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he di cronac

Esitare va benissimo, se poi fai quello che devi fare

Bertolt Brecht

9 771827 881004

di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • MERCOLEDÌ 13 LUGLIO 2011

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

La Borsa recupera e chiude in attivo (+ 1,18 %). Scende lo spread e aumenta il rendimento dei Btp

La politica s’è desta Accordo maggioranza-opposizioni: già venerdì la manovra Finalmente arriva un forte segnale di responsabilità: Tremonti incontra il Terzo Polo, il Pd e l’Idv. Così il provvedimento sarà approvato in tempi record: due giorni. Ma la guerra non è finita... PARADOSSI

EFFETTO GLOBALIZZAZIONE

Berlusconi non è più un problema politico, è un problema finanziario

Adesso l’Europa si svegli, oppure finirà commissariata da Berlino

Londra sotto choc

Murdoch affossa anche Scotland Yard

di Osvaldo Baldacci

di Francesco D’Onofrio

La crisi italiana e le divisioni nell’Unione

osa c’è di più irresponsabile che strumentalizzare la responsabilità altrui? Il governo sta giocando col fuoco, ed è bene che ci sia da parte di tutti un sussulto di dignità e responsabilità. L’Italia è finita nel mirino della speculazione internazionale. E ci è finita soprattutto per la sua debolezza politica, sia quella della situazione attuale sia quella che negli ultimi anni ha portato ad avere uno sguardo corto. a pagina 2

e vicende finanziarie che hanno colpito l’Italia negli ultimi giorni sono state di volta in volta attribuite all’entità del debito pubblico; alla ridottissima crescita economica; a inadeguatezze del governo Berlusconi; e, da ultimo, persino all’indebolimento del Ministro del Tesoro in conseguenza delle vicende giudiziarie e para-giudiziarie del suo “consigliere politico”. Ma le cause vere sono da cercare altrove. a pagina 5

Verso un nuovo vertice Ue Intanto ci pensa la Bce a salvare l’Euro (e i nostri titoli)

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L’Ecofin decide di ammettere «piccoli crack pilotati» per favorire le privatizzazioni in Grecia, ma l’Europa è ancora in cerca di una strategia per difendere la moneta Francesco Pacifico • pagina 4

È polemica nell’esecutivo. Zaia: «Strage inutile». Frattini «No, restiamo»

Kabul, ora i nostri morti sono 40 Un altro militare italiano ucciso da un ordigno vicino a Bakwa di Etienne Pramotton

I talebani rivendicano l’esecuzione

Agguato al fratello “cattivo” di Karzai

ROMA. A dieci giorni dalla morte di Gaetano Tuccillo, l’Italia paga un nuovo tributo di sangue in Afghanistan. Il primo caporal maggiore Roberto Marchini ha perso la vita ieri mattina nell’esplosione di un ordigno nella parte meridionale del settore ovest del Paese, sotto comando italiano. Ora come allora a uccidere un italiano è stato un ordigno esplosivo improvvisato, il famigerato Ied che tante vittime ha già fatto. a pagina 11

di Pierre Chiartano

ROMA. Un portavoce dei talebani ha rivendicato l’assassinio di Ahmad Wali Karzai, fratello del presidente afgano Hamid Karzai. In Occidente nessuno metterà il lutto, anzi saranno in molti a tirare un sospiro di sollievo.Vista la pessima fama e le molte voci sul personaggio. Roberto Marchini, il militare italiano ucciso a Bakwa

EURO 1,00 (10,00

CON I QUADERNI)

• ANNO XVI •

NUMERO

134 •

a pagina 10 WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

di Luisa Arezzo uesta volta a Scotland Yard non basterà scusarsi e fare il mea culpa per non aver scoperto quel che stava succedendo all’ormai chiuso News of the World. Perché le possibilità di farlo le aveva avute: nel 2006 cinque alti funzionari di polizia - fra cui il vice commissario John Yates - scoprirono che i loro cellulari erano stati violati. Ma non lo denunciarono. Costituita il 29 settembre 1821 (fino a quella data, Big sotto in tutta l’In- controllo: ghilterra vi- si sospetta geva il codice di Win- del vice chester del capo 1285, grazie della polizia al quale ogni residente dai 15 ai 60 anni era tenuto a «possedere un’arma per garantire la pace») per volere dell’allora ministro dell’Interno Robert Peel (da cui il soprannome di “Bobby” affibbiato agli agenti), la sede si trovava al numero 4 di Whiteall, ed era ospitata in un palazzo che dava su un cortile destinato a diventare celeberrimo: Scotland Yard. Così chiamato perché usava risiedervi il Re di Scozia prima dell’unione fra i due regni. a pagina 12

Q

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


il commento

prima pagina

Il segnale che è arrivato dai mercati

pagina 2 • 13 luglio 2011

Ora Berlusconi è anche un problema finanziario di Osvaldo Baldacci osa c’è di più irresponsabile che strumentalizzare la responsabilità altrui? Il governo sta davvero giocando col fuoco, ed è bene che ci sia da parte di tutti un sussulto di dignità e responsabilità. L’Italia è palesemente finita nel mirino della speculazione internazionale. E ci è finita soprattutto per la sua debolezza politica, sia quella della situazione attuale sia quella che negli ultimi anni ha portato ad avere uno sguardo corto e a non realizzare interventi magari impopolari ma necessari e lungimiranti. Oggi a fronte della crisi finanziaria (che non dimentichiamolo comporta dei gravi rischi ma anche nel migliore dei casi ha comunque dei pesanti costi economici per il Paese) l’opposizione si mostra responsabile e si dice disponibile ad una ferma risposta alla speculazione. Risposta che si concretizza anche nel permettere di approvare in tempi rapidi la manovra economica, pur mantenendo tutte le critiche nel merito (in questa fase di emergenza una cattiva manovra sembra sempre meglio che nessuna manovra) e comunque chiedendo alla maggioranza di prendere in seria considerazione (e magari approvare) pochi qualificati emendamenti che si ritiene migliorino il contenuto del provvedimento. Un atto di responsabilità rafforzato dalla disponibilità a provare a dare il via libera alla legge finanziaria entro domenica, lavorando anche nel week end, affinché lunedì la riapertura delle borse avvenga a manovra approvata.

C

Di fronte a questo però non è accettabile ascoltare da alcuni settori della maggioranza l’utilizzo della responsabilità in maniera strumentale. Sentir dire che è un dovere dell’opposizione sostenere qualsiasi scelta della maggioranza, e comunque tenere in piedi il governo perché questo serve a rassicurare il mercato. Sarebbe quindi irresponsabile chiedere le dimissioni del governo. Beh, forse occorre mettere le cose in fila. Forse l’attacco della speculazione ha motivi sia economici che politici. E di entrambi ha responsabilità chi sta al governo. Chi almeno nell’ultimo paio d’anni non ha di fatto governato, si è occupato solo di sopravvivere, di inventare provvedimenti a tutela del presidente del consiglio, e di difendere a oltranza i tanti esponenti della maggioranza che hanno avuto serissimi problemi giudiziari. Nel frattempo non si faceva altro che negare che esistesse una crisi economica, che fosse necessario intervenire e prendere provvedimenti seri ed eventualmente anche dolorosi, che ci fosse comunque bisogno di assumersi delle responsabilità e non solo di aspettare che la tempesta passasse da sola. Ogni ritardo ha avuto e ha un costo. La cecità di fronte a provvedimenti per favorire lo sviluppo ha un costo. I tagli lineari per non assumersi la responsabilità di incidere dove serve e di rilanciare dove opportuno hanno un costo. I provvedimenti assistenziali senza una prospettiva alla loro scadenza hanno un costo. Tutto questo è responsabilità del governo, e gli speculatori hanno guardato con attenzione a tutto questo. Così come pesa la fragilità politica. Non è colpa dell’opposizione se la maggioranza frana, il governo è incapace di agire, i parlamentari si preoccupano solo di sopravvivere e far sopravvivere i loro leader costi quel che costi. Può essere responsabile accettare la necessità di non ostacolare una manovra pur considerata non buona (ecco il paradosso cui siamo arrivati), ma fatta la manovra occorre la svolta per dare una risposta strutturale ai mercati. Occorre un governo che governi. E non pare possa essere questo.

il fatto Tremonti guida le trattative con Terzo Polo, Pd e Idv per modifiche condivise

L’Italia risponde all’attacco Maratona alle Camere per approvare la manovra entro venerdì. Berlusconi chiede unità ma le opposizioni rispondono: dopo il voto, serve un nuovo governo di Errico Novi

ROMA. Forse la scena veramente inedita della giornata si produce verso le 13, appena dopo la capigruppo del Senato. Escono Schifani, molto soddisfatto per il senso di responsabilità mostrato da tutti; escono i capigruppo di opposizione, unanimi nell’appellarsi all’interesse del Paese; esce quindi Gasparri, uno che di solito tira bordate secche, e invece stavolta è lui a dire che «è possibile l’accoglimento di poche, qualificate proposte» degli avversari. Si certifica dunque che sul decreto di stabilizzazione finanziaria non c’è voglia di unilateralismi, nella maggioranza. E che anzi la «coesione nazionale» invocata il giorno prima dal presidente della Repubblica si è fatta strada, quasi per incanto, anche tra gli esponenti più “duri”di tutte le parti in causa. A voler andare ancora più a fondo, è come se Napolitano si fosse imposto, sul piano della leadership morale, persino nel campo del governo. Con Berlusconi in piena dissolvenza, politica e d’immagine.

È il fotogramma più significativo sul piano politico interno di un’altra giornata drammatica per i mercati finanziari. Con l’Italia che in prima mattinata pare travolta da un uragano speculativo più violento di quello scatenatosi lunedì. Poi da un terrificante -4%, l’indice di Piazza Affari rientra a +0,3 fino alla chiusura con un confortante +1,18, che sa certo di inevitabile rimbalzo ma anche di «fiducia per l’accelerazione sul varo della manovra», come spiegano gli analisti.Va bene l’asta dei Bot da 6,75 miliardi di euro, che fa segnare un balzo in avanti dei rendimenti (dal 2,1 al 3,6) ma anche una discreta domanda, tale da far rientrare sotto quota 330 lo spread con i Bund tedeschi. Restano le tensioni, ma il Parlamento mostra di sa-

per rispondere, per una volta, con dignità e responsabile sollecitudine. È quello che rileva il ricordato presidente Schifani ai cronisti in picchetto alla conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama. È quello che mette in risalto persino un invisibile Berlusconi.

Perché il premier brilla per la sua assenza, ed è come detto proprio quest’ultima a favorire evidentemente un’iniziativa più efficace da parte delle Camere – tanto che dopo l’annuncio di Schifani per un via libera di Palazzo Madama entro «metà giornata» di domani, Fini fissa a sua volta la capigruppo per le 12.30, con la previsione di licenziare la manovra correttiva sabato mattina se non addirittura venerdì sera. Nel vuoto del Cavaliere si impone il Parlamento, e però Berlusconi prova a riconquistarsi il ruolo di leader del governo con un lungo comunicato pieno di incoraggiamenti, ottimismo e ulteriori appelli alla responsabilità comune. «Le autorità europee e i governi nazionali sono impegnati a fondo per sventare il pericolo di un regresso che ci riporterebbe indietro di venti anni» e noi italiani, aggiunge, «siamo in prima fila in questa battaglia». Poi elenca «gli innegabili punti di forza», «il governo stabile e forte», «le banche solide». Lascia intravedere persino un possibile inasprimento del decreto quando spiega che «la crisi ci spinge ad accelerare il processo di correzione» ma anche «a rafforzarne i contenuti». Conclude con un tentativo di intestarsi quello che avviene nelle stesse ore tra maggioranza e opposizioni forse proprio perché non è lui a occuparsene: «La fiducia nello sviluppo poggia sull’impegno di tutte le forze politiche, al governo e all’opposizione, a difendere il Paese».


la trattativa

«Legge iniqua, ma il Paese è a rischio» «Voteremo no, ma cercheremo di migliorarla con gli emendamenti unitari», dice Galletti di Marco Palombi

ROMA. Provare a limitare la portata recessiva e fortemente iniqua della manovra. Questo è il senso del piccolo pacchetto di dieci-quindici emendamenti alla manovra economica che Pd, Udc e Idv hanno presentato congiuntamente ieri sera in Senato e di cui hanno discusso in un incontro nel tardo pomeriggio col ministro dell’Economia. «Noi votiamo contro», chiarisce il deputato dell’Udc Gianluca Galletti poco prima dell’inizio del vertice con Giulio Tremonti: «Per noi questa manovra resta negativa in ogni caso, anche con le modifiche che proponiamo al ministro. Solo il senso di responsabilità in una situazione così difficile ci ha spinto a rinunciare a tutti i nostro diritti di opposizione e garantire l’approvazione definitiva entro venerdì». I gruppi di minoranza, infatti,

enti locali, che dia almeno la possibilità di fare un po’ di investimenti ai comuni virtuosi ed attenui gli effetti dei tagli selvaggi al Fondo di riequilibrio (l’Anci, che oggi incontra Tremonti, ieri è tornata a definire la manovra «insostenibile e inapplicabile»). Alla fine molte delle proposte della minoranza dovrebbero essere accolte, ma questo non cambia di una virgola il giudizio su un provvedimento tutto sbilanciato sul lato delle maggiori entrate (tradotto: più tasse) e che al momento non garantisce la copertura adeguata al pareggio di bilancio nel 2014.

di un iter parlamentare superveloce implicitamente invocata dal Quirinale è stata avanzata dall’opposizione, che proprio insieme al Colle e all’Unione Europea ha sostanzialmente svolto un ruolo di supplenza dell’esecutivo nei giorni in cui l’Italia era sotto un deciso attacco speculativo. Era stato Gianpiero D’Alia - durante l’ufficio politico dell’Udc dell’altroieri - a proporre di darsi una mossa con la manovra, subito seguito dai capigruppo di opposizione Anna Finocchiaro e Felice Beli-

Quanto ai tempi della manovra, bisogna comun-

Si cerca di intervenire sul taglio delle pensioni ma anche sulla «patrimonialina» per gli investimenti

si sono fatti garanti di un iter rapidissimo della manovra economica, anche tagliando in maniera drastica il numero degli emendamenti da presentare. «Saranno dieci-quindici e li ha firmati tutta l’opposizione», spiega ancora Galletti. In primo luogo - sostengono Pd, Udc e Idv - bisogna correggere le storture più vistose, a partire dal taglio all’indicizzazione delle pensioni superiori a cinque volte il minimo, ovvero poco più di 1.400 euro. Il Terzo Polo e il centrosinistra, poi, chiedono anche di dare un senso alla cosiddetta “patrimonialina” di Giulio Tremonti: si tratta della stangata sui cosiddetti dossier titoli che curiosamente è proporzionalmente più alta sui piccoli risparmiatori che sui grandi. Le opposizioni chiedono una vera gradualità, anche a parità di gettito ottenuto. Novità sono state proposte anche sul patto di stabilità per gli

que ristabilire un minimo di verità di cronaca. Adesso tutti corrono ad intestarsela e persino Silvio Berlusconi è tornato a parlare, seppure nella forma di un comunicato scritto, per sostenere che tutto va bene madama la marchesa. In realtà ancora lunedì pomeriggio la maggioranza, per bocca del presidente del Senato Renato Schifani, promuoveva un ok al decreto del governo «nei tempi stabiliti ma senza ritardi», cioè in due settimane. Il fatto è che, silente il ministro competente, fuggiasco il presidente del Consiglio, la proposta

In realtà Berlusconi tenta di agganciarsi a un processo già avviato e soprattutto capace di realizzarsi senza il suo contributo. Non a caso lo sconcertante silenzio di lunedì viene interrotto non da un’apparizione “live” ma da una nota che, pur piena di trasporto, pare un rimedio studiato a tavolino, non un’adesione sincera. Oltretutto, da Palazzo Chigi descrivono il presidente del Consiglio «ancora infuriato» per lo stop al codicillo salva-Mediaset. Di sue improvvisate agli incontri tra il ministro dell’Economia e i gruppi del Senato, ipotizzate lunedì, «non è aria». Pesa appunto l’irritazione per il ritiro forzato della leggina. Quando nel circuito mediatico l’autoesclusione del premier comincia a risuonare troppo fragorosamente, arriva la nota ufficiale a ricomporre il quadro. Ma è appunto una pezza a colori, seppur ben cucita.

sario. La maggioranza, insomma, s’è solo accodata. «Il provvedimento non ci piace, ma in questo momento deve prevalere l’interesse nazionale. Siamo in una situazione di vera emergenza», spiegava ieri D’Alia. È a partire da questo che s’è arrivati a garantire l’approvazione definitiva della manovra entro venerdì sera (la capigruppo di Montecitorio ratificherà oggi la deci-

impegnato in prima linea come Enrico Letta smentisce che la maggioranza sia innervosita dall’idea di perdere l’autosufficienza. E il combinato disposto tra dialogo sulla manovra ed evanescenza del premier, davvero non preoccupa il Pdl? «Non mi pare siano afflitti da questo tipo di ansia, se devo giudicare dai contatti avuti finora», risponde a liberal il vicesegretario del Pd. Non c’è dunque imbarazzo nel procedere con un inedito spirito di condivisione. Se ne ha conferma in mattinata anche dalle parole di Schifani: il quale spiega di aver ricevuto la sera prima una lettera dai capigruppo

sione) ed è da questa necessità di far presto che è nato – per la prima volta in epoca berlusconiana – uno stretto coordinamento tra le forze di minoranza anche per quanto riguarda un pacchetto di pochi e qualificati emendamenti da sottoporre a governo e centrodestra.

Resta dunque, ad aleggiare su tutta questa vicenda ed sui suoi sviluppi futuri, il nodo della inadeguatezza del presidente del Consiglio e la sostanziale sfiducia che questi ha ricevuto dai mercati: «Berlusconi costa troppo a questo paese», ha scandito Finocchiaro, il Cavaliere «non è un elemento di fiducia né per l’Italia né per il contesto internazionale», le ha fatto eco il segretario Bersani, che ieri ha voluto parlare al telefono con il sottosegretario Gianni Letta per chiarire il più possibile che i democratici chiedono le dimissioni del premier. Le opposizioni, infatti, si augurano ovviamente che Berlusconi tragga le giuste conclusioni da quanto successo in questi giorni e decida di dimettersi, ma pare una speranza destinata a rimanere tale al pari di pure quella che settori responsabili del centrodestra si rendano conto che l’attacco speculativo di questi giorni non è altro che la prova definitiva delle cattive politiche del governo (e di Tremonti, in particolare) in questi ultimi tre anni. La “nuova fase”, si dice in Transatlantico, è rimandata almeno a settembre.

opposizione. Quando domani alle 9.30 il testo approderà nell’aula di Palazzo Madama si provvederà ad approvarne gli articoli e quindi al voto finale, entro l’ora di pranzo. Più o meno contemporaneamente la conferenza dei capigruppo di Montecitorio appronterà il proprio timing, con la possibilità di avere il testo in aula già venerdì. Non è impossibile che nello stesso giorno la Camera licenzi definitivamente il provvedimento, considerato anche che per evitare un ritorno al Senato, non potrà certo introdurre variazioni. «Più di così non potevamo fare», tiene a dire Enrico Letta. Persino il capigruppo dipietrista di Palazzo Madama, Belisario, spiega che «l’interesse del Paese viene prima di tutto». Quello dell’Udc Gianpiero D’Alia ricorda come il suo partito e gli altri di opposizione si siano sforzati di armonizzare le proposte nel senso dell’equità: oltre alle richieste di rivedere le imposte di bollo sui titoli, infatti, le opposizioni spingono per un intervento sulle pensioni in favore di quelle più basse e su una modulazione dei ticket sanitari in base al reddito.

Il lavoro bipartisan produce l’accelerazione al Senato, che darà il suo via libera domani, ed è favorito proprio dall’assenza del Cavaliere.Ancora infuriato per il no alla norma salva-Mediaset, nonostante i toni concilianti della nota ufficiale

Nella maggioranza la dissolvenza della leadership determina pur sempre qualche piccolo, paradossale incidente. Il ministro della Salute Fazio, per esempio, inciampa in una gaffe quando gli chiedono della manovra: «Quale manovra? Forse vi riferite alla prossima, perché questa è già bruciata». Un intervento suicida, lo bollerebbe Tremonti. Il quale si riprende il centro della scena. È con lui infatti, oltre che con Napolitano, che i vertici dell’opposizione si tengono in contatto a lungo, in vista di un faccia faccia risolutivo celebrato nel pomeriggio a Palazzo Madama. Al momento di andare in stampa l’incontro fra il responsabile dell’Economia e i gruppi di Pd,Terzo polo e Idv è ancora in corso, ma già nelle ore precedenti un leader

di Pd, Udc e Idv in cui si esorta ad accelerare al massimo i tempi di approvazione a Palazzo Madama. «Stessa richiesta mi è arrivata anche dalla maggioranza», spiega il presidente del Senato.

Ricostruzione ribadita appunto da Schifani al termine della capigruppo: «Esprimo pieno apprezzamento per il grande senso di responsabilità mostrato da tutti, si è deciso all’unanimità di accelerare i tempi». Dal Colle filtra soddisfazione. Oggi continuerà l’esame del decreto di stabilizzazione alla commissione Bilancio, dove verranno inserite le eventuali modifiche chieste da maggioranza e

Di fatto un embrione di quoziente familiare. Tutti però chiedono nel corso dei negoziati che dopo la maratona sulla manovra si ragioni su un nuovo governo. Alla fine anche un Bersani molto critico, e scarsamente disponibile a ipotizzare astensioni del Pd, deve rallegrarsi per la notevole prova offerta stavolta dal Parlamento e per «il ruolo svolto da Napolitano, che va ringraziato». Ecco, in assenza di leadership, l’unico punto di riferimento comune è stato il Quirinale.


pagina 4 • 13 luglio 2011

l’approfondimento

Le difficoltà italiane impongono all’Europa un colpo di coda: Van Rompuy verso la convocazione di un vertice straordinario

Il fattore Roma

Da un lato, l’Ecofin conferma la possibilità di «mini-crack» pilotati per favorire le privatizzazioni in Grecia. Dall’altro, la Bce interviene a sostegno dei nostri titoli. La strategia comune della Ue riparte dalla difesa dell’Euro di Francesco Pacifico

ROMA. I bookmakers inglesi danno dieci a uno la fine dell’Unione europea (e dell’euro) entro il 2021. Gli operatori di mercato invece guardano all’immediato e frenano le vendite su bond e titoli azionari italiani, quando si accorgono che è scesa in campo la Bce per comprare Btp decennali. Prima di allora Trichet aveva autorizzato soltanto acquisti di debito della Grecia, del Portogallo e del Irlanda.Tre Paesi costretti poi a ricorrere al salvataggio congiunto di Ue e Fmi. Ma per 24 ore il Belpaese, e di riflesso il Vecchio continente, ha potuto tirare il fiato grazie all’intervento di Francoforte. Alla Banca centrale è bastato mettere sul piatto la moneta sonante che gli Stati membri lesinano pur di non far scatenare le ire dei loro cittadini. E i risultati non si sono fatti attendere. Ne ha beneficiato soprattutto l’asta dei Bot da 6,75 miliardi di ieri (anche se il Tesoro ha dovuto riconoscere un rendimento del 3,7 per cento). A metà gior-

nata i trader sono tornati a comprare, complici i prezzi da realizzo. Piazza Affari ha invertito la tendenza (per chiudere a +1,18 per cento dopo essere crollato sotto quota -5). I titoli dei bancari si sono stabilizzati e lo spread del Btp decennale sul Bund tedesco è ritornato a quota 287, dopo aver toccato il record di 347 punti, con il rendimento al 5,67 per cento. Alto certo, ma lontano dalla soglia psicologica del 7 per cento che vorrebbe dire default. La giornata di ieri dimostra quale impatto abbiano sui mercati le rassicurazioni di Bruxelles o gli accordi tra maggioranza e opposizione in Italia per un’approvazione lampo della manovra. Perché i trader rivendicheranno libertà di azione contro ogni forma di dirigismo, ma alla resa dei conto non disdegnano garanzie pubbliche sui loro investimenti. Di conseguenza, la crisi è lontana da una soluazione. Non a caso l’euro anche ieri ha perso sul dollaro chiudendo a 1,3986.

Lo sanno bene le principale economie dell’area, che dopo l’ennesima due giorni senza passi avavnti concreti su salvataggio greco e patrimonializzazione delle banche si apprestano a convocare un Consiglio d’Europa straordinario sull’euro, da tenersi venerdì o al massimo domenica prossima. Si discuterà della possibilità – lanciata all’Eurogruppo lunedì e confermata ieri in sede Ecofin – di consentire un default selettivo in Grecia, con il quale ac-

La Borsa torna in positivo, frena la corsa dello spread tra Btp e Bund

compagnare il nuovo piano di salvataggio. Piano, che intima il tedesco Wolfang Schäuble, potrà essere approvato «soltanto se ci sarà una partecipazione significativa dei privati». Non c’è però unanimità sull’ipotesi del fallimento parziale. Il ministro delle Finanze olandesi, Jan Kees de Jager, ha ammesso che «questa opzione ormai non è più esclusa». Il collega lussemburghese Luc Frieden, forse più vicino alla posizione della Bce, ha replicato

che «non è un’opzione che abbiamo preso in considerazione». E poco importa che a lanciarla sia stata il suo primo ministro, Jean Claude Junker.

In agenda restano poi tutti i nodi sui quali il Vecchio Continente non trova un accordo: coinvolgimento dei privati nei salvataggi, facoltà all’Esm di emettere bond, controlli più stringenti sulle agenzie di rating. In questo clima di incertezza l’Ecofin di ieri ha preferito soffermarsi sull’Italia sotto attacco della speculazione. I ministri delle Finanze hanno fatto quadrato sulla stabililità finanziaria del Belpaese, senza nemmeno chiedere sforzi in più come aveva fatto ventiquattr’ore prima Angela Merkel. Il suo ministro delle Finanze, Wolfange Schäuble, ha fatto presente che «la manovra finanziaria italiana è ambiziosa e prevede un sostanzioso piano di risparmi. Non abbiamo dubbi che l’Italia lo farà. I mercati devono prenderne atto con rea-


13 luglio 2011 • pagina 5

Le turbolenze dell’economia e le incertezze della politica nell’epoca della globalizzazione

Adesso l’Europa si svegli o sarà commissariata da Berlino

La crisi che ci sta investendo non riguarda solo noi ma coinvolge il senso stesso dell’Unione, alla ricerca di un nuovo equilibrio tra gli Stati di Francesco D’Onofrio e vicende finanziarie che hanno colpito l’Italia negli ultimi giorni sono state di volta in volta attribuite all’entità del debito pubblico; alla ridottissima crescita economica; a inadeguatezze del governo Berlusconi; e, da ultimo, persino all’indebolimento del Ministro del Tesoro in conseguenza delle vicende giudiziarie e para-giudiziarie del suo “consigliere politico”. Non vi è dubbio che ciascuna di queste ragioni ha concorso - anche se in misura diseguale - all’acuirsi delle tensioni finanziarie registrate in particolare negli ultimi giorni. Ma non si tratta con tutta evidenza soltanto di fatti domestici. Occorre infatti avere ben presente che il contesto sovranazionale delle attività finanziarie ha rappresentato e rappresenta un punto nevralgico della fase attuale del capitalismo anglo-americano. Quel che è in gioco infatti è soprattutto il mutato rapporto, da un lato, tra economia reale e economia finanziaria e, dall’altro, tra sovranità nazionale e rilevanza mondiale di ciascuna componente nazionale.

L

Per quel che concerne l’Italia, la fine della cosiddetta Guerra Fredda comporta la necessità di un complessivo ripensamento del suo ruolo mediterraneo, europeo e mondiale. Stiamo celebrando i centocinquant’anni dalla Unità territoriale dell’Italia, proprio nel momento in cui sono radicalmente mutate le condizioni dello stesso approdo dell’Italia alla dimensione di Stato nazionale. Abbiamo infatti rilevato che è necessaria innanzitutto una idea dell’Italia nel contesto contemporaneo. L’Italia aveva concorso all’avvio del processo di integrazione europea, e stiamo oggi a rilevare che è proprio l’idea di Europa ad essere messa in dubbio nel contesto della globalizzazione finanziaria. I lunghi anni del processo di costruzione europea avevano infatti rappresentato allo stesso tempo un fondamento di intesa politica e un punto significativo di lontananza sociale. Il contesto della Guerra Fredda aveva finito con il far prevalere l’intesa politica rispetto alla divergenza sociale. Il Patto Atlantico aveva infatti dato vita ad un’intesa militare e sociale allo stesso tempo. Mentre peraltro l’intesa militare era accettata anche alla luce della espansione sovietica, la divergenza tra la cultura iper-liberistica statunitense – fondata su un modello che rifuggiva da ogni controllo – e la cultura europea continentale – fondata proprio sull’economia sociale di mercato – risultava sostanzialmente occultata proprio per il prevalere degli aspetti militari su quelli sociali. La crisi finanziaria iniziata nel 2007 ha in qualche modo portato ad emersione proprio questa questione ideologica di fondo. Da quegli anni ad oggi

abbiamo infatti assistito ad un progressivo emergere di grandi Paesi non appartenenti al tradizionale contesto euroatlantico, con particolare riferimento alla Cina, all’India e al Brasile. Siamo pertanto in presenza di un profondo rivolgimento mondiale che è stato certamente oggetto di analisi molto approfondite, senza che si possano registrare contributi rilevantissimi di parte europea continentale, salvi i singoli studi che hanno posto in evidenza proprio questo ten-

politiche sostanzialmente fondate sul Centro ad alleanze politiche fondante sostanzialmente sul Centro-Sinistra. Il perdurante ruolo essenziale della Democrazia Cristiana aveva in qualche modo attenuato il rilievo di quel passaggio e di quella fase politica, come stanno dimostrando con rilevanza crescente proprio gli studi relativi a quel passaggio. Quella di oggi pertanto appare sempre più una stagione politica che affonda le proprie radici da un lato nella fine dell’Unione Sovietica e dall’altro nell’incertezza attuale del progetto di costruzione europea.

Il Vecchio Continente non sa come rispondere alla fase iper-liberistica del capitalismo Usa

La crisi finanziaria che ha investito l’Italia ha pertanto certamente elementi specificamente italiani ma riguarda in qualche modo aspetti più larghi che concernono il significato stesso dell’Italia di oggi, dell’Europa di oggi, del mondo di oggi. Se sarà la Germania a farsi carico dell’intero processo di costruzione dell’unità europea, non potremo sorprenderci che essa cercherà di dettare le proprie condizioni ai Paesi che mostrassero da un lato di aver bisogno del sostegno europeo e dall’altro di voler concorrere ai nuovi equilibri mondiali. La questione a questo punto sarà proprio quella del rapporto tra l’economia sociale di mercato - che ha avuto nella Germania di Adenauer e di Ehrard i padri fondatori – e la fase finanziaria della globalizzazione mondiale. Se l’Italia vorrà salvaguardare il patto sociale che ha caratterizzato proprio gli ultimi decenni europei, dovrà probabilmente rinunciare in parte alla propria sovranità nazionale ben oltre i limiti previsti dallo stesso Trattato di Lisbona.

denziale scontro di fondo tra la fase iper-liberistica (e soprattutto finanziaria) del capitalismo statunitense, e la perdurante incertezza di risposta sia europea, sia da parte di singoli Stati europei. È in questo contesto che si colloca la fase attuale della tempesta finanziaria che ha investito l’Italia: profili culturali italiani certamente, ma anche definizione oggi del ruolo italiano nel Mediterraneo e in Europa. Non si tratta peraltro di una eventuale crisi di governo, del tipo di quelle che abbiamo vissuto nel corso della cosiddetta Prima Repubblica. A voler essere precisi si può infatti ritenere che una vera e propria nuova fase politica si realizzò allora nel passaggio dalle alleanza

lismo e valutare seriamente la situazione». Sulla stessa linea il commissario Ue agli Affari economici Olli Rehn: «Abbiamo accolto con favore il pacchetto di misure pluriennali di consolidamento fiscale per raggiungere un pareggio di bilancio nel 2014 e accelerare la riduzione dell’elevato debito italiano. È uno sforzo serio di consolidamento sul quale vigileremo». Seppure non avallati da accordi specifici, dopo l’ultima due giorni europea sappiamo che c’è la volontà di aiutare i Stati membri in crisi finanziaria sia riducendo i tassi d’interesse da loro pagati sia prorogando le scadenze dei rimborsi ai creditori. E ritorna in auge anche l’idea di permettere già al Fondo salvastati (Efsf) di intervenire direttamente sul mercato secondario dei bond, con l’acquisto di titoli di Stato dei Paesi messi sotto pressione dai mercati. Piace anche l’idea di prestare alle economie in crisi fondi per ricomprare i propri titoli attraverso buyback.

Sul versante fiscale si lavora per chiedere ai Paesi «misure ulteriori e più precise» per allineare e armonizzare il più possibile il consolidamento di bilancio. «Nella maggior parte degli Stati membri», si legge nel documento conclusivo del vertice, «il consolidamento è già iniziato nel 2011 o prima e l’aggiustamento fiscale annuale previsto è, in media, significativo». Tuttavia, «per alcuni sono richiesti ulteriori sforzi fiscali e le misure necessitano di essere ulteriormente specificate, mentre eventuali eccedenze fiscali che derivino da una crescita economica maggiore di quella prevista dovranno essere utilizzati per una riduzione del deficit più rapida». Intanto, e a pochi giorni dalla pubblicazione dei risultati dei nuovi stress test sulle banche, i ministri finanziari dei Ventisette hanno fatto sapere che sono pronti a sostenere gli istituti sottocapitalizzati, che dovessero uscire bocciati dalle simulazioni. Come si legge nella nota finale, «in caso di necessità e nel rispetto delle regole della concorrenza, le banche sulla quali verranno riscontrate criticità potranno avvalersi di sostegni dei governi». Anche se si «privilegiano soluzioni del settore privato». Sul versante degli intenti, vanno anche segnalati gli ultimi avvertimenti del commissario europeo al Mercato interno, Michel Barnier, alle agenzie di rating. Ricordando le nuove norme che ne dovrebbero limitare l’operatività, il politico francese si è lamentato di un sistema «molto concentrato, troppo: delle tre maggiori, due (Standard and Poor e Moody’s, ndr) sono americane». Mentre la terza, Fitch che è di capitale francese, «uno spirito comparabile» alle altre.


diario

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Caso Milanese, la Lega in bilico

Strage di Duisburg, otto ergastoli

ROMA. Il deputato leghista Luca Rodolfo Paolini ha rinunciato a fare da relatore del caso Milanese davanti alla Giunta per le Autorizzazioni a procedere della Camera. Raggiunto telefonicamente, il deputato del Carroccio si è limitato a spiegare che la decisione è stata presa «per motivi di opportunità, è meglio che il relatore sul caso Milanese sia un esponente del suo stesso gruppo, uno del Pdl. Ieri l’incarico mi era stato affidato dal presidente Castagnetti. Dopo aver riflettuto, ho ritenuto più opportuno rinunciare e ho consegnato la mia lettera di dimissioni». Per ora «nessun orientamento sul voto» in Giunta: «Con il Pdl - conclude Paolini - non ho parlato. Ma è meglio che la difesa di Milanese la facciano loro».

LOCRI. I giudici della Corte d’Assise di Locri hanno condannato all’ergastolo Giovanni Strangio, uno degli organizzatori ed esecutori della strage di Duisburg, nella quale il 15 agosto del 2007 vennero uccisi sei giovani ritenuti vicini alla cosca rivale dei Pelle-Vottari. Nell’ambito del processo, che ruota intorno alla faida che contrappone da vent’anni le cosche di San Luca, sono state condannate all’ergastolo altre 7 persone, tra cui anche Gianluca Nistra, marito di Maria Strangio, uccisa nel corso della faida. Alla lettura della sentenza molto attesa erano presenti in aula anche alcuni familiari delle vittime di Duisburg, oltre alla telecamere della televisione tedesca.

Esposto contro il caro benzina ROMA. Le associazioni dei consumatori riunite nella sigla Casper (Adoc, Codacons, Movimento difesa del cittadino e Unione nazionale consumatori) annunciano la preparazione di un esposto a 104 procure della Repubblica di tutta Italia relativamente ai listini dei carburanti. In una nota Casper spiega che «i rincari di benzina e gasolio registrati negli ultimi giorni sono eccessivi e hanno portato i listini a livelli preoccupanti, raggiungendo al sud Italia quota 1,665 euro al litro». Aumenti che «temiamo, rappresentano solo l’inizio della speculazione sulle vacanze estive degli italiani, e che non trovano alcuna giustificazione dal momento che le quotazioni del petrolio appaiono in calo».

La maggioranza approva con i voti trasversali di Udc e parte del Pd la legge sul testamento biologico: «Mai più un’altra Eluana»

Fine vita, l’ok della Camera

Passa l’articolo 3: alimentazione e idratazione obbligatori, salvo eccezioni di Francesco Lo Dico

Il ddl stabilisce che acqua e cibo «non possono formare oggetto di dichiarazione anticipata di trattamento». Potranno accedere al biotestamento soltanto quanti manifestano l’assenza di attività cerebrale integrativa corticosottocorticale. Le volontà personali non saranno più vincolanti, ma puri e semplici orientamenti

ROMA. Si è concluso ieri alla Camera, in attesa della ratifica di settembre a Palazzo Madama, il lungo viaggio del disegno di legge sul testamento biologico iniziato quasi due anni e mezzo fa sull’onda del caso di Eluana Englaro. Il testo, intitolato “Disposizioni in materia di alleanza terapeutica, di consenso informato e di dichiarazioni anticipate di trattamento”, è stato approvato ieri a Montecitorio con i voti trasversali della maggioranza, ma anche dell’Udc e di una ventina di deputati teodem del Pd.

Gli strascichi della vicenda Englaro non sono dimenticati, e la tensione in aula è palpabile. È bagarre al momento delle votazioni sull’articolo 3 del testo, che rappresenta il cuore vero e proprio del ddl sul fine vita. Dopo aver bocciato a maggioranza un emendamento che mirava a sopprimere il suddetto articolo, nocciolo della legge, l’assemblea ha confermato il divieto previsto dall’articolo di sospendere alimentazione e idratazione artificiale ai malati terminali, salvo che in casi eccezionali. Ma il ddl sottrae inoltre alla discrezione individuale, la possibilità di esprimere la propria volontà in merito ad alimentazione e idratazione artificiali, che «non possono formare oggetto di dichiarazione anticipata di trattamento», e sono cioè escluse dal novero del testamento biologico. Ma rispetto al testo del Senato, passano due emendamenti. Il primo porta la firma del relatore, il pdl Domenico Di Virgilio, che restringe la platea di chi potrà accedere al biotestamento soltanto a quanti manifestano l’assenza di attività cerebrale integrativa corticosottocorticale. Il secondo, formulato in collaborazione tra Pdl e Udc, segna invece una stretta in merito ai “casi eccezionali” per i quali prevedere un’eccezione: alimentazione e idratazione artificiali potranno quindi essere sospese quando non vengono più assimilate dal paziente, ma a condizione che questi sia in fase terminale. Rivisto e corretto, l’articolo 3 passa con 274 voti a favore, 225

no e sei astensioni. La legge approvata cambia inoltre la natura dei dat (disposizioni di allenza terapeutica), che d’ora in poi potranno esprimere dei semplici “orientamenti”, e non più delle volontà, solo a proposito delle cure che si intendono ricevere. Al contrario, il paziente non potrà esprimersi sui trattamenti da doversi sospendere o su quelli cui rifiuta di essere sottoposto. Resta salva, in questo senso, la possibilità di rinunciare a cure sperimentali o che abbiano carattere sproporzionato.

Ma il comma sei dell’articolo 3, così emendato, al momento del voto solleva sin alcune remore anche all’interno della maggioranza. Da Manlio Contento, che annuncia l’astensione perché dubbioso «sull’equilibrio dell’articolo 3 quanto a

ciò che è costituzionalmente garantito», a Peppino Calderisi che vota contro in quanto «il livello di invasività e illiberalità del provvedimento anche con questo articolo raggiunge livelli altissimi». Niet anche da parte di Mario Pepe, ex Pdl, ex Responsabili, ma in quota maggioranza nel Gruppo misto: «Io credo che con questa legge ci siamo messi in un bel guaio». Decisamente più ostili le parole di Antonio Palagiano dell’Idv: «Sarà difficile se non impossibile stabilire quando avranno rilievo le dat, poiché sarà necessaria una risonanza magnetico - nucleare per accertare lo stato vegetativo del paziente», e inoltre, aggiunge, «nei piccoli ospedali sarà difficilissimo effettuarla e sarà impossibile, quindi, applicare la legge». Minaccia la consultazione popolare, invece, il pd Ignazio Marino: «Se il ddl sul

biotestamento che sarà licenziato in via definitiva dal Senato partirà una raccolta firme per arrivare a un referendum che abroghi una legge inaccettabile».

Dura anche la vicepresidente della Camera, Rosy Bindi (Pd), che denuncia l’«ipocrisia della maggioranza». «Voi dite che nutrizione e idratazione artificiali devono essere sempre garantite», argomenta, «ma non sarete in grado di farlo con i tagli che vi accingete a fare con la legge finanziaria al sistema assistenziale italiano». Ma la Bindi infligge una dura stoccata anche ai colleghi di partito, come Beppe Fioroni, che aveva annunciato voto favorevole al testo: «Tutto questo é mosso da un’ipocrisia: quella di chi dice che non avrebbe voluto nessuna legge, ma siccome é entrata in gioco un’auto-


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Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Errico Novi (vicedirettori) Vincenzo Faccioli Pintozzi (caporedattore) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica)

Ghedini annuncia: «Fininvest pagherà il risarcimento alla Cir»

Direttore da Washington Michael Novak

MILANO. «Fininvest pagherà e speriamo poi che riavrà i soldi indietro quando la Cassazione farà giustizia». Così l’avvocato del premier e parlamentare del Pdl, Niccolò Ghedini, ha annunciato che l’azienda del capo del Governo non più armi per opporsi alla sentenza sul risarcimento per la vicenda del Lodo Mondadori, spiegando che «certamente i giudici non sospenderanno» l’esecutività del provvedimento che ha condannato la Fininvest a pagare 560 milioni di euro alla Cir. «Non c’è nessuna ipotesi di legge, lo escludo categoricamente», ha aggiunto Ghedini, in Tribunale a Milano per l’udienza Mediatrade, rispondendo ai cronisti che gli chiedevano se ci fosse in cantiere nella maggioranza di governo qualche progetto di legge per intervenire sulla sentenza di sabato scorso, dopo la bocciatura del codicillo «salva-Fininvest» inserito di soppiatto nelle pieghe della Finanziaria». Secondo Ghedini, comunque,

e di cronach

Consulente editoriale Francesco D’Onofrio

quella norma subito ritirata affermava comunque «un principio di civiltà». Quanto al processo Mediatrade, Ghedini ha detto: «Speriamo che il Gup ci dia ragione, ma è statisticamente difficile, perché la prevedibilità qua a Milano è abbastanza evidente». La decisione del Gup di Milano sul caso Mediatrade dovrebbe arrivare dopo l’estate. Ghedini ha aggiunto di aver sollevato la questione dell’incompetenza territoriale del tribunale di Milano a decidere.

Da sinistra a destra, l’udc Paola Binetti, il pd Ignazio Marino e lo scienziato Umberto Veronesi

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria) Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Osvaldo Baldacci, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Giuliano Cazzola, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Anselma Dell’Olio, Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Aldo G. Ricci, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Gennaro Malgieri, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Antonio Picasso, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Franco Ricordi, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Emilio Spedicato, Maurizio Stefanini, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Consiglio d’amministrazione Vincenzo Inverso (presidente) Raffaele Izzo, Letizia Selli (consiglieri) Concessionaria di pubblicità e Iniziative speciali OCCIDENTE SPA Presidente: Emilio Bruno Lagrotta Amministratore delegato: Raffaele Izzo Consiglio di amministrazione: Ferdinando Adornato, Vincenzo Inverso, Domenico Kappler, Antonio Manzo Angelo Maria Sanza Ufficio pubblicità: Maria Pia Franco 0669924747

rità terza, il solito magistrato, é stato necessario provvedere a normare questa materia». Una posizione molto simile a quella assunta dal centrista Savino Pezzotta: «Il biotestamento è una necessità. Essendo intervenuta la magistratura c’era la necessità che il legislatore trovasse una soluzione. Lo stiamo facendo in modo abbastanza delicato. Ognuno vota a seconda delle proprie convinzioni».

E sulla stessa linea, si colloca il commento del pdl Enrico La Loggia: «È stato detto più volte che il legiferare su un argomento del genere è materia molto delicata. In tanti avremmo preferito non farlo ma siamo stati indotti a operare in questa direzione e di questo non ci pentiamo, in quanto stiamo cercando di costruire un modello quanto più possibile aderente alla tradizione di diritto del nostro Paese». Nel pomeriggio arriva anche l’obiezione deontologica della FpCgil Medici. «La legge stravolge l’atto medico», è l’allarme del segretario nazionale Massimo Cozza, «che non deve più tenere conto delle volontà anticipate del paziente e non viene riconosciuto anche nel caso dell’alimentazione e dell’idratazione artificiale. Se il medico non ottempera a quanto gli viene imposto dalla legge, in modo contrario al codice deontologico e all’alleanza terapeutica con il

Pezzotta (Udc): «Era necessario. Essendo intervenuta la magistratura c’era il bisogno che il legislatore trovasse una soluzione» paziente rischia di essere incriminato con accusa di omicidio». E anche un medico come il democratico Ignazio Marino, sembra ribadire il concetto: «In altre parole, si dovrebbe scrivere in una legge che i medici, quando una persona è morta, possono sospendere le cure». Per Ma-

rino i medici si troveranno in difficoltà «perché da un lato hanno un codice deontologico che dice che bisogna accompagnare il paziente secondo le sue indicazioni, dall’altro una legge che dice che se il paziente perde coscienza il medico è obbligato a inserire un tubo nell’intestino». Una risposta al dilemma sembra venire a distanza dal sottosegretario alla Salute, Eugenia Roccella: «In ogni caso, secondo il testo finale del ddl, le volontà espresse dal paziente nelle dichiarazioni anticipate di trattamento non sono vincolanti per il medico curante. Qualora vi fossero controversie tra il medico e il fiduciario del paziente, la questione verrebbe affidata a un collegio di medici», precisa.

L’essenza politica del provvedimento è tutta nel botta e risposta tra Livia Turco (Pd) e Carla Castellani (Pdl). «Con questa legge volete vendicarvi della morte di una persona, questa è una legge contro la morte di Eluana Englaro, una legge animata da spirito di vendetta», accusa la Turco. «Non c’è nessuna vendetta, l’auspicio è che non ci possano essere altri casi Englaro», replica la pidiellina. L’appuntamento è al Senato in autunno. Ma comunque vada, l’una o per l’altra parte sembrano pronte a speculare sulla vita: dichiarazioni anticipate di (mal)trattamento.

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achu Picchu compie cent’anni. O meglio. Sono cent’anni che la montagna sacra degli inca è stata scoperta dall’archeologo statunitense Hiram Bingham. Era il 24 luglio 1911 quando colui che sarebbe diventato il modello reale di Indiana Jones raggiunse la vetta dei 2.400 metri e oltre nel cuore del Perù dove, quattro secoli prima, si erano rifugiati gli ultimi irriducibili difensori dell’impero inca, ormai messi alle corde dai colonizzatori spagnoli. Machu Picchu si trova a circa 80 chilometri a nordovest di Cuzco, sopra alla valle dell’Urubamba, incastonata tra due montagne, Machu e Huayna. Sulle rovine custodite dal “vecchio monte”, si è scritto di tutto. Soprattutto in quest’ultimo periodo, viste le celebrazioni in corso. E nei decenni non sono mancate nemmeno le polemiche. Anche in seno alla società internazionale di archeologia. Molti, infatti, storcono il naso di fronte all’impresa di Bingham. Il ricercatore, al giorno d’oggi, non è ben visto in quanto si sarebbe arrogato ingiustamente la paternità di una scoperta. Sia tra l’Unesco e il governo di Lima. Il primo, in seguito ai cedimenti strutturali che ha dimostrato l’area, vorrebbe che il Machu Picchu venisse protetto da una sorta di cordone sanitario, se non di campana di vetro. Le affluenze elevate di turisti negli ultimi anni, sposate con le pesanti inondazioni, stanno erodendo il suolo su cui è arroccata l’antica città. Il Perù, dal canto suo, non vuole cauterizzare una delle sue fonti economiche più importanti. Machu Picchu significa turismo. E, per un Paese che arranca nel consolidare la propria crescita produttiva, la ricchezza del Machu Picchu è irrinunciabile. Chiuderlo al pubblico, peraltro, sarebbe riporre in un’urna di dimenticanze la prima testimo-

M

il paginone

Da Castaneda a Che Guevara, breve storia dell’ultima roccaforte delle nianza della cultura inca. La bellezza, per non dire la sacralità, del luogo ha incantato generazioni di sognatori. È qui che Carlos Castaneda, pietra miliare dello sciamanesimo, ha mosso i primi passi, prima ancora di incontrare Don Juan, lo spirito guida. Oggi è Yelitza Altamurano a ricordare la sua infanzia tra le rovine magiche. Machu Picchu, però, ha ipnotizzato anche un materialista (apparentemente tale) come Ernesto Che Guevara.

Nel 1536, l’arrivo degli spagnoli induce l’imperatore a radunare i nobili per la resistenza. E il monte diventa l’epicentro degli sfollati

La montagna inca Un peruviano vestito da sacerdote del sole secondo le ricostruzioni archeologiche dei riti animisti che si celebravano a Machu Picchu fino al XV secolo - osserva l’alba dall’alto del monte. Ogni anno, le popolazioni locali celebrano una parte dei riti sacri della propria tradizione proprio nei pressi della montagna, epicentro degli sfollati durante l’invasione colonialista spagnola. In alto, i quartieri dell’imperatore

Il futuro padre della rivoluzione latinoamericana ne parla nei Diari della motocicletta. Del resto, non è solo il misticismo che dà a Machu Picchu un’aura di unicità. È la sua delicata maestosità naturale. Luogo incontaminato dalla cultura occidentale, dove l’uomo è sì passato, ma senza deturparne la genuinità. Ed è forse proprio per questo che adesso Machu Picchu rischia di scomparire. La natura, onde evitare che una sua gemma venga irrimediabilmente deturpata – è successo altrove, si sa – potrebbe aver deciso di distruggerla senza l’aiuto dell’uomo. L’Unesco, comunque, dopo aver incoronato Machu Picchu patrimonio dell’umanità, ha fatto richiesta al Perù di limitarvi a 2.500 persone la presenza di giornaliera di turisti. Lima ha accettato. Su questa linea, quindi, si stanno svolgendo le celebrazioni del centenario. È esclusiva, infatti, la lista di invitati che possono assistere alle cerimonie in corso in questi giorni. Torniamo indietro di secoli, però. La settima meraviglia del mondo moderno non nasce per stupire. Non c’è un input estetico alla base di Machu Picchu. Bensì una necessità difensiva. Con la scoperta (termine forse improprio) dell’America, aztechi, inca, maya e tutte le altre popolazioni indigene vengono via via sconfitte dai conquistadores. Di conseguenza, i cascami di questi ultimi creano enclave di sopravvivenza nei posti più irrag-

A cent’anni dalla su affronta i propri s dello sciamanesim giungibili. Ancora nel XV secolo, quindi prima di Colombo, Machu Picchu era un villaggio di non oltre mille abitanti. Peraltro dediti al seminomadismo. Fu l’imperatore inca Pachacutec ad avviare la sua epoca d’oro, fatta di palazzi imperiali, templi e complessi difensivi. Per inciso, il mito della città perduta (come tuttora viene ricordato), gonfiato da Bingham, è passibile di forti revisioni. Machu Picchu non era un immenso eremo. Bensì una grande città collegata con il fondo valle attraverso un articolato sistema viario. La scelta di Pachacutec pare che sia stata ispirata dalla posizione strategica del piccolo centro abitato. La strategia militare riuscì a sposarsi con la geografia sacra. I picchi delle montagne intorno alla zona e il percorso del sole creano una geometria divinatoria, ripresa poi dallo sciamanesimo. Il sovrano in prima persona sarebbe stato ispirato


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e popolazioni animiste dell’America Latina. Che oggi mette in dubbio persino il proprio retaggio

Su richiesta dell’Unesco, Lima ha accettato di ridurre a 2.500 le visite giornaliere presso il sito archeologico. Il terreno si sta erodendo

cantata degli inca no certe, sarebbe da attribuire proprio a questi, o a chi per loro, la distruzione del Tempio del Sole. Dopo la caduta del regno di Vilcabamba, nel 1572, e la consolidazione del potere spagnolo nelle Ande Centrali, Machu Picchu si mantenne all’interno della giurisdizione di diverse haciendas che cambiarono spesso di mano fino all’avvento della repubblica peruviana, nel 1821. Ciononostante, il vecchio monte era già diventato un luogo remoto, distante dalle nuove rotte e assi economici.

mondi attraversò la regione. Non si accorse però delle rovine. Anzi, nei suoi scritti emerge il senso di assenza dell’uomo. Come se il Machu Picchu non fosse mai stato abitato. Bisogna aspettare più di quarant’anni, perché un altro occidentale vi metta piede e scopra le sue meraviglie. In realtà, Bingham cercava la mitica Vilacabamba, appunto capitale del regno di Manco II e ultimo rifugio degli Incas prima della definitiva sconfitta. Quindi, dopo aver constatato che Machu Picchu era tutt’altro rispetto a quel che cercava, formulò l’ipotesi che fosse un luogo consacrato al Sole. Solo in un secondo momento, giunse alla conclusione che gli valse fin troppa fama. Volendo spezzare una lancia a sostegno dell’archeologo statunitense, le possibilità di fraintendimento non sono poche. Il prospetto urbanistico della città rimanda al rapporto magico-divino con la natura e, in particolare, con il Sole. Questo però è un elemento che accomuna tutti i centri abitati di origine incaica.

La regione venne praticamente ignorata dal regime tardo coloniale, che non edificò missioni cristiane né amministrò nessuna popolazione della zona. Fu così che Machu Piccu venne restituita alla natura. Nel 1865, nel corso dei suoi viaggi esplorativi in Perù, il naturalista italiano Antonio Rai-

Alcuni quartieri di Machu Picchu appaiono, effettivamente, dedicati solo al culto e al pellegrinaggio. Quegli stessi 2.430 metri di altitudine lasciano evocare un percorso di catarsi, di ascesa e di sacrificio. Del resto, ancora oggi gli sciamani del Perù si radunano intorno alle vestigia delle montagne per

ua scoperta, la vetta sacra peruviana scheletri nell’armadio. Dalla nascita mo all’invasione delle orde di turisti di Antonio Picasso dalla bellezza del luogo. Pochi decenni più tardi sarebbero stati gli stessi colonizzatori a credere di essere giunti nella mitica Eldorado. La natura opulenza dell’America latina è riuscita a sequestrare, alla stessa maniera, la fantasia dei suoi nativi e degli stranieri. Ma è nel XVI secolo, precisamente nel 1536, che il vecchio monte inizia a costruire il suo mito. L’arrivo degli spagnoli induce l’imperatore Manco II a radunare i nobili per la resistenza. Da quel momento Machu Picchu diventa l’epicentro degli sfollati dalla linea del fronte. A questo punto, la storia si intreccia con la deduzione. Secondo alcuni documenti, proprio perché la città è meta di diseredati, quei colonizzatori (pochi) ispirati da un senso di umanità cristiana, entrano in contatto con la popolazione locale. I frati agostiani sarebbero stati addirittura chiamati per diffondervi il Vangelo.Tuttavia, se le fonti so-

entrare in diretto contatto con gli spiriti e la natura. Il fatto che Machu Picchu sia stata una sorta di metropoli per gli inca, offre alla magia bianca latino-americana una concentrazione energetica che è difficile recuperare altrove. Ed è singolare che proprio Castaneda fosse così amico di Bingham. Nel primo si vede il ritorno alle origine, storiche ed esistenziali, della terra peruviana. Nello scrittore vi è l’impegno per recuperare il rapporto tra uomo, collettività, natura e Dio. Quattro elementi che gli inca a Machu Picchu avevano cercato di sintetizzare. Il secondo, invece, proprio in occasione del centenario è oggetto di una profonda fase di ridimensionamento. Sarebbe sua, infatti, la responsabilità di aver aperto la strada delle montagne agli oltre quattrocento mila turisti che hanno visitato le rovine e la cui presenza, oggi, è indicata come extrema ratio dei pericoli di crollo. Sarà vero? L’episodio rimanda a quello più imponente della scoperta dell’America. È storicamente testato che i primi a raggiungere le coste di Terranova furono i vichinghi. Anni fa il recupero di sesterzi in Messico, come pure le tracce di coca nei capelli di alcuni faraoni ha fatto emergere l’ipotesi che egizi e romani avessero anticipato di millenni l’impresa di Colombo. Quest’ultimo però, come Bingham, non raggiunse la sua meta a caso. È vero, entrambi miravano a target differenti.Tuttavia, la loro scoperta diede il La per una nuova epoca. Risultato che né i vichinghi né Antonio Raimondi raggiunsero. Anzi. C’è infine chi contesta il concetto stesso di scoperta. Perché l’America non aveva bisogno degli spagnoli per essere scoperta. E così pure Machu Picchu. Può darsi. Tuttavia, senza Colombo e Bingham, entrambi carichi di errori e magari mediaticamente gonfiati, lo stesso sciamanesimo non avrebbe potuto offrire il suo contributo alla crescita dell’uomo contemporaneo. Machu Picchu resta quindi il simbolo di questa unione tra due civiltà tanto lontane. Il fatto che oggi la natura voglia limitarvi la presenza umana è per evitare che nessun elemento del passato, anche gli angoli più oscuri, siano dimenticati. O Machu Picchu viene mantenuta così com’è, con la sua storia e la sua sacralità, oppure sarà la natura stessa a impedire altre violenze.


mondo

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l fratello minore del presidente, governatore e chiaccherato broker del potere, è stato ucciso dalla sua guardia del corpo

Il criminale di Kandahar I talebani in festa per la morte di Ahmed Wali, fratello di Karzai e signore della guerra nel Sud di Pierre Chiartano

ROMA. Un portavoce dei talebani ha rivendicato l’assassinio di Ahmad Wali Karzai, fratello del presidente afgano Hamid Karzai. In Occidente nessuno metterà il lutto, anzi saranno in molti a tirare un sospiro di sollievo. Vista la pessima fama e le molte voci che circolavano sul conto di questo personaggio. Wali era una via di mezzo tra signore locale, trafficante di droga e affarista senza scrupoli. Per molti osservatori internazionali era «un signore della guerra» e uno dei principali ostacoli alla pacificazione della regione. Il governatore della provincia di Kandahar è stato ucciso all’interno della sua abitazione: secondo alcune fonti citate dalla Bbc sarebbe stato il capo delle guardie del corpo ad aprire il fuoco contro di lui. Trasportato in ospedale, Ahmad Wali Karzai, fratello più giovane del presidente, è morto poco dopo. E pochi minuti più tardi, con una telefonata all’agenzia di stampa tedesca Deutsche Presse, un portavoce dei talebani Qari Youssuf Ahmadi, ha rivendicato l’azione, affermando che Mohammad,

già guardia del corpo del fratello maggiore del presidente Karzai, era un loro agente in sonno. Sull’uccisione del parente del presidente afgano alcuni funzionari hanno inoltre pronunciato un frase dalle implicazioni prettamente islamiche: «possiamo confermare che è stato martirizzato», ha dichiarato infatti il portavoce

«Questo è uno dei nostri più grandi successi in un decennio di guerra», ha affermato a un’agenzia stampa francese il portavoce dei terroristi, Usuf Ahmadi del governo provinciale di Kandahar. Un amico di famiglia ha confidato all’Afp che Ahmad Wali sarebbe stato ucciso da una guardia del corpo, mentre intratteneva degli ospiti in casa propria. Ma le voci sono contrastanti in tal proposito e bisognerà aspettare ancora per sapere realmente l’esatta dinamica degli eventi. I

Il caporal maggiore Roberto Marchini è saltato su un ordigno nei pressi di Bakwa

Quarantesima vittima italiana in Afghanistan. A morire un “guastatore” della Folgore di Etienne Pramotton

talebani hanno subito rivendicato l’assassinio, come prova dell’efficenza della guerriglia e della scarsa sicurezza garantita da chi la contrasta.

Nella logica afghana degli scontri tribali è certamente un successo, visto che l’essere coinvolto nel club dei signori dell’oppio aumentava il “prestigio” di Wali, tenendo anche conto della grande disponibilità di denaro di cui godeva. «Questo è uno dei nostri più grandi successi in un decennio di guerra», ha affermato a un’agenzia stampa francese il portavoce dei terroristi, Usuf Ahmadi. Altra la sensazione che ha attraversato molte cancellerie occidentali. Uomo tra i più influenti dell’Afghanistan, Ahmad Wali Karzai era anche una della figure più controverse del Paese. Il fratellastro del presidente, in passato, era già sopravvissuto a un numero indefinito di attentati e tentati omicidi. Si vantava lui stesso del fatto che almeno nove kamikaze avevano perso la vita nel vano tentativo di ucciderlo. Nato nel 1961, Wali Khan, strenuo difensore dei diritti dell’etnia pashtun in Afghanistan,

guidava dal 2005 il Consiglio provinciale della provincia di Kandahar. Prima di rientrare in Afghanistan dopo la caduta dei talebani, Karzai aveva vissuto a lungo a Chicago, nell’Illinois. Ahmad Wali, sostenuto dal fratello presidente, aveva sempre negato le accuse che lo vedevano implicato nel traffico di eroina: «non sono un trafficante, non lo sono mai stato né

lo sarò mai. Sono una vittima della depravazione della politica», aveva dichiarato in un’intervista alla televisione pubblica britannica.

Ma si sapeva che nel 2001 viveva in una casa messagli a disposizione da un noto trafficante, fatto da lui sempre negato. Ricordiamo che il Paese cetrasiatico produce più dell’80 per

ROMA. A dieci giorni dalla morte di Gaetano Tuccillo, l’Italia paga un nuovo tributo di sangue in Afghanistan. Il primo caporal maggiore Roberto Marchini ha perso la vita ieri mattina nell’esplosione di un ordigno nella parte meridionale del settore ovest del Paese, sotto comando italiano. Ora come allora a uccidere un italiano è stato un ordigno esplosivo improvvisato, il famigerato Ied che tante vittime ha fatto da quando sono iniziate le operazioni militari in Afghanistan.Marchini era un militare dell’ottavo reggimento Genio Folgore di stanza a Legnago. Aveva 28 anni ed era originario della provincia di Viterbo, dove risiede la famiglia, che è stata subito avvisata.Secondo le informazioni pervenute dall’ufficio pubblica informazione dello stato maggiore Difesa, Marchini era impegnato in un’attività di ricognizione congiunta con personale afghano.

Era appena sceso da un mezzo per bonificare la strada da cui sarebbe dovuto passare un convoglio. L’esplosione lo ha colto di sorpresa a circa tre chilometri a ovest della Forward Operating Base Lavaredo, nel distretto di Bakwa, nella provincia di Farah, non lontano dal luogo in cui il 2 luglio scorso aveva perso la vota il caporal maggiore scelto Tuccillo. Ricordiamo che proprio in quella zona la settimana scorsa era

Il caporal maggiore Roberto Marchini, della Folgore, morto ieri nel sud dell’Afghanistan. In alto il fratello minore di Karzai, Wali, ucciso dal suo bodyguard stato sequestrato un grosso quantitativo d’oppio. Il capo di stato maggiore della Difesa, generale Biagio Abrate, ha espresso al capo di stato maggiore dell’Esercito, generale di corpo d’armata, Giuseppe Valotto, il proprio dolore e i sentimenti di vicinanza all’Esercito Italiano per il lutto che l’ha colpito. Abrate inoltre «riconosce a tutti i militari italiani impegnati in Afganistan


mondo

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Il defunto era anche il capo di una violenta milizia paramilitare, che operava liberamente nella provincia per colpire gli estremisti

cento dell’oppio a livello mondiale. È facile dunque dedurre quanto sia importante negli equilibri regionali il flusso di denaro prodotto dal traffico di stupefacenti. E come questo incida pesantemente anche sulla politica locale. Su di lui si addensavano anche i sospetti, ugualmente respinti, di essere al soldo della Cia. Il New York Times scrisse nell’ottobre 2009

che i servizi americani avevano stipendiato Karzai durante gli ultimi nove anni.

Il governatore era anche il capo di una milizia paramilitare, la Kandahar strike force, che operava liberamente nella provincia per colpire i talebani. Ma la sua uccisione prende i contorni oscuri di un regolamento di conti, poi fatto passare come

di operare con grande passione e coraggio, infaticabile impegno e professionalità per contribuire a rendere concreti i principi di pace, sicurezza e democrazia in Afganistan, giungendo sino all’estremo sacrificio». Una vicinanza espressa anche ai familiari del militare della Folgore caduto e a quelle di tutti i soldati impegnati nelle missioni all’estero. Anche il ministro della Difesa Ignazio La Russa si è unito al profondo cordoglio del Paese. Marchini è la 40esima vittima italiana dall’inizio delle operazioni militari.

Il 28enne caduto era un geniere-paracadutista originario di Viterbo. Il 2 luglio a cadere era stato il caporalmaggiore scelto Gaetano Tuccillo. Prima di lui, il 4 giugno, era stata la volta del tenente colonnello dei carabinieri Cristiano Congiu, intervenuto per difendere un funzionario donna di un’agenzia americana, era stato ucciso a colpi d’arma da fuoco, nella Valle del Panshir. Il 28 febbraio, invece, era stato il tenente Massimo Ranzani a perdere la vita per l’esplosione di un ordigno esplosivo a nord di Shindand. E ancora, il 28 gennaio, il caporal maggiore scelto Luca Sanna era stato ucciso a colpi d’arma da fuoco. Cordoglio unanime di partiti e istituzioni per un’altra morte in Afghanistan. «Circostanza tristissima» ha affermato il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che

azione politica. Rimane il fatto che l’assasino provenissedall’inner circle dell conoscenze del governatore. Funzionari dell’intelligence afghana avrebbero infatti riferito che Wali sia stato ucciso da «un suo caro amico», Sardar Mohammad, eliminato a sua volta da una delle guardie del corpo del figlio del presidente. A confermare le indiscrezioni gli stessi talebani:

ha poi espresso «la gratitudine e il profondo cordoglio del Paese». L’Idv invece chiede una riflessione sulla missione in Afghanistan.

Esprime cordoglio il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e «dolore» per la perdita di Marchini. Cordoglio anche da Pdl e Lega, con i capigruppo di Camera e Senato Marco Reguzzoni e Federico Bricolo. Nel Carroccio c’è anche chi torna a chiedere a breve un ritiro, «portiamo i nostri ragazzi a casa il prima possibile» ha affermato Stefano Stefani, presidente della Commissione Esteri. Espressioni di cordoglio anche dal Pd, con la capogruppo al Senato Anna Finocchiaro e il presidente del Copasir Massimo D’Alema, dall’Udc con Lorenzo Cesa che chiede non vi siano «strumentalizzazioni», perché quello in Afghanistan è un impegno «gravoso ma fondamentale». Solidarietà e cordoglio dal presidente del Senato, Renato Schifani: la morte di Marchini «è un ennesimo crimine contro i militari italiani, un sacrificio che non deve essere dimenticato e che merita il più alto rispetto da parte delle Istituzioni e di tutti i cittadini». «Grande dolore e apprensione per l’intensificarsi delle azioni terroristiche contro le forze internazionali impegnate a garantire la pace e la sicurezza alle popolazioni afghane» da parte del presidente della Camera, Gianfranco Fini.

«abbiamo assegnato a Sardar Mohammad l’omicidio, e anche Sardar Mohammad è diventato un martire». Una vicenda a dir poco levantina e dai contorni poco chiari.

Wali era comunque una chiave del potere presidenziale del fratello nella difficile regione meridionale del Paese. Garantiva certi equilibri dove il potere di Kabul era assai volatile se non inesistente. E un altro presidente in difficoltà svolazzava per i cieli afghani, sempre ieri. Forse per riprendersi dalle delusioni libiche, dove l’intervento armato ha fallito, l’inquilino dell’Eliseo ha fatto vista alle truppe francesi sul fronte centroasiatico. Un quarto dei soldati francesi operativi in Afghanistan tornerà a casa entro il prossimo anno. Nel corso della sua visita a sorpresa, il presidente Nicolas Sarkozy ha confermato il piano di graduale ritiro delle truppe presenti nel Paese: mille sol-

dati, sui 4mila che compongono il contingente francese, rientreranno in Patria entro la fine del 2012. «È necessario porre fine alla guerra», ha affermato Sarkozy, parlando con i giornalisti dalla base di Torah, nella provincia di Kapisa, a nordest di Kabul.

«Non c’è mai stata l’intenzione di mantenere le truppe in Afghanistan a tempo indeterminato. Ritireremo un quarto dei nostri soldati, vale a dire mille uomini, entro la fine del 2012», ha quindi concluso il capo dell’Eliseo.Ricordiamo che il contingente francese ha finora perso 64 uomini in seno alle operazioni Isaf. L’ultimo caduto risale a lunedì, un episodio di fuoco accidentale avvenuto proprio all’interno della base militare di Kapisa. Ma c’era anche un secondo motivo del tour afghano di Sarkò. Il presidente francese era arrivato a raccogliere gli allori per l’improvvisa liberazione dei due giornalisti transalpini tenuti in ostaggio dai talebani da oltre un anno e mezzo. Rilascio avvenuto poche ore prima dell’arrivo del volo presidenziale a Kabul. Sempre ieri sono stati almeno 45 i «sospetti» talebani eliminati da attacchi mirati dei droni volanti, lungo il confine con il Pakistan. Dall’inizio di giugno sono stati 175 i militanti ammazzati dagli attacchi degli Uav della Cia. Operazioni che dall’uccisione di bin Laden hanno causato molte frizioni tra Washington e Islamabad. Guerra diplomatica che ha portato gli Usa a riprendersi 800 milioni di dollari in aiuti militari promessi ai pakistani, dopo la drastica riduzione di consiglieri militari Usa voluta dalle autorità del Paese islamico e di altre restrizioni ai visti d’entrata per il personale americano.


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grandangolo Anche il vice capo della polizia sembra coinvolto nello scandalo

Scotland Yard, dal mito al fango delle intercettazioni

Nata nel 1821 per volere dell’allora ministro dell’Interno Robert Peel (da cui il soprannome di “Bobby” per i suoi poliziotti), l’agenzia londinese e i suoi detective fanno parte dell’immaginario collettivo. Amata da Dickens, Conan Doyle, Aghata Christie e Hitchcock, resa immortale dal cinema, oggi è sotto schiaffo per l’affaire “News of the World” di Luisa Arezzo uesta volta a Scotland Yard non basterà scusarsi e fare il mea culpa, esprimendo rammarico per non aver fatto di più per scoprire quel che stava succedendo all’ormai chiuso News of the World. Perché le possibilità di farlo le aveva avute: nel 2006, poco dopo che la famosa polizia londinese aveva cominciato a indagare sulle interecettazioni, cinque alti funzionari di polizia - fra cui, secondo il New York Times, anche il vice commissario di Scotland Yard, John Yates, scoprirono che i loro cellulari erano stati violati e probabilmente ascoltati dal tabloid di Rupert Murdoch. Ma a quel punto, anziché denunciare l’accaduto, decisero che era meglio insabbiare la cosa. Forse per approfittarne. Solo così, infatti, si spiegherebbero «le indagini pietose» (parole del primo ministro Cameron) effettuate sul caso. È la seconda volta in meno di cinque anni che la rinomata polizia londinese resta coinvolta in acque torbide. Dopo che a luglio del 2005 uccise (ma prima di ammetterlo passò del tempo e comunque ci volle un processo ad hoc del tribunale Old Bailey di Londra che la condannò a pagare 175mila sterline) il brasiliano Jean Charles de Menezes. Il ragazzo, un elettricista 27enne, fu scambiato per un terrorista (due settimane prima c’era stata la strage di al Qaeda che aveva provocato 52 morti) e freddato dalla polizia con 7 colpi di pistola alla testa in un vagone fermo alla stazione del metro. L’uomo

Q

sbagliato al momento sbagliato, si potrebbe concludere. In realtà l’inchiesta, che ha tenuto banco per mesi sui giornali britannici, evidenziò una lunga serie di negligenze e di equivoci in seno a Scotland Yard. Che fece davvero una pessima figura. Costituita il 29 settembre 1821 (fino a quella data, in tutta l’Inghilterra vigeva il codice di Winchester del 1285 per l’ordine pubblico, grazie al quale ogni residente dai 15 ai 60 anni era tenuto a «possedere un’arma per garantire la pace». Per capirci: non c’erano poliziotti che vegliassero sulla sicurezza dei cittadini...)

Gli inglesi non amarono subito gli agenti col cilindro. Anzi, a metà dell’800 li consideravano solo delle spie per volere dell’allora ministro dell’Interno Robert Peel (da cui il soprannome di “Bobby”affibbiato agli agenti di polizia), la sede di quella che all’epoca era una polizia metropolitana si trovava al numero 4 di Whiteall, ed era ospitata in un

palazzo che dava su un cortile destinato a diventare celeberrimo: Scotland Yard. Così chiamato perché usava risiedervi il Re di Scozia prima dell’unione fra i due regni. I componenti della nuova polizia erano circa 3mila (odiatissimi dai londinesi, che si sentivano circondati da “spie”) e indossavano una divisa blu con cappello a cilindro.

Oggi Scotland Yard si occupa solo dei delitti più gravi, ed è formata da centinaia di detective. Mentre i “Bobby”cioè gli agenti ordinari della Metropolitan police, si occupano di tutto il resto dell’ordine pubblico. La fama di Scotland Yard, comincia a crescere però solo dopo l’istituzione di una sezione criminale e poi dilaga sull’onda di casi famosi. Uno su tutti: Jack lo Squartatore, anno 1888, che, secondo la teoria della cospirazione reale sarebbe stato in realtà il Duca di Clarence, Alberto Vittorio, nipote della regina che avrebbe contratto la sifilide a soli 17 anni da una prostituta e che morì a 24 anni. Aiutato nei suoi omicidi da William Gull, medico di Corte e massone, morto di emorragia cerebrale il 29 gennaio. Ma il primo caso globale ovvero coperto dai giornali di tutto il mondo - è del 1860. Una notte di quella calda estate, infatti, In un’elegante casa georgiana del Wiltshire tutti dormono. All’una il cane abbaia. Il mattino l’orribile scoperta, la culla del più piccolo dei sette figli, Saville Kent, è vuota. Un brivido percorre tutta la casa e inizia una

disperata ricerca, si valuta la possibilità di un sequestro, si interrogano i domestici. Nel salone una finestra è aperta: è l’unica pista. Poche ore dopo, il cadavere del bambino viene trovato sgozzato in giardino.Tutti i membri della famiglia Kent sono sospettati e l’assassino è certamente fra loro. L’ispettore di Scotland Yard Jack Whicher viene mandato sul posto a indagare. È il primo a usare metodi di indagine che poi diventeranno famosi, anche grazie a scrittori come Wilkie Collins, Charles Dickens, o Arthur Conan Doyle che si ispireranno alla sua figura reale per i loro personaggi immaginari. Il caso occupa per anni le prime pagine dei quotidiani, tutta l’Inghilterra segue il delitto, ne è affascinata e terrorizzata. Nessuno accetterà le conclusioni di Mr. Whicher, che solo in un secondo tempo si riveleranno esatte. Ad uccidere il piccolo di 4 anni era stata la sorella, Constance, che nelle galere, vista l’influenza della sua famiglia, non finì mai e venne invece mandata a vivere in Irlanda sotto il nuovo nome di Ruth Emilie Kaye. Sono quelli gli anni dell’apogeo del romanzo nero, gotico, romantico, psicologico, di formazione, e infine, finalmente, poliziesco. Perfettamente interpretati da Charles Dickens, il primo grande autore “classico” a concedere nelle sue opere grande attenzione alle tematiche criminali, introducendo consistenti elementi di indagine poliziesca. Lo scrittore sarà talmente catturato da questo aspetto della trama che


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Il Parlamento pronto a votare contro l’acquisizione di BSkyB del taycoon

Murdoch sempre più isolato i Comuni lo convocano. E Brown chiede un’inchiesta di Laura Giannone l Comitato parlamentare britannico per la Cultura ha convocato in audizione per martedì prossimo Rupert Murdoch, Rebekah Brooks e James Murdoch. I parlamentari li ascolteranno in merito allo scandalo delle intercettazioni. Mentre il parlamento britannico, oggi, voterà una mozione proposta dai laburisti che chiede a Rupert Murdoch di abbandonare le sue ambizioni su BSkyB. Sull’intera vicenda, ieri è intervenuto nuovamente il primo ministro David Cameron, secondo il quale ciò che è accaduto all’ex premier Gordon Brown, spiato per anni da giornalisti del gruppo Murdoch, è una «spaventosa invasione della privacy». Lo ha detto offrendo la sua solidarietà ai Brown, e sottolineando che anche lui, che ha perso un figlio disabile nel 2009, può immaginare il dolore nello scoprire che la «privacy dei propri figli è stata invasa». L’ex primo ministro britannico Gordon Brown ha dichiarato alla Bbc che i giornali di proprietà del magnate australiano hanno fatto ricorso a «mezzi criminali», dicendosi «scioccato» dallo scandalo intercettazioni illegali che, dopo il News of the World, ha investito anche il Sunday Times e il Sun, rei, secondo Scotland Yard, di aver spiato personaggi famosi, tra cui appunto l’ex premier inglese e una decina di membri della famiglia reale. Il Sunday Times, poi, avrebbe preso di mira Brown, non intercettandolo, ma ottenendo informazioni su di lui in maniera fraudolenta. In diverse occasioni, giornalisti del domenicale avrebbero telefonato a banche e avvocati dell’allora ministro delle Finanze spacciandosi per lui e facendosi passare informazioni riservate.

I

giungerà intorno al 1850 a stringere personalmente amicizia con un ispettore di Scotland Yard in carne e ossa, l’Ispettore Whicher, che gli suggerisce la famosissima figura del Sergente Witchem. Per la verità ancora una macchietta. È infatti solo con La Casa desolata che per la prima volta appare la figura dell’investigatore ufficiale di Scotland Yard, visto non più come macchietta da ridicolizzare, ma come unico, vero e grande protagonista, capace, lui solo, di diradare le tenebre e di risolvere il mistero. È il grande trionfo del detective Bucket, competente, affidadibile,

Il primo caso salito alla ribalta delle cronache internazionali fu quello di Saville, un bimbo di 4 anni ucciso nel 1860 acuto, coscienzioso e sagace. Da quel momento in poi, Scotland Yard e i suoi detective entrano nel mito (e il cinema, nel XX secolo, aiuterà molto la sua consacrazione, basti pensare che Alfred Hitchcock era un assiduo visitatore del museo del crimine londinese gestito da Scotland Yard). Moltissime le fonti a cui attingeva l’agenzia, fra queste anche il grande Houdini. Che a quanto pare non era solamente un illusionista di fama mondiale, ma anche un agente segreto al servizio di Sua Maestà che, approfittando di una copertura particolarmente efficace, dovuta appunto al suo status di artista, poteva girare per il mondo e raccogliere preziose informazioni da girare a Scotland Yard, aggiungendo così un ulteriore incarico pubblico oltre a quello di cacciatore di imbroglioni e smarcheratore di falsi medium e parapsicologi per conto del governo americano.

Anche la famiglia Windsor è finita nel mirino dei detective. Però, almeno in quella occasione, per volere di re Giorgio V. È il 1934 e il duca di Windsor (che diventerà re d’Inghilterra e Irlanda nonché imperatore dell’India il 20 gennaio 1936 con il titolo di Edoardo VIII, per poi abdicare a favore del fratello, il re balbuziente portato agli onori della cronaca da Colin Firth nel pluripremiato Discorso del re) si è già innamorato da tre anni di Wallis (“Wally”) Simpson.

Borghese, americana, con un divorzio alle spalle e un matrimonio ancora in corso, ma soprattutto accompagnata da una fama di “donna facile” (come si usava dire allora). Il guaio è così serio che la Casa reale gli sguinzaglia dietro la Special Branch di Scotland Yard e commissiona all’Intelligence Service un’indagine sui trascorsi di Wally quando viveva in Cina negli anni Venti con il suo primo matrimonio. Il risultato è un dossier scottante - noto come China Report - dove per la prima volta si parla di apprendistato erotico nei bordelli del Celeste Impero e di storie scandalose con diplomatici occidentali (compreso il futuro genero del duce, Galeazzo Ciano). Ma intanto i tempi cambiano, e il gioco del calcio diventa sempre più importante. Ecco dunque che ScotlandYard si trova alle prese, il 20 marzo 1966, con il furto - dalla Central Hall di Westminster della coppa Rimet (il vecchio nome della Coppa del Mondo, che divenne tale dai mondiali del 1974) I detective brancolano nel buio. Finché arriva “Pickles”. Chi era costui? Un cagnetto senza pedigree che fiuterà un pacco nel giardino sotto casa: la coppa Rimet. L’onore è salvo, ma il mistero del furto rimane. Un vero giallo che i più all’epoca risolsero con la soluzione più verosimile: nella settimana passata tra la scomparsa ed il ritrovamento, probabilmente era stata fatta coniare, lavorando senza sosta, una nuova coppa Rimet che poi il buon cane Pickles ritrovò. Il giallo non fu mai risolto, ma forse Pelè nel 1970, cioè quattro anni dopo, non sollevò la vera coppa ma solo una modesta copia.

E mentre la polizia di Londra accusa anche una fuga di notizie sull’indagine per comprometterla, il governo ha chiesto a Murdoch di fare luce sullo scandalo per poter eventualmente procedere all’acquisizione di Bskyb, il gruppo satellitare inglese di cui il magnate australiano controlla, per ora, il 39 per cento. Ovvio che se oggi dovesse passare la proposta laburista, lo stop diventerebbe definitivo. Intanto, l’esecutivo ha rinviato ieri alle autorità antitrust la proposta di acquisto da parte di News Corporation, dopo che il gigante dei media ha ritirato le concessioni fin qui offerte per ottenere l’approvazione dell’accordo. Rupert Murdoch, insom-

ma, prende tempo. News Corp ha chiesto, e ottenuto, dal ministro della Cultura Jeremy Hunt, che la sua acquisizione di BSkyB passi all’esame della commissione per la concorrenza - ovvero l’antitrust - la quale potrebbe impiegare mesi, qualcuno dice anche un anno, prima di prendere una decisione. Con il rinvio del dossier BSkyB all’antitrust, secondo gli analisti, Murdoch, è riuscito a non «ucciderè la sua offerta per la pay tv nonostante il pubblico sdegno suscitato dalla vicenda dell’ormai defunto News of the World». Alcuni commentatori, invece, prevedono già che Murdoch, messo alle strette dagli azionisti di News Corp, possa decidere di disfarsi dell’intero gruppo News International per impedire che il resto del suo vasto impero sia contagiato. Proprio ieri, però, la finanziaria ha annunciato un piano di riacquisto azionario da 5 miliardi di dollari per i prossimi 12 mesi. La notizia del buyback però ha ridato ossigeno alla società, le cui azioni, dopo il crollo a Wall Street del 14% ,sono risalite del 5,5%.

Dagli Usa si è fatto avanti un ex poliziotto, ora investigatore privato, che ha rivelato al Daily Mirror di essere stato avvicinato da alcuni giornalisti che cercavano di avere accesso alla segreteria dei cellulari delle vittime degli attentati dell’11 settembre 2001, in particolare i britannici. Dalle e-mail del News of the World è inoltre emerso che sul libro paga dei giornalisti si trovavano anche diversi poliziotti incaricati della sicurezza della famiglia reale, che avrebbero passato ai reporter i dettagli telefonici dei membri della “Firm”, regina inclusa. Clive Goodman, l’ex royal correspondent del domenicale, aveva chiesto 1.000 sterline all’allora direttore della testata Andy Coulson per comprare una copia del cosiddetto Green Book, una riservatissima guida con i numeri dei membri della Royal family e del loro staff. Come se non bastasse, i telefoni del principe Carlo e della moglie Camilla sarebbero stati intercettati, così come quelli del principe William e di suo fratello Harry. Mentre la polizia sta contattando tutte e quattromila le persone i cui numeri di telefono e dettagli personali sono stati trovati in possesso dell’investigatore privato Glenn Mulcaire, che lavorava per il tabloid.


cultura

pagina 14 • 13 luglio 2011

Paolo Ruffini firma “Scegliete! Discorso sulla buona e la cattiva televisione”, analisi ragionata di ciò che va in onda tutti i giorni nonostante (proprio) tutto

Il buio oltre lo schermo Se anche la televisione fosse Sodoma e Gomorra «basterebbe un solo programma giusto per salvarla» di Sergio Valzania cegliete! Discorso sulla buona e la cattiva televisione è un volumetto di 60 pagine, costa appena 5 euro, nel quale Paolo Ruffini ha raccolto le sue riflessioni sul fenomeno televisivo per come si è configurato negli ultimi anni. In un momento nel quale le tensioni sull’assetto del sistema della comunicazione italiano sono forti, il Direttore di Rai3 decide di affrontare le questioni di fondo dell’informazione e del servizio pubblico, individuando nel pluralismo dell’offerta e nella libertà degli operatori del settore rispettivamente l’obbiettivo da raggiungere e lo strumento per il suo conseguimento. Lo stimolo a scrivere, o l’artificio letterario dell’incipit, è dato dalla discussione con un amico che condanna senza attenuanti la televisione e quelli che lavorano alla produzione del suo palinsesto. La scena si svolge in una stanza dominata da un grande schermo spento, simbolo muto di un distacco, di una speranza delusa, di un rifiuto ormai consumato. «Tanto grande doveva essere stata la sua convinzione sul potere benefico della televisione che la delusione era divenuta smisurata. Se la Tv era Dio perché non aveva salvato il mondo?».

S

Ruffini riconosce che molte delle critiche che vengono rivolte alla televisione e alla sua programmazione sono giuste, ma si rifiuta di derivare da questo un giudizio definitivamente negativo sull’esperienza di questo strumento di comunicazione centrale per la definizione stessa di contemporaneità. La valutazione, egli sostiene e noi siamo d’accordo con lui, non deve riguardare ciò che non ci piace o che magari è oggettivamente di bassa qualità e di cattivo gusto, al contrario bisogna riconoscere allo strumento quanto di buono e di valido è in grado di offrire così che anche «fosse Sodoma e Gomorra la televisione, basterebbe un solo canale, un solo programma giusto a salvarla». Una visione biblica nella quale riecheggiano le parole del dialogo fra Dio e Abramo, su quanti debbano essere i giusti presenti in una città per salvarla dalla collera

del Signore. Il testo, delle dimensioni prossime all’articolo lungo più che a quelle di un saggio, si caratterizza per la punteggiatura scandita con decisione. Il ricorso all’a capo è costante, insistito, così che ogni frase, ogni concetto, appaiono scanditi come in una raccolta di aforismi, ciascuno pensato e risolto in sé. Il compito di fare la sintesi delle affermazioni proposte, di trovare il punto di mediazione fra esigenze non solo lecite, ma doverose, viene lasciato al lettore. Esattamente come capita di fronte all’offerta della programmazione televisiva, e questo modo di proposizione mi pare stia anche, in perfetta correlazione fra forma e contenuto, il senso dell’analisi di Ruffini, che vuole rimanere aperta nel giudizio rivolto al-

la prassi quotidiana del mezzo di comunicazione, evitando ogni semplificazione.

Quindi l’esperienza televisiva non va analizzata come un blocco compatto, considerata dal punto di vista del sistema completo, che penetra in ogni casa e nella vita di ciascuno, tanto da diventare “la nostra vita. Più vera della nostra vita”. Il riscatto della televisione passa dal rifiuto di accettare la sua riduzione a unità, la sua definitiva trasformazione in elettrodomestico. Occorre quindi lottare perché utilizzare il telecomando, cambiare canale, abbia un senso diverso dall’evitare la pubblicità. «Difendere la libertà vuol dire, allora, in particolar modo per il servizio pubblico, garantire un certo nume-

Un televisore riflette l’alba in un’immagine dal titolo “L’unico momento in cui questo schermo rappresenta la verità”. In basso Paolo Ruffini, direttore di Rai Tre. Nella pagina a fianco il conduttore Fabio Fazio, al centro di una lunga diatriba con la Rai sul rinnovo del proprio contratto e sulla conduzione di “Che tempo che fa”

«bisogna non solo permettere il dissenso, ma esigerlo. Perché ci sono sempre molte cose dalle quali dissentire».

Si deve dunque combattere per ridare al telecomando il senso che gli è proprio: garante di pluralità, non soltanto uno strumento utile per evitare la pubblicità

ro di canali indipendenti e impedire una eccessiva concentrazione delle risorse». La critica di Ruffini si appunta sulla pretesa che emerge con vigore negli ambienti della politica di dettare le regole per la produzione di una televisione “buona” in ogni suo segmento, che nel momento stesso in cui fa un’affermazione la mette in discussione, che non prende mai

posizione per affidarsi a un continuo contraddittorio nel quale le voci si sovrappongono e il senso di ogni discorso tende a scomparire. Salvo poi riconoscere un tacito allineamento di fondo con le posizioni di chi detiene il potere e per definizione prova fastidio per le critiche che gli vengono rivolte. Ruffini ricorre a una citazione di Robert Kennedy per ricordare che

In Scegliete! viene ricordato più volte come esempio positivo il lavoro svolto da Angelo Guglielmi, il creatore di Rai3 come canale libero e trasgressivo, che accettò, da sinistra, di dare voce alla nascente esperienza della Lega perché ne riconosceva la vitalità sociale, la proiezione verso il futuro e quindi individuava un oggettivo interesse del pubblico a essere informato in proposito. Un atteggiamento di responsabilità sia verso il proprio incarico in un’emittente pubblica che verso i telespettatori. Proprio alla responsabilità personale degli operatori del settore si richiama Ruffini in chiusura, per ricordare quanto essa sia collegata in maniera inscindibile con la libertà di azione che deve essere loro riconosciuta. Lo fa ricorrendo non alle parole di un politico ma a quelle di un uomo di religione, Bonhoeffer: «Responsabilità e libertà sono concetti correlativi. La responsabilità presuppone oggettivamente – non cronologicamente – la libertà, così come la libertà non può sussistere se non nella responsabilità». Qui, nell’ambi-


cultura

13 luglio 2011 • pagina 15

Da “Plastik” a “Tamarreide”, le mele marce sembrano vincere sul resto

Ma è il nostro specchio della mala-adolescenza

I programmi volgari si rincorrono, e isole felici come La7 e Rai3 vengono sommerse dal pantano d’immagine di Pier Mario Fasanotti a televisione non è certamente un elettrodomestico che, se funziona male, va buttato. È un’offerta di servizi (informazione e intrattenimento) molto differenziata. Lasciati da parte i canali Sky, verso i quali peraltro si concentra un’attenzione crescente, i produttori di immagini in Italia sono sette: tre reti Rai, tre reti Mediaset e La 7. Paolo Ruffini, direttore di Rai 3, sostiene giustamente che “basterebbe un solo canale, un solo programma giusto a salvarla”. E rivendica la libertà del telecomando. Il ragionamento, filosoficamente così impostato, non fa una piega. Tuttavia bisogna tener conto di quella dinamica psico-sociale che, in presenza di cattiva qualità in sovrabbondanza, spinge molti a usare il “pollice verso”, proprio come nell’antico Colosseo di Roma, e quindi a considerare indistintamente la televisione come un’unica antenna. Se le mele marce superano la metà, l’intero cestino delle mele è sospettato di infezione. Oppure gradito, ma solo dal pubblico “basso”, quello che la mattina sugli autobus orienta il chiacchiericcio goliardico sulle “azzuffatine” (per dirla con Camilleri) continue e volgari, sulle patetiche giurie chiamate a scegliere il sedere più bello, sulla sfilata di non più giovani grassone che si esibiscono nel circo-monstrum del piccolo schermo, sulla morbosità della telecamera che fissa, con presunti scopi informativi o addirittura scientifici, strazianti anomalie fisiche (vedasi Plastik di Italia 1 che ha mostrato una bambina indiana con sei gambe). Ed ecco che una rete come Rai 3, senza dubbio la migliore, oppure La 7, trotterellante sulla strada della sobrietà, rischiano d’essere assimilate alle altre. Il cattivo gusto è sempre chiassoso, è un rumoraccio che copre gli a-solo di violino. Di recente due miei amici, uno americano e uno tedesco, mi hanno chiesto: «Ma voi che razza di televisione avete?». Tv come “cattiva maestra”? Non si deve generalizzare, è vero, ma è un fatto che la parte culturalmente migliore degli utenti ha scoperto, per esempio nel settore informativo, altre fonti, internet in testa. Ecco che il re non sono viene visto nudo, ma anche sporco e bugiardo. Ecco che le omissioni o le faziosità del tg 1 di Augusto Minzolini saltano all’occhio non tanto perché la sinistra e parte del centro le additano come colpa grave, quanto perché ci sono esempi, in rete, che offrono la “pistola fumante” (leggasi: la prova) del servilismo giornalistico. Questo meccanismo che io definirei libertario-tecnologico ha influito sulle elezioni amministrative dello scorso maggio. È come se Rai 1, Rai 2 e le reti Mediaset non si fossero accorte che la gente si

L

to delle scelte etiche, nella capacità di costruire una morale condivisa, si trova il problema non della televisione quanto della società che la esprime e che scopre di aver paura di specchiarsi in essa.

Allora cerca in modo assurdo di modificare con il belletto sullo specchio l’immagine che vede riflessa. La prima televisione è stata lo specchio di Grimilde, che avverte la regina di non essere più la più bella del reame e viene distrutto per dato aver un’informazione corretta. Allo stesso modo la società moderna si sente aggredita dalla valanga di informazioni che la televisione le trasmette in continuazione e va in cerca di una normalizzazione, di un addomesticamento del messaggio che riceve, rischia così di rifiutare l’utilizzo corretto e creativo del mezzo, quello che le consentirebbe di conoscersi meglio e quindi di migliorarsi. Naturalmente questa concezione

della televisione non intende proporre una programmazione ossessivamente informativa e di continua denuncia, rivendica però la necessità di spazi reali di vero pluralismo nei quali sviluppare in buona fede un discorso compiuto fondato su di una precisa visione del mondo. Solo in questo modo la televisione adempie il suo compito qualificante, anche se non quello al quale dedica la parte più ampia del tempo di trasmissione.

Due frasi, verrebbe da dire due aforismi, di Ruffini individuano questa tensione, irrisolvibile ma incancellabile per l’operatore dei media, fra la necessità di presentare la verità del mondo e l’impossibilità di riuscirci in modo condiviso da tutti: «La televisione ha a che fare con la verità del nostro tempo. Con la qualità dei nostri pensieri, con il grado della nostra libertà». «Ma il problema del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto, del vero e del falso, la trascende».

accosta sempre più facilmente in altri abbeveratoi informativi. Un fenomeno nuovo, esaminato lucidamente sia dall’editorialista Barbara Spinelli sia dalla sociologa Chiara Saraceno. Hanno un bel gridare gli organi di informazione super-armati che fanno capo alla corte censoria del premier e che sparano proiettili ideologicamente logori, è un dato di fatto che trasmissioni come Vieni via con me o Che tempo che fa (entrambe di Rai 3, guarda caso) ottengono un’audience strabiliante.

La mattina successiva alla messa in onda di programmi come questi uno si alza dal letto e si sente autorizzato a dire che l’Italia non è poi così cialtrona come scrivono numerosi giornali europei. I canali Mediaset appaiono regolati da ricetrasmittenti. È giusto che sia così: la televisione è fatta anche di innumerevoli antenne sparse sul territorio e incaricate a inviare segnali alla sede per quanto riguarda il mutamento sociale, i nuovi costumi, le istanze fino ad allora dimenticate. Peccato che Mediaset accolga senza rielaborare gli input provenienti dall’“Osteria-Italia”. Un esempio è Tamarreide. Ambizione-finzione: studiare il comportamento dei “coatti”. Risultato: sei ragazze in bikini al bordo piscina che mostrano il sedere a giovanotti palestrati. Le parolacce abbondano, il Codacons ha chiesto la rimozione del programma, che peraltro ha uno share bassissimo. Come mai Barbara d’Urso su Canale 5 (in “Lo show dei record”) si diverte tanto a mostrare la donna che ha il seno più grande del mondo? È la conseguenza dei modelli diffusi da una classe politica (al governo) che ha redatto un decalogo comportamentale che provo sommariamente a riassumere: il più furbo o chi alza più la voce è il più bravo; le donne sono trastulli di carne, da esibire o da deridere, e se son belle e con diploma magari sono da candidare per qualche parlamentino; la società intera è disegnata come un eterno spettacolo, tutto il resto è noia o sovversione. La mentalità della barzelletta sporca e del faccioquel-che-mi-pare scivola come un batterio su altri scenari: il solitamente composto Bruno Vespa ridacchia malizioso sulla scollatura di una scrittrice finalista al premio Strega. L’infezione del cattivo gusto riduce la nostra libertà con telecomando. Indignarsi (parola oggi di moda) è un dovere. E non tiriamo in ballo, per favore, il moralismo. La questione è che la tv sta diventando uno specchio su cui sempre di più si riflette, e s’ingigantisce deformandosi, un’Italia di minoranza. Quella che sghignazza se il reggiseno cade un po’, se uno rutta o dice “merda”. L’Italia della mala-adolescenza.

L’intera società italiana è disegnata come un tristissimo spettacolo/cabaret di intrattenimento


ULTIMAPAGINA La comunità protestante esulta per l’assegnazione delle Olimpiadi 2018: «Sono arrivate grazie alle nostre preghiere»

I Giochi invernali? Un dono di Vincenzo Faccioli Pintozzi ra la popolazione sudcoreana in festa per l’assegnazione dei Giochi olimpici invernali del 2018, spiccano alcuni ferventi protestanti. Questi ritengono infatti che la decisione del Comitato olimpico internazionale (Cio) sia una diretta conseguenza delle loro assidue preghiere, una sorta di riconoscimento del potere della propria chiesa. Alcune voci in Corea del Sud, interpellate dall’agenzia di stampa del Pontificio Istituto Missioni Estere AsiaNews, tendono invece a sminuire la questione: «I protestanti sono sempre così. Ritengono che anche la colazione del mattino sia arrivata grazie alle preghiere della sera». Il Cio ha scelto lo scorso 6 luglio la città di Pyeongchang; questa si trova a 700 metri di altezza sul livello del mare e dista circa 180 km dalla capitale Seoul. Il progetto della città sudcoreana, alla sua terza candidatura dopo quelle del 2010 e del 2014, ha come slogan “Nuovi orizzonti”, quelli che apriranno il mondo degli sport invernali in un territorio che ne è praticamente a digiuno da sempre. Il progetto coreano è stato definito dalla commissione di valutazione del Cio «un concetto molto compatto. I 13 siti proposti hanno raggiunto o superato i nostri criteri». Inoltre può essere considerata una città sicura. Due le aree di competizione, distanti circa 37 km l’una dall’altra e collegate da una autostrada già esistente.

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Al centro di Alpensia, a 700 metri si svolgeranno il biathlon, il salto; qui sorgeranno il villaggio olimpico, lo stadio olimpico, il media center e l’albergo riservato al Cio mentre le gare di sci alpino si svolgeranno Jungbong, quelle di freestyle e snowboard a Bokwang Phoenix Park. Ad est di Pyeongchang, a Gangneung le gare di pattinaggio, curling, hockey e ci sarà un altro villaggio olimpico. Il budget del comitato organizzatore, di cui è presidente Yang Ho Cho, amministratore delegato della compagnia aerea Korean Air è di 1,53 miliardi di dollari a cui si aggiungeranno ulteriori investimenti per circa 6,3 miliardi di dollari (di cui 3,4 per la linea ferroviaria ad alta velocità). L’entusiasmo dei protestanti si spiega anche con il loro leader politico, il presidente Lee

DIVINO I fedeli hanno lanciato una campagna di “sensibilizzazione religiosa” per le strade di Seoul, invitando la popolazione a partecipare alle funzioni: la testimonial è Kim Yu-na. Che però è cattolica

Myung-bak. Il politico conservatore – molto criticato per essersi fatto fotografare mentre, inginocchiato, pregava – aveva definito l’assegnazione dei Giochi «un compito e una missione». Lee, anziano della chiesa Somang di Seoul, è nell’occhio del ciclone per aver mostrato in pubblico la sua fede: per tradizione, infatti, la politica sudcoreana è improntata alla massima laicità. Le immagini sono state trasmesse da tutte le televisioni nazionali e hanno scatenato una ridda di polemiche. In Corea del Sud, circa la metà della popolazione si professa “non credente”; il rimanente si divide fra buddisti, cristiani e animisti. Dal punto di vista politico, poi, la Costituzione scritta dopo la divisione della penisola nel 1953 vieta una religione di Stato e impone con forza ai leader politici di “non innalzare una religione sopra un’altra”. I leader sudcoreani che si sono susseguiti al comando di Seoul

hanno sempre professato in pubblico un sostanziale ateismo: alcuni hanno dichiarato di appartenere a una fede, ma senza mai manifestarla in pubblico. Secondo una fonte di liberal, il gesto del presidente è un «messaggio cifrato con cui ha cercato di farsi perdonare dalla comunità protestante, di cui fa parte da tempo, per averla multata pesantemente dopo l’invio non autorizzato di aiuti umanitari al Nord». La politica attuale di Seoul nei confronti di Pyongyang, infatti, proibisce l’invio di generi alimentari o sanitari nel regime di Kim Jong-il. E l’assegnazione dei Giochi lo aiuta nel fare pace con i suoi. Un fedele protestante, Park, spiega ad AsiaNews: «Noi protestanti – pastori, fedeli, missionari dello sport e fedeli coreani – abbiamo pregato in maniera intensiva per questa scelta. Abbiamo persino promosso una campagna per le strade di Yeonji-dong, nei sobborghi di Seoul, per invitare la gente a pregare».

Choi, un altro protestante, la pensa in maniera diversa: «Sono un buon cristiano, ma questo fanatismo non mi piace». Con una logica stringente, questi prosegue: «La Corea non è riuscita ad aggiudicarsi i Giochi del 2014. Vuol dire che abbiamo pregato male? O forse i protestanti non si sono impegnati? Gesù è al fianco dei più deboli, è morto sulla croce per questo. E allora per cosa deve vivere, e pregare, un cristiano?». Secondo alcuni cattolici locali «i protestanti sono sempre molto entusiasti, di tutto». Kim, tassista protestante, è invece convinto del potere della preghiera: «A queste Olimpiadi siamo arrivati grazie soprattutto a Kim Yu-na, la più grande di tutti noi». Ma Kim, pattinatrice medaglia d’oro agli ultimi Giochi, è di religione cattolica.


2011_07_13