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he di cronac

BUON FERRAGOSTO Come tutti i quotidiani, anche liberal non sarà in edicola il 16 agosto. Torneremo mercoledì 17

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • SABATO 13 AGOSTO 2011

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Fortissime tensioni prima del varo di un provvedimento da 45 miliardi in due anni: «Pareggio entro il 2013»

Solo tagli, niente riforme In rivolta gli enti locali (-9 miliardi). Formigoni: «Non passerà» Altri 8 miliardi dalla riduzione di Comuni e Province (unica novità), 6 dai bilanci dei ministeri e poi una nuova supertassa. Nella manovra bis non c’è nessun intervento strutturale: così, addio sviluppo LEADERSHIP FALLITA

ROMA E FRANCOFORTE

Pensano L’ultimo al voto, colpo non all’Italia all’economia di Enrico Cisnetto

di Francesco D’Onofrio

desso basta. Non è più possibile che gli italiani siano costretti a dover assistere all’indecoroso spettacolo offerto dall’italica classe politica nelle 48 ore che hanno preceduto il consiglio dei Ministri di ieri in cui il governo ha varato il decreto che dovrebbe – il condizionale è d’obbligo, e peraltro al momento di scrivere disponiamo solo di indiscrezioni – respingere gli attacchi della speculazione e fronteggiare la crisi economicofinanziaria. La pagina che in questa circostanza è stata scritta entra di diritto nell’olimpo di quelle peggiori della pur travagliata storia della Repubblica. a pagina 4

i sente molto parlare di una sorta di “commissariamento” dell’Italia in conseguenza degli ultimi interventi della Banca Centrale Europea concernenti il cosiddetto debito sovrano italiano. Non vi è dubbio che si tratti di un condizionamento molto rigido che la Bce (che comunque non è una vera e propria autorità europea) pone all’Italia ed in particolare al governo italiano in conseguenza del fatto che il sostegno stesso della Bce riferita ai titoli di Stato emessi dall’Italia è subordinato alla adozione di interventi legislativi italiani tali da ridurre il più possibile il rischio di “default” dell’Italia stessa. a pagina 5

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Martedì vertice con Merkel

Sarzozy fa il duro. Ma solo in Europa

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di Enrico Singer

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Parla Linda Lanzillotta

«Un governo Gattopardo: tutto cambia perché nulla cambi davvero» «Il prezzo di questi provvedimenti sarà pagato solo dai cittadini. Mentre Stato e burocrazia rimarranno gli stessi» Errico Novi • pagina 3

iusto il tempo di far passare questo lungo e tormentato weekend di Ferragosto e l’attività della politica e dei mercati di Eurolandia riprenderà sotto il segno di un nuovo vertice a due tra Nicolas Sarkozy e Angela Merkel. C’era da aspettarselo. L’appuntamento è fissato per martedì all’Eliseo e non appena è stato annunciato è servito, almeno, ad allentare la tensione sui titoli, a riportare in positivo tutte le piazze e a confermare che, nonostante l’attacco subìto a metà settimana, Parigi resiste. a pagina 6

Esclusivo. L’ex consigliere di Bush in campo per le primarie dei repubblicani

«Mi candido per salvare l’America» Bolton: «Obama sbaglia, ma i Tea party sanno dire solo no» dam Smith scrisse nel Benessere pubblicano deve nominare un leader di John R. Bolton che, a differenza dell’attuale presidendi una nazione che «il primo compito di una forza sovrana – quello di proteggere la te, capisca in maniera istintiva che la libertà dell’America società dalla violenza e dall’invasione di altre società in- è collegata in modo indistricabile con la prosperità e la sidipendenti – può essere raggiunto soltanto attraverso l’u- curezza del Paese. È triste dirlo, ma la legislazione sul deso della forza militare». Oggi, non riuscire a proteggere la bito statunitense approvata la scorsa settimana, che ponostra sicurezza nazionale mette inevitabilmente in peri- tenzialmente potrebbe produrre dei tagli catastrofici nel colo la nostra prosperità economica: questo avviene per- nostro budget per la Difesa, non ha fatto altro che rinforché ci rende vulnerabili agli avversari globali. È chiaro zare le mie profonde preoccupazioni. Questo accordo è che il presidente degli Stati Uniti non è d’accordo con il probabilmente il migliore a cui potevamo arrivare, e di sicredo di Smith. Le politiche di Obama stanno disperden- curo è molto migliore di quello che temevano. Ma nell’acdo non soltanto la nostra sicurezza nazionale e la nostra cordo sono previsti anche enormi passi indietro nel cameconomia, ma anche la nostra sovranità costituzionale. po della Difesa, che in potenza rappresentano un coltello Per questo motivo ho deciso di iniziare a considerare di puntato al cuore della nostra sicurezza e sovranità. candidarmi alla presidenza degli Stati Uniti. Il Partito rea pagina 12

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I QUADERNI)

• ANNO XVI •

NUMERO

157 •

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• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


il fatto Consiglio dei ministri straordinario per la nuova manovra. Ma i provvedimenti scontentano tutti: maggioranza e opposizione

La guerra delle Regioni

Formigoni guida la rivolta degli enti locali: «Addio al federalismo» Bossi: «Basta con queste proteste! Ci penso io a garantire i sindaci» i dati di Riccardo Paradisi

a scure della manovra s’abbatterà soprattutto sugli enti locali. Una delle principali voci della stangata allo studio del governo per rientrare del debito pubblico, come preteso dalla Bce, sarà infatti la riduzione dei trasferimenti a comuni regioni e provincie di quasi 10 miliardi in due anni. Una cifra enorme anche se dai tagli verrà risparmiato il settore della sanità. La riduzione, precisa il ministro dell’Economia Tremonti, sarà di 6 miliardi per il 2012 e di 3,5 miliardi nel 2013, per un totale di 9,5 miliardi di euro. L’obiettivo generale del governo poi, come ripete il premier Berlusconi – è ottenere altri «20 miliardi per il 2012 e 25 miliardi nel 2013».

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Una vendemmia pesante calata come un fulmine sul Paese. Una precipitazione inevitabile considerato il tempo perduto e soprattutto considerato che la Bce ha preteso, quasi ordinato, l’anticipo del pareggio di bilancio: «Non lo riteneva “congruo” nel 2014, e così mi ha chiamato chiedendo di anticipare. Da qui la decisione di annunciare il pareggio nel 2013». Oltre ai tagli sugli enti locali il governo intende aggredire i costi della politica con una quindicina di provvedimenti ad hoc mentre viene confermata la tassa di solidarietà dai redditi superiori ai 90mila euro. Inoltre ci sarà un taglio di 6 miliardi ai ministeri nel 2012 e di 2,5 per il 2013.

Riduzione dei costi della politica, degli enti locali e una patrimoniale

Tagli e tasse: 45 mld in due anni Ecco le misure per anticipare il pareggio di bilancio ROMA. Le misure previste dal governo puntano a un risparmio complessivo di bilancio di 20 miliardi di euro nel 2012 e 25 miliardi nel 2013. A tanto ammonta il costo dell’operazione di anticipo di pareggio di bilancio chiesta con insistenza dalla Bce per intervenire a sostegno dell’Italia comprando sul mercato i Btp rimasti invenduti vuoi a causa della speculazione internazionale vuoi per la profonda crisi di credibilità politica del nostro governo. Per raggiungere, dunque, il pareggio di bilancio nel 2013, il ministro Tremonti ha spiegato che il rapporto deficit pil sarà -3,9% nel 2011, -1,6 nel 2012 e 0 appunto nel 2013. La manovra bis che a detta del governo dovrebbe consentire di raggiungere questo obiettivo si muove su tre direttrici: tagli ai costi della politica, tagli ai trasferimenti agli enti locali e introduzione di una «tassa di solidarietà» come l’ha chiamata il presidente del consiglio Berlusconi.

cali e incentivi alle privatizzazioni delle società controllate».

Enti locali

Costi della politica

Ci sarà un taglio dei trasferimenti agli Enti locali di 9,5 miliardi in due anni: riguarderanno tutti i settori di investimento escluso quello della sanità. La riduzione, ha spiegato Tremonti, sarà di 6 miliardi per il 2012 e di 3,5 miliardi nel 2013, per un totale, appunto, di 9,5 miliardi di euro. Nello specifico, il grosso del taglio riguarderà Province e Comuni, dal momento che il traferimento alle Regioni diluirà solo di un miliardo in due anni. E questo a garanzia del fatto che la sanità (gestita dalle Regioni) dovrebbe restare fuori dalla generale, inevitabile riduzione dei servizi. A parziale compensazione di ciò, Tremonti ha parlato di un possibile anticipo del federalismo fiscale, di fatto dando il via libera all’introduzione immediata della Imu, la tassa che di fatto sostituirà la vecchi Ici sulla prima casa.

I tagli ai costi della politica, che dovrebbero incidere per circa 8,5 miliardi, per il momento hanno contorni assai generici. Il premier ha parlato di 15 provvedimenti specifici e di tagli per sei miliardi ai bilanci dei ministeri. Il che vuol dire minori investimenti (o minori spese in genere) per tutti i settori pubblici, dall’istruzione alla pubblica amministrazione. Quanto alla riduzione di costri strutturali, il governo parla genericamente di «riduzione delle province, accorpamento dei Comuni, liberalizzazione dei servizi pubblici lo-

Berlusconi, come abbiamo detto, l’ha chiamata «tassa di solidarietà» (e dev’essergli costato parecchio pronunciare la parola “tassa”): di fatto sarà una patrimoniale pluriennale (non un’una tantum, dunque) sui redditi che superano una certa cifra. Su quale sia questa cifra, ossia quella al di sopra della quale si pagherà, non c’è ancora accordo: si parla di un’ipotesi contributo 5% oltre 90mila euro e 10% oltre 150mila.

Patrimoniale

Dalla falce della manovra sembrano per ora salve le pensioni a difesa delle quali fa muro Bossi. Per il quale esisterebbe «una linea della saggezza» che alla fine prevarrà. «Sto andando a vigilare sulle pensioni – assicura il leader leghista – nessuno oserà toccarle finché non ci sarà chi ha il pugno più forte del mio». La logoterapia di Bossi s’applica anche agli enti locali preoccupati dai tagli: «Non è come sembra. Non devono essere preoccupati, non devono avere il terrore. Abbiamo trovato la via per moderare. Stiano tranquilli».

Ma le rassicurazioni di Bossi non riducono i tagli che hanno preso a bersaglio gli enti locali per incendiare la prateria politica. Una levata di scudi trasversale i cui accenti più furiosi sono pronunciati proprio da autorevoli governatori e sindaci di centrodestra. Il più duro di tutti è il presidente della Lombardia Formigoni: «Con i tagli che il governo ci ha proposto oggi possiamo dire ufficialmente che il federalismo fiscale è morto. Il federalismo fiscale era già stato affossato dalla manovra di luglio senza dimenticare che era pesata molto anche la manovra dell’autunno 2010». Dai tagli alle Regioni arrivano secondo Formigoni «ulteriori pesanti sacrifici per i cittadini da noi amministrati». Per questo la manovra dovrebbe essere «fortemente emendabile nei suoi contenuti». Questa d’altra parte è la terza


prima pagina

13 agosto 2011 • pagina 3

l’intervista

«L’inganno di un premier commissariato» Linda Lanzillotta: «Meno risorse senza cambiare la politica. Così pagano solo i cittadini» di Errico Novi

ROMA. Ecco il conto. Ma chi lo paga? «I cittadini, se il quadro non cambia in modo radicale». Linda Lanzillotta non ha dubbi. Conosce bene la genesi del paradosso che si compie con questa manovra. O meglio, che si compirà «se non ci sarà una svolta epocale con la riorganizzazione degli enti». Bisognava «ridurli e razionalizzarli prima. Prima anche di mettere mano al federalismo fiscale. Che senso ha concedere autonomia impositiva se il peso e il costo dell’apparato restano immutati? Si finisce semplicemente per perpetuare questa esosa rete di poteri a danno dei cittadini, che vedranno diminuiti i loro servizi nonostante nuove tasse come l’Imu». Un quadro appunto paradossale. Che descrive in qualche modo i contorni di un colossale raggiro ai danni dei contribuenti. Come spiega la deputata dell’Api ed ex ministro degli Affari regionali, i 9,5 miliardi di tagli agli enti locali previsti dal governo innescano una sconcertante partita di giro. Lo Stato centrale si trova a dover compiere scelte dolorose e impopolari, ma le scarica in parte sugli enti locali; questi ultimi si trovano con 9 miliardi e mezzo di trasferimenti in meno tra 2012 e 2013, ma devono comunque alimentare il proprio apparato; e allora finiranno quasi certamente per ricorrere all’Imu e alle addizionali per compensare il taglio dei trasferimenti, ma useranno i proventi di quest’aggravata pressione fiscale più per autopreservarsi che per garantire lo standard dei servizi; e così alla fine della partita i contribuenti si troveranno appunto con più tasse da pagare e minori contropartite.

pamenti di comuni e la riduzione di province di cui parlano premier e ministro dell’Economia «non paiono corrispondere a quella svolta che sarebbe necessaria».

C’è in ogni caso un dato certo, secondo la parlamentare del Terzo polo: «In queste condizioni il federalismo non è praticabile. In tutti i periodi di crisi si va inevitabilmente verso una centralizzazione della spesa e una revisione dei margini redistributivi. Il contrario del federalismo fiscale. Diversa sarebbe appunto la situazione se il processo di semplificazione si fosse compiuto prima della riforma federalista. Prima si razionalizza e poi si dà autonomia impositiva». Altrimenti si cade, come pare scontato a questo punto, nel paradosso di «scaricare due volte sui cittadini, con le tasse e con la riduzione dei servizi, la minore disponibilità di risorse». Linda Lanzillotta ha titolo per esprimere forti perplessità anche perché sulla stessa riduzione delle province, dopo essersene occupata come ministro, ha presentato un disegno di legge «in questa legislatura». La proposta è la seguente: «Eliminare tutte le province al di sotto dei 500mila abitanti. In questo modo il numero si ridurrebbe da 110 a 37. Ci sarebbe un risparmio di spese correnti di circa 2 miliardi». Perché è vero che le funzioni amministrative restano, «ma una simile riforma produce un effetto domino positivo: si riducono gli uffici statali su base provinciale, così come le articolazioni territoriali di organizzazioni come il sindacato». E ancora, «non è che gli uffici della provincia abolita diventano uffici periferici della regione o della provincia a cui si viene associati».

Le minori disponibilità serviranno più a mantenere gli apparati che a garantire i servizi, e in più cresceranno le imposte locali: insensato

«È così». Un’operazione sofisticata ma non per questo meno criticabile. «Davvero difficile da accettare», dice la Lanzillotta. «A meno che appunto gli annunci fatti dal presidente del Consiglio e formalmente inseriti in manovra vengano realizzati nella forma più decisa possibile. Cioè dovrebbe davvero compiersi da subito quel processo di ammodernamento e di razionalizzazione degli enti locali, delle società di servizi, dei consorzi, che è urgente da tempo»I. n quel caso, dice l’ex responsabile degli Affari regionali, «sarei persino pronta a dare il mio sostegno». Ma appunto, gli accormanovra nel corso di dodici mesi: «già la manovra del 2010 pesava in maniera abnorme sulle regioni. La manovra del luglio 2011 moltiplicava questo effetto distorsivo a carico di regioni, province e comuni. I tagli previsti per la manovra 2011 inoltre pesano per il 50% sulle regioni, quando le regioni pesano, nella spesa totale, solo per il 16%, quindi è evidente che c’è un effetto distorsivo, sproporzionato e pesantissimo a svantaggio delle regioni ma anche degli altri Enti Locali».

Se Formigoni è arrabbiato Alemanno è furioso. Il sindaco di Roma sfoga sul suo blog la rabbia: «Oggi tutto quello che viene tagliato ai Comuni diventa taglio alla spesa sociale. Noi sindaci siamo disponibili a fare la nostra parte, ma ci deve essere riconosciuta quell’autonomia che fa parte del progetto del federalismo: difesa della

Se davvero si volesse imprimere «la svolta», dice la deputata, «si dovrebbe mettere mano a tutto, compresi i consorzi tra comuni: che non possono sovrapporsi, ne basta uno, che senso hanno i consorzi monotematici?».Va bene: e la Lega? «È stata il principale ostacolo, in questi anni. La sua filiera di poteri sul territorio ormai è cresciuta troppo». Eppure un qualche cedimento Bossi lo ha pur dovuto mettere sul tavolo della manovra, proprio sulla semplificazione degli apparati

povera gente, dei costi sociali e autonomia per i Comuni. I tagli riguardano tutti i Comuni, indistintamente. Però ogni taglio che viene fatto a tutti i Comuni si scarica per il 10% su Roma Capitale. I tagli che ci sono stati comunicati oggi dal Governo attaccano il solo fronte sociale. Abbiamo quindi chiesto al Governo di fare un’attenta revisione. Poi ovviamente cercheremo di fare modifiche sostanziali anche in Parlamento. Siamo disposti a qualsiasi genere di radiografia per capire se ci stanno sacche di grasso, costi della politica o altri fatti. Da questo punto di vista non vogliamo nascondere nulla. Per quanto ci riguarda, ribadisco che noi sindaci siamo disponibili a mettere ai raggi X le nostre spese, tutte incontenibili». I tagli per Roma sono 270 milio-

ni. 100 derivanti dalla manovra precedente e 170 da quanto annunciato oggi visto che Roma conta più o meno il 10% del totale dei tagli. «È chiaro – chiosa Alemanno – che si tratta di una cifra assolutamente insostenibile». Il sindaco della capitale confida sul fatto che i giochi non siano ancora chiusi, che vengano trovati «Altri modi, meno impat-

di periferia. «E ha fatto il suo calcolo. Bossi è un animale politico, sa bene che in questo momento gli apparati sono malvisti dall’opinione pubblica e ha scelto, con astuzia, di farsi paladino delle pensioni. Proprio grazie a quest’ultima mossa il saldo di consenso per lui non sarà negativo. Ma il suo costoso baraccone nei poteri locali subirà un duro colpo, ed è prevedibile che la Lega, in una successiva fase, tenterà silenziosamente di salvare quel tipo di sistema». Sarebbe una beffa completa, sommata quella dell’Imu. «Vede, sono molto critica rispetto ad alcune posizioni assunte da Fassino, da Tosi e da altri, che hanno reclamato la mano libera nell’uso delle addizionali. Si vorrebbe, grazie a queste ultime come all’Imu, preservare le società dei servizi pubblici locali, laddove sarebbe a questo punto più che mai urgente privatizzarle. Acqua a parte, ovvio» Insomma, «la strada non può essere quella di rispondere con le tasse locali, anziché con l’alleggerimento degli apparati, a una minore disponibilità di risorse». Formigoni lo dice: saremo i gabellieri dello Stato. «Sono d’accordo con lui, lo sono di meno rispetto al fatto che sia stata rinviata per anni la necessaria semplificazione. Forse non ci rendiamo conto che il commissariamento non vale solo per lo Stato centrale: è l’amministrazione pubblica nel suo insieme ad essere messa in discussione. Il commissariamento riguarda il sistema Paese anche nelle sue articolazioni periferiche, ugualmente colpevoli perché incapaci di autoriformarsi. Vedo un estremo tentativo di sopravvivere ai danni dei cittadini. Con più tasse e meno servizi»

verno non ci darà ascolto e non apporrà le necessarie correzioni». Durissimo anche il coordinatore del Pdl siciliano Giuseppe Castiglione, presidente dell’Unione provincia italiane che facendo due conti definisce addirittura “insostenibile” la manovra. «I numeri della manovra che il Governo si appresta a varare e che riguardano il contri-

Trasferimenti ridotti di 6 miliardi per il 2012 e di 3,5 per il 2013, per un totale di 9,5 miliardi. L’obiettivo complessivo è trovare 20 miliardi nel 2012 e 25 miliardi nel 2013 tanti e più equi, per trovare questi miliardi anche perché i comuni, da soli, hanno contribuito solo per il 5% dell’indebitamento totale». Alemanno chiama addirittura alla mobilitazione l’Anci, che s’era già dichiarata sconcertata dai provvedimenti al vaglio del governo: «L’associazione dei comuni deve mobilitarsi, se il go-

buto di Regioni ed enti locali, sono assolutamente insostenibili». Per il 2012 è previsto un taglio di 6 miliardi, cui si aggiungeranno ulteriori 3,5 miliardi nel 2013 interamente a carico del comparto. Per le Province si tratta di una riduzione di 700 milioni, che si va a sommare a quella già prevista dal decreto

78/10, pari a 500 milioni. «Pensare di affrontare il federalismo fiscale con l’azzeramento del fondo sperimentale di riequilibrio significa di fatto azzoppare completamente la riforma».

Ma ancor di più, nell’analisi dell’Unione delle provincie, pesa il fatto di non poter effettuare alcuna spesa per gli investimenti, che invece rappresenta il vero volano della ripresa economica: «Questa è una manovra anticiclica e depressiva, che si abbatterà inequivocabilmente sui servizi che le province danno ai territori: viabilità, edilizia scolastica, difesa del suolo e servizi per l’impiego». Come dice Giuliano Cazzola (Pdl) se è vero che a questi tagli non c’è alternativa (Pdl) la maggioranza nel farli sbanda. Anche lei potrebbe diventare una vittima dell’ipermanovra: uscire di strada a quello che Tremonti chiama ”un tornante della storia”


l’approfondimento

pagina 4 • 13 agosto 2011

Nessun intervento strutturale per evitare i «danni di immagine». Soltanto Napolitano ha cercato di “svegliare” i leader

Gli antiriformisti

Berlusconi e Bossi non sono stati assolutamente all’altezza della situazione. Hanno aspettato fino all’ultimo minuto (e oltre) per affrontare la crisi. E lo hanno fatto pensando più alle elezioni future che alle necessità reali del Paese di Enrico Cisnetto desso basta. Non è più possibile che gli italiani siano costretti a dover assistere all’indecoroso spettacolo offerto dall’italica classe politica nelle 48 ore che hanno preceduto il consiglio dei Ministri di ieri in cui il governo ha varato il decreto che dovrebbe – il condizionale è d’obbligo, e peraltro al momento di scrivere disponiamo solo di indiscrezioni – respingere gli attacchi della speculazione e fronteggiare la crisi economico-finanziaria. La pagina che in questa circostanza è stata scritta entra di diritto nell’olimpo di quelle peggiori della pur travagliata storia della Repubblica. Dovendo prendere con ritardo decisioni gravi, ministri e forze politiche di maggioranza hanno messo in scena un penoso tira-e-molla non solo sui rapporti tra loro, sempre più deteriorati, e sui provvedimenti da prendere, ma anche su delicati rapporti internazionali, a cominciare da quelli con la Bce. Ma come è possibi-

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le vedere un ministro della Repubblica, Bossi, trattare il governatore uscente e quello entrante (di cui andar fieri, visto che è l’italiano con la più alta carica al mondo) della banca centrale europea alla stregua di due faccendieri intenti a depredarci della nostra autonomia (sic) e manovrare per far cadere il governo, proprio mentre quella stessa istituzione sborsa enormi quantità di denaro per comprare Btp italici ponendo così un argine alle vendite ribassiste della speculazione? Intollerabile, demenziale, da incoscienti.

Per non parlare dei tentativi dei due leader (si fa per dire) della coalizione, Berlusconi e Bossi, che fanno il gioco delle parti su pensioni e patrimoniale per evitare di pagare dazio elettorale, mettendo in mezzo il ministro Tremonti, cui saranno pure imputabili molti errori e omissioni e che pure avrà tutti i limiti del mondo, ma che rispetto ai due “vec-

chietti bolliti” si staglia come stella all’orizzonte. Altro che “segnale forte” da dare ai mercati, altro che discontinuità come chiede la Bce e l’Europa. Qui siamo alla tragicomica rappresentazione dell’impotenza di un governo – ma direi di un intero sistema politico, giacché anche le opposizioni mettono quotidianamente in scena una stucchevole litania senza avere un minimo di idee, tantomeno comuni – to-

Neanche il Pd ha saputo presentare per tempo le proprie proposte

talmente incapace e inadatto ad affrontare un passaggio epocale come questo.

Cosa avremmo voluto vedere? Ma un governo che in circostanze straordinarie come queste prendesse una solitaria e coraggiosa decisione. Questi non sono decreti che possono essere oggetto di negoziazione preventiva, né con le parti sociali né con gli enti locali, ma devono rappresentare una diretta assunzione di responsabilità del premier sentiti i suoi alleati e i ministri competenti. Sempre che il capo del governo voglia indossare i panni dello statista anziché quelli di un politico qualunque. Poi una volta emanati, i decreti si spiegano e si discutono, magari evitando in sede parlamentare di bloccarli con il voto di fiducia quando devono essere convertiti. Ma solo dopo, non prima. Berlusconi, invece, in questo favorito dalla pochezza degli avversari, per giorni e giorni non ha sen-

tito altro bisogno che minimizzare la crisi, polemizzare con l’unico ministro (Tremonti) che rappresenta il cordone ombelicale di collegamento con l’Europa, e tergiversare per guadagnare tempo nell’unica logica che conosce, quella della sopravvivenza. Lucidità di analisi zero, capacità di mobilitare indicazioni di soluzione zero, decisioni zero. Almeno fino a che, negli ultimi due giorni, sopraffatto dalla Borsa e con la pistola alla tempia della Bce, il Cavaliere non si è visto costretto a tornare a Roma a cercare di riprendere in mano il pallino di una situazione che è gli era sfuggita di mano. Solo che lo ha fatto alla sua maniera, cercando di ridurre al minimo il danno elettorale. Cosa che ha indotto gli altri a fare altrettanto: dalla Lega a singoli esponenti del Pdl, dal Pd all’Idv per non parlare della sinistra radicale protagonista di alcune demenziali uscite (la peggiore è stata quella di Bonelli dei Verdi: «Tremon-


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Le polemiche di questi giorni mettono in gioco tutta la nostra relazione con l’Occidente

Così hanno commissariato l’economia sociale all’italiana

È dal 1945 che gli equilibri internazionali ci impongono ruoli e regole precise: ma stavolta non è più solo una questione di sovranità limitata di Francesco D’Onofrio i sente molto parlare di una sorta di “commissariamento” dell’Italia in conseguenza degli ultimi interventi della Banca Centrale Europea concernenti il cosiddetto debito sovrano italiano. Non vi è dubbio che si tratti di un condizionamento molto rigido che la Bce (che non è una vera e propria autorità europea) pone all’Italia ed in particolare al governo italiano in conseguenza del fatto che il sostegno stesso della Bce riferita ai titoli di Stato emessi dall’Italia è subordinato alla adozione di interventi legislativi italiani tali da ridurre il più possibile il rischio di “default” dell’Italia stessa.

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Non si tratta però di un “commissariamento” del tutto improvviso ed imprevisto, perché è opportuno ancora una volta ripercorrere - anche se sommariamente - le tappe fondamentali che hanno visto il passaggio da una qualche sovranità piena ad una sempre più flebile sovranità nazionale, fino al punto che con gli ultimi interventi della BCE si può anche formalmente parlare di una sorta di limbo nel quale è sospeso il governo italiano tra quel che resta della sovranità nazionale e una, anche se forte, autonomia per così dire federale rispetto ai tuttora inesistenti Stati Uniti d’Europa. Allorché infatti parliamo di Stato ci riferiamo con tutta evidenza a quel grandioso fenomeno europeo continentale che nel corso degli ultimi cinque secoli ha visto sorgere progressivamente uno Stato in riferimento ad un popolo e ad un territorio. Si tratta – come tutti i costituzionalisti sanno – dei cosiddetti elementi costitutivi di uno Stato: popolo, territorio, sovranità. Anche l’Italia ha vissuto il processo di formazione di uno stato nazionale, come abbiamo ascoltato ripetutamente soprattutto da parte del Presidente della Repubblica, nel contesto delle pur contestate celebrazioni del centocinquantesimo anniversario dell’Unità italiana. In questi centocinquanta anni l’Italia si è progressivamente identificata nel proprio popolo (la cui unità è stata ed è per altro contestata e non solo da quanti nostalgicamente si richiamano ai Borboni); nel proprio territorio (con complicatissime vicende concernenti Aosta, Bolzano, e Trieste); nella propria sovranità fortemente caratterizzata da rilevanti pulsioni nazionalistiche durante il periodo fascista. Come i costituzionalisti sanno, la “sovranità” consiste proprio nella libertà di determi-

nare il proprio fine, a cominciare da quel rapporto tra pace e guerra che ha costantemente influito sull’idea stessa di Stato sin dal suo sorgere. La conclusione della Seconda Guerra Mondiale ha comportato proprio una significativa modifica concernente il rapporto tra pace e guerra: l’Italia, al pari delle altre entità nazionali sconfitte nella Seconda Guerra Mondiale, ha scritto nella propria costituzione una normativa concer-

Sugli arsenali nucleari e sulla scelta europeista, in passato siamo già stati “delegittimati” nente il rapporto tra guerra e pace che influisce sostanzialmente proprio sulla sovranità nazionale.

Come molti studiosi hanno affermato proprio in quegli anni la sovranità nazionale ha finito con il coincidere con la potenza nucleare di offesa e di difesa, ed è in conseguenza di questo rapporto tra armi nucleari e armi cosiddette convenzionali che si è cominciato a parlare di gradi diversi della sovranità nazionale anche in riferimento a Paesi europei che siamo soliti definire Stati nazionali. Non si era parlato a quel tempo di commissaria-

mento dell’Italia forse perché la sconfitta militare era stata ritenuta culturalmente e politicamente conseguenza della pretesa fascista. È pertanto almeno dal 1945 che non siamo più in presenza di una sovranità nazionale capace di contenere anche la sovranità militare per tale intendendosi la capacità di offesa e di difesa del proprio popolo e del proprio territorio di fronte a qualunque attacco al popolo e al territorio italiano portati anche nuclearmente.

Il processo di costruzione europea - a sua volta – ha comportato una sorta di “commissariamento”ideale per quel che concerne le scelte fondamentali di politica sociale e di politica economica. Il prevalere della economia sociale di mercato ha rappresentato una radicale alternativa al comunismo sovietico fino alla scomparsa di quest’ultimo: ora ci rendiamo conto che è proprio l’economia sociale di mercato ad essere entrata in contrasto con la pretesa tipica della globalizzazione del profitto a qualunque costo ed in qualunque modo ottenuto. Il prevalere di una cultura del profitto da ottenere anche a prescindere da alcune radicate forme di socialità tipiche della filosofia dell’economia sociale di mercato, ha rappresentato in qualche modo una sorta di “commissariamento” europeistico anche del punto di equilibrio tra libertà e socialità raggiunto nella Costituzione italiana. Questo secondo “commissariamento”ha rappresentato a sua volta una sorta di discrimine significativo tra gli europeisti filo-occidentali, gli europeisti tiepidi e gli anti-europeisti, come purtroppo non si discusse sufficientemente nel corso degli anni ’70 e ’80. Quello in atto è pertanto in qualche modo un nuovo e fondamentale “commissariamento”, ma non è la prima volta che la sovranità nazionale viene sostanzialmente intaccata. Si tratta ormai di una scelta di fondo tra principio dell’interesse individuale al profitto e nuova cultura sociale che pone limiti anche giuridici al profitto medesimo in nome di valori lato sensu comunitari che eravamo stati abituati a veder compresi in quella formula “economia sociale di mercato” che aveva in qualche modo caratterizzato l’intera fase di costruzione dell’unità europea anche in alternativa all’ipotesi sovietica. Non sorprende dunque questa grande enfasi sul “commissariamento” italiano da parte della Bce, ma occorre capire questa volta che si tratta di un “commissariamento” nel quale è in gioco la possibilità stessa di un equilibrio anche se nuovo tra libertà individuale e socialità, a condizione comunque che chi vuol difendere la socialità non sia in condizione di chiedere aiuti economici a chi – come i mercati – non sa cosa sia la socialità, soprattutto quando la finanza viene separata dall’industria.

ti vuole il ritorno allo schiavismo»), tutti hanno fatto a gara per chiamarsi fuori dalla responsabilità, non dico delle decisioni gravi, ma persino da quella minima di dire ai cittadini come stanno davvero le cose.

Non meraviglia, dunque, che in questo quadro il presidente Napolitano abbia sentito la necessità di avviare delle vere e proprie consultazioni, aprendo le porte del Quirinale non solo al trio Berlusconi-TremontiLetta ma anche alle opposizioni (Bersani e Casini), ai presidenti di Camera e Senato, e persino al neo-segretario del Pdl Alfano. E che a conclusione del suo giro d’orizzonte, il capo dello Stato abbia espresso l’auspicio che «prima e dopo le deliberazioni del Consiglio dei Ministri si sviluppi il confronto più attento, aperto alle proposte di tutte le forze politiche e sociali che, come già ieri in Parlamento, appaiono consapevoli delle comuni responsabilità nell’attuale delicatissimo momento». Adesso qualcuno parlerà di funzione impropria del Quirinale. Ma vi pare che per cominciare a fare sul serio ci dovesse essere bisogno di aspettare un paio di crolli di Borsa in più di quelli che già c’erano stati e l’arrivo di una lettera di monito della Bce sul da farsi, con la relativa minaccia, in caso di inottemperanza, di non comprare Btp sui mercati e quindi di non arginare la speculazione contro i nostri titoli di Stato? Che razza di classe politica è mai quella che deve farsi imporre i comportamenti dalle circostanze – peraltro perfettamente prevedibili – e da soggetti esterni, salvo lamentarsi di sentirsi “commissariata”? E cosa dovrebbe fare un presidente della Repubblica se non riempire i vuoti aperti da chi dovrebbe governare il Paese? E siccome il richiamo di Napolitano è anche alle responsabilità delle opposizioni, non si può fare a meno di notare la risibile affermazione di ieri del segretario del Partito Democratico, che a poche ore dal Consiglio dei ministri se n’è uscito con un «se il governo non presenta la manovra in tempi stretti, il Pd è pronto a presentare la sua manovra». E cosa aspetti, Bersani? Facci sapere cosa avresti fatto tu se fossi stato a palazzo Chigi al posto di Berlusconi, in modo da capire se c’è una qualche alternativa a questo fallimentare governo. Ora vedremo le misure decise, il grado di strutturalità che esse hanno e il loro effettivo impatto sui conti pubblici. Sapendo però che, purtroppo, la fase preparatoria è stata, sia sul piano metodologico che politico, come minimo un’occasione sprecata, e come massimo un disastro tale da mettere a rischio il buon esito della manovra stessa. (www.enricocisnetto.it)


economia

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Fissato per martedì prossimo il nuovo vertice a due con la Cancelliera iusto il tempo di far passare questo lungo e tormentato weekend di Ferragosto e l’attività della politica e dei mercati di Eurolandia riprenderà sotto il segno di un nuovo vertice a due tra Nicolas Sarkozy e Angela Merkel. C’era da aspettarselo. L’appuntamento è fissato per martedì 16 alle 16 all’Eliseo e non appena è stato annunciato è servito, almeno, ad allentare la tensione sui titoli, a riportare in positivo tutte le piazze e a confermare che, nonostante l’attacco subìto a metà settimana, Parigi resiste. Forte proprio del suo asse con Berlino. Anzi, se possibile – e nei limiti del possibile – accelera. All’interno con la misure che sta per adottare per ridurre il suo debito pubblico che non ha raggiunto il livello disastroso dell’Italia (oltre il 120 per cento del prodotto nazionale lordo), ma è comunque arrivato a una quota allarmante: l’85 per cento del Pil facendo della Francia il peggiore dei Paesi che possono ancora fregiarsi di un rating di tripla A. E, soprattutto, all’esterno perché quello che Angela e Nicolas vogliono preparare è il nuovo libro delle regole della governance economica europea. Non è da ieri che ci stanno lavorando. Anche il loro incontro di martedì, pur convocato sull’onda dell’emergenza, non è altro che l’anticipo di uno di quei summit bilaterali (si doveva

G

I muscoli di Sarkozy per la nuova Europa Sul deficit (e sulla sfida agli speculatori) si gioca l’Eliseo. Con l’aiuto della Merkel di Enrico Singer

Misure immediate contro gli attacchi in Borsa e conferma della tripla A: la Francia ha fatto quello che l’Italia non ha saputo fare. Ma il merito è soprattutto di un’economia solida tenere a settembre) che sono stati inaugurati a Deauville e che sono una specie di nuova Maastricht a puntate: la riscrittura dei meccanismi per difendere l’esistenza dell’euro dopo che il Patto di stabilità e sviluppo ha fallito l’obiettivo per il quale era stato concordato. Con la differenza che la Maastricht-1 fu una conferenza alla quale parteciparono tutti i Paesi che avevano fatto la scelta della moneta comune, mentre la Maastricht-2 sarà il risultato delle scelte della diarchia che ormai detta legge nella zona euro.

È vero che anche il Patto di stabilità che avrebbe dovuto armonizzare le economie dei Paesi di Eurolandia era stato fortemente influenzato dai voleri della Germania che sperava di far nascere una moneta a immagine e somiglianza del marco e che, per questo, aveva imposto i tetti di deficit e di debito per costringere le “cicale mediterranee”– e non solo –

a rispettare una rigidità di bilancio che Berlino ha inserito anche nella sua Costituzione e che, per altre capitali, era – e in qualche caso è tuttora – una formula poco più che rituale. Adesso, però, la crisi che ha portato sull’orlo del default la Grecia, che si è allargata a Portogallo, Irlanda e Cipro e che ha investito anche Spagna e Italia, ha fatto saltare tutte le liturgie collettive riducendo i centri decisionali al direttorio Berlino-Parigi. L’euro è nudo ed anche le istituzioni comuni di Eurolandia si spogliano di fronte a Germania e Francia. Lamentarsi di essere esclusi serve a poco. Come pure fare finta che i vertici a due Merkel-Sarkozy siano semplici consultazioni che non contano perché le decisioni sono poi prese – ma sarebbe meglio dire ratificate – nei Consigli europei. Più utile è interrogarsi sul perché siamo arrivati a questo punto. Fino a qualche mese fa, l’Italia era considerata un Paese troppo grande per

fallire, oggi si è scoperto che è troppo grande per essere salvata. Soprattutto alla luce delle ultime considerazioni della Bce che nel suo Bollettino pubblicato giovedì ha scritto che in tutti i Paesi europei, ad eccezione del nostro, le esportazioni si sono riportate su livelli pari o prossimi a quelli massimi rilevati prima della recessione. Se si manca l’appuntamento con la crescita diventa sempre più arduo pagare gli interessi di un debito pubblico da 1.900 miliardi di euro. E non restano che i tagli che, se colpiscono gli sprechi, sono benvenuti, ma se deprimono i redditi rischiano di paralizzare la già debole ripresa.

Il paragone con la Francia è inevitabile. La seconda economia dell’area euro era finita nel mirino di incontrollabili voci allarmistiche di mercato che, prima, hanno speculato su un imminente declassamento del rating del Paese costringendo a smentite ufficiali anche le stesse agenzie, poi hanno preso di mira i principali gruppi

Qui sopra, il tavolo «anticrisi» francese guidato da Sarkozy. Il presidente martedì con Angela Merkel discuterà le regole di Maastricht-2

bancari che sono crollati in Borsa anche perché considerati troppo esposti, guarda caso, proprio con i titoli del debito pubblico italiano. Ma a contrastare la bufera su Parigi è bastata la conferma della tripla A da parte di Fitch, Standard & Poor’s e Moody’s e dell’incontro l’annuncio Merkel-Sarkozy che ha assunto anche il sapore di una garanzia tedesca sulla tenuta della Francia. Del resto, nello stesso giorno dell’esplosione delle tensioni sui mercati, il quotidiano Le Parisien ha pubblicato un sondaggio dal quale risulta che i francesi, preoccupati per la crisi finanziaria europea, danno più fiducia al Cancelliere tedesco che al loro Presidente per trovare delle soluzioni. Secondo la ricerca condotta da Harris Interactive, tra i leader di governo che ispirano fiducia la Merkel batte, con il 46 per cento dei consensi, Sarkozy e il suo governo che si fermano al 33 per cento e che sono superati anche dal Fondo monetario internazionale (41 per cento), dalle imprese (39 per cento) e dall’Europa (36 per cento). Per Sarkozy, in vista delle elezioni presidenziali della prossima primavera, anche questo sondaggio d’opinione non è di buon auspicio per un secondo mandato. Ma, allo stesso tempo, è uno stimolo per giocarsi il tutto per tutto sul terreno della riscrittura della regole dell’euro che, in caso di successo, potrebbe costituire un trampolino per un suo rilancio anche in chiave elettorale. Dall’incontro di martedì all’Eliseo non si attendono risultati sorprendenti. All’ordine del giorno c’è la trasformazione in azioni pratiche della decisione presa nel Consiglio europeo del 21 luglio – sempre grazie all’intesa tra Germania e Francia – del rafforzamento del Fondo salva-Stati europeo che dovrebbe essere operativo tra settembre e ottobre. Sarkozy punta a convincere la Merkel a mettere più soldi nell’Efsf che, per il momento, ha una dotazione di 440 miliardi di euro. E Angela Merkel potrebbe concedere qualche cosa soltanto in cambio di una precisa codificazione degli impegni di austerità che i Paesi beneficiari degli aiuti dovranno assicurare. In pratica, quello che il Patto di stabilità non è riuscito a garantire con il suo complesso sistema di limiti e garanzie, potrebbe essere imposto dalla crisi. Ma la strada per mettere al sicuro l’euro è ancora lunga.


Una lettura al giorno

Guida critica alla riscoperta di uno dei pochi grandi scrittori italiani del ’900

Conoscete Landolfi? Rileggiamolo di Leone

Piccioni

Intermittenze, forza poetica e polemica, cronaca e allucinazione, ironia e pastiche... Tutti i registri dell’autore delle “Due zittelle” svelati in un saggio del 1953

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una lettura al giorno vrei voluto scrivere con più quiete di Landolfi, una pagina alla volta, e scancellare, rifare, «copiare e ricopiare», confortarmi più ordinatamente di citazioni ma forse avrei finito per non scrivere mai. Da tanto ci penso e non so decidermi, tanti interrogativi si affacciano e non credo che saprei scioglierli con qualche certezza. Meglio allora tentare così, avventurosamente come non sapevo. E non conosco di Landolfi che i suoi libri, non ho visto che una sua fotografia. Gli amici ne parlano spesso, spesso lo ricordano, e l’ho vivo in mente proprio anche per i loro racconti tratti vivi -: difficile però stabilire una riconnessione completa, trovare l’unità identica. Beato chi, in formule o formulette facili e vaghe, credeva di avere tutto risolto, senza altri impacci.

A

Sapegno nel capitolo della sua Storia - eppure in tanti spunti acuto e illuminante - dedicato ai contemporanei, passa con tre righe su Landolfi (né si dice per il numero delle righe): «Invero a sorreggere l’ingegnosità inventiva e le stranezze di Landolfi non sta, come per esempio in Kafka, l’impegno di uno oscuro messaggio morale, sì soltanto un gioco dell’intelligenza arida». E si vedrà se è vero. A Pancrazi non sfuggiva, invece, «la direzione morale» dello scrittore. E diceva esattamente della sua capacità sillogistica («Il Landolfi sente assai sensibilmente, ragiona bene e distingue di sottile: è anche subito pronto a ironizzare il sentito, il ragionato e il distinto»); notava anche con intelligenza dopo aver detto delle sue «psicanalisi, isterie, idiosincrasie, attrazioni abissali, equivalenze» -: «Ma importa subito dire che il Landolfi, in ogni tecnica, in ogni poetica che assaggia e adopra, e lo fa molto bene, non s’impegola però, si ferma sempre un momento prima». Ed era un articolo del ‘37, al primo libro di Landolfi! Però concludeva: «due strade gli sono ugualmente aperte: un’arte di impegno lirico, o un umorismo logico e immorale più scoperto». (E non s’avvedeva ch’era una sola strada, aspetti essenziali di un medesimo bilanciato procedere: e proprio per questo con uno sveglio interesse morale, di costume, polemico). Oltre al rituale nome di Kafka. *** Ma Carlo Bo (e le sue parole, di fronte a questi «casi», anche a distanza, ci appaiono quelle di chi aveva meglio di tutti inteso certi problemi, partecipe vivo di quelle esigenze), nel suo saggio in Nuovi studi, non dirà affatto di Kafka, segnalando semmai per Landolfi, Gogol - «il Gogol più raro», Dostoevskij, Gide, Pirandello e anche D’Annunzio (giusto!). E ci lascerà detto di un Landolfi «appena segreto e maggiormente reale» che «per tradirsi

non ha bisogno di molte pagine, anzi sceglie quei modi rapidi della confessione, il tempo d’una vera confidenza lirica». E ancora annotava: «i suoi difetti sono di sensualità, di edonismo intellettuale, si compiace in variazioni che, beninteso, non sono pretesti per pezzi ed esecuzioni, ma sono intermittenze del suo cuore, della sua intelligenza e dinanzi alle quali si sente e si mostra innocente e confuso». E dal saggio di Macrì (mi riferisco per necessità solo alla critica su Landolfi che trovo in volume) apprendo che per il rapporto tra la Pietra lunare e quel sottotitolo: «Scene della vita di provincia», Traverso aveva proposto soltanto «ironia» (che sarebbe un po’ come tornare alle «due strade» di Pancrazi). *** Di Landolfi (ha oggi quarantacinque anni) si sta aspettando il settimo o ottavo volume: a seconda che Il mar delle blatte (‘39) e La spada (‘42) si considerino uno solo o due libri. Dialogo dei massimi sistemi (‘37), La pietra lunare (‘39), Il mar delle blatte, La spada, Le due zittelle (‘46), Racconto d’autunno (‘47), Cancroregina (‘50): s’aspetta l’ultimo libro, un racconto lungo - mi dicono su lui giocatore e le sue notti, e se ne videro (ricordo) pagine e spunti molto felici. E anch’io avrei voluto leggerlo prima di fissare in carta questi appunti. E nel Dialogo dei massimi sistemi, in Maria Giuseppa (‘29), il prodursi di una assurda crudeltà entro una innocente follia, il procedimento del monologo, il senso di turpe bruttezza della donna che sarà tuttavia violentata (e ne morrà - troppo offesa), ma sempre il non saper rinunciare a un piano di contrappunto ironico. («Io ho visto certe tigri nei circhi che, pur facendo gli esercizi che il domatore impone loro, ringhiano per tutta la durata dello spettacolo. Così Maria Giuseppa faceva quello che le ordinavo, ma la sentivo borbottare tutta rannuvolata ed aspra...») - e accanto, in La morte del re di Francia, le pagine sui sogni di Rosalba, il suo essere donna, e la crudezza di certe indicazioni: «Uscendo li vide vicini sotto un cespo: il giovane parlava fitto e Rosalba era presa in pieno sul volto da una luna fradicia: i suoi occhi ne uscivano incupiti. La fanciulla ascoltava con le sopracciglia lievemente alzate e la boccuccia socchiusa a cuore, come i bimbi. Da quella bocca pareva alitare un fiato leggero e impalpabile, un acre odore di verbena (lo sentiva evidentemente quel gaglioffo del suo interlocutore); la luna tra i suoi

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colo topo!»). E che dire della Pietra lunare? Come non sentire, in quella quieta casa di campagna, l’entrata notturna di Gurù (quel sortilegio: «E allora d’improvviso, il giovane si sentì guardato. Dal fondo dell’oscurità, resa più cupa da un taglio alto di luce lunare sul muro di cinta, due occhi neri, dilatati e selvaggi, lo guardavano fissamente. Egli sobbalzò, ma uno stupore e un terrore tanto forte lo invasero, e d’altra parte quegli occhi lo fissavano con tanta intensità che non poté parlare né stornare lo sguardo») - la passeggiata sotto la luna; l’ambiguità favolosa ma l’attenzione per le sue forme. E poi la pagina sul nuovo incontro con lei, i suoi deliranti languori, vicini all’altro episodio dei suoi amori ferini, fino all’infuriare (colori scoppianti, verdiani) del capitolo sulla prigionia alla Cava, sulla battaglia -

«Il giovane si sentì guardato. Dal fondo dell’oscurità, resa più cupa da un taglio alto di luce lunare sul muro di cinta, due occhi neri, dilatati e selvaggi, lo guardavano fissamente...» denti le infiggeva nell’oscuro cavo della bocca una lama acuta e gelida...». *** Nel Dialogo ecco ancora il gioco sul poema non inteso, i pezzi di bravura in Mani (la lotta tra la cagna il topo, la pagina ove si rasenta il limite tra adesione reale e follia - il funerale - «Mio piccolo

topo, mio povero piccolo topo! si lamentava, e sempre lamentandosi, scendeva col topo fra le braccia, le scale dell’orto. Là intonò una strana salmodia e procedeva come una bimba che faccia, neniando, il funerale alla bambola; si inginocchiò, scavò una piccola fossa, vi depose il topo con ogni delicatezza e ricoprì. Riposa in pace, mio povero pic-


«L’aria era più limpida... la gente parlava una dolce lingua... Può darsi che fosse l’Italia, di cui certo avrete sentito parlare»

per far subito ritorno alle nenie lunari, alla conclusione (la «provinciale» fuga sulla corriera). Qui non sai dove la fantasia più accesa e partecipe ceda il posto all’ironia («Ora, era stato notato che Gurù se l’intendeva colle capre in generale, le quali venivano a lei da ogni parte come gli uccelli a San Francesco. Se ne concludeva che ella era - secondo l’espressione della vecchia - “capra mannara”»): dove lo slancio lirico si pieghi a far posto alla considerazione cronachistica e vera (il capitolo che superbamente si apre con la passeggiata domenicale in paese, oppure le pagine sulle donne viste alle finestre).

E si torna già nel Mar delle blatte a sbalzi tonali che si accavallano e forse perfino si accentuano: Gurù pare ancora presiedere all’ambiente del Racconto del lupo mannaro («L’amico ed io non possiamo patire la luna: al suo lume escono i morti sfigurati dalle tombe, particolarmente

donne avvolte in bianchi sudari, l’aria si colma d’ombre verdognole e talvolta s’affumica d’un giallo sinistro, tutto c’è da temere, ogni erbetta ogni fronda ogni animale, una notte di luna. E quel che è peggio, essa ci costringe a rotolarci mugulando e latrando nei posti umidi, nei braghi dietro ai pagliai; guai allora se un nostro simile ci si parasse davanti») - ma già in quella luna acchiappata ecco un pessimismo da idillio leopardiano che ti prende. E c’è accanto il «raro Gogol» in Notte di nozze, Ragazze di provincia, Favola (il racconto di un cane, una specie di testamento, con aperture liriche improvvise: «Che debbo dirvi? Certo non so spiegare, l’aria era più limpida, e nel medesimo tempo più dolce e più calda in quella città e intorno; un vento leggero vi si muoveva con grande amore, agitando appena i rami degli alberi fra le case; la gente parlava una dolce lingua, cioè che pareva dolce al palato di chi

la parlava... Non voglio dilungarmi: in breve, può darsi che fosse l’Italia, di cui certo avrete sentito parlare. La stagione laggiú era soave, non come i nostri autunni; appena qualche foglia cominciava ad arrossare»); e c’è il gioco assurdo di Teatrino, il gusto per il pastiche dell’Astronomia esposta al popolo. Ed è ancora sottile amore al pastiche nella Spada che fa scrivere sulla «melotecnica» (peraltro con spassosa proprietà tecnica e con ironia) o sull’uomo di Mannheim (con vigore polemico e moralistico); ma senso di costruzione narrativa che porta alla Notte di provincia, al Ladro, alla Paura ecc.; sono fantasie romantiche, favolose, quelle che giocano nel racconto La spada, o nella Cronaca brigantesca (tonalità che si ricollega alla notte alla battaglia della Pietra lunare). E cos’è La lettera di un romantico sul gioco? («Ma ecco sono giunto al nodo. Liberato da che? Non era forse l’impeto segreto e potente della sera innanzi, il turgore della mia passione, anche opera sua?... Figuri pure esso il groviglio del male, di contro al queto discorrere del bene, chi oserà negarne la necessità, chi potrà, o come, far valere la preminenza del secondo?»). Cosa l’allucinazione di Voltaluna? («Ecco però che cosa voglio sog-

Vecchie carte e nuove schede

Il saggio di Leone Piccioni che pubblichiamo su queste pagine risale al 1953. Apparve nel volume Sui contemporanei (Fratelli Fabbri editori) con il titolo «Impressioni su Landolfi». Tommaso Landolfi, secondo Piccioni, «uno dei pochi grandi scrittori nostri del Novecento», scomparso nel 1979, allora aveva quarantacinque anni. Sue importanti opere come La bière du pecheur (1953, con il doppio significato di «Birra del pescatore» e «Bara del peccatore»), Rien va (’63), Des mois (’67), Le labrene (1974), non erano perciò ancora state pubblicate. L’analisi critica si riferisce dunque alle opere uscite fino a quell’anno. Questo testo di Piccioni, con l’aggiunta di una «postilla» datata 2010, è ora raccolto nel volume Vecchie carte e nuove schede 1950-2010, a settembre in libreria nella collana dei Saggi delle edizioni Nicomp L.E. (www.nicomp-editore.it): sessant’anni di letture, giudizi, ritratti, ricordi (da Gadda a Margaret Mazzantini).

giungere: in tutta questa faccenda c’è un inganno. Per un paio di stagioni ancora non ci fu nulla a ridire, ma in seguito, invecchiando il soprabito, la traccia del rammendo affiorò dal tessuto, e più questo si consumava, più quella diventava visibile, finché apparve da ultimo come una orribile cicatrice. Di più, i fili che univano le labbra dello strappo parevano a ogni istante dover cedere e la ferita della stoffa doversi riaprire in tutta la sua spaventosa oscenità»). Che cosa la morte della civetta in Colpo di sole?

È lo stesso Landolfi, di lì a pochi anni, a stendere questo straordinariamente vivo ritratto della madre delle due «zittelle»? «Un bel giorno la vecchia cominciò ad accusare dolori vaghi in parecchi e imprecisabili punti del corpo... In capo a due o tre (anni) aveva ormai adottata l’altra più distesa solfa, che non aveva bisogno d’essere elicitata ed esplodeva improvvisa nel silenzio o nel bel mezzo di ragionamenti d’assai diverso tenore:“che dolori che dolori! Ah, ah, non ci’ a faccio più!”. Quella frase era invero da lei pronunciata sempre sullo stesso tono, stranamente musicale». Un racconto tutto su chiave ironica o comica o polemica, insieme: le due pie zittelle innamorate della loro «scimia» («In definitiva essa era, sebbene eunuco, il maschio di casa, viziato inoltre, ad onta del suo lamentevole genere di vita»): ma la «scimia» fugge di notte dalla gabbia per rubare ostie consacrate in un convento vicino, e dovrà per questo morire, espiare (e la pagina di quella morte!). Dove si potenziano e arricchiscono certe ricerche condotte anche sul linguaggio e sulla sintassi - non senza accademiche intenzioni, e non senza squilibri e scompensi.

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una lettura al giorno voci diverse (sue intime voci): tutto fluisce invece con tale regolarità e precisione, e solo di rado con acceleramenti improvvisi, con brusche frenate, che è proprio una stessa voce a svolgere l’unico filo della matassa. In certi casi si potrebbe tentare una descrizione per grafico del procedimento di variazioni di Landolfi attorno a un nucleo sentimentale o narrativo. Senza alcuna deformazione o amplificazione, il dato obbiettivo, la situazione, è pur fornita al lettore e poi, in un senso eccone l’accentuazione lirica, con aperture improvvise, rapide oasi, oppure l’allucinata versione drammatica, oppure anche l’impostazione favolosa (spesso di una favolosità popolaresca, superstiziosa). Nell’altro senso invece una serie di gamme nuove alla ricerca di aspetti comici o francamente ironici, o polemici, o volutamente sciatti, realistici, prosastici, ecc.

Ed è lo stesso Landolfi, di lì a poco, nel Racconto d’autunno a stabilire un’aria sottilmente lirica, tra (di nuovo) il sortilegio e la allucinazione, prendendo a prestito dallo Stevenson di Olalla l’ambiente della casa, il personaggio femminile, lo sconosciuto ospite, la drammatica e accorata conclusione? Quel Landolfi che, ora, tale favola voleva far nascere - riusciva a far nascere da spunti attuali: la guerra appena finita, le distrazioni, le truppe in fuga o vittoriose, quei sospesi colloqui d’amore, ma l’intrusione continua, quasi una voce che preme e finisce per avere la meglio, di toni ironici, sciatti, come una presa in giro incontrollabile di quelli che paiono i più irrimandabili slanci lirici. Fino alla romantica morte, al ritorno sulla tomba fiorita (e ancora non sai quale grado di adesione sia racchiuso in quel tono, in quelle parole, quanto sia gioco, quanto pastiche, quanto commozione poetica).

E in “Cancrore gina”, subito dopo, con una fantasia non più attratta verso la favola, ma guidata da una vibratile allucinazione (come altre volte prima, del resto), ecco quella macchina che solca nel silenzio gli spazi del cielo: e gli altri corpi, su ad altezze imprevedibili, cadaveri, o insetti, polvere od oggetti, allineati, proseguendo sospesi nel vuoto, l’inesorabile navigazione, dietro la lucente macchina. «Rileggo le ultime parole scritte ieri. Ma no: questa vita e quella sono la stessa in realtà. O almeno, la mia vita è stata sempre questa. Ero staccato dal mondo, ma non del tutto; m’ero faticosamente elevato, ma rimanendo a mezza strada tra il punto di partenza e la meta; e lí avevo cominciato a girare, a ronzare senza fine e senza scopo, ancora attratto dal mondo che avevo lasciato, con nel mio cielo, vicino ma irraggiungibile, quell’altro mondo... E i nostri atti che ci seguono...». Ed è pu r lui, quello stesso Landolfi che, raggiunte queste concrete indicazioni umane connesse alla intuizione allucinante, ha poi, come a sua giustificazione, da trovare un pretesto alla narrazione: e questa volta sarà il manoscritto ritrovato in un manicomio (come prima, per Le due zittelle, non so più quale altro manoscritto). Ecco dunque segnalato questo procedimento di Landolfi, il più interessante e aperto a giustificazioni umane e morali: il suo continuo - sottile contrappunto - cambiar registro, cambiar tono, mutare riferimento. Dinamica alla quale è affidata la presenza ironica di Landolfi e anche la sua vigila-

In Landolfi tutto fluisce con regolarità e precisione, e solo di rado con acceleramenti improvvisi, con brusche frenate. È proprio una stessa voce a svolgere l’unico filo della matassa ta intenzione poetica, o la sua posizione critica o di approfondimento di una realtà. Un pretesto reale, in certe sue sfumature potenzialmente poetiche (e siano pur marginali) è subito svolto da Landolfi con rara sensibilità verso sviluppi lirici e con una adesione che a prima vista ci sembra totale e trascinante. Ma per poco: ché, subito, si insinua un netto richiamo all’origine fisica o comunque reale delle cose, per toccare e insistere su ben altre sfumature, ben altri aspetti. Ma, in questo procedere rimane (mi sembra) una na-

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turale e predominante adesione dello scrittore agli aspetti poetici (inconfessata adesione) sicché l’altro richiamo suona soprattutto controllo di quella propria tendenza di quel vizio sentimentale; suona come sollecitazione del pudore a non svelare troppo compiutamente quella tensione che arriverebbe a rivestirsi di panni barocchi, a gustare ambientazioni romantiche. E c’è di più: Landolfi non dà mai, nel suo tessuto narrativo e stilistico, l’impressione che questa sorta di contrasto (se reale) si produca come in un sovrapporsi di due

Inf at ti la dupli cit à coerente di questo procedimento di Landolfi non si svolge soltanto nel contrapporre a una esaltazione lirica il più corrente metro della ambientazione «provinciale»: esistono una serie di rapporti diversi: tra racconto, e favola, e cronaca romantica, e allucinata versione fantastica, e astratta intenzione parodistica o polemica, e gusto per il pastiche, e singolare pretesa di assegnare realtà a versioni o intuizioni sul piano della assurdità più certa, e complicazioni della presenza di memoria. Questo mi premeva chiarire: non sono mai «due strade» (anche perché sarebbero addi¬ittura un affollarsi di incroci diversi, di passaggi da strade secondarie ad altre principali, tutte intersecantisi e inseguentisi), è lo stesso tessuto stilistico che fatalmente si produce e si determina in quella varietà e direzione. E non inganni l’eventuale impegno di Landolfi all’interno di una singola opera, anche se si registri tutto in un determinato senso (se ciò fosse: e neppure per Le due zittelle potrebbe essere sostenibile). Landolfi, si guardi, non è legato, non può essere riferito a una sola delle sue opere: la sua sorte e la sua comprensione stanno equamente ripartite

Qui accanto un’immagine d’epoca di Piazza della Repubblica a Firenze, con sullo sfondo le “Giubbe Rosse”, il famoso caffè dei letterati della prima metà del secolo scorso, frequentato, oltre che da Landolfi, da Bo, Luzi, Gadda, Poggioli, Traverso e altri. I disegni pubblicati su queste pagine sono di Michelangelo Pace

fra tutte le sue prove che vengono a integrarsi e a costituire una serie di conferme alla ricerca del ritratto finale dello scrittore. Landolfi non ha un libro (ed è uno di quegli aspetti ricorrenti nella cronaca letteraria dei nostri anni: segno forse del carattere «minore» della medesima).

Egualmente vorremmo insistere sulla efficacia e spontaneità del rapporto stabilito da Landolfi tra l’aspetto reale e uno, in qualunque senso ricavato per attività di fantasia o di accentuazione ironica: è proprio questo il fondo, la base, il punto di partenza reale che, quando è più evidente, assegna il maggiore, l’unico valore possibile alla divagazione o deformazione eventuale. Nella Pietra lunare non è soltanto ironico il rapporto al sottotitolo «Scene della vita di provincia»: è l’adesione vera agli aspetti di quella vita che consente alla costruzione fantastica una più ampia incisione, una penetrazione più acuta. Tornare a indicare quel rapporto (si diceva cominciando) sarebbe come restare entro la definizione critica delle «due strade». Non c’è in Landolfi un rapporto cosciente di contrasto nella sollecitazione e affermazione della forza ironica di certe sue pagine: nella sua formazione e abitudine, è uno sbocco logico, irrimandabile, naturalmente pronto a verificarsi. Ed è questo costante rapporto che toglie Landolfi da una posizione di totale dipendenza all’«arido ingegno» e gli assegna, invece, valore anche morale e di critica nei riguardi della nostra società e dell’aspetto particolare di non poche sezioni di essa. Un «caso» letterario e umano di questo genere non potrà certo rendere mai o sempre in un determinato senso: la consueta intermittenza della ispirazione contemporanea qui si palesa anche più svelatamente in una resa tanto più varia e contrastante, in un groviglio di punti oscuri, non chiariti, in una serie di difetti. Ma quanti pregi, anche, strettamente connessi, invischiati entro quelle facce negative. E si sono indicati. Giovi ora insistere ancora su quel suo senso medianico, la possibilità di distendere un ambiente di mistero, in attesa, la drammatica amarezza della voce dello scrittore, il suo humour, la sua partecipazione lirica, quell’agguato che di volta in volta prevede al di là della forma consueta della vita, dei suoi sentimenti, dei suoi oggetti fisici o viventi, ma in una connessione stringente e della quale non si potrebbe fare a meno. Tutto ciò, unito a capacità narrative (disordinate, certo, nel senso della costruzione) non comuni. (4 Luglio 1953)


o p i n i o n ic o m m e n t il e t t e r ep r o t e s t eg i u d i z ip r o p o s t es u g g e r i m e n t ib l o g e di cronach

ACCADDE OGGI

Lo Zeppelin prende il primo volo 1889: il conte Ferdinand brevetta il suo pallone volante. E il cielo sembra all’uomo più vicino eppelin è un tipo di dirigibile rigido sviluppato in Germania ai primi del Novecento. Prende il nome dal suo ideatore, il conte Ferdinand von Zeppelin. Il successo ottenuto da queste aeronavi tra gli anni dieci e gli anni trenta, fa sì che “zeppelin” rappresenti il dirigibile rigido per antonomasia. Le caratteristiche principali degli zeppelin rimasero le stesse nel corso di uno sviluppo durato oltre trent’anni. Struttura rigida in alluminio, rivestita esternamente in tela trattata. All’interno dell’involucro più celle (palloni) per il gas, idrogeno. Esternamente erano installate le gondole motore, dove erano montati motori a scoppio azionanti le eliche propulsive, e la gondola di comando. Sugli zeppelin destinati al servizio di linea, gli spazi passeggeri o erano ricavati in prolungamenti della gondola di comando, oppure nella parte inferiore dell’involucro. Tali caratteristiche generali furono riprese anche dagli altri costruttori di dirigibili rigidi in Francia, Regno Unito, Stati Uniti d’America e la stessa Germania, dove, negli anni della prima guerra mondiale era attiva la “rivale” Schütte-Lanz. Fu proprio quest’ultima ad introdurre gli impennaggi cruciformi, soluzione ripresa dalla stessa Zeppelin. Comunque lo zeppelin non fu il primo tipo di dirigibile rigido. Il primato va alla aeronave di David Schwarz.

Z

All’indignazione degli elettori resta solo lo strumento democratico Ricostruire e riaffermare come fondamenta della società, valori quali: onestà, coerenza, ideali, giustizia, rispetto, equità, sarà una lunga e dura «battaglia» civile. Una cosa mi fa però ben sperare: la rabbia degli italiani onesti. Mi riferisco a quelli che nella loro vita si sono sempre attivati per creare un prossimo migliore, rispettosi delle leggi, anche se inique. Costoro sono parecchio indignati, cominciano a prendere sempre più coscienza, ad essere stanchi, a non sopportare più angherie e ingiustizie sociali che continuamente subiscono. Lo stanno manifestando con tutti gli strumenti democratici che hanno a disposizione.

Carlo Papalia

IL “CAPITALISMO CRISTIANO” Gli eventi del XXI secolo hanno messo a dura prova la popolazione mondiale. Gli attacchi terroristici, la guerra in Afghanistan, le repressioni violente da parte dei regimi dittatoriali contro il popolo, non ultimo, la grande crisi economica e finanziaria. Questo inizio non sembra discostarsi di molto rispetto a quanto avvenuto nella seconda e terza decade del XX secolo: la grande depressione del 1929. Sebbene vi siano delle apparenti affinità tra i primi periodi del XX e del XXI secolo, esistono profonde differenze che oggi noi tutti percepiamo ma, soprattutto, patiamo: le scelte politiche. La storia moderna ha dimostrato che la politica ha sempre ricoperto un ruolo guida nella strada da percorrere per superare i momenti di forte depressione economica. Nel secolo scorso, la crisi del 1929, che colpì specialmente quei Paesi la cui economia era fondata sull’industria e sul commercio di materie prime, ebbe effetti devastanti per i lavoratori ed i cittadini. Oggi, questo atteggiamento non sembra in alcun modo trapelare dalle scelte e dalle proposte che la classe politica italiana governante ha messo sul tavolo della discussione. L’ultima manovra economica, alla quale non è stata affiancata alcuna proposta alternativa per mancanza di tempo e di conoscenza della reale situazione attuale, è stata improntata all’insegna dei tagli.Tagli che, invece di avere un effetto rilassato sui cittadini e sulle imprese, generano nuovi aggravi economici. Si parla della riforma fiscale per la tassazione sulle persone fisiche come se fosse una novità che porterà solo benefici al contribuente; si parla di agevolazioni alle imprese per sostenere gli investimenti e le attività economiche; si

L’IMMAGINE

È in Svizzera la casa più costosa al mondo Si trova in una località segreta in Svizzera, vicino al confine con l’Italia, la casa più costosa del mondo: 7,5 miliardi di dollari. La struttura è stata ideata e disegnata dall’architetto Stuart Hughes di Liverpool con exklusivHaus di Zug, nel sud della Svizzera. Conta 8 stanze fatte con oltre 200 kg di oro solido con rifiniture in platino. Il pavimento è in pietra di meteoriti con intarsi di ossa di dinosauro in ogni piastrella

parla dell’atteggiamento che dobbiamo avere verso l’economia, incitandoci a spendere i nostri stipendi/risparmi per far circolare denaro e dunque riattivare il “circuito”. Ma non si parla del fatto che viviamo in un’epoca in cui esiste in concreto una forte incertezza per il futuro lavorativo dei giovani, un dirompente malcontento dei lavoratori più “datati”, che vivono con l’assoluta incertezza di percepire la loro pensione e, soprattutto, una mancanza di valori cristiani che, in passato, hanno guidato la nostra classe politica ad agire solo nell’interesse del cittadino. Nel corso della sua storia, il nostro Paese non è stato guidato da persone responsabili e con valori cristiani, non sapendo affrontare i periodi di crisi e di difficoltà, tenendo sempre a mente il benessere comune. Questo atteggiamento, che dovrebbe essere una linea guida in questo frangente storico, viene meno nelle proposte e nelle decisione degli attuali governanti compresi. Per contro, dalle affermazioni degli esponenti del Terzo Polo, dalle loro proposte, spesso scomode per chi governa, si riscontra la profonda appartenenza ai valori cristiani. Per noi forze di Liberal l’economia italiana dovrà essere improntata su quello che a noi piace definire il “capitalismo cristiano”, ovvero il capitalismo improntato sul beneficio reciproco tra sistema economico e cittadino, che tenga conto di poveri e ricchi, che abbia pietà di tutti, come la ebbe Gesù, dicendo «donate a Cesare cio che è di Cesare», ovvero pagando le tasse; ma anche spezzando pane e moltiplicando pesci; noi forze di Liberal, ambiamo ad un sano modello economico.

Emiliano Agostino de Angelis COORDINATORE GIOVANI CIRCOLI LIBERAL ROMA

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il saggio

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«I repubblicani hanno radicalizzato la loro battaglia sui conti pubblici, dimenticando il nostro vero problema: la sicurezza»

«Voglio salvare l’America» «Con il multicentrismo e con i continui tagli alla Difesa, Obama ha messo a rischio il nostro popolo. Gli estremisti del Tea Party sbagliano ad attaccarlo solo sull’economia» L’ex-ambasciatore Usa all’Onu si candida per la Casa Bianca di John R. Bolton dam Smith scrisse nel Benessere di una nazione che «il primo compito di una forza sovrana – quello di proteggere la società dalla violenza e dall’invasione di altre società indipendenti – può essere raggiunto soltanto attraverso l’uso della forza militare». Oggi, non riuscire a proteggere la nostra sicurezza nazionale mette inevitabilmente in pericolo la nostra prosperità economica: questo avviene perché ci rende vulnerabili agli avversari globali. È chiaro che il presidente degli Stati Uniti non è d’accordo con il credo di Smith. Le politiche di Obama stanno disperdendo non soltanto la nostra sicurezza nazionale e la nostra economia, ma anche la nostra sovranità costituzionale. Per questo motivo ho deciso di iniziare a considerare di candidarmi alla presidenza degli Stati Uniti.

A

Il Partito repubblicano deve nominare un leader che, a differenza dell’attuale presidente,

capisca in maniera istintiva che la libertà dell’America è collegata in modo indistricabile con la prosperità e la sicurezza del Paese. È triste dirlo, ma la legislazione sul debito statunitense approvata la scorsa settimana, che potenzialmente potrebbe produrre dei tagli catastrofici nel nostro budget per la Difesa, non ha fatto altro che rinforzare le mie profonde preoccupazioni. Questo accordo è probabilmente il migliore a cui potevamo arrivare, e di sicuro è molto migliore di quello che temevano. Ma nell’accordo sono previsti anche enormi passi indietro nel campo della Difesa, che in potenza rappresentano un coltello puntato al cuore della nostra sicurezza e sovranità. Al momento rischiamo un minimo di 700 e un massimo di 800 miliardi di dollari in meno nel campo militare, oltre ai 400 che Obama ha già imposto: tagli che rappresentano potenzialmente delle conseguenze catastrofiche. La Commissione congiunta istituita per decidere

su cosa fare della seconda tranche - che si può comporre di tagli alla spesa o aumenti alle tasse - non ci proteggerà da questi tagli.

I liberali dovranno lavorare in maniera febbrile per mantenere i conservatori in questa Commissione, stretti in una posizione che non si può mantenere: una scelta di Hobson fra aumenti alle tasse o massicci tagli alla spesa militare. Il meccanismo di triturazione della

Russia, Libia, Iran, rapporto con la Cina: sono troppi gli errori di Washington

legislazione sul debito, che porta con sé un grave rischio di tagli sproporzionati alla difesa, è potenzialmente ancora più draconiano. La sicurezza nazionale americana non è semplicemente un altro programma inutile del governo, in modo particolare oggi che viviamo tempi pericolosi. Siamo profondamente coinvolti in due conflitti di grossa portata, nella lunghissima guerra al terrorismo e nello sforzo fondamentale per prevenire la proliferazione di armi

chimiche, nucleari e biologiche. Alcune recenti conferme del fatto che l’Iran - quasi pronta a divenire una potenza nucleare - stia aiutando materialmente al Qaeda non fanno altro che sottolineare il rischio insito in un taglio nella Difesa statunitense. Ma il presidente Obama (a differenza dei suoi predecessori, a partire da Franklin Roosevelt) non considera la sicurezza nazionale come una delle sue maggiori priorità. Non vede che il mondo sta minacciando gli interessi americani. E in un certo senso accetta “l’inevitabile declino” statunitense sul palcoscenico mondiale, invece di lavorare per prevenirlo. Obama è il nostro primo presidente postAmericano. Si considera oltre il mero patriottismo: sostiene gli interessi americani molto meno di quanto non si senta (come ha detto lui stesso) “cittadino del mondo”. Per due anni e mezzo, gli americani sono stati testimoni dei disastrosi risultati ottenuti dal punto di vista


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“post-americano”di Obama. La Russia ha ottenuto dei vantaggi indubbi dalla sua ingenua politica del “reset”, mentre l’Iran e la Corea del Nord continuano a ricercare aggressivamente un arsenale atomico.

L’ALFIERE DELL’ELEFANTE BLU John Robert Bolton è nato il 20 novembre del 1948. Avvocato e diplomatico, ha servito presso diverse amministrazioni rette da presidenti repubblicani. L’incarico di maggior visibilità è stato senza alcun dubbio quello di Rappresentante permanente degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite, che ha svolto dall’agosto del 2005 al dicembre del 2006. Attualmente è uno dei maggiori sostenitori e autori presso l’American Enterprise Institute, oltre a commentare i fatti del giorno per Fox News e prestare consulenza legale allo Studio Kirkland & Ellis. Collabora inoltre con molti think tank e associazioni di politica, fra cui la Commissione internazionale per la libertà religiosa, il Jewish Institute for National Security Affairs, il Project for the New America Century, e il Council for National Policy. Conosciuto in tutto il mondo per le sue fortissime posizioni sulla politica internazionale che dovrebbero adottare gli Stati Uniti, Bolton è spesso descritto come uno dei teorici, e un membro, del movimento noto come “neo-conservatore”. In verità, però, lo stesso Bolton rifiuta questo termine e dice di essere semplicemente “un vero americano, convinto dell’eccezionalità dgli Usa”

Alleati storici come la Repubblica Ceca, la Polonia e il Giappone si interrogano sulla nostra voglia di agire. Persino la Francia inizia a pensare che a Obama manchi la leadership. La Cina e il Fondo monetario internazionale iniziano a porre apertamente la propria sfida al dollaro come moneta di riferimento mondiale. E, a oggi, la politica di Obama nei confronti della Libia non ha fatto altro che fallire. È entrato nel conflitto per le ragioni sbagliate, senza permettere ai nostri militari di raggiungere l’obiettivo che si sono proposti, invitando la Russia a mediare e (come sembra in questi giorni) “aprendo” alla possibilità che Muammar Gheddafi resti in Libia. Un consigliere del presidente ha definito questo modo di fare “guidare dalle retrovie”, e forse è anche così: ma non è questo il “modo americano” di fare le cose. Ma nessun alleato è stato più di Israele vittima della visione mondiale di Obama. Il nostro è il primo presidente anti-israeliano: ha fondamentalmente fallito nel capire le ragioni e la natura delle minacce alla sicurezza di Israele e degli Stati Uniti all’interno del Medioriente. Il sostegno iraniano al terrorismo e la sua ricerca di armi nucleari non sono stati monitorati nel modo corretto. I gruppi radicali di tutta la regione si sono rafforzati davanti all’incoerenza sostenuta dalla politica americana. Ma oltre a Israele ci sono anche gli amici arabi nella regione – e in modo particolare coloro che producono petrolio e gas fondamentali per l’economia internazionale – sono sconvolti per il trattamento che l’Amministrazione Obama ha riservato ai suoi amici e per l’incapacità di comprendere (non arrivo a dire difendere) i fondamentali interessi statunitensi. Oltre a tutto questo, Obama è innamorato degli schemi di tipo europeo che prevedono una governance mondiale. Ha ingenuamente creduto a un mondo in cui l’America si disfa volontariamente delle proprie armi atomiche, sperando che i suoi avversari avrebbero poi fatto lo stesso. Ha bramato per inserire l’America nella Corte penale internazionale, e ora rischia di mettere i guerrieri degli Stati Uniti nelle mani di giudici e tribunali. Incapace di raggiungere in casa una legislazione sul controllo delle armi, ha cercato una scappatoia tramite un “Trattato per il commercio delle armi”ora in corso di negoziato alle Nazioni Unite. Nonostante i suoi dinieghi pro-forma, Obama fondamentalmente

non crede nell’eccezionalità americana, né al fatto che sia stata la forza americana ad assicurare la nostra pace e sicurezza dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Gli americani dovrebbero capire che le politiche internazionali del presidente hanno un impatto diretto e profondo sulla nostra prosperità economica. Un esempio lampante è l’impatto devastante che potrebbe avere un altro attentato in casa, specialmente se condotto con armi nucleari, chimiche o biologiche. L’instabilità diffusa nel mondo ha un impatto profondo sulle forniture di petrolio e gas, che di conseguenza fa aumentare il prezzo che una famiglia paga per fare il pieno alla macchina. Le forniture globali, fondamentali per l’occupazione degli americani, sono messe a rischio se la nostra Marina non può proteggere le navi e le rotte commerciali. La politica fallimentare dei nostri confini permette alla violenza dei cartelli della droga di oltrepassare la linea e portare le proprie minacce contro i nostri cittadini. I tagli già approvati da Obama al budget della nostra Difesa e quelli che di sicuro verranno quando l’accordo sul debito entrerà in vigore, in sintesi, non faranno altro che rendere enorme e riconosciuta da tutto il mondo la nostra incapacità di proteggerci da soli.

Ma anche il Partito repubblicano ha le sue colpe, prima fra tutte la mancanza di un’alternativa vera. Fra sedici mesi, gli americani torneranno alle urne e voteranno per la persona che, secondo loro, è in grado in maniera migliore di guidare la nostra nazione. Non c’è da spiegare ancora che le politiche economiche del presidente in carica non sono riuscite a rinnovare la nostra economia, e sono oggi la ragione principale che mette in stallo la ripresa. Le sue politiche di sicurezza nazionale sono ancora più pericolose. Il sogno americano è sotto attacco, e Obama non sta combattendo contro questa minaccia. Abbiamo bisogno che nello Studio Ovale sieda un vero presidente, qualcuno che conosca in maniera istintiva (e per esperienza) la verità di ciò che diceva Adam Smith: che “il primo compito di una forza sovrana” è proteggere e promuovere la sovranità e la sicurezza nazionale americane. Altrimenti, la nostra prosperità economica rimarrà in piedi ancora per poco. Ad oggi, dal mio punto di vista, nessun candidato repubblicano ha risposto in maniera persuasiva a queste problematiche. E i Tea Party hanno interpretato molto male la missione dei repubblicani, che si battono contro i democratici tramite il dialogo, non con il populismo. Se non avanza nessuno preparato per rispondere a queste numerose sfide, lo farò io.


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grandangolo Un viaggio in India fra politica e successione ereditaria

La democrazia più grande del mondo? Ha scelto la monarchia Sonia Gandhi, vedova di Rajiv e nessuna parentela con il Mahatma padre della patria, ha preso de facto il controllo della coalizione di governo. Che ha dominato con pugno di ferro (in guanto di velluto) per oltre un ventennio. E adesso che la malattia e l’età avanzano, vorebbe regalare il potere a suo figlio. Con tanti saluti alle libere elezioni di Antonio Picasso

NEW DELHI. Nella più vasta democrazia del mondo, il problema della successione rischia di essere risolto come se si fosse in una monarchia. In questo giorni, l’India ha appena assistito al ricovero e alla pronta guarigione di Sonia Gandhi, la vedova italiana di Rajiv e leader ombra del Partito del Congresso. La statista, nata a Luisiana (Vicenza) nel 1947, ha assunto de facto il controllo della attuale coalizione di governo vent’anni fa, dopo l’assassinio del marito. Nei giorni scorsi, le indiscrezioni avevano fatto credere che la Gandhi fosse stata ricoverata in una clinica di New York perché affetta da un tumore. Le autorità indiane, pur non avendo fatto luce sulla tipologia del male, hanno dichiarato che l’illustre personalità è comunque già sulla via della guarigione. L’episodio dà un’accelerata al cambio della guardia che si pensa avverrà a breve al vertice della United progressive alliance (Upa), la coalizione di governo di cui il Congresso è il partito più importante.

Gli scandali di corruzione che annebbiano l’immagine dell’esecutivo, l’età del premier Singh (79 anni a settembre) e ora un potenziale ritiro a vita privata di Sonia Gandhi fanno da sommatoria per un ringiovanimento dell’Upa. Resta però l’incognita su chi possa assumere un incarico tanto oneroso. L’India è in piena velocità nell’affermarsi come superpotenza mondiale. Prima contro la Cina, ma non si può escludere che, in fu-

turo, riuscirà a dare del filo da torcere anche agli Usa. Nel 2010, l’Upa è rimasta impantanata nel più grosso scandalo di tangenti nella storia dell’India post-coloniale. L’inchiesta si è concentrata sulla svendita di concessioni governative per l’installazione di una rete wireless di seconda generazione (Second generation - 2g). Il dossier investigativo, “2g spectrum scam”, ha chiamato in causa le tre più importanti compagnie telefoniche del sub continente: Swan Telecom, Unitech Wireless e Releiance Telecom. A conti

La corruzione che annebbia l’esecutivo, l’età del premier Singh e il ritiro di Sonia impongono un ringiovanimento fatti, si è giunti a far luce su una perdita del Tesoro federale di 39 miliardi di dollari. Il ministro delle telecomunicazioni, Andimuthu Raja, è stato costretto a rassegnare le dimissioni. Successivamente, pur avendo ribadito sempre la propria

innocenza, Raja è stato arrestato. Dalla vicenda è stato lambito, ma non coinvolto, lo stesso primo ministro. Una situazione simile si è avuta con la disputa a New Delhi, nell’ottobre 2010, dei Commonwealth Games, sorta di giochi olimpici di matrice esclusivamente anglofona, ma depauperati della veste coloniale originaria. L’edizione indiana sembra che abbia creato un giro di tangenti e prebende mai registrato. L’Upa, a questo punto, rischia il disgregamento. Finora il carisma personale di Singh ha attutito i colpi. Ciononostante, è difficile prevedere quali altre personalità potrebbero essere chiamate in causa dal “2g spectrum scam”. Il dossier sui giochi del Commonwealth non è stato ancora aperto. Per quanto riguarda la successione, non meno di sei mesi fa si parlava con certezza di Rahul Gandhi, figlio d’arte e appena 41enne, come del futuro premier indiano. L’ultimo rampollo della grande dinastia, in effetti, ha già ricevuto il placet di Sonia per assumere incarichi di rilievo. Oggi, il giovane Gandhi è segretario nazionale del Partito del congresso e siede in parlamento. Tutto secondo i piani materni.

Tuttavia, proprio questo atteggiamento da soft monarchy, frutto della tradizione castale, potrebbe mettere in crisi il fine arazzo intessuto dal premier Singh affinché l’immagine democratica dell’India appaia credibile a tutti gli effetti. Da qui la formulazione di una rosa

di tre papabili premier, nel caso il governo cadesse prima della scadenza biologica fissata nel 2014, termine della legislatura. Si tratta dell’attuale ministro dell’interno, Palaniappan Chidambaram, Digvijav Singh e Pranab Mukherjee, rispettivamente governatore dello Stato del Madhya Pradesh e titolare del dicastero delle finanze.

Il primo ha ricevuto la benedizione di Singh e, al momento, gode del plauso di Washington. Per Sonia Gandhi, però, è troppo tecnico e poco politico. In questo senso, l’India ha già vissuto la fase di un ottimo economista al potere, com’è appunto Singh. Adesso chiede un leader alla stregua di Indira e Rajiv Gandhi. Digvijav Singh, a sua volta, è un discendente dei maharaja del RaghogarhVijaypur. È inoltre un rajput, uno dei maggiori gruppi della casta induista Kshatriya (guerrieri), i cui rappresentanti ora sono molto frequenti nelle Forze armate. Tutor politico di Rahul, Digvijav Singh avrebbe le carte in regola per assumere il controllo del Paese. Ciononostante, mentre su Chidambaram pesa il fallimento della gestione della crisi maoista nel 2010, per Singh torna difficile riscuotere consenso presso le sedi federate del nord dell’Unione. In tal caso, si inserirebbe Mukherjee. Il suo fianco debole sta nel mancare di appoggi significativi. Né Manmohan Singh né i Gandhi hanno espresso alcun giudizio sulla sua persona. È un silenzio che fa


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Delhi non si scompone per l’ottovolante della finanza. Ha interessi molto diversi

La crisi devasta il mondo, ma la “tigre dell’Asia” la osserva imperturbabile di Giovanni Radini questa la potenza del Terzo millennio? Oppure l’India sarà destinata, ancora per anni, a far da gregario ad altri giganti del mercato mondiale, per esempio gli Usa o la Cina? Sono due tra le tante domande che ci si può fare cercando di restare neutrali al caos umano di Chandni Chowk, il bazar più dinamico di New Delhi. Di fronte alla più grave crisi finanziaria vissuta dall’Occidente negli ultimi dieci anni, il sub continente sembra reagire con la massima dell’imperturbabilità. I quotidiani locali parlando di collasso dei mercati in Europa e Stati Uniti, senza che siano messe in evidenza le eventuali e comunque possibili ripercussioni sugli indici locali. L’Hindustan Times sottolinea le caratteristiche delle speculazioni in corso, ma senza spendersi in allarmismi. Il Times of India, addirittura, non riporta la notizia in prima pagina. Curioso è poi scoprire che il presidente della Standard & Poor’s, Deven Sharma, è proprio un indiano. L’agenzia che ha declassato Washington è guidata da un cittadino di una nazione che agli Usa sta soffiando sul collo. Paradossi e scherzi della globalizzazione. In realtà le contraddizioni del subcontinente sono una marea. Difficile, prima di tutto, far finta di nulla sui luoghi comuni dell’India povera e arretrata.Vale a dire un’India che, pur essendo una potenza nucleare – e che giustamente mira a un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell’Onu – presenta allarmanti sacche di indigenza. Poi però, ci si rende conto della sua potenza. Una potenza fatta di semplici numeri. I suoi 1,2 miliardi di abitanti, secondo il censimento del 2010, che fanno del subcontinente la più grande democrazia al mondo. L’età media della società nazionale, intorno ai 26 anni, che le permette di osservare il futuro da una prospettiva di cui i Paesi occidentali non dispongono. L’India è un Paese per giovani. E come tale sarà guidata nei prossimi decenni. A questi elementi si aggiungano l’arsenale nucleare appunto, le ambizioni di soggetto forte su scala globale, non sono in Asia centro-meridionale, e il 10% di crescita annua della produttività nazionale. Last but not least, l’eteroge-

È

pensare all’indifferenza. I notisti indiani considerano questa congiuntura estremamente delicata. Se il governo riuscisse a superare gli scandali senza altri eccessivi scossoni, potrebbe anche terminare la legislatura. Nel 2014 però, è molto probabile che scatterebbe un meccanismo di alternanza che è proprio di tutte le democrazie moderne. Un segnale di esplicito disagio collettivo può essere

Il Paese vanta la “middle class” più numerosa e potente del mondo, che non ama i cambiamenti colto nelle proteste che hanno interessato New Delhi appena mercoledì. Sono stati migliaia i giovani che hanno partecipato al corteo organizzato dal Bjp.Tuttavia, osservando le alternative alla tanto articolata coalizione dell’Upa, non si riscontra nulla di adeguato per poter assumere la guida del potere.

Il partito di opposizione Bharatiya Janata Party (Bjp), al momento, sta cavalcando l’onda del malcontento. Come dimenticare, però, gli inciampi in cui era caduto il governo di Vajpayee? Se non ci fu corruzione – ed è tutto da dimostrare – il lungo periodo di potere nelle mani del Bjp (1998-2004) è stato caratterizzato da altrettanti scandali. A questo punto, non resterebbe che un rimpasto dell’esecutivo attuale. La domanda è: Manmohan Singh è disposto a lasciare spazio ai suoi successori? Contro di lui c’è,

in effetti, una forza sociale importante. É quella classe dirigente in via di formazione su cui l’intero Paese sta investendo. Nuove generazioni di manager e tecnici, spesso con una preparazione e una visione internazionale. Incrociando i rilevamenti più aggiornati dei rapporti di McKinsey e della Deutsche Bank, emerge che l’India vanta la più vasta middle class del mondo. Si tratta di 40 milioni di persone con un reddito racchiuso in un delta fra gli 11mila e i 21mila dollari annui e che risponde quindi agli standard di benessere secondo i parametri occidentali. Non si tratta di ricerche concentrate esclusivamente sul reddito.

Per ottenere una radiografia completa della società indiana, si è fatta luce anche sul livello di istruzione e sulle opportunità di vita dei campioni. Associando questa fascia di borghesia con il valore dell’età media, 26 anni come già indicato, si giunge alla conclusione che la sicurezza politica dell’India non è conservata nelle mani dell’establishment attuale, bensì in quello futuro. I giovani indiani sono l’ossatura di quegli oltre 700 milioni di elettori che nel 2014 saranno chiamati alle urne. Cittadini sui quali non grava più il peso dell’India post-coloniale, emblema del Terzo mondo e della fame. E nemmeno è d’intralcio la segregazione in caste della società nazionale, retaggio ancora esistente, ma sempre più diluita. Specie nelle metropoli. In tal senso, risalgono le quotazioni in favore di Rahul Gandhi. Nato nel 1971, egli ha vissuto in prima persona la corsa del suo Paese nella globalizzazione. Bizzarro, allora, pensare che il domani della potenza più veloce al mondo – in termini di evoluzione e cambiamenti – possa essere caratterizzato dalla carta pseudo-monarchica, com’è quella del passaggio di potere esclusivamente in seno alla famiglia Gandhi. Bizzarro sì. Ma squisitamente indiano.

neità del suo tessuto etnico-religioso, spesso visto come ventre molle per la stabilità politica interna. L’India è una vera democrazia in cui la miriade di minoranze vivono in armonia? Se si ponesse questa domanda a un attivista dell’Assam, la risposta sarebbe negativa.

Un medesimo risultato si raccoglierebbe in seno al poliedrico mondo dell’indipendentismo kashmiro. Lo stesso dicasi per i gruppi maoisti attivi nel Bengala occidentale. In tutti i casi, si ha a che fare con realtà politiche che New Delhi ha iscritto nella propria lista nera del terrorismo. Per quanto riguarda i maoisti, Singh ha attribuito la particolare etichetta di “peggior nemico dell’India”. E mentre nell’Assam la situazione sembra sotto controllo, il Kashmir resta l’area con la più alta densità militare di tutto il pianeta. Qui è dislocato quasi un milione di uomini agli ordini delle Forze armate indiane. Ancora nel 2004 nel JammuKashmir, era stata calcolata la presenza di un soldato ogni otto abitanti. Peraltro, la sua vicinanza con il Pakistan – storico nemico dell’India – e la possibilità che si trasformi in un bacino di proselitismo da parte di alQaeda oppure dei talebani rendono il Kashmir indiano uno delle maggiori fonti di apprensione per il governo federale. Proprio sulla base di questa costante tensione, il governo Singh è stato accusato di adottare misure repressive in antitesi con la propria immagine di democrazia. Certo, della questione kashmira è necessario sottolineare la totale eccezionalità. Tuttavia, l’estremo rigore a cui fanno ricorso le truppe indiane, anche contro maoisti e combattenti dell’Ndfb, nasce come risposta inevitabile alle iniziative terroristiche di questi gruppi. Lo stesso va detto per quanto riguarda i gruppi fondamentalisti islamici, per esempio Lashkar-e-Toibe, uno dei gruppi forse responsabili dell’attentato di Mumbai nel novembre 2008; molto probabilmente anche con quello del luglio scorso. Ed è così che l’India lascia in sospeso gli interrogativi di chi la affronta in presa diretta.


ULTIMAPAGINA L’aliante Falcon Hypersonic sfugge ai controlli e affonda nel Pacifico

L’aereo-razzo è troppo veloce. Alla fine si è di Marco Scotti mmaginatevi la scena: l’addetto ai radar del Pentagono corre trafelato verso il proprio responsabile. «Signore, mi perdoni, ci siamo persi il gioiellino. Il nostro aereo super-veloce Falcon Hypersonic Htv-2 è scomparso dai monitor». Gelo nella sala più famosa del mondo, teatro di alcuni dei più importanti film catastrofici e di guerra della storia di Hollywood (ricordate Independence Day o, più recentemente, 2012?). Tutti si affrettano a cercare sui radar il puntino verde. Solo che quel puntino non c’è più. Caos, paura, terrore: che cosa è successo? Il giallo si risolve nel peggiore dei modi: il puntino verde è precipitato nell’oceano Pacifico. Insomma: bisogna andarci piano con le velocità supersoniche.

I

Ma andiamo con ordine.Tre giorni fa il Pentagono annuncia il lancio di un nuovo aereo supersonico, in grado di percorrere i 4472 km che separano New York da Los Angeles in solo dodici minuti o i 17.000 km tra Londra e Sydney in un’ora. Questo grazie alla possibilità di viaggiare a 20 volte la velocità del suono. Calcolatrice alla mano, vuol dire circa 21.000 Km/h, dieci volte le performance del famoso Concorde. Come funziona l’ultimo ritrovato dell’ingegneria aerospaziale a stelle e strisce? L’idea di partenza è quella impiegata per

PERSO stata nucleare. Già, perché l’uso cui sarebbe destinato è militare e non civile. Il che, nell’ottica di una ipotetica guerra globale, non ci lascia del tutto tranquilli. La guerra ridurrebbe di molto la sua durata, assestandosi su una media di un paio d’ore. Il “vado, l’ammazzo e torno” applicato su scala planetaria.

La Difesa Usa aveva vantato la capacità del velivolo di coprire la distanza tra Los Angeles e New York in dodici minuti. Ma è così veloce che ha fatto perdere i contatti prima di inabissarsi le missioni spaziali Usa, dall’Apollo 11, il primo (e unico) a raggiungere la Luna. Un razzo, lanciato dalla base spaziale, da cui si stacca un modulo (in questo caso il Falcon Hypersonic Htv-2) cui il vettore ha fornito la necessaria spinta propulsiva per poter viaggiare a 20 volte la velocità del suono (in gergo, Mach 20). È fondamentale che il velivolo raggiunga lo spazio oltre l’atmosfera per evitare l’attrito dell’aria ed è compito del razzo condurre l’aereo fino all’altezza necessaria. Per poter solcare i cieli con stratosferica rapidità, è inoltre imprescindibile che il Falcon sia leggerissimo: ecco perché può trasportare al massimo 2.500 kg, che sono però sufficienti per imbarcare una te-

Ma dicevamo della misteriosa scomparsa del velivolo americano e poi la sua fine ingloriosa nell’oceano. Giovedì il Pentagono annuncia con grande enfasi che è pronto il primo lancio da una base vicino a Los Angeles, a Vanderberg. L’aereo dovrà percorrere il Pacifico nel giro di pochi minuti e atterrare in mare. Il razzo vettore parte all’ora prefissata e poco dopo avviene come previsto il distacco del Falcon Hypersonic Htv-2 dal resto della struttura. Fino a qui tutto bene e tappi di champagne nell’edificio a cinque lati pronti a saltare non appena il super-aereo avrà completato la sua prima missione. Ora però immaginatevi la faccia degli addetti al radar quando il puntino che corre come un matto scompare dai monitor. E rieccoci al trafelato operatore che raggiunge il suo superiore. Il quale passa dall’euforia alla preoccupazione

più nera nel giro di pochi istanti. «Come si fa a perdersi un aereo?» immaginiamo si sia detto tra sé e sé il responsabile. «Com’è possibile che proprio noi, da sempre baluardo della sicurezza mondiale, non riusciamo a tenere i contatti con il nostro ultimo gioiellino?». Già, come si fa a perdersi un aereo? Ieri alcuni si sono affrettati a dire che è normale, durante la fase di sperimentazione, che qualcosa vada storto. Altrimenti, che test sarebbero? Verissimo.

Forse l’eccessiva velocità ha mandato in palla i computer? Possibile, ma allora come hanno fatto 42 anni fa a mantenere sempre vivo il contatto con l’Apollo 11 mentre compiva il suo atterraggio sulla Luna? Siamo alle comiche finali quando il Pentagono afferma che sì, è vero, si sono perse le sue tracce, ma si conta di ritrovare il velivolo da qualche parte nel Pacifico. Che non è esattamente il giardino di casa, visto che copre quasi un terzo della Terra. Ma, come dire, mai perdere la speranza: alla fine il puntino verde è ricomparso e l’addetto ai radar del Pentagono ha potuto urlare al suo Respondabile: «L’ho trovato!». Dove? Ma è chiaro, nel mezzo del Pacifico. D’altra parte, era previsto dalla missione che il Falcon «atterrasse» nel Pacifico: che abbia planato sulle onde o che si sia inabissato non fa gran differenza, ai fini del test. Missione riuscita, insomma. E pazienza se non è stato possibile recuperare l’areo-razzo.


2011_08_13  

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