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È più importante la ridistribuzione delle opportunità che quella della ricchezza Arthur Hendrick Vandenberg

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • VENERDÌ 8 LUGLIO 2011

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

È stato anche il gran giorno di Scilipoti che “si tocca” in pubblico. E il ministro dell’Economia si prende i fischi della Coldiretti

Il governo alle comiche finali Ormai sembra il Bagaglino: Tremonti dà del cretino a Brunetta. Berlusconi dà del bugiardo a Tremonti («Sapeva della salva-Fininvest) ma Bossi dice: «Non è vero». In che mani siamo? IL BALLETTO SULLA NORMA RITIRATA

di Franco Insardà

O Silvio o Giulio: uno dei due ha mentito al Paese

ROMA. Mancano soltanto i gavettoni, il lancio del cassino e gli elastici a mo’ di fionda scagliati dietro le orecchie dei secchioni. Bimbo Giulio, invidioso della lezioncina data alla classe da bimbo Renato, sbotta: «Questo è un cretino». Bimbo Maurizio non lesina meno spocchia.

di Giancristiano Desiderio na cosa è certa: un cretino al governo c’è senz’altro, ma bisogna capire chi è. Perché tra accuse, insulti, offese, i ministri si prendono a pesci in faccia tra loro e il presidente del Consiglio smentisce il suo titolare dell’Economia.

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IL PRIMO DELLA CLASSE È ISOLATISSIMO

Una guerra per bande: Il cerchio si stringe intorno al Superministro

RIGORE E CRESCITA

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Presentata la richiesta alla Camera

Lo scontro istituzionale

Fateci arrestare E gli enti locali Marco Milanese, suonano il requiem «Socio a delinquere» per il decreto legge

di Osvaldo Baldacci n mezzo a questo circolo ci stanno piazzati tre monti. Tutto ormai sembra girare intorno al ministro dell’Economia. E in realtà non è difficile capire perché. Semplicemente, perché nel bene e nel male è l’unico che governa. a pagina 5

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Ex finanziere, ha dismesso la divisa per diventare il punto di raccordo fra via XX Settembre e il resto del mondo, vero braccio destro del ministro

Davanti al taglio di 9,6 miliardi Province, Comuni e Regioni partono alla carica. Calderoli cerca di mediare, ma per Vasco Errani «il federalismo è morto»

Marco Palombi • pagina 4

Francesco Pacifico • pagina 5

Vi spiego l’errore fatale di una manovra recessiva di Gianfranco Polillo n tutta l’Europa, l’insofferenza verso le agenzie di rating sta decisamente crescendo. In Germania, Angela Merkel non ne può più. Basta con queste Cassandre che si mettono sempre di traverso, rendendo più difficili gli sforzi per risolvere i problemi del debito degli Stati sovrani. A inquietare il Cancelliere la doppia decisione di Standard & Poor’s di bocciare l’accordo, ancora in fieri, di un intervento delle banche a favore della Grecia. Avrebbero dovuto consentire a un allungamento del debito, senza pretendere l’immediato rimborso dei titoli che conservano nella pancia. a pagina 8

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Si è spenta ieri a 75 anni, cordoglio unanime

Continua la repressione del regime

Tra coerenza e convenienza

Maria Rita Saulle, addio a un giudice di rara umanità

Mille arresti al giorno, ecco chi è Aleksandr Lukashenko

Piccolo manuale per cambiare la legge elettorale

di Paola Binetti

di Laura Giannone

di Francesco D’Onofrio

aria Rita Saulle era prima di tutto una donna straordinaria per quel suo sguardo di futuro, che le permetteva di scorgere delle opportunità laddove altri vedevano solo delle difficoltà. Mai indifferente davanti alle ingiustizie della nostra società, sentiva l’urgenza di cercare una soluzione. a pagina 14

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se1,00 gue a (10,00 pagina 9CON EURO

I QUADERNI)

ivieto. Di riunirsi per strada, di manifestare, di applaudire (il motivo è presto detto: i cortei sono pacifici e come unico atto di dissenso i suoi partecipanti battono le mani, rendendo l’atmosfera surreale). E nessuno è escluso da questa paradossale ordinanza. È il pugno di ferro dell’ultimo vero dittatore d’Europa, Lukashenko.

ia che si voti alla scadenza naturale del 2013, sia che si voti prima, è di tutta evidenza che si dovrebbe cominciare a parlare seriamente di legge elettorale, perché tutti affermano la necessità di rivedere in qualche modo la legge elettorale politica nazionale vigente.Che è stata quasi sempre determinata in prossimità di elezioni.

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• ANNO XVI •

NUMERO

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WWW.LIBERAL.IT

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IN REDAZIONE ALLE ORE

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la manovra

il commento L’indecente balletto sulla “salva-Fininvest”

O Silvio o Giulio, uno mente di Giancristiano Desiderio na cosa è certa: un cretino al governo c’è senz’altro, ma bisogna capire chi è. Perché tra accuse, insulti, offese, i ministri si prendono a pesci in faccia tra loro - Giulio Tremonti dà del cretino e dello scemo a Renato Brunetta in conferenza stampa - mentre il presidente del Consiglio presentando il libro di Scilipoti (Il re dei peones) smentisce pubblicamente il ministro Tremonti sul caso del celebre “comma 23”, quello scritto e inserito nel testo della manovra di bilancio per salvare l’azienda del Cavaliere dalla condanna al pagamento di 750 milioni. Dunque, chi è il cretino? Il siparietto “fuorionda” di Tremonti e Sacconi su Brunetta è qualcosa che riguarda il gusto del ministro dell’Economia per la battuta. A volte, però, il ministro dovrebbe economizzare sulle battute perché in questo caso è andato un po’ troppo in là. È vero che poi si è scusato e ha abbracciato Brunetta dicendo di aver frainteso, ma le cose che ha detto sembrano proprio più convincenti della “pezza a colore” che vi ha dovuto mettere.

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Il siparietto perfettamente in onda di Silvio Berlusconi, invece, non riguarda alcun gusto particolare per le battute e neanche la propensione del capo del governo per le gaffe. Berlusconi ha detto proprio quello che voleva dire. Conviene riportare le sue parole per filo e per segno: «Tremonti considerava quella norma sacrosanta e non ha ritenuto di portarla al voto del Consiglio dei ministri pensando che fossero tutti d’accordo ed io ne ho avuto la conferma perché ad esempio Calderoli che non la conosceva mi ha detto “perbacco se lo sapevo la potevo scrivere meglio”. Non c’è nessun giallo - ha sottolineato Berlusconi - appena ho visto le polemiche ho scritto una dichiarazione e ho ritenuto di farla togliere”. Dunque, chi è cretino o chi è che fa il cretino? Giulio Tremonti solo il giorno prima aveva detto, a chi gli chiedeva lumi sulla norma prima inserita e poi ritirata, di voler fornire il numero di cellulare del «dottor Letta». Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio non ha mai risposto. Ora, però, la risposta è venuta direttamente da Berlusconi che, come si è visto, ha anche coinvolto il ministro Calderoli il quale a sua volta si è subito preoccupato di smentire, per la sua parte, il presidente del Consiglio. Resta da sapere la cosa più importante: Tremonti sapeva sì o no? Berlusconi non solo dice che sapeva ma aggiunge anche che il ministro dell’Economia considerava la norma «sacrosanta». A questo punto usando lo stesso metodo di Tremonti qualcuno dovrebbe fornire il cellulare di Tremonti perché bisogna chiedergli se sapeva, come sostiene Berlusconi, o non sapeva, come sostiene lui. Delle due l’una: qualcuno è bugiardo oppure qualcuno è cretino. Nel secondo caso, il cretino non è Brunetta. Era, forse, la scrittrice Elsa Morante a dire che il mondo sarà salvato dai bambini. Al governo del Paese ci sono dei ragazzini che giocano a nascondino e si fanno i dispetti. L’uno dice all’altro di essere falso e bugiardo. I bambini salveranno il mondo, ma questi ragazzini dispettosi affonderanno il Paese.

il fatto Show del premier alla presentazione del libro di Scilipoti. La Coldiretti fischia Tremonti

La guerra dei cretini

Un’incredibile giornata tragicomica del governo tra offese, insulti, smentite e prese in giro. Ecco la cronaca semi-assurda di un Paese guidato da irresponsabili di Franco Insardà

ROMA. Mancano soltanto i gavettoni, il lancio del cassino e gli elastici a mo’ di fionda scagliati dietro le orecchie dei secchioni. Bimbo Giulio, invidioso della lezioncina data alla classe da bimbo Renato, sbotta: «Questo è un cretino». Bimbo Maurizio non lesina meno spocchia: «Non lo seguo nemmeno». E bimbo Renato fa l’offeso, pretende le scuse, poi si scioglie quando bimbo Giulio se lo abbraccia: «Non ho ben capito cosa sia successo, del resto io sono tardo di comprendonio...». Intanto nella classe della libertà è caccia a chi ha ricopiato male il testo della manovra. Bimbo Giulio è corso dalla maestra: «Chiedete al signor Letta». E si è fatto pure bello davanti al preside: «Un’idea vince se servi il Paese, non se fai il furbo pensando di fregare qualcuno». Parlava di bimbo Silvio, il capo dei bulletti, che ha restituito la pariglia: «Anche Giulio sapeva». «Non lo sapeva nessuno», ha replicato bimbo Umberto. Bimbo Calderoli, che non ha capito come sta cambiando il vento nella gang dei ragazzini, gli dà manforte: «Ma perbacco, perché nessuno me ne ha parlato? Io l’avrei scritta meglio». Ma è un dilettante rispetto a Bimbo Scilipoti. «Bimbo Silvio è una persona per bene e anche gli italiani che stanno dall’altra parte della barricata dovrebbe-

ro ringraziarlo». Poi, per dimostrare che lui è già un ometto, si tocca la sala giochi quando annuncia: «In Brasile mi hanno dedicato una biblioteca anche se sono ancora vivo». Al fianco di Silvio è più caricato del solito alla presentazione della sua biografia “Scilipoti re dei peones”, tanto che a bimbo Silvio scappa un «non esagerare». Anche se lui poco prima aveva definito bimbo Mimmo «simpatico, autoironico, un cane da polpacci. Un uomo del fare, versatile in diversi campi». Una sorta di eroe che ha sfidato «la gogna e il linciaggio mediatico ed è stato capace di salvare il principio del bipolarismo». Insomma ci si aspettava da un momento all’altro un bel «Mimmo santo subito».

Si potrebbe continuare a raccontare all’infinito degli episodi che gli allievi della classe differenziata che sta guidando l’Italia allo sfacelo hanno inanellato, rendendosi ridicoli davanti al Paese.Tanto che nei corridoi della Camera c’è già chi ha bollato l’ultima finanziaria come «la manovra dei cretini». Incuranti che il differenziale tra Btp e Bund tedesco tocchi il record di 224 punti base, renda il nostro debito sempre meno appetibile. Ma il Paese reale, qualche esponente della maggioranza e quelli dell’opposizione hanno ricondotto nei


la manovra

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il retroscena

Regioni e Comuni di nuovo sulle barricate Errani: «Il federalismo fiscale non esiste più». Calderoli: «Sacrosante alcune loro richieste» di Francesco Pacifico

ROMA. Ieri i governatori e Roberto Calderoli hanno rimesso indietro le lancette dei loro orologi di un anno. Come nel luglio scorso Vasco Errani ha sentenziato che «con questa manovra il federalismo fiscale non esiste più». E come nel luglio scorso il ministro della Semplificazione veste i panni del mediatore: «Ritengo sacrosanto il principio che i tagli non siano più lineari ma che debbano essere diversificati rispetto ai comportamenti amministrativi degli enti». Ma come dodici mesi fa non si litiga sui principi ma su più prosaici denari, i miliardi (4,5 lo scorso anno, 3,6 quest’anno) che Giulio Tremonti vuole recuperare dai trasferimenti agli enti locali. Risorse per il trasporto pubblico locale, gli aiuti alle imprese e l’assistenza agli anziani che, per la cronaca, i decreti del federalismo fiscale votati finora hanno sancito come patrimonio di sindaci, governatori e presidenti di Provincia.

milioni di euro in meno. Quando i comuni useranno l’arma dell’addizionale Irpef ci sarà un’ulteriore scippo di 500 milioni». In questo ambito va ricordato che i sindaci hanno dalla loro anche la possibilità di introdurre tasse di soggiorno e imposte di scopo. Ed è difficile credere che bastino le clausole di salvaguardia e i vincoli al rigore imposti agli amministratori locali da Calderoli e Tremonti per evitare salassi. In-

ti. E senza il Cavaliere, fa sapere il reggente dell’Anci e pasdaran azzurro Osvaldo Napoli, «non proseguiremo alcun rapporto». Con 9,6 miliardi da tagliare le parti, va da sé, sono distanti anni luce. Errani ha lamentato un gravissimo conflitto istituzionale gravissimo tra governo, Regioni ed enti locali. A questo punto può essere risolto solo con un intervento del presidente del Consiglio al quale chiediamo con urgenza un incontro. Ma è necessaria una disponibilità concreta e sostanziale a cambiare questa manovra». Ma l’anno scorso Tremonti si faceva forte dell’appoggio dei leghisti Cota e Zaia, poteva far pesare la mannaia dei piano di rientro sul deficit sanitario che interessavano quasi tutte le Regioni del Sud. Ieri, tra i suoi più accesi avversari, c’erano soprattutto gli amministratori targati centrodestra. La governatrice del Lazio, Renata Polverini, ha avvertito che «i tagli presenti nella manovra economica sono talmente alti che rischiano di metterci nelle condizioni di non poter garantire i livelli sanitari, di assistenza, di trasporto e di mettere addirittura in discussioni tutte le politiche di investimento e di sviluppo a sostegno dei settori produttivi». Dalla Lombardia l’assessore al Bilancio – e coordinatore dell’area finanziaria della Conferenza delle Regioni – Romano Colozzi chiede un’inversione anche nel

Come un anno fa si litiga sui tagli (9,6 miliardi in totale) ai trasferimenti per gli enti locali. Venturi (Confesercenti): si rischiano addizionali in più per 6 miliardi

Nei prossimi mesi realtà grande e piccole temono di andare in default. Con il risultato, lamenta il presidente di Confesercenti, Marco Venturi, che gli enti locali potranno compensare i tagli affidandosi alla leva fiscale. Più si va verso l’attuazione del federalismo e «più si rischia una stangata da 5-6 miliardi, a causa dell’incremento dell’addizionale Irpef delle Regioni. Quando tutte le province aumenteranno l’addizionale sull’Rc auto nelle tasche degli italiani ci saranno ben 550

fatti, come ha denunciato il segretario Nazionale dell’Fp-Cgil Nazionale, Daniele Giordano, «il colpo assestato dalla manovra agli enti locali, unito ai tagli del 2010, comporta sacrifici insopportabili per Regioni, Comuni e Provincie. Un’operazione che tra il 2011 e il 2014 vale più di 18 miliardi di euro. Un’enormità, un vuoto incolmabile che peserà su famiglie, giovani e aziende, con servizi meno efficienti e risposte sempre più inadeguate». Primo atto di questa commedia ormai stantia è stato far saltare la Conferenza unificata nella quale gli enti danno il via alla manovra. Il secondo, la richiesta di un incontro risolutore tra le parti a Palazzo Chigi, chez Silvio Berlusconi, dove però in passato alle promesse non sono mai seguiti i fat-

giusti binari un esecutivo da macchietta. Ieri all’assemblea di Coldiretti il ministro Tremonti è stato accolto dai fischi e lui, mostrando tutta la sua ironia, ha replicato: «Se volete smetto». E quando alla fine dell’intervento è stato applaudito ha replicato: ««Non so se applaudite per quello che ho detto o per quello che non ho detto». Stessa sorte è toccata al titolare del Welfare, Maurizio Sacconi che con fare altrettanto stizzito ha detto alla platea: «Risparmiate il fiato per alimentare il cervello sarà sempre utile risparmiare energie per il futuro», mentre sulla vicenda Brunetta in una nota ha commentato: «L’episodio della conversazione intercettata in occasione della conferenza stampa sulla manovra la dice lunga sul grado di rispetto della privacy da parte di certa informazione».

mo». Su Tremonti si è registrato il fuoco amico durante il Consiglio dei ministri. Su tutti Giancarlo Galan, ministro dei Beni culturali, che in un’intervista alla Stampa aveva già detto: «È bravo, capace, stimato, ma è ordinario. E in queste situazioni gli uomini ordinari portano i governi sotto il 20 per cento. Insomma ci voleva una rivoluzione ma non è andata così. Nel nostro programma si promette di tagliare i privilegi e invece ci siamo ritrovati una manovra che

metodo: «Per far fronte agli effetti della crisi finanziaria che costringerà il Paese a enormi sacrifici, le istituzioni devono muoversi all’unisono. Oggi le Regioni lanciano questo allarme dalla sede della Conferenza Unificata con un messaggio ben preciso dal significato politico e simbolico: le istituzioni di questa Repubblica tornino a lavorare insieme, soprattutto in occasione della manovra economica appena varata».

Al momento il governo concede – attraverso Raffaele Fitto – agli enti locali soltanto un vertice con i ministri competenti. Tremonti in primis. «Ma i saldi complessivi della manovra non sono in discussione», ha ricordato il responsabile delle Attività regionali. Ma il primo a sapere che ci sarà da trattare è il suo collega Roberto Calderoli. «Credo che ci siano ancora degli spazi rispetto alla definizione di criteri di virtuosità che mi auguro si possano concordare con gli enti locali. Se non avessimo dovuto fare i tagli sarebbe stato meglio». renzio solo ed esclusivamente sul fatto che le avrei rivolte nei suoi confronti e non verso il ministro Brunetta che stava solo cercando di difendere l’indifendibile». Per uno spettacolo così eloquente il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini ha detto soltanto: «Preferisco non infierire. Meglio tacere».

Cerca di buttare acqua sul fuoco, così come aveva tentato di fare in conferenza stampa sulla norma “salva-Fininvest” Paolo Romani: «Incidente chiuso. Cè stato un chiarimento in Consiglio dei ministri.Tremonti ha chiesto scusa a Brunetta. Era un commento sottovoce come se ne fanno tanti. Brunetta era dispiaciuto ed ha avuto la solidarietà di tutti. Andremo tutti al suo matrimonio». Un matrimonio che si preannuncia non facile per il ministro della Funzione pubblica, visto che si Facebook, con lo slogan “domenica 10 luglio l’Italia peggiore farà la festa a Brunetta”, i precari si sono dati appuntamento a Ravello. Questa volta i bimbi del governo troveranno ad accoglierli i precari «dell’Italia peggiore» che il ministro apostrofò alla sua maniera. Ma alla fine tutta classe farà festa, mentre il Paese è sempre più in quaresima.

Scene da fine impero mentre il differenziale tra il Btp e il bund tedesco schizza al livello record di 224 punti base. Sempre meno appetibile sui mercati il nostro debito pubblico

Non è andata meglio al Palalottomatica a Paolo Romani, ministro dello Sviluppo economico, quando ha citato gli ultimi dati Istat sulle vendite al dettaglio, salite del 2,5 per cento ad aprile: «Sono dati Istat che hanno consegnato anche a voi, io non invento i dati: poi, se volete, posso anche andare a casa. Sono 20 anni che faccio politica, non mi spaventa nulla, se volete il contrasto io sono disponibilissi-

aumentava il bollo alle auto. Penso che Visco non avrebbe fatto una manovra tanto diversa da questa».

E il sottosegretario alla Difesa, Guido Crosetto, ha ripreso il cannoneggiamento iniziato una settimana contro Tremonti: «Ci sono volte nelle quali bisogna anche sapere riconoscere delle ragioni alle persone che si sono fortemente criticate. Io condivido totalmente le parole espresse dal ministro dell’Economia durante la conferenza stampa. Mi diffe-


la manovra

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Intelligence e punto di raccordo del Divo Giulio: ecco chi è l’ex finanziere che ha fatto tremare l’Economia Richiesta a sorpresa contro il deputato PdL, accusato di corruzione e rivelazione di segreto d’ufficio

Fateci arrestare Milanese, socio a delinquere di Marco Palombi desso gli uomini vicini a Giulio Tremonti sostengono che con Marco Milanese il ministro sarebbe già in freddo da tempo, che i due non hanno quasi rapporti, che il deputato irpino lavorava per conto suo dentro al partito tanto da essersi avvicinato – recentemente – a Denis Verdini.

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Sarà anche così, ma resta agli atti che Milanese non è più il principale consigliere politico di Tremonti solo da una decina di giorni: si dimise proprio per non mettere in imbarazzo il suo capo quando finì per l’ennesima volta sotto i riflettori di un’inchiesta giudiziaria. Ieri, alla fine di una escalation partita nell’autunno scorso, la richiesta d’arresto per il nostro arrivata alla Camera e le perquisizioni in alcuni palazzi del centro di Roma che sarebbero stati nella sua disponibilità. L’accusa è brutta: corruzione, rivelazione di segreto d’ufficio e associazione per delinquere. In sostanza, Milanese

avrebbe tenuto al coperto da inchieste e controlli la Eig - una società di assicurazioni con sede a Malta, ma che operava soprattutto in Campania - in cambio di soldi e “benefit” vari (una collezioni di orologi di valore, gioielli, auto di lusso, viaggi). I regali era costretto a farglieli, dice lui.

Paolo Viscione - avvocato irpino già finito in carcere mesi fa per la maxifrode fiscale della società assicurativa - amico, e anzi mezzo parente di Milanese, visto che tra le mogli dei due ci sarebbe un legame familiare: «Dovete finirla di chiamarmi. Io non sono l’azionista. Io mi sono rotto i coglioni - si lasciava andare, intercettato, Viscione - Io voglio uscire da questa storia perché quando vengo ricattato dalla politica, da questo Milanese per questa storia qua, che si fotte i soldi, io non voglio averci più a che fare. E se stanno i telefoni sotto controllo è buono che il magistrato che ascolta mi chiama e io gli racconto per filo e per segno». E così fu. Era l’autunno scorso quando il mezzo parente cominciò a inguaiare Milanese davanti ai pm di Napoli, che si spinsero a dicembre fino ad interrogare Tremonti. Oggi l’inchiesta fa un passo

più in là, visto che sotto il mirino della Procura partenopea sono finite pure una decina di nomine in società pubbliche - controllate dal Tesoro che il nostro avrebbe pilotato in cambio del giusto compenso. Tra gli arrestati di ieri, infatti, ci sono pure Carlo Barbieri, sindaco PdL di Voghera, e un noto commercialista di Pavia, Guido Marchese, originario però proprio di Voghera. I due si sarebbero assisi, grazie ai buoni uffici di Milanese, nei consigli d’amministrazione rispettivamente di una controllata di Trenitalia e di Ansaldo Breda, Ansaldo Energia, Otomelara e Sogin. In compenso Barbieri e Marchese avrebbero acquistato delle proprietà immobiliari del potente consigliere di Tremonti in Francia: operazioni che presentano “diverse incongruenze”, secondo l’accusa, e dietro le quali si nasconderebbe il prezzo della corruzione.

Milanese, insomma, traballa e Tremonti, informalmente, lo scarica. Ma chi è Marco Milanese? Nato a Milano nel 1959, ma di famiglia irpina di Cervinara, il nostro è stato negli anni 2000 assai più che l’aiutante di campo del Divo Giulio: ne è stato l’intelligence, il punto di raccordo con partito e


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Ha mantenuto l’aplomb solo fino a che ha tenuto saldi i cordoni della borsa

Infuria la guerra fra bande E Tremonti è sempre più solo

Berlusconi non lo ama, e non controlla più neanche se stesso. Il ministro avrebbe dovuto capire che, dopo Casini e Fini, sarebbe toccata a lui di Osvaldo Baldacci n mezzo a questo circolo ci stanno piazzati tre monti. Tutto ormai sembra girare intorno al ministro dell’Economia. E in realtà non è difficile capire perché. Semplicemente, perché nel bene e nel male è l’unico che governa. Già l’economia è il tema fondamentale da regolare in una società democratica. Inoltre siamo in tempi di crisi, e senza la gestione delle risorse non si va da nessuna parte: senza soldi non si prendono iniziative, e quando mancano i soldi le uniche iniziative che si possono prendere sono quelle per trovarli. Già Giulio Tremonti ha fatto il bello e cattivo tempo in tutti i governi Berlusconi, finendo sempre al centro di aspri dibattiti ma comunque finendo per averla sempre vinta, con una totale carta bianca salvo qualche compromesso con qualche singolo ministro più tenace. Il superministro alla fine si era abituato a fare come voleva, magari a presentare manovre in bianco per ottenere dal governo la delega a fare tutto lui. All’inizio, in fondo forse in molti gli erano pure grati di levargli di torno i noiosi problemi dei conti. Poi sono cominciati gli attriti con le richieste prima di rigore e poi di lacrime e sangue. Poi è arrivato il lungo crepuscolo del berlusconismo e il potere del superministro si è espanso ulteriormente, nel senso che in assenza di un governo che governi, le uniche cose che tocca fare riguardano l’economia, dove lui era abituato a spadroneggiare.

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Gli altri si occupavano solo di giustizia, propaganda, sopravvivenza e piccoli interessi. Lui aveva in mano le chiavi dell’Italia. Infine gli altri si sono svegliati, e quando hanno finalmente capito che davvero bisognava tirare la cinghia e nel frattempo la struttura che li aveva protetti stava crollando, ciascuno ha iniziato a giocare per se stesso, e ha iniziato ad accorgersi che non poteva giocare a nulla se non aveva due lire da spendere per garantirsi un po’ di credito nella speranza di sopravvivere. Ed ecco che inevitabilmente il ministro finisce al centro di tutti gli attacchi incrociati. È come la zattera cui si protendono con violenza tutte le braccia dei fuggiaschi dalla nave che affonda. Anche a costo di sbrindellare il natante e accaparrarsene almeno un pezzo nella speranza di una possibilità di sopravvivenza. E poi, in un ruolo così, vuoi non fare la fine del parafulmine. Dunque, riandiamo indietro con la memoria. Berlusconi governa da 17 anni, in un modo o nell’altro (nel senso che comunque è stato il capo del-

l’opposizione, cosa che in un Paese democratico ha un peso). In questi anni ha sistematicamente allontanato da sé i migliori consiglieri, personaggi di primo piano accantonati in un angolo per manifesta incompatibilità con la corte del principe. L’elenco sarebbe sterminato.

Ma questi sono quelli a cui è, diciamo così, andata bene. Poi ci sono quelli che nel tempo sono invece sta-

Brunetta, Galan, Crosetto... La fine del berlusconismo ha scatenato la rissa persino nelle istituzioni

ti accusati di essere la causa di ogni male, l’ostacolo a riforme e rilancio del Paese. Il premier farebbe tutto benissimo, ma purtroppo gli altri sono sempre colpevoli di intralcio. In estrema sintesi, lo si diceva dell’UDC e dei suoi leader, Casini, Buttiglione e va ricordato anche Follini, poi era tutta colpa di Fini. In mezzo qualche altro capro espiatorio delle inadempienze di governo e maggioranza (compresa l’Unione Europea, da cui l’Italia è

praticamente assente ma che viene sempre tirata in ballo quando bisogna dare la colpa di qualcosa). Come non immaginare che prima o poi sarebbe toccato anche a lui, a Tremonti. Ed ecco che da qualche mese (basta leggere certi giornali) l’operazione è cominciata. Adesso sull’osso si sono buttati anche i naufraghi di cui sopra. D’altro canto, non è così facile chiudere la partita: solo gli sprovveduti potrebbero pensare che l’operazione capro espiatorio abbia avuto successo con l’UDC e con Fini (e anzi il tempo sta dimostrando che le ragioni erano tutte dalla parte dell’UDC), difficile quindi che ora vada del tutto in porto col ministro più potente degli ultimi anni. Un ministro che certamente è abbastanza un solitario, politicamente parlando, e questa è una sua debolezza, ma che allo stesso tempo in questi lustri non è stato a guardare e si è interessato di mettere uomini fidati in gangli vitali del mondo economico del Paese.

E che comunque ha una credibilità internazionale e nella maggioranza è tra i pochi (non l’unico) che può manovrare le leve dell’economia, gestire i bilanci e parlare col mondo produttivo e sindacale. E ora poi è entrato in gioco anche lui. L’aplomb britannico, se così si può definire il suo distacco un po’ altero, l’ha mantenuto quando aveva ben saldi sotto il suo controllo i bottoni del potere. Adesso invece ha iniziato a sfoderare gli artigli, non solo quelli dell’autodifesa istituzionale, personale e professionale, ma anche quelli da rissa da strada. Nsomma, il superministro non sembra estraniarsi dalla lotto per bande in corso nel Pdl e nella maggioranza. Nella guerra del tutti contro tutti Tremonti non vuole essere da meno. Se da una parte pensa a un ruolo superpartes e capace di aggregare un consenso postBerlusconi, dall’altra non riesce a stare del tutto fuori dal gioco al massacro in corso sotto gli occhi degli italiani. Il “cretino” a Brunetta per quanto rubato non è un buon segno (uno come lui che ignora la presenza di giornalisiti e telecamere?), le notizie trapelate sulla salvaFininvest col conseguente “chiedete a Letta” (e la risposta di Berlusconi “Tremonti sapeva”), le indiscrezioni certe sulle minacce di dimissioni ovviamente non in bianco, tutti gli altri screzi, le polemiche, le fughe di notizie e quant’altro. Insomma, ancora una volta si conferma che nel PDL siamo al tutti contro tutti. E Tremonti fa parte dei tutti.

Parlamento, il consigliere più vicino e influente. Per capire quanto pesava il suo nome nell’inner circle del superministro giova ricordare quanto raccontò il capo della sicurezza di Telecom, Giuliano Tavaroli, nel 2008. Tremonti continuava a mettere in difficoltà l’accesso al credito dell’indebitata azienda di Tronchetti Provera con le sue sparate sulle imprese ad un passo dal fallimento: «Decido - rivela Tavaroli - di mettermi in contatto con il capo della sua segreteria, un ufficiale della Guardia di Finanza, Marco Milanese, che poi lascerà le Fiamme Gialle per lavorare direttamente nello studio di Tremonti. Contattare Milanese, proprio lui e non altri, è un modo per dire a Tremonti: conosco i tuoi metodi, conosco il tuo sistema, chi lo agisce e interpreta, da dove possono venirti le informazioni - vere o false che possono danneggiare la mia azienda. Non c’è bisogno di molte parole. Quelle cose lì, si capiscono al volo nel nostro mondo. I due - Tronchetti e Tremonti - si incontrano. I problemi si risolvono». Anche i legali di Milanese, al debutto dell’inchiesta, sottolineeranno in modo speciale il legame col ministro: «Ogni volta che Tremonti si distingue dal coro arriva la stangata su Milanese. Vogliono colpire lui per bastonare il ministro», spiegava mesi fa l’avvocato Bruno Larosa.

Ex ufficiale della Guardia di Finanza, Milanese entra nell’orbita di Tremonti dopo una “visita” per ragioni di lavoro nel suo studio di commercialista e, grazie anche ai buoni uffici di Dario Romagnoli – suo compagno all’Accademia della Gdf, poi socio dello studio del ministro – diventa aiutante di campo di Tremonti quando questi sbarca a via XX settembre. Era il 2001 e da allora l’ascesa del nostro è senza soste: nel 2003 diventa capo della segreteria e sostanzialmente l’interfaccia del suo capo col mondo. Nel frattempo, racconta la leggenda, si laurea e mette insieme un curriculum di studi impressionante: laurea in giurisprudenza, laurea in scienza della sicurezza economico-finanziaria, master in diritto tributario internazionale. Si iscrive all’ordine degli avvocati nel 2007 e fa in modo pure di diventare “Professore ordinario di diritto tributario” grazie all’incarico nella Scuola di formazione del ministero. Le nomine sono una sua passione fin dall’inizio, insieme a quella per le auto di lusso (si dice che all’inaugurazione della sede del PdL ad Avellino si presentò in Ferrari): tra il 2005 e il 2006 riuscì a piazzare come direttore dell’Agenzia delle entrate in Veneto nientemeno che suo cugino, Alessio Vaccariello. Nel 2006, infine, il nostro diventa addirittura deputato, eletto in Campania col beneplacito di Nicola Cosentino, sottosegretario proprio all’Economia. Nel 2008 il ritorno al ministero come consigliere, un incarico nella Banca del Sud e la guida della commissione Finanze del PdL oltre ad un reticolo di relazioni coi mille poteri italiani che solo comincia ad emergere. Adesso, però, le inchieste potrebbero tarpargli le ali. «La sua personalità – ha scritto il giudice - appare quella di chi, amante del lusso e della bella vita, sembra muoversi in dispregio di quelle leggi che egli, più di ogni altro, avrebbe dovuto far rispettare».


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n tutta l’Europa, l’insofferenza verso le agenzie di rating sta decisamente crescendo. In Germania, Angela Merkel non ne può più. Basta con queste Cassandre che si mettono sempre di traverso, rendendo più difficili gli sforzi per risolvere i problemi del debito degli Stati sovrani. A inquietare il Cancelliere la doppia decisione di Standard & Poor’s di bocciare l’accordo, ancora in fieri, di un intervento delle banche a favore della Grecia. Avrebbero dovuto consentire a un allungamento del debito, senza pretendere l’immediato rimborso dei titoli (semitossici) che conservano nella pancia. E invece nulla.Verdetto negativo da parte dell’Agenzia, con la minaccia di abbassare il rating nei confronti di quelle banche che si fossero prestate all’operazione. A mettere il carico da undici è stata Moody’s che ha declassato ulteriormente il debito del Portogallo. Il taglio è stato consistente, facendolo regredire di ben quattro posizioni. Una misura che ha colpito sia i titoli a lunga scadenza che quelli a breve, con la promessa - out look negativo di un’ulteriore penalizzazione. Insomma: “junk bond”, ossia titoli spazzatura. Giudizio senza appello e scarse possibilità di ripensamento. Nei giorni passati era toccato all’Italia. Sempre Moody’s aveva declassato i nostri titoli. Nulla a che vedere con Grecia, Irlanda e Portogallo, ma comunque un segnale preoccupante. Per non perdere punti, Standard & Poor’s non aveva perso tempo, preannunciando un intervento a tappeto su banche e stato della finanza pubblica per un verdetto, da emettere nei prossimi tre mesi.

I

Strano modo di comportarsi, quasi si trattasse di un avviso di garanzia in attesa del giudizio. Il colmo, la stessa Agenzia l’ha toccato qualche giorno fa esprimendo un giudizio fortemente critico sulla manovra - i cui reali contenuti e le relative sorprese si sono conosciute solo ieri - a mercati aperti. Immediata la reazione della Consob che ha, giustamente, chiesto chiarimenti: non tanto sul merito, che esula dai suoi compiti, quanto sul metodo (turbativa dei mercati) seguito. Fatalità ha voluto che a breve distanza da quello spiacevole incidente, il Tribunale di Milano abbia condannato la stessa a pagare a Parmalat una somma di 784mila euro, oltre il rimborso delle spese processuali. La colpa? La disattenzione con cui la stessa Agenzia aveva seguito le vicende del gruppo di Collecchio, prima del famoso crack. Il giudizio positivo aveva spinto ignari investitori a dare fiducia all’azienda sottoscrivendo i relativi bond. Non è stata colpa nostra: hanno replicato i responsabili. Parmalat ci aveva

la manovra fornito informazioni false, carpendo la nostra buona fede. Questa tesi ha consentito all’Agenzia di sfuggire alla richiesta di risarcimento, per molti miliardi. Dovrà tuttavia restituire l’intero ammontare delle commissioni percepite.

Il paradosso sta proprio in questo meccanismo. Un’azienda paga per avere un’expertise sull’andamento della propria gestione. Le Agenzie di rating, incassano la cifra, ed esprimono il giudizio. È sempre quello giusto? O non vi è conflitto d’interessi? L’esperienza dimostra il contrario. Basta ricordare come si comportarono nel caso della Lehman Brothers: valutazioni lusinghiere, fino a un momento prima del collasso. Si spiega pertanto l’irritazione di Angela Merkel. «Mi fido - ha detto - solo dei giudizi del FMI, della BCE e della Commissione europea». Giusta petizione di principio, se non ci fosse di mezzo la coda del diavolo. Queste organizzazioni - a loro volta - sono direttamente coinvolte nelle operazioni di salvataggio. Possiamo sperare in un giudizio assolutamente imparziale? O l’ansia di risultato non farà chiudere un occhio? Nel caso della Grecia, ad esempio, per molti anni le or-

Invece di fare la riforma fiscale e dare incentivi alla crescita produttiva e alle famiglie, il governo ha preferito un’altra strada. Ma può essere una scelta molto pericolosa

Un errore fatale di Gianfranco Polillo ganizzazioni europee non hanno visto o finto di non vedere. I conti, che erano presentati ogni anno, erano più falsi di un dollaro bucato. Poi l’inevitabile giudizio di Dio e una crisi finanziaria, che forse in precedenza poteva essere governata, ma che, alla fine, è rotolata a valanga, mettendo in discussione l’intera impalcatura finanziaria del vecchio continente. Oggi su tutto questo si riflette, specie a livello internazionale. A Christine Lagarde, fresca di nomina alla direzione del FMI dopo il caso Dominique Strauss-Kahn, sono in molti a chiedere più rigore. I prestiti “condizionati”- la tradizionale forma d’intervento dell’Istituto - devono essere garantiti, ma è necessario che queste “condizioni” siano reali ed effettive. Se le maglie si allargano, si crea un pericoloso precedente che rischia solo alimentare aspettative che non si potranno soddisfare. Quindi prudenza e responsabilità.

Come si vede la quadratura del cerchio è quanto mai difficile. Valutatori pubblici e privati

non sfuggono al dilemma della “prova finestra”, come diceva un vecchio slogan pubblicitario. Fino a che punto sono affidabili quelle valutazioni? La risposta degli esperti è un po’ pilatesca. Il responso della Agenzia di rating non è vangelo. Chi vuole investire, tenga conto con moderazione di quelle valutazioni, mettendo nel conto le possibilità di errori. Se questi, tuttavia, risultano sistemici, allora, è bene aumentare la cautela. Le principali Agenzie di rating sono americane. Con questo non vogliamo dire che hanno un occhio di riguardo per quel che accade Oltre Atlantico. Anche se non dobbiamo dimenticare che il debito pubblico dello Zio Sam viaggia ormai a ritmi europei, ma il giudizio è sempre quello della tripla A: il massimo possibile. Senso di responsabilità? Indubbiamente: cosa succederebbe se ci si abbandonasse al downgrading? Probabilmente un grande terremoto, che sconvolgerebbe ul-

teriormente i delicati equilibri della finanza mondiale. Sennonché c’è un altro dato da considerare. Negli USA i criteri contabili sono diversi e più permissivi di quelli europei. I numeri sono numeri, ovviamente, ma il prodotto di una diversa metodologia. Se i parametri fossero uniformi, con ogni probabilità, la situazione americana risulterebbe peggiore a van-

Moody’s e le sue sorelle si comportano ormai come fossero giudici inviolabili e imparziali. Invece ci sono molte ombre nel loro operato taggio di quella europea. Finora abbiamo escluso ogni malafede. Un dato di fondo non va tuttavia trascurato.

Finora gli equilibri dell’economia americana sono stati garantiti dal drenaggio del risparmio mondiale. Se non ci fossero paesi come la Cina, il Giappone, la Germania o i produttori di petrolio, a finanziare il

doppio disavanzo (bilancia commerciale e deficit pubblico) l’economia americana sarebbe da tempo in ginocchio. Ecco allora che la benevolenza delle Agenzia di rating si mescola con un pizzico di calcolo politico. Sono americane e quindi portate a stendere una rete di sicurezza a favore del proprio Paese. Giusto patriottismo. A condizione di non eccedere. Il problema di un referto neutrale sulle condizioni economiche e finanziaria di aziende, banche o debito sovrano, tuttavia resta. Ma purtroppo esso non può essere risolto con tabelle dai numeri, il più delle volte, esoterici; ma cercando di capire ciò che di nuovo si agita nelle acque limacciose dell’economia. L’accenno all’episodio di Standard & Poor’s, censurato da Consob, cui abbiamo fatto riferimento, può rappresentare una prima chiave di lettura.

Nel commentare la manovra finanziaria di Giulio Tremonti, l’Agenzia non fa fatto cenno ai profili finanziari. Si è occupata d’altro: la situazione politica, sempre più incerta, e il basso


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bito - per accrescere il tasso di sviluppo complessivo. Abbiamo talmente utilizzato quella leva da creare il terzo debito del mondo, senza essere la terza potenza del Pianeta. Prima della crisi del 2008, quella percentuale era più che raddoppiata, raggiungendo il 57,9 per cento del Pil. Un cambiamento che ha scosso fin dalle fondamenta il tradizionale mondo della politica economica.

La globalizzazione - perché di questo si tratta - non solo ha ridotto il peso specifico della domanda interna, ai fini del processo di sviluppo complessivo, ma l’ha subordinata alla

Abbiamo il terzo debito pubblico del mondo, ma non siamo la terza potenza economica del pianeta

In apertura il primo ministro cinese Wen Jiabao e il Cancelliere tedesco, Angela Merkel. In alto la leader di Confidustria, Emma Marcegaglia, e in basso il segretario della Cgil Susanna Camusso

tasso di crescita della nostra economia. Un’ottica, per molti versi, rovesciata. È giustificato questo cambio di passo? Qui entriamo nel vivo nel dibattito sotterraneo tra gli economisti più avveduti. Le nuove analisi partono da un dato di fatto. Il debito degli Stati sovrani si concentra in Occidente. Nelle economie emergenti - i BRICS: Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa - quei valori sono più che normali. Lo stesso capita alla Germania. Qual è il legame che unisce realtà pur così diverse? L’andamento delle bilance commerciali, si risponde: esportazioni meno importazioni. I Paesi che hanno un surplus (esportano più di quanto importano) o un pareggio, hanno anche una situazione finanziaria equilibrata. L’opposto si verifica, in caso contrario. L’unica eccezione a questo schema di ragionamento è il Giappone (surplus della bilancia commerciale e il più alto debito del mondo), ma in questo caso le cause sono ben diverse. E poi il 90 per cento di quel debito è nelle mani degli stessi giapponesi: una sorta di partita di giro che non inquieta. Il punto è proprio questo. Se il deficit della bilancia commerciale è persistente, esso può essere sostenuto solo ricorrendo all’indebitamento estero. Si verifica da anni negli Stati Uniti. È stato il tallone d’Achille dei PIGS (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna). Sta emergendo, sempre con maggiore forza, in Italia. Per avere

un’idea: nel 2010 il deficit commerciale spagnolo è stato del 4,5 per PIL, quello portoghese del 9,8, quello greco dell’11,8; quello italiano del 4,2 per cento. La Germania, invece, ha goduto di un surplus del 5,1 per cento. Il che ne spiega la forza relativa. Perché il deficit è pericoloso da un punto di vista finanziario? Perché mette il Paese nelle mani degli investitori esteri e della loro grande capacità di manovra. Se fossimo come il Giappone, a un’eventuale emorragia si potrebbe rispondere con una tassazione suppletiva. Ma se il debito, come in Italia, è detenuto dai residenti solo per meno della metà, quest’operazione risulterebbe ben più difficile.

Se si vuol combattere il male alla radice - queste le conclusioni del dibattito economico più che insistere sul numeratore (il deficit o il debito pubblico) bisogna puntare ad accrescere il denominatore, ossia il Pil: vale a dire aumentare la produttività che è l’unico strumento a nostra disposizione per far crescere le esportazioni e contenere le importazioni. È giusta la ricetta. Restiamo, in Italia, negli anni ’70 dall’andamento delle importazioni e delle esportazioni (grado di apertura dell’economia) dipendeva il 25 per cento del Pil. In quegli anni il dominante dell’evoluzione congiunturale era la domanda interna. Doveva essere sostenuta - anche a costo di fare deficit e de-

dinamica delle altre due variabili che hanno ormai un peso determinante. Se i salari crescono per effetto della maggiore produttività, si esporta di più e si contengono le importazioni sul mercato interno, potendo consumare prodotti nazionali a parità di prezzo. Se, invece, i primi aumentano per effetto di semplici politiche redistributive o per via di una maggiore inflazione, questo effetto compensativo non si manifesta. Le esportazioni non crescono, mentre le importazioni rischiano di aumentare per il semplice fatto che i prodotti concorrenti costano di meno. È quanto si sta verificando in Italia in questi ultimi mesi. Il tasso di crescita ristagna, un certo dinamismo si ha nelle esportazioni; ma le importazioni crescono a un tasso maggiore. Il deficit commerciale tende ad aumentare e, con esso, l’esigenza di coprire il relativo deficit con prestiti internazionali. Che questa deriva vada arrestata è fuor di dubbio. Un passo importante nella giusta direzione è venuto dagli accordi siglati tra Confindustria e l’intero mondo del lavoro (salva l’opposizione ideologica di Fiom) sulle deroghe al contratto nazionale, reddito di produttività e regole della rappresentanza. Nei giorni precedenti, sulla base di questi ragionamenti (contenere le importazioni ed incentivare le esportazioni), avevamo auspicato che il Governo desse priorità alla riforma fiscale: aumentando le imposte indirette e diminuendo quelle dirette, a saldo zero, come hanno fatto Germania e Inghilterra, per citare solo due casi. Avrebbe rafforzato l’intesa tra le forze sociali e dato più forza ad una correzione strutturale degli squilibri dell’economia italiana. Purtroppo, la scelta è stata un’altra.


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a storia della “Via della Seta” comincia con un evento straordinario e imprevisto: l’avventura di Alessandro Magno verso i “confini del mondo”, verso l’Oriente estremo. Lo seguivano la sua grande armata di ingegneri, architetti, topografi, tecnici di idraulica insieme agli esperti d’arte e cultura che contribuirono alla nascita di città, molte delle quali divennero centri commerciali e punti strategici di traffici. Per immagini, l’allure immaginario che avvolge la “Via della Seta” si potrebbe tradurre in un’esposizione storica e geografica che fa riferimento anche all’opera e alla funzione di viaggiatori, mercanti e missionari e che presenta reperti, essenzialmente artistici, provenienti dai siti che fiorirono lungo i tracciati della grande carovaniera da Dunhuang a Samarcanda. Ma, seppure gli spazi coinvolti sono enormi, quello che si coglie è la comunanza di aspirazioni e di soluzioni che costituiscono una ulteriore conferma del dialogo ininterrotto fra civiltà tanto diverse e distanti tra loro.

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La seta, lavorata o grezza, dalla Cina verso l’Occidente comincia la sua avventura e la sua funzione di agente di trasmissione di cultura, come di politica economica, dalla storia stessa delle grandi potenze che nel corso del tempo si trovarono in concorrenza per il controllo dei vari mercati. Partendo dai confini della Cina, centri come Dunhuang (da cui la via carovaniera si biforcava in due percorsi, meridionale e settentrionale) furono vere e proprie isole permeabili all’incontro con le espressioni culturali più diverse e luoghi in cui si manifestarono tendenze artistiche autonome e individuali, sia pure riconducibili ad influenze dovute ora alla Cina, ora all’India, ora all’Iran. Le carovane, che attuavano i collegamenti fra le oasi, e fra queste e le grandi civiltà euroasiatiche, si giovavano di ogni mezzo di trasporto e fra gli animali il più impiegato era il cammello per la sua resistenza e affidabilità. Diverse statuine in ceramica di produzione cinese soprattutto del periodo Tang (618-907 d.C.) attestano il ruolo primario svolto da questo animale all’interno della rete di traffici commerciali sviluppatisi con l’Occidente. Il cammello, infatti ricorre frequentemente rappresentato carico delle preziose balle di sete e talvolta accompagnato dalla figura del mercante, i cui abiti, diversi per foggia da quelli cinesi, attirano l’interesse delle popolazioni e la curiosità degli artigiani del grande impero. Questi gusti e costumi non cinesi si ritrovano anche in molte terracotte che presentano personaggi abbigliati secondo la moda occidentale. Lungo la grande carovaniera transcontinentale, insieme a seta, gemme preziose, pellicce, vetri, essenze aromatiche, spezie e altre merci alimentavano il grande traffico commerciale dei caravanserragli e, con le mercanzie, circolavano idee e conoscenze tecnologiche. Il caravanserraglio è dunque un punto di stazione importante, non solo per le carovane estenuate dal lungo e pericoloso viaggio, ma anche perché è un “nodo” di incontri di più mondi culturali. Qui si raccoglievano e si potevano incontrare, secondo il transito e la vicinanza ai siti, sia il mercante sogdiano, iranico o centro asiatico anche del limes cinese, sia il viaggiatore-pellegrino in transito verso terre lontane, il missionario o il “diplomatico”. Quest’ultimo, responsabile di ambasciate fra Stati, fu anche importante per in-

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Fino a febbraio 2012, a Roma, undici mostre che spaziano dalla storia all’archeol

Le vie della seta sono infinite Dal prossimo ottobre, la Biennale internazionale della cultura dedicata alla fitta rete commerciale che univa i Paesi del medio ed estremo Oriente di Rossella Fabiani

staurare rapporti in realtà sempre legati a contatti commerciali, ma anche mirati a ottenere alleanze utili in un’area, come quella della “Via della Seta”, esposta a incursioni: dai nomadi delle steppe sino alle conquiste di territori da parte di invasori potenti e agguerriti quali furono gli stessi arabi musulmani e poi i mongoli ilkhanidi che si convertirono all’islam e che crearono imperi di lunga durata, sostenuti da un ferreo e feroce potere militare e dispotico, ma che portarono comunque la pace, la cosiddetta “Pax Mongolica”, in terre per tanto tempo martoriate da continue lotte. Ed è per avere la pace che comincia la diffusione della seta. Ai bordi della strada delle carovane, si distende da Oriente verso Occidente un’area a economia mista, prevalentemente pastorale, ma abbastanza differenziata inserita com’è tra Paesi nei quali primeggia l’attività economicoagricola, dominio incontrastato da sempre del cavaliere nomade e pastore, che minaccia i sedentari agricoltori. Incursioni e attacchi dei nomadi trovarono soluzione quando Gao Zong (202-195 a.C.) dovette barattare la pace con l’invio annuale di sete come “dono”: in realtà, un vero e proprio tributo. Il dono della seta indicato dai caratteri he qin (pace e alleanza), diventa strumento politico e da questo momento inizia a delinearsi la fisionomia della grande carovaniera e dei territori che gravitano in-

torno a essa, dando luogo a un sistema di equilibri politico-economici estremamente labili, dal quale dipendono le economie sia dei piccoli Stati disseminati lungo i territori carovanieri, sia delle grande potenze eurasiatiche. Sono i reperti arrivati fino a noi, con le loro forme e i loro motivi decorativi, a restituirci per immagini la complessa fisionomia culturale che si esprimeva lungo i tracciati del percorso carovaniero dove, anche per mezzo di mutui scambi e apporti diretti, si assiste a un fenomeno di propagazione a volte diretta, a volte mediata. Oltre ai famosi reperti di Palmira e di Kerch, che attestano una diffusione di squisita esportazione commerciale, migliaia di manufatti e di oggetti provenienti dalle varie città che si incontrano lungo le carovaniere - Mosul, Ctesifonte, Taq-e Bostan, Merv, Ghazna, Samarcanda, Swat, Kucha, Turfan, Dunuhang, Xi’an, Chang’an, Beijing... - sono lì a rappresentare la sovrapposizione di culture e di religioni avvenute lungo le “Vie della Seta”.Tutto questo, e non solo, potrà essere visto a Roma nel prossimo autunno - da ottobre a febbraio 2012 grazie alla “Biennale internazionale di cultura Vie della Seta”un’iniziativa voluta e ideata dalla sinergia del ministero degli Esteri, il ministero della Cultura, Roma Capitale e a cura di Zètema Progetto Cultura. Con un programma di undici mostre – che spaziano dalla storia


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logia e all’arte contemporanea, con un ricco calendario di conferenze e di eventi

all’archeologia, dall’attualità all’arte contemporanea – e con un ricco calendario di conferenze e di eventi, la Capitale diventerà un luogo di incontro internazionale coinvolgendo alcuni dei musei più prestigiosi della città: il Museo dei Fori Imperiali ai Mercati di Traiano, il Museo di Roma a Palazzo Braschi, il Museo di Roma a Trastevere e il Macro, ma soprattutto lo straordinario complesso delle Terme di Diocleziano che, per l’occasione, riaprirà al pubblico due padiglioni.

La Biennale dunque, oltre a essere dedicata a quei Paesi del medio ed estremo Oriente che, fino al XIII secolo, hanno costituito un mistero per l’Europa, ha messo anche insieme gli Istituti italiani di Cultura di Pechino, New Delhi, Giakarta e Istanbul che saranno a loro volta promotori, con il coinvolgimento delle istituzioni locali, di iniziative, mostre, incontri, conferenze e rassegne da realizzare nelle rispettive città. Ad aprire la Biennale in ottobre, sarà la mostra allestita alle Terme di Diocleziano Le strade degli Dei che porta la firma prestigiosa dell’Isiao (Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente) per l’ideazione e la cura scientifica presieduta dal professore Gherardo Gnoli con i professori Pierfrancesco Calmieri e Francesco D’Arelli come curatori. Si tratta di un’anteprima mondiale con l’esposizione di una

In queste pagine, un’illustrazione di quella che era la Via della Seta e alcuni reperti che saranno messi in mostra a Roma, da ottobre 2011 fino a febbraio 2012, nell’ambito della rassegna “Biennale internazionale della cultura Vie della Seta”

mappa cinese avvoltolata su un telo di oltre trenta metri (risalente all’inizio del XVI secolo e rinvenuta recentemente in Giappone). La mostra accompagnerà il visitatore lungo un affascinante viaggio, illustrato con immagini, ricostruzioni multimediali, animazioni e con una selezionata quantità di manufatti di varia tipologia, attraverso le Città che più animarono la via dal Mare Nostrum a Pechino, tra il II secolo a.C. e il XIV secolo d.C. È prevista per novembre la mostra organizzata dallo Stato della Georgia, Il Vello d’Oro: antichi tesori della Georgia curata da Tiziana D’Acchille e allestita al Museo dei Fori Imperiali nei Mercati di Traiano. È ispirata al mito degli Argonauti e dei paesi Caucasici come ponte culturale tra Europa e Asia. E oltre quaranta anni di scavi a Vani, “la Pompei della Colchide”, fulcro amministrativo e al tempo stesso economico e religioso, hanno restituito ogni sorta di meraviglie. In particolare, sfarzosi corredi funerari ritrovati nelle tombe del V - IV secolo, periodo in cui la città e il regno giunsero al culmine della ricchezza e dello splendore. E doveva essere un vero Eldorado la selvaggia e barbara Colchide, l’antica regione dell’Asia Minore oggi corrispondente alla parte occidentale della Georgia. Strabone racconta che lì fiumi e torrenti erano così carichi d’oro che ai suoi abitanti bastava tendere nell’acqua delle pelli di ariete perché

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nel loro vello si depositasse in abbondanza la preziosa polvere. Sembrava una favola bella e buona confezionata dallo storiografo greco per introdurre nel libro XI del Geographia le mitiche imprese di Giasone e degli Argonauti alla conquista del Vello d’oro, che si trovava proprio nella Colchide. E tale si è creduta fino a quando, nel 1985, l’avventuriero Tim Severin - che aveva esplorato la Colchide con in mano i quattro libri delle Argonautiche di Apollonio Rodio non documentò sulle pagine del National Geographic che alcune popolazioni locali per estrarre l’oro avevano fatto uso di pelli di pecora fino a pochi decenni prima. A dissipare qualsiasi dubbio sulla leggendaria profusione d’oro che caratterizzava la regione, celebrata dalle fonti classiche, sono stati anche i favolosi tesori dissotterrati dagli archeologi negli oltre quarant’anni di scavi a Vani che hanno riportato alla luce diademi, braccialetti, pendenti, orecchini, pettorali, fibule, bottoni e collier dai motivi zoomorfi più bizzarri: tartarughe, gazzelle, cervi, animali fantastici, e naturalmente arieti. Da novembre un pezzo del museo archeologico di Vani rimarrà vuoto perché quella parte d’Europa che non conosce questi autentici gioielli del patrimonio culturale delle regioni caucasiche, in particolare della giovane Repubblica della Georgia, potrà finalmente rifarsi gli occhi visitando la mostra romana. Avrà invece come protagonista l’Armenia, la mostra organizzata dallo Stato euroasiatico intitolata Dvin: una Capitale tra Europa ed Asia allestita al Museo di Roma a Palazzo Braschi e prevista per novembre. Per l’occasione Dvin, la grande capitale dell’antica Armenia, si rivelerà quale importante città sulla strada che collega l’Oriente e l’Occidente. Non solo.

La mostra evidenzierà le profonde stratificazioni culturali, attraverso l’esposizione di oltre quaranta reperti artistici. Per chi ha più interesse per l’attualità non potrà mancare invece tre mostre fotografiche: Il fascino di Beijing, al Museo di Roma in Trastevere, organizzata dalla Municipalità di Pechino, nell’ambito dell’Anno Culturale della Cina in Italia, che esporrà cento gigantografie di famosi fotografi che illustrano le bellezze, le attrattive e le contraddizioni di Beijing; L’ultima Carovana, al Museo dei Fori Imperiali nei Mercati di Traiano da febbraio 2012, organizzata dallo Turchia, che documenterà il lavoro del fotografo contemporaneo turco Arif Asci, che ha ripercorso, con una carovana di otto perone e dieci cammelli, un antico tracciato commerciale partendo da Xian e arrivando ad Istanbul. Il viaggio, attraverso Kyrgyzistan, Turkmenistan e Iran, è durato diciotto mesi per un tragitto di 12mila chilometri. E infine, Luci cinesi 1980-2010, al Museo delle Terme di Diocleziano: il racconto per immagini realizzato da Enrico Rondoni sul grande cambiamento che la Repubblica Popolare Cinese ha compiuto in questi ultimi 30 anni. Un percorso - allestito in collaborazione con l’architetto Donata Tchou - diviso per temi, che metterà a confronto le immagini di ieri con quelle di oggi. La Biennale prevede anche mostre di arte contemporanea ospitate negli spazi del Macro e accompagnate da incontri con gli artisti. E tutto questo per un filo di seta che, non soltanto simbolicamente, è riuscito a congiungere cultura, tradizioni e usanze del vicino e lontano Oriente con la nostra civiltà.


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Netanyahu e Papandreou hanno stretto un patto di ferro. E nessuna Flottilla transita più per Gaza. La sfida degli attivisti, però, arriva dal cielo...

La strana alleanza I due premier si sono avvicinati per timore della Turchia e adesso sono inseparabili di Luisa Arezzo loccati via mare, gli attivisti filo-palestinesi della Freedom Flotilla che vogliono puntare su Gaza ci riprovano via aereo. E anziché sfidare il blocco navale israeliano, arriveranno all’aeroporto internazionale Ben-Gurion di Tel Aviv con l’obiettivo di viaggiare da Israele verso i Territori palestinesi con intenzioni che gli organizzatori definiscono «assolutamente pacifiche». Centinaia di poliziotti di rinforzo sono stati schierati nello scalo per fermare gli almeno 600 attivisti, metà dei quali francesi, che hanno cominciato ad arrivare già da ieri. Il “grosso” però è atteso per oggi, su 50 voli provenienti da tutta Europa. Alcuni attivisti, in realtà, sono già entrati nel Paese, ma per non creare frizioni sono stati lasciati passare ad eccezione di cinque francesi e belgi fermati dopo l’arrivo. Per ora è la polizia a gestire la nuova sfida a Israele, ma nel corso della giornata dovrebbe essere creata una task force congiunta composta anche da uomini dell’intelligence. Secondo Haaretz, il ministero

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dei Trasporti ha chiesto alle compagnie aeree di presentare le liste dei passeggeri 48 ore prima del decollo. «Il personale di sicurezza israeliano negli aeroporti europei è stato incaricato di indicare i passeggeri sospetti; se un aereo decolla con un sospetto a bordo, quella persona sarà fermata al Ben Gurion per essere rimessa su un

ostacoli burocratici, le autorità greche hanno alla fine chiamato in causa la sicurezza nazionale israeliana e hanno fatto arenare l’intero progetto. Il punto vero, però, è che sono settimane che nulla riesce più a passare nelle acque greche del Mediterraneo, e questo perché fra il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il suo collega

Israele ha investito nel suo rapporto con la Grecia nell’ultimo anno e mezzo, e la sua scommessa ha pagato, visto che Atene sembra intenzionata a bloccare tutte le navi per la Striscia aereo diretto al Paese d’origine prima che raggiunga il controllo passeggeri. Se si ritiene che ci siano decine di attivisti su un determinato volo, l’aereo sarà fatto atterrare su una corsia esterna oppure i passeggeri passati al vaglio in un terminal esterno». Insomma, maglie strettissime da parte della sicurezza, un’organizzazione sintetizzata dalle parole usate, durante un briefing con gli agenti della polizia: «All’arrivo in aeroporto, sarà come entrare sul set del Grande fratello, un reality show. In altre parole, (gli attivisti) avranno tutti gli occhi puntati addosso». Da ieri dunque, la sfida degli attivisti non arriverà più via mare, ma via cielo, visto che proprio ieri è stata intercettata e fermata in un porto di Creta anche l’imbarcazione francese di Freedom Flotilla2, che era riuscita a levare le ancore e salpare verso Gaza. È stato l’ennesimo stop agli attivisti che volevano rompere l’assedio navale israeliano: dopo una serie di

greco George Papandreou è stato siglato un patto di ferro (seppur potenzialmente momentaneo).

La strana alleanza fra i due (considerando che per decenni questi Paesi si sono praticamente ignorati) è sbocciata nel febbraio del 2010, quando i due si sono incontrati (pare casualmente) al ristorante “Puskin” di Mosca. In quell’occasione, Netanyahu approfittò dell’improvvisato vertice per parlare con il primo ministro greco dell’estremismo turco contro Israele, e siccome il tema li accomunava (basti pensare alla decennale disputa su Cipro fra Istanbul e Atene) i due divennero ben presto amici. E da allora si parlano almeno una volta alla settimana. A rinsaldare la novella amicizia, ci pensò la flottiglia turca Mavi Marmara salpata nel maggio 2010 alla volta di Gaza. La spedizione, finita come tutti sappiamo con l’intervento delle Forze armate israeliane che

provocò la morte di nove attivisti (e proprio ieri al riguardo sono uscite le prime indiscrezioni sul rapporto Palmer dell’Onu, ne parleremo più avanti), suscitò gravi preoccupazioni tra i ranghi dell’intelligence e dell’esercito greco, che cominciò ad esercitare pressioni sul suo governo affinché rafforzasse i legami diplomatici con Israele. Papandreou non aveva bisogno di molto per farsi convincere. E a luglio dell’anno scorso atterrò a Gerusalemme, in quella che è stata la prima visita ufficiale di un primo ministro greco in Israele in 30 anni.

Poche settimane dopo, Netanyahu contraccambiò recandosi ad Atene e trascorrendo un’intera giornata con Papandreou e altri funzionari su un’isola vicina. Secondo un recente articolo del quotidiano israeliano Haaretz, «i diplomatici israeliani possono attestare che lo sbocciare dell’amicizia tra i due paesi nel corso del passato anno e mezzo è stato a dir poco spettacolare». È aumentato lo scambio di informazioni fra le due intelligence, l’aeronautica militare israeliana ha condotto una serie di esercitazioni congiunte con l’aeronautica greca, e Netanyahu ha chiesto l’assistenza di Papandreou per trasmettere diversi messaggi al presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas. Di più: molti dei colloqui tra Netanyahu e Papandreou nei mesi scorsi hanno ruotato attorno alla grave crisi


mondo

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do di arrivare in Israele via aereo. Una possibilità che probabilmente nessuno aveva prima mai preso in considerazione. Vedremo adesso come risponderà Israele. Resta comunque il fatto che la scorsa settimana, in occasione della cerimonia di consegna dei diplomi alla Scuola di Volo dell’Aeronautica israeliana, Netanyahu ha discusso degli sforzi diplomatici in atto per impedire alla flottiglia2 di salpare verso Gaza, e l’unico leader che ha citato in tale occasione è stato quello di George Papandreou.

finanziaria che attanaglia la Grecia e in cambio del supporto anti-flottiglia Netanyahu è più volte venuto in aiuto del suo nuovo amico chiedendo, durante i vertici dei ministri degli Esteri e dei leader europei, di fornire aiuti finanziari alla Grecia. «Netanyahu è diventato il lobbista della Grecia presso l’Unione Europea», ha affermato un diplomatico israeliano.

E così nelle ultime settimane, mentre gli sforzi per fermare l’imminente spedizione della flottiglia filo-palestinese a Gaza giungevano a un punto critico, «Netanyahu - sempre secondo Haaretz - ha raccolto i

grande nemico in Occidente. Un “gioco” che Papandreou ha deciso di supportare, ordinando che a tutte le navi in partenza verso Gaza venisse impedito di lasciare i suoi porti. La decisione della Grecia, insieme con l’annuncio dell’organizzazione umanitaria turca Ihh che la Mavi Marmara non sarebbe partita, e con il comunicato del presidente di Cipro che vietava alle navi di dirigersi a Gaza, ha segnato quasi del tutto il destino della flottiglia. «Gli organizzatori della flottiglia non hanno tenuto conto del fatto che la Grecia del giugno 2011 non è la Grecia del maggio 2010», ha affermato un alto funzionario

Centinaia di poliziotti di rinforzo sono stati schierati nello scalo Ben Gurion per fermare gli almeno 600 attivisti, metà dei quali francesi, che dovrebbero arrivare già da oggi dall’Europa frutti del suo investimento nei rapporti greco-israeliani, e la sua scommessa su questo paese europeo si è rivelata vincente». Per molti israeliani, infatti, il premier si è dimostrato capace di creare una valida alternativa alle relazioni con la Turchia (interrotte dopo il caso Navi Marmara, e adesso in leggera ripresa, basti pensare che il premier ha inviato un messaggio di congratulazioni ad Erdogan per la vittoria alle imminenti elezioni turche), mostrando al leader turco che Israele è pronta a stringere un rapporto molto stretto con il suo più

israeliano che ha lavorato intensamente negli ultimi mesi per evitare che la missione della flottiglia di Gaza avesse luogo. «Oggi c’è un Grecia diversa, per quanto riguarda Israele», ha aggiunto. «Gli organizzatori della flottiglia non lo hanno capito e ora ne stanno pagando il prezzo». In realtà, gli organizzatori non ci hanno messo poi molto a capire che l’aria era fortemente cambiata e che più nulla avrebbe potuto navigare le acque greche verso Gaza. E così, dopo l’ennesimo fermo, hanno deciso di lanciare la loro nuova provocazione, deciden-

Sopra, scontri a Gaza e Natanyahu con Papandreou. Sotto, il premier turco Erdogan e a sinistra uno striscione pro flotilla per l’enclave palestinese

L’episodio della Mavi Marmara, sempre ieri, è tornato alla ribalta con l’uscita delle prime indiscrezioni sul rapporto Palmer (l’indagine delle Nazioni Unite sull’assalto da parte della Marina israeliana, il 31 maggio 2010, di alcune navi battenti bandiera turca che cercavano di forzare il blocco navale contro la Striscia di Gaza e che dovrebbe essere ufficialmente presentato dall’Onu ad ore), volto proprio a fare luce sull’intera vicenda. Il blocco della Striscia di Gaza da parte di Israele è legale, ma l’intervento dello Stato ebraico contro la flottiglia filopalestinese dell’anno scorso ha rappresentato un uso eccessivo della forza. E la Turchia, che appoggiava la filosofia della flottiglia nel 2010, non ha fatto «abbastanza» per fermarla. Sarebbero queste, in sintesi, le conclusioni che verranno presentate al segretario generale dell’Onu, Ban Kimoon, e anticipate ieri sia dal New York Times che da Yedioth Ahronoth. L’episodio della Mavi Marmara - nove cittadini turchi furono uccisi dai militari israeliani dopo che parte dell’equipaggio aveva cercato di linciare gli uomini in uniforme intenti a sbarcare sulla nave - ha fatto calare il gelo sui rapporto fra i due stati. Ed Ankara attende ancora le scuse ufficiali di Gerusalemme. Scuse che, aveva ribadito ieri il ministro degli Esteri di Netanyahu, Avigdor Lieberman, Israele si rifiuta di porgere «per non umiliare i propri militari». Allo stesso tempo, in seno all’esecutivo israeliano si registra la volontà del ministro della Difesa, Ehud Barak, e di quello della Difesa del fronte interno, Matan Vailnai, di normalizzare le relazioni con la Turchia. Una linea resa più forte dal mancato patrocinio delle associazioni turche alla seconda flottilla per Gaza. Ma il disgelo fra Erdogan e Netanyahu è ancora lontano, e certamente la strana alleanza con la Grecia - se da una parte rende Erdogan più malleabile dall’altra rafforza la sfiducia.


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grandangolo Minsk schiaccia senza pietà ogni forma di dissidenza interna

Mille persone in galera in un giorno. Ecco chi è Lukashenko

Vietato applaudire, vietato fermarsi per la strada in gruppi di più di tre persone: in Bielorussia il presidente vuole stroncare le proteste “silenziose” del mercoledì e non fa sconti a nessuno, arrestando anche anziani e bambini. Soprattutto perchè teme di perdere il controllo della provincia, la vera base del suo potere di Laura Giannone ivieto. Di riunirsi per strada, di manifestare, di applaudire (il motivo è presto detto: i cortei sono pacifici e come unico atto di dissenso i suoi partecipanti battono le mani, rendendo l’atmosfera surreale). E nessuno è escluso da questa paradossale ordinanza: nemmeno gli anziani e i bambini. È il pugno di ferro dell’ultimo vero dittatore d’Europa, Aleksandr Lukashenko (al potere dal 1994) che dalle elezioni dello scorso dicembre sta stroncando ogni forma di protesta alla radice: arrestando chi lo contesta. Solo mercoledì scorso la nuova retata di manifestanti, con oltre 500 fermi (anche se il centro bielorusso per i diritti umani Vesna, citato dall’agenzia Interfax, parla di 1700 arresti) compresi almeno 25 giornalisti, tutti di testate non governative. Promotrice delle proteste, l’associazione “Rivoluzione attraverso i social network” ha lanciato l’idea di tenere azioni di contestazione, in particolare contro la politica economica del presidente Lukashneko.

D

L’appuntamento dovrebbe avere scadenza settimanale, ogni mercoledì, con dinamica ormai affermata: la gente viene invitata a scendere in strada in silenzio e a battere le mani. E la risposta del regime è di intransigenza assoluta. «Mercoledì la polizia interveniva appena vedeva un gruppetto di più di tre persone», riferisce Gazeta.ru, che riportava ieri le testimonianze di cittadini da di-

Sono oltre 1.700 i cittadini fermati dal 15 giugno nelle azioni di protesta promosse via internet

verse città bielorusse. «Dopo la retata, sulle strade c’erano scarpe abbandonate. Le forze di sicurezza hanno usato le maniere forti anche con donne e bambini, li prendevano per i capelli, li strattonavano», ha raccontato un testimone oculare da Grodno, presso il confine con la Polonia.

Al potere da quasi 17 anni il presidente Lukashenko è sotto il fuoco delle critiche occidentali per la repressione delle opposizioni, inasprita dopo le contesta-

tissime elezioni presidenziali di dicembre scorso. Elezioni che hanno tristemente portato agli onori della cronaca il quartiere generale del Kgb nel centro di Minsk, noto ai residenti con il soprannome di “Amerikanka”. Nessuno sa con certezza come l’enorme complesso si sia guadagnato tale nome, ma tutti in Bielorussia sanno che non è un posto dove è piacevole ritrovarsi. Con le sue colonne corinzie e le sue pareti giallo acceso, dall’esterno l’edificio sembra innocuo. Invece è una gabbia per gli ultimi prigionieri politici d’Europa, e l’epicentro della brutale repressione a opera dell’ultimo dittatore del continente. Aleksandr Lukashenko, presidente della Bielorussia, ha governato il suo paese con il pugno di ferro sin da quando ha conquistato l’indipendenza dall’Unione Sovietica nel 1991. Negli ultimi mesi, però, le sue forze di sicurezza hanno dato la caccia agli oppositori con una ferocia degna dell’epoca sovietica. In pratica, tutti i candidati alla presidenza che hanno osato sfidare Lukashenko alle elezioni del dicembre scorso sono stati messi in carcere o agli arresti domiciliari.

Si parla di torture, e di forti pressioni sui candidati a denunciarsi a vicenda in dichiarazioni filmate. Alcuni sono crollati e hanno ceduto, altri si sono opposti e adesso rischiano anni di carcere, e solo per aver partecipato alle elezioni. Cinque avvocati che li avevano difesi sono stati radiati, mentre altri 700 citta-


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e di cronach

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Errico Novi (vicedirettori) Vincenzo Faccioli Pintozzi (caporedattore) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica) Direttore da Washington Michael Novak Consulente editoriale Francesco D’Onofrio Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria) Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni)

dini comuni sono stati arrestati in quella che Human Rights Watch ha definito una «pagliacciata della giustizia». E i processi farsa, in un paese dove la polizia segreta si chiama ancora Kgb, sono appena agli inizi. «Poche settimane fa Aliaksandr Otroshchenkov - ha scritto il britannico The Independent - addetto stampa di un esponente dell’opposizione, è stato portato in tribunale, chiuso in una gabbia e condannato a quattro anni di reclusione in un carcere di massima sicurezza al termine di un dibattimento durato poche ore. I procuratori hanno accusato Otroshchenkov e altri due imputati di aver commesso atti di vandalismo durante una protesta a Minsk, la sera delle elezioni presidenziali. Il trentenne imputato ha ammesso di aver preso parte alle manifestazioni – alle quali si stima che fossero presenti circa 30mila persone – ma ha smentito di aver provocato danni. Il cosiddetto “atto di vandalismo” che potrebbe costare a Otroshchenkov quattro anni di carcere consiste nell’aver “colpito una recinzione di legno”.

Nelle prossime settimane i processi continueranno. Altre 18 persone, tra cui i sette candidati alla presidenza che hanno sfidato Lukashenko, dovranno difendersi dall’accusa di aver organizzato disordini di massa, reato che può comportare pene fino a 15 anni di reclusione. Tra gli imputati c’è anche Ales Mikhalevich: per due mesi questo avvocato trasformatosi in politico dell’opposizione è rimasto chiuso a languire all’Amerikanka, dopo che gli agenti del Kgb avevano sfondato a calci la porta di casa sua e lo avevano arrestato all’indomani delle manifestazioni di Minsk contro il risultato delle elezioni. Mikhalevich, 35enne e padre di due figli, è stato liberato il 19 febbraio, ma soltanto dopo aver firmato una dichiarazione in cui si impegnava a collaborare con il Kgb e a non riferire a nessuno quello che gli era accaduto. Un po’ di tempo fa, però, Mikhalevich ha fatto qualcosa di incredibile: è riuscito a eludere la sor-

Il regime calpesta regolarmente i principi della democrazia e dei diritti umani, ed è fuori dal Consiglio europeo

veglianza delle sue guardie e si è recato a una conferenza stampa nel corso della quale, davanti a una troupe di giornalisti operatori, ha stracciato la copia del documento da lui firmato al Kgb e ha fornito un resoconto dettagliato delle torture subite da lui e dagli altri prigionieri. Poi ha concluso: «Mi rendo conto che prima che il sole tramonti potrei ritrovarmi in cella. Farò tutto il possibile perchè questo campo di concentramento nel centro di Minsk chiuda per sempre». Di Andrei Sannikov, invece, non si è saputo nulla per settimane. È uno dei due candidati alla presidenza trattenuto all’interno dell’Amerikanka senza poter comunicare con nessuno. Nulla finché,

a metà maggio, un tribunale bielorusso lo ha condannato a cinque anni di galera per aver organizzato una manifestazione il 19 dicembre scorso, giorno del ballottaggio. «La vendetta di Lukashenko» ha titolato il quotidiano polacco Gazeta Wyborcza. L’altro è Nikolai Statkevich.

Sannikov, 54 anni, è un ex diplomatico e uno dei leader più illustri dell’opposizione arrestati durante le proteste del 19 dicembre scorso, quando è stato picchiato dagli agenti antisommossa. Sua moglie, la giornalista Irina Khalip, è invece agli arresti domiciliari e due agenti del Kgb sono di guardia al suo appartamento. Sua sorella Irina Bogdanova, che si è trasferita in Gran Bretagna negli anni novanta, ha detto che «le condizioni in cui è tenuto sono spaventose. Finora ha potuto parlare con il suo avvocato solamente durante gli interrogatori».Vladimir Neklyaev non si trovava ancora in piazza Indipendenza quando è stato circondato dagli agenti antisommossa. Neklyaev è stato picchiato e portato in ospedale, ma le ferite non gli hanno evitato l’arresto. Questo poeta 64enne è stato portato via a forza dagli agenti del Kgb e trasferito all’Amerikanka. Sua figlia Eva Neklyaev ha detto che «gli agenti non hanno mostrato alcun documento, né gli hanno detto che era in arresto. Se lo sono semplicemente portato via avvolto in una coperta. Solo otto giorni dopo ci hanno detto dove si trovava». Molti di coloro che sono stati arrestati e poi rilasciati negli ultimi due mesi hanno ormai abbandonato il paese. Natalia Koliada, che lavora con il Free Belarus Theatre, un gruppo di artisti che allestisce spettacoli senza censura in teatri nascosti, è riuscita a scappare dopo essere stata rilasciata per un vizio procedurale. E ha detto: «Minsk è a sole due ore di volo da molte capitali Ue. Non abbiamo gas, non abbiamo petrolio, non abbiamo nulla. Ma siamo un popolo: non aspettate di vederci ammazzati in strada per darci una mano».

Collaboratori Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Osvaldo Baldacci, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Giuliano Cazzola, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Anselma Dell’Olio, Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Aldo G. Ricci, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Gennaro Malgieri, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Antonio Picasso, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Franco Ricordi, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Emilio Spedicato, Maurizio Stefanini, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Consiglio d’amministrazione Vincenzo Inverso (presidente) Raffaele Izzo, Letizia Selli (consiglieri) Concessionaria di pubblicità e Iniziative speciali OCCIDENTE SPA Presidente: Emilio Bruno Lagrotta Amministratore delegato: Raffaele Izzo Consiglio di amministrazione: Ferdinando Adornato, Vincenzo Inverso, Domenico Kappler, Antonio Manzo Angelo Maria Sanza Ufficio pubblicità: Maria Pia Franco 0669924747 Agenzia fotografica “LaPresse S.p.a.” “AP - Associated Press” Tipografia: edizioni teletrasmesse New Poligraf Rome s.r.l. Stabilimento via della Mole Saracena 00065 Fiano Romano Distributore esclusivo per l’Italia Parrini & C - Via di Santa Cornelia, 9 00060 Formello (Rm) - Tel. 06.90778.1 Diffusione Ufficio centrale: Luigi D’Ulizia 06.69920542 • fax 06.69922118 Abbonamenti 06.69924088 • fax 06.69921938 Semestrale 65 euro - Annuale 130 euro Sostenitore 200 euro c/c n° 54226618 intestato a “Edizioni de L’Indipendente srl” Copie arretrate 2,50 euro Registrazione Tribunale di Salerno n. 919 del 9-05-95 - ISSN 1827-8817 La testata beneficia di contributi diretti di cui alla legge n. 250/90 e successive modifiche e integrazioni. Giornale di riferimento dell’Udc

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ricordi

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aria Rita Saulle era prima di tutto una donna straordinaria per quel suo sguardo di futuro, che le permetteva di scorgere delle opportunità laddove altri vedevano solo delle difficoltà. Mai indifferente davanti alle ingiustizie della nostra società, sentiva l’urgenza di cercare una soluzione che riaffermasse con forza il valore dei diritti umani. Aveva uno stile personale estremamente sobrio nel trattare le questioni, anche le più complesse, andando direttamente al cuore dei problemi, senza concedere né a se stessa né agli altri facili consolazioni. Neppure quelle che in un certo senso derivano dall’attività di studio e di ricerca e che molte volte possono indurci ad accontentarci dello scambio intellettuale con colleghi ed esperti. Per Maria Rita ogni ingiustizia con cui entrava in contatto diventava una sfida a fare il possibile per venirne a capo, dando un contributo personale efficace. Sentiva la responsabilità di rendere più giusto il mondo in cui viviamo, senza accontentarsi di descriverne le storture e il disagio che ogni ingiustizia crea a livello personale e sociale. Oggi che se n’è andata dopo una malattia drammaticamente breve, ma devastante come solo certi tumori ancora oggi sanno essere, mi piace ricordare tre momenti particolari in cui abbiamo condiviso da fronti diversi, uno stesso orizzonte di valori.

M

Il primo riguarda il rapporto con i bambini e l’impatto che la disabilità può avere nella loro vita e in quella delle loro famiglie. Per Maria Rita, non bastavano le risposte che i loro bisogni potevano trovare grazie ad un progetto assistenziale animato dalla dedizione di un volontariato generoso. Voleva che al centro dell’attenzione di tutti ci fossero i loro diritti, un diritto a ricevere una serie di servizi, proprio in base ad un principio di elementare pari opportunità. È stata il negoziatore per l’Italia della Convenzione delle Nazioni Unite per i diritti del bambino dal 1986 al 1989 e fin dal 1987, come delegata dell’Italia alle Nazioni Unite, propose una Convenzione mondiale sulle pari opportunità dei disabili. La Convenzione viene approvata il 13 dicembre 2006 ed è stata aperta alla firma degli Stati il 30 marzo 2007. In Italia è sempre Maria Rita Saulle che ne cura la traduzione, che sarà ultimata il 2 marzo 2007. Un lavoro complesso durato 20 anni che testimonia la tenacia con cui seguiva le sue intuizioni e faceva di tutti per tradurle in atto, senza distarsi dall’obiettivo principale. Oggi questa convenzione è il punto di riferimento intorno al quale ruota il comma 6 dell’articolo 3 della legge sul cosiddetto testamento biologico, che riprende quasi letteralmente il comma f del-

L’eminente giurista si è spenta ieri a Roma a 75 anni. Oggi i funerali, in forma privata, nella capitale

Un esempio di umanità Maria Rita Saulle ha lasciato un’impronta sull’Italia di Paola Binetti

l’articolo 25 della Convenzione che recita “prevenire il rifiuto discriminatorio di assistenza medica o di cure e servizi sanitari o di cibo e fluidi sulla base della disabilità”. Tenacia e determinazione, oltre a lungimiranza e competenza giuridica sono note fondamentali del suo carattere e del suo stile di lavoro, che le hanno consentito di essere sempre concreta ed efficace. Nel 1992 scrisse il Codice internazionale dei diritti del minore e due anni dopo nel 1994 La Convenzione delle Nazioni

piano della mobilizzazione delle diverse associazioni, che guardano a lei come ad una delle poche persone capace di offrire loro strumenti efficaci nel momento di esigere dalle istituzioni quanto dovuto.

Elabora un filone di riflessioni che tende a valorizzare sempre di più i diritti dei bambini, a coinvolgerli nelle decisioni che li riguardano, a responsabilizzarli sulla via del diritto.Vuole aiutare loro, le loro famiglia, ma anche tutto il personale che e ne prende cu-

Il secondo giudice donna della storia della Consulta dopo Fernanda Contri e professoressa di diritto internazionale ha lottato contro una lunga malattia senza mai cedere Unite sui diritti del minore e l’ordinamento italiano. Nel 1995, pubblica Minori, Bioetica e norme standard e a New York viene editato il suo testo: The Rights of the Child.

L’esperienza era maturata dopo essere stata membro della delegazione italiana alla Conferenza delle Nazioni Unite sui diritti umani dal 1987 fino al 1999. Nel 1998 scrive Le norme standard sulle pari opportunità dei disabili. L’Anno successivo pubblica: Dalla tutela giuridica all’esercizio dei diritti. Fa un lavoro intenso, continuativo, coinvolgente sul

ra sul piano della formazione e della rieducazione, a farne dei protagonisti della loro vita. Anche quando handicap e difficoltà potrebbero far indulgere ad una sorta di blanda pietà, protettiva quando si vuole, ma poco capace di sviluppare in ognuno di loro tutto il senso di responsabilità di cui sono capaci. Non le sfugge che se in generale la famiglia è la principale risorsa dei bambini, a volte è proprio in famiglia che esplodono le maggiori violenze e i bambini vanno protetti e difesi dalle loro stesse famiglie. E’ capo delegazione al Colloquio del Consiglio d’Eu-

ropa sulla violenza in famiglia nel 1987. Nel suo testo su Minori e Bioetica del 1995 c’è una intensità nell’elaborazione dei criteri di etica pubblica che pongono al centro della riflessione da un lato i doveri degli adulti e dall’altro i diritti dei bambini, come uno dei nodi indispensabili per rendere più umana la società in cui viviamo. E’ dal contatto diretto con la fragilità dell’altro che ognuno di noi scopre il dovere di interpellare la propria coscienza per chiedere se ciò che sta facendo è davvero giusto, o è solo la soluzione più comoda e più facile. Nella mia lunga esperienza di neuropsichiatra infantile tante volte ho fatto l’esperienza personale di veder calpestati alcuni diritti elementari di questi bambini e delle loro famiglie. Penso in primo luogo al diritto all’istruzione e al diritto al lavoro. Diritti che in gran parte contribuiscono strutturare in loro il senso della dignità e della autonomia come persone “uguali”agli altri. Se è ormai acquisito il diritto dei bambini che presentano delle disabilità nella scuola dell’obbligo, non sono ancora compiutamente acquisiti né il diritto ad una educazione personale competente ed esigente né il diritto ad accedere alla scuola media superiore. Maria Rita Saulle si è battuto in mille modi, con una creatività pedagogica insospettabile, per tutelare questi

diritti, ben sapendo che altrimenti l’accesso ad una attività lavorativa sarebbe stato impossibile e avrebbe ricondotto questi ragazzi in un ghetto, ancora una volta protettivo ed accogliente, ma sicuramente marginalizzante.

Un secondo punto d’incontro con Maria Rita Saulle è stato agli inizi della mia vita politica, quando ho scoperto in lei la forza di affrontare il tema dei diritti umani, assumendo un’ottica internazionale che l’ha portata a lavorare sul tema della pace e sulle missioni di guerra, sulla tutela dei Rifugiati e sulla giustizia con cui si affronta il grande tema della ricostruzione di un Paese, quando fortunatamente la guerra termina. E’ membro della delegazione italiana all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite negli anni per tutti gli anni 90 e nel 1996 è nominata dalla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo Presidente della Commissione per la restituzione dei beni immobili ai profughi ed ai rifugiati (CRPC Commission for Real Property Claims of Displaced Persons and Réfugées) prevista dall’Annesso VII degli Accordi di Dayton. Ne fa parte per oltre sette anni. È stata la prima donna a diventare professore ordinario alla Sapienza In un tempo in cui si discute di quote rosa, dai Consigli di amministrazione della grandi aziende alla mondo politico. Ci mancherà.


commenti

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I criteri di selezione della classe politica devono guardare al bene del Paese ia che si voti alla scadenza naturale del 2013, sia che si voti prima, è di tutta evidenza che si dovrebbe cominciare a parlare seriamente di legge elettorale, perché tutti affermano la necessità di rivedere in qualche modo la legge elettorale politica nazionale vigente.

S

Non vi è infatti dubbio che la legge elettorale è stata quasi sempre determinata in prossimità di elezioni politiche - il che rende attuale il dibattito su una nuova legge elettorale anche se i proponenti hanno molto spesso avuto riguardo più all’interesse presunto dei proponenti medesimi che non ad una più compiuta valutazione delle questioni in gioco. Non si tratta di andare alla ricerca di una legge elettorale perfetta, perché è di tutta evidenza che non esiste una siffatta legge elettorale: “botte piena e moglie ubriaca” è un detto che vale per la legge elettorale non meno che per i desideri non sempre realistici. Non vi è dubbio, infatti, che la legge elettorale politica fa parte indissolubilmente del sistema di governo che si intende realizzare o quanto meno proporre, anche a prescindere dalla natura formalmente costituzionale o meno della legge elettorale medesima. Chiunque proponga una qualche legge elettorale deve infatti avere in mente una qualche forma di governo, perché non vi è dubbio che la elezione dei parlamentari nazionali (deputati o senatori che siano) fa parte di un contesto complessivo concernente i criteri di selezione della classe dirigente parlamentare; i criteri di formazione e di morte del governo; i criteri concernenti l’esistenza o meno di una costituzione ritenuta gerarchicamente superiore alle leggi ordinarie; i criteri relativi ai rapporti tra governo centrale da un lato e i governi regionali e locali dal-

Legge elettorale, ora vinca la coerenza Finora tutte le riforme fatte hanno seguito la logica della convenienza di Francesco D’Onofrio

Spesso si tende a preferire l’interesse presunto delle singole forze in campo che non a una più compiuta valutazione delle questioni in gioco

l’altro; criteri concernenti l’autosufficienza o meno dello Stato nazionale nel quadro del processo di integrazione europea e, oggi, nel contesto della globalizzazione finanziaria in atto.

L’insieme di questi criteri deve pertanto costituire il contesto complessivo entro il

quale va collocata la legge elettorale politica nazionale, anche se non si può parlare di presupposti in senso strettamente tecnico. Punto qualificante di una nuova legge elettorale in quanto tale appare pertanto la scelta tra modelli elettorali che spingono nel senso della convenienza ad adottarli da parte delle singole forze politiche, e modelli elettorali che hanno la coerenza tra profilo politico della singola forza politica e programmi politici da realizzare insieme al governo. Diverso infatti è il caso di una autonoma collocazione all’opposizione. Allorché si parla di convenienza, si ha riferimento in particolare al fatto che il siste-

ma elettorale è congegnato in modo tale da rendere appetibile lo stare insieme davanti agli elettori, anche a prescindere dalla coerenza dei rispettivi programmi elettorali una volta terminato il turno elettorale medesimo. I sistemi elettorali maggioritari sembrano comunque orientati a favorire la convenienza in luogo della coerenza: convenienza per quel che concerne il numero stesso di parlamentari conseguiti con i premio di maggioranza; convenienza per quel che concerne i candidati in collegi elettorali che prescindono dalla richiesta di consenso popolare particolarmente rilevante. La convenienza pertanto tende ad essere preferita soprattutto da soggetti politici a basso contenuto identitario, perché si tratta in tal caso di soggetti politici per i quali la convenienza della elezione o la convenienza del numero dei parlamentari eletti risulta prevalente rispetto alla coerenza programmatica ed identitaria. Questa coerenza infatti è tipica caratteristica di soggetti politici a forte contenuto identitario, locale o nazionale che esso sia.

I soggetti politici a forte contenuto territoriale locale hanno infatti una ragione specifica per preferire la coerenza alla convenienza: il programma politico da realizzare è infatti parte essenziale della stessa identità territoriale del soggetto politico in questione. I soggetti politici a forte contenuto nazionale sono quelli che con maggiore forza sentono il rapporto sia con il processo di integrazione europea sia con il contesto attuale della globalizzazione: in questo caso si tratta di soggetti politici che vedono la propria identità nazionale proprio nel quadro europeo in continua evoluzione, e nello stesso contesto della globalizzazione, oggi caratterizzata da una forte vocazione ecologica, come tale capace di condizionare a fondo la stessa cultura finanziaria. Anche se pertanto il dibattito sulla legge elettorale sembra oggi condizionato dal mantenimento del carattere bipolare o meno del sistema politico italiano visto nel suo insieme, appare culturalmente preferibile porre l’alternativa tra convenienza e coerenza. Allorché dunque si entrerà in modo formalmente più compiuto nel dibattito anche parlamentare su una nuova legge elettorale, appare necessario porre con forza l’alternativa tra sistema elettorali orientati a favorire la convenienza, e sistemi elettorali saldamente ancorati al valore della coerenza.


ULTIMAPAGINA Ieri il clamoroso annuncio del magnate australiano. Domenica, l’ultimo numero di «News of the World»

Murdoch-shock: addio al suo di Gaia Miani upert Murdoch alla fine è rimasto stritolato dallo scandalo delle intercettazioni che ha colpito il tabloid britannico News of the World. E prima del naufragio ha gettato in acqua la zavorra. Dopo 168 anni il giornale inglese domenica chiuderà i battenti e i ricavi dell’ultimo numero andranno in beneficenza. La clamorosa notizia è stata data ieri dal figlio del magnate australiano, James: «Il News of the World cesserà le pubblicazioni dal prossimo numero di questo week-end, si legge nel comunicato firmato dal presidente di News International, ramo britannico del gruppo News Corp. E c’è già chi ha letto questa decisione come l’ennesimo morso dello “squalo” (uno dei tanti soprannomi di Rupert Murdoch) che, alla ricerca delle formule per traghettare verso il digitale il suo impero multimediale e oberato da decine di testate cartacee, avrebbe colto al balzo la palla sollevatagli dallo scandalo per chiudere il tabloid domenicale. Ma se queste sono solo supposizioni più o meno fondate, quello che è certo è che a breve potrebbero scattare le manette per cinque giornalisti e diversi dirigenti della testata, mentre non accenna ad esaurirsi lo scandalo delle intercettazioni telefoniche illegali. Secondo la Bbc, infatti, sarebbero emerse prove «certe» di pagamenti ad alcuni agenti di polizia per ottenere informazioni su indagini in corso prima della concorrenza. Quello che fino a ieri era solo un rumor, insomma, sta prendendo sempre più corpo, tanto che Scotland Yard si è affrettata a decidere di aprire un’inchiesta interna pur di non veder macchiata la sua reputazione oltre ai limiti del consentito. Nel centro del mirino, ovviamente, soprattutto l’allora direttrice di News of the World, la rossa Rebekah Brooks, attuale capo dell’impero di Murdoch in Gran Bretagna (che la difende a spada tratta), e il suo ex vice, Andy Coulson, fino a gennaio portavoce del premier David Cameron e ormai fuori dal gruppo La Brooks, scoppiata in lacrime all’annuncio della chiusura, si è rifiutata di dimettersi e ha negato di essere in alcun modo a

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A destra, il magnate australiano Rupert Murdoch, che ieri ha deciso di chiudere, dopo 168 anni, il domenicale inglese. In alto: Rebekah Brooks, l’ex direttore del tabloid sotto la cui guida si sarebbero consumate tutte le intercettazioni illegali

TABLOID Il giornale è stato travolto dallo scandalo delle intercettazioni illegali. Rischiano l’arresto cinque giornalisti e alcuni dirigenti. E le manette potrebbero scattare a breve conoscenza che il telefono di Milly Dowler, un’adolescente 13enne - il primo caso emerso rapita e poi uccisa nel 2002, fosse intercettato da un investigatore privato che lavorava per il giornale. Investigatore che cancellò alcuni sms della ragazza facendo credere ai genitori e agli inquirenti che fosse ancora viva. È solo che il cerchio sembra stringersi intorno a lei dopo che sono emerse intercettazioni anche nell’ambito dell’inchiesta su Holly Wells e Jessica Chapman, le due piccole studentesse uccise nel 2002 a Soham, nel Cambridgeshire, sui familiari di alcune delle 52 vittime dell’attentato del 7 luglio 2005 a Londra e sui parenti dei soldati britannici che operano in Afghanistan.

Tanto che il vicedirettore del Guardian, Michael White, ha chiosato l’intera vicenda dicendo senza mezzi termini: «I Murdoch avrebbero dovuto chiudere la Brooks, non News of the World». Lo scandalo, intanto, sta avendo una duplice ripercussione sulle casse del gruppo di Murdoch: alcuni inserzionisti, come Ford e Renault, hanno tagliato la pubblicità sui suoi giornali, e altri come la Banca Lloyds, Everything Everywhere, Npower e Halifax hanno fatto sapere che stanno riesaminando il loro rapporto commerciale con il tabloid domenicale; il caso

potrebbe poi porre nuovi ostacoli ai piani del magnate di origine australiana di acquistare il 100% del gruppo televisivo BSkyB, di cui controlla il 39%. Tanto per cominciare, l’acquisto è stato rinviato di sei mesi. Problemi anche per David Cameron: il primo ministro (che mercoledì vedrà Miliband) ieri, durante un dibattito d’urgenza ai Comuni, ha riconosciuto la gravità dello scandalo e si è detto favorevole ad aprire un’inchiesta - così come richiesto dall’opposizione laburista - ma ha difeso l’operato del Governo che «ha sempre rispettato le regole». «Dobbiamo trarre una lezione da questo scandaloso episodio», ha detto Cameron. E su questo, non c’è davvero dubbio.

2011_07_08  

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