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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • MARTEDÌ 6 SETTEMBRE 2011

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Le piazze finanziarie europee continuano a cadere. Lo spread fra Btp e Bund di nuovo a livelli record: 370 punti

Draghi avvisa il governo «Non date per scontato l’aiuto Bce». Borse in rosso, Milano a -5% Il futuro presidente di Eurotower: «Il tempo è scaduto, gli Stati siano responsabili e agiscano» E Trichet rincara la dose: «Le riforme per occupazione e crescita devono essere immediate» IL PARADOSSO ITALIANO

di Francesco Lo Dico

Oggi i funerali a Brescia

Addio Mino. Nel ‘94 avevi ragione tu di Ferdinando Adornato

Assediati. Da un governo confuso e da uno sciopero demenziale

ROMA. Il buongiorno doveva vedersi dal mattino. E già in apertura, tanto per gradire,Piazza Affari registrava il primo indice Ftse Mib gravato da una perdita del 2,17%. Ma è alle 16 che tutti capiscono che in realtà è buio pesto. L’Ftse Mib lascia per strada il 5,10%. E dal fronte dei titoli di stato arrivano notizie irriferibili: lo spread tra i Bund tedeschi e i Btp decennali italiani tocca un massimo di 368 punti, dopo i 327,3 dell’in apertura di giornata. a pagina 2

di Giancristiano Desiderio

La denuncia di Massimo Cacciari

Come si comportano gli altri Stati a rischio

«Tutti vogliono l’unità Dublino si scopre la più virtuosa, nazionale. Ma nessuno ha il coraggio di agire» Atene verso il tracollo i capita spesso, osservando l’Italia di oggi, di tornare con la mente a quel luogo comune leopardiano che i critici hanno definito «renitenza al fato». La disperata, quasi impotente, lotta dell’uomo contro la tirannia del caso. Non c’è terAveva capito causa rena, seche condo la Seconda Leopardi, che non Repubblica sia destinasceva nata allo segnata scacco. dall’effimero Eppure, paradossalmente, proprio la lucida consapevolezza dell’inanità di ogni nostro sforzo, rende ancora più evidente la necessità e la bellezza della battaglia, della resistenza, della “renitenza” umana, appunto, contro la natura (immodificabile) della storia. La speranza, insomma, si autogiustifica, vale in sé, pur se inesorabilmente vana. Mino Martinazzoli non era leopardiano. Piuttosto manzoniano.

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segue a pagina 9

Secondo l’ex sindaco di Venezia Il Parlamento ellenico si auto«quando diventa più urgente denuncia: nonostante gli aiuti Ue, la necessità di fare le riforme la situazione non migliora. sono più difficili da realizzare» Buono il rendiconto dell’Irlanda Franco Insardà • pagina 4

Laura Giannone • pagina 5

icenziare è più facile, ma l’unico licenziamento utile per il Paese è sempre rimandato. Il sì dei sindacati sarebbe scontato, anche se lo sciopero di oggi della Cgil è proprio “demenziale” come lo ha definito Bonanni (e non sarebbe male licenziare anche la Camusso). Il tempo politico di Silvio Berlusconi è ormai finito e il presidente del Consiglio sopravvive a se stesso. La Lega, che lo tiene in vita con respirazione artificiale da almeno un anno, gli ha dato di fatto il benservito per il 2013. I moderati hanno da tempo posto la loro condizione: via Berlusconi. a pagina 2

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Secondo Pierpaolo de Colombani: «Nella crisi deve intervenire la politica»

«Tbc? In Italia è epidemia» Il responsabile Oms per l’Europa lancia l’allarme sul nostro Paese di Luisa Arezzo ono passati solo venti giorni da quando è stata diffusa la notizia che un’infermiera del reparto di neonatologia del Policlinico Gemelli aveva scoperto di essere ammalata di tubercolosi. Tre settimane dopo, i neonati risultati infetti dal microbatterio sono già 115. Eppure, in Italia si continua a negare di essere in presenza di un’epidemia. Nessuno vuole fare allarmismi, d’altronde è evidente che ci troviamo davanti a un ca-

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gue a (10,00 pagina 9CON EUROse1,00

I QUADERNI)

• ANNO XVI •

so “limite”. Ma siccome l’Oms ha lanciato un allarme sulla recrudescenza della tbc in Europa e fra una settimana terrà in Azerbaigian una conferenza ad hoc, abbiamo pensato di sottoporgli il caso italiano per cercare di capire come viene giudicato. E non ci sono stati tentennamenti: «La situazione di Roma non può che essere valutata come un’epidemia». A dirlo, Pierpaolo de Colombani, responsabile del Programma Tubercolosi per l’Europa. a pagina 14 NUMERO

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WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


l’editoriale

prima pagina

pagina 2 • 6 settembre 2011

Licenziare Berlusconi è l’unica cosa da fare

Assediati: dal governo e dallo sciopero di Giancristiano Desiderio icenziare è più facile, ma l’unico licenziamento utile per il Paese è sempre rimandato. Il sì dei sindacati sarebbe scontato, anche se lo sciopero di oggi della Cgil è proprio “demenziale” come lo ha definito Bonanni (e non sarebbe male licenziare anche la Camusso). Il tempo politico di Silvio Berlusconi è ormai finito e il presidente del Consiglio sopravvive a se stesso. La Lega, che lo tiene in vita con respirazione artificiale da almeno un anno, gli ha dato di fatto il benservito per il 2013. I moderati hanno da tempo posto la loro condizione per un governo di responsabilità nazionale: via Berlusconi. Il Pd, sempre indeciso, sarebbe della partita (il famoso passo avanti di Bersani). Persino nel Pdl c’è una scuola di pensiero che vede nella sostituzione del premier la via di uscita dalla crisi. Perché allora non si licenzia chi, da parte sua, non avrebbe di certo problemi di disoccupazione? Perché il bipolarismo in versione berlusconiana non produce mobilità ma immobilismo.

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È curioso, ma il bipolarismo fu pensato per inserire nella democrazia italiana, dopo la fine del “bipolarismo internazionale”, almeno tre cose semplici ed elementari: l’alternanza, la responsabilità, la partecipazione. Il bipolarismo della stagione berlusconiana invece è riuscito a capovolgere tutto: l’alternanza è un’altalena, la responsabilità è irresponsabilità e la partecipazione elettorale è un’illusione. I governi che nascono sono prigionieri di se stessi perché obbediscono alla stupida regola che morto un papa non se ne può fare un altro senza ritornare nuovamente alle urne. La regola non scritta aveva come unico scopo quello di fare chiarezza e far giocare ognuno nel suo giusto ruolo: chi vince governa e chi perde va all’opposizione. Ma cosa accade se chi vince non governa? In casi del genere - ed è il nostro caso - il partito di maggioranza mostra di essere responsabile e cambia cavallo e in alcuni casi anche la squadra. In fondo, la democrazia parlamentare, a saperla far funzionare, ha delle buone regole, come dimostra la tradizione inglese, e comunque pensare che da qualche parte, in cielo e in terra, ci sia un sistema istituzionale perfetto non solo è un’illusione ma, se ci fosse, sarebbe un rimedio peggiore del male. Riassunto: il Pdl avrebbe dovuto da tempo sostituire il governo Berlusconi con un nuovo esecutivo. Il Pdl, invece, si muove nella logica padronale del suo leader. È questo oggi il paradosso della democrazia italiana. Sappiamo la malattia di cui soffre e sappiamo anche quale medicina dobbiamo somministrarle, ma piuttosto che intervenire si preferisce l’agonia. In passato la sostituzione di un governo, anche di un buon governo, era la cosa più facile da fare. Oggi, anche la sostituzione di un pessimo governo quale si è rivelato quasi subito il governo Berlusconi, è la cosa più difficile. Le tre regole del bipolarismo - alternanza, responsabilità, partecipazione - sono negate nei fatti e proclamate nei principi. Sono un alibi, nulla più. Il Pdl vuole riformare se stesso, ma l’unica riforma utile per sé e per il Paese non la mette in pratica. Forse, non si può neanche chiedere al Pdl ciò che il Pdl non può dare. In fondo, che cos’è realmente il partito di Berlusconi se non una emanazione o superfetazione di Berlusconi? Il Pdl sa che senza Berlusconi non sarebbe al mondo e così, come Atlante sostiene sulle spalle il mondo, il Pdl sostiene sulle sue spalle il suo mondo berlusconiano. Ma è un sostegno ormai insostenibile. È un mondo che sta finendo e il Pdl sta perdendo la possibilità di far funzionare le istituzioni parlamentari.

il fatto Per la Bce, le riforme devono essere immediate e puntare a sviluppo e occupazione

Italia avvisata, mezza salvata

Mentre le Borse crollano e vola lo spread, Draghi e Trichet ammoniscono i governi dell’Eurozona: «Ora siate responsabili» Noi saremo in grado di ascoltarli? di Francesco Lo Dico

ROMA. Il buongiorno doveva vedersi dal mattino. E già in apertura, tanto per gradire,Piazza Affari registra il primo indice Ftse Mib gravato da una perdita del 2,17%. Ma è alle 16 che tutti capiscono che in realtà è buio pesto. L’Ftse Mib lascia per strada il 5,10%. E dal fronte dei titoli di stato arrivano notizie irriferibili: lo spread tra i Bund tedeschi e i Btp decennali italiani tocca un massimo di 368 punti, dopo i 327,3 punti segnati in apertura di giornata. In parole povere, la Borsa di Milano sprofonda e scendono in campo Draghi e Trichet lanciando duri moniti a un Paese ormai fuori controllo. Se la giornata di ieri era attesa da tutti come la prova del nove della nostra credibilità internazionale, l’esito della mission è inequivocabile. La manovra appena approvata in commissione Bilancio non gode della benché minima fiducia di chicchessia, e anzi ha peggiorato il rating di un Paese che sembra ormai divenuto per il mondo nient’altro che il palcoscenico di una lunga e irrimediabile farsa. Nulla di strano, dunque, che in un lunedì di passione, mentre il Cavaliere recita a soggetto un monologo autocelebrativo in cui favoleggia di aver salvato il Paese, i mercati lo sbugiardino con drammatica ferocia, e una serie di allarmi gli piovano addosso da ogni dove. Non sono i profeti di sventura tanto odiati dal premier a descriverci «come l’Angola», ma tutti i maggiori player internazionali.

All’indomani di un pasticcio come la manovra, la fosca similitudine è divenuta realtà. Tanto più che a spegnere le vaghe speranze di demandare la crisi nazionale all’Europa, ci pensino in una manovra a tenaglia il

presidente della Banca d’Italia, Mario Draghi, e l’omologo della Bce, Jean-Claude Trichet.

«È giunta l’ora che i governi si assumano le loro responsabilità e agiscano rapidamente per risolvere la crisi del debito sovrano», ammonisce il governatore della Banca d’Italia. «I Paesi dell’Eurozona», ha precisato il presidente della Banca d’Italia dal palco dell’istituto Montaigne di Parigi, «non devono dare per scontato» l’acquisto di titoli sovrani messo in campo dalla Bce. Quello approntato, ha voluto chiarire Draghi a beneficio di Roma, è un programma «temporaneo che come ha sottolineato il presidente Trichet non può essere usato per aggirare il principio fondamentale di disciplina di bilancio». Ma dopo il warning, il governatore affonda la seconda stoccata all’indirizzo di Tremonti e soci: «Non esiste una bacchetta magica» per stimolare la crescita economica, ha convenuto Draghi, e tuttavia in diversi paesi europei dove la crescita è particolarmente bassa «il potenziale per attuare le riforme strutturali invocate da anni è amplissimo». Il riferimento alle vicissitudini della nostra manovra, che di strutturale ha soltanto un disarmante pressappochismo, è evidente. Per questa ragione, il presidente della Banca d’Italia ha dissuaso brutalmente i nostri governanti dal «riporre una eccessiva fiducia» sul fondo salva Stati. Questo, ha ricordato il governatore, «non può fornire una soluzione» ai mali di un Paese che, complice la derisione di una crisi negata per anni, giungono oggi allo stadio terminale: «mancanza di disciplina di bilancio e scarsa crescita». Ma se il discorso del futuro presidente della


i comuni

L’assalto dei Comuni: fermate i tagli Formigoni, durissimo, guida la new wave: «Sembra una manovra da socialismo reale» di Marco Palombi rmai gli enti locali manifestano più dei metalmeccanici. Anche ieri centinaia di sindaci, la Conferenza delle regioni quasi al completo e molti presidenti di provincia si sono riuniti in una sala conferenze proprio di fronte a Montecitorio (e a duecento metri da palazzo Chigi) per protestare contro i sei miliardi di tagli ai trasferimenti statali nel 2012 con cui il governo ha deciso di migliorare i conti pubblici (motivo di arrabbiatura a cui va aggiunta la cancellazione dei comuni sotto i mille abitanti).

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Protagonista di questa new wave movimentista dei politici del territorio è un duo di uomini del PdL che – lavorando sulla manovra – lavora pure ai fianchi Silvio Berlusconi: Roberto Formigoni, quello che vuole andare a palazzo Chigi, e Gianni Alemanno, quello che vuole prendersi la destra futura e intanti si prenderà il palco di Gianfranco Fini a Mirabello. «I tagli a regioni ed enti locali vanno almeno dimezzati», spiegava ieri il governatore della Lombardia: «Alfano s’era impegnato a farlo e il PdL ora non può farsi commissariare da Giulio Tremonti». Le controproposte? Prima di chiedere un euro alle autonomie, lo Stato deve dimagrire: «Ho consigliato – ha sostenuto Formigoni - di mettere in vendita il patrimonio immobiliare dello Stato. E poi ci

sono aziende che possono essere vendute: ad esempio il 49% delle Poste italiane o la Rai, della quale basterebbe tenere un canale radiofonico e uno televisivo per il servizio pubblico».

Il Celeste è durissimo con le scelte del suo governo: «Si sono messe in atto tutte le tassazioni e le odiosità peggiori che fanno parte di un regime da socialismo rea-

Gli scontri sul dopo Berlusconi mandano in pezzi la già traballante unità del Pdl. Oramai il clima è da duello finale le o da socialismo anni Duemila». Finito? Macché. «È una manovra che mette le mani delle tasche dei cittadini, soprattutto quelli più deboli. Tagliare i treni dei pendolari vuol dire accanirsi sui ceti popolari, sugli studenti, su tanti elettori del PdL». Quanto al Cavaliere, «è risaputo che Berlusconi non approvi l’impostazione di questa manovra e stia cercando di cambiarla», ma se non ce la fa «ci sarà una rivolta sociale». I risultati del pressing del premier, peraltro, sembrano scarsini se Alemanno spiegava ieri ai colleghi: «Non ci sono segna-

Bce appare molto aspro nei confronti del Paese ma non privo di ardore paterno, assai meno tenero nei contenuti è il monito lanciato pochi minuti prima dallo stesso palco dal presidente attuale dell’organismo europeo, Jean Claude Trichet. Che non solo invita Roma a non confidare nella salvezza, ma a confidare piuttosto in sanzioni severe. Dall’isituto Montaigne il presidente ha auspicato una governance europea molto più incisiva, ma anche una maggiore capacità di sanzioni preventive per i quei Paesi che sforano i limiti d’indebitamento: l’unica strada per tirare il freno a mano nella corsa al debito. È un “imperativo assoluto” mettere in piedi una vigilanza comune sui conti pubblici nazionali dei Paesi dell’Eurozona, ha dettato Trichet. Mentre le riforme a favore di «occupazione e crescita devono essere accelerate». Commento quanto mai ironico, se sovrapposto al clima di festa tributato questa mattina alla deroga dell’articolo 18, che rende possibile licenziare con l’assenso dei sindacati. Un’accelerata che ha portato tutti in piazza a rendere il giusto omaggio alla nobile iniziativa.

li nuovi, i capigruppo stanno ascoltando ma ancora non c’è un tavolo, una situazione in cui si possano avere in qualche modo delle risposte chiare». Quanto al merito, invece, «la nostra sfida è quella di dimostrare che l’aspetto più grave di questa manovra è che ricade sui cittadini e che ci sono strade di sviluppo e di risanamento alternative e con un costo sociale meno grave. Sono convinto - ha insistito il sindaco di Roma arringando i colleghi - che il governo non possa ignorare la voce di questa sala. Qui c’è la parte che ha sprecato di meno e ha subito più tagli».

Col che, per di più, si scopre che “sprecare di meno”è una sorta di medaglia al merito. Resta il fatto che la protesta di sindaci e governatori sta danneggiando parecchio l’immagine del governo, perché spiega in modo semplice e comprensibile a tutti cosa vuol dire “tagli”: meno servizi (trasporti, welfare, scuola) e aumento delle addizionali locali (più tasse). E per di più lo fa da dentro il PdL. Per questo nel centrodestra si percepisce una irritazione crescente verso il duo Alemanno-Formigoni (coadiuvato da Renata Polverini): ieri mattina, per dire, su Il Giornale c’era un editoriale del direttore Alessandro Sallusti che dava di “bulli di periferia” ai tre amministratori e gli consigliava di vendere il loro di patrimonio, oltre a invitarli a «concentrarsi per far dimagrire la loro casta, che non è meno costosa, sfarzosa e spesso inefficace di quella dei parlamentari». «Meglio bulla che nulla», ha risposto in rima la Polverini, men-

che «il Patto di stabilità e crescita si è trovato considerevolmente indebolito nella lettera», in quanto «appariva chiaramente che i grandi Paesi se ne dispensavano». Ma se anche il doppio colpo inferto da Draghi e Trichet in corpore vili non fosse bastato, in serata arriva la beffa. «Serve una maggiore pressione su Grecia e Italia, affinché mettano in atto le manovre da loro stessi concepite», tuona il presidente permanente della Ue, Herman Van Rompuy in un’intervista alla radio fiamminga Vrt: «I mercati finanziari vedono che ci sono ancora problemi per la

tre Formigoni ha sparato più alto: «Un concentrato di stupidità e ignoranza». La vera natura di questo contrasto tra gli ultimi aedi del berlusconismo morente e gli amici che s’attrezzano per il dopo è però meglio illustrata da una dichiarazione che non c’entra niente. Domanda: cosa pensa delle parole di Alfano secondo cui sarà Berlusconi il candidato premier nel 2013? Risposta: «Parlo della manovra». Firmato: Roberto Formigoni.

sono messe in atto tutte le tassazioni e le odiosità peggiori che fanno parte di un regime da socialismo reale o da socialismo anni Duemila». O il Wall Street Journal, che nell’articolo di prima pagina annuncia urbis et orbis che per l’Italia «il tempo sta scadendo», ed è partito il conto alla rovescia perché il Paese possa convincere i mercati che «non sarà la prossima a cadere».

Ragione di più, argomenta il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, per approvare una manovra sbagliata, ma non più differibile. La manovra non va ma «va approvata il prima possibile perché ogni giorno che passa le cose possono peggiorare», argomenta il leader centrista alla festa del Pd di Pesaro. Lavorerà «per migliorare la manovra», assicura Casini, «ma è necessario che sia approvata subito e «noi dell’opposizione dobbiamo essere ancora più costruttivi, ancora più seri ed ancora più responsabili visto che chi ci governa non è responsabile, fa finta di non vedere quello che accade ed è parte integrante del problema». «Viaggiamo verso il default», commenta Carmelo Briguglio (Fli), default, «ci aspettiamo che il presidente Napolitano si inventi qualcosa per impedirlo e salvare il Paese. Se lo aspettano tutti gli italiani di destra, di centro e di sinistra», conclude. Tutti, ad eccezione del premier. Il Paese che amava, e che oggi trova un po’ fetido, può lasciarcelo in eredità quando vuole. Basta trovare il giusto numero di vanghe.

La manovra non va ma «va approvata il prima possibile perché ogni giorno che passa le cose possono peggiorare», argomenta il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, alla festa del Pd di Pesaro. La Borsa di Milano affonda

Trichet non si esime inoltre dall’attribuirci una grossa fetta di responsabilità nella violazione del Patto di stabilità europeo. Era stato creato proprio con l’obiettivo di «prevenire gli squilibri delle finanze pubbliche nell’area euro», ha spiegato il presidente della Bce, ma «sotto l’impulso dei maggiori Paesi, in particolare Germania, Francia e Italia, si sono allargate la discrezionalità e flessibilità delle procedure di sorveglianza», così

realizzazione dei piani di austerity in Grecia e in Italia. L’Europa deve aumentare la pressione su questi Paesi», detta all’emittente l’altrimenti serafico presidente di cui gli stessi familiari stentano di solito a individuare i tratti somatici nelle photo opportunities. Ma in realtà c’è poco da ridere, perché di ora in ora la giornata di ieri si snocciola come una lunga geremiade. I credit-default swap sull’Italia, i contratti derivati con cui ci si protegge dal rischio d’insolvenza, volano al massimo storico di 422,5 punti sulla piattaforma Cma. Né ci risollevano le dichiarazioni del pidiellino Roberto Formigoni, in merito alla manovra: «Si


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l’approfondimento

Silvio Berlusconi resta al suo posto, nonostante quotidianamente qualcuno invochi un esecutivo di transizione

Il paradosso democratico Tutti sostengono la necessità di un governo di salvezza nazionale. Eppure tutto rimane immobile. Massimo Cacciari denuncia la contraddizione di chi sa che la situazione è grave ma continua a non schierarsi di Franco Insardà

ROMA. Industriali, sindacati, gruppi i partititi di opposizione fino ai “ribelli”della stessa maggioranza hanno chiara la soluzione per superare questo momento difficilissimo per il nostro Paese: un governo di unità nazionale. Se ne parla da mesi, viene proposta alternativamente, ma non nessuno riesce a mettere il premier all’angolo. A turno fanno la voce grossa gli industriali, i sindacati, a volte uniti altre volte divisi, gli esponenti dei partiti di opposizione, alcuni esponenti, anche di primo piano, del centrodestra, ma il risultato è sempre lo stesso: Silvio Berlusconi rimane al suo posto, nonostante nel Paese aumenti il malcontento nei confronti di un governo che dimostra quotidianamente una gestione all’insegna del dilettantismo. Siamo al paradosso democratico di un Paese bloccato dal Cavaliere e dai suoi fedelissimi, arroccati a difendere una situazione sempre più indifendibile e che procura danni, mentre la maggioranza degli

italiani vorrebbe che si cambiasse registro. Su questa ipotesi si dichiara pessimista il professor Massimo Cacciari: «Sarebbe, prima di tutto, auspicabile che si potesse approvare una manovra economica così complessa con un maggioranza la più estesa e coesa possibile, anche se di transizione. Però sono certo che Berlusconi con le sue gambe non se ne andrà e che all’interno del Pdl nessuno ha la forza di fare Bruto e Cassio. Stesso discorso vale per la Lega. Fino a quando ha la maggioranza parlamentare il premier è inamovibile e non mi pare si intravedano segnali di crisi nel centrodestra tali da prevedere la sua caduta. L’unica possibilità di cambiamento è legata a qualche cataclisma di carattere extra-politico ed economico e, quindi, giudiziario per cui la resa risulti oggettivamente inevitabile, oppure si arriverà alle elezioni con Berlusconi premier. Magari ci potranno essere elezioni anticipate, ma sempre con lui alla guida dell’ese-

cutivo. Solo nel caso di gravi implicazioni giudiziarie potrebbe intervenire il Capo dello Stato d’autorità. È una situazione che potrebbe catastrofizzare in ogni istante. Per fortuna c’è Napolitano: l’unico segno che la provvidenza ci guarda ancora con occhi benevoli».

L’ex sindaco di Venezia, pur non risparmiando critiche al provvedimento, si augura comunque che «vista la situazione economica questa manovra venga approvata in tempi brevi,

come auspicato dallo stesso presidente Napolitano. Se non si riuscisse a fare nemmeno questa manovrina saremmo esposti a rischi gravissimi. È una manovra debolissima, in alcuni aspetti ricorda le ipotesi di bilancio di molti comuni che, per arrivare al pareggio, contabilizzano entrate impossibili. Prevedere di incassare soldi dalla lotta all’evasione o dai tagli ai ministeri è una presa in giro della quale tutti sono consapevoli. L’unica certezza deriva dai prelievi sugli stipendi dei di-

Napolitano è il segno che la provvidenza ci guarda ancora con occhi benevoli

pendenti pubblici, esponendosi, però, a una serie di ricorsi presso la Consulta, per una misura palesemente incostituzionale».

Il professore Cacciari non si dimostra tenero neanche con il mondo imprenditoriale: «Questi benedetti industriali ci facciano sapere che cosa vogliono fare da grande. Non è possibile che una volta Montezemolo, una volta la Marcegaglia, poi i sindacati, a seguire imprenditori e sindacati insieme, continuino a dichiarare che occorre una svolta politica, senza indicare quale debba essere. È necessario che dicano qualcosa, diano indicazioni sulla strada da seguire ed esprimano in modo netto e inequivoco la volontà che Berlusconi se ne vada. Senza ulteriori tentennamenti. Se la situazione è di una tale catastrofica gravità credo che sia inevitabile che forze politiche e sociali scendano in campo a viso scoperto. O in prima persona oppure indicando delle soluzioni. Non possono soltanto limitarsi a criticare, devono usci-


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Due modi diversi di affrontare la crisi economica

Grecia sempre più a rischio e l’Irlanda si rivela virtuosa

Atene: la situazione finanziaria non migliora. In pericolo gli obiettivi concordati con Ue e Fmi e la nuova tranche di aiuti. Dublino invece “vola” di Laura Giannone a Grecia non riuscirà a raggiungere gli obiettivi di risparmio concordati con l’Unione europea (Ue) e il Fondo monetario internazionale (Fmi). E a dirlo queta volta non è solo l’Europa, ma un rapporto del Parlamento ellenico. Se la situazione finanziaria di Atene non dovesse migliorare, il deficit potrebbe raggiungere quest’anno l’8,8 per cento del Pil, contro il 7,6 per cento concordato con le organizzazioni internazionali, prima di ricevere gli aiuti finanziari. E dunque mettere in forse il pagamento della sesta tranche del prestito di Bruxelles e Washington (che rientra ancora nel primo piano salvataggio, deciso nel maggio 2010). La scorsa settimana, il ministero delle Finanze di Atene aveva riferito che nei primi sette mesi dell’anno, le entrate dello Stato sono diminuite di 1.900 milioni di euro rispetto allo stesso periodo del 2010, mentre le spese sono aumentate di 2.700 milioni di euro. Ecco perché, secondo le previsioni, l’economia greca registrerà quest’anno un calo tra il 5 e il 5,5 per cento. A due anni di distanza dall’inizio della crisi, la Grecia non sembra dunque aver afferrato pienamente la gravità della situazione e l’entità degli sforzi che dovrà fare per scongiurare la bancarotta: ha un debito pubblico pari a oltre il 160 del pil (360 miliardi di euro), un deficit che nel 2011 supererà il 7,5 % del pil sperato, visto che già al primo luglio era sui 14,69 miliardi di euro contro un obiettivo annuale di 16,68 miliardi. Certo, alcune riforme sono state approvate, ma non sono entrate in vigore. In particolare, l’evasione fiscale continua a farla da padrone e le denunce continuano a essere poche. Nel 2010 ci sono state 18.500 segnalazioni rispetto alle 4.500 del 2009. Un miglioramento, certo. Ma assolutamente insufficiente.

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non troverà soluzione in uno o due anni. Dobbiamo aiutarla a gettare le fondamenta di uno stato che funzioni, e ciò richiede tempo. E tenerla fuori dai mercati fino a quel momento». La Commissione di controllo del budget, di recente nomina e composta da personalità indipendenti, ha concluso che l’indebitamento greco è ormai «fuori controllo». Certo, la recessione economica in parte spiega questo peggioramento: – 4,5 % nel 2005 rispetto al previsto – 3,5, ovvero – 10 % in tre anni. Nondimeno, la maggior parte dei paesi europei ha vissuto una recessione più forte (per esempio – 10,5 % in Lettonia), senza ritrovarsi nella situazione della Grecia. Secondo il quotidiano francese Liberation, Atene paga soprattutto l’assenza di un vero stato. Lo riconosce la stessa Commissione di controllo del budget: «È evidente

L’enorme tasso di evasione fiscale continua ad essere il vero tallone d’Achille ellenico

La missione della cosiddetta “troika” (Commissione europea, Banca centrale europea, Fondo monetario internazionale), sbarcata ad Atene da poco per valutare i progressi fatti finora prima di versare una nuova tranche di aiuti, ha ritenuto opportuno sospendere la verifica e rinviarla a metà settembre, ma sono in molti a dire che non potrà che constatare il collasso. «Abbiamo creduto che la Grecia fosse un paese normale, e abbiamo sbagliato» ammettono dei funzionari della troika. «Il suo problema

che il problema di questo paese non è soltanto il suo enorme debito pubblico, ma anche l’incapacità a consolidare l’attuale gestione di budget».

La Commissione punta in particolare il dito contro l’incapacità a lottare contro l’evasione fiscale. Invece di prendersela con il problema dell’incompetenza e della corruzione dei suoi servizi, il ministro greco delle finanze, Evangélos Vénizélos, si è accontentato – secondo la tradizione locale del negare l’evidenza – di pubblicare un comunicato nel quale definisce una “gaffe” questo rapporto.

Non c’è da stupirsi, dunque, se molti paesi tra i quali la Finlandia, la Germania, l’Austria, i Paesi Bassi e la Slovacchia sono restii a versare altri aiuti finanziari come convenuto al summit del 21 luglio. Perché la Grecia sembra essere un caso particolare. L’Irlanda, per esempio, è anch’essa sotto assistenza finanziaria, ma si sta rimettendo in sesto rapidamente. Il 2 settembre il Consiglio Ue ha dato il suo via libera formale al pagamento delle prossime tranche degli aiuti a Dublino. Per Bruxelles, infatti, la messa in atto dei programmi di risanamento concordati con Ue e Fmi è «sulla strada giusta», secondo quanto evidenziato dai rapporti di Commissione Ue-Bce-Fmi dopo le missioni compiute tra luglio ed agosto a Dublino. La troika «ha notato che i programmi irlandese e portoghese erano strada sulla giusta, con le rispettive autorità che hanno saputo rispettare importanti pietre miliari del programma e dimostrare il loro impegno per affrontare le debolezze soggiacenti nei conti pubblici, nel settore bancario e per quanto riguarda la competitività».

Un ok che apre la strada all’esborso effettivo della terza tranche del prestito a Dublino che ammonta a 5,5 miliardi di euro, che sarà versato in due volte, la prima entro fine settembre per un totale di 2,5 miliardi e la seconda in ottobre con i restanti 3 miliardi. Inoltre ulteriori aiuti pari a 1,5 miliardi di euro e 0,5 miliardi di euro dovranno essere versati da rispettivamente Fmi e Gran Bretagna. In totale il programma di salvataggio Ue-Fmi per l’Irlanda, deciso a novembre 2010, ammonta a 85 miliardi di euro.

re dagli equivoci, altrimenti la smettano di drammatizzare la situazione. Non è possibile continuare a sottolineare l’eccezionale gravità e i pericoli che il Paese corre, senza schierarsi». Chi si schiera è, invece, la Cgil che dal punto di vista di Cacciari «ha ragione, perché questa manovra è del tutto insufficiente, manca di una strategia politico-industriale per lo sviluppo e l’occupazione. Dal punto di vista politico, però, il rimarcare le divisioni con gli altri due sindacati non è positivo e si mettono in discussione anche i rapporti con il mondo imprenditoriale, con il quale si era aperto un confronto positivo». Anche il Partito democratico non attraversa un momento facile e per il filosofo veneziano «tira a campare, in attesa che Berlusconi vada via e possa maturare una situazione favorevole per giocare un ruolo all’interno di un governo tecnico o di emergenza nazionale».

Il tutto chiedendo all’Europa e alla Bce di aiutarci, ma Cacciari su questo argomento sostiene che «non si tratta di un aiuto, ma di un dovere se la Ue vuole salvare l’euro. Tremonti ha perfettamente ragione a chiedere l’emissione degli eurobond, per tutelare l’economia europea. Se approcciamo la questione staccandoci dal quotidiano e facendo un excursus storico appare evidente una contraddizione tra il tragico e il farsesco. Nel senso che l’Europa si sta costruendo sulla base di un’egemonia di un Paese, la Germania, che ci ha condotto due volte in guerre mondiali perdendole. e determinando situazioni davvero critiche. Oggi è proprio la Germania che detta le regole nella Ue, dopo che l’Europa si è sobbarcata la sua unificazione e l’euro a sua immagine e somiglianza. Ora bisognerebbe pretendere che accettasse di emettere gli eurobond. Le leadership si misurano anche sulla base della loro memoria storica, non soltanto sulla contingenza quotidiana. Occorrerebbero governi credibili, altrimenti la situazione è quella del gatto che si morde la coda». Per il professor Cacciari «uno dei paradossi democratici è quello che la necessità delle riforme è più urgente lì dove sono più difficili da realizzare. Perché occorrerebbe quella decisione, quella capacità concettuale e quella competenza che manca ed è proprio la sua assenza che ha determinato la gravità della situazione. Questa purtroppo è la regola della democrazia, perché la classe politica che ha portato a una situazione di collasso dovrebbe essere quella in grado di trovare la soluzione. Ma quasi sempre i cambiamenti implicano mutamenti di stato, di regime e di classe politica. La situazione attuale può essere letta anche in questa chiave di paradosso democratico».


diario

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Roma, fermato il vandalo

Gb, l’eutanasia non è più reato

ROMA. È stato arrestato il vandalo che sabato ha danneggiato la fontana del Moro in piazza Navona. Si tratta di un romano, senza fissa dimora, di 52 anni. È stato fermato nel centro della capitale, in via dell’Anima. È lui l’autore del danneggiamento di fontana di Trevi con un sampietrino. Ha ammesso infatti di aver danneggiato entrambi i monumenti. Poco dopo l’arresto ha spiegato il motivo del suo gesto: «Volevo attirare l’attenzione a causa di problemi personali che ho avuto per vicende con la magistratura. Ma sono rimasto sorpreso quando nessuno dei passanti mi ha fermato». L’uomo, secondo quanto riferito, dopo l’arresto alternava momenti di lucidità a stati confusionali. L’uomo è stato riconosciuto dai militari dalla corporatura e dalle scarpe che indossava, le stesse visibili nei filmati delle telecamere di sicurezza che l’avevano ripreso durante i due raid vandalici di sabato. Era sprovvisto di documenti.

LONDRA. Chi aiuta una persona malata a morire non rischia più di finire in prigione in Gran Bretagna. Negli ultimi 18 mesi sono stati almeno 30 i casi finiti sul tavolo dei procuratori che però hanno sempre deciso per l’archiviazione. I dati sono la prova di una nuova tendenza nella giustizia penale inglese. Nonostante il suicidio assistito rimanga illegale sulla carta, le linee guida, varate dalla procura generale nel febbraio del 2010, indicano chiaramente che se qualcuno agisce per compassione e aiuta un parente o un amico “che ha un chiaro, informato e deciso desiderio di morire” difficilmente sarà perseguito. È il caso, per esempio, di Michael Bateman che il 29 ottobre del 2009 ha sostenuto la moglie Margaret mentre inalava elio nella sua casa a Birstall nel West Yorkshire. Nonostante ci fossero prove sufficienti al rinvio a giudizio si è deciso di soprassedere: «La signora voleva suicidarsi senza ombra di dubbio».

Reggio, capocosca arrestato di nuovo REGGIO CALABRIA. È stata disposta ieri un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per Rocco Pesce, esponente dell’omonima cosca di Rosarno, ritenuto responsabile delle minacce arrivate in una lettera al sindaco della cittadina della Piana di Gioia Tauro Elisabetta Tripodi. La missiva è arrivata sul tavolo del primo cittadino il 25 agosto scorso in una busta con l’intestazione del Comune di Rosarno. Le indagini coordinate dalla direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria hanno accertato la responsabilità di Rocco Pesce, il quale lamentava nella lettera il comportamento dell’amministrazione comunale nei confronti della cosca. Rocco Pesce, di 54 anni, sta scontando l’ergastolo nel carcere di Milano Opera per omicidio, associazione mafiosa e traffico di stupefacenti. Oggi i carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria gli hanno notificato in carcere il nuovo provvedimento.

Le gerarchie esprimono giudizi sulla politica italiana, ma evitano di entrare nello specifico per non rientrare nell’agone pubblico

Una Chiesa di lotta (senza governo) Le vere ragioni dietro gli ultimi interventi di Bertone e Bagnasco di Luigi Accattoli

Oltre al richiamo alla “questione morale”, negli ultimi interventi del presidente dei vescovi ci sono due moniti riguardanti il dovere di pagare le tasse e il ruolo della famiglia. Quelle dell’evasione fiscale “sono cifre impressionanti” che vanno “ben oltre qualsiasi debito pubblico”, aveva detto per esempio da Madrid il 19 agosto, quando partiva la Giornata della Gioventù

e il cardinale Bagnasco va alla Summer School dei giovani del Pdl a Frascati – è avvenuto l’altro ieri – e lì parla di “Chiesa e politica” vuol dire che la Chiesa va a destra? E il giorno prima era andata a sinistra, quando il cardinale Bertone aveva parlato a un convegno delle Acli a Castel Gandolfo? Quando il cardinale Bertone critica la manovra Tremonti per il modo in cui tratta le cooperative abbiamo una Chiesa che scarica Berlusconi? E se il cardinale Bagnasco torna a battere sulla “questione morale” – qualificandola come “grave e urgente”tanto “in politica” quanto “nel vivere pubblico e privato”– ma non nomina “feste” di Arcore ed escort vorrà dire che “tace” di fronte a fatti che non possono essere giustificati? Credo che si dovrebbe avere il passo lento nel valutare ciò che gli uomini di Chiesa dicono sulla politica, specie oggi che la politica ha la febbre, il domani – anche immediato – è oscuro per tutti e la gerarchia è alla ricerca di un profilo più umile e concreto dopo lo scandalo della pedofilia e le ripetute avvisaglie di compromissioni ecclesiastiche in vicende di corruzione e favoritismi.

S

Il passo lento potrebbe aiutare a cogliere quello che di buono è stato detto nelle occasioni che ho richiamato e in altre simili. Più che il creativo cardinale Bertone – che un’antica amicizia con le Acli porta a periodiche strette di mano con uomini della sinistra cattolica, le quali riequilibrano quelle più abituali con esponenti della destra – va tenuto d’occhio il cardinale Bagnasco, meno estemporaneo come indole e più diretto interprete o guida, per specifico incarico, del nostro episcopato. Oltre al richiamo alla “questione morale”, già citato, negli ultimi interventi del presidente dei vescovi ci sono due moniti ri-

guardanti il dovere di pagare le tasse e il ruolo della famiglia. Quelle dell’evasione fiscale “sono cifre impressionanti” che vanno “ben oltre qualsiasi debito pubblico”, aveva detto per esempio da Madrid il 19 agosto, quando partiva la Giornata della Gioventù. Il cardinale riconosceva un ruolo alla Chiesa su questo fronte: «Bisogna fare appello alla coscienza di tutti perchè questo dovere possa essere assolto da ciascuno per la propria giusta parte». Sulla famiglia – in quella stessa occasione – Bagnasco aveva riaffermato la convinzione della Chiesa che essa costituisca un “punto

centrale” nella vita della nostra polis: «Se la famiglia non è posta al centro della politica, la società non va da nessuna parte”. Parole che furono lette – dai media – come una critica alla manovra del governo appena enunciata.

Quando – in conferenze e dibattiti, in giro per l’Italia – svolgo questa lettura in positivo degli interventi del cardinale Bagnasco, regolarmente mi scontro con l’obiezione che “però” non dice mai una parola di “censura”nei confronti del Presidente del Consiglio che non possa essere applicata anche ad altri. E così – di-

cono molti e forse i più, tra quelli che parlano – l’incidenza dei suoi richiami sarebbe minima o nulla. Non è vero che le parole – pur così diplomatiche – del cardinale Bagnasco non abbiano un’incidenza pubblica. Per esempio il 27 settembre dell’anno scorso lanciò un appello al “rigore morale” quand’era appena scoppiato il caso delle feste di Arcore e nessuno fece difficoltà a collegare le sue parole a quel caso. Cinque mesi dopo un’indagine di opinione – commissionata dai Cristiano Sociali e pubblicata in febbraio, tendente a misurare l’incidenza del caso Ruby


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Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Errico Novi (vicedirettori) Vincenzo Faccioli Pintozzi (caporedattore) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica)

Sciopero del calcio, la serie A pronta per ripartire ROMA. Una vicenda paradossale, in una situazione che è drammatica. Mentre l’Italia arranca dietro ai conti pubblici, arriva l’ufficialità: il campionato può partire. L’accordo sul contratto collettivo dei calciatori è stato firmato dal presidente della Lega di serie A, Maurizio Beretta, e da quello dell’Aic, Damiano Tommasi. La nuova stagione della serie A, la cui prima giornata è stata rinviata a causa del mancato accordo, comincerà dunque venerdì sera alle 20.45 con l’anticipo della seconda giornata tra Milan e Lazio. L’incontro per la firma si è svolto nella sede della Federcalcio in via Allegri. L’accordo, valido fino al 30 giugno 2012, è sulla base dell’intesa trovata nel dicembre scorso: ora ci saranno quindi altri dieci mesi a disposizione per sedersi attorno a un tavolo e mettere la parola fine a un conflitto che si trascina da troppo tempo. «Valeva la pena fare una vertenza così dura, le società hanno ottenuto molto di quello che volevano». Subito dopo avere firmato, il presidente della Lega di serie A, Maurizio Beretta, si mostra soddisfatto. «È - aggiunge - un accordo profondamente innovativo». Il primo commento di

e di cronach

Direttore da Washington Michael Novak Consulente editoriale Francesco D’Onofrio Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria) Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Tommasi: «Si gioca, e credo vada dato atto ai calciatori italiani del loro buon senso in questa trattativa». «Se come dice Beretta i club hanno ottenuto molto - ha aggiunto il presidente dell’Aic - vuol dire che non ci sarà bisogno di discutere più di tanto per il nuovo contratto che dovrà andare oltre questo accordo». Poi Tommasi ha spiegato: «Dispiace essere arrivati così in ritardo alla firma del contratto collettivo. Speriamo sia di buon auspicio per il prossimo. È importante giocare con un accordo collettivo firmato. Sostanzialmente è lo stesso di un anno fa».

Da sinistra i cardinali Angelo Bagnasco, presidente della Cei, e Bertone. Nella pagina a fianco, Benedetto XVI

Collaboratori Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Osvaldo Baldacci, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Giuliano Cazzola, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Anselma Dell’Olio, Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Aldo G. Ricci, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Gennaro Malgieri, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Antonio Picasso, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Franco Ricordi, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Emilio Spedicato, Maurizio Stefanini, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Consiglio d’amministrazione Vincenzo Inverso (presidente) Raffaele Izzo, Letizia Selli (consiglieri) Concessionaria di pubblicità e Iniziative speciali OCCIDENTE SPA Presidente: Emilio Bruno Lagrotta Amministratore delegato: Raffaele Izzo Consiglio di amministrazione: Ferdinando Adornato, Vincenzo Inverso, Domenico Kappler, Antonio Manzo Angelo Maria Sanza Ufficio pubblicità: Maria Pia Franco 0669924747 Agenzia fotografica “LaPresse S.p.a.” “AP - Associated Press” Tipografia: edizioni teletrasmesse New Poligraf Rome s.r.l. Stabilimento via della Mole Saracena 00065 Fiano Romano

sull’atteggiamento dei cattolici nei confronti del Premier – attribuiva una buona efficacia ai richiami ecclesiastici sui comportamenti dell’uomo Berlusconi. Quell’indagine infatti segnalava come su cento cattolici praticanti che avevano votato Berlusconi nel 2008 ve ne siano 8 che riconoscono a quei “richiami” di aver “contribuito a fargli cambiare idea sul Premier in senso negativo”. E ve ne sarebbero 15 al centro e 3 a sinistra e 7 “non collocati”.

Dunque un’efficacia c’è, benché essa sia avvertita come insufficiente. Infatti sempre quell’indagine appurava che un 51% dei cattolici praticanti raggiunti dagli intervistatori affermavano che “la Chiesa dovrebbe esprimere una critica più diretta” nei confronti di Berlusconi. Ero tra i presentatori dell’indagine e in quell’occasione espressi una valutazione negativa di quella “richiesta”, affermando che in casa cattolica dovremmo accontentarci della critica che gli uomini di Chiesa hanno espresso in termini generali e direi di principio, senza neanche – per lo più – nominare il Premier,

I religiosi cercano anche un profilo più umile e concreto, dopo lo scandalo della pedofilia che li ha colpiti pur essendo chiaro a tutti di chi narrasse la favola. Personalmente non chiedevo – e non chiedo – che i vescovi dicano di più. Mi ha confermato in quell’idea una battuta che ho appena ascoltato in una tavolata tra amici del Centro editoriale dehoniano di Bologna (quello che pubblica la rivista Il Regno) da un padre anziano, Enzo Franchini, che non fa più parte del Centro, del quale è stato per tanti anni un esponente di punta. La maggioranza dei presenti conveniva –

come gli intervistati di quell’inchiesta – sull’urgenza che la gerarchia abbia a esprimere una critica più “diretta”ed ecco Franchini che ad alta voce (egli ora è di orecchio appannato e dunque facilmente grida) replicava: «Meno male che non lo fa! Sarebbe il ritorno della Chiesa alla lotta politica, dopo tutta la fatica che abbiamo fatto per staccarci e che ancora non abbiamo ultimato».

Sono d’accordo con l’anziano collega. Da parte degli uomini di Chiesa uscire dalla valutazione complessa e bilanciata che è stata fornita sulle vicende del Premier, come sull’emergenza del Paese, ed esprimere un verdetto a tutto tondo, verrebbe a comportare un atto di schieramento, un prendere partito. Credo che questo gli uomini di Chiesa non lo debbano fare. Anche in questo caso sono tra coloro che ritengono che l’intervento della Chiesa in politica debba diminuire e non crescere, e che questo debba avvenire non solo in tempi ordinari ma anche in risposta all’una o all’altra situazione di emergenza. www.luigiaccattoli.it

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bbiamo pagato per i nostri torti, non rinunceremo alle nostre ragioni». Questa frase che fece crollare di applausi il Palazzo dei Congressi nel passaggio dalla Dc al Ppi riassume lo spirito indomito della coerenza democratico-cristiana di Mino Martinazzoli, che rivendicava alla Dc il diritto e il dovere di fare pulizia al suo interno ma anche la necessità storica e politica di perpetuare ideali mai venuti meno e assolutamente decisivi nella storia politica italiana. Così non fu, e se ne pagano ancora le conseguenze. Vinta la guerra fredda con i comunisti, i democristiani persero la pace, venendo travolti da un’opinione pubblica e da un finto rinnovamento istituzionale non tanto per la punizione di quei torti quanto per la dimenticanza di quelle ragioni. C’è chi dice che Martinazzoli fu travolto da quanto avvenne nei primi anni Novanta, da tangentopoli, dalla richiesta di rinnovamento radicale, dal bipolarismo, dal berlusconismo, dal prevalere degli effetti speciali mediatici rispetto ai contenuti della politica. Che fu travolto da tutto questo perché non lo aveva capito. In parte è così, in parte la storia successiva e i risultati lo dicono chiara-

«A

mente. Ma questa è una visione cinica della storia, di una storia fatta di numeri e che guarda al successo o alla sua mancanza. C’è anche un’altra storia, fatta di ideali, sentimenti, moralità. E in quella storia quella sfida Martinazzoli l’aveva ben compresa, e privatamente l’ha vinta. Non è che non avesse capito dove si stava andando, era che non gli piaceva quella direzione. E che non si voleva arrendere a qualcosa che riteneva probabilmente inevitabile ma certamente sbagliato. Oggi su questo gli si può dare torto? Certo, in politica servono entrambe le cose, la testimonianza e l’efficacia, e Martinazzoli non riuscì a coniugarle. Puntò la sua scommessa sulla“sconfitta vincente”, una formula che pochi compresero e che non diede gli effetti sperati. Pensava che la Dc dovesse passare attraverso la cura dimagrante della sconfitta e perché no anche dell’opposizione, ma che questo dovesse servire a depurarla, a riportarla ai suoi valori originari, in modo da rilanciarsi, perché in fondo aveva quelle ragioni che la storia e il Paese non potevano non riconoscerle, e di cui anzi avevano un gran bisogno. Ma non riuscì a portare avanti questa stra-

Chiamato a dirigere la Balena Bianca nelle acque dell’Italia di Tangentopoli, liquidò l

Attualità politica di Buttiglione: «È stato un grande combattente dell’ideale democratico-cristiano che oggi ci guida» La Malfa: «Ha intravisto la crisi del Paese post-Dc» di Osvaldo Baldacci tegia: la sconfitta fu solo sconfitta, fu sconfitta perdente. Non aveva tutti i torti, con l’11 per cento raccolto alle politiche (il 16 insieme a Segni) avrebbe potuto condizionare fortemente la politica come poi fecero e tutt’ora fanno con risultati molto inferiori varie forze politiche. Ma non scelse quella via e non si volle rassegnare a un periodo di sudditanza riscattata solo da eventuali piccole vittorie per mezzo di pressioni politiche. Per lui la Democrazia Cristiana, che aveva

ni un seggio da senatore, si dirà, e si dirà anche che dal 1994 al 1998 fu sindaco di Brescia in un’anticipatrice alleanza tra PPI e PDS, ma erano appunto cose diverse dalla sottomissione a culture politiche altre. Non fu un caso ma una precisa scelta ideologica prima ancora che politica quella di rifiutare alleanze nel 1994 con la gioiosa macchina da guerra di Occhetto da un lato e con il furbesco polo berlusconiano alleato a nord con la Lega e a sud con Alleanza Na-

Rivendicava alla Dc il dovere di fare pulizia al suo interno, ma anche la necessità di perpetuare ideali decisivi nella storia

zionale. Era un consapevole rifiuto del bipolarismo incipiente, un consapevole rifiuto della politica fatta di demagogia e di slogan mediatici, ma anche un determinato rifiuto a liquidare la storia e il pensiero democratico-cristiano accodandolo a carri altrui.

voluto riportare al nome originario sturziano di Partito Popolare Italiano, non poteva essere una forza marginale di attrito, una forza decisiva ma solo in quanto periferica. Doveva essere una forza politica leader per le sue idee, i suoi valori, i suoi programmi. Leader anche dell’opposizione, all’occorrenza, ma mai rinunciataria, accodata.

In questo modo forse contribuì a liquidare il partito DC, ma salvò la storia e l’idealità che la DC aveva incarnato, e oggi quei lontani semi stanno forse tornando a sbocciare, mostrando che di quello c’era e c’è bisogno. D’altro canto non sono stridenti ma anzi esempio di coerenza le sue scelte di alleanze. Quando prima del 1994 trattò persino con la Lega e offrì un seggio a Berlusconi, cose che dimostrano che non è vero che non aveva capito le nuove forze che si affacciavano, ma che però pretendeva di guidarle e armonizzarle col pensiero democraticocristiano, rifiutando tenacemente che avvenisse il contrario. Allo stesso tempo la sua candidatura vincente a sindaco di Brescia nel 1994 e in un certo senso anche la temeraria sfida del 2000 a Formigoni per la presidenza della Lombardia vanno nella stessa direzio-

Questo spiega anche i suoi due gran rifiuti, quelli che alcuni ancora oggi gli imputano come colpa ma che invece si sta iniziando a vedere quanto fossero sensati. Non accettando il bipolarismo mediatico e muscolare che stava nascendo, e non accettando soprattutto che i cattolici in politica potessero essere marginali e subalterni, respinse sia le avances di Berlusconi che quelle ripetute della sinistra. Ma propose a Berlusco-

ne. Alleati con la sinistra sì (e certo la sua storia preferiva questa linea, con tutti i limiti che questo comporta) ma succubi mai. Dissolti mai. Non a caso Martinazzoli fece un altro grande rifiuto, quello di entrare nella Margherita e poi nel Partito Democratico. Alcuni vogliono accreditarlo come un fondatore del centrosinistra, ma lui a quel trattino non volle mai rinunciare, e la sua insofferenza per il progetto di fusione è risultata poi palese: a parte la parentesi che lo

Da sinistra: Ottobre 1992: Martinazzoli, eletto segretario della Democrazia Cristiana, riceve le congratulazioni di Arnaldo Forlani. Tra loro, al centro, Ciriaco de Mita. 5 dicembre 1994: elezione a sindaco di Brescia. 16 aprile 2000: candidato governatore della Lombardia per il centrosinistra, al seggio in compagnia della moglie. Con Pier Ferdinando Casini


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la nascita del Pd: «Buttano il bambino, tengono l’acqua sporca»

un “inattuale” vide preferire l’Udeur di Mastella alle varie fasi di magmatica costituente di centrosinistra, illuminante fu il suo commento lapidario (uno dei tanti di una mente arguta, colta e dalla trascinante retorica capace di parlare ai cuori nonostante l’aspetto così malinconico) rilasciato lo scorso anno a Liberal: gli eredi della sinistra “hanno buttato il bambino e tenuto l’acqua sporca”. Certo si dirà che rifiutando la spaccatura della Dc ne accelerò la frammentazione, e questo è evidente. Ma chissà se c’erano altre possibilità o se la strada era inevitabilmente segnata. Su questa linea il presidente dell’UDC Rocco Buttiglione, che con Martinazzoli lavorò in quei mesi del 1994 e poi ne raccolse l’eredità di segretario del Partito Popolare Italiano, non senza complicazioni e strascichi polemici proprio per l’avvio

di quella stagione di separazioni che vide anche Buttiglione vittima dello strappo della sinistra interna. Buttiglione in realtà condivide con il pensiero di Martinazzoli la linea strategica dell’autonomia del pensiero di ispirazione cristiana in politica, e di conseguenza la collocazione centrista.

Certo, le vicende della politica hanno portato i due su posizioni contrapposte nelle forzature del bipolarismo, ma entrambi, forse non a caso persone di cultura e intelletto prima ancora che politici, si sono sempre rifiutati di cedere a chi propugnava la subalternità dei cattolici in politica. Martinazzoli, più anziano e politico già dalla prima Repubblica, accettò la sconfitta e, complice anche la malattia che ottantenne domenica lo ha portato via, si fece da parte dedicandosi agli studi. Buttiglione in-

vece oggi è ancora protagonista e persegue tenacemente l’obiettivo di restituire centralità in politica al pensiero di ispirazione cristiana. Come ha ribadito anche onorando la scomparsa dell’ultimo segretario della Democrazia Cristiana: «Mino Martinazzoli è stato un grande combattente dell’ideale democratico-cristiano. Ideale che abbiamo sempre condiviso a testa alta, e che in un periodo difficilissimo abbiamo portato avanti insieme, anche se in seguito più spesso le vicende della politica ci hanno portato a contrapporci. Ricordo un uomo di grande valore, e quell’ideale democratico-cristiano cui si era votato noi continueremo a servirlo e portarlo avanti».

Tra i testimoni che hanno vissuto da vicino la storia di Mino Martinazzoli anche molti non democratici-cristiani. Come ad esempio Giorgio La Malfa, segretario del Partito Repubblicano Italiano in quegli stessi anni difficili. La Malfa ricorda «il rapporto strettissimo che avevo con Martinazzoli nel periodo in cui era alla segreteria della DC e poi conservato nel tempo, con un sentimento molto profondo di amicizia e di rispetto che credo ricambiasse. Era davvero un uomo di notevolissima capacità intellettuale, anzi un vero intellettuale della politica. Anche quelle che potevano apparire esitazioni nelle decisioni erano in realtà espressione di un pensiero, lo sforzo di andare sempre alla sostanza delle cose. Martinazzoli viveva questo senso di ineluttabilità del destino della DC su una china che lui non condivideva e non accettava ma vedeva ineluttabile, che sentiva come una tragedia cui non poteva sottrarsi, sapendo che la scomparsa della tradizione democristiana avrebbe aperto un vuoto nella politica italiana mai più colmato. E anche questo ci accomunava, perché era lo stesso sentimento che io vivevo nella valutazione per le forze laiche che andavano incontro allo stesso destino e lasciavano lo stesso vuoto. Ero e resto convinto che nella storia della Repubblica l’asse portante e persino salvifico dell’Italia era sempre stato questo filo sottile che legava strettamente il grande partito popolare cristiano alle forze repubblicane risorgimentali e assicurava stabilità alla democrazia. Questo è venuto meno negli anni 90 e adesso si vede bene quale sia l’effetto di questa mancanza. Non si può poi non sottolineare come Martinazzoli abbia difeso la migliore immagine della DC e più ampiamente anche la migliore immagine della politica fatta di idee e non di maneggi».

Un maestro di cattolicesimo liberale

Addio Mino. Nel ‘94 avevi ragione tu di Ferdinando Adornato segue dalla prima Al solitario silenzio della “ginestra” preferiva l’operoso rumore delle filande di Lucia e Renzo. Perciò sicuramente mi rimprovererebbe per questo accostamento. Eppure quel signore allampanato, folgorante nei suoi aforismi, motivato da un irrefrenabile umorismo, volutamente nascosto dietro un artificiale schermo di cupezza (solo il superficialismo giornalistico ha potuto immaginarlo davvero triste), ebbene a me quel signore dalla faccia scolpita nella roccia è sempre apparso come un eroico prototipo della“renitenza al fato”. Ogni suo comportamento politico, ogni giudizio morale, perfino ogni atteggiamento mentale, era dominato da una radicale diffidenza che nella vita pubblica ci fosse ancora spazio per il Giusto e per il Bene (per non parlare del Bello) ma, insieme, dalla testarda volontà di affermarne comunque le ragioni, di denunciarne la latitanza, di gridarne l’insostituibilità.

Mino non navigava volentieri nella modernità. Rifiutava l’aereo, odiava la volgarità della tv (quindi la tv), detestava ogni moda futurista. Il suo illuminismo lo rendeva idiosincratico sicuramente verso ogni populismo ma anche verso ogni comoda (e ipocrita) ricerca di “popolarità”. Di contro il suo liberalismo gli imponeva una ferma, razionale tolleranza verso ogni manifestazione del “reale”. Lasciava poi alla sua intelligenza, nella quale nutriva (a ragione) una fede smisurata, di gestire la contraddizione. Ricordo la prima lunga chiacchierata che ebbi il privilegio di condividere con lui nel suo ufficio di segretario della Dc. Era l’inizio del 1994, forse la fine del 1993. Io, determinato modernista, referendario, promotore di Alleanza Democratica, cercavo di convincerlo ad “andare oltre”gli schemi della Prima Repubblica, ad oltrepassare, con un atto di volontà, il destino della storia. Lui capiva, apprezzava, annuiva. Ma mi gelò con un paradosso: «Forse hai ragione, ma mi chiedo se io oggi non mi trovi nella stessa situazione dei reduci di Salò. Cioè non posso che restare fermo sulla mia storia. Non posso che testimoniarne, fino all’ultimo, le ragioni». Eccola, la renitenza al fato. Martinazzoli sapeva che, con tutta probabilità, la sua causa era ormai destinata allo scacco. Ma proprio in questo trovava il motivo per continuare, nel suo nome, a battersi. Nella profondità della storia rintracciava la luce per opporsi all’effimera parabola della cosiddetta rivoluzione italiana. Accettava, forse cercava, una sconfitta annunciata, pur di testimoniare le ragioni di una scommessa molto più grande e impegnativa di un risultato elettorale. Da allora ci siamo frequentati con assiduità. Cercando insieme ironia e intelligenza. Molto del mio approdo al cattolicesimo liberale lo devo a lui. Eppure una cosa non gli ho mai detto (anche se credo lui l’avesse capita). Non gli ho detto che nel ’94 aveva ragione lui. Quella sua renitenza al fato, culminata in una débâcle, oggi torna di nuovo a parlare alla storia. Sì, in questi anni è stata più volte e da più parti contestata. Ah, se Martinazzoli avesse... Ah, se Martinazzoli non avesse... Ed egli è stato descritto come il curatore fallimentare di una Dc che, però, non era certo stato lui a condurre al fallimento... Ne ha sofferto. Eppure oggi, chi volesse portare l’Italia oltre le rutilanti illusioni della Seconda Repubblica, non potrebbe che attingere a quei profondi pozzi della storia che Mino, assieme a tanti altri, non ha mai voluto disseccare. In una Repubblica, ormai resa di cartapesta, per risorgere non possiamo che scavare, con la testa e con le mani, dentro quei valori mai traditi da Martinazzoli. Con la stessa testardaggine. E, se possibile, con la stessa ironia.


mondo

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L’Onu scalda i motori

Bani Walid sotto assedio dei ribelli. Ma è ancora caccia al Raìs, mentre trapelano dissidi nel clan Gheddafi. Le Nazioni Unite sono pronte a supportare la fase di transizione di Pierre Chiartano

entre il Palazzo di Vetro si dice pronto a dare una mano per le future elezioni in Libia, la Primula rossa del deserto, al secolo Muammar Gheddafi, continua ad essere imprendibile. E nelle more della frustrazione, non si capisce se maggiore per i ribelli o per l’intelligence di molti Paesi occidentali che gli danno la caccia, è venuto il tempo delle rivelazioni: vere o presunte. I servizi segreti britannici e Scotland Yard sarebbero rimasti coinvolti in un’operazione internazionale per proteggere il figlio prediletto di Gheddafi, Saif al Islam, da un presunto complotto per assassinarlo legato apparentemente al Qatar, uno dei due Paesi arabi che partecipano alle operazioni militari della Nato contro il regime. Il cui principe regnante è quell’al Thani, patron di al Jazeera e da qualche tempo alle prese con molte operazioni economiche sul suolo francese. Gli stessi apparati di Vauxhall che ora sono attivamente coinvolti nella caccia a Saif, ancora latitante come il padre. Secondo quanto riferiva ieri l’Independent, in passato, il MI-6 avrebbe contattato i colleghi francesi dopo avere ricevuto la notizia che una sospetta cellula legata al Qatar aveva pianificato l’uccisione di Saif, probabilmente a Parigi.

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La Francia, ricorda ancora il giornale, comunicò a Londra che l’allora «ministro dell’Interno qatariota era conosciuto per le sue simpatie nei confronti degli estremisti islamici». In questa risposta piuttosto insidiosa si potrebbe celare anche la volontà di Parigi di dissimulare le strette relazioni col Qatar che sembrano essersi consolidate durante l’operazione libica. Specie nei primi giorni della rivolta, quando la rete televisiva qatarina dava notizie palesemente false sul conflitto. Notizie che comunque facevano da sponda alle dichiarazioni di

Nicolas Sarkozy che premeva per una risoluzione Onu e per un intervento militare rapido. E che in Libia la narrazione sia stata quanto meno opaca lo dimostra anche il fatto che Washington ne sia voluta restare fuori. «Siamo fieri di non essere a Parigi» era stato il commento del politologo americano, Edward Luttwak riguardo alla conferenza sulla Libia che aveva riunito una sessantina di Paesi per discutere del dopoGheddafi. Sempre la Francia aveva dislocato lungo la zona di confine tra Libia ed Algeria numerose pattuglie di truppe speciali (una di queste si era anche persa nel deserto) nel tentativo di bloccare l’afflusso di armi a favore del colonnello. L’Algeria, nonostante le dichiarazioni ufficiali, ha sempre sponsorizzato il raìs e potrebbe essere anche un porto sicuro per il dittatore in fuga: salvo poi negarlo ufficialmente.

E sempre l’Algeria è tornata alla ribalta per un’altra “rivelazione”. La Cina avrebbe offerto enormi quantità di armi al colonnello lo scorso luglio, e avrebbe condotto colloqui segreti sulla loro consegna via Algeria e Sudafrica. Lo ha riportato ieri il quotidiano canadese The Globe and Mail. Citando documenti in suo possesso, il giornale canadese ha affermato che le fabbriche di armi cinesi, controllate dallo Stato, erano pronte a fine luglio a vendere armi e munizioni per una cifra pari almeno a 200 milioni di dollari, aggirando le sanzioni Onu. È chiaro come l’arroganza cinese, che solo in apparenza si veste di un appeasement diplomatico, aveva tutto l’interesse a difendere un autocrate, come è successo in Siria e in Sudan, tanto per fare un altro paio di esempi. Mano a mano che le truppe ribelli bonificano le ultime sacche di resistenza dei lealisti, montano le tensioni in seno alla famiglia Gheddafi, i cui membri sembrano sempre più spaventati dall’esito finale del conflitto. Da

In bilico l’accusa di aver ordinato di sparare sui manifestanti

Processo a Mubarak, ma forse è innocente

Colpo di scena durante l’udienza di ieri, il super testimone scagiona l’ex presidente di Antonio Picasso rocesso Mubarak atto terzo. La scena si è aperta ieri con i tafferugli fuori dall’accademia di polizia che, alla periferia del Cairo, fa da aula di tribunale per giudicare l’ex presidente egiziano. I sostenitori di quest’ultimo si sono scontrati con i reduci di piazza Tahrir, giunti a esprimere la propria rabbia per le violenze subite a febbraio nel corso delle manifestazioni. La polizia ha cercato di separare le due fazioni, arrestando quindici persone. Ma non è riuscita a evitare che altre quattro venissero ferite. Sembra che la tensione sia divampata in concomitanza con l’arrivo di un pool di avvocati kuwaitiani, giunti in difesa dell’ex raìs. Il piccolo regno del Golfo ricorda bene la posizione assunta da Mubarak vent’anni fa in occasione della guerra provocata da Saddam Hussein. «Non dimentichiamo quello che ha fatto per il nostro Paese», ha dichiarato uno dei legali kuwaitiani al giornale al-Quds al-Arabi. Tuttavia, la scelta del Kuwait è stata ac-

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colta come una provocazione da parte dell’opinione pubblica egiziana. Da qui la scelta della corte di non concedere la parola ai dieci legali stranieri. Nel frattempo, in aula, l’udienza si è svolta a porte chiuse. Una novità rispetto alle sedute del 3 del 15 agosto, durante le quali la stampa ha goduto di un palco d’onore. Le telecamere sono riuscite a inquadrare unicamente un elicottero, che ha trasportato Mubarak in tribunale, dall’ospedale militare in cui è momentaneamente detenuto. Sembra però che la circolazione sottobanco di alcuni scatti dell’aula durante il processo abbia innervosito ulteriormente la folla. Stando alle indiscrezioni, l’83enne ex presidente si sarebbe mostrato ancora una volta in barella, dietro le sbarre, affiancato dai figli, Gamal e Alaa. Gli altri imputati sono l’ex ministro dell’Interno, Habib el-Adly, e sei dei più stretti collaboratori del governo deposto. L’accusa è di aver ordinato alla polizia di aver sparato contro i ma-


mondo

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ultimo i negoziati tra responsabili locali del Consiglio nazionale di transizione libico (Cnt) e i capi tribali per ottenere la resa pacifica di Bani Walid, città fedele al rais, sono falliti. E il mancato accordo ha acuito le divisioni all’interno alla stessa famiglia del colonnello. Saadi Gheddafi, che ha affermato di trovarsi «appena fuori Bani Walid», ha accusato il fratello Saif al Islam del fallimento delle trattative. L’aggressività di Saif avrebbe annullato ogni speranza di dialogo, ha precisato Saadi alla Cnn. «Lascio alle forze anti-Ghedaffi la gestione del problema», ha risposto da parte sua il capo dei negoziati per la nuova autorità libica, Abdallah Kenshil. Si tratta di decidere se entrare nel centro cittadini con le armi e quindi col rischio di una grande spargimento di sangue tra i civili. Il capo dei negoziatori ha spiegato che, all’inizio delle trattative «i lealisti si volevano presentare con le armi, e noi abbiamo rifiutato», aggiungendo che,

L’MI-6 britannico e Scotland Yard sarebbero rimasti coinvolti in un’operazione internazionale per proteggere il figlio del Colonnello, Saif

nifestanti, sei mesi fa, e quindi di aver ucciso 850 persone. Tutti gli imputati, però, si sono dichiarati innocenti. Per el-Adly, si tratta già del secondo processo. Dal primo, celebrato a maggio, ne è uscito con una condanna di 12 anni per corruzione, frode e riciclaggio di denaro sporco. Adesso però, il rischio è il patibolo. Con lui, c’è l’eventualità che vi salga anche Mubarak.

Ieri, aizzati dalle violenze scoppiate fuori dall’aula, gli avvocati delle due parti sono giunti alle mani. Di conseguenza, il presidente del tribunale è stato costretto a sospendere la seduta. Una volta ripresa, si è avuto un colpo di scena. Uno dei testimoni, il generale Hus-

Negate le telecamere in tribunale. Il Faraone sempre in barella. Tafferugli fra manifestanti pro e contro l’ex leader, quattro i feriti sein Saeed Mohamed Mursi (ex responsabile della comunicazione esterna della polizia egiziana), ha scagionato sia Mubarak sia elAdly. A suo giudizio l’ordine di reprimere i cortei ricorrendo alla forza sarebbe stato adottato dal generale Ahmed Ramzi, comandante della Central Security Force, reparto d’elite della polizia cairota. Ramzi è già sotto custodia dall’11 marzo, ma non figura tra gli imputati del processo in corso. Mursi ha spiegato che il primo giorno della rivolta, il 25 gennaio, sono stati usati lacrimogeni e idranti. Poi, la

situazione è precipitata, il 28 gennaio il ministero dell’Interno è stato attaccato. In quel momento è arrivata la richiesta poter utilizzare armi automatiche. La dichiarazione fa pensare che la manifestazione non fosse così pacifica, come invece sostenuto dall’opposizione. «Le armi sono state portate al ministero e alle prigioni in ambulanza perché i veicoli della polizia venivano bruciati e attaccati dai manifestanti», ha spiegato l’ex ufficiale. Alla domanda su chi abbia dato l’ordine di armare i reparti di polizia, Mursi ha indicato Ramzi. «Qualcun altro ha preso la decisione con lui?» gli è stato chiesto. «No l’ha presa da solo», ha replicato Mursi, negando di avere intercettato una comunicazione telefonica fra Ramzi ed el-Adly, come al contrario si supponeva. Siamo ancora distanti dalla sentenza. È evidente. Nessuno si aspettava una virata repentina delle accuse. Nei prossimi giorni, saranno ascoltati altri tre ufficiali per determinare la veridicità delle dichiarazioni di Mursi. Da un lato si vuole chiudere al più presto il capitolo giudiziario. Dall’altro, la giunta militare del Cairo – che del regime è una costola superstite – desidera evitare ombre e strascichi negativi. L’idea che Mubarak penzoli da una forca suscita più spavento che entusiasmo. Vista l’attenzione mediatica e della comunità internazionale, Il Cairo non si può permettere di risolvere il problema in maniera approssimativa. Del resto, il Paese non è fuori pericolo. Anzi. Il rinvio di due mesi delle elezioni parlamentari – si sarebbero dovute svol-

gere proprio in questi giorni, invece sono state rinviate a novembre – suggerisce che il governo provvisorio teme che dalle urne emerga un risultato a sé contrario. La Fratellanza musulmana può vincere. La lista dei candidati alla presidenza della repubblica è ancora in fase di definizione.

La piazza può tornare a essere calda. Lo si è visto ieri. Così come resta dietro l’angolo il pericolo di un conflitto confessionale. Non è chiaro se e quanto le forze jihadiste, presenti in Egitto, abbiano guadagnato terreno dalla caduta di Mubarak e dal vuoto che si è creato successivamente. Certo è invece il timore nutrito dalla chiesa copta di pagare lo scotto della fine del raìs – con cui l’alleanza era ormai morta – e del sopraggiungere di nuove forze politiche ispirate da una lettura deviata del Corano. Certo è che l’Egitto è ben lontano da quella normalizzazione politica che la Giunta dichiara di aver intrapreso.

successivamente, gli uomini fedeli al raìs «hanno chiesto agli insorti di entrare a Bani Walid senza armi, per poterli uccidere». Un bel segnale di confusione, altro che trattative diplomatiche. Kenshil ha comunque confermato che «Gheddafi, i suoi figli e diversi familiari sono arrivati a Bani Walid», senza precisare la data e che alIn alto, cuni «sono fuggiti» mentre due un giovane figli del colonnello, Saadi e tripolino Muatassim, sarebbero ancora in con la nuova città. Insomma per il momento bandiera libica. si certifica il “passaggio” del coA sinistra, lonnello in quel luogo. Il portaSaadi voce militare del Cnt Ahmed Gheddafi, Bani, intanto, ha confermato ufentrato in rotta ficialmente che il figlio del codi collisione lonnello, Khamis, e l’ex capo dei con il fratello servizi segreti Mohamed AbdalSaif al Islam lah al Senoussi «sono stati entrambi uccisi». Sarebbe l’ennesima morte annunciata per Khamis, quindi da prendere con cautela. Da Bruxelles si assicura che il successo della missione Nato in Libia «è molto vicino», ma il mandato non è ancora concluso. Parola del segretario generale Anders Fogh Rasmussen che però non è stato preciso sulla data di fine operazioni.

Intanto le Nazioni Unite sono pronte ad assistere le autorità di transizione nella preparazione delle elezioni: lo ha annunciato ieri Ian Martin, consigliere speciale del segretario generale dell’Onu Ban ki-moon in visita a Tripoli. «Il Consiglio nazionale di transizione (Cnt) ha posto gli aiuti alla procedura elettorale in cima all’elenco dei compiti per i quali desidera un’assistenza dell’Onu, e abbiamo fatto un grande lavoro preparatorio», ha dichiarato Martin. È tuttavia ancora «troppo presto per fornire dettagli» sul modo in cui si svolgerà la transizione per quanto riguarda il sistema elettorale, la messa in atto di una commissione elettorale e altri aspetti tecnici, ha precisato Martin. «Le Nazioni Unite sono pronte ad intervenire molto rapidamente per portare la loro competenza in materia elettorale», ha aggiunto. Il nation building sta per cominciare, ma sarebbe utile per molti andarsi a leggere i testi di Ibn Khaldun, filosofo e “sociologo” arabo del XIV secolo, tanto per capire che arabi e nordafricani dovranno trovare una loro via alla “democrazia”.


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grandangolo La solidità dello Stato è a beneficio dell’estero. All’interno si lotta

Il muro che divide la Merkel dal popolo tedesco

Crisi economico-finanziaria, abbassamento delle tasse, abbandono del nucleare e politica estera. Sono questi i temi che hanno causato grosse difficoltà al centrodestra e sui quali la coalizione di governo non è riuscita, in quasi due anni di vita, a trovare una solida e costante unità politica. Forse perché Angela pensa più a Bruxelles... di Ubaldo Villani-Lubelli risi economico-finanziaria, abbassamento delle tasse, abbandono del nucleare e politica estera. Sono questi i temi che hanno causato grosse difficoltà al centrodestra tedesco e sui quali la coalizione di governo non è riuscita, in quasi due anni di vita, a trovare una solida e costante unità politica. Eppure era dalle elezioni politiche del 2005 che Liberali e Unione (CDU-CSU) lavoravano ad un progetto politico comune, che l’esploit dell’SPD di Gerhard Schröder nelle elezioni del 2005 non ha permesso di completare. Quattro anni dopo, nel 2009, il centrodestra, grazie al successo elettorale, ha riannodato quel filo interrotto. Ma mentre nel 2005 c’era un programma comune senza però maggioranza, nel 2009, c’era sì la maggioranza, ma mancava il programma, anche perché l’Unione di Angela Merkel e Horst Seehofer non escludeva di dare vita ad una nuova grande coalizione con i socialdemocratici. Nelle elezioni dell’autunno del 2009 gli elettori tedeschi hanno premiato, però, i liberali (FDP) con il 14,6 per cento dei voti dando così inizio al governo di centrodestra guidato da Merkel e Westerwelle. Le consultazioni post-elettorali per la formazione del governo e la stesura del programma non sono state facilissime e sono durate più del previsto. Il governo di centrodestra, tuttavia, ha rappresentato una svolta politica e culturale, grazie ad programma politico ambizioso: abbassamento delle tasse,

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diminuzione della disoccupazione e ritorno alla crescita economica. Anche dal punto di vista culturale e sociale ha rappresentato una grande novità: un Cancelliere donna e dell’Est, caratteristiche senza precedenti nella storia della Repubblica Federale Tedesca, una donna di soli 32 anni come ministro della Famiglia, Kristina Schröder, un Ministro della Salute di 37 anni nato in Vietnam ed adottato da una famiglia tedesca, Philipp Rösler, un omosessuale dichiarato come Vice-Cancelliere e Ministro degli Affari Esteri, Guido Westerwelle, un paraplegico come Ministro

Un esecutivo “variegato” e una buona resa del mondo economico non hanno salvato la gestione Cdu delle Finanze, Wolfgang Schäuble, un Barone bavarese, Karl-Theodor zu Guttenberg, al Ministro della Difesa ed, infine, ben sei donne nella squadra di governo. Una varietà umana e sociale straordinaria che ha azzittito tanta ste-

rile retorica anti-conservatrice in Europa, come in Germania.

Questo governo giovane e diverso ha però dovuto operare in un contesto internazionale, politico ed economico estremamente difficile. La crisi economico-finanziaria ed il rischio fallimento dei cosiddetti PIGS (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna) hanno rappresentato da sempre una spina nel fianco. La crisi del centrodestra ha coinciso con la crisi greca, al tempo del primo aiuto economico al governo di Atene. L’intera discussione in Germania aveva un solo leitmotiv: perché noi tedeschi dobbiamo pagare per l’inaffidabilità dei greci? Dopo la Grecia toccherà al Portogallo e all’Irlanda e magari anche all’Italia e alla Spagna. All’inizio sembrava molto difficile spiegare ai cittadini tedeschi che la Germania doveva pagare per coprire i debiti greci. D’altronde, ancora oggi, secondo l’ultimo DeutschlandTrend (l’autorevole sondaggio della prima rete tedesca) il 66 per cento dei tedeschi è contrario al fondo di salvataggio europeo ed il 55 per cento agli Eurobonds, che non sono altro che una garanzia tedesca al debito pubblico italiano e spagnolo. Sin dai tempi dell’“assegno”europeo al governo greco, il governo di Berlino ha dimostrato una sostanziale incertezza: se la Cancelliera era inizialmente contraria, il Ministro della Finanze era favorevole ad un aiuto alla Grecia. I conflitti interni e la decisione

finale di aiutare la Grecia hanno portato, come conseguenza, la prima pesante sconfitta elettorale nelle elezioni regionali nel Nord Reno Westfalia. Dopo appena otto mesi, dello slancio iniziale del governo restava ben poco perché la crisi europea e dell’Euro si acutizzava e la diminuzione delle tasse tanto sbandierata in campagna elettorale veniva sistematicamente rinviata. A pagare il prezzo maggiore della mancata riduzione della pressione fiscale sono stati i Liberali che ne avevano fatto la loro principale battaglia politica. A controbilanciare questa situazione c’erano i dati economici che mostravano una Germania in salute con una crescita di circa il 4 per cento nel 2010. Anche le previsioni per il 2011 sono di una crescita di oltre il 3 per cento (anche se c’è da registrate una flessione nel secondo trimestre del 2010: solo +0,1). La disoccupazione, ancora oggi, è in costante calo e si è attestata sotto i tre milioni di disoccupati. Il governo di centrodestra ha vissuto, dunque, una situazione paradossale: crescita economica e riduzione della disoccupazione da una parte, ma niente riduzione delle tasse ed una profonda insoddisfazione nel Paese.

La ripresa dell’attività politica nel settembre del 2010 si è aperta con un discorso nel Bundestag di Angela Merkel che rivendicava i buoni dati economici. Qualche settimana dopo la Cancelliera ed il suo vice rilanciavano l’energia nu-


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Secondo gli elettori, è il principale responsabile dei fallimenti della Germania

Guido Westerwelle, ovvero l’uomo che ha rotto il sogno Berlino la crisi del centro destra ha un nome ed un cognome: Guido Westerwelle. 49 anni, omosessuale dichiarato e dal 2001 fino alla primavera scorsa è stato il leader del partito dei liberali (FDP), quello che fino a pochi mesi era ancora la terza forza in Germania. Da superstar della politica tedesca Guido Westerwelle è diventato il principale responsabile della crisi del proprio partito che a sua volta è l’anello debole dell’intero centrodestra tedesco. Secondo l’ultimo “DeutschlandTrend” (il seguitissimo sondaggio della prima rete tedesca ARD) la soddisfazione per l’operato di Westerwelle dal dicembre 2009 ad oggi è crollato da quasi il 45 al 14 per cento. L’FDP sarebbe oggi solo al 4 per cento che secondo la legge elettorale tedesca vuol dire una sola cosa: non avere rappresentanza nel Bundestag. La straordinaria vittoria alle elezioni del 2009, nelle quali i liberali (FDP) raggiunsero 14,6 per cento, sono un lontano ricordo. Come ha fatto notare Georg Paul Hefty in un commento sulla Frankfurter Allgemieine Zeitung (31.08.2011), quella vittoria, che ha rappresentato il momento di massimo consenso nella storia del liberali, ha portato alla luce, paradossalmente, i limiti dell’FDP, un partito al quale mancano iscritti e figure di talento. I liberali si sono rivelati un partito senza un progetto politico e senza una classe politica all’altezza della situazione. Il loro (ormai ex) leader Guido Westerwelle, come ha scritto sullo Spiegel Online Gerd Langguth, ha fallito nella sua metamorfosi da uomo di partito in statista. Da Ministro degli Esteri e da Vice-Cancelliere si è sempre mosso come un militate e si è sempre rivolto, fondamentalmente, al proprio elettorato (o presunto tale) senza riuscire ad diventare un ministro di tutti i tedeschi.

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cleare, prolungando fino al 2036 l’utilizzo dell’atomo. Sembrava l’inizio di un nuovo corso, ma così non è stato.

Il 2011 si apre, infatti, con il problema Karl Theodor zu Guttenberg, barone, astro nascente dell’Unione e futuro leader del centrodestra. Era il politico più amato in Germania e l’appartenenza ad una famiglia nobile non faceva che esaltarne il profilo - del resto la nobiltà, in Germania, ha ancora un fascino non spiegabile razionalmente. Un’accu-

Scandali, pressing dei socialisti e un dibattito infuocato sui Pigs hanno incrinato la sensazione di unità sa di plagio (il nobile zu Guttenberg si era addottorato con una tesi ‘copiata’) l’ha costretto alle dimissioni dopo settimane di polemiche accesissime. Un colpo durissimo alla popolarità e credibilità del governo. Al posto di zu Guttenberg entra un altro bavarese, Hans-Peter Friedrich (CSU), che in realtà prende il posto di Thomas de Maizière al Ministero degli Interni. Quest’ultimo ricoprirà invece il posto lasciato vuoto dal Barone al Ministero della Difesa. Dopo lo scandalo zu Guttenberg, l’incidente di Fukushima in Giappone e la guerra in Libia mettono nuovamente a dura prova l’intera linea politica interna ed estera del governo. Dopo l’incidente in Giappone, Merkel e Westerwelle tornano sui propri passi ed annunciano l’abbandono dell’energia nucleare, che appena cinque mesi prima era stata entusiasticamente rilanciata. Le motivazioni

di questa scelta sono molteplici, ma la più immediata e anche la più ovvia è la partita che si stava giocando nel Baden Würtemberg: l’elezione del nuovo presidente di una delle roccaforti del centrodestra. Qui però a causa della costruzione di una gigantesca ed impopolare Stazione Ferroviaria, i Verdi hanno molto successo, che in politica vuol dire voti. Il centrodestra rischiava di perdere il Land, e la mossa della Merkel di abbandonare il nucleare, mirava a erodere consensi ai Verdi. I risultati elettorali non daranno ragione alla Cancelliera e la capriola politica risulterà inutile. Il Baden Württemberg è oggi governato da Winfried Kretschmann, il primo Presidente Verde di un Land nella storia della Repubblica Federale.

Con la guerra in Libia è la politica estera ad essere messa in discussione. A dire il vero è soprattutto il Ministro degli Esteri Guido Westerwelle al centro delle polemiche. La Germania, che ha enormi interessi economici con Russia e Cina, preferisce astenersi (insieme ai partners economici) sulla risoluzione dell’ONU sulla no-fly zone in Libia e la stampa tedesca si scatena contro il rischio di isolamento che correrebbe la Germania. La situazione, poi, è ulteriormente peggiorata nelle ultime settimane dopo il successo della missione in Libia. Alla luce di questi ultimi fatti gran parte della stampa tedesca è tornata all’attacco di Westerwelle chiedendone le dimissioni per aver ridicolizzato la Germania a livello internazionale. La crisi del centrodestra è dunque dovuta ad una difficoltà generale nel gestire una situazione politica estremamente complicata a livello internazionale, ma è, al contempo, evidente che a questo centrodestra è mancato un leader forte ed autorevole. Westerwelle non si è dimostrato all’altezza e la Merkel stessa è molto più a suo agio nei consessi internazionali piuttosto che a Berlino, tanto che in Germania si specula sulle sue reali intenzioni: diventare Presidente della Commissione Europea.

L’attuale crisi dei liberali è legata principalmente alla mancata riduzione delle tasse. Dopo anni di opposizione essere ritornati al governo nel 2009 e non essere riusciti a rea-

lizzare il punto principale del proprio programma politico è stato fatale. È pur vero, però, che il governo ha ancora due anni davanti a sé e che il contesto internazionale non ha permesso un serio programma di riforma del sistema fiscale. In realtà, però, ciò che più è mancato ai liberali (e sopratutto al suo ex leader Guido Westerwelle) è la capacità di governare. Westerwelle non è mai riuscito ad incidere nell’azione del governo, dove l’hanno fatta da padrone Angela Merkel ed il ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble.

Da Ministro degli Esteri è stato spesso oscurato dall’attivismo della Cancelliera sulla scena internazionale. Quando poi è stato chiamato ad essere protagonista ha dimostrato una certa incompetenza e superficialità. I giornali tedeschi lo definiscono, molto spesso, come goffo e maldestro. Ci riferiamo alla missione in Libia alla quale la Germania non ha partecipato dopo essersi astenuta sulla risoluzione La dell’ONU. stampa tedesca ha subito criticato questa scelta denunciando il rischio isolamento per la Repubblica Federale. La situazione, poi, è ulteriormente peggiorata nelle ultime settimane dopo la conquista di Tripoli da parte dei ribelli. Il Ministro degli Esteri dopo aver in passato dichiarato di non condividere la nofly-zone, ha avuto la “bellissima” idea di elogiare i ribelli e di dichiarare che la Germania farà la sua parte per la stabilizzazione della Libia. La stampa tedesca ha messo subito in evidenza le contraddizioni di quello che è chiamato, ironicamente, “il sistema Westerwelle” ed a chiederne le dimissioni per le sue scelte evidentemente sbagliate. Anche nello stesso suo partito non sono più disposti a difenderlo. Da maggio Westerwelle non è più il leader dei liberali ed ha lasciato il posto di vice-cancelliere al giovane Philipp Rösler. (u. v. l.)


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Parla Pierpaolo de Colombani, direttore medico del Programma tubercolosi del Who per l’Europa

Tbc: l’epidemia negata Per l’Organizzazione mondiale della sanità il caso di Roma dovrebbe essere riconsiderato di Luisa Arezzo ono passati solo venti giorni da quando è stata diffusa la notizia che un’infermiera del reparto di neonatologia del Policlinico Gemelli aveva scoperto di essere ammalata di tubercolosi. Tre settimane dopo, i neonati risultati infetti dal microbatterio sono già 115. Una quota probabilmente destinata a salire nei prossimi giorni, visto che i “richiamati” per sottoporsi al test di controllo continuano ad aumentare. Ciononostante, in Italia sembra essere solo Ignazio Marino, presidente della Commissione d’inchiesta sul Servizio Sanitario Nazionale, a denunciare che il nostro Paese si trova dinanzi a un’epidemia, a fronte del coro di no (a partire dal governatore della regione Lazio, Renata Polverini e supportato dal parere di illustri scienziati). Nessuno vuole fare allarmismi, d’altronde è evidente che ci troviamo davanti a un caso “limite”, ma siccome fra una settimana, dal 12 al 15 settembre, si terrà a Baku (Azerbaigian) una conferenza promossa dall’Organizzazione mondiale della Sanità proprio sulla recrudescenza della Tbc in Europa a cui parteciparanno i ministri della Sanità di 53 paesi, abbiamo pensato di sottoporgli il caso italiano per cercare di capire come viene giudicato. E non ci sono stati tentennamenti: «la situazione di Roma non può che essere valutata come un’epidemia». A dirlo, Pierpaolo de Colombani, responsabile del Programma Tubercolosi per l’ufficio europeo. De Colombani, l’Organizzazione mondiale della sanità sta monitorando la situazione italiana? Ci sono stati degli scambi di informazioni fra voi e l’Italia in queste ultime settimane rispetto al caso del Policlinico Gemelli? Ovviamente la stiamo seguendo, anche se al momento non siamo stati chiamati in causa. L’Oms entra “in campo”se invitata a farlo da uno dei Paesi membri, non in maniera autonoma. E nessuno ci ha ancora interpellato. Senza voler fare allarmismi, visto l’alto tasso di infezione fra i neonati entrati in contatto con l’infermiera malata di tubercolosi all’ospedale romano, come giudicate la situazione? Si deve senza dubbio parlare di epidemia. Il che non significa che continuerà a diffondersi. Bisogna poi distinguere tra infetti e malati. Risultare infetti dal microbatterio non significa

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automaticamente sviluppare la malattia. Una cosa però va detta: contrarre il bacillo nei primi mesi di vita significa avere maggiori possibilità di sviluppo della malattia. Perché nei bambini sotto i cinque anni (e in particolar modo nei neonati) il sistema immunitario è ancora troppo immaturo per reagire in maniera efficace. Questo significa che è possibile che una percentuale dei neonati infetti possa ammalarsi in futuro? Esattamente. Nonostante queste eventualità, nel nostro Paese ancora ci si rifiuta di parlare di epidemia. Anzi. Mentre si parla di una possibile campagna di prevenzione nelle scuole e della necessità di riscrivere il protocollo di sicurezza negli ospedali per evitare che casi simili a quelli del Gemelli possano ripetersi. Lei cosa ne pensa? Preferisco rispondere a questa domanda a titolo personale: considerando che comunque in Italia l’incidenza della tubercolosi è bassa, fare una campagna di prevenzione nelle scuole mi sembra da escludere. Trovo che in termini di rapporto costi-benefici non sia necessario. Dipende anche cosa si intende per campagna di prevenzione. Una schermografia o un trattamento preventivo del corpo scolare non mi sembrerebbe utile. Però troverei anche eccessivo un pro-

«L’Agenzia entra “in campo” se invitata a farlo da uno dei Paesi membri, non in maniera autonoma. E nessuno ci ha ancora interpellato»

gramma di educazione tbc negli istituti. Potrebbe generare un allarmismo ingiustificato e far scambiare un normale colpo di tosse per qualcosa d’altro. Sono invece convinto che in generale gli ospedali italiani si attengano a dei protocolli validi. Dunque cosa consiglia? Penso che sarebbe utile una campagna informativa a livello politico. Questo permetterebbe di sviluppare politiche accorte. L’Oms da tempo sta lanciando l’allarme per una recrudescenza a livello mondiale della tubercolosi, alzando il livello d’allerta anche in Europa. Qual è la situazione? Il livello di diffusione va ovviamente commisurato al bacino di utenza che si vuole studiare. In altre parole, bisogna

considerare la densità della popolazione. I Paesi più colpiti a livello mondiale sono l’India e la Cina, entrambi con un alto tasso di abitanti. In India abbiamo due milioni di nuovi casi all’anno e in Cina un milione e trecentomila casi. L’Europa - che per noi va dalla Groenlandia fino a tutta la Russia (quindi arriva al confine con la Cina e l’India con le ex repubbliche sovietiche) conta il 5% dei casi globali, qualcosa come 400mila nuovi casi all’anno. Si va dai zero casi su 100mila abitanti di Monaco ai 200 nuovi casi ogni 100mila abitanti del Tagikistan, il Paese più colpito a livello europeo. L’Italia, ma questo è una dato che risale al 2009, sviluppa 6,4 casi ogni 100mila abitanti. Parliamo di malattia conclamata, giusto?


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A pochi giorni dall’avvio del nuovo anno scolastico, apprensione fra i genitori

Ma non c’è pericolo per l’inizio delle scuole Per Ignazio Marino, presidente della Commissione sul Servizio Sanitario Nazionale serve però un decreto per rendere sicuri gli ospedali di Martha Nunziata numeri, prima di tutto. I bambini nati al policlinico Gemelli che, ad oggi, risultano positivi al test anti-Tbc al quale sono stati sottoposti dopo la scoperta della malattia dell’infermiera impiegata nel reparto neonatale sono 115, una media dell’8,6% sul totale dei 1333 analizzati dopo l’allarme. Cifre importanti, senza dubbio, ma che secondo il Presidente della Regione Lazio, Renata Polverini, non possono in alcun modo portare all’adozione del termine “epidemia”: «Non c’è questo rischio – ha detto la Governatrice del Lazio – perché i bimbi positivi al controllo non sono malati, quindi non possono contagiare a loro volta». Di tutt’altro tenore, invece, la tesi del Professor Ignazio Marino, presidente della Commissione d’inchiesta sul Servizio Sanitario Nazionale: «Quanto accaduto al Gemelli – ha più volte sostenuto Marino – è scientificamente un’epidemia di contagi nosocomiale. Serve un decreto urgente della Regione che prevede l’obbligo per tutti gli operatori sanitari dei reparti ad alto rischio dello screening per la Tbc». E la domanda da farsi, secondo Marino, è piuttosto chiara: «Com’è possibile che in un ospedale italiano, e soprattutto in una struttura ritenuta d’eccellenza come il Gemelli non ci sia resi conto in tempo che un’infermiera era malata di tubercolosi?». L’opinione pubblica ha diritto ad essere ben informata. Senza creare nessun allarmismo. Le responsabilità della struttura ospedaliera, in effetti, sono tuttora da chiarire: oltre all’inchiesta avviata dalla Procura di Roma, che ieri ha conferito una nuova delega ai carabinieri del Nas per procedere ad ulteriori acquisizioni di materiale, ascolto di testimoni e controlli presso il Policlinico e a quella della Commissione voluta dalla Polverini, c’è anche quella, parallela, che il Codacons ha affidato a sette esperti indipendenti. Entro 15 giorni, peraltro, la Regione Lazio dovrà depositare al Tar del Lazio tutti gli atti relativi all’inchiesta, secondo quanto deciso dallo stesso Tar dopo l’audizione dei legali del Codacons e dell’avvocatura regionale.

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In alto, un ricercatore controlla i test effettuati sui bambini. Sotto, l’ingresso del Gemelli; a destra: Renata Polverini Certo. Se dovessimo considerare le persone infette dal microbatterio potremmo dire che un terzo della popolazione mondiale ne è colpito. Il vero problema è parlare della malattia. È chiaro che in quei paesi dove la malattia è endemica, la campagna informativa è più diffusa. Ma sbagliano i nostri politici a pensare che siccome nella Ue la malattia non è di vera importanza sociale, sia inutile parlarne. Insomma, se tocca al Tagikistan chissenefrega... Appunto. E invece non è così. Prenda l’Italia. Fino al dopoguerra la tbc era assolutamente diffusa su tutto il territorio nazionale. E certamente molti degli anziani italiani hanno ancora ”silente” il bacillo. Ma questo, esattamente come nei neonati, tende a riattivarsi con l’indebolimento del sistema immunitario tipico della terza età. Con la differenza che magari un anziano potrebbe sottovalutare i sintomi prima di capire cosa davvero ha... Una delle cause della recrudescenza della malattia è però anche dovuta all’immigrazione, no? Sì, ma l’immigrato non è la sola fonte di trasmissione. Certo, sarebbe utile fare una ricerca attiva dei casi senza aggiungere stigma allo stigma. Cosa significa? Significa offrire lo screening gratis e in forma anonima. In Italia questo non si fa e il caso va segnalato alle autorità di polizia. A Londra invece si fa, e visti i dati di diffusione della malattia che sono emersi si sta anche pensando di reintrodurre il vaccino anti tbc fra i nuovi nati. Certo, non si può negare che nella capitale inglese il tasso di popolazione indiana e bengalese sia molto alto.

venzione contro la Tbc. In questi ultimi dieci anni, c’è stata una recrudescenza della malattia, in Italia ci sono 4mila casi ogni anno, ma comunque non bisogna fare allarmismo, non c’è rischio per i bambini. C’è sempre stata, soprattutto dopo il 1998 dopo il decreto del ministero della Sanità, una lotta costante contro la tubercolosi. Perchè è una malattia difficile da debellare e da curare. Ed è sempre stata attuata una prevenzione». «Mi risulta che continua la Semeraro - mancano ancora alcune famiglie che erano in vacanza, anche all’estero, e che non sono state raggiunte telefonicamente, all’appello per svolgere tutti gli accertamenti e solo adesso provvederanno». Resta attivo, per questo, il call center della Asl RmE ai numeri 06 68352830; 06 68352820; 366 6620408; 366 6620407 (www.regione.lazio.it).

In Italia, i casi di Tbc sono notevolmente diminuiti a partire dal secondo dopoguerra; un percorso positivo, che però ha comportato alla lunga un allentamento della guardia e una minore diffusione delle competenze specialistiche. Il nostro paese è tra quelli a bassa endemia, ma il fenomeno della Tbc non è scomparso e, come sostiene l’Iss, «continua a rappresentare una realtà sanitaria che richiede una continua formazione degli operatori, strategie di prevenzione e attività di controllo». In Italia, il 5% dei casi registrati nel 2008 si sono verificati in bambini tra 0 e 14 anni di età e il 2,4% in bambini sotto i 5 anni: negli ultimi anni, teatro dei focolai sono state spesso le scuole. La diffusione della malattia in Italia, tra l’altro, è dovuta anche alla massiccia presenza, in Italia e in Europa, di immigrati provenienti da aree in cui la malattia è endemica: « È vero – conferma la Semeraro - e il bacillo della Tbc si diffonde quasi sempre in ambito familiare e scolastico. Ci sono delle zone in Africa, in Sudafrica, in Cina ed in America del Sud, dove c’è maggior diffusione della malattia soprattutto nei soggetti immunologicamente debilitati, che sono più colpiti, proprio per la depressione del sistema immunitario». Questa combinazione svolge un ruolo importante nel propagare l’infezione, ma la maggior parte degli immigrati sviluppano la malattia dopo aver lasciato i loro paesi di provenienza, a causa delle cattive condizioni igieniche e socio-economiche in cui vengono a trovarsi proprio nelle nazioni che li ospitano e che sono responsabili della riattivazione dell’infezione tubercolare acquisita nei Paesi d’origine. C’è, però, anche una buona notizia, che arriva dagli Usa: i ricercatori dell’Howard Hughes Medical Insitute e della Colorado State University hanno messo a punto un vaccino promettente contro la malattia. Per ora il test è risultato positivo nel 20% dei soggetti sottoposti (cavie da laboratorio, ndr), ma la strada intrapresa dai ricercatori americani sembra essere quella giusta: «Non sappiamo se funzionerà sugli esseri umani – ha detto William Jacobs, l’autore dello studio – ma è certamente un passo in avanti significativo negli sforzi per creare un vaccino migliore contro la tubercolosi».

Entro 15 giorni la Regione dovrà depositare al Tar del Lazio tutti gli atti relativi all’inchiesta per chiarire le responsabilità della struttura ospedaliera

Intanto gli ambulatori delle tre strutture sanitarie coinvolte (San Camillo, Bambino Gesù e Policlinico Gemelli) sono stati chiusi il 3 settembre. Da ieri, invece, è operativo solo l’ambulatorio dedicato del policlinico Gemelli con i test che proseguiranno fino al totale monitoraggio dei soggetti inclusi nel programma di sorveglianza e controllo per tutte le famiglie che per motivi personali hanno posticipare l’appuntamento per la visita. L’allarme per i bambini viene da Ecdc e dall’Oms e con l’inizio delle scuole a Roma, che spesso sono teatro dei focolai della Tbc, come è risultato dagli anni precedenti (quest’anno iniziano il 12, quelle private domani, ndr.) e con le preoccupazioni delle famiglie, alcuni pediatri propongono anche controlli in ambienti scolastici. Liberal ha chiesto alla dottoressa Patricia Semeraro, pediatra, chirurgo ed esperta di malattie infettive se esista qualche rischio per i bambini: «Sono d’accordo sui controlli, anche a scuola: un semplice test potrebbe garantire una pre-


ULTIMAPAGINA Ottima accoglienza al Festival del Cinema per il film di Tomas Alfredson tratto dal romanzo di John Le Carré

A Venezia, tutti pazzi per di Andrea D’Addio el 1965 Martin Ritt portò sullo schermo La spia che venne dal freddo, oggi, a distanza di quarantun anni, John Le Carré continua a vedere propri romanzi diventare film. E l’inserimento del suo nome sia come produttore sia sceneggiatore di questa versione su grande schermo La Talpa, dimostra come il settantanovenne scrittore inglese sia ancora una delle menti più brillanti della nostra epoca. Presentato in concorso qui al Festival di Venezia, La Talpa ha ricevuto un caloroso applauso sui titoli di coda sia delle proiezione riservata alla stampa sia a quella per il pubblico. La ragione è semplice: se è vero che dopo i film di fantascienza, il thriller è il genere che ha incassato di più nella storia del cinema, quando se ne presenta uno bello come La Talpa, ricco di suspense, capace fino alla fine di mantenere il mistero su chi sia“il colpevole”, gli spettatori non possono che uscire dalla sala soddisfatti. Il successo di questa storia pubblicata nel ’74 e primo episodio di una trilogia chiamata “di Karla”(dal nome in codice del capo del Kgb russo) sta prima di tutto nella capacità di entrare dentro ogni più piccolo dettaglio del modus operandi degli agenti segreti dell’epoca. Del resto non poteva essere il contrario: Le Carrè stesso fu per anni un dipendente dell’MI6 britannico prima di vedere la propria copertura saltata a causa di Kim Philby, una delle celebri cinque spie di Cambridge, agenti del Kgb che per anni lavorarono per la Corona solamente per passare preziose informazioni all’Unione Sovietica. Proprio a Philby è ispirato il personaggio della Talpa, un uomo ai vertici dei servizi britannici su cui un ex dipendente ormai in pensione (nel film, il bravissimo Gary Oldman) cerca di indagare dopo che il suo ex capo gli parla di alcune vicende sospette accadute negli ultimi tempo. Sono cinque i sospettati e solo uno il colpevole. Si spazia da Londra a Istanbul, passando per Parigi e Oxford. Si diffida di tutto e di tutti, non solo doppi giochi, ma anche tripli e quadrupli. Una vera e propria spy-story che nella sua trasposizione su pellicola perde poco o niente della sua complessità, finendo con il ricordare i migliori thriller degli anni ’70, quelli in cui le questioni da guerra fredda non si risolvevano grazie al genio e al fascino di James Bond, ma con lunghe e accorte strategie in cui non bisognava tralasciare nulla per assicurarsi il lieto fine. Siamo quindi dalle parti di I tre giorni del Condor, il caso Drabble, Il giorno dello sciacallo, Chiamata per il morto, Lo specchio delle spie e così via (gli ultimi due non a caso tratti proprio da lavori di Le Carré), classici degli spy-movie che ridefinirono il significato di noir (parallelamente a quanto stava facendo, ma con più autorialità, Alfred Hitchcock) facendo entrare le logiche operative della guerra fredda nelle case di tutti i cittadini del mondo. Proprio a quegli anni, al ’79, risale anche la produzione di una miniserie tv in sette puntate di La Talpa prodotta dalla Bbc. All’epoca a interpretare il personaggio di George Simley (che sarà al

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LA TALPA centro anche di L’onorevole scolaro e Tutti gli uomini di Smiley) fu Alec Guinness. Era un periodo in cui la tv ancora rincorreva il cinema e non viceversa e celebrati attori del grande schermo cominciavano a prestarsi per progetti sul piccolo, nonostante il rischio di abbassare la propria aura di “divi”. La fine della guerra fredda portò a un calo di popolarità del genere, tanto se si parla di romanzi che di produzione video, mentre i nuovi “cattivi”post 11 settembre stanno contribuendo alla creazione di

nale: «All’epoca ero ancora adolescente, ma mi ricordo dell’Inghilterra di quel periodo, un paese che giustamente si considerava al centro del mondo e soffriva molto le logiche della guerra fredda. Era un contesto diverso da quello di oggi, seppure alcuni elementi di politica estera ricorrano». Colin Firth, che nel film si è accontentato di un piccolo ruolo, così come altri popolari attori britannici (John Hurt, Toby Jones, Mark Strong e Tom Hardy), tutto per non far intuire, già grazie al grado più o meno alto di celebrità dell’interprete chi si nasconda dietro La Talpa. Mantenere la tensione e il mistero intorno al vero colpevole è il segreto per qualsiasi thriller. «Ho cercato di rendere il mio personaggio il più possibile misterioso e credibile, è stata la prima volta che mi è capitato di interpretare un uomo che vive di così tante zone grigie» ha dichirarato il recente premio Oscar per Il discorso del Re, con i suoi soliti modi galanti e sorridenti con cui, ogni volta che viene a Venezia, conquista qualsiasi suo interlocutore. Purtroppo all’incontro con i giornalisti non ha invece partecipato John Le Carré, arrivato al Lido, ma ormai non più disposto a concedere interviste. La sua carriera da “intervistato”si è conclusa circa sei mesi fa con una lunga conversazione con i presentatori del Sunday Morning Show della Cbs. Un addio alle scene pianificato che non gli sta impedendo di continuare a scrivere: le sue ultime produzioni letterarie si sono spesso concentrate sulle ragioni e sull’errata strategia della guerra in Iraq. Da un uomo che ne ha viste e raccontate di ogni tipo, i segreti fanno fatica a rimanere tali...

La pellicola, il cui titolo originale è «Tinker, taylor, soldier, spy», è ambientata negli anni ’70 ed è la storia di Smiley, ex agente del MI6 ormai in pensione, alle prese con la nuova vita fuori dai servizi segreti un cinema più di azione e meno di ragionamento. Ogni epoca del resto ha il proprio genere, e la speranza è che l’eventuale successo di La Talpa possa riaprire un filone di film da troppo tempo dimenticato.

A dirigere il tutto è Thomas Alfredson, apprezzato autore di uno dei film cult degli ultimi anni, lo svedese Lasciami entrare, che riscosse premi in tutti i festival a cui partecipò nel 2008. Nella conferenza stampa di presentazione della pellicola ieri a Venezia, il regista ha parlato un po’ del lavoro fatto per la ricostruzione storica, partendo prima di tutto dal suo ricordo persoAl Festival di Venezia, ieri, è stato il giorno di «Tinker, taylor, soldier, spy» (in italiano “La Talpa”), il film di Alfredson tratto dal romanzo di John Le Carré e interpretato, tra gli altri, da Gary Oldman e Colin Firth

2011_09_06  

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