Issuu on Google+

10917

mobydick

he di cronac

ALL’INTERNO L’INSERTO DI ARTI E CULTURA

9 771827 881004

di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • SABATO 17 SETTEMBRE 2011

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Geithner partecipa alla riunione dell’Eurogruppo e preme per un maggiore impegno contro la crisi

L’Europa non parla europeo Ue divisa sulla Grecia. Paura per il taglio di Moody’s all’Italia Gli Usa criticano la Merkel e l’incertezza dei governi che rinviano la decisione su Atene: «Subito un Fondo per tutelare l’euro». E si fanno insistenti le voci sulla bocciatura del nostro debito APPELLO AL PDL

La “cerimonia dell’ampolla”

Bossi duro: «Non arriviamo al 2013». Pecorella: «Il Pdl sta implodendo» Parla lo storico legale del premier «La maggioranza e il governo sono ingessati. Il Cavaliere ha sbagliato ad attaccare i pm. Ora serve un esecutivo di larghe intese: ma il futuro è al Centro» Errico Novi • pagina 6

Per carità di patria, qualcuno stacchi la spina di Enrico Cisnetto Italia è sull’orlo dell’abisso, rischia di precipitare in una crisi senza precedenti, ma si occupa d’altro. Il primo ad essere inconsapevole dei pericoli che incombono sul Paese è il presidente del Consiglio, che fin dal primo giorno di questa legislatura ha rinunciato – ove mai ne fosse stato capace – a governare. Che poi il motivo di questa défaillance sia l’impegno profuso prima a organizzare baccanali e poi a difendersi dalle conseguenze, oppure altro, poco importa. Ciò che conta è che Berlusconi non ha evitato, anzi, di farci correre il rischio-Grecia. a pagina 7

L’

Parla Gian Enrico Rusconi

Economia & diritti

Così Angela è diventata “Tentenna”

Attenti, la Cina non vuole salvarci

È isolata nel partito mentre la gente non ha i suoi dubbi

Un gigante a rischio, tra inquinamento e bolle speculative

Pierre Chiartano • pagina 3

Bernardo Cervellera • pagina 5

Lettera aperta dopo lo stupido ”editto romano” del Cda della Rai

Scoperto dalla Nasa «Kepler 16B»: un corpo celeste unico nel suo genere

Cari consiglieri dandinofobi...

Il pianeta che gira intorno a due Soli

L’annuncio ufficiale degli avvocati

di Riccardo Paradisi

di Maurizio Stefanini

Berlusconi non andrà dai pm di Napoli

ì, d’accordo le questioni sulla proprietà del format, la produzione esterna, il regolamento degli appalti ma insomma al di là dei causidismi tecnico-legali il caso Dandini ha un’evidente risvolto politico. Davvero c’era bisogno che i consiglieri di centrodestra della Rai cancellassero la trasmissione Parla con me?

200 anni luce dalla Terra, il telescopio Keplero della Nasa ha individuato un pianeta con due soli, ossia un corpo celeste che, all’interno di un sspema solare binario, giro non intorno a una stella, come ovunque nell’universo - almeno così si pensava fino a ieri - ma intorno a due. C’è qualcosa nel cielo da ripensare...

a pagina 8

a pagina 24

Sul caso-Tarantini niente audizione. Ghedini: «Ci venga data la possibilità di assisterlo». Salta anche la presenza al processo Mills a Milano

S

Andrea Ottieri • pagina 6 gue a (10,00 pagina 9CON EUROse1,00

I QUADERNI)

• ANNO XVI •

NUMERO

181 •

A

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


il fatto I Ventisette rinviano il salvataggio di Atene e chiedono a Papandreou nuove misure per tagliare il debito. E gli Usa s’arrabbiano

L’Europa perde credito

Geithner attacca l’Unione: «Le divisioni tra Bce e governi sono dannose». E chiede lo sblocco immediato del Fondo salva Stati la polemica

di Francesco Pacifico

ROMA. Non è bastato lo sbarco in Europa di Tim Geithner per sbloccare il nuovo salvataggio della Grecia. Invitato all’Ecofin per spazzare via le ultime resistenze di Angela Merkel su Atene e sul fondo salvastati, il segretario americano al Tesoro ha dovuto prendere atto che è più esteso del previsto il fronte del rigore. Al di là delle battute propagandistiche nessuno vuole spingere Atene fuori dalla moneta unica, ma c’è bisogno di nuovi tagli.

Dall’Eurogruppo è arrivato un aut aut: o entro due settimane la Grecia dà un ulteriore sterzata per tagliare il debito oppure salta la sesta tranche da 8 miliardi di euro del maxiprestito da 110 miliardi. Senza contare che si sono accodate alla Finlandia anche altri Paesi (Austria, Olanda, Slovania e Slovacchia) nel chiedere maggiori garanzie agli ellenici. È corsa contro il tempo per evitare che la Grecia entri in una crisi dei pagamenti. Ma l’Europa traccheggia. Atteggiamento sorprendente per Geithner e un Americana che ha gestito la crisi con tempistica diversa. Il segretario del Tesoro statunitense ha stigmatizzato le divi-

Il presidente parla agli imprenditori che operano in Romania

Napolitano: comportamenti adeguati per battere la crisi BUCAREST. «Ci saranno da rivedere molte cose, da rivedere molti comportamenti, rivedere anche molte scelte del passato». Lo ha detto il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, intervenendo a Bucarest al Seminario degli imprenditori italiani che operano in Romania. «Rispetto agli anni ’70 e agli anni ’80, e alle scelte fatte allora - ha aggiunto Napolitano - il mondo oggi è un’altra cosa, il mondo è radicalmente cambiato e in un certo senso va tutto rimesso in discussione, rivisto seriamente; e dobbiamo fare in modo che da questa riflessione nascano comportamenti adeguati alle prove che abbiamo dinnanzi, e realmente validi per poter superare le sfide di oggi e di domani. Non dobbiamo prendere degli abbagli - ha proseguito il Capo dello Stato - non dobbiamo cadere in delle psicosi di timore, se non addirittura di sbandamento. Sono questioni molto complicate, ed è anche vero che non risolviamo dicendo: ci sono gli speculatori». Il Capo dello Stato ha inoltre sottolineato che «nei mercati in questo momento, tra gli investitori, c’è una crisi di fiducia nel sistema

Italia, ma più che nel sistema Italia, nella situazione di sostenibilità finanziaria del nostro Paese per effetto di quel debito pubblico accumulato nei decenni e che ci portiamo dietro. Ci siamo portati dietro questa grande massa di debito pubblico accumulato anche con grande accortezza: sono stati tecnicamente molto bravi, il Tesoro e la Banca d’Italia, in questo senso. Però, probabilmente abbiamo sottovalutato il fatto che, a un dato momento, quel peso poteva diventare un macigno che ostruisse la nostra strada verso la partecipazione piena allo sviluppo europeo». E ha continuato: «Noi siamo un grande Paese, una grande economia, abbiamo non solo una grande storia ma anche straordinarie riserve e energie, capitale umano, capitale imprenditoriale, dinamismo imprenditoriale di cui voi - ha detto rivolto agli imprenditori italiani - siete un esempio straordinario». Napolitano a questo punto ha anche richiamato la necessità di «sprigionare un forte fermento nazionale unitario che ci permetta di fare fronte alla sfide che abbiamo davanti. D’altra parte - ha concluso - è inutile nasconderci che stiamo affrontando delle prove molto complesse».

sioni fra i governi dell’area euro e quelle all’interno dell’Eurotower. Soprattutto dopo la decisione da parte di Fed, Bce e dei colleghi di Giappone Gran Bretagna e Svizzera di un intervento congiunto per garantire la liquidità alle banche. «Non basta la collaborazione fra banche centrali», ha dichiarato alla stampa, «Per noi negli Usa è più facile perché siamo un singolo Paese con una valuta. Ma quello che è molto dannoso non è solo vedere le divisioni europee nel dibattito sulle strategie, ma il conflitto continuo fra i Paesi e le banche centrali». Più esplicito è stato quando ha preso la parola nel corso dell’Eurogruppo di Wroclaw. Il suo presidente Jean Claude Junker ha smentito che ieri sia entrati nel merito delle questioni «con un non membro dell’Unione». Ma il ministro delle Finanze dell’Austria, Maria Fekter ha svelato che Geithner «ci ha spronati a mobilitare più fondi per stabilizzare l’insieme del settore finanziario, stabilizzare il settore bancario e aumentare ad ogni costo il fondo europeo anti crisi». Bocciata anche la tassa sulle transazioni finanziarie, rilanciata da Francia e Germania. Un attendismo che non piace ai mercati. Ieri non hanno potuto


prima pagina

17 settembre 2011 • pagina 3

l’intervista

Se la Cancelliera diventa “Tentenna” È isolata nel partito e non è più percepita come un politico tutto d’un pezzo dai tedeschi di Pierre Chiartano proprio un settembre nero, nerissimo per il premier tedesco Angela Merkel. In difficoltà con i partner europei, che vorrebbero che “Pantalone Berlino” continuasse a pagare i conti della dissennatezza altrui, e in difficoltà col popolo tedesco che non la percepisce più come un politico tutto d’un pezzo. Il crollo di consensi del suo partito, la Cdu dei cristiano democratici, nel Mecleburgo, è solo l’ultimo segnale negativo di una lunga serie. Con i liberali (Fdp) suoi alleati che a livello nazionale precipitano dal 9,6 per cento del 2006 al 3 per cento, quindi sotto il quorum del 5. I motivi del crollo di popolarità della Kanzlerin sono molti. È risaputo, i tedeschi sono gente seria, anche in politica; non come i popoli mediterranei affogati nel mare della tolleranza. Su valori come la coerenza, la moderazione è considerata un difetto. Un collega della stampa tedesca a Roma ci viene in soccorso, anche se preferisce non essere citato. Parla innanzitutto della crisi greca.

È

«Si è radicato un profondo sentimento di ingiustizia nel popolo tedesco, per un Paese che nonostante la crisi e i finanziamenti ricevuti continua a vivere al di sopra delle proprie possibilità. Naturalmente la Merkel ha dovuto mediare con le responsabilità di un leader europeo, ma la gente comune ha mal digerito questo passaggio. I motivi interni sono altrettanto forti. C’è una certa nostalgia per il periodo della Grosse Koalition, ma ciò che ha più negativamente sfruttare appieno il combinato disposto scaturito dall’intervento congiunto delle maggiori banche centrali e dalla tenuta della fiducia dei consumatori Usa, salita nell’ultima rilevazione di un decimo a quota 57,8 punti. Dato indispensabile per un Paese che deve rafforzare la domanda interna dopo anni di finanza facile per assorbire gli oltre 14 milioni di disoccupati.

Francoforte guida la volata con un balzo dello 0,69 per cento seguita da Londra (+0,56). Paradossalmente limita i danni Milano, che per tutto il giorno ha girato con lo spettro del downgrading di Moody’s al debito italiano e ha scontato la volatilità tipica del giorno delle “Tre streghe”, quello nel quale scadono i contratti futures sull’indice S&P, le opzioni sulle azioni e quelle sugli indici. Il mercato sembra già aver scontato l’abbassamento del rating di Moody’s da Aa2 a

colpito i tedeschi è inerente a un aspetto psicologico della politica. A noi piace una coerenza ferrea, anche solo il cambio di rotta sul nucleare, più che giustificato dal disastro giapponese – e condiviso dalla maggioranza dei tedeschi – ha fatto vedere la Merkel sotto una luce diversa». In pratica il giornalista tedesco lascia capire che nell’animo della gente c’è la convinzione che chi governa debba saperne di più di chi è governato. Non poteva pensarci prima la

Rusconi: «Quella che sembrava una virtù di questa saggia leader ora viene vista come incertezza e incapacità» Merkel sui rischi del nucleare? E che alla radice di questa disaffezione verso la Cancelliera non ci sia nessun motivo eclatante, ma qualcosa più legato alla psicologia di massa, è confermato da altre fonti. Che si tratti più di una nebulosa di ragioni che di un meteorite d’argomento, lo conferma anche un accademico esperto di questioni germaniche e fine politologo come Gian Enrico Rusconi.

«È una situazione non ben definita e non facile da decifrare. Ad esempio, la crescita dell’Spd non è legata alla condotta politica di quel partito, ritenuta diversa da quella della Merkel. Anche loro si sono ben guardati dallo sponso-

Aa3: lo spread tra Btp e Bund, nonostante ieri sia stabilizzato a 365 punti base, si è consolidato a livelli impensabili rispetto ad alcuni mesi fa, mentre il Tesoro ha riconosciuto interessi sui titoli quinquiennali o annuali superiori al 4 per cento. Gli effetti però si sono sentiti in Borsa: con il 54 per cento del nostro debito in mani italiane ieri gli operatori hanno venduto soprattutto i titoli bancari (Popolare Milano cede poco più di 7 punti percentuali, giù anche Mediobanca, Unicredit, Intesa Sanpaolo e Generali). Una tendenza, quella sul credito, che si è registrata anche a Parigi, dopo che le agenzie di rating hanno annunciato un downgrading sui principali istituti, a loro diro troppo sottocapitalizzate. Bnp Paribas ha perso l’8 per cento, Credit Agricole il 4,7, mentre Societe Generale se l’è cavata con un ribasso dell’1 per cento, portan-

rizzare gli eurobond. Il problema è che quelle che erano percepite come qualità positive, come l’equilibrio e la grande attenzione che usava prima di ogni decisione, ora danno l’impressione di essere un segno di incertezza e insicurezza». In pratica la Bundeskanzlerin viene ora percepita come una signora “tentenna” che non dà più affidamento, specie in un periodo di grande incertezza come quello che sta attraversando la Germania e l’Europa. «Un riflesso ritardato di reazione». Insomma, per i concittadini della Cancelliera si sarebbe aperto un velo e ciò che in tempi normali poteva essere visto come un pregio, in piena emergenza viene letto come uno dei peggiori difetti.

«Quella che sembrava una virtù di questa saggia amministratrice improvvisamente viene vissuta in negativo, come incertezza e incapacità di porsi davanti ai problemi. E in parte è anche vero, ma lo è più per la politica interna. Ha degli alleati come i liberali che gli hanno fatto commettere degli errori madornali sul piano internazionale, come l’atteggiamento assolutamente assenteista sulla vicenda libica». Rusconi dunque conferma la sensazione che serpeggia tra i corrispondenti tedeschi in Italia.«Il paradosso è che un anno fa, l’approccio moderato della Merkel, la sua capacità di non andare mai sopra le righe, era considerato un pregio». E anche per il politologo italiano il cambio d’opinione sul nucleare ha avuto un ruolo. Ricordiamo che la Can-

do il Cac 40 a chiudere a -0,48 per cento. Va da sé che la settimana che si apre rischia di essere a dir poco complessa per l’Europa. Ci sono Paesi come l’Italia che (soprattutto con il downgrade di Moody’s) rischiano di vedere definitivamente compromessa

celliera ha deciso di chiudere entro un lasso di tempo determinato tutte le centrali nucleari tedesche. «Da un lato è stato un segno di saggezza, dall’altro ha provocato sconcerto per la virata a 180 gradi», su una materia dove chi governa dovrebbe saperne più di altri. «Non è dunque successo niente di eclatante, eccetto per i risultati negativi alle urne. Vedremo a Berlino cosa succederà». Il professore fa riferimento alle prossime elezioni nella cittàStato di Berlino, che si svolgeranno tra pochi giorni, dove viene dato per favorito il candidato della Spd, Klaus Wowereit. La Merkel rischia così la sconfitta consecutiva numero sette. «Questa è la motivazione psicologica. Poi c’è un discorso più oggettivo che vede una donna sola nel partito. Nessuno sembra volerla tenere in piedi. La Merkel non ha una vera costituency elettorale. È un po’ isolata».

boccia gli eurobond. Un atteggiamento che potrebbe anche spingere la Fed a rivedere la portata degli interventi, che si accinge ad annunciare la Banca centrale americana alla prossima riunione in programma martedì e mercoledì. Come ha spiegato ieri Geithner ai

L’Eurogruppo promuove la manovra italiana e dà l’ok ai prestiti a Irlanda e Portogallo. Ma il downgrade di Moody’s potrebbe costringere Roma a nuovi interventi la già barcollante stabilità politica, con la pressione sui titoli di Stato in grado anche di far saltare il governo. E ci sono le economie con un basso indebitamento, che sono pronte a tutto per alzare il prezzo del nuovo salvataggio greco. E c’è Angela Merkel che, sempre più indebolita nei sondaggi e nel suo partito, prende tempo per rallentare e ricontrattare la costituzione del Fondo salva Stati e

suoi colleghi europei, l’America non vuole iniettare altra liquidità se poi il Vecchio Continente rallenta le riforme necessarie per tamponare la crisi.

Ma i Ventisette sembrano poco preoccupati da questa minaccia. Stando a quanto accaduto ieri in Polonia, i maggiori timori sono sulla capacità della Grecia di centrare gli obiettivi di deficit pubblico nel 2011 e

nel 2012. È di ieri la notizia che i tagli agli statali hanno fatto schizzare le domande di pensionamento nel settore, con non poche ripercussioni sui conti e sulla macchina burocratica del Paese. È per tutto questo che della prossima tranche da 8 miliardi si discuterà nella riunione del 3 ottobre a Lussemburgo, nella speranza che Atene abbia approvato un nuovo piano di privatizzazioni in grado di portare il Fondo interno di stabilità creato per eventuali soccorsi alle banche ai previsti dieci miliardi. Finora gli ellenici hanno accantonato soltanto 1,5 miliardi di euro. Non a caso al vertice di ieri si è voluto sottolineare l’atteggiamento dei greci e quello di Paesi più virtuosi e sotto pressione come l’Italia, l’Irlanda e il Portogallo che hanno ricevuto pubblici plausi per le loro manovre finanziarie.


pagina 4 • 17 settembre 2011

l’approfondimento

Donato Masciandaro, professore alla Bocconi di regolamentazione finanziaria, spiega la ragione dei dubbi delle agenzie

La spada di Moody’s

Si fanno sempre più insistenti le voci di un abbassamento del nostro rating. Uno dei maggiori esperti ci spiega perché è possibile. «I mercati vogliono politiche credibili e chiare: questo governo ha offerto solo confusione e precarietà» di Franco Insardà

ROMA. Donato Masciandaro, professore di Economia politica alla Bocconi ed esperto di regolamentazione finanziaria, conosce molto bene Moody’s e le altre agenzie. È, infatti, uno dei due consulenti della procura di Trani che sta indagando su Standard & Poor’s e Moody’s dopo i giudizi espressi ad agosto sul debito italiano e il nostro sistema bancario. «Non posso, per motivi di opportunità, parlare di singoli episodi, ma fare un quadro dell’analisi economica sui giudizi delle agenzie di rating». Professore, Moody’s ha annunciato di voler declassare l’Italia tre mesi fa, non è che in questo periodo il governo avrebbe potuto fare di più? Senz’altro. Se io dovessi dare un voto a quello che ha fatto il governo lo boccerei, senza ombra di dubbio. In una situazione di grande incertezza, come quella attuale, non è detto che quello che piace agli operatori sia la cosa migliore, ma i mercati vogliono politiche credibili e chiare. Il nostro governo in queste setti-

mane credo che abbia avuto un record di confusione e di precarietà difficilmente battibile. La manovra, però, è stata approvata. Ma non ha praticamente niente di strutturale e non aggredisce i due grandi nodi che conosciamo tutti: crescita e debito. Una manovra che è riuscita a unire tutti, dagli imprenditori ai sindacati, dagli enti locali ai consumatori. Non mi pare che ci sia qualcuno soddisfatto, tranne alcuni della maggioranza. Volendo rendere plastica la situazione la paragonerei a un piano inclinato che ogni giorno diventa più ripido. Anche quando la situazione migliora, non torna mai sulle posizioni di due mesi prima. Basta ricordare che tre mesi fa lo spread era sui 100 punti e oggi siamo felici quando è al di sotto di 370. Purtroppo non riesco a trovare alcun elemento positivo nel disegno di politica economica di questo governo. Più il tempo passa e più i costi saranno alti. Nella maggioranza c’è il sentore che il giudizio di Moody’s possa essere più

politico che economico: è d’accordo? Mi trovo sulla stessa linea di quelli che non danno peso a Moody’s, sono in disaccordo con chi sostiene che si tratta di un giudizio economico. L’annuncio potrebbe far cadere il governo? No. Quali saranno gli effetti? Ce ne saranno solo perché i mercati finanziari sono affamati di notizie. Solo per questo motivo? Sì, dal momento che oramai i co-

Non ci sono elementi positivi nel disegno di politica economica

municati delle agenzie di rating, soprattutto se riguardano i debiti sovrani, sono delle non notizie. Perché? Prima di tutto sarebbe opportuno cambiare il nome alle agenzie di rating. Si tratta di imprese private, alle quali si dà una aurea istituzionale, orientate legittimamente al profitto. Fino alla crisi del 2008 i giudizi di queste aziende private erano rilevanti, perché l’idea era che portavano informazioni nuove che miglioravano da una parte i mercati per gli acquirenti dei titoli, dall’altra i

comportamenti di chi era oggetto di valutazione. E dopo il 2008? Nell’analisi economica sono aumentati i lavori che mettono in dubbio la capacità di questi soggetti di dare informazioni nuove. Le ragioni sono essenzialmente tre. Per prima cosa chi dà informazioni nuove ha fonti privilegiate, ma soprattutto sui debiti sovrani spesso non si hanno fonti privilegiate e le agenzie lavorano sulle stesse fonti dei giornalisti e degli economisti. La seconda ragione è legata al capitale umano e alle tecnologie che, come dimostrano le analisi sul mercato americano, spesso non sono le migliori. E la loro indipendenza? È il terzo aspetto: quello cruciale. Avevano fama di essere soggetti indipendenti, ma con il diffondersi del pagamento da parte dell’emittenti e non dell’investitore il conflitto di interesse è diventato enorme. In buona sostanza, quando si parla dei giudizi delle agenzie di rating, soprattutto quando si tratta di debiti sovrani, sono delle non notizie.


17 settembre 2011 • pagina 5

Per uscire dalla crisi si deve tornare, come dice Benedetto XVI, alla centralità dell’uomo

Attenti, Pechino non può salvare l’economia dell’Europa in crisi Inquinamento, bolle speculative, mancanza di diritti per i lavoratori: la Cina è un gigante d’acciaio che poggia su piedi di argilla pericolanti di Bernardo Cervellera i pare molto difficile, anzi impossibile, che la Cina possa salvare l’Italia e l’Europa dal baratro del debito sovrano. Nei giorni scorsi, dopo una rivelazione del Financial Times, secondo cui vi erano accordi fra Roma e Pechino perché questa acquistasse buoni del Tesoro italiani, economisti e banchieri hanno levato il loro canto di lode al nuovo salvatore dell’Europa. Anzi vi sono alcuni i quali predicono ormai che la Cina salverà il mondo intero dalla crisi. Noi non siamo così ottimisti. Anzitutto, il premier Wen Jiabao, parlando al World Economic Forum di Dalian, non è stato troppo entusiasta nel voler pagare

C

i debiti dell’Europa, anche se – con cortesia – ha detto di voler “dare una mano”. In più, egli ha stilato alcune condizioni per avere tali aiuti, fra cui il riconoscimento al Wto (Organizzazione mondiale del commercio) di “piena economia di mercato” per la Cina, insieme alla eliminazione delle barriere dogana-

Per divenire un vero motore contro la crisi, il dragone dovrebbe importare di più e andare in negativo li, foriere di un’ulteriore invasione di beni cinesi. Ma sono soprattutto le cifre che ci danno ragione. Se Pechino volesse aiutare l’economia europea e mondiale, dovrebbe lei togliere le barriere doganali a tanti prodotti esteri. Invece, guardando alle cifre del 2010, la bilancia commerciale della Cina verso il resto del mondo è in attivo e si aggira sui 184,4 miliardi di dollari Usa. Per divenire un vero motore contro la crisi, la Ci-

Ai margini del Plenum

Ma il Partito rilancia: «Interessati» Wu Bangguo, l’uomo che all’interno dell’ultimo Politburo del mondo contemporaneo segue la situazione economica internazionale, riparte dalle frasi pronunciate dal premier Wen Jiabao. E sulla questione dell’acquisto del debito europeo da parte della Banca centrale cinese rilancia l’interesse del Partito comunista cinese per il salvataggio dell’euro. Parlando ai margini del Plenum della leadership comunista, che si aprirà fra una settimana e di cui è in corso la riunione preliminare, Wu ha dichiarato: «Come partito, e non come governo, siamo interessati all’ipotesi. D’altra parte non è pensabile che l’euro crolli». Anche perché quello che interessa a Pechino è il dollaro. Non certo la moneta continentale.

na dovrebbe importare di più e la sua bilancia commerciale andare in negativo. Ma questo comporta per lei il rischio di un aumento della disoccupazione, già molto alta e preoccupante.

È vero, la Cina – avendo oltre 3mila miliardi di dollari in riserve di moneta estera - fa investimenti in diverse parti del mondo. L’Italia e l’Europa potrebbero sperare in qualche briciola. Ma se anche qui si guardano le cifre, ci si accorge che per il 2009 Pechino ha investito all’estero solo 38 miliardi di dollari, mentre il resto del mondo ha investito in Cina ben 106 miliardi di dollari (fonti Unctad). In realtà, dunque, Pechino assorbe investimenti, più che concederli. Soprattutto, il surplus serve più a ricapitalizzare ciclicamente il suo sistema bancario, afflitto da insolvenze. Sperare che la Cina salvi l’economia mondiale è irrealistico, oltre che non vero. La Cina, infatti, si trova nelle stesse condizioni degli altri Paesi: sovrapproduzione; dipendenza dalle esportazioni; banche sovraesposte; consumi al minimo. Il suo successo dipende troppo dal valore dello yuan, tenuto basso in modo artificiale, e da una manodopera schiavizzata, che mantiene basso il costo del lavoro. Questa economia “drogata” si è lanciata a costruire faraoniche infrastrutture per aumentare il Prodotto interno lordo, ma senza produrre vera ricchezza: più del 50% delle case e degli uffici costruiti sono attualmente vuoti e nessuno sa chi potrà pagarli. Altri elementi che mancano all’economia cinese è la fantasia e la creatività. Per secoli la Cina ha ristretto la sua cultura a schemi ripetitivi, soffocati prima dal controllo imperiale e poi comunista. D’altra parte, la creatività ha bisogno di libertà e garanzie dei diritti umani della persona, un altro elemento fortemente mancante ancora oggi. La Cina è capace di dare grandi spettacoli: le Olimpiadi, l’Expo di Shanghai, i Giochi asiatici… Ma non riesce a risolvere i problemi della sua popolazione: il traffico caotico delle metropoli, l’inquinamento, la qualità della vita della gente, la giustizia per operai e contadini. Volando a Madrid per la Giornata mondiale della gioventù, ai giornalisti del volo papale, Benedetto XVI ha affermato che «l’uomo dev’essere il centro dell’economia e che l’economia non è da misurare secondo il massimo del profitto, ma secondo il bene di tutti, include responsabilità per l’altro e funziona veramente bene solo se funziona in modo umano, nel rispetto dell’altro». La centralità dell’uomo e la responsabilità creativa mancano alla Cina, ma anche all’Europa, che cerca soluzioni scaricando le responsabilità su qualche “salvatore economico”.

I mercati però danno credito a questi giudizi. I motivi sono due. È quello che vogliono sentire per continuare a scommettere in un momento come questo in cui c’è tantissima liquidità. Per i mercati l’unico giorno brutto è la domenica, perché i broker non possono lavorare. A loro interessa anticipare i mercati anche di un secondo e, quindi, avere una news prodotta dalle agenzie di rating è opportuna per gli operatori. Non è opportuna, invece, dal punto di vista macroeconomico. Per quale motivo? Perché creano una volatilità che non ha alcuna ragione di essere. A fronte di un debito pubblico altissimo l’Italia ha un patrimonio, sia pubblico che privato, notevole. Non crede che i mercati siano troppo severi? Il problema del fardello del debito pubblico non si risolve da un giorno all’altro. Il tema del patrimonio è giusto, ma occorre avere un governo credibile che faccia un’azione efficace sulla struttura del bilancio dello Stato e sul debito. Partirei, quindi, dal bilancio. Continuo a chiedermi come mai i due terzi degli italiani non riescano a trovare qualcuno che li rappresenti e che riesca a far pagare quel terzo che non paga. La soluzione, quindi, sarebbe... Il riequilibrio strutturale delle entrate. Sarebbe questa la notizia che metterebbe a tacere qualunque mercato. Lei ha insistito sulla credibilità del governo: quale esecutivo sarebbe auspicabile per riuscire a centrare questo obiettivo? Un governo tecnico che, dal punto di vista della politica economica, faccia una vera politica di liberalizzazioni e privatizzazioni radicali. Per quanto riguarda il bilancio pubblico occorre un ridisegno delle entrate con una lotta all’evasione seria. Come? Utilizzando il ticket tracciabilitàdeducibilità. Questa sarebbe una terribile notizia per quel terzo del Paese che non paga. E fare davvero il taglio della spesa pubblica. Tutto questo renderebbe assolutamente sostenibile il problema del debito e sarebbe credibile dire che abbiamo bisogno di tempo per riassorbire il debito. Se si pensa, invece, di fare prima la patrimoniale, senza aver aggredito i temi di politica economica, ci ritroveremo a parlare delle stesse cose. E con gli stessi cittadini a pagare per tutti. Insomma faremmo cassa, senza risolvere il problema? Mi sembra la sintesi più efficace. Non crede che questa turbolenza possa finire quando sarà concluso il salvataggio della Grecia e si prenderanno decisioni sugli eurobond e sulla governance mondiale? È corretto. Sono, però, ipotesi molto forti. Lascerei giudicare ai lettori sulla loro fattibilità.


pagina 6 • 17 settembre 2011

Il Cavaliere non va in Procura a Napoli

Bossi minaccia: «Così il governo non arriva fino al 2013...» di Andrea Ottieri

MILANO. Gli italiani sono sempre pronti a correre in soccorse del vincitore, diceva Leo Longanesi. Che può anche leggersi al contrario: sono sempre pronti a mollare chi perdere. A dar conto a questa massima, si deduce che il Cavaliere se la passa proprio male e che il suo socio Umberto Bossi, più che un padano è un italiano perfetto. Lo si deduce dalla lettura incrociata del no di Berlusconi alla visita alla procura di Napoli e la successiva forte prova di coraggio del suo sodale nordico: «Questo governo fino al 2013? MI pare un po’ troppo lontano...». Andiamo con ordine. Intanto Silvio Berlusconi s’è stufato di processi, magistrati, accuse, interecettazioni, faccendieri e prostitute. E quindi non andrà dai pm di Napoli che indagano sul presunto ricatto ai suoi danni da parte di Gianpaolo Tarantini. Il fatto è che i pm avrebbero preferito incontrare Berlusconi senza la presenza degli avvocati, dettaglio non gradito dai legali. Sarà per la risolutezza dell’imputato, sarà per le difficoltà dell’amico, ieri Umberto Bossi, inscenando l’ennesima replica dello spettacolo intitolato «Rito dell’ampolla», è tornato a fantasticare: «In tutte le regioni bagnate dal Po c’è l’esercito padano. Aspettano che succeda qualcosa, aspettano un lampo per mettersi in cammino. Che l’Italia va a picco l’hanno capito tutti, perciò bisogna preparare qualcosa di alternativo: la Padania». E giù cori festanti di «se-ces-sione, se-cessione!». Al suono dei quali il nostro s’è infervorato e ha risposto facendo l’ennesimo elenco delle richieste improrogabili da fare al governo, dal federalismo ai contratti territoriali. E che non si permetta di differire le risposte, questo governo! Ormai Bossi ha scisso se stesso in modo definitivo, ma dalla Lega di lotta e di governo è passato alla Lega dei sogni punto e basta. Così, a proposito di sogni, il vecchio leader ha anche concesso il bis ai pochi spettatori convenuti: ha incoronato il figliolo Renzo. Dopo averlo fatto stare accanto a sé per tutta la durata dello spettacolo, ne ha tessuto le lodi invitandolo infine «a piazzare un paio di leggi per i giovani». Senza spiegare se saranno leggi per la Padania ventura o per l’Italia. Ma questi sono particolari... Quel che conta è che poi, finito lo spettacolo, infastidito dai soliti giornalisti il Senatùr, dopo aver fatto le corna all’indirizzo dei sindaci che protestano contro la manovra, quando gli hanno chiesto se il governo durerà fino al 2013 ha risposto sibillino: «Mi sembra lontano...». Se lo dice lui.

Parla lo “storico” legale di Berlusconi: «Nel partito c’è frustrazione, molti stanno riflettendo»

«Il nostro futuro è al Centro»

Pecorella: «Sulla giustizia il premier ha sbagliato. Il Pdl sta per implodere: servono larghe intese» di Errico Novi

ROMA. In un partito in cui quasi tutti vano una legislatura più intensa. Si rahanno un debito di riconoscenza verso Berlusconi è difficile trovare qualcuno disposto a parlare chiaro.Tra i pochi capaci di farlo c’è Gaetano Pecorella. L’ispirazione laica, nel senso più ampio del termine, evidentemente fa molto. E pesa anche il trascorso di un rapporto vero, fattivo con il Cavaliere. Basato cioè sulla pari dignità delle persone e nello stesso tempo sul riconoscimento della novità portata da Berlusconi nel sistema italiano. È per questo che il presidente della commissione parlamentare sulle Ecomafie nonché storico legale del premier può permettersi di dire che serve «un governo di larghe intese anche senza il Cavaliere», come ha fatto giovedì scorso alla trasmissione di Radio24 La zanzara. Qui aggiunge altro. Sul Pdl «che è Berlusconi, e che dopo di lui non continuerà ad esserci in quanto tale». Sui molti che nel partito «stanno riflettendo». Sia «sulle scelte future» sia sul sostanziale naufragio della legislatura. Insomma: uno squarcio di verità in una fitta coltre di ipocrisie. Ma lei avverte questa ipocrisia? Non la chiamerei così. Ci sono tensioni. Momenti di crisi anche personali, di diversi esponenti del partito che hanno dubbi. Posso dire questo, appunto: molti stanno riflettendo. Sulle scelte future e sul momento di difficoltà che stiamo attraversando. Ma non se ne esce. Si riflette sul piano innanzitutto individuale. Alcuni si lamentano per aver avuto poco spazio. E in generale si aspetta-

giona su quello che è avvenuto in questi anni, insomma. Ci sarebbe molta autocritica da fare: è andata così anche perché non s’è visto grande spirito d’iniziativa da parte dei gruppi o dei singoli parlamentari. Certamente. E a maggior ragione adesso che siamo a più di tre anni di legislatura e se ne vede la fine, il senso di frustrazione aumenta. Sull’economia come sulla giustizia ci sono state grandi difficoltà. E in generale c’è la sensazione di una politica avvitata su stessa. Che non riesce a condurre il Paese ma diventa luogo di consunzione. Ecco, e la via d’uscita? Secondo me, e molti la pensano così, serve un’immediata modifica della legge elettorale. Il testimone va riconsegnato al Paese. Nel senso che dev’essere di nuovo possibile scegliere i parlamentari. Oggi il distacco è enorme, con

La celebre foto «rubata» dalle ospiti del premier a Palazzo Grazioli. Nella pagina a fronte, Angelino Alfano e, sotto, l’avvocato Gaetano Pecorella

il rischio di una vera e propria perdita di senso del Parlamento. Lo si percepisce sempre più come una zavorra. È prigioniero dei conflitti ed è quindi incapace di produrre riforme. Sulla giustizia, ripeto, non si è fatto nulla. Anche Berlusconi si è avvitato su stesso, o meglio sui suoi processi? Berlusconi, ora come in passato, è tempestato dai processi che lo riguardano. Questo certamente gli ha provocato tensione e stanchezza. La necessità di difendersi lo ha svuotato della forza necessaria per fare le riforme. Se sei nel mirino dei magistrati le riforme non le fai. È stato un grande errore non introdurre quelle tutele che avrebbero consentito di lavorare con maggiore libertà. Un errore del Parlamento.Vorrei vedere quanti, messi sotto attacco come il presidente del Consiglio, sarebbero riusciti a fare le riforme. Lei dice: era interesse di tutti, anche dell’opposizione, predisporre dei salvacondotti. Invece l’opposizione ha pensato a distruggere Berlusconi. Autolesionismo puro, perché anche futuri premier finiranno sotto attacco. E non potranno cambiare le regole. Saranno sempre minacciati dai poteri che contano. Quali poteri? Chi attacca Berlusconi? I grandi giornali, che fanno capo a gruppi economici importanti. La Confindustria. La magistratura. Serve una politica autonoma, dunque. Serve una nuova legge elettorale per ot-


politica

17 settembre 2011 • pagina 7

Per carità di patria, staccate la spina! Il premier da solo non se ne andrà mai: il suo partito ha una grande responsabilità... di Enrico Cisnetto Italia è sull’orlo dell’abisso, rischia di precipitare in una crisi senza precedenti, ma si occupa d’altro. Il primo ad essere inconsapevole dei pericoli che incombono sul Paese è il presidente del Consiglio, che fin dal primo giorno di questa legislatura ha rinunciato – ove mai ne fosse stato capace – a governare. Che poi il motivo di questa défaillance sia l’impegno profuso prima a organizzare baccanali e poi a difendersi dalle conseguenze, oppure altro, poco importa. Ciò che conta è che Berlusconi non ha evitato, anzi, che l’Italia finisse nella condizione di correre il rischio di un default di tipo greco, punto finale di un lento ma micidiale declino iniziato ormai due decenni fa. Ma il Cavaliere impermeabile a tutto non è l’unico a non capire né prevenire la crisi, e oggi a non avere idea di come uscirne.

L’

È, questa, la condizione

ledetta abitudine di definire pessimisti e disfattisti i realisti, di pensare che fosse elettoralmente più remunerativo dipingere lo stato delle cose sempre e comunque roseo. Ma non è con i se che si la storia. Sta di fatto che ora ci troviamo sul ciglio del precipizio e dobbiamo cercare con tutte le nostre forze di non caderci dentro. Le dimissioni di questo governo e la fine politica di Berlusconi sono la condizione prima, anche se non l’unica, perché questo possa accadere. Ma abbiamo constatato nel corso dello svolgimento di questa crisi, che come minimo si è aperta nell’aprile del 2010 con lo scontro Fini-Berlusconi e non si è mai chiusa, che non c’è alcuna possibilità che ciò avvenga spontaneamente. Addosso al premier, a torto e a ragione, sono state versate tanti e tali accuse, di fronte a cui ha fatto spallucce, che sollecitare e attendersi una sua scelta di farsi da parte è perfettamente inutile. Non lo farà mai. E il cinquantesimo voto di fiducia portato a casa sulla manovra, lo conforta in questo orientamento. E allora? Beh, considerato che non è né praticabile né opportuno un intervento del Capo dello Stato che delegittimi un governo che ha la maggioranza in Parlamento, ancorché sia del tutto evidente che non l’abbia più nel Paese, l’unica strada possibile per evitare che lo strazio continui e il rischio di bollire nella salsa ellenica si faccia più alto, è quella che un gruppo di “responsabili”– questa volta sì che il titolo sarebbe appropriato – si assuma l’onere di far mancare i voti necessari alla maggioranza per rimanere tale.

Siamo sull’orlo del precipizio ma sembra che nessuno voglia preoccuparsene né trovare una soluzione

di tutta la classe politica e di gran parte della classe dirigente, salvo poche eccezioni. Se qualcuno ordina centomila mila intercettazioni – diconsi centomila mila, chissà quanto sono costate – solo per scoprire il troiume pugliese (chiedo scusa, ma quando ci vuole, ci vuole) che ha a che fare con il premier, o se finiscono sui giornali stralci di telefonate in modo arbitrario, aprendo casi giudiziario-mediatici cui vengono dedicate pagine intere, sarà difficile che il Paese si possa concentrare a capire cosa succede sui mercati finanziari e a discutere delle necessarie contromisure. E a furia di parlar d’altro, diventa difficile dire agli italiani, di punto in bianco, che rischiamo di fare la fine della Grecia e che di conseguenza bisogna stringere la cinghia. Se c’è un errore che in questi anni scellerati è stato commesso un po’ da tutti, anche se in questo Berlusconi è stato insuperabile, è quello di non dire la verità al Paese. Di far finta – o peggio, di non sapere, per via di una crassa ignoranza – che le cose stavano diversamente da come le si raccontava, per via di quella ma-

tenere due risultati: recuperare il rapporto tra i parlamentari e il territorio, e ridare loro autonomia. Ora sono troppo subordinati ai dirigenti di partito. Con i collegi le cose cambiano: perché se candidi quello sbagliato rischi di perdere. Di nuovo sui processi di Berlusconi: c’è stato qualche errore nella strategia difensiva? Guardi, non tocca a me giudicare i colleghi. Potrei dire questo: a volte si è scivolati nel paradosso del “me ne hanno date ma gliele ho dette”. Ci si è fracassata la testa. Il conflitto a 360 gradi con la magistratura non solo non ha pagato, ma ha anche avvicinato i magistrati moderati ai colleghi più estremisti, magari effettivamente sbilanciati a sinistra. È stato un errore bloccare i processi anziché affrontarli, rimanere in contrasto permanente con i magistrati anziché cercare soluzioni concordate. Alla fine la magistratura, essendo più forte, te la fa pagare. Certo, si arriva a casi estremi come quello di Napoli: si individua la vittima di un’estorsione dando in realtà l’impressione di farlo per poterla mettere sotto inchiesta. Se vogliono, se ritengo-

Qualcuno aveva visto nella nomina di Alfano a segretario del Pdl e nello spazio autonomo acquisito dentro la Lega da Maroni i primi sintomi di un possibile accadimento del genere. Finora, però, quelle aspettative sono state deluse: in estate si erano aperte delle finestre attraverso cui i due “giovani”avrebbero potuto pensionare i due “vecchi”, Berlusconi e Bossi,

no alcuni comportamenti di Berlusconi meritevoli di attenzione, indaghino alla luce del sole. Il Pdl sopravviverà, quando Berlusconi uscirà di scena o semplicemente smetterà di esserne il leader? In questi 17 anni la politica è stata pro o contro di lui. Se non c’è più lui, cam-

È stato un errore bloccare i processi anziché difendersi. L’eterno conflitto con la magistratura si paga. E impedisce di governare

bia l’idea generale del nostro sistema politico. Si creano alleanze diverse, i cattolici potrebbero ritrovarsi insieme in un solo partito, la sinistra dovrebbe dismettere l’abito esclusivo

ma così non è stato. E ora, per quanto le fibrillazioni siano ancora molto forti, pare difficile che possa accadere oggi ciò che non è successo ieri. Anzi, dalla Lega c’è solo da aspettarsi il peggio, tra le voci di cacciata di qualche sindaco riottoso e l’uscita di Bossi di ieri che di fronte alla constatazione che «l’Italia va a picco» – a proposito, grazie dell’informazione, signor ministro della Repubblica – ha proposto al Nord di farsi la Padania, fregandosene degli altri. Tutto, dunque, è nelle mani di chi, nel Pdl, ha la possibilità di mettere insieme un gruppo di parlamentari che si assuma la responsabilità di dire basta. Non dovrebbe essere difficile, visto che in privato si contano a decine i deputati e i senatori che dicono di pensare che Berlusconi sia malato, abbia perso la testa e rappresenti il primo dei problemi. Certo, un conto è dirlo a cena e un altro essere conseguenti in aula, ma è venuto il momento di dire: ora o mai più. Nel senso che quando la crisi spazzerà via tutto e tutti – e allora sarà tardi per l’Italia – non ci sarà più spazio per i ripensamenti. Dunque chi sta tentennando si decida.

Detto questo, rimane tutto da costruire il “dopo”. Sia quello più prossimo – governo per andare alle elezioni o a completare la legislatura? Nuova legge elettorale o no? – sia soprattutto quello post elettorale, cioè con quali partiti, con quale sistema politico e quali regole del gioco facciamo nascere la Terza Repubblica. Ma il fatto che il “dopo”sia indefinito nulla toglie alla necessità di fermare il presente. Ora o mai più. (www.enricocisnetto.it)

dell’antiberlusconismo e diventare propositiva. E il Pdl? Dico questo: nel futuro non vedo il Pdl che continua ad esserci in quanto tale. Vedo un riassetto con una destra, una sinistra e un centro, tutto ridefinito da un grande rimaneggiamento. Il Pdl è Berlusconi. Punto. E una nuova eventuale forza di destra continuerà ad essere alleata con la Lega? Ho l’impressione che la Lega tenderà sempre più a smarcarsi da un’alleanza stretta con la destra, come già sta facendo. Parliamo di un movimento che in realtà non è né di destra né di sinistra. È un partito regionale. E visto che assisteremo a un grande rimescolamento delle carte potremmo ritrovarcelo alleato con la destra ma anche con il centro. E quindi lei non scommette granché neppure sulla sopravvivenza del bipolarismo. Difficile che permanga un sistema bipartitico con una destra conservatrice e una sinistra riformista. Probabile invece che avremo un ritorno al vecchio sistema, che è nel cuore degli italiani: un

centro stabile che si allea di volta in volta con la destra o con la sinistra. D’altronde noi siamo costitutivamente incompatibili con il bipolarismo. I fatti dimostrano che il bipolarismo non ha funzionato per nulla. Quello che manca in Italia è un’area culturale che sia comune a tutte le forze politiche. Manca quel terreno di condivisione senza il quale si rimane in una perenne instabilità. E per noi è esattamente così. In Italia un cambio di governo provoca ogni volta una ridefinizione generale delle persone e delle regole. È come se ogni volta ciascuno sentisse l’irrefrenabile impulso di fare l’esatto contrario dei predecessori. È una situazione insostenibile. Anche nel campo della giustizia penale: faccio l’esempio della norma sul rientro dei capitali che potrebbe essere di fatto sconfessata da un futuro esecutivo con ulteriori forme di prelievo. A ogni cambio di governo una retromarcia. Serve una buona legge elettorale: un ritorno ai collegi ma al limite anche al proporzionale. Solo così si ridefiniscono le alleanze e si esce da questo meccanismo.


politica

pagina 8 • 17 settembre 2011

La trasmissione «Parla con me» ha sempre e solo fatto satira garbata. Ecco perché è sbagliato (e dannoso) cancellarla

Cari dandinofobi Rai... Lettera aperta ai membri del Consiglio d’amministrazione dell’azienda dopo lo stupido “editto romano” di Riccardo Paradisi i d’accordo le questioni sulla proprietà del format, la produzione esterna, il regolamento degli appalti ma insomma al di là dei causidismi tecnico-legali il caso Dandini e la soppressione della sua trasmissione Parla con me ha un’evidente risvolto politico.

S

Il Codacons, in un suo durissimo comunicato, molto polemico anche con il direttore Garimberti, lascia capire chiaramente che non sono solo motivi strettamente aziendali quelli che hanno ispirato la decisione del Cda: «Il Presidente Rai Paolo Garimberti o ci è, o ci fa, se dice di non capire come mai la Dandini sia stata bocciata dal Cda mentre l’Isola dei famosi ha ottenuto la riconferma. Evidentemente non ha capito che mentre il programma della Dandini è proprietà esclusiva della Rai, l’Isola dei famosi è un format che appartiene ad una società esterna. Di conseguenza appare assurdo che la Rai sia costretta a pagare ad una società esterna una sorta di pizzo, legato ai contratti che tale società intrattiene con la conduttrice». Sarebbe stato allora più logico «evitare la riconferma nei palinsesti dell’Isola dei famosi, format costoso e trash, basato su risse e volgarità tra concorrenti ex famosi che cercano di riconquistare la notorietà perduta». Insomma il diritto aziendale non spiega tutto. Anzi spiega pochissimo. E lasciamo pure stare la persecuzione e la censura che sono categorie da usare e mobilitare con parsimonia e misura ma insomma il voto dei consiglieri Cda Rai in quota al centrodestra è evidentemente un voto politico, un pronunciamento che segna l’esito finale e risolutivo d’una lunga contesa che ha vi-

sto lo stesso premier Silvio Berlusconi impegnato in prima persona e in prima linea nella battaglia contro la trasmissione della Dandini. Una delle esternazioni del Cavaliere a questo proposito risale del resto al maggio dell’anno scorso quando durante un consiglio dei ministri il premier aveva definito il talk show di Raitre «una trasmissione pagata con i soldi pubblici che si diletta nell’avere

Secondo Lucia Annunziata il voto del Cda è l’esecuzione di un desiderio del Cavaliere: cancellare le voci dissonanti come unico bersaglio il governo e si diverte ad aggredirlo». La replica della Dandini fu la più ovvia e scontata e cioè che «La satira per sua natura se la prende col potere: Parla con

me scontenta tutti, anche il Pd». Tanto è vero che la redazione della trasmissione era stata bersaglio di numerose proteste di elettori del centrosinistra che lamentavano il fatto che la trasmissione mettesse alla berlina il gruppo dirigente del Pd.

E in effetti è dai tempi di Avanzi che la Dandini sconta pochissimo alla sinistra italiana, quella che in fondo è la sua area di riferimento. E che nondimeno dalla satira delle sue trasmissioni è sempre uscita molto male, disegnata con ritratti spietati che l’hanno descritta nel senso dell’ inadeguatezza, dell’inconsistenza e dell’ottusità politica. «Il problema – spiegava nel maggio dello scorso anni la Dandini – è che la satira per sua natura tende a prendersela con il potere. Il potere in Italia oggi si identifica con Berlusconi e quindi siamo costretti ad occuparci di lui con una certa continuità. In passato è toccato a Prodi, D’Alema, Craxi,Veltroni e tanti altri. Tutto qui». La realtà è che il

Nella foto grande Serena Dandini che ha visto cancellata la sua tarsmissione Parla con me dalla maggioranza del Cda Rai Qui sotto il conduttore di Che tempo che fa Fabio Fazio anche lui bersaglio di critiche e accuse. Nella pagina a fianco Michele Santoro che ha già detto addio alla Rai

problema non ha mai tollerato molto la satira. È dai tempi di Alighiero Noschese passando per Beppe Grillo e finendo coi fratelli Guzzanti che la satira sconta le rappresaglie del potere, e non è che la sinistra in questo sia meno pesante della destra. Basta ricordare la durissima reazione di Massimo D’Alema a una vignetta di Forattini per rendersi conto che di destra o di sinistra che sia il potere quando può crea problemi a chi lo prende per i fondelli. Niente di nuovo sotto il sole dunque. Però ecco, in questa insofferenza contro la satira Silvio Berlusconi ha compiuto un passo ulteriore.

Non è che a lui la satira dia fastidio è che proprio non la concepisce e se esercitata nei suoi confronti la vive come una ferita al suo Io. Sicché la ritiene tout court un’arma politica (e intendiamoci in senso lato lo è ma in senso lato appunto) la assimila, senza soluzione di continuità, senza cura per nessuna sfumatura, alla battaglia politica in senso stretto. Sicchè c’è chi fa due più due e tira le somme: il voto del Cda è l’esecuzione di un desiderio espresso dal Cavaliere, quello di cancellare dai palinsesti della tv pubblica le voci dissonanti. Lucia Annunziata non ha dubbi: «È evidente, dice, che dietro a questa de-

cisione c’è la solita lista politica di Trani, ossia la telefonata del premier Berlusconi». Annunziata si riferisce alle presunte pressioni del capo del governo per arrivare alla chiusura di Annozero e alla messa in discussione di altre trasmissioni compresa quella della Dandini «All’attenzione della magistratura sono finite – scriveva Il Fatto quotidiano in quei giorni – alcune intercettazioni della Guardia di finanza di Bari in cui il premier si lamenterebbe tra gli altri anche di Ballarò e Parla con me». D’altra parte è vero che per Berlusconi tra Enzo Biagi, Marco Travaglio Serena Dandini e Giovanni Floris non c’è nessuna differenza. Fanno tutti lo stesso mestiere, secondo il Cavaliere, che è quello di metterlo in cattiva luce agli occhi degli italiani e del mondo. Mentre delle differenze ci sono naturalmente tra chi pratica un giornalismo militante e aggressivo – sull’opportunità e la modulazione del quale si può ragionare all’interno d’una azienda pubblica che deve garantire equilibrio e pluralismo – e satira. E dovrebbero saperlo anche i consiglieri d’amministrazione di viale Mazzini che ci sono differenze profonde. La domanda dunque è a che pro questo voto? L’analisi di Lucia Annunziata è appunto netta e senza appello, ossia


politica

17 settembre 2011 • pagina 9

Anche Santoro e Sky trattano con Fandango

E lei promette: «Tornerò presto in tv». Su La7? di Gualtiero Lami

che esiste un’ispirazione e un fine politico in questa decisione: «Non si può pensare differentemente. La Dandini e la società che la produce sono stati disponibili alle richieste dell’azienda di ridurre i costi di produzione del 6%». Ma se c’è una finalità politica è una politica miope e autolesionista cari consiglieri Rai. Autolesionista proprio dal punto di vista politico. Non solo perché in questo modo ci si attira la patente di censori e di epuratori ma anche perché decisioni del genere sono un pessimo servizio al centrodestra e allo stesso Berlusconi. Ossessionata dalla filologia sull’antiberlusconismo di giornalisti, autori, conduttori il centrodestra italiano in quindici anni di potere e di governo non ha costruito nulla da questo punto di vista.

Ossessionato dall’antiberlusconismo il centrodestra non è stato in grado di schierare un’offerta alternativa

Non c’è una trasmissione di approfondimento, un format, un programma di satira, che abbia un peso effettivo di audience e di critica, che contribuisca ad equilibrare l’offerta televisiva, che veicoli televisivamente una sensibilità “di destra”, che renda testimonianza che anche a destra esiste un discorso pubblico, una cultura e

una capacità di farla circolare. E pensare, per rimanere alla satira, che è proprio la destra ad averla inventata. Perché Giovanni Guareschi, Giovannino Mosca, Leo Longanesi non erano di sinistra, come i grandi disegnatori Isidori e Fremura. A sentire Pietrangelo Buttafuoco, inviato di Panorama, la

satira di destra esiste ancora «Non si vede perché è stata ammazzata dal governo di destra. Sono riusciti ad autocensurarsi. Si sono preoccupati solo di far entrare in Rai quattro sgallettate per poi usufruirne tra le lenzuola». E «Pensare che la satira l’ ha inventata la destra» dice appunto Buttafuoco: «Basta ricordare il settimanale Lo Specchio di Nelson Page; oppure Giò Staiano, cui si ispirò Fellini per la Dolce Vita». Scriveva sul Giornale Maurizio Caverzan ai tempi dell’inchiesta di Trani che invece di reprimere le iniziative altrui «sarebbe un’operazione liberale, un favore fatto al pluralismo e alla democrazia, un modo furbo per fare della sana controinformazione trovare un’alternativa alle piazze di Santoro, al giacobinismo di Travaglio, alla satira arruffata di Vauro. E un modo intelligente per finirla con questa specie di lamento costante che da troppi anni fa da sottofondo al dibattito politico del nostro Paese». Un suggerimento che evidentemente non è stato preso in troppa considerazione nel circuito a cui era evidentemente indirizzato.

ROMA. Roma.«Avevo deciso di prendermi un anno sabbatico ma ora, per tigna, andrò in onda. Non so dove né quando, ma spero presto...». Lo ha detto Serena Dandini nella conferenza stampa convocata in tutta fretta e tenuta con i vertici della Fandango (il presidente Domenico Procacci e il direttore generale Andrea Salerno) dopo la bocciatura sonora che gli è stata inflitta dalla maggioranza di centrodestra del Cda Rai, negando il rinnovo del contratto per Parla con me. Alle domande insistenti su eventuali trattative in fase avanzata, la Dandini e gli stessi Procacci e Salerno, hanno risposto che «ancora non c’è nulla di concreto, vedremo. Il mercato è stretto, valuteremo. Ci sono La7, Sky...». Anche il progetto di Michele Santoro può rientrare nel ventaglio di ipotesi?, è stato chiesto alla presentatrice. «Nel panorama italiano c’è anche quel progetto», ha risposto la Dandini, sottolineando ancora una volta, però, che con nessuno al momento c’è qualcosa di concreto. «Nel nuovo programma, comunque, - ha detto ancora la Dandini - un ruolo potrebbero averlo Corrado Guzzanti, o Sabina Guzzanti e lo stesso Marcore». Dei tre, l’unico che ha in cantiere unm progetto televisivo già avviato è Corrado Guzzanti che sta preparando per Sky la serie Aniene, dopo la trionfale «anteprima» andata in onda a inizio estate. Il fatto che Dandini abbia fatto espresso riferimento a Corrado potrebbe far pensare a un lavoro «di squadra» con Sky. In realtà non è così: dopo che per anni Corrado Guzzanti e Serena Dandini (nonché Sabina Guzzanti) hanno condiviso anche il produttore (Valerio Terenzio), da un paio d’anni c’è stata una separazione consensuale, giacché Dandini è passata armi e bagagli alla truppa Fandango mentre i due Guzzanti sono rimasti sotto l’ala del creatore del Gruppo Ambra, con riferimento allo storico teatro Ambra Jovinelli di Roma che per anni è stata la factory del gruppo. Insomma è ragionevole supporre sia che già da tempo – visti i tentennamenti della Rai – ci siano contatti tra la Fandango e altre reti tv, sia che il pole position ci sia La7. Per due motivi. Primo: il progetto-Santoro, lo dice il nome stesso, è Santoro (che era comunque presente alla conferenza stampa della collega, ieri) e i divi tv non amano condividere il proscenio. Secondo: la presenza di Paolo Ruffini al verice de La7. Ruffini non è solo il dirigente che per anni ha sponsorizzato Serena Dandini, è anche l’uomo Rai all’ombra del quale è cresciuto Andrea Salerno, oggi direttore generale Fandango.

«Vado via da Viale Mazzini senza neanche un paio di calze», ha ironizzato (con molta amarezza) la presentatrice

Tornando alla conferenza stampa di ieri, Serena Dandini ha anche detto, un po’ sconsolata: «Esco dalla Rai senza neanche un paio di calze. Anzi, lascio all’azienda un baule con tutti i miei vestiti neri». Cacciarmi dalla Rai non costa nulla. Non ho mai voluto un contratto in esclusiva con l’azienda, né cariche dirigenziali, che mi sono state offerte ma che ho sempre rifiutato perché volevo essere libera. Sono pagata bene, ma a progetto. Quindi non ho tredicesime, quattordicesime e quant’altro», ha concluso riferendosi alle accuse di essere «avida».


politica

pagina 10 • 17 settembre 2011

Sono sempre di più le emergenze che ci aspettano in autunno arà un inverno più lungo e freddo di tanti altri. Questo ci ripetono i giornali quotidianamente mentre, al contempo, ci avvertono che non stiamo facendo niente per prepararci. Al contrario, chi è alla guida del Paese aggrava una situazione già precaria, dedicandosi a lotte intestine e approntando misure tanto impopolari, quanto insufficienti. O, ancor peggio, perseguendo interessi personali, in barba al bene della collettività che dovrebbe tutelare. Eppure, il mondo della politica non è quel pantano che viene presentato continuamente all’opinione pubblica. Non solo, almeno. Oltre ai pasticci, alle contraddizioni, ai madornali errori di un governo in caduta libera, esistono il lavoro e i progetti della parte sana della politica.

S

Giustizia e sicurezza due sfide da vincere Serve subito un nuovo governo di unità. Non solo per superare la crisi economica di Achille Serra

Dopo gli scenari avvilenti che hanno segnato la vita pubblica del Paese nelle ultime settimane, occorre nuova linfa vitale da trasmettere ai tanti cittadini stanchi, demoralizzati, indignati, in vista della buia stagione alle porte. È questo che stanno facendo i centristi. Se è vero, infatti, che non esistono uomini della Provvidenza pronti a salvare l’Italia, è altresì vero che esistono tanti uomini e donne animati da un profondo desiderio di nuovo e capaci di fare la differenza, dentro e fuori dai palazzi del potere. Gente in grado di la-

L’aumento esponenziale della criminalità a Roma e in altre zone del Paese, è la conseguenza della superficialità con cui per tanti anni governi di colore diverso hanno affrontato la questione sciarsi il pantano alle spalle. Da queste persone la politica deve ripartire oggi. Una politica che abbia la sola missione di fare il bene dell’Italia, libera finalmente dai litigi interni che logorano il centro destra e il centro sinistra e dal ricatto delle ali estreme dell’arco politico.

Perché ciò sia possibile, occorre, tuttavia, fissare in modo chiaro l’agenda dei obiettivi più urgenti e affidarla a un governo di responsabilità nazionale che ponga fine all’immobilismo attuale ed eviti al paese la mortificazione di un esecutivo tecnico. È importante, oggi più che mai, insistere con l’appello alla collaborazione e alla conciliazione. Abbiamo bisogno di tutte le forze possibili per affrontare la gravità di questo momento, forze serie e immuni ai pregiudizi di un bipolarismo malato. Solo un

governo modellato su questa premessa potrà dedicarsi con tempestività alle priorità del paese. L’Europa ufficializza oggi quanto le opposizioni denunciano

da settimane: la manovra del governo è totalmente inadeguata a traghettarci fuori dal tunnel in cui siamo. Bisogna dunque essere pronti a rimetterci a lavoro per scongiurare ulteriori precipitazioni e dare un po’ di respiro ai cittadini e alle famiglie. La ”contro-manovra” messa a punto dal Terzo d’alPolo,

La riforma della Giustizia (per snellire i processi) è uno dei nodi che la politica deve sciogliere con urgenza. Ma non sembra la priorità del ministro Nitto Palma tronde, si muove proprio in questa direzione, laddove prevedendo tagli verticali e puntuali alla spesa corrente, impedisce un aumento spropositato della pressione fiscale. Altrettanto spinoso e urgente è il capitolo della riforma elettorale. Anche qui l’obiettivo da tenere presente è la salute della nostra democrazia. Nella maggioranza dei casi le proposte che si affollano tra le fila della maggioranza e delle altre opposizioni mirano o a salvare lo status quo o a tornare ad un passato - il Mattarellum - che ha già dato prova di pessimo funzionamento. Gli elettori, al contrario, chiedono una riforma che garantisca una reale rappresentanza della loro scelta e spezzi il circolo vizioso del bipolarismo a tutti i costi.

Infine, una riforma seria e radicale della Giustizia, il

fronte che maggiormente ha sofferto l’inadeguatezza del Governo. In questi tre anni, come noto, tutti provvedimenti portati avanti dall’esecutivo in tale ambito, hanno avuto l’unico obiettivo di alleggerire o azzerare le beghe giudiziarie del premier. E si è lasciato che i tempi dei processi continuassero ad allungarsi, che le carceri tornassero a riempirsi fuori misura e che, di fatto, la maggior parte dei reati commessi in questo paese rimanessero impuniti. Tutto ciò va affrontato con urgenza, lavorando per rendere il processo immediato e la pena effettiva, come avviene in tanti altri paesi europei. Dall’informatizzazione di tutti gli uffici giudiziari, alla redistribuzione dei magistrati sul territorio, da una mirata e attenta depenalizzazione di alcuni reati, al trasferimento di personale dalle province ai tribunali (per far fronte alle disastrose carenze di organico nelle cancellerie): tanti sono gli interventi con cui si potrebbe procedere per avvicinarci a standard più dignitosi.

Un riforma del genere, naturalmente, deve andare a braccetto con un’altrettanto seria e profonda revisione del settore-sicurezza. Anche in quest’ambito i cittadini hanno bisogno di risposte immediate. L’aumento esponenziale della criminalità nella capitale, come in altre zone del Paese, è anche conseguenza della superficialità con cui per tanti anni, governi di colore diverso hanno affrontato la questione. Eppure la sicurezza non è un bene in discussione, che si può ledere, o compromettere. La sicurezza è bene prioritario e come tale va trattato. Anche qui i provvedimenti da attuare sono numerosi: dalla realizzazione di una centrale operativa unica a un passaggio di competenze dagli uffici di polizia ai comuni, per restituire agenti al controllo del territorio. E ancora: non saremo mai un paese sicuro fin quando il governo da una parte continuerà a tagliare i fondi alla polizia e dall’altra non ingaggerà una lotta seria a ad ampio raggio contro la criminalità organizzata, una lotta fatta non solo di arresti eclatanti e indagini d’intelligente, ma di incentivi al lavoro onesto e all’istruzione in un Sud sempre più abbandonato a se stesso. Una simile agenda non ammette ulteriori rinvii e solo una politica nuova, già in fermento, è in grado di farsene carico. Auguriamoci, per il bene del Paese, che abbia presto l’occasione di farlo.


mobydick

INSERTO DI ARTI E CULTURA DEL SABATO

Nelle sale il film di Roman Polanski

INTERNO CON CARNEFICINA di Anselma Dell’Olio arnage, l’ultimo film diretto da Roman Polanski, è stato acro per trasformare la pièce in sceneggiatura e adattare il testo in inglese. Accancolto con entusiasmo dalla maggioranza dei critici italiani alla Mola traduzione di Christopher Hampton forse non è stata una grande A Venezia tonare stra del cinema di Venezia, che si è conclusa sabato scorso.Tanidea; Hampton è un abilissimo commediografo e traduttore. La nuova c’era chi aveva to è vero, che fino alla fine era uno dei candidati favoriti versione, pur corretta, un po’ risente del fatto di essere una tradudai festivalieri per il Leone d’oro. Non ha avuto nulla, e più zione. Dubito sia lo stesso per il testo di Hampton, insigne scommesso su di lui di un dietrologo ha gridato al complotto: ingerenze scrittore inglese. (In Italia il film esce doppiato alla perper il Leone d’oro. Ma “Carnage” americane, of course. Non erano così compatti i fezione da Maura Vespini). Il film è stato girato in un appartamento «newyorkese», ricostruito in critici stranieri, meno adoranti dei nostri annon è un capolavoro, e sebbene realizzato uno studio cinematografico parigino, perché che se mai brutalmente negativi. Il film è adattacon maestria non riesce a farci Polanksi rischia l’arresto se mette piede negli Usa. to dalla commedia rappresentata in moltissimi Paesi dimenticare di assistere alla Aderisce alla commedia, senza elissi e con un’unica aperdopo il successo in Francia. La commediografa Yasmina Reza e Polanski stavano per iniziare la sceneggiatura quando tura verso l’esterno. In un parco di Brooklyn vediamo da lontacommedia di Yasmina il regista è stato arrestato in Svizzera per l’arcinoto caso di fuga dalno una lite tra undicenni che è il MacGuffin del racconto, la molla Reza da cui è (battezzata da Hitchcock) che avvia l’incontro, prima ostentatmente civil’imputazione di sesso con una tredicenne a Los Angeles più di trent’antratto le poi cruento, tra i genitori dei due ragazzi. ni fa. Una volta agli arresti domiciliari, Polanski e Reza si sono messi al lavo-

C

Parola chiave Tasse di Sergio Valzania Il country alternativo di Jeff Bridges di Stefano Bianchi

NELLA PAGINA DI POESIA

Pasolini: versi gratuiti di un “sovversivo” di Filippo La Porta

Quella pittora di nome Artemisia di Rita Pacifici Letteratura ebraica oltre il “serraglio” di Pier Mario Fasanotti

La verità su Cerone di Marco Vallora


interno con

pagina 12 • 17 settembre 2011

scoppia la rabbia sorda che cova sotto la cenere per la coppia ricca, troppo indulgente con l’erede un po’ delinquente. C’è una certa differenza tra clafoutis e cobbler. Il primo è una torta francese ripiena di frutta e una crema pasticciera, mentre il cobbler americano è solo frutta fresca appena scottata con un po’ di zucchero, senza crosta sotto e con poche strisce di pasta frolla sopra. Quello francese è parecchio più pesante. È una piccola cosa, ma a orecchi americani suona strano che un cobbler resti sullo stomaco. E mentre in teatro il voltastomaco arriva a sorpresa, in cinema ci rendiamo ben conto del disagio di stomaco di Nancy, e l’incidente fa meno effetto. Non si guasta niente a raccontare la trama (già ampiamente rivelata nelle recensioni da Venezia) perché la parte più gustosa del film (e della commedia) sono i dialoghi affilati, il badinage perbenista che slitta inesorabilmente verso l’insulto sanguinoso. E non solo tra le due coppie, ma tra moglie e marito, salgono in superficie rancori e risentimenti repressi: l’inevitabile cahier de doléances, sempre aperto, in cui le coppie appuntano lagnanze in sospeso. Il titolo originale è Le dieu du carnage, tradotto «Il dio della carneficina», o del massacro. La riduzione del titolo in Carnage è geniale, e scritta nella medesima maniera in francese e in inglese. Il film, però, è ambientato a NewYork, e se si vuole essere pedanti e filologici, è meglio la pronuncia anglofona, con accento sulla prima sillaba. Solo una battuta del film sembra inserita per rendere il testo più americano.A un certo punto Michael dice: «Dopo aver ascoltato Jane Fonda alla televisione, avevo voglia di arruolarmi nel Ku Klux Klan»; tentativo di dimostrare, forse, un mondano riconoscimento che la sua correttezza politica non è pedissequa.

Il quartiere da borghesi bohémiens si vede (in effetto speciale) dalle finestrone dell’appartamento di persone middlebrow, di un buon gusto anonimo (l’art direction è del Premio Oscar Dean Tavoularis, scenografo preferito di Francis Ford Coppola). Ethan Longstreet sta attraversando il Brooklyn Bridge park quando, senza apparente provocazione, Zachary Cowen lo colpisce con un bastone (uno dei due ragazzi è Elvis Polanski, figlio del regista). Vediamo l’aggressione in campo lungo; è il solo tocco «personale» del regista di Rosemary’s Baby, e l’unico prettamente cinematografico, impossibile da replicare sul palcoscenico. Lo scontro è la ragione dell’arrivo dei genitori dell’aggressore Zachary; Nancy e Alan Cowen (Kate Winslet e Christoph Walz) a casa di Penelope e Michael Longstreet (Jodie Foster e John C. Reilly) per discutere «civilmente» di un incidente d’esplosiva violenza, in cui Ethan ha perso ben due denti con complicazioni forse più gravi da verificare nel tempo. Le figure nel parco sono minuscole e non ci sono dialoghi, in contrasto con l’ininterrotta presenza prorompente dei loro genitori, spessissimo in primo piano e raramente zitti. L’intenzione è di risolvere pacificamente il conflitto scoppiato tra compagni di scuola, e come esplicita Penelope, senza degenerare in accuse e disdicevoli diverbi, per carità. Il buon gusto e la correttezza che coltivano non permetterà di scivolare in una diatriba da lavandaie che finirebbe in tribunale. Sono sicuri di potersi accordare su una relazione che descrive l’incidente in perfetta, educata armonia.

Penelope scrive libri accorati su tragedie umanitarie come il Darfur. Ha uno stile, un aspetto, che telegrafa il suo impegno civile: struccata, capelli fieramente ingrigiti tirati in una coda bassa, senza una stilla di civetteria, e abiti ugualmente incolori a dimostrazione dell’adamantina serietà. Suo marito Michael è grossista di articoli decorativi per la casa. I padroni di casa (la «parte lesa») sono chiaramente meno agiati di Nancy, un’investment banker, e Alan, capo dello studio legale di una multinazionale. Sono più chic dei Longstreet, e una volta entrati in casa non tolgono nemmeno i cappotti.Trapela la voglia di risolvere rapidamente la questione e andarsene. Un tormentone che diventa comico è il cellulare di Alan che squilla in continuazione. Spiega che deve rispondere, poiché è in atto una crisi che vede minacciata l’azienda farmaceutica. In teatro le sue intense conversazioni al telefono avvenivano sullo sfondo; nel film sono più presenti. Lentamente e inesorabilmente i rapporti degenerano, a dispetto del manifesto desiderio d’essere persone superiori a bassi istinti di vendetta o di difesa familista del proprio pargolo. A ripetizione i Cowen prendono la porta per fuggire; arrivano fino all’ascensore, solo per riprendere la discussione con i Lomstreet e tornarsene nel salotto perfettino: vaso di tulipani sul tavolino basso, accanto la pila di ineccepibili libri d’arte illustrati. I primi scontri avvengono per ragioni semantiche. Nella relazione Penelope scrive che Zachary ha «brandito il bastone come un’arma». Nancy e Alan obiettano all’uso di vocaboli «tendenziosi e impropri». Penelope ritira la frase offensiva, ma poi iniziano a volare parole come «spia» per Ethan (ragione offerta dall’aggressore per l’attacco) e «bullo» per Zachary. All’inizio ognuno si dimostra disponibile alla rimostranza fatta, ma a gradi escono al naturale, e questo è il nocciolo filosofico della scrittrice, che elabora con dialoghi brillananno IV - numero 31 - pagina II

carneficina

ti, ironici e amari. Nascondiamo la nostra vera natura dietro l’ipocrisia delle buone maniere, delle intenzioni alte, nobili, del desiderio di superare contenziosi con garbo ed eleganza. Ma dietro la maschera, come Freud ha scritto nel Disagio della civiltà, si celano pulsioni sanguigne, volitive ed egoistiche che alla lunga vengono a galla in un modo o l’altro. Le conversazioni di Alan al cellulare ruotano intorno a cause contro farmaci prodotti dall’azienda che difende. Nel consigliare i suoi, che chiamano per sapere come procedere, l’uomo parla della necessità di «fare muro» e «di non recedere un millimetro» dalla posizione difensiva.

A un certo punto, per sdrammatizzare una situazione che vira verso l’incandescente, Penelope offre agli ospiti una fetta di cobbler (in francese clafoutis); quando passano ad automedicarsi con superalcolici, succede l’impensabile. Nancy, l’impeccabile donna in carriera e di mondo che si trucca, va dal parrucchiere, è resa vulnerabile dal dolce, dal whiskey e dalla conversazione sempre più accesa. Di punto in bianco vomita sul prezioso volume sulla pittura di Oscar Kokoschka. «Non è più trovabile!», esclama Penelope, perdendo la posa di perfetta padrona di casa con le emozioni sotto controllo, e

Il film dura appena 79 minuti, e come ha scritto The Hollywood Reporter, «è il film più veloce mai girato da un 78enne». È probabile, ma ciò non toglie che siamo lontani dal capolavoro che molti hanno proclamato a Venezia. Non si sfugge dall’accorgersi che siamo in una commedia teatrale, pur girata con maestria da un regista che ha spesso ambientato i suoi film in spazi ristretti: si pensi a Repulsion, L’inquilino del terzo piano e Knife in the Water. Sono claustrofobici, anche più di Carnage. Polanski ha dato fondo al suo notevole ingegno per farci dimenticare di assistere a un testo teatrale: composizioni magistrali, molta macchina a mano, e tutto il repertorio imparato in una vita dedicata al cinema di qualità. In parte ci riesce, grazie alla fotografia di Pawel Edelman, i costumi di Milena Canonero e un cast di primo livello. È però palese la sua simpatia per Alan, l’avvocato pescecane e spregiudicato che ha le battute migliori sulla vera natura dell’uomo. Sono giustamente valorizzate da un uomo che ha molto subito quello che lui sentirà come «la polizia morale», quella parte dell’opinione pubblica che trova poche scuse per chi approfitta di una tredicenne. Gli attori sono bravi; ma qualche giorno dopo averli apprezzati, restano negli occhi le performance di Walz e Winslet. Al momento si ammira la Foster, ma nella memoria sparisce, risucchiata nel grigiore che ha dato al personaggio. Chi sembra un poco fuori ruolo è il fin qui sempre ammirato John C. Reilly; non sembra a suo agio come Michael. Non è mai meno che competente, ma anche lui sparisce dai ricordi, dove invece brillano i genitori vincenti e salottieri dell’aggressore. Forse sono i più amati anche da Reza, dal momento che ha dato loro le battute migliori. Da vedere.


MobyDICK

parola chiave

17 settembre 2011 • pagina 13

TASSE a tassazione è un’invenzione antica e geniale. La sua nascita si nasconde negli abissi del tempo. Non sappiamo chi sia stato il primo tassatore e chi il primo tassato. Se dell’origine del denaro abbiamo qualche traccia nella Lidia di Creso, dell’imposizione fiscale possiamo solo supporre un inizio parallelo alle prime forme di organizzazione sociale. Il capo, non ancora re, è colui che riceve dei doni rituali dai sudditi, anche se le ricerche di LéviStrauss in Amazzonia lasciano intravedere anche un’apparizione diversa del potere, basato piuttosto sul fare regali, embrione della fornitura di servizi, piuttosto che sul riceverne. L’assunto della Magna Charta, imposta dalla nobiltà inglese a Giovanni Senzaterra, tante volte ripetuto nella formula ripresa dai ribelli delle colonie americane, no taxation without representation, niente tasse senza rappresentanza, non appare di colpo nella storia, costituisce piuttosto l’emersione di un principio radicato nell’esperienza politica, in base al quale è richiesto a ogni organizzazione del potere, fosse anche la più tirannica, di guadagnare una qualche forma di consenso, per mal riposto che esso sia. Esiste sempre un limite alla sopportazione del sopruso e ogni complesso politico si ingegna nel presentare giustificazioni alla propria esistenza. I funerali di Stalin furono una immensa manifestazione di affetto popolare, a riprova dell’esistenza di un consenso, di una fiducia diffusa nella sua persona da parte di una componente consistente della popolazione dell’Unione Sovietica.

L

Alla sua radice l’idea della tassazione trova un insieme vasto e composito di motivazioni, quasi tutte condivisibili. Ogni comunità ha bisogno di servizi, da quelli elementari, la sicurezza, l’ordine pubblico e la giustizia, a quelli primari, la salute, lo studio e i trasporti, fino a quelli che fanno parte delle conquiste della modernità, la tutela dei più deboli e l’accesso diffuso al godimento di una parte del surplus di beni reso disponibile dall’affermarsi delle rivoluzioni industriali. Eppure il rapporto fra ricchezza conferita allo Stato e servizi da esso elargiti viene generalmente ritenuto sproporzionato e crea una fonte di inquietudine sociale come dimostrato dall’accoglienza incredula per l’affermazione di Padoa Shioppa in base alla quale bisognerebbe «essere contenti di pagare le tasse», consapevoli dei benefici che in cambio si ricevono come singoli e come complesso sociale. In una delle sue riflessioni più brillanti il grande storico Geoges Duby nega che il rapporto medievale fra feudatario e contadini fosse di pura rapina, come sbrigativamente sostenuto dagli studiosi di ispirazione materialista. Afferma invece che il legame di scambio si fondava su basi solidali. Da un lato i produttori di beni facevano veri e propri doni al proprio signore, dal-

Dovrebbero contenere le fondamenta etiche dei rapporti all’interno di una comunità. Ma oggi il senso di fiducia reciproca che sta alla base di ogni interscambio tra chi dà e chi riceve, è scomparso

Bisogni, servizi ed estorsioni di Sergio Valzania

Al contrario di quanto sbrigativamente sostenuto da storici materialisti, persino tra feudatario e contadini il legame di scambio si fondava su basi solidali. Ma nel mondo contemporaneo, tra balzelli e parassitismi, è sempre più difficile individuare i benefici procurati dalla tassazione l’altro esisteva la consapevolezza degli obblighi di protezione e assistenza che questo comportava. Naturalmente si manifestavano eccessi, magari numerosi, ma questo appartiene alla natura dell’uomo e del suo organizzarsi in comunità: anche oggi non tutti gli amministratori si dimostrano devoti e rispettoso nei confronti dei legittimi interessi degli amministrati. Proprio il rapporto di fiducia reciproca, l’ambito nel quale si dà e si riceve

consapevoli del legame di interscambio esistente fra le due azioni, sembra essersi spezzato nelle organizzazioni sociali contemporanee. A fianco della tassa il linguaggio ha creato una parola che definisce la sua condizione degradata: il balzello. Con questo termine si individua un’esazione forzosa priva di un corrispettivo. Il prendere senza dare è rappresentato nella forma tipica del controllo di un passaggio obbligato, come una valle

alpina o quello marittimo fra gli stretti danesi, il cui controllo consente a chi lo esercita di estorcere denaro a tutti quelli che transitano senza offrire nessun servizio in cambio. Nel mondo contemporaneo è diventato sempre più difficile riconoscere la situazione nella quale chi paga si viene a trovare, se cioè sta finanziando un servizio oppure è sottoposto a un’estorsione. Inoltre le due attività vengono svolte contemporaneamente attraverso la tassazione indiretta così da mettere in crisi anche l’assunto anglosassone, già posto a dura prova da una generalizzazione della rappresentanza che mostra i propri limiti.

La politica è divenuta una macchina molto complessa, che dichiara per prima di avere un costo elevato. L’erogazione dei servizi costituisce un insieme di apparati sterminati che mescola fruitori e fornitori in un insieme inestricabile nel quale tutti sono certi si nascondano forme di vero e proprio parassitismo. Eppure rimane vero che nelle tasse si celano le fondamenta etiche dei rapporti all’interno di una comunità: esse danno in qualche modo la misura della sua salute, della sua solidità. Esiste una teoria apprezzata in base alla quale l’impero spagnolo del Cinque e del Seicento è scomparso per l’iniquità del suo sistema fiscale, che gravava su di una componente troppo limitata della popolazione. Oggi si affaccia la convinzione che la questione della tassazione sia mal posta se ridotta a un fatto puramente economico, di aumento o riduzione del suo carico complessivo. Neppure la via dell’equità sembra percorribile in maniera agevole. Come si fa a decidere quanto è giusto che ciascuno paghi? I criteri possono essere diversi e tutti hanno una loro giustificazione, mentre rimane difficile, se non impossibile, capire dove si situano i luoghi della produzione della ricchezza comune e come essi vadano tutelati. Il valore deriva dal lavoro, dalla capacità imprenditoriale, dall’inventiva, dalle modalità di produzione o forse non anche da quelle di consumo? Né si deve dimenticare che la tassazione costituisce solo una parte del problema della convivenza sociale e della ricerca comune di un miglior livello di vita. Le organizzazioni contemporanee più avanzate hanno ormai soddisfatto da tempo i bisogni primari dei cittadini e sembrano affannarsi inutilmente a produrre beni ulteriori dalla capacità di appagamento sempre più bassa. Il rallentamento della crescita, sia demografica che in termini di Pil, indica una perplessità, uno sconcerto diffuso riguardo agli obbiettivi comuni. Per ridare slancio e prospettiva il vecchio sistema dell’aumento delle tasse appare poco adeguato e questa deve essere considerata una fortuna, forse siamo alle soglie di una grande trasformazione positiva del nostro modo di vivere. Il progresso nasce dalle crisi non dalla fiducia nell’esistente.


pagina 14 • 17 settembre 2011

MobyDICK

Cd

musica

di Bruno Giurato

FARE RESISTENZA col piano a portata di dita

di Stefano Bianchi a country music non mi fa impazzire. Tutt’al più mi concilia il sonno. Di recente, però, ho visto Crazy Heart che nel 2010 ha fruttato l’Oscar a Jeff Bridges nei panni di Otis «Bad» Blake, cantante più che sgualcito, sul viale del tramonto, affumicato dalla nicotina e avvelenato dagli alcolici, che si esibisce per un pugno di dollari nei bowling e nelle taverne dell’America più profonda. Nel film diretto da Scott Cooper, Jeff mette in mostra una voce talmente calda, pastosa e vissuta da avermi invogliato ad acquistare la colonna sonora. E dopo averla ascoltata, sorprendermi meno prevenuto nei confronti del country. L’attore nato a Los Angeles, ho poi scoperto, aveva vent’anni quando nel 1969 scrisse la canzone Lost In Space che Quincy Jones inserì nella colonna sonora del film John and Mary con Dustin Hoffman e Mia Farrow. E ne aveva cinquantuno, nel 2000, quando ha inciso l’album Be Here Soon esclamando «Ho impiegato trent’anni a fiorire, come un cactus» per poi catapultarsi senza «se» e senza «ma» nel mondo della roots music. Altro che cantattore, quindi. Macché dilettante allo sbaraglio. Jeff Bridges è artista di talento non solo davanti alla macchina da presa e ci tiene a ribadirlo nel nuovo disco intitolato a suo nome, registrato a Los Angeles e a Brooklyn e prodotto (come la soundtrack di Crazy Heart) dal texano T Bone Burnett, conosciuto nell’80, complice Kris Kristofferson, durante le riprese del film Heaven’s Gate di Michael Cimino. Burnett, fra le altre cose, ha selezionato nel ’98 i pezzi della colonna sonora di The Big Lebowski e ha prodotto un’infinità di artisti: da Elvis Costello a k.d. lang passando per Natalie Merchant, Cassandra Wilson, l’accoppiata Robert Plant e Alison Krauss (per l’album Raising Sand del 2007) e il connubio Elton John e Leon Russell (The Union, 2010).

el Paese del belcanto portare la musica in tv è la più grande garanzia, sì, ma di insuccesso. Naturalmente esiste l’eccezione Xfactor, ma in quel caso è il formato-reality che traina la musica. E infatti i programmi musicali, anche quelli belli, sono vittime storiche di floppettoni, più o meno improvvisi. Negli anni Ottanta c’era Doc, di Renzo Arbore, che fu chiuso da Raidue dopo qualche stagione nonostante la qualità artistica. E adesso ci riprova il pianista jazzista, paroliere, intrattenitore (e cabarettista in pectore) Stefano Bollani. A partire da domenica 18 settembre, per sei puntate, su Raitre, andrà in onda Sostiene Bollani. Saranno lui, il pianoforte e tanti ospiti inaspettati. Peccato per una cosa sola, l’orario, che i cuor di leone della programmazione di mammarai hanno deciso di fissare alle 23,30. Con i soliti slittamenti e ritardi la trasmissione finirà nella classica fascia una volta adibita alla pornografia (che invece ora adesso si trova su internet a qualsiasi ora, in grazia dei molti aggiornatissimi siti specialistici). Un titolo che ricorda l’Antonio Tabucchi di Sostiene Pereira: ma piaccia o non piaccia Tabucchi, il nome della trasmissione suggerisce un attteggiamento «resistenziale». Bollani, suonerà (non solo jazz), intervisterà, racconterà, sempre con il piano a portata di dita. I maligni (e noi ci mettiamo in prima fila) dicono che è appunto quella dell’entertainer la sua vera dimensione, prima ancora di quella di virtuoso del piano jazz, ma questo potrebbe anche tornare utile. Alessandro Baricco per esempio è stato non poco criticato come scrittore, ma i suoi programmi di cultura sono stati una rivelazione: ricordate Pickwick? Insomma, per una volta c’è da sperare che nell’irrilevanza accordata dai dirigenti Rai sbocci un fiore inaspettato, magari blu (alla Queneau, che Bollani adora), un po’ di musica e un po’ di parole. Alla Rai. Sarebbe un gran colpo.

N

L

Jazz

zapping

Il country alternativo

di Jeff Bridges I brani di Jeff Bridges, invece, sono stati composti dall’attore e da un poker d’assi cantautorali: Stephen Bruton, John Goodwin, Greg Brown e Bo Ramsay. Per eseguirli nel miglior modo possibile, T Bone Burnett non solo ha riunito i suoi musicisti chiave (i chitarristi Mark Ribot e Russ Pahl, il bassista Dennis Crouch, il tastierista Keefus Ciancia e il batterista Jay Bellerose), ma ha scelto quattro coristi (Rosanne Cash, Ryan Bingham, Sam Phillips e Benji Hughes) invitandoli ad assecondare le efficaci screpolature vocali di Bridges. What A Little Bit Of Love Can Do, felice prologo di quest’album solido, schietto e chiaroscurale, è un pezzo semi-elettrico, più rock che country, molto radiofonico, che non dispiacerebbe a Bruce Springsteen. Nell’incrocio di voce, chitarre e violini, The Quest potrebbe invece incollarsi al miglior repertorio di Johnny Cash e Willie Nelson,

mentre Everything But Love non è altro che un puro, «nashvilliano» country. Vi è poi una coppia di ballate polverose e dark, Falling Short e Slow Boat, fatte di reverberi e ceselli chitarristici; due country/folk (Maybe I Missed The Point e Nothing Yet) suadenti e malinconici; un’ossuta, «springsteeniana» melodia come Either Way. E se Tumbling Vine è un fermo immagine notturno, moderatamente jazzato, con quell’ombrosità che di solito appartiene a Tom Waits, Blue Car (bella davvero) lascia al pianoforte il compito di scandire il meglio del blues. Più alternative country (o Americana, che dir si voglia) che country classico, Jeff Bridges mi ha convinto. E stavolta, giuro che non mi sono addormentato. Anzi. Jeff Bridges, Jeff Bridges, Blue Note Records, 17,99 euro

Enrico & gli altri... Una storia lunga mezzo secolo opo una lunga e prestigiosa carriera iniziata oltre cinquant’anni fa e che continua senza interruzioni, passata attraverso grandi successi, sempre alla ricerca di nuovi talenti, Enrico Rava ha deciso di raccontare in un libro la storia della sua vita e non solo quella musicale. In Incontri con musicisti straordinari. La storia del mio jazz, Enrico racconta con una scrittura piacevole, ma soprattutto di sorprendente abilità, oltre mezzo secolo di jazz, dagli inizi in una Torino ricca di grandi personalità agli incontri con quei musicisti che hanno cambiato il mondo della musica. Nella prefazione il pianista Stefano Bollani, assai abile anche con la penna, descrive in poche frasi Rava scrittore: «Tutto è intimamente legato, all’interno dell’uomo Rava: il suo sguardo sulle cose, il suo humour, il suo savoir-faire e il suo“distacco” quasi british che ne rivelano la

D

di Adriano Mazzoletti dalla provenienza buona borghesia torinese, l’enorme umanità e l’anticonformismo vero, vitale che nascono da tutte quelle esperienze da freak nei posti più hip del momento e nei momenti giusti». Torino, Buenos Aires, New York, Parigi, queste le prime tappe del lungo viaggio che ha visto Rava in ogni parte del mondo. Infine il ritorno in Italia. A Roma lo invitai, era il 1968, a prendere parte a uno dei concerti che all’epoca organizzavo alla Sala A della Rai di via Asiago. «Era la prima volta - racconta nel suo libro - che facevo un concerto suonando solo musica scritta da me. Fu

l’inizio della mia carriera di leader». Dei suoi colleghi e amici, Gato Barbieri, Steve Lacy, Roswell Rudd, quando non avevano ancora raggiunto celebrità e sicurezza economica, tratteggia, nella prima prima parte del libro, ritratti inediti e felicissimi. Quando per un gig di pochi dollari si sottomettevano a viaggi esasperanti con ogni mezzo. Quando, pur di vivere a New York e suonare con i musicisti che più ammiravano, vivevano in cinque in un loft di pochi metri quadrati. Quando per pagarsi un passaggio aereo da una città all’altra, dovevano chiedere prestiti ad amici generosi.

Roswell Rudd, padre di tutti i trombonisti moderni, viveva in un loft senza alcun tipo di riscaldamento, all’interno del quale aveva costruito una casetta di legno per ospitare al caldo moglie e figlio. E non tutti questi musicisti, che stavano creando il linguaggio nuovo del jazz, erano musicisti a tempo pieno. Per sopravvivere Rudd faceva il conducente di taxi a Manhattan, Cecil Taylor viveva a casa di amici e lavorava in una libreria. Altri accettavano qualsiasi lavoro. In seguito, grazie all’Europa, le cose cambiarono. Cecil Taylor, Pharaoh Sanders, Archie Shepp, Gato Barbieri - con la colonna sonora del film Ultimo tango a Parigi - ottennero successo e celebrità. Rava racconta tutto ciò e molte altre cose ancora, in un libro di grande interesse. Enrico Rava, Incontri con musicisti straordinari. La storia del mio jazz, Feltrinelli, 272 pagine, 16,00 euro


MobyDICK

arti Mostre

i nuovo la verità. Ho letto un collega critico su una mostra romana e mi è venuto il nervoso. Piccola scarica di lieve indignazione. Perché il fatto che tu sei, per definizione di chissà chi e per grazia di quale statuto, un critico (perfette pagine di derisione, a questo proposito, da parte di Barbara Rose: chi è che stabilisce che tu sei nato critico o, peggio, curatore?) non ti dà poi diritto, o dovere, a dimostrarti frigido, diligente, compilativo e compassato. Al limite dell’indifferenza: animale dal sangue e dal cervelllo freddo. Perché fare davvero il critico, o meglio, esercitare uno straccio di critica, così per lo meno mi permetto di pensare (criticare, dalla radice greca, come scegliere, discernere, distinguere, valutare) significa anche poi sapersi, appunto, indignare o appassionare, emozionare o far emozionare. Entusiasmarsi, insomma, quando e se necessario, e non invece ingranare il pilota automatico delle osservazioni standard, impassibili e via con la solfa. Se non ti accorgi subito, entrando nel grande salone della Gnam romana, trasformata dalle opere di Giacinto Cerone in una sorta di tragica riserva di cemeteriale possenza, in una pulsante foresta di ceramica viva e luttuosa, se non avverti (tu e gli altri) di quale grande e possente artista si tratti e di conseguenza non gridi e strepiti sui tuoi fogli la sua eccezionalità, senza nessuna retorica, ma con una partecipazione vera alla vitalità dei valori in gioco dell’universo dell’arte, ma con quale coraggio mai ti presenti come critico, alla faccia del mondo, e ti arroghi il diritto d’arruolarti nella compagine d’un mestiere che appunto, proprio per questi motivi d’impallidimento delle pulsioni autentiche, sta via via languendo e caricaturalizzandosi? E che forse, in fondo, è più, o dovrebbe essere, più d’un semplice mestiere impiegatizio. E magari tu, critico, sei anche, di striscio, curatore, e chissà quante tue Biennali hai sulle spalle, ma non che ti venga spontaneo d’ammettere coraggiosamente d’esserti dimenticato del-

D

Moda

17 settembre 2011 • pagina 15

La verità su Cerone di Marco Vallora l’artista maledetto e completamente distratto su quel Cerone, che adesso pallidamente esalti, mentre invece hai veicolato al suo posto tanti aborti alla moda. Essere critici (e maggiormente curatori) vuol dire anche avere un briciolo di coraggio, esser sempre autocritici e vigili, nel proprio operato, e sovvertire comun-

que, con un po’ d’indipendenza arrischiata, le formule sclerotizzate e le più convenzionali compilations, preordinate dal Dio Mercato. Certo, Cerone, artista potente, duro, inconciliato, morto troppo giovane e malamente, non è celebre e riconosciuto, come un Melotti o un Fontana, un Mar-

tini o un Leoncillo, per cui puoi andare sicuro, ma appunto per questo serve ancora di più una voce tonante d’esaltazione e di entusiasmo. E non è nemmeno una vera scoperta: come sempre se ne erano già accorti i collezionisti più accorti, e spesso nelle case romane più anticonformiste puoi scoprire e invidiare delle bellissime materie incandescenti di Cerone. Con meno prensilità, a decrescere, i galleristi, come sempre titubanti e un po’ troppo pavidi. Ultimi e assenti, gl’invertebrati curatori alla moda, e i papaverini spenti della critica a gettone, dal linguaggio imbalsamato e le scelte al traino d’un mercato senza più bussola. Alzi la mano, chi in questi anni ha inserito un Cerone nelle proprie vizze spigolature d’antologia, se non l’ha fatto, anatema. Ma io credo che il capitolo Cerone sia troppo stimolante, per poterlo esaurire qui, a fine pagina, e non vorrei sporcarlo con questo witz polemico, che però è molto consustanziale al suo modo di ragionare (sono assai belli e veri alcuni suoi aforismi trascritti sulle pareti) e il suo modo di lavorare, diciamo che anche quella distrazione di cui qui parlo in parte lo ha ucciso, precocemente. Dunque a un’altra puntata, per concludere qui, con un commento sulle strane e vivaci reazioni, che ha provocato il mio intervento precedente, sull’andazzo delle mostre contemporanee e su certe scelte ignave, giudicato troppo disfattista e radicale. Se si incomincia ad assolvere tutto, si è perduti. Ma a chi rilutta ad accettare la mia visione radicalmente troppo negativa e sconcertata, io replico, duramente. Chi accetta come nulla fosse e corporativamente quest’arte corriva e corrente, inessenziale, e storce il naso a obiezioni considerate troppo spocchiose e reazionarie, vedi anche gli attacchi indiscriminati e indegni alle tesi di Jean Clair, soltanto perché abbonato al pavloviano Welfare, in fondo mafioso, dell’arresa comechesia al feticcio Contemporaneo, al passaporto d’ufficio per tutti questi paria dalla creatività spanata, provi a farsi un giro reale, vivo, umoroso, in queste discariche dell’immaginario, e si cimenti poi a fornire qualche obiezione ragionevole e concreta. Sto già attendendoli al varco, con grande, non pregiudiziale curiosità.

Eleganza (meglio se low cost) e buone intenzioni olto opportunamente, da New York arriva la sport couture. Forse non è più tempo, red carpet a parte, di vestitoni lussuosi, di sottili distinzioni tra mattino-pomeriggio-sera. Le filiformi modelle di Manhattan camminano su quel che resta del sogno americano, la commemorazione dell’11 settembre è ancora lì a ricordare che un’epoca è finita. E un’altra ancora si sta chiudendo: non è il lusso che salverà la moda, ma il low cost. Non è lo sfarzo ma il buonismo. Così si capisce perché in mezzo ai classici della moda americana (da Donna Karan a Ralph Lauren) stiano conquistando spazio stilisti che non si preoccupano di usare tessuti tecnici, che hanno come fonte di ispirazione, non il Dior dei vecchi tempi, ma le tute da ciclista (lo fa, in versione sexy Alexander Wang, molto amato da Michelle Obama), colori decisi e forti come l’arancio e il blu di Tommy Hilfigher. Non il vintage, ma le polo Lacoste che, grazie alle invenzioni di Felipe Oliveira Baptista, astro trentacinquenne, diventano anche imprevedibili abiti da sera, in versione canottiera che arriva alla caviglia, per it girl.

M

di Roselina Salemi Si ritaglia un angolino, la presenzialista Vicky Beckham con i suoi leggins futuristi per supermagre, cappucci, berretti con visiera, scarpe rasoterra alternate a tacchi vertiginosi, soprabitini rosa e azzurri da portare su minigonne e minidress. Per la moda è già la prossima estate (e non è ancora arrivato l’autunno) ma il minimalismo che si respira è un forte segnale. Non è un caso che in poche ore siano andati a ruba i novemila pezzi disegnati da Angela Missoni per Target (da 2,9 a 599 dollari): la coda davanti al negozio pop up si snodava per cinque isolati. Non è un caso che nella quotidianità si siano inposte cerate e biker, sahariane, sacche da golfista, e il neoprene delle mute da sub. Il suggerimento potrebbe essere quello di attrezzarsi per una vita dove è necessario essere sempre più competitivi, proprio come nello sport. Dove ogni decimo di secondo fa la differenza. Se è vero che il lusso rimane, (Marc Jacobs, Zac Posen e tanti altri) rappresentato da costosissime borse limited edition, se è vero che trovere-

mo sempre sete meravigliose e lini ricamati, è vero che la moda non è più solo vestiti e accessori, ma un sistema di pensiero, un’idea sempre più filosofica: vita sana, sviluppo sostenibile, rifiuto dello spreco, solidarietà.Tommy Hilfigher ha pensato a una donazione alle famiglie dei pompieri rimasti uccisi durante le operazioni di soccorso dell’11 settembre. Davanti al Lincoln Center, durante le sfilate, sono state distribuite migliaia di spillette con la scritta RemembertoEAT, contro l’anoressia (anche se gli Usa hanno più l’obesità come Valeria Solarino problema), mentre Reverveste Jaeger Lecoultre so lancia dall’Italia una Reverso campagna a favore di per Emergency Emergency, alla quale ha aderito con entusiasmo tutto il nostro cinema. È come se la vanità non bastasse più, è come se la moda dovesse cercare altrove le sue motivazioni, perciò ci vuole una Vogue Fashion Night (l’8 settembre scorso) per mettere assieme shopping e buone intenzioni. Ci si veste sport chic, si spende il giusto, e dopo si fila via in bicicletta.


MobyDICK

pagina 16 • 17 settembre 2011

on sapeva ancora leggere né scrivere quando nel 1612, a diciannove anni affrontò il processo che la portò alla ribalta delle cronache, ma certo Artemisia Gentileschi aveva già appreso a dipingere come nessuna donna aveva mai fatto. È di quello stesso anno Giuditta che decapita Oloferne, dove nulla vi è della tradizionale peinture de femme, riflesso compiaciuto di privilegi nobili e intellettuali, ma dove irrompe l’eco delle spietate esecuzioni pubbliche frequenti nella Roma della controriforma e quella passione che sarà sempre l’autentica firma dell’artista, sale in superficie, circola in immagini di «orrida bellezza», che spiccano per crudeltà pure nel secolo dal gusto forte inaugurato da Caravaggio. Il destino era inscritto nel nome e sin da piccola Artemisia aveva respirato gli odori, assorbito le atmosfere di quel mestiere materico, impuro, praticato dal padre Orazio, affermato pittore della cerchia del Merisi.Tra i caravaggisti anche la figlia sarà personalità di primo piano, non una costola del talento paterno ma dotata di un’autonoma poetica e di una spiccata capacità narrativa. Eppure le sue opere furono a lungo relegate nel limbo di un’attribuzione incerta, sottratte all’autrice a causa dell’affinità stilistica con i lavori di Orazio, più mode-

N

illustre maestro, s’imbatté in questa affascinante creatura sopravvissuta all’anonimato, ne trasse un singolare romanzo fitto di memorie personali. Sarà Anna Banti, pseudonimo della scrittrice, a restituire al Novecento l’altra faccia dell’artista, omessa da Longhi «per virile rispetto», non solo la pittrice «dalle pennellate come fendenti di spada» ma la donna violata, stretta tra un padre impenetrabile e un marito di ripiego, «tra le prime a sostenere con le parole e con le opere il diritto al lavoro congeniale e alla parità dei sessi». Un manoscritto perduto durante la seconda guerra mondiale, poi riscritto e dato alle stampe nel ‘47, che dava corpo alla problematica condizione femminile tra passato e presente. Da allora Artemisia si è insediata nel nostro tempo, emblema delle femministe, soggetto dei fortunati romanzi storici di Alexandra Lapierre e Susan Vreeland, riferimento imprescindibile per gli studiosi del Seicento che ne hanno progressivamente recuperato il catalogo sino allora esiguo e sottovalutato. Dopo una prima monografica a Firenze nel 1991 e una mostra dieci anni dopo che metteva a confronto i due Gentileschi, è ora Palazzo Reale di Milano a presentare Artemisia, storia di una passione (a cura di Roberto Contini e Francesco Solinas, dal 22 settembre al 29 gen-

il paginone

Pennellate come fendenti di spade, autobiografia che diventa disegno e colore, opere che superando il caravaggismo originario affermano un’indipendente e appassionata avventura creativa. Ritratto della Gentileschi alla vigilia dell’inaugurazione della mostra a Palazzo Reale di Milano

Emblema del femminismo, fu “tra le prime a sostenere il diritto al lavoro congeniale e alla parità dei sessi”. Vittima di uno stupro, nemmeno la tortura riuscì a rubarle il futuro rato naturalista e sopraffatte dall’interesse per una vicenda biografica fuori dagli schemi, con quello stupro subito in casa da parte di Agostino Tassi, socio del padre e quell’atroce stiramento delle dita che la ragazza dovette subire a conferma della veridicità delle accuse.

Già scampata al convento voluto per lei dal padre, neppure la tortura riuscì a rubarle il futuro e la giovane continuò a comporre quadri di sorprendente lucentezza e animazione. Storie di prorompenti guerriere e dove proprio le mani sono il punctum verso cui converge l’attenzione. Mai leziosamente atteggiate ma che impugnano armi, affondano nella carne, si sollevano in gesti imperiosi, mani assassine. Che sia desiderio di vendetta sul Tassi o sui padri artistici come vuole la psicoanalisi, difficile con Artemisia non sovrapporre la vita all’opera, non percepire il vissuto che scorre sulla tela, autobiografia che diventa disegno e colore. Poco menzionata dai biografi del Settecento e dell’Ottocento, fu Roberto Longhi con un saggio del 1916 a rivalutare le arditezze formali della Gentileschi, «l’unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia pittura, colore e impasto e simili essenzialità», rilevandone le differenze con le poche colleghe del tempo come le sorelle Anguissola, più convenzionali e accademiche. Quando poi Lucia Lopresti, ex allieva e moglie del critico, anche lei studiosa vissuta all’ombra di un anno IV - numero 31 - pagina VIII

naio 2012), che contribuisce a indagare attraverso circa quaranta opere e una documentazione inedita, il profilo di un’artista che prese le mosse dal caravaggismo ma fu aperta e versatile anche se pone molti problemi critici, vittima di stereotipi e letture incomplete. L’esordio di Artemisia risale al 1610, con Susanna e i vecchioni, opera forse realizzata con il padre ma già piena espressione della figlia, sia per la scelta del tema sia per l’intensità del racconto. Ma è con la prima versione di Giuditta e Oloferne, che l’artista entra nell’orbita di Caravaggio. Anatomia di un istante di pura violenza, neppure mitigata dal simbolismo implicito nella costruzione del Merisi, che affiancava alla ragazza in bianco una donna anziana, questa pittura dal fondo scuro su cui si stagliano le due giovani, concitate complici, dimostra che la Gentileschi ha compreso cos’è la pittura dal vero, cos’è il luminismo e ne ha dato un’interpretazione potente e originale. Sarà lo stesso Orazio, dopo simili prove, a raccomandare le eccezionali qualità artistiche della figlia alla granduchessa di Toscana, Cristina di Lorena. A Firenze dal 1613 al 1619, per Artemisia si chiude il capitolo cupo della prima fase romana. Sposata al fiorentino Pierantonio Stiattesi, dal quale avrà quattro figli, circondata da amici e intellettuali come Michelangelo il giovane, Galileo Galilei e il nobile amante Francesco Maria Maringhi, la pittrice è la prima donna a entrare nell’Accademia del Disegno e ri-

Pianeta A di Rita Pacifici

valeggia con il padre per fama e stima. Alla corte di Cosimo II l’artista si rinnova, amplia il repertorio con sante e martiri d’insolita fierezza, arricchisce la sfarzosa tavolozza con quel colore dorato che vestirà tante sue protagoniste. Per casa Buonarroti compone il nudo sensuale dell’Allegoria dell’inclinazione che colpì il Longhi, così audace da essere in seguito parzialmente rivestito e continua a creare immagini femminili colte nell’immediatezza della vita, come la Maddalena e l’incantevole protagonista di Giuditta e la fantesca. Una pittura che non rinuncia al pathos, all’uso drammatico della luce, ma si fa nitida nel disegno, più tersa e brillante.

L’ultimo lavoro per il granduca, eseguito di ritorno a Roma, è la replica del celebre soggetto romano del 1612. Questa volta una Giuditta ingentilita, impreziosita da gioielli ed eleganti abiti di damasco giallo. Panni risciacquati in Arno ma che non celano affatto i sentimenti

estremi delle donne di Artemisia e la distanza dallo stile più ricercato dei signori di Firenze, che relegheranno a lungo il quadro nei posti più nascosti del palazzo. Quasi in fuga dai Medici, a causa dei debiti contratti, e ancora priva di commissioni pubbliche, la pittrice torna a Roma nel 1620. Qui, richiestissima, corteggiata da una clientela principesca, avvia un altro ciclo di opere fondamentali: Santa Cecilia, il Ritratto di un gonfaloniere, una vigorosa, impressionante Lucrezia, un nudo di Cleopatra, una splendida Susanna insidiata dai vecchioni a lungo considerato autografo di Caravaggio. Alla pittura tenebrosa del genio del realismo Artemisia guarda di nuovo quando riprende nel ‘25 Giuditta e la sua ancella, in fuga dopo l’uccisione del generale assiro, ed è ancora un capolavoro, momento culminante delle capacità espressive della pittrice per la spettacolare ambientazione notturna, l’incisività dei dettagli, la raffinatezza cromatica. Degli stessi anni è una Maddalena penitente provocan-


17 settembre 2011 • pagina 17

te e languida che non trova precedenti nella tradizione iconografica, certamente vicina alla sensibilità del cliente spagnolo, il duca d’Alcalà. Sotto l’apparente uniformità dei soggetti scorre un’immaginazione viva, alimentata da influssi e contaminazioni che si infiltrano nel caravaggismo d’origine: il classicismo emiliano, il naturalismo di Simon Vouet e dei francesi attivi a Roma, la pittura veneta, assimilata nel soggiorno a Venezia del ‘27 e ben visibile in Ester e Assuero o nella seconda Cleopatra, piena di risonanze così diverse da rendere difficile stabilirne la cronologia.

Artemisia

Alcune opere di Artemisia Gentileschi. Da sinistra, in senso orario: “Giuditta e la fantesca Abra con la testa di Oloferne”, “Giuditta decapita Oloferne”, “Autoritratto come suonatrice di liuto”, “Maddalena”, “Allegoria della Fama” e “La ninfa Corisca e il satiro”

Alle soglie dei quarant’anni, nel 1630, Artemisia si trasferisce a Napoli. A seguire l’indimenticabile ritratto della Banti è una donna sola e infelice, abbandonata dal marito che sposerà una straniera. Quel che sappiamo dell’artista, invece, è che arriva nella capitale mediterranea ben protetta da rapporti che le consentono di continuare a dipingere per una clientela internazionale. A Napoli, dove oltre Caravaggio erano giunti Guido Reni, Annibale Carracci e Diego Velázquez, l’arte, sempre grande, di Artemisia muta sensibilmente. Proprio quando le sue eroine dirette e ardenti, riscuotevano un notevole successo di mercato, l’artista sembra voltare pagina, affrontare gli incarichi pubblici finalmente ottenuti con uno stile maestoso e più ufficiale. Diverso è il modo di comporre, più statico e classico che si ritrova

figlia si intrecciasse ancora a quella del padre. È certo che se quello che per lui fu un viaggio senza ritorno - vi morì, infatti, nel 1639 - per Artemisia fu una sosta breve. E probabilmente proprio prima del rientro, verso il ’40, nella città partenopea, si deve collocare quell’Allegoria della pittura, dove l’artista sorprende ancora per le novità formali e il particolare scorcio della donna in verde, tesa verso la tela. Sia o no il suo autoritratto, questo straordinario dipinto trasmette ancora il senso dell’avventura creativa, l’appassionata adesione al mestiere che Artemisia scelse per sé. Un ultimo slancio prima di sbiadire all’interno della scuola che le si raccolse intorno, mescolata alla mano dei suoi discepoli, come in Susanna e i vecchioni del ‘49 e in altre opere controverse, voce sempre più difficile da individuare, che si spense, forse, nel 1654. «Vi farò veder di quel è capace una donna», scriveva da Napoli al principe Antonio Ruffo a dimostrazione di come «l’animo da Cesare» fosse sempre vivo anche negli ultimi anni della sua vita. Se si esclude questo importante carteggio che va dal ‘49 al ‘51, la documentazione che riguarda la maturità della pittrice, è assai scarsa. Artemisia è ancora in parte un pianeta sommerso e la «lontananza stellare» lamentata dalla Banti nel dialogo con la compagna scomparsa, sembra un dato di fatto anche per la storia dell’arte. Nulla sappiamo dell’autrice di nature morte citata da un bio-

Le sue opere sono state a lungo relegate nel limbo dell’attribuzione incerta. Fu Longhi il primo a rivalutarla. Poi sua moglie Anna Banti le dedicò un memorabile romanzo nell’Annunciazione, nelle tre opere destinate al Duomo di Pozzuoli, San Gennaro nell’anfiteatro, san Procolo e Nicea, Adorazione dei Magi, nella Nascita di San Giovanni Battista, parte del ciclo commissionato dal re di Spagna, scena corale dall’equilibrio perfetto. È un cambiamento che investe anche i personaggi femminili ora idealizzati e lontani come Clio, la musa della storia, la stessa Cleopatra e le due tele Le figlie di Lot e Davide e Betsabea, esempi dello stile sofisticato che caratterizza questi anni. L’intensa attività napoletana della «pittora» fu interrotta dall’invito del re Carlo a raggiungere in Inghilterra Orazio, impegnato nella decorazione del soffitto della Quenn’s House. Non sappiamo esattamente se la mano della

grafo contemporaneo, solo lontanamente intuibile in quelle scintillanti spade e altri oggetti del tempo trascritti con fine precisione, pochissimo conosciamo della ritrattista affermata, molte le attribuzioni e le datazioni che sono ancora in dubbio, tante le opere che non hanno lasciato traccia sulle quali possiamo solo fantasticare come la monumentale Caccia di Diana e quell’Ercole per il quale aveva ordinato ingenti quantità del costosissimo azzurro lapislazzulo. Perduta e recuperata, come il romanzo a lei dedicato, Artemisia continua a sfuggirci, a rientrare nell’ombra, a ritornare «a quella luce di tre secoli fa» che continua ad accecarci ma che solo nuove scoperte potranno aiutarci a comprendere fino in fondo.


Narrativa

MobyDICK

pagina 18 • 17 settembre 2011

libri

Salvatore Mazza SHADOW Albatros, 444 pagine, 19,50 euro

n un mondo ancora non dominato dal terrore di stampo qaedista si svolge una spy-story che è qualcosa di più. È una ricostruzione - di fantasia, certo, ma estremamente aderente alla realtà di quello che il cosiddetto Occidente ha fatto per fermare l’attacco alle Torri Gemelle che ha squassato New York l’11 settembre di dieci anni fa. Salvatore Mazza, vaticanista di lungo corso e autore televisivo di successo, tratteggia in Shadow un affresco imponente e di dimensioni considerevoli. Le domande da cui parte sono quelle che si pone il vice caposezione per il Medio Oriente del Sis (i Servizi segreti inglesi) Cecile Barret nel gennaio del 1999. Quando, su indicazione di un informatore estremamente fuori dalle righe - un mercante d’armi ed ex campione di rugby sudafricano - nota l’improvvisa scomparsa del numero due di Hezbollah dal suo teatro di riferimento, ovvero Beirut. Da allora, decidendo di protocollare l’indagine con il nome di Shadow e non con il numero seriale, ha inizio una corsa contro il tempo furibonda. Afghanistan, Pakistan, Turchia, Libano, Egitto, Germania, Italia, Svizzera, Spagna e Stati Uniti sono i palcoscenici su cui si muove la Barret e il suo «Otto». Lavorando con in mente le infinite possibilità che il terrorismo di matrice islamica (ai suoi albori nell’ambito della «Rete» dello sceicco del terrore bin Laden) pone a chi cerca di fermarlo. Il libro, oltre a essere estremamente ben scritto, rivela una conoscenza profonda non soltanto delle realtà che descrive ma anche dei servizi di sicurezza e del controspionaggio del mondo occidentale. I personaggi sono tratteggiati per una volta in maniera non stereotipata, e la protagonista ha una complessità psicologica che il lettore impara ad apprezzare quasi subito. Insomma, nulla a che vedere con la sceneggiatura di un cine-panettone hollywoodiano sulla tragedia che più di tutte ha inciso nella carne gli Stati Uniti e il loro potere. Colpisce inoltre nel testo l’assoluta veridicità delle teorie proposte, e mentre gli eventi si svolgono sembra di avere a portata di mano una guida che riesce a indicare la strada senza far perdere anche il lettore meno avvezzo ai fatti - complicatissimi - che carat-

I

Riletture

Così

bin Laden preparava l’attacco all’America

Salvatore Mazza immagina e ricostruisce con veridicità il lavoro dei servizi segreti per evitare la tragedia dell’11 settembre di Vincenzo Faccioli Pintozzi

terizzano quel pezzo di mondo noto come Medio Oriente. Salvatore Mazza, giornalista professionista e inviato, lavora ad Avvenire e da ventotto anni segue il Vaticano; oltre a essere presidente dell’Associazione internazionale dei giornalisti accreditati in vaticano (Aigav), è impegnato nei settori del terrorismo e antiterrorismo. Questa seconda caratteristica si nota tutta nella lettura del testo, una conoscenza che appassiona e che rende comprensibili procedimenti ai più del tutto ignoti. La pubblicazione del testo arriva inoltre nel decennale della strage delle Twin Towers e del Pentagono, il primo attacco portato sul territorio americano: e la scelta di ambientarlo negli oltre dieci anni che precedono l’attacco fanno pensare. Anche la descrizione originaria dello sceicco Osama bin Laden, che il presidente americano Barack Obama ha dichiarato morto alcuni mesi fa, rende perfettamente la psicologia di un individuo che - lungi dall’essere quella mente perfetta del crimine che il mondo ci ha raccontato dopo l’11/9 - è nel libro, ma non solo, un fanatico assetato di sangue, senza troppa intelligenza ma con la capacità di riscaldare gli animi di coloro che il fondamentalismo ha già reso folli. Non solo al Qaeda, ovviamente, ma anche Hezbollah e tutto il network di terroristi che ancora affollano il Vicino e il Medio Oriente: ed ecco che Shadow, oltre a essere una piacevole lettura, si rivela un manuale utile per chi vuole cercare di capire in che modo potrebbero - e forse possono - ragionare coloro che hanno fatto dell’odio e del terrore una ragione di vita.

Heidegger, Hitler e l’attesa di un Dio

eidegger con il dito alzato e sorridente. Immerso nei suoi libri mentre i suoi intervistatori dello Spiegel lo guardano e ascoltano. Quel dito alzato così simile al Platone della famosissima Scuola di Atene di Raffaello (anche se Heidegger è un critico estremo di Platone e della sua «metafisica»). La foto è celebre e giustamente è sulla copertina di questo libro che Guanda non smette di ristampare, arricchire, curare e rimandare in libreria con la ricca introduzione - praticamente un saggio - di Alfredo Marini. Il titolo è altrettanto celebre: Ormai soltanto un Dio ci può salvare.Titolo bello e accattivante o, per ricordare un altro titolo che qui non c’entra nulla perché è una canzone di Gianna Nannini, bello e impossibile. Infatti, il Dio venturo ci può salvare sì o no? Qualche anno fa uscì, pubblicato da Bompiani, un libro di Peter Sloterdijk che voleva essere fin dal titolo una risposta polemica a Heidegger: Non siamo ancora stati salvati e -aggiungeva - forse dobbiamo smettere di attendere la salvezza. Il libro-intervista di Heidegger fu fatto sul finire della sua vita e il «filosofo dell’essere» - ma non sembra che si possa essere filosofi di altro, foss’anche del nonessere - la concesse strin-

H

di Giancristiano Desiderio gendo un patto: l’uscita postuma. Nel confronto con lo Spiegel il filosofo affronta il suo rapporto con Hitler e il nazionalsocialismo, ma anche in queste pagine il lettore non troverà una vera confessione di Heidegger e, ancor meno, un suo mea culpa. Da questo punto di vista le pagine di questa intervista filosofico-politica risultano deludenti e il lettore ancora una volta rimarrà con il dubbio: Heidegger fu nazista sì o no? Perché lo spirito - a torto o a ragione Heidegger è considerato il maggior filosofo del Novecento - si alleò con il Male? A questa domanda Heidegger è sempre sfuggito e ha conservato una sua riservatezza che sconfinava nella reticenza. Ma perché, poi, insistere più di tanto su questo tasto? In fondo, Heidegger è stato il filosofo del XX secolo che ha coltivato un pensiero impolitico se non apolitico. Certo, nella sua opera maggiore o quella che è più nota, Essere e tempo, ci sono tutte le pagine sulla «decisione», ma utilizzarle per vedere in esse un’anticipazione del «decisionismo» o dell’hitlerismo significa andare ben oltre il testo e il pensiero del filosofo. Altra cosa, invece, è la biografia di Heidegger e la

Riproposta la celebre intervista data dal filosofo allo “Spiegel” con la clausola che uscisse postuma

scelta che fece di legare, sia pure per un breve periodo, il suo nome e forse anche la sua filosofia al regime di Hitler. Ma quando si dimise dalla carica di rettore dell’università di Friburgo e decise di chiudere la «parentesi» dedicata al regime nazionalsocialista, il filosofo - per così dire - continuò a «svoltare» ossia a cercare la «svolta» - die kehre che forse si era illuso di trovare in Adolf Hitler. Le domande sul nazismo e sul rettorato, l’università e le scienze con le risposte di Heidegger sono, però, solo una parte, e non la più importante, dell’intervista dello Spiegel. Qual è allora il cuore di questo celebre testo? La tecnica o Tecnica. Dice Heidegger: «Nel frattempo, nei trent’anni che sono passati dovrebbe essere risultato chiaro che il movimento planetario della tecnica moderna è una potenza la cui grandezza, storicamente determinante, non può essere in alcun modo sopravvalutata. È per me oggi un problema decisivo come si possa attribuire un sistema politico e quale - all’età della tecnica. A questa domanda non so dare alcuna risposta. Non sono convinto che sia la democrazia». È il nostro stesso problema (ma io sono convinto di quel che diceva Churchill: «È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora»).


Identità

MobyDICK

è un popolo che pazientemente scava tra le macerie di millenarie umiliazioni, che salva orgogliosamente ricordi e tradizioni, che afferma di non voler rimanere imbrigliato nelle pur legittime recriminazioni storiche. Questo è il popolo ebraico. Ma è inevitabile che ogni ricorrenza e ogni manifestazione storico-culturale-artistica sia venata dalla dolenza. Non potrebbe essere altrimenti, se si ha una qualche conoscenza della persecuzione contro un’etnia additata come colpevole di «deicidio». In questo modo occorre leggere e interpretare la quarta edizione del Festival Internazionale di Letteratura Ebraica che inizia oggi a Roma.

C’

Un avvenimento che assume un valore simbolico maggiore se lo incastoniamo nella celebrazione dei 150 anni dalla proclamazione dell’Italia unita. Sì, perché toccò proprio a un ufficiale ebreo piemontese, il 20 settembre 1870, il compito (qualcuno disse: l’onore) di comandare la batteria dei cannoni che aprì la famosa breccia di Porta Pia. Con l’entrata dei soldati italiani - ormai non era più il caso di chiamarli uomini dei Savoia - il ghetto romano venne liberato, ossia definitivamente abolito. Stop alla segregazione, fine del «serraglio»: così infatti era chiamato il quartiere che il potere papale fece sorgere nel rione di Sant’Angelo, accanto al Teatro Marcello. Era lì che viveva in maggioranza la comunità ebraica, proveniente da dimore tradizionali come l’Aventino e Trastevere. Dopo l’unità d’Italia, e precisamente nel 1893 - come ci ricorda Bice Migliau, direttrice fino al 2009 del Centro della Cultura Ebraica di Roma - ci fu il primo appello per ottenere il risanamento del ghetto. Dieci anni prima si era applicata all’Urbe israelitica la legge che correggeva gli orrori della malasanità di Napoli. L’ambizione era anche, ovviamente, quella di costruire una Sinagoga. Operazione irta di discussioni, contraddizioni e polemiche sulla scia del finanziamento della BancaTiburtina. I problemi logistici non mancavano visto che c’erano da spostare più di duecento famiglie ebraiche. Problemi aggravati oltretutto dalla crisi edilizia di quel periodo. Per anni e anni si fermò ogni iniziativa: non ci fu né ghetto risanato né tempio. I devoti andavano come di consueto a pregare in un edificio che conteneva cinque piccole sinagoghe. Come se non bastasse l’incendio del

17 settembre 2011 • pagina 19

ALTRE LETTURE di Riccardo Paradisi

E LA STORIA CORRE VERSO IL NULLA ome massima disgrazia della nostra epoca devo considerare il fatto che nell’istante prossimo si consuma quello precedente, si sprecano i giorni senza combinare nulla» annotava Goethe nel 1825. Da allora il tempo interiore delle persone è ulteriormente accelerato, fino al parossismo e dell’angoscia da iperattivismo. In Essere senza tempo (Bompiani, 411 pagine, 10,00 euro) Diego Fusaro descrive la nostra epoca «postmoderna», che pure ha smesso di credere nell’avvenire, come un’epoca della fretta senza uno scopo. Nella cornice dell’eternizzazione dell’oggi, resa possibile dalla desertificazione dell’avvenire e determinata dal capitalismo globale, il motto dell’uomo contemporaneo - mi affretto, dunque sono - sembra s’accompagna a una assoluta mancanza dei fini.

«C

Oltre

il serraglio Si inaugura oggi a Roma il Festival Internazionale di Letteratura Ebraica. Cinque giorni (fino al 21 settembre) per affermare ricordi e tradizioni proprio nella città dove questo popolo è stato a lungo vessato di Pier Mario Fasanotti 1893 distrusse la Scuola del Tempio e la Schola Castigliana (sempre numericamente importante fu la presenza degli spagnoli a Roma, a partire dal 1492, oltre all’emigrazione dalla Sicilia). Gli ebrei romani alzarono la voce. O perlomeno ricorsero a larvate minacce: «Se nulla viene fatto, noi ci rivolgiamo alla stampa seria e disinteressata». Il Comune propose la zona di San Pietro in Vincoli. Rifiutata. Alla fine la comunità ebraica la spuntò e nel 1904 si cominciò a erigere la Sinagoga, in stile giudaico-romanico. «Il mirabile tempio» lo chiamò il poeta Crescenzo del Monte. Che precisò: «Mirabile e visitabile da più punti della città». Non mancarono le critiche feroci circa lo stile architettonico, che qualcuno definì «assirofrascatano». È qui che

Da Yehoshua a Cotroneo A INAUGURARE IL FESTIVAL ci sarà, oggi (sabato 17 alle 21) il famoso scrittore israeliano A.B.Yehoshua, che sarà intervistato da Marino Sinibaldi di Radio Rai 3. L’attore Massimo Ghini leggerà alcuni brani. Sarà una serata all’insegna delle «luci sulla città», che proseguirà fino a mercoledì 21. Si parlerà di Cabbalà, di mistica ebraica, di tradizioni millenarie sia musicali che culinarie. L’itinerario culturale non prescinde mai con la storia di Roma, sede dei più antichi ghetti, intimamente intrecciata con le vicende della comunità israelitica, tra patimenti e parziale integrazione. Al Talmud (che sarà presto tradotto in italiano) sarà dedicata l’intera giornata di domenica 18. Nella stessa giornata al Museo Ebraico della capitale, alle 18,30, s’inaugurerà la mostra L’istituzione di Sacro e Civile con riferimento al testo principe della saggezza ebraica. Il 19 (ore 18,30) aprirà la mostra del più celebre scultore e pittore israeliano, Menashe Kadishman. Nello stesso giorno due scrittrici incontreranno il pubblico: Eliette Abécassis (d’origine marocchina e docente all’università di Caen), e Ronit Matalon che parlerà del suo ultimo romanzo Il suono dei nostri passi. Il giorno dopo, alle 19, gli storici Bice Migliau e Stefano Caviglia spiegheranno l’emancipazione degli ebrei romani dopo l’Unità d’Italia. A contorno «pillole» di teatro giudaico-romanesco a cura del Laboratorio Le Palme. Mercoledì 21 il Festival chiuderà con due scrittori, l’americano Howard Jacobson e l’italiano Roberto Cotroneo, e con il jazzista e compositore Daniel Zamir.

fece visita papa Woytjla, è qui che il pontefice parlò di «fratelli maggiori» rivolgendosi agli ebrei.

Una svolta decisiva. È sempre la signora Migliau a ricordare che nel Cinquecento, dopo la bolla paolina (Cum nimis absurdum del cardinale Carafa diventato Paolo IV) che relegava gli ebrei entro confini e cancelli ben sorvegliati, la comunità fu costretta a occuparsi di «poveri negozi» come la strazzaria (commercio di stracci) e la conciaria. La vita era più dura rispetto a quella del ghetto veneziano, il più antico in Italia. In certe giornate, di festa per gli altri, gli ebrei dovevano correre nudi assieme ai berberi, e in generale erano costretti a seguire «le omelie di conversione». «Il drammatico crescendo di imposizioni persecutorie leggiamo nel libro La cultura ebraica edito da Einaudi - e di provvedimenti vessatori prende il via dall’infausta data della creazione del ghetto: dal rogo dei“marrani”di Ancona del 1556 all’indiscriminato furore distruttivo dell’indice censorio sui libri e sulle idee promulgato nel 1559». Gli ebrei erano accusati di genocidio, spogliati di ogni avere e privati perfino del «diritto di prestito», campo tradizionale di azione mercantile loro riservato per essere «peccatori irrecuperabili». Dovevano portare la berretta gialla. La lettura del Talmud era vietata, con l’ipocrita eccezione di certe ristampe, tollerate a patto che sulla facciata non apparisse la denominazione originale e all’interno non comparissero ingiurie contro i cattolici. Senza poi menzionare le approssimative e false accuse di magia e di divinazione. Il loro idioma arricchì e s’intrecciò con il romanesco, a tal punto che sarebbe interessante verificare l’origine storica di certi modi di dire della capitale italiana.

SE SI PERDE L’EQUILIBRIO TRA NATURA E CULTURA *****

opera di Hans Jonas è un riferimento d’obbligo per la riflessione sulla crisi del rapporto fra uomo e natura, come pure sulle sfide morali poste dalla tecnologia e dalla scienza moderna. Frontiere della vita, frontiere della tecnica (Il Mulino, 150 pagine, 14,00 euro) propone alcuni fondamentali interventi del filosofo su temi come il legame indissolubile tra aggressione della natura e civilizzazione umana, la determinazione delle specificità dell’organismo vivente (con le relative conseguenze sull’idea di vita e di morte), le nuove frontiere dell’etica e dell’agire umano di fronte al progresso tecnologico. Un nuovo capitolo di quel ”principio di responsabilità” che Jonas aveva individuato come il tema necessario a che, in futuro, si possa continuare a vivere prima ancora che a filosofare.

L’

NOI, I ROTTAMATORI DELLA LEADERSHIP *****

i fronte al fallimento delle leadership personalistiche - quella di Silvio Berlusconi è solo un esempio tra gli altri anche se più clamoroso - il libro Leadershit, (192 pagine, 12,00 euro) di Andrea Vitullo appena uscito per Ponte alle Grazie è un utile vademecum per ”Rottamare la mistica della leadership” come recita il sottotitolo del volume. Questo sembra essere infatti ormai il destino della leadership centrata sull’idea dell’uomo solo al comando resa semplicemente patetica dalla progressiva complessità del mondo e, nel contingente, di fronte a un ingovernabile crisi globale. «La realtà – dice Vitullo – è che non abbiamo più bisogno del leader titanico e decisionista, figura ormai anacronistica e ingombrante ma di un principio di sussidiarietà».

D


pagina 20 • 17 settembre 2011

di Pier Mario Fasanotti a un certo dispiacere osservare un bravo attore come Bud Spencer (all’anagrafe Carlo Pedersoli, nato a Napoli nel 1929) ingabbiato in una serie televisiva così scadente. Serie, I delitti del cuoco, mandata in onda (alcuni episodi erano già stati offerti l’anno scorso) da Canale 5 in prima serata. La rete ammiraglia di Mediaset pare accontentarsi, e già questo è un pessimo segnale di questo scialbo settembre televisivo. Il fisicamente enorme Bud (1,92 di altezza, circa 130 kg di peso) è espressivo e disinvolto dinanzi alla macchina da presa, ma il copione lo umilia. Colpevoli dell’«offesa» inferta a un attore che il settimanale americano Time elencò tra i più famosi tra quelli italiani, sono indubbiamente coloro che hanno scritto il soggetto: Carlotta Ercolino e Giuseppe Pedersoli (produttore e figlio di Bud). La regia, di Alessandro Capone, non migliora certo le cose, a parte qualche splendido scorcio della costa di Ischia, ambientazione del serial: ovviamente il merito va all’isola campana che, vista da qui e vista da là, è sempre bella. Da dove viene l’idea del cuoco-detective? Il riferimento più palese è al grassone Nero Wolfe, personaggio di Rex Stout, sedentario e geniale risolutore di enigmi criminali, appassionato di cucina oltreché di botanica (le famose orchidee, curate maniacalmente come se fossero tutte figlie sue). Ma Mr.Wolfe non basta.Viviamo, ormai con frequenze ossessive, nel filone modaiolo della cucina, tema o sfondo che lambisce anche la letteratura, non solo quella italiana. La televisione, si sa, è una forte cassa di risonanza. Si moltiplicano programmi dedicati ai fornelli. Pare quasi che in certe ore dallo scatolone delle immagini esca un forte odore di soffritto. È lo tsunami gastronomico, che principia sempre con l’immancabile premessa «la cucina è cultura». Delusi e abbruttiti dalla politica e dalle veline, sembra che gli italiani si stiano rifugiando nelle padelle. Torniamo a Bud Spencer, già compagno di Terence Hill (Mario Girotti) nelle scazzottature spaghetti-western che iniziaro-

F

Televisione

MobyDICK

spettacoli

Povero Bud, umiliato dalle indagini in cucina no nel 1970 con Lo chiamavano Trinità. Sul fondale ischitano, Bud Spencer è Carlo Banci, proprietario di un ristorante e chef eccezionale. Che c’entra il poliziesco? La figlia Elsie, ex ladra, è la nuova fidanzata del commissario, figura imbarazzante per come si muove e per quello che dice (la frase più sincera: «Non so a che cosa pensare»). Nell’episodio che ha come sfondo una festa nella villa della contessa Beccari è proprio la madre di famiglia a cadere dal terrazzo. Scomparso il diadema che aveva in fronte. Il commissario, che ridicolmente dialoga con un suo poliziotto, si affida in toto all’intuito del cuoco. Tutto questo non ha agganci con la realtà. Poco male se si trattasse di una fanta-fiction. Il guaio è che le vicende hanno la mostruosa ambizione di essere «vere». Ed ecco che spunta l’immancabile vizietto italiano, quello che ci rende eternamente provinciali. Parlo del continuo ammiccare, delle frasi fatte, della pseudo comicità intrisa di familismo, di bonarietà tutta italica. Si sfiora sempre il canone della barzelletta sui carabinieri. È vero che qui non ci sono gli uomini dell’Arma, ma quelli della Polizia di Stato.Tuttavia la musica, stonatissima, non cambia. Un esempio. Commissario e agente parlano dell’indagine. Agente: «Ho visto la signora Camilla e il signor notaio impegnati in un congresso carnale». Commissario: «Ma quanti erano in quella riunione…?». Agente: «Solo loro, perché?». Commissario: «Vuoi dire che si baciavano?». Agente: «Be’, sì…». Per favore: è troppo!

Danza

HangarFest: nuovo e post-modern, con intimismo i fronte ai momenti bui della cultura, gli artisti rispondono creando. I più giovani, in particolare, che non hanno ancora un nome, spazi e, di conseguenza, grandissimo seguito, si attivano, arrabbiati e delusi, alla ricerca della strada «giusta» per fecondare nuovi terreni artistici. I risultati sono raramente di rilievo e rappresentano per lo più delle partenze, più o meno promettenti, per inaugurare un «nuovo» che avanza. L’area più feconda di questo panorama è spesso composta dai festival, dalle rassegne e dai concorsi coreografici delle piccole città di provincia o dei piccoli centri. Molti di questi festival puntano sul nuovo perché economicamente e umanamente più abbordabile mentre altri lo fanno perché ci credono davvero; più di frequente, le due ragioni convivono.

D

di Diana Del Monte Adeguatamente frequentati dal pubblico locale, sono tuttavia spesso ignorati dalla critica. Tra i molteplici esempi rintracciabili lungo tutta la penisola, l’HangartFest che si sta svolgendo in questi giorni a Pesaro è senz’altro un’ottima dimostrazione della volontà dei piccoli capoluoghi di fare e avere l’arte scenica nelle proprie strade. Così, sulla scia del

nuovo teatro tanto quanto su quella della post-modern dance, le aree urbane e le costruzioni industriali riqualificate diventano i nuovi teatri, accoglienti culle di innovazione tecnologica, reale o supposta, a sostegno della ricerca artistica. Arrivato alla sua ottava edizione, l’HangartFest. Festival della scena contemporanea è entrato quest’anno in una nuova sede che prevede una più ampia disponibilità di posti sia all’aperto che al chiuso, tornando a occupare il suo periodo originario, tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno. Il cartellone di questa edizione, infatti, si è aperto lo scorso sabato ed è distribuito lungo tutto il mese, fino al 25 settembre. Il programma è vario e intrigante e include performance, opere di video danza, mo-

stre e conferenze. Una vocazine intimistica, come dichiarato dagli stessi organizzatori, che si rivolge alle nuove generazioni di artisti per dar loro visibilità e metterli in contatto con gli operatori del settore. Alle numerose performance si affianca, dunque, una selezione di opere presentate al festival Choreographic Captures di Monaco; la mostra fotografica del pesarese Alessandro Giampaoli, aperta fino all’8 ottobre; le conferenze su Pina Bausch tenute dalla professoressa Eugenia Casini Ropa, decana della storia della danza all’interno delle mura accademico-istituzionali, e la presentazione del libro del padre della danza moderna in Francia, Dominique Dupuy, Danzare Oltre. Scritti per la danza, curato sempre dall’accademica. E in un momento che vede un’impegnativa crisi della critica quanto e forse più di quella dell’arte, a volte l’unica cosa che si può fare è lasciarsi trascinare dai propri limiti e sospirare: fu vera arte? «Ai posteri l’ardua sentenza».


MobyDICK

poesia

17 settembre 2011 • pagina 21

I versi gratuiti di un “sovversivo” di Filippo La Porta uando leggevo nel ’68 Pier Paolo Pasolini, che amavo e che spesso mi esasperava, era come se ascoltassi la sua voce (una vocina inconfondibile: dolcemente pedante, ferma e di tono sommesso). Inoltre mi sembrava che si rivolgesse direttamente a me (così come mi accadeva solo leggendo Camus). Credo che questo abbia a che fare con la sua vocazione di poeta, capace di tradurre un’idea in immagine, di arrivare al cuore e alla mente, di trasmettere una verità sensibile attraverso un’emozione legata al presente: «l’amare… il conoscere… non l’aver amato».

Q

P a s o l i n i , p o l i g r a f o e artista multimediale, avrebbe voluto essere soprattutto un poeta, fin da quando leggeva Rimbaud e Machado sui banchi di scuola e poi a vent’anni scrisse i suoi versi in friulano, nella lingua materna ricreata con un amore viscerale per quella terra e con la sapienza di un filologo romanzo. Ma lo è stato davvero «poeta»? La mia impressione è che Pasolini ha aspirato tutta la vita alla poesia, consapevole di abitare un mondo che rifiuta la poesia, che al di là degli ossequi ipocriti la ridicolizza, la emargina, etc., che ne delegittima il nucleo originario impastato con il sacro (con un’alterità, con quello che chiama «il mistero dell’altro»…). E dunque lui ha provato e riprovato a esprimersi poeticamente, sapendo che era illusorio e riuscendovi solo a tratti (ed era inevitabile che fosse così), attraversando con furia megalomane tutti i generi e i linguaggi che aveva a disposizione: romanzo, racconto, recensione, saggistica letteraria, versificazione, cinema, teatro, giornalismo, prosa poetica, e financo disegno (un bellissimo autoritratto) e musica (ha scritto testi per canzoni). Solo in questo senso la sua intera opera mi pare composta da «saggi»: le poesie saggi sulla poesia, i film saggi sul cinema, etc. Nel senso cioè etimologico di saggi: assaggi, prove, tentativi (insomma: uno sterminato non finito). Dunque un’ope-

il club di calliope

IL PIANTO DELLA SCAVATRICE Solo l’amare, solo il conoscere conta, non l’aver amato, non l’aver conosciuto. Dà angoscia il vivere di un consumato amore. L’anima non cresce più. Ecco nel calore incantato della notte che piena quaggiù tra le curve del fiume e le sopite visioni della città sparsa di luci, echeggia ancora di mille vite, disamore, mistero, e miseria dei sensi, mi rendono nemiche le forme del mondo, che fino a ieri erano la mia ragione d’esistere.

ra per definizione disuguale, contraddittoria, che oscilla tra passione e ideologia, tra pulsioni distruttivo-funeree e amore disperato per la vita; e, dal punto di vista artistico, tra sciatteria e perfezionismo Nei versi che ho scelto, con quegli endecasillabi un po’ sbilenchi e con una terza rima dantesca grossolana e riadattata, Pasolini a metà degli anni Cinquanta fa sperimentazione con la tradizione più classica (sono tratti dalle Ceneri di Gramsci, 1957, la sua raccolta poetica più alta). Si capisce subito che per lui la lingua della poesia è pur sempre una lingua comunicativa e che si confronta in modo temerario con l’impoetico, con il non formalizzato, con la realtà impura. Fino all’esito finale di cancellarsi come lingua poetica. La prima raccolta, cui accennavo, è delle Poesie a Casarsa (1941-1943), poi riunite insieme all’Usignolo della chiesa cattolica nella Meglio gioventù, e spedite nel ’46 a Contini, che pure le apprezzò molto. Si tratta di versi in friulano, in una lingua quasi reinventata, che prima non aveva avuto attestazioni scritte e che assomiglia al provenzale, una lingua elegante, purissima, che si sottrae al degrado e al conformismo. Ma è a Roma negli anni Cinquanta che si compie la sua esperienza strettamente poetica più rilevante, con le Ceneri di Gramsci, e in seguito con La religione del mio tempo, del 1961, e con Poesia in forma di rosa, che esce nel 1964. I versi più belli? Dalle Ceneri vorrei ricordare questi, che sembrano un Penna riuscito a metà, volontaristico, e perciò molto pasoliniani: «È un buio la vita, e questi persi/ in essa, la perdono serenamente,/ se il cuore ne hanno pieno:

Pier Paolo Pasolini

a godersi/ eccoli, miseri, la sera: e potenti». Dalla Religione del mio tempo, dalla poesia Il glicine: «Io ero morto, e intanto era aprile,/ e il glicine era qui, a rifiorire/ (…)/ Io non so cosa sia/ questa non-ragione, questa poca-ragione:/ Vico, o Croce, o Freud, mi soccorrono,/ ma con la sola suggestione/ del mito, della scienza, nella mia abulia./ Non Marx. Solo ciò che è ormai parola/ la sua parola muta, non il chiarore/ non il buio che c’è prima, povero glicine!». Di Poesia in forma di rosa ricordo la clausola di Supplica a mia madre: «Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire./ Sono qui solo, con te, in un futuro aprile…». Successivamente la poesia si convertirà in altro: articoli, poemetti in prosa.

P a r l a v a d i r e t t a m e n t e a me in quanto era un poeta. Pasolini sentiva di essere un poeta e infatti inventa metafore poetiche e le usa in ambiti distanti dalla poesia: la «scomparsa delle lucciole», il «Palazzo»… Certo solo la poesia, «che proviene, epifanicamente, dal bene», poteva rappresentare per lui una alternativa alla logica mercantile e dell’utile. Pur nell’omologazione «alcuni momenti vanno strappati all’utilità diretta del mercato, come il buono, la gratuità, la solidarietà, il sogno». Forse è stato anche un gran reazionario, avverso a questo progresso, nostalgico di una purezza arcadico-contadina, diffidente nei confronti del divorzio e della «liberazione sessuale», ma la sua opzione antiutilitaristica verso la poesia è la posizione più «sovversiva» oggi immaginabile.

LA MUSICA PERDUTA DI TOMMASO LANDOLFI in libreria

Ultimo giorno al fresco degli abeti. Ritorno alla città, un groviglio nero. Ricorderò questa vacanza come il meritato riposo del guerriero. Ritornerò fra un anno. L'età sale, la gioventù non torna, la saluto. Non sono sempre io? a un successivo livello di spirale.

Maria Luisa Spaziani (Da La luna è già alta, Mondadori 2006)

di Giovanni Piccioni

vviata fra il 1966 e il 1967, la stesura dei testi poetici che compongono Viola di morte (Adelphi), si concluse nell’agosto del ’70. In realtà, se la prosa di Tommaso Landolfi è fra le più musicali della letteratura italiana e lascia intravedere una possibilità di espressione poetica, è tra gli anni Cinquanta e Sessanta, allorché si accentua l’isolamento dell’autore, che egli si dedica a una scrittura diaristica che probabilmente annuncia la poesia. Il diario in versi appare nel 1972: «Non trovo conforto/ Se non nelle distorte/ Battute/ D’una musica perduta./ La prosa m’opprime:/ Non la parola che dirime,/ Mi giova/ Ma l’avventurosa prova/ Del verso gettato al vento». Il sentimento che pervade la raccolta è complesso: se prevale il senso del dileguarsi dell’amore e del dilagare della morte, castigo di un Dio iniquo (murato in «Queste aride sedi/ di terrore e di angoscia», dove solo esiste la «Soverchiante fatica / Della vita vissuta»), è bruciante il desiderio di cogliere quanto vale e va perduto, e il rancore e la furia non sono altro che «sempre rinnovate dichiarazioni d’amore all’infinito» (Citati). Così si affermano una nostalgia che sempre viene delusa e un accenno di speranza. Il mondo è rimpianto e negato al tempo stesso: «Credevo allora d’essere in esilio/ E che un prossimo giorno/ Avrei potuto far ritorno/ Al mio reame sconfinato, e tutto/ Che qui m’era rapito/ O rimaneva inascoltato -/ Soavità, bellezza,/ Amore, gioia, tenerezza,/ Gloria potenza - mi sarebbe reso./ Oggi ben so che questo,/ Questo e non altro è il sordo regno mio».

A


ai confini della realtà I misteri dell’universo

pagina 22 • 17 settembre 2011

el mondo esistono oggi ufficialmente circa 7000 lingue. Ogni anno se ne perdono parecchie, parlate da gruppi o troppo piccoli o sottoposti a una pressione culturale esterna che li porta a rinunciare al proprio patrimonio linguistico. Ogni tanto se ne aggiungono alcune, in quanto o si scopre che una parlata è una lingua e non un dialetto o si scoprono popolazioni isolate che parlano lingue sconosciute. Questo è avvenuto recentemente con una cinquantina di nuove lingue identificate nel sud-ovest della Cina, in parti montuose e isolate delle province delloYunnan e dello Szechuan. Sono lingue parlate da poche centinaia o poche migliaia di persone, che vivono in zone assai isolate.

N

Settemila lingue costituiscono un corpus di regole grammaticali, sintattiche e una ricchezza di parole tale da superare qualunque possibilità per una mente umana di apprenderle tutte. Salvo che... È invece possibile che gruppi di studiosi, come quello a suo tempo organizzato all’Università di Stanford da Joseph Greenberg, che invitai a un convegno da me organizzato e morto da non molto, riescano a determinarne gli elementi essenziali, a classificarle, a vederle come rami di qualche gruppo originario. Ricordiamo che Joseph Greenberg, sviluppando un’idea del grande glottologo italiano Alfredo Trombetti (1866-1929), concluse che tutte le lingue derivano un’unica originaria, separatasi poi in superfamiglie, queste divise in famiglie. Un’idea giustificata con ragioni interne alla glottologia, e confermata da risultati paralleli nella genetica sviluppati sempre a Stanford da Luigi Cavalli Sforza e collaboratori. Conclusioni che possono far riflettere sulla tesi biblica della divisione delle lingue dopo il crollo della torre di Babele. Esistono persone particolarmente dotate per le lingue e in grado di parlarne un numero elevato. Ricordiamo che nel passato esistevano famiglie specializzate nella professione d’interpreti, tra-

MobyDICK

Dimmi quante lingue parli e ti dirò chi sei

di Emilio Spedicato Ma abbiamo anche il ricordo di persone speciali con la conoscenza di molte lingue. A queste doveva certamente appartenere Salomone, sebbene non sia in grado di dire quante lingue conoscesse. Avendo settecento mogli è probabile che almeno da un certo numero di loro avesse appreso la loro lingua. Dal libro nazionale etiopico Kebra Nagast sappiamo che conversava senza interpreti con la regina di Sa-

nale che conosceva oltre cento lingue, fra cui decine degli indiani dell’America del Nord. Diceva che il difficile è imparare le prime quaranta, poi si va veloce.

In questo secolo un funzionario della Comunità europea in visita all’Università di Bergamo per il programma Erasmus disse che il responsabile dell’ufficio traduzioni della CE conosceva ben ottantacinque lingue; e ricordiamo

pastore e contadino, autodidatta dedito allo studio delle lingue dalle 4 del mattino alle 10, prima di iniziare i lavori nei campi. Ha cominciato giovanissimo imparando l’ucraino in poche settimane e ora è in grado di leggere e scrivere in oltre cento lingue. Fra queste molte lingue parlate da popolazioni anche poco numerose della Siberia e del Caucaso. Ha scritto numerosi saggi, il suo ultimo lavoro è il primo dizionario in assoluto della lingua rutula. Il rutulo è parlato da

Sono 7000 le lingue oggi riconosciute nel mondo. Impossibile per una mente umana apprenderle tutte. Possibile invece che gruppi di studiosi riescano a classificarle, determinandone gli elementi essenziali. Poliglotti celebri? Salomone, Mitridate e Riccardo Bertani

smessa da padre e figlio. Una tale famiglia esisteva ancora nel secolo passato nell’oasi di Siwa, in Egitto, crocevia di carovane provenienti da varie parti dell’Africa settentrionale, in cui si parlavano decine di lingue. Un’altra esisteva nella zona del Bab el Mandeb, all’ingresso del Mar Rosso, dove Henri de Monfreid ebbe come guida un ragazzino che conosceva un numero incredibile di lingue. E simili famiglie esistevano evidentemente nel passato.

ba/Sheba. Regina quasi certamente giunta dall’India, terra di Shiva/Sheba. Giunta via terra, proseguì via mare per i territori dove l’India aveva colonie o insediamenti commerciali, fra cui Etiopia, costa sud dell’Arabia e dell’Iran. Da vari autori classici, fra cui Caius Iulius Solinus, sappiamo che Mitridate, re del Ponto, suicidatosi settantenne quanto fu sconfitto da Pompeo, si rivolgeva ai delegati delle ventidue nazioni che controllava usando la loro lingua. Venendo a tempi moderni nell’Ottocento risiedeva in Vaticano un cardi-

che ogni documento della CE va tradotto nella ventina di lingue parlate negli attuali Stati elementi. Passando a persone da me conosciute anche se indirettamente, mio nonno aveva appreso, pare, 25 lingue negli anni in cui navigò sugli oceani, avendo cominciato a dieci anni come mozzo. Iris Cantelli, vedova del grande direttore Guido tragicamente scomparso in un incidente aereo a Orly, mi ha detto che suo padre medico conosceva 27 lingue. Ebbene in un paese di campagna, Campegine, in provincia di Reggio Emilia, vive uno straordinario etnologo e linguista: Riccardo Bertani, ottantenne,

circa ventimila persone, che vivono nel Dagestan, nella zona orientale del Caucaso. Sono citati da Virgilio, quindi è possibile che un loro gruppo raggiunse l’Italia prima della fondazione di Roma. Fra i miei progetti sta quello di scrivere un libretto per un’opera dedicata all’evento Tunguska (località della Siberia nota per essere stata il luogo dell’impatto di un grande meteoroide o cometa avvenuto il 30 giugno 1908, ndr). Il secondo atto vede lamentazioni di due sciamane al cielo vuoto di stelle. Due sciamane tunguse, che cantano in tunguso, e sarà Bertani a tradurre in tunguso il mio testo italiano.


o p i n i o n ic o m m e n t il e t t e r ep r o t e s t eg i u d i z ip r o p o s t eo p i n i o n i

Il dubbio sull’unità d’Italia e Porta Pia come atto fondativo ANCORA CRISI Dopo la crisi del 2008, molti hanno pensato che il peggio fosse passato. Purtroppo la situazione continua a diventare più difficile costringendo gli Stati europei, ma anche gli Usa, a manovre economiche molto pesanti, che incidono sulle prestazioni sociali e previdenziali di quello che una volta veniva chiamato il Primo Mondo, ovvero la parte più ricca dell’umanità. Questa crisi viene da lontano e ha come origine l’incapacità delle società occidentali a diminuire il proprio tenore di vita nonostante, con la globalizzazione, la ricchezza, in Occidente, sia in fase calante. La classe politica non ha avuto la lungimiranza e la forza di promuovere misure atte a contenere i deficit sovrani, i quali si sono ingrossati con la crisi del 2008/2009. Ora tutti i grandi Stati europei e gli Usa si ritrovano con debiti sovrani ben oltre l’80% del Pil. Non si tratta di una crisi transitoria, ma dell’esito di sistemi non adatti a reggere l’urto della globalizzazione e delle trasformazioni del mondo in questo scorcio di XXI secolo. È per questo che sono urgenti, oltre alle manovre correttive, anche riforme in grado di ridisegnare lo Stato e favorire la crescita degli elementi positivi e competitivi, che possano reggere la concorrenza del mondo globalizzato senza, però, dover rinunciare ai principi di democrazia, giustizia ed equità sociale tipici del mondo sviluppato. Le misure che il governo italiano sta prendendo per arrivare al pareggio di bilancio sono in buona parte misure una tantum, e non lasciano intravvedere quelle riforme necessarie al rilancio dell’Italia. Il rischio che corriamo è quello di tappare il buco nei conti dello Stato ma di ritrovarci con una crescita pressoché nulla nei prossimi anni, e di dover quindi scegliere se diminuire ulteriormente lo stato sociale o ricorrere al deficit di bilancio. Per questo è necessario che la classe politica metta mano a riforme in grado di rilanciare il Paese: abolizione delle province, liberalizzazioni, investimenti in ricerca e formazione e nelle infrastrutture. Se la società civile e la classe politica decideranno di mettere mano a queste riforme, l’Italia potrà sperare di tornare tra gli Stati leader del mondo, altrimenti continuerà il lungo declino che il Paese sta già conoscendo da almeno un ventennio. Dario Nicolini COORDINATORE CIRCOLI LIBERAL MILANO

LE VERITÀ NASCOSTE

Quest’anno si sono festeggiati i 150 anni dell’Unità d’Italia. Ad essere precisi, purtuttavia, dovremmo dire che si sono festeggiati i 150 anni che sono intercorsi dalla proclamazione del Regno d’Italia (17 marzo 1861) ad oggi. L’Unità d’Italia si ottenne infatti il 20 settembre del 1870, allorquando i bersaglieri entrarono a Porta Pia, mettendo fine al potere temporale dei Papi e Roma fu proclamata Capitale d’Italia. Il 20 settembre non è più festa nazionale dall’avvento del fascismo e questa è la più grande vergogna della nostra Repubblica che, dal 1946 ad oggi, non l’ha più ripristinata. Il 20 settembre è e dovrebbe essere la festività laica più importante, poiché vide uniti - per la prima volta nella Storia d’Europa - repubblicani e monarchici, massoni e cattolici, nobili e popolani, ebrei e protestanti, donne e uomini, in nome dell’Italia e della libertà religiosa. Sarebbe ora che il Popolo sovrano chiedesse a questa putrescente classe politica (senza più speranze) ciò che gli spetta: il ripristino del 20 settembre quale festa nazionale di riconciliazione fra le fedi e le ideologie, sotto la bandiera dell’Unità nazionale e della laicità dello Stato. Sarebbe la festa più bella. La più importante ed affratellata d’Italia.

Luca Bagatin

UNA MANOVRA DI VUOTI A RENDERE Diamone atto. La pensata più brillante per non alzare le tasse è stata quella del governo di alzare l’Iva dell’1%. L’iniziativa più intelligente in nome dell’Unità, senza dubbio, quella della Lega di voler celebrare il giro di Padania e l’unico plauso partito dall’Ue per l’efficacia delle misure cortei. Sulla manovra non è possibile fornire nessuna anticipazione attendibile. A parte la delega per la riforma fiscale e assistenziale e gli interventi in materia di accise e giochi, su cui qualche sia pure striminzita certezza pare esserci, le restanti misure annunciate in materia province, contributo di solidarietà, patrimoniale, pensioni, contrattazione aziendale, comuni, con allegate curiose proposte di legge costituzionale, non sono che cartucce caricate ma sempre pronte per essere sparate a salve. La strada è lunga ed il testo è ancora suscettibile di modifiche che si preannunciano poco entusiasmanti. Già perché quando la confusione ha ceduto il passo a proposte chiare e concrete è arrivato un richiamo solenne al rigore dei conti. Giusto. Ma se da una parte non si può non essere d’accordo, dall’altra, si rimane perplessi quando si scopre che i residui accertati al 2008 risultano pari a 90 miliardi di euro. Al rigore di bilancio, dunque, sarebbe stato necessario affiancare interventi (assolutamente sostenibili in termini di risorse) in favore della crescita e

dell’occupazione. Ecco che il dibattito in aula avrebbe potuto rappresentare, nel merito, il primo passo per fissare una agenda fatta di pochi punti, dal rafforzamento della competitività, al miglioramento dei servizi e delle prestazioni sociali, passando per la riorganizzazione delle professioni e della formazione in favore di una società più aperta. Impegni che avrebbero potuto essere assunti coraggiosamente in queste ore; e, nel metodo, cercare di non portare avanti un gioco fatto di parole e vuoti a rendere. Come non detto. Governo e buona parte dell’opposizione hanno mostrato i limiti di una classe politica che ha scelto nuovamente di galleggiare. La stessa che, salvo rare eccezioni, fino ad oggi ha avuto i mezzi per essere utile al Paese ed invece ha pensato al proprio comodo fallendo miseramente alla prova dei fatti. Che ogni qual volta ha tentato di dare una spiegazione ha semplicemente articolato suoni senza forma con una prepotenza pari solo all’inadeguatezza di chi, trovato riparo nella superstizione della crisi, continua ad imporre il passato al presente.

Michele Gerace

DIAMO AL PAZIENTE ONCOLOGICO LE CURE APPROPRIATE Il malato oncologico merita oggi un approccio multidisciplinare in uno stesso centro. Ogni singolo paziente dovrebbe essere valu-

L’IMMAGINE

VINCENZO INVERSO SEGRETARIO NAZIONALE CIRCOLI LIBERAL

REGOLAMENTO E MODULO DI ADESIONE SU WWW.LIBERAL.IT E WWW.LIBERALFONDAZIONE.IT (LINK CIRCOLI LIBERAL)

L’isola del Giglio, uno dei luoghi più belli del Santuario dei cetacei, rischia di diventare una discarica. È l’allarme lanciato da Greenpeace dopo aver monitorato le condizioni dei fondali dell’isola: tra i rifiuti rinvenuti a Cala Cupa oltre 200 bottiglie di plastica, scarpe, lattine, una lavatrice e uno stereo. L’isola del Giglio è uno dei siti più importanti per immersioni in Italia. Praterie di posidonia, meravigliose gorgonie e coloratissime spugne rendono la zona un vero e proprio patrimonio naturale. Purtroppo, nonostante si trovi nell’area protetta del Santuario, che si estende tra Toscana, Liguria e Costa Azzurra, non vi sono regole specifiche contro l’inquinamento, nessuna misura per limitare il traffico marittimo nelle zone più sensibili o controlli per evitare l’abbandono di rifiuti dalle imbarcazioni come previsto dalla normativa internazionale. Risale a dieci anni fa la legge istitutiva del Santuario dei cetacei, e da allora si attende la dovuta tutela. Non sorprende che in assenza di regole precise la presenza di questi animali, anche al largo dell’isola, sia sempre più sporadica mentre il degrado dell’ecosistema marino aumenta.

tato sinergicamente dal chirurgo, dall’oncologo clinico e dal ricercatore di base. Ci sono rari esempi nel nostro Paese di medicina oncologica che funziona, ma nella maggior parte delle situazioni ci troviamo indietro anni luce rispetto agli Stati Uniti e al Nord Europa. Qui in Italia il paziente si opera in un istituto, poi è costretto ad una faticosa migrazione per incontrare un oncologo clinico che disegni la terapia, mentre altrove stanno studiando la neoplasia. È necessario che le cose cambino capillarmente altrimenti il paziente oncologico non potrà mai essere curato appropriatamente.

Alessandro Bovicelli

PER UNA NAZIONE FEDERALISTA

APPUNTAMENTI OTTOBRE VENERDÌ 14 - ORE 11 - ROMA PALAZZO FERRAJOLI Consiglio Nazionale Circoli Liberal

Discarica a mare aperto

Girasoli anti-cesio Milioni di girasoli sono stati piantati nei campi intorno a Fukushima nella speranza di decontaminare il terreno dalle radiazioni. Si dice, infatti, che i girasoli riescano ad assorbire dal terreno il cesio 134 e 137. Se l’operazione dovesse andare a buon frutto, tuttavia, si porrà un altro problema di cui i ricercatori nipponici si stanno occupando: stabilire come smaltire i milioni di fiori ormai contaminati

Vorrei esporre un mio ragionamento su come deve essere una nazione federalista. Il Senato, definito Camera delle regioni (o delle nazioni), deve essere composto da 4 senatori per regione, eletti pariteticamente, e contare quindi 80 membri in tutto, con un presidente e un vice-presidente senza diritto di voto. In caso di parità, il presidente può votare, il vice mai. Nessun senatore a vita. La Camera dei deputati, eletta in base alla densità della popolazione, non deve contare più di 160 membri. Il Presidente della Repubblica viene eletto dalla popolazione, forma e presiede il governo. Tutti i membri del governo, indicati da lui, non devono appartenere al Parlamento. Abolizione delle regioni a statuto speciale. Circa le finanze, i comuni più grandi, o consorzi di comuni piccoli, provvedono al prelievo fiscale. I loro bilanci devono essere a pareggio, l’eccedenza viene data alla regione che la verserà a Roma, secondo la ricchezza della singola regione, dal 6 al 20%. Non è più consentito l’assistenzialismo regionale. Se una regione non può versare neanche il 6%, una commissione governativa indagherà, eventualmente commissariandola, fino alla soluzione del problema.

Bruno Ravera - Genova


scienza

pagina 24 • 17 settembre 2011

Il telescopio Keplero individua il giovane pianeta e tutti pensano al Tatooine di Guerre Stellari. Ma prima di George Lucas, un giovane Asimov aveva immaginato Kalgash...

Le 2 albe del nuovo mondo La Nasa scopre un sistema che ha due Soli in orbita Una realtà che i terrestri avevano predetto da tempo di Enrico Singer e le stelle apparissero una sola notte ogni mille anni, come gli uomini potrebbero credere e adorare, e serbare per molte generazioni la rimembranza della città di Dio?». Isaac Asimov il 17 marzo 1941 aveva appena 21 anni, ma da tre già pubblicava racconti di fantascienza. John Campbell, che come direttore di Astounding Science Fiction era il suo principale datore di lavoro, nel riceverlo in ufficio bloccò la proposta che stava per fare, e gli sbatté invece sotto al naso quella citazione da Ralph Waldo Emerson: il filosofo ottocentesco che è un po’ il gran padre dell’ideologia americana. «Campbell mi chiese cosa pensavo che potesse accadere se le stelle fossero apparse soltanto a lunghi intervalli», raccontava Asimov nello spiegare la genesi del racconto Nightfall (in italiano noto come Notturno). «Non avevo niente di intelligente da suggerire. Secondo me, gli uomini impazzirebbero, disse lui, in tono pensoso». Asimov tornò a casa, e si mise alla macchina da scrivere. E così nacque il racconto che tutte le associazioni, premi letterari e giurie che si sono occupati del tema hanno costantemente eletto “Miglior racconto di fantascienza di tutti i tempi”. Anche se lo stesso Asimov, pur essendone lusingato, preferiva personalmente un altro suo rac-

«S

conto. Però, ora che a 200 anni luce dalla Terra il telescopio Keplero della Nasa ha individuato un pianeta con due soli, nessun giornale ha pensato a Kalgash: il pianeta su cui si svolge la storia inquietante di Notturno. E tutti hanno invece evocato Tatooine: il pianeta su cui nella saga di Guerre Stellari è nato il “cattivo” Darth Vader e da cui viene l’intera famiglia Skywalker. È vero che Kepler-16b ha due soli come Tatooine, e non sei come Kalgash. È vero pure che Kalgash è descritto come un pianeta lussureggiante e verde, mentre Tatooine e Kepler-16 b sono accomunati dalle condizioni desertiche.

Nel pianeta appena scoperto, infatti, la temperatura passa da meno 73 a 101 gradi celsius, anche perché il periodo orbitale è di soli 229 giorni e la distanza dal più vicino dei due soli è di appena 104 milioni di Km: quasi la stessa distanza che dal nostro Sole ha l’infuocata Venere. Anche se i due soli, che orbitano una intorno all’altro ogni 41 giorni a una distanza media di 34 milioni di chilometri, sono poi, rispettivamente, solo il 69 e il 20% del nostro. D’altra parte si tratta di un pianeta gassoso, con una massa pari a un terzo e un diametro pari a tre quarti di quelli di Giove. «Questa scoperta è sorprendente. Ancora una volta, quello che era fantascienza è diventato realtà», ha com-

A Kepler 16b (questo il nome scientifico) la temperatura passa da meno 73 a 101 gradi Celsius, anche perché il periodo orbitale è di soli 229 giorni e il Sole più vicino è ad appena 104 milioni di km mentato Alan Boss, del Carnegie Institute a Washington. Sistemi stellari doppi che ospitano un pianeta erano già stati individuati, ma questa è la prima volta che si identifica un pianeta che non orbita attorno a una delle due stelle, ma a entrambe. Tatooine, il cui nome viene da quella città di Tataouine che George Lucas aveva visitato quando aveva girato il primo Star Wars in Tunisia, era stato anch’esso in origine una pianeta florido alla Kalgash, con oceani e jungle rigogliose sotto

il calore benefico dei due soli Tatoo I e Tatoo I. Ma poi la biosfera era stata distrutta da un bombardamento orbitale dei terribili Rakata, che avevano trasformato il pianeta in vetro facendo fondere la silice del terreno. In seguito si era sfaldata, e per questo l’intera superficie si era coperta di sabbia.

Viene però il dubbio che il parallelo sia stato dovuto a una mera ragione di cassetta, e che riguarda il diverso destino della fantascienza letteraria e cinematografica. Sul grande schermo, infatti, le grandi saghe fantascientifiche del passato continuano a impazzare a colpi di remake, prequel e sequel, che poi il piccolo schermo fa rimbalzare all’infinito. Ma su carta la fantascienza è invece un settore sempre più riservato a una nicchia di irriducibili, chiaramente minoritaria rispetto ai successi sempre più travolgenti del fantasy. Chissà: probabilmente l’arenarsi dell’esplorazione spaziale e il sempre più dilagante dubbio ecologista sul progresso tecnologico hanno tolto sempre più spazio a un genere letterario che dopo tutto era nato dalla fiducia nelle capacità della scienza, pur senza mai nascondersi il suo possibile lato oscuro. Ma al cinema, al contrario, gli effetti speciali di

oggi permettono a certe trame ormai divenute archetipi di continuare a rifulgere. D’altra parte, non solo Guerre Stellari e Notturno utilizzano l’idea della Stella Binaria. Anche Fanteria dello Spazio, film di Paul Verhoeven del 1997 tratto dal romanzo di Robert Anson Heinlein, si presenta infatti il pianeta di provenienza dei mostruosi Aracnidi come “un sistema stellare binario le cui tremenda forza gravitazionale produce una riserva illimitata di meteoriti”, usate dagli alieni per bombardare la Terra. Non viene però mostrato, se non in un grafico dei telegiornali della FedNet news. È pure binario il sistema solare in cui orbita Fiorina Fury 161: il pianeta-colonia penale in cui si ritrova Sigourney Weaver-Ellen Ripley nella terza puntata della saga Alien, uscita nel 1992. Ma in un pianeta con due soli si trova trasformata la stessa Terra in 2010, l’anno del contatto: sequel del 1984 di 2001: Odissea nello Spazio, non più con la regia di Stanley Kubrik, anche se sempre da un romanzo di Arthur Charles Clarke, che anzi vi compare in un cameo, seduto sulla panchina di un parco di Washington mentre dà da mangiare ai piccioni. Clarke e Kubrik appaiono anche in una copertina di Time, indicati come i


scienza

17 settembre 2011 • pagina 25

Terrors, un episodio di Star Trek: The Next Generation. E un pianeta che ruota attorno a una doppia stella a 6 anni luce e mezzo dal nostro sistema solare è anche Darwin IV: dove si svolge la docufiction Alien Planet, realizzata nel 2005 da Wayne Barlowe per Discovery Channel.

E dalla tv alla letteratura: due soli con tre pianeti abitabili costituiscono il sistema Manticore, in quella saga di Honorverse in cui David Weber proietta nello Spazio tra 2000 anni l’epoea dell’Inghilterra settecentesca. E un pianeta che orbita attorno a una stella doppia è anche quello su cui si svolge la Trilogia di Helliconia, scritta da Brian Aldiss tra 1982 e 1985. Le stagioni vi durano secoli, e i tre romanzi narrano appunto le vicende di una popolazione umana primitiva a partire dal disgelo in quel difficile ecosistema, e i suoi rapporti conflittuali con l’altra razza intelligente che lo abita. A cavallo tra vari media è infine La Guida galattica per gli autostoppisti: serie radiofonica di Douglas Adams trasmessa dalla Bbc nel 1978, che venne successivamente adattata in forma di romanzo, serie televisiva, videogioco e infine film per il cinema.Vi si parla infatti di Magrathea come pianeta che ruota attorno a un doppio sole. Mentre in un anime giapponese compare il pianeta a doppio sole di Trigun. Poi ci sono i pianeti a tre stelle. In Pitchback, film cult del 2000 di David Twhoy, un’astronave che tra-

Sistemi stellari doppi che ospitano un pianeta erano già stati individuati, ma questa è la prima volta che si identifica un pianeta che non orbita attorno a una delle due stelle, ma a entrambe

Nella foto grande: un’llustrazione artistica del pianeta Kepler-16b, il primo scoperto in orbita intorno a due stelle. Il pianeta, identificato a 200 anni luce dalla Terra, è in un sistema solare binario immaginato in film, libri e canzoni

presidenti americano e sovietico. Il film prevede infatti che nel 2010 gli alieni del famoso monolite avrebbero trasformato in stella anche Giove, riservandola a una nuova specie di esseri intelligenti mentre all’uomo veniva promesso “il resto dell’Uni-

“risposta sovietica” a Odissea nello spazio. Ma anche il pianeta pensante immaginato da Lem ruotava attorno a una stella doppia.

verso”. E non prevede invece che nel 2010 l’Unione Sovietica sarebbe stata defunta da 19 anni. A proposito di Unione Sovietica: Solaris, il film di Andrei Tarkovsky tratto nel 1972 dal romanzo del polacco Stanislaw Lem, fu considerato da molti la

Un pianeta dalla doppia stella è anche Chulak: là dove l’alieno Ra ha ricreato un angolo di antico Egitto, in quello Stargate che nel 1994 lanciò come regista Roland Emmerich. Stargate è però anche diventato una serie sul piccolo schermo, che ci aiuta dunque a passare dal cinema alla tv. Un pianeta binario è ad esempio Gallifrey: dove è nato il Doctor Who di quella serie della Bcc che andando in onda ininterrottamente dal 1963 al 1989 e venendo poi ripresa nel 2005 ha il record della serie di fantascienza tv più longeva. Su un pianeta binario si svolge The Captain’s Hand: diciassettesimo episodio di quella serie Battlestar Galactica che rielaborava e mescolava in chiave fantascientifica Genesi e miti greci. Su un pianeta binario la Enterprise-D finisce intrappolata in Night

sporta civili verso un nuovo pianeta da terraformare si imbatte in uno sciame di asteroidi e precipita appunto su un pianeta deserto, in cui brilla sempre il sole grazie ad un sistema solare composto da tre stelle. I naufraghi scoprono che le basi umane installate sono totalmente deserte, per colpa di misteriose e sanguinarie creature sono annidate nell’oscurità del sottosuolo. Poiché queste temono la luce del sole, gli stesso naufraghi tentano di riparare una nave abbandonata, in modo da scappare via. Ma ogni 22 anni su quel pianeta si verifica un’eclisse di sole che dà per un po’ ai mostri campo libero. In The Dark Crystal film realizzato nel 1992 da Frank Oz e Jim Henson con pupazzi anatomici e burattini, ruota attorno a tre soli il pianeta Thra, situato in una dimensione diversa dalla nostra. Una terra fretile e gioiosa, finché un fatale allineamento tra i tre astri 1000 anni fa non ha provocato la fatale rottura del Cristallo della Verità, scindendo di conseguenza anche la perso-

nalita dei suoi Guardiani. Un pianeta a tre stelle è il famoso Vulcano del Dottor Spock di Star Trek, dove l’astronave Enterprise a sua volta si trova in un’occasione a visitare un pianeta ternario. E una visita a un pianeta a tre stelle c’è anche in un episodio della serie a cartoni animato Futurama. Quattro stelle: il sistema Marune nella Trilogia dell’ammasso di Alastor, scritta da Jack Vance tra 1973 e 1981. Tutta la cultura dei suoi abitanti dipende dalle diverse combinazioni dell’illumnazione e durante il Mirk, quando tutti i soli tramontano nel cielo e cala la notte, gli uomini e le donne di Marune si lasciano andare a strani comportamenti. E poi ci sono, appunto, le sei stelle di Asimov. «Beta era quasi allo zenith, la sua luce rossastra inondava il paesaggio di un colore arancione insolito, mentre i raggi brillanti di Gamma si spegnevano. Beta era all’afelio. Sembrava piccolo; più piccolo di come Theremon l’avesse mai visto e, per il momento, era il dominatore incontrastato del cielo di Kalgash. Il vero sole di Kalgash, Alpha, quello intorno al quale il pianeta ruotava, era agli antipodi, e così le altre due coppie di soli più distanti. Il nano e rosso Beta – l’immediato compagno di Alpha – era solo, tristemente solo».

La civiltà di Kalgash, infatti, non conosce il Buio. Ma il Culto, una setta religiosa, profetizza che l’Oscurità e l’apparizione delle Stelle annunceranno la fine del mondo. Alcuni sviluppi scientifici sembrano concordare con la previsione religiosa, ma sono respinti sia dagli scienziati ortodossi che dai cultisti. Le ricerche archeologiche sembrano infatti indicare un carattere ciclico della storia del pianeta: una successione di civiltà giunte a vertici paragonabili a quella dell’epoca del racconto e tutte sistematicamente distrutte ogni 2000 anni. La Legge di Gravitazione Universale, appena scoperta, permette di ipotizzare l’esistenza di una luna: un’eventuale eclissi di uno dei soli in un momento preciso, quando tutti gli altri cinque sono tramontati, potrebbe condurre al Buio. Ma il recente esperimento di un tunnel da percorrere in rotaia su un luna park ha mostrato che la mente degli uomini di Kalgash viene sconvolta da un’esposizione al buio anche limitata. Lo scienziato protagonista intuisce che ogni rarissima eclissi di luna coincidente col tramonto di cinque soli porta a un tale stato di follia collettiva da appiccare fuoco ovunque, pur di avere un po’ di luce. E gli scienziati cercano allora di organizzarsi. Non con troppo successo. Anche se nel 1990 Asimov avrebbe dilatato il racconto in un romanzo, in cui invece c’è spazio per un paradossale ottimismo.


pagina 26 • 17 settembre 2011

grandangolo A dieci anni dagli attacchi, il Congresso è del tutto mutato

Negli States nessuno canta più “God Bless America”

L’agone della “res publica” statunitense paga la crisi economica, le guerre e le troppe incertezze del governo Obama. Ma il prezzo da pagare non può essere la dissoluzione del senso di appartenenza comune a una grande nazione, retta da ideali giusti e capace di combattere per affermarli. Serve un nuovo scatto di orgoglio, per tutti di Anna Camaiti Hostert opo le celebrazioni del decennale dell’11 settembre, che hanno visto una sorta di apparente unità tra le forze politiche nel ricordo delle vittime delle Torri Gemelle, viene quasi naturale chiedersi: se ci fosse un altro attacco terroristico adesso, siamo proprio sicuri che il Parlamento americano riunito in sessione plenaria e unito senza distinzioni di parte, come accadde allora, sarebbe pronto a cantare God Bless America? Oppure ci sarebbero invece alcuni parlamentari già pronti a scrivere articoli per costruire un impeachment contro il presidente Obama? Tanto è avvelenato il clima politico a Washington. Il livello dello scontro è purtroppo arrivato a livelli mai conosciuti prima d’ora, almeno nell’agone politico Usa. La domanda si pone proprio in conseguenza del fatto che - se l’11 settembre fu una risposta all’orrore dell’attentato che uccise migliaia di persone e fu il primo attacco sul suolo americano - fu anche l’inizio di un rassicurante orgoglio nazionale e di una vena sacrificale senza precedenti.

D

Molti giovani si arruolarono immediatamente nell’esercito ben sapendo che, con grande probabilità, sarebbe toccato loro andare in guerra. Apparve immediatamente chiaro che questi giovani fighters della libertà si erano messi senza alcuna esitazione nelle mani dei propri leader: una nuova generazione di americani era pronta a schierarsi

con orgoglio in difesa del proprio Paese. Niente riesce a catalizzare la forza di volontà, almeno quella di un americano (e gli esempi sono davvero tanti), come il sapere che c’è qualcuno in qualche parte del mondo pronto ad uccidere una persona solo perché è americana. Una sorta di nuova “strana normalità”si venne a creare e si stabilizzò, nella speranza che controlli più accurati e più vigili avrebbero rassicurato e protetto i cittadini americani. Volare divenne molto più complicato e le pratiche di sicurezza molto più invasive. La vigilanza civile ed il coraggio individuale riuscirono an-

I sondaggi danno in forte calo sia la Casa Bianca sia il Gop. Non è una buona notizia per nessuno dei due sfidanti che a sventare alcuni attentati, come quello dello shoe bomber Richard Reid, assieme ad altri.Tuttavia queste storie, a dispetto di un forte spirito unitario da un lato, non riportarono entro l’arena politica una rinnovata umiltà sufficien-

te a fronteggiare una crisi economica senza precedenti come quella che l’America sta affrontando.

Dall’altro non sono riuscite a far assumere ad Obama un tono più deciso e una più appariscente volontà di lottare. È infatti accusato anche dalla sua parte di non opporre sufficiente resistenza nei confronti dei continui e inesorabili attacchi dei repubblicani che non si fermano davanti a niente e nessuno, neanche di fronte alla possibilita di far cadere l’America in default. La lotta accanita tra il presidente Obama e i Tea Party in questa terribile contingenza economica dovrebbe invece stemperarsi e le differenze di parte essere accantonate proprio come accadde quando al Qaida colpì a tradimento il Paese. Sfortunatamente quell’unità nazionale si è dissolta per un numero di ragioni ben note, alcune delle quali risalgono al periodo precedente la presidenza Obama. Gli obiettivi e la strategia della “Global war on terror” di George W. Bush sono divenuti col tempo sempre meno chiari e sempre più discutibili. A destra e a sinistra si sono levate voci sempre più numerose che hanno messo in discussione le nuove intrusioni nella vita privata dei cittadini da parte del governo dopo che in fretta fu fatta passare la legge denominata “Patriot Act”, che aumentava i controlli senza discrezione di sorta di telefoni, email e altri canali privati di comunicazione tra gli individui. La Guerra in Af-

ghanistan, iniziata per detronizzare i talebani e distruggere al Qaida, divenne un tentativo - dalle caratteristiche sempre più oscure e misteriose - di ricostruire un Paese che non sembrava avere nessuna voglia di essere controllato dagli americani. E la Guerra in Iraq contro Saddam Hussein, a dispetto del fatto che non c’erano prove di un suo legame con gli attentati dell’11 settembre, non migliorò la situazione oltre ad aggravare il bilancio federale.

Oggi la cooperazione politica a Washington è assolutamente assente e i politici si azzuffano su tutti gli obiettivi legislativi ereditati dalla precedente amministrazione e aggravatisi con la crisi economica: l’occupazione, le tasse, l’economia. La recessione che certo ha aiutato ad eleggere Obama adesso è un peso insormontabile. Come afferma Steve Chapman sul Chicago Tribune «nessun presidente liberal o conservatore può trionfare in un’economia malata». Una ripresa lenta e a volte molto incerta accompagnata dalla possibile minaccia di una seconda ricaduta è indebolita da un totale collasso dei consumi e dal crollo della fiducia da parte delle imprese. Gli ultimi polls rivelano che la rabbia degli elettori si riversa su chiunque si trovi in questo momento al governo sia locale che centrale, incluso il presidente Obama.Tutto ciò che è governativo non sembra riscuotere più alcuna fiducia. Da qui il successo dei Tea Party.


17 settembre 2011 • pagina 27

Romney e Perry lanciano la corsa per le presidenziali del 2012

Fede e immigrazione, partono le primarie dei Repubblicani di Martha Nunziata i hanno messo quasi cento anni, ma alla fine ce l’hanno fatta. Quel distretto così popoloso e multiculturale, quella Circoscrizione IX che ingloba i quartieri di Brooklin e del Queens, simbolo della sbandierata eterogeneità della stessa New York, da ieri è repubblicano. Bob Turner, semisconosciuto uomo d’affari in pensione, settantenne ex dirigente televisivo, ha battuto il democratico David Weprin, 55 anni, figlio d’arte (il padre è stato per anni deputato proprio nel Queens) nella corsa per il seggio della Camera lasciato vacante dal dimissionario Anthony Weiner, travolto da uno scandalo cybersessuale. Al di là del dato storico (l’ultima volta che la IX Circoscrizione di New York aveva espresso un deputato repubblicano era stato nel 1923) la portata della sconfitta (53% per i repubblicani, 46% per i democratici), rischia di assumere contorni ben più estesi per l’intero establishment democratico, Presidente Obama in testa. Non a caso, festeggiando la vittoria ad Harbour Beach, le prime parole del neodeputato Turner sono state rivolte direttamente alla Casa Bianca: «Il nostro successo - ha detto - è un chiaro messaggio nei confronti del Presidente Obama: un messaggio di sfiducia per la sua politica economica e per la sua politica estera». E gli analisti politici americani sono convinti che il voto newyorkese sia stato in realtà un “referendum anti-Obama”. Nel 2008, il Presidente conquistò il nono distretto con oltre il 56% dei consensi, così come fece John Kerry quattro anni prima (57%) e Al Gore nel 2000 (67%). Cosa è cambiato, allora, per trasformare una roccaforte democratica (con tanto di oltre mille volontari schierati nel volantinaggio “porta a porta” fino al giorno prima del voto e quasi 500mila dollari spesi in spot elettorali) nel terreno di conquista repubblicano? Secondo Hank Sheinkopf, guru newyorkese dei sondaggi, il voto è la diretta espressione del malcontento dell’elettorato di origine ebraica (sia Brooklin che il Queens sono abitati per la maggior parte da ebrei americani) nei confronti di quella che viene considerata, dagli ambienti ebreo-ortodossi americani, la svolta “anti-Israele” di Obama, che a maggio aveva prima criticato gli insediamenti in Cisgiordania e poi si era detto a favore del ri-

C

Più del 60 per cento di coloro che hanno risposto all’inchiesta del Washington Post disapprova la strategia presidenziale rispetto al problema dell’occupazione, a quello della creazione di nuovi posti di lavoro oltre a quello del deficit nel budget federale. Però il 60% approva i suoi successi nei confronti del terrorismo, e certo l’uccisione di Osama bin Laden ha aiutato molto in questa direzione; anche se la buona reputazione nei confronti della lotta al terrorismo, il passaggio della riforma sanitaria dopo 75 anni di tentativi democratici, il salva-

Tutto ciò che è governativo non sembra riscuotere più alcuna fiducia. Da qui il successo dei Tea Party taggio di Wall Street e gli ultimi 447 miliardi di dollari per risollevare l’economia non sembrano avere lo stesso peso che avrebbero potuto avere 10 anni fa. Allora cosa è cambiato nella pancia dell’America che ha permesso ad un entusiasmo travolgente nei confronti del primo presidente nero d’America di trasformarsi in uno scarso 40%? Cosa ha determinato questa trasformazione e questo disinteresse nei confronti della politica? Non può certamente essere una forma di razzismo strisciante, che certamente in alcune aeree del Paese esiste ancora ma non sembra giocare un ruolo determinante at large. E non può essere solo lo scarso peso dei candidati repubblicani che spesso assumono posizioni che devono essere rinnegate dai loro stessi collaboratori come nel caso dei Rick Perry e dei suoi commenti sul Social Security. O in quello anco-

ra più eclatante di Michelle Bachmann e delle sue dichiarazioni nei confronti del ruolo subalterno che le mogli devono assumere nei confronti dei mariti, salvo poi specificare che tra lei (parlamentare e quindi donna in carriera indipendente) e il marito subentra il rispetto reciproco.

La scarsa consolazione di Obama - il suo rating approval non è inferiore a quello dei suoi sfidanti più pericolosi, Mitt Romeny e Rick Perry, e ha ancora alcuni punti di vantaggio nei loro confronti - non lo può assolvere dal ripensare una strategia politica se non più aggressiva, certamente più decisa. Come si chiede Charles M. Blow «Obama ha finalmente capito che non si può vellicare la pancia della bestia che ti vuoi mangiare, che si deve lottare per uscire dal piatto dove ti ha già piazzato per mangiarti e che si deve addomesticare il mostro, costringendolo a seguirti? È finalmente riuscito a capire che gli americani danno più valore ad una lotta valorosa che ad un’esangue sconfitta? Ha ancora interesse a diventare l’Obama dell’immaginazione della gente, “il presidente della trasformazione” più che un trasformista opportunista che si piega come un giunco al vento che tira, senza mai davvero schierarsi?». A queste domande Obama deve certamente rispondere al più presto, anche se in una situazione economica così difficile e in un momento storico in cui i valori conservatori stanno guadagnando terreno quotidianamente le sue scelte sono oggettivamente più difficili e meno apprezzate proprio per la natura del suo ruolo e della sua parte politica. I Repubblicani d’altra parte non sembrano giocare un ruolo molto accattivante, se il leader della minoranza repubblicana in Senato Mitch McConnell ha affermato alcuni giorni fa: «La cosa più importante da fare adesso è essere sicuri che Obama sia il presidente di un solo mandato». Viene da chiedersi se in questo momento la cosa più importante non sia quella di rimettere in piedi il Paese invece di lottare l’un contro l’altro armati.

torno di Israele ai confini del 1967, considerati viceversa indifendibili da Gerusalemme. Obama, dunque, starebbe perdendo il sostegno di quell’elettorato ebraico che nel 2008 lo sostenne all’82%: la prova, secondo Steve Goldberg, analista dell’ABC e dello stesso partito democratico, è nel fatto che anche lo stesso sconfitto, Weprin, è un ebreo ortodosso, che ha pagato caro, però, il suo atteggiamento di apertura nei confronti dei matrimoni omosessuali e della costruzione della nuova moschea accanto a Ground Zero.

La vittoria di Turner va quindi letta anche in relazione alla campagna elettorale per la Casa Bianca e sull’impatto che le confessioni religiose avranno sul voto presidenziale. Soprattutto se l’avversario di Obama sarà Mitt Romney, l’ex Governatore del Massachusetts, già in corsa per le primarie del partito repubblicano nel 2008, prima di ritirarsi in favore di John McCain. Romney è di fede mormone, elemento che gli garantirebbe i voti delle grandi comunità dello Utah (stato in cui è diventato popolarissimo dopo aver risanato in appena tre anni il deficit di 379 milioni di dollari successivo all’Olimpiade Invernale di Salt Lake City del 2002) e dell’Ohio, stato decisivo in 23 delle 25 elezioni presidenziali americane (“As Ohio goes, so goes the Nation”, si dice negli Stati Uniti). A Romney, però, proprio per la sua fede, mancherebbero i voti dei cristiani evangelici, di gran lunga più numerosi dei mormoni: anche per questo il partito repubblicano sembra diviso, nelle ultime settimane, tra lui e Rick Perry, di fatto, ormai, l’unica alternativa, dopo il progressivo sfilacciamento del lotto degli altri candidati. I due, peraltro, non potrebbero essere più diversi: moderato, calcolatore, razionale Romney, impulsivo, passionale, liberista Perry. Larry J. Sabato, Direttore del Center for Politics dell’Università della Virginia, il “veggente”della politica americana, li definisce: «l’uno (Romney) sarebbe la scelta di testa, l’altro (Perry) la scelta di cuore». «A meno che non decidano di correre l’uno accanto all’altro, nel ticket Presidente-Vice Presidente. E questo sì - secondo Sabato - sarebbe un vero problema per Obama».


quadrante

pagina 28 • 17 settembre 2011

Libia, i ribelli a Bani Walid

Danimarca, vince la “Gucci rossa”

TRIPOLI. Dopo aver lanciato l’attacco a Sirte, città natale di Gheddafi, i ribelli sono entrati ieri a Bani Walid, feudo delle forze lealiste, tra esplosioni e spari. Una lunga colonna di veicoli armati è arrivata nella città a 150 chilometri a sud di Tripoli, dopo una dura battaglia lungo la strada con le truppe fedeli al raìs. All’alba, cinque razzi lanciati dalle forze di Gheddafi hanno colpito una fabbrica utilizzata come ospedale da campo. I medici sul posto hanno detto che non ci sono state vittime, né feriti. Già in mattinata la strada che porta al centro della città è caduta in mano ai ribelli che in breve hanno assunto il completo controllo su Bani Walid. L’annuncio ufficiale è partito da una fonte del Consiglio transitorio.

COPENHAGEN. Gli exit poll confermano le previsioni dei sondaggi effettuati prima delle elezioni: sarà il centrosinistra a formare il nuovo governo danese, guidato dalla leader socialdemocratica Helle Thorning Schmidt. La coalizione che la sostiene, secondo lo spoglio quasi definitivo, otterrebbe la maggioranza assoluta con 89 dei 179 seggi del Parlamento, lasciandone 80 al blocco della destra. In nottata il premier Lars Lokke Rasmussen ha ammesso la sconfitta augurando all’avversaria un buon lavoro e aggiungendo una battuta: «Fai attenzione alle chiavi dell’ufficio, perché le perdi sempre». La Schmidt, 44 anni, è a capo del Partito socialdemocratico dal 2004. Fino ad allora europarlamentare, era considerata inesperta.

Il Kosovo “occupa” la frontiera serba PRISTINA. Le autorità del governo kosovaro di Pristina hanno assunto ieri il controllo di due posti di frontiera con la Serbia a Jarinje e Brnjak, nel nord della regione che a fine luglio era stata teatro di violenze e scontri fra forze dell’ordine e popolazione serba. La decisione di Pristina è fortemente avversata da Belgrado e dalla popolazione serba, maggioritaria al nord. I serbi, in segno di protesta, hanno praticamente bloccato l’intera area, istituendo blocchi stradali e elevando barricate, tanto da indurre l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) a lanciare un appello alla calma a tutti i contendenti. Anche funzionari di frontiera della Ue sono arrivati in rinforzo: alta la tensione.

In meno di un mese, oltre 130mila persone sono scese in piazza in tutto il Brasile per protestare contro un governo fatto di scandali

La marcia dei carioca indignati Corruzione, tangenti, appalti truccati: saltano 4 ministri in 8 mesi di Maurizio Stefanini lcuni lo hanno ribattezzato M7s: il Movimento del 7 settembre, da quel giorno dell’indipendenza brasiliana in cui hanno esordito, mandando in piazza 30.000 persone a Brasilia, in contemporanea alla parata ufficiale, e almeno 100.000 in altre 50 città di 19 Stati. Anche se la mobilitazione continua, e il clou dovrebbe esserci il 20, a Rio de Janeiro, in attesa di una nuova manifestazione nazionale per il 15 novembre, festa della proclamazione della repubblica. Altri lo chiamano invece Msp: Movimento dei Senza Partito, perché appunto contestano frontalmente i 10 partiti della coalizione che appoggia Dilma Rousseff e gli scandali a ripetizioni che l’hanno già costretta a sostituire ben quattro ministri in otto mesi: il capo di gabinetto Antonio Palocci, la cui società di consulenza aveva fatturato l’equivalente di 12 milioni e mezzo di dollari mentre era capo della campagna elettorale della stessa Rousseff; il ministro dei Trasporti Alfredo Nascimento, il cui figlio è stato accusato di arricchimento illecito; il ministro dell’Agricoltura Wagner Rossi, accusato di traffico di influenze; e ultimissimo il ministro del Turismo Pedro Novais, il cui viceministro Federico da Silva era stato accusato per appropriazione di fondi pubblici ed era stato arrestato, assieme ad altri 24 funzionari del ministero.

I primi “caduti” sono il capo di gabinetto Antonio Palocci; il ministro dei Trasporti Alfredo Nascimento, il cui figlio è stato accusato di arricchimento illecito; il ministro dell’Agricoltura Wagner Rossi, accusato di traffico di influenze; e ultimissimo il ministro del Turismo Pedro Novais

A

Ma il colpo di grazia è arrivato quando il giornale A Folha ha rivelato che da membro del Congresso tra 2003 e 2010 aveva utilizzato denaro pubblico, per pagare una colf e un autista di sua moglie. Già traballa però anche un quinto: il ministro delle Città Mario Negromonte, che avrebbe usato fondi pubblici per vincere la competizione interna al suo partito. Che si chiama Progressista, ma in realtà sta a destra, ed è l’erede del partito che appoggiò il regime militare del 1964-85; ma anch’esso è stato imbarcato nella pletorica alleanza di Lula e Dilma. Nel contempo, però, non è che il Movimento manifesti più fiducia in

un’opposizione che appare sempre più impotente. D’altra parte, il caso scatenante dell’indignazione è stato quello di Jaqueline Roriz: una deputata che dopo essere stata filmata mentre riceveva una mazzetta è stata scagionata dalla Cassazione, a appartiene appunto a un partitino dell’opposizione. Tutte le bandiere di partito sono state dunque bandite, mentre molti manifestanti sono scesi in piazza con il volto dipinto nel giallo e verde della bandiera nazionale. Evidente è la vicinanza con gli Indignati spagnoli, ma grandi anche le differenze. Gli indignados, infatti, erano giovani: essenzialmente studenti esasperati per la difficoltà ad inserirsi nel mondo del lavoro che è sempre più una piaga d’Europa. In America Latina i loro omologhi più vicini sono gli studenti cileni, che però non protestano tanto contro la

disoccupazione, quanto contro i costi dell’istruzione. Anche tra questo movimento autodefinitosi “senza volto, senza bandiera e senza partito”, in realtà, stanno emergendo alcuni giovani.

Uno, ad esempio, è il 22enne Tiago Lara, studente di Scienze Politiche a Brasilia. Un altro è Walter Magalhães, tra i creatori della pagina Facebook del movimento. Ma assieme ai giovani in strada si sono visti in quantità anche persone di altre età, e l’autodefinizione non è quella di un movimento studentesco, ma di un movimento di ceti medi. «La classe media è uscita di casa ed è venuta in strada. È così che abbiamo iniziato», ha spiegato Ophir Cavalcante, presidente dell’Ordine degli Avvocati del Brasile. Lo stesso Ordine degli Avvocati si è schierato in appoggio al

Movimento, assieme a Associazione Brasiliana della Stampa, Federazione delle Industrie di Rio de Janeiro, i grandi quotidiani moderati O Globo e A Folha, il procuratore generale della repubblica Roberto Gurgel, Addirittura, sta con i manifestanti la Conferenza Episcopale Brasiliana: è questo è un altro stacco clamoroso con gli Indignados e il loro anticlericalismo. Invece che temi economici, poi, gli Indignati del Brasile hanno come pressoché unico punto della loro agenda il tema della moralità pubblica. In questo, piuttosto che agli Indignados spagnoli assomigliano ai Girotondini italiani, e in effetti certe modalità di manifestare, dalle maschere ai nasi da pagliaccio ai fischietti, e pressoché tutti gli slogan sono facilmente sovrapponibili. «Questa è una forma di dire che tipo di Paese


17 settembre 2011 • pagina 29

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Errico Novi (vicedirettori) Vincenzo Faccioli Pintozzi (caporedattore) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica)

Siria, scorre ancora il sangue: 27 vittime civili in un giorno solo DAMASCO. Non si ferma la strage della dissidenza anti-Assad. Secondo alcune fonti locali, soltanto ieri sono stati uccisi ventisei civili siriani forze di sicurezza fedeli al presidente Bashar al Assad, in diverse località della Siria. Il regime siriano, tramite l’agenzia ufficiale Sana’a, parla invece di un morto e quattro feriti tra le file delle forze di sicurezza e non fa riferimento a nessuna vittima civile nella repressione odierna. L’agenzia precisa che un agente è stato ucciso e altri quattro sono rimasti feriti da spari di arma da fuoco esplosi da membri di gruppi armati appostati su un minareto di una moschea nella zona di Busar al Harir, nella regione meridionale di Daraa. Nei giorni scorsi, il consigliere presidenziale Buthaina Shaaban aveva riconosciuto per la prima volta l’esistenza di vittime civili,“settecento”, un numero esattamente pari ai caduti tra i soldati e le forze di sicurezza.Da Tripoli, dove si trova in visita, il premier

e di cronach

Direttore da Washington Michael Novak Consulente editoriale Francesco D’Onofrio

turco Recep Tayyip Erdogan ha lanciato un nuovo monito al presidente siriano Bashar Al Assad affermando che chi infligge la repressione al popolo siriano non sopravviverà. Sono mesi che Erdogan esorta il suo ex amico e alleato Assad ad accogliere le istanze dell’opposizione e a moderare la repressione. «Voi siete quelli che hanno dimostrato al mondo intero che nessuna amministrazione può opporsi al potere e ad volere del popolo», ha detto Erdogan ai libici.

Da sinistra: Antonio Palocci, consigliere politico; Pedro Novais, ex ministro, e la presidente Dilma Roussef

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria) Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Osvaldo Baldacci, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Giuliano Cazzola, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Anselma Dell’Olio, Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Aldo G. Ricci, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Gennaro Malgieri, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Antonio Picasso, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Franco Ricordi, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Emilio Spedicato, Maurizio Stefanini, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Consiglio d’amministrazione Vincenzo Inverso (presidente) Raffaele Izzo, Letizia Selli (consiglieri)

vogliamo, con moralità e giustizia. È un grido che deve essere ascoltato». «Che vale di più, un cittadino povero un politico ladro? Brasile, mostra la tua faccia». «La lotta per l’etica è una sfida che non oppone, non divide, non separa. La bandiera dell’etica che si leva ora non difende questo o quell’altro interesse. È una bandiera collettiva, che rappresenta l’aspirazione di tutto un Paese», ha spiegato l’inserzione che la Federazione delle Industrie di Rio de Janeiro ha fatto pubblicare su O Globo.

Le stesse facce dipinte ricordano la marcia studentesca che nel 1992 scese in piazza per chiedere le dimissioni del presidente Fernando Collor de Mello, che appunto accuse di corruzione avrebbe poi costretto alla rinuncia. Appunto per porre rimedio alla corruzione dei politici Conferenza Episcopale e Associazione della Stampa hanno redatto un manifesto in cui chiedono alcune riforme costituzionali dei tre poteri esecutivo, legislativo e giudiziario che in Italia ricorderebbero il programma di Grillo. In particolare, una legge per impedire l’elezione di politici corrotti e la trasparenza nelle spese dell’esecutivo. Ma in agenda è anche una raccolta di firme per chiedere l’abolizione del voto segreto nelle sessioni del Congresso in cui si giudicano deputato e senatori, che finiscono regolarmente assolti. Un’altra battaglia è contro la proposta riforma per togliere le preferenze. E un’altra ancora è perché finiscano in galera i 37 accusati dello scandalo di compravendita dei deputati che nel 2005 costò il posto al numero 2 di Lula, Dirçeu. O Globo ha scritto che sebbene in Brasile non si stia

Senza bandiere di partito e senza volto, il Movimento del 7 Settembre vuole rinnovare l’intera classe dirigente del Paese lottando “contro una dittatura come in Libia o in Egitto”, tuttavia i politici dovrebbero riflettere sul fatto che “i 30.000 che hanno occupato l’asfalto di Brasilia, convocati da Internet, potrebbero essere la punta di qualcosa di maggiore esistente nel sottosuolo della società”. All’osservatore esterno è difficile non andare col pensiero a Anna Hazare: l’attivista che in India ha appena condotto un durissimo sciopero della fame proprio per imporre una legge anti-corruzione. Brasile e India assieme a Russia, Cina e Sudafrica sono stati inclusi nei Brics: i Paesi emergenti che rappresentano la nuova realtà della politica mondiale. Ma tutti quanti questi Paesi condividono appunto e gli alti livelli di crescita del Pil, me i gravissimi problemi di moralità pubblica. È vero che, secondo molti analisti, la corruzione può costituire un utile lubrificante nei momenti di decollo economico: l’Inghilterra della Rivoluzione Industriale fu dopotutto il Paese dove Mandeville scrisse il suo provocatorio apologo sui “Vizi privati,

pubhbliche virtù”, e gli Stati Uniti decollarono nell’epoca detta dei “Baroni Ladri”. Ma arriva un certo punto in cui la stessa corruzione diventa impedimento, e in India come in Brasile sta crescendo la convinzione che questo momento sia arrivato. Che sia oggi

Concessionaria di pubblicità e Iniziative speciali OCCIDENTE SPA Presidente: Emilio Bruno Lagrotta Amministratore delegato: Raffaele Izzo Consiglio di amministrazione: Ferdinando Adornato, Vincenzo Inverso, Domenico Kappler, Antonio Manzo Angelo Maria Sanza Ufficio pubblicità: Maria Pia Franco 0669924747 Agenzia fotografica “LaPresse S.p.a.”

Ma in Brasile c’è un dato ulteriore, ed è la difficoltà che le forze moderate hanno avuto a innescare una corretta dialettica di ricambio democratico, da quando in America Latina nel XXI secolo è iniziata la cosiddetta “ondata a sinistra”. Lasciamo perdere Paesi come il Venezuela di Chávez, la Bolivia di Evo Morales o l’Ecuador di Rafael Correa, dove il gioco democratico è in questo momento in parte alterato. Ma anche nell’Argentina dei Kirchner, nel Brasile del Pt o nell’Uruguay del Frente Amplio l’opposizione di centro-destra appare oggi in grado di vincere elezioni locali, referendum, anche elezioni politiche. Non più però di conquistare quella Presidenza, che nei sistemi latino-americani è il fulcro del potere. Probabilmente le forze moderate, una volta persa l’egemonia esercitata in passato non necessariamente per via clientelare ma sicuramente grazie al prestigio sociale di certi ceti notabilari o alla tradizione, faticano a costruire un nuovo blocco sociale elettoralmente competitivo. Anche perché nuovi ceti medi sono stati creati proprio grazie alla politica di inclusione sociale dei governi di sinistra, e tendono dunque a essere leali con in partiti oggi al potere. La questione morale potrebbe dunque essere la parola d’ordine attorno al quale si sta costruendo un nuovo schieramento moderato.

“AP - Associated Press” Tipografia: edizioni teletrasmesse New Poligraf Rome s.r.l. Stabilimento via della Mole Saracena 00065 Fiano Romano Distributore esclusivo per l’Italia Parrini & C - Via di Santa Cornelia, 9 00060 Formello (Rm) - Tel. 06.90778.1 Diffusione Ufficio centrale: Luigi D’Ulizia 06.69920542 • fax 06.69922118 Abbonamenti 06.69924088 • fax 06.69921938 Semestrale 65 euro - Annuale 130 euro Sostenitore 200 euro c/c n° 54226618 intestato a “Edizioni de L’Indipendente srl” Copie arretrate 2,50 euro Registrazione Tribunale di Salerno n. 919 del 9-05-95 - ISSN 1827-8817 La testata beneficia di contributi diretti di cui alla legge n. 250/90 e successive modifiche e integrazioni. Giornale di riferimento dell’Udc

via della Panetteria 10 • 00187 Roma Tel. 06.69924088 - 06.6990083 Fax. 06.69921938 email: redazione@liberal.it - Web: www.liberal.it Questo numero è stato chiuso in redazione alle ore 19.30


pagina 30 • 17 settembre 2011

il personaggio della settimana Classe 1946, non si è presentato al tavolo per il rinnovo del contratto dei 26mila lavoratori Chrysler

Il Landini americano Magrolino e dall’aria un po’ svanita, è in realtà serio, tenace, diretto e bene informato su tutto. Chi è Bob King, il leader dei sindacalisti di Detroit che sta facendo infuriare Sergio Marchionne di Francesco Pacifico er un compagno di viaggio come Bob King si può anche dare buca ad Angela Merkel. Così Sergio Marchionne martedì sera ha fatto le valigie e ha lasciato il Salone dell’auto di Francoforte (giovedì ad accogliere la cancelliera allo stand Fiat c’era soltanto Jaki Elkann) per volare a Detroit. Perché alla mezzanotte di mercoledì è scaduto il contratto dei dipendenti firmato con la United auto workers. Che non è soltanto il più potente sindacato metalmeccanico americano, quanto il vero azionista forte della più piccola delle case automobilistiche a stelle strisce attraverso il fondo pensioni Veba. Una trattativa molto delicata, con Marchionne che non dovrà soltanto abbozzare di fronte alla richiesta di aumenti salariali. Infatti rischia di dover fare concessioni su un terreno a lui poco congeniale come la cogestione. Tema che ogni qualvolta viene rilanciato ai tavoli sindacali italiani, lo fa sbottare:

P

della questione, i suoi colleghi e la controparte pendono dalle sue labbra. Soprattutto è concreto, persuade gli imprenditori che collaborare con il sindacato e trattare bene i lavoratori garantiscono una maggiore produttività».

Ma siccome in America non c’è un Landini qualunque, un trinariciuto Cipputi da portare davanti a un giudice del lavoro, si deve porgere l’altra guancia e non mostrare la faccia cattiva. Anche se le cose vanno per le lunghe. Anche se King, nel giorno ferale, preferisce passare la giornata con i vertici di General Motors, nonostante l’Ad di Fiat sia corso per lui in America. Proprio il manager che Barack Obama definisce «un salvatore», che bacchetta con la stessa virulenza gli speculatori e il governo e non si prende neanche la briga di ringraziare Maurizio Sacconi per l’articolo 8 inserito in manovra, ha svestito i panni di duro e dovuto

contratto e senza neanche un’intesa tra Chrysler e Uaw che preveda l’estensione del vecchio. Non c’e un accordo nemmeno sull’eventuale ricorso all’arbitrato. So che noi siamo la più piccola delle tre case automobilistiche a Detroit (Ford, Gm e Chrysler) ma non per questo siamo la meno rilevante. I nostri lavoratori non sono meno importanti». Il tutto mentre in casa propria il Lingotto ha confermato il totale disimpegno dallo stabilimento della Iribus-Iveco di Flumeri (Avellino). E se Fiat non trova un acquirente per il suo stabilimento italiano del segmento è soltanto perché il governo taglia i fondi per il trasporto pubblico locale e i sindaci fanno gare al ribasso, che avvantaggiano i concorrenti stranieri. Il sito Sevel di Atessa (Chieti) - dove quarantott’ore fa è stato firmato un innovativo accordo, con il premio di produzione legato alle ore lavorate - uscirà dal perimetro di Confindustria. La quale, nolente o volente resta

accordare alla controparte Usa una proroga di una settimana alle trattative per il rinnovo del contratto. E se non bastasse, l’ha buttata anche sul sentimentale per criticare lo sgarbo subito dall’amico Bob. Come rivelato il Wall Street Journal, gli ha scritto una furente lettera, nella quale gli rinfaccia: «Ci siamo incontrati l’ultimo weekend e messi d’accordo che oggi (mercoledì, ndr) avremmo firmato. Per chiudere è necessaria la tua e la mia presenza, ma tu non ti sei presentato». Quindi la mozione degli affetti: «Penso ai nostri 26.000 dipendenti che domani lavoreranno senza un nuovo

un ostacolo per il superamento del contratto nazionale e finisce per trasformarsi in un avversario nella guerra tra l’azienda e le tute blu della Cgil. Per non parlare del traccheggiare sul futuro di Mirafiori, con Marchionne che preannuncia tempi brevi ma prima di un mese non dirà nulla né sullo status sulla società che controllerà lo stabilimento né confermerà se a Torino si costruiranno il Suv marchiato sia Jeep sia Alfa per sfidare i concorrenti. Che, a quanto pare, rivendicano Oltreoceano. Perché in America non si può scontentare la potente confederazione guidata da Bob King. In-

L’ad di Fiat gli ha inviato una dura lettera, accusandolo di non tenere nella giusta considerazione i lavoratori «Qui comando io, siamo in Italia, certe cose lasciamole alla Germania». Bruno Vitali, responsabile auto della FimCisl, ha costituito con i colleghi Ezio Masini (Fiom Cgil) ed Eros Panicali (Uilm) un gruppo di contatto con i sindacati americani e brasiliani «per evitare di muoversi in ordine sparso e mettere i lavoratori delle diverse nazioni uno contro l’altro». Un tavolo al quale siede anche King.Verso di lui Vitale è prodigo di elogi: «A vederlo non gli daresti un soldo: magrolino, con gli occhiali, smunto, ma poi s’inizia a trattare e ti rendi conto che è informato su tutto e tutti, va subito al nodo


17 settembre 2011 • pagina 31

Fiat, ad agosto giù le immatricolazioni Crollano le immatricolazioni in Italia. In otto mesi, rispetto al 2010, si è registrato addirittura un -12 per cento. Su scala europea, da gennaio ad agosto 2011, 8.888.793 nuove auto sono state registrate nell’Ue a 27 membri. Si tratta dell’1,3 per cento in meno rispetto ai primi otto mesi del 2010. In Italia il calo è stato del 12 per cento. A comunicarlo, ieri, è stata l’Acea, associazione costruttori europei automobili. Stando ai dati, i principali mercati hanno mostrato un quadro eterogeneo: la Germania ha registrato un crescita a due cifre (+11,2 per cento), la Francia è rimasta stabile (+0,4 per cento), il Regno Unito è sceso del 6,1 per cento e in Spagna sono diminuite del 22,2 per cento. Dopo il calo del 2,0 per cento registrato a luglio, prosegue l’Acea, le immatricolazioni sono aumentate del 7,7 per cento nel mese di agosto rispetto ad agosto 2010. In Italia, come detto, l’aumento è stato dell’1,5 per cento. Il Gruppo Fiat ha immatricolato 45.585 automobili (Ue+Efta) con un calo del 7,6 per cento rispetto a un anno fa. Nel periodo gennaio-agosto 2011 il calo è stato del 12,5 per cento con 667.096 immatricolazioni rispetto a 762.312 dello stesso periodo del 2010.

tanto perché il colosso bicefalo che ha in mente il manager abruzzese guarda sempre più a Detroit: con le vendite che languono in Italia e in Brasile, il gruppo si deve affidare al ramo Chrysler per raggiungere il target 2014 di 5,9 auto da commercializzare. In agosto, infatti, i suoi marchi hanno registrato negli Stati Uniti un rialzo delle immatricolazioni pari al 31 per cento: 130.119, contro le 99.611 dello stesso periodo del 2010, il miglior agosto dal 2007 e il diciassettesimo aumento mensile consecutivo.

Eppoi su quel versante dell’Atlantico sono stati annunciati investimenti per oltre 3 miliardi di dollari, si vogliono piazzare in quindici mesi 850mila Jeep, non si può deludere Obama, il quale ha staccato un assegno da 80 miliardi per rimettere in sesto l’industria dell’auto. Circostanze e condizioni che fanno il gioco di King, l’uomo che ha permesso il turn around, tenendo buone le maestranze e dando credito più di tutti al manager dal pullover blu venuto dall’Italia. Il leader Uaw ha accettato le dure condizioni poste da Marchionne per riprendere l’attività: 14 dollari all’ora di salario per i nuovi assunti contro i 28 pagati agli altri dipendenti, la trasformazione dei crediti in pancia al fondo pensione Veba in azioni di fatto senza diritto di voto (e infatti nonostante detenga il 41,5 per cento non ha alcuna influenza nella gestione), una turnazione più flessibile per rispondere alle esigenze del mercato, la promessa di non indire scioperi per i prossimi cinque anni. Intanto Detroit diventa la nuova frontiera per la Cgil. Sbotta Susanna Camusso: «Questa storia insegna a chi ha inseguito il mito dell’amministratore delegato innovatore che l’antica ricetta di scaricare sui lavoratori non vale né negli Stati Uniti né in Italia. Alla fine la ragione vince e anche il sindacato americano ha fatto una scelta: provare a salvare un’a-

zienda». A differenza del suo predecessore Gugliemo Epifani, la leader della Cgil non ha mai fatto sconti all’uomo del Lingotto. Ma anche un sindacalista non antipatizzante di Marchionne come Raffaele Bonanni se la ride: «Il mio amico Bob King ha dapprima preso atto della crisi profonda in cui si trovava la Chrysler e adottato una terapia d’urto per rimetterla in pista. Ora che la Chrysler fa affari, giustamente chiede il conto». E se c’è una lezione da trarre è che in «America il sindacato ha prima sanato il corpo malato e poi ha chiesto il conto. Invece in Italia molti chiedono il conto prima di risanare il corpo». Lo storico Giuseppe Berta ha sottolineato che per capire di che pasta sono fatti questi sindacalisti a stelle e strisce, e quanto stanno dietro ai soldi e quanto ai diritti, basta rileggere il contratto scaduto alla mezzanotte di ieri e contare quante righe sono dedicate alle pause, a una questione che ha scatenato un lungo conflitto tra la Fiat e la Fiom: ci sono soltanto otto righe. Nelle quali, aggiunge lo storico, «ci si limita a specificare che le pause sono calcolate in ragione di cinque minuti in ragione di ogni ora lavorativa per ogni operaio dislocato sulla linea di montaggio, mentre i minuti scendono a tre ogni ora per i lavoratori indiretti. Non si aggiunge null’altro, così come si dice ancora meno per gli straordinari, stabilendo che saranno riconosciuti al termine del completamento delle 40 ore settimanali di lavoro». Non esiste la prova, ma forse è avendo a che fare con i rappresentanti dei lavoratori americani che Marchionne ha deciso di lanciare la crociata, con Nella pagina a fianco, il leader americano dell’Uaw, Bob King e il leader della Fiom, Maurizio Landini. In alto, l’amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne

la quale sta rivoluzionando le relazioni industriali nel nostro Paese. Perché, come scrive Berta, «un buon conoscitore dei contratti di lavoro italiani stenterà a ritrovarsi nelle lasche prescrizioni del general settlement Chrysler-Uaw. L’impressione è di essere dinanzi a linee-guida estremamente generali, con una flessibilità applicativa demandata a ogni singolo impianto produttivo. Temi che fanno parte della tradizione sindacale di fabbrica come l’organizzazione del lavoro ricevono pochi cenni, giusto qualche rinvio al Word Class Manufacturing come al paradigma di riferimento per un assetto produttivo in evoluzione». Tanto pratici, questi della Uaw non potevano che passare all’incasso dopo i sacrifici fatti. Soprattutto leggendo Marchionne che promette di riempire le strade americane di Jeep e 500, mentre i giornali analizzano in tutte le loro sfaccettature le ripercussioni passate presenti e future della crisi sulla working class. Ufficialmente la piattaforma di Bob King si poggia su tre rivendicazioni. In primis, un riconoscimento per le maestranze dei profitti realizzati da quando l’azienda ha rimesso i conti a posto, che è indispensabile soprattutto se l’economia Usa continua a rallentare. Quindi stipendi e benefit simili a quelli che continuano a concedere Gm e Ford e che ha garantito Volkswagen nei nuovi stabilimenti di Chattanooga. Infine misure e istituti che favoriscano l’aumento dell’occupazione. Eppoi c’è la volontà di entrare nella stanza dei bottoni. Le tute blu della Uaw fanno pressioni sul loro presidente perché si comporti come si confà a un azionista forte. E pretendono per il fondo Veba un posto in Cda, in modo da controllare dall’interno l’integrazione tra Fiat e Chrysler, ben sapendo che l’alto indebitamento di Torino potrebbe minare i diritti acquisiti dei lavoratori americani.

Ma a dirla tutta King, questa vertenza, l’ha riempita con un pizzico di ideologia sconosciuto al sindacalismo americano. Che rischia di ritorcersi contro e spaventa non poco Marchionne. Intanto ha lanciato una campagna per «ottenere un aumento delle retribuzioni degli entry-level workers», cioè dei nuovi assunti, perché con le paghe attuali «è a rischio lo stile di vita da middle class di questi lavoratori». Quindi si è detto pronto a superare un dogma della buona gestione industriale americana: la partecipazione degli operai alla governance. Una rivoluzione epocale, dirompente come la riforma della sanità di Obama. Come ha sottolineato dalle colonne del Sole 24 ore Giuseppe Berta, «la Uaw guarda esplicitamente al modello partecipativo tedesco e alla possibilità di designare dei propri rappresentanti nei consigli delle imprese. La lezione della crisi appare determinante, da questo punto di vista: dai contratti del 2007 con le Big Three di Detroit era nato il fondo Veba, per assicurare la copertura sanitaria ai lavoratori in pensione. Nessuno all’epoca avrebbe potuto prevedere che proprio il fondo Veba avrebbe giocato una funzione decisiva nella politica di salvataggio dei gruppi automobilistici americani e, grazie a esso, il sindacato sarebbe entrato formalmente fra gli stakeholders di Gm e Chrysler. Così, quella che era parsa all’inizio come una soluzione temporanea e straordinaria, dettata dall’urgenza di far sopravvivere gli ex colossi dell’auto Usa, sembra essersi convertita per il sindacato in un’inedita ipotesi di cogestione». È anche per questo che Sergio Marchionne, prima di lasciare i fasti Francoforte, ha mandato a dire in America che «i negoziati con i sindacati di Chrysler non sono ancora conclusi. Non ho ancora un contratto e non siamo neppure vicini».


ULTIMAPAGINA Lo storico marchio di Mandello del Lario che ha trasformato il Paese, festeggia la “rinascita” a novant’anni

E la Guzzi mise in moto di Marco Scotti

Una riproposizione in versione «moderna» di uno dei classici della Guzzi: il V7 special. Negli anni Settanta, il V7 incarnò il mito di «On the road» all’italiana. Sotto, uno storico Falcone, altra modo di punta della casa di Mandello sul Lario

anti auguri, Moto Guzzi! Una “signora” che compie novant’anni, anche se non li dimostra per nulla. Una delle prime e più significative “eccellenze” italiane, anche se, per una volta, moda e manifattura non c’entrano niente. Fin dalla sua nascita, si è dimostrata prodigio di tecnologia, Divenendo ben presto un autentico status symbol. Ma la strada fino ai novant’anni non è sempre scivolata via senza intoppi, tanto che, a un certo punto, si è quasi pensato di pensionare questo storico marchio...

T

La storia della Moto Guzzi inizia da un sogno che permette a tre ragazzi di superare l’orrore della guerra.: Carlo Guzzi, Giorgio Parodi e Giovanni Ravelli. I tre si incontrano durante la Prima Guerra Mondiale e decidono che quando torneranno a casa costituiranno una società che produca moto. Sfruttando l’inventiva di Guzzi, i mezzi di Parodi – figlio di un armatore genovese – e il talento per le corse di Ravelli. Purtroppo, quest’ultimo sarà vittima di un beffardo scherzo del destino: sopravvissuto alla Grande Guerra, muore pochi giorni dopo la conclusione del conflitto in un incidente aereo. Ma i due amici superstiti non dimenticano la promessa fatta, e decidono di proseguire nel loro intento. Così, assemblano la prima moto già nel 1919: 12 cavalli per 100 km/h. Rispetto a quasi tutti gli altri costruttori, in quegli anni costantemente tesi alla ricerca delle prestazioni, la motocicletta è razionale ed essenziale in tutte le sue componenti, garantendo innanzitutto funzionalità e affidabilità. I due amici sottopongono il prototipo al padre di Parodi il quale, dopo un prestito iniziale di duemila lire, accorda un finanziamento per la costituzione di un’azienda per la fabbricazione di motociclette: è l’inizio del mito. Il 15 marzo del 1921 viene costituita la “Società Anonima Moto Guzzi”. Dal primo prototipo realizzato viene poi sviluppata la “Normale”, che sancisce l’ingresso ufficiale di Moto Guzzi sul mercato. Questo modello raggiunge una velocità massima di 80 km/h e percorre 30 km con un litro, un autentico record per l’epoca. Non essendo ancora entrato a regime il meccanismo della pubblicità, l’unico modo per farsi conoscere è partecipare alle corse. Così, già nel maggio del 1921 le uniche due moto Guzzi fin lì costruite corrono il raid Milano-Napoli, ottenendo un ventesimo e un ventiduesimo posto. Ma solo quattro mesi dopo la Moto Guzzi guidata dal pilota Gino Finzi vince la storica Targa Florio. Seguiranno a questo altri 3328 successi. La prima vittoria funge da cassa di risonanza e alla fine del 1921 le moto costruite sono 17, ognuna venduta a 8.500 lire. Ma già nel 1929 arriviamo a una produzione di 2500 unità! L’espansione assume un ritmo frenetico e nel 1934 la Moto Guzzi è la più importante fabbrica italiana di motociclette (a soli 13 anni dalla nascita, i 17 dipendenti iniziali sono diventati 700). Quando la nostra “signora” Guzzi diventa maggiorenne, nel 1939, la produzione ha raggiunto – anche grazie al celeberrimo modello Airone 250 – picchi impensabili. Il successo è sancito anche dal fatto che Esercito Italiano, Polizia di Stato, Corazzieri e Carabinieri adottano le Guzzi come

L’ITALIA Dai trionfi sportivi a quelli commerciali, fino a diventare simbolo della «mobilizzazione di massa». E oggi, fuso nel gruppo Piaggio, il vecchio marchio cerca nuova vita senza perdere la sua identità

mezzi di servizio. Ma con la fine della guerra le cose sembrano cambiare: si fa concreto il rischio di essere sopravanzata da modelli meno potenti ma più maneggevoli. Per evitare di essere sorpassata, la Moto Guzzi (divenuta SpA nel 1946) costruisce il Guzzino 65, che verrà venduto in oltre 50.000 unità nel triennio tra il 1946 e il 1948. Seguiranno altri infiniti successi sia dal punto di vista agonistico che commerciale. D’altronde la Moto Guzzi diviene il simbolo di una generazione intera, che sogna di emulare i miti “on the road”americani.

Facciamo ora un salto temporale in avanti. Siamo nel 1973, e l’italo-argentino Alessandro De Tomaso acquista la Moto Guzzi. De Tomaso è già in possesso della Benelli e più tardi riuscirà ad acquistare anche la Maserati e la Innocenti. Ma con lui, uomo non sempre in grado di prendere le scelte migliori per la casa di Mandello del Lario, comincia un lungo periodo fatto di qualche alto e di molti bassi. È l’inizio del declino. La ricerca tecnologica, che per cinquant’anni aveva reso Moto Guzzi leader mondiale nel settore delle due ruote, viene inspiegabilmente accantonata, proprio nel momento in cui la sfida giapponese si fa serratissima. Il declino è lento ma inesorabile fino al 2004, quando il marchio Guzzi entra a far parte di un autentico colosso del settore: insieme ad altri marchi storici, viene acquistata dalla Piaggio di Roberto Colaninno. Ritrovando lo smalto di un tempo e riscoprendosi, ancora oggi, amatissima dai centauri di ogni età. Tanti auguri, signora Guzzi. Con la speranza di trascorrere almeno altri novant’anni da protagonista.


2011_09_17