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L’unico posto in cui “successo” viene prima di “sudore” è il dizionario

Vidal Sassoon

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • MARTEDÌ 23 AGOSTO 2011

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Barack Obama, Ban Ki-moon e Silvio Berlusconi chiedono al Colonnello di fare un passo indietro

Così finisce un dittatore

I ribelli: «Lo prenderemo vivo». Gheddafi fa sparare sui bambini Giallo intorno al bunker del centro di Tripoli, da cui si alza il fumo. La stampa dà il raìs in fuga, ma lui invita alla resistenza. Il mondo chiede l’esilio: «Soltanto così si arriverà alla pace» REALPOLITIK E LIBERTÀ

di Luisa Arezzo

Bossi insulta, il Pdl arranca, il Terzo Polo propone

ripoli è caduta, ma l’immagine simbolo della liberazione della capitale non è stata ancora scattata. Eppure aleggia in Libia e nel resto del mondo: è quella di Muammar Gheddafi, la cui sorte è ancora avvolta nel mistero. Ed è quella dei due bambini - di 5 e 6 anni colpiti a morte dai cecchini lealisti. a pagina 2

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Il Senatùr dice ormai soltanto parolacce: l’ultima all’Udc. E un’ala del Pdl vuole scaricarlo. Casini: «Presenteremo una manovra alternativa». E Rutelli: «Possiamo votarla insieme se isolano la Lega»

di Francesco Lo Dico

ROMA. Le ultime delle sue rime dolci e leggiadre, il Senatùr le ha dedicate al nano di Venezia, sciogliendole in un curioso tributo shakespeariano che esalta la non gigantesca simpatia di Brunetta. E poi in un omaggio ai giornalisti: andrebbero presi a legnate come in una farsa del Ruzante. E in un’invettiva contro Casini. a pagina 12

«È inutile piangere sul raìs rovesciato»

di Riccardo Paradisi

Parla Paolo Pombeni

«Pernacchie e urla per coprire il vuoto»

Parla Carlo Jean

iornata politica movimentata quella di ieri ma di sostanziale stallo: s’assiste al prolungarsi d’una fase di studio dove le forze in campo cercano la posizione da cui affrontare la manovra e quello che ne seguirà politicamente. Si apre il consiglio politico della Lega di via Bellerio – presenti Umberto Bossi, il ministro della Semplificazione, Roberto Calderoli, e il ministro dell’Interno Roberto Maroni a pagina 12

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di Osvaldo Baldacci così anche Gheddafi sembra essere arrivato al capolinea. Il “nemico pubblico n° 1” dei tempi di Reagan, riabilitato e infine condannato dalla comunità internazionale a seguito della condanna del suo popolo, è agli sgoccioli.

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a pagina 2

GLI SCENARI POSSIBILI

«Si deve stabilizzare una nazione a rischio, ma il più è stato fatto. Attenzione al futuro» Pierre Chiartano • pagina 3

Una vittoria in cui pochi credevano

Quattro strade per il futuro della Libia

Dalla presa del potere nel 1969 ad oggi

di Omar Ashour

Bengasi l’ha sconfitto usando le sue teorie

n Libia, sono quattro gli scenari che possono influenzare negativamente le prospettive di democratizzazione: una guerra civile a sfondo tribale, un governo militare, il rimanere “bloccati nella transizione”, e infine la partizione del Paese.

Figlio di beduini, ammiratore di Nasser, terrorista, e da ieri ufficialmente deposto

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Maurizio Stefanini • pagina 4

a pagina 5

Il bilancio di un viaggio estremamente positivo e le scommesse vinte durante la Gmg

Il coraggio di un Pontefice Benedetto XVI “sfida” i giovani a riscoprire la fede on abbiate paura del futuro – non vergognatevi di essere cattolici”: sono le due consegne finali date dal Papa sabato e domenica a Madrid alla moltitudine dei ragazzi partecipanti alla Giornata mondiale della Gioventù. Gli organizzatori hanno par-

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gue a (10,00 pagina 9CON EUROse1,00

I QUADERNI)

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di Luigi Accattoli lato di due milioni di presenze sia alla veglia di sabato sia alla celebrazione finale di domenica e probabilmente si tratta di cifre esclamative, dovute all’entusiasmo degli animatori delle due manifestazioni più che

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

di valutazioni ponderate. Ma se anche fossero stati – quei ragazzi – “solo”un milione, o qualcosa a metà tra il milione e il mezzo milione, come inducono a pensare i dati delle prenotazioni, sarebbero comunque tantissimi: un risultato straordinario. a pagina 6

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


il commento

prima pagina

pagina 2 • 23 agosto 2011

La comunità internazionale ha avuto ragione

Se la politica agisce, c’è una speranza di Osvaldo Baldacci così anche Muammar Gheddafi, il Colonnello della Libia, sembra essere arrivato al capolinea. Il “nemico pubblico numero uno”dei tempi di Ronald Reagan, momentaneamente riabilitato dalle sue successive riconversioni, e infine condannato dalla comunità internazionale a seguito della condanna da parte del suo stesso popolo, è agli sgoccioli. Non si vede quale via di uscita possa avere. Certo, in Libia non si può ancora vedere la democrazia. E non ci sono vincitori certi nel senso che non è stata una guerra indolore, come nessuna guerra è. Ma bisogna dare spazio alla politica, adesso, e innaffiare il seme della democrazia sperando che attecchisca: soltanto dopo aver fallito, potremo dire che non è andata. Bisogna poi pensare che ancora una volta alla fine i cattivi pagano. È una buona notizia in un mondo che troppo spesso sembra andare alla rovescia. Troppe volte sembrano avere la meglio i tiranni, i dittatori, i cattivi, quelli la cui assenza di scrupoli sembra dare un incolmabile vantaggio competitivo.Troppe volte l’impegno per il bene comune sembra velleitario, tempo sprecato, energia mal indirizzata. E invece non è così. Per qualche misterioso meccanismo, forse persino provvidenziale, alla fine, nonostante tutto faccia pensare il contrario, il male perde. La democrazia e la difesa dei diritti saltano fuori. Sempre imperfetti, sempre fragili, ma sempre vivi, irriducibilmente indisposti a farsi annichilire. Umiliare sì, reprimere anche troppo a lungo, ma mai estirpare.

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E persino la comunità internazionale, cinica, collusa, impietosa, alla fine si fa trovare pronta quando i tempi sono maturi e anche prendendosi dei rischi contribuisce a porre fine alla carriera di chi fino ad allora sembrava essere il padrone del mondo. E quindi insomma nonostante tutte le sue imperfezioni, le sue lentezze, i suoi interessi di parte, la comunità internazionale riesce ad aver ragione, ed aveva ragione quando ha pensato che il tempo di Gheddafi fosse scaduto, a differenza di chi ha continuato troppo a lungo a sostenerlo. D’altro canto una discriminante importante è quella del consenso popolare. Ogni dittatura, anche la più feroce, si basa purtroppo su un certo consenso popolare e comunque su una larga fascia di indifferenza e benevola neutralità. Ma inevitabilmente quando la situazione degenera e/o si intravede un barlume di speranza per andare oltre lo status quo, il popolo comincia a dire basta. Cominciano in pochi, i più coraggiosi, i più illuminati, e spesso la pagano cara. Ma dal loro gesto parte una slavina che si appresta a spazzare via il regime: è quello il momento, se non prima, che la comunità internazionale deve intervenire a sostegno di quel basta. Tra incertezze e dubbie strategie in Libia lo ha fatto, e ha fatto bene. Ora Gheddafi si va ad aggiungere ai vari Milosevic, Mladic, Karadzic, Noriega, Saddam Hussein, Charles Taylor e tutti gli altri dei tempi più recenti, per non scomodare la storia. Certo, c’è anche chi personalmente l’ha fatta franca, ma certo non è sopravvissuta a lungo la sua eredità. E c’è chi è ancora al controllo del suo paese, singolarmente o col sistema del suo stato piccolo o immenso che sia. Ma forse l’ennesima lezione che viene dal caso di Muammar Gheddafi, il Colonnello di Tripoli, può far suonare un allarme anche per loro, e rafforzare la speranza nel futuro, anche quando la notte sembra buia. La libertà è come una molla, puoi comprimerla quanto vuoi, ma prima o poi scatta.

il fatto Giallo sulla sorte di Gheddafi, i ribelli circondano il rifugio. Il Pentagono: «Il Colonnello è in patria»

Assedio al bunker del fantasma

Berlusconi: «Il raìs si arrenda, basta sangue». L’Onu: «Sì alla transizione pacifica». Presa la tv di Stato. L’Ue: «le sanzioni rimangono in vigore». E i lealisti sparano sui bambini di Luisa Arezzo ripoli è caduta, ma l’immagine simbolo dell’avvenuta liberazione della capitale non è stata ancora scattata. Eppure aleggia in Libia e nel resto del mondo: è quella del leader libico Muammar Gheddafi, la cui sorte è ancora avvolta nel mistero. Ed è quella dei due bambini - di 5 e 6 anni - colpiti a morte dai cecchini lealisti mentre sventolavano con il padre la bandiera dei ribelli per le vie della capitale liberata. Sembra di vederli, caduti mentre le urla di gioia erano al loro culmine. E invece di loro non sappiamo neppure il nome.Tripoli è caduta e la sorte del regime di Muammar Gheddafi è ormai segnata: i ribelli (ai quali si sono arresi la Guardia repubblicana di Muammar Gheddafi e tre dei suoi figli, fra i quali Seif al Islam, mentre l’ormai ex primo ministro libico, Baghdadi al Mahmoudi, sarebbe fuggito in Tunisia, secondo al Jazeera) si sono aperti la strada in ogni angolo della capitale e da ultimo, ieri in pieno giorno, con una colonna di veicoli armati di lancia-razzi e mitragliatrici pesanti hanno attraversato la città in trionfo per attestarsi infine nella centralissima Piazza Verde, assiepata di folla in festa e il cui nome, a furor di popolo, è già diventato Piazza dei Martiri. Più che le residue sacche di resistenza, sulla cui presenza ha messo in guardia fin dal primo mattino il premier del Consiglio Nazionale Transitorio di Bengasi, Mahmoud Jibril, sull’atmosfera di euforia pesa l’aleggiare di un fantasma: nessuno sa infatti dove si trovi Gheddafi, e sulla sua sorte si accavallano le voci più disparate. Stando a fonti diplomatiche che avevano avuto occasione d’incontrare ancora di recente il Colonnello, questi sarebbe ancora a Tripoli, e potrebbe nascondersi

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nella sua residenza-bunker di Bab al-Aziziyah, intorno alla quale non a caso si continua a combattere. «Finché Muammar Gheddafi non sarà catturato, non canteremo vittoria né ci sentiremo in pace»: con queste parole i ribelli si dicono pronti a continuare l’assedio al bunker del raìs, convinti che quest’ultimo possa ancora essere a Tripoli, come d’altronde lui stesso ha paventato nel suo ulimo messaggio audio di ieri.

Da quel momento in poi, il“cane pazzo”del Medioriente si è come volatilizzato: si sarebbe nascosto nell’ambasciata del Venezuela, sarebbe arrivato in Tunisia, un aereo sudafricano starebbe portandolo in Angola o nello Zimbabwe, sarebbe diretto in Algeria, sarebbe uscito dal suo rifugio con un convoglio di carri armati. Sarebbe ancora nel suo bunker assieme a suo figlio Mutassim, quarto nell’ordine di successione dinastica, consigliere per la sicurezza nazionale e comandante di un’unità speciale dell’Esercito del colonnello. I ribelli controllano ormai, e su questo punto ci sono numerose conferme, fra il 90 e il 95 per cento della città. E in quella percentuale minima di territorio urbano è compresa proprio Bab al-Aziziyah: finché non sarà caduto anche il complesso fortificato del Colonnello, gli scontri non potranno cessare, anche perché in qualche modo la sua latitanza sembra infondere coraggio alle residue forze governative. Secondo fonti insurrezionali, al momento in cui andiamo in stampa, i fedelissimi del regime avrebbero schierato intorno alla residenza di Gheddafi carri armati e autoblindo, e ne avrebbero inviati alcuni a cannoneggiare gli avversari nei dintorni. Pure al porto sarebbero


l’intervista

«Ora va consolidata la democrazia» Carlo Jean: «Inutile piangere su Gheddafi. La vicinanza aiuterà i nostri interessi, vedremo cosa farà il governo» di Pierre Chiartano ono le ultime ore del dittatore. Muammar Gheddafi è asserragliato in un bunker o nascosto nell’ultima ridotta di Tripoli. La vicenda libica che sembrava essersi trasformato in un pantano politico e militare, in una palude per gli interessi di molti Paesi mediterranei e per il prestigio della Nato, ha subito un’improvvisa accelerazione. Con l’ingresso delle truppe ribelli nella capitale libica, finalmente sembra che la svolta sia arrivata. Abbiamo chiesto a Carlo Jean, già consigliere militare del Quirinale, un parere sul futuro della Libia e sul destino del colonnello.

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diarle per costruire uno Stato». Il Comitato nazionale di transizione, peraltro già sciolto, o la sua eredità politica difficilmente sarà in grado di raccogliere il testimone del governo di uno Stato che non c’è. «È stato sciolto dopo l’uccisione del generale Abdel Younis. Sono rimaste come figure rappresentative solo Mahmoud Jibril e Mustafa Jalil». Dunque c’è ben poco, non che prima il Cnt fosse un’entità così rappresentativa. Ora che la vicenda militare sembra avviarsi a conclusione, il controllo del territorio potrebbe diventare un problema, soprattutto per l’Europa angosciata dai flussi migratori incontrollati provenienti dall’Africa subsahariana di cui la Libia è una porta naturale. Si parla dell’auspicabilità di una seconda risoluzione Onu che possa consentire l’invio di truppe di terra per il controllo dei confini libici. Su questo punto Jean è possibilista ammesso che ci siano le risorse. «Bisogna vedere quale Paese sia disponibile a farlo. Difficilmente ci saranno Paesi occidentali pronti a mandare i propri militare in Nord Africa. Probabilmente sarà più facile un coinvolgimento degli Stati arabi e dei paesi dell’Unione africana». Sull’utilità di tale intervento il generale non si fa tante illusioni. «Dipenderà molto dal manico politico. Non si può affermare l’utilità o meno di un intervento a prescindere dal modo in cui si farà». Sulle previsioni sul futuro il generale fa un passo indietro. Un capitolo che formalmente non è ancora chiuso non con-

Serviranno anni per stabilizzare il Paese. Si basa su un sistema tribale con istituzioni molto deboli

«Non penso sia il caso di piangere per Gheddafi. È la realtà della cose che la vicenda sia prossima al capitolo finale e se ne prende atto». Ora servirebbe sapere se il dopo-rais sarà una passeggiata, oppure si annuncia difficile e complicato come il ”pantano libico”si è dimostrato per tanti mesi. «Sicuramente è molto più facile distruggere che creare e costruire e di conseguenza l’assestamento della Libia sarà una faccenda abbastanza complicata». Sui tempi che questo processo di transizione potrebbe prevedere il generale non è tanto ottimista. «Serviranno anni, come è successo anche in altri Paesi. Pensiamo all’Iraq che è tuttora scombussolato, oppure all’Afghanistan. In più dobbiamo ricordarci che la Libia fondamentalmente era fondato sul governo delle tribù, non aveva istituzioni forti. Non avendo istituzioni consolidate, ora servirà crearle e stu-

stati dispiegati mezzi corazzati. Anche per questo l’Unione Europea ha avvertito che per ora le sanzioni contro la Libia rimarranno in vigore, potendo comunque essere revocate rapidamente in ogni momento. La Nato dal canto suo ha fatto sapere che le operazioni militari proseguiranno finché tutti i lealisti non si saranno arresi. Realtà che ormai appare peraltro soltanto una questione di tempo. È insomma finita un’epoca, «l’epoca della dittatura», ha sottolineato tra gli altri il nostro ministro degli Esteri Frattini. Ma la sua dichiarazione è uguale a quella delle cancellerie di mezzo mondo: da Obama a Sarkozy, da Cameron a Berlusconi e Barroso, presidente della Ue (e oggi a Bruxelles si terrà una riunione straordinaria degli ambasciatori dei 27, a livello di Comitato politico e di sicurezza Ue, per discutere degli sviluppi della situazione in Libia), è tutto un coro di saluto e riconoscimenti al Cnt e un invito affinché Gheddafi si faccia da parte per evitare un bagno di sangue, come auspica anche dal Palazzo di Vetro Ban ki-Moon.

sente di guardare nella palla di vetro. «Non si sa, non sappiamo neppure dove è andato a finire Gheddafi. Non possiamo metterci a scrivere libri gialli».

Alain Juppé ministro degli Esteri francese ha proposto una riunione urgente del gruppo di contatto per la Libia, la prossima settimana a Parigi. Quanto l’Italia sconterà il protagonismo francese e quanto potrà recuperare le posizioni perdute è tutto da vedere. «Si prenderà atto della situazione molto verosimilmente per vedere anche sbloccare i soldi che sono stati confiscati a Gheddafi. Poi servirà per mettersi d’accordo su qualche altra cosetta». Sul conto salato che pagherà l’Italia dipende «da quanto ci saprà fare il ministero degli Esteri. In linea di principio la vicinanza geografica imporrà sempre una forte presenza dell’Italia. Il gas dovrà sempre utilizzare il Green stream (il gasdotto tra Libia e Sicilia, ndr) per il petrolio c’è un punto interrogativo. Perché con le petroliere può arrivare dappertutto in Cina come in Italia. L’Eni ha mandato i propri tecnici. C’erano quasi 40mila cinesi in Libia prima della rivolta, tornranno». Raggiunto telefonicamente a Bengasi l’ambasciatore italiano Massimiliano Lagi ha confermato l’occupazione della capitale: «Gran parte di Tripoli è libera». Il capitolo Gheddafi sembra proprio chiuso visto anche che sono scattate le manette per il figlio del rais Saif al Islam.

aspirazioni alla libertà e alla dignità» ha comunicato direttamente a Mahmud Jibril, primo ministro del Consiglio Nazionale Transitorio libico - invitato all’Eliseo domani - il presidente francese Sarkozy (e va notato che il presidente del Cnt, Mustafa Abdel Jalil, ha poco dopo detto in una conferenza stampa a Bengasi, trasmessa in diretta da al Jazeera, che «Non sarà un compito facile, ma noi ora costruiremo un Paese nuovo, fondato sulla libertà, sull’eguaglianza e sulla fraternità», ovvero il motto nazionale della Repubblica francese). «Il Consiglio Nazionale Transitorio e tutti i combattenti libici impe-

leato, che in diretta tv ieri ha accusato gli Stati Uniti e l’Europa di «guerra imperialistica» contro la Libia volta ad «appropriarsi delle risorse petrolifere nella regione» sembra essere appunto Gheddafi. Il problema è che, come tutti tacitamente ammettono, finché continuerà a restare alla macchia non si potrà voltare pagina completamente, e per sempre. Anche se i progetti sul futuro cominciano ad essere fatti: La Libia del dopo-Gheddafi avrà «relazioni speciali con i paesi che hanno sostenuto (la rivoluzione, ndr.) dal suo inizio», ha detto Mustafa Abdel Jalil, capo del Cnt (peraltro pronto a trasferirsi a Tripoli). Mentre L’incaricato presso la Lega Araba del Consiglio dei ribelli libici, Abdel Moneim al-Huweini, ha fatto sapere che, benché grato per il suo sostegno, il suo paese non autorizzerà la presenza di basi Nato in Libia una volta compiuta l’estromissione di Gheddafi. Una dichiarazione che certo non sarà passata inosservata alle cancellerie occidentali. Gianni Vernetti, già sottosegretario agli Esteri e fautore della visita del vicepresidente del Comitato nazionale di transizione di Bengasi in Italia, Ali al-Issawi, alla costituente del Terzo Polo, ha dichiarato a liberal: «Credo che la Nato dovrà svolgere un ruolo. Sarei favorevole a una nuova risoluzione Onu che preveda l’invio di una forza di peacekeeping».Come era ovvio, quando finirà la partita col vecchio dittatore, comincerà un altro gioco, quello del dopo-Gheddafi, non meno difficile.Tanti gli interessi in campo, sia quelli che convergeranno per stabilizzare il Paese sia quelli che guadagneranno da una instabilità permanente.

La Nato ha fatto sapere che le operazioni militari proseguiranno finché tutti i lealisti non si saranno arresi. Realtà che ormai appare soltanto una questione di tempo. Mentre la nuova leadership comincia a guardare al futuro

«La rivolta contro il regime di Gheddafi è giunta ad un punto di non ritorno. Tripoli si sta liberando dalla morsa di un tiranno», ha detto ieri il presidente Usa; «Il nostro compito ora è di fare il possibile per sostenere il volere del popolo libico. Ovvero un’efficace transizione verso una Libia democratica», ha fatto sapere da Downing Street David Cameron; «La Francia resterà a fianco del Consiglio per raggiungere la liberazione del loro Paese dall’oppressione e aiutarli a realizzare le loro

gnati a Tripoli stanno coronando la loro aspirazione a una nuova Libia democratica e unita. Il Governo italiano è al loro fianco», ha detto il premier Silvio Berlusconi. Solidarietà e felicità è stata espressa dalla Lega Araba, mentre scettica rimane la Russia, che per voce di Mikhail Margelov, inviato speciale per la Libia in Africa del presidente russo Dmitri Medvedev, ha detto: «Una vittoria militare non si traduce necessariamente in un successo politico: l’esperienza rivoluzionaria insegna quanto sia difficile mantenere il potere». L’unico a non volersene fare una ragione, a parte il presidente venezuelano Hugo Chavez suo irriducibile al-


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l’approfondimento

Figlio di beduini, dall’età incerta, ammiratore di Nasser, terrorista, legato per anni all’Italia e - da ieri - ufficialmente deposto

L’ironia della Storia

Crolla in sei mesi un regime durato quasi 42 anni. E nato nel 1969 con un golpe. Il paradosso? I ribelli hanno seguito un modello di auto-organizzazione per comitati che assomiglia in modo impressionante alle teorie di Gheddafi di Maurizio Stefanini l momento di scrivere queste righe, manca ancora la parola fine alla vicenda di Muhammar Gheddafi come persona. Lo scenario di un suicidio stile Hitler nel bunker di Berlino è stato scartato dal suo ex-numero due Jallud per «mancanza di coraggio», e le voci su altri possibili esiti si stanno rincorrendo: si sarebbe nascosto nell’ambasciata del Venezuela, un aereo sudafricano starebbe portandolo in Angola o nello Zimbabwe, sarebbe diretto in Algeria o finito in Tunisia, sarebbe uscito dal suo rifugio con un convoglio di carri armati o ci sarebbe ancora asserragliato dentro. Ma la parola fine alla vicenda di Muhammad Gheddafi come leader politico è arrivata. Il leader di una Rivoluzione, esautorato da una Rivoluzione dopo quasi 42 anni di potere e sei mesi di guerra civile. Il primo settembre del 1969 era, quando destituì il re Idris I in vacanza in Turchia per cure e lo annunciò alla popolazione parlando alla radio. “Operazione Gerusalemme” il nome di quel golpe. L’egiziano Nasser il suo

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modello. Una società «in cui nessuno sarà né padrone né servo» la sua promessa. Un regime dalla durata record. Chi allora faceva le elementari, oggi è un padre o madre di famiglia almeno cinquantenne. E la gran parte dei libici che hanno preso le armi contro di lui hanno trascorso l’intera loro vita sotto il suo regime.

Gheddafi quando prese il potere di anni ne doveva avere attorno ai 27: la data di nascita esatta non si sa, perché i suoi genitori erano due beduini analfabeti che lo fecero nascere in una tenda nel deserto a venti chilometri da Sirte, e allora i nomadi si sottraevano all’obbligo della registrazione anagrafica. E ancora di più in un momento in cui la Libia era un campo di battaglia tra le forze dell’Asse e gli Alleati. Uno strascico di quella guerra Gheddafi lo dovette soffrire a sei anni, quando una mina italiana inesplosa scoppiò nel campo in cui stava giocando. Due suoi cugini morirono, e a lui rimase una lunga cicatrice sull’avambraccio sinistro. Lui

frequentò le scuole islamiche, ma poi riuscì ad iscriversi all’Accademia militare di Bengasi, da dove tra 1965 e 1966 lo mandarono in Inghilterra a specializzarsi in Trasmissioni. C’è una doppia ironia, se si pensa al ruolo che Bengasi avrebbe avuto nell’insurrezione contro di lui, e alla sua lunga contrapposizione con gli anglo-sassoni culminata nella strage di Lockerbie. Ma le Trasmissioni gli furono utilissime per dargli il know-how in comunicazioni che gli permise di intessere la sua cospirazione, portarla al successo e prevalere

Una società «in cui nessuno sarà padrone né servo»: questa la sua promessa

poi tra gli altri cospiratori. Un’altra ironia della storia: Gheddafi ha cercato di evitare che l’Occidente appoggiasse la rivolta contro di lui spiegando che i suoi nemici erano agenti di Al-Qaida, ma tecnicamente fu lui il primo antesignano dell’agitazione integralista degli anni a venire. Proibì infatti l’alcool, chiuse i casinò e i locali notturni, fece sparire i caratteri latini dalle insegne, fece vietare l’insegnamento della lingue straniere nelle scuole, proclamò fonte del diritto la Sharia. Anche se in seguito ci si renderà conto che la interpre-

tava a modo suo. Un consenso genuino, si disse, se lo procurò raddoppiando i salari minimi, creando ospedali e ambulatori e promuovendo la partecipazione dei lavoratori alla proprietà delle imprese. Anche se forse ora studi indipendenti permetteranno finalmente di discernere la verità dalla propaganda, in questo mito dell’adesione popolare.

Anche in campo internazionale Gheddafi parla di unità islamica, ma all’inizio è corteggiato da americani e italiani. Dai primi perché comunque il suo aggressivo anticomunismo frappone ostacoli oggettivi alla penetrazione dell’influenza sovietica in Africa e Medioriente. Dagli italiani, perché comunque il suo regime apre proficui spazi di affari e influenza alle imprese italiane, in contrapposizione alla posizione filo-inglese della monarchia. Il feeling con l’Italia, attraverso i vari governi di vari colori, resterà quasi fino alla fine, malgrado l’espulsione dei nostri coloni. Ancora all’inizio della rivoluzione Berlusconi spiegherà che


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La tesi del professore di Studi arabi all’Università di Exeter, autore di “The De-Radicalization of Jihadists”

E ora che cosa succederà? Quattro scenari post-Gheddafi

Guerra civile a sfondo tribale, transizione infinita, governo militare e spartizione del Paese: ecco i nemici della pace di Omar Ashour n Libia, sono quattro gli scenari che possono influenzare negativamente le prospettive di democratizzazione: una guerra civile a sfondo tribale, un governo militare, il rimanere “bloccati nella transizione”, e infine la partizione del paese. Dato l’alto prezzo pagato dai libici, questi scenari dovrebbero essere prevenuti, non “curati”. Lo scenario della guerra civile/tribale è il rischio peggiore. I rivoluzionari egiziani lo hanno capito. Quando la violenza settaria è scoppiata in seguito alla caduta di Hosni Mubarak, le coalizioni rivoluzionarie hanno adottato lo slogan «Non gongolare per questo, Mubarak». Le dittature repressive non possono vincere elezioni libere ed imparziali. Ma possono usare la violenza estrema per consolidare il loro controllo sullo Stato, la sua popolazione, e le sue istituzioni. Ecco perché, per tentare di vincere, il colonnello libico Muammar Gheddafi ha deliberatamente, e con successo, trasformato una campagna di resistenza civile in un conflitto armato. Ciò avrà ripercussioni nel quadro post-autoritario. Uno studio pubblicato dalla Columbia University ha dimostrato che la probabilità di ricadere in un conflitto armato per un paese che ha sperimentato una campagna armata anti-dittatoriale è del 43 per cento, contro un 28 per cento laddove la rivoluzione è avvenuta senza l’uso delle armi. Secondo lo stesso studio, basato su 323 casi di campagne di opposizione armata e disarmata avvenute tra il 1900 e il 2006, la probabilità di una transizione democratica nei cinque anni successivi al successo di una campagna di opposizione armata è solo il 3 per cento, rispetto al 51 per cento quando le campagne sono state disarmate.

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La Libia può sopravvivere alla cupa prospettiva di una guerra civile post-autoritaria. Ma questo richiede che venga contenuta la polarizzazione tribale e regionale, così come la rivalità tra il Consiglio nazionale transitorio (Cnt) e il Consiglio militare, e tra gli alti comandanti militari. Una violenta radicalizzazione si è sviluppata non solo tra le tribù orientali e occidentali, ma anche all’interno di alcune delle tribù occidentali. Il mese scorso, per esempio, sono scoppiati scontri armati tra i ribelli di Al-Zintan e gli abitanti del villaggio di Al-Rayyaniya, a 15 km di distanza. Sei persone sono state uccise – un promemoria di ciò che può accadere se proseguirà la polarizzazione violenta tra città e villaggi vicini. La politica della vendetta non è sconosciuta in Libia, e, in una società armata composta da più di 120 tribù – di cui circa 30 con numeri e risorse significative – può diventare estremamente pericolosa. Un altro scenario negativo è rappresentato dal governo militare. Diverse figure provenienti dal gruppo degli “ufficiali liberi” – il gruppo

che ha orchestrato il colpo di stato del 1969 contro la monarchia – sono alla guida del Cnt. Questi personaggi rappresentano un mix di legittimità storica, per aver partecipato al colpo di stato del 1969, e di legittimità attuale, per aver contribuito alla rivoluzione del 17 febbraio. Essi appartengono anche a diverse tribù di grandi dimensioni, garantendo così un’ampia rappresentazione tribale nel caso in cui un consiglio militare dovesse prendere il potere, come in

Le possibilità che una rivolta armata generi un altro conflitto sono del 43%. Altissime

Egitto. A differenza dell’Egitto, invece, chiunque otterrà il potere in Libia non erediterà necessariamente cattive condizioni economiche in grado di minacciare la loro legittimità e minare la loro popolarità. Questo potrebbe portare un gruppo di alti ufficiali a governare direttamente, specialmente se la vittoria in Libia verrà ottenuta militarmente. Non dimentichiamoci che sono loro ad aver arrestato i figli del raìs. Ma quattro decenni di dittatura fondata sul potere militare potrebbero essere stati sufficienti per i libici, la maggioranza dei quali non

ha mai davvero beneficiato della ricchezza o del potenziale del loro paese. Quando si tratta di produrre terroristi o immigrati clandestini– due aspetti cruciali per l’Europa – i dittatori militari arabi mantengono un record inglorioso. L’Algeria degli anni ‘90 è un importante precedente di questo fenomeno, e i governi occidentali non vogliono che il circolo vizioso di autocrati repressivi che producono teocrati violenti e profughi ricominci.

Restare “bloccati nella transizione”, con la Libia impantanata in una “zona grigia”– né una vera e propria democrazia né una dittatura, ma una repubblica semi-libera – è un terzo scenario possibile. Questo significa regolari elezioni, una costituzione democratica, una società civile, combinati a frodi elettorali, una rappresentanza distorta, violazioni dei diritti umani e restrizioni delle libertà civili. Rimanere bloccati nella transizione, di solito uccide lo slancio per il cambiamento democratico; e la corruzione diffusa, le istituzioni statali deboli, e la mancanza di sicurezza contribuiscono a rafforzare il mito “dell’autocrate giusto”. Il governo di Vladimir Putin in Russia illustra bene questo risultato. Purtroppo, uno studio pubblicato sul Journal of Democracy ha mostrato che dei 100 paesi che sono stati designati “in transizione”tra il 1970 e il 2000, solo 20 sono diventati pienamente democratici (per esempio, Cile, Argentina, Polonia e Taiwan). Cinque sono ricaduti in dittature brutali (tra cui Uzbekistan, Algeria, Turkmenistan e Bielorussia), mentre i restanti sono rimasti bloccati a metà strada nella transizione. Data la mancanza di esperienza democratica della Liba, alcuni ritengono che questo sia un risultato probabile nell’epoca post-Gheddafi. Il quarto scenario è la partizione del paese, con il vecchio schema a tre provincie in stile ottomano, ovvero la configurazione cui comunemente si fa riferimento: la Cirenaica (a est), il Fezzan (a sud), e la Tripolitania (a ovest). La Cirenaica è ormai “libera da Gheddafi”, la Tripolitania no, e il Fezzan non ha pienamente partecipato alla rivoluzione. Ma i confini amministrativi di questi distretti non sono mai stati completamente stabiliti, e hanno cambiato volto almeno otto volte dal 1951 in poi. Nel 2007, la Libia aveva 22 Shaabiya (distretti amministrativi), non tre. Tutti questi scenari saranno influenzati dai futuri risultati in Egitto e in Tunisia. Nel caso delle transizioni democratiche, un successo nei paesi vicini può spesso aiutare. Uno dei due paesi, o anche entrambi, potrebbero offrire un modello di successo alla Libia, erigendo così un ostacolo importante di fronte al rischio di una dittatura militare o di guerra civile.

Gheddafi «non va disturbato», e solo quando si prospetta il rischio che l’appoggio franco-inglese ai ribelli scalzi le nostre posizioni ci decidiamo a cambiare Campo. Con gli Stati Uniti, invece, si precipita presto nella guerra fredda e addirittura calda. Alla cacciata delle basi Usa seguono infatti l’alleanza di Gheddafi con l’Urss negli anni’70, e poi negli anni ’80 gli scontri aero-navali nella Sirte, cui Gheddafi risponde con la campagna terrorista culminata nell’attentato di Lockerbie. E azioni terroriste Gheddafi le organizza anche contro la Francia, con cui ha combattuto una guerra per interposta persona in Ciad. Inoltre Gheddafi aiuta vari gruppi terroristi. La fine della Guerra Fredda, però, permette al raìs di riposizionarsi.

Lui non è comunista, ma predica una confusa terza via basata sul suo Libretto Verde, con un modello di democrazia assembleare e economia partecipata. Dice dunque che è la sua l’unica alternativa al fallimento di comunismo e capitalismo, e spiega all’Occidente che è anche l’unico argine al contagio islamista. Finito sotto embargo internazionale per la strage di Lockerbie, nel 1999 Gheddafi accetta infine di consegnare i due libici indicati come responsabili, e nel 2004 è riammesso nella comunità internazionale, dopo un’opera di mediazione in cui sono stati appunto parte importante i governi italiani sia di centro-sinistra che di centro-destra. Insomma, nell’anno 2010 Gheddafi è stato pienamente reinserito nel salotto buono della comunità internazionale. Il Regno Unito, addirittura, gli restituisce “per ragioni umanitarie” il responsabile di Lockerbie che detiene, e che è gravemente malato: un cinico scambio compensato con importanti concessioni petrolifere. Ma né gli Occidentali, né lo stesso Gheddafi hanno previsto la forza di contagio della Primavera Araba. Oltretutto, la sempre maggior invadenza dei suoi figli lascia intendere che il suo interminabile regime potrebbe addirittura sopravvivere alla sua morte, in un modo che forse altera gli equilibri tribali e di clan su cui si basa il suo potere. Come spesso accade nelle rivoluzioni, è anche possibile che sia stato un certo successo del suo stesso modello a scavargli la fossa: un po’come i rivoluzionari francesi di Tocqueville che rimproveravano a Luigi XVI di non aver portato fino in fondo le premesse centralizzatrici della monarchia borbonica, un po’come i rivoluzionari ungheresi di Montanelli volevano costruire sul serio i soviet predicati dalla propaganda comunista, ci sarebbe forse da osservare che i ribelli libici hanno seguito un modello di auto-organizzazione per comitati che assomiglia in modo impressionante alla teoria che Gheddafi aveva predicato.


società

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Il Papa parla del futuro e avverte governi e nazioni: «Se i giovani non trovano prospettive, anche il nostro oggi è sbagliato»

La reconquista della Spagna

La sfida di Benedetto ai giovani: «Non vergognatevi della vostra fede» on abbiate paura del futuro – non vergognatevi di essere cattolici”: sono le due consegne finali date dal Papa sabato e domenica a Madrid alla moltitudine dei ragazzi partecipanti alla Giornata mondiale della Gioventù. Gli organizzatori hanno parlato di due milioni di presenze sia alla veglia di sabato sia alla celebrazione finale di domenica e probabilmente si tratta di cifre esclamative, dovute all’entusiasmo degli animatori delle due manifestazioni più che di valutazioni ponderate. Ma se anche fossero stati – quei ragazzi –“solo” un milione, o qualcosa a metà tra il milione e il mezzo milione, come inducono a pensare i dati delle prenotazioni, sarebbero comunque tantissimi: un risultato straordinario in un tempo nel quale sembra che più nessuno sappia parlare ai ventenni. La chiamata al futuro è cruciale per la generazione che si vede come derubata del domani, almeno dal punto di vista delle prospettive di inserimento nel lavoro. Il Papa l’ha formulata con passione, sia nelle sue coordinate evangeliche, sia con riferimento critico – di piena contestazione si direbbe – a quel furto del futuro che sta per essere patito da un’intera generazione.

“N

«Se i giovani di oggi non trovano prospettive nella loro vita, anche il nostro oggi è sbagliato e male» aveva detto con tono mite ma con parole accese ai giornalisti in aereo, durante il volo Roma-Madrid. Ugualmente centrale, nella prospettiva ecclesiale, è il richiamo a superare la tentazione di fare a meno

di Luigi Accattoli

“Non abbiate paura”, motto d’esordio di Giovanni Paolo II, viene riletto dal Pontefice che nelle giornate madrilene - lo declina parlando della paternità divina e della fraternità della Chiesa della Chiesa: oggi più che mai cresce il numero di chi si sente attirato da Cristo ma vorrebbe liberarsi dall’impaccio dell’organizzazione ecclesiastica: di ogni Chiesa e di quella Cattolica per prima, in quanto più organizzata e portatrice di un più lunga e vasta storia che comporta – accanto a straordinarie risorse – anche un retaggio di responsabilità e controtestimonianze. Il primo monito, quello relativo al “futuro”, va calato – per intenderlo pienamente – nel clima polemico creato dalle manifestazioni antipapali degli indignados e più ampiamente nella percezione della disistima con cui la società secolare europea di oggi guarda al cristianesimo: «Cari amici, che nessuna avversità vi paralizzi! Non abbiate paura del mondo, né del futuro, né della vostra debolez-

za. Il Signore vi ha concesso di vivere in questo momento della storia, perché grazie alla vostra fede continui a risuonare il suo Nome in tutta la terra».

“Non abbiate paura” fu il motto d’esordio di Giovanni Paolo II, l’inventore delle Giornate della Gioventù, che già in tante occasioni Benedetto ha fatto suo. Nelle giornate madrilene e in particolare nella veglia di sabato quel richiamo il Papa teologo l’ha svolto con due argomenti principali: quello della paternità divina e quello della fraternità della Chiesa. «Non siamo frutto del caso o dell’irrazionalità, ma all’origine della nostra esistenza c’è un progetto d’amore di Dio», ha affermato Benedetto con chiaro riferimento alla teoria dell’evoluzione e al modo cristiano di

intenderla, secondo la via detta del “disegno intelligente”. Quanto alla fraternità umana ed ecclesiale l’ha così richiamata: «Vi invito a chiedere a Dio che vi aiuti a riscoprire la vostra vocazione nella società e nella Chiesa e a perseverare in essa con allegria e fedeltà». Non dunque un’invocazione e una vocazione da rassegnati, ma di chiamati a scuotere il mondo. Con felice intuizione giornalistica il quotidiano Avvenire ha così riassunto, in un titolo dell’edizione di domenica, questa sapiente catechesi papale: “Mai soli mai nulla”. Con analogo slancio la domenica mattina l’anziano Papa ha esortato quei giovanissimi che l’ascoltavano ad abbracciare in pienezza l’avventura ecclesiale, se si sentono “attirati da Cristo”, perché “non è possibile separare Cristo dalla Chiesa, come non si può separare la testa dal corpo”. Nella civiltà della globalizzazione l’individuo tende – si direbbe per reazione – a farsi monade e solista, gestore autarchico e quasi autistico del proprio destino; e va riconosciuto che anche i cristiani subiscono il fascino di questa forte vocazione all’autonomia. Il Papa ha argomentato la chiamata alla Chiesa in risposta puntuale a quella tentazione: «Non si può seguire Gesù da soli. Chi cede alla tentazione di andare ‘per conto suo’ o di vivere la fede secondo la mentalità individualista, che predomina nella società, corre il rischio di non incontrare mai Gesù Cristo, o di finire seguendo un’immagine falsa di Lui». Il seguace solitario di Cristo – sempre più fre-

quente nelle società post-cristiane – tende a una testimonianza silenziosa e non si fa carico di una attestazione comunitaria della fede che non può non avere un destino anche conflittuale ma che è indispensabile se si vuole restare nell’ambito della grande tradizione. «Da questa amicizia con Gesù – ha detto ancora Benedetto nell’omelia della domenica – nascerà anche la spinta che conduce a dare testimonianza della fede negli ambienti più diversi, incluso dove vi è rifiuto o indifferenza. Non è possibile incontrare Cristo e non farlo conoscere agli altri. Quindi, non conservate Cristo per voi stessi! Comunicate agli altri la gioia della vostra fede. Il mondo ha bisogno della testimonianza della vostra fede, ha bisogno certamente di Dio».

L’invito a ritrovare slancio missionario si è fatto ancora più vivo nei saluti in diverse lingue arrivati prima e dopo la preghiera dell’Angelus, quando in francese ha proposto le parole più provocatorie per un contesto culturale nel quale forse ci si può dire cristiani ma è molto più raro che ci si dica cattolici: «Cristo vi invia per essere testimoni coraggiosi e senza complessi, autentici e credibili! Non abbiate paura d’essere cattolici, di testimoniarlo sempre intorno a voi con semplicità e sincerità!» Infine in portoghese l’incoraggiamento a non abbattersi se – “avendo trovato Gesù Cristo” – «vi sentirete controcorrente in mezzo ad una società dove domina la cultura relativista che rinuncia a cercare e a possedere la verità». www.luigiaccattoli.it


Una lettura al giorno

Aneddoti, battute, notazioni critiche per un breve identikit dell’autore del “Pasticciaccio�

Carlo Emilio da vicino di Leone

Piccioni

Continuamente inventivo e difficilmente afferrabile. Incalzante, profeta acuto, terribile nella distruzione polemica. E tanto, tanto cerimonioso

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una lettura al giorno iulio Cattaneo dedicò un libro di aneddoti e di ricordi a Carlo Emilio Gadda: Il gran lombardo (Garzanti ’73). Il bel libro fu rieditato nel ‘91 da Einaudi. Credo che si possa ora tornare a scrivere, pur rapidamente, del carattere dell’ «ingegnere» e della sua formidabile vocazione di scrittore facendo ancora una volta riferimento a citazioni dalle sue opere o dalle lettere oppure dalle sue battute, spesso raccolte a viva voce. E sarà preziosa anche per questo mio lavoretto l’opera di Cattaneo. *** Carlo Emilio Gadda, una delle più forti personalità di scrittore continuamente inventivo e, per i molteplici aspetti proposti, difficilmente afferrabile e catalogabile, con quella sua tutta nuova e antica lingua letteraria che mescola i dialetti con l’uso di parole antiche e felicemente recuperate. Scrittore al confronto del quale ben pochi autori del Novecento possono tenergli testa, in niente invecchiato, in niente destinato ormai agli scaffali o alla erudizione, ma incalzante, profeta acuto, «lento all’ira», ma terribile nella distruzione polemica, così come di un continuo inoltrarsi nella evocazione lirica e nella esaltazione dei sentimenti. Ricordando che da soluzioni ironiche possono nascere effetti di irresistibile comicità (volontaria o involontaria). Nei suoi scritti, nelle note, nel «diario», nelle Favole, attraverso i personaggi dei suoi libri, in tanti passaggi si incontrano tentativi (e risultati fermissimi) di autoritratti. Basti dire dell’ingegnere della Cognizione del dolore, i suoi silenzi, la sua timidezza e i suoi scatti inarrestabili (pagine come quelle del colloquio con la madre restano nella memoria indelebili); basti dire del Commissario Ingravallo nel Pasticciaccio, e di tanti personaggi e autoritratti nei libri di guerra, nell’Adalgisa, in tutta, insomma, la sua opera. (…) *** Ho conosciuto Gadda a Firenze negli ultimi anni di guerra quando ero solito accompagnare il mio maestro De Robertis nella sua passeggiata da Piazza San Marco alle Cascine. De Robertis, con il suo bastoncino, con la sua bella e pacata voce, parlava soprattutto dei «tempi» del Petrarca con bellissime citazioni dai Sonetti e dalle Canzoni. Un giorno incrociammo Gadda proprio sul Lungarno. Allora viveva in vista del fiume e stava per effettuare il trasloco verso Piazza D’Azeglio. Di fronte a De Robertis grandi inchini e molti complimenti; molte cerimonie anche per l’incontro di noi ragazzi sconosciuti. Un amico

G

comune, pochi giorni dopo, andò a trovarlo alla casa del Lungarno, proprio nel giorno che Gadda aveva scelto per traslocare dal suo ultimo piano: i vari appartamenti erano collegati attraverso una sola scala. Proprio nello stesso giorno il nuovo inquilino aveva deciso, a sua volta, di traslocare, e Gadda, dal ballatoio, vedeva che per questa ripida scala ogni suo mobile in discesa s’incontrava con i mobili in salita dell’altro inquilino e si creavano difficili ingorghi. Gadda, contemplando dall’alto questa confusione, disse: «Talvolta la Provvidenza mi usa di questi riguardi».

Io s c r i s s i n e l ‘ 5 0 un ampio articolo sulla sua produzione letteraria. E subito ebbi una sua risposta gentile, non priva delle consuete cerimonie («La sua conversazione radio e gli articoli apparsi sul Mattino a Firenze e sul Popolo a Roma, hanno concentrato sul mio lavoro l’attenzione dei lettori, in misura troppo superiore a quanto meritassi! (...) Devo dirLe che sento quanto sia stato acuto l’avvicinamento, quanto criticamente ricca l’approsimation, se pure il giudizio conclusivo mi sembri peccare di scarsa severità. È un peccato che dovrei perdonare e che naturalmente perdono, nella gratitudine di chi per merito d’un lettore e d’un critico com’è Lei ha la consolante impressione di non essere “solo” presso le sue miserie»). *** Raccontava Bacchelli che, andando in giro con Gadda per la Lombardia e verso la Brianza, era lui a far notare come tutto l’aspro paesaggio di robinie che si stendeva a vista d’occhio, si doveva alla volontà di Alessandro Manzoni di far importare quell’aspra pianta disseminandola ovunque. Manzoni: maestro di Gadda, per lo più venerato, talvolta insolentito a parola e tanto amato per i suoi scritti. Giancarlo Vigorelli fu amico di Gadda ai tempi di Milano e oltre, in alcune storie molto efficaci che ci ha raccontato (il suo incontro, ad esempio, con la madre di Gadda), ci ha detto che quando Gadda doveva spedire per posta qualche cosa cui teneva particolarmente (un articolo a Firenze, per esempio a Bonsanti, o qualche altro documento) riempiva la busta di tante e tali indicazioni (il corrispondente e l’indirizzo cui la missiva era destinata, e poi il mittente con altro indirizzo, ripetuti, l’uno e l’altro, anche nel retrobusta con frec-

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ce di riferimento fatte a tratti massicci di penna) che si vedeva per lo più ritornare indietro il plico spedito, perché le poste e il povero postino non erano riusciti a capir nulla tra quegli indirizzi e quei nomi. Gadda era a Roma per breve tempo alla Pensione Gargiulo nei tempi duri della fame. Arrivava da Firenze Calamandrei: portava con sé una borsa con dentro pane, ampolline d’olio, vino, pentolini con fagioli e carne: disponeva tutto sulla tovaglia (e Gadda guardava con occhi sbarrati, tanto era affamato), poi divorava tutto, sveltissimo, senza mai offrir nulla. «Stendeva la tovaglia, metteva le ampolle come se avesse dovuto dir Messa: poi la celebrava con grande rapidità». Alle Giubbe rosse a Firenze, Gadda compariva quasi tutti i giorni cercando soprattutto la compagnia di Montale e di Bonsanti. Ma c’erano anche i giovani scrittori fiorentini studiosi come Bo, Traverso, Poggioli, Luzi, Bilenchi, più Rosai e altri amici. Rosai osservava di giorno in giorno il modo di fare di Gadda - tante cerimonie, appunto, tanti scatti d’ira confusi le une negli altri - e uscì una volta con questa lapidaria battuta: «Non ho ancora capito se Gadda è un bischero o è un bischero di genio». *** (…) Alla fine del periodo fiorentino, Gadda versava in condizioni economiche molto precarie. G.B. Angioletti, gran gentiluomo e ottimo scrittore, intervenne presso la direzione della Rai (sostenuto anche da me) per far assumere lo scrittore milanese. Angioletti era a capo della sezione culturale del Giornale Radio e Gadda fu inserito in quel settore nel quale c’era già, insieme ad altri cari colleghi, Giulio Cattaneo. Come ben ha raccontato Cattaneo, sensibile biografo di Gadda - come s’è detto - spe-

telli lo cercava, Gadda si precipitava al telefono come se fosse stato l’attendente di quell’ufficiale.

Gadda aveva un ufficio in una stanza molto grande e riceveva diversi collaboratori e, in continuazione, le visite di

vertì, non dicendo il vero, che Mantelli aveva scritto un diario: siccome Gadda aveva un appuntamento con lui, lo pregò di parlargli per primo di questo diario. Gadda, subito emozionato, si informava se si trattasse di un diario della Resistenza, se era stampato da Le Monnier, di che proporzioni fosse questo diario... fermandosi poi di colpo. Attraversò tutta la stanza fino alla porta che dava nel corridoio; guardò a destra e a sinistra, poi ritornò a cauti passi indietro: «Per carità - disse - non mi tradisca. Mantelli ha scritto un diario? Chissà che boiata!». *** Dopo qualche tempo passato al Giornale Radio Gadda fu spostato al Terzo programma. Lavorava, vedeva collaboratori, correggeva testi e intanto mandava avanti il suo lavoro sui Luigi di Francia. Leggendo in una rassegna di storia destinata ai microfoni di Carlo Arturo Jemolo «Si recò al Quirinale», cancellò e scrisse con gioia sadica: «Si

Nei suoi scritti, nel «diario», nelle Favole, nei personaggi dei suoi libri, in tanti passaggi si incontrano tentativi (e risultati fermissimi) di autoritratti cialmente per gli anni da lui passati in Rai (1950-‘54), Gadda, sebbene appartenesse nei primi tempi al Giornale Radio mentre il maestro Mantelli era al Terzo programma, si mise in testa che Mantelli fosse il suo direttore. Ne era terrorizzato, temeva di essere licenziato da quel lavoro, unica fonte del suo guadagno. Così quando Man-

Cattaneo e spesso anche le mie. Cattaneo, che si inventava un sacco di storie per raccogliere le risposte sempre pertinenti di Gadda (rispondeva a qualunque domanda gli fosse rivolta: ad esempio se avesse accettato di diventare Re d’Inghilterra, se avesse volentieri sposato la Manzini su insistenza di Falqui, ecc. ecc.), lo av-


deferenza ma per i nostri legami d’amicizia. Le Favole: «Giuseppe Verdi compose una Messa da Requiem che, in Paradiso, appena la udirono, gli pareva di essere tutti in palco. Alla Scala». «Il ciriegio, venuto dopo gran fuga da anni a nonagesimo suo, fu sradicato e messo in tavole. E dette tavole, dopo la stagionatura assai, piallate. E infine, commesse in una scanzia. Ora egli guarda l’Omero e il Plato, l’Orazio e il Dante. Ma se il destino gli riconducesse una sola delle trasvolate ore del tempo, ei si rifarebbe al suo colle, a far zuffa con i venti dell’aprile. Questa buona favola del buonissimo abate Zanella ne addice: che al comune degli uomini, e dei ciriegi, il pensiero di giovinezza è rimpianto».

Alla domanda se gli piacesse diventar duca risponde Gadda: «A parole, nel vaniloquio giovanile, nella stoltezza di un sogno meramente verbale; in realtà, dopo aver acquisito e meditato una certa esperienza della vita, ho visto l’impossibilità di poter rallegrarmi di una situazione del genere». E ancora, alla domanda se avesse ricevuto volentieri un sovrano in incognito, risponde: «II ricevere un sovrano in incognito sarebbe stata per me una delle scocciature più formidabili». Richiesto di quale compagna di viaggio sceglierebbe: «Sceglierei un biondo amico, sesso femminile, vale a dire un’amica bionda: la quale parlasse fiorentino o tutt’al più castigliano: e avesse attitudini e capacità di crocerossina recuperatrice dei morenti... nonché di guardarobiera, di cacciatrice, di uccellatrice, di raccoglitrice e di distillatrice di erbe officinali e medicamentose, e di gentile cuoca». Con la complicità della Fiera Letteraria, una volta Gadda si trovò in polemica con un illustre maestro nei confronti del quale aveva un reverenziale timore. Era però assai irritato per una lettera molto dura che aveva ricevuto e alla quale avrebbe dovuto rispondere. Fuori di sé dalla rabbia, ci preannunciò il tenore della lettera che avrebbe scritto: «Carlo Merda, non credere che io sia il tuo schiavo, imbecille, carogna, ecc. ecc...». Noi, pieni dell’allegria della giovinezza, incitavamo Gadda a scrivere davvero quella lettera. E l’indomani, appena arrivato in ufficio, gli chiedemmo se avesse risposto al maestro; «Sì - disse accorato ho risposto così: “Illustre maestro, mi perdoni, mi scusi, mi scusi, mi scusi ...”».

«Giuseppe Verdi compose una Messa da Requiem che, in Paradiso, appena la udirono, gli pareva di essere tutti in palco. Alla Scala»

Pietro Germi è il commissario Ingravallo nel film da lui diretto “Un maledetto imbroglio“ tratto dal “Pasticciaccio“

recò da Sua Maestà Vittorio Emanuele II, padre della Patria unificata». Un’altra volta, correggendo il testo di una rassegna cinematografica, trovò un elogio del cinema neorealista italiano. Al lato del foglio scrisse un suo giudizio, come del resto faceva spesso: «Macaco!». Quando l’annunciatore lesse il testo fornitogli, pronunciò: «II neorealismo macaco del cinema italiano». Sul neorealismo Gadda disse: «Il dirmi che una scarica di mitra è realtà mi va bene, certo: ma io chiedo al romanzo che dietro questi due ettogrammi di piombo ci sia una tensione

tragica, una consecuzione operante, un mistero, forse le ragioni o le irragioni del fatto... Il fatto in sé non è che il morto corpo della realtà, il residuo fecale della storia... Scusa tanto». Racconta Contini che in un’occasione «mi sforzai di chiarire la differenza di suono e fonema, di fonetica e fonologia». «Ma perché - chiese Gadda esasperato - dovete complicare tanto le cose?». Altre note correttive che Cattaneo cita: «Molto ben detto», «Qui è bischero», «È grasso, sudato», «Bischerrima scemenza». Accanto alle parole di un importante poeta svizzero,

«il mio lavoro di testa», aggiunse con rabbia: «testa di c.». Alla Rai una volta telefonò a Gadda lo scrittore calabrese, tenuto assai in conto da Sciascia, La Cava, che Gadda non conosceva e che si presentò così: «Sono La Cava, siamo colleghi di penna»; ma Gadda reagì molto risentito: «Penna? Sandro Penna?, non lo vedo da anni». Gadda si voleva evidentemente cautelare da quei tempi eccessivamente moralistici. Ne scaturì di lì a poco nel libro delle Favole la «favoletta 141»: «Un tale, denominato La Fava, richiedé l’autore ch’elli ascoltasse un poema che il detto Fava aveva fatto sulla libertà: “Preferisco la schiavitù!” rispose l’autore».

Facciamo un passo indietro. A Firenze nell’immediato dopoguerra, la bella villa del pittore Carena verso San Domenico di Fiesole diventò una sorta di albergo-casa da gioco frequentata dagli americani e da diversi amici della signora Mariuccia, con la quale Landolfi, sempre presente, aveva una storia sentimentale. E c’era la figlia di Mariuccia, Dona-

tella, Antonio Delfini, Natta, Piero Santi, Gadda e altri. Chi ne voglia sapere di più può riferirsi a Il sapore della menta di Piero Santi (Vallecchi Editore 1963). A Roma, la domenica sera, eravamo spesso invitati, a casa Angioletti. C’era un cancello che venivano ad aprire, un pezzetto di giardino e poi il portone. Si beveva del buon vino toscano di quei bei tempi in cui dominava il fiasco. «Squallente fiasco di vino», diceva Carlo Emilio. Una sera Gadda arrivò con un giovane, S., e se ne andò prima di noi sempre con S. Quando, dopo un’oretta scendemmo anche noi trovammo ancora Gadda e S. bloccati al cancello che non era stato aperto da nessuno. Telefonando a un vecchio amico (ma Gadda aveva amici?) chiedeva ansiosamente notizie della moglie ammalata: «Come sta tua moglie? Come sta la tua signora? Ti prego di salutarmela, non dimenticarti. Fatti vivo, fatti vivo presto» e, riattaccando la cornetta: «Crepa!...». Quando uscirono le Favole, nella prima edizione di Neri Pozza, la dedica a stampa era per Cattaneo e per me, non certo per

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una lettura al giorno Gadda si informava un giorno, sempre da Cattaneo, delle prerogative straordinarie che, secondo alcuni, aveva Padre Pio da Pietrelcina. «Mia sorella - diceva tutte le volte che io ho vinto un premio e anche quando sono entrato alla Rai, seguita a dirmi che è tutto merito di Padre Pio... ». Cattaneo gli raccontò che Angioletti, viaggiando per dei servizi giornalistici, era andato a trovare Padre Pio e aveva ascoltato una conversazione con alcuni deputati del luogo nella quale inveiva violentemente contro la riforma agraria: «Questo, da una parte, me lo rende simpatico». Cattaneo aggiunse che Padre Pio aveva il dono dell’ubiquità e che appariva a un nostro amico, G. E Gadda: «Possibile che si valga del dono dell’ubiquità per apparire a G.?». E tutto di seguito: «Quel nano di Fanfani che va distribuendo a destra e a sinistra terre non sue!». Alla fine di una vacanza a Forte dei Marmi, Gadda scrive a Contini: «Ora dovrò riprendere il“duro” lavoro, che è per me duro in altro senso; cioè nel senso che mi scoccia maledettamente, isso. Vorrei ‘stare (latinamente) su un poltronone, vestito di uno zimarrone rosso, con pantofole ai piedi e questi, adagiati pian pianissimo su cuscini di damasco gonfio di mollicelle piumicine di cigno. Sorbendo squisiti aromi mokerecci e assaporando lontane musiche. Invece, inghiotti rospi!, caro Emilio». (…)

A Roma Gadda era stato negli anni Trenta a lavorare come ingegnere in Vaticano, facendo anche molti viaggi per il suo incarico. Ne scrive a Contini: «Io dovrei occuparmi della luce, dell’energia, dei termosifoni, delle latrine, dell’acqua e del gas di questo Stato. Se una latrina si intoppa sono io che devo correre. Sto costruendo la centrale elettrica e termica dello Stato». Ci tornò nel ‘50, come si è visto, alla Rai. Ma dopo pochi anni di lavoro in Rai, rimase a Roma fino alla morte, nel 1973. «Invecchio. Declino. Discendo. Rammollisco. Rincitrullisco. Rincoglionisco. Perdendo bava da un angolo della bocca con lingua penzoloni, arriverò finalmente in porto?». «Il mio sentimento nei confronti dei fidanzati maschi e delle lesbiche è quello di una viva gratitudine: sia gli uni che le altre, infatti, immobilizzano ciascuno (o ciascuna) una valenza femminile che potrebbe rovesciarsi su di me. Lungi dal patire invidia o geloso furore, tutti i pori della mia anima trasudano un “grazie, grazie, perseverate, perseverate”». Con un passo indietro siamo ancora ad alcune lettere a Contini. (…) *** (…) Spulcio dalle lettere a me scritte: «Angioletti mi assicura che tutte le mattine, dalle 7 alle 8, in pantaloncini bebé Lei gioca a tennis con Robertino. Ma bra-

tende, fra l’altro, spiegarti la mia vera situazione fisica e psicologica - oltreché economica». (…)

vo!» - sebbene io non sappia chi fosse questo Robertino. Nella stessa lettera, facendo cenno a un numero della Fiera Letteraria dedicato a G.B. Angioletti: «Mi permetto rammentarLe col più discreto riserbo e con la più cautelosa titubanza che Petroni attenderebbe il Suo saggio sul Capo. Sono costernato di trasmettere una richiesta di lavoro… da fare in giorni che dovrebbero essere tutti sfere bianche, vele e cobalto. Mi scusi… Ambasciatore

agitazione tremenda e certamente mandava maledizioni a chi lo aveva invitato. Quando, con questo stato d’animo, è venuto qualche volta a casa mia, mandava nello stesso pomeriggio, a più riprese, mazzi di fiori a mia moglie. Ne arrivava uno verso le tre con un bigliettino, poi un altro verso le cinque per scusarsi di aver mandato il primo e così via. (Nel maggio 1963: «Caro Leone, ti prego di voler accogliere per Osanna e per te il mio affettuoso

Gadda, fervente monarchico, fu sconvolto dalle notizie che si riferivano alla relazione della principessa Maria Beatrice, detta Titti, con Maurizio Arena. Ci mettemmo d’accordo con Parise, perché Gadda sarebbe stato a colazione un giorno con lui e il giorno dopo con me. Con Parise portò subito il discorso sulla Titti

non porta pena. Il numero di Angioletti sarà dunque il prossimo (sabato 4 agosto) in attesa dei morosi Piccioni e Gadda». In una cartolina da Avila nel ‘53: «Carissimo Leone, il nostro viaggio è stato buono: il paese è ampio, chiaro, luminosissimo. Dalla città di Santa Teresa e di San Giovanni della Croce ti ricordiamo

grazie, scusando l’ora di presentazione dei fiori suggerita da ragioni tecniche. Con viva trepidazione...». Figurarsi per un invito a passare il Capodanno insieme alla fine del ‘55. Ecco la risposta: «Non sto bene; è la vecchiaia aggravata dalla malattia. Soffro di dolori continui, a volte insopportabili, che si aggiungono ai disturbi di cuore. Verso sera mi ritrovo talmente stanco e “sfessato”che non reggo più. Non sono presentabile. Porterei in un salotto l’immagine di una demenza senile. I recenti disastri combinati dal somaro Saragat e dalla idea fissa di“punire” i risparmiatori (dopo che il 31 ottobre si celebra una“giornata del risparmio”, assolutamente italiana cioè fasulla e arlecchinesca!) mi hanno colpito gravemente, nella mia piccola e debole pecunia: che ha, per me vecchio, il senso e il valore di una pensione capitalizzata. Mi hanno colpito nel morale e nel fisico, contribuendo con una nuova angoscia all’angoscia e all’umiliazione di vedermi così menomato dalla malattia. Scusa lo sfogo: esso in-

chiedendo, assai imbarazzato e dispiaciuto, come fosse potuto accadere che una Savoia si mettesse con Maurizio Arena. Parise afferrò la bottiglia d’acqua minerale e mostrandola a Gadda disse: «Sai, dicono che ce l’abbia così!». La stessa sorte toccò a me l’indomani, lo stesso sfogo sconsolato di Gadda e la stessa domanda. Anch’io presi la bottiglia dell’acqua minerale e gliela mostrai dicendo: «Sai, dicono che ce l’abbia così!». Gadda s’alzò di scatto, rosso paonazzo e a voce forte quasi gridò: «Ma allora è vero!». (…) A proposito dell’andare in macchina: «Quando voi volete procurarvi l’onore di avermi a bordo, vedete allora di non superare in alcun modo i trenta in città, né i 40-50 “lungo la via che tra gli alberi suburbana verdeggia”, quei 40-50 che soli si addicono al prezioso carico... da voi gentilmente imbarcato». Ricordava Parise che quando portava Gadda in macchina, a ogni pur prudente aumento di velocità, s’accorgeva che lo stesso Gadda, con aria indifferente, piano piano per non farsi accorgere, inevitabilmente tirava su il freno a mano, nell’illusione che la velocità fosse così frena-

Scrivendo una volta una testimonianza per Gadda, Ungaretti finiva: «Grazie, Gadda!». E lui assai perplesso disse: «E chi sono? Pasteur?!» affettuosamente (metri 1131 s.m.)». La cartolina era firmata anche da Ungaretti. Infatti nell’estate del ‘53 questi due «grandi» fecero un viaggio in treno fino alla Spagna: un viaggio dal quale derivarono molti aneddoti su Gadda. Scrivendo una volta una testimonianza per Gadda, Ungaretti finiva: «Grazie, Gadda!». Gadda guardò assai perplesso il saluto e poi disse: «E chi sono? Pasteur?!». Invitare Gadda a casa per pranzo o per cena era assai difficile perché entrava in uno stato di

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ta e senza supporre che il freno stesso rischiasse di bruciarsi. Di questa pavidità di Gadda io non mi ero accorto, tanto è vero che per parecchio tempo, dalla Rai a casa sua, lo accompagnavo io in Vespa. In un giorno d’estate, a Piazza del Popolo a Roma, Carlo Bo e io demmo un appuntamento a Gadda al Caffé. Noi due saremmo restati insieme a colazione e insistevamo con Gadda perché restasse con noi. Non poteva e se ne scusava molto. Lo accompagnammo al posteggio dei taxi e ce n’era uno soltanto che stazionava nella piazza: Gadda ci salutava, si scusava, ci salutava ancora… Arrivò rapidissimo un signore, salì in taxi e via. Gadda rimase come paralizzato senza più taxi a disposizione. Si dette come faceva - una gran pacca sulla fronte dicendosi con voce fortemente irritata: «Ti sta bene: perdi tempo, perdi tempo in cerimonie». Negli ultimi tempi romani Gadda aveva sentito molto parlare del nuovo Hotel Hilton e aveva una gran voglia di visitarlo. Ce lo portarono, credo, Arbasino e Guglielmi. Proprio come un ingegnere, volle visitare tutto: cantine, stanze piano per piano, sale, bagni, prendendo appunti fino a trovarsi nella terrazza dell’albergo con un bellissimo panorama su Roma. In terrazza c’era solo un giovane prete che passeggiava leggendo il Breviario. Gadda chiese chi era e gli risposero che era un americano, si fermò come folgorato e, dandosi la consueta pacca sulla fronte, esclamò: «Ecco che dovevo essere io: prete, americano, residente all’Hilton». *** (…) In una intervista televisiva fu chiesto a Gadda quale persona avesse per lui contato di più. Rispose: «Questa è una domanda molto difficile... Mia madre». «Perché?»: «Mi si polverizza la memoria». (Alla maniera di quel cecidere manus del suo amato Manzoni nel Natale 1833). (Ripa di Meana - Roscioni). «Talché amici, o forse inimici, non sarà stupore dopo quanta bile!, dopo interminata vergogna, d’un tal quale serpentesco iridarsi della mia suite: voi arete a danzare con vostre donne ad agio, ed allegro, e a presto: levare indi il bicchiere, il colmo ancora o il già trasparito bicchiere di vostra giovinezza, a la faccia de la stentata eternità. Ché la suite la si partirà secondo e’patti e gratterà a lungo tutto il festino conoscendone rigodone e perigordino, indi arlesiana: con ciaccona, pavana, chiarantena, ciciliana e lamento a dondolo: bergamasca, seguidiglia, passacaglia, tarantella, tattarello, polacca, punta e tacco. E sarabanda: e giga». «L’autore non può rimpiangere la sua inesistita giovinezza». (Brani tratti da Identikit per Carlo Emilio, Pananti, Firenze, 1997)


o p i n i o n ic o m m e n t il e t t e r ep r o t e s t eg i u d i z ip r o p o s t es u g g e r i m e n t ib l o g ACCADDE OGGI

Negli States ingiustizia è fatta 1927: nel penitenziario di Charlestown gli anarchici Sacco e Vanzetti vengono uccisi Ferdinando Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti furono due anarchici italiani. Vennero arrestati, processati e giustiziati sulla sedia elettrica negli Stati Uniti negli anni venti, con l’accusa di omicidio di un contabile e di una guardia del calzaturificio «Slater and Morrill». Sulla loro colpevolezza vi furono molti dubbi già all’epoca del loro processo; a nulla valse la confessione del detenuto portoricano Celestino Madeiros, che scagionava i due. Sacco di professione faceva l’operaio in una fabbrica di scarpe, mentre Vanzetti - che gli amici chiamavano Trumlin - gestiva una rivendita di pesci. Furono giustiziati sulla sedia elettrica il 23 agosto 1927 nel penitenziario di Charlestown, presso Dedham. Nel 1977 Michael Dukakis, governatore dello Stato del Massachusetts, riconobbe ufficialmente gli errori commessi nel processo e riabilitò completamente la memoria di Sacco e Vanzetti. Alla base del verdetto di condanna - a parere di molti - vi furono da parte di polizia, procuratori distrettuali, giudice e giuria pregiudizi e una forte volontà di perseguire una politica del terrore suggerita dal ministro della giustizia Palmer e culminata nella vicenda delle deportazioni. Sotto questo aspetto, Sacco e Vanzetti venivano considerati due “agnelli sacrificali” utili per testare la nuova linea di condotta contro gli avversari del governo. Erano infatti immigrati italiani con una comprensione imperfetta della lingua inglese.

Manovra, serve coraggio. Se non ora, quando? I Prodi, i Visco e i Bertinotti sono tornarti. Oggi si chiamano Berlusconi,Tremonti e Calderoli. Cambiano i nomi e, apparentemente, gli schieramenti politici, ma la sostanza rimane la stessa: nuovi prelievi fiscali e solo qualche sforbiciata qua e là ai costi della politica. Si sono soppresse le festività laiche come il 25 aprile ed il 2 giugno. Si accorpano solamente i Comuni di numero inferiore ai 1000 abitanti. Una riformetta, quando occorrerebbe invece accorpare i Comuni con un numero inferiore almeno ai 15.000 abitanti. E si aboliscono solamente 36 Province, quando invece occorrerebbe restituire alle Province il loro ruolo di ente tecnico-amministrativo, ma abolirle in toto come ente politico. Per gestire una Provincia sono sufficienti i dirigenti pubblici: presidenti, assessori e consigli provinciali sono totalmente inutili. Ci fermiamo qui e ci sembra anche sufficiente aver delineato a grandi linee i contenuti di una manovra che tradisce l’elettorato liberale e libertario che aveva dato fiducia al governo Berlusconi. Un esecutivo che aveva promesso: prima la flat tax, poi la riduzione a tre aliquote fiscali... sino a giungere a comportarsi, invece, come la fotocopia del centrosinistra nostrano di matrice cattocomunista. Una vera mazzata, l’ennesima, per l’elettorato nel suo complesso. Forse sarebbe stato meglio che, quest’estate, i politici, anziché ridursele, si fossero aumentate le ferie. Avrebbero certamente fatto meno danni.

Luca Bagatin

NUMERO UNICO PER LE EMERGENZE Esiste in Italia un numero telefonico unico per le emergenze, come negli Usa esiste il 911 e il 112 in molti Paesi Ue? Mi sono preso la briga di verificare la situazione italiana. I risultati sono sconfortanti. Esiste il numero dei carabinieri, il 112; quello della polizia, il 113; quello dei vigili del fuoco, il 115; quello del soccorso stradale, il 116; della guardia di finanza, il 117; del pronto soccorso, il 118; della forestale, il 1515; della guardia costiera, il 1530. Ci sono poi i numeri delle polizie municipali degli 8mila e passa comuni italiani; quelli delle singole questure, dei posti di polizia e delle stazioni dei carabinieri; dei vari “sangue urgente”, dei centri antiveleni, delle guardie mediche, dei farmaci a domicilio, del pronto intervento veterinario, delle varie emergenze droga, cardiologia, psicologia, elettricità, acqua, gas, ecc. Un numero infinito: non sarebbe meglio unificarli?

Primo Mastrantoni

BABY MODELLA O MODELLA BABY? Tante polemiche hanno scatenato le foto di una baby modella di 10 anni di nome Thylane Léna-Rose Blondeau, la quale, tra l’altro, sembra che abbia già alle spalle una carriera di circa 6 anni. Si sa che da tempo esistono anche le baby modelle, tuttavia trovo davvero insopportabile che esse vengano ritratte in pose maliziose, ovvero fotografate mentre fanno sguardi ammiccanti e sensuali che contrastano con la loro giovanissima età.

L’IMMAGINE

Uno, due, tre... fuga! Se le cose in mare si mettono male, il pesce volante (fam. Exocoetidae) può sempre contare sulle sue lunghe pinne pettorali: dopo aver nuotato per un tratto in superficie dispiega le “ali” e inizia a sbattere la coda contro il pelo dell’acqua a velocità supersonica - circa 70 volte al secondo per prendere velocità e favorire il “decollo”. Il volo dura circa una trentina di secondi, con punte massime di 45, insomma, quanto basta per mettere in salvo la pelle. Una volta in aria, però, c’è da sperare che non arrivi un uccello, a fare quello in cui i pesci predatori non sono riusciti

e di cronach

Non si comprende bene cosa intendano esaltare i vari servizi di moda realizzati con le baby modelle: delle bambine che fanno le indossatrici per promuovere capi di abbigliamento oppure delle modelle professioniste che sono ancora bambine? I genitori (il padre è un ex calciatore francese e la madre una fotomodella) della star non sembrano per niente preoccupati per il futuro della figlia. Ma è giusto privare una bambina della sua età? Penso che una bambina di 10 anni dovrebbe dedicarsi ad altro, le sfilate possono aspettare, l’infanzia non tornerà mai più e dovrebbe essere vissuta come tale. Non parliamo poi degli “addetti ai lavori”. Perché i magazine non scelgono pose più delicate? Perché proporre lo stesso modello che vale per la moda per adulti? Perché scattare foto con vestiti succinti, trucco marcato ed espressioni da donna vissuta? Il mondo dei piccoli è allegro e spensierato e basterebbe solo un po’di sana immaginazione e fantasia per realizzare servizi fotografici adeguati alla loro età.

Chiara Sabatini

REATO DI OMICIDIO STRADALE Io dico sì alla proposta di introdurre il reato di omicidio stradale: un conto è la disgrazia, l’omicidio colposo che purtroppo può capitare; altro discorso è invece quello che riguarda chi provoca vittime perché guida l’automobile sotto gli effetti della droga o ubriaco.

Giulia Della Ragione

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Errico Novi (vicedirettori) Vincenzo Faccioli Pintozzi (caporedattore) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica) Direttore da Washington Michael Novak Consulente editoriale Francesco D’Onofrio Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria) Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Osvaldo Baldacci, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Giuliano Cazzola, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Anselma Dell’Olio, Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Aldo G. Ricci, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Gennaro Malgieri, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Antonio Picasso, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Franco Ricordi, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Emilio Spedicato, Maurizio Stefanini, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Consiglio d’amministrazione Vincenzo Inverso (presidente) Raffaele Izzo, Letizia Selli (consiglieri) Concessionaria di pubblicità e Iniziative speciali OCCIDENTE SPA Presidente: Emilio Bruno Lagrotta Amministratore delegato: Raffaele Izzo Consiglio di amministrazione: Ferdinando Adornato, Vincenzo Inverso, Domenico Kappler, Antonio Manzo Angelo Maria Sanza Ufficio pubblicità: Maria Pia Franco 0669924747 Agenzia fotografica “LaPresse S.p.a.” “AP - Associated Press” Tipografia: edizioni teletrasmesse New Poligraf Rome s.r.l. Stabilimento via della Mole Saracena 00065 Fiano Romano Distributore esclusivo per l’Italia Parrini & C - Via di Santa Cornelia, 9 00060 Formello (Rm) - Tel. 06.90778.1 Diffusione Ufficio centrale: Luigi D’Ulizia 06.69920542 • fax 06.69922118 Abbonamenti 06.69924088 • fax 06.69921938 Semestrale 65 euro - Annuale 130 euro Sostenitore 200 euro c/c n° 54226618 intestato a “Edizioni de L’Indipendente srl” Copie arretrate 2,50 euro Registrazione Tribunale di Salerno n. 919 del 9-05-95 - ISSN 1827-8817 La testata beneficia di contributi diretti di cui alla legge n. 250/90 e successive modifiche e integrazioni. Giornale di riferimento dell’Udc

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politica

pagina 12 • 23 agosto 2011

Il Carroccio dice ”no” a tutto ed esaspera gli alleati, al meeting di Rimini il ministro Romani parla di successione al premier

Il problema Bossi Il Terzo Polo presenta la ”sua” manovra, mentre nel Pdl c’è chi vuole “liberarsi” della Lega di Riccardo Paradisi iornata politica movimentata quella di ieri ma di sostanziale stallo: s’assiste al prolungarsi d’una fase di studio dove le forze in campo cercano la posizione da cui affrontare la manovra e quello che ne seguirà politicamente.

G

Il consiglio politico della Lega di via Bellerio – presenti Umberto Bossi, il ministro della Semplificazione, Roberto Calderoli, e il ministro dell’Interno Roberto Maroni – conferma le posizioni leghiste già emerse dalle esternazioni di questi giorni: in manovra non dovranno esserci modifiche sulle pensioni, ma un ridimensionamento agli interventi sugli enti locali. Inoltre la Lega punta a intervenire sull’evasione fiscale. Ma per il Carroccio non sarà indolore la scelta di puntare sugli enti locali per fare cassa. Sono gli stessi amministratori leghisti infatti a esprimere disagio assieme all’Anci sulle difficoltà che la manovra creerà agli enti locali e alle regioni con tagli che dovrebbero aggirarsi intorno ai 16 miliardi in tre anni. Nella manovra alternativa che il Terzo polo sta preparando un intervento sulle pensioni sarebbe

invece contemplato. Si tratterebbe di un piano in cinque punti, che tocca i capitoli ritenuti nodali della spesa pubblica: pensioni, liberalizzazioni, abolizione delle province e misure per l’occupazione giovanile. Il primo intervento prevede tagli sui capitoli della spesa per acquisti di beni e servizi e per erogazioni e ”fondi perduti” (dai cui proventi si potranno

Con le sue pretese e i suoi ”no” a tutto i padani, secondo la fronda berlusconiana, punterebbero a far cadere il governo riequilibrare in modo selettivo i carichi fiscali per le famiglie e le imprese). Si prevedono, inoltre, un intervento immediato sulle pensioni di anzianità e un pacchetto di misure di liberalizzazione, a partire dai servizi pubblici locali; e ancora, un piano di incentivo per il lavoro e l’impresa per i giovani; infine la soppressione sic et simpliciter delle provincie. Il terzo polo fa sapere che se dalla maggioranza arrivassero però propo-

Paolo Pombeni commenta le sortite del Senatùr

«Pernacchie ed insulti per coprire un vuoto: la Lega ha finito le idee» di Francesco Lo Dico

ste ’razionali’, il Terzo polo si dice disposto a votarle. Secondo Francesco Rutelli, leader di Alleanza per l’Italia, «qualora ci fossero proposte razionali che emergessero in seno alla maggioranza, ma che fossero bloccate dalle pretese della Lega o di altre componenti, i senatori del Terzo Polo potranno valutare il voto a favore, pur mantenendo la propria chiara collocazione all’opposizione del governo».

Fase di studio si diceva anche perché lo stato dell’arte è ancora confuso e a chiarirlo non sono certo utili le divisioni in seno alla maggioranza appunto su pensioni ed enti locali. Divisioni serie se un’esponente della fronda Pdl Giorgio Stracquadanio arriva a paragonare l’opposizione interna della Lega a quella di Rifondazione dei tempi del governo Prodi: «La Lega è la rifondazione comunista del centrodestra ed è diventata il fattore di freno della maggioranza». Il riferimento è al muro che la Lega continua a opporre a ogni stop del Carroccio sul fronte previdenziale. «In questo modo – aggiunge Stracquadanio – la Lega Nord smentisce se stessa e le decisioni assunte nel 2004 con la riforma Maro-

ROMA. Le ultime delle sue rime dolci e leggiadre, il Senatùr le ha dedicate al nano di Venezia, sciogliendole in un curioso tributo shakespeariano che esalta la non gigantesca simpatia di Brunetta. E poi in un omaggio ai giornalisti: andrebbero presi a legnate come in una farsa del Ruzante. E in un’invettiva contro il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini, orecchiabile in un qualunque torneo di briscola tra leghisti veraci a Garbagnate. E ancora, nel notevole endecasillabo sciolto in onore del segretario del Pdl,Angelino Alfano: incoronato urbis et orbis da una tonitruante pernacchia. Niente di inedito, visto che all’altro capo della lingua italiana, sull’opposto versante di Guido Guinizzelli, Umberto Bossi si è collocato da tempo come il peggior fabbro del parlar materno. Non fosse che l’invito rivolto ancora ieri dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, a usare «il linguaggio della verità» in una situazione che per il Paese si trova a metà tra l’Inferno e il Purgatorio, trova nel caporione padano la totale e risoluta resistenza a ogni senso di responsabilità. C’è d’altronde ragione se al curioso caso di Bossi e seguaci, anche il mondo accademico si è avvicinato con la lente dell’entomologo. E l’esito del serissimo lavoro dell’antropologa Lynda Dematteo, non deve stupire più di tanto. A Bossi e camicie verdi, la studiosa ha dedicato un saggio poco metaforico, intitolato L’idiota in politica. Argomento spassoso, se solo fossimo a una soirée di farse plautine. E che in questo «presente angoscioso», assume invece i tratti inquietanti di una furibonda discesa in un incubo lynchiano. Nani, pagliacci

ni». Tra l’altro se la posizione della Lega sulla manovra venisse confermata dal Parlamento, si pregiudicherebbe il successo stesso della manovra. «Una manovra con tasse è recessiva e sarebbe bocciata dai mercati. Questo sarebbe un problema per la stabilità del governo, io non vorrei che la Lega puntasse alla sua crisi». Di rincalzo Mario Landolfi, dell’ufficio di presidenza del Pdl: «La Lega sta recitando tutte le parti in commedia lasciando al solo PdL il ruolo di arci-

gno somministratore di medicine amare».

Resta il fatto che qualunque sia la piega che prenderà la manovra la sua ricaduta sociale sarà pesante. Malgrado ciò il segretario della Cisl Bonanni dal palco del meeting di Cl a Rimini boccia ogni ipotesi di uno sciopero generale. Dallo stesso palco del meeting si rompe poi un tabù: questione della successione a Berlusconi all’interno del Pdl. Nel partito carismatico in cui milito – ha

e odalische a esibirsi sul palcoscenico. E il resto del Paese che muore. Non certo di risate. Perché non c’è da aspettarsi uno scatto d’orgoglio, lo spiega Paolo Pombeni, docente di Storia dei Sistemi politici all’Alma Mater di Bologna. «È inimmaginabile un’assunzione di responsabilità della classe politica, fintanto che non ci si sarà liberati dallo spettro delle elezioni anticipate. Bossi, come altri leader, è già proiettato nella propaganda elettorale. Insulti, minacce e spavalderie sono tutte orientate a fare breccia nel suo popolo in vista delle urne». Professore, c’è ancora speranza che il leader della Lega metta da parte il gesto dell’ombrello, e si dedichi invece a qualche gesto di responsabilità? Il clima di concordia auspicato da Napolitano è a parole agognato da tutti. Salvo il fatto che la fragilità del governo Berlusconi trova i vari leader politici impegnati da tempo nella programmazione del futuro. Il Senatùr lo fa a suo modo, con lo stile macchiettistico che molti benefici gli ha portato nelle scorse campagne elettorali. Ma non è che anche i padani vorrebbero piuttosto qualche euro in più per sopravvivere, piuttosto che tricolori multiuso ed epiteti da bar centrale? Il fatto è che il linguaggio di Bossi funzionava nel tempo dell’abbondanza, quando anche travestirsi da Alberto da Giussano e irridere i cerimoniali della politica aveva una certa presa sull’elettorato. Al tempo della spensieratezza, i frizzi del Senatùr creavano un rapporto identitario in opposizione a Roma


politica

23 agosto 2011 • pagina 13

Asse tra via Bellerio, Sacconi e sindacati per non toccare la previdenza

Ma sulle pensioni il Senatùr rischia di fare un autogoal Nel governo si studiano l’aumento della contribuzione per i collaboratori e l’innalzamento dell’età di ritiro di Francesco Pacifico

ROMA. L’azionista forte del governo. Il ministro competente. Il mondo sindacale stranamente unito. La Lega, Maurizio Sacconi, Cgil Cisl e Uil, cioè il fronte per blindare le pensioni, mostra l’artiglieria pesante, pronto anche a sventolare lo spettro della pax sociale. Non a caso da via Po Raffaele Bonanni prima respinge al mittente la minaccia di Susanna Camusso di uno sciopero generale. Quindi ricorda al governo che «le manovre economiche, per quanto utili e necessarie, hanno bisogno di un clima di coesione sociale e di responsabilità collettiva per essere davvero efficaci».

spiegato il ministro Romani – non c’era il problema di scegliere il leader. il leader era Berlusconi ed in lui tutti, a partire da me, ci siamo riconosciuti e per seguirlo abbiamo lasciato il mondo del lavoro per impegnarci in politica. Ma oggi, dopo 17 anni, può darsi che si ponga un problema di rappresentatività». Secondo Paolo Romani oggi i partiti «sono fondamentalmente destrutturati e senza un meccanismo di elezione della classe dirigente, pertanto bisogna

trovare dei meccanismi nuovi e mostrare più attenzione al popolo di internet e non solo ai giornali e alle televisioni».

Romani porta come esempio la ”rivoluzione perfetta” della Tunisia, «dove il popolo della Rete ha mandato a casa la precedente classe dirigente ma non l’ha sostituita: ha dato vita ad un governo tecnico dopodiché con le elezioni la parola passerà alla gente». Divagazioni di mezza estate. Ora tutti sono concentrati sulla manovra.

ladrona. Senza contare che forse il capo del Carroccio, oltre a percepire la fine imminente di Berlusconi, sente sempre più vicino il fiato sul collo di Roberto Maroni, ed esaspera i toni per proteggere la propria leadership. Sta dicendo che la Lega non ha un sostrato di tradizioni capace di esprimere rigore in tempi critici? I tratti caratteristici del Carroccio sono ben noti. Insulti, pernacchie e provocazioni raccontano oggi di una realtà politica poco capace di esprimere soluzioni efficaci nel superamento di una crisi che sembra non finire. Da una parte l’agonia del berlusconismo, dall’altra l’onere di mettere la faccia sulla macelleria sociale annunciata. Ma perché Bossi, se non per la salvezza del Paese, non spinge più cinicamente per un governo tecnico capace di distribuire le responsabilità di una manovra devastante all’intero arco parlamentare? La Lega ha riscosso notevoli successi sull’onda della lotta ai mali più superficiali del Paese: contro il centro di potere romano, contro i privilegi, a favore della Padania. Oggi invece le camicie verdi sembrano non possedere gli attrezzi per affrontare un esistente dissimile da quello che li ha visti prosperare. Risanare un Paese a un passo dal baratro è cosa più complicata di una facile politica da fumetto. L’unica speranza di cambiamento è nelle mani della società civile. Solo se questa saprà prendere le distanze dalla politica, nella quale spesso è stata invischiata, l’Italia potrà avere il sussulto necessario per ripartire.

Tra i parlamentari del centrodestra gli aut aut del Carroccio, di Sacconi e del mondo sindacale non sembrano ultimativi. Finiscono per creare più confusione in una fase dove l’unica certezza sta nella consapevolezza che, soltanto intervenendo su capitoli come previdenza o Iva, si troveranno le risorse per mettere un po’ di sviluppo nella manovra per il pareggio di bilancio. Più diplomatico del dovuto, il capogruppo al Senato del Pdl, Maurizio Gasparri, ricorda che pur avendo «rispetto delle opinioni altrui, sulle pensioni bisognerà agire, perché è un tema ineludibile». E al Carroccio manda a dire di non fare facile demagogia perché «non devono essere messi in dubbio i diritti acquisiti, ma si può discutere sull’età pensionabile». Questa mattina il segretario del Pdl Angelino Alfano avrebbe voluto incontrare gli amministratori locali e i dissidenti di via dell’Umiltà che chiedono un’inversione liberale con questa manovra. Due fronti – per i tagli ai trasferimenti i primi, per le modalitità politiche della finanziaria gli altri – con un unico nemico: Giulio Tremonti, l’unico che può vidimare gli emendamenti. L’ex Guardasigilli non nasconde di voler superare i tagli recuperando risorse alzando l’età pensionabile o l’aliquota Iva. Ma gli spazi di movimento sono ancora più angusti dopo il diktat arrivato ieri da via Bellerio. Lo stato maggiore del Carroccio – presenti Bossi, Maroni e Calderoli – ha fatto sapere attraverso una nota che le direttrici da seguire sulla manovra saranno tre: non toccare le pensioni, ridurre i tagli agli enti locali e combattere l’evasione fiscale, unica strada per recuperare le risorse necessarie. Nel documento il partito ha messo nero su bianco che «le norme relative alla previdenza contenute nel decreto legge 138 sono idonee e non suscettibili di modifica vista l’intesa rag-

giunta a riguardo tra l’onorevole Umberto Bossi e l’onorevole Silvio Berlusconi». Al contrario, c’è «l’assoluta necessità di un ridimensionamento dell’intervento sulle autonomie locali, così come serve una proposta incisiva ed equa per sconfiggere la grande evasione fiscale e conseguentemente reperire risorse per lo sviluppo del Paese». Attraverso il quotidiano on line Affaritaliani.it, il sottosegretario Guido Crosetto, uno dei tredici contestatori della linea Tremonti, ricorda ai leghisti che «se avessimo ascoltato chi ha criticato l’intervento in Libia, oggi ci troveremmo una Libia nuova e l’impossibilità del nostro Paese di dialogare con quella nazione. Con una perdita economica gigantesca». Un riferimento alle «stesse persone che oggi parlando dell’età pensionabile rischiano di farci fare lo stesso errore di prospettiva». Intanto i tempi stringono e non soltanto perché entro domani Palazzo Chigi attende in maggioranza un accordo che affievolisca gli effetti del contributo di solidarietà per i redditi superiori ai 90mila euro: misura con un impatto mediatico/elettorale più forte di quello economico. In questo caos la Lega si erige a paladina delle pensioni di vecchiaia, facendo la gioia del sindacato (che non ha caso ha plaudito alla proposta di patrimoniale vagheggiata da Bossi) e ostentando l’appoggio di sindaci, presidenti di Provincia e governatori, ai quali Calderoli ha già promesso agevolazioni sui tagli.

Gasparri: «Un intervento è ineludibile». Crosetto: «Se li avessimo seguiti sulla missione in Libia, ora non potremmo parlare con la nuova nazione che è nata»

Sul versante opposto ampi settori del Pdl. Da un lato, vogliono riconquistare spazio politico uscendo dal cono d’ombra nel quale li ha spinto il rigorismo di Tremonti e riallacciando magari rapporti con quel Terzo polo che ieri ha presentato un interessante pacchetto di proposte. Dall’altro temono le ire dei mercati, visto che il pareggio di bilancio sarà ottenuto attraverso una tantum. Da qui la necessità di ritornare a parlare di pensioni, tema sul quale starebbe lavorando alacremente il ministro Renato Brunetta. Giuliano Cazzola ricorda che «la riforma delle pensioni può dare molto se si interviene sulla contribuzione dei collaboratori, perché il solo aumento dell’età di ritiro non dà grandi effetti nel biennio 2012-2013 per la presenza dei precedenti blocchi delle finestre». Si tratta di un tesoretto vicino ai 3,6 miliardi. Numeri che conosce bene anche il ministro Sacconi, il quale però preferisce non toccare nulla perché «il nostro sistema nel medio-lungo periodo è il piu’ sostenibile d’Europa».


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grandangolo L’analisi del più grande dissidente cinese contemporaneo

Gli States e l’Europa? Oramai sono colonie di Pechino

I comunisti esultano, perché i grandi progressi economici cinesi costringono Vecchio Continente e Usa ad agire come dei sudditi. Ma non capiscono che se non riformano il sistema economico – e soprattutto non inseriscono la democrazia nella politica interna – non riusciranno a evitare gli scontri sociali e il crollo della dittatura monopartitica di Wei Jingsheng l cosiddetto “modello cinese” è stato creato in modo da trattare le nazioni sviluppate come un nuovo tipo di colonie, per usarle come discariche di merci. Questo modo di fare rende estremamente felici moltissimi giovani cinesi arrabbiati e “patriottici”, che dicono: “Arriva la riscossa, siamo finalmente uno Stato sovrano in grado di dominare gli altri come fossero colonie”. Sin dalla nascita del movimento culturale e politico antiimperialista del 4 maggio 1919, la propaganda degli intellettuali cinesi – che ha distorto la storia e incitato all’odio – avvelena ancora la mente di molte persone. Tuttavia, i sogni di un “paradiso degli idioti” concepito da questi giovani arrabbiati non sono grandi come sembrano.

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Anche se le nazioni sviluppate sono divenute discariche, come lo erano anche le colonie, le nuove nazioni industrializzate emergenti non sono divenuti Stati sovrani, che possano governare su questi Paese in difficoltà. La ragione è che gli stipendi della media della popolazione – in Cina ma anche in altre nazioni emergenti – non si sono alzati in maniera significativa; e il loro mercato interno, le infrastrutture e i livelli tecnologici non si stanno elevando di pari passo. Al contrario, i mercati sono invasi da beni di bassissima qualità. In effet-

ti, i livelli qualitativi stanno declinando in tutto il mondo.

Questa epoca è caratterizzata dal fatto che chiunque può fare molto denaro senza migliorare il campo della scienza e quello della tecnologia. E senza migliorare la qualità. L’unica cosa che si deve fare, però, è mantenere uno standard molto basso nel campo dei diritti umani dei lavoratori: questo basta a compensare i mancati vantaggi di un avanzamento tecnologico. La politica globale, che lavora sotto il con-

Costringere la rivalutazione dello yuan cinese è soltanto l’inizio di un processo utile all’Occidente. Ma non basta trollo dei capitalisti di tutto il mondo, lavora all’unisono per mantenere il “vantaggio” di uno standard dei diritti umani ai minimi livelli. Le popolazioni delle nuove nazioni in via di sviluppo ricevono stipendi inferiori rispetto a quelli che vivono nei mercati “coloniz-

zati”: inoltre subiscono sempre più repressione e sono sfruttati sempre di più. In pratica stanno ancora peggio di chi vive nelle “colonie”: di fatto, sono gli schiavi dei colonizzati.

Ma chi è lo sfruttatore, che ha un diritto sovrano su tutti mercati delle colonie? Il capitale transnazionale. Ad oggi, i capitalisti non si oppongono al Partito comunista cinese (Pcc). Anzi, lo stesso Partito è divenuto capitalista. Il loro slogan oramai è divenuto “Capitalisti di tutto il mondo, unitevi. Così qualcuno potrà vivere una vita prospera”.Tuttavia, le premesse fondamentali per dare prosperità ad alcune persone è che il libero commercio globale sia dominato da condizioni ingiuste. Le fondamenta di questo mercato sono fatte dai diritti umani negati a coloro che vivono e lavorano nelle nazioni industrializzate emergenti, e la sua conseguenza è la recessione economica nelle nazioni sviluppate e di quelle in via di sviluppo.

Che si avvicinano sempre di più a quelle meno sviluppate. Il metodo con cui si sviluppa non è la ricerca dei capitali, ma una politica controllata che pianifica e organizza i capitali per il proprio scopo: abbassare lo standard dei diritti umani e sostenere un mercato ingiusto. Il libero commercio globale è stato trasformato in uno strumento nelle mani del capitale transnazionale, che in questo modo ottiene profitti ec-

cessivi. Ha perso, insomma, lo scopo che aveva quando venne creato per far ripartire l’economia dopo la Seconda Guerra mondiale.

La variabile più importante in questa trasformazione è stata la creazione del cosiddetto “modello cinese”. Nonostante il nome, il “mercato libero globale” si è deteriorato già in un commercio globale scorretto. Per le nazioni sviluppate, questa scorrettezza si riflette negli standard bassissimi del livello dei diritti umani dei loro competitori. Il sistema politico autoritario garantisce un basso e scorretto costo del lavoro. Accoppiato con delle misure ingiuste di accesso al mercato, produce un’espulsione di fatto dei beni di alta qualità a favore di quelli di bassa qualità. Per le nuove nazioni emergenti la scorrettezza si riflette invece negli stipendi della classe lavoratrice, che non sono sincronizzati con la crescita dello sviluppo economico. Un mercato interno non sviluppato inibisce lo sviluppo economico e il progresso tecnologico e favorisce invece la corruzione della politica. questo fenomeno si può notare in praticamente tutte le nuove nazioni sviluppate dal punto di vista industriale. Abbiamo visto come sia le nazioni sviluppate che quelle emergenti siano colpite da questo fenomeno: ma allora questa forma di economia di commercio globale è sostenibile nel lungo pe-


23 agosto 2011 • pagina 15

Il dittatore nordcoreano in visita di Stato

E intanto Kim Jong-il va in Russia per il gas a visita del dittatore nordcoreano Kim Jong-il in Russia ha scatenato diverse reazioni nella popolazione nordcoreana, che non capisce «se sia in vista un miglioramento o la fine di tutto. Dopo la visita a sorpresa compiuta in Cina, chi vive nelle province di confine non sa più cosa aspettarsi dal Caro Leader». Lo dice ad AsiaNews una fonte sudcoreana, che cita il DailyNK e alcuni membri della Caritas coreana che hanno visitato Pyongyang nelle ultime settimane. Kim Jong-il è arrivato due giorni fa in Russia, per la prima visita dopo nove anni: arrivato con il suo treno speciale nella regione di Amur, nell’estremo oriente russo, ha visitato una centrale idroelettrica in attesa dell’incontro con il presidente Dmitri Medvedev previsto nei prossimi giorni nella città di Khasan. L’accoglienza è stata festosa: il treno blindato di Kim, che non ama volare per motivi di sicurezza, è arrivato nella piccola stazione di Bureya, dove alcune giovani donne russe vestiti in abiti tradizionali lo hanno accolto con pane e sale, secondo la tradizione. Dopo la visita, il leader nordcoreano ha continuato il suo viaggio lungo la famosa Transiberiana, linea ferroviaria che collega Mosca a Vladivostok su oltre 9.000 km. L’incontro con il presidente russo, secondo alcuni analisti, sarà incentrato sulla ripresa senza condizioni dei Colloqui a sei sul nucleare; in cambio, Mosca sarebbe pronta a lanciare una partnership energetica con la Corea del Nord tramite la Gazprom. Inoltre, i due leader dovrebbero studiare un piano per una graduale ripresa dei rapporti commerciali bilaterali. Secondo una fonte Caritas, questa visita «punta a dimostrare al mondo che Pyongyang non intende cedere. Kim sta visitando gli amici e i ‘non nemici’ pur di non cedere alle richieste dell’Occidente. Tutto sta a capire come questi ospiti lo tratteranno. Ma il tappeto rosso srotolato per lui in Russia non lascia ben sperare». Secondo il DailyNK, inoltre, la cittadinanza nordcoreana non ha ben chiaro cosa stia succedendo: «Per alcuni, la visita in Russia serve ad affermare ancora di più la grandezza del leader. Secondo altri, invece, Kim Jong-il è andato a svendersi tutto quello che ha per continuare a governare». Di certo, il leader coreano non vuole cedere al mondo.

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riodo? La risposta è no. E questo perché il livello di globale dei consumi è inferiore dell’attuale crescita della produzione. Il tasso di produzione sarà molto difficile da mantenere. La recessione finanziaria indotta da questo surplus è l’inizio e un avvertimento. Se esiste soltanto un surplus finanziario, allora l’inflazione può automaticamente bilanciarlo. Ma la ragione per questo surplus affonda le proprie radici nei profitti eccessivi ricercati dal sistema del commercio globale. Di conseguenza, il mercato non può bilanciarlo. Questo pone un punto di partenza: ma il declino economico continuerà.

nazione deve prendere le proprie misure per rimettere in pari le bilance di mercato interne. Il primo passo che gli attuali Stati-colonie devono intraprendere è quello di rafforzare il protezionismo commerciale, per resistere all’invasione di prodotti-spazzatura. Se non riescono a fermare questa invasione – come avvenne nella Cina del 19esimo secolo – subiranno una recessione economica interna: le industrie crolleranno e la disoccupazione inizierà a galoppare. Potrebbe anche verificarsi una

La primavera araba è nata ignorando le necessità economiche del popolo in nome della dittatura. Succederà in Asia

In altre parole, la crescita del Prodotto interno lordo non ha portato una crescita conseguente del mercato globale; mentre i profitti eccessivi porteranno ancora una crescita eccessiva nei mercati finanziari. Il tasso dell’inflazione continuerà ad accelerare, ma sarà sempre condannato a cadere dietro il tasso di crescita finanziaria. Da una parte c’è un surplus di beni, dall’altra troppo denaro contante. Entrambi non possono crescere in maniera libera, ma sono nascosti dalle regole del mercato che puntano agli altri profitti e dalle estreme disparità degli stipendi. Questo ostacolo è il motivo per cui si è creata la crisi economica e l’espansione estera negli ultimi secoli. In questa crisi, la situazione attuale della Cina è peggiore di quella di alcune nazioni sviluppate. Il mercato cinese semichiuso previene l’aggiustamento automatico del sistema. Questa chiusura continua a favorire le condizioni che portano profitti in eccesso, mentre nel contempo aumenta sempre di più la distanza fra ricchi e poveri e inibisce lo sviluppo dei mercati. Quindi, il tasso di recessione in Cina rimane molto maggiore del resto del mondo.

Questo è quanto sta iniziando ad accadere negli Stati Uniti. Quindi, per salvarsi, le nazioni occidentali devono prendere misure protettive per invertire la rotta. La democrazia occidentale si deve scontrare con il capitalismo selvaggio. Costringere la rivalutazione dello yuan cinese è soltanto l’inizio di questo aiuto a sé stessi, ma non basta. In questo processo, la Cina sarà inevitabilmente soggetta ad attacchi alle proprie esportazioni. Di sicuro il cosiddetto modello orientale “orientato all’export” non sarà sostenibile. Ecco due possibili opzioni.

Dato che il sistema non può aggiustarsi in maniera automatica, e non può neanche bilanciarsi da solo, ogni

La prima è quella di pianificare, andando oltre. La Cina dovrebbe lanciare immediatamente un’espansione del

sorta di controllo esterno della politica per ragioni economiche.

proprio mercato interno, mentre riforma il sistema valutario e le regole del mercato. In questo modo riuscirà abbastanza velocemente a bilanciare il mercato interno grazie a quello internazionale, superando le difficoltà di una recessione economica cooperando con le nazioni sviluppate. Tuttavia, questa opzione impone di rinunciare agli enormi profitti del capitale interno ed estero e alle politiche autoritarie. La difficoltà è che in Cina esiste una dittatura monopartitica sostenuta dai grandi capitalisti, che difficilmente accetterà questo compromesso (a differenza di quanto accade fra politica ed economia nelle nazioni occidentali).

Gli interessi nazionali cinesi sono da molto tempo subordinati al capitale, e non esiste alcun procedimento democratico in grado di correggere questo trend. Quindi al Partito comunista resta soltanto la seconda possibilità: aderire al mercato semi-chiuso e a una politica monetaria chiusa del tutto, facendo un passo alla volta. A parte alcuni piccoli compromessi che vengono accettati sotto costrizione, l’obiettivo ultimo sarà quello di mantenere i profitti eccessivi del “modello Cina” per continuare ad assicurarsi il sostegno del capitale globale. Ma la difficoltà è che questa scelta costringerà l’Occidente a velocizzare il proprio processo di protezionismo e al contempo l’esplosione del conflitto sociale in Cina, che produrrà il crollo del regime comunista. La “Rivoluzione del gelsomino” nel mondo arabo è stata promossa in questo modo. Tuttavia, la maggiore difficoltà è che il Partito comunista è sotto il controllo dei grandi capitalisti, per i quali è impossibile rinunciare agli enormi profitti e lanciare un vero processo di riforme. Quindi, il capitale e il Partito non possono fare altro che precisare la Cina nell’abisso. Causando un nuovo round di scossoni economici globali.


ULTIMAPAGINA Giudizi e “profezie” di Montanelli su Berlusconi raccolti in un libro tagliente

Il Cavaliere smascherato dall’Indro di Pier Mario Fasanotti

arebbe senza senso fare esercizi di immaginazione attorno a quel che Indro Montanelli potrebbe dire, se fosse ancora vivo, su Silvio Berlusconi. C’è tuttavia da ammettere che la tentazione è forte, visto che lui lo conosceva bene e dal 1994 in poi non si tirò mai indietro nel dare giudizi sull’avventura politica di un imprenditore che faceva fatica a distinguere realtà e sogni, col risultato, che il grande giornalista riconobbe, che il sogno personale, proprio per questo meccanismo infantile e narcisistico, diventò realtà. Montanelli, dal giorno in cui l’attuale premier decise di entrare nell’agone politico, non gliele mandò a dire. Sia pure nella cornice di una prosa secca, sobria, di stampo illuministico e anche spiritosa. E mai sciatta o inelegante, salvo una volta quando rasentò - ma solo rasentò - l’umorismo crasso, un po’“da fureria”. Eccolo il tocco fortemente toscano e quindi tagliente, degno di un Aretino della carta stampata: «...un piazzista che se un giorno si mettesse a produrre vasi da notte, farebbe scappare la voglia di urinare a tutta l’Italia».

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La definizione di «piazzista di Arcore» è sua. Molti poi l’hanno fatta propria e ripetuta migliaia di volte piegandola a disprezzo o a insulto puro. Lo stesso dicasi di «retorica mammista», riferita al tono suadente di Berlusconi sugli schermi televisivi (quelli direttamente suoi o quelli pubblici ma da lui sempre più controllati), all’eloquio un po’ guascone un po’ vittimista che si contrapponeva al «turpiloquio da taverna» di Umberto Bossi. In ogni caso Montanelli non ha mai rinnegato gli anni dell’amicizia, quando il costruttore di Milano 2 non aveva ancora l’ossessione della «democrazia del balcone» di stampo peronista più che mussoliniano, e divenne poi editore, e salvatore de Il Giornale. Anni in cui lo straripante Silvio non regalava solo sorrisi «ma risate: belle, aperte, squillanti, a gola spiegata». Indulgenza affettuosa di Montanelli verso un uomo del quale s’è sempre accorto che «era un bugiardo» e che credeva seriamente nelle balle che raccontava. È utile rileggere gli articoli di Montanelli raccolti da Massimo Fini in Ve lo avevo detto (Rizzoli, 174 pagine, 12 euro). Molti lo ricordano. Quando Berlusconi, dopo l’edilizia e dopo le televisioni, volle diventare politico, Montanelli lo sconsigliò: «Gli dissi che il gioco politico richiede due qualità di cui lui è totalmente

sprovvisto: la doppiezza e il cinismo». A legger bene gli interventi montanelliani, ci si accorge tuttavia che col passare del tempo la lucidità di Indro, accomunata al suo pessimismo di conservatore, non seppe prescindere da un suo iniziale “sospetto”. Nell’aprile ‘94 scrisse che mai gli fu chiaro come avesse potuto diventare così ricco un trentenne che si era sempre rifiutato (e sempre si rifiutò, aggiungiamo noi) di spiegare di chi fossero «quelle due misteriose finanziarie svizzere, dai nomi impronunciabili, che gli avevano dato sette miliardi ai primi anni Settanta per cominciare l’avventura di Milano 2». Nel marzo 2001 ricordò, sul Corriere della Sera, «di averlo consigliato, anzi supplicato, di non entrare in politica. Ma lui mi rispose testualmente: “Se non c’entro, mi fanno a pezzi”» (le frasi del colloquio furono depositate da un

cato profeta. Appellativo che avrebbe rigettato, lui così razionale. Eppure gli strumenti di vaticinio certamente non gli mancavano. Per esempio riferì, nel 2001, che «un’alta personalità della Finanza, nota anche per il suo infallibile fiuto degli uomini, gli disse: “Avrà (Berlusconi, ndr) anche i suoi difetti, ma un merito bisogna riconoscerglielo: quello di non deludere mai. Quando ti aspetti che dica una scempiaggine, la dice”». E a proposito di persone che manovrano grosse somme, raccontò in un articolo del ’94: «So di un grande finanziere che, per sottrarsi al contagio dell’entusiasmo (di Berlusconi, ndr), si rifiutò a lungo di riceverlo.

PARLANTE Il volume, curato per Rizzoli da Massimo Fini, ripropone al lettore pagina dopo pagina gli articoli più dotti e brillanti del grande giornalista e scrittore legale). Montanelli mise in guardia i suoi lettori sui pericoli che «si nascondono sotto questa sua (di Berlusconi, ndr) allergia alla verità, questa sua voluttuaria e voluttuosa propensione alle menzogne, la naturalezza con cui riesce a pronunziarle». Il coltissimo Montanelli ricordava che al tavolo di pace di Versailles «il vecchio prostatico Clémenceau, guardando il nostro Orlando continuamente in lacrime per le umiliazioni che, a suo dire, gli Alleati gli infliggevano, bofonchiava: “Ah, se io potessi pi…are come lui piange!”». A chiosa dell’aneddoto storico, Montanelli scrisse alla vigilia delle elezioni del 2001 (vinte da Berlusconi): «Chiagne e fotte, dicono a Napoli dei tipi come lui. E si prepara a farlo per cinque anni di seguito».

Lo sferzante Indro non si erse mai a Cassandra, anzi confessò apertamente d’essersi sbagliato costatando i successi politici del suo ex amico ed ex editore. Chissà che cosa direbbe ora del Bunga Bunga, delle barzellette volgari, delle figuracce ai summit internazionali e di tante cose che succedono in questa «Destra apocrifa» (sua la definizione). Montanelli man-

Attraverso una segretaria (le segretarie erano l’arma preferita del Cavaliere prima maniera) seppe che il renitente partiva una sera per Roma. Riuscì a farsi assegnare un posto in aereo accanto al suo. Ed all’arrivo nella capitale, il prestito era accordato». E ancora una stafilettata di sapore meramente politico: «Chi affida la propria immagine alle mutande e ai lazzi del goliardismo più deteriore, così come l’affida al cerone dello spot pubblicitario per lo smercio di Virtù un tanto al chilo, ha le carte in regola per diventare un Peron; uno statista di Destra, mai».

I consigli del razionalista Montanelli hanno sempre avuto un sottofondo di sconforto. Aveva capito che il premier era bravo nei monologhi, «compilati a tavolino, mandati a memoria, provati e riprovati davanti allo specchio... essi sembrano perfino spontanei e improvvisati». Ma sapeva bene che la trappola era la conferenza stampa, dinanzi alle «provocazioni maliziose e talvolta canagliesche dei giornalisti... lo ha dimostrato anche l’altro ieri (giugno 1994, ndr) lasciandosi scappare di bocca che la Rai, essendo un servizio pubblico e di Stato, non può mettersi contro la maggioranza che sta al governo. Il che dimostra, da parte sua, un’allarmante confusione concettuale di Stato e di governo». Rispondendo alla missiva di un lettore, Montanelli scrisse quel che pensava, come del resto sempre aveva fatto: «No, Berlusconi non ha la stoffa del dittatore; ha solo quella del corruttore».


2011_08_23