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he di cronac

In guerra, la massima

«la sicurezza innanzi tutto» porta diritto alla rovina Winston Churchill

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • SABATO 27 AGOSTO 2011

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Due giorni fa “accerchiato”, ieri a chilometri di distanza. La guerra è sempre più legata alla caccia all’uomo

Gheddafi gioca a nascondino Sarkozy: «È a Sirte». E i caccia di Cameron la bombardano Il Comitato di Bengasi si trasferisce a Tripoli. Ma i lealisti hanno ancora la forza per far saltare in aria l’aeroporto. Parigi e Londra sempre più protagonisti di un conflitto che non è ancora finito Il crepuscolo di Damasco

QUIRINALE E DIFESA

Siria, nuove violenze. E il regime spezza le mani a un dissidente

Ma il comando del milite non è ignoto

Assad celebra l’ultimo venerdì di Ramadan autorizzando nuove violenze contro la popolazione. Cina e Russia ancora al suo fianco

di Mario Arpino

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La sorpresa accanto alle Sas di Londra

di Enrico Singer

E il mondo scoprì le Royal Forces del Qatar

francesi avrebbero individuato il nascondiglio di Gheddafi in una zona fortificata di Sirte, la città natale del colonnello, e i cacciabombardieri britannici hanno subito sferrato un attacco aereo contro quello che potrebbe essere l’ultimo bunker del raìs, il suo estremo rifugio, dove si troverebbe asserragliato con i figli e un manipolo di fedelissimi. Ma le notizie dal fronte, a quattro giorni dall’ingresso a Tripoli delle forze del Consiglio nazionale di transizione, sono ancora confuse. Ieri ci sono stati combattimenti anche attorno all’aeroporto della capitale dove si sono rifatte vive le forze lealiste che sembravano sparite. a pagina 2

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Luisa Arezzo • pagina 3

Nessuna misura dalla Fed

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Pierre Chiartano • pagina 5

Cosa sono e come combattono le unità speciali (non soltanto occidentali) oggi impegnate nella caccia alla “primula verde”

retendere di tirare in ballo il presidente della Repubblica in materie che non corrispondono ai suoi poteri costituzionali è improprio...». Così si è espresso in più occasioni lo stesso presidente Giorgio Napolitano. Specie in questi ultimi tempi, quando, a fronte dell’evidente debolezza del governo, le tirate di giacca dall’una o dall’altra forza politica si sono fatte frequenti. Con ottomila soldati fuori dai confini nazionali e le forze aeree che da quattro mesi sorvolano o bombardano obiettivi in Libia, vi sono stati e vi sono ancora momenti di incertezza in cui il presidente è stato costretto a esprimersi anche in materia di Difesa. a pagina 4

Bernanke parla l’Europa cade di Francesco Pacifico en Bernanke delude i mercati europei e non annuncia le misure di aiuto all’economia americana, date per scontate fino a qualche giorno fa. Il governatore ha dato soltanto la sua disponibilità a studiare possibili interventi alla prossima riunione della Fed di settembre, dopo aver vagliato lo stato dell’economia Usa. Crollate le borse del Vecchio Continente. Nuovo record per l’oro. a pagina 6

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I sindaci incontrano Alfano: «Pronta una revisione sostanziale dei tagli ai municipi»

Un Comune disaccordo Caos sui tagli agli enti locali, nella maggioranza è tutti contro tutti di Riccardo Paradisi

Serve un nuovo soggetto politico “dal basso” Sarebbe uno stimolo importante per l’export

ui tagli agli enti locali ora si tratta. Dalla riunione di ieri in via dell’Umiltà tra il segretario del Pdl Angelino Alfano e i rappresentanti degli enti locali – tra i quali è presente una grossa fetta di dissenso interno al centrodestra – esce un parziale compromesso. «Da Alfano - dicono soddisfatti alcuni partecipanti - ci sono giunte rassicurazioni». a pagina 12

Per risorgere, Luca non basta

Aumentare l’Iva? Non è un’eresia...

di Enrico Cisnetto

di Gianfranco Polillo

Ci vorrebbe il “partito che non c’è”. Mai come in questo momento è alta la richiesta che sale dalla società civile, e in particolare dalla borghesia produttiva, di poter disporre di uno strumento con cui tentare di rianimare la morente politica italiana. segue a pagina 15

Solo un mese fa, nel pieno della bufera finanziaria, parlare di aumentare l’IVA sembrava una bestemmia. Abbiamo faticato non poco per convincere del contrario. E non è detto che la battaglia sia stata vinta. Lo vedremo nei prossimi giorni. a pagina 14

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gue a (10,00 pagina 9CON EUROse1,00

I QUADERNI)

• ANNO XVI •

NUMERO

166 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


la guerra libica

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Francia e Gran Bretagna in prima linea nella guerra porta a porta. Sarkozy e Cameron: «Pronti ad andare nel Paese»

Libia, la disfatta della Ue?

Altro che “risveglio dell’Europa” e della sua voce unica. Intorno alla guerra prevalgono gli interessi di Parigi e Londra. E Bruxelles si indebolisce di Enrico Singer francesi avrebbero individuato il nascondiglio di Gheddafi in una zona fortificata di Sirte, la città natale del colonnello, e i cacciabombardieri britannici hanno subito sferrato un attacco aereo contro quello che potrebbe essere l’ultimo bunker del raìs, il suo estremo rifugio, dove si troverebbe asserragliato con i figli e un manipolo di fedelissimi. Ma le notizie dal fronte, a quattro giorni dall’ingresso a Tripoli delle forze del Consiglio nazionale di transizione, sono ancora confuse. Ieri ci sono stati com-

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giunto che non ci sono prove che Gheddafi si trovasse proprio lì al momento dell’attacco. In ogni caso, ancora una volta, Francia e Gran Bretagna hanno dimostrato di agire sul campo di battaglia in stretto collegamento rivendicando, così, il loro ruolo di migliori e più attivi alleati del Cnt che, proprio ieri, ha trasferito il governo provvisorio da Bengasi a Tripoli.

sarà stato catturato. Ma il messaggio è chiaro: al di là di tutte le precauzioni diplomatiche, Parigi e Londra sono ben determinate a incassare i dividendi di una strategia scelta sin dal primo momento, sin da quando proprio Sarkozy e Cameron forzarono gli altri partner europei e lo stesso Barack Obama ad appoggiare militarmente la rivolta contro il colonnello. Adesso molti parlano del “risveglio dell’Europa” e sottolineano la ripresa dell’iniziativa della Ue che è stata a lungo un fantasma sulla scena mondiale, nonostante tutte le riforme tentate per dare sostanza alla sua tanto inseguita “voce unica”.

Non solo. Nicolas Sarkozy e David Cameron hanno voluto lanciare anche un preciso segnale politico: hanno fatto sa-

Al di là di tutte le precauzioni diplomatiche, le due capitali sono ben determinate a incassare i dividendi di una strategia scelta sin dal primo momento battimenti anche attorno all’aeroporto della capitale dove si sono rifatte vive le forze lealiste che sembravano sparite. Di sicuro, però, l’azione compiuta dagli aerei della Raf è stata una delle più violente dall’inizio della guerra. Lo stesso ministro della Difesa, Liam Fox, ne ha parlato alla Bbc e ha detto che le formazioni di Tornado GR4 hanno lanciato missili Storm Shadow contro il vasto bunker che sarebbe il nuovo quartier generale del regime, ma ha ag-

Bernard Guetta, che è uno dei più apprezzati analisti francesi di politica internazionale, ha scritto che quanto sta accadendo in Libia non è soltanto la caduta di un tiranno lunatico e sanguinario, ma segna una rottura storica. Prima di tutto perché sono stati proprio gli europei ad avere reso possibile la vittoria del movimento insurrezionale convincendo anche le Nazioni Unite a dargli pieno sostegno e spingendo gli Stati Uniti a partecipare almeno alla prima fase dell’attacco, nonostante le forze militari americane fossero già pesantemente impegnate in altri due fronti:

pere – in modo, per ora, ancora non formale – che hanno deciso di andare insieme in Libia non appena sarà possibile. Fonti dell’Eliseo hanno precisato che la visita non avverrà, comunque, prima del vertice internazionale che è già convocato per giovedì prossimo a Parigi e soltanto dopo che Gheddafi

l’Afghanistan e l’Iraq. Tutto vero. Ma, a meno di voler dimenticare come l’Europa è arrivata alla decisione di appoggiare il movimento anti-Gheddafi, sarebbe più corretto dire che l’iniziativa di quello che Bernard Guetta definisce “risveglio” è quantomeno partita da Parigi e da Londra con Berlino che si smarcava, Berlusconi che dichiarava di «non voler distrurbare» il raìs di Tripoli e molte altre capitali che mettevano la testa sotto la sabbia. Del resto, anche Guetta ammette che «quando David Cameron e Nicolas Sarkozy hanno visto cadere Mubarak dopo Ben Ali, e gli abitanti dello Yemen e del Bahrein scendere in strada a manifestare, hanno capito che qualora non avessero colto l’occasione di prendere le distanze dalle dittature arabe, sostenendo le popolazioni che si stavano sollevando contro di esse, i rispettivi Paesi avrebbero perso l’autorevolezza che ancora restava loro a Sud e a Est del Mediterraneo». Ecco, di fronte alla più sanguinosa delle rivolte della “primavera araba” – e, attenzione, adesso c’è Siria dove i morti si contano già a migliaia – a Parigi come a Londra è scattato un campanello d’allarme che, in realtà, sarebbe dovuto scattare a Bruxelles se gli sforzi per co-

Dalle britanniche Sas alle giordane Royal Special Forces, dai commando degli Emirati Arabi Uniti a quelli del Qatar

Tutti alla ricerca del Raìs perduto er il Pentagono sta ancora in Libia, per l’Eliseo ha trovato rifugio a Sirte, la “sua”città (che ieri è stata infatti bombardata dai tornado), per l’intelligence inglese sta a Tripoli ed è guidati dalle loro indicazioni che gli insorti, giovedì, hanno assediato e poi conquistato il bunker sotterraneo di Bab al Aziziyah, di fatto la fortezza-caserma del Colonnello volatilizzatosi nel nulla. Ma niente è risparmiato nella lunga caccia al Raìs. Satelliti, droni, promesse di indulto per i traditori, mazzette per gli informatori, fino alla mega taglia di 1,6 milioni di dollari per chi, di fatto, è disposto a venderlo. La realtà è che Tripoli è quasi caduta ma, tre giorni dopo l’espugnazione della sua cittadella

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di Luisa Arezzo di Bab al-Aziziyah da parte dei ribelli, Muammar Gheddafi rimane introvabile. Eppure lo sforzo intelligence è massimo, e non solo quello anglo-francese.

Giovedì le forze speciali del Qatar sarebbero state le prime ad entrare nella residenza privata del leader libico a Bab al Aziziyah per cercare computer e documenti riservati. Ma non solo loro: stando a Robert Fox, esperto di affari militari del London Evening Standard, altre unità speciali dei Paesi del Golfo sono sul campo, dopo hanno ricevuto addestramento e guida da consiglieri militari britannici, francesi e americani.

Ma ad assistere i ribelli nella nuova fase del conflitto dopo la presa di Tripoli sono anche unità di commando di altre nazioni del Golfo tra cui gli Emirati Arabi Uniti e la Giordania con le sue Royal Special Forces. Il portavoce dell’Alleanza a Bruxelles non hanno confermato la presenza delle forze speciali, ma il colonnello canadese Roland Lavoie, portavoce dell’operazione “Unified Protector”, in una conferenza stampa ha detto che la Nato «è a conoscenza che alcune nazioni partner hanno una presenza sul terreno». E così dicendo ha implicitamente avallato il loro impegno sul terreno. Confermato sempre così, a mezza

voce, il coinvolgimento dei commando britannici delle Sas (Special Air Service) per i quali l’azione in Libia è un ritorno alle origini: in una delle loro prime operazioni riuscite della Seconda Guerra Mondiale, le forze d’elite di Sua Maestà, nate 70 anni fa proprio per le missioni più pericolose nel deserto nordafricano, attaccarono gli aeroporti libici distruggendo 60 aerei (in quell’occasione i due team paracudati sul terreno si dileguarono poi nel nulla, entrando nel mito), poi si distinsero a Tobruk e nel 1942 in un raid a Bengasi.

Le Sas erano tornate in Libia in febbraio prima ancora della risoluzione Onu che aveva chiesto agli stati di inter-


la guerra libica

struire una politica estera comune avessero avuto successo. Purtroppo bisogna ammettere che quegli sforzi, sfociati tra mille difficoltà e compromessi addirittura in un nuovo Trattato dell’Unione, non hanno raggiunto gli obiettivi sperati.

E che, ancora una volta, sono stati gli interessi degli Stati ad avere il peso più grande: se Francia e Gran Bretagna hanno reagito al pericolo di perdere l’autorevolezza da sempre rivendicata in quanto grandi potenze nazionali, l’Italia ha avuto paura di perdere il suo primato negli scambi commerciali e, perlomeno nella prima fase del conflitto, ha cercato di tenere il piede in due staffe arrivando perfino alla paradossale scelta di far volare i suoi aerei sulla Libia senza partecipare ai

bombardamenti. Adesso il ministro Frattini ha un bel dire che «non c’è nessuna gara» tra Italia e Francia su chi è più amico della Libia e che l’Eni non perderà alcun contratto per il petrolio e il gas. Proprio quest’ultima precisazione conferma che la logica è sempre quel-

quanto ha detto un altro ministro, Roberto Maroni, che si è chiesto se «l’interesse dell’Occidente non sia soltanto per le materie prime» e ha invitato l’Europa «a darsi una mossa». Per l’Europa, in verità, il futuro della Libia è una grande occasione. Che lo voglia o meno, per

Lady Ashton, il 22 maggio scorso, ha inaugurato a Bengasi una rappresentanza Ue, ma la conferenza internazionale che si terrà giovedì prossimo a Parigi non è stata certo convocata da lei la degli interessi nazionali. Con buona pace del “risveglio dell’Europa” e della sua voce unica. A rendere ancora più contraddittorio il quadro, poi, contribuiscono anche le divisioni interne alla compagine del nostro governo, come dimostra

venire a difesa dei civili: da un lato traendo in salvo, in una rocambolesca operazione, dipendenti del petrolio bloccati nel deserto a sud di Bengasi; dall’altro mettendo di nuovo piede sul suolo libico. Le Sas fanno parte delle truppe scelte dell’esercito britannico e sono il commando d’elite più longevo nel suo genere. Nate nel 1941 con l’obiettivo di creare lo scompiglio nelle retrovie delle Afrikakorps di Rommel, hanno poi fatto scuola e sul loro esempio sono state modellate diverse forze speciali sparse per il mondo. La loro storia è costellata di successi spettacolari così come di flop altrettanto eclatanti - a partire dalla loro prima missione. Il loro debutto - novembre 1941 - fu infatti un disastro: un terzo del commando, a causa delle condizioni meteo avverse e della resistenza del nemico, venne infatti ucciso o catturato. Un mese dopo la riscossa, proprio in Libia, con la distruzione dei 60 aerei. Il motto adottato dalle Sas - Chi Osa Vince - nel tempo è di-

quanto forti possano essere le resistenze della Germania – che è molto più attenta a quanto succede a Est – e di buona parte dei Ventisette, l’Unione europea come soggetto politico non può rimanere indifferente a quanto sta accadendo dall’al-

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tra parte del Mediterraneo. Gli sconvolgimenti in corso dovrebbero spingere la Ue a mettere da parte le divisioni e a realizzare davvero un risveglio che non sia soltanto frutto di una maldigerita scelta di qualche asse. Nel terreno della politica internazionale si sta ripetendo quello che è successo sul fronte altrettanto delicato dell’economia. La guida della difesa dell’euro è stata presa da Francia e Germania che stanno riscrivendo le regole della moneta comune. In politica estera, accanto alla Francia, è riemersa la tradizionale forza della Gran Bretagna che non fa parte di Eurolandia e che guarda con un certo distacco le vicende dell’euro, ma che non è disposta a cedere un millimetro e torna immediatamente nel pacchetto di mischia quando sono

in gioco gli interessi strategici del Continente.

Il rischio, insomma, è che l’Europa degli Stati – e degli Stati forti, s’intende – imponga le sue condizioni e che il ruolo delle istituzioni create appena pochi anni fa – in particolare l’Alto rappresentante per la politica estera e di difesa – rimanga soltanto formale. Lady Ashton, il 22 maggio scorso, ha inaugurato a Bengasi una rappresentanza della Ue che, ora, si sposterà probabilmente a Tripoli, ma la conferenza internazionale che si terrà giovedì prossimo a Parigi è stata convocata da Nicolas Sarkozy e la baronessa Ashton vi parteciperà come uno qualsiasi degli altri trenta invitati. Per prendere le redini del risveglio dell’Europa è ancora poco.

ventato fonte d’ispirazione per altri corpi d’elite. Stessa cosa per lo stemma: la spada di re Artù, Excalibur, circondata dalle fiamme.

L’attentatore di Lockerbie, che piazzò una bomba su un volo Pan-Am nel dicembre del 1988 uccidendo 270 persone, sarebbe fuggito insieme al Colonnello e i suoi figli

L’alone di mistero che ha sempre circondato le Sas è stato in un certo senso interrotto nel 1980 quando, in mondo-visione, le truppe fecero irruzione nell’ambasciata iraniana di Londra riuscendo a liberare un gruppo di ostaggi. L’azione non fece che aumentare il prestigio del corpo. Il successo però non è sempre garantito. Durante la prima guerra del Golfo un commando spedito nel cuore dell’Iraq in cerca di batterie missilistiche finì nelle mani di Saddam: tre morti e quattro prigionieri il conto finale. L’ultimo scivolone risale al marzo scorso. Protagonista la crisi libica. Un team diplomatico accompagnato dalle Sas venne arrestato dai ribelli e quindi espulso dal Paese. Che resta croce e delizia per le truppe speciali di sua Maestà.


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la guerra libica

A fronte dell’evidente debolezza del governo, Napolitano è stato spesso costretto a esprimersi anche in materia di Difesa. Eppure...

Il comando del milite non ignoto La Russa dice: «Non andremo mai in Libia, e in ogni caso ne parleremo con il Quirinale». Ma sbaglia perché le azioni dei militari corrispondono alle decisioni Parlamento e governo retendere di tirare in ballo il presidente della Repubblica in materie che non corrispondono ai suoi poteri costituzionali è improprio...». Così si è espresso in più occasioni il presidente Giorgio Napolitano. Specie in questi ultimi tempi, quando, a fronte dell’evidente debolezza del governo, le tirate di giacca dall’una o dall’altra forza politica si sono fatte frequenti. Con ottomila soldati fuori dai confini nazionali e le forze aeree che da quattro mesi sorvolano o bombardano obiettivi in Libia, vi sono stati e vi sono ancora momenti di incertezza in cui il presidente è stato costretto a esprimersi anche in materia di Difesa. È vero che lo ha sempre fatto in termini squisitamente politici, non militari, questo lo si è visto bene, ma ciò è sufficiente perché il cittadino ritorni ad interrogarsi su chi effettivamente comandi le forze armate.

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La questione non è affatto banale, ed emerge ormai con

di Mario Arpino una certa ricorrenza. Evidentemente il problema c’è, se già durante il settennato di Francesco Cossiga si sentì il bisogno di metterlo meglio a fuoco, istituendo un apposito gruppo di lavoro (la commissione Paladin), ed anche nel corso della presidenza Scalfaro, durante la guerra del Kosovo, sono state più d’una le occasioni in cui il ministro della Difesa o il capo di stato maggiore venivano chiamati a conferire in Quirinale. Nel frattempo, però, c’è stato qualche cambiamento e oggi la cosa migliore è tentare una fotografia della situazione attuale, magari con qualche commento. Per quanto attiene la “funzione Difesa”, il presidente della Repubblica, ai sensi dell’art. 87 della Costituzione, ha il comando delle Forze Armate, presiede il Consiglio Supremo di Difesa e dichiara lo stato di guerra, qualora approvato dalle Camere.

La dottrina però non sempre è concorde sulla reale attribuzione al Capo dello Stato dell’effettivo comando delle Forze Armate, la cui reale disponibilità è demandata al governo. Riconosce tuttavia che il comando costituzionalmente conferito non possa avere un carattere puramente cerimoniale e simbolico (libro bianco 2002), considerato il ruolo di garanzia e di indirizzo politico

Napolitano ha protestato contro chi lo sta tirando per la giacca

affidato al Capo dello Stato in materia di sicurezza e difesa. Infatti, questo ruolo risulta rafforzato dalla legge n. 25/1997 (la cosiddetta legge di riforma dei vertici) che, comportando l’aumento e la rilevanza dei compiti del Consiglio Supremo di Difesa, accresce anche la rilevanza politica delle attribuzioni del presidente della Repubblica, essendo egli presidente di quest’organo istituzionale. In origine, infatti, la legge n.626/1950, istitutiva del Consiglio Supremo, attribuiva allo stesso l’esame dei problemi generali, politici e tecnici attinenti alla Difesa, mentre la legge n. 25/1997 ne ampliava le competenze, attribuendogli anche l’esame di decisioni fondamentali in materia di sicurezza nazionale, rafforzandone la natura di efficace mezzo di collegamento tra organi costituzionali e istituzionali diversi. Utile è rammentare, in proposito, che alle sedute del Consiglio

Supremo partecipano il presidente del Consiglio, il ministro degli Affari esteri, il ministro dell’Interno, il ministro dell’Economia, il ministro della Difesa, il ministro delle Attività produttive ed il Capo di Stato Maggiore della Difesa. Segretario dell’organismo, con titolo a partecipare alle sedute ed a proporne l’agenda, è il Generale Rolando Mosca Moschini, già Comandante Generale della Guardia di Finanza, poi Capo di Stato Maggiore della Difesa e, attualmente, consigliere militare del Capo dello Stato. Anche questa unificazione delle due cariche è una novità, originata all’inizio del corrente settennato. I doveri e i poteri di indirizzo politico-militare e di controllo del presidente della Repubblica, pur rapportati alla sua “irresponsabilità” costituzionale per gli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, sono comunque di pieno rilievo. Per quanto concerne la procedura di indirizzo, creata dalla già citata


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Nuovi morti tra chi manifesta nel venerdi dell’ultima settimana sacra ai musulmani

Adesso Assad si “gheddafizza”, a Damasco ancora sangue Russia e Cina insistono nel sostenere “l’internazionale degli autocrati” E il presidente ordina di spezzare le mani a un vignettista che lo deride di Pierre Chiartano a fine ormai vicina di Muammar Gheddafi rende nervosi i dittatori sopravvissuti alla Primavera araba. E Bashar al Assad non fa eccezioni, l’autocrate di Damasco continua a far ammazzare la propria gente e a vessare gli oppositori, anche quelli apparentemente più innocui come il vignettista Ali Farzat, pestato a sangue dai miliziani del regime. E lo fa fingendosi anche un buon musulmano: offrendo l’iftar – il pasto di fine digiuno – che si consuma al tramonto di ogni giornata, a religiosi sunniti in visita nel Paese. Intanto si adopera per fare in modo che la lista dei lutti in Siria si allunghi ogni giorno di più. Le forze di sicurezza leali al presidente hanno infatti ucciso nella notte tra giovedì e venerdì dodici persone. Molte di queste morti sono il risultato di attacchi contro le manifestazioni di strada per chiedere la fine dei 41 anni di regime della famiglia Assad, che hanno luogo quotidianamente dopo le preghiere serali del mese di Ramadan. Secondo fonti citate da al Jazeera, quattro civili sono stati uccisi dai militari a Dayr az-Zor, nel Centro-Est, e a Duma, nel Sud. Tra le vittime anche un camionista turco colpito da un proiettile dei militari sull’autostrada verso la Turchia, all’altezza della città di Rastan, a nord di Damasco. Manifestazioni si registrano in molte altre città della Siria, in quello che è stato denominato Venerdì della fermezza e della costanza. E se è vero che nell’ultima settimana di Ramadan le preghiere valgono il doppio, allora possiamo immaginare in quanti stiano pregando per la caduta del dittatore.

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«Congratulazioni al popolo libico», si leggeva su cartelli portati in corteo nella notte dai manifestanti che hanno chiesto le dimissioni di Assad nella cittadina di Kisweh, poco a sud di Damasco, dove vivono migliaia di profughi delle Alture del Golan. «Dio è con noi. La rivoluzione mette insieme i liberi», gridavano i manifestanti nella cittadina di Zabadani, a ovest della capitale e vicino al confine con il Libano. E non c’è dubbio che quella che attraversa la Siria sia una battaglia di libertà, sostenuta dalle democrazie e obnubilata dalle autocrazie. Come quella di Mosca che ha semplicemente censurato la parola «Primavera araba» su stampa e media, sostituendola con parole come «caos e disordini». Eventuali cambiamenti di potere in Siria avrebbero ripercussioni importanti sulla regione. Ma Assad, della minoranza alawita, ha ancora alleanze con l’influente classe imprenditoriale sunnita, uno zoccolo duro nell’esercito e un apparato di sicurezza che trova poca resistenza nelle proteste. E soprattutto qualche alleato all’estero. Infatti ancora una volta Russia e Cina hanno boicottato la discussione al Consiglio di sicurezza dell’Onu per una risoluzione che punti a imporre

sanzioni sulla Siria. Era già successo anche per la Libia. Stando a quanto riferito da fonti diplomatiche, l’assenza di Mosca e Pechino alle consultazioni informali sul testo presentato lascia prevedere negoziati difficili sulla necessità di adottare delle misure contro il regime di Bashar Al Assad e il suo entourage. Mosca naturalmente si è espressa con forza contro le sanzioni, chiedendo che sia accordato più tempo al presidente per attuare le

riforme che ha promesso. Anche Brasile, India e Sudafrica, membri non permanenti del Consiglio Onu, hanno espresso forti riserve a riguardo. In un’intervista alla tv di Stato domenica, il 45enne Assad aveva affermato che stava rispondendo a una protesta armata e che non si piegherà alla pressione occidentale. Stesso copione recitato da Gheddafi e da tanti altri dittatori prima della fine: Saddam Hussein tanto per rammentarne uno.

ll vignettista siriano Ali Farzat, molto

Al Assad continua a fare strage di siriani, mentre offre l’iftar, il pasto di fine digiuno, e parla di Ramadan

conosciuto in Siria, è stato picchiato e sequestrato per alcune ore da uomini della sicurezza a Damasco. Lo denunciano i Comitati di coordinamento locale in Siria (Lccs), tramite la loro pagina Facebook. Stando alla ricostruzione degli attivisti, Farzat è stato avvicinato poco prima dell’alba da un mezzo della sicurezza nella zona di Piazza degli Omayyadi, nel centro di Damasco, mentre era di ritorno a casa a bordo della sua auto. Responsabile dell’operazione, stando alla pagina Facebook di Lccs, un «gran numero di uomini delle forze di sicurezza a volto coperto». Ferzat avrebbe opposto resistenza e per questo sarebbe stato picchiato con violenza, soprattutto alle mani. Gli uomini della sicurezza, precisano gli attivisti, hanno anche sequestrato il materiale che il vignettista aveva con sé al momento della cattura, compresi gli ultimi bozzetti. Farzat, riferiscono i Comitati di coordinamento locale in Siria, è stato poi ritrovato da alcuni passanti lungo la strada dell’aeroporto di Damasco. Ora è ricoverato in un ospedale della capitale. Ma la blasfemia di Bashar al Assad raggiunge vette inaudite quando giovedì ha offerto la cena dell’Iftar, al termine della giornata di digiuno, ai religiosi siriani riuniti a Damasco, e parlato del Ramadan come periodo ideale per compiere opere buone. Nello stesso giorno, però, la delegazione umanitaria dell’Onu è stata costretta ad abbandonare la Siria, su invito dello stesso governo. E l’analisi fatta al Consiglio di sicurezza dal vicesegretario generale è stata piuttosto esplicita. «Il presidente Assad – dice Lynn Pordoe – non dice ancora nulla sulle violenze commesse contro i civili e continua a parlare solo degli attacchi armati contro l’esercito e la polizia. La sua incapacità di frenare l’azione delle forze di sicurezza rende poco credibili i suoi annunci e la comunità internazionale resta scettica». Ma ci vorrebbe ben altro dello scetticismo internazionale.

legge n. 25/1997, non vi è dubbio che abbia, anche attraverso i “deliberata” del Consiglio Supremo, ampie possibilità di coordinamento (non di condizionamento) dell’attività del governo e del parlamento, considerato il suo duplice intervento, una prima volta nel Consiglio stesso ed una seconda in sede di promulgazione delle leggi approvate. Per ciò che riguarda la capacità di controllo, la sua funzione di comando è più evidente, essendo titolare dei poteri di nomina degli alti funzionari dello Stato, quindi anche dei vertici della Difesa, della emanazione o promulgazione di leggi e regolamenti, di scioglimento delle Camere, di presiedere il Consiglio Supremo.

Le decisioni di carattere politico-militare e quelle che possono avere comunque riflessi politici risalgono invece al governo, che ne è responsabile nel suo insieme, in solido con il ministro della Difesa. Il Capo di Stato Maggiore, che a scopo puramente consultivo si avvale dei pareri del Comitato dei Capi di Stato Maggiore, dove siedono anche il Segretario Generale della Difesa e il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, equiparata per legge a livello di Forza Armata, ha il compito di tradurre operativamente le direttive ricevute. Per fare ciò, si avvale del Comando Operativo di Vertice interforze, che emana tutti i provvedimenti necessari, coordinandosi con le organizzazioni Nato ed europee di pari livello. Al Comandante Generale della Guardia di Finanza viene richiesto di partecipare al Comitato solamente in casi eccezionali, in quanto il Corpo, pur essendo composto da militari con le stellette, non ha diretto rapporto gerarchico con la Difesa. Come si può notare, porsi la domanda “chi comanda le Forze Armate?” ed attendersi una risposta univoca è ancora oggi semplificazione eccessiva di un percorso assai complesso, che ha risposte diverse a seconda che si tratti di questioni politico-strategiche, politico-militari, tecnico-operative, ordinative o meramente amministrative. Una linea di comando però esiste, ed è sufficientemente chiara, sebbene molto - forse troppo - articolata. Fa capo al presidente della Repubblica e al parlamento, per discendere poi, in fase operativa, dalla presidenza del Consiglio al ministro della Difesa, fino al terminale tecnico rappresentato dal Capo di Stato Maggiore della Difesa. Altrettanto chiaro appare che l’organo di coordinamento attorno al quale ruota tutta la catena decisionale, propositiva e di indirizzo sembrerebbe essere, oggi, il Consiglio Supremo di Difesa.


economia

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Dall’annuale simposio di Jackson Hole non arriva l’annuncio di un terzo Quantitative easing auspicato dal mercato

Bernanke deprime l’Europa

In difficoltà le Borse del Vecchio Continente, vicine a un altro venerdì nero di Francesco Pacifico

ROMA. A salutare il suo discorso l’oro che ha battuto un nuovo record (1.786,50 dollari l’oncia). Le Borse europee, già scosse per le minacce di downgrade del debito tedesco, andate a picco. Per non parlare delle vendite sui titoli di Stato: a quota 300 punti è arrivato lo spread tra il Btp italiano e il Bund tedesco. I mercati sono rimasti a dir poco delusi dal discorso pronunciato da Ben Bernake all’annuale simposio dei governatori americani di Jackson Hole. Un testo franco, ma privo di quel balsamo atteso dagli operatori: il terzo round di allentamento monetario dall’inizio della crisi.

Uno dei suoi principali critici, il nobel Paul Krugman, aveva anticipato dalle colonne del New York Times che il banchiere non avrebbe fatto alcun passo espansivo per evitare il «fuoco di fila» che gli sarebbe arrivato in risposta dalla politica. Quindi, no ci sarebbe stato nulla «di significativo per fermare la disoccupazione o offrire una spinta alla crescita, perché la Fed sta soffrendo da paralisi indotta esternamente. In effetti, è stata politicamente intimidita nel prendere posizione mentre l’economia ristagna». E difatti il governatore ha misurato le parole, non facendo cenno neppure a quell’apertura sulla riduzione dei mutui a coloro che li hanno contratti con le agenzie Fannie Mae e Freddie Mac, annunciato da Barack Obama. Di più, non è andato oltre un generico, «la Banca Cen-

trale americana ha gli strumenti per sostenere l’economia degli Stati Uniti», bastato soltanto a far virare in positivo le Borse americane, scottate in mattinata dalle nuove deludenti stime sul Pil americane. Bisognerà aspettare l’annuale Federal Open Market Commit-

tee, a settembre, per comprendere a quale gamma di strumenti Bernanke vuole affidarsi per rimettere in modo la più grande economia del mondo. E la decisione di allungare di un giorno l’appuntamento, fa ben sperare in un intervento. Il Fomc, come è stato spiegato

Il governatore della Fed rimanda al Fomc di settembre le misure per aiutare l’economia degli Stati Uniti. E intanto chiede a Obama interventi fiscali e investimenti per la ripresa al simposio di Jackson Hole, «continuerà a valutare le prospettive economiche alla luce delle informazioni in arrivo ed è preparato a impiegare gli strumenti appropriati per promuovere una ripresa economica più forte in un contesto di stabilita dei prezzi». Il presidente della Fed attende, come del resto del mercato, di capire quale sarà l’evoluzione della crisi, prima di scegliere le mosse con le quali aiutare la ripresa. Intanto manda a dire alla Casa Bianca che serve uno sforzo in più per «promuovere la stabilità finanziaria e macroeconomica» il che si traduce in adottare politiche fiscali, regolatorie e commerciali efficaci, incoraggiare gli investimenti e a sostenere la ricerca e lo sviluppo e l’adozione di nuove tecnologie». Perché le «sfide per la politica sono due: aiutare la ri-

presa e farlo in modo che l’economia realizzi il proprio potenziale di lungo termine». A rileggerlo con attenzione, il discorso di Bernanke è risultato meno pessimista sul futuro dell’America. Intanto perché «il nostro sistema bancario è in generale molto più sano e le banche sono capitalizzate in modo molto più sostanziale». Ma all’Europa non basta, visto che mancano sia la promesse di misure espansive sia l’annuncio che gli Usa tornano a macinare strada, tirandosi verso la ripresa anche un’economia molto legata a essa come quella europea.

Il governatore ha ammesso che «è chiaro quanto la ripresa dalla crisi sia meno robusta di quanto sperassimo. Gli ultimi dati indicano che la crescita economica nella prima meta’ del semestre dell’anno è stata considerevolmente inferiore di quanto il Fomc della Fed si attendesse. Sebbene noi ci aspettassimo che continuasse una ripresa moderata e si rafforzasse nel tempo, il Fomc ha rivisto al ribasso le prospettive di crescita per i prossimi trimestri». Ma se questo è lo stato dell’arte, il numero uno della Fed non ha escluso che, «seppure ci vorrà del tempo, ci aspettiamo ragionevolmente di vedere un ritorno ai tassi di crescita e ai livelli di occupazione in linea con i fondamentali. Nonostante le difficoltà che stiamo fronteggiando, non ci aspettiamo che il potenziale di lungo periodo

dell’economia Usa sia materialmente colpito dalla crisi e dalla recessione se il nostro Paese compie i passi necessari». Soltanto quando il quadro sarà più chiaro, e cioè a settembre dopo i prossimi dati sulla disoccupazione, Bernanke e la Federal Reserve valuteranno «l’ampia gamma di strumenti che potrebbe essere usata per fornire uno stimolo aggiuntivo. Abbiamo discusso i relativi meriti e i costi di tali strumenti nella riunione di agosto e continueremo a considerarli, tenendo conto anche degli sviluppi economici e finanziari nella riunione di settembre che è stata programmata di due giorni invece di uno per consentire una discussione approfondita». La crescita dovrebbe accelerare nel secondo semestre, mentre e l’inflazione potrebbe tornare attorno al target del 2 per cento o anche al di sotto di questo livello. Così sono in molti a scommettere che la Fed, per riportare sotto controllo una disoccupazione elefantiaca, decida di lasciare il costo del denaro allo zero almeno fino alla metà del 2013. Non è mancato un pizzico di scetticismo sull’Europa. Con Bernanke che biasima i tempi di reazione del Vecchio continente, dicendosi convinto che «nel tempo si prenderanno tutte le misure necessarie e adeguate per far fronte in modo efficace» ai problemi di debito. Fortuna che gli operatori dell’area hanno preferito comprare pur di evitare un altro venerdì nero. Migliore piazza Milano con il suo -0,97 per cento.


Una lettura al giorno

Tutto su “Totò a coloriâ€?, il primo film italiano ad abbandonare il bianco e nero

Quando il principe divenne davvero azzurro di Orio

Caldiron

Eccezionale summa degli sketch teatrali, la pellicola di Steno rappresenta il capolavoro (surreale) del grande attore napoletano pagina I - liberal estate - 27 agosto 2011


una lettura al giorno

el corso dei trent’anni e più che ci separano dalla sua morte, Totò è diventato un personaggio quotidiano e familiare per milioni di italiani dopo che per molto tempo si è continuato a disapprovare la volgarità dei doppi sensi, il cattivo gusto delle battute, la confezione dozzinale dei suoi film. Oggi le imputazioni sono diventate i segni di riconoscimento della sua grandezza, i tratti distintivi della sua comicità. Una comicità decisamente compromessa con le pratiche basse che tanta parte hanno nel linguaggio del corpo e nei meccanismi del desiderio, nella magmatica irriducibilità della vita, necessaria per far coagulare la lingua universale della maschera. Sappiamo solo ora quanto sia straordinariamente moderno nella sua capacità di far lievitare i rituali perturbanti dello spiazzamento continuo, di mettere tutto in discussione con un sogghigno o con uno sbattere di ciglia, di essere saldamente ancorato per terra e insieme di sfidare la legge di gravità per volare via nel cielo della leggerezza.

N

La straordinaria fortuna cinematografica del mimo si spiega soltanto se si tiene conto dei grandi artigiani che stanno dall’altra parte della macchina da presa come Mario Mattoli, Carlo Ludovico Bragaglia, Steno, Mario Monicelli, Camillo Mastrocinque, che assieme a uno stuolo di sceneggiatori accompagnano il glorioso cammino del principe tra le platee traboccanti nel dopoguerra. Nella comicità di Totò si sono sempre alternate le sottolineature surreali, i guizzi sopra le righe come i riferimenti realistici, gli spunti d’attualità, gli umori sarcastici. Nei film a quattro mani, Steno e Monicelli usano entrambi i registri, quello surreale e quello realistico. Quando la coppia si separa, realizzano ciascuno per proprio conto numerosi altri film con Totò, accentuando l’una o l’altra

delle costanti del grande comico. Monicelli prosegue nella umanizzazione del personaggio avviata con i film più legati agli spunti d’attualità e alla verosimiglianza delle situazioni, Steno punta soprattutto sulla componente surreale imparentata con le origini teatrali. Il risultato più alto è senza dubbio Totò a colori (1952) di Steno, singolare summa dei grandi sketch teatrali, dal vagone-letto agli snob di Capri, dall’eccezionale Pinocchio al gran finale del direttore d’orchestra, esilarante passerella con Franca Valeri (Giulia Sofia), Carlo Mazzarella (Toffi, il suo fidanzato), Galeazzo Benti (Poldo di Roccarasata), Fulvia Franco (Poppy Winnipeg), Mario Castellani (l’onorevole Trobetta), Isa Barzizza (la ladra), Vittorio Caprioli (il cantante balbuziente), Alberto Bonucci (il regista russo), Virgilio Riento (il maestro Tiburzio), Armando Migliari (il sindaco di Caianello), Guglielmo Inglese (il giardiniere), Idolo Tancredi (Joe Pellecchia), Luigi Pavese (l’editore Tiscordi). Le deliranti peripezie di Antonio Scannagatti, il cigno di Caianello che ha mandato la sua grande composizione musicale agli editori milanesi Tiscordi e Sozzogno senza aver mai avuto risposta, danno vita al capolavoro surreale del grande attore e consentono di ripercorrere i momenti essenziali di una strepitosa vicenda teatrale e cinematografica che si è svolta nell’arco di quasi un cinquantennio dalla fine degli anni Dieci agli anni Sessanta sullo sfondo della evoluzione dello spettacolo italiano. Il film è tutto al servizio del comico non solo perché si propone esplicitamente di adattare il mezzo cinematografico all’attore di formazione teatrale, ma congegna la storia, se di storia si può parlare, in modo di poter riproporre alcuni dei più celebri sketch del suo glorioso passato. L’incontro con il cinema era avvenuto qualche anno prima quando Mario Mattoli vince la

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resistenza dei produttori che, dopo i mezzi flop dell’anteguerra, non hanno alcuna fiducia nelle possibilità cinematografiche del grande napoletano. La svolta è rappresentata da I due orfanelli (1947). Nell’occasione si usano le stesse scenografie ottocentesche di Fiacre numero 13, il feuilleton strappalacrime tipo Le due orfanelle di cui il nuovo film imbastisce la spericolata parodia, con orfanotrofi pieni di ingenue maliziose pronte a sostituire il grembiule con la camicia da notte, interi plotoni di dragoni che amoreggiano da lontano con le sospirose fanciulle, ignobili fattucchiere che nella palla di cristallo intravedono il passato e il futuro di ciascuno, conti zii e subdoli amministratori decisi a salvaguardare l’eredità dai diritti dei legittimi eredi con l’aiuto di seducenti fatalone pronte a tutto, duelli all’ultimo sangue e scalcinate guerricciole di ascendenza napoleonica dove tutti vanno alla carica tranne un minuscolo generale che da lontano aspetta pazientemente la fine. Il film va bene e incassa di più della stessa pellicola da cui aveva preso avvio. Non è ancora il trionfo, ma la strada è quella giusta. Nel giro di poche stagioni l’escalation ai primi posti della classifica dei maggiori incassi fa dell’attore il divo numero uno del nostro cinema. Negli anni successivi la singolare fortuna

Il film è tutto al servizio del comico: adatta il mezzo cinematografico all’attore di formazione teatrale e congegna la “storia” così da poter riproporre alcuni dei più celebri sketch del comico, che raccoglie i suoi maggiori favori presso il pubblico di periferia e di provincia, non accenna a diminuire. Fino agli anni Sessanta, in cui la totomania sembra aver sbollito i suoi più acuti furori, il magico nome di Totò è ancora una garanzia per vastissimi strati del pubblico popolare.

Straordinario divo dei poveri, Totò è stato il personaggio più famoso e amato di oltre un ventennio di cinema italiano, in cui profonde le sue singolari qualità in una serie di film confezionati per il consumo esclusivo del pubblico meno esigente. La grande avventura comincia con

la presa in giro della mitologia tipo sangue e arena delle corride, dei toreador, dei banderilleros, del pubblico esultante, delle miliardarie americane facili all’eccitazione, e prosegue con l’irresistibile epopea della legione straniera e della casbah, strizzando l’occhio al mito di Atlantide e alla tradizione della letteratura romantica già saccheggiata dal cinema francese e americano. «Totò parodiava sempre qualche cosa, muoveva sempre da uno spunto e si divertiva ad aggredirlo, a distorcerlo, a deformarlo», ricordavano gli sceneggiatori Age e Scarpelli. «Si è sempre divertito a rifare qualcosa di già esistente, che libera-


pensato di impersonare un gagà senza vestirsi come un gagà.Totò invece rubò al suo cuoco la più lisa e striminzita giacchetta bianca, assolutamente fuori moda e sottrasse al guardaroba di sua moglie un rotondo cappellino di feltro, ma quando apparve alla ribalta la sera, come un disegno animato tracciato da un caricaturista feroce, tutti compresero che più è meglio d’un critico tagliente egli scriveva in quel momento la definitiva stroncatura del gagà.Totò crea il personaggio per distruggerlo ma prima vi gioca a lungo, con astuzia beffarda, con perfidia felina, come il gatto e il topo. Egli per qualche istante abbandona la sua preda. Esce dal personaggio e sgambetta, ballonzola felice, lanciando al pubblico quelle parlanti occhiate da sotto in su, come per dire: Avete visto come l’ho conciato? Ma non è abbastanza. Aspettate e vedrete. E rientra con violenza nei panni d’un gagà, d’un Orlando furioso, d’un Pinocchio, d’uno sci-sci caprese, d’un nevrastenico viaggiatore di vagone letto, per ricominciare il suo gioco più serrato, più sfrenato, eccitandosi fino all’ebbrezza».Totò si trova ancora una volta al centro di un nuovo capitolo del teatro italiano di rivista, di un crocevia in cui si saldando in un organismo unitario la satira e il musical, l’irruenza farsesca e lo sfarzo coreografico. Al culmine della sua parabola di animale da palcoscenico, l’attore si scatena in tutta la genialità plebea accanto a una commediante di grande temperamento, aggressiva e popolaresca come Anna Magnani, lasciando il segno in più di una generazione di spettatori che ancora ricordano la grandiosa vena comica dei loro sketch.

Poter considerare il fotogramma come un palcoscenico in cui muoversi senza regole, rappresentò un’occasione unica nell’intera filmografia di Totò

mente reinterpretava, facendolo diventare l’occasione di una esibizione personalissima in cui sfogare una comicità insieme distruttiva e sorniona, irresistibile e sfuggente. Era la sua grande forza». Totò risolve tutto nella mimica, nella obliquità permanente dello sguardo, nella inesauribile cangiabilità di un volto che può atteggiarsi nella bonomia o scatenarsi nella cattiveria, nella mobilità disarticolata del corpo che si fissa nel manichino o si libera nel Pinocchio o si agita nel finto pazzo, straordinarie sedimentazioni di una lunga esperienza teatrale fondata sulla scansione dei movimenti, sul ritmo dei tempi scenici, sulla matematica delle entrate e delle uscite. Senza dimenticare il Totò che traduce la violenza parodistica, il gusto di contraddire e di sbeffeggiare nel sovvertimento della lingua, nella contaminazione dei materiali linguistici con cui, tra un «eziandio» e un «tampoco», tra un «a prescindere» e un «è d’uopo», manda all’aria le convenzioni della burocrazia e dell’autorità. Il cinema di Totò è sin dall’inizio un cinema della fretta

e dell’improvvisazione. Non ci vuole molto a accorgersi che i deserti infuocati sono soltanto la spiaggia di Fiumicino, che la giungla è stata ricostruita a Cinecittà, che l’aldilà è stato girato alle Solfatare di Pozzuoli, dove se si accende un pezzo di carta fuma tutta la montagna. Gran parte dei film sono girati alla svelta, tirati via in due o tre settimane al massimo, sulla base di copioni raffazzonati alla meglio. Ma è un fatto che il cinema di questo straordinario attore dell’eccesso è per molti aspetti ancora vivo, fresco, immediato, nonostante le cadute di tono, i limiti farseschi, le approssimazioni. Questo Totò ultimo della classe, da zero in condotta e zero in profitto, finisce miracolosamente con il sopravvivere a tanto serioso cinema del dopoguerra che, a differenza delle gloriose “totoate”, ci sembra invecchiare a vista d’occhio. Se le sue prime affermazioni avvengono nel mondo estroso e irrequieto del varietà italiano in crisi, l’attore partecipa tra la fine degli anni Venti e l’inizio dei Trenta, alla ristrutturazione del-

lo spettacolo minore, in cui la ricerca di una formula coincide con il rinnovamento del pubblico. Quando diventa capocomico, si presenta con una sua compagnia nei vari cinemateatro della penisola: è il grande momento dell’avanspettacolo, di cui diviene ben presto uno dei protagonisti più osannati. Si tratta di una stagione che ha profondamente segnato più di una generazione di spettatori per i quali le luci del varietà hanno coinciso con questo mondo sgangherato e un po’ guitto, punteggiato da golose apparizioni carnali e da risate irrefrenabili. Se non è certo da solo nella grande esperienza collettiva dell’avanspettacolo - che ha visto impegnati attori come Erminio Macario, Nino Taranto, Guido e Giorgio De Rege, Carlo Dapporto, Renato Rascel, Tino Scotti, spesso alla testa di proprie compagnie - resta, se non il più rappresentativo di una fase di transizione dello spettacolo minore che forse esige interpreti meno egocentrici, certamente il più geniale. Il fatto è che il grande comico non si risolve nell’avanspettacolo, non coincide con il tratto di strada che fa con gli altri, viene piuttosto tesaurizzando anche questa esperienza, che si stratifica nella composita archeologia del personaggio, costruito a misura della sua irriducibile ecceziona-

lità. Nello stesso periodo si avvia la collaborazione con Michele Galdieri, che sarà l’autore di quasi tutte le riviste interpretate da Totò tra guerra e dopoguerra, da Quando meno te l’aspetti a Volumineide, da Che ti sei messo in testa? a Con un palmo di naso, da C’era una volta il mondo a Bada che ti mangio! Sintonizzato sulle reali possibilità dell’attore, nonostante gli eccessi crepuscolari e le indulgenze piccolo-borghesi, favorisce l’approfondimento che la maschera di Totò conosce negli anni Quaranta, in cui meglio si definiscono le risorse di ammiccante partecipazione satirica agli avvenimenti contemporanei, mentre si affermano in sketch leggendari le sue originali qualità di mimo. «Chi non ricorda Totò-gagà nella sgangherata garçonniere con un pretenzioso bar istallato in un comodino da notte?», si chiedeva Galdieri.

«Il gagà era a quel tempo un personaggio vero, vivo, preso da Via Veneto e portato alla ribalta; sedotto da questa grottesca verità Totò se ne impadronì e trovò forse per la prima volta il coraggio di tradire la sua tradizionale rendigote e di separarsi per qualche minuto dalla sua inconfondibile bombetta. Ma non volle indossare la sgargiante giacca a quadri che il costumista gli aveva preparato. Era anche quella una verità ed egli doveva deformarla a suo modo. Nessun attore al mondo avrebbe mai

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una lettura al giorno Se si confronta la struttura-tipo della rivista - un modello ormai definito all’inizio degli anni Cinquanta con sufficiente approssimazione, equidistante dall’avanspettacolo quasi definitivamente scomparso e dalla stessa commedia musicale al di la da venire - con la griglia essenziale di Totò a colori, si riscontrano evidenti differenze in uno scenario di significative analogie. Non si tratta più di sfruttare il panorama delle riviste di stagione svelando-nascondendo il meccanismo stesso dell’operazione di assemblaggio, come si era fatto già poco prima con la super-rivista filmata di I pompieri di Viggiù, ma di attingere alla rivisitazione del passato teatrale del comico in una sorta di recupero filologico di sketch largamente noti e apprezzati - dal vagoneletto di C’era una volta il mondo al Pinocchio di Volumineide - insieme a numeri comunque già collaudati, come il duetto con Guglielmo Inglese, che è stato una delle più straordinarie spalle di Totò. Nella rapidità di confezione, tipica del cinema popolare, gli sketch più articolati e corposi vengono cuciti con siparietti di raccordo o nuovi adattamenti e più funzionali ambientazioni dei momenti topici come la passerella finale, che nel film si svolge tutta all’aperto, saldata all’inseguimento tra il cigno di Caianiello e l’onorevole Trombetta. Galeazzo Benti - che era stato lo stravagante Dodo della Baggina di L’imperatore di Capri - ritorna con il gruppo di snob irriducibili in Totò a colori, animando uno dei momenti più esilaranti che ha i suoi punti di forza nella telefonata di Franca Valeri, nell’ingresso di Pupetto dei Champs Élysées, nello sketch del pittore picassiano.

Quale è il ruolo del colore in Totò a colori? Scelto come prototipo del colore che ci si accinge a produrre industrialmente anche in Italia - Il più comico spettacolo del mondo sarà l’anno dopo la prima pellicola tridimensionale - il film è prodotto da Carlo Ponti e Dino De Laurentiis. «Era il primo lungometraggio a colori ed ero completamente impreparato di fronte al nuovo sistema», ricordava il grande direttore della fotografia Tonino Delli Colli. «La Ferrania cominciava a fare la pellicola a colori. Nessuno ci credeva, nessuno si capacitava che sarebbe venuta davvero fuori. Mi dettero settanta metri di pellicola, facemmo dei provini e vennero fuori colorati per davvero. Allora andai da De Laurentiis che lo produceva con Ponti e gli dissi che non ero capace di fare il colore come dicevano quelli della Ferrania, perché raccomandavano di illuminare la scena come una cartolina a flash, insomma pretendevano che non ci fosse nemmeno un’ombra o una mezza ombra, ma tutta luce piena. Dino insistette, io d’altronde non avevo

fluidità dei movimenti è tale da assicurare la lievitazione degli ingredienti di avvio, conseguendo risultati strepitosi e irresistibili sul piano dell’invenzione comica come avveniva sul palcoscenico. «Il famoso sketch del vagoneletto, l’ho fatto per la prima volta in C’era una volta il mondo», ricorda Isa Barzizza, «Era uno sketch per modo di dire perché alla fine era diventato lungo quasi come un atto di commedia, durava quarantacinque minuti, mentre al momento del debutto durava sì e no dieci minuti.

Per ottenere luce sufficiente a impressionare la pellicola, gli interni richiesero riflettori tre volte superiori a quelli necessari per un film in bianco e nero modo di controbattere le istruzioni della Ferrania, così mi misi d’accordo con Steno, lo avvertii che il materiale sarebbe venuto fuori tipo il Corriere dei Piccoli e infatti lo scenografo Piero Filippone fece le scene tutte colorate, con le porte verdi, le lenzuola azzurre. Questi colori ebbero un ruolo fondamentale nella costruzione di un’atmosfera quasi surreale, più conforme al varietà che al cinema». Il maggiore inconveniente è costituito dai riflettori. Per ottenere la quantità di luce sufficiente a impressionare la pellicola, le riprese in interni richiedono una luminosità tre, quattro volte superiore a quella necessaria per un film in bianco e nero. «Sotto il fuoco terribile delle lampade, l’orso che Franca Valeri ha con sé nello sketch di Capri si incattivisce. Anche Totò soffre enormemente il caldo. Alla fine del primo giorno di lavorazione si mette a letto mezzo

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accecato, con la testa che gli scoppia e gli abiti che scottano. Appena finita una scena, cercava di scapparsene dal teatro di posa, sembrava una farfalla accecata e bruciacchiata dalla lampada. Una sera si sentì male, aveva la parrucca arroventata perché al ciak, oltre ai riflettori, attorno alla macchina da presa si accendeva una corona di lampade che era stata ribattezzata il mostro. Così Steno gli fece mettere persino una borsa del ghiaccio sotto la parrucca, che cominciava a fumare».

Se sul piano della verifica sperimentale il film non contribuisce più di tanto all’affermazione del primo sistema italiano di cinema a colori, la mancanza di particolari ambizioni con cui nasce, il budget modesto che la produzione vi investe, l’atteggiamento del regista che conosce bene le potenzialità del comico purché gli sia lasciata libertà d’azione, sono tutti elementi che concorrono a fare di Totò a colori un’opera in cui l’uomo di teatro con la sua più che trentennale esperienza

s’impone come non avviene nei film precedenti e in quelli successivi con la libertà gioiosamente sfrenata delle grandi performance. Sono note le perplessità dell’attore nei confronti del mezzo cinematografico e dei travisamenti del cinema, la scarsa considerazione per i suoi troppi film destinati, secondo lui, a essere presto dimenticati. Qui si sente invece nel suo elemento, come un pesce che abbia ritrovato l’acqua da cui proviene, padrone assoluto del campo, finalmente libero di dire e di fare quello che vuole, quello che ha fatto tante volte a teatro, misurando la capacità di provocazione comica direttamente sugli spettatori. La possibilità di considerare il fotogramma come un palcoscenico in cui muoversi senza regole e costrizioni ne fa un’occasione unica nella filmografia di Totò, in cui sembra di poter assistere in diretta a un esperimento cruciale, che non è tanto quello di passare dal bianco e nero al colore, quanto la trasformazione dello sketch teatrale in sequenza cinematografica. La singolare vivacità dell’operazione è confermata soprattutto dallo sketch del vagone-letto in cui la matematica dei tempi e la

Ogni sera Totò aggiungeva qualche cosa. Per quanto riguarda lo starnuto, aveva cominciato con un accenno, vedeva che il pubblico ci stava e allora la seconda sera lo allungava, ma continuava a fare anche tutto quello che aveva fatto la sera prima. Una cosa si agganciava all’altra, con un rigore assoluto: inventava molto e, se riteneva che funzionasse, una volta che lo metteva a punto non cambiava più una virgola». Se ne trova una conferma anche nei ricordi di uno spettatore d’eccezione come Alberto Arbasino: «Con Totò, una pernacchia o uno starnuto o un tic, di tormentone in tormentone, diventavano parossismi forsennati e contagiosi, spropositati fuochi d’artificio demenziali, sempre inaspettatamente prolungati in code e strascichi di stizza e attacchi di apparente buonsenso mentecatto con le mani addosso. E con grande gioia ogni grande sketch - il vagone letto, i gagà di Capri, il finto manichino animato, il cabaret esistenzialista, il massaggiatore o parrucchiere assatanato o surreale, la corrida alla sangue e arena - veniva cambiato anche parecchio in ogni recita, con soggetti e invenzioni sempre più folli, e la perfetta complicità della spalla Mario Castellani. Così ci si ritornava più volte; e ci si interrogava: cos’ha fatto ieri sera? Un quarto d’ora in più sul Wagon-lit e il vago-qui!». Se si pensa al ruolo dello starnuto - annunciato, rimandato, riproposto, dilazionato - si trova un punto di riferimento privilegiato per considerare in modo più concreto la forza della riviviscenza teatrale, una ulteriore chiave di lettura delle pratiche compositive della comicità dell’attore, che sposta come vuole lo sguardo degli spettatori introducendo l’ingrediente della sorpresa. Lo starnuto esce completamente dalla trama intrecciata e stratificata degli interventi e dei rapporti che avvengono all’interno del vagone-letto tra Totò, Mario Castellani, Isa Barzizza, incarna la singolare capacità di spostare la nostra attenzione, di metterci in ansia, di farci partecipare alla possibilità dell’evento che può esplodere da un momento all’altro. Nella scatola magica del vagone-letto, nello scenario illusionistico istituito dal comico, tutto può succedere, anche uno starnuto.


o p i n i o n ic o m m e n t il e t t e r ep r o t e s t eg i u d i z ip r o p o s t es u g g e r i m e n t ib l o g e di cronach

ACCADDE OGGI

Una guerra? Può durare 45 minuti 1896: il conflitto più breve della storia vede Zanzibar arrendersi agli inglesi no si prepara, raduna truppe, fomenta gli animi. Forse inizia anche a pensare cosa farà, una volta raggiunta l’agognata vittoria. Ma soprattutto si concentra perché, davanti a sè, ha un conflitto potenzialmete devastante. Di certo non si aspetta che le ostilità finiscano nel tempo di un unico tempo di un’unica partita di calcio: 45 minuti. È successo nel 1896, quando l’isola di Zanzibar era oggetto di contesa fra le potenze coloniali dell’Impero britannico e dell’Impero tedesco. Gli inglesi avevano una posizione predominante, e nel 1890 ottennero che Zanzibar diventasse un protettorato britannico e l’impegno tedesco di non interferenza. Il sultano Hamad bin Thuwaini, in carica dal 1893, era controllato direttamente dalle autorità coloniali britanniche. Alla morte di Thuwaini, il 25 agosto 1896, appoggiato (seppure non in modo troppo esplicito) dai tedeschi, il nipote Khalid bin Bargash prese il potere con un colpo di stato. Gli inglesi ordinarono a Bargash di abdicare dandogli come ultimatum le ore 9 del 27 agosto. Bargash rifiutò l’imposizione inglese, e raccolse un esercito composto da circa 2.800 uomini, un vecchio panfilo e un cannone di bronzo che non sparava dal 1658. Le navi della Royal Navy aprirono il fuoco contro il palazzo la mattina del 27 agosto poco dopo le 9. Il cannoneggiamento durò 45 minuti. E il sultano si arrese.

U

Gli evasori fiscali non sono gli unici parassiti della società Nello spot antievasione dell’Agenzia delle Entrate, l’evasore fiscale viene definito parassita della società, che usufruisce ma non paga i servizi pubblici (strade, scuole, ospedali, parchi, trasporti e altri). L’evasione fiscale va sempre condannata, anche quella praticata per evitare il fallimento o altra cessazione d’attività. Comunque, la politica e la burocrazia sono pletoriche, privilegiate, talvolta corrotte: presentano disfunzioni e un costo eccessivo rispetto ai servizi resi, spesso carenti. Inoltre, sono varie e molteplici le categorie dei parassiti e scrocconi, che vivono a carico altrui e producono meno di quanto consumano.Vi sono oziosi, nullafacenti, mantenuti (da Stato, famiglia, privati).Vi sono falsi invalidi e malati immaginari. Specie negli uffici pubblici, vi sono assenteisti cronici, per certificati di malattia compiacenti; dipendenti assenti, che fanno timbrare il cartellino da altri; nonché coloro che abbandonano il lavoro in orario di servizio, per fare compere e sbrigare commissioni personali.Vi sono dipendenti assunti per nepotismo, raccomandazioni e concorsi truccati, che rubano il posto a candidati più preparati e meritevoli. Esistono ricercatori che non ricercano, professori che non studiano e non si aggiornano. C’è l’ampia classe degli sfruttatori dello Stato assistenziale (Stato sociale, Stato tutore, padrone, interventista, paternalista, burocratico, superpoliticizzato, invadente, onnipotente, fiscalista, mortificatore dell’iniziativa privata): parassiti privi di titolo e merito per ottenere i sussidi, gratuità e benefici goduti. L’esagerata redistribuzione della ricchezza può favorire parassitismi, sprechi, truffe e noncuranza.

Gianfranco Nìbale

”FEDERALISMO DIGITALE” PER SOPPERIRE AI TAGLI ALLA BANDA LARGA La banda larga è come l’Autostrada del Sole nel 1960. Pensate se non fosse stata realizzata. L’Italia ha due terzi del suo territorio senza internet e senza fibra ottica. Condanniamo automaticamente giovani e imprese in tante parti a rimanere fuori dallo sviluppo, soprattutto nel sud del Paese. Non fa, pertanto, certamente piacere apprendere che il governo ha tagliato buona parte delle risorse messe in dotazione per la banda larga (il progetto nel suo complesso prevedeva un investimento di circa 1,4 miliardi di euro che avrebbe portato ad una crescita di 2 miliardi di euro nel Pil) nell’ambito dell’attuale manovra economica. E pensare che nel febbraio di quest’anno, in pompa magna, il ministro dello Sviluppo Economico, Paolo Romani aveva ribadito l’impegno dell’esecutivo per la riduzione del digital divide, nel corso della conferenza stampa a Palazzo Chigi seguita al Consiglio dei ministri, in cui il premier Silvio Berlusconi aveva annunciato l’avvio della nuova fase del lavoro di governo «tutta tesa ai provvedimenti per il rilancio dell’economia, la crescita e lo sviluppo». Secondo quanto aveva affermato Romani, il digital divide, sarebbe stato azzerato entro la metà del prossimo anno (cioè nel 2012!). Notevoli le previsioni ipotizzate dal progetto governativo: si parlava dell’apertura di 3.000 cantieri e lavoro per 30mila persone

L’IMMAGINE

In Canada il campeggio è ad alta quota Anche i sostenitori delle vacanze avventurose potrebbero vacillare di fronte all’insolita “piazzola” scelta per queste tende. Per i campeggiatori che vi alloggiano, invece, si tratta di ordinaria amministrazione: quello che vedete, infatti, è il bivacco di una cordata di scalatori esperti, immortalati da Gordon Wiltsie, sulle pareti del Great Sail Peak, un muro di granito che svetta sull’isola di Baffin, in Canada. Queste arrampicate, spiega Wiltsie, possono durare anche alcuni giorni ed è necessario organizzare dei momenti di riposo, anche se a 1200 metri, come in questo caso

con ricadute stimate sul Pil in 1,46 euro per ogni euro investito, così come indicato dalle stime Ocse per gli investimenti in Ict. Prevista anche la nascita di un coordinamento nazionale per la banda larga che entro il 2013 avrebbe dovuto portare i quasi cinque milioni di cittadini ancora esclusi dal servizio di internet dentro la sfera della cittadinanza digitale. A questo punto, vista l’indisponibilità del governo Berlusconi a far fronte all’impegno preso, resta da giocare la carta dell’autonomia delle Regioni che, in questo scenario, potrebbero sopperire alla grave carenza e segnare l’avvio di un vero e proprio “federalismo digitale”. Si veda ad esempio a quanto realizzato già in Valle d’Aosta (territorio tra i più montuosi) ove c’è stato un accordo siglato tra Telecom Italia e la Regione: il territorio sarà coperto al 96% dalla banda larga entro due anni. O a quanto accade in altre zone del Paese ove sono state le amministrazioni comunali a promuovere le iniziative, in altre le Province o le Comunità Montane che hanno realizzato progetti in zone maggiormente estese. Il caso più portentoso, anche per l’impegno economico, è ovviamente quello della Lombardia: qui, entro il 2012, il 99,8% della regione sarà coperto con i servizi a banda larga e quello 0,2% che ancora non lo sarà, avrà garantito l’accesso col satellitare.

Enzo Fierro L I B E R A L- UD C BA S I L I C A T A

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la manovra

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I numeri non danno autosufficienza politica

Ragionate, da soli non ce la farete di Osvaldo Baldacci asta con le mille voci sulla manovra finanziaria. Ci pensa il PDL. Che Dio ci aiuti.Torna la sindrome da autosufficienza che ha assai contribuito a portarci fino a qui. Ora che lo spettro del disastro sembrava quasi aver fatto (un po’) rinsavire tutti mostrando la via di uscita attraverso dei provvedimenti amari ma necessari, subito si è arrivati a un bivio che non può piacere e che certo non tiene conto dei pochi, come il Capo dello Stato, che la strada della serietà l’avevano indicata con chiarezza. Da una parte il caos della pletora di fantasiosi parlamentari che risvegliatisi da un triennale letargo hanno iniziato a pensare che la manovra autorizzasse a lanciare qualsiasi cosa passasse per la testa, giusto per un po’ di pubblicità o per stornare il discorso dalle questioni più serie. Dall’altra le alzate di ingegno di chi pensa di fare tutto da solo perché solo lui ha la ricetta giusta e la capacità di risolvere tutti i problemi. A parte che di quest’ultima cosa proprio non ce ne eravamo accorti, visto il punto cui ci hanno portato, ciò che qui si vuole sottolineare è che l’alzata di toni da parte dei colonnelli del PDL sul fatto che sulla manovra decide il loro partito è qualcosa che sa solo di fumo propagandistico per nascondere l’incapacità di decidere. Il“Ghe pensi mi”stavolta è rivolto soprattutto alla Lega, ma è soprattutto segno di debolezza e di scarsa abilità politica, che disperatamente tenta di mascherare le proprie carenze con questo sfoggio di muscoli. In politica a decidere non è uno solo, e non è neanche un partito solo. Chi può decidere semmai è la maggioranza, quando trova un accordo al suo interno ed ha la forza di difenderlo e portarlo avanti.

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Non c’è alcun motivo perché un partito alleato debba accodarsi silenzioso al carro di chi pretende di decidere. E tantomeno lo farà la Lega, che nonostante le apparenze lo ha già fatto troppe volte e ora vive una crisi profondissima e di conseguenza ha bisogno di puntare i piedi per salvare quel minimo di appeal che le rimane. Quindi non si vede proprio quale forza abbia il PDL per imporre le sue volontà prima alla maggioranza e poi al Paese. La politica è (sana) trattativa, e il non volerlo comprendere è quanto ha portato questo bipolarismo al peggiore dei naufragi. Ora, se il PDL non si mette d’accordo con la Lega, la matematica dice che inevitabilmente deve trovare altre forze, altri numeri, per avere la maggioranza in parlamento. Perché è così che funziona, se non hai i numeri per la maggioranza, c’è poco da gridare “decido io”. È più facile che tu vada a casa piuttosto che l’abbia vinta. E allora il PDL per meri motivi politici dovrebbe trovare la forza di aprire il dialogo, magari con l’opposizione responsabile, piuttosto che barricarsi sempre più. Questo per la verità lo chiederebbe già la grave situazione dell’Italia, la crisi economica e di crescita, le difficoltà sociali, come invoca da tempo la parte più responsabile del Paese. Ma purtroppo la verità è che la sindrome da autosufficienza del PDL nasconde sempre più la sua deficienza politica. Realtà e soprattutto singoli che si sono messi insieme all’ombra di una leadership per dividersi il potere, una volta che il sistema si sgretola non hanno più alcun collante che li tenga insieme, sentendosi svincolato e anzi spinto a cercarsi una nuova posizione per il futuro. In queste condizioni come fa il PDL a essere guida nelle scelte da fare in una situazione così complessa e preoccupante come l’attuale? L’arroccarsi e il chiudersi non sono certo le risposte giuste, e la sua leadership, sempre più debole, può provare a rilanciarsi solo aprendosi al dialogo.

La maggioranza si spacca tra centro e periferia. La rivolta di sindaci e governatori

Contrordine, tagliamo i tagli

Nella riunione con i rappresentanti di provincie, comuni e regioni il segretario Angelino Alfano garantisce minori tagli e aggiustamenti in manovra. Si pensa all’Iva di Riccardo Paradisi ui tagli agli enti locali ora si tratta. Dalla riunione di ieri in via dell’Umiltà tra il segretario del Pdl Angelino Alfano e i rappresentanti degli enti locali – tra i quali è presente una grossa fetta di dissenso interno al centrodestra – esce un parziale compromesso. «Da Alfano dicono soddisfatti Giuseppe Castiglione, presidente dell’Upi e Osvaldo Napoli, presidente facente funzioni dell’Anci – ci sono giunte rassicurazioni su un possibile dimezzamento dei tagli agli enti locali». La Lega si spinge anche oltre auspicando addirittura «un azzeramento dei tagli, soprattutto per i Comuni». Le concessioni di Alfano intanto, se confermate, costeranno comunque delle misure compensative come quella accennata dal capogruppo Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto subito dopo la riunione di via dell’Umiltà. «Evidentemente la riduzione degli tagli agli enti locali e il recupero dei piccoli Comuni implica anche un recupero di risorse che noi identifichiamo ad esempio nell’Iva».

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Un provvedimento caldeggiato anche dal governatore della Lombardia Formigoni: «L’aumento dell’Iva è più sopportabile della drastica riduzione dei servizi che si verrebbe a creare con i tagli a Regioni, Province e Comuni» Il presidente dell’Upi Castiglione che è anche coordinatore del Pdl Sicilia assicura poi che nell’incontro con Alfano è stato ribadito che l’esistenza delle Province non è in discussione, anche se l’Upi è pronta «ad una riforma organica che porti alla «rivisitazione di

tutte le Province, nel pieno rispetto della Costituzione». Dal segretario Alfano è arrivata anche l’assicurazione che la linea del Pdl sarà quella di trovare risorse per la copertura dell’alleggerimento dei tagli a Regioni, Province e Comuni. Anche Osvaldo Napoli si dice ottimista e afferma che al di la dell’accordo con la Lega Nord è possibile andare verso il dimezzamento dei tagli degli enti locali.

Tra rappresentanti degli enti locali e il segretario del Pdl, sono state comunque concordate linee di intervento su almeno due punti che Formigoni riassume così: drastico ridimensionamento dei tagli alle regioni e agli enti locali, aumento dell’età pensionabile senza toccare le pensioni, dimagrimento dello Stato. Mentre «la proposta di qualche ministro troppo fantasioso di cancellare i piccoli Comuni non sta né in cielo nè in terra». Anche il sindaco di Roma Alemanno, ancora impegnato sul fronte della polemica con la Lega, apre qualche spiraglio a una mediazione, pur restando il capofila e la testa d’ariete del dissenso interno al Pdl sulla manovra. «Su Comuni, Province e Regioni sono arrivati tagli dalla manovra 2010, da quella di luglio 2011 e da questa ultima. In totale sono stati tagliati qualcosa come un centinaio di miliardi. Esiste un limite di sostenibilità». E a chi gli ricorda che anche l’intervento sull’Iva scontenterebbe tutti essendo una tassa sugli acquisti Alemanno risponde «Forse oggi ai cittadini non è chiaro ciò che significa ma quando si tratterà di chiudere asili nido, bloccare il trasporto pubblico locale,


Gianni e Roberto, la strana coppia Alemanno punta all’ala destra del Pdl, mentre Formigoni “guarda” Palazzo Chigi di Marco Palombi l ciclo di Silvio Berlusconi sta terminando, mentre il segretario del PdL e successore designato Angelino Alfano si deteriora ogni giorno che passa nell’amministrazione di questo lungo, confuso, funerale. È normale che coloro che ambiscono a restare vivi anche dopo il Cavaliere – e tra loro soprattutto quelli che non sono nati alla politica ad un parto coi predellini dell’uomo di Arcore – si stiano organizzando per prenderne il posto in tutto o in parte. Particolarmente vivace, in questi giorni, è un’accoppiata tenuta a battesimo proprio ad un meeting di Comunione e Liberazione alcuni anni orsono, cementata culturalmente attorno ad un generico impasto tra territorio, liberalismo temperato e dottrina sociale della Chiesa: quella tra Gianni Alemanno e Roberto Formigoni, non a caso entrambi con un ruolo istituzionale proprio, titolari cioè di voti conquistati personalmente (quale elezione ha mai vinto l’ex Guardasigilli?). Tutti e due stanno interpretando in modo assai creativo il loro ruolo: si sono fatti capofila delle proteste degli enti locali ai tagli – assai pesanti – presenti nella manovra e, mentre amministrano i loro doveri di sindaco e governatore, trovano pure il modo di riposizionarsi nella politica nazionale in pieno sole e in opposizione – se così si può dire – al traballante Silvio Berlusconi, all’antipatico Giulio Tremonti e, novità di non poco momento, al fratturato Umberto Bossi. Se però Formigoni punta dritto a palazzo Chigi, Gianni Alemanno – la cui esperienza da sindaco non è che sia stata finora una passeggiata

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tra le rose - sa che la guida del governo è un obiettivo fuori dalla sua portata e si accontenta, per così dire, di sognare la primazia sulla componente “destra” della federazione che il PdL diventerà nel dopo-Silvio.

Anche a questo gli serve – come ha raccontato l’Espresso – la campagna telefonica lanciata per la conquista dell’Anci, l’associazione dei comuni che lunedì sarà in piazza a Milano contro la manovra e nel congresso di ottobre dovrà scegliere il

Il governatore della Lombardia è pronto a sfidare l’ex ministro della Giustizia in caso di primarie per il partito successore dell’ex sindaco di Torino Sergio Chiamparino. Per il momento l’ex capo del Fronte della Gioventù se la gioca attraverso una serie di chiacchierate informali con colleghi di destra e di sinistra, in cui tenta di valorizzare il suo ruolo di ponte – in quanto esponente del centrodestra - tra esigenze degli enti locali e governo (anche per bilanciare il comunista Errani, presidente della Conferenza delle regioni). A dare una spintarella al sindaco di Roma in questa operazione proprio il governatore lombardo e Claudio Scajola, entrambi vecchi democristiani e in possesso di pacchetti di voti al “portatore” nell’assemblea dell’Anci. Non che Alemanno non

eliminare servizi sociali essenziali, si comprenderà allora qual è l’impatto di questa manovra. Questi non sono tagli alla politica sono tagli ai diritti dei cittadini, che i Comuni per primi vanno a erogare». Comunque secondo il sindaco della capitale è molto positivo che il Pdl sia in campo con il suo segretario per prendere il centro della trattativa anche se ribadisce «Abbiamo necessità urgenti gli enti locali non possono sopportate 6 miliardi di tagli, è impensabile, si riverserebbero sui cittadini. Bisogna rivedere profondamente la manovra». Aperture con riserva anche da parte del governatore del Lazio Renata Polverini: «Il Pdl ha assunto una posizione importante che è anche quella dei gruppi parlamentari, ovvero sostenere la drastica riduzione dei tagli alle risorse che penalizzano gli enti locali fino ad arrivare al loro dimezzamento. Si insisterà su un aumento dell’Iva e sulle pensioni. Uno dei problemi che il Pdl porrà con forza alla Lega. Abbiamo dato mandato ad Alfano ad agire nella direzione di un intervento sull’età».

si stia dando da fare anche di suo: dichiaratore indefesso (“manovra indigeribile, se non cambia dovremo restituire le fasce tricolori”), ieri con una delegazione di colleghi ha incontrato Alfano (“mi ha dato garanzie”), riproposto una “patrimoniale” sulle grandi ricchezze tipo Sarkozy e fatto comunella con Roberto Maroni, ministro leghista assai critico coi tagli agli enti locali. Peraltro il rapporto col Carroccio, nell’interpretazione del sindaco di Roma e dello stesso Formigoni, è parecchio competitivo: giovedì Alemanno ha battagliato al meeting di Rimini con Roberto Calderoli e ieri è stato addirittura tranchant (“il PdL è 3 o 4 volte più grande della Lega, sta a lui indicare i contenuti politici della manovra, non ai ministri o agli alleati minori”).

Formigoni nella battaglia col Carroccio è un passo più in là, anche perché la conduce dalla frontiera del Nord e peraltro facendo mangiare la polvere agli avversari in termini di consenso e gestione/occupazione del potere. Il presidente della Lombardia sente che è arrivato il suo momento e per questo oltre a lavorare sotto traccia e ad essere sempre più presente in tv e sui media generalisti, comincia a lasciarsi andare, specialmente nei posti in cui si sente a casa tipo il catino riminese di Cl. È tanto vero che Formigoni Roberto, detto il Celeste, in una recente notte romagnola ha sostanzialmente esposto il suo programma ad un gruppetto di giornalisti, finendo poi per smentirlo alla luce del sole, complice un’incazata te-

lefonata del Cavaliere. Di che si parla? Se Berlusconi non dice entro Natale che non si ricandiderà più il PdL è finito.

L’orizzonte delle alleanze deve cambiare: Udc, Api, Fli e la parte moderata del Pd sono i nostri interlocutori naturali, se la Lega ci sta bene, ma non avrà più la golden share. Mi voglio candidare a premier: ho fatto fare dei sondaggi e vado bene al Nord e pure al Sud, così così al Centro. Il governatore “Celeste”, in buona sostanza, ci crede e pensa che il mite Angelino – se ci saranno le primarie – se lo mangerà senza nemmeno troppo sforzo. È un mix di vecchio e nuovo, Formigoni: uomo di parrocchia e palcoscenico, virgineo e vezzosissimo nella sua new wave in fiori e pelle, con la stessa naturalezza piazza un uomo alla Asl e si sdraia su uno yatch a portata di fotografo. il suo unico problema è il tempo: Silvio è ancora qui e certi tramonti riescono a durare anni.

alla maggioranza che consente all’opposizione d’esercitare una critica ad alzo zero sulla maggioranza la quale secondo Fli cambia idea ogni minuto sulla manovra, lasciando emergere totale assenza di programmazione e di lungimiranza politica. Troppo presa a punzecchiarsi, a frenare l’incontenibile Lega e a mettere a tacere i frondisti». Finocchiaro, del capogruppo in Senato del Pd «Ormai è palese che dentro la maggioranza, su ciascun punto, è in atto un conflitto aperto. Addirittura, la commissione Affari costituzionali, quindi la stessa maggioranza, ha cassato integralmen-

sui patrimoni e sui redditi equivale a una contro-sussidiarietà suicida dello Stato verso il cittadino. Chi detiene patrimoni leciti, sui quali ha pagato imposte giuste, ha contribuito a creare ricchezza e, proprio grazie a essi, continua a produrla con investimenti e consumi». Per questo «ulteriori prelievi fiscali non sarebbero sinonimo di solidarietà, ma solo di una maggiore spesa pubblica e forse di un debito più alto e di una povertà più diffusa. Imposte alte penalizzano il risparmio, generano sfiducia nella capacità di stimolare la ripresa, colpiscono le famiglie e impediscono la formazione di nuovi nuclei familiari».

A chi gli ricorda che anche l’intervento sull’Iva scontenterebbe tutti essendo una tassa sugli acquisti Alemanno risponde che i tagli ai comuni mettono a rischio asili nido, trasporto pubblico locale e servizi sociali essenziali

A scanso di equivoci e di sorprese comunque l’Aci chiede un incontro urgente a Berlusconi per verificare gli intendimenti del Governo circa i contenuti della cosiddetta manovra bis che riguardano il sistema dei Comuni. Comuni che entrano in sciopero, come accade per parecchi municipi di Lazio e Liguria, o che manifestano davanti a Montecitorio voltando i gonfaloni in segno di protesta. Un livello di conflitto quello interno

te il testo approvato dal Consiglio dei ministri, sostenendo che è viziato da profili di incostituzionalità. Si tratta di un attacco frontale alla regia del ministro dell’Economia». Sulla manovra interviene anche l’Osservatore Romano bocciando ogni ipotesi di Imposte patrimoniali, nuove tasse o surrogati simili: «Durante una crisi prolungata – scrive l’economista Gotti Tedeschi – riducono o azzerano le risorse per gli investimenti, scoraggiano la fiducia degli investitori, penalizzano il costo del debito pubblico e le possibilità di rinnovo alla sua scadenza». In questo contesto infatti «imporre tasse

Quale sarà la quadra, per usare la vecchia formula di Bossi, con cui troverà una forma compiuta la manovra si dovrebbe comunque sapere lunedì prossimo dopo il vertice tra Berlusconi e il leader della Lega. Tanto più che Roberto Maroni sostiene che in questo incontro si metterà un punto alla manovra». Uno scenario che l’esponente Udc Pierluigi Mantini definisce grave: «L’annunciata chiusura della manovra nello stretto perimetro delle intese tra Bossi e Berlusconi -sottolinea il deputato centrista – è irriguardosa nei confronti delle opposizioni e delle costruttive proposte di modifica avanzate dai mondi produttivi e vitali del paese. Se non fosse inverosimile sembrerebbe una sorta di serrata del governo dinanzi al Parlamento. È invece necessario un confronto utile e serio in Parlamento, il bullismo di governo non aiuta la qualità e la sostenibilità politica delle scelte».


la manovra

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A beneficiarne sarebbe soprattutto l’export, su cui l’accisa non si paga. E quindi il Paese intero, sempre più immobile nella produzione

Una lucida follia

Aumentare l’Iva non significa necessariamente congelare i consumi: il suo primo effetto è un cambiamento nelle preferenze di acquisto dei consumatori, che potrebbe riequilibrare la nostra bilancia commerciale. Berlino insegna di Gianfranco Polillo olo un mese fa, nel pieno della bufera finanziaria, parlare di aumentare l’IVA sembrava una bestemmia. Abbiamo faticato non poco per convincere del contrario. E non è detto che la battaglia sia stata vinta. Lo vedremo nei prossimi giorni quando il confronto all’interno della maggioranza diverrà serrato e l’opposizione farà sentire la sua voce. Se da un lato Silvio Berlusconi sembra più che convinto, dall’altro rimangono, seppure per motivi diversi, le perplessità della Lega e del PD. La prima teme, sbagliando, le reazioni di una parte del suo elettorato. Commercianti e piccoli imprenditori ritengono che questa misura comprimerà ulteriormente i consumi, fino a determinare fenomeni recessivi. C’è naturalmente del vero in queste affermazioni, ma anche un fraintendimento. I consumi calano soprattutto per effetto della fase di incertezza che segna le economie dei principali Paesi. Non si vede ancora luce al di là del tunnel. Conseguenza? Rinviamo gli acquisti e

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pensiamo, quando è possibile, a risparmiare. L’orizzonte è nero. Meglio prepararsi.

Se il clima fosse più disteso, le conseguenze sarebbero meno negative. Aumentare l’IVA non significa necessariamente congelare i consumi. Il suo primo effetto è un cambiamento nelle preferenze dei consumatori. Si acquistano beni meno opulenti e si ricerca un rapporto qualitàprezzo in grado di compensare il maggior prelievo fiscale. Si deve aggiungere che, in una fase di ristagno, come l’attuale, almeno una parte del maggior carico fiscale sarebbe assorbito da una leggera contrazione dei profitti. Come dicono i tecnici, la traslazione d’imposta sarebbe parziale. Quando i tedeschi, nel 2007, aumentarono l’IVA del 3 per cento, la maggiore inflazione – secondo uno studio recente del FMI – fu appena dello 0,73 per cento. Del resto quali sono le alternative? Aumentare l’imposizione personale? Le conseguenze sarebbero peggiori. Nel primo caso il cittadino ha possibilità di scelte

maggiori: può ridurre i consumi e risparmiare o abbassare la soglia qualitativa dei suoi acquisti, rispettando la sua curva di indifferenza. Non camice di seta, ma di semplice cotone. Nel caso contrario, invece, l’aumento della tassazione sul reddito prodotto è un semplice diktat. È lo Stato che mette direttamente le mani nelle tasche del cittadino, costringendolo all’impotenza. Ma l’imposta non è progressiva: replica il PD. Vecchia storia, dai connotati paradossali. In teoria l’imposta personale risponde meglio ad

I tedeschi l’hanno alzata del 3% nel 2007 (e l’inflazione salì pochissimo)

un criterio di equità, come del resto solennemente stabilito nella nostra Costituzione. Presuppone, tuttavia, che tutti paghino le tasse. Quando l’evasione, invece, è pari a 240 miliardi di euro. Quel principio si trasforma in una semplice beffa. Ma anche nell’IVA – si replica – il livello di evasione è molto elevato. Verissimo. Ma qui le contromisure sono più facili da gestire. Norme più severe contro chi – chiusura degli esercizi – non rilascia lo scontrino.Tracciabilità dei pagamenti: carte di crediti o assegni, per importi

minori. Si fa un favore alle banche? Certamente, ma il Fisco guadagna cento volte tanto. Senza considerare infine che l’IVA si spalma su tutti i consumi – si possono escludere quelli di prima necessità – evitando quelle mazzate fiscali che, sarebbero, altrimenti inevitabili.

C’è quindi una logica profonda in questa scelta. Gli altri Paesi, meno condizionati dai riti ideologici della sinistra italiana, l’hanno capito da tempo. In Germania il peso delle imposte indirette su quelle dirette – secondo le rilevazioni della Banca d’Italia – è di 1 punto di PIL superiore a quelle dirette. In Francia la distanza è ancora maggiore: 5 punti di PIL. Solo in Italia vale la regola inversa: le imposte dirette superano di 1 punto quelle indirette. Quali le motivazioni? Soprattutto la difesa del proprio mercato interno. Per fare un esempio concreto, in Italia una bottiglia di Vodka costa 8 – 9 euro. L’equivalente di una bottiglia di vino non particolarmente pregiato. L’Italia, però, produce vino mentre im-


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Il Terzo Polo deve divenire l’interlocutore privilegiato del nuovo soggetto, necessario a tutti

Luca non basta, per risorgere serve il “partito che non c’è”

Sbaglia chi ritiene la discesa in campo di Montezemolo l’unico evento salvifico della politica italiana. Si deve ripartire dal basso, dalla società di Enrico Cisnetto segue dalla prima E mai come in questo momento si avverte un vuoto nell’offerta politica che è a disposizione degli italiani. Se la mia “Cortina InConTra” serve anche – dal mio punto di vista, soprattutto – a tastare il polso a quella parte del Paese che ha sulle sue spalle il compito di tenere ancora acceso il motore dello sviluppo economico, e nello stesso tempo a fornire ad essa indicazioni costruttive su come venir fuori da un declino che sembra essersi fatto inesorabile, ebbene mai come quest’anno l’interazione tra chi è salito sul palco e gli 80 mila che hanno assistito a cinque settimane di incontri e dibattiti ha dato un risultato netto e di facile leggibilità: bisogna azzerare tutto e ripartire. “Resurrezione”, l’ha chiamata Fausto Bertinotti, abbandonando la sua precedente idea di “rifondazione”. Resurrezione è appunto qualcosa di più e di diverso: per rifondare si possono usare anche le macerie a disposizione, per risorgere occorre ripartire da zero. Tra il Paese e il ceto politico non c’è più il presupposto fondamentale della relazione, la credibilità. Sarà anche anti-politica, ci sarà anche una buona dose di qualunquismo in questo rifiuto di tutto e di tutti (quasi tutti, perché uno spiraglio c’è), ma così è, e non vedere e non capire è in circostanze come queste l’errore più grande che una classe dirigente possa commettere. Era già successo nel 1992, quando di fronte alla caduta verticale di credibilità della politica, i leader di allora commisero il tragico errore – per loro, ma anche per noi che ci siamo dovuti sciroppare la cosiddetta Seconda Repubblica – di sottovalutare il fenomeno e di conseguenza di non opporre rimedio. E l’errore lo commisero sia quelli messi alla gogna sia coloro che sembravano i beneficiari della situazione, e che invece erano oggetto pure loro del discredito generalizzato. Se così non fosse stato, non si capirebbe perché Occhetto perse a favore di un outsider come Berlusconi. Il quale trionfò non perché titolare di televisioni ma in quanto “sparigliante”.

Dico questo perché trovo scoraggianti due fenomeni e sbagliata una reazione. Il primo fenomeno è, come 19 anni fa, quello della mancata comprensione di cosa sta accadendo nel Paese da parte di chi sta al governo. Non di tutti, ma di molti. Se devo giudicare dal mio microcosmo, solo Galan e Alemanno hanno percepito come stanno le cose. Certo non lo hanno capito molti esponenti Pdl e tutta la Lega, compreso il ministro Maroni, che decidendo di cancellare la sua presenza a Cortina fissata per domani. giornata di chiusura, ha perso una clamorosa occasione di percezione del mal di pancia che c’è nella borghesia e nel ceto medio, e quindi di contatto con queste realtà.“E’ finita”, ha invece detto e ripetu-

to il Sindaco di Roma dal palco di Cortina nel confronto con il suo collega De Magistris. Dove si voglia andare non è affatto chiaro, ma almeno la comprensione c’è. E c’è anche da parte del neo Sindaco di Napoli, il quale pur avendo mille ragioni per godersi la sua luna di miele con gli elettori partenopei e fottersene, ha scelto di dare un messaggio di alleanza con “chi ci sta”. Il partito dei sindaci? Beh, la manovra berlusconiana è riuscita nel miracolo di mettere insieme gli Ale-

Se si vuole concorrere alla Terza Repubblica non si può aspettare che la Seconda sia morta del tutto manno e i De Magistris, e può essere che “finito il pericolo comune finita l’intesa”. Ma la stretta di mano tra i primi cittadini di Roma e Napoli salutata con un interminabile applauso a Cortina, ha comunque un significato ben preciso: voglia di cambiamento, voglia che si metta fine al bipolarismo muscolare che genera scontri senza fine. Il secondo fenomeno, anche questo simile a quanto avvenne due decenni fa, è la tendenza delle opposizioni a dare per scontato che il rovescio del governo significhi travasi di consenso verso di esse. Cosa che non è e non sarà. E non solo per la Sinistra, ma anche per il Centro. Attenzione alle illusioni ottiche: giusto o sbagliato che sia, nel tritacarne del discredito della politica ci finiscono tutti. Per questo capisco ma non condivido la reazione, di cui anche Liberal è stato protagonista, alla “discesa in campo” di Montezemolo. Siamo a quella che chiamavo “reazione sbagliata”. Certo, è vero, questa stessa definizione di “discesa in campo”, un profilo molto leaderistico dello scioglimento del tormentato nodo “scendo, non scendo” che accentua la perniciosa abitudine della personalizzazione della politica, rendono la scelta del presidente di Italia Futura troppo berlusconiana. Il fatto

stesso, poi, che si tratti di un altro “ricco” che vuole fare politica – perché è questo ciò che viene percepito, non la dimensione imprenditoriale, anche perché si è visto quanto fosse bugiarda l’equazione capace in azienda uguale capace di governare il Paese – accentua ancora di più questa similitudine.

Tuttavia, Montezemolo viene percepito (ancora) come una novità e ciò lo rende spendibile in quel quadro di “resurrezione” di cui abbiamo detto. E di questo tutti, a cominciare dai signori del Terzo Polo, devono tener conto se non vogliono sbagliare clamorosamente le previsioni. Sarebbe sciocco sottacere anche i potenziali limiti intrinseci della eventuale operazione Montezemolo. Il più importante dei quali riguarda l’eccesso di incertezza che finora ha avvolto, come un fumo grigio, l’eventuale scelta. Lui a “Cortina InConTra”, a domanda ha risposto “sì, ma”. Che è già molto di più di quanto non avesse detto finora, visto che di solito replicava con un “se parlo di politica non vuol dire che voglio fare politica attiva”, e al massimo si era spinto ad un “vedremo”. Cosa vuol dire quel “sì, ma”? Che lui è intenzionato a cogliere lo spazio che si è aperto, tanto è vero – e non è un segreto – che la sua associazione sta filiando in tutta Italia comitati che sembrano essere, o potrebbe essere alla bisogna, dei comitati elettorali. Ma nello stesso tempo Montezemolo vuole verificare, cautamente, se esistono davvero le condizioni per un suo impegno diretto. Questo però non può voler dire che si possa aspettare i suoi pur rispettabili tempi personali. Bisogna che il “partito che non c’è” nasca subito, e non può essere di questo o di quel personaggio, ma per avere successo – dopo l’insuccesso del partito personale di Berlusconi – deve nascere dal basso, su iniziativa della società civile, intesa come associazioni, movimenti e singole personalità che si organizzano in modo aperto e democratico. Poi chi saranno i leader – non è un caso l’uso del plurale – del “partito che non c’è”, sarà un problema del dopo. Così come sarà un problema successivo, l’incontro – necessario, opportuno, inevitabile – tra il nuovo soggetto politico e il Terzo Polo. Se si vuole concorrere alla Terza Repubblica non si può aspettare che la Seconda sia definitivamente e inequivocabilmente morta. Gli italiani non ne possono più. Dunque avranno credibilità e titolo a guidare il Paese in una nuova stagione politica solo coloro che avranno dato un contributo decisivo a chiudere la vecchia. Il tempo stringe. (www.enricocisnetto.it)

porta la bevanda russa. Ed allora perché non aumentare le accise – una sorta di IVA rinforzata – sulla produzione di super alcolici. Il fatto è che l’IVA si paga sia sulle importazioni che sulla produzione interna. Le esportazioni ne sono esenti. Ecco, allora, che aumentare l’IVA ha gli stessi effetti di una svalutazione monetaria. Spinge, cioè, il sistema economico ad esportare di più ed importare di meno. Visto che il tema della mancata crescita è la vera palla al piede della nostra economia, assumere questa decisione – in alternativa ad un aumento della tassazione sui fattori produttivi (capitale e lavoro) – può dare un piccolo sollievo.

Corrisponde questa misura alla fase congiunturale che il Paese sta vivendo? Proprio in questi giorni l’ISTAT ha pubblicato i dati sulla bilancia commerciale. Profondo rosso. Il deficit dei primi 6 mesi dell’anno è pari a 22,2 miliardi di euro: 6,8 miliardi in più rispetto al corrispondente periodo dell’anno passato. Di male in peggio. Nel 2010 il deficit delle partite correnti (merci e servizi) era stato (ultimo Bollettino economico della Banca d’Italia) di 53,5 miliardi: ben 23,2 miliardi superiore a quello del 2009. Se ancora vigesse il vecchio conio – vale a dire la lira – saremmo stati costretti a svalutare. Non abbiamo dovuto compiere questa scelta dolorosa grazie all’euro. Il deficit delle partite correnti è stato infatti compensato dall’afflusso di capitali esteri (ben 88,8 miliardi di euro). Ma quelli erano i tempi in cui l’eccesso di liquidità – riflesso della politica americana – rendeva tutto facile. Soprattutto fare debiti ad un bassissimo tasso di interesse. Musica oggi cambiata. Il deficit delle partite correnti può essere ancora finanziato, ma ad un costo – gli spread sui titoli pubblici italiani – crescente. Ecco una ragione in più per muovere l’IVA: se essa contribuisce a chiudere il rubinetto delle importazioni. Dovremmo quindi essere tutti d’accordo, se abbiamo a cuore l’interesse del Paese e non le beghe di cortile. Dovrebbe essere soprattutto d’accordo Giulio Tremonti che fu tra i primi a sostenere la necessità di un passaggio: tassare le cose e non le persone. Notiamo, invece, la sua freddezza, che non riusciamo a comprendere. Giochi di palazzo? Ripensamenti sulla Via di Damasco? Non siamo in grado di sciogliere l’enigma. In una vecchia polemica con Mario Monti, il Ministro dell’economia rivendicò di essere un giurista, capace di domare con gli strumenti del diritto una crisi così devastante. Il nostro è un retroterra diverso: numeri ed algoritmi. Può darsi che noi abbiamo torto e Giulio Tremonti ragione. È venuto però il momento di dimostrarlo.


ULTIMAPAGINA “Mirador”, la vita della Némirovsky scritta dalla sua Elisabeth

Quando i meriti delle madri rivivono nelle di Pier Mario Fasanotti a madre: Irène Némirovsky, grande scrittrice, morta ad Auschwitz quando aveva 39 anni. Una delle due figlie, Elisabeth, aveva 5 anni quando lei intuì la tragedia. Dopo la Liberazione con la sorella Denise e la tata, andava spesso alla Gare de l’Est di Parigi sperando di vedere in qualche volto smagrito i tratti sfocati dei genitori. Sì, perché anche suo padre, Michel Epstein, l’avevano portato nell’inferno nazista e sbattuto in una camera a gas. Le due orfane avevano avuto in consegna dal papà una valigia assieme alla raccomandazione di non separarsene mai. Dentro, oltre a pellicce e poche fotografie, c’era il quaderno in cui Irène aveva scritto l’ultimo suo capolavoro, Suite Francese (in Italia edito da Adelphi, come tutti gli altri). Elisabeth e Denise, con la governante Julie, bussano all’appartamento della nonna materna Fanny. Ma quella non apre e, a battenti chiusi, così reagisce: «Esistono degli istituti per bambini bisognosi a cui rivolgersi». Elisabeth cresce, studia ed entra nel mondo editoriale, prima come traduttrice poi come direttore di collana. Scoprirà molti giovani narratori, li incoraggerà intuendone il valore.

L

È una donna colta e brillante. Vuole scrivere, essere lei autrice, ma c’è il tenebroso ingombro della madre, un intreccio di ammirazione e affetto. Dolce, ma anche duro come l’acciaio. Deve aspettare cinquant’anni prima di affrontare il totem materno. Lo fa diventando sua madre, scrivendo la storia di sua madre in prima persona. Il libro, Mirador è un successo ma, quel che conta davvero, spiana la strada all’autrice che negli anni successivi, pur colpita da un tumore, scrive una pièce e un romanzo (Un paysage de cendres). Nel ’96 Elisabeth Gille muore. La dolorosa testimonianza esce ora in Italia (Mirador, Fazi editore). L’incipit è memorabile: «Ho sempre trovato violento l’odore dei tigli, che invece è delicato nei libri e dà alla testa nella dolcezza delle sere di tarda estate». Irène soffriva d’asma, ma corteggiava quegli alberi nella natia Kiev. Il profumo la rimanda al momento in cui sua madre, «in un baleno mi afferra e mi stringe al petto. E io che sprofondo tra i suoi seni, con la fronte graffiata dalle perle, e che, soffocata dai suoi effluvi, urlo e mi dibatto». In queste righe c’è già il grumo di una vita. La terra russa, la madre che si spaventa per «un rumore che si gonfia, rimbomba, si trasforma in tumulto», le novità violente per le strade e una donna che stringe, unica volta, la piccola solo perché lei è turbata, anzi infastidita. Lei, ancora lei, soltanto lei. Donna capricciosa, vanesia e scandalosamente adultera, amante del lusso, insofferente davanti alla maternità, smodatamente mondana. La sedicenne Irène festeggia il suo compleanno in Finlandia (penultima tappa prima di raggiungere la Francia)

A fianco, un’immagine della scrittrice di Kiev, Irène Némirovsky, morta ad Auschwitz ad appena 39 anni. In basso, la copertina della sua biografia scritta dalla figlia Elisabeth, “Mirador” (Fazi editore)

FIGLIE Finalmente pubblicata anche in Italia, per Fazi editore, l’appassionata biografia della grande scrittrice di Kiev, morta ad Auschwitz ad appena 39 anni e pensa: «Sono diventata adulta sotto lo sguardo geloso di mia madre». Elisabeth ripercorre le tappe di Irène, descrive paesaggi e persone che le sono state attorno. Dopo Kiev Pietroburgo, poi Mosca, infine, con la vittoria dei bolscevichi, il nord dell’Europa e l’amatissima Francia. Gli interni e gli esterni ricordano l’ultimo romanzo di Irène edito da Adelphi la scorsa primavera, Il vino della solitudine. La madre aveva censurato la lingua russa, le si rivolgeva sempre in francese. E Irène diventerà in tutto e per tutto scrittrice di Francia. Fino all’ultimo implorerà di essere naturalizzata francese. Invano. Lei, diventata famosa, era pur sempre “la slava”. O “l’ebrea”. Come i suoi genitori non afferrarono il senso della Rivoluzione comunista, così lei s’intestardì a non comprendere a fondo che la Francia non era per nulla quel che lei si aspettava: un muro protettivo. Irène, come acutamente la tratteggia la figlia, odiava il piagnisteo, il vittimismo, la grottesca nostalgia degli esuli. Nel primo romanzo che la rese celebre, David Golder, era stata spietata nel descrivere gli «ebrei cenciosi» della città bassa. Ripercorrendo le strade dell’infanzia e dell’adolescen-

za in quella «provincia inebetita» che era Kiev, e più tardi le camminate in certi quartieri di Parigi, Irène confessa di provare disagio sentendo il dialetto Yiddish: «Mi prende un’angoscia indefinita, talvolta accompagnata da una crisi d’asma... so che verso questa gente ho un comportamento più freddo rispetto a quello che ho con i mendicanti francesi». La sua origine la rese vulnerabile dinanzi agli editori di Parigi. Alcuni le voltarono le spalle. Ha dichiarato Elisabeth Gille a René de Ceccaty, cui si deve la prefazione di Mirador: «Mia madre ha sempre vissuto l’identità ebraica come un peso... certo, alcuni giudizi contenuti in David Golder non li avrebbe mai potuti scrivere dopo il nazismo. Considerava quell’identità come una persistenza di tradizioni ancestrali che avevano perso ogni significato. Non so perché si sia fatta battezzare, quando non c’è nessuna traccia di fede religiosa nella sua opera e nelle sue lettere. L’unica allusione a Dio è blasfema... lo avrà deciso per il desiderio di integrazione».

Elisabeth ha dovuto affrontare con la madre-fantasma l’accusa di «mancanza di coscienza politica». «...negli anni Trenta non era affatto colpita da quanto capitava ai poveri ebrei dei quartieri popolari di Parigi... tuttavia non era di destra: giustificava la Rivoluzione sovietica. Ma viveva in un mondo privilegiato senza capire cosa accadesse attorno a lei. Sembra che quando il poliziotto l’ha condotta alla prefettura per consegnarla ai tedeschi, nel ’42, le abbiano proposto di fuggire. E che lei abbia risposto: “Non andrò due volte in esilio”. Aveva finito col considerarsi francese e chiudeva gli occhi davanti al resto». Gran parte della borghesia europea chiuse gli occhi.

2011_08_27  

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