Page 1

10920

he di cronac

I vecchi si ripetono, i giovani non hanno niente da dire. La noia è reciproca Jacques Bainville

9 771827 881004

di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • MARTEDÌ 20 SETTEMBRE 2011

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Alfano, Bossi, Bersani, Di Pietro e Vendola: dai due Poli arrivano messaggi inquietanti di immobilismo

Il balletto delle mummie

Ancora Silvio, Secessione e Ulivo: non vogliono cambiare niente! La politica si fa tragicomica: Pdl, Lega e Sinistra ripropongono il teatrino delle loro recite già ampiamente fallite. E imbalsamano il Paese. Ma le Borse vanno ancora giù e l’Europa vacilla L’opinione di Stefano Folli

IMMOBILISMI/1

IMMOBILISMI/2

Nuova politica, prima che sia troppo tardi

L’Udc non farà da stampella a questo ospizio

di Savino Pezzotta

di Osvaldo Baldacci

o scenario che in questi giorni ci viene offerto dai giornali è a dir poco inquietante. Come ogni giorno, ormai, dopo aver sfogliato i giornali e letto di escort e intercettazioni, sono stato preso da una sensazione di grande sconforto. Mi sono posto molte domande e soprattutto mi sono interrogato sui silenzi, sulla ignavia di molti di noi cristiani.

ossi e la secessione, il trio Vendola-Di Pietro- Bersani, il Pdl di Alfano che punta tutto su Berlusconi. No, non è un incubo: è la realtà della politica in questo week end. E tutti che cercano l’Udc: perché sanno che è decisiva ma non capiscono che i centristi sono «nuovi» proprio perché non possono fare da stampella a un edificio che crolla.

a pagina 5

a pagina 2

L

B

«Sì,oraè tutto ingessato ma al primo incidente...» «Il voto sul caso-Milanese può rompere questo orribile clima di stallo» *****

Franco Insardà • pagina 3

L’ipotesi di “accompagnamento coatto”

Cicchitto contro i Pm: «Non siete Pinochet» «La Camera si opporrà. Non verranno i carabinieri a prendere il premier» Francesco Lo Dico • pagina 6

Duro discorso dopo la sconfitta

L’altolà di Merkel: «Se crolla l’Euro, crolliamo tutti» E intanto Obama rilancia la “tassa per i ricchi” e propone tagli alla spesa per 4 mld in dieci anni Antonio Picasso • pagina 12

Inizia una settimana decisiva per gli equilibri futuri del Medioriente

Il caso Palestina divide il mondo È polemica in vista del voto all’Onu sul riconoscimento Ma l’America ha già perso E i Territori sono divisi... di John R. Bolton

di Mario Arpino

omani il presidente Barack Obama terrà il suo terzo eglio sarebbe stato se Hamas e al-Fatah, dopo il rediscorso alle Nazioni Unite. Il suo primo speech, nel cente tentativo di approccio, fossero riusciti in qual2009, era ancora ampiamente farcito da quel linguagche modo ad accordarsi. Così non è accaduto, e lo gio mistico e di speranza che lo aveva accompagnato nella Stato che l’Assemblea Generale dell’Onu con tutta probabilità riconoscerà poggia su basi di argilla. sua vincente marcia presidenziale.

D

M

a pagina 10 gue a (10,00 pagina 9CON EUROse1,00

I QUADERNI)

• ANNO XVI •

NUMERO

182 •

WWW.LIBERAL.IT

a pagina 10

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


il commento

prima pagina

pagina 2 • 20 settembre 2011

Un incubo che dura ormai da vent’anni

L’Udc non farà da stampella a questo ospizio di Osvaldo Baldacci ossi che torna alla secessione, il trio Vendola-Di Pietro- Bersani, il Pdl di Alfano che punta tutto su Berlusconi. No, non è un incubo: è la realtà della politica italiana nel week end appena passato. E tutti che cercano l’Udc: perché sanno che è decisiva ma non capiscono che i centristi sono «nuovi» proprio perché non possono fare da stampella a un edificio che crolla. Altro che riproposizioni di formule passate (peggio ancora: «allargate»)! Bisogna costruire qualcosa di nuovo. La tragedia o la farsa del crepuscolo della Seconda Repubblica sta nel fatto che si può leggerla come una cronaca di quasi vent’anni fa: 1993, per l’esattezza...

B

Promette grandi novità questo autunno del 1993. Si susseguono scandali ma la scena italiana verrà presto rivoluzionata. Si prepara una gioiosa macchina da guerra che potrebbe portare stabilmente al governo del Paese la sinistra, con le sue proposte innovative e un pensiero socio-economico pronto per reggere il confronto della modernità e lanciare l’Italia tra gli astri del mondo globalizzato. La sua triade di alfieri, Bersani, Vendola e Di Pietro, avanza spavalda. Pensano di aver già in mano il Paese e che una volta che saranno stati tolti di mezzo dai giudici quelli di prima, il loro regno sarà incontrastato, un vero paradiso dei lavoratori. Ma non è l’unica brillante novità che si affaccia all’orizzonte. Dall’altro lato dello schieramento politico, giovani rampanti come Alfano sono entusiasti per le prospettive che vengono messe in campo dall’attaccamento alla politica di un grande imprenditore dal carisma trascinante, quel Silvio Berlusconi che incanta larghe fasce della popolazione promettendo meno tasse, più crescita, meno vincoli burocratici, il completamento delle grandi opere. Un personaggio ben noto all’estero e dal sicuro impatto sui mercati internazionali. Ben si comprende perché i colonnelli del Pdl, gli Alfano, i Formigoni e tutti gli altri vedano in lui la stabilità del presente e la promessa per il futuro.Terza novità dirompente di questa stagione è rappresentata da un tale Umberto Bossi. Con lui la Lega si appresta a mietere grandi successi sulla base di parole d’ordine senz’altro sospette ma che comunque hanno una loro forza e possono fare da traino per lanciare l’Italia (o almeno la Padania) tra gli astri del mondo globalizzato. Bossi e la sua famiglia (ops… la sua gente) gridano contro i lacci e lacciuoli di Roma, le tasse, la burocrazia. Pretendono efficienza, efficacia, uno Stato al servizio dei cittadini e non il contrario. Sono legalisti al punto da essere forcaioli, non possono neanche sentire l’odore di corruzione, inciuci, affari. Per loro le manette non devono guardare in faccia a nessuno, non si faranno tirare in mezzo a compromessi di potere per sostenere politici inquisiti. Certo, sono un po’estremisti, e spesso si richiamano alla secessione e usano toni da film di serie B, ma speriamo sia solo folklore e propaganda. Forse una mano a scuotere questa Italia (tutta l’Italia) riusciranno a darla.

Quindi, apprestiamoci a una stagione di grande rinnovamento, di grandi novità, di grande rilancio per l’Italia. Le migliori premesse ci sono tutte in questo caldo autunno politico del 1993. Come? Siamo nel 2011? Porca miseria, un deja vu. Stai a vedere che le unicha forze innovatrici sono l’Udc e il Terzo Polo! E allora perché dovrebbero mettere vino nuovo negli otri vecchi delle alleanze che hanno ridotto l’Italia così?

il fatto Berlusconi, secessione e Ulivo: i leader di Pdl, Lega e Pd replicano i vecchi schemi

I tre impresari di recite fallite

Mentre l’Italia rischia la deriva greca la nostra politica non fa che riproporre persone e strategie che hanno già fallito e che hanno portato il Paese a questo punto di Riccardo Paradisi iù che guide di forze politiche chiamate a governare una delle più gravi emergenze storiche per il Paese, i leader dei principali partiti italiani sembrano dei paesaggisti impegnati a ritrarre, dal loro angolo visuale, un’eruzione vulcanica. O se si preferisce dei convitati di pietra che in automatico ripetono formule identiche a se stesse, reiterando tesi usurate che suonano ormai come dei fuor d’opera. È questa l’impressione nel sentire il segretario del Pdl Angelino Alfano proclamare che la strategia del Pdl è fare quadrato intorno a Berlusconi e procedere così fino al 2013; nel riascoltare Umberto Bossi parlare di fucili e secessione – in quel mixage grottesco di tremendismo e astuzia bizantina a cui ricorre sempre quando la corda del consenso padano si fa più corta; nel registrare gli apologhi di Pierluigi Bersani e dei suoi che sostengono, restando seri, che all’Italia servirebbe un nuovo Ulivo allargato, che comprenderebbe un arco lungo da Gianfranco Fini a Nichi Vendola. Come se questo nuovo Ulivo non fosse persino peggiore di quello che ha già dato all’Italia le delizie del governo Prodi.

P

ANCORA SILVIO Dopo che l’aratro di Alfano ha tracciato il solco durante il meeting di Cortina – ”Va tutto bene, avanti così” – le spade dello stato maggiore pidiellino lo difendono. Ed ecco partire la gara per chi è più ortodosso alla linea. Diventa un ultrà persino uno solitamente ragionevole come Maurizio Lupi che ricorre alla tattica dell’attacco per difendere le posizioni:

«La strategia è sempre la stessa. Si vaneggia di spaccature e di divisioni all’interno del Pdl per coprire le vere spaccature: quelle di un’opposizione che riesce solo a fare improbabili foto di gruppo, ma poi litiga su tutto il resto». E poco importa che la lista degli esponenti Pdl dissidenti sia lunga e autorevole – dal governatore della Lombardia Roberto Formigoni a Beppe Pisanu, dal sindaco di Roma Gianni Alemanno a Gaetano Pecorella. Poco importa che nel Pdl si siano organizzate fronde e aperte faglie nei giorni di concepimento e gestazione d’una manovra economica che nel Pdl ha lasciato strascichi di veleni e divisioni profonde. Niente, non c’è, né deve esserci, alcuna riformulazione dello schema di gioco improduttivo in atto, non esiste né deve esistere alcun “piano B”: «Non ci sono alternative a questo governo se non le elezioni» dice tetragono il ministro delle politiche agricole e esponente del Pid, Francesco Saverio Romano. Fiat iustitia et pereat mundus insomma. Eppure come dice il presidente dell’Udc Rocco Bottiglione «all’estero vedono la situazione italiana con grande sgomento e preoccupazione, con i Paesi maggiori creditori dell’Italia che si pongono sempre più dubbi sulla tenuta del nostro sistema economico e finanziario. Per questo Berlusconi dovrebbe fare un gesto di responsabilità favorendo l’apertura di una nuova fase pensando al Paese che è stato chiamato a guidare e non soltanto a se stesso e alla sua immunità». Ma Berlusconi non ci pensa nemmeno a un passo di


l’intervista

«Tutto fermo, ma con un incidente...» «Il voto sul caso-Milanese potrebbe sbloccare questa situazione ingessata», dice Stefano Folli di Franco Insardà

ROMA. La demenza senile spinge la mente, finora, più lucida del centrodestra a crogiolarsi con l’utopia della secessione, anche perché non c’è più nessun santo (pagano o cristiano che sia) al quale affidarsi. L’imperizia del giovane scatena la parte peggiore di un politico accorto, come Angelino Alfano: l’arroganza di fermare il tempo e di potere arrivare con questo centrodestra a fine legislatura. L’isteria collettiva che vige al Nazareno porta il Pd su un terreno che non gli appartiene: quello movimentista. Prima il referendum contro il Porcellum, quindi il tentativo di ricostruire l’Ulivo, nella speranza di ricalcare modelli che hanno avuto successo in passato fingendo di non sapere che l’Italia oggi ha altre esigenze ed è uscita dalla logica del bipolarismo muscolare. E come se politica si fosse mummificata rispetto alle esigenze del Paese e i vari leader, come degli zombie, ripropongono schemi e strategie morte e sepolte da anni. «Il problema vero è che in questo momento non c’è più la politica in Italia» è l’amara riflessione di Stefano Folli, editorialista del Sole 24Ore. A chi va attribuita la colpa della sparizione della politica? La responsabilità è generale. Nell’opposizione nel suo complesso, salvo qualche eccezione, è mancata, in tutti questi anni, la capacità di far tesoro della presenza di Berlusconi per costruire una classe dirigente alternativa. La maggioranza non è mai maturata e non è riuscita a incarnare un progetto per il Paese. Adesso c’è una

sensazione di scollamento e sbandamento dell’intero sistema. Questa cosa è molto pericolosa, al di là di tutto. Chi è più sopra le righe Bossi, il Pdl o il Pd? Non penso che si possa fare una classifica. È incomprensibile che si possa riproporre in questi termini una questione come la secessione da parte di un ministro in carica, ma è soprattutto inverosimile che lo si faccia per coprire le difficoltà politiche del Carroccio, finito in un vicolo cieco.

La sensazione è che ci sia un’assoluta mancanza di idee sul cosa fare, su come farlo e anche con chi

Si fanno sempre paralleli con gli anni dopo Tangentopoli, perché nessun attore politico ha il coraggio di fare i passi necessari per superare questo stallo. Dopo Tangentopoli abbiamo avuto dei governi che hanno saputo affrontare l’emergenza. In quegli anni si verificò l’avvicinamento all’Europa e la moneta unica . Allora ci fu un progetto e un classe politica che, seppure decapitata, riuscì a trovare personaggi come Ciampi che incarnarono un percorso europeo, dando al Paese qualcosa di importante. E adesso? La sensazione è che ci sia un’assoluta mancanza di idee sul cosa fare, su come farlo e anche con chi. È eviden-

lato. E quelli che nel Pdl pensano che sarebbe opportuno preferiscono tacere.

ANCORA SECESSIONE Quando Bossi non sa quale strada prendere ricorre al suo vecchio cavallo di battaglia, l’evergreen della secessione. Ma stavolta erano poco più di quattromila persone a entusiasmarsi per la parola magica. Motivi di successione, di divisione sulla strategia costringono il capo leghista, tanto privo ormai di fantasia politica quanto prolifico di insulti e impennate grottesche, a parlare di referendum per la Padania indipendente e se del caso di armi e rivoluzione. Un remake triste dei tempi d’oro. Secessione è una parola dietro la quale, come dice Famiglia Cristiana ormai c’è solo il vuoto: «Umberto Bossi torna a parlare di Secessione, ma questa parola, che negli anni ’90 angosciava gli italiani, allertava le procure, indignava il Colle e costitutiva un formidabile collante identitario per elettori e militanti del Carroccio, ha ormai perso ogni potenziale politico». È ormai una parola vuota, «la prova della debolezza di un leader sempre più stanco, consapevole che il suo movimento è sull’orlo del baratro, incapace di superare l’empasse in cui si trova. E così al Bossi di lotta non resta che attaccare il Bossi di governo». Ma in questa ambiguità, dietro i fuochi artificiali delle rodomontate padane, si cela l’istinto di sopravvivenza d’un potere che teme di perdere la sua rendita vibrando un colpo d’ali. E scegliendo di rinserrarsi, con buona pace di

te il logoramento politico, tralasciando le vicende giudiziarie, della classe dirigente del centrodestra, a partire dal premier. Da una parte c’è Berlusconi che si barrica e dall’altra Bossi che tenta questo ritorno alle origini, piuttosto improprio sia nei toni sia nei contenuti. Lascia perplessi proprio questa mancanza di capacità di fare un passo avanti all’interno della maggioranza. E l’opposizione? Questa riproposizione dell’Ulivo con Di Pietro e Vendola lascia immaginare, quanto meno, una grave carenza di fantasia politica. Eppure tutti gli osservatori internazionali e i mercati chiedono alla politica uno sforzo come un governo di emergenza nazionale? In teoria potrebbe e sarebbe l’unica cosa seria. In pratica non mi sembra che nessuno dei protagonisti sia in grado di fare la propria parte per raggiungere questo obiettivo. Parlare di governo di unità è diventato una sorta di manierismo, mentre dovrebbe nascere già nei comportamenti, prima che formalmente. Pensa che il presidente Napolitano potrebbe o dovrebbe fare di più? Il capo dello Stato ha fatto tutto quello che poteva fare, nell’ambito dei suoi poteri costituzionali. Se dovessero cambiare le circostanze è chiaro che si riaprirebbe uno spazio di manovra del Quirinale. Che cosa potrebbe accadere? Si dovrebbe staccare una costola della maggioranza che dovrebbe far venir meno la fiducia al governo. Finché non accade un fatto nuovo, capace di innescare un processo più virtuoso, la situazione è bloccata. Spero che quello che non succede in cento

maroniani e riformisti interni, nel cerchio fatato d’una inesistente Padania pronta all’insurrezione e intanto al governo di Roma.

ANCORA ULIVO Non scherzano nemmeno al Nazareno su immobilismi e balzi all’indietro. Se persino Sergio Chiamparino poi parla di nuovo Ulivo non è un bel segno. Tanto più che l’ex sindaco di Torino arriva a questa conclusone dopo un ragionamento sofferto: «Se alla festa dell’Idv fosse nato il nuovo Ulivo sarebbe una buona notizia – dice –

anni possa accadere in un giorno. Quali potrebbero essere i protagonisti di questa nuova fase? Gli interlocutori saranno, inevitabilmente, Alfano, Maroni, Bersani e Casini e dovranno interloquire tra di loro. Questa legislatura, in presenza di una crisi economica che continua imperterrita, sta vivendo un momento davvero pericoloso. In una situazione del genere da una parte Bossi blinda il Trota, dall’altra Di Pietro candida il figlio: è questo il modo con cui la politica pensa alle giovani generazioni? Al di là della battuta carina è chiaro che il giudizio non può che essere molto negativo. fa immaginare che ci sia una sorta di abitudine speculare nel sistema politico ad avere certi atteggiamenti. Intanto in Parlamento la maggioranza è attesa dal test Milanese, mentre su Berlusconi continua il lavoro delle procure. Potrebbe iniziare così la nuova fase? Sulle procure non mi pronuncio, vista la situazione in continua evoluzione. Se la Camera dovesse votare a scrutinio segreto la vicenda Milanese potrebbe smuovere le acque. Per i mal di pancia della Lega? Anche di parte del Pdl.

Bersani rompesse su quel versante. Senza contare che Casini sembra giocare la sua partita politica, più sul versante di destra che di sinistra». Con il leader dell’Udc Casini lui se la prende anche la capogruppo del Pd al Senato, Anna Finocchiaro. L’Udc, secondo lei, ha scelto il luogo della terzietà, «ma non si può essere in questo momento soltanto spettatori. Noi siamo il più grande partito del Paese e chiunque voglia concorrere deve dialogare con il Pd. Alla Finocchiaro risponde a stretto giro Ferdinando Adornato: «Rattrista che la senatrice Finocchiaro si iscriva tra i concorrenti del logoro gioco di Di Pietro a prendersela con l’Udc. Non ci sembra che il Pd ci abbia considerato marginali in tutti questi anni di opposizione comune, nei quali siamo risultati decisivi in tutte le vittorie parlamentari né che abbia respinto i nostri ripetuti inviti a fare della responsabilità nazionale il segno di una nuova fase politica. Forse le sue parole sono figlie dell’incontro di Vasto, che a differenza di quello di Teano non farà l’Italia, ma la metterà ancora più nei guai». E poi «È proprio sicura che ancora sia necessario stare di qua o di là e che l’Italia non abbia invece bisogno della svolta politica che propongono l’Udc e il Terzo Polo?». Insomma i centristi una scelta di sistema l’hanno fatta, una proposta alternativa allo stallo attuale l’hanno formulata e l’hanno rivolta a tutti. È il Pd che ancora deve fare la sua di scelta. Dirsi il più grande partito dell’opposizione, in grado di esercitare l’egemonia sulle forze satelliti che si vorranno aggregare, non è scegliere. È guardarsi allo specchio e fingere, per giunta, di vedersi per quello che non si è.

Il premier dovrebbe fare un gesto di responsabilità favorendo l’apertura di una nuova fase di larghe intese, pensando al Paese che è stato chiamato a guidare e non soltanto a se stesso e alla sua immunità mentre, per stare alle immagini della recente storia politica nostrana, più che all’Ulivo, l’alleanza fra Pd, Sel ed Idv ricorda più la gioiosa macchina da guerra di occhettiana memoria, con la quale si favorì indirettamente l’onda berlusconiana del ’94». Basta pensare ad un tema come la Tav o alla Fiat, aggiunge poi Chiamparino, per capire che si tratta di un’alleanza «a forte rischio di condizionamento da parte di chi, anche dall’esterno cavalca l’ultima sparata populistica». E tuttavia per Chiamparino il Pd non ha scelta: «partire dall’alleanza con Di Pietro e Vendola mi sembra inevitabile.Vi è una contiguità di elettorato che provocherebbe degli smottamenti a sinistra se


pagina 4 • 20 settembre 2011

l’approfondimento

Siamo sempre più spesso in balia di vecchi leader che sanno solo riproporre gli schemi che hanno già fallito

Abbiamo perso la testa L’Italia non ha più una classe dirigente. Solo lobby e clan che si auto-rappresentano senza una visione d’insieme dello Stato e del suo futuro. E senza più valori condivisi. La dura analisi di Pierpaolo Donati e Alfonso Berardinelli di Gabriella Mecucci li studi del grande sociologo Mattei Dogan hanno dimostrato che nelle nostre società, per la loro complessità ed etereogenità, non ci possono essere delle classi dirigenti coerenti. La globalizzazione poi le ha rese ulteriormente più frammentate, meno compatte, meno capaci di svolgere – sia nell’economia che nella politica che nei media che nella cultura – un ruolo di guida: di sentirsi responsabili “in solido” della comunità nazionale. E a maggior ragione questo tipo di classi dirigenti risultano scarsamente dedite a trasmettere valori di riferimento all’intera società. Quando si parla dell’Italia, però, il professor Pierpaolo Donati, ordinario di Sociologia a Bologna e studioso delle “relazioni sociali”, mette addirittura in dubbio che oggi si possa usare il concetto di classi dirigenti: «Ormai siamo di fronte a gruppi di interesse, a lobby che rappresentano se stesse, che guardano a se stesse e al loro tornaconto. Lobby dunque anche pesantemente configgenti fra di loro». In passato per tutto il periodo

G

della ricostruzione, del boom economico e comunque sino agli anni Ottanta «in Italia hanno operato classi dirigenti, espressione della borghesia illuminata e dei partiti politici, che addestravano un personale di discreto o buon livello, in grado di avvertire la responsabilità del governo del paese e in nome di questa di collaborare, di unificarsi: la nostra Costituzione è il frutto di questa modalità di confronto che non fa perdere le differenze, ma che le fa coesistere». La Carta fondativa della Repubblica è figlia di una collaborazione efficace e positiva fra forze politiche anche molto diverse . Ma quello ormai è un altro mondo: la distanza dal nostro è ormai siderale. «Questo genere di classe dirigente è sparita con la parte finale degli anni Ottanta e, a partire dal ’93-94 – con la fine della prima Repubblica – non è stata sostituita da una nuova classe dirigente. Sono invece entrate in campo, appunto, gruppi autoreferenziali che – come tali – puntano a fare i propri interessi e si scontrano molto duramente e talora senza

Fino agli anni ’80, era forte il senso di responsabilità che consentiva il confronto senza rischiare di perdere l’identità

mediazioni possibili pur di portarli avanti». Se non si avverte più l’interesse nazionale, se l’interesse di gruppo prevale, in nome di cosa sarebbe necessario unirsi?

Questo processo negativo, è stato determinato da più fattori. Innanzitutto dal fatto che «la nostra società civile - osserva Donati - non è dotata di quella

religione civile che altre società di altri paesi hanno»: manca in sostanza una vigilanza forte nei confronti dell’eticità, della corruttibilità della classe dirigente. Questo fenomeno molto italiano, a cui si è affiancata la fine dei partiti, ha provocato una “selezione distorta” che ha promosso “i furbi” e/o “gli esecutori silenziosi e obbedienti” e mai o quasi mai “i più capaci”,“i più onesti”, i “più coraggiosi”. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. «A questa tendenza – prosegue Donati – si è sovrapposta la globalizzazione che ha mutato profondamente la selezione delle classi dirigenti: esse dovevano assumere infatti caratura manageriale e internazionale. Le nostre non sono state in grado di rispondere a questa sfida». A confrontarsi col mondo

«non è stata più una classe dirigente con vocazione nazionale, in grado di sostenere l’interesse italiano». Da tutto ciò, quale mondo di valori scaturisce? «Valori eminentemente commerciali – risponde Donati – non c’è niente per queste lobby che sia non negoziabile». Tutto può e deve essere comprato e venduto, e quindi niente rappresenta «un valore in sé, da difendere comunque». Una secolarizzazione totale e senza limiti della società e del potere. Tutto ha un prezzo sul mercato: dalla propria coscienza sino al proprio corpo. Le interviste di questi giorni alle varie escort ne sono un esempio lampante.Se questo è lo stato dell’Italia per effetto di movimenti endogeni che hanno interagito col mutamento epocale


20 settembre 2011 • pagina 5

Non è più possibile giustificare o (peggio) nascondere la realtà

Torniamo alla politica contro l’“autocrazia”

Tra corruzione morale e declino economico, l’uscita dal berlusconismo sarà più difficile di quanto si creda di Savino Pezzotta o scenario che in questi giorni ci viene offerto dai giornali è a dir poco inquietante. Come ogni giorno, ormai, dopo aver sfogliato i giornali e letto di escort e intercettazioni, sono stato preso da una sensazione di grande sconforto. Mi sono posto molte domande e soprattutto mi sono interrogato sui silenzi, sulla ignavia di molti di noi cristiani.Non tocca a me condannare o giudicare (in uno stato di diritto tocca alle istituzioni preposte), ma non sono nemmeno chiamato, come ho visto fare in questi giorni, a giustificare e a sopire. I cristiani, ovunque militino, devono anche essere attenti a non sottovalutare le conseguenze di quanto avviene. Sociali, politiche e anche culturali ed ecclesiali . E forse sarebbe meglio iniziare a pensarci, perché comunque sarà questione di poco tempo. L’epoca di Berlusconi sta volgendo alla fine nei peggiori dei modi .Quando lui non ci sarà più (perché al massimo può durare fino all’inizio del 2013), resteranno sul campo un bel po’ di macerie da rimuovere, sedimenti da scomporre, criteri di valore da ripristinare.

L

Si è detto e scritto che il nostro Presidente del Consiglio sia sceso, a suo tempo, in campo per fare la «la rivoluzione liberale» in un paese che era bloccato, ma siamo ancora convinti che questa sia stata la molla iniziale e che basterebbe ritornasse alle origini per riportare la politica italiana ad un livello decente? Non voglio mettere in dubbio la buona fede di chi ci ha creduto, perché anche il sottoscritto aveva firmato a suo tempo un accordo sindacale, dovendo constatare subito l’inaffidabilità attuativa, una lezione cui bisognava tutti fare tesoro. Di quanto è successo dobbiamo mantenere memoria per non ricadere nelle illusioni del passato. Per quanto tempo potremmo sopportare in silenzio le esternazioni di Bossi e il richiamo alla secessione che considero un insulto nei confronti dei tanti italiani che hanno pagato con il sangue la fedeltà al tricolore. Come orfano di guerra, queste dichiarazioni mi offendono sul piano morale, civile e personale, ma anche qui servirebbe meno silenzio, meno opportunismo e più rigore politico. Abbiamo bisogno di avviare un nuovo percorso democratico, di ridare senso e significato al nostro essere italiani, al nostro stare nel mondo e nei cambiamenti senza complessi.Tutto quanto sta avvenendo (e vi includo la resistenza di Berlusconi ad un necessario atto di responsabilità), dimostra che una democrazia senza partiti non è in grado di risolvere problemi di questa natura. La personalizzazione spinta, l’affidamento al solo carisma del leader può dare risultati sull’immediato ma sul tempo lungo non fa altro che aggravare i problemi, sopratutto quando il leader, come nel caso di cui discutiamo, entra crisi. Se Berlusconi fosse stato espressione di un partito, di una forza politica organizzata e strutturata democraticamente la soluzione si sarebbe trovata e di fronte al rischio evidente di perdere le elezioni, un partito avrebbe avuto la

forza di cambiare la leadership come è successo in tante parti del mondo. Nello stesso tempo, il partito avrebbe garantito il leader uscente dalle vendette e dalle ritorsioni degli “amici” , dei risentiti e dei nemici. Altro che salvacondotti e immunità varie!

La crisi che la nostra democrazia sta attraversando ha molte ragioni che si condensano in una: la“grande trasformazione”mondiale che la crisi economica ha reso estremamente evidente, ma mentre nelle altre democrazie occidentali si fa fronte alle difficoltà con strumenti (i partiti) in grado di gestire le transizioni in forme morbide o per lo meno lineari, da noi tutto assume una aspetto drammatico, da ultima spiaggia . Così Berlusconi si chiude nel bunker di Palazzo Grazioli e Bossi ripropone la ridotta padana, perché loro sono il partito. Da questa situazione non si uscirà facilmente e i costi da pagare sono alti, ma questa condizione in cui si è precipitati deve far comprendere che se veramente si vuole uscire dalla dallo schema politico che Berlusconi e Bossi hanno imposto alla politica italiana non basta parlare di alleanze o di cose similari: bisogna che si avvii un profondo rinnovamento della prassi politica e che le forze politiche e le persone che aspirano a ruoli istituzionali significativi mostrino di esser realmente espressione di percorsi democratici profondi e non solo di momentanei successi elettorali. Beninteso, questo è una problematica che non riguarda solo i vertici nazionali ma anche le realtà territoriali dove i piccoli boss spesso agiscono con mentalità berlusconiana, contribuendo in tal modo a inibire ogni processo di cambiamento, di rinnovamento e di ricambio dei gruppi dirigenti.

Ecco perché l’uscita dalla berlusconismo è più complessa di quanto s’immagina, le tossine di un modo autocratico di fare politica si sono diffuse, contaminato e pervaso, conti la scusa che la politica è decisione, il nostro sistema politico a tutti i livelli. Ne servono gli insulti di Di Pietro e i suoi ostracismi che sono solo il segno di una debolezza. Oggi serve che il dialogo, il confronto tra le differenze democratiche e non populiste si ampli e non si restringa per i meri interessi di parte o di ruolo: i problemi dell’Italia non possono attendere e senza una rinnovamento profondo della prassi politica a tutti i livelli non si sarà in grado di affrontarli. Un governo di unità nazionale senza Berlusconi e la Lega, incaricato di attuare politiche che favoriscano la crescita, è oggi una necessità non solo di economica, ma di alta valenza politica e democratica. Ciò che davvero può rasserenare un paese stressato.

della globalizzazione dei mercati, anche l’intero Occidente è stato colpito da un netto abbassamento del livello delle proprie classi dirigenti. Alcuni paesi si sono difesi meglio di noi da questo trend: «Non hanno avuto il crollo verticale dei nostri partiti – osserva Donati - ed erano dotati poi di altri strumenti di selezioni. Basti considerare le alte scuole di formazione e la qualità superiore delle università». «Nelle nostre università – prosegue – è stato coltivato un egualitarismo che è l’esatto contrario di una selezione efficace. Solo di recente si è – a parole e solo a parole – affermato di voler riformare un siffatto sistema formativo, che ha favorito il netto peggioramento della qualità delle classi dirigenti. Ma ancora non si vede nulla di concreto che vada nella direzione giusta».

«La Francia, Germania, gli Stati Uniti – sostiene Pierpaolo Donati – stanno un po’ meglio di noi ma anche in quei paesi è passata l’onda della globalizzazione che ha spinto l’intero Occidente a confrontarsi con culture altre da lui, culture da riconoscere e con le quali interloquire. Imparare a coesistere è indubitabilmente un fatto positivo. Ma il multiculturalismo non ha significato solo l’innalzamento dello spirito di tolleranza e di rispetto della diversità, ha varcato un delicato confine: si è arrivati così a ritenere che tutte le culture sono fra loro equivalenti, l’una vale l’altra. Ha vinto cioè il relativismo». Quindi anche da questo punto di vista si è abbassato il «livello valoriale» e tutto è diventato «accettabile, scambiabile». L’Italia in tutto questo ha una sua crisi specifica che la mette in difficoltà ancora peggiori. Il giudizio sulle nostre classi dirigenti è catastrofico e i valori, anzi i disvalori, che proiettano, oltre a rendere penoso il presente, pregiudicano anche il futuro,“perché forniscono modelli sbagliati alle nuove generazioni”. Come uscirne? «Più volte è accaduto che si dovesse toccare il fondo – conclude Donati – per poter iniziare la risalita. Quando ci si accorge che non c’è più futuro, allora le società si scrollano e cercano di cambiare. E noi al fondo ci siamo molto vicini».

Il nostro è un Paese immodificabile. Bisognerebbe avere un telecomando per spegnere questo spettacolo

Se Donati vede qualche possibilità, anche se remota, di uscirne, per Alfonso Belardinelli, letterato raffinato e un tempo molto “impegnato”, invece, è proprio buio pesto. Alla domanda quali valori e modelli trasmette la classe dirigente, preferisce non rispondere e sbotta: «Basta, non si sa più che dire sull’Italia; ogni tanto vedo qualche amico o mia moglie che si appassionano alla nostra vicenda, ma io sono completamente svuotato». La diagnosi è fatta: «Quello che sta scritto sui giornali è tutto vero, cos’altro c’è da aggiungere, o si è commentatori di professione o non ti viene più un’idea». Ormai tutti, «il più intelligente e il più stupido sanno quale è la malattia: l’Italia è un paese immodificabile. Bisognerebbe avere un telecomando per spegnere tutto questo chiacchierare a vuoto. Per quanto mi riguarda non ho altro da aggiungere. Non voto e basta». Professor Berardinelli anche gli intellettuali fanno parte della classe dirigente, che ruolo hanno avuto e hanno? «Sto scrivendo proprio su questo argomento. Penso che gli intellettuali si sono occupati troppo di politica, sarebbe stato meglio che si fossero occupati più di cultura: ne avrebbero guadagnato sia la politica sia la cultura. L’impegno degli intellettuali in politica è stato un grave errore». Ormai i fatti sono talmente gravi da togliere la parola e da far scegliere ad un ex “intellettuale impegnato” la strada del silenzio: un ritorno agli studi e un allontanamento dal discorso pubblico. La crisi delle classi dirigenti produce anche questo: non riconoscere più la politica come una dimensione propria, agibile anche dai non addetti ai lavori in senso stretto. Questa conversazione con Alfonso Berardinelli è sintomatica dell’esasperazione, per la verità legittima e comprensibile a cui è arrivata una parte della classe dirigente italiana: gli intellettuali. Questo tirarsi indietro, preferire il silenzio è sintomatico del clima di impotenza che ormai aleggia sul paese. Un non c’è niente da dire che dista poco dal non c’è più niente da fare che potrebbe alla fine prevalere.


diario

pagina 6 • 20 settembre 2011

Aumento dell’Iva: vola la benzina

Roma: ancora spari nelle strade

ROMA. L’aumento dell’Iva dal 20% al 21% ha avuto un effetto immediato sui prezzi dei carburanti con aumenti dei prezzi raccomandati ai gestori per la benzina verde di 1,4 cent al litro, per il diesel di 1,3 e per il Gpl di 0,5 centesimi. La verde sfiora così quota 1,7 euro, volando al nuovo record di 1,646 negli impianti Tamoil. A livello Paese, il prezzo medio praticato della benzina (in modalità servito) va dall’1,640 euro al litro degli impianti Esso all’1,646 di quelli Tamoil (no-logo a 1,547): ma in alcuni impianti del Sud siamo già oltre 1,7 euro. Per il diesel si passa dall’1,514 euro al litro di Esso all’1,525 di Q8 (nologo a 1,413). Il Gpl, infine, si posiziona tra lo 0,723 euro al litro di Eni e lo 0,742 di TotalErg.

ROMA. Continua il far-west romano, nell’indifferenza totale delle autorità capitoline che, pure, della sicurezza avevano fatto la propria (falsa) bandiera elettorale. Questa volta un colpo d’arma da fuoco ha raggiunto alla gamba un pregiudicato in via Portuense 594 che ha dichiarato di essersi ferito da solo mentre era a bordo della sua auto. La sua versione però non convince gli investigatori che hanno avviato le indagini. L’arma non è stata ancora recuperata. Secondo quanto ha raccontato una volta arrivato all’ospedale San Camillo, dove è stato trasportato dal 118, l’uomo si sarebbe ferito in via Portuense 594 verso le 12.30. L’auto è stata trovata parcheggiata e con delle macchie di sangue.

Miss Italia in tv: ennesimo flop MONTECATINI. «Le nozze con i fichi secchi non si possono fare» e la Rai non si impegna come dovrebbe, insomma non dà quel che servirebbe a una manifestazione che, come il Festival di Sanremo, è diventata più un programma televisivo che un appuntamento con l’arte o la bellezza. Lo ha detto Patrizia Mirigliani, “anima” del concorso Miss Italia, di fronte ai dati d’ascolto, sconfortanti, della prima serata televisiva della gara, domenica: 2 milioni 835mila spettatori, circa 600mila meno di un anno fa, e share al 16,20%, ovvero cinque punti e mezzo al di sotto dell’ascolto della prima serata del 2010. Un vero flop che ormai si ripete mestamente da qualche anno. Forse la formula “Miss Italia” ha perso appeal.

Il capogruppo del Pdl alla Camera prepara la nuova offensiva contro i giudici: «Gli rimanderemo indietro la richiesta di accompagnamento coatto»

Scudo-Cicchitto per il premier

«Non siamo ai tempi di Pinochet. Montecitorio dirà no ai Pm di Napoli» di Francesco Lo Dico

«Se i pm di Napoli disporranno la richiesta di accompagnamento coatto nei confronti del premier, gliela rimanderemo subito indietro», ha detto Fabrizio Cicchitto, capogruppo Pdl alla Camera. E ha aggiunto: «Spero che non facciano un atto di così grave irresponsabilità e così marcatamente destabilizzante: non siamo ancora ai tempi di Pinochet»

ROMA. Questa volta ha vinto la naturale ritrosia verso le aule di tribunale e si è presentato puntuale in procura. Attorno alle undici Silvio Berlusconi si è materializzato a Milano per prendere parte all’udienza sul caso Mills che lo vede imputato per corruzione in atti giudiziari. Pur di presenziare alla ripresa del dibattimento dopo la pausa estiva, il presidente del Consiglio ha persino cambiato in corsa la sua agenda. Quella diurna, per lo meno. Il premier ha infatti annullato la trasferta a New York dove avrebbe dovuto partecipare all’assemblea dell’Onu con all’ordine del giorno il conflitto israelopalestinese, forse nell’intento di placare l’opposizione che ne critica la scarso feeling con i processi a suo carico. Ma il presidente del Consiglio non si è concesso però stavolta all’usuale conferenza pre-processuale che di solito lo vedeva arringare piccoli gruppi di pensionati chiamati ad applaudire le sue arringhe contro la magistratura cancerosa. Per il semplice fatto che questa volta non c’era nessuno. Neanche a pagarlo. Ad attendere il premier c’erano invece i giornalisti, che prima dell’ingresso in aula si sono limitati a rivolgergli un quasi ironico “come sta?”. «Io bene, voi invece avete delle brutte facce», ha risposto difilato. Soltanto una rapida gag, purtroppo l’unica della giornata. Perché una volta uscito dall’aula verso le 13 e 20, Berlusconi non ha rilasciato altre dichiarazioni ai cronisti, affidando loro nient’altro che il sorriso di fabbrica. E così, ma tu guarda che strana giornata, la battuta per i taccuini la regala nientemeno che il segretario del Pd, Pierluigi Bersani. «Si apre all’Onu un’assemblea di straordinaria importanza», ha detto, «che discuterà con la presenza di tutti i leader del mondo del Medio Oriente, della Libia, e comincerà a discutere della rivendicazione palestinese ad essere uno stato». «Ci saranno tutti», ha ammonito Bersani, «ma l’Italia non ci sarà, perché evidentemente

per Berlusconi ormai è più imbarazzante il tribunale dell’Onu del tribunale di Milano».

D’altra parte non c’era granché da preoccuparsi, per l’ipotesi di reato che gli hanno contestato i magistrati milanesi.Vera o falsa, l’accusa di aver versato 600mila dollari all’avvocato inglese David Mills affinché rendesse falsa testimonianza sulle tangenti alla Guardia di finanza e All Iberian, reca come data di scadenza febbraio 2012. Quando preferibilmente scatterà la prescrizione, secondo apposita legge ex Cirielli confezionata su impulso dello stesso imputato. Forse la ragione che ha spinto il Cavaliere a definirlo «un processo già morto». Almeno per lui. Perché Mills ha invece ricevuto una condanna per corruzione in primo e secondo grado, per godere della prescrizione a reato ormai

accertato: è stato giudicato corrotto, è stato provato che il denaro da lui percepito sia servito a salvare da gravi accuse il presidente del Consiglio, e tuttavia non sarà forse possibile individuare il suo corruttore. Perché a rigor di logica, esiste un corrotto soltanto se c’è un corruttore. E se non c’è un corruttore, esiste soltanto un idiota. Un’aporia che sarà stata fortemente sentita anche dai magistrati milanesi che lavorano sul caso Mills. E che hanno la ferma intenzione di arrivare a sentenza. Nel pomeriggio giudici hanno infatti accolto la richiesta del pm Fabio De Pasquale, stornando una decina di testi richiesti dalla difesa, evidentemente ritenuti innecessari.

Il nuovo calendario prevede quindi solo la deposizione di Mills, il 24 ottobre, e quella dello stesso Berlusconi, quattro giorni dopo. Che tradotto vuol

dire la concreta possibilità di arrivare alla fine del processo prima che scatti la prescrizione. Con una condanna o un’assoluzione. «La presenza della difesa è ormai inutile in questo processo», ha commentato l’avvocato difensore del premier, Niccolò Ghedini. C’è da capirlo. La presenza della difesa è molto più utile in Parlamento. Ma se l’improvvisa accelerazione impressa dai pm ha trasformato la giornata milanese da interlocutoria a preparatoria di un altro caldissimo scontro tra stati di diritto paralleli, a Napoli non si registrano novità. Da più di ventiquattro ore è scaduto il limite massimo fissato dai pubblici ministeri partenopei per sentire Silvio Berlusconi in qualità di parte lesa nell’inchiesta sulla presunta estorsione attuata da Tarantini e da Lavitola. E se i legali del premier dovessero reiterare nei prossimi giorni l’indisponibilità del loro assi-


20 settembre 2011 • pagina 7

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Errico Novi (vicedirettori) Vincenzo Faccioli Pintozzi (caporedattore) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica)

Sepe e De Magistris: «Nessuno tocchi il miracolo di San Gennaro»

Direttore da Washington Michael Novak

NAPOLI. Alle 9.11 di ieri, puntuale, si è ripetuto a Napoli il prodigio del sangue di San Gennaro. A dare l’annuncio è stato l’arcivescovo di Napoli, il cardinale Crescenzio Sepe, dicendo che il sangue era già sciolto quando ha prelevato la teca dalla cassaforte. «San Gennaro ha ascoltato le nostre preghiere», ha detto il prelato. Un lungo applauso ha salutato il miracolo avvenuto alla presenza, tra gli altri, del sindaco Luigi De Magistris. Il primo cittadino ha baciato la teca che gli è stata offerta dal cardinale. Il miracolo quest’anno assume una particolare valenza anche alla luce delle polemiche sorte in merito alla decisione del governo di cancellare le feste patronali. «A nessuno è permesso cambiare o strumentalizzare la natura prodigiosa di questo evento», ha detto l’arcivescovo di Napoli nel corso della sua omelia, nel Duomo di Napoli. «È un evento che si ripete da secoli e, ripetendosi, consolida la fede del nostro

e di cronach

Consulente editoriale Francesco D’Onofrio

popolo, che si sente particolarmente amati da colui che la Provvidenza ha posto come testimone e protettore della sua vita e della sua storia sociale, culturale e religiosa». Anche De Magistris è intervenuto sulla questione: «Qualcuno ha pensato di cancellare la festa di San Gennaro pensando che un governo in scadenza possa cambiare anche le festività religiose. Invece Napoli è tutta qui, al di là del credo politico e delle convinzioni religiose».

Ghedini, Cicchitto e Tarantini. A fronte, Berlusconi, ieri, all’uscita dal Palazzo di giustizia di Milano

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria) Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Osvaldo Baldacci, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Giuliano Cazzola, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Anselma Dell’Olio, Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Aldo G. Ricci, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Gennaro Malgieri, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Antonio Picasso, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Franco Ricordi, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Emilio Spedicato, Maurizio Stefanini, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Consiglio d’amministrazione Vincenzo Inverso (presidente) Raffaele Izzo, Letizia Selli (consiglieri) Concessionaria di pubblicità e Iniziative speciali OCCIDENTE SPA Presidente: Emilio Bruno Lagrotta Amministratore delegato: Raffaele Izzo Consiglio di amministrazione: Ferdinando Adornato, Vincenzo Inverso, Domenico Kappler, Antonio Manzo Angelo Maria Sanza Ufficio pubblicità: Maria Pia Franco 0669924747

stito, i magistrati potrebbero forzarne la volontà attraverso l’accompagnamento coatto in tribunale. La decisione dovrebbe passare in ogni caso dalla preventiva autorizzazione della Camera.

Ma il capogruppo del Pdl, Fabrizio Cicchitto, ha sentito comunque la necessità di mettere le mani avanti. Se arrivasse la richiesta dei giudici «noi gliela rimandiamo subito indietro», ha tuonato il deputato pidiellino spacciando la cosa per un’incredibile notizia. «Spero che non facciano un atto di così grave irresponsabilità e così marcatamente destabilizzante». ha aggiunto. Tutto secondo copione dell’ultimo libro contro le toghe rosse consegnato agli annali dallo stesso Cicchitto: “L’uso politico della giustizia”. Che vista l’esperienza cumulata in questi anni di berlusconi-

I pubblici ministeri lottano contro il tempo: tagliati dieci testimoni, ora si potrebbe arrivare a sentenza prima della prescrizione smo, avrebbe potuto incidentalmente dissertare anche su “L’uso giuridico della politica”. Un filino destabilizzante anche quello, non c’è che dire.

Ma la procura di Napoli sembra voler gettare al momento acqua sul fuoco. Prima di dare corso a iniziative formali, la procura campana attenderà che si definisca la questione della competenza. E soltanto in secondo momento, come spiegato dal procuratore di Napoli, Giovandomenico Lepore, si passerebbe alla richiesta di accompagnamento coatto in tribunale per Silvio Berlusconi.Per il quale, ha chiarito lo stesso procuratore, non è stato fissato “nessun ultimatum”. Il provvedimento, ha assicurato Lepore, costituirebbe semmai soltanto una “extrema ratio”. Il

pool di onorevoli-legali al servizio di Berlusconi difficilmente consiglieranno però al loro assistito.capo di partito di testimoniare. Gli avvocati temono infatti che la convocazione dei pm napoletani sia una sorta di trappola per il loro cliente. Uno stratagemma che potrebbe farlo entrare in Procura da testimone per farlo uscire da indagato. I difensori del premier hanno di che preoccuparsi, in effetti. Ascoltato nel ruolo di testimone, il premier infatti non avrebbe modo di preparare con loro una linea processuale, e di parlare insomma a ruota libera. Circostanza che di solito, fuori o dentro dai tribunali ha sempre messo il Cavaliere in un mare di guai.

Per concludere, arrivano ulteriori sviluppi, anche dalla procura di Bari, dove conclusa l’indagine sulle escort portate da Gianpaolo Tarantini nel lettone del premier, si è aperto un nuovo filone investigativo che riguarda il tentativo, poi fallito, di Gianpi di mettere le mani su appalti di alto livello: un affare da 55 milioni da smembrare e da far vincere agli amici di Gianpi. A quella riunione parteciparono Tarantini, Lea Cosentino (all’epoca dg della Asl Bari e perciò ribattezzata ’lady Asl’) e gli imprenditori pugliesi Cosimo Catalano della ’Supernova’ di Lecce ed Enrico Intini. Poi dicono che l’utilizzatore finale, fosse il povero Silvio.

Agenzia fotografica “LaPresse S.p.a.” “AP - Associated Press” Tipografia: edizioni teletrasmesse New Poligraf Rome s.r.l. Stabilimento via della Mole Saracena 00065 Fiano Romano Distributore esclusivo per l’Italia Parrini & C - Via di Santa Cornelia, 9 00060 Formello (Rm) - Tel. 06.90778.1 Diffusione Ufficio centrale: Luigi D’Ulizia 06.69920542 • fax 06.69922118 Abbonamenti 06.69924088 • fax 06.69921938 Semestrale 65 euro - Annuale 130 euro Sostenitore 200 euro c/c n° 54226618 intestato a “Edizioni de L’Indipendente srl” Copie arretrate 2,50 euro Registrazione Tribunale di Salerno n. 919 del 9-05-95 - ISSN 1827-8817 La testata beneficia di contributi diretti di cui alla legge n. 250/90 e successive modifiche e integrazioni. Giornale di riferimento dell’Udc

via della Panetteria 10 • 00187 Roma Tel. 06.69924088 - 06.6990083 Fax. 06.69921938 email: redazione@liberal.it - Web: www.liberal.it Questo numero è stato chiuso in redazione alle ore 19.30


il paginone

pagina 8 • 20 settembre 2011

ramma in quindici scene dello scrittore tedesco Bertolt Brecht, la Vita di Galileo Galilei (la “prima”, perché ne esistono altre due versioni: quella preparata con l’attore inglese Charles Laughton e andata in scena al Coronet Theatre di Los Angeles nell’agosto 1947, e quella, definitiva, varata al Theater am Schifferbauerdamm di Berlino nel gennaio di dieci anni dopo), fu scritta tra il 1937 e il 1939 e rappresentata allo Schauspielhaus di Zurigo il 9 settembre 1943. Che cosa racconta? E in che modo racconta il grande scienziato pisano? Ce lo presenta come un eroe e un martire oppure come un traditore?

D

Beh, in Brecht, a parte certe impennate libertarie, c’è una sostanza ideologica “forte”, ed è quella del marxista che crede nel socialismo reale ed è disposto anche a farsene cantore come intellettuale ed uomo di teatro. Dunque, al di là delle sue dichiarate intenzioni e della “calma libertà” di giudizio che lascia allo spettatore, ci dà un Galileo dal sapore didascalico: un grande scienziato, sì, ma pavido, incapace di fare della coerenza “ideologica” la propria bandiera («A che serve guadagnare l’anima, se si perde il corpo?»), alieno da ogni beau geste («Infelice quella nazione che ha bisogno di eroi») e tutt’altro che “rivoluzionario”, dal momento che non volle trasformare le sue scoperte in arma contro il potere e in bandiera di progresso e di affrancamento non solo culturale, ma anche politico e sociale. La colpa di Galileo fu quella di non essere andato fino in fondo nella buona battaglia per la “causa”, di non aver rinunciato ai dogmi cristiani e ai modelli sociali e istituzionali su di essi costruiti, agitando la bandiera del rinnovamento. Insomma, niente a che fare con un vero alfiere dell’antioscurantismo e con un bravo, coraggioso scolaro della modernità. Con gli occhi rivolti verso il luminoso Sole dell’avvenire.

Non solo l’uomo matematico, astronomo, letterato. Il volume dello scrittore rom

La leggenda del “s «Ereticus. L’ultima verità di Galileo», il libro di Jacob Popper che riabilita lo scienziato tracciando un profilo da “genio della porta accanto” di Mario Bernardi Guardi lingue il suo Ereticus. L’ultima verità di Galileo, ora edito da Castelvecchi (pp.382, euro 18).

Che cosa possiamo dire a proposito di questo romanzo di Popper che ha partecipato, ricevendo ampi attestati di stima, alla selezione del Premio Acqui Storia? Che si tratta di una ben congegnata biografia, con un merito primario: quello di inserire Galileo nel

le, men che meno per chi possieda scienza e coscienza, dipanarne l’intricata matassa. Galileo sconta sulla sua pelle il fatto di avere “scoperto”, di averlo fatto e detto in una società che è tentata da tutte le scoperte, ma al tempo stesso le teme, ne teme l’insidiosa capacità di far crollare un intero, millenario

Com’è noto, per molti la sua colpa fu quella di non aver rinunciato ai dogmi cristiani e ai modelli sociali dell’epoca, in nome del rinnovamento Quel che il Sole dell’avvenire illuminava “realmente” non tardò a vederlo lo scrittore Jacob Popper, nato a Bucarest nel 1921 e membro dell’Unione Scrittori Romeni, finché, anche lui, non scoprì Galileo, la sua scienza, la sua battaglia. E anche le sue contraddizioni. Tutto questo, comunque, non lo portò a lanciare una sorta di “manifesto” al pari di quel Brecht verso cui provò sempre un’insopprimibile diffidenza, ma gli aprì gli occhi sulla “verità” di un uomo che, tra inciampi e compromessi, cercò la verità. Rivendicando, con la libertà di ricerca, i frutti di una intelligenza che sperimenta e dunque “vede”: il che, nel “vissuto” di Popper significò anche la denuncia delle mistificazioni marxiste, la netta presa di distanza dalla milizia intellettuale comunista, l’abbandono del sodalizio culturale di regime e l’approdo in Occidente. Stabilitosi prima a Roma, poi a Monaco di Baviera, Popper lavorò nella redazione di Radio Free Europa. La morte lo colse nel 1996 dopo che aveva pubblicato in diverse

proprio tempo, rivendicando l’identità di un “genio”, non privo di umanissime “sregolatezze” e che deve dunque battersi contro i pregiudizi e farlo con forza sempre maggiore, man mano che le verità del cosmo gli si appalesano; e mostrando come l’intellettuale “eretico”, inevitabilmente destinato a una dolorosa ma anche grandiosa solitudine, abbia un’immagine prismatica. Nel senso che Galileo finisce con il farsi carico di un’età - quella della Controriforma - in cui si incontrano e si scontrano le più svariate suggestioni, e non è faci-

sistema di valori, peraltro messo in crisi dalla Riforma.

In Galileo, come in Bruno e in Campanella, ci sono tutti gli “eroici furori” del “libertario” che chiede udienza e porta in campo idee, novità, materiali per un ampio dibattito; ma ci sono anche i dubbi, le perplessità, le reticenze di chi, nonostante tutto devoto a Santa Romana Chiesa, si interroga sul senso “ultimo” della sua ricerca. Insomma, l’“eretico” è un personaggio complesso: non vuole il “caos”, ma il “cosmos”, con princípi e fi-


il paginone

20 settembre 2011 • pagina 9

meno scava anche nella sua vita quotidiana, dalla giovinezza goliardica fino alla solitaria, amara vecchiaia

“santo” scopritore ni; non vuole demolire, ma costruire; ha l’impazienza e l’urgenza del banditore ma non vuole turbare né tanto meno scandalizzare. Anche la sua polemica contro l’ottuso aristotelismo della cultura accademica, anche il suo “metodo” non mirerebbero ad essere strumenti di rottura. Galileo non vuole creare ferite insanabili col potere politico ed ecclesiastico, non è in cerca di eventi traumatici. Vorrebbe, piuttosto, persuadere, e proprio in nome dello Stagirita: «Lo stesso Aristotele mi ha insegnato quietar l’intelletto a quello che mi è persuaso dalla ragione, e non dalla sola autorità (…). Sono i suoi seguaci che hanno dato l’autorità ad Aristotele e non esso che se la sia usurpata e presa». E di sicuro non gli garberebbero i suoi allievi, così pedanti e dogmatici, che hanno separato la ragione dall’esperienza. Al punto che dovrebbero piuttosto chiamarsi “dottori di memoria”e non “filosofi”, cioè amici della scienza-sapienza. «Avete voi forse dubbio - scrive Galileo - che quando Aristotele vedesse le novità scoperte in cielo, e’ non fusse per mutare opinione e per emendar i suoi libri, e per accostarsi alle più sensate dottrine discacciando da sé quei così poveretti di cervello che troppo pusillanimente s’inducono a voler sostenere ogni suo detto?».

Va rifiutata una scienza puramente libresca e che si fondi sull’“ipse dixit”. Apriamo gli occhi a quel che abbiamo intorno a noi, guardiamo il mondo «fabbricato dalle vere mani di Dio, che ci sta per nostro insegnamento sempre aperto innanzi». Sfogliamo con passione il grande

Scontò sulla pelle il fatto di avere “scoperto”, di averlo fatto e detto in una società che era sì tentata dalle scoperte, ma allo stesso tempo le temeva

libro della natura, che però «non si può intendere, se prima non s’impara a intender la lingua e conoscer i caratteri ne’ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, i caratteri sono triangoli, cerchi e altre figure geometriche, senza i quali è impossibile intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro labirinto». Già, Galileo perfetto “matematico”. E perfetto “sperimentatore”. Perché la “sensata esperienza”(l’osservazione razionale dei fenomeni) e le “necessarie dimostrazioni” (il ragionamento matematico) sono alla base della “legge”. E la Scrittura? Attenzione, scrive Galileo in una lettera a Bernardo Castelli, «se bene (essa) non può errare, potrebbe nondimeno talvolta errare alcuno dei suoi interpreti ed espositori, in vari modi: tra i quali uno sarebbe gravissimo e frequentissimo, quando volessero fermarsi sempre nel puro significato delle parole, perché così vi apparirebbero non solo diverse contraddizioni, ma gravi eresie e bestemmie ancora; poi che sarebbe necessario dare a Iddio e piedi e mani e occhi, e non meno affetti corporali e umani, come d’ira, di pentimento, d’odio, e anco talora l’obblivione delle cose passate e la ignoranza delle future…».

Alla teologia - seria - quello che è della teologia; alla scienza quello che è della scienza. E, seguendo la linea maestra del Rinascimento fiorentino e

della sua effervescenza neoplatonica, una appassionata esaltazione del sapere umano. E una certezza: nel campo matematico, l’intelletto umano si muove a divine altezze anche se, nello smisurato capo di ciò che è intelligibile, le risorse dell’uomo sono illimitate, l’“estensione” divina, invece, immensa. È un eretico chi si esprime in tal modo? Perché la Santa Inquisizione, dopo aver variamente oscillato di fronte a un sapiente che non cessava di far professione di fede ortodossa, alla fine lo colpisce duramente confinandolo ad Arcetri? E qual è la vera storia delle mosse e contromosse, della affermazioni e delle ritrattazioni, delle coraggiose rivendicazioni di autonomia e delle timorose e invereconde marce indietro, che contrassegnano “venture e sventure”, insomma il “destino”, del “guerriero” Galileo Galilei, con tutte le sue “macchie” e le sue “paure”? Il libro di Popper in tutta questa intricata e incandescente materia scava egregiamente. E non ci racconta solo Galileo scienziato, matematico, astronomo, letterato ecc. , ma illumina i tratti di un “carattere”, dalle giovanili scioperatezze di goliardo impenitente alla solitaria, amara vecchiaia. Il tutto in uno scenario d’epoca in cui sfilano Marina Gamba, la concubina di Galileo, Simon Marius, l’alchimista, fra’Paolo Sarpi, il monaco scettico... («Tale il camaleonte, ognuna porta oggi in Italia una maschera. Anche tu ne porti una, figlio mio», scrisse a Galileo nel 1607. Una citazione che Popper sceglie ad esergo). E, tra Pisa e Firenze, Padova e Roma, una folla di donne, sapienti, ciarlatani, mercanti, discepoli fedelissimi e discepoli traditori, uomini di Chiesa blandi o spietati...

In questo mosso paesaggio, Galileo campeggia, ora cristallino, ora con tutte le sue ombre. Importante è, appunto, segnalare complessità e contraddizioni di una testimonianza. Comprese le intellettuali “stravaganze” di un uomo “sulla soglia”. Quali emergono, ad esempio, in questa conversazione con il segretario Ercole Argenti: «Se pensi bene, capirai che le scienze e la magia sono parenti. Zosima Panopolitano narra nel libro Imut che l’alchimia è stata inventata dagli angeli condannati all’eterno esilio sulla Terra per aver amato donne mortali. Ma, secondo l’opinione di Tertulliano, tutte le scienze sarebbero state scoperte da angeli dannati, il che d’altronde concorda col mito biblico dell’albero della conoscenza. I maghi sono sempre stati perseguitati dallo Stato e dalla Chiesa. A te è indifferente? A me no. Sai che l’imperatore Tiberio emanò un editto che scacciò da Roma i maghi e i... vediamo, signor Ercole, riesci a indovinare? I ma-te-ma-ti-ci, stimatissimo signore: tu e io, e i nostri colleghi. Ah, ah, ah! Ma non è ancora troppo tardi! Ho sentito dire che il Sant’Uffizio s’interessa da vicino agli astrologi, il che dovrebbe dar da pensare anche agli astronomi... ma è meglio non parlare di cose sacre. Fino a quando abiterai nella mia casa, ti prego di non immischiarti negli scandali, e di mantenere il più severo rispetto verso ogni problema sul quale la Santa Sede ha detto o dirà la sua opinione. Per disgrazia, io non posso esserti d’esempio». E non solo per la sua naturale “vis polemica”, ma in quanto astronomoastrologo, abilissimo nello stilare ben retribuiti oroscopi.


mondo

pagina 10 • 20 settembre 2011

72 ore di fuoco alle Nazioni Unite. Si comincia con Obama, prosegue Ahmadinejad e conclude Abu Mazen

I tre giorni dell’Onu Tutto è pronto per il voto sulla Palestina Ma comunque vada, l’America ha perso di John R. Bolton omani il presidente Barack Obama terrà il suo terzo discorso alle Nazioni Unite. Il suo primo speech, nel 2009, era ancora ampiamente farcito da quel linguaggio mistico e di speranza che lo aveva accompagnato nella sua vincente marcia presidenziale. E, cosa ancora più importante per gli addetti ai lavori dell’Onu, si smarcava completamente da quelli del suo predecessore. L’anno scorso, dopo che la firma del Medicare non aveva portato i risultati sperati e con l’economia Usa ancora in fase di stallo, Obama si presentò davanti a un uditorio consapevole dello tsunami che da lì a poco lo avrebbe colpito nelle elezioni novembrine di Mid-Term. Oggi, la presidenza Obama è a rischio e la sua rie-

D

Al via anche Durban III, la cui bozza, se non emendata, proclamerà i palestinesi “vittime del razzismo israeliano” davanti ai capi di Stato del pianeta lezione incerta. Mentre dopo quasi tre anni il suo mantra di speranza e cambiamento è inequivocabilmente compromesso. L’economia statunitense e quella globale sono ancora in pericolo e su di loro pende la spada di damocle di una seconda recessione.

A livello internazionale, Obama è una non-entità: certo, lontanissimo da George W. Bush ma senza essere diventato nulla di altro. Come non bastasse, l’intero Occidente è nel caos. L’incapacità europea di risolvere la crisi dell’Euro è solo la punta dell’iceberg del crescente divario che divide il Vecchio Continente. Come dimostrano la guerra di Libia, la questione palestinese all’Onu e l’incapacità di difendere Israele. Naturalmente, se l’Unione Europea fosse in grado di mettere in campo politiche decise e chiare, la sua influenza e quella dell’intero Occidente potrebbero migliorare. Ma al momento non si scorge questa possibilità. Di contro, la Russia sta usando i proventi che le derivano dalla vendita di gas naturale e

petrolio per modernizzare le sue Forze armate, ricostruire il suo arsenale nucleare ed espandere le sue capacità di lanci missilistici. E il primo ministro Vladimir Putin sta alacremente lavorando per riconquistare l’egemonia su tutto lo spazio ex sovietico, intimidendo i suoi piccoli vicini e brandendo come un’arma i suoi contratti energetici contro l’Europa.

La Cina è invece concentrata in un’opera se possibile ancora più ambiziosa a livello di Difesa, ampliando le sue forze convenzionali, accrescendo le sue capacità nucleari e lanciando il suo primo programma di difesa navale. La scelta di Pechino di negare qualsivoglia manovra militare al largo del mare cinese, il suo ostracismo ad ospitare altre marine (soprattutto quelle americane) e il suo diniego a ogni tipo di chiarezza sullo sviluppo del suo arsenale missilistico sono forieri di problemi a non finire. Gli Stati canaglia, come l’Iran e la Corea del Nord continuano a fare passi significativi sui loro programmi nucleari, provocando una corsa agli armamenti in tutti i loro vicini e nemici. Con il fallimento dei Colloqui sia con Teheran che con Pyongyang il messaggio che si sta mandando a tutti gli altri attori regionali è che è meglio che provvedano in proprio a cercare di difendersi, anche col nucleare. Tanto sanno di poterla fare franca. In Medioriente, invece, mentre alcuni dei vecchi regimi autocratici sono stati rovesciati, si fatica a trovare chi potrà rimpiazzarli. Riuscirà la Primavera araba a portare in quei luoghi la democrazia che in tanti hanno sperato di veder diffondersi, o a cantar vittoria saranno tutti quegli islamisti che fino a pochi mesi sono stati tenuti sullo sfondo della vita politica e che adesso vedono la possibilità di conquistare il potere? Come che sia, è proprio in Medioriente che i fallimenti di Obama come Presidente, come leader dell’Occidente e come premio Nobel per la pace del 2009 sono più evidenti alla vigilia del suo discorso all’Onu. Perché a causa delle sue incaute scelte politiche, questa settimana a New York promette di es-

Hamas e al-Fatah perseguono politiche diverse

Il Paese che non c’è ha i piedi d’argilla Abu Mazen e Ismail Haniyeh, i due presidenti rivali che minano ogni accordo di Mario Arpino eglio sarebbe stato se Hamas e al-Fatah, dopo il recente tentativo di approccio, fossero riusciti in qualche modo ad accordarsi. Così non è accaduto, e lo Stato che l’Assemblea Generale dell’Onu con tutta probabilità riconoscerà poggia su basi di argilla. Non soddisferà i requisiti, avrà due presidenti rivali – ma si potrebbe anche dire nemici – che perseguono politiche diverse. Abbas, alias Abu Mazen, che si propone come promotore dell’iniziativa, non è riconosciuto da Hamas quale presidente. In effetti, era stato eletto nel 2005 per rimanere in carica fino al 2009, ma non ci sono state nuove elezioni e Hamas si è opposta all’estensione. Quest’ultima, che controlla in maggioranza il Consiglio Legislativo Palestinese (Plc) – mai attivato – considera come legittimo primo ministro dell’Autorità palestinese il proprio rappresentante Ismail Haniyeh, sostenendo che Abbas, in quanto scaduto, non aveva alcuna capacità di nominare primo mini-

M

stro Salam Fayyad. Nonostante questo quadro poco qualificante, nel luglio scorso la Lega Araba approvava il piano che la “presunta” Autorità Nazionale Palestinese aveva predisposto ai fini di un’eventuale discussione in sede di Assemblea Generale dell’Onu per il riconoscimento dello Stato unitario. Sulla proposta – che comunque non potrà “passare” in presenza di un veto in Consiglio di Sicurezza il mondo intero si è subito spaccato, anche se le discussioni continuano in attesa del giorno fatidico – il 23 settembre – quando un sorridente Ban Ki-moon aprirà la sessione a Palazzo di Vetro.

Il giudizio sarà favorevole se votato da almeno i due terzi dell’Assemblea. Siccome sembra scontato che asiatici ed africani opteranno per il “si”, i 27 della Ue, ad oggi, come al solito, sono ancora variamente divisi e il fronte del “no” è limitato in quanto “politicamente scorretto”per l’opinione pubblica globale, il risultato – a meno di improvvisi volta-


mondo

sere pessima per l’America, per Israele e per la stessa Onu. L’Autorità Palestinese ha inequivocabilmente annunciato che cercherà il riconoscimento dello Stato. Mentre questa decisione è soggetta a cambiamenti dell’ultimo minuto, se la richiesta procederà contro i diretti desideri pubblici di Obama, Washington potrà solo dare un voto sfavorevole, inducendo così una crisi di fiducia sulla sua capacità di condurre il “processo di pace”in Medioriente. L’Anp ha preso questa decisione perché era ormai così vincolata a qualche tipo di azione dell’Onu che non poteva tornare indietro senza essere umiliata. Ed una delle ragioni per cui si è trovata così esposta sta proprio nella passività di Obama e nei segnali confusi che ha mandato nel corso di un anno di discussioni pubbliche sull’eventualità o meno di far perseguire all’Anp la strada per l’Onu. Se il presidente avesse esercitato la sua leadership sin dall’inizio, l’Autorità palestinese si sarebbe dissuasa da molto tempo, senza costi per gli Stati Uniti. Ora molto probabilmente si andrà verso un fiasco, a discapito di tutte le parti in causa. La situazione è talmente arzigogolata che Hamas, il gruppo terrorista che governa la Striscia di Gaza, ha condannato la mossa dell’Anp in quanto «vuota di contenuto», una delle osservazioni più precise che Hamas abbia mai fatto.

Donne palestinesi manifestano per il “Sì” al checkpoint di Qalandia, fra Ramallah e Gerusalemme. Dall’alto, in senso orario: Ban Ki-Moon, il Palazzo di Vetro e Abu Mazen. A sinistra: Benjamin Netanyahu

del novembre 1947, che gli arabi fecero l’errore di rifiutare, coinvolgendo Israele in una lunga serie di guerre, tutte regolarmente perdute.

Ma in questo caso, sebbene a posteriori, necessiterebbero lunghi negoziati, altre guerre o entrambi gli eventi. Va anche detto, assieme ai vecchi della geopolitica, che ai fini dell’esistenza di uno Stato sovrano vanno osservate alcune condizioni. Infatti, la Convenzione di Montevideo del 1933 sui doveri e diritti degli Stati – tuttora in vigore – prevede che uno Stato come persona giuridica internazionale debba possedere alcuni requisiti, come popolazione permanente, territorio definito da confini sicuri, un governo, la capacità di entrare in relazione con altri stati.

Il giudizio sarà favorevole se votato da almeno i due terzi dell’Assemblea. Asiatici ed africani opteranno per il “sì”, mentre i 27 della Ue sono ancora divisi faccia o soluzioni salomoniche – non lascia adito a dubbi. Ma così stiamo già andando molto avanti, perché non si capisce ancora bene, in punta di diritto, quale Palestina “unitaria” dovrebbe emergere. Attualmente esistono tre diverse possibilità, solo due delle quali, Gaza con Hamas e Anp con Fatah – sebbene discusse - sono reali, palpabili. La terza, una Palestina all’interno dei confini del 1967, è un’entità virtuale, che oggi non esiste, mentre Gerusalemme è un caso a parte, come lo sono i palestinesi sparsi nei 58 campi ospitati di malavoglia dai vicini paesi mediorientali. A meno che non si desideri considerare “i due stati e i due popoli” sulla base della Risoluzione dell’Onu 181

Ci vuole molta buona volontà per individuare tutti questi requisiti nell’area di cui si tratta, anche se qualcuno potrebbe obiettare che mentre il potere di Hamas deriva da una secessione dopo una vittoria elettorale, Mahmud Abbas è un presidente in carica in assenza di proroga, e quindi ampiamente scaduto. È evidente che la soluzione, al momento, non possa che essere teorica, e di conseguenza la nuova entità statuale palestinese che l’Assemblea si appresta a riconoscere con ogni probabilità sarà la terza, la soluzione virtuale. Quella, cioè, che non esiste.

20 settembre 2011 • pagina 11

Il sondaggio della Bbc

Il mondo si è spaccato a metà IL 49%

DELLA popolazione mondiale sostiene la richiesta dei palestinesi dell’Anp all’Onu di essere riconosciuta come Stato indipendente come gli altri 193 membri del Palazzo di Vetro. È quanto emerge da un sondaggio effettuato dalla Bbc che ha intervistato 20.446 persone in 19 Paesi tra il 3 luglio e il 29 agosto. Rilevazione secondo la quale il 21%, invece, ritiene che i loro leader dovrebbero bloccare il tentativo dell’Anp, mentre il 30% è indeciso. La maggioranza più ampia a favore dello Stato palestinese - la richiesta sarà presentata il 23 settembre - si registra in 9 Paesi musulmani: tra gli altri il 90% degli egiziani, il 60% dei turchi, il 52% dei pakistani e il 51% degli indonesiani. L’opposizione più netta, ma limitata al 36%, si registra negli Usa - il cui governo ha annunciato che opporrà il veto al Consiglio di Sicurezza - dove il 45% è a favore. Nella media le opinioni pubbliche di Francia (54% pro e 20% contro), Gran Bretagna (53%pro e 26 contro) e Germania (53% pro e 38% contro).

Mentre per i grovigli delle procedure dell’Onu le questioni inerenti l’Anp restano ancora in sospeso, questa settimana la situazione potrebbe evolvere in maniera chiara e inarrestabile. La conferenza Durban III, che si terrà contemporaneamente all’Assemblea Generale, adotterà una risoluzione che condannerà Israele come stato razzista. Durban III, il cui nome deriva dalla prima conferenza Onu sul razzismo di dieci anni fa a Durban, in Sud Africa, riaffermerà l’originaria dichiarazione, un documento talmente vile che portò gli Stati Uniti assieme ad altri Stati ad abbandonare la conferenza in segno di protesta, resistendo persino alla tentazione di rimanere e votare “no”. La conferenza Durban III di questa settimana sarà una ripetizione di quella del 2001 e del 2006, ma fino ad ora almeno una dozzina di paesi (compresi gli Stati Uniti, il Canada, l’Italia, la Francia e la Gran Bretagna) hanno annunciato che non vi prenderanno parte. Delegittimando Israele, Durban III offre l’altra faccia della medaglia al tentativo mal concepito dell’Anp di legittimare se stessa attraverso il riconoscimento all’Onu. Una questione critica e duramente contestata ad esempio – quasi scomparsa dalla scena pubblica – è la definizione dei confini dello Stato palestinese (e quindi inevitabilmente dei confini di Israele). Alla fine, comunque, tutte queste sceneggiate contribuiranno poco o niente al raggiungimento di una pace giusta e stabile in Medioriente. Anzi, le cose peggioreranno per tutti gli attori coinvolti, a cominciare dallo sventurato popolo palestinese. C’è però da dire una cosa: non tutti questi folli paradossi sono riconducibili alla mala gestione Obama in Medioriente. Ma una cosa è certa: mentre l’ossessione del “processo di pace” ha consumato la sua Amministrazione, l’Iran ha quasi raggiunto i suoi propositi nucleari. E New York potrebbe presto incoronare il vero vincitore di tutta questa partita: Mahmoud Ahmadinejad. Che prenderà la parola dallo stesso podio dell’Assemblea Generale solo 24 ore dopo l’esitante Presidente degli Stati Uniti.


mondo

pagina 12 • 20 settembre 2011

La paura per la Grecia e la crisi del debito spingono in deciso ribasso tutte le Borse europee. Le perdite a Milano sfiorano il 3%

«Senza euro, Ue addio» Angela Merkel agita lo spettro della caduta dell’Unione. È la fine di un tabù? di Antonio Picasso e crolla l’euro, affonda l’Europa», la drammaticità delle parole di Angela Merkel non va interpretata come la conseguenza immediata della sconfitta alle elezioni. L’altro ieri, i socialdemocratici si sono ripresi il Land di Berlino, superando l’Fdp del Cancelliere ed escludendo del tutto i liberali dall’agone parlamentare. Certo, il voto federale del 2013 si avvicina. Com’è altrettanto evidente che l’euroscetticismo dell’opinione pubblica tedesca sia stato cavalcato dall’opposizione. Tuttavia, la leader popolare tedesca non è una donna dal sangue caldo. È fuor di dubbio che abbia calcolato le ripercussioni che sarebbero sopraggiunte dal suo squillo di allarme. I primi a reagire male – come prevedibile – sono stati i mercati. Nel primo pomeriggio di ieri, subito dopo la conferenza stampa di Berlino, tutte le piazze europee hanno registrato un indice pesantemente negativo. Milano e Francoforte hanno superato il -3%. Un calo, però, dovuto

«S

anche all’atteso discorso di Obama sul deficit e sulla Buffet tax. Senza dimenticare il rinvio della tranche di otto miliardi di aiuti previsti dal decreto salvaStati (Efsf), in favore della Grecia. Il governo Venizelos aveva richiesto un soccorso entro fine mese. L’Eurogruppo, però, ha deciso di attendere. Ancora una volta la responsabilità del blocco è ricaduta sui tecnici della Commissione Ue, Bce ed Fmi.

Roesler, alfiere del default della Grecia. «È necessario pesare molto attentamente le parole per non innervosire i mercati dell’eurozona», ha sottolineato Frau Merkel indirizzandosi ai suoi colleghi di coalizione. Il Cancelliere si è affiancato quindi al suo ministro delle Finanze, Wolfgang Schauble, di cui è nota la posizione schiettamente europeista. Strutturalmente, in Germania ci sono due

L’Eurogruppo prende tempo sulla nuova tranche di aiuti (8 miliardi) ad Atene, che suo malgrado diventa sempre più un banco di prova sulla tenuta di Bruxelles e della moneta comune Questi, in termini di contabilità, non possono che esprimere un parere di sfiducia verso Atene.

Le borse non si fidano più di nessuno. Nelle parole della Merkel è più evidente che l’attacco è ai suoi stessi colleghi di governo, invece che alla finanza europea. In particolare, il Cancelliere si è rivolto al ministro dell’Economia, Philipp

scuole di pensiero in seno all’euroscetticismo. C’è quella politica, che ha vinto a Berlino, ma solo per ragioni propagandistiche. I socialdemocratici fanno dell’euro una sponda per criticare l’esecutivo. È una tattica, non una strategia. Il loro obiettivo è vincere tra due anni. Poi c’è il mondo tecnico. Più stabile, ma anche molto più contraddittorio e che si concen-

tra in seno al governo federale. Stabile in quanto difeso da chi oggi è al potere. Contraddittorio perché dei popolari tedeschi si può parlare di tutto fuorché del loro antieuropeismo. Il cancelliere tedesco ieri ha dichiarato guerra a entrambi gli schieramenti contrari alla moneta unica. Ben consapevole che sarà il secondo a darle maggior filo da torcere. Di nor-

ma è il nemico interno quello che suscita più timore.

Angela Merkel sa di aver vita dura di fronte al rigorismo finanziario dei suoi connazionali. Il caso Stark le ha dimostrato che i suoi avversari non hanno paura di nulla e che sono disposti anche alla rinuncia di una grossa porzione di potere in nome del proprio purismo. Del re-

Più tasse per i Paperoni Usa Obama pronto al veto sugli emendamenti capaci di snaturare la sua proposta di Pierre Chiartano bama ha presentato il piano anticrisi da 4mila miliardi di dollari alle 16.45 ora italiana. Una sorta di tsunami roosveltiano che dovrebbe rimettere in moto l’America. «Chi guadagna di più, me compreso, deve contribuire di più» ha sottolineato l’inquilino della Casa Bianca. Una riduzione del deficit federale di 3mila miliardi nei prossimi 10 anni con una previsione di maggiori entrate pari a 1500 miliardi. «Questo piano taglia 2 dollari di spesa per ogni dollaro di nuove entrate», ha affermato Obama nel Giardino delle rose della Casa Bianca. Il piano e contiene «modesti aggiustamenti alla spesa per sanità e pensioni». Perché il concetto è quello di non ridurre la spesa sociale che colpirebbe le fasce più deboli, come i bambini e gli anziani. La riforma a Medicaid e Medica-

O

re sarà fatta senza snaturare il sistema di assistenza sanitaria pubblica. Oltre a «risparmi per mille miliardi con la fine delle guerre in Iraq e Afghanistan». Particolare attenzione anche verso le piccole e medie imprese, considerate la spina dorsale della futura ripresa dell’occupazione.

Il presidente ha sollecitato un voto bipartisan al suo piano, perché contiene «proposte che in passato sono state appoggiate sia dai democratici che dai repubblicani». Ciò che il governo federale vara oggi sarà importante per il futuro dell’economia americana. Obama sembra dunque in sintonia con l’umore prevalente di una certa america. I segnali da Main street sono di stanchezza verso un mondo della finanza ormai percepito come la parte peggiore del si-

stema economico. E nel suo discorso Obama sottolinea come gli gnomi della moneta sintetica ora debbano restituire ai contribuenti americani ciò che fu dato in aiuti nel momento più acuto della crisi. La gente protesta di fronte a Wall Street e un miliardario come Warren Buffet si dice disposto a pagare un balzello aggiuntivo per dare un contributo al proprio Paese. Alla base di queste reazioni, in apparenza sorprendenti, ma non per chi conosce le radici “calviniste” e protestanti degli Stati Uniti, ci sono la cupidigia e la corruzione del sistema finanziario. La politica di Washington ora deve fare ciò che hanno fatto «le famiglie americane per anni», eliminare gli sprechi ha sottolineato Obama. E l’influenza dei soldi sulla politica americana. Che non è una novità, ma lo è il modo incestuoso con cui è di-


mondo

20 settembre 2011 • pagina 13

l’Europa. Anzi, l’unica opzione. Parafrasando la stessa Merkel, se salta la Grecia, sarebbe la volta delle new entry dell’Europa orientale. Il rischio di un collasso monetario, però, è un allarmismo dettato più da ragioni politiche che effettivamente finanziarie. Perché è vero che se Atene tornasse alla dracma, si innescherebbe una catena di rinascita delle monete nazionali.

Tuttavia, nessuno ha ancora descritto in maniera esaustivamente concreta come questo potrebbe accadere. Domanda banale quanto al momento rimasta in sospeso: è immaginabile, in Italia, la fila agli sportelli bancari per cambiare monetine da un euro con le mitiche Mille lire e svariati centesimi? Lo scenario ha il sapore della fantaeconomia. Helmut Kohl, padre politico di Angela Merkel, a suo tempo aveva detto ok all’euro. La sua rinuncia al Marco gli aveva procurato la riunificazione delle due Germanie, prodotto punitivo post seconda guerra mondiale. La fine di una moneta tanto solida com’era quella di Bonn aveva

prossima legislatura, ma anche in quella successiva.

A Berlino, per quanto la sua classe politica sia nota per il proprio rigore, c’è chi non ha la minima intenzione di firmare un armistizio con la storia. Angela Merkel, in prima persona, non vuole essere ricordata come il Cancelliere che si arreso di fronte alla peggiore crisi finanziaria dal 1945 a oggi. Almeno questo è ciò che traspare dalle sue parole. È un orgoglio nazionale (e comunitario) che anche la Grecia ha saputo esprimere. Sebbene in altro modo. Ad Atene, le manifestazioni stanno cambiando destinatario delle proprie proteste. Non è più il governo nazionale a essere sotto attacco, bensì Bruxelles. E in seconda istanza Berlino. Il Paese dice di non voler passare come il capro espiatorio del fallimento europeo. Tuttavia, c’è una contraddizione di fondo in entrambe le posizioni. È stata finora la Germania, con il suo Cancelliere in prima persona, a guidare la cordata di severità che adesso blocca l’Efsf. Mentre,

La leader tedesca, a poche ore dalla sconfitta elettorale, ha consigliato ai membri della sua coalizione di governo di «pesare attentamente le parole per non innervosire i mercati» sto, è proverbiale la scarsa elasticità dell’establishment di Berlino. L’obiettivo del Cancelliere è serrare i ranghi sia sul breve periodo quanto in prospettiva di un futuro più lontano. Il 29 settembre prossimo, il parlamento federale è chiamato a ratificare l’Efsf. La Merkel chiede l’appoggio della sua coalizione. «Voglio la mia maggioranza», ha detto sempre ieri di fronte ai giornali-

sti. «Un obiettivo da raggiungere non solo in questa occasione, ma nel resto della legislatura». Come per dire: la Germania ha una responsabilità di fronte a tutta l’Unione; la coalizione di governo risponde poi ai suoi elettori tedeschi. In entrambi i casi, il Cancelliere chiede l’applicazione di un atteggiamento “tedesco”. Vale a dire obbedienza agli ordini di scuderia.

ventata pratica comune, ben oltre il ben codificato lobbismo. È questo che ha spinto ieri centinaia di persone a radunarsi di fronte a Wall Street, nelle vie adiacenti al NewYork Stock Exchange, per manifestare contro quello che ritengono un sistema ingiusto e che chiedevano al presidente Usa di costituire una commissione che metta fine «all’influenza dei soldi sugli eletti».

Avveniva qualche ora prima che Obama tenesse il suo discorso nel Giardino delle rose della Casa Bianca. Ma possiamo stare tranquilli non è lotta di classe, come già annunciato da qualcuno, perché negli Usa non esiste invidia sociale, ma c’è un concetto etico dei comportamenti piuttosto rigido rispetto alla cultura, ad esempio, dell’Europa mediterranea. La protesta pacifica, lanciata da Adbusters e chiamata «Occupare Wall Street», vuole ricalcare la primavera araba, dar vita a una «Piazza Tahrir americana»: l’idea degli organizzatori sarebbe quella di sostare nell’area con tende per settimane se non mesi per replicare le manifestazioni in Egitto, Spagna e Israele. La scelta di manifestare il 17 settembre, che gli organizzatori definiscono «Giorno della Rabbia», si rifà

Da qui la scelta della Merkel. Una posizione che va vista come una repentina virata di rotta. Dopo il muso duro mostrato a Italia e Spagna, nelle ultime due settimane, la leader popolare torna a giocare il ruolo del poliziotto buono. Lascia intendere che l’accondiscendenza, nei confronti di Atene, Madrid e Roma, è l’unica strada. Una soluzione benefica per tutta

alla proteste nel 1969 a Chicago contro la Guerra in Vietnam. I manifestanti hanno cercato di raggiungere l’ingresso del New York Stock Exchange, ma sono stati fermati dalla polizia. E sul fronte politico della Casa Bianca il clima è in sintonia con Main Street. Infatti la co-

innescato un rallentamento produttivo e finanziario di lungo il periodo per l’intero Paese. La Merkel, originaria della Germania Est, si ricorda bene questo difficile percorso. E se un domani si tornasse indietro, il sacrificio del popolo tedesco sarebbe stato vano. Il che vorrebbe a sua volta dire cauterizzare le possibilità dell’Fdp di restare al potere non solo nella

proposte. Un’approvazione che alla Camera dove hanno la maggioranza i repubblicani di John Boehner è tutt’altro che scontata.

Ma «l’America più ricca» deve dare il proprio contributo al paese ha sottoli-

Il piano del presidente promuove una riduzione del deficit federale di 3mila miliardi nei prossimi 10 anni con una previsione di maggiori entrate pari a 1500 miliardi siddetta Buffet Rule (dal nome del miliardario Warren Buffett che nei mesi scorsi si era detto disposto a pagare più tasse) punterebbe a un innalzamento delle aliquote fiscali sui redditi superiori al milione di euro al 35 per cento, come quella applicata sui redditi dei ceti medi. Il privilegio di un prelievo al 15 per cento di ritenuta secca che oggi si applica ai gestori di Hedge Fund potrebbe dunque saltare, ammesso che il Congresso approvi le

neato Obama nel discorso di ieri. Il concetto è quello di ribaltare ciò che è avvenuto fino ad oggi dove la Middle class aveva una pressione fiscale superiore a quella dei milionari.Tutti d’accordo sulla cifra finale della riduzione del deficit per circa 4mila miliardi di dollari tra tagli e maggiori entrate. Ma la ricetta Obama non piacerà a molti, specie nei Tea party. La proposta di raccogliere circa 1,5 miliardi di dollari

dall’altro lato, è stata la crisi greca ad aver innescato un dibattito strutturale sull’esistenza dell’Unione. Angela Merkel sarà il 5 ottobre prossimo a Bruxelles per un incontro con la Commissione europea. Visti gli inattesi cambiamenti di idee da lei mostrati in queste ultime settimane, c’è da chiedersi se, fra tre settimane, sosterrà ancora questa posizione di concertazione.

con l’aumento delle tasse agli americani che guadagnano oltre un milione di dollari l’anno e il taglio delle scappatoie fiscali per le grandi aziende è dunque sul piatto. I repubblicani si apprestano ad una nuova battaglia e parlano di proposte che rischiano di innescare una «lotta di classe». Ma sembrano più esagerazioni da campagna elettorale. Obama aveva già lasciato filtrare in precedenza che non appoggerà nessun piano che chiede tutto a certi americani e niente ad altri. Nell’intervento ha detto di più porrà «il veto» su interventi di tale natura.

«Le big corporations» dovranno contribuire come gli altri al risanamento dei conti federali. Metterà il veto a qualsiasi provvedimento che prenderà anche un solo cent dai benefici del Medicare senza chiedere niente agli americani più ricchi e alle grandi aziende. Obama non intende innalzare i 65 anni di età per l’accesso ai benefici del Medicare. Le proposte di Obama includono quelle tra 1,2 e 1,5 miliardi di dollari avanzate dal supercomitato bipartisan. Nei tagli alle spese sono inclusi i risparmi per 250 miliardi di dollari già programmati di spese del Medicare.


cultura

pagina 14 • 20 settembre 2011

Curato da Italo Tomassoni, il volume presenta 632 creazioni dell’autore. Spiegando anche le circostanze che ne hanno favorito la realizzazione

Il mistero rilegato Arriva in libreria il primo catalogo completo dell’opera omnia di Gino De Dominicis di Angelo Capasso è un’aporia di fondo nel nostro modo di considerare la Storia. Secondo qualsiasi vocabolario della lingua italiana, con il termine “storia” definiamo una realtà bifronte: da una parte la storia è un metodo di analisi, o meglio il sistema di indagine con cui avviene la ricostruzione di eventi collegati tra di loro secondo una linea unitaria di sviluppo; dall’altra la storia è il corso di eventi stesso, e quindi le vicende che quel metodo analizza. Questo doppio versante che fonde l’analisi e il suo oggetto evidenzia la difficoltà di mantenere un equilibrio tra i due, e di conseguenza la difficoltà che abbiamo nell’oggettivare il decorso delle vicende umane. Lo sbilanciamento della storia sul suo piano soggettivo, come punto di vista parziale, spinge le sue verità sul fronte di scelte ideologiche, ovvero non rispecchia più quel decorrere di eventi ma ne propone un punto di vista. Ma qual è la fonte della storia? È la tradizione orale, ovvero quell’insieme di memorie, racconti, aneddoti che rappresentano la materia stessa della storia.

C’

La modernità si è fondata sul principio di rendere definitivi i fatti storici attraverso la loro scrittura. Quei dati sono divenuti storia, costume, legge. La storia orale invece ha la forza di rimanere in una totalità in cui il racconto si fonda con il mito (da cui del resto trae l’origine etimologica). Per di più, la storia orale, a differenza di quella fatta a tavolino dallo storico, come sostiene Alessandro Portelli (uno dei nomi più

importanti nella ricerca sulla storia orale), le fonti sono costruite su uno scambio vivo direttamente con il testimone, su base relazionale, «in cui la comunicazione avviene sotto forma di scambio di sguardi (intervista), di domande e di risposte, non necessariamente in una sola direzione».

«L’ordine del giorno dello storico si intreccia con l’ordine del giorno dei narratori: quello che lo storico desidera sapere può non interamente coincidere con quello che le persone intervistate desiderano racconta-

Per sua scelta, mai furono pubblicati libri sulla sua arte. Così come lui stesso rimase lontano dal circuito mediatico

re. Il risultato è che l’agenda della ricerca può essere radicalmente trasformata da questo incontro». Da qui ne deriva che il lavoro del “ricercatore orale” è quello dell’affinamento all’ascolto che è l’arte della relazione: il dialogo fra persone intervistate e persone che intervistano; la memoria fra il presente in cui si parla e il passato di cui si parla; la relazione fra il pubblico e il privato, l’autobiografia e la storia; la relazione fra oralità (della fonte) e scrittura (dello storico). La storia dell’arte, così come la conosciamo attraverso i manuali su cui studiano milioni di studenti, si fonda su un canone irreggimentato di dati inamovibili consolidati dalla loro reiterazione. La conseguenza più grave di questo fenomeno è l’aver costruito un monolite fatto di eventi che non accolgono le trasformazioni del presente. Il panorama attuale della storia raramente trova un legame col passato, perché la storia del passato è scritta “una volta per tutte”, e ha perso quei canali che la legano alle vicende correnti, ha perso il suo decorrere nella storia orale.

L’appiattimento sulla storia è materia di una conversazione di Marcel Duchamp, dal titolo Quanto dura un’opera d’arte, in cui Duchamp arriva ad affer-

mare che l’arte che conosciamo è semplicemente una versione mediocre di quella che si è prodotta nella storia dell’umanità: quanto troviamo nei Musei è, potenzialmente, un’appendice di quanto si è realizzato, o più semplicemente quanto siamo riusciti a comprendere e a trasformare in dati storici.

Gino De Dominicis, l’artista italiano del mistero e dell’immortalità (la grande retrospettiva al MAXXI si intitolava appunto L’immortale) ha avuto certamente consapevolezza di questa aporia, e della distanza irreversibile tra il mito e la storia, da cui consegue la necessità di evitare trascrizioni per evitare l’infedeltà delle stesse. Ha combattuto ogni tipo di formalizzazione: contro la fotografia, non ha mai voluto un catalogo che riproducesse le sue opere perché le opere stesse erano intese quali figlie di un progetto continuo, in cui l’immortalità dell’arte si misura soprattutto nella sua capacità di rimanere eterna, nell’aura della


cultura

20 settembre 2011 • pagina 15

tativo di far formare dei quadrati invece che dei cerchi attorno ad un sasso che cade nell’acqua e Tentativo di volo, un esempio di come l’arte non è che un “tentativo” di fare arte.

sua irriproducibilità, lontana da canoni e classificazioni. Per lo stesso motivo non sopportava la distinzione scolastica tra Arte e Arti Minori, si considerava un pittore, uno scultore, un filosofo ed un architetto. Lontano da ogni formulazione, viaggiava al centro di un solco ben distante dalle grandi correnti del pensiero critico vigente, quella dell’Arte Povera che muoveva le sorti dell’arte al suo esordio di artista, nella fine degli anni sessanta, e quella della Transavanguardia in auge negli anni Ottanta, gli anni in cui De Dominicis vedeva consolidata la propria popolarità. La popolarità di Gino De Dominicis, in vita, era legata alla mondanità della vita contrapposta all’eternità dell’arte. Appartengono al suo mito, le sue opere, così come le notti trascorse al Bar della Pace, anzi lo sono in modo inequivocabile come fonte orale per comprendere il suo pensiero, le sue abitudini, il suo comportamento, anch‘esso elemento fondante della sua opera. E poi pochi dati storici, controversi, ironici ed istrionici, come quella data di nascita (ad Ancona) il 1 aprile del 1947; e la mitologia dell’enfant prodige.

De Dominicis espose per la prima volta le sue opere in una galleria della sua città a diciassette anni, nel 1964; e poi il viaggio a Roma e le sue mostre, dove espose, nel 1969, alcune opere realizzate negli anni precedenti e pubblicò la sua Lettera sull’immortalità del corpo. Del 1969, sono i due filmati Ten-

Sempre del ’69 è la scultura Il tempo, lo sbaglio, lo spazio in cui, con una profonda risata alla beffa della morte, uno scheletro umano con i pattini a rotelle mantiene in equilibrio con un dito un’asta mentre tiene uno scheletro di cane al guinzaglio. Dello stesso anno sono gli oggetti invisibili come il Cubo, il Cilindro, la Piramide, esistenti e percettibili solo dai loro perimetri tracciati sul pavimento. In questo ordine mitologico rientrano anche l’interesse per i Sumeri e per le figure mitologiche di Urvasi e Gilgamesh, destinate a essere onnipresenti nelle opere di pittura. Temporanea, ineffabile, istrionica è anche l’opera del 1970 Zodiaco dove, in risposta alla notissima installazione di cavalli vivi all’Attico di Sargentini realizzata da Jannis Kounellis, portò in galleria tutto lo Zodiaco, rappresentato con animali vivi e morti (i due pesci), una giovane vergine e altra parafernalia richiesta dall’oggetto in questione. Mitologicà è anche la sua partecipazione alla Biennale di Venezia del 1972 dove presenta il suo miracolo taumaturgico preferito: la risposta al secondo principio della termodinamica con cui si teorizza l’entropia, cui De Dominicis risponde con

In queste pagine, alcune creazioni di Gino De Dominicis, pubblicate da Skira nel primo Catalogo Ragionato dedicato alle sue opere la Seconda soluzione d’Immortalità, (L’Universo è Immobile) nella quale il signor Paolo Rosa, un giovane affetto dalla sindrome di Down, sedeva in un angolo di fronte ad un cubo invisibile, a una palla di gomma (caduta da due metri) ripresa nell’attimo precedente al rimbalzo e a una pietra in attesa di movimento. L’immobilità corrisponde all’immortalità.

Questa forte euforia che De Dominicis riesce a creare attorno a sé e alle proprie azioni, porta nel 1973 al cocktail per festeggiare il «superamento del secondo principio della termodinamica» e ad altre vicende che ancora si raccontano tra gli addetti dell’arte: la mostra nel 1975 a Pescara il cui ingresso era riservato ai soli animali; il rifiuto nel 1982 all’invito a Documenta di Kassel; il Premio internazionale della Biennale di Parigi ottenuto nel 1985. Nel 1990 in occasione di una mostra antologica al Museo d’Arte Contemporanea di Grenoble espose per la prima volta Calamita Cosmica, un gigantesco scheletro umano lungo ventiquattro metri, largo nove e alto quasi quattro sdraiato al suolo, perfettamente corretto da un punto di vista anatomico tranne che per il lungo naso rimasto intatto dopo la mor-

te, forse perché in origine parte dello scheletro stesso. A fare da sfondo a queste azioni prodigiose, si aggiunge il recupero della mitologia più lontana, quella dei Sumeri e l’epopea di Gilgamesh, il signore della città mesopotamica di Uruk e Urvasi, la dea indiana della bellezza. Con Vettor Pisani, De Dominicis ha costituito un duo di artisti “controriformisti”, ovvero lontani dall’ideologia minimalista del pensiero angloamericano, che hanno prodotto un concettualismo esoterico, simbolico, ricco di riferimenti propri della cultura europea ed italiana, l’alchimia, i rituali rosacroce, di cui la croce, la piramide, le stelle, le figure geometriche, i lunghi nasi delle sue figure sono referenti iconografici e scenografia del mistero. La stessa morte di De Dominicis, del 29 novembre 1998, è avvolta nel mistero. Un mistero però cartesiano, logico, chiaro. Della morte, come dice Wittgestein nella prefazione al suo Tractatus logico-philosophicus: «Quanto può dirsi, si può dir chiaro; e su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere».

La notizia più recente relativamente alle vicende di Gino De Dominicis è la pubblicazione del primo catalogo generale della sua opera, a cura di Italo Tomassoni (in un cofanetto preziosissimo realizzato da Skirà). Si tratta del primo documento totale, dopo la mostra antologica post mortem al MAXXI (a cura di Achille Bonito Oliva). Quel passaggio dal mito alla storia è alquanto controverso. È forse la fine del mito e della sua vita tra le strade notturne dell’arte, dove i protagonisti ancora ne narrano le vicende, confrontandosi duramente per stabilirne i confini? Molto probabilmente la completezza di questa raccolta non sarebbe piaciuta molto a De Dominicis. A quale scopo scrivere un percorso di immagini che intendevano essere impresse soltanto nell’etere e il cui autore fin da principio (fin dalla prima mostra all’Attico in cui De Dominicis si segnalava attraverso un manifesto che annunciava la propria morte) intendeva preservare dallo scadere nella storia, nella vicenda personale (umana) e dalle grinfie dei critici e di tutto il sistema dell’arte? Forse, è questo il caso, fatale, in cui De Dominicis, dal suo spazio nell’etere farà sentire la sua voce, e come Dio in quell’aneddoto raccontato da Cesare Zavattini, si presenterà al suo catalogatore, bussandogli sulla spalla per confessargli: «Solo a te, lo dico: io non esisto».


ULTIMAPAGINA È la risposta con gli occhi a mandorla al Nobel per la Pace. I candidati? Putin, la Merkel, Zuma e il Panchen Lama

Bufala a Pechino: il Premio di Martha Nunziata i chiama “Premio Confucio” ed è, senza timori di smentita, la risposta con gli occhi a mandorla al Premio Nobel. Se si volesse fare della facile ironia, in effetti, si potrebbe addirittura pensare all’ennesima imitazione orientale di un originale ben più prestigioso. Il Premio Nobel per la pace, quello vero e unico è quello di Oslo, viene assegnato a uomini e donne che hanno dimostrato con il loro operato di credere nella pace, ed è stato assegnato per la prima volta nel 1901: nel 2010 è toccato a Liu Xiaobo che ha dedicato il premio a tutte vittime di piazza Tienanmen e considerato «il simbolo della campagna per il rispetto e l’applicazione dei diritti umani fondamentali» in Cina; nel 2009 a Barack Obama, nel 2008 a Martti Oiva Kalevi Ahtisaari, nel 2007 ad Al Gore e a Rajendra Pchauri (India). Il Premio Confucio, invece, nacque di punto in bianco un anno fa, nel 2010, giusto di questi tempi, voluto dal governo di Pechino, appena due giorni prima che il dissidente cinese Liu Xiaobo venisse insignito (non premiato, perché il regime gli impedì di partecipare alla cerimonia di consegna) del Nobel per la Pace, quello vero: fin troppo chiara, in quella circostanza, e ancora oggi, l’intenzione della Cina di boicottare Oslo. Una presa di posizione acuita dalla decisione di istituire un proprio premio. Al quale, quest’anno, sono candidati, tra gli altri, il Panchen Lama e il premier russo Vladimir Putin. Gli organizzatori, un gruppo di intellettuali comunisti, hanno chiarito che il Premio è sponsorizzato dal governo di Pechino. Gli altri candidati a contendere il Premio Confucio sono il cancelliere tedesco Angela Merkel, il presidente sudafricano Jacob Zuma, lo scienziato cinese Yuan Longping, considerato il «padre» del riso ibrido. I due candidati favoriti sono il Panchen Lama (leader religioso tibetano approvato da Pechino) e il premier russo Vladimir Putin: ci si domanda, cosa mai avranno in comune? La candidatura di Putin, per esempio, un passato nel Kgb e con una nota attività spionistiche dell’allora Ddr, risulta con un curriculum quantomeno non idoneo ad un premio per la pace. Il Panchen Lama, invece, è la seconda autorità del buddismo dopo il Dalai Lama e alla morte di quest’ultimo, dovrebbe essere proprio il Panchen a riconoscere la sua nuova reincarnazione. I tibetani non lo hanno mai riconosciuto. Il Panchen Lama è stato nominato da Pechino dopo che il Panchen prescelto dal Dalai Lama era stato rifiutato e arrestato dal governo cinese. Il suo nome era Gedhun Choekyi Nyima, 11° Panchen Lama del Tibet, il 25 aprile ha compiuto 22 anni, 16 dei quali vissuti da detenuto insieme alla sua famiglia. Aveva 6 anni, da allora manca ogni loro notizia e si ignora persino se siano ancora vivi. Nel marzo 2010 Padma Choling (Pena Thinley), governatore del Tibet nominato da Pechino, disse ai giornalisti che «Gedhun Choekyi Nyima e la sua famiglia vivono una buona vita, come normali cittadini del Tibet», peraltro senza fornire indicazioni o prove. Pechino, dopo avere rapito Gedhun, ha

S

CONFUCIO nominato un proprio Panchen Lama, Gyaincain Norbu, di recente entrato in politica.

La questione del Panchen Lama, peraltro, è una delle maggiori cause di astio tra il regime cinese e il popolo tibetano. È infatti in corso una controversia su chi sia la reincarnazione di Lobsang Gyaltsen, dal momento che il governo tibetano in esilio a Dharamsala, nello Stato indiano dell’Himachal Pradesh, ha scelto Gedhun Choekyi quale XI Panchen Lama, mentre i funzionari della Repubblica Popolare

L’evento fu istituito di punto in bianco nel 2010 dal governo cinese, due giorni prima che il dissidente Liu Xiaobo venisse premiato da Oslo

Cinese hanno scelto Qoigyijabu, i cui i genitori sono funzionari influenti del governo. Il nome Panchen Lama deriva dal termine sanscrito pandita, che significa erudito, e dal tibetano chenpo, ovvero grande. In italiano può essere dunque tradotto con il termine “Grande Erudito”. Lo scopo del Panchen Lama era di contribuire allo sviluppo del pensiero buddhista e al suo insegnamento. Il Panchen Lama è un monaco tibetano, un lama di grande prestigio e influenza nel Buddhismo tibetano. Oggi è considerato la reincarnazione di Amitabha, il Buddha della Conoscenza, e insieme al Dalai Lama è considerato un Tulku di grande lignaggio che sceglie volontariamente di reincarnarsi per insegnare il Dharma, la via insegnata dal Buddha Sha’kyamuni. I tibetani si rivolgono a lui come Mahapandita. Se, dunque, sarà il “Grande Erudito”a conquistare il Premio Confucio, si rinnoverà la frattura tra il regime cinese e il popolo tibetano, che non lo riconosce come figura religiosa. Gli organizzatori del premio, l’anno scorso, hanno sottolineato che, alla luce del fatto che la Cina è il Paese più popoloso del mondo, «dovrebbe avere una voce più forte sulla pace nel mondo». Tan Liuchang, invece, il presidente della commissione del Premio Confucio, la vede così: «Vogliamo mostrare al mondo il modo in cui i cinesi intendono la pace. La Cina stessa è un simbolo di pace in un mondo pieno di conflitti». Questione di punti di vista.

2011_09_20  

Inizia una settimana decisiva per gli equilibri futuri del Medioriente «Il voto sul caso-Milanese può rompere questo orribile clima di stall...

Read more
Read more
Similar to
Popular now
Just for you