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he di cronac

Il futuro lo conoscerete quando sarà arrivato; prima di allora, dimenticatelo Eschilo

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • GIOVEDÌ 23 GIUGNO 2011

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Mentre parla il premier, davanti alla Camera si scatena il caos: manifestazioni e scontri violenti con la polizia

La maggioranza c’è. Il governo no Bossi: «Aspetto i fatti». Casini: «L’alternativa è l’unità nazionale» L’incrocio di interessi fra Pdl, Lega e Responsabili tiene in piedi la baracca. Ma Berlusconi la confonde con un esecutivo riformatore. E propone la solita lista di cose non fatte da 17 anni L’INTERVENTO DEL LEADER UDC

di Riccardo Paradisi

Ormai il premier ha consenso solo nel Palazzo

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Il capogruppo conteso tra i maroniani e il “cerchio magico”

Mediazione in extremis il Senatùr salva Reguzzoni

di Maurizio Stefanini

Scongiurato lo scontro con Stucchi, ma Bossi lascia che nel Carroccio guadagni spazio l’area maroniana, più dura con il Cavaliere. «Si è aperta una breccia», dicono. E a farne le spese c’è anche il ministro Tremonti Errico Novi • pagina 4

I Ventisette pronti per il summit sulla crisi della Grecia. Ma Tripoli domina la scena

È guerra alla “tregua”di Frattini Il ministro propone uno “stop umanitario” in Libia e l’Ue lo attacca di Enrico Singer

Come vanno aiutate le rivolte arabe

Cogliamo subito i fiori della Primavera

oveva essere il vertice del salvataggio della Grecia e del via libera definitivo alla nomina di Mario Draghi alla presidenza della Bce dal prossimo novembre. Un vertice pieno di segnali positivi, insomma. Un punto dal quale ripartire più uniti per lanciare un segnale di fiducia ai mercati finanziari e per rafforzare le istituzioni-chiave della Ue. Ma sul tavolo dei capi di Stato e di governo, di sicuro c’è soltanto l’investitura di Draghi. a pagina 10

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gue a (10,00 pagina 9CON EUROse1,00

Se la maturità propone quindici minuti di banalità

continua a ripetere Silvio Berlusconi nella sua comunicazione alla Camera calcando sulle parole, quasi aggrappandosi a una constatazione che ha il sapore della consolazione. D’altra parte l’avere una maggioranza numerica è una delle poche certezze che sono rimaste nel centrodestra. a pagina 2

di Pier Ferdinando Casini eri cinquecentomila ragazzi italiani hanno iniziato gli esami di maturità. Dopo tre anni, lo stesso giorno Berlusconi si è presentato in Parlamento come se fosse il primo giorno di scuola. D’altronde se lo dice Bossi che aspetta i fatti e non le parole, figuriamoci cosa possiamo dire noi dell’Udc. Sono stati tre anni di promesse e chiacchiere. Il premier è venuto in Aula a preannunciare riunioni mensili del Cipe, ma tutti sanno che il piano delle infrastrutture in Italia è bloccato: lo denunciano i nostri imprenditori. Per mesi abbiamo chiesto la revisione del patto di stabilità per i comuni virtuosi, ma siamo stati ignorati. Due giorni fa, l’Antitrust ha spiegato che le riforme nel Paese sono ferme perché manca la competizione interna. Il piano per il Sud è una chimera e i fondi Fas vengono bruciati. Si taglia in modo lineare. a pagina 3

Il tema più gettonato? Warhol

ROMA. La maggioranza c’è,

di Samir Khalil Samir sj olti media mostrano una forte preoccupazione nei confronti delle rivoluzioni arabe, mettendo in luce anche i pericoli che i cristiani corrono in questi Paesi. C’è timore che salafiti e integralisti islamici prendano il potere o influenzino la politica, mettendo a repentaglio la vita dei cristiani. La primavera araba interpella Oriente e Occidente. a pagina 12

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I QUADERNI)

• ANNO XVI •

NUMERO

120 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

ROMA. «Nel futuro ognuno sarà famoso per 15 minuti». E adesso la frase di Andy Warhol è diventata pure un tema dell’esame di maturità, e sembra in molte realtà pure quello più selezionato. E forse il caso di tornare invece che al futuro al passato, e alla storia di un altro tema, e all’altra storia di un personaggio che aveva appunto deciso diventare famoso a tutti i costi. La prima vicenda riguarda Benito Mussolini. Un insegnante una volta gli diede appunto un tema: “Il tempo è denaro”. E questo ne fu lo svolgimento, che costò allo studente una sospensione di alcuni giorni: «Poiché il tempo è denaro, forse sarebbe più utile se lo impiegassi a studiare, piuttosto che a fare temi idioti». Certo che si rischierebbe la bocciatura, ma sarebbe suggestivo. a pagina 8

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


il fatto Il Cavaliere fa training autogeno: «Abbiamo i numeri, dureremo fino al 2013». Ma l’esecutivo è senza rotta e paralizzato dalle divisioni

L’unica novità è Di Pietro Moderato con Berlusconi, provocatorio con Bersani e si ferma a parlare dieci minuti con il premier. Il resto è la solita aria fritta la cronaca di Riccardo Paradisi

a maggioranza c’è” continua a ripetere Silvio Berlusconi nella sua comunicazione alla Camera calcando sulle parole, quasi aggrappandosi a una constatazione da programma minimo. D’altra parte l’avere una maggioranza numerica è una delle poche certezze che sono rimaste nel centrodestra dove serpeggia un sempre più pronunciato scetticismo sulla navigazione dell’esecutivo e sempre più si diffonde un clima da saldi di fine stagione, in cui ognuno, singoli e gruppi politici, mira solo a ottimizzare politicamente il restante segmento di legislatura.

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Un basso profilo che si riverbera anche sullo stanco e ripetitivo discorso del premier che non rinuncia al consueto inventario delle cose fatte ma che utilizza, come aveva fatto martedì in Senato, toni e argomenti intonati alla disponibilità e al dialogo, formulando inviti all’opposizione a collaborare con il governo per fare le riforme. Anche considerando che ”a questo governo non ci sono alternative”. «Il voto di fiducia di ieri in quest’Aula sul decreto sviluppo dice Berlusconi ha dato un’indicazione molto positiva: la coalizione di centrodestra, infatti, per la prima volta da quando un gruppo di deputati eletti nel Pdl è passato all’opposizione, ha raggiunto quota 317, superando la soglia dei 316 voti che rappresenta la maggioranza assoluta della Camera». Questo significa che la maggioranza c’è – dice appunto Berlusconi – «è forte e coesa ed è l’unica in grado di garantire la governabilità del Paese in un momento così difficile». Un trainining autogeno comprensibile anche per rimotivare le truppe dopo

Trovata all’esterno di Montecitorio una bomba carta

E la piazza urla “dimettiti” Scontri fra la polizia e circa 150 dimostranti ROMA. Mentre all’interno della Camera i deputati ascoltavano la relazione del premier Silvio Berlusconi, in piazza Montecitorio si scatenava il caos. Momenti di tensione tra forze dell’ordine, Usb, Cobas e precari di scuola e università che da giorni manifestano davanti alla Camera. È stata lanciata una bomba carta, oltre a diversi oggetti in direzione del Palazzzo. E all’interno dell’Aula i rappresentanti eletti del popolo italiano litigavano su chi fosse “amico”di “quelli là fuori”. Qualcuno ha gridato “dimissioni” rivolto al premier Silvio Berlusconi. Le camionette di polizia e carabinieri si sono mosse e c’è stato un accenno di intervento delle forze dell’ordine in assetto antisommossa quando alcune transenne di protezione sono state abbattute. Le forze dell’ordine, senza arrivare ad una carica vera e propria, sono entrate nello spazio dei manifestanti che continuavano a tirare oggetti, frutta e qualche uovo contro il palazzo. I poliziotti hanno riportato l’ordine mentre diversi fra quelli che protestavano urlavano “dimissioni” e “vergogna”. I manifestanti,

circa 150, si sono mossi verso largo Argentina e hanno percorso Vittorio Emanuele verso il Lungotevere, mandando il traffico romano in tilt. I precari della scuola e dell’università hanno poi inscenato una protesta anche a ridosso del Senato. Dopo essere passati sotto il ministero della Pubblica amministrazione in corso Vittorio, sono risaliti verso Palazzo Madama percorrendo via del Teatro Valle finché sono stati bloccati da uno sbarramento della polizia in coicindenza di piazza Sant’Eustachio a ridosso di Palazzo Carpegna che fa capo al Senato. Una camionetta impediva il passaggio a un centinaio di manifestanti che si sono limitati a urlare di nuovo “Vergogna” e “Dimissioni”. La protesta è durata qualche minuto e poi i manifestati hanno fatto marcia indietro passando sotto il Teatro Valle.

settimane di mortificazioni elettorali ma Berlusconi sa meglio di tutti che la maggioranza non è né ”forte” né ”coesa”, lo sa per aver subito sulla propria persona pressioni, ricatti, veti incrociati, condizionamenti, lo sa per aver toccato con mano quale sia, anche dentro il suo stesso partito, la tensione e l’impossibilità di una sintesi che consenta al centrodestra di riprendere a fare politica. Non è poi vero nemmeno che a questo governo non ci sono alternative. A parte le possibili alternative elettorali – un alleanza tra centro e sinistra che avrebbe i numeri, oggi, per mandare a casa Berlusconi – ce n’è una che senza ricorso a elezioni anticipate consentirebbe alla politica e soprattutto ai moderati di affrontare i nodi scorsoi che serrano alla gola il Paese, soffocandolo. E questa alternativa si chiama governo di responsabilità nazionale, la stessa che perseguono carsicamente, ampi settori della stessa attuale maggioranza. Ma da questo orecchio il Cavaliere non ci sente anche se ci tiene a chiarire che se non fa un passo indietro «non è perché sia mia intenzione restare a vita a palazzo Chigi», permanenza che il premier dice essere «un grande sacrificio. Grandissimo».

Berlusconi continua ad annunciare riforme: «sono i punti cardine del rilancio del Paese e sarebbe utilissimo uno sforzo comune per realizzarle al meglio». Per quanto riguarda la riforma fiscale, «non produrrà buchi di bilancio ma darà vita a un sistema più equo e più benevolo verso chi è in condizioni disagiate, a partire dalle famiglie più numerose e meno fortunate».


l’intervento

23 giugno 2011 • pagina 3

La risposta del leader Udc al discorso del premier in Aula

L’unica alternativa è un governo di unità nazionale di Pier Ferdinando Casini eri cinquecentomila ragazzi italiani hanno iniziato gli esami di maturità. Dopo tre anni, lo stesso giorno Berlusconi si è presentato in Parlamento come se fosse il primo giorno di scuola. D’altronde se lo dice Bossi che aspetta i fatti e non le parole, figuriamoci cosa possiamo dire noi dell’Udc. Sono stati tre anni di promesse e chiacchiere. Il premier è venuto in Aula a preannunciare riunioni mensili del Cipe, ma tutti sanno che il piano delle infrastrutture in Italia è bloccato: lo denunciano i nostri imprenditori. Per mesi abbiamo chiesto la revisione del patto di stabilità per i comuni virtuosi, ma siamo stati ignorati. Due giorni fa, l’Antitrust ha spiegato che le riforme nel Paese sono ferme perché manca la competizione interna. Il piano per il Sud è una chimera, le liberalizzazioni sono ferme, il Paese continua a non crescere e il debito ad aumentare. Si è affrontata la crisi con i tagli lineari, segno della mancanza di una regia politica rinunciando a colpire gli sprechi. Siamo fermi da settimane sulla“grande”questione dei ministeri al Nord: come se in quelle zone non chiedessero invece meno burocrazia. E lasciamo perdere per carità cristiana il terremoto dell’Aquila e i rifiuti di Napoli, che sono tragedie nazionali che continuano ad animare il dibattito pubblico. Per mesi abbiamo detto che il reato di immigrazione clandestina era una sciocchezza: che avrebbe intasato i tribunali e che sarebbe stato bocciato in sede internazionale. E puntualmente le nostre previsioni si sono tutte avverate. Per non parlare della situazione internazionale e le piroette sulla Libia, prova della mancanza di senso di responsabilità della maggioranza, che ha usato il tema per questioni interne.

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Certo, ci sono dei successi contro la criminalità, e noi siamo fieri di aver sostenuto in Parlamento i piani dei ministri Maroni e Alfano sull’argomento: ma vorrei che venissero ringraziati non soltanto i ministri ma anche la magistratura, i carabinieri e la polizia. I tagli lineari, poi, hanno consentito di tenere i conti pubblici sotto un certo controllo: questo lo riconosciamo perché, in Parlamento, abbiamo sempre sostenuto una linea di verità. Ma hanno creato anche tanti problemi. Il vero problema, però, è la premessa del discorso fatto ieri da Berlusconi in Parlamento: non hanno ben governato, ma galleggiato. Siamo contenti e condividiamo l’elogio al Capo dello Stato: ma non siamo noi che abbiamo inasprito il conflitto istituzionale definendo“nemici”il Csm, il Quirinale, i giudici. Ma il vero problema è stata la premessa con cui il premier ha aperto il suo discorso: il Pdl non ha “ben governato”, ha galleggiato tra errori e rimpasti, alimentando scontri istituzionali. Il governo Berlusconi ha la maggioranza ma non ha il governo, ed è una sciagura attraversare intemperie come quella che stiamo attraversando senza un governo. L’alternativa non c’è, e non c’è perché è fallito questo bipolarismo. Il Terzo Polo non nasce per aggiungersi alla situazione attuale ma per cambiarla, per pacificare l’Italia. Berlusconi può trovare altri deputati disponibili al trasformismo. Ma non può pensare che forze politiche serie si pieghino a questo ragionamento. È il premier che ha spiegato più volte che, senza l’Udc e Casini, avrebbe risolto i problemi degli italiani: oggi come può pensare di appellarsi all’unità dei moderati? Berlusconi dovrebbe riflettere sul fatto che chi gli chiede un passo indietro non lo incita al suicidio, ma indica l’unica soluzione per il Paese e per lui stesso. Nell’applauso di ieri, tributato dai deputati del Pdl al premier alla fine del discorso, si è letta una sorta di esorcismo per i risultati del referendum e delle amministrative. Ma gli applausi non bastano. Ha scelto il presidente del Consiglio di trasformare le elezioni amministrative in un test politico. E quando D’Alema fece la stessa cose e perse, si dimise. Noi non giochiamo di rimessa: siamo responsabili ma non disponibili e non in vendita. Non siamo pronti a compiere atti contro natura, ma se in questo Parlamento matura la consapevolezza di quello che serve all’Italia, saremo i primi ad assumerci le nostre responsabilità. La strada è un governo di unità nazionale, uno sforzo per riunire l’Italia e compiere quelle scelte impopolari che servono al Paese oggi più che mai. Da qui può ripartire la storia italiana, se non perdiamo altro tempo per affrontare quelle situazioni che non possiamo lasciare ai posteri. Spalmare la finanziaria fino al 2014 è una furberia, mentre il malessere sociale e l’antipolitica aumentano in tutta la nazione. Questo clima oggi travolge Berlusconi, ma se non cambiamo travolgerà tutta la politica. È il momento della verità. Spero che tutti ne abbiano consapevolezza.

È sbagliata la premessa: il governo non si è comportato bene, ha galleggiato. Serve una svolta vera per non lasciare solo ruderi dietro di noi

«Sarebbe stato da irresponsabili - prosegue Berlusconi - allargare la spesa pubblica per sostenere la crescita nel corso di una crisi in cui l’aumento del rapporto deficit-pil era già dettato dalla recessione. Così l’Italia si è assunta le proprie responsabilità nel contribuire al mantenimento della stabilità finanziaria e monetaria in Europa e ha sempre trovato sui mercati finanziari i sottoscrittori del proprio debito. E se oggi lo può ancora fare a tassi di poco superiori a quelli tedeschi di riferimento e non incontra problemi di collocazioni dei propri titoli, ciò lo si deve proprio alla politica seguita dal governo».

Alla fine dell’informativa Berlusconi ribadisce «l’amicizia e la stima» verso Umberto Bossi e la Lega. I parlamentari della maggioranza e del Carroccio applaudono, mentre dai banchi dell’opposizione, quando il premier tocca affettuosamente il braccio del Senatùr seduto accanto a lui, arriva un ironico «bacio, bacio». Effusioni tra alleati d’acciaio secondo l’intento coreografico di Berlusconi anche se lasciando l’aula di Montecitorio dopo le comunicazioni del premier, il leader della Lega fa un commento glaciale sul discorso Berlusconi: «Bello a parole, aspettiamo i fatti». Di fatti invece per l’opposizione ce ne sono già abbastanza a carico del presidente del Consiglio e del suo esecutivo per chiedere PIERLUIGI BERSANI

«Il governo è un motore spento. Ogni tanto un decreto, un voto di fiducia» le dimissioni del premier e del governo. Bruno Tabacci dell’Api: «Lei ha rivendicato l’eredità politica dei popolari. Ma lei non è Alcide De Gasperi. Lei ha diviso il Paese, per questo la storia sarà severa con lei, perchè ha perseguito l’interesse privato e non il bene pubblico. Gli italiani però hanno voltato pagina». Sorprendente l’intervento di Antonio Di Pietro, più polemico verso l’ignavia e l’immobilismo dell’opposizione che verso il governo. «Il presidente del Consiglio ci ha detto che l’opposizione è divisa e non c’è una leadership alternativa. È vero. Qual è il nostro programma? La coalizione? La leadership? Ancora una volta siamo in crisi. Cosa offriamo noi in alternativa a questo governo? Non lo so, perché non ho ancora avuto un colloquio con i leader dell’opposizione». Il Pd, aggiunge, «ha il dovere di convocarci subito per discutere di quale programma e con chi». Dunque Di Pietro dà un colpo al Pd e uno a Vendola. «Bersani non ci ha ancora convocato per una runione. Però io non me la sento di sostenere un leader di sinistra affabulatore che magari non ha una concezione liberale e meritocratica in economia». Italo Bocchino, capogruppo di Fli ricorda a Berlusconi la natura della sua maggioranza: «Lei ha un governo parlamentare che si regge su eletti dell’opposizione e non più sulle scelte degli elettori del 2008. A Mirabello le proponemmo un patto di legislatu-

ra sui cinque temi che lei oggi ci ha riproposto. Sarebbe bello per lei ritornare a quel giorno e avere un governo solido». Ironico il leader dell’Udc Casini: «Se lo dice Bossi che aspetta i fatti dopo le parole, figuriamoci cosa potremmo dire noi...».

BRUNO TABACCI

«La storia sarà severa con Lei: ha perseguito l’interesse privato e non il bene pubblico Poi l’analisi: «i tagli lineari del governo hanno consentito di mantenere i conti pubblici sotto un parziale controllo, ma sono il segno di una mancanza di regia politica. Voi non avete ben governato, avete galleggiato, alimentando quei conflitti istituzionali che lei oggi fiutando l’aria ha prudentemente riposto nel cassetto. Avete la maggioranza, ma non c’è il governo».

Quindi una risposta al leader dell’Italia dei Valori Di Pietro:«È vero, non c’è ancora un’alternativa, ma non perché non la convoca Bersani. La verità è che è fallito il bipolarismo». Da mesi il governo è un motore spento sostiene il segretario del Pd Bersani: «Il governo è un motore spento, non governa. Ogni tanto un decreto e un voto di fiducia. Il Paese va con il pilota automatico. Potete arrampicarvi sui vetri finché volete: la maggioranza non è quella che è uscita dalle urne, qui c’è il governo Berlusconi - Bossi Scilipoti, in cui Scilipoti ha la golden share. Siamo al ribaltone, al teatrino, al Bagaglino. Non avete il premio di maggioranza, ma il premio di transumanza...Il Paese si misuri davanti alla prospettiva del voto altrimenti questo tramonto troppo lungo porterà dei guai molto seri a questo paese. Non potete dire che non si può cambiare perché non si può andare a una crisi al buio, perché il buio siete voi e non potete accendere la luce, perché non potrete fare le riforme che non avete fatto fin qui». Sta a Cicchitto difendere il governo: «Il presidente del Consiglio ha risposto all’appello di Napolitano che ha la preoccupazione del quadro internazionale mentre la vostra risposta sta nell’intervento desolante di Bersani. Non stiamo più in UMBERTO BOSSI

«Belle parole quelle di Berlusconi, ma noi della Lega aspettiamo i fatti» campagna elettorale». Quindi capogruppo del Pdl alla Camera che attacca il Pd: «Vi siete dimenticati della centralità del Parlamento voi non vi misurate neanche con i problemi che paradossalmente ha posto Di Pietro». Si continua così. Per ora.


pagina 4 • 23 giugno 2011

l’approfondimento

Drammatico confronto alla Camera. L’avvicinamento di Calderoli a Bobo manda in pezzi l’asse con il titolare dell’Economia

L’attacco dei maroniani Mentre si consuma la resa dei conti Reguzzoni-Stucchi, Bossi lascia che nel Carroccio guadagni spazio l’area del ministro, più dura con Berlusconi. «Si è aperta una breccia», dicono i leghisti. Ne fa le spese anche Tremonti, ripudiato dal partito di Errico Novi

ROMA. Bossi non ha mai perso una precisa abilità: la dissimulazione. Arte che pratica con un tocco di nonchalance, utilissimo in momenti difficili. Così quando i cronisti lo assediano in Transatlantico per chiedergli come finirà la riunione dei suoi sul capogruppo alla Camera, lui sussurra: «Lo decideranno». Come a dire che lui non c’entra nulla. Non è proprio così, e a confermarlo è uno dei maggiori protagonisti di questa resa dei conti interna alle Lega, Roberto Maroni. Prima minimizza, oppone la difesa d’ufficio secondo cui «il regolamento prevede che ogni anno si voti su chi guida i deputati», poi però si lascia scappare un «lasciate fare alla saggezza della Lega e di Bossi». Segno che la parola del capo, in questa storia, conta eccome.

Altri piccoli segnali filtrano nel pomeriggio, quando manca poco all’ora x. E per esempio il presidente della commissione

Esteri Stefano Stefani spiega che «Umberto dirà la sua al momento giusto e come sempre nel modo più saggio». Al momento di andare in stampa, il conclave del gruppo leghista a Montecitorio non si è ancora sciolto. Non c’è ancora certezza dunque sull’avvicendamento: Giacomo Stucchi, maroniano, al posto di Marco Reguzzoni, del “cerchio magico”. Ma che nel partito soffi un vento nuovo lo confermano e lo ammettono

Al Senato resiste Bricolo, l’altro ultrabossiano. «Lo statuto per ora lo salva»

in molti. «Si sta aprendo una breccia», sintetizza una fonte interna. Aforisma traducibile in due modi: primo, la successione a Bossi non è più un tabù, e dunque l’avanzata di Maroni e dell’ala in sintonia con lui non è solo un’elucubrazione dei giornali; secondo, si fa strada in modo chiaro una linea meno indulgente nei confronti di Berlusconi. Quella del ministro dell’Interno, appunto. Capace di aprire un conflitto sulla Libia persino con Napolitano.

Sono i falchi padani. Avanzano.Vogliono rimodulare la strategia. Si fanno forte dell’inquietudine registrata a Pontida, tra i militanti. E soprattutto, come spiega ancora un anonimo leghista, «dell’arrabbiatura sempre più diffusa tra i sindaci: sono tanti quelli incavolati non solo con il premier ma anche con Tremonti». E qui si apre un altro capitolo. Forse persino più interessante. Perché certo, come conferma la fonte, «l’avvi-

cendamento tra i capigruppo rappresenta una svolta favorevole a Maroni e di maggiore pressione su Berlusconi». Ma dietro il caso Reguzzoni, appunto, c’è pure la voglia dei leghisti di «fare da soli». Cioè di costruire una linea autonoma dentro la maggioranza, autonoma anche dal ministro dell’Economia.

Non sarebbe più lui dunque l’uomo a cui tutto il Carroccio guarda per Palazzo Chigi. Non incombe più il sottinteso che la Lega può sì aspirare direttamente alla premiership ma per interposto Giulio. Leader riconosciuto dai padani più di quanto non lo sia tra i quadri del Pdl, ma pur sempre ”straniero”. È una novità forte nella vicenda dei lumbàrd. Peraltro già leggibile negli ultimi avvenimenti. Le tensioni sul fisco, innanzitutto. Quindi il grande freddo di Pontida, evento dal quale il responsabile dell’Economia è rimasto escluso anche

virtualmente, laddove in campagna elettorale Bossi l’aveva avuto al suo fianco più di una volta. Fino al passaggio chiave, ossia l’avvicinamento tra Maroni e Calderoli.

È questa, sul piano politico, la novità interna più importante. «Calderoli è ormai sulla linea di Bobo, sempre più contrapposto dunque al cerchio magico». Calderoli è stato finora il maggiore tifoso, dentro la Lega, di Tremonti quale futuro capo dell’esecutivo. Proprio in contrapposizione a Maroni, che coltiva ambizioni simili a quelle di Giulio. Calderoli era insomma un ostacolo, per il ministro dell’Interno, più temibile dei bossiani ortodossi. Ora cambia tutto. Nemmeno Calderoli ha intenzione di assecondare oltre la linea conservatrice del cerchio magico. Quel ristretto nucleo formato da Rosi Mauro e Francesca Martini, insieme con il capogruppo uscente di Montecitorio Reguzzoni e il suo


23 giugno 2011 • pagina 5

I lumbàrd si sono accorti che, così com’è, di fatto è un grande imbroglio che non funzionerà mai

Ma che fine ha fatto l’imprescindibile federalismo?

Era il perno attorno al quale ruotava l’alleanza della Lega col Pdl. Ma né il Senatùr a Pontida, né il premier in Aula ne hanno più parlato di Osvaldo Baldacci ov’è finito il federalismo. Era la parola più usata e abusata fino a poco tempo fa. Era la bandiera principe della Lega e l’unica condizione imprescindibile per la sopravvivenza del governo. Ma ora nessuno ne parla più. Sembrava una cosa almeno in parte andata in porto, solo da dettagliare, per poi avviare i passaggi successivi. E invece... qualcuno ha sentito parlarne a Pontida? Salvo fugaci accenni qualcuno ha trovato nel discorso di Bossi il riferimento al perno del federalismo? Nel dibattito di questi giorni che ha investito le elezioni amministrative, i referendum e quindi la sopravvivenza stessa del governo, qualcuno lo ha tirato in ballo? I discorsi praticamente fotocopia di Berlusconi alla Camera e al Senato quanto spazio hanno dedicato a questo tema, salvo l’assolutamente formale richiamo alla sua realizzazione? Realizzazione che d’altro canto non può che slittare, sempre che si dia retta alle parole del premier che ha promesso prima dell’estate (ma in realtà il solstizio è già arrivato...) la realizzazione di una serie di riforme da trasformare radicalmente l’Italia. Riforma istituzionale e riforma fiscale (a costo zero) entro i prossimi giorni. E senza dimenticare che in coda c’è la “riforma epocale” della Giustizia. Altro tema praticamente scomparso dal dibattito di questi giorni, mai significativamente citata né a Pontida, né dal premier, né negli interventi leghisti di questi giorni, semmai tutti incentrati a negare le spaccature interne alla Lega, talmente inesistenti che ieri hanno dovuto convocare il gruppo alla Camera per risolvere la questione del capogruppo. E c’è anche un altro tema che è stato evitato a Pontida, di cui nei corridoi si parla moltissimo. La legge elettorale. Convitati di pietra al tavolo Pdl-Lega la giustizia e la legge elettorale, e convitato di pietra ancor più lo sembra essere il federalismo.

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Anzi, per restare a citazioni letterarie, il federalismo leghista richiama moltissimo la tela di Penelope. Non solo e non tanto nella versione semplificata che vede nella tela una cosa che non finisce mai, ma nel suo significato originario per il quale la tela non finiva mai per esplicita volontà della moglie di Ulisse, la quale disfaceva di notte quello che tesseva di giorno, col preciso intento di non arrivare mai al nodo di dover prendere la decisione di sposare uno dei pretendenti. Così come la Lega trascina il tema da tanto tempo per avere una bandiera da sventolare, ma senza mai arrivare al punto. Anzi, ai punti. Al punto del rapporto con Berlusconi, la maggioranza e il governo, tenuto saldo nonostante tutto e nonostante l’insoddisfazione dei militanti, in cambio delle riforme federaliste, ma che sempre più si rivela come un rapporto di potere e di cogestione, con le riforme usate solo come una foglia di fico per in-

gannare i propri militanti. Le richieste originarie della Lega parlavano di legalità, e certo non si può dire che su questo tema la Lega abbia mantenuto fede alle proprie radici. Parlavano di efficienza dello Stato, e anche qui non ci sono stati passi avanti. Parlavano di autonomia locale, e questa è stata la bandiera che si è continuato a usare fino a poche settimane fa, nonostante ci fosse molto più fumo che arrosto. Nel periodo delle amministrative la bandiera del federalismo è sta-

Probabilmente era stato pensato male per poter poi dire: «Ci abbiamo provato, ora resta solo la secessione» ta sostituita da quella dei ministeri al Nord, e vediamo tutti che razza di bluff e truffa propagandistica si tratta. Forse al massimo l’ipotesi di qualche posto di lavoro clientelare in Brianza, ma niente più. Certo un’ennesima presa in giro, perché è tutto da dimostrare che ad esempio a un imprenditore del Nord interessi di più che il ministero sia in Lombardia piuttosto che stia dove sta ma sia efficiente. E d’altro canto la cosa è finita nel ridicolo quando l’altro giorno alla Camera il governo ha accolto tutti gli ordini del giorno in materia, sia quelli della maggioranza che ipotizzavano sedi decentrate al nord sia quelli dell’opposizione che ponevano il veto a qualsiasi ipotesi. Peggio, gli odg sono stati votati, l’opposizione ha vinto e quelli di Pdl e Lega sono stati ritirati. A queste magre figure si è ridotto il tema del federalismo? Ma dicevamo che la Lega come Penelope sul federalismo vuole evitare di arrivare ai punti. Perché oltre a quello politico c’è quello pratico. Anche loro si stanno infatti rendendo conto che il federalismo così come l’hanno fatto è un grande imbroglio che non funziona e rischia di creare molti più problemi di quanti ne risolve. Il federalismo fiscale, i cui decreti attuativi ogni giorno sono sul punto di essere completati (e ogni giorno non lo sono ancora), tanto sbandierato dai leader leghisti, forse ora piace sempre meno anche agli amministratori leghisti. Fatti due conti, si sono accorti che tutti questi benefici sul territorio non arrivano, e anzi su di

loro piomba una serie di responsabilità a partire dal fatto di potere-dovere aumentare direttamente le tasse nei loro Comuni, con tutto quello che si può immaginare in termini di ricaduta sul consenso. Mentre le chiavi del bilancio restano fondamentalmente allo Stato centrale.

Avevano ragione Buttiglione e tutto l’Udc (unico partito a votare contro) quando ripetevano che quel federalismo era un imbroglio fatto solo per regalare alla Lega una bandiera elettorale, ma era un federalismo pessimo fatto in modo da non funzionare. Fatto in modo da poter dire “noi ci abbiamo provato, ma non funziona, ora non resta che tornare alla secessione”. E questo è quello che sta accadendo, come sancito da Pontida, con la platea che gridava «secessione» e Bossi che rispondeva «preparatevi». Quello che non era prevedibile, però, è che forse oggi i timori di secessione non vengono realmente da questa Lega, né da questa leadership. Diciamo la verità, la Lega cerca di accreditarsi come forza di lotta e di governo, e nei momenti di crisi accentua i toni di lotta. Ma non è più credibile. È una forza di governo. Anzi, soprattutto da sottogoverno, da amministrazione, da controllo di posti, poltrone, nomine. Una condizione alla quale non sembra intenzionata a rinunciare. Per questo il federalismo non compare più, mentre dura l’abbraccio mortale con Berlusconi. Forse nelle condizioni in cui siamo un periodo di opposizione rafforzerebbe moltissimo la Lega. Ma non hanno nessuna intenzione di provare.

omonimo di Palazzo Madama Federico Bricolo. Ecco, Calderoli si è convinto a favorire un riassetto degli equilibri interni. L’avanzata di Stucchi verso la guida dei deputati leghisti si spiega anche con la svolta del ministro alla Semplificazione.

Il tratto prevalente della cerchia ortodossa è il lealismo nei confronti di Berlusconi, intrecciato con l’assioma per cui «Bossi è la Lega e la Lega è Bossi». Comandamento urlato dal palco di Pontida proprio da Rosi Mauro, dopo l’intervento di Maroni. Quasi a ribadire che dal pratone possono spuntare pure gli striscioni con su scritto «Maroni presidente del Consiglio», e Bobo pu�� anche prendersi la scena del gran finale. Ma non pensi di poter mettere in discussione le rigide gerarchie del partito, Invece lo stesso Calderoli ritiene, a quanto pare, che il “cerchio magico” non può più farsi scudo della vicinanza fisica a Bossi per dettar legge. Da qui «l’orientamento diverso», di cui parlano le fonti anonime, prevalso nel gruppo di Montecitorio. Difficile che possano consumarsi rappresaglie politiche, a questo punto. A prescindere dal caso Reguzzoni, sarebbe impensabile la controffensiva antimaroniana ai danni dei segretari regionali, il lombardo Giorgetti e il veneto Gobbo. Bossi non pare intenzionato ad assecondare eventuali scatti di nervi. Il che si accompagna a un’opzione più generale , per il Senatùr: lasciare che la componente più insofferente del partito avanzi; consentire a Maroni di guadagnare spazio e di condizionare una linea più dura nei confronti di Berlusconi; lasciare inoltre che si espimano in piena libertà i risentimenti degli amministratori padani verso Tremonti. Colpevole, il ministro, di lasciare ad Attilio Befera il controllo di Equitalia. «È tutto nelle sue mani, la riscossione dei tributi è diventata un’arma politica contro il popolo delle partite Iva», dicono i leghisti più arrabbiati, «Befera è di simpatie rifondarole.Tremonti lo lascia libero di fare pur di non prendere ordini da Berlusconi e Bossi». Estremismi? Può darsi. Intanto se ne vedono diversi, nella Lega: il sottosegretario alle Infrastrutture Castelli sfodera le unghie sull’imposizione del pedaggio sul Grande raccordo anulare di Roma. Poi c’è la linea dura sul trasferimento dei rifiuti campani, oggetto di un colloquio tra Berlusconi, Cosentino e Cesaro, con gli ultimi due infuriati verso la Lega. La tellurica padana risparmierà solo l’ultrabossiano Bricolo, capogruppo al Senato: lui almeno resterà al suo posto, visto che il regolamento interno prevede tempi più lunghi per la verifica.


diario

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Genitori Melania «parte offesa»

Gennaro Mokbel ai domiciliari

ROMA. Dopo il fratello Michele, anche i genitori di Melania Rea, la giovane mamma assassinata nel Teramano, si sono costituiti come parte offesa nel procedimento della Procura di Ascoli Piceno sull’omicidio della donna, per il quale da due giorni è indagato il marito. Salvatore Parolisi venerdì dovrà comparire per un nuovo interrogatorio davanti al pubblico ministero. Gennaro Rea, uno degli zii di Melania, ieri ha fatto sapere di sentirsi «tradito e deluso» da Parolisi. «Continuo a credere che sia innocente anche se penso che lui sappia qualcosa», ha dichiarato. Intanto, dopo la prima notte trascorse in cella, ieri mattina Paolisi ha ribadito di essere innocente e di sentirsi «come Cristo in croce».

ROMA. Ha ottenuto gli arresti domiciliari per gravi motivi di salute l’imprenditore Gennaro Mokbel, uno dei principali imputati del processo per il riciclaggio di 2 miliardi di euro in corso davanti alla I sezione penale del Tribunale di Roma. Nonostante il parere contrario dei pubblici ministeri, i giudici hanno accolto la richiesta degli avvocati difensori. I periti, dopo aver sottoposto Mokbel a diversi accertamenti, hanno concluso che dagli esami «scaturisce un quadro oggettivamente preoccupante delle condizioni di salute dell’imputato con specifico riferimento sia a una patologia cardiovascolare sia a un significativo deterioramento delle condizioni psichiche del soggetto».

Sposini esce dalla terapia intensiva ROMA. Le condizioni generali e neurologiche di Lamberto Sposini, il popolare giornalista ricoverato al Policlinico Agostino Gemelli di Roma a causa di un ictus che lo ha colpito lo scorso 29 aprile, evidenziano continui miglioramenti. Lo ha riferito nella mattinata di ieri attraverso una nota il professore ordinario di Neurochirurgia, Giulio Maira, che coordina lo staff medico del Gemelli. Il medico ha spiegato che «non sussistono più le condizioni che rendevano necessaria la sua permanenza nel reparto di Terapia Intensiva» dell’ospedale capitolino. Sposini, hanno ancora fatto sapere i medici, è stato trasferito in un reparto di degenza del Gemelli dove proseguirà la riabilitazione motoria e neurologica.

Presentato ieri il piano d’impresa: investimenti per 27 miliardi di euro e un fatturato che punta a superare i 10 miliardi

La rivoluzione di Moretti

L’ad di Ferrovie: «Entro il 2015, Roma-Milano in 2 ore e 20 minuti» di Alessandro D’Amato

Presentato ieri il Piano industriale 2011-2015 delle Ferrovie dello Stato. Prevede investimenti per 27 mld di euro nei prossimi 5 anni, interventi per 17 mld sulla rete convenzionale e 3,5 su quella Alta Velocità. Il progetto prevede inoltre che il fatturato di Fs nel 2015 superi i 10 mld di euro, incluse le attività estere

ROMA. 27 miliardi di investimenti in cinque anni, di cui sei per i nuovi treni. E una promessa non da marinaio: la nuova tratta Milano-Roma diventerà percorribile in due ore e venti minuti. Mauro Moretti ha raccontato così il piano industriale delle “sue”Ferrovie di Stato, che gestisce dal settembre 2006, incurante dell’avviso di garanzia per favoreggiamento personale nell’ambito del caso Bisignani che gli hanno inviato i pubblici ministeri di Napoli, e della concorrenza di Montezemolo e Della Valle, che sembrano ancora molto in ritardo e incapaci, ad oggi, di mettere paura al monolite pubblico.

Un piano raccontato ieri agli operatori finanziari e ai media nazionali e internazionali, e che punta «al consolidamento economico del gruppo e a una sua progressiva espansione sui mercati internazionali, in uno scenario di crescente competitività». La presentazione di ieri è stata benedetta dall’azionista di maggioranza Giulio Tremonti, che ha inviato un messaggio augurale: «Mi avrebbe fatto molto piacere - ha dichiarato il ministro dell’Economia - essere con voi e leggere i buoni dati di bilancio. Nel dopoguerra qualcuno diceva che è un chiaro segno di follia risanare le Ferrovie dello Stato. Da allora qualcosa è cambiato». Il riferimento, nemmeno tanto felpato è alla frase attribuita poi a Giulio Andreotti: «Ci sono due tipi di pazzi: quelli che si credono Napoleone e quelli che vogliono risanare le Ferrovie dello Stato». Ma il ministro Tremonti è andato oltre: «Prima o poi qualcuno si presenterà alla vostra assemblea per staccare una ricca cedola di dividendo», ha aggiunto in quello che è sembrato a tutti più che altro un auspicio. Il piano industriale è stato presentato nelle sue linee programmatiche. Le Ferrovie stimano al 2015 di superare i 10 miliardi di euro in fatturato. Fra i principali investimenti previsti, c’è l’acquisto di 50 nuovi treni di alta velocità

per un controvalore di 1,55 miliardi e la ristrutturazione di 59 treni veloci per 110 miliardi, entrambi del modello Frecciarossa.

Un piano che prevede l’abbattimento dei costi operativi di altri 300 milioni con un’incidenza sul fatturato contenuta al 74% e con l’obiettivo di far crescere tutti i principali indicatori di redditività: Roi, servizi trasporto 7,3; Ebitda Margin 26%; Ebit Margin 10%.Per quanto riguarda invece il servizio universale di trasporto regionale/locale, il gruppo ha previsto, fra gli altri, l’acquisto di 90 nuovi treni metropolitani per 720 milioni di euro, investimenti sulle locomotive per 800 milioni di euro (acquisto di 300 unità) e investimenti sulle carrozze (acquisto, ristrutturazione)

per un complessivo di un miliardo di euro. A inizio luglio, nel prossimo Consiglio di amministrazione delle Ferrovie dello Stato, arriverà anche l’approvazione per l’emissione di bond e connessa procedura di rating e selezione degli advisor finanziari per fondi da destinare al completamento delle opere per l’alta velocità. «Prevediamo - ha aggiunto Mauro Moretti - che in sei o sette mesi, a inizio 2012, sarà pronto lo schema di emissione per dei bond da 35 miliardi di euro, di cui la gran parte, circa 3,5 miliardi andranno a finanziare gli investimenti per le infrastrutture della linea ad alta velocità, e il resto andrà in materiale rotabile».

Tutto ciò in cambio di un aumento di capitale in contanti da 900 milioni di

euro per Trenitalia. La ricapitalizzazione «è finalizzata a riequilibrare ulteriormente la situazione patrimoniale e affrontare con maggiore stabilità i rilevanti impegni sul fronte degli investimenti».

L’amministratore delegato Mauro Moretti ha anche annunciato che «entro il 2015 i treni alta velocità Ferrovie dello Stato Italiano percorreranno la tratta Roma-Milano in due ore e venti minuti a fronte delle attuali tre ore». In particolare il risparmio di tempo viene conseguito grazie al complemento del sottopassaggio del nodo di Bologna nel 2012 che consente un risparmio di 10 minuti e quello di Firenze entro il 2015 (altri 10 minuti risparmiati) a interventi migliorativi sulla rete e infine all’en-


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e di cronach

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato

Ripresi gli sbarchi a Lampedusa. Un tunisino fermato per stupro LAMPEDUSA. Riprendono gli sbarchi di immigrati a Lampedusa. Nella notte di ieri, dopo una “tregua” durata più di una settimana, sono approdati sull’isola 411 profughi in due diversi sbarchi. Sul primo barcone c’erano 158 profughi e sul secondo 253. I migranti sono stati soccorsi immediatamente dalla Guardia Costiera e dalla Guardia di Finanza. Intanto, da Agrigento hanno fatto sapere di aver fermato un immigrato tunisino che avrebbe abusato sessualmente di una giovane connazionale durante la traversata dalla Tunisia a Lampedusa, e nuovamente nel centro d’accoglienza. Ritenuto il capo dell’organizzazione dei barconi, è stato fermato per stupro e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Lo sbarco è quello del 15 giugno. La donna solo recentemente ha raccontato d’aver pagato mille euro per raggiungere l’Italia e di aver subito violenza sessuale durante il viaggio. La giovane, costretta ad-

Direttore da Washington Michael Novak Consulente editoriale Francesco D’Onofrio Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Errico Novi (vicedirettori) Vincenzo Faccioli Pintozzi (caporedattore) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica)

dirittura a dichiararsi moglie del violentatore, una volta giunta nel centro d’accoglienza è stata sistemata insieme all’uomo. Nel Cpt, ha raccontato la donna, avrebbe subito un nuovo abuso sessuale. L’uomo, fermato insieme con altri tre immigrati giunti due sere fa con il traghetto a Porto Empedocle, sono stati trasferiti al carcere Petrusa. Le sei donne di quello sbarco sono rimaste nell’ex base Loran, sull’isola di Lampedusa.

Nelle foto in basso: il ministro Giulio Tremonti, l’ad di Fs Mauro Moretti e il ministro Altero Matteoli

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria) Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Osvaldo Baldacci, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Anselma Dell’Olio, Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Aldo G. Ricci, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Jacopo Pellegrini, Antonio Picasso, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Franco Ricordi, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Emilio Spedicato, Maurizio Stefanini, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Amministratore Unico Ferdinando Adornato Concessionaria di pubblicità e Iniziative speciali OCCIDENTE SPA Presidente: Emilio Bruno Lagrotta Amministratore delegato: Raffaele Izzo Consiglio di amministrazione: Ferdinando Adornato, Vincenzo Inverso, Domenico Kappler, Antonio Manzo Angelo Maria Sanza

trata in servizio del nuovo treno che potrà raggiungere velocità anche di 360 chilometri orari.

Con questo nuovo minutaggio, per Moretti, «si apre un’altra fetta di mercato. Oggi intanto vediamo un crescente successo, sono sempre di più i giovani che abbandonano l’aereo per il treno». E l’occasione è stata propizia anche per annunciare una nuova denominazione sociale e un nuovo logo per le “vecchie” Ferrovie dello Stato, che da oggi diventano “Ferrovie dello Stato Italiane”. «Con il nuovo logo le Ferrovie dello Stato, nell’anno del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia, tracciano un significativo cambiamento nel segno dell’italianità e della forte identità nazionale in un mercato ormai sempre più europeo e internazionale». Il cambio di denominazione sociale è stato approvato dall’assemblea straordinaria di Fs lo scorso martedì 24 maggio. «Rimangono invece immutate il tipo sociale (Spa), le attività che costituiscono l’oggetto sociale e le regole fondamentali dell’organizzazione». Durante la presentazione c’è stato spazio anche per il presidente del gruppo, quel Lamberto Cardia che fino a qualche tempo fa presiedeva la Consob: nel suo intervento Cardia ha rilevato che «se non c’è uguaglianza non c’è concorrenza ma si va a danno di qualcuno e a vantaggio di altri», e si è quindi detto favorevole «alla concorrenza» a patto che a questa si accompagnino «condizioni di uguaglianza delle norme le quali ap-

Ricapitalizzazione prevista per Trenitalia, finalizzata «a riequilibrare ulteriormente la situazione patrimoniale»

punto devono essere uguali per tutti». Un modo per replicare alle parole di Antonio Catricalà, presidente dell’Autorità Antitrust, che nella relazione di due giorni fa aveva pesantemente richiamato anche le Ferrovie ricordando i presunti abusi di posizione dominante del gruppo. Qualche voce critica però ricorda che sulla rete c’è ancora molto da fare. «Adiconsum - ha dichiarato Pietro Giordano, segretario generale vicario esprime apprezzamento per il piano di investimenti annunciato dal Gruppo Ferrovie dello Stato. Resta in piedi, purtroppo, tutta la questione inerente al trasporto regionale con i noti e drammatici disservizi subiti dai pendolari e l’atavica questione dei tempi di percorrenza e del servizio ferroviario nelle aree più deboli del Paese, con particolare riferimento al Sud».

Una questione che può essere risolta con la concorrenza estesa all’intero tracciato nazionale e con il varo dell’invocatissima autorità di controllo, ancora in alto mare. Adiconsum chiede a Trenitalia il rispetto di quanto previsto dall’accordo sottoscritto con tutte le Associazioni dei Consumatori, per una maggiore tutela dei passeggeri ed una sempre maggiore qualificazione del servizio, anche attraverso una Carta dei Servizi che tuteli i consumatori. Ovvero, quelli che sull’innovazione del servizio delle Ferrovie dello Stato avrebbero tanto, tantissimo da dire.

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el futuro ognuno sarà famoso per 15 minuti». E adesso che la frase di Andy Warhol è diventata pure un tema dell’esame di Maturità, e sembra in molte realtà pure quello più selezionato; è forse il caso di tornare invece che al futuro al passato, e alla storia di un altro tema, e all’altra storia di un personaggio che aveva appunto deciso diventare famoso a tutti i costi. La prima vicenda riguarda uno studente di tanti anni fa che si chiamava Benito Mussolini: non so se il nome vi suona familiare... Un insegnante una volta gli diede appunto un tema: “Il tempo è denaro”. E questo ne fu lo svolgimento, che costò allo studente una sospensione di alcuni giorni: «Poiché il tempo è denaro, forse sarebbe più utile se lo impiegassi a studiare, piuttosto che a fare temi idioti».

«N

Certo che si rischierebbe la bocciatura, ma sarebbe suggestivo immaginare un maturando in grado di scrivere qualcosa tipo: «Tema. Nel futuro ognuno sarà famoso per 15 minuti. Svolgimento. Io diventerò famoso per 15 minuti subito. Il telegiornale riferirà che sono sta-

il paginone

Tra gli altri argomenti della prova, «Lucca» di Ungaretti; amore, odio, passione co esisteva un Tempio di Artemide che era considerato una delle Sette Meraviglie del Mondo Antico: assieme a Piramidi d’Egitto, Faro di Alessandria, Giardini Pensili di Babilonia, Mausoleo di Alicarnasso, Colosso di Rodi e Tempio di Giove a Olimpia. La notte tra il 20 e il 21 luglio del 356 a.C., semplicemente, diede fuoco all’edifici, che fu distrutto completamente dalle fiamme. La notte stessa nacque Alessandro Magno, dando luogo a ulteriori leggende e dicerie. Una fu ad esempio che Artemide avesse tralasciato di sorvegliare il proprio Tempio proprio perché distratta da quella nascita. Un’altra, che le fiamme dovessero simboleggiare e profetizzare il modo in cui Alessandro avrebbe metaforicamente bruciato mezza Asia. Comunque, Erostrato la spiegò appunto alla Andy Warhol: aveva voluto avere anche lui il suo quarto d’ora di celebrità. I giudici lo ascoltarono, e lo condannarono a quelle che ritennero la pena peggiore, risptto alla quale quella a morte è da considerarsi una mera sanzione accessoria: a che il suo nome fos-

Piuttosto fiacca la traccia più sviluppata dagli studenti italiani durante la prima prova di Maturità. Alzi la mano chi non conosceva la nota frase di Warhol sulla fama... In queste pagine: Andy Warhol e alcune delle sue creazioni; Gabriele D’Annunzio, Giovanni Verga e Giuseppe Ungaretti; alcuni studenti affrontano l’esame di Maturità

to io lo studente che al tema ha scritto: chi ha avuto l’idea di un tema del genere è un imbecille». Punto. L’altro signore si chiamava Erostrato. Era un pastore senza arte né parte che visse nell’Asia Minore ellenizzata nel IV secolo a.C., ma il suo nome è ancora tramandato, a lui è stata intitolata anche una peculiare patologia psichica che oggi si chiama appunto erostratismo, e in più il gesto memorabile che lo consegnò alla Storia ha ispirato letterati in quantità. Nel 1815, ad esempio, Alessandro Verri gli dedicò il romanzo Vita di Erostrato. Nel 1896 Marcel Schwob ne fece il soggetto di una delle sue Vite immaginarie. Nel 1939 Jean-Paul Sartre lo rivisitò in chiave moderna in una breve storia pubblicata in Il muro. Nel 2000 uscì la prima edizione in portoghese dell’inedito di Pessoa Fernando Erostrato e la ricerca dell’immortalità. E del 2005 è il libro di Paolo Cerchi Erostrati e astripeti. Ma ci sono anche due o tre film, e la canzone di un gruppo rock. «Troverò ben io il modo di farvi attoniti, o stolti; dovrete ripetere in perpetuo il mio nome. Se per oneste imprese mi ricusaste la fama, vi sforzerò darmela per sempre con una trista», è la requisitoria che gli fa appunto pronunciare Verri. Come ottenne Erostrato il suo quarto d’ora di celebrità? Semplicissimo. A Efeso, dove viveva,

se dimenticato e non tramandato. Pena la morte, anche per il menzionatore. Ma lo storico Teopompo non si fece i fatti propri, anticipò quel mestiere del giornalista che in teoria non era stato ancora nemmeno inventato, e raccontò a tutti della seta di fama del pastore efesino, e del modo contorto in cui lo aveva soddisfatto. E quindi, alla fine, Erostrato l’ha spuntata.

Questo, per ricordarci quanto alla fine la Modernità sia raramente tale. Nel senso che le Tecnologie cambiano, i Costumi anche, ma l’Uomo è poi sempre quello. «In the future everyone will be world-famous for 15 minutes», il profeta della Pop Art americana lo fece scrivere per la prima volta nel catalogo di una mostra al Moderna Mu-

Quindici m

di Maurizio mente sulfurea e modernizzante continuò a frequentare con regolarità chiese adornate con i quadri della Madonna e dei Santi della tradizione orientale. E in quella tradizione l’Icona è appunto una Finestra sul Sacro non necessariamente coincidente con i canoni occidentali di Arte, realizzata spesso con criteri vagamene seria-

Il profeta della Pop Art americana lo fece scrivere per la prima volta nel catalogo di una mostra al Moderna Museet di Stoccolma, che si tenne da febbraio a marzo ’68 seet di Stoccolma, che si tenne dal febbraio al marzo 1968. Il cortocircuito tra futuro, presente e passato è egregiamente rappresentato proprio dal fatto che questo autore di foto ridipinte in tinta unica e riprodotte in serie diventate Icona del XX secolo, in realtà si era formato con le Icone in senso stretto. Figlio di immigrati negli Usa appartenenti alla minoranza ucraina della Slovacchia era infatti di religione cattolico di rito ruteno, e per tutta la vita malgrado la sua fama vaga-

li a partire da certi prototipi particolarmente venerati, e spesso con colori se non proprio unici comunque dominanti a seconda di una mistica simbologia. Blu = umano; rosso = trascendenza e sangue dei martiri; verde = natura, fertilità e abbondanza; marrone = terrestre, umiltà e povertà; bianco = armonia, pace, divino e luce.

Basta sostituire ai santi del Cristianesimo i personaggi famosi della sua epoca come Marilyn Monroe, Mao o Che

Guevara, e alla realizzazione a mano la foto e la tecnica serigrafica, e il salto dall’Icona alla Pop Art è diretto. È vero che le Icone tendevano a innalzare il personaggio effigiato e anche l’osservatore, mentre la sensazione dominante della Pop Art è quella opposta, dello svuotamento di significato. Ma se applicato ai personaggi mitici dell’oggi c’era forse una critica implicita alla loro vacuità, la ripetizione in serie di grandi marchi commerciali o immagini di impatto di incidenti stradali o sedie elettriche, Wahrol invece finiva per propugnare una pur surreale democrazia degli oggetti. Anche lo scaffale del supermercato ha diritto al suo quarto d’ora di celebrità, in una galleria d’arte. Anzi, secondo Wahrol erano proprio i prodotti di massa il grande strumento di democrazia sociale. Anche il più povero può bere la stessa Coca Cola che beve


il paginone

on Verga, D’Annunzio e gli anni Settanta. Nucleare e Unità d’Italia i grandi assenti

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che: «Tutti gli scandali aiutano la pubblicità, perché non c’è migliore pubblicità della cattiva pubblicità». Ma, appunto, qui ritorniamo a Erostrato. All’inizio della televisione, diventavano sia pur momentanei idoli dell’audience i concorrenti di Mike Bongiorno che sapevano a memoria la Divina Commedia, o la storia romana, o le formazioni delle partite della nazionale italiana di calcio. Anche se magari già da allora si poteva venire ricordati più per non aver saputo in quale opera Giuseppe Verdi aveva messo un controfagotto, che per averlo saputo. Già una ventina d’anni dopo, iniziava alla radio quell’epopea della Corrida che continua ancora in tv nell’epoca di YouTube; e in cui a incassare gli applausi e i premi sono effettivamente i più bravi, ma a finire poi sulla stessa YouTube o nelle puntate finali dei concorrenti più memorabili, sono quelli che hanno cantato peggio o hanno dato maggior mostra di squilibrio mentale. Una cinquantina d’anni dopo, Il Grande Fratello selezionava se non altro la personalità, o il fisico.

Adesso, siamo ormai a chi

minuti di banalità

o Stefanini Jimmy Carter o Liz Taylor. Anche una bottiglia di Coca Cola o un barattolo di ministra Campbell ha diritto alla stessa considerazione dell’Ultima cena di Leonardo, o di un capolavoro di Paolo Uccello o di Piero della Francesca.

Ma d’altra parte, anche l’Ultima cena di Leonardo e i capolavori di Paolo Uccello o di Piero della Francesca hanno il diritto di uscire dalla povere dei Musei, e di diventare prodotti di massa come la Coca Cola o le scatole di minestra Campbell. Non a caso, quando venne la moda del Codice Da Vinci la gran massa degli americani intrigati da quelle cervellotiche teorie andarono a ricontrollarsi se davvero Giovanni assomigliava a Maddalena nelle reinterpretazioni di Andy Wahrol. D’altra parte, prendiamo anche alcuni di quei famosi e provocatori film che neanche lui stesso vide mai, lasciando la penosa incombenza agli annoiati operatori comandati all’ingrata bisogna: 24 ore di movimenti di luce e ombre sull’Empire State Building, un uomo che dorme, un gelato che si squaglia. Anche quella è una promozione dell’or-

dinario, che ricorda peraltro certe tecniche di meditazione sul momento che fugge tipiche delle filosofie orientali e del buddhismo. Wahrol, è vero, sarebbe morto nel 1987. Senza dunque fare in tempo a conoscere né Internet, né Facebook, né Il Grande Fratello né più in generale i reality. Ma già nel 1979 lui poteva dichiarare che, a suo avviso, «la mia previsione dal Sessanta finalmente si è avverata. In futuro tutti saranno famosi per 15 minuti».

È vero che quando negli anni successivi sarebbero tornati a fargli la domanda lui a volte avrebbe rimescolato le carte. «In futuro 15 persone saranno famose»; «In 15 minuti tutti saranno fa-

Nel corso degli anni però, il grande artista cambiò spesso versione arrivando a dichiarare: «In futuro quindici persone saranno famose» o anche «in quindici minuti tutti saranno famosi» mosi». Aveva anche detto: «La cosa più bella di Tokio è McDonald’s. La cosa più bella di Stoccolma è McDonald’s. La cosa più bella di Firenze è McDo-

nald’s. Pechino e Mosca non hanno ancora nulla di bello. Roma è l’esempio di ciò che accade quando i monumenti di una città durano troppo a lungo». E an-

si accapiglia meglio. A chi è più tamarro: «Il vero tamarro non si lava»! A chi ha l’ex-fidanzato che gli ha filmato gli incontri intimi per trasformarli in video a luci rosse. A chi ha spiegato nel modo più incomprensibile possibile la propria strategia per combattere il caldo a colpi di doccette, bire e calippo. L’ha spiegato anche l’inventore di Facebook, Mark Zuckerberg. «Il concetto di privacy che ho io non è lo stesso che ha mio padre ed è diverso anche da quello di una ragazzo di quattordici anni. Sei anni fa nessuno voleva che le proprie informazioni personali fossero sul web, oggi il numero delle persone che rende disponibile il proprio cellulare su Facebook è impressionante. Per i miei genitori la privacy era un valore, per i miei coetanei condividere è un valore». Insomma, gli Erostrati di oggi sono pronti a bruciare perfino sé stessi, pur di essere immortalati dallo spettacolo che nel loro rogo è offerto. Ancora Zuckerberg: «Faccio parte di una generazione diversa dalle altre, la prima ad essere cresciuta con Internet. Sono stato abituato fin da piccolo a vedere cose nuove, tecnologie interessanti, cresciuto con Napster, Wikipedia, Aol, e tutto il resto. Facebook è un’ evoluzione naturale, perché non fa altro che rimettere al centro il motivo stesso della esistenza di Internet, la connessione tra persone. E si sta trasformando in altre cose. È un momento fantastico, non credo che finirà presto». Un “sic transit gloria mundi”, evocante infine nel malinconico autore di queste righe la dolente profezia sull’evoluzione del pensiero filosofico che ricorda di aver letto nel bagno della facoltà universitaria da lui frequentata ormai la bellezza di un quarto di secolo fa. «Georg Wilhelm Friedrich Hegel: to be is to do. Karl Marx: to do is to be. Frank Sinatra: to be do be do be do».


mondo

pagina 10 • 23 giugno 2011

Manifestazioni violente, nei giorni scorsi, in piazza Pasok contro il piano “lacrime e sangue” varato dal governo per ottenere gli aiuti europei. Nella pagina a fianco il premier greco Papandreou, sempre più criticato anche nella sua stessa maggioranza, e la sede del Consiglio d’Europa

Tutto pronto per l’incontro che darà il via libera anche alla nomina di Draghi alla Bce. Sempre che Bini Smaghi si dimetta

L’Ue attacca Libia e Grecia I Ventisette si riuniscono per discutere della crisi del debito greco. Ma lo “stop” alle bombe su Tripoli proposto da Frattini scatena Parigi di Enrico Singer oveva essere il vertice del salvataggio della Grecia e del via libera definitivo alla nomina di Mario Draghi alla presidenza della Bce dal prossimo novembre. Un vertice pieno di segnali positivi, insomma. Un punto dal quale ripartire più uniti per lanciare un segnale di fiducia ai mercati finanziari e per rafforzare le istituzionichiave della Ue. Ma sul tavolo dei capi di Stato e di governo che si ritrovano oggi pomeriggio e domani a Bruxelles, di sicuro c’è soltanto l’investitura di Draghi, anche questa, per la verità, accompagnata dall’imbarazzante coda polemica tra Francia e Italia sulle dimissioni di Lorenzo Bini Smaghi dal board della Banca centrale europea per fare posto almeno a un francese nel direttorio dell’Eurotower. Il compromesso sui nuovi aiuti ad Atene, per ora, ha partorito il classico topolino – ci sarà soltanto lo sblocco di una prima tranche di fondi e per tutto il resto un rinvio all’ennesima riunione dei ministri economici fissata per il 3 luglio – e a far peggiorare il

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clima ci si è messa una nuova divergenza di vedute, guarda caso ancora una volta tra Italia e Francia, sulle operazioni militari in Libia. Perché all’idea di una «sospensione umanitaria immediata delle ostilità» lanciata da Franco Frattini, ieri, durante la sua relazione alla Camera sul Consiglio europeo che sta per aprirsi, ha reagito dopo poche ore il ministero degli Esteri di Parigi che ha bocciato qualunque ipotesi di stop ai raid aerei della Nato perché in questo modo, come ha detto un portavoce, «rischieremmo soltanto di permettere a Gheddafi di guadagnare tempo e di riorganizzarsi». Così, il vertice della ritrovata solidarietà si annuncia come un’altra tappa in salita di un’Unione che stenta a trovare la sua tanto inseguita voce unica sui maggiori problemi del momento.

Il capitolo più delicato è quello della crisi greca. Che è la cima di un iceberg molto più minaccioso: la crisi dell’intero sistema della moneta comune. E non è un caso che, alla vigilia del vertice di Bruxelles, una

cinquantina di industriali e di top manager dei maggiori colossi di Francia e Germania – da Siemens a Daimler, da Bosh a Deutsche Bank, da Michelin a Vivendi, da Société Générale ad Alcatel – hanno pagato un’intera pagina di pubblicità sui principali quotidiani di quelle che erano le locomotive dell’Europa, per rivolgere un

governo Papandreou ha consentito, almeno, di allentare la tensione a Bruxelles, anche se non è servito a fare altrettanto ad Atene dove continuano le proteste contro il piano di austerity che la Ue ha posto come condizione indispensabile per il secondo pacchetto di aiuti. Ma anche ieri Angela Merkel ha ripetuto che nessu-

Berlino insiste a chiedere l’intervento delle banche, accanto a quello degli Stati, per andare in soccorso dei conti pubblici greci. Ma la Merkel plaude il voto al Parlamento di Atene appello ai leader politici dei Ventisette per «salvare l’Unione europea e la moneta comune». Nel testo, naturalmente, si parla della necessità di aiutare la Grecia e gli altri Paesi in difficoltà, ma si coglie anche la vera sostanza della crisi che è di goverance economica complessiva e coordinata dei 17 Paesi che fanno parte di Eurolandia. E che non si risolve ricorrendo a continui piani di salvataggio. Certo, il voto di fiducia del Parlamento greco al

na decisione concreta sarà adottata in questo vertice perché Berlino insiste a chiedere l’intervento delle banche, accanto a quello degli Stati, per andare in soccorso dei conti pubblici greci. Wolfgang Schaeuble ci prova da settimane, anche se con scarso successo. Banche e grandi compagnie assicurative, secondo il ministro delle Finanze tedesco, dovrebbero dare un contributo finanziario su base volontaria per salvare Atene dalla banca-

rotta sull’esempio di quanto il sistema bancario già fece nel 2009 nei confronti di molti Paesi dell’Europa orientale con quella che fu chiamata “l’iniziativa di Vienna” dalla città in cui fu decisa l’operazione. Ma le stesse banche tedesche – che detengono circa 20 miliardi di debito greco – chiedono delle contropartite.

L’amministratore delegato del Bundesverband deutscher Banker, l’Associazione bancaria tedesca, Michael Kemmer, ha fatto sapere che gli investitori privati «sono a disposizione», ma reclamano incentivi economici per sostenere ancora i titoli di Stato greci. Rendite più alte e garanzie dei Paesi forti dell’Eurozona. E proprio sul meccanismo che dovrebbe rendere possibile – e invitante – l’impegno su base volontaria delle banche non c’è ancora un’intesa a livello politico nella Ue. Non l’hanno trovata i ministri economici riuniti nello scorso weekend in Lussemburgo ed è probabile che non la troveranno oggi e domani i capi di Stato e di governo riu-


mondo niti a Bruxelles. Il tutto complicato dal fatto che il salvataggio della Grecia è, sì, un affare dei diciassette Paesi di Eurolandia, ma in base alle regole della Ue deve essere votato anche da chi non ha adottato l’euro come sua moneta. E la Gran Bretagna di David Cameron ha già annunciato che non intende spendere una sterlina per evitare il default di Atene e che il prossimo 3 luglio, quando dovrebbe finalmente vedere la luce il nuovo piani di aiuti, Londra «potrebbe anche votare contro». Tutto lascia pensare che la crisi dell’euro sarà l’eredità avvelenata che il francese Jean-Claude Trichet lascerà, dal prossimo primo novembre, a Mario Draghi che, dal vertice di Bruxelles, uscirà con la nomina a presidente della Bce in tasca. Per lui si attende un voto unanime che sarà la principale nota positiva della riunione. Ieri anche il governo francese ha confermato il proprio sostegno alla candidatura di Mario Draghi al vertice della Banche centrale europea. È stato il ministro del Bilancio, Francois Baroin, che è anche portavoce dell’esecutivo, a precisarlo smentendo formalmente di voler legare l’indicazione del nome del governatore della Banca d’Italia all’addio di Lorenzo Bini Smaghi dal board della Bce. «Non ci sono condizioni per il sostegno della Francia a Mario Draghi», ha detto Baroin al termine del consiglio dei ministri di ieri che si è tenuto all’Eliseo alla presenza di Nicolas Sarkozy. Ma il problema della presenza di un francese nel di-

rettorio dell’Eurotrower di Francoforte resta e dovrà essere risolto.

La Libia è, invece, il problema nuovo che è finito sul tavolo del Consiglio europeo. Tra i leader dei Paesi che partecipano alle operazioni militari nel quadro della Nato era previsto a Bruxelles soltanto uno scambio di opinioni. Una specie di punto informale sulla situazione, anche perché la missione è stata assunta in seno all’Alleanza atlantica di tre mesi in tre mesi e – come ha ricordato lo stesso ministro della Difesa, Ignazio La Russa – «fino a settembre l’impegno continuerà di sicuro». Ma le dichiarazioni di ieri di Franco Frattini di fronte alla Commissione esteri della Camera hanno sorpreso molte altre capitali. Il ministro ha detto che in Libia è essenziale una «sospensione umanitaria e immediata delle ostilità». Se è vero che un cessate il fuoco rimane una priorità condivisa anche dal Consiglio nazionale transitorio – a patto che Gheddafi sospenda tutte le azioni militari e sia disposto a trattare la sua uscita di scena – secondo Frattini adesso sarebbe fondamentale inviare aiuti immediati alla popolazione libica e «un istantaneo blocco delle ostilità consentirebbe di evitare quello che anche il Cnt teme: il consolidamento della spartizione in due del Paese». In base a queste due esigenze, il nostro ministro degli Esteri ha auspicato che nella riunione di Bruxelles «si trovi un consenso unanime per una sospensione delle ostilità». Parole che hanno suscitato l’immediata risposta negativa di Parigi e che hanno spiazzato gli altri Paesi della Nato e della Ue che partecipano alle operazioni militari. A Bruxelles l’opinione generale è che sulla proposta di Frattini abbia pesato molto il fronte interno: come dire che sia stata una mossa per accontentare la Lega che spinge per uscire dall’impegno in Libia. Ma questo, se fosse vero, non fa che indebolire la posizione dell’Italia in Europa.

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In piazza Pasok la gente urla da due giorni: «Ladri, ladri, andate via»

Atene vota il piano ma in piazza è scontro

Il governo ha ottenuto la fiducia sulla manovra, eppure perde sempre più credibilità fra la popolazione di Martha Nunziata odici, dodici e otto. Non sono numeri a caso, anche se potrebbero sembrarlo. Sono i numeri più importanti, in questo momento, per la Grecia e, forse, per tutta l’Europa dell’euro, Italia compresa. Dodici, come i voti di vantaggio in Parlamento della nuova coalizione di governo del premier George Papandreou, ma anche come i miliardi di euro che costituiscono la quinta tranche del prestito da 110 miliardi concesso dall’Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale l’anno scorso, nel quadro degli interventi di salvataggio del paese. Soldi che però, per essere riscossi, necessitano dell’approvazione, da parte del parlamento ellenico, delle misure straordinarie di austerity entro e non oltre il trenta giugno.

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Tra otto giorni, appunto. Intanto, nonostante le proteste furibonde da parte dei cittadini di Atene, Papandreou ha incassato il voto di fiducia nei confronti del proprio governo, come previsto dagli analisti politici greci, grazie al voto favorevole dei 155 deputati del Pasok, il Partito socialista, contro i 143 no delle opposizioni su un totale di 298 votanti sui 300 seggi dell’assemblea. Fuori dal Parlamento, durante la votazione, e nella centralissima piazza Syntagma di Atene hanno manifestato almeno diecimila persone la loro rabbia - chiamate a raccolta tramite internet e twitter -scandendo ritmicamente lo slogan «ladri, ladri, ladri, andate via», mentre la parola“ladri” veniva proiettata con raggi laser sulla facciata dell’edificio. Il nuovo esecutivo voluto da Papandreou fa affidamento soprattutto sul neo vicepremier e ministro delle Finanze Evangelos Venizelos, già titolare del dicastero dell’Ambiente, ma che gode di un’ottima reputazione politica ed economica nel Paese. Sarà Venizelos, 54 anni, ad avere il duro compito di gestire la crisi finanziaria e sociale della Grecia, facendo passare in parlamento un pacchetto di tagli alla spesa pubblica del valore di 28 miliardi di euro da realizzare tra il 2012 e il 2015. Ma il Parlamento greco dovrà approvare questo nuovo piano di austerity entro e non oltre la fine di giugno: è questo l’ultimatum dato dalla Ue al governo ateniese, che ieriVenizelos ha trasmesso con una telefonata ad Antonis Samaras, il leader di Nea Democratia, la principale formazione politica d’opposizione, di centro-destra, nell’ambito delle trattative per raggiungere un compromesso tra governo e opposizione. La risposta di Samaras, in realtà, è stata piuttosto fredda, nonostante la «comprensione della necessità di seguire fedelmente la procedura decisa al riguardo durante la riunio-

ne dell’Eurogroup, indipendentemente dalla posizione che prenderà Nea Democratia circa il contenuto del programma».Traduzione: il maggiore partito d’opposizione non voterà il piano “lacrime e sangue” previsto dal governo. Dal canto suo, però, il neo portavoce del governo, Elias Mossialos, si è detto sicuro che il programma a medio termine verrà votato da tutti i 155 deputati del Pasok.Voti che, come per la fiducia, dovrebbero essere sufficienti. Papandreou, poi, subito dopo aver incassato la fiducia, ha avuto un colloquio telefonico con Josè Manuel Barroso, che ha commentato: «Sappiamo che molte persone in Grecia si trovano di fronte a profondi tagli che hanno un impatto reale sul loro reddito. Ci rendiamo conto di quanto sia difficile. Se ci fosse un percorso più semplice per uscire dalla crisi, lo avremmo preso. Ma non c’è. Questa è la via che la Grecia ha intrapreso, con il pieno sostegno e la solidarietà dell’Unione europea».

E l’Italia è nel vortice della crisi finanziaria? Dopo le minacce della triade newyorkese dei giorni scorsi di Standard & Poor’s e l’ultima, negativa la valutazione di Moody’s e Fitch, le voci di un possibile “contagio”del nostro paese si erano diffuse ad inizio settimana, anche per le dichiarazioni del presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, preoccupato soprattutto per il possibile intervento dei privati nell’opera di salvataggio della Grecia (“Stiamo scherzando col fuoco”, aveva detto). La triade americana aveva diffuso la notizia che l’outlook dell’Italia, in relazione alla sua affidabilità creditizia, potrebbe essere declassato in negativo nei prossimi mesi. In altre parole, i titoli di stato subirebbero un duro colpo di credibilità passando dall’attuale valutazione AA2 a una inferiore. Con quali conseguenze? In primo luogo la raccolta del credito diventa più difficile e soprattutto più cara. E il debito cresce. Una spirale dalla quale diventa poi difficile uscire. Una analisi, questa, in parte confermata dal Fondo Monetario Internazionale, è che l’Italia, a causa delle sue debolezze strutturali, della sua crescita a passo zero, e in ragione di politiche economiche e industriali incapaci di produrre ricchezza e redistribuirla, non sia in grado di far fronte alla doppia sfida crescita e abbattimento del debito pubblico. Siamo quindi sotto osservazione come un malato altamente contagioso. L’economia italiana, però, secondo il Ministero delle Finanze, è solida, nonostante l’altissimo debito pubblico. Ecco perché la prossima sfida di Tremonti dovrà per forza essere quella di abbatterlo.

Barroso: «Certo, il progetto è doloroso per molti. Ma un’altra strada non esiste, altrimenti l’avremmo presa da tempo»


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Uno dei maggiori esperti del mondo arabo, consigliere di Benedetto XVI, invita l’Occidente a non cedere davanti alle sfide della Rivoluzione dei gelsomini

I fiori della Primavera Le rivolte in Medioriente e Africa settentrionale aprono l’islam al suo Rinascimento. Ma noi dobbiamo aiutarle di Samir Khalil Samir sj olti media mostrano una forte preoccupazione e pessimismo nei confronti delle rivoluzioni arabe, mettendo in luce anche i pericoli che i cristiani corrono in questi Paesi. C’è timore che gruppi salafiti e integralisti islamici prendano il potere o influenzino la politica, mettendo a repentaglio la vita dei cristiani. La primavera araba interpella l’oriente e anche l’occidente. La mia impressione, guardando soprattutto all’Egitto, è che questa primavera è vera, reale e mostra che un desiderio di cambiamento verso democrazia e libertà è diffuso nella popolazione. In Siria e in Libia vediamo perfino che vi sono persone pronte a dare la vita per questo ideale.

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È poi incontestabile il fatto che questi movimenti hanno una base locale, non sono manipolati dall’estero. Ma vi è un altro aspetto: questi movimenti, non essendo un partito organizzato, ma piuttosto un ideale di vita, una volta espresso il loro grido, non sono capaci di trasformare questo desiderio in un progetto politico. Allora interviene il movimento contrario, di coloro che non vogliono un cambiamento radicale, o alcun cambiamento tout court. Il primo rischio della primavera araba è che i partiti organizzati vincano le elezioni: il partito che era al potere con Mubarak; o i partiti islamici, soprattutto i Fratelli musulmani, che hanno cambiato nome e sono stati riconosciuti; oppure il nuovo partito, riconosciuto, quello dei salafiti, il movimento islamico più estremista. La rivoluzione di piazza Tahrir è reale: cristiani e musulmani hanno lavorato mano nella mano e questo è il desiderio della maggioranza della popolazione. Ma come trasformare questo desiderio in una politica statale? Wael Faruk, nell’articolo pubblicato giorni fa su AsiaNews sottolinea bene che il

primo problema è quello economico, ed è vero. Del resto, la prima motivazione del movimento giovanile era proprio l’economia. Se vogliamo incoraggiare il movimento democratico, occorre che gli altri Paesi quelli arabi del Golfo e gli occidentali - investano in Egitto, per incoraggiare la ripresa economica, sostenendo gli investimenti e il turismo (prima fonte degli introiti in Egitto). L’altro problema contro cui il movimento si deve scontrare è il

Ci sono persone che sono scese in piazza per difendere, a costo della vita, i valori della laicità e della convivenza anche con i cristiani fondamentalismo. È pure vero che il nemico del fondamentalismo è la libertà, purché essa sia diffusa in tutti gli aspetti: libertà di distaccarsi dalle norme (senza essere contro le leggi); libertà di vivere la propria fede come uno la intende; di esprimere le proprie opinioni senza essere teleguidato. Ma temo che per alcuni anni noi dovremo passare per una crisi, per-

ché in Egitto non c’è abitudine e esperienza nel vivere il rispetto e la libertà. Al contrario c’è un forte movimento radicale, sostenuto da fuori.

Tutte le decisioni che in Egitto vanno nel senso di un islam radicale sono state sostenute, finanziate, incoraggiate da Paesi come l’Arabia saudita o da personalità integraliste. Lo stesso movimento dei salafiti, si stende ben al di là dell’Egitto: è presente in Siria, Giordania,Tunisia, proprio a partire dagli inizi della rivoluzione araba. Essi approfittano dei problemi vissuti dalla gente per riprendere forza. Erano oppressi dai vari governi dittatoriali e adesso sono riapparsi. Spesso essi riemergono contrastando i cristiani. Dove non ci sono cristiani, riappaiono in lotta contro tendenze islamiche liberali o laiciste. In Egitto, i salafiti hanno aggredito non solo chiese cristiane, ma anche centri sufi (islam mistico), o personalità islamiche moderate. Da alcuni anni, nel Paese la cosa più facile è eccitare i radicali musulmani contro i cristiani. Uno degli argomenti che negli ultimi decenni funziona sempre sono le pretese conversioni all’islam. Quando attaccano una chiesa spesso usano questo pretesto, dicendo: «In questa chiesa è tenuta prigioniera una donna che si è fatta musulmana. I monaci, il clero le impediscono di vivere la sua vita». Per mesi e mesi in Egitto si è fatto un gran chiasso su due donne, Wafa’ Co-

Piazza Tahrir gremita di bandiere durante gli ultimi giorni dell’assedio che ha portato alla caduta del regime di Hosni Mubarak. In basso un murales contro Gheddafi apparso nella città di Bengasi, roccaforte dei ribelli libici e sede del governo transitorio nazionale. Nella pagina a fianco scene dalla Tunisia, che ha cacciato il dittatore Ben Ali

stantine e Camelia Shehata, che i salafiti dicono essersi convertite all’islam e che i cristiani tengono prigioniere in due monasteri. Ma proprio nel caso di cui sopra, loro stesse si sono dichiarate cristiane, eppure, malgrado ciò, i salafiti continuano ad accusare i cristiani di tenerle prigioniere.

Adesso hanno trovato una terza donna che si sarebbe convertita e sarebbe tenuta “prigioniera”nella chiesa di Imbaba al Cairo … e hanno attaccato la chiesa! Di fatto, sono tutti pretesti che alimentano il fanatismo religioso nella popolazione. E temo che questo radicalismo non scomparirà così presto. Forse sarà sempre minoranza, ma le sofferenze per i cristiani ci sono e sono pesanti. Questa vera liberta chiederà tempo e fatica. Non vi è una soluzione facile e immediata.Toc-

cherebbe ai musulmani intervenire e dire: basta, ognuno ha diritto a seguire la religione che vuole, cambiare quando vuole e nessuno ha diritto a farne un problema politico. Purtroppo, anche il ruolo degli imam per educare la popolazione è troppo debole. Finché c’è stato un regime autoritario, questo ha avuto la possibilità di ordinare che non vi siano più contese, obbligando al rispetto fino a controllare le prediche degli imam al venerdì in moschea. Ma la libertà ha i suoi rischi e suppone un cammino. Un amico musulmano – una persona colta del Libano – mi faceva notare che anche in Europa e in America vi sono state rivoluzioni e queste sono costate tante vite. «Noi – ha detto – stiamo facendo ora la nostra rivoluzione, con più di due secoli di ritardo e costerà anche a noi tante vite».La tragedia in questi ul-


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te”. Vi è prima la violenza verbale, poi quella fisica. Infine occorre attuare un’educazione alle regole della vita democratica, con il diritto a dissentire. Occorre notare che tutte le nostre rivoluzioni sono state a carattere militare, per cui abbiamo disimparato il rispetto per l’opinione dell’altro. Un intellettuale musulmano, Tarek Heggy, ha detto che ci vorranno almeno due decenni per re-imparare la democrazia. Occorre pazienza, ma occorre anche lottare per cambiare. Il movimento giovanile ha chiaro tutti questi valori ed esigenze, ma dovrebbe focalizzarsi per combattere queste cause: lavoro per tutti, l’educazione per tutti a un livello più alto; imparare a praticare la democrazia in famiglia, in chiesa, in moschea, in politica…

timi 50 anni è che la gente non ha imparato a vivere la democrazia. Questa generazione non ha un modello di Paese che sappia vivere la libertà insieme all’uguaglianza e all’apertura verso tutti. In questa situazione, di solito chi paga sono le minoranze.

E l’Egitto non è il caso più difficile: la Siria sta vivendo problemi molto più gravi, anche se finora questi problemi non hanno toccato i cristiani.Va detto che in Egitto anche la minoranza cristiana soffre talvolta di fondamentalismo, anche se non è abituata a reagire con violenza. C’è però l’invito al martirio: nelle comunità si canta spesso un inno tradizionale che dice «noi siamo una chiesa martire». Ma per fortuna c’è anche una forte tradizione nel Paese che dice “noi siamo un unico popolo”, musul-

mani e cristiani. Secondo questa tradizione, i musulmani sono visti come dei copti che hanno cambiato religione. Tutto questo rafforza il senso di identità di popolo, perché l’Egitto (a differenza di altri Paesi arabi) non è un amalgamo di popoli e tribù diverse, ma è un popolo unico in due religioni. Ma tale sentimento è combattuto da movimenti fanatici. Se questa è la situazione, io credo che per garantire un futuro alla primavera araba, occorre cercare di affrontare le cause profonde che l’hanno generata.

La prima causa è l’economia e di questo ho già detto. La seconda causa è l’ignoranza, che rende più sensibili agli argomenti estremisti, e ai discorsi religiosi degli imam, perché offrono una sicurezza legata alla religione. Più uno è colto, più comprende che la religione non è tutto, che la religione deve comprendere anche il vivere insieme, che essa include anche la libertà di scelta, fosse pure scegliere l’errore. Sono concetti difficili ad ammettere se uno non ha una certa libertà di pensiero e di riflessione. In Egitto vi è una parte della popolazione che è ben educata, ma la maggioranza non lo è affatto e negli ultimi decenni abbiamo assistito a una regressione dell’educazione. La diffusione dell’educazione non è andata di pari passo con la sua profondità. Anche perché tutto

il sistema dalla rivoluzione di Nasser in poi, è andato nel senso di accettare un basso livello: chi arriva fino al 50% dell’esame finale, è ammesso per essere professore o insegnante.

L’altra linea di educazione sono le chiese e le moschee. Su questo aspetto il livello non è migliore, essendovi fondamentalismo sia fra i cristiani che fra i musulmani. Il punto è che nelle chiese, il “fondamentalismo cristiano” non si traduce in attacchi violenti. Invece, nella tradizione islamica esso può tradursi in violenza in nome di Dio, per difendere la vera religione. C’è un sito islamico intitolato “La vera religione”. Ogni tanto l’ho visitato ed è di un incredibile fanatismo e di lotta contro il Vangelo, contro il Cristo creduto dai cristiani, una specie di apologetica contraria al cristianesimo. Con loro ho cercato di dialogare talvolta, sottolineando che ognuno ha i suoi dogmi e che sono indimostrabili, ma purtroppo tutta l’educazione in Egitto è basata sul principio “io ho la verità e devo fare di tutto per piegarti”. Fra i cristiani però questo non porta alla costrizione verso l’altro. Fra i musulmani invece è possibile la strada della violenza per costringere a quella che io penso essere la verità, accusando l’altro di essere un “miscreden-

E questo tocca pure l’occidente: nel modo con cui si è mosso, sta rispondendo a queste esigenze? Credo proprio di no, anzi, per nulla. All’educazione non ci pensano nemmeno e invece dovrebbero aiutarci per alzare il livello. E riguardo all’economia, non mi sembra che essi stiano aiutando. Per ricostruire l’economia occorre un progetto che si basi anche sulla generosità. Invece i Paesi ricchi stanno lavorando molto per i propri profitti, ma usano poca generosità. I loro investimenti vanno tutti a beneficio di una piccola parte, la classe dirigente o imprenditoriale. Ma il

frutto non arriva al popolo.Questo è proprio uno dei motivi che ha scatenato la rivolta: nel nostro Paese c’è una classe che è divenuta ricchissima. Come mai? Come è possibile che il dislivello fra ricchi e poveri sia calcolabile fino a 100 volte? In un Paese europeo la differenza fra ricchi e poveri è magari di 1 a 20. Questa distanza enorme che vediamo da noi è dovuta alla corruzione. L’occidente e gli altri Paesi dovreb-

bero pensare che è nel loro interesse sostenere l’uguaglianza, la democrazia, l’educazione: sono valori che non daranno frutti immediati, ma a lungo termine, magari in 20 anni. Anche aiutare i poveri è in funzione dell’eperché conomia permette più consumi. Se tutti sono poveri, non c’è nulla da comprare. Se la gente è povera, non ci sarà l’incentivo a inviare i propri figli a scuola, per farli subito lavorare. Per tutto ciò, l’occidente non può accontentarsi di essere solo un gendarme verso la Siria, la Libia, il Bahrain, deve trovare delle vie per sostenere l’economia, l’educazione, la democrazia. Anche la pace è la strada per il benessere. L’Egitto, già da tempo, ha scelto la via della pace con Israele, perché è più conveniente per il bene della popolazione. In altri Paesi arabi c’è ancora troppa voglia di guerra, l’orgoglio di voler “vendicarsi” del nemico. E poi, che guadagno c’è nella vendetta?

Non c’è pace senza giustizia, diceva papa Giovanni Paolo; aggiungeva però: Non c’è giustizia senza perdono! La preoccupazione dei cristiani è poi come disinnescare il fanatismo religioso.Vero è che qua e là appare un pensiero nuovo. L’imam Usama al-Qusi, che ha guidato i giovani sulla Piazza Tahrir, ha fatto decine di discorsi dicendo che non è necessario avere un sistema islamico. Vi sono invece regole precise sull’economia, sulla partecipazione, sulla diplomazia, ecc. E conclude che non è necessario essere musulmani per guidare un Paese. Questo tipo di ragionamento calmo, tranquillo, concreto, è quello che ci vuole per educarci alla convivenza. Un altro elemento importante è lanciare dei progetti comuni fra cristiani e musulmani. Un esempio: gli ospedali in Egitto sono evitati da tutti per la bassa qualità del servizio. D’altra parte, gli infermieri prendono una paga così bassa che per ogni servizio – pur legato al loro dovere – chiedono una bustarella. Da questo punto di vista, provare a varare impegni a favore della popolazione nella salute è un strada di educazione molto importante: è questo che rende i Fratelli musulmani molto accetti in alcuni quartieri del Cairo. Ma anche le suore cristiane godono di una grande stima a causa del loro impegno nelle scuole o negli ospedali. Varare opere comuni, fra cristiani e musulmani, è la via per sperimentare che la convivenza è utile a tutti.


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grandangolo Catturato ieri in Messico il boss della droga Jesus Mendez

La Scimmia che ha drogato il mondo è stata chiusa in gabbia Il presidente Felipe Calderon ha espresso soddisfazione per «un grande colpo». Ma il potere dei narcodollari ha ormai invaso tutto il Paese, e quella dei trafficanti sta diventando una forza politica e militare che ha infettato a vari livelli istituzioni, forze di polizia ed economia. Con un collegamento che porta dritto in Italia di Pierre Chiartano n Messico il mondo dei narcos è un marchio: ci sono le narconovelas, le storie che raccontano le gesta dei trafficanti, le narcofosas, le fosse comuni dove vengono ammassati i corpi delle vittime delle esecuzioni, un narcoSanto Jesus Malverde da Culiacan e il narcoPil, con centinaia di miliardi dollari che inquinano, intossicano e comprano il Messico e non solo. Ogni tanto arrivano buone notizie, come quella di ieri che ha visto la cattura di un altro Jesus, decisamente meno santo del Malverde. È finito in manette il boss del cartello della droga messicano La Familia, José de Jesus El Chango Mendez. La polizia è riuscita ad arrestare la Scimmia (el Chango) ad Aguascalientes, nel centro del Messico. «Con questo arresto – ha detto il portavoce del governo Alejandro Poiré – tutto quello che restava della struttura di comando del cartello è stato annientato». Nel dicembre scorso la polizia messicana aveva già sferrato un duro colpo al cartello, uccidendo un altro dei suoi capi, Nazario Moreno. Grande soddisfazione è stata espressa dal presidente Felipe Calderon che ha commentato su Twitter l’operazione della polizia federale, ringraziandola per il «grande colpo» assestato al crimine organizzato: «uno dei criminali più ricercati è stato arrestato. Congratulazioni». E se a Los Pinos, residenza presidenziale, non festeggiano in queste occasioni, quando potrebbero farlo? Sì, perché ormai sono molti gli analisti che

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temono che il Messico possa trasformarsi in un narcoStato. I legami tra i vertici istituzionali e i cartelli della droga, anche in passato, ricalcavano le guerre interne ai trafficanti più di quelle esterne volute dal vicino americano, alla disperate ricerca di porre un freno a droga e violenza, lungo un confine di più di 3mila chilometri. La Familia di El Chango è uno dei 7 maggiori cartelli messicani della droga. La sua roccaforte è lo stato centrale di Michoacan, sul litorale del Pacifico, dove è in guerra con il cartello degli Zetas. Un gruppo paramilitare che lascia sempre la firma

è considerato un cartello della droga, anche se nascono come sicarios al soldo di altre bande. Cominciano a operare come gruppo paramilitare, altamente addestrato, i suoi membri originari erano disertori delle forze speciali dell’esercito messicano e delle kaibilies, reparti speciali dell’esercito del Guatemala che avevano come motto «Si avanzo...sígueme, si me detengo...Apremiame, si retrocedo...mátame». Tanto per capire di che gente si tratta. Composizione che ha reso i Los Zetas uno dei più violenti e tatticamente meglio preparati nel campo della violenza.

La Familia è un importante cartello della droga, nato da una scissione dei Los Zetas, l’ala paramilitare dei narcos

Molti di loro furono addestrati negli Usa, a Fort Benning, in Georgia, per formare dei nuclei speciali antidroga. Ma alcuni presero un’altra strada.Tornati in patria decisero di disertare. Proprio per il particolare addestramento e le qualità strategiche, il cartello del Golfo aveva assunto gli Z come propria milizia privata, da utilizzare come veri commandos contro gli avversari. Il nome Los Zetas deriva dal suo primo capo, il tenente Arturo Guzmán Decena, il cui codice radio nella Federal judicial police era «Z1». Il codice di chiamata per il Commanding federal judicial police officer in Messico, invece, era «Y», da cui derivò il soprannome Yankees ai suoi appartenenti, mentre per la Federal Judicial Police a capo di una città era «Z», e i suoi appartenenti furono soprannominati Zetas. Un tempo negli anni Ottanta

(la lettera Z) sui morti che dissemina a piene mani. È una banda con una genesi molto particolare. Impegnati nel traffico internazionale di droga e altre attività criminali sono guidati da Heriberto El Lazca Lazcano. Iquello dei Los Zetas

i cartelli principali erano quello del Golfo (Golfo del Messico) quello centrale del SInaloa e di Tijuana e quello sulla costa Pacifica di Baja (Baia California). In quell’epoca lungo tutto il confine con gli Stati Uniti si coltivava la coca e altre droghe. Poi fu siglato l’accordo tra Washington e Città del Messico e arrivarono la Dea i federales e gli aerei con i defolianti. I gomeros, i contadini che coltivavano papaveri da oppio per i cartelli scomparvero. Ma nacquero i pasadores. I narcos messicani non più produttori divennero gli spalloni della droga dei cartelli colombiani. Sempre negli anni Ottanta venivano pagati mille dollari per ogni chilo di cocaina che attraversava il confine con lo Stato yanqui. Nacquero centinaia di aziende fasulle, proprio vicino al confine, e il terreno sottostante fu scavato come un formicaio. Centinaia di chilometri di cunicoli segreti che s’inabissavano nel Sinaloa per rispuntare in Texas o New Mexico.

Sulla costa pacifica si preferiva usare le barche: pescatori o spalloni scaricavano la merce in mare, che poi veniva recuperata da sommozzatori. I cartelli acquistarono centinaia di edifici nei pressi dei posti di confine, dove c’erano i controlli doganali, milioni di dollari in mazzette furono fatte affluire nelle tasche di tutti, politici, poliziotti, giudici. Ogni cartello controllava un pezzo delle forze di polizia locali, eleggeva deputati, reinvestiva in attività pulite i narcodollari. Poi, negli


23 giugno 2011 • pagina 15

Non soltanto Mexico City: anche Caracas combatte la piaga della violenza fra bande

Produttori, consumatori e guardiani: le Farc sopravvivono con la coca di Antonio Picasso arcos uguale droga. Per quanto corretta sia, questa equazione è parziale. Da oltre quarant’anni, la criminalità organizzata dell’America latina ha concentrato le proprie attività nel mercato degli stupefacenti. Ecco perché narcotraffico e quindi narcos in spagnolo. L’America del Sud fornisce agli Stati Uniti, come pure alle società locali, la più grossa fetta di cocaina, marijuana e sostanze prodotte in laboratorio (in particolare amfetamine, chrystal, extasy e tutti i derivati dell’Lsd). Tuttavia, al di là del volume di affari che questi prodotti riportano, le organizzazioni illegali della zona non vanno ridotte a tentacolari spacciatori, che devastano le cellule cerebrali dei drug addicted. I narcos sono soggetti simili alle cosche mafiose, o forse ancora più radicate nel contesto sociale di Messico e Colombia. I due Paesi sono presi esclusivamente come esempio. Il fenomeno si è effettivamente concentrato in questi. Il Messico perché è a un passo dagli Usa, massimi clienti del comparto. La Colombia in qualità di area più fertile per la coltivazione della pianta della coca. Dalla filiera, tuttavia, non vanno esclusi anche gli altri Paesi della macroarea. L’intero continente, in tal senso, paga lo scotto dei decenni di corruzione e partnership sottobanco tra i rappresentanti politici locali e i capi dei narcos. Sempre restando nei luoghi comuni, anche il termine“cartello”appare travisato. Questo è adottato come sinonimo di “clan”, oppure di “cosca”, purtroppo di italica origine. In realtà siamo lontani dall’idea effettiva di criminalità organizzata che gestisce lo smercio di droga in America latina.

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anni, si aggiunsero altre famiglie di narcos: quella di Beltràn Leyva, di Juarez e La Familia spesso per gemmazione dai cartelli più importanti. Il suo quartier generale è lo stato di Michoacán de Ocampo (da qui il nome esteso del gruppo, conosciuto anche come La Familia Michoacana), viene formata negli anni Ottanta come gruppo di vigilantes contro lo spaccio di droga nello stato. Un decennio dopo era diventato il braccio armato del Cártel del Golfo – inquadrato nei Los Zetas – dal quale si separò nel 2006, an-

Nonostante l’importanza della cattura di Mendez, molti temono che il Messico si possa trasformare in un narco-Stato dando a formare l’organizzazione attualmente conosciuta. Sono alleati con il Cártel de Sinaloa e alcuni dei fuoriusciti dal Cártel de Tijuana grazie ad accordi presi tra i carcerati delle tre organizzazioni. Sodalizio che si conclude con la guerra tra Cárdenas e Arellano Félix. A febbraio 2010 viene sancita nuovamente un’alleanza con il Cártel del Golfo ed i Guzmán-Loera (formando l’organizzazione denominata Carteles Unidos) contro il gruppo composto dai Los Zetas, i Beltrán Leyva ed i cartelli di Juárez e Tijuana. A detenerne il potere erano, l’ormai innocuo Méndez e Servando Gómez Martínez, co-fondatori dell’organizzazione insieme a Nazario Moreno González, conosciuto come El más loco (il più pazzo), deceduto il 9 dicembre 2010 in uno scontro a fuoco. A questo cartello si deve la creazione di una rete sociale nelle zone più emarginate dello Stato (ope-

razione dalla doppia utilità: controllo del territorio e riciclaggio dei proventi illeciti), ed è caratterizzata da una forte religiosità: oltre a definire ogni omicidio come «giustizia divina», infatti, Moreno González non si separava mai da una Bibbia nella quale aveva scritto i propri ordini morali, nei quali si imponeva ai militanti de La Familia di non fare uso di droghe. Ma il narco traffico è anche una storia di aerei. Dc-9 come quello che il 10 aprile del 2006 atterrò a Ciudad del Carmen, nel Golfo del Messico. A bordo i militari messicani trovarono 128 casse contenenti 5,7 tonnellate di cocaina (per un valore di mercato stimato in circa 100 milioni di dollari). L’aereo – sigla N900SA – come ha poi spiegato il giornalista Daniel Hopsicker, era stato acquistato dai cartelli del narcotraffico tramite fondi che transitavano attraverso la Wachovia Bank, poi entrata nella galassia del colosso Wells Fargo.

Sui conti della Wachovia, come è possibile leggere in un’inchiesta di Ed Vulliamy per The Observer dal titolo «La banca dei narcos», sono stati trovati ben 378,4 miliardi di dollari – somma che equivale a più o meno un terzo del Pil messicano – provenienti dalle casas de cambio (le agenzie di cambio messicane). Agenzie utilizzate per trasferire il denaro con cui la droga viene pagata. E questo ci porta alla pista italiana della‘ndrangheta. Quello del pagamento tramite money transfer, infatti, è un procedimento al quale gli inquirenti sono arrivati nell’ambito dell’operazione «Solare» del settembre 2008, che ha portato all’arresto di circa 200 persone tra Stati Uniti, Italia, Messico e Guatemala. Tutto transitava da New York, dove la famiglia calabrese degli Schirripa – riconducibile alla cosca Aquino-Coluccio di Marina di Gioiosa Jonica – faceva da intermediaria tra le ‘ndrine e i cartelli messicani: il Cartello del Golfo prima, i Los Zetas poi. «Il potere del cane», come lo chiama lo scrittore americano Don Winslow, aveva già attraversato l’Atlantico.

Dei narcos sorprende l’organizzazione capillare. Si tratta di produttori, distributori e piazzisti che non hanno nulla da invidiare rispetto a coloro che svolgono attività simili, ma legittime. La coltivazione della coca, in Colombia e Perù, è praticata a livello intensivo. Lo smistamento sui mercati, interni e stranieri, è affidato a capaci commercianti. La differenza sta nel fatto che tutto il sistema è illecito e che per questo il ricorso alla violenza è una prassi quotidiana. Omicidi, rapine e sequestri. È in questo modo che i cartelli realizzano la propria strategia di para-giustizia e regolamento di conti, sia negli affari, sia nelle questioni avulse dall’economia. I narcos, nella fattispecie, sono

sostenuti da eserciti privati, con una gerarchia interna molto simile all’amministrazione pubblica, di cui spesso assurgono a illeciti sostituti.

La presenza di milizie porta anche all’affermazione di un collaterale mercato di armi. Potremmo parlare di realtà statuali radicate negli Stati del centro e sud America. Vale a dire presso contesti politici in cui l’efficienza burocratica non è mai esistita. I narcos hanno propri boss, circondati da milizie responsabili della sicurezza, non solo per la residenza del primo, ma di un’intera area. Il solo Messico sembra che sia spartito in nove maxi-cartelli, i quali si contenderebbe anche una zona franca. Quasi fossimo nel pieno del feudalesimo europeo, oppure in Afghanistan. La struttura ricorda le alleanze – trust e appunto cartelli – che si possono incontrare nell’economia legale. La competizione, tuttavia, si trasforma nella maggior parte dei casi in episodi di guerra privata. Il cartello della Familla è in aperto conflitto con un concorrente che si è pomposamente chiamato “I cavalieri templari”. Il tutto avviene sotto lo sguardo volutamente distratto dei funzionari governativi e dei rappresentati legittimi della popolazione. Inoltre, il fatto di essere uno stato nello Stato attribuisce al cartello un’identità distorta di sostegno alla popolazione locale. In questo senso, La Familla, di cui Vargas è rimasto a capo fino a ieri, è un esempio illuminante. A seguito della corruzione, dell’assenza di un autorità statuale legittima e sfruttando la condizione di indigenza di Aguascalientes, La Familla ha costruito un Welfare State parallelo a quello fornito dalle istituzioni federali. Ha dato alla popolazione scuole, assistenza medica e lavoro. Si è dichiarato protettore di una realtà sociale arretrata. In un rapporto del 2009, la Drug Enforcement Administration (Dea), l’agenzia antidroga statunitense, ha attribuito alla Familla un atteggiamento alla Robin Hood. Non è un caso che, appena lunedì scorso, la stampa messicana criticava la massiccia presenza dell’esercito nelle aree a più alta intensità dei narcos. Il rischio del presidente Caldiron è quello di passare dall’essere un giustiziere a usurpatore di un sistema che dona benessere alle fasce più povere del Paese.


ULTIMAPAGINA Uno studio sostiene che l’“Autoritratto” del 1887 non raffigura Van Gogh, ma Theo

Ti stai sbagliando, chi hai visto non è Vincent, ma suo di Francesco Lo Dico i avevano spiegato che era l’incarnazione della concezione romantica, lo sposalizio definitivo tra arte ed esistenza, lo snodo magico dove l’immagine pittorica si faceva oggettivazione della coscienza dell’artista. Salvo apprendere oggi che il celeberrimo Autoritratto di Vincent Van Gogh, dipinto nel 1887, è l’oggettivazione della coscienza di un altro. Più precisamente di suo fratello Theo, secondo il museo di Amsterdam intitolato al genio ribelle di Zundert, che in uno studio assai ponderoso, sostiene in breve che il taglio nitido della barba, il colore degli occhi e la forma arrotondata della curva delle orecchie sono tratti somatici che nemmeno in un accesso di espressionismo, possono attribuirsi obiettivamente a Vincent.

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Nel tentativo di collocare nel tempo il presunto ritratto di Theo, dunque, bisogna supporre che Vincent lo raffigurò a Parigi, dove si era trasferito dal 1886 per seguire i corsi di pittura di Fernand Cormon, bravo insegnante ma modesto pittore, allo scopo di migliorare la sua tecnica e e di esercitarsi sui modelli. E nella Villa Lumiere, risiedeva già da alcuni anni proprio Theo, che era a capo di una galleria d’arte a Montmartre. Vincent andò a vivere a casa sua per almeno un anno, e di certo vi stabilì anche il suo studio nel quale dipinse tra l’altro le famose vedute parigine. È nel corso di questa convivenza quindi, che Vincent avrebbe potuto realizzare il ritratto di Theo. E che, magari inconsapevolmente, abbia potuto indurre a creare, sotto le fattezze di Theo, le proprie più nascoste. Sappiamo bene infatti come i due fratelli fossero uniti da medesimi sentimenti di odio e di amore. E quale fosse l’origine di tanta mescolanza alchemica: alternavano entrambi forti slanci a collere ciclopiche. E avevano gli stessi disturbi nervosi. Ad ogni modo, la guerra dei Gogh terminò con la decisione di Vincent di trasferirsi in Provenza nel 1888, l’anno successivo all’Autoritratto.Regalo d’addio al fratello? Gentile omaggio seguito a un armistizio? Esercizio diventato via via un capolavoro riconosciuto della pittura del tardo diciannovesimo secolo? Chi può dirlo. Il quadro accusatorio allestito dal Museo di Amsterdam è certo compatibile con la biografia di Vincent. L’indiziato non ha neppure un tenue alibi: viveva con Theo, ergo un giorno gli avrà potuto chiedere di posare. Ma il problema sta invece nelle prove addotte: taglio nitido della barba, il colore degli occhi e la forma arrotondata della curva delle orecchie. Tutte prove indiziarie. Non saremo così pigri da chiudere il caso, quindi. Nè tanto maldestri da non accogliere nella squisita disquisizione accademica, alcuni elementi di humour. Perché dopo Parigi, dopo l’Autoritratto incriminato, c’è sì la Pro-

venza «dove c’è più colore, più sole», ma c’è anche e soprattutto un altro ritratto, un altro rapporto affettivo, e un’altra lite furibonda con Paul Gauguin. Quella famosa, tramandata da ogni manuale, che indusse Vincent a scagliare in testa un bicchiere contro l’amico, e più tardi a consegnare metà del suo orecchio, fresco di rasatura, alla prostituta Rachele.

Quale fu l’oggetto del contendere? Ma un ritratto, naturalmente: il Ritratto di Van Gogh che Paul Gauguin eseguì nel dicembre del 1888. Non appena Vincent lo vide ebbe una reazione di sdegno: «Sono certamente io, ma io divenuto pazzo». Il dipinto ce lo ricordiamo tutti, e se così non fosse faremo finta. Raffigura Van Gogh nell’atto di dipingere girasoli, per chi ha fatto finta. Ma ciò che importa è osser-

vare i dettagli del volto: il taglio della barba? Sì, è abbastanza nitido. Il colore degli occhi? Sono socchiusi, ma non ci sembrano nero carbone. La curva delle orecchie? Tende a essere arrotondata, non molto più rotonda di quella dell’Autoritratto. Viene dunque da chiedersi: ma non è che anche Paul Gauguin abbia preferito ritrarre Theo invece di Vincent? E se Vincent non si fosse riconosciuto perché in quel se stesso, ma se stesso «divenuto pazzo», avesse visto invece suo fratello Theo? E se Vincent vede nel ritratto di Gauguin la versione folle di sé, bisogna ritenere folle che quell’uomo dal taglio della barba nitido e la curva delle orecchie arrotondata sia proprio Vincent e non suo

FRATELLO Il ricercatore Louis van Tilborgh ritiene che il taglio nitido della barba, il colore degli occhi e la forma arrotondata della curva delle orecchie non siano fedeli ai tratti somatici del pittore

fratello? E soprattutto il nostro meraviglioso olandese, è folle in quanto non si riconosce nel quadro di Gauguin, in quanto nell’autoritrarsi dipinge suo fratello, o perché dipinge suo fratello e ne fa il proprio inconsapevole autoritratto? L’ipotesi lanciata da Amsterdam, fatta la tara ai nostri facili strepiti giornalistici, è uno stimolo di lavoro, che esercita in pari misura filologi dotti e romanzieri fantasiosi.

Ma provare a entrare nel cerchio magico di Vincent & Theo, significa profondarsi in un labirinto che lasceremo percorrere ai freudiani di mestere. Qui ci basti dire che già grandi maestri come Robert Altman, buonanima, scavarono nell’oscura simbiosi dei rampolli Van Gogh. E dall’omonimo film del 1990 abbiamo ricavato una sola certezza: la sensazione di assistere a un mistero insolubile. Non è peregrino poi, per rendere le cose ancora meno semplici, ricordare ciò che Van Gogh scrisse a Wilhemina: «Vorrei fare dei ritratti che tra un secolo, alla gente di quel tempo, sembrassero delle apparizioni. Non cerco di raggiungere questo risultato attraverso la somiglianza fotografica». E quanto suonano beffarde dunque, le ultime parole che Vincent appunta in un biglietto per Theo prima di darsi la morte. Ce le ha ricordate il grande Zavattini: «Eh bien! Vraiment, nous ne pouvons faire parler que nos tableaux». Un perfetto ritratto del forse Autoritratto.


2011_06_23