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he di cronac

La costanza di un’abitudine è di solito proporzionale alla sua assurdità

Marcel Proust

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • VENERDÌ 2 SETTEMBRE 2011

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Pier Ferdinando Casini insiste: «Siamo per il dialogare ma non sappiamo con chi. L’esecutivo non esiste»

La manovra degli imbrogli Non serve alla crescita e nasconde un “buco” di sei miliardi Puntano tutto sulla lotta all’evasione: ma è un ballon d’essai. Le opposizioni disposte a cambiare il testo in Parlamento ma il governo, debole, pensa alla fiducia. Così il futuro dell’Italia resta a rischio Pezzotta: «Basta bugie, L’imprenditore pugliese in galera a Roma è tutto da rifare» Arrestato

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«Da anni il governo non dice la verità sulla crisi e come affrontarla. Non ci sono più margini di mediazione»

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Tarantini: estorceva soldi a Berlusconi

Galletti: «Un decreto senza copertura»

«Se basta la lotta all’evasione fiscale per risolvere la crisi, perché non è stato fatto prima per evitarla?»

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Campiglio: «Butteremo un altro decennio»

«In questa manovra non c’è niente per la crescita: soltanto norme depressive che peseranno a lungo»

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1) Addizionale Ires del 10,5% alle società di comodo 2) Robin Tax devoluta agli enti locali

Polillo: un’incompiuta che l’Aula cambierà

I mercati difficilmente accetteranno questo elenco di promesse. E poi bisognerà valutare i veri ricavi

Ecco le novità

3) Pubblicazione on line dei redditi dei cittadini 4) Carcere per chi evade più di 3 milioni di euro 5) Supertassa solo ai pensionati e ai dipendenti pubblici

Alla base c’è la vicenda delle escort invitate alle “feste”. Coinvolto l’ex direttore de «l’Avanti!» Lavitola Francesco Lo Dico • pagina 6

da pagina 3 a pagina 5

La Russia riconosce il Cnt e Bouteflika nega un rifugio al Raìs in fuga

L’Algeria non vuole Gheddafi Il dittatore dal bunker: «Resisterò, non sono una donna» di Luisa Arezzo

L’«alleanza» riunita all’Eliseo per decidere il destino della Libia

arà pure un latitante con l’acqua alla gola, ma il capitano Muammar Gheddafi (il grado di colonnello se lo diede da solo 42 anni fa) continua ad imbeccare i suoi seguaci - i cosiddetti lealisti - ed a inviare file audio all’emittente tv siriana Arrai (ripresa da Al Arabiya). E così, siccome la beffa è nelle sue corde, proprio mentre a Parigi cominciava la conferenza internazionale “Amici della Libia” convocata da Sarkozy e Cameron alla presenza di sessanta delegazioni internazionali (e non a caso il giorno dell’anniversario della sua salita al potere), la sua voce inviata da chissà dove fra Bani Walid, Sabha e Sirte, incitava alla resistenza i suoi sostenitori. a pagina 12

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gue a (10,00 pagina 9CON EUROse1,00

I QUADERNI)

• ANNO XVI •

NUMERO

170 •

A Parigi il vertice delle vanità Luttwak: «Non ha vinto nessuno» di Pierre Chiartano a Libia «non è un Paese che è stato liberato da un esercito occidentale come avvenne per l’Iraq. Non c’è dunque un gruppo di Paesi occidentali che si preoccupa di avviare le procedure di State building, mentre amministra il Paese». Luttwak mette i piedi nel piatto e sembra mandare un messaggio agli europei: in Libia non ha vinto nessuno. a pagina 12

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WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


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pagina 2 • 2 settembre 2011

ROMA. Qualche dubbio sulla copertura della manovra rimane. E non soltanto nelle opposizioni e tra i maggiori analisti. Ieri Giulio Tremonti ha svestito i panni dell’ «ectoplasma» – sua definizione – per indossare quelli del «ministro commissariato», come ha malignato qualche collega. E così si è presentato in Senato con gli emendamenti per coprire la cancellazione del contributo di solidarietà voluto da Berlusconi (pagato invece da statali e pensionati) e la riduzione dei tagli agli enti locali imposta da Bossi. Quasi sei miliardi in meno, che spaventano i mercati e che tengono lo spread tra il nostro Btp e i nostri Bund saldamente su quota 300 punti base. Il ministro ha annunciato che quasi 4 arriveranno dall’inasprimento della lotta all’evasione per garantire le entrate attese dalla super Irpef. «Dà una copertura pari a quanto avremmo preso con il contributo di solidarietà», giura il ministro. Lo sconto di due miliardi agli enti locali sui tagli previsti viene invece pagato da tutta la filiera dell’energia con un aliquota straordinaria dell’Ires al 10,5 per cento. Una Robin tax dalla quale non scappano neanche i produttori delle rinnovabili. Prima in un vertice ristretto con il presidente Renato Schifani e i capigruppo di Pdl e Lega a Palazzo Madama, poi davanti alla commissione Bilancio del Senato, Tremonti ha scandito che «i saldi della manovra di ferragosto restano assolutamente invariati». E siccome «il gettito della Robin Tax finirà tutto ai governi locali, i tagli ai dicasteri sono invariati». L’inquilino di via XX settembre avrebbe spiegato che qualche cartuccia in più sarà incamerata dalla rimodulazione della fiscalità di vantaggio per le cooperative sugli utili reinvestiti, in tutto 700 milioni di euro. Ma in maggioranza si sospettano anche altre misure per trovare la quadra. Antonio Azzollini, presidente della commissione Bilancio del Senato e uno dei pochi tremontiani rimasti nel Pdl, non avrebbe escluso un intervento sui vari fondi (come il Fespe) che compongono il monte incentivi o che finiscono nei Fas: soldi che le Regioni usano per le infrastrutture e le imprese per le nuove iniziative o per la formazione del personale, dei quali lo Stato centrale può esigere soltanto la metà visto che il resto dovrebbe essere finanziato dalle autonomie. Un’ipotesi inquietante perché si unisce al taglio – certo e non ipotetico perché fondamentale nel processo di pareggio di bilancio – di 19 miliardi di euro nei fondi per l’assistenza e della rimodulazione da 160 miliardi degli incentivi fiscali. Carne viva tra risorse per l’assistenza e disponibilità per le detrazioni Irpef alle famiglie. Non a caso

Dopo giorni di equivoci, finalmente presentata la vera manovra: salta a metà la supertassa

Il governo scopre la lotta all’evasione

Ancora sei miliardi “ballerini”. Casini duro: «Siamo per il dialogo, ma con chi? L’esecutivo è inesistente» di Francesco Pacifico nel Pdl si sta facendo pressione sul via XX settembre di destinare al capitolo sociale proprio i risparmi dal sempre più possibile aumento dell’Iva. Ma in maggioranza si lavora anche per evitare la fiducia e approvare il testo in maniera bipartisan, con la speranza di mandare un ulteriore segnale di rassicurazione ai mercati. Il capogruppo del Pdl in Senato Maurizio Gasparri ha fatto sapere che «c’è da evitare il voto di fiducia, ma nel contempo l’opposizione deve apprezzare il lavoro che è stato svolto con

una serie di modifiche che vanno incontro a diverse richieste delle opposizioni stesse». Al riguardo, prova a dare il suo apporto alla causa anche Tremonti, che ha chiesto alla commissione Bilancio di «dare per accolto l’emendamento Morando, che riguarda la revisione integrale della spesa pubblica, la cosiddetta spending review». A dirla tutta il Pd ieri mattina un segnale l’ha mandato astenendosi su buona parte dell’emendamento che riscrivere la geografia giudiziaria, accorpando i piccoli tribunali e le

procure minori. Ma poi le proposte di Tremonti hanno reso quasi impossibile il dialogo. Dopo averle lette il numero uno del Nazareno, Pier Luigi Bersani, ha fatto sapere che «questo è un governo che fa la faccia truce con gli evasori, ma dietro questa faccia truce prepara un altro condono e mette le mani in tasca agli italiani. Noi ci mettiamo di traverso, basta condoni». Una difficoltà a dialogare spiegata dal leader Udc Pier Ferdinando Casini con un semplice «il governo non c’è. Oggi Berlu-

sconi è riuscito a fare una grande operazione, mettere tutti d’accordo su questa circostanza». Quindi, ospite della festa dell’Api a Labro e soffermandosi sulla manovra, ha sentenziato che «abbiamo sostituito tasse odiose di entrate certe a manovre giuste di entrate incerte». I conti non tornano. E non soltanto all’opposizione. L’ex numero di Unicredit, Alessandro Profumo, ha sottolineato che «questa manovra non è adeguata nelle quantità e mi sembra assolutamente insostenibi-


prima pagina contenuti del primo testo della manovra di ferragosto erano pessimi ma i cambiamenti via via succeduti li hanno ulteriormente peggiorati. Al punto in cui siamo, facciamo fatica a comprendere quale sia la proposta: l’accordo di Arcore è andato in fanteria e sulla manovra si fa fatica a intravvedere la posizione di Governo e maggioranza. Tolta la stretta sul riscatto degli anni della laurea e del servizio militare, si torna a parlare di aumento dell’Iva e di contributo di solidarietà. C’è chi impropriamente si attribuisce il merito di aver piegato le decisioni del Governo, ma il dato vero è che sono confusi, divisi e non sanno che fare. Nel frattempo dobbiamo costatare che dall’Europa arrivano segnali di «particolare attenzione» alla composizione della manovra. Nel complesso, l’Italia sembra essere sotto tutela. Ma le proposte vanno e vengono, gli emendamenti e gli stralci si susseguono. Sono il sintomo di uno stato confusionale non casuale o psicologico ma che deriva da una chiara impostazione politico/culturale che porta il Governo e in particolare il Presidente del Consiglio - a rifiutare la durezza della crisi e a non comprendere la diffidenza che gli investitori (quelli che ci prestano i soldi) hanno nei confronti del nostro Paese. C’è una sorta di rimozione che è foriera di altri danni.

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Ci si deve rendere conto che è finito per tutti, governo e opposizioni, il tempo in cui bastava avanzare qualche promessa e attendere che gli accadimenti migliorassero e obliassero la situazione. Oggi la politica - e in particolare chi governa - è chiamata a prendere decisioni che non collimano con il desiderio di acclamazione. Paradossalmente all’Italia servirebbe un governo che accetta di essere fischiato per il suo rigore.Veniamo da tre anni d’interventi di correzione dei conti pubblici e di fantasmagorico rilancio dell’economia che hanno provocato una riduzione delle condizioni di vita delle le. Occorrerebbe una patrimoniale molto rilevante per abbattere lo stock di debito». Il banchiere, che ieri si è detto pronto «a fare la sua parte» e a non escludere un futuro in politica», ha consigliato di «rivedere le spese, uscendo della mentalità dei tagli lineari ed entrare in quella dei tagli qualitativi. Per fare tutto questo occorre una forza politica che non esiste completamente». Nella manovra del governo i tagli lineari non mancano. E al posto delle riforme invocate da tutti gli osservatori c’è soprattutto la scommessa sulle risorse dalla lotta all’evasione. Un’operazio-

2 settembre 2011 • pagina 3

DALLE MENZOGNE ALLA VERITÀ

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Adesso basta bugie, la manovra è da rifare Il decreto è «inemendabile»: ripensiamone un altro che preveda sia sacrifici sia spunti per la crescita

famiglie, degli strati sociali più deboli, aperto percorsi di impoverimento, indebolito il welfare, aggravato il debito pubblico, aumentato la disoccupazione, quella giovanile in particolare. Poco o nulla si è fatto sul terreno della crescita e del rilancio dell’economia. Il governo e la sua maggioranza hanno fallito sul piano dell’economia anche perché il programma elettorale era fondato su una situazione inesistente. È giusto e corretto che le opposizioni presentino emendamenti ma fatico a comprendere su quale manovra vengono presentati: non è possibile correggere quello che è inemendabile. L’unica strada sarebbe di cambiare governo e dare vita ad un esecutivo dell’emergenza, ma oggi non sembra realizzabile. Essere realisti non significa essere sfiduciati. Significa ricercare e pensare con forza a quali possano essere le vie di uscita da questa situazione di reale e concreta ingovernabilità dei processi.

di Savino Pezzotta smi. Mi chiedo che senso abbia proporre in questo momento questioni come quella del referendum sul mattarellum o su temi su cui è già chiaro che non ci potranno essere convergenze. Chi partecipa o è interessato alla

pacità di costruire risposte su questo terreno. Sobrietà, rigore, trasparenza nascono se si ha una attenzione forte ai problemi quotidiani delle persone e se si colgono le speranze dei giovani.

Sobrietà, rigore, trasparenza nascono se si ha una attenzione forte ai problemi quotidiani delle persone e se si colgono le speranze dei giovani

Come nella vita delle persone, ci sono momenti nella storia in cui occorre rinunciare a qualche cosa di proprio per far valere l’interesse generale, il cosiddetto bene comune. Ma non si può fare senza il coraggio di tagliare i nodi che lo rendono impossibile. E di nodi da tagliare ce ne sono molti. Bisogna continuare a denunciare le incapacità di questo governo ma, allo stesso tempo, occorre aprire un discorso serio sulle opposizioni. Mi sembra che di fronte alla gravità della situazione stiano ancora predominando i tatticismi, i piccoli interessi di bottega e finti radicali-

vita politica, non può ignorare le questioni politiche ed istituzionali di fondo. C’è sicuramente il bisogno di una legge elettorale che restituisca potere ai cittadini, ma occorre chiedersi se proprio il referendum sia lo strumento utile e adatto in questo momento. Le aperture fatte da Casini alla proposta del Pd andrebbero valutate con grande attenzione e con una sensibilità che solo pochi esponenti della sinistra riformista hanno. Oggi però la questione predominante è quella sociale e i livelli della moralità della politica si misurano sulla ca-

Quale economia? È su questo che oggi si misura la capacità di una nuova proposta di governo. Il centro-destra è ancora troppo segnato dalle tossine liberiste perché possa essere in grado di produrre una proposta che eviti la devastazione sociale e ci faccia uscire dalla crisi. I temi della famiglia, del lavoro, dei giovani e di una società che si renda più sobria e attenta all’ambiente si possono affrontare se si ha il coraggio di abbandonare le sponde dell’economia politica di matrice anglosassone per approdare a quell’economia civile che fa del-

ne che in Italia, soprattutto dagli anni dell’arrivo al governo dei post comunisti, va avanti senza sosta ma con scarsi risultati: su un sommerso potenziale superiore ai 200 miliardi di euro il re-

dell’imposizione da diretta a indiretta – ma rispolvera la vecchia idea di trasformare i sindaci in sceriffi antievasione. Rispetto al passato, e per incentivarli, ha promesso di lasciare ai

mentali da scaricare e sulle concessioni in godimento dei beni dell’impresa a persone fisiche, l’obbligo per i contribuenti di fornire i dati sui loro rapporti con le banche e gli operatori finanziari all’Agenzia delle Entrate, la facoltà concessi agli stessi sindaci di pubblicare i redditi dei propri concittadini. Misura lanciata nel 2006 dall’ex viceministro Vincenzo Visco e bloccata dal garante per la privacy, Francesco Pizzetti.

Nel Pdl c’è il timore che i soldi mancanti si recuperino tagliando i fondi strutturali. Carcere immediato per chi evade oltre 3 milioni di euro cupero non va oltre i 10 miliardi. Tremonti poi non apre alle soluzioni maggioramente indicate in dottrina – uso della moneta elettronica, introduzione di tassazione di contrasto, traslazione

Comuni il 100 per cento di quanto incassato. Nel pacchetto poi ci sono il carcere automatico per chi evade per una cifra superiore ai 3 milioni, una stretta sui beni stru-

Per coprire i minori tagli agli enti locali Tremonti utilizzerà tutti gli introiti della nuova Robin Tax. Riprendendo la propo-

le dinamiche relazionali il fulcro della creazione di ricchezza economica e sociale. L’attacco portato alla cooperazione è il segno di una differenza concettuale e culturale molto profonda sul terreno della visione economica. Servirebbe un sindacato meno diviso, capace di esprimere una visione unitaria nei confronti dei problemi che la crisi pone. Per tutti quelli che credono nell’Italia, la crisi può essere l’occasione per avviare nuovi percorsi. Su questo le opposizioni e i sindacati dovrebbero avere il coraggio di misurarsi con chiarezza e franchezza. L’ambito del confronto non può ridursi alle banalità ma deve tendere, dopo la frammentazione individualcorporativa-liberista di questi anni, a ricostruire i tratti di una società solidale, più coesa. In questa prospettiva si deve avere il coraggio di vivere in positivo la dialettica delle differenze ed essere in grado di contrastare pretese egemoniche, primazie, sintesi impossibili. È necessario perciò individuare percorsi e obiettivi utili al Paese e non solo alla propria parte politica o sociale, magari sacrificando qualche cosa di sé. Bisogna mettere da parte la pretesa d’incontri indissolubili per concentrarsi sul “qui e il non ancora”. Il resto si vedrà.

Di fronte a ripetuti episodi d’immoralità pubblica ogni tanto vedo comparire sulla scena il richiamo all’austerità. È un concetto che non mi convince e trovo depressivo. Penso invece che si debba puntare sulle dinamiche di una socialità virtuosa, poiché i comportamenti etici si fondano sulla relazione con gli altri. L’eccessiva personalizzazione dell’impegno e dell’agire politico e sociale - sia nel piccolo che nel grande - che ha caratterizzato e che permane nella politica italiana, è fonte di clientela, di cortigianeria e credo sia propedeutica alla corruzione e allo scambio di favori. Anche in questo contesto non bisogna mai dimenticare che alla fine la responsabilità degli atti che si compiono è sempre personale. sta del ministro Calderoli, il governo ha anche lanciato una addizionale Ires per colpire le società di comodo. Non ci sarà lo stesso rigore sui costi della politica. Con altrettanti emendamenti firmati Azzollini e avallati dal Tesoro, la maggioranza decide di ridurre i piccoli Comuni, consorziandone le funzioni, tra 1.000 e 3.000 abitanti, mentre è stato deciso uno stralcio sul taglio delle Province, destinando il tema a un apposito disegno di legge costituzionale Nuove norme anche sull’incompatibilità: scatta ma soltanto nei centri con più di 5mila abitanti.


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pagina 4 • 2 settembre 2011

L’ENNESIMO IMBROGLIO

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«Nuovo pasticcio senza copertura» Galletti: «Se bastava la lotta all’evasione, perché non l’hanno fatta prima?» di Francesco De Felice

ROMA. «Siamo al ridicolo, si parla di coperture alla manovra del tutto insicure, che mettono a rischio i saldi. Questa è una manovra che non esiste più e il governo spera che, passata la tempesta finanziaria dell’estate, possa cavarsela in questo modo. Purtroppo non sarà così, perché di strutturale in questi provvedimenti non c’è niente. Quando Tremonti sostiene che i saldi rimarranno invariati mente». Gian Luca Galletti, vicepresidente del gruppo Udc alla Camera, non si meraviglia più di tanto che gli emendamenti del governo alla manovra abbiano creato altra confusione: «Come si fa a contabilizzare e quantificare la lotta all’evasione fiscale? Delle due l’una: o quella copertura è falsa, oppure mi chiedo per quale motivo il ministro Tremonti in questi anni non ha già intrapreso la lotta agli evasori, visto che pensa di riuscirci facilmente adesso. Potrei arrivare a dire che fino ad oggi il responsabile dell’Economia sia da considerare complice degli evasori». Uno dei punti sui quali il Terzo Polo ha insistito in questi giorni, presentando una “contromanovra” puntata su riforme strutturali, è stato quello di evitare l’aumento della pressione fiscale e sostenere le famiglie e le imprese. Il governo ora propone di spalmare in due anni i tagli agli enti locali, ma secondo Galletti si tratta «di misure del tutto insufficienti. Le cose non cambiano. Già nella stesura iniziale si diceva che i soldi della Robin tax sarebbero potuti andare agli enti locali e già si sapeva. Ripeto non c’è nulla di nuovo sotto il sole». Per quanto riguarda i provvedimenti che riguardano le Province Galletti ritiene che «si è soltanto spostato il problema». E il presidente dei senatori dell’Udc, Gianpiero D’Alia aggiunge: «La “seconda rata” degli emendamenti del governo porta in dono il mantenimento di tutte le Province, piccole o grandi che siano. Si tratta dell’ennesimo passo indietro che testimonia la debolezza di un governo paralizzato, perché incapace di assumere decisioni utili al Paese anche se impopolari. A nulla vale lavarsi la coscienza con la promessa di una futura soppressione delle province con legge costituzionale, visto che qualche tempo fa alla Camera le nostre proposte in materia sono state sonoramente bocciate dal tandem Lega-Pdl, con la collaborazione del Pd. Questa manovra somiglia purtroppo sempre più al “festival delle occasioni mancate”».

Sul riordino degli uffici giudiziari i capigruppo del Terzo Polo Gianpiero D’Alia (Udc), Candido De Angelis (Fli-Api) e Giovanni Pistorio (Mpa) in una nota sottolineano: «Siamo lieti che il governo abbia accolto il nostro invito a discutere della giustizia civile e della revisione delle circoscrizioni giudiziarie nell’ambito della manovra economica, ma la delega che chiede il ministro non va bene e così com’e’ non la possiamo votare. Si tratta, infatti di una delega sostanzialmente in bianco che non fissa alcun criterio certo per la soppressione o l’accorpamento dei tribunali e delle sezioni distaccate. Dal testo si capisce che la soppressione o l’accorpamento dei tribunali avverrà non in base a criteri oggettivi, ma a seconda del peso politico o territoriale di chi condiziona le scelte. Si dispone, invece, la soppressione o l’accorpamento delle procure in maniera indiscriminata perché, non volendo sopprimere troppi tribunali, la maggioranza pensa di rivalersi sugli uffici della pubblica accusa. Così com’è il testo introduce, inoltre, criteri generici che violano oggettivamente il principio costituzionale del giudice naturale precostituito per legge. Anche la parte relativa alla revisione degli uffici del giudice di pace è sbagliata perché prevede una forma di soppressione o di accorpamento a “geometria variabile”. Infatti, i comuni che hanno risorse economiche possono mantenerli anche se sono da sopprimere, a differenza di chi non ha soldi e dovrà subirne, a torto o a ragione, la chiusura. Manca poi - secondo D’Alia, De Angelis e Pistorio - la relazione tecnica dalla quale possa evincersi quali siano realmente i risparmi di spesa, che rischiano di non esserci nel caso di accorpamento delle procure e di assegnazioni dei magistrati ad altri uffici. La nostra contrarietà in commissione non esclude la possibilità di un voto diverso in aula se su questi aspetti il testo sarà migliorato depurandolo da profili di incostituzionalita’ troppo evidenti».

Per quanto riguarda l’incompatibilità dei parlamentari con altre cariche pubbliche, Galletti le giudica «positive, ma che non risolvono il problema generale. Non c’era bisogno di tenere il Parlamento aperto ad agosto per questi provvedimenti che sanno molto di demagogia a fronte di una situazione molto drammatica. Questa manovra è recessiva e visti i risultati rischia di essere più dannosa che utile per il segnale negativo che dà ai mercati».

UN TESTO SENZA STRATEGIA

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«Ma così butteremo un altro decennio» Luigi Campiglio: «Niente per la crescita. Norme depressive che peseranno a lungo» di Franco Insardà

ROMA. «L’unica certezza è che ci troviamo di fronte a una manovra depressiva. Non c’è spazio per la crescita e lo dimostra l’episodicitàcon cui sono stati messi e tolti i vari provvedimenti, senza avere la minima cognizione per le conseguenze». Luigi Campiglio, professore di Politica economica e prorettore dell’Università Cattolica di Milano, con la mitezza che lo contraddistingue fotografa una verità che si sta drammaticamente manifestando in queste ultime ore. La crescita, per Campiglio «non è un mantra, è la questione centrale del Paese. Non solo veniamo da un decennio perduto, come giustamente dice la Marcegaglia, basta analizzare i consumi delle famiglie dal 2000 a oggi dai quali risulta evidente che sono diminuiti. Ora dovremmo evitare che anche il prossimo decennio vada male, altrimenti sarà il baratro». Da mesi i mercati sono in fibrillazione e, con-

tinua il professor Campiglio «la manovra è stata scritta sotto la spinta emotiva. Manovre di questa ampiezza, invece, vanno studiate e calibrate, prevedendone tutti gli effetti. Lo abbiamo vista anche nel caso della Grecia, dove, nonostanete la durezza delle misure economiche adottate, il Pil è continuato a diminuire e il rapporto debito/Pil non è migliorato». Non ci può essere crescita senza riforme strutturali e quella del sistema pensionistico può ridurre la spesa pubblica, con il risultato di rimodulare meglio i fondi destinati al welfare. E Campiglio a questo proposito aggiunge: «Per le pensioni parlerei di cantiere aperto al quale manca il tassello del quale non si parla mai: quello delle condizioni del mercato del lavoro. Se si aumenta, cioè, il limite di ritiro con un mercato dell’occupazione asfittico come il nostro si crea uno squilibrio tra coloro che perdono


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VERSO UNA NUOVA FASE

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È un’incompiuta: l’Aula la cambierà Difficilmente i mercati accetteranno questa manovra fatta solo di promesse di Gianfranco Polillo

on è facile esprimere un giudizio meditato sulle modifiche apportate alla manovra. Gli emendamenti sono stati presentati, ma la loro esatta quantificazione - dubbi ad esempio erano stati espressi sul gettito che sarebbe derivato dal super contributo sui redditi più alti (forse sopravvalutato) - richiede tempo e riflessione. E poi il venir meno di quella posta, che aveva sollevato una gran mole di proteste, farà rivivere il taglio posto a carico dei super dipendenti pubblici che sarà confermato. Più incerta resta invece l’analoga tagliola sulle “pensioni d’oro”. La decurtazione sarà confermata? Lo sapremo solo al termine della complessa partita che si apre in Parlamento. Se il confronto all’interno della maggioranza è stato così caotico, figuriamoci cosa succederà quando il provvedimento approderà, finalmente, nell’Aula del Senato e da lì poi alla Camera. Al momento, del resto, non vi sono indicazioni per un eventuale voto di fiducia. Quindi l’opposizione ha un qualche ruolo da svolgere, prima di giungere al risultato finale.

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il lavoro intorno ai 50 anni e il raggiungimento del limite pensionistico. Da una parte si teorizza l’aumento dell’età pensionabile e dall’altra assistiamo a un fiorire di accordi per i prensionamenti. In questo modo il Paese non va molto avanti».

In queste ore ci si interroga sulla copertura della manovra, con i saldi da blindare attraverso la lotta all’evasione fiscale: una misura che ritorna, m delle quale si sa ben poco. Su questa argomento il prorettore della Cattolica avanza una proposta: «Piuttosto che pensare contributi che si riducono in aumenti della pressione fiscale, un governo in un momento di emergenza potrebbe chiedere un prestito ai possessori di redditi alti, quelli noti. Una sorta di bond, ipotizzo di diecimila euro, per 500mila contribuenti noti da restituire dopo uno o due anni senza interessi. In questo modo da un lato si tampona l’emergenza di liquidità e dall’altro risponde all’obiezione vera che la lotta all’evasione fiscale ha bisogno dei tempi tecnici per essere organizzata. Così l’evasione fiscale da semplice annuncio diventa un obiettivo realizzabile, evitando proposte bizzarre come le liste di proscrizione da pubblicare su internet. Non è questo il comportamento di un Paese civile Anche perché c’è uno step di questa vicenda fiscale che ha trattato con grande delicatezza: il rischio enorme e sottovalutato di frantumare il Paese».

Sull’ipotesi, al momento accantonata, dell’aumento dell’Iva il professor Campiglio dice: «Non è una proposta peregrina, se è strutturale. Perché se si aumento di un punto percentuale l’Iva non c’è nulla di scandaloso, bisognerebbe, però, ridisegnare all’interno dei tre grandi scaglioni di aliquote alcune categorie di beni e servizi per ridurre la dimensione regressiva. Vorrei ricordare che, ad esempio, un Paese come la Francia ha già un sistema fiscale che punta più sull’imposizione indiretta. Con questa misura e il prestito “alla patria”si potrebbero incassare già dieci miliardi di euro».

Il taglio agli enti locali, per il professor Campiglio, sono «il vero disastro di questa manovra, perché dopo aver parlato per venti anni di decentramento, federalismo e sussidiarietà quando è arrivato il momento di adottare le misure necessarie si riducono i trasferimenti. Da mesi tengo sotto osservazione il tasso dei servizi regolamentati, i prezzi, cioè, legati a decisioni di organismi pubblici centrali e locali. Questo indicatore da quasi due anni è nettamente più elevato del tasso medio di inflazione e si tratta, in pratica, di un aumento mascherato della pressione fiscale. Questi tagli lineari decisi di applicare a tutte le Regioni, anche quelle virtuose, è stata una penalizzazione violente che avrà degli effetti devastanti sulla vita di tante famiglie in termini di servizi che costeranno, inevitabilmente di più».

C’è da stare tranquilli? Domanda mal riposta: sia dal punto di vista politico che da quello economico-finanziario. La confusione, sotto il primo profilo, era inevitabile, vista la fase di transizione in atto. Stiamo passando dalla monarchia assoluta, quando il Ministro dell’economia era l’unico legittimato a disporre dei temi dell’economia a una forma di «democrazia» economica. Come non ricordare i giusti rilievi di Roberto Maroni sul sub-presidente del Consiglio? È titolare dell’entrata e della spesa – aveva osservato – controlla le aziende pubbliche e dispone della guardia di finanza. Nella Prima Repubblica e prima delle invenzioni di Franco Bassanini, queste posizioni istituzionali erano divise tra più ministri. Si litigava – le baruffe tra Nino Andreatta e Rino Formica – ma le scelte finali avevano, forse, un grado di consenso maggiore. Ebbene ora stiamo passando dalla fase precedentemente descritta ad un primo barlume di maggior democrazia. Intervengono i partiti. Si discute e, quindi, si cambia con le inevitabili incertezze. Che derivano soprattutto da una riappropriazione tardiva di temi per troppi anni delegati. Certo: si poteva scegliere un momento migliore. Ma la politica insegna che le cose accadono quando devono accadere. Se non fosse scattata l’emergenza, quell’impellente necessità non avrebbe avuto diritto di cittadinanza.

Detto questo, resta il secondo tema. Ce la faremo? La risposta al quesito non è nelle nostre corde. Tutto dipenderà dalla reazione dei mercati. Si accontenteranno delle tante promesse che sembrano caratterizzare gran parte degli emendamenti preannunciati? E come accoglieranno i giri di valzer che hanno accompagnato la manovra? Saranno in grado di misurarsi con i bizantinismi della politica italiana? Sulla relativa decisione peserà il giudizio su quanto fatto, ma anche l’evolversi della situazione congiunturale internazionale. Dato che non gioca a nostro favore. Intanto Eurostoxx – altro brutto segno – perde San Paolo ed Unicredit. A rappresentare i colori dell’Italia resterà solo l’Eni. Eurostoxx – come è noto – costituisce l’indice delle 50 maggiori aziende europee. Anche Francia e Finlandia perdono rispettivamente Air liquide e Nokia, ma la cosa non ci consola. Il detto “mal comune mezzo gaudio” non è proprio dei mercati finanziari. Come andranno le cose nei prossimi giorni? Ricomincerà lo stillicidio degli spread? Si renderà allora necessario un nuovo intervento? Di fronte a queste incertezze alziamo entrambe le mani. Un dato però se non proprio ci consola, almeno ci conforta. La manovra del Governo ha una proiezione biennale. Gli interventi sul 2011 riguardavano solo pochi spiccioli (31,5 milioni di maggiori entrate dagli studi di settore).Visto, poi che rimarrà in vigore la norma sui super dipendenti pubblici, da lì continueremo ad avere un po’ di risorse che, altrimenti, avremmo dovuto posticipare all’anno successivo. Esiste, pertanto, il tempo per intervenire. E con minor concitazione, visto che alcuni temi sono stati esplorati, senza giungere, purtroppo, a conclusione. Ci riferiamo alle pensioni, dopo l’incredibile levata di scudi che aveva accompagnato la norma sugli anni di laurea ed il servizio militare, che non è passata per motivi anche comprensibili, da un punto di vista emotivo. Del tutto ingiustificata sul terreno della razionalità sociale, ancor prima che economica. Se le cose peggioreranno del tema dovremo riparlare. E non potremo limitarci al solo taglio con il bisturi. La seconda incompiuta è l’Iva. Anche qui, grandi levate di scudi e le proteste dei commercianti. Accrescerla di 1 punto sarebbe stata opera saggia. Speriamo, solo, di non dover rimpiangere questa mancanza di coraggio.


politica

pagina 6 • 2 settembre 2011

L’imprenditore arrestato insieme alla moglie: chiedeva soldi per evitare altri imbarazzi a Berlusconi

Clamorosa evoluzione del caso che verte sulle feste di Palazzo Grazioli

Escort: Tarantini vendeva il silenzio di Francesco Lo Dico

ROMA. Silvio Berlusconi doveva essere «tenuto sulla corda», fino a metterlo «con le spalle al muro». O meglio, «in ginocchio». Così recitano alcune delle intercettazioni intercorse tra Valter Lavitola e Giampaolo Tarantini. Le stesse che hanno portato ieri la Digos della questura di Napoli e quella di Roma all’arresto dell’imprenditore pugliese Giampaolo Tarantini, 36 anni, e la moglie Angela Devenuto, 34 anni. I due sono stati prevelati dalla loro abitazione nei pressi di via Veneto nell’ambito dell’indagine sull’estorsione da 500 mila euro ai danni del presidente del Consiglio, e da ieri dimorano rispettivamente a Poggioreale e nel carcere femminile di Pozzuoli.

Proprio in via Veneto, il giovane imprenditore pugliese, già balzato agli onori delle cronache per i cospicui import export di prostitute e cocaina, aveva speso gli arresti domiciliari scattati per via della detenzione e cessione di droga ampiamente riversata nei salotti della villa sarda del Cavaliere. Il gip Amelia Primavera ha convalidato la richiesta di custodia cautelare avanzata dai pm Henry John Woodcock, Francesco Curcio e Vincenzo

Piscitelli in seguito alle indagini sul giro di escort illustrato da Patrizia D’Addario alla Procura di Bari. Provvedimento valido anche per l’editore e direttore de L’Avanti!, Valter Lavitola. che allo stato attuale si trova all’estero, e dunque resta tecnicamente latitante. «Attendo di definire con il mio avvocato le decisioni da prendere. È mia intenzione collaborare pienamente con la giustizia per chiarire la questione. Infine, ribadisco con forza che non mi è mai neppure pas-

in grado di garantire a Silvio Berlusconi l’immunità da ulteriori clamori mediatici.

Per la modica somma di mezzo milione, il Tarantini si sarebbe infatti impegnato a mentire per ribadire la linea dell’utilizzatore finale congegnata dall’avvocato Ghedini. Berlusconi, avrebbe confermato il cosiddetto Giampi ad assegno incassato, non era consapevole che le giovincelle da lui ingaggiate fossero in realtà sfrontate signorine avvezze al mercimo-

«gravi e consistenti»: dazioni di denaro contante, benefici economici, pagamento di spese legali, affitto, incarichi di lavoro. Un quadro accusatorio solido, nonostante le indagini stesse siano state «fortemente compromesse», scrive la Procura, «dalla criminosa sottrazione di numerosi e rilevanti contenuti della richiesta cautelare ad opera di ignoti». Ovverossia la manina misteriosa che la settimana scorsa ha anticipato su Panorama, importanti profili dell’inchiesta. Ma a

L’istruzione del processo pubblico avrebbe avuto come conseguenza la pubblicazione di intercettazioni telefoniche hard cariche di commenti grevi. L’imprenditore avrebbe patteggiato per salvaguardare l’immagine del premier sato per la testa di raggirare il presidente Berlusconi, né di impossessarmi di presunte somme destinate a una famiglia in difficoltà», ha comunicato. La coppia di bisognosi sarebbe costituita, è bene specificare, dagli stessi coniugi Tarantini, che per la procura di Napoli, in combutta con il Lavitola, avrebbero estorto regalie assortite, versamenti mensili, e in particolare una somma di 500mila euro al premier in cambio di dichiarazioni compiacenti. Testimonianze

nio. Ma a questo punto, il livello di estorsione si fa duplice. Gli inquirenti ritengono infatti che Tarantini sia stato a sua volta taglieggiato da Lavitola, che dei 500mila euro avrebbe trattenuto 400mila euro per impiegarli in operazioni finanziarie in tutta Italia. Lavitola, spiega l’accusa, avrebbe concordato insieme al “socio in affari” «le iniziative processuali più idonee per costringere Berlusconi al pagamento di ulteriori somme». Gli indizi del ricatto, scrivono i magistrati, sono

quanto emerge dalla ricostruzione dello stesso settimanale, Giampi non sarebbe stato pagato per mentire, «perché al telefono Tarantini ribadisce più volte che quella è la verità». Berlusconi non sapeva davvero, insomma. Credeva che tutte quelle donne svenissero al suo cospetto perché folgorate dal suo charme. Perché dunque il premier avrebbe dovuto cedere a siffatto sopruso? Il mezzo milione di euro richiesto da Tarantini, sarebbe servito a che l’imprenditore optasse per un

patteggiamento. L’istruzione del processo pubblico avrebbe avuto come conseguenza la pubblicazione di intercettazioni telefoniche hard, cariche di commenti grevi e testosterone, intercorse tra il premier e quello che da tempo era divenuto l’addetto alle sue pubiche relazioni. Fin qui tutto chiaro. Non fosse che la stessa vittima del reato, ha già fatto sapere di non aver patito alcuna violenza. «Ho aiutato una persona e una famiglia con bambini che si è trovata e si trova in gravissime difficoltà economiche. Non ho fatto nulla di illecito, mi sono limitato ad assistere un uomo disperato non chiedendo nulla in cambio. Sono fatto così e nulla muterà il mio modo di essere», ha dichiarato il premier. E l’avvocato Nicola Quaranta, legale di Tarantini, ha chiarito a riprova che il suo assisito non aveva presentato richiesta di patteggiamento a proposito della vicenda escort.

A essere troppo prodigali, spesso s’inciampa nell’irriconoscenza, dunque. Con che cuore un giovane può aspirare a mettere nel sacco colui che l’ha accolto nel lupanare come un figlio? Per i magistrati si prospetta un autentico rebus.


Una lettura al giorno

CosÏ nacque, un po’ inconsapevolmente, il primo grande movimento di massa non violento

La pace perugina di Gabriella

Mecucci

Era il 24 settembre del 1961. Una folla inaspettata guidata da Capitini marciò per 24 km, da Perugia ad Assisi pagina I - liberal estate - 2 settembre 2011


una lettura al giorno on lo sapevano ancora quella mattina fresca e tersa di settembre. Ma le persone che via via riempievano i Giardini del Frontone stavano per fondare il pacifismo italiano. Non che non ci fossero mai stati prima militanti nonviolenti o gruppi che denunciavano i rischi di guerra nucleare, ma erano quattro gatti, qualche centinaio al massimo. E la folla di Perugia era ben diversa dai «Partigiani della pace» che, negli anni Cinquanta, avevano portato in piazza decine di migliaia di persone, in collegamento stretto e diretto col Pci e con l’Urss. Quel 24 settembre del 1961 - fra pochi giorni ricorrerà il cinquantenario - era invece in procinto di accadere qualcosa che avrebbe segnato la nostra storia recente e recentissima: faceva irruzione nella scena politica il primo grande movimento di massa pacifista. In testa al lungo corteo c’era un uomo piccolo, dall’aspetto dimesso e dalla volontà incrollabile: Aldo Capitini. Dietro di lui, quindici-ventimila persone. Un successo senza precedenti. La prima marcia Perugia-Assisi partiva sotto i migliori auspici. Già a prima vista, appariva una manifestazione singolare per il panorama italiano dell’epoca: variopinta ma senza bandiere o stemmi di partito, allegra ma composta, quasi silenziosa, piena di cartelli ma senza slogan offensivi, né troppo duri, né contro il governo. C’era gente di ogni tipo, in parte arrivata in Umbria senza alcuna organizzazione e dopo un lungo e faticoso viaggio, quando ancora non esistevano le superstrade e le ferrovie erano lente: c’erano intellettuali molto conosciuti, studenti che indossavano le prime Lacoste, e intere famiglie di contadini che sfilavano col vestito della festa.

N

C’erano comunisti, socialisti, repubblicani, radicali, indipendenti e anche qualche democristiano. Erano lì, mescolati, senza portare segni di distinzione ideologica. Capitini aveva voluto la marcia proprio così e ora, in giacca e cravatta, con il suo consueto completo grigio, la guidava visibilmente soddisfatto, anche se, dopo qualche chilometro, avrebbe abbandonato la propria creatura perché i suoi problemi di salute non gli consentivano di fare a piedi i 24 chilometri di percorso. L’idea della manifestazione gli era venuta più di un anno prima. La suggestione era scaturita dagli studi della sua vita, in particolare dal ricordo della «marcia del sale» tra il 1930 e il 1931, destinata a ispirare in tutto il mondo il movimento per i diritti civili. Un modello impegnativo. Era stata la più grande azione di disubbidienza civile voluta da Gandhi che aveva preso il monopolio del sale come emblema di un governo impopolare, non rappresentativo, estraneo alla società indiana. Il primo scopo era quello di mettere in difficoltà l’intera macchina amministrativa, l’obiettivo estremo

era l’indipendenza dalla Gran Bretagna. Il 12 marzo, furono in ottanta - il Mahatma con altri 79 compagni - a iniziare la loro lunga «camminata» verso il mare. Attraversarono i villaggi fermandosi a spiegare le ragioni della protesta e a predicare la nonviolenza. Percorsero in tutto circa 300 chilometri. Alla fine, il 5 aprile dell’anno successivo raggiunsero la spiaggia di Dandi. La mattina dopo iniziò la violazione della legge sul sale che assegnava allo Stato il monopolio della produzione. Gandhi, dopo aver pregato insieme ai compagni, dette il via alla disubbidienza civile. Capitini aveva letto da poco anche le pagine con cui, nella sua Autobiografia, Javaharlal Nehru aveva raccontato l’estendersi della protesta: «Pareva che all’improvviso fosse scaturita una fontana: in tutto il Paese l’argomento del giorno era la manifattura del sale, e furono adottati i più strani esperimenti per produrlo. Conoscevamo ben poco in proposito, per cui pubblicammo dei fogli dando le necessarie istruzioni, raccogliemmo pentole e casseruole, ed in ultimo riuscimmo a produrre una strana sostanza, che mostrammo con trionfo, e che sovente vendemmo all’incanto a prezzi fantastici.Veramente non aveva importanza il fatto che quella robaccia fosse buona o cattiva; la cosa principale era violare l’odiosa legge». E tanto forte fu il coinvolgimento popolare che la protesta durò un anno. Gandhi venne arrestato dopo un mese, altri proseguirono una tenace resistenza non violenta, fatta di scioperi, chiusura dei negozi, boicottaggi dei prodotti stranieri. Da allora il movimento non fu più lo stesso: più convinti e capaci i dirigenti, più ampie e profonde le adesioni. Come tradurre questa esperienza, maturata a Oriente, nel cuore dell’Occidente? Capitini ci pensava da tempo, ma non aveva trovato terreno fertile. Finalmente nella primavera del ’60 - lo racconta lui stesso - «vidi che l’idea della marcia, soprattutto regionale e popolare, piacque». Ma solo nell’estate la proposta crebbe sino ad arrivare

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alla creazione di un apposito comitato. Il filosofo della nonviolenza aveva una sua concezione della politica che gli veniva direttamente da Gandhi: «Chi dice che politica e religione sono agli antipodi, non capisce nulla né di politica né di religione».

Un’idea questa che non gli impedì di entrare in un uno duro scontro con il Vaticano e a scegliere di“sbattezzarsi”. In che contesto si calava la Marcia? A Mosca c’era stato «il disgelo» kruscioviano, negli Usa nasceva l’astro di Kennedy. Sul soglio di Pietro sedeva il grande papa riformatore, Giovanni XXIII. Un buon momento, si direbbe. Eppure, le minacce di guerra continuavano ad essere avvertite un po’in tutto il mondo: in Europa pesava il problema del riarmo tedesco, in Asia e in Africa c’erano i sanguinosi conflitti che segnavano la decolonizzazzione, mentre lo scontro ideologico Cina-Urss proiettava ombre sinistre. C’era la rincorsa nucleare, gli esperimenti atomici per costruire bombe sempre più potenti si moltiplicavano. Il ricordo di Hiroshima e Nagasaki segnava potentemente tutto il pacifismo moderno: questa veniva considerata una svolta, l’inizio di un’era incui l’intera umanità poteva essere in pericolo. In Gran Bretagna il pacifismo russelliano riu-

al centrosinistra. Era la stagione del boom e della caduta almeno parziale dei grandi scontri ideologici del passato. L’opinione pubblica non avvertiva più il muro contro muro. Un momento di passaggio: si respirava, fra il 1960 e il 1961, un clima di attesa, di speranza insieme di ricerca del nuovo

pitini - fu il segretario del Psi Pietro Nenni con una lettera del ’60 e una successiva adesione ufficiale. Poi, prorprio alla vigilia, il 14 settembre del ’61, toccò a Palmiro Togliatti inviare un messaggio breve, misurato, un piccolo capolavoro di diplomazia. «Possiamo non condividere pienamente - scrisse il segretario del Pci - tutte le posizioni di principio tanto degli iniziatori della marcia, quanto di tutti coloro che ad essa aderiscono e prenderanno parte, ma...». Questa parziale presa di distanza fu molto utile ai comunisti che volevano esserci nella loro politica delle alleanze nei confronti di intellettuali e forze giovanili, ma che cercavano di non identificarsi appieno (come avrebbero potuto?) con una manifestazione pacifista e nonviolenta. Ma fu molto utile anche agli organizzatori, Capitini in testa che aveva bisogno del Pci, della sua forza e dei suoi militanti, ma che voleva tenere ben distinte finalità e metodi dei nonviolenti da quelle dei partiti e, in particolare, dal partito diTogliatti. Chi non ne volle sapere di partecipare fu la Dc. Non riusciva a digerire la presenza dei

Si respirava, fra il 1960 e il 1961, un clima di attesa, di speranza e di ricerca del nuovo che spingeva verso un protagonismo diffuso. Capitini riuscì a intercettare tutto questo sciva a portare in piazza decine di migliaia di persone proprio su questi temi, mentre negli Usa la nonviolenza di Martin Luther King diventava il metodo di lotta dei neri. In Italia, intanto, proprio nel ’60 c’era stata la caduta del governo Tambroni con la scesa in campo dell’antifascismo militante. Subito dopo, Fanfani aveva guidato il governo che avrebbe portato

che spingeva verso un protagonismo diffuso. Capitini riuscì a intercettare tutto questo. L’idea di percorrere i 24 chilometri fra Perugia e Assisi all’insegna della pace, che per tanti anni era caduta nel vuoto, venne così accolta con interesse e con entusiasmo. Non mancarono però anche le dichiarate ostilità. Il primo a rispondere all’appello - l’ha raccontato lo stesso Ca-


In queste pagine, da sinistra: Anna Capitini alla marcia della Pace Perugia-Assisi sfila con la bandiera originale di Aldo Capitini usata nella marcia del 1961; un disegno di Michelangelo Pace; Norberto Bobbio; Gandhi; Italo Calvino

comunisti. «I cattolici - recitava un comunicato della segreteria provinciale di Perugia - non se la sentono di dare, con la loro presenza alla manifestazione, l’etichetta di pacifisti ai comunisti: che considerano “briganti” i patrioti ungheresi, sobillatori quelli della Germania est; mentre si stracciano le vesti per la esecranda uccisione di Patrice Lumumba, non battono ciglio per quella di Ymre Nagy. Che razza di pacifisti sono costoro? E come possono andare d’accordo con il professor Capitini che, a quanto sappiamo, è pacifista sul serio». Insomma, un no secco.

Quanto a Capitini, verso di lui venne espresso rispetto, ma non dimenticando mai di rimproverargli l’ingenuità di cadere facile preda delle strumentalizzazioni comuniste. Il padre della nonviolenza italiana non trascurava di polemizzare con i democristiani e andava avanti per la sua strada. Sentiva che, questa volta, la Marcia si sarebbe fatta e capiva che sarebbe stato un successo. Del resto, se il Psdi non aderì, una posizione diversa fu presa dai repubblicani perugini e dai radicali, sollecitati questi ultimi a partecipare dall’im-

Si volle dare un carattere locale per «destare la consapevolezza della pace in pericolo nelle persone e lontane dal mondo dell’informazione» pegno in prima persona di Ernesto Rossi. La riuscita dell’iniziativa venne decretata non solo dai partiti. Ci fu una pioggia di adesioni degli intellettuali. È un elenco lunghissimo: da Italo Calvino a Guido Piovene, da Norberto Bobbio a Guido Ceronetti, da Elio Vittorini a Franco Antonicelli a Bruno Zevi, molti dei quali camminarono effettivamente per 24 chilometri. E non va dimenticata la miriade di organizzazioni sociali e religiose, dai sindacati ai Valdesi, che assicurarono la loro presenza a Perugia. Erano anni in cui era difficile mettere insieme un universo così composito. Oltretutto non c’erano allora né dirette tv né giornali amici. Chi partecipava lo faceva sapendo

che era un gesto silenzioso. Capitini aveva ben chiari, sin dall’inizio, i quattro caratteri della Marcia. E si mosse con l’efficacia e il realismo di un politico navigato.

Prima di tutto desiderava che la manifestazione fosse promossa da un nucleo indipendente e integralmente pacifista. Questa è una costante del capitinismo: andare all’incontro con gli altri, non rinunciando mai al proprio punto di vista sempre difeso con rigore e, talora, con piglio battagliero. Non ci si scioglie mai, insomma, nel movimento, né si arriva a generici embrassons nous, ma si tiene ben salda la propria identità. La Marcia fu coordinata dal «Centro di

Perugia per la nonviolenza». I partiti erano giudicati indispensabili per informare e mobilitare, ma non dovevano far parte del gruppo dei promotori. Non per banale spirito antipartito, ma per conservare l’espressione autonoma di un fare politica che deve essere «un’aggiunta» creativa, mai dipendente e mai pregiudizialmente contrapposta ai partiti. Il movimento pacifista italiano, negli anni, avrebbe perso questo carattere e sarebbe diventato, almeno in alcuni momenti, condizionabile e condizionato dai partiti, in particolare dal Pci, e da altri movimenti. La mancanza di una guida rigorosa e carismatica come quella di Capitini si sarebbe fatta sentire e molto. Il secondo punto fu quello di dare all’impresa un carattere popolare e regionale. L’idea era di riuscire «a destare la consapevolezza della pace in pericolo nelle persone più periferiche e lontane dall’informazione». Queste sono parole centellinate dallo stesso Capitini che non dimenticava di aver visto, nei due dopoguerra della sua vita, «le domeniche, nella campagna, frotte di donne vestite a lutto per causa delle guerre». A loro prima di tutto voleva arrivare con il suo messaggio. A loro, ai loro mariti, alle loro famiglie. Questo tratto di manifestazione popolare è una sorta di chiodo fisso, un’idea che non avrebbe mai abbandonato Capitini. Anche un anno dopo, nel 1962, quando si doveva scegliere un titolo per il suo libro sulla Marcia, arrivò ai ferri corti con Giulio Einaudi che gli aveva proposto L’intelligenza della pace. L’autore, in una lettera al vecchio amico, si lamentò di questa scelta «intellettualistica», «non semplice e vicino ai semplici». Al punto da minacciare di sospendere la pubblicazione. Alla fine, anche con i buoni uffici di Bobbio, si arrivò ad una mediazione, il titolo fu: In cammino per la pace. Fu comunque un incidente serio, più di quanto si possa credere. Il terzo carattere pensato per la Marcia richiamò in parte il primo. Doveva essere infatti l’occasione per presentare il metodo nonviolento a chi non lo conosceva o a chi lo avversava. Un momento in cui i «nonviolenti andranno verso i violenti». Capitini confessò: «Ho dovuto fare uno sforzo verso me stesso per perseverare nell’idea di muovere molta gente, di chiedere a ciò l’aiuto di persone che all’inizio sorridevano della cosa... Ma se avessi dovuto escludere chi minimamente non conviene con la nonviolenza come la intendo io,

chi avrei avuto nella Marcia?». Il padre del pacifismo spiega così perché lui, convinto neutralista di stampo francescano e gandhiano, si era appellato sia «ai filoccidentalisti che ai filosovietici» per organizzare una manifestazione di cui avvertiva l’urgenza. Il quarto e ultimo carattere della Marcia era che «si richiamasse al santo italiano della nonviolenza (e riformatore senza successo)», cioè a San Francesco. Che Capitini volesse mettere al centro il messaggio di un grandissimo santo, la dice lunga sul rapporto strettissimo che stabiliva fra religiosità e politica. Tanto che non è privo di senso domandarsi se l’apparato teorico e pratico della nonviolenza capitaniana potesse e possa reggere senza la religiosità che c’è a monte. Francesco di Bernardone è un faro non solo perché un riformatore, purtroppo sconfitto, ma anche perché ha rappresentato il tentativo di dialogo fra Oriente e Occidente.

È colui che, disarmato, ha attraversato a piedi migliaia di chilometri per arrivare in Terra santa e per recarsi nel campo musulmano a chiedere pace. Un gesto di totale rifiuto della guerra e quindi un’implicita condanna delle Crociate. Mettere al centro di una manifestazione un santo e la nonviolenza non doveva essere quanto di meglio la sinistra potesse attendersi. Un problema che riguardava in primo luogo i comunisti, per la capillarità del loro insediamento, per la loro forza organizzativa e per il ruolo internazionale che avevano in quanto partito occidentale con un rapporto di ferro con Mosca. Certo, entrambe le cose facevano a pugni con il loro apparato ideologico. Eppure bevvero con grande fair play il calice amaro e si misero a lavorare di buona lena in nome dei vantaggi politici che pure gliene sarebbero venuti: inserirsi in un grande movimento di massa che andava ben al di là dei propri militanti e della stessa sfera della loro egemonia, fare una battaglia per il disarmo dell’Occidente che certo non dispiaceva alla Mosca kruscioviana della competizione pacifica. Il Pci, quindi, si impegnò con entusiasmo e non chiese in cambio alcun potere di controllo sui contenuti della manifestazione, che lasciò nelle mani del suo inventore.Tanto da far scrivere a Capitini: «I comunisti sono stati ai patti: hanno fatto molto e forse non potevano fare di più, anche per la coincidenza con le feste dell’Unità... Contribuirono largamente alla stampa di manifesti, il cui testo era scritto da me». Il Pci si limitava a far parte, insieme ad altri partiti (il Psi, il Pr e il Pri), del comitato organizzativo. Le rappresentanze non erano nazionali, probabilmente in omaggio all’orientamento di dar vita ad una Marcia prima di tutto su base regionale e, in secondo luogo, perché a livello periferico, era più semplice raccogliere un così vasto arco di adesioni.

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una lettura al giorno Ma per non rompere i fragili equilibri politici, Capitini vigilò sino alla fine. A costo di apparire repressivo e un po’ pedante, il 16 settembre inviò ai segretari provinciali dei partiti aderenti una circolare dal tono imperativo che conteneva quattro istruzioni perché la «collaborazione fra il Centro della nonviolenza e gli altri proceda senza stonature». Primo comandamento: i partiti controllino tutti i cartelli affinché non ve ne sia nemmeno uno di tono violento o offensivo. Secondo: sia impedito agli iscritti a ogni partito di portare bandiere, labari, fazzoletti, distintivi, scritte del proprio partito. Terzo: vengano date disposizioni precise perché nessun partecipante alla Marcia risponda a qualsivoglia provocazione. Quarto: si eviti ogni contrasto con le autorità locali o nazionali. Date le ultime istruzioni e distribuite «le tavole della legge», non restava che attendere il giorno fatidico per vedere come andava. Ecco radunarsi, poco dopo le 8 del mattino, ai Giardini del Frontone, alcune migliaia di persone. Già alle 8 e mezzo sembrò chiaro che si stava andando oltre tutte le migliori previsioni. C’era il popolo umbro in massa, gli intellettuali, un pezzo importante dell’Italia di sinistra, qualche frangia di un mondo religioso che abbracciava, ad esempio, i protestanti. E qua e là apparivano persino i volti di alcuni consiglieri comunali della Dc. Cosa fu quella giornata?

Antonio Spinosa, Guido Piovene e Giancarlo Del Re, tre cronisti d’eccezione, l’hanno raccontata con il piglio della diretta, grazie al giornalismo scritto di anni in cui le immagini televisive non erano padrone dell’informazione. Spinosa era stato accolto dalla battuta di un giovane perugino, diventata l’incipit del suo reportage (su Settimo giorno del 3 ottobre): «Vuol saper di questa Marcia, c’è un sacco di gente... Hanno messo sottosopra Perugia e Assisi con la pace». Il corteo, partito con alcune migliaia di persone, era cambiato di numero e composizione attraversando paesi e villaggi. C’erano quelli che entravano e quelli che uscivano vinti dal caldo e dalla stanchezza. Poco prima di arrivare alla Rocca, cioè nell’ultimo tratto, per Piovene, (su La Stampa del 27 settembre) erano diventati «ben più di ventimila, forse trentamila». E aggiungeva: «La qualità della folla; per me, lo ammetto, è una sorpresa, una immagine nuova della folla italiana... Era una folla antiretorica». Secondo Giancarlo Del Re (Il Messaggero del 25 settembre), «il primo gruppo, quello partito da Perugia, era composto per lo più da studenti, professionisti, intellettuali. C’erano anche numerosi americani, inglesi, francesi, provenienti dall’Università per stranieri di Perugia». E ancora: «Poi, piano piano, la folla ha cambiato aspetto, le fac-

ce e gli abiti cittadini sono spariti in mezzo a una massa di facce e vestiti campagnoli, che tutti, come vedevano la parola pace, correvano a ingrossare le fila. Contadini nel giorno di festa, sbarbati e azzimati con i vestiti blu e le scarpe a punta; le donne con i golfetti colorati e la permanente fresca... A Santa Maria degli Angeli, sei o sette chilometri prima del traguardo, i dimostranti hanno sostato per un’ora. Erano le 13 e la piazza del villaggio era gremita come forse non lo è mai stata». La manifestazione era all’insegna dell’allegria: la giornata splendente ne facilitava lo svolgimento festaiolo. La banda del Comune di Perugia la

apriva con festose musichette e ciascuno trovava la propria canzone da cantare.Tra i marciatori c’era infatti il gruppo torinese dei Cantacronache, con in testa Fausto Amodei armato di chitarra. Così era risuonata l’allora quasi sconosciuta Dove vola l’avvoltoio, scritta da Calvino, con il suo ritornello: «Avvoltoio,

ma pagina della Stampa. E poi c’erano i politici: i comunisti Pietro Ingrao e Mario Alicata, il socialista Aldo Valori, l’anziano e mite capo della Resistenza Ferruccio Parri, arrivato però in gran ritardo da Roma. E tanti altri meno conosciuti. Il lungo serpentone colorato arrivò intorno alle 16 alla Rocca. Non pochi partecipanti avevano percorso, con le gambe ormai a pezzi e i piedi piagati, le ultime salite con pendenze da scalatore. Il magnifico prato si ricoprì di persone, di bandiere, di striscioni. Parlarono Aldo Capitini, Arturo Carlo Jemolo, Guido Piovene, Renato Guttuso, Ernesto Rossi. Poi ci fu la lettura della mozione finale.

Conteneva, certo, più di un passaggio generico, la mediazione era stata assai difficile. C’è una ricca aneddotica sulle accese discussioni fra Lucio Lombardo Radice e Capitini.Tanto che, nella notte che precedette la Marcia, venne addirittura messa in pericolo la sua partenza per un disaccordo di fondo fra l’intellettuale comunista e il professore pacifista. Alla fine, però, la rottura venne ricomposta. Nonostante ciò, il documento conteneva affermazioni che un periodico non certo filocomunista come Sinistra radicale giudicava positivamente. Scriveva infatti: «Quasi tutti i giornali hanno preferito ignorare che ad Assisi la manifestazione si è conclusa con l’approvazione di una mozione politica e che questa non si è espressa solo e genericamente contro la guerra fredda e la politica dei blocchi. Ne ricordiamo alcuni punti: rafforzamento dell’Onu, disarmo totale e controllato (“deve procedere parallelamente allo sviluppo progressivo del disarmo e del controllo”),

Ci fu una pioggia di adesioni degli intellettuali: da Calvino a Piovene, da Bobbio a Ceronetti, da Vittorini ad Antonicelli. Molti dei quali camminarono per 24 km vola via, vola via dalla terra mia». Così, di nota in nota, Franco Fortini, camminando accanto ad Amodei, ne aveva fabbricata una lì per lì: «E se la patria chiama lasciatela chiamare: oltre le Alpi e il mare un’altra patria c’è. E se la patria chiede di offrirgli la tua vita, rispondi che la vita per ora serve a te». Fra la fatica, il caldo gli slogan urlati e i canti, la gola si seccava e allora fiaschette di vino e bibite passavano di mano in mano. Poi spuntavano i primi panini. Fra la folla, c’era un sudato Bobbio con cappello da muratore, fabbricato con la pri-

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cessazione degli esperimenti nucleari». È appena il caso di ricordare che in quel periodo era l’Urss a fare il maggior numero di test nucleari. La mattina dopo il grande happening e nei giorni successivi molti quotidiani ne parlarono, ma non la televisione che, sebbene più volte sollecitata, non fece cenno all’avvenimento. Analogo l’atteggiamento del Corriere della Sera. Secondo Capitini ne scrissero solo quotidiani, settimanali e riviste «non conservatori» e «non democristiani», gli altri tacquero o attaccarono duramente. In testa a quest’ultimo gruppo c’era Il Tempo. Nonostante omissioni e faziosità, la manifestazione ebbe

un peso politico rilevante. Gli organi di stampa di due partiti di governo ne dettero una lettura profondamente diversa. Il Popolo scelse di insistere sul tasto della strumentalizzazione comunista, prendendosela con i «radicali della cafè society», con Capitini, con gli intellettuali che vi avevano partecipato: «Non si sono accorti costoro - scrisse Sergio Surchi - che essi stavano diventando, con l’aggravante del ridicolo, un facile e ingenuo strumento di propaganda in mano di coloro che, vestiti per l’occasione da nonviolenti, sostengono la pace in una direzione sola? E allora ci viene da riflettere sulle misteriose e contorte strade che può scegliere la inconsapevolezza umana, e sul cinismo che altri impiegano nel servirsi di questa inconsapevolezza». La Voce Repubblicana del 25 settembre, al contrario, polemizzò acutamente con chi regalava la Marcia ai comunisti: «Poteva essere, come anche è stata, - scrisse l’organo del Pri - una manifestazione di dura condanna per gli atteggiamenti minacciosi dell’Unione Sovietica, poteva essere una vibrata protesta per il pericolo delle radiazioni provocate dal-

le atomiche sovietiche, poteva essere una presa di posizione di un settore non indifferente della pubblica opinione contro gli atti unilaterali di forza del governo di Mosca. Invece, per i fogli benpensanti è stata una macchinazione comunista...». La Voce faceva una vera reprimenda contro chi (sembra di capire anche la Dc, nonostante non la citasse esplicitamente) «non ha consentito di costringere i comunisti alle corde e di farli parlar chiaro sulla vera natura del loro pacifismo: che quando è autentico rifiuto della violenza, diventa condanna degli orientamenti politici dell’Unione Sovietica». Davanti a questa divisione che minava la compattezza del fronte avversario, l’Unità gongolava e incassava.

Aveva gioco facile, infatti, a rispondere «ai fogli benpensanti» che la manifestazione non era stata promossa dai comunisti ma da Aldo Capitini, che il Pci aveva lealmente rispettato le regole, e che semplicemente riteneva di dover mettere al centro, «al di là delle sia pur legittime differenze», la lotta per la pace, mentre altri erano accecati dall’anticomunismo più meschino e vieto. Quanto al Psi, al suo interno convivevano almeno due posizioni. Da una parte c’era Mondo Nuovo (il settimanale della sinistra socialista, che da lì a poco sarebbe uscita dal partito rifiutando la partecipazione al governo di centro-sinistra), secondo il quale la Marcia «promossa all’insegna di un generico pacifismo che oscillava tra il misticismo e l’illuminismo, ha assunto un ben diverso significato per la massiccia partecipazione delle giovani leve operaie, contadine, studentesche, per l’adesione attiva di socialisti e comunisti». Dall’altra parte, Critica Sociale, espressione dell’anima riformista del partito, giudicava insufficiente l’impegno dei radicali e dei socialisti che non erano riusciti a fare da contraltare all’attivismo comunista, ma riconosceva comunque a Capitini il merito di essere riuscito «a liquidare definitivamente nel nostro paese l’organizzazione dei Partigiani della pace». La Marcia della pace Perugia-Assisi non si sarebbe più ripetuta Capitini in vita. Sarebbe riapparsa a diciassette anni dalla sua prima edizione, nel 1978. In un’altra epoca, in un altro mondo, con un’altra egemonia politica. E avremmo visto troppo spesso un pacifismo a senso unico: prima all’epoca dei missili - oggettivamente filosovietico, poi filoarabo e antisraeliano (Capitini era invece un sostenitore dello stato ebraico). E, alla fine, addirittura cedevole verso gli slogan antiamericani e a favore di Saddam Hussein. Insomma, se al capitinismo si poteva rimproverare un eccesso di ingenuità e una mancanza di realismo politico, i suoi successori diventarono pericolosi. Persino peggio dei “Partigiani della pace”.


o p i n i o n ic o m m e n t il e t t e r ep r o t e s t eg i u d i z ip r o p o s t es u g g e r i m e n t ib l o g ACCADDE OGGI

Cicerone lancia le sue Filippiche 44 a. C.: il più grande oratore della storia di Roma inizia i discorsi contro Marcantonio n effetti, il diritto d’autore sul termine “Filippiche” non è di Cicerone. Perché le Filippiche originarie furono i discorsi pronunciati da Demostene contro Filippo di Macedonia. Ma sicuramente le 14 orazioni che Marco Tullio Cicerone pronunciò contro Marcantonio, fra il 44 e il 43 avanti Cristo, rimarranno per sempre nella storia come il più grande - e forse il più perfetto - “corpus” oratorio mai pronunciato. Il primo discorso, pronunciato il 2 settembre del 44 a. C., è un “senatoriale”: davanti all’assemblea riunita, l’ex console chiede a Marcantonio e Dolabella - che sono divenuti consoli dopo l’assassinio di Caio Giulio Cesare - di rimettere il potere nelle mani del popolo di Roma e non assumersi compiti “suffetti” che non sono stati assegnati loro. In effetti, l’intero corpus - che si compone di senatoriali, testi scritti e discorsi ai saepta - è un grido d’allarme lanciato dall’oratore all’intero Impero: nelle mani di Marcantonio non soltanto la Repubblica, ma l’intera Roma potrebbe cadere. Anche se estraneo all’omicidio di Cesare, Cicerone assume il compito di “legittimare” Bruto, Cassio e gli altri 21 assassini: secondo l’avvocato, hanno agito per restaurare i valori della Roma primigenia. Ma proprio questo concetto, espresso nella quarta Filippica, gli costerà caro: Ottaviano, erede designato da Cesare, si unisce ai suoi detrattori. E concede a Marcatonio di ucciderlo.

I

Manovra bis: ritirata la norma truffa. Restano però altre vessazioni Il governo si appresta a ritirare dalla manovra in discussione al Senato la norma truffa sul riscatto degli anni di laurea e di specializzazione. La cancellazione della proposta indecente lascia, però, sul terreno un bene prezioso quale la credibilità dello Stato e di quelli che “le pensioni non si toccano”. Rimangono in piedi per il pubblico impiego, e in particolare per i medici, altri problemi a partire dal prelievo forzoso del 5% per i redditi superiori a 90.000 euro e del 10% per quelli superiori a 150.000 euro. I liberisti “a giorni alterni”hanno ammainato le loro bandiere dopo che dal provvedimento è stato esentato tutto il settore privato, che rappresenta appena un terzo della platea interessata. E chi reputava fino a ieri “folle”la nuova aliquota fiscale si riferiva evidentemente non al provvedimento in sé ma alla sua estensione al di fuori del recinto delle pecore pubbliche. Anche in questo caso l’incostituzionalità del provvedimento è inconfutabile venendo meno ad elementari principi di equità ed uguaglianza dei cittadini di fronte al fisco. E rimangono sul tappeto altre norme vessatorie per il solo pubblico impiego su tredicesima, tfr, mobilità selvaggia, precarietà degli incarichi, senza contare un blocco contrattuale di 5 anni che causerà la perdita del 20% del potere di acCostantino Troise, Anaao Assomed quisto delle retribuzioni.

A PROPOSITO DELLA SUPERTASSA PER I MAGISTRATI Ma guarda un po’ che si deve sentire dire da parte del dr. Luca Palamara, presidente dell’Associazione nazionale dei magistrati, a proposito del contributo di solidarietà, che permarrebbe solo a carico dei dipendenti «del pubblico impiego, di cui - dice Palamara - anche i magistrati fanno parte». Bella scoperta, dopo che per decenni, ormai, i magistrati inquirenti e giudicanti si autoproclamavano «un potere autonomo» dello Stato (non previsto dalla nostra Costituzione, che li definisce semplicemente “un ordine” e nominati “per concorso”, e quindi funzionari pubblici o statali con il compito (delicatissimo) di applicare le leggi dello Stato, semplicemente “funzionari” della carriera direttiva, ignorando la loro qualifica di subordinati, anche se con emolumenti di non lieve entità, che - invero - sono fra i più alti d’Europa, per non dire del mondo. Ma stavolta, colpiti come gli altri pubblici dipendenti, i magistrati insorgono ed invocano a loro favore nientemeno che l’articolo 53 della Costituzione, e si schierano contro il governo e contro i dipendenti privati, che ne sono “graziati”, dimenticando che qualche ragione c’è rispetto ai dipendenti privati: i magistrati, a parte i loro alti stipendi, godono di piena autonomia di lavoro e quindi senza alcun controllo da parte di chicchesia, con orari più che “flessibili”e “personalizzati”, sono ai sensi dell’articolo 107 della Costituzione - «inamovibili e non possono essere dispensati o sospesi dal servizio né destinati

L’IMMAGINE

Prima e dopo “la tinta” Appena nati i fenicotteri rossi (Phoenicopterus ruber) hanno un soffice piumaggio bianco che poco somiglia a quello dei genitori. Ma la trasformazione inizia presto: le madri nutrono il pulcino con un latte di colore rossastro causato dai pigmenti (carotenoidi) presenti nella dieta. Questo primo alimento inizierà a colorare le piume. Nessun fenicottero nutre pulcini non suoi: la capacità di riconoscere la voce dei genitori è di vitale importanza per i piccoli, che imparano a distinguerla già prima della schiusa. Quando la madre chiama, il nuovo nato riesce a sentirla anche a un centinaio di metri di distanza e sarà l’unico a rispondere alla chiamata.

ad altre sedi o funzioni, se non in seguito a decisione del Csm», cioè di loro stessi dato che nel Consiglio occupano i due terzi dei componenti. Quando mai i dipendenti privati godono di tali guarentigie e privilegi: il posto fisso a vita, gli sviluppi di carriera e di stipendio in base alla sola anzianità di servizio, fino ai livelli più alti dei consiglieri della Corte di Cassazione, di un orario di lavoro di due o tre ore di mattina (dalle 9 alle 12, salvo il protrarsi per i processi penali), a casa di pomeriggio e ferie dal 1° agosto al 15 settembre ogni anno? Ma via, dr. Pallamara, faccia anche lei, per tutta quanta la magistratura qualche passo indietro e si sottoponga ad un severo esame di coscienza.

Angelo Simonazzi

PENSIONI E GIOVANI LAVORATORI La previdenza ed il sistema pensionistico hanno bisogno di una riforma che sia in grado di offrire regole chiare e precise. Non è pensabile rivoluzionare l’impianto normativo con continue modifiche che hanno l’unico merito di accentuare le disparità e creare confusione. Qualsiasi modifica del sistema pensionistico dovrà avere al centro il futuro di coloro che sono appena entrati nel mercato del lavoro. L’innalzamento dell’età pensionabile appare ormai una misura improcrastinabile ma farlo non deve portare ad una diminuzione delle tutele a danno dei giovani. Se nulla cambierà i ventenni ed i trentenni di oggi si ritroveranno tra le mani un assegno eccessivamente basso.

Lettera firmata

e di cronach

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mondo

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Mentre il mondo lavora al dopo Gheddafi, il Colonnello resiste. Ma la Russia riconosce il Cnt, l’Algeria è pronta a farlo e la Cina apre

«Non siamo donne» Gheddafi da un bunker incita a «bruciare la Libia». I ribelli prorogano l’ultimatum a Sirte. Prime crepe nella famiglia del Raìs di Luisa Arezzo arà pure un latitante con l’acqua alla gola, ma il capitano Muammar Gheddafi (il grado di colonnello se lo diede da solo 42 anni fa) continua ad imbeccare i suoi seguaci - i cosiddetti lealisti - ed a inviare file audio all’emittente tv siriana Arrai (ripresa da Al Arabiya). E così, siccome la beffa è nelle sue corde, proprio mentre a Parigi cominciava la conferenza internazionale “Amici della Libia” convocata da Sarkozy e Cameron alla presenza di sessanta delegazioni internazionali (e non a caso il giorno dell’anniversario della sua salita al potere), la sua voce inviata da chissà dove fra Bani Walid, Sabha e Sirte, incitava alla resistenza i suoi sostenitori. «Mettete la Libia a ferro e fuoco» ha detto, «che sia una battaglia lunga, il Cnt è diviso e i ribelli contano solo sulla propaganda mediatica. Continuate a resistere anche se non sentirete la mia voce. Noi non ci arrenderemo mai, non siamo donne». Il suo protagonismo è patologico e rema contro l’ipotesi che davvero il Raìs stia trattando la resa. A trattarla, semmai, è tutto il suo entourage. Forse figli compresi. Ed è questa la traccia seguita dalle cancellerie per spiega-

S

re lo spostamento dell’ultimatum, emesso martedì dai vertici del Cnt, a Sirte e alle enclave ancora in mano lealista. Previsto per domani, sabato, è stato ieri posticipato di una settimana: «A partire da oggi - così il comunicato inviato dal Consiglio Nazionale di Transizione alla Bbc - i clan hanno una settimana per consegnare pacificamente la città». Da giorni, d’altronde, il Cnt è in contatto con i capitribù di Sirte per convincerli ad arrendersi, evitando ulteriori spargimenti di sangue. «Non vogliamo affrettarci nella presa della città. Sirte non ha un’importanza economica e non vogliamo avere perdite», ha detto Mohammad Zawaw, portavoce dei ribelli.

La morsa, insomma, si stringe intorno a Muammar Gheddafi, ma benché lui non ceda la sua famiglia comincia a mostrare vistose crepe. Lo dimostrano le dichiarazioni a distanza ravvicinata, ma dai toni diametralmente opposti, di due figli del Colonnello. Saadi e Saif al Islam. Saadi, terzogenito del Raìs e noto in Italia come “bidone” del calcio, attravreso la rete al Arabiya ha offerto gli insorti del Cnt di

Bengasi una «tregua per porre fine al bagno di sangue». Dicendo di parlare a nome del padre, che vuole avere un ruolo nel futuro governo formato dagli insorti. Di più: ha affermato di essere disposto a consegnarsi ai “fratelli» del Cnt se ciò «servisse a far cessare lo spargimento di sangue». A confermarlo, un rappresentante dei ribelli che dice di avergli parlato offrendogli un trattamento decente in caso di resa (e qui si consuma anche un piccolo giallo, visto che per qualche ora, quasi all’alba di ieri, sembrava che Saadi fosse nelle mani dei ribelli, ipotesi poi rientrata). A smentirlo ci ha pensato - poco dopo e sempre sulla rete al Arabiya - l’altro figlio di Gheddafi, Seif al

Per il politologo americano Edward Luttwak, a Parigi è stata messa in scena una parata delle vanità europee

Né guerra civile, né democrazia in Libia a comunità internazionale si è riunita ieri a Parigi per affrontare la questione della transizione democratica della «Libia libera», mentre nel Paese nordafricano sono ancora in corso gli ultimi combattimenti tra i ribelli e i lealisti agli ordini del colonnello Muammar Gheddafi. Circa sei mesi dopo aver ospitato il vertice del 19 marzo che ha dato il via all’intervento militare Nato, il presidente francese Nicolas Sarkozy, in accordo con il premier britannico David Cameron, ha invitato all’Eliseo i rappresentanti di una sessantina di Paesi, con l’ambizione di sfruttare politicamente la vittoria militare. Una vittoria giocata sul filo dei media. Una parata di discorsi. Nulla a che fare con la realtà delle cose, secondo quanto afferma Edward Luttwak a liberal. Il politologo esperto geostrategico di Washington non usa mezzi termini nel definire la situazione libica un «pasticcio» da cui sia gli Usa che la Germania si sono volutamente tenuti a distanza, «dando un dop-

L

di Pierre Chiartano pio shock a Parigi». E soprattutto dando l’illusione che francesi e britannici siano tornati protagonisti di una politica mediterranea che li aveva visti sempre più marginali dai tempi di Suez, se non quando cooptati da Washington. Ma Libia e democrazia sarebbero un ossimoro.

«La Libia non è un Paese che è stato liberato da un esercito occidentale come avvenne per l’Iraq. Non c’è dunque un gruppo di Paesi occidentali che si preoccupa di avviare le procedure di State building, decretando le elezioni, la formazione di partiti politici, la creazione di strutture costituzionali seguite da elezioni politiche, mentre am-

ministrano il Paese». Luttwak mette i piedi nel piatto e sembra mandare un messaggio agli europei: avete voluto la bicicletta libica, ma guardate che è molto più complicato di quanto possiate immaginare.

«In Libia c’è un coacervo di combattenti molto variegato, ma democratici non ce ne sono. Nessun libico, a parte quei tre o quattro che hanno vissuto a Stoccolma o NewYork, hanno la più pallida idea di come funzioni una democrazia. In democrazia bisogna ascoltare l’altro. Non c’è nessuna base generica su cui i libici possano costruire una democrazia come la intendiamo noi. Le tradizioni libiche sono legate a

una cultura mediterranea che storicamente non si presta alla nascita di una democrazia. In più ci sono due altri elementi. In tutto il periodo post 11 settembre, nonostante la scarsa incidenza demografica, i libici erano il secondo gruppo più numeroso di Guantanamo. Uno dei capi si chiamava infatti al Libi, cioè il libico. I primi erano i nostri bravi e buoni alleati sauditi e poi venivano i libici. In Libia c’è al Qaeda, i salafiti, i senoussi – che sono come i sufi, ma con aspetti estremistici. Non ci sono democratici ma ci sono un bel po’ di estremisti islamici. In più c’è un fattore regionale. La Libia non è mai esistita come entità geopolitica. È stata creata dall’Italia quando ha tolto Cirenaica e Tripolitania dalla mani dei turchi, mettendole insieme al Fezzan.Tra i cirenaici e gli abitanti della montagne dell’ovest non c’è nulla in comune. Tripoli è la tipica città parassitaria di un Paese petrolifero: si sta seduti aspettando la distribuzione dei proventi dell’oro nero». Durante l’Impe-


mondo Mail, citando fonti dell’opposizione libica. Secondo quanto si legge, Saif avrebbe ingaggiato dei legali per negoziare i termini di un accordo prima della scadenza dell’ultimatum (da cui, forse, la proroga). Il figlio di Gheddafi, riferisce però il giornale, avrebbe chiesto la garanzia di non essere ucciso dopo la sua consegna. Impossibile capire dove stia la verità, anche se il diretto intressato si è premurato di smentire la notizia con una dichiarazione alla Cnn.

Gli insorti, insomma, ieri si sono dovuti “accontentare” di aver arrestato - in attesa dei pezzi da novanta - il ministro degli Esteri di Muammar Gheddafi, Abdelati Obeidi. Incassando, però, un successo diplomatico tutt’altro che secondario. Il più importante è stato, quasi a sorpresa, il riconoscimento accordatogli dalla Russia come «attuale autorità di governo». La stessa Cina, pur non essendosi finora spinta a tanto, ha comunque gratificato il Consiglio insurrezionale definendone il ruolo «importante e significativo». Ambedue i paesi, che avevano sempre avversato apertamente il Gruppo di Contatto, ieri erano a Pari-

La rabbia degli insorti e la richiesta di rimpatrio dell’entourage del Colonnello ha spinto il presidente algerino Bouteflika a correre ai ripari Islam, considerato il delfino del Colonnello, che ha assicurato: «La guerra prosegue». A Sirte, ha detto, ci sono 20 mila giovani combattenti armati pronti a resistere all’avanzata degli insorti.

E dalla “solita” tv Arrai, che ha sede a Damasco, ha poi incalzato: «Vi parlo da una banlieue di Tripoli. La resistenza continua e la vittoria è vicina». Eppure, in questo incredibile gioco di specchi, di verità e inganni, prende piede l’ipotesi che anche il figlio preferito di Gheddafi ed erede designato, Saif al Islam, starebbe trattando in gran segreto la sua resa con i ribelli: a sostenerlo è il quotidiano britannico Daily

gi, seppur in forme diverse, rappresentati. Dal punto di vista pratico, non meno utile per gli oppositori è stata la presa di posizione dell’Algeria, unico tra i Paesi maghrebini a non averli riconosciuti. Ciò invece avverrà, ha annunciato il ministro degli Esteri algerino Mourad Medelci, non appena il Cnt «avrà dato vita a un governo più ampio che rappresenti tutte le regioni». Esclusa invece qualsiasi ipotesi di asilo al Colonnello (che invece l’aveva chiesto), a differenza di quanto avvenuto per 31 membri del suo entourage, fra cui la seconda moglie, Safiya, e per tre dei suoi figli, Mohammed, Hannibal e Aishai. La rabbia del Cnt e la richiesta di rimpatrio ha dun-

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que spinto il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika e il suo governo a correre ai ripari, vietando ogni comunicazione con l’esterno ai familiari di Gheddafi, annunciando una chiusura parziale del confine, assicurando di non aver mai avuto intenzione di dare rifugio al colonnello, e promettendo un riconoscimento. Ma ieri si è consumato un altro evento positivo per il Consiglio Transitorio: il ministro degli Esteri francese, Alain Juppé, ha infatti annunciato di aver ricevuto dal Palazzo di Vetro l’autorizzazione a sbloccare subito un miliardo e mezzo di euro congelati nelle banche nazionali. Stando alla stampa francese, sarebbe anche stato concluso un accordo segreto che garantirebbe a Parigi lo sfruttamento del 35 per cento delle risorse petrolifere libiche, in cambio di un «sostegno totale e permamente» al Cnt, notizia però che il portavoce del Consiglio, Mahmoud Shammam, ha subito smentito. Intanto la Ue ha deciso di scongelare gli asset di 28 entità libiche finora sottoposte a sanzioni.

La decisione è stata presa dal Consiglio Ue a Bruxelles qualche ora prima dell’inizio della Conferenza sulla nuova Libia a Parigi. La Farnesina si dice soddisfatta. La rappresentante per la politica estera Ue, Catherine Ashton, debole quanto mai, afferma: «Il nostro obiettivo è fornire risorse al Governo provvisorio e al popolo della Libia nonchè di aiutare l’economia a riprendere il suo funzionamento», precisando che «la decisione riguarda in particolare i porti libici, così come i settori dell’energia e delle banche». Giornata importante anche per la diplomazia italiana: ieri ha riaperto la nostra ambasciata a Tripoli ed è stato nominato il nuovo ambasciatore: è Giuseppe Maria Buccino Grimaldi, classe 1961 e napoletano. Nominato come Volontario nella carriera diplomatica nel 1988, Buccino Grimaldi ha avuto, tra l’altro, esperienze a Beirut, nei primi anni ’90 e, in seguito, a Bruxelles, presso la Rappresentanza italiana presso l’Unione europea. Buccino Grimaldi è stato anche ambasciatore d’Italia a Doha e il 4 giugno del 2009 ha assunto l’incarico di consigliere diplomatico aggiunto del presidente della Repubblica. Adesso, la sfida libica.

ro romano erano province distinte poi nel 1911 gli italiani hanno creato un Paese sulla carta, come fecero del resto altre potenze eruopee in Medioriente e in Africa. «È passata da una dittatura monarchica con Idris, a un altra dittatura con Gheddafi». E la riunione di Parigi interessa molto poco Luttwak.

«I francesi vorranno vantarsi di aver vinto una guerra con i commando a terra e i bombardamenti. Gli inglesi diranno invece che i francesi mangiavano croissant mentre i loro commando e la loro aviazione vincevano la guerra. Noi americani siamo invece molto fieri nell’affermare quanto poco abbiamo fatto. Non vogliamo più metterci in prima fila in questi Paesi dove la gente porta gli asciugamani in testa, dal Marocco all’India. D’ora in poi ci andremo solo come alleati degli europei, se loro vorranno muoversi. Non siamo ledaer nella guerra e neanche a Parigi». Una strana guerra quella libica fin dal suo esordio, fatta di notizie false, operazioni coperte e propaganda. «Francesi e inglesi hanno mandato le truppe speciali, il governo italiano ha invece mandato l’Eni. Ma so anche che l’Aise ha dato un importante contributo informativo. Lo scarso entusiasmo degli italiani sulla vicenda libica

sono per il partito della dittatura, come difendono ora Bashar al Assad, hanno difeso Gheddafi». Cina e Russia farebbero un tifo quasi passivo. Non si espongono troppo apertamente per non apparire gli amici dei dittatori. «Anche quando il Consiglio di sicurezza dell’Onu che aveva autorizzato la no-flight-zone ha permesso i bombardamenti. Russi e cinesi non hanno reagito». E la Germania? Una posizione defilata, ma non associabile a quella di Russia e Cina.

L’esperto di Washington ai leader europei: «Avete voluto la bicicletta libica, ma guardate che pedalarla è molto più complicato di quanto possiate immaginare» era dettato da una maggiore conoscenza del Paese». E di ciò che potevamo perdere. «Gheddafi era da anni disarmato e non era più una reale minaccia. Chissà chi verrà dopo. Vediamo ciò che è suc-

cesso nel dopo-Mubarak: fine della crescita economica, fine del turismo, incendiamo bar per via degli alcolici e qualche chiesa». E in Libia, Russia e Cina si leccheranno le ferite. «Mosca e Pechino

«È stato un peccato, perché se fossero venuti i tedeschi in Libia, con le loro uniformi, sarebbe sembrata una replica di ciò che fece l’Afrika Korps. Erano elegantissimi rispetto a quegli straccioni di inglesi, indiani e australiani. Karl Lagerfeld era già pronto a disegnare le nuove uniformi. È un altro che ora è arrabbiato con la cancelliera Merkel. Parigi è ancora sotto shock per il doppio no ricevuto dai tedeschi nella stessa settimana. Il primo sulla Libia e il secondo sugli eurobond». Per il futuro poche speranze. «Non ci sarà una guerra civile, ma non scoppierà la democrazia. Ci sarà un caos, dove i salafiti prenderanno piede. E i Fratelli musulmani si insinueranno lentamente, promuovendo le leggi islamiche, come sta succedendo in Turchia».


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grandangolo L’editore del Middle East Report sulle divisioni dell’Anp

Il piano di Abbas per la Palestina sta per arrivare all’Onu. Ed è temuto Alcuni a Ramallah ritengono che i palestinesi dovrebbero chiedere di essere riconosciuti come membri a pieno titolo presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sapendo già di incorrere in un veto Usa, per poi richiedere il cambio dello status dell’Olp presso l’Assemblea Generale da “osservatore ” a “Stato non membro osservatore“. Ecco perché di Graham Usher ra il 14 luglio quando la Lega Araba ha approvato il piano dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) in Cisgiordania per essere ammessa a pieno titolo come uno Stato «entro i confini del 1967» presso le Nazioni Unite questo mese di settembre, rischiando un veto quasi certo da parte degli Stati Uniti, e incurante del calo di entusiasmo tra diversi importanti paesi dell’Unione Europea. Il Segretario Generale Nabil El-Arabi ha detto che la Lega avrebbe preso «tutte le misure necessarie e raccolto il sostegno di tutti i paesi del mondo, a cominciare dal Consiglio di Sicurezza, perché venga riconosciuto lo Stato della Palestina». La Lega avrebbe anche fatto pressione affinché il Consiglio di Sicurezza e l’Assemblea Generale sostengano «il pieno riconoscimento dello Stato palestinese».

E

Non è chiaro se la proposta sarà presentata, o da chi. Inizialmente si era pensato che il gruppo arabo alle Nazioni Unite avrebbe presentato una risoluzione da parte dell’Anp. Ma poche settimane fa il negoziatore dell’Anp Saeb Erekat, membro dell’Organizzazione

per la Liberazione della Palestina (Olp), ha detto che il presidente Mahmoud Abbas avrebbe «personalmente» presentato la risoluzione «per evitare di indebolire la posizione dell’Olp come unico rappresentante del popolo palestinese». Abu Mazen è il presidente del comitato esecutivo dell’Olp. Questa non è la sola cau-

Per molti bisogna puntare su una risoluzione non vincolante con l’auspicio di uno Stato sa di confusione. Alcuni nella leadership dell’Anp – come Erekat – ritengono che i palestinesi dovrebbero chiedere di essere riconosciuti come membri a pieno titolo presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sapendo già di incorrere in un veto da parte degli americani, per poi come ripie-

go richiedere il cambio dello status dell’Olp presso l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite da “osservatore ” a “Stato non membro osservatore “, una modifica che non cambierebbe nulla, se non il nome. «In seguito, torneremo al Consiglio di Sicurezza una, due o tre volte per chiedere il pieno riconoscimento», è la tesi di Erekat. Altri – come il primo ministro dell’Anp Salam Fayyad, e l’ex ambasciatore all’Onu Nasser Al-Kidwa – considerano una tale politica nichilista: indignerà gli americani, manderà l’Anp in bancarotta, potrebbe innescare la violenza nei territori occupati, e non cambierà di una virgola la realtà dell’occupazione israeliana. Essi ritengono che il massimo che l’Anp possa raggiungere questo settembre è un’altra risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite non vincolante sulla desiderabilità di uno Stato palestinese – una vittoria simbolica, bene che vada.

La confusione è sempre stata possibile con la tanto decantata iniziativa dell’Anp presso le Nazioni Unite. Questo perché essa non è tanto una nuova strategia diplomatica palesti-

nese per sfuggire alle grinfie del processo di Oslo, quanto un disperato tentativo di recuperarlo. Abbas ha da tempo fatto sapere che avrebbe rinunciato alla strada dell’Onu solo se gli Stati Uniti avessero costretto Israele a ritornare ai negoziati su una soluzione a due Stati sulla base delle linee dell’armistizio del 1967, e a congelare gli insediamenti. Ma la riluttanza americana a fare pressione su Israele perché faccia una cosa che non desidera sembra solo aumentare con il passare del tempo. Washington ha abbandonato l’idea del congelamento degli insediamenti lo scorso anno. Ha anche chiarito che porrà il veto su qualsiasi proposta palestinese per il pieno riconoscimento da parte delle Nazioni Unite, indipendentemente dall’indignazione che tale atto causerebbe nella regione.

La Camera dei Rappresentanti americana ha recentemente approvato con 406 voti a favore e sei contro una risoluzione simbolica che invita il presidente Barack Obama a porre il veto su qualsiasi tentativo dell’Olp di chiedere il riconoscimento dello Stato palestinese

alle Nazioni Unite senza che tale Stato venga precedentemente concordato nelle trattative con Israele, ammonendo che una simile mossa «unilaterale» avrebbe «gravi conseguenze per i programmi di assistenza degli Stati Uniti per i palestinesi e l’ANP». La Casa Bianca ha inoltre minacciato sanzioni se Hamas dovesse diventare anche solo un partner simbolico in un nuovo governo di unità nazionale palestinese. Persino la dichiarazione di Obama del 19 maggio secondo cui «i confini di Israele e Palestina dovrebbero essere basati sulle linee del 1967 con scambi concordati di territori» – considerata un trionfo per la diplomazia dell’Anp – è stata accompagnata da così tante condizioni da divenire insignificante.

Nel corso di una delle ultime riunioni del Quartetto sul Medio Oriente a Washington, il segretario di Stato Hillary Clinton ha lodato il “parametro” adottato da Obama, ma ha chiesto che l’Anp lo accettasse nel contesto della lettera presentata da George W. Bush a Israele nel 2004, nella quale quest’ultimo affermava che qualsiasi futuro confine avreb-


2 settembre 2011 • pagina 15

Dopo il richiamo dell’ambasciatore egiziano, molte ombre sul futuro dei rapporti fra i due Paesi

Il Cairo mostra i muscoli ad Israele. E fiancheggia Hamas. Purtroppo non è solo una tattica di Antonio Picasso orse è ancora presto per le previsioni più pessimistiche. È indiscutibile però che la scelta del governo egiziano di richiamare il proprio ambasciatore in Israele rappresenta l’ennesima tappa destabilizzante di questo importante periodo per il Medioriente. Dopo ben dieci anni, in pratica dallo scoppio della seconda Intifada, Il Cairo torna a mostrare i muscoli al suo vicino.Vale a dire al grande nemico di un tempo e oggi al suo più stretto interlocutore. C’è da chiedersi in che veste il governo cairota abbia compiuto questa mossa. E soprattutto se ne abbia valutate le conseguenze. Dalla caduta dell’anziano faraone, i muscoli dell’Egitto non possono che essersi indeboliti. Soprattutto in campo internazionale. Torna utile ricordare che Egitto e Israele nutrono rapporti non solo politici, ma anche economici e di interscambio di risorse energetiche ormai più che consolidati. Chiudere una rappresentanza diplomatica non incide solo sul dialogo politico – specie in quello del processo di pace – ma anche su contratti, concessioni e partnership consolidate. Insomma su una filiera produttiva alla quale nessuno dei due governi è in grado di rinunciare. Il fatto, del resto, mette in evidenza una serie di sintomi, per l’Egitto ma non solo, così come fa luce sui rischi in cui può crollare l’intera area. Non si tratta di una rottura delle relazioni diplomatiche, ma certamente di un loro irrigidimento. È il segno che siamo entrati nella fase più calda della cosiddetta primavera araba. E del resto c’era da aspettarsi un peggioramento nel decorso della rivoluzione dei gelsomini.

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be dovuto tener conto dei «cambiamenti demografici» avvenuti a partire dal 1967: un modo per incorporare i vasti blocchi di insediamenti ebraici costruiti illegalmente da Israele nei territori occupati in Cisgiordania e a Gerusalemme est. La Clinton ha chiesto anche il riconoscimento di Israele come Stato ebraico, negando persino il “principio” di un diritto al ritorno dei palestinesi, per non parlare della sua attuazione.

Tali correzioni sono state espresse «in modo così palese e sbilanciato» a favore di Israele (ha detto una fonte europea) che i membri del Quartetto Russia e Ue si sono opposti – mentre il Segretario Generale

Washington ha abbandonato l’idea del congelamento degli insediamenti lo scorso anno dell’Onu Ban Ki-Moon ha mantenuto il suo silenzio abituale. L’Ue ha invece chiesto “due Stati per due popoli” sulla base della Risoluzione 181 delle Nazioni Unite del 1947 che divise la Palestina mandataria in uno Stato ebraico e in uno Stato arabo. Israele ha rifiutato, e così han fatto gli Stati Uni-

ti. Abbas è da tutta l’estate che si reca in viaggio nelle capitali europee, dove spera di raccogliere sostegno per il suo appello al riconoscimento dell’Onu. In molti paesi è stato o sarà ricevuto con simpatia. Diversi diplomatici europei considerano le politiche coloniali israeliane, e l’atteggiamento condiscendente degli Stati Uniti nei confronti di tali politiche, come la vera causa della morte di Oslo. Ma sarebbe superficiale non notare quanto essi temano che il veto degli Stati Uniti possa danneggiare gli Stati occidentali in generale, soprattutto nel fermento della primavera araba. E ancorpiù temono che le aspettative non soddisfatte dei palestinesi a settembre potrebbero portare a un’esplosione di violenza che l’Anp non sarebbe in grado né disposta a contenere.

Alcuni diplomatici europei stanno quindi silenziosamente sollecitando Abbas a rinunciare alla richiesta di adesione all’Onu in cambio di una risoluzione non vincolante dell’Assemblea Generale, che richiederebbe due Stati sulla base dei confini del 1967 con «scambi di territori equivalenti» e con Gerusalemme come «futura capitale di entrambi gli Stati». Non è chiaro se ciò sarebbe sufficiente a fare in modo che Abbas o gli arabi rinuncino al tentativo di far riconoscere uno Stato palestinese all’Onu. Solo una cosa è chiara: molti degli ambasciatori dell’Olp non hanno fretta di veder arrivare la fine di settembre.

Ancora a marzo, il governo provvisorio egiziano aveva pronosticato una revisione dei trattati di pace. Gli osservatori più disillusi dal vento rivoluzionario avevano sospettato che, nel caso di una recrudescenza dei rapporti tra Israele e la nebulosa palestinese, Il Cairo avrebbe preso una posizione stavolta più prossima a quest’ultima. Per alcuni aspetti, si tratta di una linea di cautela. In prossimità delle elezioni, la giunta militare non vuole compiere passi che potrebbero risultarle controproducenti in termini di risultati nell’urna. Allinearsi con Israele – o comunque non fiancheggiare Hamas – porterebbe certamente buoni risultati in favore della Fratellanza musulmana, o peggio ancora orienterebbe l’elettorato delle città, quello composto da liberi professionisti occidentalizzati e di tendenza laica, ad appoggiare Amr Mousa. Il segretario generale della Lega Araba, uscente proprio perché aspirante alla carica di Capo dello Stato in Egitto, è noto per le opinioni schiettamente critiche nei confronti di Israele. Anzi, è

stato proprio lui, nel dichiarare la sua candidatura, a dire che i rapporti con Israele necessitano un cambiamento. Meglio prevenire, invece che pagare le conseguenze di una scelta non apprezzata dall’opinione pubblica. Questo deve aver pensato la giunta cairota.

Un ragionamento simile lo si può intravedere anche da una prospettiva di politica estera. L’Egitto del post Mubarak è ancora più esposto alle ambizioni dei potenti emirati del Golfo. In particolare dell’Arabia saudita. Riyadh non può tollerare il fatto che la sua posizione di leadership internazionale come massimo esportatore di petrolio non coincida con il ruolo occupato in seno alla Lega Araba, organizzazione tradizionalmente di identità cairota e quindi di orientamento verso il Mediterraneo. L’Egitto, di conseguenza, sceglie di fiancheggiare moderatamente Hamas, onde evitare attacchi dai suoi partner interni alla Lega. Per inciso: il movimento islamista palestinese è inviso praticamente a tutti i membri dell’organizzaziomonarchia ne, saudita compresa. In questo caso, però, è chiaro il suo status di soggetto strumentalizzato. E questo a Khaled Meshal, segretario di Hamas acquartierato a Damasco, non è detto che dispiaccia. Ultimo tra i sintomi. L’Egitto di Mubarak passa a diventare materia per gli storici. Ancora in primavera, l’opinione pubblica nazionale temeva un ritorno al potere se non del faraone, quanto meno di uno dei suoi figli. Il suo esilio dorato a Sharm el-Sheikh non tornava a genio al cittadino comune. Poi la loro apparizione dietro le sbarre, in un’aula di tribunale egiziano, con tanto di barelle e telecamere impietose, aveva decretato la fine del clan. E quel che è stato fatto in diplomazia dall’ex presidente adesso è oggetto di revisione. C’è da chiedersi chi e cosa succederà. Amr Moussa, o chi per lui, sarà davvero tanto coraggioso da mettere in discussione uno dei pochi trattati di pace che in Medioriente funzionano davvero? Il successo di Camp David, oggi come oggi, è ben difficile che si ripeta. Domanda ulteriore: rigettando l’Egitto i panni da mediatore, quali altri abiti intenderebbe indossare la giunta? Quelli dell’amico ritrovato per i palestinesi? difficile che questi ultimi si fidino del Cairo. Al di là delle congetture, per il mondo arabo si tratta di una polverizzazione di quel mosaico politico da sempre frammentato. Il Cairo, a questo punto, sembra prendere una strada diversa da quella giordana. Ma lontana anche da Riyadh, la quale preferisce non interferire nei colpi lanciati contro Hamas.


PAGINAVENTIQUATTRO Al festival di Venezia, i film (assai riusciti) della pop star italo-americana e del regista polacco

Madonna che di Alessandro Boschi ben vedere, Madonna è un genio. Dopo la proiezione di W.E., storia di una giovane donna perseguitata dal mito di Wallis, l’americana che riuscì, al suo terzo matrimonio, a far capitolare un Re-Imperatore facendolo retrocedere a Duca, non possiamo negare questa evidenza. Perché se una ragazza oramai abbondantemente donna, non particolarmente bella, che non sa troppo cantare, troppo ballare e troppo dirigere, riesce a diventare quello che è diventata, un genio deve esserlo per forza. Abbiamo passato buona parte della proiezione a pensare quale fosse l’aggettivo più calzante per il film. Poi ci è venuto in mente “mostruoso”. Aggettivo che però non deve trarre in inganno. Perché se è vero che il film nelle sequenze più drammatiche fa sghignazzare e che è pieno zeppo di ingenuità, non si può negare che la signora Ciccone ci abbia in parte stupito.

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Un po’ perché mettersi a raccontare la storia di questi due che pur di stare insieme mettono su un casino che ne sarebbe bastato un millesimo, e parallelamente mostrare le ripercussioni che hanno avuto su una bella ragazza dei giorni nostri, non è davvero impresa da poco. Anzi, forse e proprio per questo che il senso di mostruoso rimane. Si ha come la sensazione che sia stato messo in piedi un impianto di proporzioni inaudite, sia per la storia che vi si narra, sia per la necessità francamente stiracchiata di adattare le vicende di Wallis Simpson ed Edoardo VIII ai nostri giorni,con continui intrecci e rimandi e incursioni di una storia nell’altra. Mostruoso è anche l’allestimento scenico, in parte frustrato da riprese troppo “addosso” tali da non fare respirare le sequenze che in certi momenti sono davvero notevoli. Gli attori sono tutti piuttosto bravi, ma ancora di più sono belli e azzeccati. Le due Wallis, ad esempio, sono straordinarie. Andrea Risebourgh, la Wallis autentica, e Abbie Cornish, già apprezzata in Bright Star di Jane Campion, sono intense ed eleganti. Anzi, specialmente la Risebourgh è elegante in maniera mostruosa. Merito quindi alla costumista, davvero da Oscar. Forse da Madonna non ci si aspettava una sfida tale, ma evidentemente anche questo fa parte del corredo genetico di un genio. Per certi aspetti ci ha fatto venire in mente Maria Antonietta di Sofia Coppola, ma è durato poco. Fortunatamente. Per Madonna oltre che per noi, si intende. Ma non c’è alcun dubbio che l’evento di oggi sarà proprio lei, perché come detto e ribadito più volte, Madonna Louise Veronica Ciccone, è uno dei pochi personaggi in grado di cambiare l’inerzia di un festival, e il fatto che lei ora si trovi qui è davvero un grandissimo colpo. Che poi si tratti di un colpo più mediatico che artistico è del tutto secondario. C’è un altro motivo che forse ci ha fatto vedere W.E. in maniera piuttosto critica, ed è l’avere visto ieri mattina il film in concorso di Roman Polanski, Carnage, interpretato da quattro attori, perdonateci la ripetizione, assolutamente mostruosi: Jodie Foster, Kate

POLANSKI! Winslet, Christoph Waltz e John C. Reilly.Tratto dal romanzo di Yasmina Reza, che pure ha collaborato alla sceneggiatura insieme a Polanski, Carnage è un vero e proprio manuale di sceneggiatura, regia ed interpretazione.Tra le altre cose è pure breve, nemmeno ottanta minuti, e questo gli conferisce le stimmate di quasi capolavoro. Guardate, di questo film si potrebbe scrivere

A dir poco geniale la pellicola «W.E» della Ciccone, che ha stupito l’intera platea. Mentre «Carnage» è un vero e proprio manuale di sceneggiatura, regia e interpretazione un fiume di parole, tutte di elogio e tutte ovvie. Il punto però é che il film da elogiare lo è davvero in toto. Non c’è una solo inquadratura sbagliata (si svolge tutto all’interno di un appartamento), gli attori sono magnifici e la regia di colui che si autodefinisce “nano malefico” è impeccabile.

Tempo fa abbiamo letto un interessante libretto intitolato La democrazia al cinema, di Giovanni Rizzoni. L’autore prendeva spunto da cinque grandissimi film per parlare del rapporto tra celluloide e grande schermo, mettendo in particolare in evidenza come film molto diversi tra loro, si andava da The Queen di Stephen Frears a Hi-

story of violence di David Cronenberg, potessero raccontare l’evoluzione della nostra società. Credo che questo film di Polanski potrebbe essere oggetto di un capitolo per un secondo libro sul tema. I quattro personaggi che si incontrano sul ring domestico danno vita ad una evoluzione involuzione del genere umano. Ma se ad esempio nel film di Cronenberg si partiva dallo sconvolgimento cruento di un ordine costituito che costringeva l’uomo a ridiventare uomo lupo per ripristinare lo stato di quiete, in Carnage è tutto più formale. In apparenza. L’innesco della storia è un litigio tra ragazzini che ha causato la rottura di due incisivi. Le due famiglie, una dell’upper class e l’altra che vive nei pressi di una ferrovia, sembrano avere trovato il modo di conciliare il piccolo conflitto in maniera civile e ordinata.

Si prende il caffè, si mangia una torta, tutto sembra perfetto. Ma basta poco, magari un paio di whisky, e scoperchiare la pentola dove nemmeno troppo in profondità sonnecchiano principi violenti, intransigenti rivendicazioni e istinti insopprimibili. Ecco che allora avviene la catarsi. I quattro personaggi danno il meglio di loro stessi, e quelli che in fondo fanno più bella figura sono quelli peggiori. Peggiori ma non così ipocriti da voler sembrare altro rispetto a quello che sono. Alla fine ci si tolgono le scarpe, ci si insulta. Paradossalmente si arriva quasi al punto di diventare amici. Di certo ci si conosce meglio. Poi ognuno magari torna ad essere quello che è. Ma forse, in fondo in fondo, si vede una piccola luce. Gran film, perché ognuno ci troverà un po’ di sé.


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