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he di cronac

Ci sono persone che parlano, parlano... sinché finalmente trovano qualcosa da dire

Sacha Guitry

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • MARTEDÌ 21 GIUGNO 2011

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Oggi alla Camera la fiducia sul decreto sviluppo, ma nella maggioranza ormai domina solo la confusione

Il caos oltre Pontida

Il Pdl si spacca. La Cei attacca. Il Quirinale polemizza sulla Libia Alemanno e Polverini in guerra sui ministeri. Duri i vescovi: «Basta col disprezzo per il Sud». Su Tripoli il monito di Napolitano: «Restiamo». Ma Maroni insiste. Il governo è allo sbando... 1 Più che 2 Attenti, Bossi 3 Per quanto alla secessione ha comunque l’Italia potrà la Lega pensa dato il via sopportare alla successione al dopo-Silvio quest’agonia? di Savino Pezzotta

di Giuseppe Baiocchi

di Giancristiano Desiderio

Molto rumore per nulla! Chi sperava che dal pratone di Pontida iniziasse la crisi del Governo deve ricredersi. a pagina 4

Quello che esce da Pontida è un irrevocabile avviso di sfratto all’inquilino di Palazzo Chigi. a pagina 5

Non avevano una bella faccia né Bossi a Pontida né Berlusconi al Niguarda. Ma non è questione di facce. a pagina 2

La presa di posizione di Confindustria

L’economista contro il superficialismo

Emma Marcegaglia: «Manovra e fisco prima che sia tardi»

L’allarme di Vaciago: «Non illudiamoci, il rischio Grecia c’è»

La leader degli industriali attacca i ritardi dell’esecutivo in una fase economica pessima

«L’esecutivo scherza con il fuoco, ma i mercati finanziari non ci perdoneranno più»

Osvaldo Baldacci • pagina 3

Errico Novi • pagina 6

Damasco ferma (di nuovo) le riforme: «Non si possono compiere con il caos attuale»

La proposta dell’ex ambasciatore

La versione di Assad: un complotto

Eliminiamo l’Fmi: è inutile e coloniale

Il presidente siriano punta il dito contro “agenti esterni” di Martha Nunziata

Tutti i candidati alla successione del raìs

a rivoluzione scoppiata in Siria contro il regime è una «cospirazione progettata all’estero e perpetrata nel nostro Paese». Lo ha detto il presidente siriano Bashar alAssad nel discorso pubblico, pronunciato ieri e trasmesso in diretta dalla tv di Stato. Si tratta del terzo discorso del rais di Damasco dall’inizio delle proteste iniziate il 15 marzo scorso. a pagina 10

E lo Yemen attende il post-Saleh

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gue a (10,00 pagina 9CON EUROse1,00

di Antonio Picasso l presidente yemenita, Ali Abdullah Saleh, sta meglio. La scorsa settimana, il suo ferimento e la conseguente fuga a Riyadh avevano fatto credere che la crisi yemenita potesse arrivare a un dunque. Si sarebbe trattato di una conclusione inaspettatamente anticipata. a pagina 10

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I QUADERNI)

• ANNO XVI •

NUMERO

118 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

Il Fondo e la World Bank riflettono una vecchia visione. Quella disegnata da Bretton Woods John R. Bolton • pagina 13 19.30


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dopo pontida

il commento La Lega ha scelto la via più comoda: cedere al Pdl

Ma quanto il Paese potrà resistere così? di Giancristiano Desiderio on avevano una bella faccia né Bossi a Pontida né Berlusconi al Niguarda. Ma non è questione di facce. La situazione è quella che sappiamo: tira una brutta aria sui mercati e i governi devono fare bene la loro parte, ma a Roma c’è un governo la cui maggioranza insegue il consenso perduto mettendosi contro il suo stesso ministro dell’Economia. Prima è andato in crisi il Pdl, poi si è scoperta anche la crisi della Lega. E siccome nessuno dei due partiti ha un’autentica vocazione al buongoverno, ecco che il primo si barcamena e si aggrappa ai “responsabili”e il secondo riscopre la sua natura anfibia di lotta e di governo. Insomma, uno strazio che mette uno dei Paesi più industrializzati e avanzati del mondo in coda all’Europa faccia a faccia con il “rischio Grecia”. Peggio di questo strazio c’è la solo la sua indefinita durata. Meglio, molto meglio il voto. Ormai, però, il presidente del Consiglio teme le elezioni più finanche più della magistratura. Bossi a Pontida ha fatto la figura del cane che abbaia ma non morde (per la versione politicamente corretta del Corriere della Sera “Bossi attacca ma non rompe”). Si è detto che ha dettato l’agenda indicando, a mezzo volantinaggio, una serie di cose da farsi entro la fine del 2011: dimezzamento del numero dei parlamentari, fine della missione in Libia, riforma fiscale. Ma quello di Bossi è il “volantino dei sogni”che ha un unico scopo: gettare un po’ di fumo negli occhi dei suoi stessi elettori e ricavarne ancora un po’ di tempo perché - come ha detto proprio il capo leghista - ora non si può andare a votare perché vincerebbero gli altri. Dall’ospedale Niguarda di Milano gli ha risposto Berlusconi con una frasetta già concordata: «Non c’è alternativa a questa maggioranza». Così “questa maggioranza” perfettamente immobile opera una messa in scena per guadagnare tempo e, in perfetta chiava andreottiana, tirare a campare piuttosto che tirare le cuoia. Una messa in scena che è una pantomima.

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La decadenza della leadership di Berlusconi si sta portando dietro anche la fine della leadership di Bossi. I due destini sono legati, non solo per motivi anagrafici. La Lega, che sembrava essere il partito più in palla della maggioranza e, comunque, quello con maggiori frecce al suo arco, si è rivelato un partito dipendente da Berlusconi più di quanto non si creda. Più gli elettori richiedono di sciogliere il matrimonio e più Bossi abbaia ma non morde. La Lega è un partito in trappola perché dopo anni di governo non è riuscito a dimostrare con i fatti di saper affrontare una crisi politica sul piano istituzionale. L’unica cosa che i leghisti hanno dimostrato è di rispolverare la lotta, la secessione, la demagogia. Un salto indietro di anni. Tutta la menata dei ministeri al Nord risponde a questa esigenza propagandistica: sono così passati dalla secessione allo spezzatino. Posta di fronte al bivio Stato/Padania la Lega ha imboccato ancora una volta la via più comoda. Al lavoro quotidiano e serio nelle istituzioni, cambiando anche governo, i leghisti si sono lasciati andare alle scorribande di Pontida. Ma un conto era Pontida venti anni fa e un conto è oggi quando Bossi, Maroni, Calderoli sono ministri. Urlano contro se stessi.

il fatto Gli ultimatum di Bossi scuotono il Popolo della libertà, diviso su Libia e dicasteri

L’Italia si ribella al patto di BeB

Napolitano ribadisce gli impegni internazionali. La Cei reagisce: «Basta disprezzare il Sud». Mezzo Pdl sul piede di guerra per i ministeri al Nord. Alemanno: «Il premier dica no o si va a votare» di Riccardo Paradisi a domenica l’alleanza tra Lega e Pdl è appesa a un filo, gli ultimatum formulati a Pontida e rivolti a Berlusconi non hanno solo allargato la faglia tra i due alleati, creato confusione nelle linee d’azione del governo – vedi la missione in Libia – ma stanno producendo tensioni acutissime anche all’interno del Pdl.

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Uno stato di caos che ha indotto il presidente della Repubblica Napolitano a intervenire sulla questione libica: «Non è immaginabile che ci si possa adagiare o attardare in egoistiche chiusure nazionali», ha detto il Capo dello Stati, evidenziando che «si deve prendere della possibile ulteriore estensione del flusso dei rifugiati». Un’osservazione a cui il ministro leghista Maroni replica secco: «Non posso che ribadire quello che è stato detto ieri sul sacro suolo di Pontida cioè la richiesta al premier di dire quando terminerà l’intervento in Libia. È l’unico modo per fermare gli sbarchi». Ma nel merito delle polemiche che dividono il centrodestra interviene anche la Conferenza epsicopale italiana che censura la richiesta leghista del trasferimento al nord dei ministeri «un gesto di grandissimo disprezzo verso il sud» dice monsignor Giancarlo Bregantini, presidente della commissione Cei per i problemi sociali e del lavoro. «La Lega ripete paradossalmente gli errori che rimprovera a Roma, se si portano i ministeri a Roma il sud del Paese si sentirà ancora più

privato di qualcosa». Non sono ore tranquille insomma per il centrodestra e per il Pdl in particolare un partito che nel contatto ravvicinato con la Lega sembra averne introiettato il particolarismo regionale e territoriale. Va in questa direzione infatti la dura e repentina reazione, peraltro già annunciata, del sindaco di Roma Gianni Alemanno e del governatore del Lazio Renata Polverini alla richiesta di Bossi di trasferire parte dei ministeri al nord. Nel primissimo pomeriggio la governatrice e il sindaco sono al gazebo di piazza del Pantheon a Roma per la raccolta delle firme contro il trasferimento dei Ministeri ed è stato già stabilito che una parte del consiglio regionale di mercoledì sarà dedicato polemicamente all’argomento. Alemanno va oltre e arriva a subordinare l’unità del Pdl e la tenuta dell’esecutivo alla questione del trasferimento dei ministeri da Roma. «C’è un patto di governo che non può essere messo in discussione con gli ultimatum della Lega. Se non si rispettano queste condizioni è meglio andare a votare». Alemanno si fa dunque promotore di una mozione parlamentare per difendere Roma, un ordine del giorno che «Otterrà – garantisce granitico il sindaco – il 90% dei consensi da parte dei parlamentari di destra e di sinistra. Mi auguro che il Pdl sia compatto nel difendere questa tesi». Un vero e proprio ultimatum rivolto al proprio partito corredato da una dichiarazione d’intenti retorica. «Non


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l’affondo

«Subito manovra e riforma fiscale» L’appello di Emma Marcegaglia dall’assemblea dell’Unione Industriale di Torino di Osvaldo Baldacci uante volte lo deve ripetere? Difficile trovare una stagione storica in cui i messaggi degli imprenditori siano così insistenti, costanti, ripetitivi e omogenei. Si sa, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, ma magari se il sordo non sente, sente invece qualcuno intorno a lui. Il sordo è il governo, il premier in particolare, mentre i possibili destinatari di risulta sono tutti i membri della classe dirigente e della politica italiane. Chi parla chiaro è Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria. Anche se per la verità non sta dicendo cose diverse da quello che dicono Bonanni della Cisl, Draghi di Bankitalia e tanti massimi rappresentanti di associazioni come Confartigianato, ReteImpreseItalia, Confcommercio e via così. Il punto è che chi guarda all’interesse dell’Italia e alla sua attuale situazione non può non rendersi conto della grave condizione economica e dei gravi rischi che corriamo. Mentre da un paio d’anni il governo non governa più. Mentre gli italiani soffrono, non c’è lavoro, aumenta il debito, le imprese non ripartono. È l’ora di un sussulto di responsabilità. E la Marcegaglia lo dice chiaro e forte.

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gettando il rientro di bilancio in vari anni, con una manovra diluita in modo tale che tocchi al prossimo governo assumersi tutti gli oneri e le difficoltà di trovare i soldi, mentre questo si limita a fissare i paletti escludendo se stesso da ogni assunzione di responsabilità. E l’altro tema forte è quello della riforma fiscale. Che anche per Confindustria va fatta subito, ma anche per la Marcegaglia è chiaro che non può essere l’oggetto di una operazione elettorale che finisca per affossare il Paese. La riforma è necessaria, ma basta chiacchiere e propaganda. Basta ipotizzare nuovi sprechi e nuove spese. La manovra e la riforma insieme sono un elemento impor-

ta. In questo momento molto delicato dove è in discussione il piano di salvataggio della Grecia e Moody’s ha dato un avvertimento - per la presidente di Confindustria -, diventa essenziale approvare il prima possibile la manovra da 40 miliardi che è stata messa nel piano nazionale delle riforme, approvato dal Parlamento e dalla Commissione europea. E nello stesso tempo andare avanti su una serie di prov-

La presidente di Confindustria insiste nel cercare di spronare tutto il governo a un sussulto di responsabilità, che porti il Paese verso una nuova stagione di riforme

Lo ha ripetuto anche ieri intervenendo all’assemblea dell’Unione Industriale di Torino. E la cosa più importante che ha detto è che occorre subito fare una manovra finanziaria, altrimenti saranno guai. Non va tutto bene, lo spettro della Grecia è dietro l’angolo. E non è accettabile che il governo pensi solo a sopravvivere, pro-

tante del rilancio (ancora) possibile dell’Italia. Finché siamo in tempo. Tempo di sacrifici, ma non tempo di tagli indiscriminati: rigore e sviluppo possono e devono andare insieme. Diciamocelo, un vero programma di governo, anche abbastanza dettagliato, per altro del tutto in linea con quanto vanno proponendo le altre realtà responsabili e riformiste nel mondo dell’impresa, del sindacato, della finanza e del mondo produttivo e anche di gran parte delle realtà della società civile. In realtà, un programma che non è lontano da quello delle forze politiche più responsabili, a partire dall’Udc e dal Terzo Polo. Ieri Emma Marcegaglia ha spiegato che gli imprenditori hanno «sempre chiesto contemporaneità tra riforma e cresci-

credo che la mozione per difendere Roma possa spaccare il Pdl, non vedo chi nel partito possa esser contrario alla difesa di Roma capitale, sancita dalla Costituzione e anche nell’accordo elettorale che ha fatto nascere il centrodestra». Che Alemanno a questo punto voglia mettersi di traverso su tutto, come aveva del resto preannunciato alla vigilia di Pontida, lo dimostra la convergenza con Bossi invece su economia e guerra di Libia: «Ha detto anche cose giuste, come la necessità di dar respiro all’economia, di ridurre le missioni militari come quella in Libia, questioni condivisibili». Offrire una sponda a Bossi sulla questione libica significa aprire una faglia interna al Pdl su un fronte delicatissimo dimostrando di poter fare molto male. Il guaio ulteriore per il Pdl è che questa mentalità non è circoscrivibile al partito romano, anzi,Alemanno sembra fare scuola. Le posizioni di Formigoni infatti, mutati gli interessi, ne sono l’esatta pantografia, almeno nel metodo e nello spirito territorialista che le ispira. Formigoni, come Alemanno, dà ragione a Bossi sulla guerra di Libia (il governatore aveva attribuito proprio al conflitto nordafricano uno dei moti della sconfitta alle amministrative del centrodestra) e come Alemanno alza la bandiera territoriale sui ministeri: «La ritengo una pro-

vedimenti che possano aiutare la crescita». Idee chiare anche sulla fiscalità, che deve essere più incentrato su chi lavora e produce e meno favorevole alla speculazione. Per la leader degli industriali diventa essenziale mettere mano ad una riforma del carico impositivo che - dice - «deve essere a parità di pressione fiscale complessiva. Bisogna abbassare le tasse su imprese e lavoro dipendente, magari alzando la tassazione sulle rendite fi-

posta condivisibile, sempre che si parli di applicazione di un modello reticolare della governance». Ma quella per i ministeri non è solo un partita che si gioca tra nord e centro. Anche il sud vuole i suoi ministeri. Di questa richiesta si fa latrice Adriana Poli Bortone, storico esponente del centrodestra oggi leader di Io sud: «Quello che arriva dalla Lega è un messaggio politico di lungo respiro che va còlto. Perché il suo obiettivo finale è arrivare ad una Lega italiana con tre macroregioni, con all’interno singole Leghe, in un disegno unitario per un’Italia nuova e riformista, da una posizione conservatrice. È chiaro allora –

Non necessariamente l’unica strada percorribile, non necessariamente quella giusta, ma senz’altro una chiara indicazione di priorità. Secondo la Marcegaglia, la manovra e la riforma «devono andare di pari passo - perché - se non verrà varata la manovra finanziaria da 35-40 miliardi saremo nei guai. Chi dice che il paese non la regge dice una cosa falsa». Affermazione questa frutto non tanto di ottimismo quanto di determinazione: la Marcegaglia infatti aggiunge: «Non è vero che non la regge. Perché deve reggerla». «È vero - ha detto Marcegaglia - che la crisi è alle spalle, ma per i mercati finanziari è una fase delicata. Oggi a Lussemburgo si sta cercando un accordo difficile per la Grecia. Il rischio è che arrivino guai anche per noi dopo la Grecia. Continueremo a spronare il governo affinché vari questa manovra». Ma non è certo tenera con governo e maggioranza. «L’esecutivo - dice - su mercato e liberalizzazioni non ha fatto niente, anzi siamo tornati indietro». E l’idea dei ministeri al Nord? «Non mi sembra che sia un tema vero - spiega la presidente di Confindustria -. I temi veri sono avere il bilancio a posto, fare la riforma fiscale, liberalizzare, investire in ricerca e innovazione. Il resto mi sembra propaganda». Inevitabile a Torino un passaggio sulla Fiat. Per Marcegaglia, infatti, le istanze del Lingotto sono da “sposare”, il problema - sottolinea - è quello di mettere insieme «un sistema di regole che vadano bene per la Fiat e per la moltitudine di piccole e piccolissime aziende che non hanno neppure il sindacato».

nistro La Russa minimizza, sostenendo che i toni usati da Bossi a Pontida si spiegano col fatto che il Senatùr parlava alla base e doveva alzare i toni. Lo stesso Matteoli invita alla calma Alemanno. Ma le fiamme sono troppo alte ed estese perché gli estintori ottengano qualche risultato di rilievo.

Matteo Salvini, esponente milanese della Lega, replica alle iniziative di Alemanno ricordandogli i debiti della sua amministrazione: «Un sindaco che guida una città con 10 miliardi di euro di debito più che occuparsi e preoccuparsi di chi vuole toccare qualcosina a Roma, dovrebbe spiegare agli italiani come coprire quel debito pubblico». Secca e risentita la replica di Alemanno: «Salvini stia tranquillo perché per fortuna il governo Berlusconi si è già occupato della vicenda del debito di Roma, che non è responsabilità nostra ma dei nostri predecessori. Il debito è stato fronteggiato anche con le tasche dei romani». Ma il sindaco di Roma ne ha anche per il capogruppo del suo partito alla Camera Cicchitto che gli aveva consigliato di governare Roma invece di occuparsi di ministeri: «Cicchitto non si innervosisca. È un romano e da parlamentare romano deve stare dalla nostra parte». Il partito romano è nato. E pensa e parla come la Lega.

La partita per i ministeri non è solo tra Nord e Centro. Anche il Sud vuole i suoi dicasteri. Di questa richiesta si fa latrice Adriana Poli Bortone oggi leader di Io Sud conclude Poli Bortone – che in un’Italia federale i ministeri non debbono rimanere tutti a Roma, il decentramento è un criterio generale che si può accettare». La balcanizzazione del Pdl non sembra dunque solo correntizia come paventava Frattini all’indomani delle amministrative, ora rischia d’essere territoriale. Certo ci sono anche i pompieri. Il capogruppo Pdl al senato Gasparri per esempio parla della necessità di trovare una sintesi tra le richieste di Bossi e la realpolitik del governo, il mi-

nanziarie, lavorando sull’assistenza (i regimi fiscali agevolati) e su qualche lieve aumento dell’aliquota Iva».


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dopo pontida

Ancora tutto da decifrare il ruolo di Maroni che si colloca da “outsider” ma non può tradire le radici del movimento

Secessione & Successione Il popolo leghista chiede “indipendenza” (non ministeri e chiacchiere) e soprattutto l’addio a Berlusconi. Bossi e i suoi invece sembrano più interessati a non perdere il potere. Ma così facendo rischiano ancora di più... di Savino Pezzotta olto rumore per nulla! Chi sperava che dal pratone di Pontida iniziasse la crisi del Governo deve ricredersi. La Lega non può oggi mollare Berlusconi perché significherebbe confermare tutte le critiche che da tempo facciamo a questo Governo, giustificare lo strappo di Fini e il reiterato rifiuto dell’Unione di Centro ad entrare in questo esecutivo. Bossi è complice e nello stesso tempo prigioniero di Berlusconi e ha capito che la fine dell’uno è la fine dell’altro. Di questa realtà e “indissolubilità” si deve prendere atto e, pertanto, mettere nell’armadio ogni corteggiamento e ammiccamento. Una delle ragioni del successo della Lega è stata quella di essere per troppo tempo indicata come un modello da imitare: la forma partito che si radicava nel territorio e lo rappresentava. Alcuni l’hanno anche vista come il punto su cui far leva per mettere fuori gioco il berlu-

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sconismo. Ora ci si rende conto che non è così e che è sbagliato a continuare a pensarla come partito del nord. Sul verde e infangato prato di Pontida abbiamo visto il re nudo. Qualche cosa si è incrinato e anche all’interno della Lega sorgono molti interrogativi ai quali non ha certamente risposto la road map di riforme da realizzare entro il 2011 che Bossi chiede a Berlusconi, come se la Lega non fosse una componente importante di questo Governo.

Da Pontida molti se ne sono andati con dubbi, delusione e un poco di amaro in bocca. Il segno che tra le “camicie verdi” c’è malessere è stato ben espresso dal grido “secessione”. Se ci pensiamo bene era la richiesta di una Lega meno ministeriale, assessorile e ingaggiata in tanti luoghi di potere. Una stanchezza del militante che il vecchio capo ha colto e a cui ha risposto richiamando le difficoltà del governare e rivolgen-

do retorici appelli al “caro Giulio” e al “caro Silvio”, rivendicando l’inderogabilità di una riforma fiscale perché la gente non ce la fa più e non ha i soldi per comprare le scarpe ai figli. Un discorso che avrebbe potuto fare un qualsiasi oppositore al Governo o un sindacalista. Ma la Lega è un partito di Governo e in questi anni è stata la forza più fedele a Berlusconi. Nei discorsi fatti sul pratone di Pontida registriamo la mancata

Chi si aspettava la rottura totale con il governo è rimasto deluso

assunzione di responsabilità. Avrei capito la critica al Governo e alle sue politiche se per prima cosa ci fosse stata un poco di autocritica e non solo la ricerca di colpe da mettere in capo ad altri. È molto chiaro che tutto quanto detto a Pontida si basa su una ragione meramente strumentale, ovvero la costatazione che «il vento sta cambiando, e ora – se si andasse al voto – è favorevole alla sinistra», una frase che dimostra

come le poltrone romane piacciano al punto tale che qualcuna la si vorrebbe vicina a casa.

Le persone, anche quando portano la camicia verde, capiscono anche il non detto e reagiscono, come è successo in quel prato alla periferia di Pontida, con fischi e cori “libertà” e “secessione”. Sarcasticamente mi sono chiesto: perché nessun ministero a Bergamo? Vivo nel profondo territorio orobico e so bene che la mia gente, anche quando vota Lega, possiede interiormente e da sempre un tratto di saggezza cui si affida per comprendere gli avvenimenti. I sentimenti popolari sono molto diversi da quelli che agitano lo stato maggiore della Lega, più attento alla “successione” che alla “secessione”. Non ci dobbiamo meravigliare. Credo che nei dirigenti leghisti sia molto chiaro che la fine di Berlusconi sarà anche la fine di Bossi. Meglio allora preparasi in tempo perché non si sa mai.


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Il padre-padrone dei padani è riuscito a rinnovare il feeling con la sua gente?

Ma non sottovalutatelo: ha dato lo sfratto al Pdl

I toni durissimi del Senatùr non sono stati ignorati: la transizione è necessaria, pena il crollo dell’esecutivo di Giuseppe Baiocchi uello che esce da Pontida (e forse si è capito poco, a seguire le cronache di tutti i media italiani impegnati a seguire il raduno annuale della Lega Nord) è un irrevocabile avviso di sfratto - o meglio, di non rinnovata locazione - all’inquilino di Palazzo Chigi. Certo, rinviato alle prossime elezioni politiche («perché adesso vincerebbe la sinistra e il Paese andrebbe in malora»), ma ineluttabile. Perché, secondo il leader padano Umberto Bossi- che ha fatto riferimento (tra i fischi) all’intera storia dell’Italia unitaria, a partire dalla Destra Storica - circa ogni quindici anni il Paese vive un cambiamento di fase della vicenda politica. E l’attuale quindicennio («La gente dopo quindici anni vuole cambiare») è irreversibilmente agli sgoccioli. E, pur se benevolo e amichevole verso il Cavaliere, il leader del Carroccio trasmette la fatalità non negoziabile di un mutamento alle porte. Di qui la lunga richiesta di condizioni ultimative e, soprattutto, scadenzate nel tempo breve. Senza ripercorrere la “lista della spesa”, forse in questa sede non è inutile chiarire la genesi e il senso del trasferimento dei ministeri.

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delle corporazioni, riemerge quel conflitto storico tra “produttori” e “percettori” (che inquieta tutt’ora gli economisti più capaci di visione, non ultimo Mario Monti) che è alla fonte delle più esplicite pretese elencate a Pontida. Ed è anche qui quel “ritorno alle origini” bramato da un folto popolo di militanti, accorso sul “pratone” per ricevere risposte all’angoscia e allo smarrimento sulla direzione di marcia del Carroccio, scottato dalle impreviste e dolorose sconfitte elettorali. Non è un caso allora che la responsabilità di esprimere dal palco le ragioni della Lega per la prima volta sia toccata, esclusiva e solitaria, al Fondatore e ancora padre-padrone nonostante l’impaccio della fisica fragilità.

Ancora una volta il Carroccio dimostra di saper raccogliere materiali culturali preesistenti e poi abbandonati

Chi qui scrive ha appena prodotto, per i tipi dell’editore Lindau e con prefazione di Giuseppe De Rita, la prima biografia (non autorizzata) di Umberto Bossi: ed è facile richiamare come la spinta al decentramento istituzionale derivi pari pari da una corposa ricerca del lontano 1993 della Fondazione Agnelli, dove già allora si proponeva con forza come soluzione riformatrice e già in attuazione negli altri grandi Paesi europei il modello della “capitale reticolare”. Un modello che rispondeva, secondo gli studiosi, al naturale policentrismo italiano, oltretutto in grado di valorizzarne in chiave modernizzante le diverse vocazioni territoriali. Ancora una volta Bossi dimostra di saper raccogliere materiali culturali preesistenti e abbandonati (è successo per il federalismo, per il “Va’ Pensiero” e persino per la locuzione “Padania”) e di riproporli in una sincretica e forse urticante narrazione politica. Così pure, nella fatica improba di riformare il centralismo delle burocrazie e

Il feeling con la gente, l’arcano e carismatico

legame con il suo popolo, si è comunque rinnovato, semmai con un di più di coinvolgimento emotivo e con l’implicito riconoscimento del ruolo di Maroni come “naturale continuatore”. Per la Lega il sentiero resta comunque stretto: anche perché la corposa penetrazione nei gangli del potere legittimamente collegato all’arcipelago delle amministrazioni locali da tempo governate mal si concilia con l’esigenza di “movimentismo”, di “mani libere”, di autonoma identità elettorale che sono caratteristiche fondanti della storia del partito. Un partito oltretutto costretto a sopportare il peso dei durissimi condizionamenti internazionali (dalla crisi finanziaria all’ambigua guerra di Libia al ritorno dei barconi) alla lunga per la sua natura francamente intollerabili.

E tuttavia, a differenza dell’alleato più grande - un Popolo delle libertà in evidente crisi di compattezza e di prospettiva - da Pontida esce per il Carroccio una certa idea per il “dopo”. Carica di difficoltà e non priva di incognite: ma non è escluso che il Senatùr, pur nella sua stanca saggezza, non metta rapidamente mano e in profondità all’assetto interno di un partito in fibrillazione per meglio attrezzarlo a un problematico futuro…

Il destino di Bossi è legato a doppi filo a quello di Berlusconi. Da qualche tempo si ha l’impressione che questa liason abbia influito sul fiuto politico che lo contraddistingueva e che faceva di lui un “capo padano”. Le dichiarazioni sui referendum e l’invito a non andare a votare sonoramente disattesi dalla sua base sono la chiara evidenziazione che lo smalto di un tempo si è un poco appannato. Certo, nessun dirigente o militante leghista ammetterà questo, ma è chiaro a tutti che la frequenza su cui suona e trasmette Maroni è diversa da quella di Bossi.

Infatti l’intervento del ministro, che ha rivendicato i successi contro la mafia e contro gli immigrati, ha dato l’impressione chiara di una ricerca e di una proposizione di leadership. Da un punto di vista più generale, stupisce però che un Ministro della Repubblica e un partito che hanno deciso l’intervento militare in Libia – stare nel Governo significa assumersi la responsabilità piena delle decisioni –, oggi chiedano lo stop alla missione militare. Ma meraviglia delle meraviglie!: la richiesta di far cessare i bombardamenti non è dettata da ragioni umanitarie (e ve ne sarebbero visto che le bombe colpiscono i civili e i bambini) ma per fermare gli immigrati. Ma cosa pensa Maroni? Che le persone devono prendersi le bombe in testa? Cerchiamo di essere seri. Personalmente sono stato contro l’intervento militare e ho lasciato l’Aula della Camera per non votare un provvedimento che giudicavo sbagliato poiché resto convinto che l’uso dei mezzi violenti generi altra violenza e che le vie diplomatiche siano le migliori e le più efficaci. Era chiaro fin dall’inizio che le persone sarebbero fuggite e un Governo saggio avrebbe predisposto un piano di accoglienza temporanea e di responsabilità europea. Invece si propone il rimpatrio forzato e il prolungamento della detenzione amministrativa con il rischio di trattenimenti sommari e convalide “collettive”, senza motivazioni individuali come è già successo. Abbiamo avuto anche la conferma che nel gruppo dirigente del Carroccio qualche cosa si sta muovendo. Sventolava lo striscione con la scritta “Maroni Presidente del Consiglio”, ma dopo di lui sul palco sono saliti immediatamente Calderoli, Bricolo e Giorgetti, quasi fosse una partita di calcio dove si rendeva necessario una marcatura a uomo. È un segnale che anche nel Carroccio è in corso una bella partita. La Lega ancora una volta abbaia ma non morde. Ha alzato la voce solo per segnare la forza e per mettere le poste sul tavolo delle trattative con il Pdl. Chi ha sperato che potesse arrivare la cri-

si del Governo si è ancora una volta illuso. Il pragmatismo e la voglia di potere della Lega consigliano sempre di cercare di portare a casa qualche cosa. Se le cose poi non andassero e se la voglia di cambiamento che matura nella società italiana dovesse crescere, allora si potrebbe lasciare gli ormeggi governativi e andare in mare aperto con il salvagente di una nuova legge elettorale fatta con l’opposizione. Alcuni giorni fa la Bce ha indicato in 45 miliardi la somma necessaria per il biennio 2013-2014, a cui bisogna aggiungere almeno altri 3 miliardi di manovra correttiva per quest’anno e altrettanti per il 2012. Complessivamente l’Italia dovrà trovare circa 60 miliardi di euro per fare quadrare i conti. Non a caso il Governatore della Banca d’Italia incita a muoversi tempestivamente. Osservando quanto succede da altre parti e soprattutto in Grecia, ci rendiamo conto che se la manovra iniziasse in tempi ravvicinati sarebbe meno pesante. Ogni giorno in più rende la situazione più complicata.Occorrebbe a questo punto maggiore responsabilità.

È necessario dire agli italiani che si può desiderare tutto ma che non è possibile fuggire alla realtà come stanno facendo il Governo e la Lega. Bisogna dire che la riforma fiscale è necessaria ma non può essere fatta in disavanzo; che è sempre più necessario un taglio alle spese che non penalizzi la crescita ma che consenta un trasferimento di risorse verso obiettivi di innovazione e di modernizzazione. La via da percorrere è quella di una riduzione delle spese che vada oltre i tagli orizzontali per una dinamica verticale che agisca anche su anacronistici privilegi che si nascondono nel nostro sistema di Welfare, nel sistema degli aiuti alle imprese e un assistenzialismo general-generico che non aiuta i meno abbienti e distribuisce risorse in maniera indifferenziata. E anche sui costi della politica. La strada del rigore solidale è oggi l’unica percorribile per poter introdurre il fattore famiglia, sostenere le imprese nei processi di innovazione e internazionalizzazione, sviluppare la ricerca e sostenere i meno abbienti. Non bisogna però generare illusioni o fare promesse non percorribili. Bisogna invece, con onestà intellettuale e morale, iniziare a rendere coscienti gli italiani che una fase di rigore e di sobrietà è oggi ineludibile e risponde al principio di responsabilità che obbliga a pensare alle generazioni che verranno. Serve dunque una proposta sistemica: non quelle di Pontida. Su questo terreno un confronto dialogico tra le opposizioni sarebbe estremamente utile, più del cinguettio vendoliano sulle alleanze.


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«Il fantasma della Grecia si avvicina» «L’Italia scherza col fuoco, i mercati non ci perdonano più: abbiamo usato il debito pubblico per i consumi, senza investire. Il rigore di Tremonti non basta». Parla Giacomo Vaciago di Errico Novi

ROMA. C’è una tragedia greca e un dramma italiano. Un dramma che si può raccontare anche con il paradigma minimalista del risparmio privato, «perché non possiamo definirci un Paese povero, anche se abbiamo un milione di giovani senza prospettiva: i risparmi familiari consentono persino a loro di stare a galla», spiega Giacomo Vaciago. Ma è appunto la tentazione del restare a galla, aggiunge il professore di Politica economica alla Cattolica di Milano, che può spingerci nel baratro: «In teoria potremmo restare così altri cinquant’anni, e il pericolo viene proprio da qui: dall’essere incoraggiati a restare fermi. Ma solo chi ha gli occhi bendati può non vedere che stiamo scherzando con il fuoco». Ovvero «che rischiamo di finire come la Grecia». Non sarebbe una bella fine, viste le contromisure a cui è costretta Atene. Sempre che quel piano resista all’offensiva della piazza. Vero è che i sacrifici vanno sempre chiesti in virtù di una contropartita, cioè della speranza. Ma adesso i mercati pare non vogliano concederne più di speranze, ad Atene. E Atene quanto dista da Roma? Poco. Se non facciamo niente quello è il nostro futuro. Non sarà solo una suggestione mediatica? No, le spiego perché.Vede, la tentazione di ignorare la realtà viene da lontano, dalla stessa introduzione dell’euro. Creato a immagine e somiglianza del marco, così come nella Bce pare incarnarsi l’essenza della Bundesbank. Ecco, per dieci anni i mercati hanno creduto che fossimo davvero diventati tutti tedeschi. I tassi d’interesse hanno avuto par-

te in questa trasfigurazione: dal ’98 al 2008 i Paesi anno preso soldi da Francoforte con lo stesso tasso pagato sui mutui decennali. Era un’assimilazione artificiale? Si è creduto che stesse inverandosi la cosiddetta convergenza. Ovvero che grazie all’euro si stesse producendo la sospirata integrazione. Dei Paesi più deboli con la granitica Germania, intende. Certo, sembravamo complementari. E i mercati ci credono. Nel 2009 si scopre però che è tutta una bufala. Che l’integrazione non è reale, soprattutto per i Paesi della periferia continentale. Cosa si scopre esattamente? Che l’Italia non sarà come la Grecia ma è molto vicina al Portogallo: diversamente dai Paesi virtuosi, fa debiti per i consumi, non per gli investimenti. il nostro sempre alto debito pubblico serve solo a galleggiare. Ecco i dieci anni del lungo inganno, ed ecco perché la Grecia non è solo un fantasma. Noi tiriamo la cinghia come i tedeschi, con la differenza che loro lavorano di più e meglio. Investono in infrastrutture e ricerca. Da un paio d’ani i mercati si sono accorti della differenza. Hanno compreso di aver sottovalutato i rischi, per dieci anni. E ora ci guardano in modo completamente diverso. Semplice e lineare come spiegazione. Se ne dovrebbe dedurre l’urgenza di scuotersi. Urgenza segnalata da tutti gli organismi internazionali negli ultimi mesi, dall’Ocse in poi. Lo stesso hanno fatto Draghi e tanti economisti, compreso il sottoscritto. È un coro: tutti diciamo che da quindici anni l’Italia non cresce,

che la produttività del Paese è ferma. Quel pratone di Pontida è un’immagine rovesciata, perché ormai, se lo assumi come metafora, al posto dell’erba vedi che c’è il fango, che gli scarponi restano attaccati a terra. Servono numeri? Prego. La Germania cresce al 3 per cento, e quel dato è tutta produttività. Noi all’1 per cento e dietro questa miseria si nasconde un massiccio uso dei precari. Di quelli nostri e di quelli arrivati qui a nuoto... Peraltro guadagnano tutti alla stessa maniera, cioè pochissimo. Sulle loro spalle grava il peso di tutte le riforme non fatte. Questo governo non pare recepire

il messaggio, avvitato com’è sulla propria crisi di leadership. Sì però anche qui serve una premessa: lo stesso Draghi parla di un immobilismo che dura da 15 anni, spazio temporale in cui i governi di centrodestra e centrosinistra si sono equamente divisi le responsabilità. Bisogna cioè finirla di dire che è tutta colpa di Berlusconi. Dovrebbe finirla lo stesso Economist. Il Cavaliere frega il Paese? Ha molti complici. Dopodiché, è chiaro che ci ha preso in giro. Se c’è un uomo politico che non crede nella rivoluzione liberale, è lui. E come potrebbe essere diversamente? Lui è il padrone dei media. L’idea che potesse farle proprio lui, le


dopo pontida

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E Atene si prepara a una calda estate L’Europa rimanda a metà luglio la decisione sulla quinta tranche di prestiti di Giovanni Radini tene deve attendere. O meglio, prima che l’Ue dia l’ok per la quinta tranche di aiuti (12 miliardi sui 110 decisi lo scorso anno), il Parlamento greco deve assolvere due impegni politici. In primis è chiamato a confermare la fiducia la governo Papandreu, in questi giorni sempre più sotto pressione a causa dell’insoddisfazione popolare, al tempo stesso deve approvare «le leggi necessarie per arrivare nei tempi auspicati a una decisione dell’Eurogruppo sull’erogazione della linea di credito». Le parole sono di Jean Claude Juncker, che ieri ha presieduto l’ennesimo summit dei ministri delle finanze in Lussemburgo. L’incontro ha partorito un rinvio del sostegno finanziario all’inizio di luglio. Il prossimo summit è stato fissato a domenica 3 luglio.

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«Il nuovo ministro delle Finanze greco (Evangelos Venizelos, ndr) ci è sembrato sincero e onesto e siamo sicuri che agirà in modo da permettere all’Eurogruppo di prendere la sua decisione», ha aggiunto Juncker. Nel frattempo, il presidente del consiglio europeo, Herman van Rompuy, ha incontrato il premier greco a Bruxelles e gli ha assicurato il pieno sostegno della Troika (Commissione Ue, Bce ed Fmi). L’Unione si fida di Atene, ma vuole cautelarsi. Le istituzioni comunitarie insistono nell’ostentare ottimismo. È loro convinzione che questa crisi possa servire da esempio in futuro. Quanto sta accadendo sarebbe una dimostrazione della necessità di una più stretta partnership tra tutti gli Stati membri, oltre che dell’urgenza di una stagione di riforme sul fronte delle privatizzazioni. Più mercato e più Europa, quindi. Questa la ricetta di Juncker. Il leader lussemburghese, tuttavia, non si è voluto esporre in linee impopolari e ha anche teso la mano verso gli indignatos che animano le piazze europee.

riforme, è un’ottima barzelletta. A questo punto non è tardi? L’ennesimo appello della Marcegaglia non rischia di infrangersi su un’iniziativa politica pietrificata? Non è mai troppo tardi. Ho appena scritto un saggio che esce oper il Mulino in cui rassicuro tutti dicendo che in Italia, prima o poi, verrà un governo in grado di fare le riforme... Senza fretta. possiamo andare avanti, ci sono le mamme e le nonne che mantengono i nostri giovani. E questo è il dramma in cui si proietta la tragedia greca. Cosa ci si può aspettare da una politica romana che si diletta a trasferire mini-

«La voce della strada dev’essere ascoltata», ha detto. Senza precisare, però, a quale strada fare riferimento, visto che le proteste di Atene non solo della stessa matrice di quelle di Madrid o di Berlino. Perché mentre la prima è contro l’esecutivo nazionale, la terza ha preso in antipatia la linea di favoritismo verso l’intera Grecia. L’opinione pubblica tedesca, infatti, contesta l’impegno del suo governo di partecipare a una battaglia – a giudizio della massa – persa in partenza. Vale a dire arginare le falle di un’economia disastrata.

toccato i tempi record di un anno. Se la politica ha la stessa importanza dell’economica, cosa dovrebbe fare l’Ue nei confronti del Belgio?

I Paesi europei, al Nord, che si stanno riprendendo, non accettano di dover intervenire in supporto dei più de-

Si tratta di un piano di 110-120 miliardi: 20-30 in arrivo dalle privatizzazioni greche, 20 dal «rollover» volonta-

Tecnicamente, il programma di intervento prevede una spartizione tra Unione ed Fmi. La prima dovrebbe farsi carico di 8,7 miliardi, la seconda di 3,3 miliardi di aiuti da versare il mese prossimo. A settembre poi, è in agenda il progetto per un vero finanziamento del debito greco, da concludersi (secondo i più speranzosi) in un biennio.

carta, è previsto che i ministeri del tesoro o i governi nazionali – compreso quello americano – intervengano a ricapitalizzare le proprie banche più a rischio, esposte sul fronte dei Cds, i titoli derivati di copertura contro il rischio di insolvenza, richiesti e ottenuti a suo tempo da una vasta clientela. I titolari sarebbero già con il piede sulla soglia per correre in banca a chiederne la riscossione. L’ultimo atto spetterebbe alla Bce, la quale andrebbe a ricapitalizzare gli istituti di credito nazionali con una nuova liquidità.

Il tutto a spese dell’euro sul mercato mondiale, ovviamente. Infine, per quanto riguarda l’effetto domino – nemmeno questo può essere scartato – il Fondo Monetario Internazionale chiede un’implementazione dell’Efsf, il fondo europeo temporaneo salva-Stati con scadenza a fine 2012. L’istituto vor-

A Francoforte e Bruxelles, su ordine degli Stati membri, sono in corso le esercitazioni in previsione di una bancarotta dell’economia

boli, nel Sud, legati a un Welfare State di vecchio stampo. Del resto, alla Germania capita sempre il ruolo di buon samaritano. Il Belgio, dal canto suo, si è dimostrato ancora più schietto. Sua è la proposta di ridurre (e non semplicemente procrastinare) la rata dei 12 miliardi. Da notare, non tanto in difesa di Atene, ma per semplice equità di scenario, che se alla Grecisa si imputano le responsabilità della crisi economica, in pochi alzano l’indice contro Bruxelles, dove il vuoto di potere ha ormai

rio delle banche che accetterebbero di non mettere all’incasso i titoli ellenici in scadenza, rinegoziandoli nel tempo, e 60-70 miliardi ancora da Ue ed Fmi. Ne consegue che i timori si riducano a due. L’eventualità di un default greco, difficile ma comunque plausibile, e il rischio contagio.

A Bruxelles e Francoforte, su ordine dei singoli Stati membri, sono in corso le esercitazioni in previsione di una bancarotta dell’economia greca. Sulla

steri? C’è da chiedersi davvero in che Paese viviamo. Se lo chiede anche Moody’s, che legge i giornali come noi e si rende conto che prima o poi saremo come la Grecia. Certo che sono diventati severi: gli inglesi possono perdonarti una volta, poi basta. Ci vogliono davvero le bende sugli occhi, ripeto, per non vedere che scherziamo con il fuoco. Pensiamo a giochicchiare con i ministeri. Finora il fantasma di Atene è parso inoffensivo perché si è pensato che il rigore di Tremonti bastasse a proteggerci. Non basta più, il mondo cambia. Forse prima di noi c’è il Portogallo, la Spagna.

Poi può davvero suonare la nostra ora. I dati già parlano chiaro. La produzione è ferma alle cifre di settembre, che avevano giustificato un prudente ottimismo sulla ripresa ma che in un anno sono rimaste le stesse. In più c’è la tragedia greca che incide anche sullo spread dei nostri titoli. Sono tra chi ha subito riconosciuto i meriti di Tremonti, ma nel frattempo sono sopraggiunte queste due novità, lo stop alla ripresa e l’aumento dello spread. Il che però vuol dire niente taglio delle aliquote. C’è casomai il rischio di doverle aumentare, altro che presentarsi alle nuove elezioni con le tasse abbassate. Solo che

rebbe incrementare le possibilità di acquisto dei titoli pubblici dei Paesi più in difficoltà. Attualmente l’Efsf ha una dotazione di 750 miliardi di euro sotto forma di garanzie che gli consentono di raccogliere denaro attraverso l’emissione di bond fino 440 miliardi. Vige però il divieto di acquisizione dei titoli di Stato sia sul mercato primario e sia su quello secondario. Per il Fondo monetario, un rafforzamento patrimoniale e funzionale dell’Efsf sarebbe il segnale che i Paesi dell’Eurozona sono disponibili a garantire, in maniera compatta, la stabilità dell’area euro.

È tutto ancora da decidere però. Chi guarda ad Atene con apprensione, cerca intanto di capire se anche in casa propria le cose non siano simili. L’Italia sembra esclusa da questo trend.Vedremo che succederà il 3 luglio. non riesco a immaginarmi un governo che si presenti agli elettori reintroducendo l’Ici e facendo, contemporaneamente, una Tremonti quater per gli investimenti dell’industria. Appunto. Gli appelli di Confindustria sono irrealistici. E infatti abbiamo bisogno di un governo di unità nazionale che faccia poche cose indispensabili e impopolari. Non potrebbe mai provvedervi un esecutivo espressione di una parte sola, quella parte si condannerebbe a non vincere le elezioni. È qui che dovremmo imitare la Germania, che non ci ha pensato un attimo e si è affidata alla grande coalizione. Se non vogliamo imitare la Grecia,


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mach 4 sull’Atlantico bruciando alghe. Quattro volte la velocità del suono per portare da Parigi a New York facoltosi clienti, manager, industriali, tutta gente per cui il tempo è denaro, sarà possibile tra qualche anno. Oppure due ore e mezza per collegare Parigi a Tokyo. Un volo ipersonico ed eco-compatibile. Il tutto per soli 8mila euro (andata e ritorno naturalmente). Una specie d’inno a modernità, portafogli e ambiente vista anche la fama d’inquinatore del predecessore appena pensionato: il Concorde. A sfidare le leggi della fisica questa volta sarà Eads il consorzio franco-tedesco in collaborazione con giapponesi e americani.Vedremo se, come nel caso del liner supersonico europeo, non si è voluto ”osare” troppo, con Febo (il sole) in agguato per punire la velleità umana di voler volare troppo in alto. In questo caso “troppo” veloce. Il nuovo progetto si chiama Zehst (Zero emission hypersonic transportation). Ed è la più recente iniziativa di aereo supersonico – meglio dire ipersonico – presentata ieri a Parigi a margine della grande apertura del Salone aeronautico di Le Bourget. Si tratta di una sorta di nuovo Concorde (ma a energia pulita) che coprirà il tragitto Parigi-Tokyo in due ore e mezzo (oggi ce ne vogliono quasi dodici). Insomma, il mito del Concorde appena pensionato riprende vita.Volare “scomodi”ma veloci piace ancora. Sì perché sul vecchio progetto anglo-francese la cabina passeggeri era un poco più angusta di quella di un Dc 9. Non il massimo del confort, anche se ben mitigato da servizio 5 stelle che l’equipaggio di cabina riservava ai pochi fortunati che riuscivano a prenotare il biglietto. Il vecchio Concorde era un pezzo di modernariato aeronautico.

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Il nuovo velivolo invece è quanto di meglio la tecnologia può produrre. Ieri è stato presentato solo un modellino di quattro metri di lunghezza invece degli 80 reali e sarà fabbricato dal consorzio franco-tedesco Eads, che controlla Airbus. Mach 4 – questo il nome del progetto – potrà trasportare 100 passeggeri, avrà un raggio d’azione di 10mila chilometri e una velocità di crociera di 4.800 chilometri all’ora, una velocità da far tremare i polsi e che oggi solo mezzi come l’aereo spia SR-71 Blackbird può raggiungere. E a una quota operativa di crica 35mila metri. Comunque ci vorranno ancora un bel po’ di anni prima di vederlo volare sul serio questo gioiello della tecnica aeronautica. Costo del biglietto previsto? Quello equivalente del Concorde, ormai non più in servizio: 8mila euro per andata e ritorno Parigi-New York. Anche se per volare con Mach 4 bisognerà aspettare ancora del tempo: nel 2020 è previsto il volo di prova del prototipo senza pilota, nel 2030 quello dell’aereo con un equipaggio a bordo. E, solo nel 2050, avrà inizio il servizio commerciale vero e proprio. Insomma, l’effetto annuncio serve anche per tastare il terreno dell’opinione pubblica e del possibile mercato. Ma soprattutto a ridare fiducia a un comparto industriale, nel vecchio continente, che ancora tiene fra i marosi della crisi. Ora ci sarà qualcosa su cui ricomporre e far risorgere anche il comparto industriale prostrato come quello giapponese. Il decollo avverrà grazie a turboreatto-

Il velivolo potrà trasportare 100 passeggeri, avrà un raggio d’azione di 10

Il modellino del nuovo Zehst. Il jet, che volerà grazie al biocarburante estratto dalle alghe (in basso) potrebbe unire New York e Parigi in meno di due ore. Si tratta dell’erede “verde” del vecchio Concorde, messo da parte per l’enorme numero di emissioni inquinanti che provocava. Il progetto, comunque, non partirà prima del 2050

2020, Odissea sul Presentato ieri il progetto Mach 4 al Salone di Le Bourget. Operativo solo nel 2050, l’aereo farà il suo primo volo di prova tra nove anni di Pierre Chiartano ri alimentati con biocarburanti ricavati dalle alghe, facendo contenti ambientalisti, industria e Casa Bianca. Nascerà dalla collaborazione tra gli enti spaziali di Giappone e Stati Uniti, la Jaxa e la Nasa, e la Eads l’erede dello storico Concorde, il velivolo passeggeri più veloce mai prodotto nella storia dell’aeronautica civile. La notizia era già arrivata qualche tempo fa dal Nihon Keizai Shimbun, autorevole quotidiano econo-

mico giapponese, che parlava di un progetto a lungo termine dal costo di svariati miliardi di dollari. L’idea di sviluppare un nuovo Concorde è da tempo tra gli obiettivi della Jaxa, intenzionata a ridurre in modo significativo i tempi di percorrenza di tratte di importanza nevralgica, come quella da Tokyo a Los Angeles. È un bel progetto per rilanciare il comparto tecnologico-industriale era proprio ciò che serviva al Paese del

Sol Levante, uscito con le ossa rotte dall’effetto tsunami. Il collegmento Giappone-Usa, grazie al nuovo aereo supersonico, potrebbe avvenire in appena 5 ore, più o meno la metà di quanto è necessario attualmente. È facile immaginare come questo importante risultato potrebbe incontrare l’entusiasmo di numerosi uomini d’affari, sempre più spesso impegnati in viaggi tra gli States ed il Giappone.

Zehst l’aereo passeggeri ipersonico ed ecologico, presentato ieri dal consorzio Eads nasce da una collaborazione tra Europa, Giappone e Stati Uniti

L’erede del Concorde dovrebbe trasportare dalle 200 alle 300 persone e risolvere i problemi di consumo di carburante e di inquinamento acustico che avevano portato, due anni fa, alla definitiva uscita di scena del suo predecessore. Ricordiamo che il primo Concorde, aereo supersonico di fabbricazione anglo-francese, ha effettuato il suo primo volo ufficiale il 21 gennaio 1976 sulle li-


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0mila chilometri e una velocità di crociera di circa 4.800 chilometri all’ora

l nuovo Concorde nee Parigi-Dakar-Rio de Janeiro e Londra-Bahrain, ben 14 anni dopo la firma dell’accordo tra la Sud Aviation e la British Aircraft. Nel novembre del 1977 vennero poi stabilite le tratte verso New york, mentre il 20 aprile 1979 entrò in servizio l’ultimo Concorde prodotto.

Il progetto iniziale prevedeva la produzione di circa 100 esemplari ma, in seguito alla forte opposizione degli americani che lo giudicarono troppo inquinante e rumoroso per far scalo negli States, ne vennero costruiti solamente 16. Curioso pensare come, grazie al gioco dei fusi orari, il Concorde riuscisse ad arrivare a New York 3 ore prima della partenza, volando a ben 2,2 volte la velocità del suono. Il mito però si era incrinato col tempo e non solo per la scomodità e l’alto impatto ambientale, ma c’era stato un brutto incidente che aveva di colpo cancellato leggenda e fiducia. Il 25 luglio 2000, alle 16.44, un Concorde dell’Air France si schianta a Gonesse, in Francia. Era appena decollato dall’aeroporto parigino di Roissy ed era diretto a New York. Cento passeggeri, quasi tutti tedeschi, nove membri dell’equipaggio e quattro persone a terra restano uccise. Era la prima volta in 24 anni che un incidente a un Concorde provocava perdite umane. Ma l’inchiesta mise in luce la principale debolezza

del supersonico, la fragilità degli pneumatici – come le ali di cera di Icaro – responsabile delle cinque avarie precedenti. Così cominciò il declino definitivo. Ma l’industria aeronautica ha voglia divoltar pagina e visto che storicamente è sempre stata l’avanguardia di ogni cambiamento vorrebbe esserlo ancora oggi alle soglie di una ormai tanto annunciata green economy. Il salone delle meraviglie e degli affari a Le Bourget, si anuuncia ricco di novità. Il piccolo ae-

nomia mondiale non abbia ancora superato la recessione cominiciata tre anni fa. Solo il mercato della difesa è sofferente per i tagli nei bilanci pubblici negli Stati Uniti e in Europa. Le grandi industrie cercano di recuperare sui mercati dei Paesi emergenti, che spendono risorse crescenti per le armi, dall’India al Brasile, dalla Cina al Medio Oriente alla Russia.Tra le novità ad alta tecnologia esposte al salone il prototipo dell’aereo che vola con energia solare, il Solar

Costo del biglietto previsto? Quello del Concorde, ormai non più in servizio: 8mila euro per andata e ritorno Parigi-New York. E potrà arrivare a Tokyo in sole 5 ore roporto parigino nel quale Charles Lindbergh atterrò il 20 maggio 1927 col suo monoplano al termine della prima trasvolata atlantica è sempre stato una finestra sulle tecnologie futuribili. Il Salone si apre in un momento molto favorevole per l’industria aerospaziale, con la crescita della produzione e un livello sostenuto di contratti di acquisto di nuovi aerei commerciali, nonostante l’eco-

Impulse realizzato in Svizzera, arrivato dopo un decollo tentato più volte da Bruxelles. E che fa il paio con i reattori ad alghe marine del Zehst. Sempre il gruppo francotedesco Eads, che controlla Airbus, uno dei due grandi costruttori mondiali di jet commerciali, ha annunciato che volerà a Le Bourget un piccolo aereo con motore ibrido, chiamato E-Star. Utilizza un propulsore

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elettrico Wankel per l’atterraggio e per muoversi sulla pista, per il resto è alimentato da un motore tradizionale. il velivolo, simile ai piccoli monomotore ad elica, ha già volato per poco più di mezzora l’8 giugno a Wiener Neustadt, in Austria. A dimostrazione che la green industry sembra muoversi davvero anche in questo settore.

Boeing porta al Salone francese il nuovo jumbo, il 747-8 in versione merci che sarà consegnato al primo cliente nei prossimi mesi, con il primo volo transatlantico di un motore verde, utilizza una miscela di carburante che per il 15 per cento proviene da un vegetale, la camolina, l’85 per cento è kerosene tradizionale. Staremo a vedere se produrrà gli stessi effetti perversi dell’etanolo. Eads con Zehst ha aperto il libro dei sogni , per ora solo sulla carta, annunciando un progetto per un aereo astronave che assomiglia al vecchio Concorde supersonico. Ma «non è un Concorde», avverte il capo delle tecnologie Jean Botti: è un velivolo da 50 a 100 posti che uscirà dall’atmosfera poco dopo il decollo per volare a folle velocità. Svelato così il segreto di Mach 4. E restando nel segno del mito, anzi della mitologia, vedremo se il nuovo Zehts sarà protetto da Zeus come Polluce, oppure sarà come lo sfortunato Castore (Concorde). Entrambi i progetti, tuttavia, hanno segnato o saranno destinati a segnare una tappa fondamentale nella storia dell’aeronautica, perché – fuor di metafora e di leggenda - di questo si tratta. Il volo commerciale supersonico negli anni Settanta e quello ipersonico nel prossimo ventennio sono una svolta concettuale nella percezione della società moderna. In passato era l’idea di rapporti transatlantici più facili, più vicini tanto da poter prevedere un volo andata e ritorno Europa-Usa in 24 ore, come prendere un treno. Oggi è il pradigma della globalizzazione. E ciò che ha aperto la strada a al progetto mach 4 è un mezzo sperimentale che vorrebbe volare a mach 8 quasi 10mila chilometri all’ora. E guarda caso uno dei mezzi senza pilota che ha aperto la strada all’esplorazione delle ipervelocità si chiama Polluce, è un progetto del Centro italiano ricerche aerospaziali (Cira) partito già nel 2007 e che l’anno scorso ha visto un’altra missione di volo andare a buon fine. Si tratta di Unmanned space vehicle (Usv) alla cui costruzione hanno partecipato molte aziende nazionali. Un obiettivo, appunto, reso più vicino dal volo di Polluce, una navicella senza pilota, meglio un laboratorio con le ali, realizzato per studiare le condizioni di rientro dall’orbita. E da questa esperienza nascerà una nuova iniziativa per entrare nell’universo del mach 8. Zehst comunque dovrebbe avere 3 tipi di motori: turbojet, cryogenic rocket engines e ramjets. Tutti e tre i motori verrebbero utilizzati in sequenza e in realtà potrebbero già essere prodotti con le tecnologie attuali, ma la vera difficoltà allo stato attuale sembrerebbe quella di riuscire a farli funzionare tutti insieme. Il progetto è ambizioso, ma la strada sembra già tracciata. Un’anticipazione l’aveva data qualche mese fa sir Richrad Branson col suo progetto Virgin Galactic: voli passeggeri suborbitali, non proprio low-cost.


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Dopo due mesi di silenzio il dittatore siriano torna a parlare alla popolazione: «Niente riforme, ora sono impossibili»

La versione di Assad «C’è un complotto ordito contro di noi. Ma la Siria ne uscirà più forte di prima» di Martha Nunziata a rivoluzione scoppiata in Siria contro il regime è una «cospirazione progettata all’estero e perpetrata nel nostro Paese». Lo ha detto il presidente siriano Bashar al-Assad nel discorso pubblico, pronunciato ieri e trasmesso in diretta dalla tv di Stato. Si tratta del terzo discorso del rais di Damasco dall’inizio delle proteste iniziate il 15 marzo scorso. Il primo risale al 30 marzo mentre il secondo al 16 aprile. Un discorso, quello di Assad, che ha segnato il destino del paese e della famiglia reale siriana, iniziato con duri attacchi contro i ribelli: «Il complotto ci rende più forti» ha

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L’Ue si prepara per un nuovo round di sanzioni. Le misure dovrebbero essere adottate in settimana

detto, parlando dall’aula magna dell’università della capitale Damasco, non prima di aver salutato «i militari che hanno perso la vita, le famiglie dei martiri e che hanno versato il loro sangue per opporsi alla fitna» (la guerra civile, ndr). «Puniremo - ha aggiunto - chi ha provocato spargimenti di sangue nel paese. Questo è un dovere per tutti noi. Non permetteremo che ci sia alcun tipo di vendetta, ma applicheremo la legge. Diciamo no all’odio e al-

la vendetta e rafforzeremo i rapporti tra lo Stato e il suo popolo. Applicare la legge non vuol dire vendicarsi contro chi l’ha violata. Lo Stato è come un padre e una madre che devono alternare decisione e tolleranza». Il rais ha anche annunciato che intende concedere un’altra “amnistia generale”, aggiungendo che il «processo di riforma in Siria continua ma non nel caos e mentre operano i sabotatori», promettendo per agosto «se non ci saranno ritardi nella commissione del dialogo» la riforma del Parlamento. Sulla legge elettorale, invece, ha detto che «è prevista una riforma costituzionale per cambiare alcuni articoli e le leggi proposte ora serviranno proprio a fare questa riforma».

tv araba al-Jazeera, le manifestazioni sono iniziate appena dopo il discorso pronunciato ieri dal capo di stato siriano, con l’obiettivo di esprimere disapprovazione per le sue parole. Intanto, l’Ue si prepara a un nuovo round di sanzioni. Le misure, che ampliano quelle già varate il mese scorso, sono contenute in una risoluzione che dovrebbe essere adottata dai ministri degli Esteri dei 27, riuniti a Lussemburgo, ma che è già stata anticipata: nel documento si parla di «estendere le

Tutti i retroscena di una successione estremamente pericolosa: quella di Sana’a

«È pronta una commissione per la legge contro la corruzione, ma alla base di tutto ci vorrà il dialogo nazionale. Sono convinto che la nuova legge sulle amministrazioni locali risolverà molti problemi». Il capo dello Stato siriano ha rilevato però che «l’importante ora non sono i dettagli di queste risorse, ma il ripristino della legalità nel Paese». Il presidente siriano ha insistito nelle sue accuse contro i “sabotatori”: dietro le rivolte in Siria ci sarebbero «intellettuali radicali e blasfemi che stanno scatenando il caos in nome della libertà». Assad che ancora oggi tenta la carta delle riforme per prendere tempo, non ha fatto il minimo gesto di richiamare le truppe, non ha fatto alcun accenno ad eventuali responsabilità nei massacri da parte delle forze dell’ordine. Inevitabile, dunque, l’insoddisfazione dell’opposizione che ha subito inscenato una serie di manifestazioni di protesta in diverse città. Secondo quanto riferiscono alcuni attivisti dell’opposizione siriana, citati dalla

Mentre lo Yemen aspetta (e teme) la fine di Saleh

Rivalità tribale, violenza estrema e povertà: le tre metastasi che rischiano di annullare la cacciata del tiranno di Antonio Picasso l presidente yemenita, Ali Abdullah Saleh, sta meglio. La scorsa settimana, il suo ferimento e la conseguente fuga a Riyadh avevano fatto credere che la crisi yemenita potesse arrivare a un dunque. Si sarebbe trattato di una conclusione inaspettatamente anticipata. Finora le rivolte nel lontano Paese della Penisola arabica hanno suscitato una preoccupazione diffusa. La posizione strategica dello Yemen, dov’è presente al Qaeda, come pure la storia – caratterizzata da continue lotte intestine – portano gli osservatori a ritenere che lo stesso sia destinato all’ennesima scissione. Alcuni ipotizzano, con una certa fondatezza, un rigurgito di guerra civile. Per questo, l’uscita di scena di Saleh può apparire positiva. Eliminato il capo, si aprirebbe la strada per la pacificazione.Tuttavia, le notizie odierne, ammessa la loro cieca attendibilità, non specificano se il presidente sia anche in condizioni di tornare in patria. Peraltro, lo Yemen non è l’Egitto. Sana’a è stretta nella morsa delle rivalità tribali, della violenza diffusa e soprattutto dell’arretratezza economica.Tre metastasi che portano a escludere un processo di normalizzazione anche nel caso che la presidenza Saleh venisse archiviata così alla svelta. Tanto più che le migliaia di manifestanti si guardano bene dallo smantellare i propri bivacchi intorno alle fiabesche mura di Sana’a. Segno, questo, che le tribù nemiche del presidente non si limitano a contestare la sua leadership personale, bensì mirano al sovvertimento sistematico dell’intero potere. Ciò non impedisce di ipotizzare una linea di

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successione. La pletora presidenziale è composta da un reticolo tribale che si è spartito il potere negli ultimi trentadue anni. In questo senso, Saleh è stato capace di mantenere il controllo a Sana’a durante la guerra civile e soprattutto di estenderlo a conclusione di quest’ultima (1994) e con la successiva unificazione di Yemen del Nord e del Sud. Nell’eventualità che il Capo dello Stato non sia in grado di esercitare le proprie funzioni, le redini del Paese potrebbero passare nelle mani del figlio, Ahmed, in collaborazione con due nipoti,Yahya e Tariq. I loro nomi erano già stati segnalati in tempi non sospetti. Ahmed è il delfino nominato. Tanto più che i tre si spartiscono il comando della Guardia repubblicana, della polizia e della scorta personale del Presidente. Il clan Saleh, poi, si dipana in una fitta rete di contatti e parentele con le tribù locali. Le stesse che hanno dato filo da torcere alla minoranza zaiditha (sciita settimana) in questi anni. Le stesse, però, rappresentano una compagine polverizzata di eserciti personali, alla stregua di Forze armate private di stampo medievale. È plausibile fidarsi ciecamente di queste milizie?

Dall’altra parte della barricata, due sono i soggetti che meritano attenzione. Il clan al-Ahmar, punta di diamante della federazione tribale degli Hashid, e la coalizione del Joint Meeting Party (Jmp). Della prima si può parlare come di una lobby avversaria del presidente, attiva in termini tentacolari nella vita politica yemenita, quanto nel-


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misure restrittive», aggiungendo una decina di uomini del regime e alcune societa’ all’attuale lista nera, che comprende 23 esponenti siriani, ai quali, oltre al divieto di espatrio, sono stati congelati i beni. Lo scontro è diventato politico e si è trasferito anche all’interno del Palazzo di vetro. Mosca opporrà il veto contro qualsiasi risoluzione delle Nazioni Unite sulla Siria per scongiurare che si ripeta quanto accaduto con la Libia. Nonostante Medvedev ha ammesso la responsabilità del regime siriano nelle violenze commesse nel Paese, ha aggiunto però di credere alla promessa di riforme espressa dal presidente Assad e chiede che «i conflitti siano risolti con mezzi pacifici». Una decisione alla quale si è unita anche la Cina e il Libano. Il premier David Cameron, la settimana scorsa, aveva tuonato dicendo che chi non avrebbe votato la risoluzione di condanna presentata al Consiglio di sicurezza dell’Onu, nei confronti del regime siriano, avrebbe avuto sulla coscienza le tante vittime di questi mesi: «Non dobbiamo restare in silenzio». Un discorso, quello di Assad, invece che ha rappresentato

Manifestazioni contro Assad in corso in tutta la Siria. A destra, il funerale di un militare lealista morto negli scontri. In basso il presidente yemenita Ali Saleh le poche realtà economiche locali. L’accortezza degli al-Ahmar è stata quella di investire nel settore della telefonia, tramite il gestore Sabaphone. In questo modo, si sono assicurati un comparto produttivo che, perfino in Yemen – Paese, va ricordato, tra i più poveri al mondo – sfoggia una discreta capacità di entrate. Himyar al-Ahmar è inoltre vice presidente dell’Assemblea parlamentare di Sana’a.

L’incarico è fondamentale nella gestione dei rapporti con le altre tribù, oltre che nella distribuzione delle concessioni statali (appalti pubblici, infrastrutture e quindi telecomunicazioni). Nelle ultime settimane inoltre, a dispetto delle posizioni istituzionali ricoperte, gli al-Ahmar hanno dato filo da torcere alle truppe fedeli al presidente. Si pensa che sia stato proprio un loro commando ad aprire il fuoco e ferire Saleh. Ciò a conferma che le armi inYemen non sono né un monopolio di Stato, né all’interno di quest’ultimo vengono utilizzate in una

sola direzione. Il Jmp è invece un patchwork di socialisti, islamisti e, ovviamente, tribù di opposizione. Politicamente, il soggetto non nasce con la rivolta. La sua coalizione, tuttavia, è talmente male organizzata che ci si chiede come sia riuscita a sopravvivere, in competizione con gruppi di interesse meglio strutturati. Il suo punto debole, congiunturale alla crisi odierna, è l’aver accettato la condizione dettata dal Consiglio di cooperazione del Golfo (Gcc) per cui il ritiro di Saleh avrebbe dovuto seguire un iter morbido. Cosa che, invece, la piazza ha rigettato immediatamente. Il Jmp è stato costretto ad accettare, con la speranza di ricavarne il riconoscimento quale autorità provvisoria da parte di Riyadh. Nel momento in cui non è riuscita l’operazione, l’alleanza è stata messa nell’ombra.

Per dovere di cronaca, bisogna segnalare gli ennesimi tentativi del Gcc di fare da cuscinetto tra l’intransigenza delle parti. L’organizzazione sembra che voglia approfittare dell’assenza di Saleh per risolvere il capitolo yemenita che, nella globalità della rivoluzione dei gelsomini, viene erroneamente giudicato come marginale. Se lo Yemen salta, verrebbero compromessi i rapporti commerciali tra est e ovest del mondo. Tutti, dagli Usa all’Iran, da Londra a New Delhi, hanno interesse che a Sana’a torni il sereno. Volendo chiudere in maniera esaustiva questa rassegna, non resta che nominare il generale Ali Mohsen, comandante della prima divisione meccanizzata, e il vice presidente AbdRabbu Mansour Hadi. Dell’alto graduato se ne è scritto in quanto ha fatto da apripista a una lunga serie di defezioni in seno alle Forze armate. Mohsen è sotto controllo da tempo.

Hadi ha dalla sua l’attuale presidenza in pectore. L’assenza di Saleh, infatti, lo ha elevato a Capo dello Stato. Adesso, secondo la costituzione yemenita, il vice presidente dovrebbe aspettare 60 giorni prima di poter entrare in possesso formale del mandato. Una mossa infida quella di Hadi. A fianco di Saleh dai tempi della guerra civile, fino a qualche settimana fa, si è presentato come sostenitore della presidenza. È stato lui a trattare con il Gcc, quasi a simboleggiare l’indissolubile legame personale con il suo superiore. Adesso che Saleh è sotto controllo in un letto di ospedale, per giunta all’estero, Hadi tenta il colpo di mano. Le possibilità di vittoria sono equanimi per tutti. Motivo: le proiezioni uniformemente deboli che si possono fare per il Paese. Non serve ricordare che il successore di Saleh dovrà, prima di tutto conquistare l’appoggio dei capi tribù e villaggio. In un secondo tempo, sarà chiamato dal sovrano saudita. Riyadh non vuole certo perdere il suo angolo di penisola e svenderlo a guerrigliero. C’è, infine, da considerare una schiera di elementi incontrollabili che stupiscono per pericolosità e quantità, visto che sono condensati in un unico e piccolo Paese. Al-Qaeda, immigrazione di massa dal Corno d’Africa, mercanti d’armi e di droga, pirateria, zaidithi. L’elenco è in ordine alfabetico. Non è possibile fare una stima di chi sia più temibile tra tutti. Specie se ci si rende conto che si tratta di una cordata del male, i cui anelli sono indissolubilmente connessi.

l’ennesima delusione per il popolo siriano e per chi nel mondo ancora credeva in un cambiamento di rotta del regime, come il ministro degli esteri Franco Frattini che si aspettava un “ritorno alla saggezza”. Lo ha detto parlando con i giornalisti al suo arrivo al consiglio esteri a Lussemburgo. «Assad – ha detto Frattini – già in passato aveva fatto molte promesse. Sono purtroppo alcuni mesi che ha perso la bussola e si è lasciato andare ad una violenza grave ed inaccettabile», sottolineando come «la comunità internazionale gli ha dato forse l’ultima chance». Per l’Osserva-

Mosca ha detto che si opporrà contro qualsiasi risoluzione delle Nazioni Unite sulla situazione in Siria torio dei diritti dell’uomo siriano, dal 15 marzo 1400 civili e 341 membri delle forze di sicurezza sono stati uccisi. Sono circa 10mila le persone che sono state recluse e molte di queste torturate.

Oltre 10.000 profughi siriani sono già entrati in Turchia e il governo di Ankara ha detto che altri 10.000 sono accampati dal lato siriano della frontiera tra gli ulivi vicino alla cittadina di Jisr al-Shughour. Anche la Turchia, appoggiata dagli Stati Uniti, venerdì scorso ha esortato Assad ad attuare delle riforme radicali e a interrompere immediatamente l’azione repressive contro gli insorti. Il governo turco, infatti, appoggia i dissidenti siriani in esilio, che a loro volta sostengono l’insurrezione. L’operazione lungo il confine fa seguito agli scontri di venerdì scorso, tra i più violenti dei quattro mesi di rivolta contro Assad. I soldati si sono sparpagliati lungo la frontiera per impedire agli abitanti impauriti di scappare in Turchia e le truppe siriane presidiano la frontiera nordoccidentale con la Turchia, bloccando i profughi che cercano di scappare.


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grandangolo Ritratto ragionato di Carstens, lo sfidante di Christine Lagarde

Fmi, inizia la lunga marcia di August «l’elefantino»

Ha 53 anni, 135 chili di peso, è messicano ed è appoggiato da Spagna e America Latina. La sua ricetta? Apertura al commercio; controllo di mercato dei tassi di interesse; autonomia delle banche centrali, privatizzazione della produzione, deregolamentazione dei mercati del lavoro e minor dipendenza dal risparmio straniero di Maurizio Stefanini o chiamano el elefantito, e non proprio con affetto. Ex-segretario di Finanze e Credito Pubblico tra 2006 e 2009, terminologia che nel sistema messicano sul modello Usa indica il ministro; poi dal primo gennaio del 2010 governatore della Banca del Messico; Agustín Carstens è considerato un propugnatore di tagli evocante l’esatto contrario della sua stazza. Ufficialmente 135 chili di peso, ma i maligni insinuano che arriverebbe addirittura ai 227.

L

Per i vignettisti è dunque normale disegnarlo come un grasso usuraio che porta via i soldi ai poveri. E YouTube è piena di filmati irridenti, dove si vede la sua invadente silhouette accompagnata da una musichetta goffa. Dopo essersi candidato alla direzione del Fmi al posto di StraussKahn e in competizione con la francese Christine Lagarde, le battute sulla sua mole hanno iniziato a farle anche fuori dal Messico, al punto che un blogger di Wall Street si è chiesto seriamente: «Non è che è troppo grasso per dirigere il Fmi?». Eppure gli amici dicono che il peso è parte della sua persona-

lità. «È il classico tipo grasso: di buon umore, sensibile, che non si arrabbia», lo ha ad esempio descritto l’ex-segretario delle Finanze messicano Francisco Gil, che lo ebbe alle sue dirette dipendenze tra 2000 e 2003. «Ciò lo ha aiutato a trasformarsi in un negoziatore migliore». Stessa descrizione dell’ex-direttore dell’Fmi prima di Strauss-Kahn, lo spagnolo Rodrigo Rato: «Ha un buon senso dell’umorismo, che lo rende docile ma fermo».

Ha già avuto un’esperienza di prima mano in varie crisi: dal debito messicano al crollo del peso In modo abbastanza curioso, il paziente negoziatore sta però battendo i pugni sul tavolo, mentre l’economista ortodosso e rigoroso ha iniziato a scatenare una inopinata retorica ter-

zomondista, per convincere i Paesi emergenti a porre termine al monopolio europeo sulla direzione del Fondo. «Un paio di occhi freschi potrebbero vedere i problemi europei con maggiore obiettività», ha ad esempio spiegato. «L’Europa non ha un buon record nel prevenire le crisi». E anche, con linguaggio appunto sportivo.

«Sono passati 65 anni senza una persona di mercati emergenti. Non so quanti anni dovrebbero essere. Il segnapunti è chiaro: 65 a 0». E per questo lo appoggia gran parte dell’America Latina, compreso il grande anti-capitalista Chávez, per il quale i personaggi alla Carstens sono stati un tradizionale bersaglio polemico. Lo appoggia anche la Spagna, per affinità geopolitiche: pur dichiarando che non ha niente contro la Lagarde. Brasile e Argentina però fanno un po’ i pesci in barile, l’India è sulla stessa lunghezza d’onda, e anche la Cina malgrado il viaggio elettorale che vi ha appena fatto non è che si sia proprio sbilanciata. Tra voto pro-Carstens di latinoamericani minori e spagnoli e non impegno dei Brics, con la

Lagarde si sono però già schierati con decisione gli altri paesi europei, quelli africani e quelli mediorientali, e sembra evidente che anche gli Stati Uniti si orienteranno nello stesso senso. 53 anni, se non fosse nato a Città del Messico Carstens avrebbe in effetti un profilo perfetto per fare il direttore del Fmi in stile tradizionale: anche se in effetti il socialista StraussKahn implicava già che l’Fmi stava cercando in qualche modo di ridisegnarsi, di fronte al contraccolpo della crisi e alle evoluzioni in corso nella bilancia dell’economia mondiale. In particolare, Carstens ha avuto un’esperienza di prima mano in varie crisi finanziarie: dai problemi del debito messicano negli anni ’80, al crollo del peso nel 1994, alla crisi argentina del 2001. Ma ha anche approfondito i problemi economici dei Paesi emergenti a livello teorico, individuando cinque caratteristiche che ne distinguono i cicli da quelli dei Paesi industrializzati. Primo: i cicli economici nelle economie emergenti sono fortemente legati a quelli delle nazioni industrializzate. Secondo: i cicli nelle economie emergenti sono più volatili.Terzo: la volatilità delle economie

emergenti può essere ulteriormente accentuata da fattori addizionali che invece non hanno effetti sulle economie dei Paesi industrializzati, tipo le fluttuazioni dei prezzi. Quarto: le rapide fuoriuscite dei capitali rese possibili dalla globalizzazione possono avere gravi effetti sulle economie emergenti. Quinto: le economie emergenti sono soggette ai problemi associati con i regimi valutari. Il suo ricettario comprende quindi l’apertura al commercio e all’investimento; il controllo di mercato dei tassi di interesse; l’irrobustimento delle banche in modo da poter maneggiare le più gravi fluttuazioni macroeconomiche; fare riforme nel senso dell’autonomia delle banche centrali, della privatizzazione della produzione, della deregolamentazione dei mercati del lavoro e di una minor dipendenza dal risparmio straniero.

Questa combinazione tra esperienza pratica e approccio teorico è in qualche modo un adattamento locale ai principi della famosa Scuola di Chicago. Laurea all’Istituto Tecnologico Autonomo del Messico, a 22 anni è infatti entrato al Ban-


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La proposta dell’ex ambasciatore Usa all’Onu: «Vanno privatizzati. Così come sono non servono»

Ma il Fondo monetario (e la Banca mondiale) sono oramai del tutto inutili di John R. Bolton er la maggior parte degli americani il Fondo Monetario internazionale non è mai stato così conosciuto come quando il suo Direttore generale, Dominique Strass-Kahn, è stato arrestato e accusato di aver molestato sessualmente la cameriera di un albergo. Ora la corsa è al rimpiazzo di Strass-Kahn, e i maggiori contendenti sono il ministro delle Finanze francesi Christine Lagarde e il Governatore della Banca del Messico Augustin Carstens. Sin dalla fondazione, l’Fmi è stato guidato da un europeo; proprio come la Banca mondiale ha sempre avuto al suo vertice un americano.

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In queste pagine, i due sfidanti per la guida del Fondo Monetario Internazionale: August Carstens e Christine Lagarde co de México, dove in 10 anni divenne responsabile delle riserve e del collocamento del debito internazionale. Ma riuscì a trovare il tempo per completare la propria preparazione alla Facoltà di Economia dell’Università di Chicago, dove fece in tre ani un dottorato da quattro e poi ci aggiunse un master.

Come a molti tecnocrati latino-americani, anche a lui quell’esperienza di studio negli Usa ha dato una forte patina da yankee, che in parte spiega poi le antipatie di molti suoi connazionali. La passione per il baseball ce l’aveva già, ma vi aggiunse il tifo per la squadra dei Cubs, l’altra passione per il jazz, e anche una moglie statunitense: Catherine Mansell, a sua volta economista e anche scrittrice. Non hanno figli ma condividono la passione per i cani, e nel 2003 quando divenne numero 3 del Fmi andò in macchina da Città del Messico a Washington guidando personalmente, per evitare a uno dei suoi cani più vecchi lo stress dell’aereo. Il che non impedì comunque alla bestia di morire poco dopo. La sua formazione internazionale è poi corredata anche da una perfetta conoscenza del tedesco, appreso nel collegio privato appunto tedesco dove la famiglia lo aveva mandato. E ciò indica una sua provenienza dalla classe medio-alta che, assieme alla stazza e all’americanizzazione, contribuisce ulteriormente agli stereotipi di cui abbiamo riferito. Anche se lui tende a ricordare che non sempre i soldi dei genitori bastavano, per pagare quella retta. I critici ricordano spesso di quando nel 2009 un giornalista gli domandò se con la crisi del-

le ipoteche ad alto rischio negli Usa si sarebbe ripetuto il vecchio schema per cui quando gli Usa strarnutiscono il Messico si prende una polmonite, e lui rispose che stavolta sarebbe successo il contrario. Invece il Pil si contrasse del 6,5%. Gli estimatori ribattono però che l’anno prima come responsabile delle Finanze messicane aveva approfittato del boom dei prezzi del greggio per mettere da parte 5 miliardi di dollari che, malgrado la crisi, avrebbero comunque salvato il Paese dal botto, quando l’anno dopo il petrolio venne invece giù. Per questo lo hanno ribattezzato “San Agustín”.

Probabilmente, la metaforica canonizzazione non otterrà il miracolo. Dopo che era circolata una quantità di nomi, alla fine si erano candidati in tre: la Lagarde, Carstens e Fischer. Nato nello Zambia, studi a Londra, carriera scientifica negli Stati Uniti, adesso governatore della Banca di Israele, e autore di un bel testo di Macroeconomia su cui ha studiato mezzo mondo. Ma ha 67 anni, e esiste una regola che fosse il limite di età ai 65. «Credo che la restrizione sulla base dell’età oggi non sia più rilevante. Speravo che il consiglio avrebbe cambiato le regole», ha commentato Fischer. La cosa si è così polarizzata tra la francese e il messicano, e lo stesso Cartens ammette che a questo punto «le possibilità di Lagarde sono molto alte. Lo so che è una gara con vento contrario. È come giocare una partita di calcio, partendo da 0-5». Ma proprio perché non ha niente da perdere, cerca di fare la miglior impressione possibile. Magari, per riprovarci la prossima volta.

Queste prerogative sono state nel tempo sempre meno accettate dalle nazioni del Terzo mondo, che le ritengono vestigia coloniali e che oggi intendono sfidarle: la candidatura di Carstens è la manifestazione più visibile di questo malcontento in crescita. Gli Stati Uniti e l’Europa hanno beneficiato, nella Banca e nel Fondo, di sistemi di voto che riflettono i contributi al budget forniti dai governi dei rispettivi membri: un sistema molto diverso da quello dell’Assemblea generale dell’Onu, dove vige la tecnica “una testa un voto”. Ma anche questa protezione procedurale viene oggi messa in discussione, dato che stanno cambiando i pesi specifici delle diverse nazioni nell’economia globale. Anche Stanley Fischer, ex vice direttore generale del Fondo e attuale guida della Banca centrale israeliana, si è gettato nella mischia ma ne è uscito quasi subito, formalmente perché è a soli due anni dall’età prevista dal Fondo per la pensione. La verità è che si tratta di un israeliano con la cittadinanza americana, due fattori che oggi sono visti come negativi (e politicamente fatali) nelle organizzazioni internazionali. Oggi l’Europa vuole tenersi il vertice del Fondo non soltanto a causa del suo sciovinismo geografico, ma anche perché è fondamentale l’assistenza continua dell’Fmi agli sforzi dell’Unione europea per salvare i distrutti sistemi economici e fiscali della Grecia e di molti altri Paesi. Dietro questa crisi del debito si annida anche il panico crescente dei mercati, che ritengono la valuta europea in grave rischio. Avere una voce simpatetica al vertice del Fondo è fondamentale per proteggere gli interessi interni dell’Europa. Dalla prospettiva statunitense, abbiamo chiesto da molto tempo perché le nostre scarse risorse – attraverso l’Fmi o in altro mondo – vengono gettate nel buco nero creato per difendere la valuta comune europea. Per quanto economicamente sensibile possa apparire agli europei, l’euro è stato (sin dalla sua concezione) molto più una dichiarazione politica che una realtà economica. È stato pensato per mostrare la forza europea come un polo alternativo, forse contrario, all’America. Era nella

mentalità dei suoi ideatori, che volevano con forza un mondo multi-polare. Questo concetto è sensibile agli occhi degli europei ma ha molto poco a che vedere con gli interessi nazionali americani, specialmente in un momento di enormi sfide fiscali nel nostro stesso budget. Perché non sostenere Carstens e spezzare la presa europea sul Fondo? Ironicamente molti europei criticano il messicano per i suoi studi all’università di Chicago: invece è proprio una persona che ha studiato alla scuola economica di Chicago che potrebbe portare alla luce le giuste politiche nel Fondo. D’altra parte, è arrivato il momento di chiedersi se valga la pena continuare a mantenere in vita il Fondo monetario stesso.

Nel 1998, gli ex Segretari del Tesoro americano Gorge Schultz e William Simon – insieme all’ex presidente della Citicorp Walter Wriston – si chiesero sul Wall Street Journal se l’Fmi non fosse da abolire. Scrivendo al tempo della crisi finanziaria asiatica, criticarono gli sforzi per aiutare nazioni come l’Indonesia e le Filippine avvertendo che, se questi non fossero stati gli ultimi aiuti concessi, “altri prestiti, di proporzioni ancora maggiore, verranno richiesti”. Shultz, Simon e Wriston conclusero che il Fondo era “inefficace, non necessario e obsoleto” e che “il Congresso non avrebbe più dovuto concedere fondi all’organizzazione”. Più avanti Shultz sottolineò correttamente che – con al fine dell’era dello standard aureo e la transizione verso un sistema globale di valute rivalutabili – il Fondo aveva perso la sua funzione originaria così come concepita a Bretton Woods. Riferendosi sia al Fondo che alla Banca mondiale, Shultz sottolineò che «i maggiori governi mondiali hanno usato questi due istituti per sponsorizzare attività volute da loro stessi, per le quali i propri cittadini non avrebbero mai pagato». E questo è proprio il punto. Molti sostengono che non aiutare l’Europa a ottenere la direzione del Fondo non farà altro che indebolire il monopolio americano sulla Banca mondiale. Questo potrebbe essere vero, ma siamo arrivati al punto che avere quella presidenza forse non è un bene. Diversi seri studiosi degli aiuti stranieri, come Nick Eberstadt, hanno chiesto da molto tempo di privatizzare la Banca mondiale: un ragionamento che, per logica, si può applicare alle grandi Banche di sviluppo regionale. Come spiegava lo stesso Eberstadt «operando come un’entità privata e interessata ai profitti, la Banca potrebbe rinforzare il sistema finanziario internazionale. Ripagherebbe i cittadini occidentali, che da tempo la sostengono e – cosa ancora più importante – darebbe una grossa mano alla creazione di nuove regole per le politiche economiche di quelle regione che non producono ancora molto».


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Sposarsi per ampliare o rafforzare il proprio potere non è certo una novità. Da Isabella e Ferdinando d’Aragona a Caterina de’ Medici ed Enrico II

Se la politica va a nozze La vecchia pratica del «matrimonio di convenienza» fra Paesi torna e ci porta dal principe del Bahrain e la figlia del re saudita di Gabriella Mecucci rmai le monarchie europee ancora esistenti usano i matrimoni in chiave moderna. Non servono più a fare alleanze con altri Paesi, magari in vista di qualche guerra. O ad allargare i confini del regno. Ora servono a grandi operazioni mediatiche per attirare l’attenzione e la simpatia dei sudditi: vedi il caso di Kate e William in Inghilterra, o del principe delle Asturie con la sua diafana giornalista televisiva. Ma c’è ancora chi s’imparenta per rafforzarsi. Proprio nei giorni scorsi è stata annunciata l’unione fra il principe del Bahrain e la figlia del re saudita Abdullah. In marzo, mentre nel piccolo emirato infuriava la protesta, fu proprio quest’ultimo a guidare la repressione inviando ben 30 carri armati oltre i propri confini. Fu la manifestazione di un’alleanza di ferro fra Riad e Manama che ora la “politica matrimoniale” dei due sovrani mediorientali suggella e rafforza.

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Si rispolvera così un costume d’altri tempi: ciò che accade fra il Bahrain e l’Arabia saudita somiglia infatti più a ciò che avveniva nei secoli scorsi che alla modernità inglese del dopo Diana. Sposare l’uomo o la donna giusta per difendere e ampliare il proprio potere non è certo una novità. È sempre accaduto e ad ogni latitudine. Ci sono stati dei momenti però in cui è diventata una vera arte: diplomatici, leggiadre dame di facili costumi, spioni di ogni tipo venivano alla bisogna profumatamente pagati pur di centrare l’obiettivo. Nelle corti del Quattro-Cinquecento la scelta del marito o della moglie era, forse più che in qualsiasi altro periodo, una sorta di sofisticato arabesque, frutto di menti e di mani raffinatissime. Il vero capolavoro lo fecero Isabella di Castiglia e Ferdinando D’Aragona. I due a colpi di caravelle, ma anche di sposalizi indovinati finirono col mettere solide basi alla costruzione di quell’impero su cui «non tramonta il sole», come lo definì Carlo V, loro grande nipote. I sovrani di Spagna distrussero la vita di una delle loro figlie per raggiungere l’obiettivo. La discendente regale, per la sola ragione di non comportarsi come un totus politicus, ma di essersi innamorata del marito, fu chiamata Giovanna la pazza. La storia è affascinante e insieme terribile, e va presa un po’ da lontano. In Castiglia esisteva una legge che nessun’altra corte europea aveva: si trattava della reina proprietaria. Isabella, andando in sposa a Ferdinando d’Aragona lo rendeva anche re del suo Paese. Ma lei restava reina proprietaria. Gestiva insomma tutti gli affari più importanti e quindi conti-

Ormai le monarchie europee esistenti usano le unioni in chiave moderna: a Londra o a Madrid, i principi ereditari scelgono le donne attratti solo dalle loro grazie nuava a detenere il nocciolo vero del potere. Nel suo testamento lasciò alla figlia Giovanna erede di quel privilegio. E da qui originarono tutte le tragedie di quest’ultima. Teniamo bene a mente questo particolare e addentriamoci nella “politica matrimoniale” dei sovrani spagnoli, diventati famosi per la scoperta dell’America e per il fanatismo religioso che li portò a commettere più di un abominio. La crudeltà e la genialità nel loro caso - andarono di pari passo.

Attraverso una fitta rete diplomatica fecero sposare i loro figli con gli eredi ai troni d’Inghilterra e del Portogallo, ma il loro capolavoro politico fu quello di dare in moglie Giovanna a Filippo d’Asburgo, nipote dell’imperatore Massimiliano, e duca di Borgogna, definito il Bello per la sua prestanza fisica. Le due corone, quella di Spagna, impreziosita dalla gemma delle Americhe, e quella tedesca, con parecchi importanti dintorni ed alleati, si riunificarono sul capo di Carlo V, secondogenito di Giovanna e di Filippo. Si poteva fare di più con un colpo matrimoniale solo? Probabilmente no. Piccolo particolare, all’epoca però trascurabile, questo comportò il sacrificio di una loro figlia. Giovanna infatti commise l’errore - l’epoca non lo consentiva - di innamorarsi appassionatamente del marito e di non conservare il sufficiente cinismo nel valutare le questioni di potere. Il tutto era aggravato dal suo essere diventata reina proprietaria di quel gigantesco regno che era rappresentato allora dalla Spagna. L’infanta di Spagna faceva i figli in gran quantità e con estrema facilità. E il marito voleva metterla incinta più spesso possibile: un modo per assicurare la continuità della stirpe e anche per “neutralizzare” la moglie sia sessualmente sia sul piano del potere. Le gravidanze infatti allontanavano per qualche tempo Giovanna sia dall’eros sia dalle faccende dinastiche e di governo. Filippo ne approfittava per riempirla di corna e per rosicchiarle rapporti e alleanze. La sostanza è che - morta Isabella - voleva il trono di Spagna tutto per lui. La reina proprietaria si difese abilmente. E il disegno fallì. Ma nulla potè Giovanna contro il padre Ferdinando che la fece arrestare è per strapparle il ruolo di reina proprietaria. Seguirono per lei anni e anni di isolamento dal quale non tirò fuori nemmeno il figlio Carlo V. Figurarsi se l’imperatore che aveva in mano lo scettro più pesante del mondo, voleva rimettere in circolo una possibile pretendente a una fetta importante del potere. Se Ferdinando ed Isabella misero il nipote alla testa di un impero sconfinato, anche i Borgia - loro contemporanei - con i matrimoni ci sapevano fare. Papa Alessandro VI e Cesare, detto il Valentino, sfruttarono molto bene Lucrezia, figlia dell’uno e sorella dell’altro, per la loro politica di potenza. Celebrata per i suoi intrighi e i suoi crimini, la poveretta in realtà fu uno strumento nelle sapienti mani di altri. Come marito di primo letto le toccò il signore di Pesaro, uno Sforza sciancato e impotente. Ma in quel momento serviva prendere

contatto con una parte di quel territorio che, da lì a sei anni, Cesare conquistò manu militari. Subito dopo, alla diciottenne Lucrezia ancora vergine nonostante avesse un matrimonio alle spalle, venne imposto Alfonso, principe di Bisceglie per arrivare ad un’alleanza con il Regno di Napoli, allora in mano alla corona iberica. L’operazione andò in porto agevolmente. Ma i guai erano dietro l’angolo. Cesare, rapido e manovriero oltrechè feroce, “golpe e lione” per dirla con Machiavelli, si convertì ad una politica filofrancese e quell’Alfonso di Bisceglie che tanto gli era servito, diventò un impiccio serio. Avere in casa un aristocratico spagnolo, poteva far sospettare al monarca transalpino che il Valentino avesse la strategia del doppio binario e che volesse tenersi buoni sia i D’Aragona che i Valois. Fu così che decise in quattro e quattr’otto di eliminare il cognato. Lo fece uccidere nonostante la povera Lucrezia fosse ormai dichiaratamente innamorata persa del bell’Alfonso. Anzi la passione della sorella fu un aggravante.

Cesare non voleva che nella sua famiglia spuntasse una fronda spagnoleggiante e in più era geloso: sin da adolescente nutriva una tensione erotica (secondo molti storici consumata) per Lucrezia. Risultato, il principe di Bisceglie fu infilzato senza pietà proprio nella camera da letto della moglie. A proposito di “politica matrimoniale” un grande esperto era anche Francesco I di Francia e la nuora, la geniale Caterina de’ Medici, aiutata in questo dalle visioni di Nostradamus e da quelle proprie. La pove-


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e di cronach

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retta dovette destreggiarsi fra parecchie relazioni pericolose nel contesto delle guerre di religione. Prima di tutto ci fu il capolavoro di Papa Clemente che - a dimostrazione della propria ostilità nei confronti di Carlo V - dette in moglie la nipote, Caterina de’ Medici al secondogenito del re di Francia, Enrico II. Un vero capolavoro politico: in un colpo solo si ostacolavano le mire di dominio sull’Italia dell’imperatore blandendo la Francia di Francesco I che - dopo il patto col Papa e coi Medici - poteva avanzare le sue pretese su Milano. Il figlio del re transalpino era purtroppo un terribile arrogante, peraltro innamorato di una donna affascinante, ma molto più anziana di lui. Per Caterina fu un boccone amarissimo. Ma come abbiamo visto - le ragazze all’epoca erano abituate a questo genere di disavventure. E del resto la rampolla dè Medici imparò così bene dal suo dolore che piazzò i suoi numerosi figli in tutte le corti d’Europa: una finì moglie del cattolico tridentino Filippo II, un’altra dell’ugonotto principe di Navarra. Capolavori di equilibrismo matrimoniale nel tentativo giustissimo di buttare acqua sul fuoco delle guerre di religione. Chi invece sul fuoco ci buttava l’olio erano in Guisa, braccio armato del Papa sino al fanatismo, che misero una delle loro discendenti, Maria Suarda alla mercè della protestante Elisabetta I. L’Inghilterra

In queste pagine: Caterina de’ Medici ed Enrico II; Isabella e Ferdinando d’Aragona; il Re d’Arabia e il Re del Bahrain; William e Kate

in quegli anni ebbe una storia a sé. La sua regina infatti anziché costruire la propria forza attraverso la politica matrimoniale, ebbe un vero colpo di genio ribaltando il costume delle corti: scelse la strada di non sposarsi con nessuno. Non cedette alle lusinghe né dei gentiluomini cattolici né di quelli anglicani. E disse no a tutte le teste coronate di mezza Europa, compresa quella del potente Filippo II, che provò in tutti i modi a far-

altra fu Caterina di Russia, detta la Grande. La giovane prussiana finì al Cremlino sposando un uomo orribile, reso deforme dal vaiolo, vendicativo e violento. Una terribile esperienza che la convinse che era meglio non fidarsi troppo dei legami con l’altro sesso. Ma - al contrario di Elisabetta - non puntò certo sulla verginità.

Anzi, la sua vita fu piena di avventure e di solide storie. Tanto le relazioni erotiche che per viverle con sicurezza, faceva sperimentare i pretendenti alle sue grazie ad alcune fidate dama di compagnia. Quelle dopo un periodo di passioni infuocati con gli amanti, riferivano alla regina delle loro prestazioni e, soprattutto, le raccontavano se erano state contagiate da qualche malattia venerea. Sesso sicuro ante litteram. Caterina non fu mai strumento di nessuno. Morto il primo marito, imparò a usare gli uomini come pedine per raggiungere il proprio potere personale. Il Cinquecento delle guerre di religione, del resto, era finito da un pezzo, eravamo ormai in pieno settecento: secolo dei lumi e del libertinaggio. E lei fu una sovrana assoluta, ma anche riformatrice. Ai giorni nostri, a Londra o a Madrid i principi ereditari sposano le ragazze attratti soltanto dalle loro grazie. Ci sono posti però dove - come in Bahrain e in Arabia Saudita - si fa una politica matrimoniale d’altri tempi. Quanto tempo occorrerà perché il figlio di un emiro sposi una semplice conduttrice televisiva solo perché la trova attraente?

Quanto tempo occorrerà perché il figlio di un emiro prenda in moglie una semplice conduttrice televisiva solo e soltanto perché la trova attraente? la sua. In realtà i conti fra i due vennero chiusi da una delle più famose battaglie navali mai combattute: quella in cui la flotta inglese, aiutata dalla tempesta, distrusse l’Invincibile Armata spagnola. Nel caso di Elisabetta, insomma, la sua forza fu quella di non scendere a patti col matrimonio e di presentarsi al suo popolo e al mondo come la regina vergine, sposa solo dell’Inghilterra e dei suoi interessi. A proposito di rompere tutti gli schemi, chi lo fece più di ogni

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ULTIMAPAGINA Si è spento a 69 anni “Big Man”, mitico sax tenore della E-street band

Clemond, lo spirito soul che soffiava su di Francesco Lo Dico un certo punto, sembrava non dovesse morire più. Ti aspettavi che quel colosso d’ebano semovente, quasi due metri d’altezza, polmoni grandi come mantici, si sollevasse d’un balzo dal letto e si scrollasse via di dosso quell’ictus scuotendolo via con le sue treccioline. Come un elefante con un moscerino. Ci avevano creduto tutti, a vederlo sdraiato nel suo letto da qualche parte della Florida. Clarence era paralizzato. E poi di punto in bianco aveva ripreso a muovere gli occhi, a stringere la mano, a muovere le dita per dire che c’era. Clarence l’aveva promesso: «Finché la mia bocca, le mie mani e il mio cervello funzioneranno, continuerò a suonare». Sfidare la paralisi. Era il suo modo per restare in allenamento. Per dire a Bruce e alla band che non si azzardassero a cancellare uno straccio di data. Lui era Big Man, e gente della sua stazza ti fa sempre pensare a un’eccezione alla regola: «È un combattente, lui ce la farà». Clarence Clemons ne aveva vinte tante. Il suo soprannome s’è l’era conquistato sul campo, mica con un doppio giro della bilancia. Diverse le operazioni alle ginocchia, molti interventi alla schiena, un infarto. E lui niente. Sempre in piedi sul palco, gli occhiali scuri, il sax a tracolla pronto a esplodere sotto il sibilo prepotente del suo fiato. Portava anche un paltò nero. Ed era lì che aveva nascosto tutti i suoi mali. Li aveva messi dentro un armadio nero. Solo il suo sassofono doveva brillare, il resto doveva fare da sfondo.

A

che ti facesse vomitare le farfalle dello stomaco. Big Man salì sul palco in quella notte spettrale. Sfoderò il suo strumento e iniziò a suonare con Bruce senza dire un parola. Eseguirono insieme Spirit In The Night, Stephen King avrebbe apprezzato. Avrebbero raccontato questa storia per anni, in giro per gli stadi del mondo. La storia dell’amicizia di Bruce e della E-street band, tutte le volte che attaccavano Tenth Avenue Freeze-Out. A un certo punto della canzone, arrivava l’incontro con Big Man. E lui prendeva a raccontarlo con un assolo di sax che mandava in visibilio un po’ tutti. Clarence era lo “special one” del gruppo. Il copione voleva che ad ogni tappa, non appena si avvicinava il finale, Springsteen cominciasse a fare lo spelling del suo nome, con l’entusiasmo di una cheerleader. «Datemi una C, datemi una L, datemi una A...

1980, Clemons non saltò neppure un disco di Springsteen. Il Boss lo volle accanto nella copertina di Born to Run: faccia a faccia con il leader della band. Big Man gli regalò gli assoli arroventati di Thunder Road e Jungleland , soffiò su Badlands crome e semicrome di tenore d’alta scuola. E ancora in The Ties That Bind, Sherry Darling, I Wanna Marry You, Independence Day. e poi nell’85, Bobby Jean e I’m Goin’ Down. Figlio di un pescatore della Virginia, aveva abboccato alle lenza ancora bambino. Un sax sotto l’albero, regalo di suo padre. Lo scartò, e cominciò a soffiare. Aveva nove anni, ma non avrebbe più smesso. Passò dall’alto al baritono, e dal baritono al tenore. Certo, avrebbe potuto giocare a football, con

SPRINGSTEEN Alternò la musica al mestiere di educatore. Lavorò otto anni in una scuola del New Jersey. Insegnare a ragazzi che non credevano in nessuno gli insegnò a credere in se stesso

Gigante buono, si è detto. Ma anche la bontà non è sufficiente, quando si tratta di contraddire un gigante. Forse fu questo che accadde quella notte di settembre del ’71. Una «notte buia e tempestosa», come la definiva lui. Si presentò allo Student Prince dove il Boss stava provando. «Aprii la porta, e Bruce si interruppe con un leggero moto di fastidio», racconta. Ma poi dall’ombra emerse la mole di un uomo immane, dietro a una coreografia naturale di scoppi di lampi e tempesta. «Voglio suonare con voi», intimò a Springsteen senza battere ciglio. E Bruce: «Certo, puoi fare tutto quello che ti pare». Stagliato sulla porta, sembrava di vedere John Coffey. E di essere finiti d’un tratto sul proprio miglio verde. C’era il rischio

che nome viene fuori? E tutto lo stadio giù a scandire il suo nome: Big Man, «l’uomo più grande che io abbia mai visto», diceva il Boss coram populo.

Era il rock dell’uomo piccolo, bianco e paroliere, che chiamava sul palco il rhythm’n’blues dell’uomo nero e grosso. Che parlava soltanto la lingua di fuoco che nasce tra lamina e oncia. I rivoli del soul e del beat che abbattevano i paletti dell’apartheid. Come solo la musica ha fatto, in modo travolgente, con un secolo d’anticipo sulla politica. Tra il 1970 e il

quelle spalle da discobolo del Kilimangiaro. Era molto promettente. Ma un incidente decise per lui e tanti saluti alla Nfl. Non ancora ventenne si esibì accanto a Daniel Petraitis, che a Nashville era più o meno il sinonimo di leggenda. Prestò fondà una sua band che faceva le cover di James Brown, i Vibratones. Ma tanto fiato veniva anche da un cuore possente. Alternava la musica, al mestiere di educatore al Jamesburg Training School for Boysn, nel New Jersey. Ci restò otto anni, dal 1962 al 1970. Insegnare a ragazzi che non credevano in nessuno, gli insegnò a credere in se stesso. E così ha potuto credere che un giorno, sulla porta dello Student avrebbe guardato Bruce in faccia in una notte di tempesta. E gli avrebbe chiesto di suonare senza neppure chiedere per favore.

Non si identificano con lui vita morte e miracoli del bebop. Né record di assoli di oltre un’ora in stile Goodnight. Ma da Charlie e Sonny, dall’atelier dell’artista all’arena oceanica del rock, Big Man ci ha lasciato soprattutto una cosa. Vivere a pieni polmoni. Senza prendere fiato.


2011_06_21  

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