto anzi pare che non ci badino proprio.

G

rebbe insensato e difficilmente immaginabile che altri si assumano il peso di stare al governo fino alla campagna elettorale. Giacché un anno scarso di tempo sarebbe troppo poco per mettere mano a qualche attività riformatrice.

Di riforme «dell’architettura istituzionale» parla invece Berlusconi nel suo intervento. Pare più che altro il tentativo di assolvere col minimo sforzo all’esortazione per un cambio di passo arrivata mercoledì dal Quirinale. In quanto tale, è una risposta modestissima. Un breve elenco di azioni improbabili: il Senato federale, per esempio, che Berlusconi riannuncia con contestuale pacca sulle spalle a Bossi. Quindi la riforma della giustizia, e quella fiscale. Parole pronunciate con poca convinzione e ancor minore entusiasmo. C’è solo un appello alla coesione e a uno sforzo «che deve essere corale», a rendere meno stanco l’intervento. Poi un passaggio sul governo tecnico, vero spauracchio: «Questo esecutivo non ha alternative credibili, i problemi del Paese non possono essere risolti da un governo non legittimato democraticamente a fare scelte anche impopolari». Un esecutivo simile, aggiunge Berlusconi, «mai si confronta con gli elettori». Quali siano però le «scelte» di cui il suo governo sarà capace resta da chiarire. Il Cavaliere dice «sono qui e ho una maggioranza coesa». Poi però ammette la gravità di uno strafalcione come quello sul Rendiconto, a cui il Consiglio dei ministri di oggi provvederà con una nuova adozione del provvedimento. «Abbiamo il dovere di farlo», ricorda il presidente del Consiglio, anche se «si tratta di un atto squisitamente contabile». Lui non si farà «lapidare» dalle opposizioni. Preferisce che «la parola torni agli elettori». Imminenza che eccita poco le sue truppe.Tranne Alfonso Papa, recluso da tempo abnorme, che ha chiesto di votare la fiducia. Da Poggioreale.

I riferimenti all’abbandono dell’aula sono sfumati, praticamente inesistenti. Il premier sfodera il suo miglior sorriso, appare persino tonico, suona la cetra dell’ottimismo. «Le cose, dice, non vanno poi così male. Stiamo raggiungendo il pareggio di bilancio, la disoccupazione è minima rispetto ad altri Paesi europei». E se non sono state fatte ancora tutte le riforme necessarie è naturalmente colpa dello sfascismo dell’opposizione e dello stress persecutorio a cui il presidente del Consiglio è sottoposto dal circuito mediatico e giudiziario. E per quanto riguarda la mancata approvazione del rendiconto di bilancio? Si è trattato di un banale incidente ingigantito dai soliti media dell’opposizione. Sta di fatto che come sottolinea l’opposizione Berlusconi non fornisce una sola risposta e un solo chiarimento di quelli chiesti dal presidente della Repubblica sulla capacità della maggioranza di governare. Si limita a ribadire che la maggioranza c’è, è forte ed è l’unica democraticamente eletta. Quest’ultima considerazione è una tautologia, quella precedente, circa la coesione della maggioranza, è training autogeno. Perché è vero che scajoliani e fronde sparse assicurano la fiducia per venerdì ma poi promettono guerriglia interna di lunga durata. E nell’agenda del governo c’è il decreto sviluppo sul quale i pareri dei vari settori della maggioranza sono una torre di babele. Gli interventi che seguono sono variazioni sul tema con significativi affondi contro il presidente della Camera Fini accusato di non essere super partes. Surreali, come il resto della situazione, sono gli applausi entusiasti che accompagnano gli interventi d’appoggio al governo come quelli che avevano più volte interrotto la prolusione di Berlusconi. Ha ragione chi dice che la scena della Camera sembra quella di un derby giocato con la sola tifoseria di casa. I leader dell’opposizione

seguono dagli uffici della Camera il discorso del Cavaliere e appunto fino alla tardissima mattinata in aula non si vede nessuno dei partiti d’opposizione. L’unico a fare capolino è Beppe Fioroni che s’intrattiene a parlare con Franco Giordano l’ex segretario di Rifondazione comunista. Ritengono inevitabile che scoppieranno le contraddizioni in seno al governo. Nell’opposizione insomma si confida che prima o poi un incidente scoppierà dentro la maggioranza insomma e la e la spina a Berlusconi verrà staccata. Lui da solo un passo indietro non lo farà di certo. Intanto però il segretario del Pd Bersani ritiene già possibile un’alternativa stabile a questo governo. «La vedo tutta, anche se preferirei farla con un’altra legge elettorale, ma sono pronto a farla anche con questa. Io sono per non continuare cosi». Del resto, aggiunge il segretario del Pd: «Siamo al 53esimo voto di fiducia, come si rende credibile l’azione del governo? Non è venuta nessuna risposta, solo parole al vento». E a proposito dell’Aventino Bersani rivendica la scelta delle opposizioni di non ascoltare in Aula alla Camera l’intervento del premier Silvio Berlusconi. «Era un discorso che meritava di essere ascoltato? Noi abbiamo fatto vedere al mondo che un conto è Berlusconi e un conto è l’Italia. Noi teniamo alla dignità del Parlamento, sono loro che non ci tengono».

Fu lo stesso Berlusconi, nel 1996, a chiedere ai deputati del centrodestra di non partecipare al voto sulla Finanziaria del primo governo Prodi

Il messaggio di quel fotogramma di mezza aula vuota, la sua didascalia, è anche questo: c’è una parte d’Italia che non ascolta più Berlusconi. In aula c’è la pattuglia di cinque Radicali che anche oggi, come accadde per esempio con la sfiducia a Romano, hanno marcato la propria autonomia rispetto al resto del partito in cui sono eletti, il Pd. È grave per loro aver disertato l’aula da parte dell’opposizione, ricorda quando la partitocrazia tutta intera lasciava l’aula quando parlava Almirante. Ma insomma il paragone è ardito. Lì c’erano dei pregiudizi ideologici, qui la critica è nel merito delle procedure del governo. E comunque sia fu lo stesso Berlusconi, nel 1996, a chiedere ai deputati del centrodestra di non partecipare alle votazioni sulla Finanziaria del primo governo Prodi. Sta di fatto, dice Casini che il premier doveva annunciare almeno una cosa concreta, invece ha fatto chiacchiere «Dal suo discorso si ricava che vuole tenere la sua maggioranza raccogliticcia fino a dicembre e poi andare alle elezioni, dove non ricandiderà metà dei parlamentari. Doveva annunciare almeno una cosa, sul decreto sviluppo, sul nuovo governatore della Banca d’Italia, sul rifinanziamento delle missioni estere. Ma lui è il campione del mondo delle chiacchiere, quanto a fatti, zero».


pagina 4 • 14 ottobre 2011

la crisi italiana

Per Berlusconi, l’assestamento di bilancio è solo un atto contabile. Che ora sarà riproposto alla Corte dei Conti e al Senato

La furbata

Basta ripresentare lo stesso testo sia pure con un altro iter? Secondo il costituzionalista Cesare Mirabelli, «la soluzione illustrata ieri dal premier non piacerà al Quirinale. Meglio le dimissioni, ma ormai Berlusconi è finito in un bunker» di Francesco Lo Dico

ROMA. In un’aula semideserta, Silvio Berlusconi sale in cattedra per trentacinque minuti cercando di rassicurare tutti sulla tenuta della maggioranza. Ma la reazione più entusiastica che riesce a suscitare il presidente del Consiglio è nella collezione di sbadigli di Umberto Bossi. Durante il discorso del premier, il Senatùr dilata le mascelle per diciotto volte: uno sbadiglio ogni due minuti. Ciononostante il leader della Lega assicura che «Sì. Il discorso di Berlusconi mi ha convinto». Il sonno porta consiglio. Sfiduciato di fatto all’indomani dell’approvazione del rendiconto, intenzionato a rispedire al Senato la legge sul consuntivo bocciata a Montecitorio, «Berlusconi ha scelto di ricorrere a una linea difensiva per limitare i danni», spiega a liberal il presidente emerito della Consulta, Cesare Mirabelli. «La strada maestra che gli avrebbe permesso di riavere piena legittimazione di fronte alle Camere», spiega l’ex vicepresidente del Csm, «avrebbe dovuto essere quella delle dimissioni, e di un eventuale incarico bis».

Giorgio Napolitano aveva chiesto ieri al presidente del Consiglio una soluzione al pasticcio e una prova di

operatività da parte del governo. Ma anche nel discorso di ieri, il premier è riuscito a confezionare solo qualche alibi e la solita misticanza di slogan.

In piedi di fronte alla Camera semivuota, pareva di rivedere in lui quell’indimenticabile professore Lamis di Pirandello: l’uomo che credeva di parlare a decine di studenti, e che invece faceva lezione a impermeabili e cappelli lasciati sui banchi. «Parlare di sfiducia è atto improprio perché non è stato approvato il rendiconto», ha detto Berlusconi, che però a derubricato la legge che approva il bilancio consuntivo a un «atto contabile». E pazienza se è incidentalmente previsto dall’articolo 81 della Costituzione. «È una legge caratterizzata dalla sua singolarità di natura finanziaria, ma ha pur sempre forma di legge», commenta il presidente emerito Mirabelli. «L’approvazione del bilancio consuntivo è un atto ricognitivo fondamentale perché di rilievo

costituzionale. Il Parlamento ne è il mandante rispetto al mandatario, in quanto verifica che l’indirizzo adottato dal governo nel bilancio preventivo, abbia seguito il percorso corretto», argomenta Cesare Mirabelli. In aula Silvio Berlusconi ha dichiarato che «nell’approvare una legge sul rendiconto il cui contenuto è inemendabile il Parlamento conferisce una copertura legislativa al procedimento di accertamento e di verifica dell’anno precedente. In caso di votazione negativa di una Camera è del tutto improprio parlare di sfiducia». Eppu-

«Il Cavaliere doveva salire al Colle, la fiducia non basta»

re l’effetto prodotto è del tutto compatibile con la stessa. Perché mette in discussione, sul piano formale, il rapporto fiduciario che lega le Camere e il governo. «Nel caso della mancata approvazione del rendiconto», chiarisce il presidente emerito della Consulta, «le dimissioni non sono un effetto automatico o reso obbligatorio dalla legge. Tuttavia l’episodio verificatosi in Aula è un atto di manifestazione di non consonanza tra Parlamento e governo, in quanto inficia un obbligo di rilievo costituzionale. Si tratta insomma di un atto di sfiducia sostanziale».

Berlusconi avrebbe dovuto dimettersi, dunque? «La risposta alla domanda viene da un esempio semplice», osserva il presidente Mirabelli. «Che cosa succede quando l’amministratore di un’azienda presenta all’assemblea un bilancio che infine non viene approvato? Succede che l’amministratore si dimette», chiarisce il giurista. Silvio Berlusconi, do-


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L’agonia di un esecutivo che ha i voti per la fiducia ma non la fiducia per governare

Ecco perché non è stato un nuovo Aventino

Le opposizioni unite non hanno voluto ascoltare le dichiarazioni del premier per protestare contro un accanimento anti-italiano di Rocco Buttiglione erché i deputati della opposizione non si sono presentati ad ascoltare le dichiarazioni rese da Silvio Berlusconi sulle quali è stata poi messa la questione di fiducia? E siamo davvero, come qualcuno ha detto, ad un nuovo Aventino? Cominciamo dalla seconda domanda e diciamo subito che non siamo ad un nuovo Aventino. La legalità repubblicana è saldamente custodita dal Capo dello Stato e noi saremo compatti in Aula per votare la sfiducia al governo. Non abbiamo invece voluto ascoltare le dichiarazioni rese dal capo del governo per protestare contro una inaccettabile forzatura di cui il governo e la maggioranza si sono resi protagonisti.

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Cerchiamo di capire esattamente che cosa è successo nella convulsa giornata di martedì scorso. Il governo è stato battuto sull’articolo 1 della legge del consuntivo di bilancio. Si tratta della legge con la quale il governo rende conto al Parlamento del modo in cui ha speso i denari stanziati nell’esercizio precedente. Qual è la natura di questa legge? Il capo del governo ci ha spiegato che si tratta semplicemente di un atto dovuto. Se le cifre sono quelle contenute nella legge come si fa a non approvare la legge stessa? La Camera dovrebbe allora svolgere un mero

sioni dell’indebitamento che viene acceso e della ripartizione delle risorse fra le diverse destinazioni alternative possibili. Quando ci sia un voto di disapprovazione politica su queste scelte un governo si deve dimettere. Quello di martedì non è solo uno dei tanti incidenti di percorso

Il no al bilancio è una forma di sfiducia con cui si costringe alle dimissioni un governo di cui è disseminata la vita di questo governo. Non viene bocciata una singola norma, per quanto importante. Viene bocciata una politica ed il governo che la esprime. Nello Statuto albertino (come in generale nelle prime monarchie costituzionali) l’istituto del voto di fiducia non è previsto. Il governo governa perché

sarebbe dovuto andare dal Capo dello Stato ad offrire le proprie dimissioni. È praticamente certo che il Capo dello Stato avrebbe rimandato il governo dimissionario alla Camera per una prova di appello, per verificare cioè l’esistenza o meno della fiducia. Il capo del governo non ha voluto correre nemmeno il rischio teorico di mettersi per un solo momento nelle mani del Presidente della Repubblica e ha scelto di minimizzare in modo inaccettabile il significato politico del voto sul bilancio. Non si è trattato di un incidente di percorso ma di un atto di sfiducia politica.

Per di più, questa vicenda si svolge nel contesto della agonia di un governo che ha i voti necessari per ottenere la fiducia ma non quelli necessari per fare passare i suoi provvedimenti e per governare. Nella maggioranza non ci sono congiure e complotti volti a creare un nuovo equilibrio. C’è invece tanta frustrazione, disaffezione, mancanza di convinzione e di passione per un progetto politico evidentemente fallito. Tutto questo si traduce in mancanza di compattezza e di coesione nel lavoro parlamentare. Formalmente, il governo può anche ottenere il voto di fiducia, ma sostanzialmente la fiducia necessaria per governare non la ha. Il problema era già stato posto, anche autorevolmente

I PROTAGONISTI DEL “VERO” AVENTINO l termine «Aventino» (il colle su cui si ritiravano i plebei in conflitto con i patrizi ai tempi dell’antica Roma) identifica la protesta al giovane regime fascista dopo il rapimento del deputato socialista Giacomo Matteotti che in Aula - siamo nel 1924 - aveva denunciato la violenza e i brogli fascisti nel corso delle elezioni appena svolte. L’opposizione si riunì nella sala di Montecitorio che oggi si chiama “dell’Aventino” e decise di disertare i lavori fin tanto che Mussolini non avesse chiarito il suo ruolo nel caso Matteotti. In questa foto si riconoscono i deputati Turati e Pertini (secondo e quarto da sinistra).

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ruolo di certificazione contabile. In realtà non è così. A verificare la correttezza delle cifre provvede in via preliminare la Corte dei Conti. Il voto del Parlamento ha un altro significato, un significato ovviamente politico. Con il suo voto il Parlamento esprime la sua approvazione (o disapprovazione) sul modo in cui i denari pubblici sono stati spesi, cioè sulla complessiva politica del governo. Una politica si esprime infatti fondamentalmente attraverso la scelta delle dimensioni del carico fiscale imposto al paese, delle dimen-

ha la fiducia del Re, non quella del Parlamento. Il Parlamento ha però il controllo sui denari dei cittadini, cioè sul bilancio. In che modo il Parlamento può far cadere il governo?

Rifiutandogli l’approvazione del bilancio. Senza l’approvazione della legge di bilancio il governo non può procedere con la sua attività, non può operare e quindi si deve dimettere. La bocciatura del bilancio è la prima forma di sfiducia con cui un Parlamento costringe alle dimissioni un governo. Per questo il presidente del Consiglio

dallo stesso Capo dello Stato ma senza ottenere risposte adeguate. Roberto Formigoni ha dato diverso tempo fa un ultimatum al governo dicendo che o si decideva a prendere serie misure per affrontare la crisi, o avrebbe dovuto dare le dimissioni. Il tempo è passato e non è successo nulla. Stare in aula per ascoltare ancora una volta non una seria analisi della crisi della maggioranza e della paralisi del Parlamento ma dichiarazioni rassicuranti in cui evidentemente non crede neppure chi le fa, avrebbe avuto il sapore di una beffa.

potutto, ha il diritto di restare in sella? «Dopo l’incidente sul consuntivo», annota Mirabelli, «il presidente del Consiglio avrebbe dovuto preferire le dimissioni. Queste avrebbero portato a un reincarico, probabilmente, che gli avrebbe dato la possibilità di chiedere la fiducia alle Camere alla luce di una legittimità piena. La scelta di non passare per il Colle, pur se legittima, priva invece il presidente del Consiglio di quella piena autorità che gli concede la Carta. La scelta adottata dal premier è una “opzione minor”. Ma per dirla con le parole dell’uomo della strada, finché Berlusconi ha la maggioranza, il Parlamento se lo deve tenere». In vista del voto di oggi, i segnali non sono certo rassicuranti. «Domani voto la fiducia. Dopo si vedrà», argomenta il deputato di Popolo e territorio Maurizio Grassano. E anche se gli scajoliani assicurano a Berlusconi di voler rimettere il coltello nel fodero, la corrente malpancista lascia trasparire anche questa che per oggi non faranno mancare il sostegno al governo. E che sullo sviluppo e sulla scossa, promessi dal premier, vogliono ancora essere fatti persuasi. «È chiaro che gli amici che si sentono a disagio nel Pdl hanno tutto il nostro rispetto e attenzione. È un disagio che in queste ore si sta moltiplicando», rincara il leader centrista Pier Ferdinando Casini. Mentre sull’ipotesi di andare a rafforzare la maggioranza, Casini è tranchant: «È una cosa che è quasi ridicola da immaginare». Brutte notizie anche dall’Mpa di Raffaele Lombardo. I quattro deputati del Movimento per l’autonomia oggi non voteranno la fiducia al governo Berlusconi.

E c’è poi in dubbio anche la decisione di spostare al Senato la legge sul consuntivo. È consentito, visto che una legge bocciata non può essere ripresentata prima di sei mesi? «In questo caso credo sia preminente l’obbligo costituzionale di approvare il bilancio», chiarisce Cesare Mirabelli. «Di fronte a un evento così inconsueto ritengo si tratti di una soluzione accettabile, purché sia rispettata l’avvertenza di modificare formalmente l’articolo 1 che è stato bocciato a Montecitorio». Ma tra coloro che il presidente del Consiglio doveva e dovrà convincere nei prossimi giorni, c’è anche lo spettatore più importante. «Da parte del Quirinale c’è una alta vigilanza impeccabile, senza interventi politici», ha detto il premier in un passaggio che sembrava voler lenire con parole gentili le gravi perplessità del Quirinale. Basterà spostare al Senato la legge sul rendiconto, per esaudire i desiderata del Colle? «Il presidente della Repubblica è stato come sempre ineccebile», osserva Cesare Mirabelli. «Il capo dello Stato aveva richiesto indicazioni più puntuali in grado di segnalare l’esistenza di coesione e progettualità da parte del governo. Si era appellato al senso di responsabilità politica del premier, chiedendogli una soluzione», obietta il presidente emerito della Corte costituzionale. Il monito del Quirinale ha dunque trovato una risposta adeguata da parte di Silvio Berlusconi? «Questo bisognerebbe chiederlo al presidente Napolitano». Mirabelli sceglie di rispondere con l’arguzia.


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la crisi italiana

Un piano condiviso per salvare l’Italia

La soluzione è nelle parole di Trichet di Pierluigi Mantini l discorso di Berlusconi in una Camera semivuota, con Bossi che non sa trattenere gli sbadigli, è stato surreale, ripetitivo, provocatorio e inutile. La pezza sulla riproposizione della legge sul rendiconto è peggiore del buco perché cambiare qualche parola all’art. 1 già bocciato, trasformando le norme sui numeri in tabelle allegate, non è la soluzione migliore. Si poteva fare il contrario, approvare i numeri (non bocciati) e usare un’altra formula per l’attuazione. Ma tant’è. Per il resto abbiamo avuto la stanca ripetizione del bignami del berlusconismo fallito: meno tasse, meno burocrazia, grandi riforme della giustizia e dello Stato. Nulla sui contenuti del decreto sviluppo, nulla sulla nomina del governatore della Banca d’Italia, nulla sull’Europa e la crisi. E ancora ieri la Bce ha detto ai governi (quello italiano compreso) di prepararsi a nuovi interventi economici.

I

Mentre Berlusconi era rinchiuso nelle feste private con Putin nel mondo accadevano molte cose e così l’Italia continua ad essere assente, drammaticamente assente. Frattini sgrida la Merkel e Sarkozy ma si dimentica l’Ucraina che incarcera Julija Tymoshenko e trascura di intervenire adeguatamente sul massacro dei cristiani coopti in Egitto. Tremonti stesso non vota il proprio rendiconto, la Lega è contestata dal proprio popolo a Varese, gli indignatos del Pdl promettono azioni ricche di futuro e cosa accade? Nulla. Berlusconi indica come soluzione ad un Paese sfibrato se stesso, ancora lui, con Bossi che gli sbadiglia accanto. La fiducia delle Camere non risolve il problema anche se lega le mani al Quirinale. Con la decisione di non ascoltare Berlusconi e di non partecipare al dibattito sulla fiducia l’opposizione ha compiuto un salto di qualità: ora serve una proposta altrettanto forte. L’«alternativa di Vasto» non garantisce un vasto consenso per la ricostruzione del Paese e il duro percorso delle riforme necessarie, ma a ben guardare ci sono punti di convergenza, tra Pd e Terzo Polo, su temi rilevanti e in proposte di legge depositate. Sulla centralità della lettera della Bce e dell’appello delle parti sociali, sulla riforma delle pensioni e il patto tra generazioni, sulle politiche istituzionali e la necessaria riforma elettorale, sul ruolo dell’Italia in Europa, su molte politiche per i giovani, il lavoro, le famiglie. Deve emergere questa agenda di governo per indicare un’alternativa. Più che bollito, il governo è scottato ma occorre non bruciare anche la speranza in soluzioni politiche ragionevoli per il futuro. Un’agenda di governo per il futuro, una politica sobria e responsabile: è questo che chiedono i cittadini, i mondi produttivi, i movimenti delle associazioni cattoliche in fermento. E la seconda considerazione riguarda proprio i moderati. Dove sono finiti i “frondisti”, le persone di buona volontà, i “liberi e forti” del Pdl? Dove è finita l’idea stessa del Ppe italiano? Nella corte di Berlusconi e di Bossi non può crescere questa idea. Chi oggi tace e acconsente votando la nuova fiducia si assume questa responsabilità. È un passaggio politico che dovrebbe essere chiaro a tutti.

Polemica fra i ministri: per Frattini, lo sviluppo «non può essere a costo zero»

La Borsa torna nella tempesta

La crisi non aspetta i tempi del governo: crollano i titoli bancari. Milano chiude a -3,7. La Bce lancia l’appello: «La politica si prepari a varare subito manovre aggiuntive» di Franco Insardà

ROMA. Il primo risultato delle parole di Silvio Berlusconi e della richiesta dell’ennesima fiducia alla sua maggioranza è stato il crollo di Pizza Affari: - 3,70%. I più penalizzati i titoli bancari, nel mirino da tempo: Unicredit -12,10%, Banco Popolare -8,96%, Intesa SanPaolo -8,15%, Ubi Banca -6,03%, Mps -4,05%. Una situzione che ha fatto guadagnare a Piazza Affari la maglia nera delle borse europee Così con il cantiere sul decreto sviluppo ancora aperto, al quale sta lavorando il gruppo coordinato dal ministro Paolo Romani, la politica economica del governo è sotto tiro. Ieri il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in un incontro con i rappresentanti della Fincantieri di Sestri, ha auspicato che il Paese «ritorni a fare politica industriale come in passato». Mentre da Roma il ministro degli Esteri Franco Frattini ha detto chiaramente: «Non vedo la possibilità di un decreto per lo sviluppo a costo zero. Deve essere un provvedimento serio e di rilancio del Pil». Due richiami diretti a Giulio Tremonti e alla sua maggioranza con il ministro che si sofferma su nuovi tagli e con il Pdl che riduce la propria spinta propositiva all’elaborazione dell’ennesimo condono. A sostegno delle parole di Frattini è arrivato anche il sottosegretario alla Difesa Guido Croset-

to, da tempo critico sul ministro dell’Economia, secondo il quale visto che quello sullo sviluppo «sarà un decreto non tutti i provvedimenti ci potranno stare, altri dovranno trovare spazio in un ddl attraverso il quale dare spazio anche a un dibattito». Sui tempi del decreto Frattini si è detto convinto che prima del Consiglio europeo del 23 ottobre il provvedimento sarà presentato in Consiglio dei ministri. Una giornata, quella di ieri, l’ennesima durante la quale tutto sembrava remare contro la politica economica del governo: i balbettii di Berlusconi, i timori su maxi aumenti di capitali delle principali banche italiane e il crollo di Piazza Affari. Lo spread tra il Btb decennale e il Bund tedesco è tornato a superare quota 370 punti base. Una situazione che fa ipotizzare nuovi interventi di finanza pubblica per ridurre la spesa e accelerare la ripresa.

Come ha in pratica certificato la stessa Bce nel bollettino mensile. Secondo la Banca Centrale Europea «le perduranti tensioni sui mercati finanziari e gli effetti sfavorevoli sulle condizioni di finanziamento potrebbero verosimilmente frenare la crescita economica nella seconda metà dell’anno». Per questi motivi la Bce chiede «per quanto concerne le politiche di bilancio, a fronte della perdurante elevata incertezza sui mercati finanziari è necessario che tutti i governi prendano misure incisive, concentrate nelle fasi iniziali dei periodi di programmazione, per rafforzare la fiducia dei cittadini nella sostenibilità delle finanze pubbliche. I governi di tutti i paesi dell’area dell’euro


la crisi italiana

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«L’industria cerca una vera politica» Napolitano parla di strategie d’impresa agli operai della Fincantieri: «Dobbiamo aiutarvi!» di Francesco De Felice

ROMA. «So cosa significa per Genova la cantieristica. Farò quanto è in mio potere per dare continuità di lavoro allo stabilimento di Sestri». A Napoli ha parlato di unità del Paese. A Ellis Island ha ricordato gli sforzi fatti dai nostri immigrati per tenere alto il buon nome dell’Italia nel mondo. E nel capoluogo ligure, storico baluardo industriale, Giorgio Napolitano ha ricordato che il lavoro si difende investendo sulla qualità della produzione. Anche in un settore sempre più concorrenziale e meno remunerativo come la cantieristica.

Abituato com’è a sostituirsi a un governo inefficiente, ieri il presidente della Repubblica ha preso di petto una questione scabrosa come la crisi della Fincantieri. E l’ha fatto alla sua maniera, andando tra la gente, mettendoci la faccia. A Genova, dopo una riunione in Prefettura, anche per parlare del futuro dello stabilimento di Sestri Levante, si è trovato davanti un gruppo inferocito, ma composto, di operai: «Presidente vogliamo lavoro, ci dia una mano». Parole che hanno spinto il Capo dello Stato ad avvicinarsi ai manifestanti e a iniziare a stringere mani. Con la stessa naturalezza una tuta blu dello stabilimento gli ha donato un adesivo sul quale era scritto: «Fincantieri non

si tocca, si difende con la lotta». Il presidente l’ha stretto come si fa con un prezioso cimelio. «Farò quanto è in mio potere per dare continuità di lavoro allo stabilimento di Sestri», la promessa di chi per primo ha posto attenzione sulla piaga delle morti bianche e non ha avuto paura a schierarsi con gli operai licenziati a Melfi, quando Sergio Marchionne era ancora il “capitalista buono”.

In quest’ottica Napolitano ha lanciato un richiamo affinché «in Italia si torni a fare politica industriale come in passato». A una maggioranza che vede nel decreto sviluppo solo un veicolo per un condono, ha ricordato che «il rinnovamento scientifico, tecnologico e industriale è la miglior risposta alla crisi economico-finanziaria come alla crisi di fiducia che investe in modo particolare in questo momento l’Eurozona». Per rilanciare l’ex colosso della cantieristica l’amministratore delegato Giuseppe Bono

devono dimostrare la ferma determinazione a onorare pienamente quanto sottoscritto a nome dei rispettivi Stati sovrani; ciò costituisce un elemento cruciale per assicurare la stabilità finanziaria nell’intera area dell’euro». Per la Bce «i paesi soggetti ai programmi di risanamento congiunti dell’Ue-Fmi, nonché i paesi particolarmente vulnerabili alle condizioni sui mercati finanziari devono attuare in modo inequivocabile tutti i provvedimenti annunciati per il riequilibrio dei conti pubblici e il rafforzamento dell’assetto nazionale di finanza pubblica; inoltre devono essere pronti ad adottare eventuali misure aggiuntive che possono rendersi necessarie in funzione dell’evolversi della situazione». Un invito in questa direzione è arrivato anche dal ministro delle Finanze tedesco Wolfang Schauble, uno di quelli che più pagherebbe per un bail-out: «L’Italia prenda misure per la riduzione del debito statale, questo non può evitarlo». Sulla stessa linea Bankitalia, «per-

prima ha provato a portare l’azienda in Borsa. Ma dopo il no della Fiom alla quotazione e la riduzione delle commesse dovuta alla crisi, ha presentato (e poi ritirato) un piano di ristrutturazione solo lacrime e

probabile che annunci un nuovo piano industriale, che non sarà meno pesante. Anche perché è già sottinteso che la produzione sarà legata alla pax sociale, quindi all’accettazione degli esuberi.

Il presidente della Repubblica è stato accolto da un caloroso e lungo applauso da parte di un gruppo di dipendenti dell’azienda ligure, che poi hanno gridato: «Lavoro, lavoro» sangue: 2551 dipendenti da tagliare e la chiusura completa di due degli otto cantieri nazionali (candidati quelli di Castellammare di Stabia e di Sestri Ponente). La prossima settimana Bono chiarirà ai sindacati i carichi di lavoro di tutti gli impianti. È

A due anni dall’inizio di questa crisi, il governo ha finalmente riconvocato le parti. Ma la situazione è al limite: l’azienda va avanti soltanto con tavoli locali, negli stabilimenti gli scioperi selvaggi sono all’ordine del giorno, i sindacati e gli enti locali temono una

ché - come ha certificato davanti alla commissione Finanze del Senato Daniele Franco, capo della ricerca di via Nazionale durante l’audizione sul ddl delega per la riforma fiscale in commissione Finanze al Senato - la pressione fiscale in Italia, soprattutto sul lavoro, è elevata sia nel confronto storico, sia in quello internazionale. Nel prossimo triennio è destinata a crescere ulteriormente per effetto delle misure di aumento delle entrate incluse nei provvedimenti di consolidamento dei conti pubblici. approvati nel corso delle estate».

Anche l’Ici sulla prima casa, uno dei cavalli di battaglia del Cavaliere nel 2008, è finita nel mirino di Bankitalia. Secondo Daniele Franco sarebbe «necessaria una riflessione sull’opportunità di reintrodurre l’abitazione principale fra gli immobili soggetti a imposta, in partico-

guerra tra poveri con le navi in costruzione che rimbalzano da un impianto all’altro. Ieri, poco dopo che Napolitano aveva lasciato la Prefettura, alcuni operai hanno insultato il delegato Uil Antonio Apa, reo di avere firmato accordi separati per gli stabilimenti di Riva Trigoso e del Muggiano.

Alle parti sociali e ai rappresentanti degli enti locali Napolitano ha spiegato che «senza dubbio bisogna compiere il massimo sforzo per garantire continuità di lavoro e di missione al cantiere, per il ruolo fondamentale che ha svolto nella vita industriale e civile di Genova». Il Capo dello Stato ha approfittato anche di un simposio a Palazzo Grimaldi per fare quattro chiacchiere con il vicepresidente della Commissione Ue, Antonio Tajani. «Dal presidente», ha raccontato il responsabile per la politica industriale di Bruxelles, «è giunta la sollecitazione a fare tutto il possibile affinché si agisca in modo da poter mantenere i livelli occupazionali in Fincantieri. Da parte mia gli ho assicurato che la Ue sta mettendo in campo tutte le iniziative percorribili: dalla proroga del regime speciale per gli aiuti pubblici all’ampliamento delle possibilità di ricorrere a crediti agevolati Bei».

lare l’Ici. L’esenzione di questa imposta dalle abitazione principali costituisce nel confronto internazionale un’anomalia del nostro ordinamento tributario ed espone al rischio di trasferire una parte rilevante dell’onere dell’imposta su esercizi commerciali e studi professionali o sui proprietari di seconde case».

Il capo della ricerca di Bankitalia ha aggiunto: «L’ingente ammontare di risorse atteso dall’esercizio della delega e i tagli orizzontali previsti dalla clausola di salvaguardia possono indebolire la credibilità della manovra di risanamento, in un momento in cui la fiducia degli investitori rappresenta un bene essenziale per il nostro Paese. Occorre procedere rapidamente a una valutazione quantitativa realistica dei margini esistenti per ridurre la spesa assistenziale e dell’entità del gettito che potrebbe provenire da una razionalizzazione del sistema fiscale. L’eventuale divario, rispetto agli effetti inclusi nella manovra di bilancio, andrebbe immediatamente colmato con interventi alternativi, preferibilmente dal lato della spesa». Nel mirino di Palazzo Koch c’è, insomma, il nucleo della riforma sulla quale Tremonti ha appoggiato il suo futuro politico: la delega sugli incentivi fiscali. E mentre l’eventuale condono è ancora al centro del dibattito è arrivato l’avviso di Attilio Befera, direttore generale dell’Agenzia delle Entrate, ai furbetti della precedente sanatoria: arriverà una lettera a chi non ha pagato la seconda rata, ottenendo i benefici con la sola prima rata, e che poi una volta estinta la lite col Fisco non hanno più versato nulla.


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Da «truzzo» a «emo», da «emoticon» a «bimbominkia»: 150.000 definizioni, 40.000 locuzioni ed espressio

Benvenuti nell’era dell’ di Mario Bernardi Guardi he cos’è un neologismo? Ce lo spiegano Marina Beltramo e Maria Teresa Nesci nel loro Dizionario di stile e scrittura (Zanichelli, pp.1.312, euro 29), una guida pratica che affronta tutti i temi legati all’espressione scritta: dalla individuazione dei contenuti e dalla loro ordinata sistemazione alla stesura di un testo corretto e comprensibile. Leggiamo: «Un neologismo è una parola o un’espressione nuova che entra nel lessico di una lingua, o anche una parola già compresa nel lessico che acquista un nuovo significato». Basta? No, un manuale di “pronto intervento”che richiama alla regole deve precisare, dar ordine, ridefinire, ricordandoci i procedimenti più frequenti attraverso cui si formano nuove parole a partire da parole esistenti.

C

Come nascono? Con l’aggiunta di affissi di vario tipo (il “messaggino”, gaudio e tribolo dei nostri affollati giorni, deriva da “messaggio” e “-ino”), o di elementi di composizione (“agriturismo” da “agri”e “turismo”). Oppure con l’attribuzione di un nuovo significato a termini pre-esistenti: “dominio”,“sito”,“portale” non sono nati con Internet, ma con Internet hanno acquisito nuove accezioni. Ma un neologismo può derivare anche dal prestito di un’altra lingua (“call center”, “resettare”), può essere creato ex-novo ad esempio in ambito commerciale: “eternit”, “terital”), può avere alla base una onomatopea come “clic”, dal suono che si produce schiacciando il “mouse”) eccetera. In certi casi, poi, le parole nuove non hanno a che fare con nuovi significati, ma rappresentano un modo più rapido di pronunciare parole esistenti. Come? Accorciandole: “bio” da “biologico”, “flebo” da “fleboclisi”; utilizzando acronimi (“gip”da “giudice per le indagini preliminari”, “pierre” dalla sigla Pr, Pubbliche relazioni); ricorrendo ad ellissi di espressioni estese (“le amministrative” per “le elezioni amministrative”, “la nera”per “la cronaca nera”,“la bicamerale” per “la commissione bicamerale”). Ma per entrare a pieno nella “festa” della parole e dei neologismi ci vuole il vocabolario. E quello che da anni ha i tratti nobili e austeri del monumento con tanto di iscrizione a imperitura memoria ma anche quelli giovani e dinamici dello strumento continuamente aggiornato, è il Devoto-Oli. La fama è tanta che l’ellisse scatta immediata. Nell’immaginario di intere generazioni “il Devoto-Oli” è “il vocabolario” per eccellenza. Basta e avanza. Completezza di informazione vuole, però, che, reso il debito omaggio ai due “padri fondatori” Giacomo Devoto e Gian Carlo Oli, si ricordi che il vocabolario (Le Monnier, con Dvd-Rom, pp. 3.227, euro 82), è disponibile anche su cd, oppure on line e in versione integrale per iPhone e iPad, con la ricerca multipla delle parole e l’audio dei forestierismi; è curato dal

Neologismi, gerghi giovanili, nuovi modi di dire (e di scrivere) Ecco l’edizione 2012 del Devoto-Oli. Anche per iPad e iPhone

2000 da Luca Serianni e Maurizio Trifone, due dei maggiori linguisti italiani; contiene 150.000 definizioni chiare ed esaurienti, 40.000 locuzioni e modi di dire, un lessico scientifico costantemente aggiornato nonché interessanti apparati (nomi di popoli, locuzioni e termini latini, abbreviazioni, simboli e sigle).

Ovvio che ogni anno ci sia una ricca e suggestiva “entrée” di neologismi. L’edizione 2012 ne presenta 350, rappresentativi di tutti gli “ambiti”: dalla politica all’attualità, dall’ecologia all’economia e alla finanza, dalla carta stampata alla moda, dalla pubblicità ai gerghi giovani-

li. Un mondo, quello dei “teenagers” - il fortunato termine di origine anglosassone che, come è noto, designa gli adolescenti di ambo i sessi dai 13 ai 19 anni, è datato 1951- in perpetua ebollizione. Mode e modi nascono di continuo, il lessico li registra, il vocabolario li ufficializza. Ma quanto durano? Se diciamo “rock” (anno di nascita 1942) tutti sappiamo di che si parla, giovanissimi in testa, perché “rock”continua ad essere il contrassegno di una amplissima cultura, che rinnova i suoi linguaggi ma che ha una ben identificata matrice. Ma se diciamo “beat” (1959) ,“hippy” (1967) e “punk” (1977) c’è da scommetterci che, tra i ragazzi, le idee

si farebbero più confuse e ci sarebbe una certa difficoltà ad entrare nel merito del “perché si chiamavano così”,“chi erano” e “che cosa volevano”.

Già sembrano invecchiati “truzzi” ed “emo”, alfieri di contrapposti vessilli giovanili, ferocemente sbeffeggiati - ricordate? - da Claudio Bisio in Zelig. Il Devoto-Oli ci informa che “truzzo” (1984, etimo incerto) è un «individuo rozzo che si veste in modo appariscente, frequenta abitualmente le discoteche e ostenta atteggiamenti di vanità e autocompiacimento»; “emo”, invece, (2006, abbreviazione dell’inglese “emo-tional”,


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oni e un lessico scientifico costantemente aggiornato

’Italiano 2.0 gna “anni 80”), non sappiamo se “emo”e “truzzi” siano ancora un fenomeno “attuale”. Forse no, visto che oggi a “truzzo” si preferisce “zarro”. A proposito, “zarro”, targato 1992, è sinonimo, nel senso di cafone, zoticone eccetera, del più noto “tamarro” (1980). Piccola curiosità: l’origine del vocabolo è araba, da “tammar”, “venditore di datteri”, presumibilmente chiassoso ed estraneo alle buone maniere.

“emozionale”,“emotivo”) ha come riferimento un «tipo di rock nato negli Stati Uniti, a metà degli anni Ottanta del secolo XX, nell’ambito della musica punk e hard-rock, ma caratterizzato da sonorità più melodiche e meno aggressive rispetto a questi» e i cui seguaci prediligono un abbigliamento di color nero e «uno stile di vita che privilegia l’interiorità e la sfera emozionale».

Ignari di discoteche e “movida” (1990: femminile sostantivato dell’aggettivo “movido”,“movimentato”, sta ad indicare il particolare “clima” - ricco di vitalità sociale, culturale e artistica - della Spa-

Come dire “coatto” che, dal latino “coactus”, usato sin dalla prima metà del Trecento nel senso di “costretto”,“obbligato”, è ampiamente utilizzato nel gergo giovanile. Aggiungiamo: con una straordinaria visibilità mass-mediatica, un vero e proprio segno dei tempi. I “coatti” fanno “audience”. Archivio di memorie storiche “sintetizzate” nelle e dalle parole, il vocabolario “eterna” segni e significati, in tutte le loro trasformazioni. E cresce di anno in anno. Nel campo dei coloriti gerghi giovanili, ecco che l’edizione 2012 del Devoto-Oli accoglie e amorevolmente battezza un bel po’di neonati lemmi. Ad esempio,“niubbo”. Adattamento dell’inglese “newbie”,“principiante di Internet, novellino” (1998), indica, per l’appunto, un utente nuovo e un po’ impacciato, e, particolarmente, «chi frequenta per la prima volta una comunità virtuale rivelando la propria inesperienza e ignoranza delle regole». Alzi la mano, tra quelli che hanno superato gli “-anta”, chi non si sente un po’“niubbo”! In ogni caso, meglio “niubbo” che “bimbominkia”! All’etimologia si arriva facilmente: un composto di “bimbo” e del siculo “minchia” che ci era noto ancor prima di Montalbano nella duplice versione di Camilleri e Zingaretti. La lettera “k” al posto di “ch” è figlia di telefonini, messaggini eccetera, insomma di quella nuova forma di comunicazione che ha contagiato un po’ tutti. Ed eccoci al significato: “bimbominkia” (2006) è «l’utente web che si comporta in modo stupido e infantile, intervenendo continuamente nelle discussioni e mostrandosi fastidioso e irriguardoso verso gli altri». Ma anche, più in generale, l’adolescente che vuol sempre essere all’ultima moda, che si proclama fan del gruppo musicale del momento, che scrive messaggi pieni di “emoticon” (1988, composto da “emotion” e “icon”, vale a dire “immagini emozionali”: una combinazione di parentesi, due punti, punto e virgola, numeri eccetera, che mira ad esprimere il proprio stato d’animo). E che cos’è la “lenzuolata” (2006)? Tante cose: una forma di protesta collettiva consistente nell’esporre lenzuola alle fi-

nestre o nel distenderle lungo le strade; un testo che uno fa fatica a leggere perché troppo lungo; un lungo elenco di provvedimenti legislativi da sottoporre all’approvazione del Parlamento. Lungi dall’attitudine aggressiva o/e noiosa delle “lenzuolate”, se abbiamo estro ecco che ce la possiamo cavare con una mandrakata (1976, vedi l’elegantissimo Mago dei fumetti) e cioè con «una trovata ingegnosa che permette di risolvere una situazione difficile». Non è bene, invece, ricorrere al “magheggio” (1992) e cioè all’imbroglio, all’intrallazzo, al raggiro, alla manovra truffaldina. “Cosa nostra”? Forse sì, ma

La lettera “k” al posto di “ch” è figlia di telefonini, sms eccetera. Insomma di quella nuova forma di comunicazione che ha contagiato un po’ tutti non è roba cui affezionarsi. Dunque, evitiamo. Così come sarebbe da evitare quel sistema della “parentopoli” (1995) che si fonda sul favoritismo nei confronti dei membri della propria famiglia. Peggio ancora se si tratta di famiglie “allargate” con la massiccia immissione di “escort”: termine entrato nell’uso nel 2001, ed ora arcinoto ed abusato, indicante una persona che, «retribuita per accompagnare qualcuno in un viaggio o in un’occasione pubblica, è disponibile anche a prestazioni sessuali». Non facciamo, comunque, di tutte le “escort” un fascio: e guardiamoci da ogni “macchina del fango”, con relativa “gogna” o “macelleria mediatica”.

Il Devoto-Oli “nomina” i fatti e quel che c’è da fare. Ad esempio, i grandi imprenditori dovrebbero impegnarsi sempre di più nel “social business” (2006), cioè in attività che, dentro o fuori dall’azienda, si ispirino a «criteri di giustizia sociale» e siano diretti a «migliorare la condizioni di vita di popolazioni o individui svantaggiati». Ampliando lo sguardo ai Paesi industrializzati, non

sarebbe male se ogni tanto ponessero attenzione al loro “debito ecologico”, accumulato «nei confronti dei Paesi in via di sviluppo in relazione ai danni ambientali e allo sfruttamento di risorse fin dall’epoca coloniale». Economia, politica ed ecologia unite nella lotta per un “mondo nuovo”? Attenzione, però: il Novecento che abbiamo attraversato ci insegna a guardarci dalle ideologie rivoluzionarie, dai millenarismi, dalle utopie, tutte rose e fiori, consolazioni e salvazioni. E lo fa anche attraverso le “distopie” (1997) e cioè le «rappresentazioni di un futuro indesiderabile, caratterizzato da una società totalitaria, scientista e tecnocratica». George Orwell (La fattoria degli animali, 1984) e Aldous Huxley (Il mondo nuovo) “docent”.

Sia come sia, gli ecologisti (ideologici o post-ideologici?), nell’alimentare attese e speranze, non mancano di arricchire il vocabolario. Tra le “new entry” variamente “verdi” del Devoto-Oli ecco, dunque, l’“agrinido” e l’”agriasilo”, «ubicati all’interno di aziende agricole, con lo scopo di far crescere i bambini a contatto con la natura» (Rousseau, se ci sei, batti un colpo!); la “biopattumiera”, la “bioplastica”, il “biosacchetto” con cui andiamo all’assalto della spazzatura; il “certificato verde” rilasciato dal gestore della rete nazionale dell’energia elettrica come incentivo ai produttori di energie alternative al petrolio; il “pescetariano”, ovvero il vegetariano che esclude dalla sua alimentazione i cibi di origine animale, ad eccezione del pesce e dei frutti di mare (forse perché il pesce si fa ammazzare rimanendo zitto e i “frutti” assomigliano alla “frutta”?); la “massa critica” ovvero la forma di protesta che i ciclisti adottano, riunendosi e muovendosi in massa in modo da rallentare il traffico cittadino, per rivendicare il proprio diritto a circolare in sicurezza per le strade. Chissà se nel prossimo Devoto-Oli ci sarà spazio - magari con un nuovo lemma - anche per la “massa critica”dei pedoni, “coatti”, nel senso primigenio di “costretti, obbligati, forzati”, a muoversi (?), con poca sicurezza, tra le automobili e le biciclette, tutte armate di squillanti “diritti”! A noi piace figurarci maree di pedoni che bloccano il traffico utilizzando il rituale “haka” (1941), l’antica danza di guerra maori che consiste oggi nell’eseguire in gruppo movimenti bruschi ed energici, accompagnati da urla ritmate e da particolari espressioni del volto.Vogliamo dirla tutta? Davvero delle brutte facce, ma molto espressive. Insomma,“comunicano”. Un “vocabolario” vivente? Proprio.


economia

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La sfida per la poltrona di Viale dell’Astronomia è già cominciata. Il gioco c’è anche il futuro dei conflitti sindacali

Una poltrona per quattro Bombassei, Squinzi, Riello e Illy: sono loro i candidati alla successione della Marcegaglia in Confindustria. La prima volta senza la Fiat di Giancarlo Galli rfana della Fiat di Sergio Marchionne che ha dato formale disdetta e il 1° gennaio 2012 non pagherà più la sua quota (all’incirca 90 euro per ogni dipendente delle aziende associate), la quasi centenaria Confindustria vive una stagione di crisi esistenziale. Il suo attuale presidente, la bionda Emma Marcegaglia, mantovana classe 1965, figlia del rampante (e discusso) imprenditore siderurgico Steno, rischia di venire ricordato come il Romolo Augustolo, ultimo imperatore romano d’Occidente, deposto dal “barbaro” Odoacre.

O

Similitudine, accostamenti, sono meno peregrini di quanto possa apparire. La Marcegaglia infatti non è riuscita a garantire, dalla piattaforma di comando di viale dell’Astronomia in Roma, la compattezza di un esercito di 150mila aziende con oltre

cinque milioni e mezzo di lavoratori, spina dorsale dell’Italia che produce. Qualche anno fa, aveva mollato le ancore la Ibm, eppure il segnale non venne colto. Sottovalutandolo, si pensò all’arroganza di una multinazionale.Targata Usa. Miopia, in uno scenario economico-finanziario-industriale in cui è la globalizzazione a dettar legge. Piaccia o meno, la realtà è sotto gli occhi. L’addio della Fiat avrà sì una componente personalistica (Marchionne è italocanadese, residenza svizzera), ma s’iscrive in un quadro ben più vasto e complesso. La Fiat, la prima (forse l’ultima) delle nostre grandi industrie manifatturiere, non ritiene di poter ulteriormente sostenere il peso della conflittualità sindacale, della mediocre efficienza degli impianti. Basti dire che un’auto che esce dalle catene di montaggio italiane ha un “costo” fra il doppio e il triplo di quelle delle fabbriche polacche e brasiliane. Della stessa Chrysler di Detroit, acquisita dalla Fiat e sottoposta a cura dimagrante, consenzienti i sindacati Usa. I ragionamenti di Marchionne, spalleggiato dalla famiglia Agnelli che del gruppo Fiat mantiene con all’incirca il 30 per cento del capitale il controllo azionario, possono apparire cinici, ragionieristici. Letti in controluce non si può negarne evidenza e sostanza. A che serve la Confindustria se incapace di adeguarsi ai tempi, se non tiene conto dell’inter-

nazionalizzazione che impone nuove regole contrattuali?

C’era una volta, nel bene e nel male, fra ombre e luci, una Confindustria che ha visto al suo vertice Guido Carli (ex governatore della Banca d’Italia), Gianni Agnelli, sino a Luca Cordero di Montezemolo. La scelta del presidente spettava, quasi per diritto ereditario, alla Grande Industria ed all’Alta Finanza. Impossibile scordare come, sino a tre lustri fa, la scelta del presidente venisse decisa in segreto consesso attorno al tavolo di Enrico Cuccia, il dominus di Mediobanca, ribattezzato “Il padrone dei padroni”. Tutto è cambiato, e più che del Sancta Santorum dei padroni, si ironizza nell’entourage di Marchionne, siamo al “condominio dei padroncini”. Ancora nel 1996, il 65 per cento degli iscritti apparteneva al settore manifatturiero, il resto 34,7 per cento a servizi, commercio e costruzioni. Ora, i due gruppi sono pressoché alla pari, nonostante l’ingresso di aziende semipubbliche: Eni, Enel, Ferrovie, Finmeccanica, Terna e Poste, contribuendo all’emarginazione progressiva degli industriali privati. Ancora qualche numero: il 52 per cento delle aziende iscritte ha meno di 15

Qui accanto, Andrea Riello. A destra, Giorgio Squinzi. Nella foto grande, Alberto Bombassei. A sinistra, Riccardo Illy. Sono loro i pretendenti alla poltrona che presto sarà lasciata libera da Emma Marcegaglia ne” intorno ai 40 milioni-anno, dei quali la metà per il personale, è guardata di mal’occhio dai big, e non solo.

L’uscita della Fiat ha fatto rumore; eppure esiste un dissenso più profondo, con una serie di abbandoni significativi. Esempi. Hanno sbattuto la porta Enrico

L’economia nazionale è in piena crisi, le industrie arrancano. Il vero problema degli imprenditori è su chi puntare per una “ripresa” che non appare né facile né dietro l’angolo dipendenti, e appena il 3 per cento più di 250 addetti. Legittima l’obiezione: il radicale mutamento della platea dei soci (peraltro in costante aumento: + 5,5 per cento nel 2009, +2,3 nel 2010), indicherebbe la “democratizzazione” dell’Associazione, e della galassia territoriale su base regionale e settoriale (Federmeccanica, Federchimica e via seguendo). Così, la crescente debolezza del Quartier Generale in Roma, che pure ha un “costo di gestio-

Bracalente della Nero Giardini, fiore all’occhiello del Made in Italy; le Cartiere Pigna di Bergamo, il gruppo Gallozzi di Salerno leader nel settore dei trasporti marittimi; il marchigiano Luca Monaldi (alimentare), una pattuglia di tessitori-filatori-tintori del distretto di Prato. Diaspora Confindustriale? Non esageriamo! Fedele Confalonieri, Number One della berlusconiana Mediaset, non ha alcuna intenzione di lasciare viale dell’Astronomia, al pari del vulcanico fi-

nanziere e calzaturiere Diego Della Valle. Semmai si propongono (da dietro le quinte) di lavorare per ricondurre Confindustria sui binari originari, dai quali la Marcegaglia avrebbe deragliato. Un po’ per ambizioni personali (si sussurra che intenda entrare in politica, e non nel centrodestra), un po’ per debolezza strategica, magari nell’encomiabile intento di privilegiare i “deboli” rispetto ai cosiddetti “poteri forti”, Fiat in primis. A questo punto lo scenario si complica, s’aggroviglia. L’economia nazionale è in piena crisi, le industrie arrancano. Su chi puntare per una “ripresa” che non appare né facile né dietro l’angolo? Nel Marcegaglia-pensiero, dando ascolto agli osservatori più attenti, la presidentessa in scadenz di mandato (primavera 2012), punta sul dinamismo dei piccoli e medi imprenditori, dando per scontato che i “pezzi da 90” sono decollati per altri lidi. Vuole pertanto offrire al microsistema delle imprese una “copertura”, contando sì sulla sensibilità di Cisl e Uil ma attraendo nella sua orbita la troppo spesso


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i che d crona

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conflittuale per definizione Cgil. Dalla Camusso all’intransigente Landini, leader della Fiom. Che riesca è una scommessa, al momento rischiosissima, dopo la defezione di Marchionne e marchioniani vari.

Domanda: perché la “base confindustriale” dovrebbe seguire Donna Marcegaglia? Risposta: perché le piccole-medie aziende non possono consentirsi il venir meno di intese contrattuali che rendano improponibile la microconfittualità aziendale. E questo solo Confindustria può garantirlo, sebbene sia arcinoto (ma inconfes-

sabile!), che nelle imprese di modesta dimensione il lavoro nero, l’evasione fiscale, in troppi casi costituiscano più la regola che l’eccezione. Dall’edilizia al turismo. Ciò acclarato, che ne sarà della Confindustria del “dopo Marcegaglia”? Fra poche settimane inizieranno le assemblee regionali che il meteo prevede turbolente. I candidati alla successione sono parecchi, agguerriti e determinati. L’attuale vicepresidente Alberto Bombassei, con singolare irritualità tempistica, s’è già manifestato disponibile. Più “coperti”, ma pronti allo scatto finale, almeno tre nomi: l’industriale veneto Andrea Riello; il “chimico” Giorgio Squinzi fondatore della Mapei ed attuale vicepresidente; il triestino Riccardo Illy, re del caffé, ex sindaco di Trieste ed ex governatore del Friuli Venezia Giulia. Poiché la “corsa” è appena iniziata, sarebbe avventato azzardare pronostici. Comunque, anticipando. Bombassei, proprietario della Brembo (dischi frenanti per moto ed auto), è un “duro”, grande ammiratore di Marchionne. Riello è il pupillo degli industriali veneti, un artefice del “miracolo del Nord Est”. Squinzi, bergamasco, erede di una dinastia iniziata negli anni Trenta, appassionato di Ciclismo & Innovazione come gli piace dire, a capo di una multinazionale di materiali per l’edi-

lizia presente in 21 Paesi con 43 stabilimenti dei quali sette in Italia, è considerato un “pacificatore”, nel senso che rifugge lo scontro. Ed è orgoglioso dell’assenza di conflittualità nelle sue imprese. Riccardo Illy, infine. Antenati ungheresi, di formazione valdese e per sua confessione “cattolico non praticante”, si vanta di mai avere perso una battaglia.

Al dunque. La Marcegaglia s’appresta a lasciare viale dell’Astronomia senza un delfino, poiché la sua linea è apparsa ai più incerta e compromissoria , più preoccupata dell’apparire che dell’essere. Non vogliamogliene: forse la poltrona di Confindustria era troppo grande per la sua fragile statura. E l’innegabile impegno non le è bastato. Al successore si richiede un “plus”: di carisma, di idee, in un Paese che la globalizzazione ha destrutturato, mentre l’accentuarsi delle divaricazioni politiche non ha certo aiutato. Ecco allora la sfida che attende il futuro presidente di Confindustria: riconquistare il terreno perduto e farci tornare ad essere “potenza” produttiva non subalterna in una stagione in cui Francia e Germania tendono a declassarci a Bel Paese con… vocazione turistica.

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L’obiettivo? Rassicurare Obama, Putin e Hu Jintao sul futuro della moneta unica e sulla diarchia che ne garantirà la stabilità

L’eurosarkozy L’Eliseo punta sul G20 di novembre per sancire la nuova rotta di Bruxelles di Enrico Singer ra sette mesi, se i sondaggi d’opinione non mentono, Nicolas Sarkozy dovrebbe concludere la sua avventura all’Eliseo: le presidenziali in Francia sono in programma tra il 22 aprile (primo turno) e il 6 maggio (secondo turno) del 2012 e il candidato socialista che non ha ancora un nome – sarà scelto domenica prossima tra Martine Aubry e François Hollande – si annuncia già come il grande favorito. Angela Merkel, sulla carta, ha un’autonomia politica più lunga – le elezioni in Germania sono previste per il settembre del 2013 – ma anche lei è in difficoltà nei sondaggi: soltanto il 12 per cento dei tedeschi dichiara di avere ancora fiducia nel

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capi di Stato e di governo della Ue saranno poi chiamati a ratificare. Tutto in vista di un’altra data-feticcio: il summit del G20 del 3 e 4 novembre a Cannes che sarà il coronamento della presidenza francese dei “Grandi” del mondo. L’occasione che dovrebbe celebrare il successo della diarchia che domina l’Unione europea sia agli occhi dell’America di Obama, che è preoccupata per le sorti dell’euro e non lo ha nascosto, sia della Russia di Putin che della Cina di Hu Jintao e degli “emergenti” – come l’India o il Brasile – che attendono l’Europa al varco della credibilità del suo progetto economico e politico entrato in affanno con la moneta comune. È una partita molto difficile. Ma la Merkel e Sarkozy hanno deciso di giocare il loro futuro su questo terreno perché sanno che è l’unico che potrebbe riportare in positivo, oltre alle sorti dell’Unione, l’andamento dei sondaggi. E ostentano fiducia, come deve fare ogni bravo giocatore.

Le prossime mosse: ricapitalizzazione delle banche, rafforzamento del Fondo per la stabilità finanziaria (l’Efsf), una «soluzione durevole» per la Grecia e «cambiamenti significativi» del Trattato Ue governo che guida con i liberali e il 41 per cento vorrebbe il ritorno a una Grosse Koalition tra la Cdu-Csu e i socialdemocratici. Eppure, o forse proprio per questo, sono loro, Angela e Nicolas, a tenere saldamente in mano le redini di Eurolandia, a decidere i piani che dovrebbero portarla fuori dalla crisi, a dettare i tempi degli interventi di salvataggio, che si tratti delle banche o della Grecia. Sono sempre loro a cambiare perfino il calendario degli incontri a Ventisette: il Consiglio europeo è stato rinviato di una settimana, dopo l’ultimo vertice a due franco-tedesco, per dare altro tempo agli sherpa di Parigi e di Berlino che stanno preparando, punto per punto, quello che i

Angela Merkel ha anche minimizzato la preoccupazione per la bocciatura dell’Efsf, il Fondo salva-Stati, decretata martedì sera dal Parlamento della Slovacchia, l’ultimo che doveva pronunciarsi. «Sono sicura che ci ripenseranno entro il 23 ottobre», ha detto dal Vietnam dove si trova in visita. E Sarkozy – che ieri si è dedicato più al figlio in arrivo che alla politica – ha fatto sapere attraverso i suoi portavoce di condividere questo ottimismo. A Bratislava, in effetti, è atteso nei prossimi giorni un nuovo voto che segnerà, probabilmente, la fine del governo di centrodestra di Iveta Radicova che otterrà i voti dell’opposizione socialdemocratica per far passare il “sì”al Fondo, ma che dovrà subito dopo dare le dimissioni e indire elezioni anticipate perché i suoi alleati del partito liberale insisteranno nel dire “no” mandando in frantumi la maggioranza. Anche nel Paese più povero di Eurolandia, insomma, la crisi

Se falliscono le misure studiate da Ue, Bce e Fmi

Ispettori, guardate i bilanci delle banche Mettere in quarantena Grecia, Irlanda e Portogallo non eviterà l’effetto contagio di David McWilliams vete mai sentito l’espressione “villaggio Potemkin”? Alla fine del XVIII secolo l’élite russa voleva dimostrare al mondo di essere più potente di quello che era in realtà. Di conseguenza la corte di San Pietroburgo decise di accompagnare i dignitari e gli ambasciatori stranieri lungo il fiume Dnepr perché vedessero con i loro occhi quanto fossero grati i contadini dell’Ucraina, occupata di recente, nei confronti dei loro nuovi padroni russi. Sapendo che gli occidentali non si sarebbero aspettati un imbroglio – i dignitari erano britannici, francesi e prussiani – il maresciallo Potemkin fece costruire dei villaggi mobili, assemblati nelle anse del fiume poco prima dell’arrivo dei battelli che portavano gli stranieri.

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I dignitari vedevano accalcata sulle rive una folla entusiasta che salutava i battelli e riempiva Caterina la Grande di complimenti. Non appena i battelli si allontanavano, Potemkin smontava in tutta fretta il paese e lo trasportava giù lungo il fiume, per rias-

semblarlo e ripetere la scena dove i battelli si sarebbero fermati per la notte. I dignitari stranieri tornarono nei loro rispettivi paesi sbalorditi dalla potenza e dalla saggezza dei russi, dimostrate dalle lodi degli ucraini verso i loro nuovi padroni. Per capire fino in fondo l’ingenuità e il successo dei villaggi Potemkin, tuttavia, dobbiamo tener presente che i dignitari stranieri volevano crederci, perché il successo della Russia gli tornava comodo. Era il 1787. L’America era diventata una repubblica, mentre l’impero francese cominciava a vacillare. Le vecchie certezze si stavano sgretolando. I dignitari volevano vedere il mondo come a loro piaceva che fosse, non come era in realtà. Torniamo ai giorni nostri. La cosiddetta ”troika” – con tanto di nome russo – è a Dublino. E se ne andrà dicendo che va tutto bene. Le mostreremo le cifre relative alle esportazioni e al pil – corrispettivi odierni dei villaggi Potemkin – e ne rimarrà contenta, senza aver preso in considerazione la disoccupazione, l’emigrazione, le disparità


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della moneta comune sta per provocare un terremoto politico. Come è normale – o almeno, come dovrebbe essere normale – che accada in democrazia, nonostante quello che sta succedendo proprio in queste ore da noi.

Anzi, le diverse reazioni alla tempesta finanziaria in corso stanno disegnando una nuova mappa dei rapporti di forza tra i Ventisette. Non soltanto con l’ovvia divisione della Ue nei due gironi di chi fa parte della zona dell’euro – diciassette Paesi – e di chi ne è rimasto fuori – gli altri dieci – con due campioni di peso come Gran Breo il crollo dei consumi.Vedrà quello che vorrà vedere. La troika non osserva le cose brutte e reali perché, come i dignitari in visita in Russia, non vuole vederle. Preferisce credere alla sua stessa propaganda perché non può permettersi di fallire. Per la troika i programmi di austerity devono avere successo, perché l’eventualità di un effetto domino è troppo terrificante per poter essere presa in considerazione. Ma non c’è più nulla da fare. I bailout di Fmi e Ue sono storia passata. A prescindere da ciò che faremo, gli eventi avranno la meglio su di noi.

La Troika ha fallito perché suo obiettivo principale non era rimettere in sesto l’Irlanda, la Grecia e il Portogallo, bensì circondarli con un cordone sanitario, isolarli come ga-

troppe domande su cosa si nascondeva dietro i bilanci delle banche europee. Ma la missione è fallita. I registri delle banche europee sono pieni di pessimi investimenti. Le banche hanno smesso di erogare prestiti alle altre banche, perché non si fidano più le une delle altre. Quando tutti mentono, ciò non stupisce affatto. Siamo in presenza di quella che viene definita una stretta creditizia. Questa crisi del debito sovrano aggrava la sensazione di panico e ciò significa che l’unico acquirente del debito sovrano sarà la Banca centrale europea. Ma ciò viola le regole stesse della Bce e rende estremamente nervosi i tedeschi, che temono che la loro banca centrale diventi una discarica per i rifiuti finanziari dell’Europa. Ciò assomiglia a un contagio, proprio quello che si la troika doveva scongiurare. L’approccio della quarantena per gli stati è miseramente fallito. I contagi ormai sono molteplici, l’infezione si diffonde.

Per la troika i programmi di austerity devono avere successo, perché l’eventualità di un effetto domino è troppo terrificante per poter essere presa in considerazione ranzie nella partita più grande, che è salvare l’euro. Per riuscirci, la troika ha dovuto affermare che Irlanda, Grecia e Portogallo erano solo inadempienti e potevano essere curati in isolamento. Questa politica è concepita come una sorta di quarantena finanziaria per impedire i contagi. Se la missione della troika avesse avuto successo, mettere in quarantena i paesi insolventi avrebbe dovuto rafforzare le difese delle banche europee. Ne consegue che obiettivo del Fmi e dell’Ue non era salvare questi paesi, bensì assicurarsi che nessuno ponesse

Un futuro bailout dell’intero sistema finanziario potrebbe costare migliaia di miliardi di euro. E ciò non accadrà senza pagare il prezzo di un’accelerata integrazione politica. Adesso però la forza irresistibile dell’integrazione si scontra con i cittadini europei, che non vogliono il federalismo. Aspettate i referendum, e allora sì che vedremo i fuochi d’artificio. Ricordate cosa ne è stato dal paese che aveva costruito i villaggi Potemkin? Fu invaso dalla Francia napoleonica, esattamente quel tipo di catastrofe che la piccola bugia dei villaggi avrebbe dovuto scongiurare. © Irish Independent

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la loro partita personale. È vero. Ma la stanno almeno giocando in attacco. E in nome degli interessi dell’euro, del destino della Ue e di quello dei loro Paesi prima di tutto. C’è chi paragona il modello della nuova Europa in versione franco-tedesca a quella del Sacro romano impero dove il potere degli Stati vassalli dipendeva dalle concessioni del sovrano. Il governo economico-politico che Parigi e Berlino stanno preparando per Eurolandia – e che potrebbe essere discusso già il 23 ottobre – prevede un maggiore trasferimento di sovranità al centro per assicurare stabilità all’euro. L’imperatore, però, non avrà il suo trono a Bruxelles. Il potere effettivo si dividerà tra l’Eliseo e il Kanzleramt, la modernissima sede della Cancelleria tedesca. Per il momento con una scaletta di obiettivi che comprende al primo punto la ricapitalizzazione delle banche, poi il rafforzamento del Fondo europeo per la stabilità finanziaria (l’Efsf), una «soluzione durevole» per la Grecia e, infine, «cambiamenti significativi» del Trattato europeo: quelli che dovrebbero consentire la nascita del governo economico-politico di Eurolandia la cui guida sarebbe affidata all’attuale presidente stabile della Ue, Herman Van Rompuy, che – a parte l’altisonante titolo – non ha, per il momento, particolari competenze.

C’è chi paragona il modello della nuova Europa in versione franco-tedesca a quella del Sacro romano impero dove il potere degli Stati vassalli dipendeva dalle concessioni del sovrano tagna e Polonia, ma anche con la frammentazione del fronte di Eurolandia sempre più litigioso al suo interno. Ha un bel dire il ministro degli Esteri, Franco Frattini, che «una situazione globale non si risolve con assi bilaterali» e che «sarebbe meglio rilanciare il metodo comunitario che fa sedere tutti i 27 attorno al tavolo del Consiglio». La realtà è che al tavolo – a due, a tre, a quattro o a 27 – bisogna anche avere qualche cosa da dire e l’autorevolezza per dirlo. Le risposte arrivate da Parigi e da Berlino alle critiche di Frattini sono significative.

Se la Francia ha scelto di liquidare la polemica dicendo che non c’è alcun asse, ma soltanto delle proposte presentate all’attenzione di tutti, la Germania ha voluto aggiungere una semplice considerazione: è normale che siano le due più forti economie europee a prendere l’iniziativa. La Merkel e Sarkozy stanno giocando anche

Adesso che il momento delle decisioni si avvicina, si moltiplicano anche i dottori al capezzale dell’euro e della Ue. Ieri il presidente della Commissione, José Manuel Barroso, ha presentato un suo piano per ricapitalizzare le banche europee non dissimile da quello franco-tedesco. E il premier lussemburghese, JeanClaude Juncker, che è ancora “mister euro” in attesa di cedere il posto a Van Rompuy, ha lanciato una sua road map in dieci mosse per uscire dalla crisi. Nel silenzio di tutti gli altri. E, soprattutto, di Roma.


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ANKARA NON LA MOLLERÀ MAI. E NICOSIA SI STA ALLEANDO CON ISRAELE

Attenti a Cipro, può esplodere di Daniel Pipes ipro, un’isola di circa 1,3milioni di abitanti vicino alla Turchia e alla Siria, si trova all’apice di un cambiamento importante, con grandi opportunità e pericoli. Questo piccolo Paese debutta in ritardo sulla scena mondiale dopo che le questioni interne greco-turche hanno consumato i suoi primi cinquantuno anni di indipendenza. Problemi interni la cui origine risale al 1570, quando l’Impero ottomano conquistò l’isola e la sua popolazione era quasi interamente cristiana ortodossa e di lingua greca. Nel corso dei successivi tre secoli, i flussi migratori dall’Anatolia crearono una minoranza musulmana turcofona.Tra il 1878 e il 1960, il dominio britannico lasciò questa situazione sostanzialmente invariata. Al momento dell’indipendenza di Cipro, nel 1960, i turchi costituivano un sesto della popolazione. Cipro, non è stato di certo l’unico territorio carico di tensioni etniche che Londra alla fine decise di abbandonare irritata (si pensi all’India, all’Iraq, alla Palestina e al Sudan), ma è stato l’unico in cui essa scelse di mantenere un ruolo permanente per se stessa e introducendo degli stati protettori, vale a dire la Turchia e la Grecia, come garanti del nuovo stato indipendente. Questo espediente - evidentemente dannoso - aumentò le tensioni tra le due comunità dell’isola e i loro stati protettori.Tensioni che alla fine degenerarono nel 1974, quando Atene tentò di annettere l’intera Cipro e Ankara rispose immediatamente e duramente invadendo l’isola e impossessandosi del 37 per cento della parte settentrionale cipriota. L’annessione greca finì nel nulla, ma l’invasione portò alla creazione di una simbolica “Repubblica turca di Cipro del Nord” (Rtcn), che oggi mantiene una presenza militare di circa 40.000 soldati della Repubblica di Turchia. Senza contare le centinaia di migliaia di coloni che sono emigrati dalla Turchia alterando profondamente la demografia dell’isola. Da quel momento Cipro è rimasta per trentacinque anni divisa, a un punto morto e in gran parte ignorata dal mondo esterno, fino a quando due recenti sviluppi hanno rovesciato il vago e inopportuno status quo dell’isola.

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sercito turco, questo intento è emerso in tutta la sua interezza. La volontà di dominio regionale assume molte forme – dall’escalation delle tensioni con Israele al tour trionfale del premier nei Paesi nordafricani – anche se con una specifica attenzione al crescente potere turco nel Mediterraneo orientale. Le ambizioni dell’Akp hanno così trasformato l’occupazione turca di Cipro da un problema sui generis a un aspetto di un problema più grande. Il secondo sviluppo, che riguarda invece la scoperta avvenuta nel giugno 2010 di alcune riserve di gas naturale e petrolio (come il Leviathan) nella zona economica esclusiva del Mediterraneo, al largo di Israele, proprio vicino alla zona economica esclusiva cipriota, ha trasformato improvvisamente l’isola in una protagonista del mercato energetico mondiale. I ciprioti parlano di 300 trilioni di metri cubi di gas dal valore di 4mila miliardi di dollari.Tali numeri attirano sguardi bramosi, specie da parte di Ankara, che rivendica (attraverso l’Rtcn) la sua parte dei futuri proventi dall’estrazione del gas. Inoltre, l’intensificarsi dell’antisionismo da parte dell’Akp, unitamente alle ambizioni strategiche del ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu evidenziano quanto le pretese turche si estendano anche alle acque israeliane.

Insieme, questi due sviluppi – le crescenti ambizioni turche e i giacimenti di gas naturale potenzialmente immensi – collegano Cipro e Israele all’autodifesa. Figure di spicco greco-cipriote del governo, dei media e del mondo imprenditoriale hanno manifestato, in occasione di un mio recente viaggio nell’isola, un loro impellente desiderio di costruire delle relazioni economiche e per la sicurezza con Israele. In ambito economico, un alto funzionario del governo propone cinque progetti: un gasdotto comune dai giacimenti di gas a Cipro, seguito da un impianto di liquidificazione, uno di metanolo, un piano per la produzione di energia elettrica di 1.000 MW, e una riserva strategica, tutti a Cipro. Un magnate dei media suggerisce di vendere le riserve di gas naturale a Israele e lasciare che siano le sue compagnie e aziende ad assumersene la responsabilità. Per quanto riguarda la sicurezza, molti interlocutori hanno proposto una piena alleanza con Israele. Cipro trarrebbe profitto dalle maggiori abilità diplomatiche, economiche e militari dello Stato ebraico. Israele, che ha già esperito dei tentativi di protezione a favore di Cipro, beneficerebbe dell’accesso alla base aerea di Paphos, a 300 km dalle sue coste, e che appartiene a un Paese membro dell’Unione europea. Una simile alleanza porrebbe fine al retaggio di nonallineamento e alla parca diplomazia volta a convincere i governi a non riconoscere l’Rtcn, anche se si potrebbe dire che questa strategia non ha recato molti benefici. Di fronte a una leadership turca presuntuosa e forse messianica che tradisce sempre più dei connotati di stato canaglia, Washington, Bruxelles, Atene e Mosca hanno un importante ruolo da svolgere nell’incoraggiare delle relazioni tra Cipro e Israele, diminuendo così le probabilità di un’aggressione turca guidata dall’Akp.

Washington, Bruxelles, Atene e Mosca non devono sottovalutare i rischi che si stanno correndo nell’area. E dovrebbero “benedire” la nuova alleanza

Il primo sviluppo si è verificato quando il Partito Akp è salito al potere in Turchia nel 2002, con un programma aggressivo di dominio regionale. Inizialmente, Ankara mantenne quest’ambizione sotto controllo, ma con un esaltante successo elettorale conseguito nel giugno scorso, seguito immediatamente dalla presa del controllo politico sull’e-

Le mine vaganti di Erdogan La Turchia davanti a due sfide che rischiano di sfuggirle di mano


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LA SFIDUCIA TRA IL GOVERNO E IL PKK MINA LA SOLIDITÀ TURCA

Enigma Kurdistan di Khurshid Dalli opo un periodo di relativa calma, e di voci su una road map per risolvere la questione curda in Turchia, l’escalation è tornata ad essere padrona della situazione fra turchi e curdi. Le notizie di scontri fra l’esercito turco e i combattenti del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk) sono state poste in primo piano dai media turchi. A colpire in particolare, nell’escalation in corso, sono i toni duri adoperati dai combattenti del Pkk, i quali hanno compiuto una serie di operazioni di rilievo che hanno raggiunto diverse regioni della Turchia. Di contro, vi è un dibattito sempre più acceso nella piazza turca in merito alle opzioni per affrontare l’escalation curda, fra chi sostiene l’adozione di riforme politiche reali che tocchino il cuore del problema curdo, e chi cerca di intensificare l’approccio securitario giungendo a invadere il nord dell’Iraq, per eliminare le basi del Pkk laggiù e creare una zona di sicurezza allo scopo di distruggere l’influenza militare del partito. In origine, la questione fu prodotta dalla politica di negazione e di esclusione inaugurata da Ataturk con la fondazione della Repubblica turca nel 1923, quando egli costruì le fondamenta della sua repubblica (laica) sull’esclusione dell’identità religiosa (l’Islam) e multinazionale (curda) dalla struttura politica generale del paese, classificandole entrambe come il “nemico interno”. A partire da questa realtà, l’esclusione era il destino di chiunque cercasse di cambiare tale politica. Perlomeno questo è ciò che avvenne con Adnan Menderes, Turgut Ozal e Necmettin Erbakan. Analogamente, in origine il Pkk – che fu fondato nel 1979 e cominciò a far ricorso alla violenza nel 1984 – emerse a causa di questa realtà in cui mancava la possibilità di una mobilitazione politica pacifica. Ciò significò un cammino di sangue, lacrime e distruzione per migliaia di villaggi, e l’uccisione di più di 40.000 persone. Per non parlare poi dei costi spaventosi che, secondo i rapporti turchi, hanno superato i 500 miliardi di dollari, una cifra che sarebbe stata sufficiente per realizzare una vera rinascita delle regioni a maggioranza curda nel sudest della Turchia, afflitte dalla povertà e terreno fertile per la violenza.

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Forse l’elemento di cambia-

le ultime elezioni.Tuttavia, malgrado questo clima positivo da entrambe le parti, il corso degli eventi ha preso la piega dell’escalation piuttosto che della distensione. Perché? Gli osservatori ritengono che dietro l’escalation vi siano numerose ragioni, tra cui forse le più importanti sono: 1) L’incepparsi della road map avanzata da Erdogan e la sua scomparsa dalla scena turca a vantaggio di riforme politiche fatte approvare dall’Akp attraverso il referendum del settembre dello scorso anno – riforme che, secondo i curdi, mirano a rafforzare il controllo dell’Akp sulle istituzioni del paese senza toccare il loro problema. 2) Il rifiuto delle autorità turche di confrontarsi con la road map proposta da Ocalan, la quale è imperniata sul riconoscimento costituzionale della componente nazionale curda e sull’istituzione di un governo locale per i curdi. 3) La messa al bando del Dtp e l’avvio di una vasta campagna di arresti tra le file degli attivisti curdi, compresi i sindaci eletti. 4) Il fallimento dei colloqui segreti condotti dai servizi di intelligence turchi con Ocalan in prigione, allo scopo di giungere ad una formula per risolvere la questione. 5) Il netto rifiuto turco di qualsiasi forma di dialogo con il Pkk, o di riconoscimento di questo movimento, mentre quest’ultimo, ricordando quanto è avvenuto tra Israele e l’Olp, si chiede perché lo Stato turco non accetti il dialogo se interessato ad una soluzione pacifica.

Queste ragioni sono state sufficienti, dal punto di vista del Pkk, per riprendere il ciclo della violenza. Dal canto suo, la controparte turca ritiene che l’escalation del Pkk abbia a che fare con il sostegno israeliano, ed ultimamente con il tentativo del regime siriano di utilizzare il Pkk come carta per dissanguare la Turchia, dopo le posizioni assunte da Ankara nei confronti della rivolta siriana. Ciò probabilmente non fa che aumentare i timori turchi che le rivoluzioni della primavera araba portino allo scoppio di una primavera curda in Turchia, la quale potrebbe essere molto sanguinosa alla luce delle capacità militari del Pkk. Alcuni ritengono che sia questa la vera ragione del deterioramento dell’iniziativa politica fra Ankara e Diyarbakir, e della sua trasformazione in un attacco alle roccaforti del Pkk nei monti Qandil per prevenire quello che potrebbe accadere. È evidente che non vi è fiducia tra il Pkk e il governo guidato dall’Akp. Quest’ultimo vede nel Pkk un’organizzazione terroristica che punta alla divisione della Turchia ed alla creazione di uno Stato curdo nella regione. Dal canto suo, il Pkk ritiene che la politica curda di Erdogan non punti a trovare una soluzione politica alla questione curda, ma a liquidarlo da un punto di vista organizzativo e militare. Di fronte all’assenza di fiducia ed alla mancanza di meccanismi per una soluzione pacifica, la soluzione militare sale alla ribalta. La Turchia, per esempio, ha annunciato più volte la propria intenzione di attaccare le roccaforti Pkk nel nord dell’Iraq. Ipotesi mal vista dall’Iraq, l’Iran e anche da Washington. La verità è che l’incapacità di trovare una soluzione pacifica è riconducibile all’assenza di una visione chiara e di una reale volontà di soluzione. La Turchia infatti parla di “apertura”senza tuttavia avvicinarsi alla realtà del problema, e senza stabilire con chi dialogherà, pur rendendosi tacitamente conto che, al di là del Pkk, non vi è altro interlocutore effettivo tra i curdi della Turchia. Per altro verso, il Pkk non avanza richieste chiare e definite, mischiando piuttosto il diritto all’autodeterminazione alle richieste di riconoscimento dell’identità curda. Una confusione intenzionale che urta enormemente Ankara. Ma nulla spingerà i curdi a scendere dalle montagne e a deporre le armi senza ragione. Dunque tocca a Erdogan prendere la decisione storica di risolvere pacificamente questo problema, garantendo allo stesso tempo l’identità dei curdi e la stabilità della Turchia.

Altro che distensione. Stiamo assistendo a un’escalation di violenza. Il problema è quello di dare il “la” a una vera e propria Primavera curda

mento in questa equazione fu l’ascesa al potere del partito Giustizia e Sviluppo (Akp) dopo la vittoria alle elezioni del 2002, a cui seguirono altri successi consecutivi che hanno portato Erdogan a controllare le tre presidenze (del parlamento, del governo e della repubblica). In questa cornice sono giunte le aperture di Erdogan nei confronti dei curdi. Aperture rappresentate dall’abrogazione dello stato di emergenza in vigore nelle regioni curde, dall’autorizzazione delle trasmissioni e dell’insegnamento in lingua curda. Una road map avanzata due anni fa, per poi essere modificata in “apertura democratica”, e infine scomparsa riducendo la questione a un problema di cittadini di origine curda, mentre ciò che restava era terrorismo. Dal canto suo, il Pkk – che inizialmente aveva adottato slogan rivoluzionari che invocavano la creazione di uno Stato curdo unitario nella regione – li aveva abbandonati dopo l’arresto del suo leader Abdullah Ocalan nel 1998, seguendo invece una formula flessibile basata sulla realizzazione dell’identità culturale e politica dei curdi nella cornice di una Turchia unitaria. Su questa base il Pkk ha proposto una serie di tregue nella speranza di essere riconosciuto dallo Stato turco. È emersa una corrente politica pacifica rappresentata dal Partito della Società Democratica (Dtp), che ha preso parte alle elezioni negli anni passati, prima che la Corte costituzionale decidesse il suo scioglimento interdicendo la maggior parte dei suoi leader dall’attività politica. A quel punto, i sopravvissuti hanno fondato una nuova formazione politica chiamata Partito della Pace e della Democrazia (Bdp), che è riuscito a far giungere 36 deputati in parlamento al-


ULTIMAPAGINA Presentato il Festival che apre nella Capitale il 27 ottobre

Tutto il cinema dei vampiri (e dei fantasmi) di Alessandro Boschi

na cosa è certa, dopo i pastrocchi dello scorso anno difficilmente si riuscirà a fare peggio. Film già doppiati, copie che non arrivano quando la sala è già gremita, sono solo alcune delle amenità accadute nella passata edizione. Ci dispiace dirlo ma cose di questo genere non dovrebbero accadere in quello che resta per imponenza il secondo festival italiano dopo Venezia. Comunque, guardiamo avanti e speriamo bene. Questa edizione, la sesta, si terrà all’Auditorium Parco della musica dal 27 ottobre a 4 novembre. Non c’è dubbio che si sia fatto di tutto per rendere prezioso il programma e la presenza de Le avventure di Tintin: il segreto dell’Unicorno, prodotto da Peter Jackson (che dovrebbe dirigere un secondo episodio) e diretto da Steven Spielberg lo dimostra. La pellicola, uno degli asset del festival, sarà presentata nella Selezione Ufficiale Fuori Concorso “Alice nelle città”. Girata con la tecnica del motion capture è ispirata ai personaggi di Hergé ed ha come protagonista nel ruolo di Tintin quel Jamie Bell che dopo il folgorante esordio in Billy Elliot (citato spesso in una serie cult che vi consigliamo, Modern family), ha offerto prestazioni discontinue ma mai banali.

U

Spulciando tra le varie sezioni (lo confessiamo, sarà un problema nostro ma non riusciamo ad orientarci) si trovano ancora cose interessanti. Come ad esempio, nella sezione “Occhio sul Mondo – la Focus”, presenza di registi come Terence Davies e David Hare, del musicista Michael Nyman e dello scrittore Hanif Kureishi. I quattro daranno vita a due incontri con il pubblico moderati dal critico cinematografico inglese (bella pensata) Jonathan Romney. Tutti i succitati, con in più Tilda Swinton, hanno messo insieme una selezione di una dozzina di titoli componenti la retrospettiva Punks and Patriots, (titolo invero allettante) realizzata insieme al BFI London Film Festival. Oltre quindi a questi due incontri e alla retrospettiva, Focus offrirà spazio alle arti visive con una mostra in-

titolata Raise the dead, allestita dal mago delle video istallazioni Douglas Gordon. I locali dell’Auditorium Arte saranno invece occupati dalle foto dei più celebri protagonisti del nostro cinema e da «24 hours Psycho Back and Forth and To and Fro», istallazione che avrà come tema unico alcune delle sequenze chiavi di Psycho, appunto, di Alfred Hitchcock.

L’apertura quest’anno è ad appannaggio di Luc Besson, che porterà le pizze del suo The Lady. Interpretato

ranno gettati in pasto ai loro fan. Da segnalare anche la proiezione in anteprima Fuori Concorso di Too big to fail – Il crollo dei giganti, film tv della americana HBO diretto dal regista Premio oscar Curtis Hanson. In concorso, invece, ci saranno quattro film italiani: La Kryptonite nella borsa di Ivan Cotroneo con Valeria Golino, Cristiana Capotondi, Luca Zingaretti, Libero De Rienzo, Fabrizio Gifuni, Lugi Catani; Il cuore grande delle

A ROMA L’ennesima puntata di «Twilight» la farà da padrona, ma è molto atteso anche «The Lady», il film di Luc Besson dedicato a Aung San Suu Kyi. Fra gli italiani, anteprima per il nuovo Pupi Avati dall’affascinante Michelle Yeoh, The Lady è la storia della pacifista birmana Aung San Suu Kyi, attiva da decenni contro la dittatura del suo paese. Il film verrà presentato fuori concorso. Tra le star straniere, ammesso che vengano davvero, sono annunciate Michael Mann che terrà una Lezione di cinema, e Richard Gere, che dovrebbe ritirare il premio Marc’Aurelio. Le star italiane Riccardo Scamarcio e Sergio Rubini saranno invece i protagonisti di Duetto. Riempiranno il tappeto rosso, potete scommetterci, alcune delle star e sotto star di The Twilight Saga: Breaking Dawn Parte I, di prossima distribuzione. Considerato il successo straordinario delle scorse edizioni, il festival non poteva lasciarsi sfuggire l’occasione presentata dalla imminente uscita del film. I vampiri Rosalie e Jasper Hale, interpretati da Nikki Reed e Jackson Rathbone sa-

ragazze di Pupi Avati con Cesare Cremonini, Michaela Ramazzotti, Andrea Roncato, Erica Blanc; Il mio domani di Marina Spada con Claudia Gerini e Raffaele Pisu; Il paese delle spose infelici di Pippo Mezzapesa con Nicolas Orzella.

Infine, per una nostra personale passione ma non solo, vi segnaliamo l’omaggio all’indimenticabile Lelio Luttazzi. Il Festival di Roma, la Fondazione Lelio Luttazzi e la sua compagna di sempre, Rossana, regalano al grande pubblico un film inedito, interpretato scritto e diretto da Lelio Luttazzi: L’illazione. La storia prende spunto dalla triste vicenda giudiziaria e dalle ingiuste accuse di cui l’artista fu vittima negli anni settanta. Un piccolo risarcimento che forse giunge solo un po’ troppo tardi.

Dall’alto: Michelle Yeoh in «The Lady» di Luc Besson su Aung San Suu Kyi; «Breaking Dawn», nuova puntata della saga di “Twilight” con Nikki Reed e Jackson Rathbone e Pupi Avati, molto atteso a Roma. A sinistra, «Le avventure di Tintin: il segreto dell’Unicorno» di Spielberg


2011_10_14