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he di cronac

Futuro. Quel periodo in cui gli affari prosperano, gli amici sono sinceri e la felicità è assicurata Ambrose Gwinnett Bierce

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • MERCOLEDÌ 21 SETTEMBRE 2011

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Monito del Quirinale: «Siamo una grande economia e un Paese vitale. Occorrono scelte politiche appropriate»

Un uomo contro un Paese Marcegaglia: si dimetta. Ma Silvio-Sansone resiste e ci trascina nel baratro Anche l’Fmi lancia l’allarme: così niente pareggio,serve un’altra manovra. La presidente di Confindustria: «Siamo lo zimbello del mondo». Casini: «Maggioranza inaiutabile».E Napolitano attacca Bossi: «È fuori dalla storia» ULTIMA SPIAGGIA

Sei tra i più noti analisti internazionali rispondono alle domande che fanno tremare il Vecchio Continente

Può fallire l’Euro? Può crollare l’Europa? Senza una politica comune e senza scelte coraggiose il futuro è a rischio. Vediamo che cosa si può fare (e come)

Jenkins: «Sì, il default di Atene può far cadere tutti» ******

Lübberding: «È finito il mito della stabilità» ******

Ma non ci sono dieci Pdl che amano il Paese? di Francesco Pacifico

di Rocco Buttiglione

ROMA. Moody’s ha concesso un altro mese all’Italia per rimettersi in carreggiata. L’altro gigante delle agenzie di rating, Standard & Poor’s, no. Ha abbassato il giudizio sul debito italiano, passando da A+ a A. E ha mantenuto l’outlook negativo, facendo intendere che non è un escluso un altro downgrade se non si affronterà il nodo della crescita. Ma non basta. Anche il Fondo Monetario Internazionale purtroppo vede nero il nostro futuro: così, il pareggio di bilancio è a rischio. Insomma, potrebbe essere necessaria una nuova manovra economica. Intanto tocca a Napolitano rispondere alla minaccia secessionista di Bossi: «È fuori dalla storia». a pagina 2

opo la manovra lacrime e sangue che facciamo? La manovra che è stata approvata non risolve i problemi del paese, ci guadagna però un attimo di respiro. Sui mercati l’offensiva contro l’Italia per un poco si è fermata. Che uso facciamo di questo attimo di respiro? La sfiducia dei risparmiatori e degli investitori ha due motivazioni fondamentali. La prima è che il paese non cresce. Se non cresce, l’Italia alla lunga non sarà in grado di pagare i suoi debiti. La seconda è che nessuno si fida di questo governo. I risparmiatori e gli investitori, la Bce e i nostri principali alleati non credono che questo governo sia in grado di rimettere in movimento l’economia. a pagina 2

Ricordo di Martinazzoli

La lezione di Mino contro il degrado

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di Giuseppe Pisanu orse la morte ha restituito a Mino Martinazzoli una parte dei meriti che gli furono negati in vita: «Ai generosi giusta di gloria dispensiera è morte». Le cronache lo hanno legato crudamente al ruolo di ultimo segretario, quasi di commissario liquidatore, della Dc.

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a pagina 14

Salta l’ipotesi di «accompagnamento coatto» del premier

Verbon: «Tre ”euro-zone” sono meglio di una»

A Roma il caso Tarantini

Luttwak: «Obama ora guarda troppo all’Europa»

Il Gip per il trasferimento dalla Procura di Napoli

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di Marco Palombi

Polillo: «Rischiamo di tornare a prima del Muro»

ROMA. Se Gianpi, sua moglie Nicla e l’amico Valter potranno lasciare rispettivamente il carcere, i domiciliari e la latitanza all’estero, lo deciderà stamattina il Tribunale del Riesame di Napoli, intanto però un giudice per le indagini preliminari ha già fatto esultare gli imputati e l’uomo che avrebbero ricattato,

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Roubini: «La Grecia? Conviene perderla» da pagina 4 a pagina 9 gue a (10,00 pagina 9CON EUROse1,00

I QUADERNI)

• ANNO XVI •

NUMERO

183 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

Silvio Berlusconi: la gip Amelia Primavera, infatti, ha deciso che la competenza sull’inchiesta che vede imputati Tarantini, Devenuto e Lavitola non è della Procura di Napoli, ma di quella di Roma. Lo dimostrano secondo il giudice, la testimonianza di Marinella Brambilla, storica segretaria del Cavaliere, e la memoria del premier.

IN REDAZIONE ALLE ORE

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19.30


la crisi dell’Euro

pagina 2 • 21 settembre 2011

il fatto Monito di Napolitano: «Serve l’impegno comune contro la crisi. Occorre un pacchetto di misure che nasca da ampie consultazioni»

Il fattore Sansone

Standard & Poor’s, Fondo Monetario, Confindustria, opposizioni: tutti contro Berlusconi. Ma lui vuole «morire con tutti i Filistei» il commento di Francesco Pacifico

Ora dai deputati della maggioranza ci aspettiamo un atto di coraggio

ROMA. Moody’s ha concesso un altro mese all’Italia per rimettersi in carreggiata. L’altro gigante delle agenzie di rating, Standard & Poor’s, no. Lunedì sera ha abbassato il giudizio sul debito italiano, passando da A+ a A. E ha mantenuto l’outlook negativo, facendo intendere che non è un escluso un altro downgrade se resteranno i nodi che frenano la crescita.

Sul primo versante tocca alla politica, sull’altro è indicativo che il Fmi abbia dimezzato le stime sulla crescita: a fine anno sarà dello 0,6 per cento contro l’1,1 previsto dal governo. Con il risultato che nel 2013 non raggiungeremo il pareggio di bilancio concordato in sede Ue. Non a caso il presidente Giorgio Napolitano ha lanciato un nuovo monito: «È indispensabile l’impegno comune per fare fronte alla difficile situazione economica e finanziaria. Occorre un pacchetto, un insieme di misure. Sento parlare di un piano pluriennale, di piattaforma meditata che nasca da consultazioni ampie per rilanciare la crescita anche perché se il Pil decresce l’impresa diventa ardua se non impossibile». Il mercato (spread tra Btp e Bund a 392 punti base, Piazza Affari in salita dell’1,91 per cento) sembra aver metabolizzato il declassamento. Anche perché lo ha già scontato nei giorni scorsi, come dimostra il differenziale tra titolo italiano e quello tedesco vicino alla soglia di guardia. Non ha gradito invece il governo, sempre più debole come dimostrano le cinque bocciature incassate ieri alla Camera durante l’esame della legge per egli spazi verdi urbani. Con una nota definisce «le valutazioni di Standard & Poor’s dettate più dai retroscena dei quotidiani che dalla realtà delle cose. E appaiono viziate da considerazioni politiche». Non concorda Emma Marcegalia: «Standard & Poor’s valuta l’insieme delle cose, non legge solo i giornali». Parole ancora più dure perché pronunciate subito dopo la presentazione del piano decennale per la crescita scritto da Giulio Tremonti

Ma non ci sono dieci Pdl che amano il Paese? di Rocco Buttiglione opo la manovra lacrime e sangue che facciamo? La manovra che è stata approvata non risolve i problemi del paese, ci guadagna però un attimo di respiro. Sui mercati l’offensiva contro l’Italia per un poco si è fermata. Che uso facciamo di questo attimo di respiro? La sfiducia dei risparmiatori e degli investitori ha due motivazioni fondamentali. La prima è che il paese non cresce. Se non cresce, l’Italia alla lunga non sarà in grado di pagare i suoi debiti. La seconda è che nessuno si fida di questo governo. Troppa carne femminile (le donne sono altra e ben più nobile cosa), troppi soldi ostentati e, soprattutto, un capo del governo troppo distratto da altre preoccupazioni e una maggioranza troppo divisa e priva di guida. I risparmiatori e gli investitori, la Banca Centrale Europea e i nostri principali alleati non credono che questo governo sia in grado di fare le riforme che rimettano in movimento la crescita della nostra economia.

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go di piantare un albero per ogni bambino che nasce oppure l’abbassamento a diciotto anni della età minima per diventare deputati. Il Paese invece, congedata la sgradevole parentesi della manovra economica, torna ad occuparsi delle cose che veramente lo appassionano: gli scandali di Berlusconi, quelli di Penati, le intercettazioni, la guerra del capo del governo con la magistratura etc... Chi dovrebbe aiutarci comprando Buoni del Tesoro si domanda, comprensibilmente, se ha senso aiutare uno che non può o non vuole aiutarsi da sé.

Nel frattempo Standard and Poor’s ha abbassato la valutazione del debito pubblico italiano ad una sola A da A+ che aveva. Non è una tragedia. Vuol dire: se vogliono si possono salvare. Ma vogliono? Berlusconi, ormai è chiaro, non intende dimettersi. Se il Pdl esiste come partito e non è solo la corte del capo adesso deve trovare il coraggio di andare da Berlusconi e spiegargli che si deve dimettere. Non è un tradimento. È quello che hanno fatto i Conservatori con la Thatcher, i Gollisti con Chirac, tutti i partiti normali quando un leader è usurato e non è più in grado di vincere le elezioni. Se lo fanno, il Pdl avrà un futuro, se non lo fanno scomparirà con la fine della vicenda politica di Berlusconi. Se, comunque, Berlusconi non si vuole dimettere allora governi, faccia proposte, affronti i problemi del paese. Il primo problema è il lavoro. Di questo vorremmo parlare nel Parlamento e nel Paese. Per non essere demagogici, però, bisogna capire che la chiave al problema del lavoro è la competitività e la produttività. Se saremo competitivi avremo una ragionevole abbondanza di posti di lavoro, altrimenti no. Questa è la sfida. Chi se la sente di raccoglierla insieme con l’Udc?

Anche Chirac e la Thatcher hanno saputo fare un passo indietro, convinti dai rispettivi partiti

Ci si aspetterebbe dunque che l’Italia facesse uso di questa tregua per darsi un governo forte, credibile, capace di sfidare e battere le lobbies che non vogliono le liberalizzazioni, che si oppongono ad una concorrenza (leale) più intensa, al ripristino del principio del merito. Un governo autorevole che dica che le pensioni (cominciando da quelle dei parlamentari e con eccezione di quelle dei veramente poveri) devono corrispondere esattamente ai contributi versati e che i più ricchi (specie quelli che le tasse non le hanno mai pagate) hanno anche il dovere di pagare di più. Se questo è ciò che sarebbe lecito aspettarsi, guardiamo invece a quello che sta effettivamente succedendo nel nostro Parlamento e nel nostro Paese. Il Parlamento si occupa di nobili ma forse non urgentissime questioni come l’obbli-

e dal vicedirettore di Bankitalia Ignazio Visco. Bond per le opere pubbliche, procedure per velocizzare i cantieri, liberalizzazioni, patrimoniale antidebito, alzamento dell’età pensionistica, un pacchetto da varare entro ottobre con un decreto legge e che avrebbe fatto dire al ministro del Tesoro: «Dobbiamo dare delle risposte a Marchionne se fa il demonio e dice che non vuole stare in Italia perché c’è il sindacato». Un po’poco per le imprese se la Marcegaglia invia una lettera di ”licenziamento” a Palazzo Chigi: «O il governo è in grado nei prossimi giorni, nelle prossime settimane, di fare le riforme che servono al Paese o deve andare a casa». Perché al di là della rozzezza della sua replica a S&P’s, l’esecutivo centra il merito del problema. L’agenzia di rating mette in relazione la solidità della maggioranza con la capacità di portare avanti un piano di riforme capace di tagliare la spesa pubblica. Di conseguenza, in Italia, solidità politica è sinonimo di stabilità finanziaria.

Non a caso, motivando il downgrading, gli analisti di Standard &Poor’s, si soffermano sulle ultime due manovre concordate in Europa per centrare il pareggio di bilancio. «Diverse misure che erano state proposte, tra cui le liberalizzazioni delle professioni, sono state tagliate o rinviate a causa di resistenze nella coalizione di governo o in Parlamento». In quest’ottica appaiano insormontabili nodi storici come la sfiducia degli investitori, la debolezza della domanda estera, la chiusura nel mercato dei servizi o «i bassi livelli di partecipazione le rigidità regolamentari sul mercato del lavoro». E dalla somma di un governo debole e di «impedimenti strutturali di cui abbiamo scritto altre volte» non può che scaturire «l’indebolimento delle prospettive di crescita del Paese». Di conseguenza c’è da temere una nuova manovra correttiva. Anche perché il protrarsi della crisi e il carattere depressivo del testo approvato nei giorni scorsi avranno non poche ripercussioni sulle nostre finanze pubbliche. Il Fmi è convinto


l’intervista Parla Marco Fortis, professore di Economia industriale alla Cattolica di Milano

«Subito le riforme. Ma condivise da tutti»

«Serve un nuovo esecutivo sostenuto da un’ampia maggioranza per riacquistare credibilità internazionale» di Franco Insardà

che nel 2013 il deficit non andrà in pareggio, ma si attesterà all’1,1 per cento, non permettendo a Tremonti di rispettare gli impegni presi in Europei. Quest’anno, per esempio, calerà fino a raggiungere soltanto il 4 per cento, per poi scendere al 2,4. Registrerà una nuova impennata invece il debito: in rapporto con il Pil arriverà nel 2103 al 121,4 per cento . Più in generale l’organizzazione di Washington vede un rallentamento in tutte le maggiori economie, molte delle quali acquirenti del made in Italy. Il Pil della Germania salirà quest’anno del 2,7 per cento (-0,3 punti percentuali rispetto alle ultime) per rallentare all’1,3 nel 2012. Al ribasso anche Francia (+1,7 per cento nel 2011 e +1,4 nel 2012), la Spagna (+0,8 e +1,1). Frenano anche gli Stati Uniti e gli emergenti: i primi, sotto di un punto rispetto alle previsioni, cresceranno dell’1,5 per cento nel 2011 e dell’1,8 nel 2012, mentre la Cina vedrà una lieve frenata al suo vorticoso boom. A questo punto è difficile guardare con tranquillità alle pros-

sime scadenze. In attesa della legge di stabilità, soltanto un pacchetto corposo per la crescita (che metta assieme risorse e riforme) può disinnescare le tensioni sociali e tranquillizzare i mercati. Moritz Kraemer, Managing Director di Standard & Poor’s, oltre a smentire pregiudizi politici dell’agenzia, ha sottolineato che il rating «resta un rating molto forte, perché i nostri studi sui default mostrano che finora sui debiti pubblici non c’è mai stata una insolvenza nella categoria A». Eppure sottolinea che Roma «corre un rischio ragionevole di un nuovo downgrading nei prossimi 12-18 mesi se non tornerà a crescere su ritmi più sostenuti». Che la ricetta siano le riforme lo dice anche Olivier Blanchard, capo economista del Fondo Monetario Internazionale (Fmi): «I numeri di bilancio italiani sono buoni. Se l’Italia attua le misure decise il debito è sostenibile anche con lo spread a 500 punti. Altrimenti c’è il rischio che gli interessi schizzino all’8 o al 9 per cento».

ROMA. Marco Fortis, professore di Economia industriale all’Università Cattolica di Milano e vicepresidente della Fondazione Edison, non ha dubbi: «Esiste un problema di credibilità grosso come un macigno. Anche gli osservatori internazionali che ci guardano con maggiore benevolenza non hanno potuto fare a meno di valutare negativamente i “balletti” sulla manovra, i cambiamenti di alcuni contenuti che erano punti fermi, come la soppressione di alcuni costi (Province, numero parlamentari) e l’instabilità interna danno l’idea di un Paese che non interviene. Il giudizio è ancora più severo, perché si è consapevoli che abbiamo le risorse. Insomma non siamo la Grecia». Silvio Berlusconi accusa Standard and Poor’s di fare valutazioni politiche, eppure che l’Italia cresca poco l’ha sancito, quasi nelle stesse ore, il Fondo monetario internazionale che ha tagliato le stime della nostra crescita per il 2012. Le valutazioni politiche non sono affatto estranee al giudizio di un organo che deve dare delle valutazioni sull’attendibilità di un Paese. Nel senso che se il sistema politico non appare sufficientemente coeso, con un governo poco determinato nell’assumere certe misure, il giudizio diventa inevitabilmente negativo. E diventa politico quando si valuta la capacità di reazione. Opposizioni, imprenditori e sindacati, anche se con accenti diversi, chiedono un nuovo governo. È la soluzione? Si può uscire da questo impasse soltanto coalizzando una grande maggioranza su un progetto e lo metta in campo rapidamente. E la crescita? È vero che si è sempre pensato che l’Italia è un Paese che cresceva di meno, ma fino al 2008 anche la Germania aveva tassi di crescita simili ai nostri. Fino a quella data crescevano quegli stati che nell’ultimo anno sono andati in default, o quasi come Irlanda, Spagna. Questi paesi stavano ponendo le basi per un dissesto patrimoniale gigantesco. Gli stessi Stati Uniti e la Gran Bretagna sono cresciuti per dieci anni grazie a una bolla immobiliare-finanziaria. E l’Italia? Nello stesso periodo crescevamo poco, come la Germania e siamo riusciti a ridurre il livello del debito pubblico, grazie alla sommatoria degli avanzi primari e la crescita del Pil. Questo è avvenuto nella prima fase del precedente governo Berlusconi, ma soprattutto nella gestione di Prodi e PadoaSchioppa Si poteva ritenere, quindi, sopportabile una crescita bassa, ma comunque sana piuttosto che drogata. Fino al 2008 nel mondo c’erano soltanto quattro paesi con un rapporto debito/Pil decisamente fuori limite (Giappone, Grecia, Italia e Belgio). E per il Giappone c’è da sottolineare che si trattava di un debito interno. Non si era, quindi, posto fino al fallimento della Lehman Brothers il pro-

blema del debito privato. Con quali conseguenze? Una serie di paesi hanno superato il livello di guardia del debito/Pil e tra questi anche la Germania, la Francia, gli Stati Uniti e tanti altri. La situazione è cambiata perché ai debiti pubblici si sono aggiunti quelli privati, legati ai fallimenti delle bolle speculative, generando una fortissima diffidenza da parte degli investitori verso il finanziamento dei debiti. Fino all’inizio dell’estate l situazione è stata tenuta relativamente sotto controllo, tranne focolai come la Grecia, l’Irlanda e il Portogallo e il problema della crescita è passato in secondo piano. Fino all’estate l’Italia ha avuto una gestione molto oculata, con il miglior avanzo primario e fuori dal famigerato club dei Pigs. Ma per contrastare l’acuirsi della crisi è necessario un cambio di marcia, mettendo in campo tutte le risorse per abbattere il debito pubblico. Al di là delle polemiche e delle repliche l’agenzia di rating dice chiaramente che siamo poco credibili, perché non c’è un governo in grado di guidarci. Il fatto che l’Italia abbia messo così poca fantasia sul versante della crescita è certamente agli occhi delle agenzie di rating, degli investitori e anche delle istituzioni internazionali un elemento che ci mette in cattiva luce. Mentre Francia e Germania hanno realizzato molta spesa pubblica noi più di tutti stiamo tagliando e, quindi, è necessario uno sforzo per crescere. Che cosa dovrebbe fare l’Italia per invertire la tendenza? Come ho già scritto qualche mese fa in attesa delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni, il progetto più sensato che un Paese esportatore potrebbe attuare è quello della svalutazione fiscale. La riduzione, cioè, degli oneri contributivi delle imprese con l’innalzamento dell’Iva, questa ultima cosa si è fatta per mettere, però, una toppa, non per destinarle alle aziende. È necessario, con tutte le difficoltà del momento, dare una accelerata alle esportazioni, o almeno mantenere un ritmo accettabile per permetterci di crescere. Il governo pensa al piano decennale per la crescita, non sarebbe più opportuno pensare a misure più immediate? I piani di crescita di lungo respiro vanno benissimo, se i contenuti risultano all’altezza delle necessità e sono giudicati positivamente dalle istituzioni internazionali. Da subito occorrerebbero misure che abbiano effetti immediati, come la svalutazione fiscale. Era proprio necessario abbassare il nostro rating? Fino a quando i parametri condivisi dalla comunità internazionale sono il debito/Pil, il tasso di crescita del Pil e se un governo è deciso o meno a intervenire su queste due variabili siamo condannati.

La poca fantasia nella crescita agli occhi delle agenzie di rating, degli investitori e anche delle istituzioni internazionali ci mette in cattiva luce


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la crisi dell’Euro Sei tra i più noti analisti internazionali rispondono alle domande che fanno tremare il Vecchio Continente

Può fallire l’Euro? Può crollare l’Europa?

Sì, il default di Atene ci può far cadere tutti Non c’è nulla di sbagliato in un’area valutaria di entità compatibili, il guaio è che fin qui l’europeismo è stato solo una «religione» di Simon Jenkins

Editorialista di Guardian, Sunday Times e Bbc

orse mi sbagliavo. Pensavo che i governi europei avrebbero speso qualunque cifra e imposto qualunque misura di austerity per salvare qualsiasi banca dalla sua sconsideratezza e follia. Tutte le banche erano «troppo grandi per poter fallire». Nessun debito era troppo grande da non poter essere garantito. L’Europa era nella morsa delle banche. Invece adesso l’impossibile sembra diventato inevitabile. Improvvisamente i sapientoni della zona euro si riferiscono al default della Grecia parlando di “quando” e non più di “se”. I greci stessi paiono consi-

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La crisi greca impone la ristrutturazione dei debiti in tutta la «periferia»: Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia

derare la svalutazione come una sorte meno dolorosa rispetto all’austerity, e probabilmente hanno ragione. La loro uscita dall’euro rappresenterà un grande sconvolgimento, che imporrà la ristrutturazione dei debiti e forse delle valute in tutta la periferia della zona euro e interesserà anche Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia. Sarà un evento drastico, ma dato che era stato previsto sin dai tempi di Maastricht nel 1992, difficilmente potrebbe essere considerato irrealizzabile.

A questo punto gli europeisti devono smettere di dire stupidaggini. Alarico non è alle porte di Roma. Napoleone non è tornato dall’Elba.Tutto ciò che può accadere è che le democrazie europee, trascurate, bistrattate e corrotte per un


la crisi dell’Euro

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In queste pagine, in senso orario: Angela Merkel, Nicolas Sarkozy, Jean-Claude Trichet, Mario Draghi, Jurgen Stark, un’immagine delle proteste in Grecia e George Papandreou quarto di secolo dagli oligarchi di Bruxelles, escano strisciando dall’ombra dell’Acropoli, loro luogo d’origine. Per tutti gli scettici delle grandi federazioni, delle nobili e ricche associazioni e delle mafie d’alto bordo che hanno finora complottato nei centri benessere, questo potrebbe essere un momento davvero esilarante. Non c’è nulla di sbagliato in un’area valutaria di entità politiche compatibili. Un’unione però deve riflettere una realtà economica di fondo, deve avere istituzioni politiche che possano mettere in rapporto tra loro legislazione, tasse, spese e prestiti da ripagare. L’economista premio Nobel Paul Krugman ha illustrato l’aperto contrasto tra l’area statunitense del dollaro – con il suo governo federale, un’unica lingua e una stessa cultura politica – e la zona euro, che non ha nessuna di queste cose. Secondo Krugman «questo, sin dall’inizio, ha reso discutibili le prospettive della valuta unica europea». Peggio ancora, tutto ciò si è gonfiato e ingigantito fino a «catturare l’immaginazione delle élite europee». La valuta unica è diventata il passaporto per un’utopia burocratica, un mezzo per un’unione ancora più gloriosa.

Mi considero un

La sua Costituzione fu stilata dagli alleati dopo la guerra per rendere pressoché impossibile che in futuro assumesse la leadership d’Europa. Il governo federale tedesco avrebbe dovuto essere debole, alla mercé degli stati e dell’elettorato. Se, come sembra probabile, gli elettori di Angela Merkel si stuferanno di salvare la Grecia o le banche, questa sarà la sua fine. La lobby dell’euro sta ora supplicando la Germania di mostrare i muscoli. Fa appello ai tedeschi perché dicano ai greci di tagliare la spesa, licenziare gli operai e privare i politici dei loro privilegi. Il dopoguerra avrebbe dovuto affrancare i paesi più piccoli d’Europa da simili soprusi, emancipare le loro storie dissimili, le loro culture e le loro identità da secoli di abusi da parte delle grandi potenze. Il simbolo di questa indipendenza è il diritto di decidere ciascuno il proprio regime fiscale, il proprio stato sociale, il valore della propria valuta. Non c’era bisogno dell’euro. Anche negli anni del boom, secondo le stime più ottimistiche l’euro può aver incrementato i commerci del 10-15 per cento, ma adesso il suo salvataggio costerà molto di più.

Stiamo per assistere al ritorno dell’identità nazionale, e non c’è nulla che l’Ue possa fare davvero per fermarla

“buon” europeo, ma questo idealismo è andato erodendosi poco alla volta, a ogni ulteriore assunzione da parte di Bruxelles di libertà sottratte ai contribuenti e ai legislatori europei. Da un recente rapporto è risultato che l’Ue ha accidentalmente pagato ai coltivatori greci un miliardo di euro più del dovuto. L’Unione europea continua a ributtare in acqua più pesci morti di quanti ne tiri su. Si sta ancora costruendo una sede sfarzosa a Bruxelles del costo di 400 milioni di euro. È indecente. Dato che l’europeismo è una religione più che una politica, i suoi adepti non osano neppure lanciare uno squittio di protesta per queste vergogne. Non è la prima volta nella storia europea che un superstato centralizzato bracca furtivamente il continente con un corteo di acquiescenti acritici, capaci soltanto di perdersi nei dettagli degli stipendi esenti da imposte.

C’è poi il paradosso tedesco. Infatti è doppiamente paradossale che la Germania sia l’unico paese in grado di predisporre assennatamente un bailout.

I pacchetti di

austerity imposti oggi ricordano in modo lugubre i risarcimenti imposti alla Germania alla fine della Prima guerra mondiale. Potrebbero anche essere tutti “giusti”, ma l’impoverimento forzoso di greci, portoghesi e italiani per onorare il valore cartaceo dei debiti tedeschi e francesi equivale a un’istigazione alla rivolta. Possibile che a Bruxelles nessuno conosca la storia? È un momento di profonda e autentica svolta per la storia europea quello in cui un romano Sacro impero centralizzato e autoritario, ingrassatosi grazie alle decime dei suoi sudditi, oltrepassa i propri poteri e si trova di fronte a una crisi di legittimità. L’Europa è palesemente a una svolta. Sta per rivoltarsi contro lo statalismo esclusivo del movimento europeista, con la sua valuta in camicia di forza, i suoi flussi di migranti economici e i suoi controflussi di sussidi, le sue crisi perenni e l’umiliazione dei governi democratici. Stiamo per assistere al ritorno dell’identità nazionale, e non c’è nulla che l’Ue possa fare per fermarla.

È finito il mito della stabilità Il modello di rigore finanziario difeso dalla Germania ormai non è più adatto di Frank Lübberding Editorialista della FAZ

e istituzioni funzionano come forze d’inerzia che seguono sempre il medesimo iter. Ciò genera fiducia nei risultati del loro operato. Dal canto loro, esse detestano l’incertezza e mal si adattano ai cambiamenti. Spesso questo provoca dibattiti e discussioni sulla loro ragion d’essere. A che cosa servono, per la precisione? Questa domanda se l’è posta anche Jürgen Stark, che il 19 settembre si è dimesso dalle sue mansioni di capo economista della Banca centrale europea. La Bce è sempre stata considerata figlia legittima della Bundesbank, interamente dedita alla stabilità monetaria. Jürgen Stark ha un punto di vista ben preciso sul fatto che la Banca centrale acquisti grandi quantità di titoli di stato di Paesi indebitati fino al collo: «Nell’attuale situazione, una politica finanziaria rigorosa dovrebbe avere molteplici ricadute positive sulla fiducia, cosa che confermano studi di settore: ambiziosi programmi di aggiustamento si accompagnano rapidamente a effetti positivi sulla crescita».

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I n s o s t a n z a , S t a r k propone di fare economia. E questo è tutto. Considerato da questa prospettiva, il sistema finanziario altro non è che il corrispettivo monetario dell’economia reale. I cittadini risparmiano e le imprese investono. È soltanto a queste condizioni che la riduzione della spesa pubblica può avere, sul lungo periodo, ricadute positive. Ma è ancora questo il mondo in cui

viviamo? Il problema greco è ben diverso. Il ciclo economico dipende dalle entrate disponibili e dagli investimenti, che siano dello Stato o del settore privato. Se tutto il mondo stringe la cinghia nel medesimo momento, l’economia entra in una spirale recessiva. I greci sono sempre più poveri. Tuttavia - e di conseguenza - sono sempre più indebitati. La Grecia per altro non è più un caso isolato: la zona euro e l’economia mondiale sono oggi minacciate da un vero contagio. Tutti cercano di adattarsi, dichiara Stark. Ma a che cosa? Nell’industria automobilistica o metallurgica, per esempio, ci sono nuove tecnologie o grandi industrie in cattivo stato? La Cina ha già battuto tutta la sua concorrenza? Assolutamente no.

Il problema non sta tanto nelle trasformazioni dell’economia reale, bensì nella volontà di garantire che gli interessi sul debito accumulato dal sistema finanziario in questi ultimi quindici anni siano pagati, e ciò riguarda anche i debiti di Stato. Si tratta dell’ultima bolla in ordine di tempo di un sistema malsano. Gli Stati non possono ridurre il loro indebitamento se non cercano di pagare gli interessi sul debito passato, a discapito del presente. Ai vecchi debiti si sostituiscono sempre nuovi debiti. Il ripianamento, quindi, è possibile solo ed esclusivamente se lo Stato spende meno continua a pagina 6


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segue da pagina 5 possibile in fase di crescita. Ecco dunque la spina nel tallone d’Achille tedesco: Stark intende finanziare i consumi di ieri - il debito - con i consumi di oggi. Ma la Grecia non è l’unico Paese a dare problemi. Ormai tutti i Paesi occidentali sono in crisi o sul punto di entrarci. Se tutti i Paesi pareggiassero il loro bilancio nello stesso momento si ritroverebbero tutti nella medesima situazione, ovvero alle prese con l’aumento delle spese dovuto all’aumento della disoccupazione, con la riduzione delle entrate e con investimenti a mezz’asta. Sarebbe la crisi totale. Perché facciamo tutto questo? Non per procedere ad aggiustamenti strutturali dell’economia reale, ma perché nel frattempo persone come Stark hanno deciso che il nostro indebitamento era troppo elevato e che di conseguenza dovremmo abbassarlo. Ma abbassare il debito in questo modo non porta a nulla: è per questo che gli investimenti sono a un punto morto. In effetti, le imprese investono solamente se intravedono dei po-

la crisi dell’Euro È semplice: tre «euro-zone» sono meglio di una L’unica soluzione a questa crisi sta nel rinunciare all’unità a tutti i costi e dividere i Paesi in base alle loro divergenze di Harrie Verbon

Economista olandese, insegna alla London School of Economics

l tempo dell’introduzione dell’euro uno dei principali obiettivi era la convergenza delle economie degli Stati membri. Se così non fosse stato, un Paese in difficoltà sul piano economico sarebbe stato messo da parte dai membri più competitivi. Ed è proprio quello che sta succedendo ad alcuni Paesi dell’Europa meridionale, fra cui la Grecia e il Portogallo. In questi Paesi la produttività è troppo bassa, il costo della manodopera troppo alto, le esportazioni insufficienti e le importazioni eccessive. Inoltre le finanze pubbliche sono in condizioni pietose, in parte per le ragioni suddette ma anche per lo scarso senso di responsabilità della pubblica amministrazione. Da un anno i politici europei cercano di dare a questi Paesi, in particolare alla Grecia, nuovi mezzi per finanziare il loro deficit. Tuttavia si sta facendo strada l’idea che questi trasferimenti dai Paesi ricchi della zona euro verso i Paesi più deboli, attraverso il Fondo europeo di stabilità, non rappresentino sul lungo termine una soluzione credibile. Un primo intervento necessario sarebbe quello di ridurre i prezzi di questi Paesi, rendendoli più attraenti per i membri più solidi come la Germania, l’Austria e i Paesi Bassi. Da questo punto di vista l’euro costituisce però un ostacolo. Se i Paesi in difficoltà avessero una loro moneta, una svalutazione produrrebbe immediatamente gli effetti voluti. Con l’euro invece la riduzione dei prezzi è possibile solo se vi è una riduzione generale dei salari. Immaginiamo che i greci accettino una contrazione dei loro salari del 20 per cento. È difficile immaginare come una misura del genere possa essere applicata. Infatti è relativamente facile ridurre lo stipendio dei funzionari pubblici, ma come fare per il settore privato? Un altro inconveniente è rappresentato dai problemi che provocherebbe una riduzione dei salari sul mercato del lavoro, poiché l’offerta di lavoro diventerebbe subito meno interessante. Al contrario, in Grecia il funzionamento del mercato del lavoro deve essere migliorato per affrontare la concorrenza dei Paesi del Nord.

A

I tedeschi oggi non hanno la fermezza necessaria. Preferiscono credere alla ragion d’essere di una Bce, da tempo dissolta nel nulla tenziali benefici o se lo Stato si sostituisce agli investitori durante la crisi. Ma lo Stato non deve investire: piuttosto deve consolidare le finanze del Paese. Il processo di autodistruzione finisce con l’impossessarsi dell’economia nel suo complesso. Senza fiducia, il sistema crolla. Ecco che cosa ci aspetta in futuro. Che cosa vuole Stark, e con lui molti tedeschi? Una Banca centrale europea che abbia la propria ragion d’essere in un obiettivo diventato illusorio da tempo: impedire agli Stati di andare in bancarotta per mezzo di una politica di stabilità. Questa missione è palesemente impossibile. Queste persone vivono in un mondo di illusione, in un passato remoto.

Essendo la prima potenza economica dell’Europa, la Germania è ormai l’unica a poter garantire la fiducia nelle capacità dell’Unione. Un fallimento della Grecia sarebbe possibile solamente se si garantisse nello stesso tempo che altri Paesi della zona euro non andranno incontro al medesimo destino. Ma è poco probabile: i tedeschi molto semplicemente non hanno la fermezza necessaria. Preferiscono credere alla ragion d’essere di un’istituzione che da tempo si è dissolta nel nulla. È anche vero, del resto, che i tedeschi hanno sempre fatto fatica ad adattarsi a un mondo in costante evoluzione.

Dall’alto: il responsabile dell’economia Usa Timothy Geithner; il presidente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker; Christine Lagarde, presidente dell’Fmi

La soluzione va cercata nello smantellamento della zona euro. Al posto di un solo euro dovremmo introdurne tre: il Neuro, il Meuro e il Seuro. Il Seuro riguarderebbe Paesi come Grecia e Portogallo, mentre il Neuro interesserebbe Germania, Austria e Paesi Bassi. Il Meuro sarebbe introdotto invece nei Paesi che non hanno ancora dimostrato di poter veramente appartenere all’euro, come l’Irlanda, la Francia e la Spagna. L’adesione al Seuro sarebbe volontaria e i Paesi che lo adottassero sarebbero alleggeriti di una parte del loro debito pubbli-

co. Al contrario, per aderire al Neuro si dovrebbero rispettare criteri più severi sulle finanze pubbliche, sul mercato del lavoro e sulla bilancia dei pagamenti.

Lo smantellamento dell’euro rappresenterà la “madre di tutte le crisi finanziarie”, come afferma l’economista americano Barry Eichengreen? Secondo questa tesi i titolari di conti correnti, temendo la trasformazione dei loro euro in Seuro, si precipiterebbero a ritirare i loro risparmi dalle banche. Questo scatenerebbe un’ondata di panico bancario e il fallimento degli istituto di credito. Una situazione che ovviamente bisogna evitare. A questo scopo il presidente dell’Unione europea, Herman Van Rompuy, dovrebbe procedere a una riunione segreta del Consiglio europeo nel fine set-

Le nuove monete? Il Seuro, il Neuro e il Meuro. Rispettivamente in Portogallo e Grecia; Austria, Germania e Paesi Bassi; Irlanda, Francia e Spagna timana. Nella notte di venerdì la circolazione dei capitali nei Paesi della zona euro dovrebbe essere limitata e dovrebbe essere concluso l’accordo sulle tre nuove zone. Il sabato mattina la Banca centrale europea comincerebbe a stampare i Neuro, i Meuro e i Seuro e la domenica mattina i camion portavalori partirebbero con le nuove banconote verso i distributori di moneta. Ma questo è probabilmente solo un sogno, perché non esiste un presidente dell’Ue.Van Rompuy è solo il portavoce di Merkel e Sarkozy e questi ultimi vogliono a tutti i costi mantenere unita la famiglia dell’euro. Per cui il perenne problema di dover prendere le decisioni relative alla crisi dell’euro all’interno della cornice Ue è destinato a rimanere tale.


Obama guarda troppo all’Europa Per Luttwak i keynesiani escono sconfitti dalla manovra del presidente. Mentre nella Ue i tedeschi potrebbero staccare la spina alla moneta di Pierre Chiartano e Forche caudine di Obama si chiamano Congresso ed elezioni presidenziali. Il primo è quello dove c’è una maggioranza repubblicana che dovrà approvare il suo piano per rilanciare l’economia americana, con un programma di tagli e maggiori entrate per un totale di circa 4.500 miliardi di dollari. Il clima elettorale è quello che invece condiziona gli stessi repubblicani spinti a destra dai Tea party, e spinge Obama a risalire la china di un consenso in picchiata. Sullo sfondo c’è la crisi dell’Europa e il rischio che l’alleato del Vecchio continente si avviti in una debacle economica e politica senza ritorno. Al pantano in cui si trova la Casa Bianca ha dato una riposta con i numeri, aderendo a quasi tutte le richieste repubblicane. Ma si è ritagliato una linea Maginot ”retorica”sui temi della perequazione fiscale e sull’assistenza sanitaria. Il miliardario Warren Buffet gli era venuto incontro qualche tempo fa dichiarando di essere disposto a pagare più tasse, ed è nata la proposta di una Buffet rule su chi guadagnava più di un milione di dollari all’anno. Ma sarebbe un segnale più che qualcosa di sostanziale. I ricchi in America sono il motore dell’economia e della società, non c’è invidia sociale verso di loro, come accade in Europa. È difficile trovare ricchi da molte generazioni e col sistema delle fondazioni questa ricchezza viene subito messa a disposizione della comunità. Come spiega a liberal Edward Luttwak, raggiunto telefonicamente a Washington.

L

Ex capo dipartimento per gli Affari economici di Palazzo Chigi

«La proposta di Obama presentata lunedì, registra un fatto: c’è un consenso tra l’amministrazione e i repubblicani, contro l’opinione dei soliti economisti keynesiani, a non battere il tamburo della spesa pubblica. C’è un pieno accordo tra Casa Bianca e repubblicani sull’analisi del problema. Il partito

L’esperto Usa: «L’aumento della pressione fiscale non passerà al Congresso» della “spesa” che afferma di non si debba tenere conto del debito, per fortuna è un cane che non abbaia più. La formula keynesiana è rifiutata da questo governo e si vuole tagliare la spesa pubblica. Obama però vuole aumentare le tasse e i repubblicani ridurre l’invadenza del governo, per loro incrementare la pressione fiscale non è una soluzione. Avrebbero tagliato la spesa pubblica anche non ci fossero stati problemi di debito o di deficit. È una posizione “filosofica” perché si considera che il governo Usa sia cresciuto troppo. È diventato troppo europeo. Non accetteranno dunque gli aumenti di tasse chiesti dal presidente. In America le tasse non si aumentano senza il consenso della Camera. E la camera dirà di no». Dunque anche la Buffett rule rischia di naufragare di fronte all’ideologia antistatalista repubblicana e soprattutto dei Tea party. «La Buffett rule è perfettamente coerente per un presidente democratico. Ma è puramente simbolica perché avrebbe un impatto fiscale minimo. In più esiste già qualcosa di simile che si chiama tassa minima alternativa». In pratica è un meccanismo che limita le deduzioni fiscali per far si che non si scenda sotto un certo limite d’imposizione. «I ricchi già oggi pagano il 38 percento di aliquota. Con la Buffet si

e cadesse l’euro, fallirebbe l’Europa: non bisogna sottovalutare il monito di Frau Merkel. Dietro quelle parole vi sono paure diverse. Riemerge, innanzitutto, un fantasma del passato che si credeva esorcizzato. Nel corso del Novecento, la Germania è sempre stata una delle principali protagoniste delle catastrofi del Continente. Sue, anche se condivise dalle altre potenze europee (Francia e Inghilterra), le responsabilità per quella che gli storici francesi chiamano la «guerra dei trent’anni». Quel continuum che va dalla prima alla seconda guerra mondiale, che vide il trionfo del comunismo sovietico e la sua lunga permanenza. Far fallire l’euro e quindi l’Europa, riaprirebbe antiche ferite, mai del tutto rimarginate. Darebbe nuova forza alla Russia di Pu-

Rischiamo S di tornare a prima del Muro di Gianfranco Polillo

Il politologo americano di origine rumena è tranchant sugli spazi di manovra della Casa Bianca: «non ce ne sono». E sull’Europa da tempo avverte: «la Germania potrebbe staccare la spina dell’euro», specie se l’italia non si da una mossa varando «una manovra seria».

vorrebbero colpire i redditi da investimento. In pratica sarebbe una doppia tassazione per chi investe. Si tasserebbero i guadagni che già hanno subito un prelievo. Invece si racconta la storia di chi sta comodamente seduto in poltrona e prende i dividendi finanziari pagando solo il 15 per cento. Si vuole fare una distinzione tra chi lavora e suda e chi sta in poltrona. Ma è un distinzione fasulla. I dividendi vengono da un’azienda che ha già pagato il 30 per cento di tassazione. Il 15 per cento sui dividendi è una ulteriore prelievo». E ciò che ne ricaverebbero le casse federali, per Luttwak, sarebbe puramente «simbolico». «I repubblicani non contrastano questa norma sulla base della sua scarsa efficacia ma sulla base di un principio che considerano falso». Visto che sembra ci sia un’intesa ideologica tra repubblicani e Casa bianca nel voler tenere fuori dalla manovra il partito della spesa pubblica, rimangono altri punti di frizioni oltre la Buffet. «Sui tagli ci sarà l’accordo. C’è poi un incentivo a muoversi. Perché nel caso non ci sia l’intesa entro il 23 dicembre, scatterebbe in automatico l’ulteriore taglio alle spese per 1.500 miliardi di dollari. Una specie di ghigliottina».

In Europa è l’Italia il grande malato che non fa abbastanza. L’esperto Usa propone un confronto molto chiaro. «Facendo un paragone con l’Italia è come se la manovra del governo di Roma fosse tra i 170 e i 250 miliardi di euro. Ecco la ragione per cui i titoli di debito del governo Usa non hanno perso di valore al contrario di quelli italiani. Un fatto che potrebbe portare la Germania a uscire dall’euro». Per Luttwak il discorso di Obama è una specie di «certificazione della sconfitta dei keynesiani». E la loro politica provocherebbe «solo inflazione senza crescita». La proposta dell’aumento delle tasse, per il politologo sarebbe morta in partenza, mentre sui tagli l’accordo si dovrebbe trovare. «La Costituzione americana recita così: il presidente propone, il Congresso dispone. In politica estera è il presidente che dispone e il Congresso delibera. Se si deve spendere anche solo un centesimo è il Congresso che decide». Fine della storia. «Anche presidenti molto più popolari e potenti di Obama, hanno visto il loro budget cambiare drasticamente». Obama ha però minacciato un veto se dovesse veder stravolta la natura del sistema sanitario pubblico. «Se ponesse un veto, il 23 dicembre scatterebbero in automatico ulteriori tagli per 1.500 miliardi. È questo meccanismo che garantisce la solvibilità del sistema in qualunque caso».

tin e alle pulsioni populiste di una cultura (la grande madre Russia) che distrusse, grazie all’opera dei bolscevichi, il marxismo della Seconda Internazionale creando i presupposti della successiva deriva totalitaria. La Germania è oggi il paese più esposto. Il suo ingombrante vicino controlla le principali fonti di energia. Negli ultimi 15 anni, la Russia ha accumulato attivi della bilancia dei pagamenti pari in media ad oltre il 7 per cento del Pil. Grandi riserve finanziarie, pronte per essere usate nel grande gioco di una politica che non è solo finanziaria.

Insomma, se la Germania perdesse il supporto dell’Occidente, dividendosi dagli altri Paesi europei, rimarrebbe sola di fronte alle nuove incognite della storia. Queste semplici considera-

zioni spiegano l’interesse americano per le vicende finanziarie europee. Timothy Geithner, segretario al tesoro degli USA, che corre al summit polacco, per rimbrottare tutti sui ritardi frapposti nei confronti della Grecia, ne è la più preoccupante dimostrazione. La presenza dell’euro sulle grandi piazze finanziarie può determinare qualche problema agli stessi Stati Uniti, insidiando il primato del dollaro come equivalente universale nelle transazioni commerciali e nell’accumulo delle riserve in valuta; ma la sua scomparsa avrebbe conseguenze anche più gravi. Priverebbe il mondo intero di uno strumento indispensabile per fornire la necessaria elasticità al sistema dei pagamenti. continua a pagina 8


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segue da pagina 7 Del resto questa concorrenza valutaria, vista la grave crisi economica e finanziaria, non va sopravvalutata. Oggi lo spread dei titoli americani, rispetto al bund tedesco, nonostante il downgrade decretato da Standard & Poor’s sul debito sovrano del Paese, è di appena 16 punti base, contro gli 82 della Francia e i 400 italiani. Il dollaro rimane, quindi, la moneta buona, per eccellenza.

Basterebbero queste semplici osservazioni, a cavallo tra la finanza e la politica, per dimostrare l’irresponsabilità di chi – soprattutto alcuni esponenti delle classi dirigenti tedesche – si ostina a giocare con il fuoco. Pericoli non

Spesso si sottovaluta il peso, anche politico, della Russia che negli ultimi quindici anni è cresciuta enormemente solo sottovalutati, ma di cui non si colgono le implicazioni più generali. Se saltasse l’euro e quindi l’Europa, sarebbe il secondo fallimento nel processo di globalizzazione. Non dimentichiamo che il primo tentativo, sebbene con caratteristiche diverse, avvenne agli inizi del ‘900. In quegli anni il capitalismo manchesteriano (fatto di piccole e medie imprese) cambiò pelle, per trasformarsi nei grandi agglomerati industriali e finanziari di stampo monopolistico. Fu quella l’egemonia del capitale

la crisi dell’Euro finanziario, come scrisse Rudolf Hilferding, contro il quale Lenin si scagliò per demolirne l’impianto teorico e dimostrare l’inevitabilità – cosa che purtroppo avvenne – della successiva guerra di conquista. Oggi, per fortuna, non siamo in quelle condizioni. Anche se la guerra – vale sempre la lezione di Carl von Clausewitz – non è altro che la continuazione della politica con altri mezzi. E quindi la seconda crisi del processo di globalizzazione non può che determinare conseguenze imprevedibili. Proviamo qualche simulazione, senza indugiare sulle ipotesi estreme. Immaginiamo di ritornare a Bretton Wood, quando gli equilibri valutari tra i diversi Paesi erano organizzati secondo regole ferree. Il valore della moneta dipendeva dalla bilancia dei pagamenti. Se essa era in attivo, la moneta era soggetta a rivalutarsi. Il contrario avveniva nel caso vi fosse un deficit. Al tempo stesso i movimenti di capitali erano sottoposti a controlli e contingentamenti amministrativi. Cosa succederebbe se la rete finanziaria, che in tutti questi anni ha abbattuto quei vincoli, collassasse? Il condizionamento della bilancia dei pagamenti, che determina in ultima istanza il valore della singola moneta, tornerebbe in auge. Con quali conseguenze? Il dollaro rimarrebbe l’unica moneta di riserva. Mentre tutte le altre monete – marco, lira, franco, sterlina e via dicendo – dovrebbero rapportare il loro valore – in termini di tasso di cambio – al biglietto verde.

Negli attuali equilibri mondiali, esistono raggruppamenti di Paesi che hanno caratteristiche diverse. I più forti attivi delle bilance dei pagamenti si riscontrano in Asia – Cina in testa – e nelle altre economie emergenti (Indonesia, Macao, Singapore, Corea e via dicendo). In questi casi vi sarebbe una forte rivalutazione monetaria – come avvenuto per lo yen giapponese – e successiva perdita di competitività delle esportazioni. Gli americani – a loro volta – sarebbero avvantaggiati. Il dollaro si rivaluterebbe nei confronti di Francia, Italia, Inghilterra e il complesso dei Paesi mediterranei (Grecia, Spagna, Portogallo ecc.) ma perderebbe terreno nei confronti del marco tedesco, il cui valore – secondo calcoli comunque opinabili – potrebbe addirittura raddoppiare. Sarebbe la fine del miracolo tedesco ed ecco perche Frau Merkel è così preoccupata. Si rivaluterebbe anche il rublo nei confronti delle monete minori dell’Europa. Una sorta di rivincita, che non potrebbe non avere un significato politico, sulla caduta del muro di Berlino. Un simile sommovimento valutario avrebbe effetti sugli scambi di difficile valutazione. La conseguenza più immediata sarebbe una forte caduta del commercio internazionale che spingerebbe ancor di più verso una recessione di carattere generale. Che recherebbe con sé un sommovimento finanziario ancora più forte, visto che il valore dei relativi aggregati è pari a dieci volte il Pil mondiale. Scenari da incubo: come si vede. Quando scoppiò la prima guerra mondiale, Guglielmo II di Prussia e di Germania espresse la convinzione che sarebbe “finita per Natale” con una parata celebrativa. Quella leggerezza, tutta teutonica, non dovrebbe essere dimenticata.

La Grecia? C Solo il ritorno alla dracma permetterà ad Atene di uscire dalla crisi. Ma la decisione deve essere anche di Bruxelles di Nouriel Roubini

Professore di Economia alla New York University

a Grecia è nel mezzo di un vortice di insolvenza, bassa competitività e crescente depressione. Esacerbata da una draconiana austerità fiscale, il suo debito pubblico sta salendo al 200 per cento del prodotto interno lordo. Per salvarsi, Atene deve avviare un’insolvenza controllata, lasciare volontariamente l’eurozona e tornare alla dracma! Il recente accordo per la conversione del debito che l’Europa ha offerto alla Grecia era una fregatura perché ha fornito una cancellazione del debito molto inferiore rispetto a quella necessaria al paese. Se consideriamo separatamente le cifre, e teniamo conto dei grandi contentini che il piano ha dato ai creditori, la vera cancellazione del debito in realtà è prossima allo zero. La migliore soluzione per il paese adesso sarebbe di rifiutare questo accordo, sotto la minaccia dell’inadempienza, e rinegoziarne uno migliore. Tuttavia, anche se alla Grecia venisse concessa una vera e significativa

L

cancellazione del suo debito pubblico, non potrà riprendere a crescere fino a quando non recupererà rapidamente la sua competitività. E senza una ripresa della crescita, i suoi debiti rimarranno insostenibili. In ogni caso, tutte le opzioni che possono risanare la sua competitività richiedono un reale deprezzamento della valuta.

La prima di queste opzioni, un duro indebolimento dell’euro, sembra improbabile finché gli Stati Uniti saranno economicamente deboli e la Germania ultra-competitiva. Una rapida riduzione in termini di costi del lavoro, attraverso riforme strutturali che aumentino la crescita della produttività oltre che dei salari, è altrettanto improbabile. Alla Germania ci sono voluti 10 anni per recuperare la sua competitività in questo modo; la Grecia, nel bel mezzo di una


la crisi dell’Euro

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greca e della sua ricchezza crollerà non appena si verificherà il vero deprezzamento. Attraverso un deprezzamento nominale e reale, il percorso di uscita risanerà immediatamente la crescita, evitando una deflazione di scoraggiamento. Chi afferma che il contagio porterà altri paesi verso la crisi non accetta la realtà. Altri paesi confinanti hanno una sostenibilità del debito e problemi di competitività stile Grecia; il Portogallo per esempio potrebbe dover ristrutturare il suo debito e considerare l’uscita dall’eurozona. Economie senza liquidità ma potenzialmente adempienti, come l’Italia e la Spagna, avranno bisogno di un sostegno di liquidità dall’Europa a prescindere dalla permanenza della Grecia; infatti una corsa sul debito pubblico di Spagna e Italia a questo punto è praticamente certa, se questo sostegno non verrà concesso. Le sostanziali risorse ufficia-

Conviene perderla simile depressione, dieci anni di attesa non se li puà permettere. La terza opzione è una rapida deflazione in termini di prezzi e salari, nota come “svalutazione interna”. Ma questa porterebbe a cinque anni di depressione ancora più forte e nel frattempo renderebbe i debiti pubblici ancora più insostenibili. Logicamente, quindi, se queste tre opzioni non sono possibili, l’unica perseguibile è quella di abbandonare l’euro. Un ritorno alla valuta nazionale e un duro deprezzamento risanerebbero velocemente la competitività e la crescita, come è successo in Argentina e in molti altri mercati emergenti che in frangenti simili hanno abbandonato la loro valuta di riferimento. Di certo, questo processo sarà traumatico. Il problema più rilevante saranno le perdite di capitale per le istituzioni finanziarie centrali dell’eurozona. Immediatamente, le responsabilità estere sull’euro del governo, delle banche e delle aziende della Grecia salirebbero. L’Argentina lo fece nel 2001, quando convertì in pesos i suoi debiti in dollari. Anche l’America in effetti ha fatto qualcosa di molto simile, nel 1933, quando deprezzò il dollaro del 69 per cento e abrogò la clausola dell’oro. Una simile drachmatizzazione unilaterale del debito dell’euro sarebbe necessaria e inevitabile. Anche le maggiori banche e gli investitori dell’eurozona subirebbero gravi perdite in questo processo, ma sarebbero gestibili – se queste istituzioni venissero seriamente e aggressivamente ricapitalizzate. Evitare un’implosione del sistema

bancario greco in seguito all’uscita della Grecia dalla moneta unica, comunque, richiederebbe purtroppo l’imposizione di misure come quelle prese dall’Argentina – chiusure straordinarie degli istituti bancari e controlli sui capitali – per prevenire un crollo disordinato.

Prevedibilmente, ne conseguirebbe un danno collaterale che potrebbe però essere limitato se il processo di uscita fosse stato studiato in anticipo e si svol-

gesse in modo ordinato e se il sostegno internazionale si fosse concentrato sulla ricapitalizzazione delle banche greche e il finanziamento della difficile transizione di equilibrio fiscale ed estero. Alcuni obiettano che il vero Pil della Grecia sarebbe molto più basso in uno scenario di uscita piuttosto che nella grande impresa della deflazione. Ma questa visione non è logicamente corretta: anche con una deflazione il reale potere di acquisto dell’economia

La Ue si prepari: un matrimonio finito richiede una rottura, anche se dolorosa. Ma ci vogliono delle regole li che vengono sprecate per piantare i creditori privati della Grecia potrebbero inoltre essere usate per blindare questi paesi e le banche di altri paesi confinanti. L’uscita della Grecia potrebbe produrre benefici secondari. Altre economie dell’eurozona colpite dalla crisi avrebbero la possibilità di decidere se intendono seguirne l’esempio o rimanere nell’euro, con tutti i costi che derivano da questa scelta. A prescindere da quello che la Grecia decide di fare, le banche dell’eurozona ora hanno bisogno di essere rapidamente ricapitalizzate. Per questo c’è bisogno di un nuovo ampio programma europeo, che non dipenda da stime pasticciate e stress test fasulli. L’uscita della Grecia potrebbe essere catalizzatrice in questo approccio. La recente esperienza dell’Islanda, insieme a quella di molti mercati emergenti negli ultimi vent’anni, dimostra che una ristrutturazione ordinata e una riduzione dei debiti esteri può ricostruire la sostenibilità del debito, la competitività e la crescita. Proprio come in questi casi, il danno collaterale per la Grecia in caso di uscita sarà notevole, ma potrà essere contenuto. Come un matrimonio finito richiede una rottura, è meglio avere regole che rendano la separazione meno costosa per entrambe le parti. Separarsi e divorziare è doloroso e costoso, anche quando esistono queste regole. Ma non commettiamo errori: un’uscita dall’euro ordinata sarà dura. Assistere alla lenta implosione disordinata dell’economia e della società della Grecia sarà ancora peggio.


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politica

Per il giudice «il memoriale di Berlusconi è credibile». Sfuma così l’ipotesi di accompagnamento coatto della Procura partenopea

Napoli perde Tarantini Il Gip Amelia Primavera si pronuncia per il trasferimento alla Procura di Roma dell’inchiesta sul presunto ricatto al presidente del Consiglio. Niccolò Ghedini ai pubblici ministeri: «Lavitola minacciò di bastonarmi» di Marco Palombi

ROMA. Se Gianpi, sua moglie Nicla e l’amico Valter potranno lasciare rispettivamente il carcere, i domiciliari e la latitanza all’estero, lo deciderà stamattina il Tribunale del Riesame di Napoli, intanto però un giudice per le indagini preliminari ha già fatto esultare gli imputati e l’uomo che avrebbero ricattato, Silvio Berlusconi: la gip Amelia Primavera, infatti, ha deciso che la competenza sull’inchiesta che vede imputati Tarantini, Devenuto e Lavitola non è della Procura di Napoli, ma di quella di Roma. «A seguito dell’attività istruttoria successiva all’emissione della misura cautelare - scrive la toga campana - è possibile determinare la competenza dell’autorità giudiziaria romana nel cui circondario si è consumato il reato». In particolare, si legge nell’ordinanza del giudice, la testimonianza di Marinella Brambilla, storica segretaria del Cavaliere, e la memoria consegnata dagli avvocati del presidente del Consiglio dimostrano che l’eventuale reato si è consumato nella capitale: sia Berlusconi, infatti, che la Brambilla hanno affermato di aver passato somme di denaro a Lavitola da consegnare poi a Tarantini (frutto dell’estorsione per i pm, un atto di generosità per il premier) proprio a

Roma, prendendoli da una cassaforte di palazzo Grazioli gestita personalmente da Berlusconi. Allo stato - scrive riassumendo la gip - le dichiarazioni dei due su questo punto «risultano credibili».

La vicenda, come si sa, è assai scabrosa. Tarantini, imprenditore barese nel settore della sanità, aveva speso parecchi soldi e un’enormità di tempo per entrare nelle grazie del premier, l’uomo che gli poteva aprire le porte degli affari grossi. Come? Aveva individuato in una certa infrenata passionaccia del nostro per la «patonza» (come la chiama

Alla base del pronunciamento, le dichiarazioni di Marinella Brambilla, segretaria del Cavaliere, e della Devenuto, moglie di Tarantini l’interessato) la chiave con cui entrare nelle sue grazie: in un paio d’anni il giovane Gianpi ha riempito il nostro di «troie» (da «trova una troia per stasera», richiesta dell’incarcerato ad un amico-collaboratore), a decine e conse-

gnate a domicilio o in trasferta, poco importa se qualcuna aveva legami diciamo imbarazzanti con criminali comuni e/o organizzati. Obiettivo? Guadagnarsi una fetta dei ricchissimi appalti a chiamata diretta della Protezione civile, a quei tempi lì lì per divenire una società per azioni. Gianpi e Silvio, comunque, diventano amiconi, amiconi «da parte di fava», se è lecito citare al proposito il film Amici miei. Stanno sempre a chiacchierare al telefono: molto di donne, a volte di soldi. Le intercettazioni - un po’ ridicole, un po’ volgari, un po’ disperanti - riempiono da giorni le pagine dei quotidiani, ma forse quel che non viene sottolineato abbastanza è che il premier aveva dato in cambio a Tarantini proprio quel che il giovanotto barese si aspettava: il suo autorevole appoggio nei confronti dei due interlocutori necessari alla triangolazione d’oro, vale a dire il sottosegretario Guido Bertolaso e l’allora presidente ed ad di Finmeccanica Pier Francesco Guarguaglini, entrambi al momento non indagati. Oltre a quella di Napoli, infatti, c’è un’inchiesta aperta sul tema prostituzione e appalti (e che incrocia ampiamente quella ex napoletana) anche a Bari: le gare a cui sarebbero stati interessati Tarantini e

soci, pensano gli investigatori, sarebbero una decina, robetta per 103 milioni di euro. Alla fine la scalata di Gianpi fallì: colpa proprio dell’inchiesta barese quella famosa per Patrizia D’Addario, per capirci - che venne rivelata dalla stampa mettendo Tarantini sotto i riflettori come lenone (recte pappone) e corruttore di politici pugliesi per piazzare protesi scadenti ed altro. Indagine avvelenata, peraltro: il pm che l’aveva iniziata, Scelsi, sostiene che il suo procuratore capo (Laudati) fece di tutto per ostacolarlo e mettere tutto a tacere. Il Csm e la procura di Lecce indagano.

Che c’entrano allora, dirà il lettore, Valter Lavitola e la signora Nicla Devenuto, moglie di Tarantini? Entrano in scena a questo punto. Il faccendiere proprietario de L’Avanti!, assurto agli onori delle cronache per la sua instancabile azione di segugio attorno alla casa di Montecarlo del cognato di Gianfranco Fini, amministra rapporti con Silvio Berlusconi i cui contorni non sono ancora del tutto illuminati: come che sia, nel momento in cui Tarantini si ritrova coinvolto nell’inchiesta barese, senza un euro in tasca e scaricato anche dal Cavaliere, Lavitola si propone a lui e a


politica

e di cronach

L’autodifesa dell’ex presidente della Provincia milanese

Penati accusa gli alleati: «Erano tutti d’accordo» Scaricato dal Pd? «No, mi sono sospeso da solo». Ma resta in Consiglio regionale di Riccardo Paradisi er Filippo Penati non c’è nessuna questione morale di cui lui dovrebbe rendere conto. Anzi l’ex presidente della provincia di Milano definisce inappuntabile la sua gestione del potere politico ed economico nella provincia di Milano: «Quella per l’autostrada Milano-Serravalle fu un’operazione inconfutabile ¬ dichiara ai giornalisti a margine della seduta del Consiglio regionale della Lombardia – operazione che sbloccò la realizzazione di BreBeMi, Tem e Pedemontana».

P

sua moglie come suo intermediario col premier (e a quest’ultima anche in altri termini). Ci penserà Valter a chiedere a Berlusconi i soldi che servono a Gianpi e famiglia per andare avanti e glieli farà avere, ma lui non mettesse in imbarazzo il presidente facendogli sentire il fiato sul collo (è qui che parte quel bisogna «spremerlo come un limone» che non testimonia di un clima proprio amichevole tra i protagonisti della vicenda).

Anche la giovane signora Nicla, per parte sua, scrive all’anziano leader politico chiedendogli soldi. Berlusconi sostiene che lui è un tipo generoso, fa 30 milioni di beneficenza l’anno e quindi ha aiutato una famiglia in difficoltà. Solo che, dice lei, quando Marinella Brambilla gli comunica le richieste di Lavitola, appare «piccato». È piccato, ma

Il presunto passaggio di denaro sarebbe infatti avvenuto nella Capitale. In particolare, prelevando i soldi da una cassaforte di palazzo Grazioli sgancia: 800mila euro in tutto, pare. Questo Walter Lavitola, peraltro, è un personaggio bizzarro: latitante su consiglio del premier - «rimani lì», in Bulgaria, gli consigliò quando si seppe dell’ordine di cattura - non si capisce bene quanto conti e perché. Raccomanda al premier generali della Finanza per una promozione (Spaziante), tratta col governo panamense come fosse un sottosegretario agli Esteri e però non riesce a farsi candidare alle elezioni. Nel 2008 il suo nome saltò per l’opposizione di Letta e Ghedini: l’ha raccontato quest’ultimo ai pm di Napoli. «Ciò - ha messo a verbale l’avvocato - provocò in lui una reazione non particolarmente piacevole, tanto che andò in ufficio dal presidente e, parlando con Marinella (segretaria del premier, ndr), faceva delle minacce di tipo fisico. Io mi sono limitato a esprimere un parere e adesso questo dice di volermi bastonare fisicamente...». Così va Lavitola, avvocato.

Penati descrive genesi e sviluppo di quell’operazione che a suo dire ha coinvolto tutto il centrosinistra. «La decisione fu presa da tutta la maggioranza in Provincia, dai Ds alla Margherita, a Rifondazione comunista ai Verdi. Tutti erano d’accordo». Tutti insieme insomma decisero di acquistare le quote da Gavio perché il Comune di Milano aveva rifiutato l’ offerta di 270 milioni: «facemmo quella operazione che bloccò una scalata di Gavio, il quale offrì 7,5 euro ad azione alla Camera di commercio e ben 10 euro al Comune, che rifiutò». Un’operazione, quella Serravalle, che «gli stessi periti della Procura di Milano hanno valutato positivamente. La Provincia deteneva il 37% e se oggi dovesse vendere quel 52% di cui è proprietaria realizzerebbe una plusvalenza più del doppio del valore delle azioni, molto più alta della stessa plusvalenza che ha realizzato Gavio in quel momento e nessuno lo dice». Quanto alle parole dell’ex sindaco di Milano, Gabriele Albertini, secondo cui i magistrati hanno chiuso finora gli occhi sull’operazione Serravalle, Penati replica che «i magistrati hanno indagato per 6 anni e continuano a farlo, e non posso che essere soddisfatto di ciò, perché questa era una operazione inconfu-

tabile». All’ex capo delle segreteria politica di Pierluigi Bersani viene però chiesto se la sua posizione nell’inchiesta che lo vede indagato per presunte tangenti si sia aggravata nell’ultimo mese. «Non voglio entrare nella vicenda giudiziaria - risponde lui - perché ho deciso di difendermi nel processo». Ma se Penati si è dimesso dal proprio partito non ci pensa nemmeno da dimettersi dal consiglio regionale: «In Regione Lombardia continuerò a seguire i lavori da consigliere fiducioso che la giustizia farà il suo corso e la verità verrà a galla». Nessuna dichiarazione invece a proposito delle ultime dichiarazioni rilasciate in televisione da Piero Di Caterina. No comment anche sull’imbarazzato atteggiamento del suo ex partito. Si sente scaricato dal Pd? chiede un cronista all’ex responsabile della segreteria politica di via del Nazareno: «Assolutamente no mi ero già autosospeso».

Nega tutto anche il sindaco di Sesto San Giovanni, Giorgio Oldrini, commentando le accuse dell’imprenditore Piero Di Caterina in merito alla presunta esistenza di un sistema di corruzione sul territorio. «Se fossi il perno di un sistema Sesto inteso come di una città che dalle ceneri si è ripresa in modo brillante, ne sarei contento. Se invece fossi il perno di un sistema di malaffare, questo lo considererei falso e infamante».Tutti secondo Oldrini sarebbero stati trattati «in maniera sostanzialmente uguale» dalla sua amministrazione comunale. Sta di fatto che la procura monzese continua a indagare sul presunto su un presunto giro di tangenti nel comune. Presumendo che qualcuno come nella fattoria di Orwell, sia stato trattato in modo più uguale di qualcun altro.

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Al vertice degli “Amici della Nuova Libia” la comunità internazionale si schiera. Jalil ringrazia

All’Onu è l’ora del Cnt Il mondo saluta la nuova era post-Gheddafi. Che torna a farsi sentire: «La guerra durerà anni» di Antonio Picasso uesta è la settimana cruciale per l’Onu, la 66esima sessione ordinaria dell’Assemblea generale sta affrontando la rivoluzione in corso in Medioriente. Il mondo quindi torna ad abbracciare la Libia. Il problema è: che tipo di regime tripolino abbiamo di fronte? L’associazione “Amici della Libia” è il risultato politico di un dialogo triangolare tra Parigi, Londra e Bengasi, nato nel corso degli ultimi mesi. Un consesso al quale hanno aderito, in un secondo momento, i rappresentanti di circa 78 Paesi. Da segnalare il contributo fondamentale del Qatar, partner arabo protagonista della missione militare Nato. Nonché oggi unico attore finanziario che abbia realmente ripreso le proprie attività in Libia. Proprio ieri, il governo di Doha ha annunciato la riapertura della filiale tripolina della Qatar National bank. Gli arabi percepiscono gli appetiti occidentali, oltre che cinesi, russe e turche. Per questo non vogliono che il petrolio di un loro pseudo-amico cada sotto il controllo altrui. Gheddafi era sì un personaggio scomodo in seno alla Lega araba e all’Opec.Tuttavia, restava un fratello nel Corano. E questo facilitava i rapporti di concertazione per la gestione dell’oro nero.

Q

Ambizioni simili si possono intravedere nella recente visita di Sarkozy e Cameron a Bengasi. Solo la scorsa settimana i due leader europei si sono presentati presso il Comitato nazionale di transizione (Cnt) per un incontro congiunto con Mahmoud Jibril, leader di questo governo libico temporaneo, che non sappiamo ancora quanto sia esecutivo o fantoccio. Evidentemente, l’entente Londra-Parigi non poteva aspettare neanche 72 ore per vedersi a New York con Jibril. Sarko e Cameron si sono mossi d’anticipo. Un po’ per chiarire direttamente con i libici la situazione. Un po’ per evitare di doversi esporre con altre 78 de-

legazioni e di fronte a tutto il mondo. È desiderio franco-britannico ricostruire la Libia a loro immagine e somiglianza. Agli Amici della Libia non resta che fare da coro in questa esposizione di forza dal sapore un po’ retrò.

Questo non può che mettere in discussione il ruolo dell’Italia. A dispetto delle dichiarazioni di circostanza espresse dal nostro ministro Frattini e da Jibril. Certo, anche il capo della Farnesina ha incontrato il numero uno del Cnt in separata sede. Si è trattato di un meeting privato, a New York nella sera di lunedì. Da qui ne è emersa la conferma (a voce) che le concessioni di cui l’Italia è titolare in loco non saranno soggette a revisione. O per lo meno non dovrebbero esserlo. La nuova Libia prossima ventura è ben lungi dal voler rigettare il Trattato di amicizia firmato da Gheddafi e Berlusconi nel 2008. E perché rinnegarlo? Cinque miliardi di dollari in contributi, compresa la famosa autostrada costiera, fanno ben comodo al Cnt. Così come l’impegno di Roma, a fornire aiuti umanitari e consulenza militare sull’esempio di Iraq e Afghanistan, è più che gradita al governo di Bengasi. L’Italia ha promesso di attivarsi nella costruzione di nuovi ospedali e nella ridefinizione dell’apparato di polizia libico. Tutto questo, però, non esclude un aumento di visibilità e influenza di britannici e francesi a nostro discapito. Anzi. Il rischio, infatti, è che si arrivi a un giorno in cui Parigi e Londra presenteranno una nota spese a Jibril ben più importante di quella che potremmo fornire noi. Unified pro-

Gheddafi, che ha inviato un nuovo messaggio audio. Sotto: gli “Amici della Nuova Libia” nell’incontro parigino del 1° settembre scorso. Sotto Obama. A destra, Erdogan

tector, si sa, è un’idea fabriquée en France. Non a Bruxelles in sede Nato. E tanto meno a Roma!

to di una vittoria da condividere tra il suo popolo e la comunità internazionale. E così si è ingraziato Nato e Lega Araba.

Fermo restando che la

Il problema è che la vittoria non è stata raggiunta. Anzi. Sirte, città natale di Gheddafi, è stata presa ieri dai ribelli.Tuttavia, il rais, forse nei dintorni di Sebha, 750 chilometri a sud di Tripoli, ha lanciato un nuovo e più provocatorio monito al mondo. In un messaggio audio trasmesso da al-Ras, televisione siriana, ha detto che lo scenario di guerra in Libia è farsesco.

guerra finisca presto. Questa è infatti una condicio sine qua non per poter realizzare questi grandi progetti di Libia futura. «Oggi, il popolo libico sta scrivendo un nuovo capitolo nella vita della sua nazione», queste le parole del presidente Usa, Barack Obama, intervenuto al meeting degli Amici della Libia. Una dichiarazione che ha offerto ulteriore sostegno alle parole di Jibril date in pasto ai media prima ancora dell’incontro. Il leader di Bengasi ha parla-

Non è la prima volta che Gheddafi si prende gioco de nemico. Per analogia si può ricordare “Ali il comico”, nel 2003, che si sbeffeggiava degli Usa. Senza però rendersi conto che i tank statunitensi avessero invaso già tutta Baghdad. Possibile però che l’audacia di


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Almeno tre morti e 15 feriti per la deflagrazione di un’auto nel centro della capitale

Esplosione ad Ankara, Erdogan incontra Obama Torna la minaccia terrorismo, proprio quando il premier turco raccoglie i frutti della sua nuova politica estera di Pierre Chiartano ampi in Turchia. Un’esplosione è avvenuta ieri mattina nel centro di Ankara. Il bilancio provvisorio è di 3 morti e 12 feriti. Lo ha annunciato il ministro turco degli Interni, Idris Naim Sahin, in una conferenza stampa trasmessa in diretta sulla tv di Stato. Il ministro ha confermato che l’esplosione è avvenuta all’interno di un veicolo ed è stata provocata, con tutta probabilità, da un ordigno piazzato da un gruppo terroristico. Non è ancora esclusa, tuttavia, l’ipotesi che si sia trattato di uno scoppio accidentale. L’esplosione è avvenuta nel quartiere Kizilay, nei pressi della sede del governatore locale, di una scuola elementare e di un edificio della presidenza del consiglio. La deflagrazione ha danneggiato almeno sei vetture e le facciate degli edifici vicini, provocando un incendio. E si riaccende anche il fronte cipriota: la nuova contesa sono le esplorazioni petrolifere a largo della costa dell’isola, dove i greco-ciprioti si stanno già muovendo. Ankara ha fatto sapere che gli interessi turchi saranno difesi dalla marina militare.

L

gli Esteri, Avigdor Lieberman, ha fatto marcia indietro. Di lì nasce la reazione furibonda di Erdogan, che ora andrà ad incassare una cambiale da Obama. Il progetto di Ankara è chiaro, tagliare la strada all’Iran e regionalizzare Israele. Due obiettivi che non sono in contrasto con gli interessi Usa e neanche con quelli sul futuro e la sicurezza dello Stato ebraico. Ma che costringeranno Gerusalemme a fare un salto qualitativo notevole. Oggi Israele non ha più una politica estera. Ha rotto i rapporti con i quattro pilastri su cui basava la propria sicurezza: Egitto,Turchia, Giordania e Siria. Mai un governo israeliano è stato «più inetto e incapace» di quello attuale, come ha affermato il giornalista e scrittore Thomas L. Friedman. Deve rendersi conto che deve cominciare a trattare i propri interlocutori regionali su un piano di rispetto. Quelli che lo meritano, naturalmente.

Israele, Gaza e i nuovi assetti mediorientali e nordafricani. Questi i temi sul tavolo nel vertice fra i due leader

Gheddafi sia fondata sul nulla? Le stesse riflessioni di La Russa potrebbero indurre a pensare il contrario. Ieri, il nostro Ministro della Difesa ha pronosticato un tempo a fisarmonica di altri tre mesi prima che si concluda la partita. «Ma potrebbe essere anche meno», ha sottolineato. E se così non fosse? E se fosse di più? Tre mesi che, peraltro, si vanno a sommare ai sei già combattuti. Un periodo che né a Washington né a Parigi era stato previsto. Probabil-

Gheddafi. In questo senso, gli appelli lanciati da Unicef e Pam (Programma alimentare mondiale) sono indicativi. Il Pam ha reso noto di aver cominciato a immagazzinare 3.000 tonnellate di cibo a Tripoli e Bengasi per soddisfare i bisogni alimentari di 200.000 persone bloccate nelle città di Sirte e Bani Walid, oltre che a Sebha, nel sud. Ma per questo ha bisogno di un supporto istituzionale locale. Solitamente Og e Ong mantengono una po-

Il presidente Usa: «Oggi, i libici scrivono un nuovo capitolo nella vita della loro nazione. Dopo quattro decenni di tenebre possono camminare per le strade liberi» mente si era prestata una fiducia eccessiva nei confronti dei ribelli. Senza però rendersi conto che quello di Gheddafi era, e in parte resta, l’esercito più forte di tutto il nord Africa.

Durante questi mesi, Bengasi non è stata in grado di definire una road map politica che comprenda un’agenda elettorale, un processo di democratizzazione e soprattutto la riaccensione dei motori economici dell’economia. Le promesse fornite a Frattini, la declamata vittoria e il ritorno dei qatarioti a Tripoli non sono sufficienti per parlare effettivamente di una Libia post-

sizione aprioristicamente critica nei confronti delle alleanze militari. Tuttavia, questa volta è difficile dar loro contro.

La comunità mondiale chiede di confrontarsi con un interlocutore politico libico che sappia svolgere il ruolo di esecutivo. Mentre invece, al di là della figura di Jibril, il Cnt non riesce a dare una contributo più strutturato. A questo punto, forse, fanno bene Cina e Russia le quali stanno mantenendo una linea di basso profilo. Restano sì interessate alle sorti del Paese nordafricano, ma non vogliono affondare nelle sabbie del suo deserto.

Tutto ciò è avvenuto mentre era in programma l’incontro, a NewYork, tra il premier turco Recep Tayyip Erdogan e il presidente Usa, Barack Obama, che avviene a conclusione del trionfale tour del politico turco in Egitto, Tunisia e Libia. Un viaggio in cui Erdogan ha voluto concretizzare politicamente ciò che era da tempo stato preparato da un’attenta politica estera economica. Il cosiddetto piano Zero problem, maximum trade, con cui Ankara ha allacciato una fitta rete di rapporti commerciali ed economici con i Paesi della cornice meridionale del Mediterraneo. Parliamo di tanti soldi investiti – solo in Libia 15 miliardi di dollari – e tenendo inizialmente un profilo politico basso. Poi la Primavera araba, i problemi con l’ex alleato siriano, la grande novità geostrategica del progressivo sganciamento americano dall’area ha spinto il governo di Ankara a fare il passo successivo. Ampiamente studiato, ma tenuto nel cassetto da una certa timidezza politica. Risolti alcuni problemi interni, dopo il referendum costituzionale del settembre 2010, ricondotti i militari all’interno di un confronto, sempre aspro, ma si spera più democratico, Erdogan si è sentito pronto al gran salto. Il primo a farne le spese è stata Israele. Sulla vicenda dell’abbordaggio da parte delle teste di cuoio israeliane della Mavi Marmara – dove ricordiamo morirono anche nove cittadini turchi – per mesi la squadra di Obama, gli avvocati di Netanyahu e il governo turco avevano lavorato assiduamente. La soluzione era a portata di mano. Poi improvvisamente il premier israeliano, forse per paura della reazione dell’ala oltranzista del governo guidata dal ministro de-

Era chiaro che Erdogan avrebbe scelto questo momento, per giocare la carta di nuova guida dell’Islam democratico. Un ruolo forte che sicuramente spingerà Teheran a mosse altrettanto forti, ma non sulla strada dell’avventurismo. La Turchia ha un progetto politico, detto islam light, che si basa sull’unione fra il modello di democrazia parlamentare (Stato laico), e il rispetto della libertà religiosa, insieme a un’economia basata sulla nuova piccola e media borghesia produttiva, di estrazione islamica. Un modello che piace molto al Medioriente e al Nordafrica attraversato dalle rivolte. Ragion per cui l’Iran dei mullah dovrà effettuare una sterzata piuttosto brusca verso uno stile meno ortodosso di regime islamico, se vorrà giocare un ruolo equilibratore rispetto al neo-ottomanesimo di Ankara. Abbaiare contro Israele non serve più. Erdogan da Obama parlerà anche di questo e non è detto lo stesso Ahmadinejad a New York per un appuntamento al Palazzo di vetro non serbi qualche sorpresa per la Casa Bianca. Inoltre negli Usa esiste da tempo un ”partito”che vorrebbe l’Iran attore preminente e che ha tanta voglia di dare il benservito ai molli e corrotti Saud.


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società

Un appassionato ricordo del grande leader politico, ultimo segretario della Democrazia cristiana, morto il 4 settembre scorso

La lezione del coraggio

Mino Martinazzoli, nel solco di Sturzo, tenne alta la bandiera della libertà. Anche di fronte al degrado della vita pubblica di Giuseppe Pisanu orse la morte ha restituito a Mino Martinazzoli una parte dei meriti che gli furono negati in vita: «Ai generosi giusta di gloria dispensiera è morte». Le cronache politiche degli anni ’90 lo hanno legato crudamente al ruolo di ultimo segretario, quasi di commissario liquidatore, della Democrazia Cristiana. In realtà, fin dalla giovinezza e per almeno 30 anni, Egli fu protagonista intelligente, colto e rigoroso del movimento politico dei cattolici italiani. Nel 1992, dopo il crollo del Comunismo e la devastazione morale di tangentopoli, toccò a lui guidare la Democrazia Cristiana nel passaggio più difficile della sua storia. Assunse il compito con spirito di servizio e cercò appassionatamente di dare forma nuova e continuità ideale al suo partito. In quei giorni Martinazzoli si fece carico di errori non suoi, si mise a disposizione di tutti, lesse con animo aperto i segni dei tempi e avanzò proposte coerenti, ma non ebbe solidarietà adeguata e neppure fortuna. Accettò serenamente la sconfitta e più tardi commentò:

F

Per noi la libertà ha una radice religiosa, ma non possiamo confondere l’universalità della religione con la parzialità della politica

«.... molti pretesero di replicare, artificialmente, un passato che non c’era più. Per me, io pensavo che se ci avessero assistito generosità e coraggio avremmo potuto essere, nella nuova stagione politica, di più noi stessi, di meno il nostro potere e di più ancora il nostro progetto».

Con le sue dimissioni si concluse la storica esperienza dell’unità politica e si aprì confusamente la parentesi della cosiddetta ”diaspora dei cattolici”che oggi sarebbe meglio chiudere senza rimpianti per aprire una fase nuova. Molti hanno salutato Mino Martinazzoli con ammirazione, definendolo volta a

Il tributo del Senato allo statista L’ex segretario dc traghettò il partito oltre il buio di Tangentopoli di Francesco Lo Dico

ROMA. Intervenuto al Senato alla presentazione dell’ultimo libro di Valdo Spini, il presidente della commissione antimafia, Beppe Pisanu, ha ricordato la figura politica dell’ex segretario Dc Mino Martinazzoli di recente scomparso (in questa pagina l’intervento). Nato a Orzinuovi, il 30 novembre 1931 e morto a Brescia lo scorso 4 settembre Mino Martinazzoli è stato più volte ministro della Repubblica nelle file della Democrazia Cristiana. Senatore dal 1972 al 1983 e dal 1992 al 1994, e deputato dal 1983 al 1992, Martinazzoli comincia l’attività politica nel paese natale, dove esercita la professione di avvocato. Assessore alla Cultura nella stessa Orzinuovi, tra gli anni Sessanta e Settanta si afferma nelle file della Dc di Brescia. Entra a far parte del consiglio provinciale e diviene presidente dell’amministrazione provinciale dal 1970

al 1972. E sempre nel 1972 è eletto senatore, e capogruppo dello Scudo Crociato al comune di Brescia. L’ascesa si compie nel 1983, quando diventa ministro della Giustizia, incarico che ri-

glia su misura per le reti commerciali di Berlusconi. Nel 1991-92 è invece ministro delle Riforme Istituzionali e degli Affari Regionali nel settimo governo Andreotti. Il 12 ottobre 1992, con la Democrazia Cristiana travolta da Tangentopoli, è eletto per acclamazione dal Consiglio Nazionale segretario del partito, col compito di traghettare la la Dc fuori dalla crisi. Martinazzoli è scelto col consenso di tutti, per la sua reputazione di uomo onesto. Fronteggia la crisi del pentapartito, i problemi del risanamento finanziario, l’avanzata leghista, il nuovo sistema elettorale maggioritario e la discesa in campo di Silvio Berlusconi. Ma nel 1993 arriva un atto di estremo coraggio: Martinazzoli scioglie la Democrazia Cristiana lanciando la proposta di costituire, sulle ceneri della Dc e in continuità ideale con essa, ma in discontinuità di classe dirigente, il nuovo Partito Popolare Italiano, che riprenderà il nome del partito che fu fondato da don Luigi Sturzo.

«La debolezza politica», spiega il presidente della commissione Antimafia, «è dovuta al fatto che l’esecutivo non sa reggere il peso della crisi» copre fino al 1986. Fino al 1989 si conferma uno tra i più importanti dirigenti democristiani, essendo eletto presidente dei deputati DC. E nel 1989-90 torna a fare il ministro, stavolta della Difesa, anche si dimette (come altri ministri quali Sergio Mattarella, Riccardo Misasi, Calogero Mannino e Carlo Fracanzani in polemica con l’approvazione della legge Mammì, che Craxi ta-


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Nelle due foto grandi, Mino Martinazzoli. Dall’alto, Alcide De Gasperi, Aldo Moro prigioniero delle Brigate Rosse, Benigno Zaccagnini con il segretario della Democrazia Cristiana scomparso all’inizio di settembre

volta come un cattolico democratico, un democristiano anomalo, atipico, strano, geniale inventore di illuminanti figure retoriche. Ma lui confessava candidamente di non saper neppure che cosa fosse il ”cattolicesimo democratico”; e si dichiarava semplicemente ”democratico cristiano” magari alla sua maniera e, comunque, cattolico liberale, in cammino nel solco fecondo di Manzoni, Rosmini, Sturzo, De Gasperi e dei due leader a noi più vicini, Aldo Moro e Benigno Zaccagnini. «Siamo in politica» diceva il nostro comune amico Zac «non per fede, ma a causa della fede». Una fede intensamente vissuta, che ogni giorno si faceva cultura e poi, laicamente, politica. Per noi la libertà ha certamente una radice religiosa, ma non possiamo confondere l’universalità della religione con la parzialità della politica.

Nasce da qui, chiariva Martinazzoli, l’idea sturziana di «una laicità intesa non come separatezza, ma come coraggio di correre da soli il proprio rischio,

per non compromettere nel conflitto della politica l’altezza incalcolabile della fede religiosa». La religione non è una ”griffe” da cucire su qualsiasi maglietta, diceva, e proprio per questo la presenza dei cattolici non si può ridurre a semplice ornamento della politica. Peraltro, la politica - sono parole sue - «è lotta di idee che si misurano e si scontrano con l’opacità e la refrattarietà degli interessi e del potere, idee che vincono e perdono e tornano a vincere .... in un confronto (......) che divide prima di unire, che non si esaurisce nella quiete ma che si rischiara per la luce di un orizzonte lontano». Perciò amava il confronto sereno delle idee, mentre rifuggiva lo scontro, la semplificazione brutale di chi pretende che in politica le buone ragioni e i torti stiano tutti di qua o tutti di là, con noi o contro di noi e addirittura con me o contro di me. In questi ultimi anni Martinazzoli avvertì acutamente il degrado della vita pubblica e qualche volta ruppe il silenzio, denunziando «l’inaridirsi della speranza di fronte

alla potenza della tecnica e dell’economia» e chiedendo a quanti ancora rifiutano la resa di «gridare dai tetti la nostalgia della politica e il coraggio della sua riconquista». Fino all’ultimo giorno della sua vita ha pensato e sognato la ricostru-

Fino all’ultimo ha pensato e sognato la ricostruzione democratica del nostro Paese sulle solide fondamenta della nostra Costituzione

zione democratica del nostro paese sulle solide fondamenta della nostra Costituzione. Da Rosmini aveva imparato che bisogna pensare ”in grande”, e cioè in coerenza con la propria fede e i propri ideali. E questa coerenza confermò in maniera del tutto naturale nella vita privata e in quella pubblica dal-

l’Amministrazione provinciale di Brescia, al Senato della Repubblica, alla Camera dei deputati, agli incarichi ministeriali. I suoi ideali, la sua intima condivisione del pensiero politico e giuridico di Aldo Moro, presero limpida forma negli anni 198386 al Ministero di Grazia e Giustizia. Si devono a lui provvedimenti assai importanti come quelli sul nuovo processo penale accusatorio, sull’umanizzazione della pena carceraria, sui nuovi trattati di estradizione. E fu lui a sostenere con tutte le sue forze Giovanni Falcone e i magistrati di Palermo nella preparazione, nell’allestimento delle speciali strutture e nella realizzazione di quel primo maxi processo alla mafia che avrebbe impresso una svolta storica alla lotta contro la criminalità organizzata. Indro Montanelli lo definì come il miglior Ministro della Giustizia dai tempi di Togliatti in poi.

Mino Martinazzoli fu tra i primi a riconoscere l’autenticità dei messaggi e dei laceranti pensieri che Aldo Moro ci man-

dava dal carcere delle Brigate Rosse: non volle mai prendersene il merito e fu sempre vicino a coloro che dovettero fare la scelta durissima della fermezza dello Stato davanti alle pretese dei terroristi. Col trascorrere degli anni la sua riflessione sull’opera del grande statista cattolico, si fece sempre più intensa e struggente, quasi un colloquio senza interruzioni, del quale, ogni tanto, sentivamo l’eco nelle sue parole. Ci eravamo dati appuntamento ancora una volta a Brescia, il prossimo 14 ottobre, con lo storico Miguel Gotor ed altri amici per discutere del Memoriale della Repubblica e di Aldo Moro. Non so cosa ci avrebbe detto. So che un giorno lo ricordò così: «Quanto a me, se posso dirlo, Aldo Moro continua ad essere un’ombra gentile e pensosa con la quale il colloquio e soprattutto l’ascolto, continua e dura al di là del tempo che fu suo, oltre gli anni che lo videro camminare sullo splendore e sul dolore della terra». Cercheremo parole simili per ricordare degnamente il Senatore Martinazzoli.


ULTIMAPAGINA

Strasburgo boccia la richiesta di mega indennizzo chiesta da Khodorkovski. E scagiona Mosca

Yukos: non è stata colpa di di Martha Nunziata hi è Mikhail Khodorkovsky? Un uomo, che all’età di soli 40 anni è diventato l’uomo più ricco della Russia con circa 15 miliardi di dollari, e che è stato presidente della Yukos, una delle più grandi compagnie petrolifere russe, stimata per un valore di 45 miliardi di dollari, fino al 2003, anno in cui il gigante petrolifero è stato smantellato. Anno in cui è stato arrestato Mikhail Khodorkovsky. La sua colpa? Molti ritengono quella di “non essere sceso a patti” con Putin e per questo oggi sconta la prigione in Siberia. Sembra tutto un complotto per eliminare un temibile avversario politico, ma non secondo la Corte europea di Strasburgo: il suo arresto, si precisa nella sentenza, e la successiva carcerazione preventiva, non furono né il frutto di un complotto ordito ai suoi danni, né il risultato di una persecuzione politica, tesi sostenuta dai suoi avvocati e dai suoi estimatori, all’interno e

C

La Russia non ha voluto “deliberatamente distruggere” la società petrolifera dell’ex oligarca, in prigione dal 2003. È questo l’amaro verdetto della Corte europea all’esterno della Russia, che hanno sempre visto nella sua figura uno dei più grandi oppositori alla leadership di Putin e al potere dell’oligarchia post-comunista. Khodorkovsky aveva fatto ricorso a Strasburgo nel 2004 mentre si trovava in carcere, con l’accusa di frode ed evasione fiscale, in attesa del processo che sarebbe finito nel 2005 con una condanna a otto anni di detenzione. Nel ricorso, Khodorkovsky sosteneva che le sue condizioni carcerarie e il fatto di essere tenuto in una gabbia durante le udienze in tribunale, misura riservata solo ai criminali, costituivano un trattamento umiliante. Inoltre l’ex magnate del petrolio scriveva nel suo ricorso che non solo il suo arresto e la sua detenzione preventiva erano stati motivati politicamente ma che avevano anche violato il suo diritto alla libertà, cosi come sancito dall’articolo 5 della Convenzione

europea dei diritti umani. I giudici di Strasburgo, tuttavia, hanno stabilito che le autorità russe violarono soprattutto il diritto alla difesa di Khodorkovsky. La dissolta Yukos, infatti, la compagnia petrolifera della Federazione Russa, non ebbe il tempo sufficiente per preparare la propria difesa nel processo per presunta evasione fiscale cominciato nel 2000. Furono sproporzionati, secondo la Corte europea, anche gli accertamenti nei confronti della compagnia: i tempi brevissimi dati alla Yukos per pagare le tasse e le multe imposte. Oltre alla velocità con cui è stata messa all’asta la Oao Yuganskenefgaz: un’operazione che si sapeva avrebbe seriamente ristretto le possibilità della compagnia di sopravvivere.

PUTIN

In particolare, i giudici hanno accertato che le autorità russe utilizzarono uno stratagemma per arrestarlo: Khodorkovsky fu preso in custodia all’aeroporto di Novosibirsk, in una gelida mattina del 25 ottobre del 2003, da agenti dell’Fsb, che circondarono il suo aereo privato e lo condussero a Mosca con la scusa che doveva essere interrogato come testimone dalle autorità inquirenti. Salvo, nel giro di poche ore, trasformarne la figura da testimone in inquisito. E il 31 maggio del 2005 arrivò la condanna, e il carcere di Krasnokamensk, una regione della Siberia al confine con la Cina. I giudici di Strasburgo, poi, hanno anche ammesso che il magnate russo ha subito un trattamento inumano e degradante. La Corte europea, tuttavia, ha rigettato la richiesta del maxi-rimborso presentata dai legali di Khodorkovskij e del suo partner Platon Lebedev, che avevano chiesto un indennizzo per danni pari a 98 miliardi di dollari. Khodorkovsky accumulò rapidamente una fortuna: nato a Mosca nel 1963 da una famiglia di ingegneri di origine ebraica, uscito a ventitré anni

da una delle più prestigiose facoltà di chimica dell’allora Urss, l’Istituto Mendeleev, nel 1987, in piena perestrojka, creò una sorta di cooperativa che disegnava software e importava computer; dopo il primo anno di attività fatturava già 10 milioni di dollari. Nel 1989 fondò la Menatep, una delle prime banche private in Russia, e nel 1995, grazie anche alle sue abilità diplomatiche, che gli avevano permesso di garantirsi numerose commesse statali, fece il grande salto: acquistò la Yukos, una mastodontica compagnia petrolifera di proprietà dello stato. La pagò poco più di 300 milioni di dollari, una parte dei quali gli venne anticipata dal ministero della Difesa, e due anni dopo valeva già 9 miliardi. Khodorkovsky voleva fare della propria azienda un’ impresa modello, e per primo introdusse criteri di trasparenza nella gestione, secondo gli standard occidentali, e assunse manager dall’estero. In quel momento Khodorkovsky era l’uomo più ricco di Russia ma, soprattutto, aveva violato il tacito patto stabilito da Putin con i miliardari: chiudere un occhio sui modi in cui avevano accumulato le loro ricchezze in cambio dell’assenza dalla politica. Il padrone della Yukos, invece, aveva continuato a finanziare le forze di opposizione. E con il suo rifiuto aveva lanciato una sfida al potere. Una sfida che gli è costata cara: la prigione. E che continua, anche adesso, nelle aule dei tribunali.

2011_09_21  

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