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he di cronac

È meglio fare

e pentire che starsi e pentirsi Giovanni Boccaccio

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • VENERDÌ 12 AGOSTO 2011

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Un’altra giornata persa per affrontare l’emergenza. Milano, intanto, recupera insieme alle Borse europee

Tremonti fumoso e bilioso

Governo diviso e senza idee. Ma lui bacchetta tutti: «Non ci serve aiuto» Nessuna proposta, la maggioranza prende tempo. È quasi rivolta nel Pdl contro il ministro. Anche Bossi lo critica: evanescente. Ma Napolitano mette fretta e incontra tutti: decreto in quindici giorni L’intervento di Casini

SPETTACOLO INDECOROSO

Cinque proposte per salvare l’Italia di Pier Ferdinando Casini ell’analisi della situazione economica difficile che stiamo vivendo, sostanzialmente ci dividiamo in due grandi aree; chi ritiene che la situazione internazionale accomuni tutti e che pertanto l’Italia sia né più né meno nella stessa condizione degli altri paesi, e chi - come il sottoscritto – pensa che sì, è vero, oggi esiste una tempesta generale, ma noi siamo in una condizione particolare, siamo un“caso nel caso”, ossia l’Italia è in una condizione di difficoltà accentuata. E in questi anni il tentativo di minimizzare, di banalizzare, di rinviare non ha aiutato a prendere coscienza di tutto ciò. Per questo, bisogna ammettere che tra la lettera della Bce e le pressioni della Merkell e Sarkozy, il commissariamento dell’Italia di cui discutono i giornali, non è una sorta di fuga dalla realtà: è un dato di fatto. segue a pagina 5

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Una giornata assurda: in che mani siamo? Il Senatùr non vuole pagare il prezzo della crisi

Ma la Lega pensa già di rovesciare il tavolo Dagli insulti al superministro a quelli a Draghi: ritorna il Carroccio più di lotta che di governo Marco Palombi • pagina 3

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Parla l’economista Leonardo Becchetti

«Per superare la crisi, salvate il ceto medio» «Non bisogna bloccare i consumi ma usare i redditi alti e l’evasione per trovare risorse» Errico Novi • pagina 4

di Giancristiano Desiderio a manovra per toglierci dai guai deve essere rigorosa, equa e soprattutto rapida. Ma il governo non sa ancora che cosa fare. Il dibattito di ieri dei parlamentari con il ministro Tremonti ha aumentato la confusione che regna sotto il sole d’agosto. Il ministro dell’Economia, sempre con quella sua arietta da professorino, non ha fornito alcuna notizia certa ma - parole sue - solo “ipotesi”. Nel momento in cui il Paese ha bisogno di certezze, tutto è diventato ipotetico: le pensioni, le rendite, i tagli. Il governo studia le sue varie ipotesi e intanto la crisi finanziaria ci mangia il futuro. a pagina 2

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Corea del Sud contro Pyongyang, Hanoi contro Manila, Pechino contro tutti

Prove di guerra nel Pacifico Le armi di Kim Jong-il tornano a minacciare la stabilità asiatica di Vincenzo Faccioli Pintozzi a crescente capacità militare della Cina preoccupa, sia gli Stati Uniti che i vicini del gigante asiatico. E l’Oceano Pacifico potrebbe diventare il teatro della prossima grande guerra, se non mondiale quanto meno regionale. Non è un’esagerazione, anche se i segnali sono per adesso tutti quanto meno rassicuranti. Anche se le crepe provocate nella pace indotta dall’equilibrio dei poteri nell’area rischia di essere vanificata da Pechino. La portaerei varata due giorni fa dalla Marina militare cinese «è una minaccia alla stabilità del Pacifico: il governo di Pechino ha deciso di calare l’asso per mettere le mani sulle terre contese con le altre nazioni dell’area e vuole chiudere una volta per tutte la questione di Taiwan».

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a pagina 12 gue a (10,00 pagina 9CON EUROse1,00

I QUADERNI)

• ANNO XVI •

NUMERO

156 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

Gli scontri e la Rete

E Cameron pensa di chiudere twitter di Gualtiero Lami utta colpa dei social network: Cameron, pur di non attribuire le violenze dei gionri scorsi al disagio sociale, le sta provando tutte. Dopo le parole di fuoco contro le bande criminali che sarebbero alla base degli scontri, ieri il premier ha addirittura ipotizzato la sospensione dell’attività dei social network in rete: lo spirito liberale dell’antica democrazia inglese si starà rivoltando nella tomba. Ma, andiamo con ordine. Londra ha trascorso un’altra notte (relativamente) tranquilla, la quinta dall’inizio dei disordini che da Tottenham si sono poi allargati a tutta la Gran Bretagna. Il governo liberalconservatore non ha dubbi: merito dell’eccezionale dispiegamento di forze dell’ordine: nella sola capitale sedicimila uomini che il premier David Cameron si è impegnato a lasciare nelle strade almeno fino a tutto il prossimo fine settimana. a pagina 6

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IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


il commento

prima pagina

pagina 2 • 12 agosto 2011

Ormai abbiamo una parodia di governo

Dai Tea party ai professorini: in che mani... di Errico Novi a manovra per toglierci dai guai deve essere rigorosa, equa e soprattutto rapida. Ma il governo non sa ancora che cosa fare. Il dibattito di ieri dei parlamentari con il ministro Tremonti ha aumentato la confusione che regna sotto il sole d’agosto. Il ministro dell’Economia, sempre con quella sua arietta da professorino, non ha fornito alcuna notizia certa ma parole sue - solo “ipotesi”. Nel momento in cui il Paese ha bisogno di certezze, tutto è diventato ipotetico: le pensioni, le rendite, i tagli. Il governo studia le sue varie ipotesi e intanto la crisi finanziaria ci mangia giorno dopo giorno, ora dopo ora, i nostri risparmi, i titoli, il futuro. Il governo somiglia sempre più a quel medico che con il malato davanti studiava il da farsi e tanto studiò che il malato se ne andò all’altro mondo. L’Italia e gli italiani, invece, vogliono restare in questo mondo. Ma a sentire, come diceva Fortebraccio, lorsignori, la voglia di scappare altrove è tanta.

L

Era Barzini jr a dire che in Italia la politica si fa a orecchio, cioè per sentito dire. Ieri in commissione era tutto un sentito dire. Angelino Alfano ha fatto come al solito uno dei suoi interventi con il sopracciglio sinistro arcuato che sembra sempre che debba dire qualcosa che ricorderanno e commenteranno i posteri e invece dice cose che non restano impresse neanche ai cronisti. Antonio Di Pietro non ha saputo rinunciare neanche questa volta alla scena madre e ha pensato bene di riportare le parole di Bossi che, ascoltato Tremonti, ha definito «fumoso» il suo discorso e «rottura di coglioni» l’incontro con il presidente del Consiglio. Pierluigi Bersani una volta tanto ci ha risparmiato iperboli e metafore ma ancora una volta ha detto che bisogna cambiare governo, così tanto per rendere tutto più veloce e lineare. Insomma, il dibattito in commissione è stata la riproposta del dibattito in aula di qualche giorno fa quando il presidente Berlusconi si presentò alle Camere per augurare a tutti buone vacanze. C’è un luogo comune da sfatare. Gli italiani - si usa dire - nei momenti di difficoltà danno il meglio di sé. Sarà. Ma se questo è il meglio che riesce a esprimere il mondo politico, allora, sembrano quasi sagge le parole del vescovo di Napoli che usa chiudere i suoi discorsi con «a maronne v’accumpagne». Siamo a tutti gli effetti una democrazia commissariata dalla Bce, tuttavia anche sotto la forzosa guida europea stentiamo a maturare un profilo dignitoso. La situazione è tragica ma, purtroppo, il corollario di Flaiano è sempre attuale: è tragica, ma non è seria. Il governo, alla lettera, non sa che pesci pigliare. Il sottosegretario Letta, uno che non parla mai e quando parla è oro colato, ha detto che «tutto è precipitato». E - ecco la cosa grave - mentre tutto precipitava, il capo del governo pensava bene di presentarsi alle Camere per dire che tutto va bene, ma così bene che ce ne possiamo andare a mare. Insomma, il governo non aveva capito niente e se il governo non ha capito niente è chiaro che il dibattito in commissione, dunque non solo l’intervento “ipotetico”di Tremonti, è stato “fumoso”.

È stato detto più volte che siamo un Paese che ha i “fondamentali” in ordine. Uno solo, però, è fuori uso: quello politico-istituzionale. Non riesce a fare la sua parte, né per le scelte né per la conoscenza della situazione e della macchina dello Stato. È come quando un meccanico non sa usare i ferri del mestiere. Da questi ferri dipende il futuro più prossimo dei nostri giorni.

il fatto Ancora in alto mare la decisione sulle misure per anticipare il pareggio di bilancio

Pressing del Colle sul governo diviso Dopo un’inutile “lezione” di Tremonti in Parlamento, Napolitano convoca al Quirinale l’esecutivo e le opposizioni. Ma la maggioranza è spaccata sul decreto di Riccardo Paradisi

ome l’oracolo di Delfi il ministro Tremonti non dice né tace sulla manovra economica al vaglio del governo. Alle commissioni congiunte di bilancio e affari costituzionali, dove sono presenti i principali esponenti delle forze politiche, il titolare di via XX settembre si limita ad accennare ad alcuni provvedimenti, si distende in disquisizioni sui cicli economici, sui “tornanti della storia”e di fronte alle critiche dell’opposizione, che lo accusano di reticenza, risponde che è suo dovere mantenere un profilo di discrezione istituzionale; che lui è li per raccogliere delle idee, non per chiedere aiuto.

C

Le informazioni che elargisce sono insomma gentili concessioni. «La scelta di inserire il pareggio di bilancio in Costituzione segna la fine di un’epoca nella quale l’Occidente poteva piazzare titoli ai valori che voleva». Data la dimensione del debito pubblico italiano poi «più forte è il passaggio costituzionale meglio è».Tanto più che il corso della crisi non è ancora finito. Dal periodo in cui l’Italia ha deciso di seguire le indicazioni dell’Europa sul pareggio di bilancio nel 2014, «la crisi ha preso un corso diverso, non ancora finito e non ancora prevedibile nella sua dinamica». Sul lato della crescita, secondo il ministro, serve «la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali, dei servizi professionali e la privatizzazione su larga scala dei servizi locali». Tremonti rivela poi che tra i provvedimenti ipotizzati dalla Bce, c’è anche quella di ”tagliare gli stipendi dei dipendenti pubblici” «ma il governo – rassicura dopo aver evocato il rischio – non ha intenzio-

ne di seguire questa linea». Come dire: l’Europa propone ma poi siamo noi che disponiamo. Una lettura che non trova d’accordo chi sostiene che l’Italia sia invece un paese ormai commissariato. Si profilano invece una serie di riforme per aprire il mercato del lavoro. L’ipotesi da mettere in campo è «una spinta alla contrattazione a livello aziendale, con il superamento del sistema centrale rigido». Nell’appunto della Bce per l’Italia, dice poi Tremonti, c’è anche «il licenziamento del personale compensato con meccanismi di assicurazione più felici», una sorta di «diritto di licenziare». Diritto per la verità già largamente applicato se l’anno scorso in Italia sono stati licenziati mezzo milione di giovani. Il ministro parla anche della tassazione sulle rendite: «Fermi i titoli di Stato, siamo pronti ad aumentare la tassazione delle rendite finanziarie dal 12,5% al 20%». E per aumentare la produttività il governo ipotizza anche di «accorpare sulle domeniche le festività». Sul lato delle entrate sono poi possibili, secondo Tremonti, ”contributi di solidarietà”. Il governo studia inoltre «forme più forti di contrasto all’evasione fiscale, soprattutto nei casi di omessa fattura o scontrino». Tra le misure sollecitate dalla Bce nella lettera al governo come è noto ci sono anche le pensioni d’anzianità e l’innalzamento dell’età di pensionamento delle donne nel settore privato. Anche se Tremonti ci tiene a precisare che il governo non ha preso ancora nessuna decisione in merito. Sembra deciso invece l’intervento sui costi della politica: «Dobbiamo intervenire con maggiore incisività su questa voce. Soprattutto sono le complessità del sistema che, stratificandosi nel corso


il retroscena

Il guastatore Bossi pensa già alle elezioni Il Senatùr definisce «fumoso» il discorso del superministro. Una mossa per far saltare il tavolo? di Marco Palombi

ROMA. «Quelli della Lega sono molto nervosi». Un politico del profondo Nord, attento osservatore del Carroccio e con buone fonti soprattutto in area maroniana, riassume così la situazione di queste ore: «Intanto segnalo che il ministro dell’Interno mi pare molto defilato nel nuovo scenario e poi tutti nel Carroccio si sono accorti, forse ad eccezione del berlusconiano Reguzzoni, che restare lì a tenere in piedi Berlusconi alla fine li travolgerà. Adesso, per dire, dovranno dare il loro assenso a misure economiche che colpiscono pesantemente la loro stessa base sociale, a cui da anni promettono meno tasse: i lavoratori dipendenti, i pensionati, il ceto medio settentrionale». Per questo, nella Montecitorio insolitamente animata di ieri, teneva banco la seguente convinzione: la Lega vuole andare alle elezioni. Di nuovo, verrebbe da dire, visto che ci volevano andare già un anno fa.

Discende da questa irrequietezza, è la tesi dei “votisti”, la nuova selva di sparate di Umberto Bossi: «Tremonti? Ha fatto un discorso troppo fumoso»; «bisogna capire come si toccano le pensioni, questo è un bivio importante. Il problema è che o tagliano le pensioni o i patrimoni: dunque, o tocchiamo i poveri o i ricchi. Noi abbiamo le nostre idee e le presenteremo, ma in ogni caso la gente non vuole che si tocchino le pensioni». Infine l’ennesimo cambio di rotta sul rapporto tra Carroccio e istituzioni europee: «La lettera della Bce al governo? Temo che l’abbiano scritta a Roma e sia un tentativo di far saltare il governo». Francofor-

te vuole far cadere il governo? E qui l’affondo: «Draghi da qui è andato in Europa, ma è sempre a Roma». È il governatore di Bankitalia - che ieri ha peraltro visto di nuovo il premier - il nuovo cattivo per i leghisti. Quindi si va a votare contro Draghi?

La nostra fonte non è così sicura che siano le urne l’obiettivo: «Se ci si va con questa legge, sono costretti a restare lì, a presentarsi un’altra volta col Pdl: per questo

Molti hanno notato il ruolo defilato assunto dal ministro Maroni in questi giorni di gestione concitata dell’emergenza Maroni insisteva con l’opposizione perché facesse calendarizzare in fretta le sue proposte di modifica». Comunque, «tutti, anche nel centrodestra, davano per scontato che Berlusconi sarebbe caduto a ottobre, adesso però siamo davanti ad uno scenario imprevisto». Allora niente elezioni? Forse un indizio si può trovare nella risposta che il Senatùr rivolge alle critiche di Pierluigi Bersani: «La prossima volta che vince le elezioni faccia un governo più ampio». La nuova strategia del fondatore della Lega - sostengono forti di questa frase alcune fonti di area Pdl - non è quella di forzare la situazione per andare subito alle urne (come Zapatero, per capirci) ma creare le condizioni per cui la spaccatura

degli anni, hanno oggettivamente causato un effetto di blocco, di manomorta e di costo eccessivo».

“Un’intervento nebuloso” lo definisce Bossi, “evasivo” e “deludente” dicono in coro le opposizioni. Il presidente della Camera Fini si dice addirittura “allibito” di fronte al sussiego di Tremonti. La replica del ministro, piccata, è che «prima di andare dal capo dello Stato e a mercati aperti è difficile essere più precisi di così». Quello che finirà nero su bianco nella manovra anche alla luce del colloquio con Napolitano, che pressa il governo per conoscere la qualità della manovra, potrebbe essere la revisione dell’articolo 81, la liberalizzazioni dei servizi pubblici locali, dei servizi professionali e sulla ”privatizzazione su larga scala dei servizi locali». Il segretario del Pd Bersani non fa sconti a Tremonti: «Noi non dovevamo arrivare qui perché l’Italia fosse nella bufera mondiale la più esposta, all’affacciarsi della crisi avevamo una spesa corrente sotto controllo e un’economia che doveva essere rianimata con una disciplina pubblica più selettiva». Dell’articolo 41 il Pd come l’Udc non vuol nemmeno senti parlare: «non ha senso e non ha nessuna ragione». Quanto a rafforzare il tema della disciplina della finanza pubblica se ne può ragionare però a due condizioni. «Primo: non si parli di pareggio di bilancio per Costituzione. Non vogliamo castrarci nei secoli di qualsiasi politica economica. Secondo: non sia un diversivo. Non possiamo passare le giornate a discutere di un tema di scuola sui cui

tra Lega e Pdl porti a un governo di unità nazionale che veda i lumbard all’opposizione, a fare mesi e mesi di campagna elettorale contro gli affamatori del Nord, quelli che tagliano le pensioni e aumentano le tasse, ti mettono il ticket e ti fanno lavorare troppo e per di più guadagnano uno sproposito e per soprammercato rubano. Così, senza pudore, come se non avessero governato quasi sempre negli ultimi dieci anni, come se non fossero corresponsabili della crisi del sistema Italia.

O così o rassegnarsi ad una morte neanche tanto lenta, rispondono dalle parti di via Bellerio: gli elettori non ci stanno più e chissà se tornare alla Lega di lotta basterà a riportarli alle urne. Questo però è un problema che Bossi non può risolvere senza fare i conti con l’altro problema: il senatur infatti non ha più un partito, ne ha almeno due. Parlare ancora di Lega al singolare ormai non ha più senso. Prove? Bastano le dichiarazioni ufficiali di questi giorni su come “ristrutturare la manovra”. Prendiamo due personaggi rappresentativi degli schieramenti interni: se il sindaco di Verona Flavio Tosi, personaggio emergente del potente leghismo veneto e che nel dibattito pubblico fa un po’ l’ariete per conto di Maroni, dice che è ora di fare una patrimoniale, subito gli risponde il capogruppo alla Camera Marco Reguzzoni che la esclude tassativamente. Dentro al Carroccio, insomma, stanno saltando i vincoli minimi di lealtà e fiducia reciproca e l’anziano e malandato fondatore lo sa. La famosa base, peraltro, sta in larga par-

possano esercitarsi gli economisti italiani problematizzando all’infinito. Dobbiamo decidere». È il coordinatore del Pdl Alfano a fornire una sponda a Tremonti. «Dobbiamo passare per la porta stretta, mi auguro che possiamo passarci insieme, perché in tal caso sarà l’Italia ad averla passata». «Non è vero – dice poi Alfano – che il paese sia stato commissariato. C’è un rapporto con la Bce dialettico tanto che Tremonti esclude che sia accetteranno alcune indicazioni di Trichet come il taglio degli stipendi dei pubblici dipendenti. Verrà accettato quello che riterremo compatibile con la nostra strategia».

te col ministro dell’Interno e i congressi provinciali che dovrebbero svolgersi tra poco non faranno che confermarlo. A questo casino va aggiunto il ruolo sostanzialmente interno alla Lega assunto da Giulio Tremonti negli anni: il superministro non può più far finta di fare le cose risparmiando le poche risorse disponibili per il federalismo fiscale (fallito anche quello, peraltro), stavolta deve fare male a rilevanti categorie di cittadini, elettori della Lega compresi. Di qui i battibecchi pubblici come quello di ieri. Come ne uscirà Bossi non è ancora chiaro nemmeno a lui: forse un rigenerante periodo all’opposizione di un governo del Presidente è l’unica soluzione che gli consentirebbe un po’ di respiro, ma a quel punto probabilmente dovrebbe acconciarsi a fare il padre nobile della Lega, lasciando il comando vero proprio a Maroni. Quella che per Previti fu una frase azzardata, infatti, non lo è per descrivere il rapporto tra senatur e Cavaliere: simul stabunt, simul cadent.

Reguzzioni. «Noi siamo l’unica forza politica che ha condannato sempre gli errori di Maastricht».

È bene ragionare sull’articolo 81 dice poi Reguzzoni ma la Lega boccia ogni ipotesi dell’innalzamento età pensionistica delle donne, Inutile ragionare sulla manovra secondo l’Idv:«Tremonti – dice Di Pietro – deve chiarire se esiste ancora la sovranità dello stato italiano. Il governo è troppo condizionato, deve farsi da parte». Il pareggio di bilancio va bene per Fli ma non basta: «Serve – dice Bocchino – una scossa all’economia italiana. Trovare risorse per favorire la crescita. E intervenire con tagli severi alla spesa pubblica improduttiva». Nella replica finale Tremonti tiene il punto. «Sarebbe scorretto anticipare troppo. Non abbiamo chiesto aiuto, abbiamo chiesto proposte. Con Bossi ci chiariremo». Con Bossi Tremonti avrà un colloquio parzialmente chiarificatore poche ore dopo ma nella maggioranza, precisamente nel Pdl, è già pronta una fronda organizzata contro Tremonti che non condivide assolutamente la sua linea. Ad esporsi sono quattro parlamentari del Pdl, i deputati Giorgio Stracquadanio, Guido Crosetto e Isabella Bertolini e il senatore Lucio Malan. Ma sono molti di più i nemici Pdl di Tremonti. Sbagliato secondo loro finanziare il deficit con entrate straordinarie. Tornato da Stromboli Napolitano dà il suo contributo alla ricerca d’una soluzione. In serata vede Berlusconi e Tremonti poi Bersani e Casini. Stamattina vedrà Fini. La Camera dei deputati e il Senato sono pronte ad aprire i lavori. L’Italia vive ore critiche.

Piovono critiche sul ministro dell’Economia anche dall’interno del Pdl. Addirittura quattro deputati, guidati da Crosetto, si dissociano: «Il nostro voto non è scontato» Anche il leader dell’Udc Casini lamenta l’evasività di Tremonti. Resta il fatto che piaccia o no l’Italia è già un paese commissariato. «Siamo stati commissariati e non abbiamo armi per opporci al commissariamento perché se la Bce non interviene, non blocca la crisi di sfiducia vera nei nostri confronti». Tra le proposte avanzate da Casini, la condivisione della riforma dell’articolo 81 della Costituzione, l’abolizione delle provincie, la “tassazione delle rendite finanziarie”, un contributo dei redditi più alti (“È una cosa plausibile”). Le liberalizzazioni di servizi pubblici e professioni, una riforma del mercato del lavoro come proposta dal senatore Pd Piero Ichino». Critico sui parametri europei il capogruppo della Lega


pagina 4 • 12 agosto 2011

l’approfondimento

Servono misure estreme per l’equità fiscale, dice l’autore del saggio “Felicità sostenibile”, docente all’università di Tor Vergata

Salvate il ceto medio!

«Non bisogna bloccare i consumi ma usare redditi alti, rendite e lotta all’evasione per trovare nuove risorse. Altrimenti si finisce per obbedire a quella stessa finanza che ci ha fatto precipitare». Parla l’economista Leonardo Becchetti di Errico Novi

ROMA. Serve una metafora? Eccola: «Immaginate un paziente che sta male. Un donatore di sangue che si offre per la trasfusione. Dopo ovviamente si indebolisce. Immaginate allora che il paziente approfitti dell’energia ricevuta per farsi forza e pugnalare il donatore». Da incubo. «Certo», conviene Leonardo Becchetti, «ma è quello che è successo tra gli attori dei mercati finanziari e molti Paesi occidentali. Tre anni fa i governi, dunque i contribuenti americani e inglesi innanzitutto, hanno salvato le banche con grandi iniezioni di liquidità. Ora la finanza internazionale approfitta di quel salvataggio, e della forza che ne ha ricevuto, per imporre le scelte di politica economica ai governi». Becchetti insegna Economia politica all’università Tor Vergata di Roma. E cerca di cogliere un’ottica non convenzionale nelle analisi, cosa riuscitagli con il saggio Felicità sostenibile di Donzelli diventato poi un blog su Repubblica.it. Dev’essere dunque per scelta di metodo

che il suo giudizio sulla manovra – almeno su quanto sembra emergere – non è fatalista come molti. Non considera inevitabile cioè assecondare tutte le richieste avanzate all’Italia dalla Bce e dai partner europei. Soprattutto trova insensato, a proposito della metafora iniziale, obbedire agli impulsi provenienti in ultima istanza da quello stesso sistema finanziario internazionale che ha scatenato l’uragano. A cominciare da scelte impegnative come il vincolo costituzionale al pareggio di bilancio. Servirebbe a suo giudizio «molta prudenza nel selezionare gli interventi. Prudenza in particolare nei confronti della domanda interna, dei ceti medio-bassi, quindi rispetto ai consumi di massa. Se li deprimiamo, non usciamo più dalla crisi».

Ecco perché Becchetti si dice «poco entusiasta di tutte le ipotesi avanzate in queste ultime ore rispetto ai tagli sulla previdenza» e preoccupato dagli inasprimenti sui vincoli. Vorrebbe

vedere piuttosto «l’adizione di strumenti anche estremi per far pagare le tasse a chi non lo fa: innanzitutto perché ogni ipotesi, pure plausibile, di prelievo straordinario o di tassazione accresciuta sui redditi alti diventa inutile se non si riesce sul serio a far pagare chi quella ricchezza possiede davvero. Nella situazione delicatissima in cui siamo non troverei inappropriato ricorrere a rimedi effettivamente molto estremi adottati da Paesi in cui il problema del-

l’evasione e della ricchezza illegale è molto grave, per esempio la Colombia». Ecco, in Colombia, dice il professore di Economia politica di Tor Vergata, «hanno spostato la tassazione sui prelievi al bancomat. Cioè sui reali movimenti di ricchezza. Anche chi la accumula sottraendosi alle regole difficilmente può tenere le banconote sotto al materasso. Credo che siamo al punto in cui anche noi dobbiamo considerare simili ipotesi».

«Giusto modulare prelievi e tagli con il quoziente familiare: i valori non si sacrificano»

Allo stato invece sono più probabili interventi fiscali sugli immobili (Ici e Imu), su previdenza e assistenza (in particolare sulle pensioni di anzianità e di invalidità). Certo ce ne saranno anche sui redditi alti. Ma appunto, come dice Becchetti, il peso di questa voce, e quindi la possibilità di attenuare le misure rivolte anche al ceto medio, dipende dalla lotta all’evasione. Si tratta di un equilibrio decisivo se si vuole scongiurare un effetto ulteriormente depressivo sulla domanda, spiega l’economista di Tor Vergata che tra l’altro è componente del gruppo di riflessione della Cei su etica e finanza. «Il nodo è rilanciare l’economia. C’è un’ipotesi che scommette tutto sull’offerta con l’abbassamento dei costi delle imprese, la flessibilità del lavoro e così via. L’altro ragionamento ci porta a privilegiare piuttosto la domanda. E la domanda, in Italia, è tramortita. Basta vedere il crollo nei dati sull’industria delle vacanze. I ceti medio-bassi sono sempre


12 agosto 2011 • pagina 5

L’intervento del leader centrista, ieri, alle Commissioni congiunte di Camera e Senato

Cinque proposte per superare (subito) l’emergenza italiana Tagli all’amministrazione e alla politica, privatizzazioni, liberalizzazioni, riforme del fisco e del mercato del lavoro: ecco che cosa bisogna fare di Pier Ferdinando Casini segue dalla prima Noi siamo stati commissariati e non abbiamo armi per opporci al commissariamento perché i titoli di Stato italiani non hanno dei compratori con nome e cognome e la Bce interviene per bloccare quella che è una vera, profonda crisi di sfiducia degli investitori di tutto il mondo nei nostri confronti. Certo, abbiamo un margine di flessibilità in ordine ai consigli che ci vengono dati, però il commissariamento c’è. Ma dobbiamo anche capire che non riguarda solo il governo: riguarda l’intero sistema politico di questo paese. Insomma, la verità è che siamo tutti sulla stessa barca: è in atto un commissariamento del nostro paese ma noi abbiamo una grandissima responsabilità che è quella di dare risposte immediate. Il ministro Tremonti ha avuto la cortesia di venire in Parlamento a parlare alle forze politiche, ma se devo dire la verità, a proposito delle intenzioni del governo, io avevo capito di più dalla lettura dei giornali che non dalle parole del ministro.

Cerchiamo, dunque, di entrare nel merito delle cose partendo dalle riforme costituzionali. Sulla modifica dell’articolo 81, noi concordiamo pienamente. Naturalmente dobbiamo garantirci in ordine alla possibilità di una politica economica che sconti momenti di eccezionalità, che abbia dei margini di flessibilità, però benissimo. Quanto all’articolo 41 pensare di modificarlo per me è demagogia e io mi auguro che questa ipotesi si accantoni il prima possibile. Nel merito della manovra, invece, abbiamo idee precise: intanto, sono da evitare nuovi tagli lineari. Sarebbero devastanti perché colpirebbero le famiglie, le disabilità, i lavoratori dipendenti delle fasce più deboli.Viceversa noi crediamo che si debba agire su almeno cinque capitoli: costi della politica, fisco, liberalizzazioni, pensioni, mercato del lavoro. Partiamo dai costi della politica. Va benissimo ipotizzare il dimezzamento dei parlamentari però intanto

facciamo le cose che possiamo fare subito: accorpiamo i piccoli comuni e aboliamo le province con decorrenza dai turni di scadenza elettorale. Questa iniziativa in progress, al di là della demagogia, potrà evitare sfaceli per i servizi dei cittadini. C’è poi la necessità di vendere le partecipazioni delle municipalizzate. Certo, non si può fare tutto subito (non dobbiamo svendere e non possiamo privatizzare gli eventuali utili che ci sono o pubblicizzare magari le perdite come si è fatto in passato), ma su questo non si può tornare indietro e bisogna farlo con forza. E veniamo al capitolo fiscale: noi siamo per la tassazione delle

«È giusto pensare a un contributo di solidarietà da parte dei più ricchi, ma garantendo di più le famiglie»

rendite finanziarie esclusi Bot e Cct. Siamo per una riflessione molto seria sull’Ici, anche perché l’abolizione sull’Ici della prima casa ha messo i comuni in gravissima difficoltà.

A questo proposito, voglio subito dire che ipotizzare una patrimoniale oggi, all’inizio di questa manovra, è sbagliato: semmai questo potrà essere il passo finale del percorso. Ma ipotizzare ora un contributo di solidarietà dei redditi alti a seconda della composizione dei nuclei familiari è una cosa diversa e io ritengo che sia una plausibile. Naturalmente la lotta all’evasione fiscale deve andare in parallelo a tutto ciò. Capitolo liberalizzazioni. Servizi pubblici locali, farmacie, banche, reti energetiche, assicurazione rc auto, professioni: su questo il governo deve fare le sue proposte (perché questa vicenda è soggetta a mille pressioni di lobby anche all’interno del parlamento) e poi l’Aula dovrà svolgere un ruolo importantissimo emendativi. Ma la spinta iniziale deve arrivare dal governo. Quanto al mercato del lavoro, la questione è semplice: più flessibilità in uscita e più garanzie per il precariato giovane. Noi dobbiamo dare agevolazioni fiscali che incentivino l’impresa a trasformare i contratti a tempo determinato in tempo indeterminato perché il tema della precarietà sta diventando devastante e dobbiamo accettare quelli che sono i consigli della Bce che, su questo capitolo, è intervenuta in modo positivo. Per quel che riguarda le pensioni, invece, io credo che sia necessario agganciare l’età pensionabile alla durata della vita con decorrenza immediata ma che tutti i provvedimenti sulle pensioni debbono comprendere una sorta di quoziente familiare previdenziale. Su questo c’è una richiesta specifica da parte nostra. Questo è un punto fondamentale e vale per le pensioni ma vale anche per quelli che ho chiamato «contributi di solidarietà dei redditi alti». IN altre parole: il nucleo familiare (in qualche modo è bersagliato, vessato, nella legislazione attuale) deve essere garantito in questi passaggi che prevedono grandi sacrifici. Perché, ad esempio, se si vuole ipotizzare un contributo di solidarietà per i redditi alti non è che se uno guadagna centomila euro e ha sei figli è uguale a uno che con centomila euro ha un solo figlio. Ecco, noi dobbiamo essere in condizione di scegliere e fare una scelta in favore della famiglia significa - tra l’altro - fare un grande investimento su un tema demografico che sta diventando un’esplosiva questione sociale nel nostro paese.

meno capaci di spendere. E l’economia si fonda sui consumi di massa». Perciò, dice Becchetti, «bisogna dare da una parte stimoli alla crescita. E quindi vanno bene i tagli sulla burocrazia, la riduzione dei costi delle province, accorpare e razionalizzare i comuni. Ma se si deve andare a prelevare qualcosa in più stavolta bisogna evitare di farlo sul lavoro e sul reddito».

Ecco un limite che per ora non è stato chiaramente indicato dal governo. «E invece è necessario. Il prelievo, le nuove entrate, dovrebbero arrivare piuttosto dalla finanza e dai grandi patrimoni. Se oggi negli Stati Uniti ci fossero ancora le aliquote sui redditi più alti introdotte da Clinton, ne verrebbero 750 miliardi in dieci anni. Ecco, la strada dovrebbe essere di questo tipo. Non sono d’accordo invece con l’ipotesi, avanzata in queste ore, che in Italia il prelievo possa estendersi ai redditi medio-alti. Se fosse per le dichiarazioni dei redditi, i ricchi in Italia sarebbero quasi esclusivamente pensionati e dipendenti pubblici». Al di là del paradosso, dice Becchetti, «ci vuole appunto un approccio drastico come quello adottato in Colombia, dove c’è molto denaro illegale e sommerso». Tutto pur di mettere in salvo la domanda interna. «Ricordiamoci che la crisi è nata da lì. Dalla diseguaglianza crescente che negli Usa ha suggerito l’introduzione della droga del debito per sostenere i consumi di massa, finché il sistema è saltato». Sarebbe miope dunque penalizzare ancora la domanda interna. C’è anche lo strumento suggerito da Casini: modulare le strette su previdenza e assistenza e lo stesso prelievo sui redditi medio-alti con qualche forma di quoziente familiare. «È una cosa così banale che c’è da chiedersi perché non sia stata fatta già da tempo. In Francia hanno provveduto e tra l’altro la loro natalità non è disastrosa come la nostra». E poi, aggiunge il professore dell’università Tor Vergata, c’è un motivo ulteriore e più forte che dovrebbe suggerire maggiori tutele per la famiglia: «Tutti gli studi recenti dimostrano quanto sia sbagliata l’idea di considerare con sufficienza i valori di una società. Il capitale sociale, i valori morali, sociali, sono il fondamento del vivere economico e vanno alimentati. E perciò andare a tartassare le organizzazioni di base come la famiglia, che producono valori, è davvero un comportamento miope. Come è stato notato da Giddens e da altri grandi intellettuali a proposito dei disordini in Inghilterra, non è possibile che l’unico valore di una società consista nelle vetrine piene dei supermercati. Non basta. Lo stato deve preoccuparsi di come alimentare la produzione di valori sociali e morali. La Germania lo fa e la differenza si vede».


mondo

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Il caso-Tottenham arriva alla Camera: in campo anche l’Esercito utta colpa dei social network: David Cameron, pur di non attribuire le violenze dei gionri scorsi al disagio sociale, le sta provando tutte. Dopo le parole di fuoco contro le bande criminali che sarebbero alla base degli scontri, ieri il premier consevatore britannico, parlando alla Camera, ha addirittura ipotizzato la sospensione dell’attività dei social network in rete: lo spirito liberale dell’antica democrazia inglese si starà rivoltando nella tomba. Ma, andiamo con ordine.

T

Cameron: le rivolte? Tutta colpa di twitter Il premier evoca una soluzione drastica per bloccare i manifestanti in Rete di Gualtiero Lami

Londra ha trascorso un’altra notte (relativamente) tranquilla, la quinta dall’inizio dei disordini che da Tottenham si sono poi allargati a tutta la Gran Bretagna. Il governo liberal-conservatore non ha dubbi: merito dell’eccezionale dispiegamento di forze del-

l’ordine: nella sola capitale sedicimila uomini che il premier David Cameron si è impegnato a lasciare nelle strade almeno fino a tutto il prossimo fine settimana. Ma c’è un altro elemento che – secondo molti osservatori – ha favorito la mo-

mentanea soluzione dell’emergenza: a Londra piove e fa freddo. E questa circostanza, con ogni probabilità, ha costretto i manifestanti, le «bande di pura criminalità», come le ha chiamate il premier, a restare al chiuso. Non sono co-

Tottenham per il momento ha dato i suoi buoni frutti. Forte di questo obiettivo successo, David Cameron si è presentato dunque con l’atteggiamento del duro davanti al Parlamento, riunito in seduta straordinaria dopo essere stato convo-

«Le violenze sono state ingiustificabili: non si tratta di politica o di manifestazioni di protesta, qua si tratta di furti!», ha detto il primo ministro. «La linea dura ha pagato» A sinistra, il primo ministro britannico David Cameron che ieri ha riferito alla Camera sugli scontri dei giorni scorsi a Londra e in molte città dell’Inghilterra del nord. I manifestanti si organizzavano tramite twitter e facebook: perciò il governo sta pensando di bloccare i social network

munque mancati nuovi arresti né episodi isolati di violenza: come a Eltham, sobborgo di Londra situato nei pressi di Greenwich, una quindicina di chilometri a sud-est dal centro della capitale, dove la polizia è dovuta intervenire per bloccare un gruppo di circa centocinquanta facinorosi che si apprestavano a darsi agli ennesimi saccheggi. Ma si tratta, rispetto ai giorni passati, di scaramucce, se si pensa agli incendi, ai negozi razziati, alle vittime, alle migliaia di arresti. Sarà anche merito della pioggia, ma il clima da guerra alla violenza con il quale il governo ha risposto alla rabbia di

cato due giorni fa dal primo ministro, con una rarissima sospensione della pausa estiva dei lavori.

«Il contrattacco bell’e buono è iniziato, pagherete per quello che avete fatto!»: così ha esordito il leader conservatore, rivolgendo idealmente il monito ai saccheggiatori e ai vandali. «Le violenze sono state ingiustificabili», ha proseguito il premier. «Qua non si tratta di politica o di manifestazioni di protesta, qua si tratta di furti», ha sottolineato, dando dei disordini un’interpretazione esclusivamente penale, per poi sottolineare che le autorità stanno agendo «in maniera determinata», come dimostra l’assenza stessa di gravi violenze nella notte appena trascorsa. In caso di ulteriori tumulti in av-

venire, ha aggiunto Cameron a questo punto, si valuterà anche un eventuale ricorso all’Esercito, seppure delegando ai militari soltanto compiti secondari, così da liberare il maggior numero possibile di agenti, da impegnare in prima linea nei centri urbani. Alla Polizia, ha continuato, sarà conferito il potere d’imporre la rimozione di maschere, cappelli o quant’altro copra il volto, se chi li indossa sia sospettato di aver commesso un reato.

E qui arriviamo al punto dolente della strategia di Cameron: stando ad anonime fonti governative, si sta studiando

l’eventualità d’interrompere d’ufficio i social network, da BlackBerry Messenger a Twitter, in occasione di sommosse. Le fonti hanno ricordato come il servizio di messaggeria istantanea BlackBerry sia stato uno strumento decisivo per coordinare le iniziative dei manifestanti. «Ne stiamo discutendo con i servizi segreti e con l’industria di settore», hanno riferito le fonti che preferiscono per il momento mantenere l’anonimato. «Per ora, comunque, non abbiamo ancora una proposta precisa». Per sicurezza, comunque, con o senza il blocco dei social network, a Londra anche ieri sono continuati fin dalle prime ore del mattino rastrellamenti a tappeto da parte dei poliziotti, che hanno setacciato le case dei presunti responsabili della rivolta per eseguire più di cento ordini di arresto.


Una lettura al giorno

Breve storia di Elisabetta I, Caterina de’ Medici, Isabella di Castiglia, Caterina la Grande

Poker di Regine di Gabriella

Mecucci

Il potere in mano femminile può essere esercitato con lungimiranza o crudeltà, tanto quanto quello maschile. Quattro casi esemplari lo dimostrano...

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una lettura al giorno itorna l’eterna domanda: le donne quando conquistano il potere lo usano in modo diverso dagli uomini? Oggi come ieri la riposta è no. La storia lo dimostra in modo chiaro. Sanno essere forti e lungimiranti, o cattive e sanguinarie esattamente come l’altro sesso. Ci sono le biografie delle grandi regine che stanno lì a testimoniarlo. Sono più cedevoli e sentimentali? Nemmeno a pensarlo, chi lo fu venne considerata una pericolosa anticonformista. E allora se non è possibile estrarre una «filosofia

R

di potere» delle donne, raccontiamone le storie. Alcune storie, con un avvertimento: certe sovrane hanno toccato tetti di genialità non comuni. In qualche caso hanno sopravanzato anche i migliori re. Oltre a essere in numero molto ridotto, hanno dovuto faticare molto per arrivare alla sommità del potere e hanno pagato prezzi altissimi: più alti dell’altro sesso. Il binomio che più ha affascinato scrittori, drammaturghi e l’intero mondo femminista è quello rappresentato dalle due irriducibili nemiche: Elisabetta I e Maria Stuarda. Dal dramma di Schiller sino - per parlare di casa nostra - al testo teatrale di Dacia Maraini, la regina d’Inghilterra e quella di Scozia rappresentano tipologie opposte del potere femminile. Maria sogna: sogna di ricostruire il Paese, sogna l’amore, gli manca il senso della realtà, e proprio per questo commette errori grossolani. Elisabetta ha al contrario una finissima mente politica. È dura prima di tutto con se stessa, rinuncia alla vita sentimentale in nome del pote-

re. È una donna straordinaria, un gigante che si erge a guida del suo Paese. Che sopravanza tutti i potenti del suo tempo, da Filippo II di Spagna a Francesco II di Francia. Lei, è la vincente nel duello con Maria: prima la imprigiona e poi la condanna a morte. Elisabetta è una sovrana che sceglie, almeno in tutta la prima parte del suo regno, la via della tolleranza religiosa. Poi, arriva a un duro scontro col Papa. Da questo nascono congiure cattoliche, represse nel sangue, e la regina non esita a usare il pugno di ferro, nulla di parago-

nabile però a quello che aveva fatto sua sorella, Maria la sanguinaria, che ordinò una lunga e terribile teoria di esecuzioni e di vere e proprie stragi contro i protestanti. Elisabetta è acuta, intelligente, dura e insieme flessibile, capace di sacrificare tutto in nome del trono. È diventata una sorta di icona della sovrana assoluta, sprezzante del pericolo e della stessa morte. È leggendaria la frase che pronunciò poco prima di passare a miglior vita: «Chiamatemi un prete, ho intenzione di morire». È stata la più grande regina che l’Inghilterra e forse l’intera Europa abbiano mai conosciuto. Dopo quasi 45 anni di regno, lasciò il suo Paese più ricco, ponendo le basi della sua potenza commerciale; più forte, dopo aver sconfitto gli spagnoli e aver costruito una flotta che consentiva di dominare i mari; più grande, visto che fu lei a iniziare la colonizzazione dell’America

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del Nord; più colto è raffinato: il cosiddetto periodo elisabettiano fu popolato da giganti del pensiero e della poesia come William Shakespeare, Christopher Marlowe, Edmund Spenser, Francesco Bacone.

La Stuarda, troppo spesso dominata dalle sue passioni, forse più affascinante e sicuramente più bella della cugina, era nel confronto con Elisabetta la vittima designata. Proveniente dalla famiglia dei cattolicissimi Guisa, ideatori ed esecutori della strage di San Bartolomeo, ebbe una

giovinezza un po’più facile della regina d’Inghilterra, condannata a morte dalla sorella Maria la sanguinaria e salva per miracolo. La Stuarda fu ancora ragazza la moglie del re di Francia, poi,

la regina di Scozia il favore di gran parte della nobiltà che ancora era disposta a sostenerla. Maria dovette lasciare la Scozia e si rifugiò in Inghilterra. Elisabetta sino a un certo punto l’aveva protetta. Alla fine però anche lei l’abbandonò non per odio personale, ma per un puro calco-

vivenza con gli ugonotti, cercando di tenere a bada il fanatismo dei Guisa nella terribile era delle guerre di religione. Non riuscì però a evitare uno dei più grandi massacri di protestanti mai avvenuto: quello che accade il 24 agosto del 1572, la notte di San Bartolomeo. Accusata di esserne l’artefice a causa del clima xenofobo e misogino che regnava nella corte francese, Caterina in studi più recenti è stata scagionata da questo misfatto. Intendiamoci non era una sovrana innocente (chi può esserlo?), ma nemmeno la strega cattiva (trame, veleni, magie) che vollero far credere. Per tutta la vita cercò di salvare il trono dei Valois e i suoi figli. Anche lei, come Elisabetta, favorì le arti e la cultura. Compì un’opera civilizzatrice nei costumi dell’aristocrazia transalpina: introdusse la forchetta, le mutande e i profumi più raffinati. Fu amica e protettrice di Nostradamus e del resto anche lei aveva le visioni e - la leggenda vuole - che più volte ebbe sogni preveggenti. Come Maria Stuarda ebbe un grande amore per Coligny, capo del «partito

La politica matrimoniale è stata un’arma efficace sia per la Spagna di Isabella che per la Francia di Caterina. Elisabetta e la Zarina, invece, hanno battuto altre strade più avanti negli anni, sedette sul trono di Scozia e non riuscì né a sconfiggere né a mediare la rissosità della locale aristocrazia. Il colpo di grazia però glielo diede l’incapacità di dominare il suo appassionato amore per il secondo marito, lord Henry Darnley, ambizioso e inetto capo della fazione cattolica che col suo comportamento fece perdere al-

lo di Stato. E la Stuarda finì decapitata. Attraversiamo la Manica e in Francia, troviamo un’altra grande regina coeva di Elisabetta: Caterina de’ Medici. È straordinaria sul piano politico. E sceglie, lei cattolica, con maggior coerenza della sovrana inglese, la via della tolleranza religiosa. Per tutta la vita perseguì la con-


Qui accanto, Maria Stuarda va al patibolo; sopra Caterina de’ Medici raffigurata nello scenario della Strage degli Ugonotti; nella pagina a fianco, Caterina la Grande, zarina di tutte le Russie. In copertina, il ritratto di Elisabetta I d’Inghilterra

quistando tutta la Polonia e annettendo la Crimea. Insomma, la sua fu una straordinaria politica di potenza, ma anche - al di là di qualche insuccesso - di modernizzazione e di riformismo. All’epoca dei Lumi, fu protettrice della cultura e grande amica di Voltaire, d’Alambert e, soprattutto, di Diderot che ospitò lunga-

baltarono il ruolo subalterno che la storia gli assegnava. Nel potere al femminile è dunque molto importante il capitolo matrimoni: il racconto dimostra di «che lacrime grondi e di che sangue» l’intreccio fra sentimenti e trono. Il vero capolavoro lo fece Isabella di Castiglia. A colpi di caravelle, ma anche di sposalizi indovinati, finì col mettere solide basi alla costruzione di quell’impero su cui «non tramonta mai il sole», come lo definì Carlo V, il grande nipote della regina cattolicissima. I sovrani di Spagna distrussero la vita di una delle loro figlie per raggiungere l’obiettivo di rendere più forte la Spagna. La discendente regale, per la sola ragione di non comportarsi come un totus politicus, ma di essersi innamorata del marito, fu chiamata Giovanna la pazza. È lei uno degli esempi più drammatici di una donna che non rinuncia alla passione nemmeno in nome del regno. La storia è affascinante e insieme terribile, e va presa un po’da lontano. In Castiglia esisteva una legge che nessun’altra corte europea aveva: si trattava della reina proprietaria. Isabella, andando in sposa a Ferdinando d’Aragona lo rendeva anche re del suo Paese. Ma lei restava reina proprietaria. Gestiva tutti gli affari più importanti e quindi continuava a detenere il nocciolo vero del potere. Nel suo testamento lasciò la figlia Giovanna erede di quel privilegio. E da qui originarono tutte le tragedie di quest’ultima. Teniamo bene a mente questo particolare e addentriamoci nella «politica matrimoniale» della sovrana spagnola, diventata famosa per la scoperta dell’America e per il fanatismo religioso che la portò a commettere più di un abominio. In lei, la crudeltà e la genialità andarono di pari passo.

Chi preferisce amare piuttosto che comandare è destinato a perdere il potere. Vedi i casi di Giovanna la Pazza e Maria Stuarda ugonotto». Ma lei, al contrario della regina di Scozia, ruppe ogni rapporto quando la ragion di Stato glielo impose. Anzi, più di uno storico sostiene che ne ordinò l’assassinio. La sua grandezza, oltre che nella continua ricerca della convivenza fra cattolici e protestanti, va ricercata anche nella straordinaria abilità nel condurre un’accorta «politica matrimoniale» per i suoi numerosi figli. Ma di questo racconteremo più avanti.

Chi nella hit parade delle sovrane rappresentò una formidabile sintesi di grandezza e ferocia fu Isabella di Castiglia. Fu la regina che portò a compimento della Reconquista cattolica, iniziata da El Cid. Intorno al suo trono si riunificò la Spagna: alla Castiglia si aggiunse l’Aragona (su cui regnava il marito Ferdinando), e tanto altro, sino a strappare ai Mori il califfato di Granada nel 1492. Così si compì la sconfitta dell’Islam che era penetrato profondamente nella penisola iberica. Nello stesso anno, avvenne la scoperta dell’America. Il viaggio di Colombo era stato finanziato da Isabella che portò così la Spagna nel nuovo mondo:

primo Paese a farlo suo. Due anni dopo, di fronte alle rivendicazioni sulle Americhe dei portoghesi, la regina castigliana ebbe la saggezza però di arrivare con loro a un accordo in base al quale le terre scoperte sarebbero state divise fra i due regni. La sovrana inoltre - allo scopo di modernizzare le istituzione del regno istituì le Cortes, una sorta di Parlamento della nobiltà che i regnanti erano obbligati a consultare su gravi questioni di Stato. Sin qui la grandezza di Isabella. Ma la regina accompagnò a questa il fanatismo e la repressione più violenta. Cattolicissima, introdusse l’Inquisizione e diventò il campione della persecuzione contro gli ebrei: molti di loro, anche se apparentemente convertiti, continuavano a professare la loro religione. Se venivano scoperti finivano sul rogo e i loro beni erano confiscati dalla Corona. E questo diventò un modo per finanziare la monarchia e la sua corte. Gli ebrei sefarditi, terrorizzati dai comportamenti di Isabella, lasciarono la Spagna e si sparsero per tutto il Mediterraneo. Anche se battezzati non sfuggivano alla persecuzione: venivano chiamati marranos

(maiali), erano discriminati economicamente e socialmente, spesso chiusi nei ghetti. A un trattamento analogo furono sottoposti anche i musulmani rimasti in Spagna dopo la caduta di Granada. Tutte le regine sin qui raccontate governano fra la fine del Quattrocento e quella del Cinquecento, occorrerà fare un salto di due secoli, per trovarne un’altra di pari valore: si tratta di Caterina la Grande, zarina di tutte le Russie. Una sovrana assoluta e illuminata proveniente dalla Prussia. Riformò il sistema istituzionale creando le Province e i Distretti. Ottenne così due effetti: decentrare il potere e, al tempo stesso, controllare meglio le rivolte, soprattutto quelle dei contadini, una fascia di popolazione poverissima: allora la Russia era così arretrata che i servi della gleba (ormai scomparsi negli altri Paesi europei) costituivano più della metà della popolazione. Caterina pensò all’abolizione di questo odioso istituto, ma non ci riuscì, così come rimase a metà la sua riforma giudiziaria. Riuscì invece a togliere tasse e obblighi odiosi a un’ampia fascia dell’aristocrazia facendosela alleata. E allargò l’impero con-

mente a Mosca e a San Pietroburgo. Una grande sovrana, col pugno di ferro, incline alle passioni amorose senza diventarne mai prigioniera.

Ormai le monarchie europee ancora esistenti usano i matrimoni in chiave moderna. Non servono più a fare alleanze con altri Paesi, magari in vista di qualche guerra. O ad allargare i confini del regno. Ora sono utili a grandi operazioni mediatiche per attirare l’attenzione e la simpatia dei sudditi: vedi il caso di Kate e William in Inghilterra, o del principe delle Asturie con la sua diafana giornalista televisiva. Nelle corti del Quattro-Cinquecento invece la scelta del marito era, forse più che in qualsiasi altro periodo, una sorta di sofisticato arabesque, frutto di menti e di mani raffinatissime, una tela che veniva tessuta in nome del potere. E le donne delle grandi famiglie aristocratiche - più di ogni altro - ne erano protagoniste: in genere la strategia la dettava l’erede maschio, ma non di rado furono loro a compiere anche le scelte di fondo. Spesso divennero oggetto dello scambio, vittime designate, ma talora ri-

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una lettura al giorno Attraverso una fitta rete diplomatica fece sposare i figli con gli eredi ai troni d’Inghilterra e del Portogallo, ma il suo indiscusso capolavoro politico fu quello di dare in moglie Giovanna a Filippo d’Asburgo, nipote dell’imperatore Massimiliano, e duca di Borgogna, definito il Bello per la sua prestanza fisica. Le due corone, quella di Spagna, impreziosita dalla gemma delle Americhe, e quella tedesca, con parecchi importanti dintorni e alleati, si riunificarono sul capo di Carlo V, secondogenito di Giovanna e di Filippo. Si poteva fare di più con un colpo matrimoniale solo? Probabilmente no. Piccolo particolare, all’epoca però trascurabile, questo comportò il sacrificio di una figlia.

Giovanna infatti commise l’errore - un cedimento analogo a quello della Stuarda - di innamorarsi appassionatamente del marito e di non conservare il sufficiente cinismo nel valutare le questioni di potere. Il tutto era aggravato dal suo essere diventata reina proprietaria di quel gigantesco regno che era rappresentato allora dalla Spagna. L’infanta Giovanna faceva i figli in gran quantità e con estrema facilità. E il marito voleva metterla incinta più spesso possibile: un modo per assicurare la continuità della stirpe e anche per «neutralizzare» la moglie sia sessualmente che sul piano del potere. Le gravidanze allontanavano per qualche tempo Giovanna sia dall’eros che dalle faccende dinastiche e di governo. Filippo ne approfittava per riempirla di corna e per rosicchiarle rapporti e alleanze. La sostanza è che - morta Isabella - voleva il trono di Spagna tutto per lui. La reina proprietaria si difese abilmente. E il disegno fallì. Ma nulla potè Giovanna contro il padre Ferdinando che la fece arrestare per strapparle il ruolo di reina proprietaria. Seguirono per lei anni e anni di isolamento dal quale non la liberò nemmeno il figlio Carlo V. Figurarsi se l’imperatore che aveva in mano lo scettro più pesante del mondo, voleva rimettere in circolo una possibile pretendente a una fetta importante del potere. Se Isabella mise il nipote alla testa di un impero sconfinato, anche i Borgia - suoi contemporanei - con i matrimoni ci sapevano fare. Lucrezia, celebrata per i suoi intrighi e i suoi crimini, fu in realtà uno strumento di potere: certe volte fu coprotagonista delle trame: insieme al padre, Papa Alessandro IV e al frattello Cesare. Come marito di primo letto le toccò il signore di Pesaro, uno Sforza sciancato e impotente. Ma in quel momento serviva prendere contatto con una parte di quel territorio che, da lì a sei anni, Cesare conquistò manu militari. Subito dopo, la diciottenne Lucrezia, ancora vergine nonostante avesse un matrimonio alle spalle, si maritò con Alfonso,

Anche Lucrezia Borgia commise l’errore di innamorarsi del marito Alfonso di Bisceglie. Cosa che suo fratello Cesare non tollerò. E non solo per ragioni di Stato

Filippo il Bello e Giovanna la Pazza, figlia di Isabella di Castiglia (nell’immagine in alto) e di Ferdinando d’Aragona

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principe di Bisceglie, per arrivare a un’alleanza con il Regno di Napoli, allora in mano alla corona iberica. L’operazione andò in

porto agevolmente. Ma i guai erano dietro l’angolo. Cesare, rapido e manovriero oltreché feroce, «golpe e lione» per dirla con Machiavelli, si convertì presto a una politica filo francese, e quell’Alfonso di Bisceglie che tanto gli era servito, diventò un impiccio serio. Avere in casa un aristocratico spagnolo, poteva far sospettare al monarca transalpino che il Valentino avesse la strategia del doppio binario e che volesse tenersi buoni sia i D’Aragona che i Valois. Fu così che decise in quattro e quattr’otto di eliminare il cognato. Lo fece uccidere anche se Lucrezia aveva commesso lo stesso errore di Giovanna di Castiglia: si era innamorata pazzamente del bell’Alfonso. La passione della sorella, lungi dal costituire una remora, fu un aggravante: Cesare non voleva che nella sua famiglia spuntasse una fronda spagnoleggiante e in più era geloso. Sin da adolescente nutriva una tensione erotica (secondo molti storici consumata) per Lucrezia. Risultato, il principe di Bisceglie fu infilzato senza pietà proprio nella camera da letto della moglie. A proposito di «politica matrimoniale» una grande esperta fu la geniale Caterina de’ Medici, aiutata in questo dalle visioni di Nostradamus e da quelle proprie. La poveretta dovette destreggiarsi fra parecchie relazioni pericolose nel contesto delle guerre di religione. Prima di tutto lei medesima fu l’oggetto di uno scambio di potere. Papa Clemente VII, di cui era la nipote, la dette in moglie al secondogenito del re di Francia, Enrico II per allearsi con i transalpini contro Carlo V. Una scelta geniale: in un colpo solo si ostacolavano le mire di dominio sull’Italia dell’imperatore blandendo i Valois, che - dopo il patto col Papa e coi Medici - potevano avanzare le loro pretese su Milano. Il figlio del re transalpino era purtroppo un terribile arrogante, peraltro innamorato di una donna affascinante, ma molto più anziana di lui. Per Caterina fu un boccone amarissimo. Ma come abbiamo visto - le ragazze all’epoca erano abituate a questo genere di disavventure. E del resto la rampolla dei Medici imparò così bene dal suo dolore che piazzò i suoi numerosi figli in tutte le corti d’Europa: una finì moglie del cattolico tridentino Filippo II, un’altra dell’ugonotto principe di Navarra. Capolavori di equilibrismo matrimoniale nel tentativo giustissimo di buttare acqua sul fuoco delle guerre di religione. E di impedire ai Guisa, braccio armato del Papa sino alla congiura e al bagno di sangue, di allargare la loro sfera d’influenza. Elisabetta d’Inghilterra, invece, con un colpo di rara genialità, ribaltò completamente lo schema utilizzato fino ad allora nelle grandi corti: anziché costruire la propria forza attraverso un mari-

to giusto, scelse la strada di non sposarsi con nessuno. Non cedette alle lusinghe né dei gentiluomini cattolici né di quelli anglicani. E disse no alle teste coronate di mezza Europa, compresa quella del potente Filippo II, che provò in tutti i modi a farla sua. In realtà i conti fra i due vennero chiusi da una delle più famose battaglie navali mai combattute: quella in cui la flotta inglese, aiutata dalla tempesta, distrusse l’Invincibile Armata spagnola. Nel caso di Elisabetta, insomma, la sua forza fu quella di non scendere a patti col matrimonio e di presentarsi al suo popolo e al mondo come la regina vergine. Sposa solo dell’Inghilterra e dei suoi interessi. Quanto alla sua castità, in molti ritengono che sia stata più di facciata che reale. Ma questo, alla fine, era secondario. Fu la scelta di non accedere alla «politica matrimoniale» la sua originalità .

A proposito della rottura di tutti gli schemi, un’altra che innovò profondamente fu Caterina di Russia, detta la Grande. La giovane prussiana finì al Cremlino sposando un uomo orribile, reso deforme dal vaiolo, vendicativo e violento. Una terribile esperienza che la convinse che era meglio non fidarsi troppo dei legami con l’altro sesso. Ma - al contrario di Elisabetta - non puntò certo sulla verginità. Anzi, la sua vita fu piena di avventure e di solide storie. Tante furono le sue relazioni erotiche che per viverle con sicurezza, faceva sperimentare i pretendenti alle sue grazie ad alcune fidate dame di compagnia. Quelle, dopo un periodo di passioni infuocate con gli amanti, riferivano alla regina delle loro prestazioni e, soprattutto, le raccontavano se erano state contagiate da qualche malattia venerea. Sesso sicuro ante litteram. Caterina non fu mai strumento di nessuno. Morto il primo marito, imparò a usare gli uomini come pedine per raggiungere il proprio potere personale. Uno di questi, Grigori Orlov, organizzò la cospirazione che depose lo zar e mise lei sul trono. Il Cinquecento delle guerre di religione, del resto, era finito da un pezzo, eravamo ormai in pieno Settecento: secolo dei Lumi e del libertinaggio. In questa carrellata di sovrane potentissime - come si vede emerge una costante: perde chi non mette sopra ogni altra cosa il potere. Chi preferisce amare piuttosto che comandare. Il potere è un marito dispotico, vuole le sue donne per sé. Al massimo può concedere qualche scappatella. Ma al momento giusto, devono saper ritrarsi: ritornare a casa. Chi si appassiona troppo vedi Maria Stuarda o Giovanna di Castiglia - apre lo spazio alla sua sconfitta. Succede anche agli uomini? E, soprattutto, succede anche oggi?


o p i n i o n ic o m m e n t il e t t e r ep r o t e s t eg i u d i z ip r o p o s t es u g g e r i m e n t ib l o g ACCADDE OGGI

Il primo pc affronta il pianeta 1981: l’Ibm personal computer viene presentato al mondo. Pronto a sconvolgerlo Ibm Personal Computer (IBM 5150), comunemente conosciuto come Pc Ibm, è un personal computer dell’IBM, primo modello dell’azienda statunitense ad avere un microprocessore come CPU. Il PC IBM è stato presentato il 12 agosto 1981 e commercializzato dal settembre 1981 all’aprile 1987. Capostipite dei personal computer comunemente usati oggi basati su microprocessori in architettura x86, è stato sostituito dall’IBM Personal Computer XT. Il termine “personal computer” presente nel nome del computer è stato usato per evidenziare l’uso del computer da parte di un singolo utente in contrapposizione ai mainframe o ai minicomputer multiutente all’epoca già molto diffusi nelle grandi aziende. Tale termine, tuttavia, era stato coniato negli anni settanta in riferimento all’Apple II, e veniva usato per indicare tutto il segmento di mercato, indipendentemente dal marchio. È con l’Ibm Personal Computer, in ragione della grande diffusione che raggiunge, che tale termine si restringe nell’uso con il significato che oggi solitamente gli attribuiamo, cioè di computer basato su architettura Intel, in contrapposizione a Macintosh o altre piattaforme. La sua apparizione sul mercato mondiale è stata paragonata all’invenzione della ruota: e in effetti sarebbe quasi impossibile immaginare il globo contemporaneo senza i milioni di luci sugli schermi.

L’

Non dipende da destra o sinistra, è sbagliata la struttura del sistema Come era prevedibile dopo l’ennesimo caso di malaffare che oggi coinvolge il Pd, sentiamo e leggiamo di tutto da destra e da sinistra.Veramente una piccola domanda io l’avrei: come mai, guarda caso, tutto questo è uscito dopo le elezioni e non prima? Mah… i non misteri della politica! Ma non è questo il punto. Tutti i santi giorni ne vediamo e sentiamo di tutti i colori ma il peggio è che tutto si ripete sempre. Con ogni governo, in ogni tempo e da sempre la storia si ripete all’infinito. Ciò che salta poi all’occhio, è il fatto che queste situazioni coinvolgono i potenti e l’uomo qualunque quindi, probabilmente, ce l’abbiamo proprio nel dna. Ma nessuno si accorge mai di nulla? Ma, io mi chiedo, se tutto quanto sopra è stato possibile e continua ad esserlo, se tanti normali cittadini e tanti alti personaggi possono continuare indisturbati a fare tutto ciò, non è il problema se uno sia di destra o di sinistra, a questo punto il problema è se questa struttura non sia completamente sbagliata e faccia acqua da tutte le parti.

Massimo Tavani

MISERIA E MENEFREGHISMO Forse non è giusto utilizzare il termine miserie, ma menefreghismo sì, perché negli anni alcuni bellissimi affreschi sono stati coperti (del tutto o parzialmente) dai rispettivi proprietari delle case che purtroppo non si sono curati (o non si sono informate su come fare) nel cercare di mantenere quello che di bello e artistico c’era dipinto sulle loro facciate. Il menefreghismo, che come ho scritto è comune in tutti i nostri paesi (ma siamo in Italia) è possibile vederlo, pieno di scritte lasciate da ragazzini ignoranti. Il menefreghismo di chi anni fa attaccava un cartello con divieto di sosta a lato di un affresco, sono i particolari che fanno la differenza nell’occhio attento. Le scritte sbiadite dal tempo sono bellissime e fanno emergere ricordi di chi ragazzino non sapesse cosa fosse un supermercato, quando ancora tutti ci si conosceva in paese e ci si dava una mano uno con l’altro. Quando il barbiere, l’osteria e il panettiere era il nostro punto di ritrovo, ma come spesso capita c’è chi interpreta a modo proprio quello che legge… a volte anche quello che vede. Buone vacanze a tutti!

Enrico Palomba

U N DISCORSO TRA SORDI Ho assistito alla diretta tv del discorso al Senato tenuto dal presidente Berlusconi; non mi soffermo sui contenuti (che non condivido) ma mi vergogno dell’atteggiamento dei vari presenti in aula che hanno risposto leggendo appunti scritti precedentemente, mentre altri sonnecchiavano

L’IMMAGINE

Birra o strip? Strana iniziativa per Medvedev Strip tease nel centro di Mosca: è il modo originale che due ragazze russe hanno trovato per sostenere il presidente Medvedev (autore di una legge per limitare il consumo di birra) in vista delle elezioni del 2012. Le ragazze hanno invitato i passanti a ”scegliere tra loro e la birra”: chi vuotava il proprio bicchiere in un secchio veniva premiato con uno strip. L’azione è una risposta all’iniziativa, a sostegno del premier Putin, portata avanti pochi giorni fa da altre ragazze che in costume da bagno si erano messe a lavare delle automobili nelle strade della capitale russa

o giocavano col computer. Come risulta evidente è sempre un discorso tra sordi, o meglio tra persone (da noi elette e profumatamente pagate) che non sono interessate a interloquire; forse non sono neppure in grado di capire cosa tentano di dirsi. Sono la sola a pensarla in questo modo? Possibile che non si riesca a creare un movimento di opinione? Grazie per l’attenzione e speriamo bene.

Andrea Mingozzi

SENZA APPELLO Si pretendeva che le opposizioni presentassero alla Camera o al Senato “uno straccio di mozione di sfiducia”oppure un ordine del giorno dopo il deludente discorso del presidente Silvio Berlusconi. Non l’hanno fatto perché ciò non era possibile per regolamento. Il Parlamento doveva solo ascoltare, senza presa d’atto, le dichiarazioni del premier, chiamato a riferire in aula la posizione del Governo davanti alla crisi che massacra il nostro Paese. Nessuna votazione era quindi possibile.

Gianni Polati

TOGLIERE L’OSSO AL CANE Le accuse reciproche non risolvono il problema, anche perché c’è poco da accusare visto che i coinvolti sono dovunque, ma potrebbe risolverlo il fatto di togliere le occasioni che fanno, appunto, l’uomo ladro. Ma esiste la volontà per farlo? Togliere l’osso ad un cane è dura… ma togliere le ossa a migliaia di cani… diventa veramente una «mission impossible»!

Adriano Mancini

e di cronach

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Errico Novi (vicedirettori) Vincenzo Faccioli Pintozzi (caporedattore) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica) Direttore da Washington Michael Novak Consulente editoriale Francesco D’Onofrio Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria) Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Osvaldo Baldacci, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Giuliano Cazzola, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Anselma Dell’Olio, Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Aldo G. Ricci, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Gennaro Malgieri, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Antonio Picasso, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Franco Ricordi, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Emilio Spedicato, Maurizio Stefanini, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Consiglio d’amministrazione Vincenzo Inverso (presidente) Raffaele Izzo, Letizia Selli (consiglieri) Concessionaria di pubblicità e Iniziative speciali OCCIDENTE SPA Presidente: Emilio Bruno Lagrotta Amministratore delegato: Raffaele Izzo Consiglio di amministrazione: Ferdinando Adornato, Vincenzo Inverso, Domenico Kappler, Antonio Manzo Angelo Maria Sanza Ufficio pubblicità: Maria Pia Franco 0669924747 Agenzia fotografica “LaPresse S.p.a.” “AP - Associated Press” Tipografia: edizioni teletrasmesse New Poligraf Rome s.r.l. Stabilimento via della Mole Saracena 00065 Fiano Romano Distributore esclusivo per l’Italia Parrini & C - Via di Santa Cornelia, 9 00060 Formello (Rm) - Tel. 06.90778.1 Diffusione Ufficio centrale: Luigi D’Ulizia 06.69920542 • fax 06.69922118 Abbonamenti 06.69924088 • fax 06.69921938 Semestrale 65 euro - Annuale 130 euro Sostenitore 200 euro c/c n° 54226618 intestato a “Edizioni de L’Indipendente srl” Copie arretrate 2,50 euro Registrazione Tribunale di Salerno n. 919 del 9-05-95 - ISSN 1827-8817 La testata beneficia di contributi diretti di cui alla legge n. 250/90 e successive modifiche e integrazioni. Giornale di riferimento dell’Udc

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mondo

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Cina, Vietnam, Filippine. E poi India, Giappone e Corea del Sud: ecco tutti i contendenti per il trono di imperatore del VII mare

Un Oceano di problemi La prima portaerei cinese riporta l’attenzione sul Pacifico, teatro dell’ultima grande guerra di Vincenzo Faccioli Pintozzi a crescente capacità militare della Cina preoccupa, sia gli Stati Uniti che i vicini del gigante asiatico. E l’Oceano Pacifico potrebbe diventare il teatro della prossima grande guerra, se non mondiale quanto meno regionale. Non è un’esagerazione, anche se i segnali sono per adesso tutti quanto meno rassicuranti. Anche se le crepe provocate nella pace indotta dall’equilibrio dei poteri nell’area rischia di essere vanificata da Pechino. La portaerei varata due giorni fa dalla Marina militare cinese «è una minaccia alla stabilità del Pacifico: il governo di Pechino ha deciso di calare l’asso per mettere le mani sulle terre contese con le altre nazioni dell’area e vuole chiudere una volta per tutte la questione di Taiwan». Lo dice ad AsiaNews, l’agenzia del Pime, una fonte del governo sudcoreano, che cita le ana-

L

lisi militari apparse sui giornali di ieri e alcune informazioni ricevute dal governo di Seoul.

Per la prima volta nella sua storia, la Marina militare cinese ha ammarato una portaerei in grado di trasportare non soltanto jet militari ma anche un sistema missilistico di ultima generazione: la “Varyag”– comprata dieci anni fa dall’Ucraina e di produzione sovietica – è uscita, due giorni fa dal porto di Dalian (nel nordest della Cina) ufficialmente per un test di navigazione. L’annuncio è arrivato dall’agenzia Xinhua, voce

si rivali della Cina. Lan Ning-li, un ex ammiraglio della marina taiwanese, ha dichiarato che la messa a punto della portaerei permetterà alla Cina di «espandere le proprie attività nel Pacifico meridionale» e che renderà Taiwan «vulnerabile ad attacchi nemici». Ma non c’è soltanto l’ex patria dei nazionalisti, nel mirino marittimo di Pechino. Il governo cinese sta litigando con tutti i suoi vicini per la sovranità su una serie quasi infinita di isolette e isolotti poveri di terra ma presumibilmente ricchi di risorse naturali: la Cina vuole affermarne la sovranità ma si scontra con le Filippine, il Vietnam e la Corea del Sud. Alcuni analisti militari, citati dal quotidiano coreano Chosun-Ilbo, affermano che la mossa di Pechino «mette a rischio tutti noi. Aiutati anche dal regime di Pyongyang, in grado di creare un incidente in qualsiasi momento, i cinesi possono scombinare tutto l’equilibrio dell’area». James Nolt (capo-analista del World Policy Institute) getta invece acqua sul fuoco: «Ci vorranno molti anni prima che la Cina possa raggiungere l’efficacia militare degli Stati Uniti sul mare».

Il problema sono i confini marittimi nel mar Cinese, che comprendono le isole Spratly e Paracel. Disabitate ma ricche di materie prime ufficiale del Partito comunista cinese. Pechino ha affermato il mese scorso che essa «sarà usata per la ricerca scientifica, l’esplorazione dei mari e l’addestramento del personale militare». Ma la nave è attrezzata con radar e con missili terra-aria di ultima generazione, ed è in grado di rappresentare una minaccia a quasi tutti i Paesi dell’area. La “Varyag” è vista come una sfida alla forte presenza nel Pacifico della flotta degli Stati Uniti, alleati di alcuni dei Pae-

I più avvelenati con il governo pechinese sono sicuramente i vietnamiti, secondo cui la crisi nel mar Cinese meridionale è frutto delle strategie “sbagliate” del governo comunista di Pechino in campo economico. La classe dirigente è “avida e aggressiva” e cerca di scaricare i propri fallimenti sulle nazioni vicine, soprattutto quelle più piccole del Sudest asiatico. E applica lo stesso criterio improntato alla “violenza”, sia verso i propri cittadini che gli altri Stati. Secondo storici, ex dirigenti ed analisti vietnamiti l’aggressività, avidità ed espansionismo cinese il nuovo fronte di crisi in Asia. Intanto Pechino definisce “di routine” le esercitazioni navali delle ultime settimane e nega vi siano legami con i recenti scontri al largo delle coste vietnamite e filippine. Un professore di

storia sottolinea che “scelte sbagliate in campo economico” hanno spinto i leader comunisti cinesi a diventare “avidi e aggressivi” nei confronti delle “piccole nazioni del Sud-est asiatico”. Gli fa eco un ex dirigente di Hanoi, secondo cui oggi Pechino “impone strategie interne errate alla popolazione”. Anche gli storici ricordano come il Partito comunista cinese, fondato nel 1921, abbia retto le redini del comando “troppo a lungo”e non hanno più risposte adeguate ai tempi, che sono cambiati nel profondo.

“Sono diventati – spiega uno studioso esperto di storia americana e vietnamita – leader dispotici, che non ammettono democrazia per la propria gente”, tanto da trasformarsi in “avidi capitalisti rossi” che hanno trasformato il mercato economico in “campo di battaglia”. Il parere unanime che emerge dagli analisti in Vietnam è che i vertici di Pechino “cercano benefici personali” sfruttando il nome del partito comunista e conti-

nueranno a usare “violenza sul popolo e sulle altre nazioni”.

Per dirimere le controversie nel mar Cinese meridionale, il 26 giugno scorso il Senato Usa ha approvato una mozione in cui si invitano i Paesi coinvolti a promuovere il “processo di negoziati multilaterali” e a raggiungere accordi volti alla “pace” nella regione Asia-Pacifico. Tuttavia, il governo cinese è disponibile solo a colloqui bilaterali con ciascuno dei Paesi coinvolti, invita gli Stati Uniti e “non immischiarsi” in problemi che non competono loro e continua a rivendicare ampie porzioni di territorio che non rientrano – in base ai trattati internazionali – nella loro disponibilità. E a quanti propongono un Codice di condotta, che sia in grado di dirimere a livello globale le rivendicazioni nell’area, Pechino risponde con una serie di esercitazioni militari navali, definite “di routine” e senza legami con la recente crisi. A giugno la marina cinese ha svolto sei esercitazioni nell’area, men-


mondo

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Il governo di Taipei può contare soltanto sul sostegno degli Stati Uniti

Mentre a Taiwan si lotta soltanto per sopravvivere

L’ex dominio di Chiang Kai-shek è sempre più nel mirino di Pechino, che vuole a tutti i costi riprendersi l’ex colonia di Massimo Fazzi on l’elezione presidenziale del nazionalista Ma Ying-jeou si sono alleggeriti di molto i rapporti diplomatici che riguardano lo Stretto di Taiwan. Ma la vendita di armi americane a Taipei e lo schieramento dei missili comunisti sulle coste del Guangdong hanno peggiorato la situazione. E l’ex Formosa sembra essere di nuovo al centro del gioco militar-diplomatico del Pacifico. Soltanto che per lei a rischio non ci sono confini marittimi o interessi commerciali, ma la sopravvivenza stessa. Pechino considera infatti l’isola una provincia ribelle che deve essere riconquistata con tutti i mezzi a disposizione. Nonostante essa sia stata per più di tre decenni la vera Cina. Ma partiamo dal principio Dopo otto anni di tensioni, ovvero i due mandati consecutivi dell’indipendentista Chen, la questione Taiwan sembrava con l’elezione di Ma (avvenuta nel 2008) indirizzarsi verso una strada più pacifica. Jonathan Pollack, analista presso il Collegio navale degli Stati Uniti, spiegava: «Questa nomina significa molto per Washington. Taiwan torna ad essere un ottimo partner commerciale ed una dimostrazione di democrazia applicata a pochi passi per la Cina. Negli anni scorsi era un rischio, una miccia sempre accesa». Il riferimento era ai diversi tentativi del Partito democratico (sempre falliti) di ottenere un’indipendenza formale dalla Cina ed il riconoscimento dell’Onu. Lo stesso Ma, pochi minuti dopo la proclamazione ufficiale, Ma dichiarava: «Un trattato di pace con la Cina non è escluso, anche se prima vengono il commercio e l’economia. Chiaramente, non si può ottenere la pace con la minaccia della guerra: il primo passo da compiere è rimuovere i missili cinesi puntati su Taiwan».

C

lo Stretto: è necessario garantire la stabilità della regione, in modo da accreditare Taiwan come amante della pace. Spero sinceramente che le due parti in causa [Pechino e Taipei ndr] possano usare questa opportunità storica per creare un nuovo capitolo di pace e prosperità».

Proprio sul tema della prosperità si era concentrata la campagna elettorale del presidente, che aveva ribadito la sua visione nel corso dei due mesi di interregno con il rivale democratico. Il Kmt, infatti, aveva più volte dichiarato di voler riattivare una “solida economia”con la Cina continentale ed ha proposto la normalizzazione dei collegamenti aerei fra le maggiori città dei due Paesi. Come esempio concreto di questa buona fede, Ma ha autorizzato subito dopo il suo insediamento il presidente del Partito nazionalista Wu Baoxing a prendere accordi per una visita ufficiale in Cina [la prima di un leader del Kmt, avvenuta poi durante l’ultima settimana di maggio di quell’anno ndr] ed aveva inviato le proprie squadre di soccorso nel Sichuan, devastato da un tremendo terremoto. Ottimismo di breve durata. Dopo un anno di miglioramenti economici, commerciali e diplomatici, lo spiegamento di nuovi missili cinesi nella provincia meridionale del Guangdong fece irritare buona parte della popolazione taiwanese, che scese in piazza per chiedere al governo di “reagire”. Ma Taipei da sola non può fare molto contro il dragone: per questo chiese l’aiuto che gli Stati Uniti - per legge - erano costretti a dare loro. Washington ha atteso l’elezione del nuovo presidente e, con la vittoria di Obama, ha cercato di nicchiare il più a lungo possibile. Poi, un mese fa, 45 senatori degli Stati Uniti hanno chiesto alla Casa Bianca di affrettarsi a vendere 66 aerei da guerra F-16 per Taiwan. I senatori, democratici e repubblicani, sostengono che senza l’ammodernamento della sua flotta aerea, «Taiwan sarà esposta in modo pericoloso alle minacce, aggressioni e provocazioni dell’esercito cinese». Uno dei senatori firmatari, il democratico Robert Menendez, ha dichiarato che «se non si ha la possibilità di difendersi, si rischia di essere divorati». Secondo la lettera dei senatori, Pechino ha 1400 missili puntati su Taiwan e si appresta a dispiegare una nuova generazione di missili. E la portaerei inviata due giorni fa in acque dalla Cina, in grado di distruggere Taiwan con dei bombardamenti ad alta intensità, costringono oggi gli Usa a prendere una decisione. Mentre le acque del Pacifico si increspano.

Con l’elezione del presidente Ma le tensioni fra i due governi si erano calmate. Una pace brevissima

In alto un incrociatore della Marina americana segue una portaerei Usa nel Mar cinese meridionale. Queste esercitazioni irritano fortemente Pechino. Nella pagina a fianco Hu Jintao

tre continuano le manovre congiunte – della durata di 11 giorni – tra la marina militare statunitense e quella filippina.

Fra le nazioni della regione Asia-Pacifico, la Cina è quella che avanza le maggiori rivendicazioni in materia di confini marittimi nel mar Cinese meri-

dionale, che comprendono le isole Spratly e Paracel, disabitate, ma assai ricche di risorse e materie prime.

L’egemonia nell’area riveste un carattere strategico per il commercio e lo sfruttamento delle materie prime, fra cui petrolio e gas naturale. A contendere le mire espansionistiche di Pechino vi sono il Vietnam, le Filippine, la Malaysia, il Sultanato del Brunei e Taiwan, cui si uniscono la difesa degli interessi strategici degli Stati Uniti nell’area di tutto il Pacifico. Il calderone è bollente: basta una scintilla per esplodere.

Questa presa di posizione all’epoca sembrò spiazzare i vertici comunisti, che sino ad allora avevano puntato il dito contro le “pretese irrazionali del criminale Chen” facendo leva sul patriottismo nazionale. Con un interlocutore ben disposto al dialogo, Pechino dovette scegliere quale strada prendere: il militarismo difeso sino ad ora con i proclami sul territorio nazionale “in pericolo” sembrava infatti non avere più giustificazioni. Alcuni giorni dopo, il neo presidente diede altri segnali di speranza. Parlando davanti a diplomatici stranieri, politici, industriali e giornalisti, Ma dichiarava: «Giuro davanti alla popolazione di servire la mia nazione nel pieno rispetto della Costituzione.Voglio che venga mantenuta la pace sul-


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il reportage

Tra laghi e foreste, in bici si scopre la Via delle leggende: paesini costellati di antiche abbazie seguono i riccioli della Mosa

Pedalando per la Storia Le Ardenne francesi sono una terra fatta di avventure, leggende, letteratura e gastronomia. Una regione poco nota ma dal passato intenso. È stata un importante crocevia dove per secoli si sono affrontati gli eserciti europei. Ha dato i natali al poeta maledetto Arthur Rimbaud (sepolto qui) ma anche la Torre Eiffel: dalle sue viscere è stato estratto il ferro che la compone

erra di confine e teatro di scontri, dove più di una volta si è giocato il destino d’Europa. Le Ardenne francesi custodiscono un passato ricco di storia, troppo spesso dimenticato. Oggi itinerari storici - come quello delle chiese fortificate - o letterari, legati ai poeti Arthur Rimbaud e Paul Verlaine che vissero in questa regione, o alle tante leggende – si dice infatti che sotto ogni roccia delle Ardenne se ne nasconda una - fanno rivivere questi luoghi. Una volta Arduenna Silva era una vasta foresta che in epoca romana si estendeva dal fiume Sambre, in Belgio fino al Reno, in Germania. Le Ardenne moderne coprono invece un’area molto più piccola e la popolazione supera di poco i 280mila abitanti. Qui, nell’arco dei secoli, si affrontarono Galli e Germani, Regno di Francia e Impero germanico, Francia e Germania.

T

Capoluogo del dipartimento delle Ardenne, regione della Champagne-Ardennes, è la città Charlesville-Mezières, fondata nel 1606 da Carlo Gonzaga Nevers, duca di Mantova e protetto del re di Francia Enrico IV. Unite soltanto nel 1966, Mézières e Charleville si svilupparono in maniera autonoma. Mézières, sulla riva sinistra della Mosa, in terra francese, e Arches, dove Car-

di Cristiana Missori lo Gonzaga costruirà la città che porta il suo nome - Charleville - in Lotaringia. Ma il primo a mettere piede in queste terre è il suo predecessore, il principe Luigi Gonzaga che sposa Henriette de Clèves, contessa di Rethel e di Nevers, e che sarà il primo dei duchi di Mantova a stabilirsi nelle

Imponente è il forte di Charlemont a Givet (cittadina all’epoca inglobata nell’impero) che venne eretto da Carlo V nel 1555 Ardenne. Carlo Gonzaga fondando Charleville dà nuova linfa al territorio e ai suoi abitanti stanchi di Mézières ormai esaurita nella sua funzione esclusivamente militare. Charleville diventa così un importante centro economico che il principe – pro-

tettore delle arti – abbellisce di monumenti e palazzi. Celebre la piazza ducale che fa costruire a Clément Métezeau. Fratello dell’architetto che realizzò place des Voges a Parigi, Métezeau impreziosisce la neonata città di uno spazio in tutto e per tutto speculare all’esclusiva piazza parigina. Il duca di Mantova concede poi alla città privilegi e franchigie, oltre al diritto di asilo a protestanti ed ebrei, liberi di praticare e sviluppare i loro commerci. Figura singolare, il principe Carlo era un cattolico praticante che alla morte di sua moglie – Caterina di Lorena, sposata a soli 19 anni – scelse di vivere nel suo ricordo. Ma anche lungimirante. Perché Charleville consentirà alla famiglia dei Gonzaga di estendere la propria influenza nel Nord Europa fino alle vicine Fiandre.

Durante la prima guerra mondiale, a Charleville viene stabilito il quartier generale tedesco da dove il Kaiser Guglielmo II coordina le operazioni militari. La città è anche il luogo che dà i natali a Arthur Rimbaud, che oggi viene ricordato in un museo ospitato in un vecchio mulino del XVII secolo, che raccoglie oggetti e scritti, molti dei quali copie, ma anche sonetti

olografi dell’autore, come «Voyelle». Da visitare anche la casa in cui visse, la celebre «Maison des Ailleurs».

Una storia affascinante quella del poeta maledetto, morto a soli 37 anni a Marsiglia e seppellito nella sua città natale dove era poco amato dai suoi concittadini. Il giorno in cui morì, infatti, a seguire il feretro trainato da un asino vi era soltanto la madre. Lo scrittore noto soprattutto per la sua raccolta di poesie Le Bateau ivre a Charleville vive soltanto fino all’adolescenza scegliendo di passare molto tempo in Africa, ad Aden e in particolare a Harar, dove lavorò come commerciante, fotografo e cartografo. A lui si devono le mappature di alcune tra le zone più impervie della regione etiope realizzate per conto della Società geografica francese. A Rimbaud, che con le sue opere sconvolse i circoli poetici parigini, vengono ancora oggi inviate lettere da ogni parte di Francia. All’ingresso del cimitero cittadino in cui è sepolto, infatti, la gente imbuca le proprie missive che vengono poi custodite dal conservatore del Museo a lui dedicato. Anche il suo amante, Paul Verlaine, frequenta le Ardenne. Decide di stabilirsi a Rethel per poi spostarsi nella vicina cittadina di Juniville. Proprio qui è possibile visitare il mu-


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seo a lui dedicato, ospitato in quella che fu «l’Auberge du Lion d’Or», di fronte alla fattoria dove visse dal 1880 al 1882.

La Guerra dei Cento anni, le Guerre di Religione e la Guerra dei Trent’anni, hanno lasciato profonde tracce nell’architettura militare della regione. Per proteggersi e difendersi, le chiese divengono fortezze, le fattorie bastioni. Anche le masserie cambiano struttura e ubicazione per consentire alla popolazione locale di difendersi dalle invasioni e dagli scontri interminabili. Tra i più bei esempi di fattorie fortificate, quella di Maison à Bar, a La Neuville-àMaire. Costruita nel XVII secolo dai monaci della Certosa di Mont-Dieu (fondata nel XII secolo), con il fossato, il ponte levatoio e le feritoie è più simile a un castello che non a un luogo dove produrre cereali. Dalla metà del Cinquecento e fino al Settecento anche le chiese delle Ardenne si trasformano per motivi di sicurezza. Finestre e vetrate lasciano il posto a feritoie e torrioni. Seguendo la Strada delle chiese fortificate della Thierache, un percorso lungo 150 chilometri, che comprende sedici – degli oltre 80 - edifici costruiti tra il XVI e il XVIII secolo, è possibile farsi un’idea di quello che poteva significare vivere la propria fede in quegli anni. Imponenti e buie al loro interno, danno l’aria di veri e propri castelli difensivi più che luoghi di culto. Anche la rivalità politica tra Regno di Francia e Impero asburgico modella il territorio delle Ardenne. Il forte di Charlemont a Givet - cittadina dell’estremo Nord all’epoca inglobata nell’impero - venne eretto per volontà di Carlo V nel 1555. La fortezza diventerà francese soltanto nel 1678, anno in cui sarà ingrandita a opera di Vauban, tra i più grandi ingegneri militari di tutti i tempi. Nello stesso anno in cui l’imperatore asburgico decide di costruire Charlemont, il re di Francia, Enrico II, fa realizzare la piazzaforte di Rocroi e le sue fortificazioni a forma di stella a die-

ci punte. Ancora oggi la cittadina si sviluppa all’interno di enormi mura e terrapieni difensivi realizzati nell’arco dei secoli. A Rocroi si svolse una delle più celebri battaglie della storia moderna che segnò la vittoria dei francesi contro gli spagnoli nella guerra dei Trent’anni (1619-1648). Nel maggio 1643, contro ogni logica numerica, l’esercito d’Oltralpe guidato dal ventiduenne duca di Enghien, Luigi II di Borbone Condé, mette in fuga la cavalleria spagnola e sconfigge i suoi temibili fanti, i «tercios» (picchieri e moschettieri). Da visitare è il Museo che ricorda la battaglia. Anche la città fondata da Enrico II porta la firma di Vauban che la rafforza nel 1675. Successivamente, durante la Rivoluzione, Rocroi fu battezzata “Roc Libre”. Nel 1815, resiste un mese alla Santa Alleanza (Prussia, Russia, Austria, Gran Bretagna).

Altra importante piazzaforte, al confine tra Regno di Francia e Impero germanico, è il principato di Sedan. Costruita su di uno sperone roccioso nel 1424, la sua fortezza è legata a due importanti famiglie i La Marck e i La Tour d’Auvergne, duchi di Buglione. Nel 1558 il Principato apre le sue porte alle Chiese riformate. Henri-Robert La Marck e la moglie, Françoise de Bourbon, si convertono al calvinismo. Da quel momento Sedan accoglie i protestanti perseguitati durante le Guerre di Religione e diviene un importante centro industriale. In questa “piccola Ginevra” si producono metalli e drappi. Ma a Sedan sono legati, soprattutto, alcuni momenti cruciali della storia di Francia. Il 2 settembre 1870 la guerra francoprussiana culmina nella disfatta di Sedan. Sconfitta che provocò la caduta di Napoleone III e la fine del Secondo Impero, e peggio ancora, la perdita dell’Alsazia e gran parte della Lorena, come sancito dal Trattato di Francoforte del 10 maggio 1871. La mutilazione del territorio porterà ad alimentare un sentimento di rivalsa, «revanche», nei francesi che porrà le basi per il primo conflitto mondiale. Nel 1940, sempre a Sedan i tedeschi della Wehrmacht e l’esercito francese si scontrano in una delle battaglie più importanti e decisive per le sorti della prima fase della seconda guerra mondiale. A nulla era servita il complesso integrato di fortificazioni e opere militari della Linea Maginot realizzati tra il 1928 e il 1940 dal governo di Parigi per impedire ai tedeschi di penetrare in Francia. Tra le opere, il forte di Villy-la-Ferté, composto da due casematte collegate da una galleria sotterranea, è forse uno dei più interessanti. Fu l’unico forte attaccato dai tedeschi in cui persero la

Al poeta maledetto vengono ancora oggi inviate lettere da ogni parte di Francia, custodite nel museo locale dedicato a lui

Arthur Rimbaud, poeta maledetto nato proprio nelle Ardenne. In alto, una scena della liberazione della Francia e sotto la Torre Eiffel vita 107 uomini. A custodire questa opera e a difendere la memoria di questi soldati è l’associazione «Du Souvenir des Sauveurs deVilly» che riunisce alcuni appassionati di storia militare pronti a fare rivivere nei minimi dettagli i momenti più intensi dell’attacco sferrato dai tedeschi tra il 18 e il 19 maggio 1940. Storia di grande fascino è quella del contrabbando tra le Ardenne francesi e il Belgio. Tra il 1830 e il 1950 al confine tra Belgio e Francia si commerciava illegalmente di tutto.Tutto quello che Oltralpe era merce rara e quindi molto cara oppure sovra tassata dal governo francese poteva passare la frontiera clandestinamente: caffè, tabacco, farina, pasta, pollame, cioccolato, profumi, tessuti, scarpe fino ai cerini e alla benzina. I contrabbandieri partivano dall’altopiano di Rocroi, dalla

valle della Semoy, da Charleville e dell’entroterra di Sedan dandosi appuntamento nelle «baraques», veri e propri emporicaffè isolati in mezzo alla natura o provvidenzialmente dislocati lungo la frontiera franco-belga. Donne che fingevano di essere incinta, bambini e cani carichi di tabacco, venivano utilizzati come “inviati speciali”per eludere i controlli dei doganieri. Ma è soprattutto al calar del sole che gli uomini assicuravano il traffico maggiore. Nemmeno durante la seconda guerra mondiale l’occupazione tedesca riesce a fermare il fenomeno.

I contrabbandieri non venivano più contrastati dai doganieri francesi perché erano ritenuti indispensabili alla sopravvivenza delle popolazioni locali che subivano l’occupazione. I generi alimentari che venivano scambiati contro tabacco francese erano vitali per gli abitanti della regione. Oggi le Ardenne si caratterizzano per la loro industria pesante e la metallurgica. La stessa torre Eiffel è stata realizzata grazie al metallo della zona. Molte aziende, però, stanno chiudendo e la regione punta a non morire stritolata nella morsa della recessione. Nel cibo si ritrova la povertà contadina di questa terra avara di risorse. La“cacasse a cul nu”, è il piatto forte: patate, odori, cipolle e per i più ricchi anche lardo. Passando per i villaggi, da ogni casa si sente l’odore della zuppa messa in un coccio a bollire sul fuoco tutto il giorno. Un’importanza storica è rivestita dal «boudin blanc» (budino bianco) di Rethel: impasto di petto di maiale, uova, latte e scalogno. Una ricetta antica, che risale ai tempi del cardinale Mazarino. Come antica è la tradizione dei birrai che sette secoli addietro iniziarono questa attività. Nel 1900 c’erano circa 220 «brasseries», birrifici artigianali. Con le due grandi guerre, però, la produzione artigianale venne abbandonata per quella industriale. Oggi se ne contano soltanto venti, ma l’idea è quella di fare rivivere questo mestiere. E ancora. I meandri della Mosa possono scoprirsi in bicicletta.Attraverso i paesaggi della «Voie verte» – circa 80 chilometri tra Charleville e Givet – si scoprono le Ardenne più misteriose e segrete.Tra laghi e foreste, lungo la Via delle leggende, paesini costellati di antiche abbazie seguono i riccioli (boucles) della Mosa. Un percorso bucolico, impreziosito dalla presenza di fate, gnomi e signori diabolici che abitano i luoghi.


ULTIMAPAGINA A vent’anni dalla morte il Roma Ficton Fest rende omaggio a Walter Chiari, un genio dimenticato

L’uomo che inventò il di Alessandro Boschi all’Auditorium di via della Conciliazione e dal cinema Adriano di piazza Cavour ci si sposterà all’Auditorium Parco della Musica di via de Coubertin e alla Casa del Cinema. Non solo. Anche le date non saranno più le stesse; non più luglio ma settembre inoltrato, esattamente l’ultima settimana, quella che va da 25 al 30. Queste le prime novità della quinta edizione del Roma Fiction Fest diretta da Stefano Della Casa. Due novità sostanziali che non dovrebbero destabilizzare un pubblico in costante crescita, termometro infallibile di quanto la proposta di fiction italiane e straniere sia risultata in questi cinque anni vincente.

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Tra le prime notizie che filtrano su quello che sarà il programma è senza dubbio degna di attenzione e interesse quella relativa alla sezione Noi ridevamo, curata da Claudio De Pasqualis e dedicata a quattro formidabili personaggi dello spettacolo: Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Ugo Tognazzi e Walter Chiari. Di quest’ultimo ricorre appunto il ventennale della scomparsa e il Festival, molto opportunamente, ha ritenuto di ripercorrere le tappe di una carriera sempre all’insegna del genio (enorme) e della sregolatezza (necessaria?) di questo artista nato nel 1924 aVerona (pur essendo di origini pugliesi) e scomparso a Milano nel 1991. Gli spettatori avranno così l’opportunità di rivedere i momenti più celebri e divertenti del repertorio del grande Walter insieme ad alcune delle produzioni meno conosciute. Come ad esempio Geminus, lo sceneggiato in sei puntate diretto da Luciano Emmer e andato in onda sulla Rai, ovviamente, nel 1969. Sarà diver-

SARCHIAPONE Nel corso della rassegna romana sarà proiettata «Geminus», una curiosa serie giallo-rosa televisiva nella quale si consolidò il suo rapporto con Alida Chelli tente rivedere la coppia Chiari/Chelli, tale anche nella vita (l’anno successivo verrà alla luce il figlio Simone) alle prese con una intricata storia delle tinte giallo/rosa.Alla serata dedicata a Chiari parteciperà anche l’appena citato Simone Annicchiarico (vero cognome di Walter) e sarà l’occasione per conoscere anche alcuni aspetti meno noti al grande pubblico.

Walter Chiari è stato un artista completo, in grado di tenere in pugno una platea anche con la più esile delle storielle. Memorabili poi i suoi duetti con Carlo Campanini, compagno di set e “fratello” nei celebri sketch, appunto, dei fratelli De Rege, omaggio ai veri fratelli De Rege, Guido e Giorgio, celebri comici degli anni Trenta e Quaranta. Inestimabile rimane ancora la scenetta del Sarchiapone, animale inesistente diventato il simbolo di tutti coloro che dicono di sapere e non sanno. Come appunto il signore, interpretato da Chiari, che ritiene di conoscere alla perfezione questo

strano animale custodito in una misteriosa scatola dall’occasionale compagno di viaggio Carlo Campanini. La prima apparizione/non apparizione del Sarchiapone, se si esclude la prima traccia del nome che sembra risalire alla metà del XVII secolo, è del 1958 nella trasmissione Rai La via del successo. Per anni il termine è rimasto nel parlare comune e ad essere onesti, e attenti, di sarchiaponi se ne vedono in giro ancora tanti. Molti in televisione. Dove invece manca un personaggio come Walter Chiari. Molti ritengono che Chiari fosse dotato “solo”di un incredibile talento. Il che se da una parte è vero, dall’altra rischia di inficiare quella che invece è una preparazione feroce, maniacale, iniziata in età giovanissima. Chiari si nasce ma poi lo si diventa.

La dolcezza di carattere dell’artista nascondeva una volontà ferrea, forse non sempre canalizzata verso l’adesione a quei canoni professionali che talvolta diventano necessari nello star system. Il che non è però mai stato un problema per il nostro. Nel 1966 il celebre regista Michael Powell lo volle come protagonista del film Sono strana gente (They’re a weird Mob), uno dei film più importanti del cinema australiano. Powell lo volle per dare il volto a Nino Culotta, un italiano emigrato a Sydney, giornalista, che pur parlando bene la lingua inglese non riesce ad adattarsi al-

lo slang locale e alle nuove usanze del posto. Chiari farà ricorso alla sua grande esperienza teatrale e cinematografica, unita alla conoscenza della lingua inglese, cosa rarissima anche oggi per un attore italiano e darà vita ad una memorabile interpretazione riscuotendo un’enorme successo di pubblico e di critica.

Di certo il talento se da una parte è ammirato, dall’altra può generare anche delle invidie. Siamo convinti che un giorno si dovrà raccontare la vera storia di quello che successe nel 1990 alla Mostra di Venezia dove Chiari, protagonista del film di Massimo Mazzucco Romance, era dato da tutti sicuro vincitore della Coppa Volpi come migliore attore protagonista. Al punto che aveva già invitato gli amici più cari alla cerimonia. Il premio andò altrove, e forse da quel momento qualcosa cambiò dentro Walter. Forse il senso di una ingiustizia troppo ingiusta subita, forse vedersi sfuggire quel piccolo traguardo (piccolo se confrontato con la sua carriera) dovette ferirlo. Chissà. Forse era stata la prima volta che avrebbe sentito il bisogno di un piccolo riconoscimento. Ma a pensarci bene, vedendo gli altri che hanno vinto quella Coppa negli anni a seguire, non ce la saremmo presa troppo. Ammesso e non concesso che Walter se la sia presa. Anche Igor Belanov in fondo ha vinto il Pallone d’oro. E Paolo Maldini e Franco Baresi nulla. Ma secondo voi, un milanista come lui, chi avrebbe preferito essere? Se poi avete dei dubbi non mancate alla serata del Roma Fiction Fest, magari sarà proprio suo figlio Simone a darvi la risposta.


2011_08_12