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ISSN 1827-8817

he di cronac

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Ad alcuni uomini le illusioni

sulle cose che stanno loro a cuore sono necessarie come la vita stessa Nicolas de Chamfort

9 771827 881004

di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • GIOVEDÌ 9 GIUGNO 2011

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Fumata nera sulla riforma del fisco al vertice notturno. E il Senatùr annuncia che non voterà al referendum

B&B, curatori fallimentari

La loro impresa comune non c’è più. E al Senato sotto due volte Cercano la riscossa, ma il Pdl perde pezzi (Micciché annuncia gruppi autonomi), i Responsabili litigano e non si fanno trovare e la Lega non sa più cosa dire (salvo ripudiare la Costituzione...) ULTIME CHANCES

Deludente l’iniziativa di Ferrara

Bossi ha solo dieci giorni per salvarsi

Anche i “cervelli” del Cavaliere sono senza idee (tranne le primarie, copiate dal Pd) Berlusconi alla fine non s’è presentato alla riunione dei fedelissimi. Così tra insulti a una relatrice e accenti di disperazione i “liberi servi” si sono ritrovati senza padrone Vincenzo Faccioli Pintozzi • pagina 4

di Osvaldo Baldacci iù che la campana del Carroccio, a suonare è il campanello di allarme. Impossibile non sentirlo. Per la prima volta da anni la Lega perde voti e amministrazioni al nord. Difficile ignorare perché questo sia accaduto: La Padania e Radio Padania lo mostrano tutti i giorni. La base leghista si sente tradita. Tradita dalla cieca adesione al berlusconismo. Difficile dimenticare le origini della Lega e i motivi del suo successo. Il localismo, senz’altro, ma soprattutto il legalismo, il desiderio di buon governo contrapposto alla palude della politica. Il matrimonio con il Pdl e il Berlusconi degli ultimi anni difficilmente può soddisfare queste richieste. La difesa a oltranza del premier, in cambio di sempre meno, lascia i leghisti con la bocca asciutta. Non c’è più sintonia né neanche interesse: la Lega ha perso la golden share che aveva sul governo. a pagina 2

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di Errico Novi

ROMA. Non che ve ne fosse bisogno. Ma Berlusconi ha voluto comunque certificare in modo definitivo l’impraticabilità della riforma fiscale. Prima del vertice convocato martedì a tardissima ora con Tremonti e Bossi, il Cavaliere già conosceva la risposta del superministro: il taglio delle tasse non si può fare. Lo stesso Cavaliere in cuor suo se n’è ormai fatta una ragione. D’altra parte, con la maggioranza in disfacimento, con il governo sotto anche al Senato, con la Lega che rispolvera secessionismo, con Micciché che se ne va e i Responsabili che nicchiano, c’è poco da riformare. a pagina 2

Mistero sulla sorte della giovane omosessuale, blogger anti-Assad, rapita tre giorni fa

E il mondo scoprì i gay di Damasco Il caso di Amina rivela un volto nuovo dell’opposizione siriana di Antonio Picasso

Rasmussen: «No all’intervento di terra»

E la Nato vuole dall’Europa più aerei e più alleati contro Gheddafi

n attesa di notizie su Amina Abdallah Araf, la blogger siriana dissidente di cui si sono perse le tracce da due giorni, la blogosfera internazionale si è attivata. In sole 48 ore, il gruppo su Facebook “Free Amina” ha contato almeno diecimila nuove iscrizioni.

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Signori nega. E Buffon si arrabbia: «È l’Italia di Piazzale Loreto» di Francesco Lo Dico l livello è basso, ma d’altra parte nessuno pretende che i calciatori siano fini intellettuali. Tanto meno se spesso corrono il rischio di vendersi le partite per soldi. Così - per esempio - Beppe Signori nell’arco di qualche ora è passato da pentito a smemorato. È entrato al Palazzo di Giustizia di Cremona promettendo rivelazioni di fuoco ed è uscito dopo aver negato tutto: nessuna combine per Inter-Lecce. Forse aveva ascoltato le lamentele di un collega illustre, Gianluigi Buffon, contro i processi sommari ai calciatori innocenti. «Siamo sempre l’Italia di piazzale Loreto, basta un nome in prima pagina e tutto viene infangato, quando il fatto per ora non è chiaro». Ma ormai anche mezza Serie A è sotto inchiesta.

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Pierre Chiartano • pagina 10

a pagina 12 gue a (10,00 pagina 9CON EUROse1,00

Respinti tutti gli addebiti

I QUADERNI)

• ANNO XVI •

NUMERO

110 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

a pagina 6

19.30


la polemica

prima pagina

pagina 2 • 9 giugno 2011

Decisivo l’incontro tra leader e base a Pontida

A Bossi restano solo dieci giorni per salvarsi di Osvaldo Baldacci iù che la campana del Carroccio, a suonare è il campanello di allarme. Impossibile non sentirlo. Per la prima volta da anni la Lega perde voti e amministrazioni al nord. Difficile ignorare perché questo sia accaduto: La Padania e Radio Padania lo mostrano tutti i giorni. La base leghista si sente tradita. Tradita dalla cieca adesione al berlusconismo. Difficile dimenticare le origini della Lega e i motivi del suo successo. Il localismo, senz’altro, ma soprattutto il legalismo, il desiderio di buon governo contrapposto alla palude della politica. Il matrimonio con il Pdl e il Berlusconi degli ultimi anni difficilmente può soddisfare queste richieste. La difesa a oltranza del premier, in cambio di sempre meno, lascia i leghisti con la bocca asciutta. Non c’è sintonia ideale con questa linea, e non c’è neanche interesse, dato che è abbastanza evidente che ormai la Lega Nord ha perso la golden share che aveva sull’azione di governo. Non perché sia meno determinante per la maggioranza, bensì perché non esiste un’azione di governo. Berlusconi poi, che alla Lega era abituato a dare tutto in cambio del patto d’acciaio, ora può dare ben poco, perché è troppo impegnato sulla difensiva e concentrato sulle sue cose personali e sul difficile equilibrismo per garantirsi la permanenza al potere. L’abbraccio mortale col Cavaliere è soffocante per Bossi.

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Ora c’è Pontida in vista: ebbene, cosa racconterà il leader ai suoi fedeli? I quadri leghisti non sanno più cosa raccontare ai loro elettori e aspettano di essere forniti di frecce. Perché perdono anche dove credono di aver governato bene, e danno la colpa a Berlusconi. Figuriamoci dove stanno uscendo casi di corruzione tra gli amministratori leghisti nati in nome di quel legalismo di cui sopra... E probabilmente inizia a non funzionare più neanche quell’appello istintuale alle paure primordiali che hanno fatto la fortuna della Lega: Milano e il fallimento dell’abuso di certa retorica ne sono la prova. Bossi quindi deve scegliere. Se la sua strategia è quella di restare abbracciato a Berlusconi, sembra inevitabile tirare la conseguenza che con lui ha trionfato e con lui finisce a fondo. Se punta sul logoramento dietro le spalle del Cavaliere, si gioca una partita rischiosa, perché tutto fa pensare che quando dovesse finire l’era del premier, chi gli è rimasto troppo vicino rischia di restare sotto le macerie. E le mosse avventate di fine mandato, la presunta riduzione delle tasse e contestualmente il ricorso alla spesa pubblica, hanno tutta l’aria di apparire anche agli elettori leghisti come palliativi tardivi che sanno più di toppe disperate e velleitari colpi di immagine piuttosto che di veri progetti efficaci, anzi. Se vuole ancora accreditare lo scenario di una Lega di lotta e di governo, che a Roma ubbidisce e a nord sbraita, dai ministeri allo sciopero fiscale (che insieme a tutto il Paese mette in difficoltà soprattutto chi governa, cioè se stessa), probabilmente rischia di fare un buco nell’acqua, non avendo capito che ormai certa retorica è logorata: da una parte gli anni di annunci e di dissonanti comportamenti hanno fatto perdere credibilità all’azione della Lega e cominciano a mostrare la corda, dall’altra la politica del grido sembra aver cambiato sponda avvantaggiando chi grida di più a sinistra. Quindi Bossi dovrebbe probabilmente valutare altre soluzioni, senza accanirsi in una strategia di retroguardia che non paga più.

il fatto Il vertice notturno tra il Premier e il Senatùr non ricuce gli strappi nella maggioranza

Saldi (e fughe) di fine stagione

Il governo va sotto al Senato, i Responsabili non votano in commissione, “Noi Sud” lascia il Pdl, il Carroccio ripudia la Costituzione. Cronaca di un giorno di ordinario fallimento di Errico Novi

ROMA. Non che ve ne fosse bisogno. Ma Berlusconi ha voluto comunque certificare in modo definitivo l’impraticabilità della riforma fiscale. Prima del vertice convocato martedì a tardissima ora con Tremonti e Bossi, il Cavaliere già conosceva la risposta del superministro: il taglio delle tasse non si può fare. Lo stesso Cavaliere in cuor suo se n’è ormai fatta una ragione. Sempre l’altro ieri era arrivato anche il niet della Commissione europea. Ma al premier piace esaminare tutte le possibilità. Martedì sera Tremonti non ha potuto far altro che ripetersi: nei bilanci dello Stato non esistono margini, e comunque intervenire sulle aliquote rischia di produrre un effetto panico nei mercati, con conseguenze gravissime per i titoli di Stato. Bossi media, ma con scarsa convinzione. Lui e Berlusconi sanno che c’è ben poco da fare. Paiono rassegnati. Ed è uno stato di rassegnazione complessivo, che non si limita alle difficoltà sulla riforma fiscale. È l’azione di governo nel suo insieme che sembra ormai sclerotica. Gli incidenti di percorso si moltiplicano non appena si osa soltanto portare qualche legge in Parlamento. Lo dimostrano le due votazioni di ieri sul ddl anticorruzione in cui la maggioranza è stata battuta al Senato.

Grave soprattutto la bocciatura all’emendamento di Lucio Malan, interamente sostitutivo del primo articolo del provvedimento. Se approvato, avrebbe istituito un comitato di coordinamento su tutte le iniziative anticorruzione guidato proprio dal presidente del Consiglio: 133 voti contrari, 129 favorevoli e 5 decisive astensioni. La seconda scivolata arriva sulla norma che prevedeva la rotazione dei dirigenti nelle amministrazioni pubbliche.

Ma depone malissimo anche la posizione assunta dalla Lega sull’emendamento che impone a tutti i funzionari il giuramento sulla Costituzione: passa, ma senza il voto lumbàrd. Pier Luigi Bersani ne approfitta per dire che l’esecutivo dovrebbe trarre da quest’ennesimo smacco le conseguenze del caso. Ma non accadrà, e la ragione sta proprio in quella rassegnazione di cui si è detto: a Berlusconi e al suo principale alleato nulla pare così allarmante perché entrambi si sono già adattati all’idea dell’irreparabile. Irreparabile è la fine di un ciclo. Irreversibile è l’inerzia negativa di questa legislatura.Tremonti può anche alzare un muro: non ha importanza, non ci sarà alcuna caccia all’uomo di via XX Settembre. Il Cavaliere si è ormai autoconsegnato al ruolo, insolito per lui, di curatore fallimentare.

È la nuova chiave per decifrare il sostanziale immobilismo a cui pare destinato quest’ultimo scorcio del suo mandato. Curatela fallimentare, ossia gestione sobria e prudente dell’insuccesso. Della sconfitta appena riportata alle amministrative e di quella che rischia di arrivare alle prossime Politiche. Il nuovo profilo assunto da Berlusconi è questo. Sarà lo stesso per il Senatùr, a meno che quest’ultimo non produca una qualche forma di rottura politica forte, per esempio sulla legge elettorale, in occasione del raduno di Pontida, previsto per domenica 19 giugno. Uno dei suoi fedelissimi, il capogruppo alla Camera Marco Reguzzoni, nega peraltro che la «sorpresa» covata da Bossi in vista del raduno possa consistere in una fuoriuscita dalla maggioranza. Sembra plausibile che il Carroccio non caricherà di enfasi eccessiva la pro-


il retroscena

«La sfida di Micciché può vincere l’inerzia» Sarebbero pronti a seguirlo 12 deputati e 7 senatori. Michaela Biancofiore: «Sono con lui» di Franco Insardà

ROMA. Martedì sera sera Gianfranco Miccichè ha sciolto la riserva annunciando di lasciare il Pdl per dare vita a un gruppo autonomo. Il leader di Forza del Sud si è detto stanco «di essere succube della Lega», aggiungendo che «non è possibile che qualsiasi cosa debba essere fatta per accontentare i capricci di Bossi». MIccichè ha spiegato le prossime mosse del suo movimento: «Lasceremo il gruppo del Pdl e per adesso andremo nel gruppo misto. Non torneremo indietro, non possiamo permettercelo. Spero che questa iniziativa possa muovere un po’ le acque. Certo, così non si può più andare avanti nel Pdl. “Forza del Sud” può contare su dieci deputati e quattro senatori senza tener conto di “Noi Sud ” che è più che disponibile al nostro progetto. Comunque la politica non è fatta solo di numeri, ma anche di idee e proposte concrete. Non ho sentito Berlusconi. Io lo adoro il presidente del Consiglio, ma vado avanti col mio progetto». Il leader di “Forza del Sud” ha incontrato ieri a pranzo Michaela Biancofiore, la deputata bolzanina che da tempo critica la linea del Pdl, troppo sbilanciata verso gli ex di An, e protagonista di uno scontro durissimo con Maurizio Gasparri, presidente dei senatori del suo partito. Anche la Biancofiore, come ha confermato a liberal, è «pronta a fare un gruppo con Micciché, ma prima di qualsiasi cosa devo parlare con Silvio Berlusconi. Io sono sempre stata leale con lui, so che ha le mie stesse idee sulla situazione del Pdl, lo incontrerò e se mi darà un motivo per continuare a credere in questo partito sarò disponibile a fare un passo indietro. Altrimenti, starò sempre dalla sua parte, ma andrò avanti con ”Forza nazionale”, convinta anche di portargli più vantaggio, rispet-

to a tanti altri. Non tradirò mai Berlusconi, mentre credo che il Pdl abbia tradito lui». Michaela Biancofiore ha anche chiarito la strategia politica: «Con Miccichè l’obiettivo è quello di recuperare i consensi che alcuni dirigenti del Pdl, con i loro comportamenti, hanno fatto perdere. Siamo consapevoli di costruire una forza della nazione, ovviamente federata con il Pdl, che dia un contributo al centrodestra. Ho già lanciato su Facebook il gruppo “verso Forza nazionale”e sono stata contattata da molti che condividono la mia battaglia».

La deputata bolzanina ci tiene a precisare che

«Ho incontrato Gianfranco e siamo d’accordo: faremo un gruppo unico, ma dobbiamo prima parlare con il presidente Berlusconi» quello di Micciché e il suo non è «un esodo dal centrodestra, a differenza della scelta di Casini e Fini, per i quali comunque ho una grande stima». Non condivide, però, le critiche di Miccichè alla Lega: «Se ho chiamato il mio partito “Forza nazionale” evidentemente credo nell’unità del Paese, esiste un federalismo, al quale il Carroccio mi sembra si sia adeguato, non secessionista, ma unitario. Con la Lega ho buon buon rapporto sia a Bolzano che a Roma. Micchichè parla per il Sud, ma deve stare attento di non commet-

posta di delocalizzare i ministeri. Anche se dopo l’avvio della procedura in Cassazione da parte di Calderoli resta una forte tensione con il Pdl romano, il vertice legista intuisce il rischio di essere contestato dalla propria base. A dar credito alle voci di Radio Padania, il decentramento dei travet non riscuote particolare successo.

Visto che comunque il nervosismo già supera la soglia di tollerabilità, oggi il Consiglio dei ministri potrebbe tentare di incorniciare il progetto leghista in una forma politicamente tollerabile. Non si può escludere che proprio Calderoli, presente tra l’altro al summit di martedì notte, possa presentare anche ai colleghi dell’esecutivo il progetto di legge sul decentramento degli uffici. Berlusconi tiene a tenere sotto controllo le fibrillazioni: potrebbe essere dunque più conveniente accogliere e coordinare la proposta piuttosto che lasciarla rimbalzare confusamente all’interno della maggioranza. Questa pare d’altronde la filosofia a cui si ispira il presidente del Consiglio in questa specie di messa in liquidazione del suo governo: accettare la sconfitta ma attenuarne gli effetti; evitare che la balcanizzazione già in atto nel Pdl possa creargli problemi ancora più seri di quelli già esistenti. Anche per questo a Palazzo Grazioli si svolgono in questi giorni riunioni in sequenza ininterrotta. Ormai la cadenza è quotidiana. Con quella di ieri è stabilito che il Consiglio nazionale del partito si riunirà entro la fine del mese, al massimo il primo luglio, per ratificare la nomina di Angelino Alfano a segretario.

tere lo stesso errore della Lega che ha mantenuto il suo carattere territoriale, senza riuscire a diventare un movimento nazionale. Oggi più che tenere sotto scacco il Pdl, come qualcuno dice, direi che lo puntella».

Un futuro neoberlusconiano rispetto alla dirigenza del Pdl è quello che immagina la Biancofiore: «Sono sicura che Berlusconi stia mettendo mano alla riorganizzazione del partito per cambiare tutto, la nomina di Angelino Alfano è sicuramente un passo avanti, ma sono preoccupata perché alcuni dirigenti ostacoleranno le sue scelte». Ne è talmente convinta che si dice «sicura che alle elezioni del 2013 non ci sarà il simbolo del Pdl, perché non ha ormai una sua funzione. Doveva rappresentare il 51 per cento del Paese, ma così non è stato a causa di radicalismi e faziosità dell’area dell’ex Alleanza nazionale, che rappresenta una minima parte all’interno del Pdl». E su Gasparri precisa: «Ha la mia stima come capogruppo al Senato, ma critico le sue intromissioni in questioni locali per difendere un suo uomo. Questo atteggiamento ha procurato gravi danni al partito in Alto Adige». E che la guerra sia aperta lo conferma la richiesta espulsione di Michaela Biancofiore dal consiglio comunale di Bolzano da parte del gruppo del Pdl per le assenze. Ma la deputata ci tiene a precisare: «Quello è il gruppo gasparriano degli ex An, mentre esiste in consiglio comunale anche il “Pdl Berlusconi presidente”, al quale appartengo. Non ho po-

Non era mai successo però che Berlusconi sentisse il bisogno di attivare con tanta intensità gli organi dirigenti del suo partito. Quasi come se volesse tenere i suoi sotto controllo, fare in modo che le occasioni di confronto si svolgano il più possibile in sua presenza. E limitare i rischi di fratture, trame, guerre fratricide, se non addirittura di congiure a suo danno. La sostanziale flemma di fronte alla crisi si riflette nell’atarassia di fronte al referendum. E anche qui lo stile del premier corrisponde a quello del Senatùr: sempre Reguzzoni spiega infatti che il capo domenica non andrà a votare. Lo stile discreto

Le responsabilità, secondo la Biancofiore, vanno ricercate anche all’interno della componente di Forza Italia: «Denis Verdini è la causa di questa situazione critica. Per mantenere la sua posizione solida all’interno del partito ha ceduto agli ex di An spazi nel Pdl che non avrebbero dovuto avere». La Biancofiore si ritrova sulle posizioni di Giuliano Ferrara che ieri ha riunito a Roma “i liberi servi del berlusconismo”: «Soltanto una cosa non condivido della manifestazione organizzata da Ferrara: le primarie per Berlusconi. Il Cavaliere è già stato designato dagli elettori, queste amministrative non contano nulla dal punto di vista politico. Mentre pensare alle primarie significa lanciare un assist al centrosinistra e a chi vuole mettere in discussione la leadership di Berlusconi».

Poi nella gestione dell’insuccesso capita che possa sembrare utile, a Berlusconi, persino la carta delle primarie. Naturalmente secondo i limiti previsti dalla bozza Quagliariello, che ne prevede l’adozione per tutti i livelli e le candidature ma non per la premiership, come invece suggerisce Ferrara. Verdini e il partito-apparato non gradiscono la novità: non a caso la Santanchè, da sempre in sintonia con il coordinatore nazionale, dichiara al Capranica il suo no alla proposta e poi, concluso l’intervento, va subito da Verdini quasi a cercarne l’approvazione. Nonostante lo sforzo di tenere sotto controllo tutto, qualche cosa sfugge: per esempio Galan che allo stesso convegno ammette il fallimento della rivoluzione liberale e del programma economico del governo. E non è poco. Poi ci sono i Responsabili che non riescono ad accordarsi sull’avvicendamento nella carica di capogruppo tra Sardelli e Moffa. Due di loro peraltro disertano la commissione Cultura della Camera dove è in corso l’esame del decreto Sviluppo e costringono la presidente Aprea a sospendere la seduta, con una pesantissima forzatura aspramente contestata dall’opposizione. Non si può escludere che la terza gamba si dissolva del tutto, vista la fuoriuscita del gruppo di Micciché (Biancofiore compresa) e quella di Noi Sud. Vista la confusione non c’è da stupirsi se alle riunioni di Palazzo Grazioli Niccolò Ghedini sia diventato ormai una presenza fissa: le curatele fallimentari hanno sempre bisogno di bravi avvocati.

Rassegnati all’impossibilità di ridare impulso alla legislatura. E al no di Tremonti sulla riforma fiscale. Il Cavaliere e il leader leghista si comportano come curatori fallimentari, per arrivare a fine mandato limitando i danni della curatela emerge anche confrontando il profilo prudente di Berlusconi con l’irrequietudine che si respira al Capranica, dove Giuliano Ferrara riunisce gli amici del Cavaliere. Dalla platea arrivano reazioni simil -isteriche davanti agli interventi degli “ospiti”di sinistra. Come se il popolo del Pdl non volesse rassegnarsi alla sconfitta e pretendesse di leggere la realtà, compresa quella del voto amministrativo, in modo rovesciato.Vista la scarsa sintonia tra il suo aplomb e la generosa ricerca di un rilancio mostrata da Ferrara, Belpietro, Feltri e gli altri animatori del Capranica, non stupisce che il Cavaliere si sia ben guardato dall’irrompere nella sala.

tuto giustificare le mie assenze, perché non mi sono state notificate le convocazioni».


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l’approfondimento

Polemiche, qualche scaramuccia e molto tifo al Capranica di Roma, per la kermesse organizzata da Giuliano Ferrara

Servi senza padrone

Berlusconi tradisce i fedelissimi auto-convocati e non si fa vedere alla riunione. E paradossalmente il valore simbolico del meeting sta tutto in questa assenza. Ormai i suoi gli chiedono solo di essere grande (almeno) nell’uscita di scena di Vincenzo Faccioli Pintozzi servi liberi rappresentano un bell’ossimoro, ma i servi senza padrone sono un’assurdità. Eppure è così, almeno stando a quanto si è visto ieri al teatro Capranica, a due passi da Montecitorio, dove il cotè intellettuale che dovrebbe rappresentare il meglio della produzione del centrodestra italiana si è riunito per dare sostegno spirituale e materiale a Silvio Berlusconi. E per parlare di primarie all’interno del Popolo della Libertà, che è un po’ un modo per dire che il premier è finito. Il clima in sala è teso, la media dell’auditorio ha un’età avanzata, gli interventi tutti molto interessanti.

I

Ma il premier non c’è, se si esclude un di lui inquietante cartonato sul lato destro del tavolo che ospita i relatori e che sarà protagonista di un simpatico siparietto con Alessandra Mussolini. E l’assenza pesa, soprattutto se si pensa che viene annunciata, poi confermata e

poi – con molto stile – semplicemente non avvenuta. Apre le danze Giuliano Ferrara, direttore del Foglio e consigliere del Cavaliere, che nel suo intervento presenta con sobrietà e linearità il suo progetto: primarie il primo e il secondo giorno di ottobre, con regole semplici e chiare e la serena accettazione di infiltrati dall’altro campo. Ferrara, soprattutto, sottolinea che Berlusconi «non può passare il tempo con i collegi difensivi, non può abbandonarsi a noiosissimi monologhi di cui il Paese è stanco. Deve sostituire l’autocrazia con la democrazia». Per chiudere un lungo ma interessante intervento, l’Elefantino (come firma i propri editoriali) cita Benito Mussolini: «Governare l’Italia non è impossibile, è inutile». Il secondo a intervenire è il direttore de “Il Tempo” Mario Sechi. Che non cita il duce ma Cossiga e impronta il proprio discorso – venato di reminiscenze del passato sardo – sull’utilità

pressante di «contarsi e farsi contare» perché, proprio in quanto sardo, «so che spesso è la natura a selezionare i migliori. E sono convinto che questo debba avvenire anche in politica». Per la cronaca, dopo aver resistito all’intervento da sessanta minuti di Ferrara, fuggono da Sechi Dennis Verdini, Fabrizio Cicchitto e la donna dell’ex ministro e coordinatore Pdl Sandro Bondi, Manuela Repetti.Verdini, che si

Quasi tutti votano a favore delle primarie, ma il premier «non si tocca»

intrattiene per lo scalone del teatro con alcuni ammiratori, si rivedrà in sala poco dopo, ma defilato sulla destra. I momenti più animati si verificano tuttavia durante l’intervento di Marina Terragni, femmina e femminista, che con un passato socialista e un presente piddino viene invitata da Ferrara ad analizzare la caduta di Milano, dove vive ed opera. L’idea è buona, il risultato un poco meno: la giornalista dice che «Berlusconi è vecchio» e la platea le risponde: «Sei vecchia tu!». Quando poi si azzarda ad accennare che «la città di Milano non ha perdonato alcuni comportamenti del premier, specialmente nei confronti delle donne» e ricorda come «le donne hanno abbandonato Berlusconi come lo ha abbandonato sua moglie Veronica» si scatena il caos.

Un gruppuscolo di signore agée, rese insofferenti forse dall’elevatissima temperatura

in sala, si apre per far passare una di loro (elegantissima) che raggiunge il sottopalco. Lì scambia qualche offesa gratuita con la Terragni, si gira e se ne va. Si inserisce Ferrara: «Avevo messo in conto il dissenso, ma non un violento comizio anti-berlusconismo»: gli applausi sono scontati ma sentiti. E proprio sul berlusconismo si dipana la seconda parte del dibattito. Se, come dice Belpietro, «fino a che Berlusconi c’è, il berlusconismo non può non esserci» è anche vera la lettura del ministro della Gioventù Giorgia Meloni. La quale blinda la figura del premier «è l’unica certezza che abbiamo» - ma poi rivendica «la necessità di far emergere una nuova classe dirigente all’interno del Partito, una classe dirigente che c’è ma che deve venir fuori». E lo stesso discorso vale per i parlamentari e il loro processo di selezione, un processo che secondo la Meloni «deve tornare a fare perno sul-


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Gli intellettuali berlusconiani trascurano gli orizzonti e restano fermi agli slogan (vecchi)

Quanti cervelli in disarmo, gli resta solo l’ossimoro

Prima erano atei devoti, ora sono liberi servi: ma hanno partorito solo la proposta delle primarie. Cioè: una scimmiottatura della sinistra di Giancristiano Desiderio a «Adunata dei liberi servi del Cavaliere» è la fotografia della crisi senza “uscita di sicurezza” del Pdl. Il genio ironico di Giuliano Ferrara racchiuso nell’ossimoro dei “liberi servi”è tutto ciò che rimane di un partito che ha un proprietario e degli aziendalisti ma non ha critici, politici, animatori. Al Capranica, a due passi da Montecitorio, ieri c’erano giornalisti e intellettuali che si riconoscono da molto tempo in Silvio Berlusconi. Tuttavia, il fior fiore dei direttori dei quotidiani del centrodestra, da Feltri a Belpietro, da Sallusti a Sechi, ha prodotto solo qualche battuta. Come quella del Vittorioso, ad esempio: «Aspettiamo a fare il funerale senza salma». Ma è tutta qua la elaborazione critica dei “liberi servi”di Berlusconi?

L

Lasciamo da canto gli insulti alla giornalista Marina Terragni. Sgradevoli, certo, ma in una giornata di confronto e libera discussione ci possono anche stare. Più interessante e più giusto è discutere il nuovo ossimoro del direttore del Foglio. Che cosa significa? Nell’intelligenza di Ferrara, che rimane un palmo sopra gli altri, quel “liberi servi” vuol dire «sappiamo di servire il Cavaliere ma lo serviamo in piena libertà perché lo abbiamo scelto sapendo che si tratta non di una decisione necessaria, bensì, nel panorama italiano, della scelta migliore. Tuttavia, il Cavaliere si deve dare una mossa e si deve industriare a combattere nuovamente passando dal monologo al contraddittorio perché, come testimonia il voto amministrativo di Milano e Napoli, così le cose non vanno». Ecco, il punto dolente è proprio questo: l’ossimoro dell’Elefantino è l’unica ideuzza che i cervelli e le penne del Pdl hanno pensato. Davvero poco, molto poco. Se poi si considera che la riunione dei “liberi servi”- “adunata”, infatti, è parola fascista suggestiva, ma spropositata - è quella che Marguerite Yourcenar chiamava “il giro della prigione” si capisce che l’ossimoro di Ferrara è il tentativo estremo di premere il limone che ormai è senza succo. Un atto di estrema fedeltà, e questo a lui da “libero servo” gli fa onore. Ma all’Italia cosa dà? Anzi, per restare su un terreno più piccolo: al centrodestra cosa dà? Non si può seriamente pensare che il pensiero politico del centrodestra altro non debba fare che nutrire l’ambizione di mettere al mondo la “libera servitù”. È questo il capovolgimento più evidente della filosofia politica che ha ispirato, o avrebbe dovuto ispirare, il partito del Cavaliere fin dalla sua storica “discesa in campo”: la sigla Pdl che starebbe per popolo della libertà si capovolgerebbe nella sigla opposta del Pds che starebbe per partito dei servi e richiamerebbe alla memoria il partito con cui il Cavaliere ha iniziato la lotta poli-

tica. Il Pdl che diventa Pds è la sconfitta più cocente che ci possa essere per Silvio Berlusconi.

Dunque, l’ossimoro di Ferrara, come qualunque ossimoro che non sia solo un fantasma poetico - come l’alba profonda del Critone di Platone - è un’arma retorica spuntata che, in questo caso, mima la salute e rivela la malattia. Il “male

A questo Pdl non servono aedi ma idee. E capacità di avere un atteggiamento critico con il leader

oscuro” che consuma dall’interno il Pdl è la mancanza di libertà: nel pensiero, nell’espressione, nella politica, nell’economia. Chi ha ucciso sul nascere la libertà nel Pdl - che ormai non è più da tempo identificabile con il centrodestra - sono, insieme, il signore e i servi. Il signore ha pensato bene di fare a meno di un partito che fosse una palestra di libero pensiero e libera azione così ha riempito il Parlamento di amici, amiche, accoliti, avvocati. I servi hanno pensato bene di fare a meno della fatica di essere autonomi e di pensare con la propria testa. Il rapporto tra signore e servo, che un grande filosofo ha descritto come la dialettica da cui nasce il mondo civile, è stato a sua volta neutralizzato perché il signore è in fondo un proprietario e i servi sono dei camerieri. La riprova è data da quell’altra piccola idea che è stata suggerita per far entrare aria fresca nel partito: le primarie. Ma chi le vuole veramente? E come? I camerieri non le vogliono perché vedono messo in discussione il loro posto e il proprietario non le vuole perché, come ha giustamente detto Belpietro, ciò significa cominciare a parlare apertamente del dopo-Berlusconi. L’unico pensiero del Pdl non avrai altro proprietario al di fuori di me - vieta non solo di dire ma anche di pensare un orrore del genere. Ma quell’ “orrore” - prendiamo atto che Berlusconi non unisce più il centrodestra, anzi, è la causa della sua diaspora - va detto, ridetto, criticato e infine superato.

Giuliano Ferrara, con tutta la simpatia di cui gode da queste parti, dovrebbe piantarla con gli ossimori da “atei devoti”a “utili idioti”a “liberi servi” - per lanciare delle endiadi come “liberi e forti”,“giusti e coraggiosi”. Solo così può sperare di immettere nella prigione dei servi quella libertà di pensiero e azione senza la quale ogni grande partito che aspira a governare un Paese condanna se stesso e il Paese al declino e all’insipienza. Naturalmente, questo significa toccare il tabù, significa parlare pubblicamente e criticamente con Berlusconi e non con la sua sagoma di cartone. Significa ragionare in pubblico e non preparare la scena per l’ingresso del signore per dirgli, oscenamente e paganamente, noi ti adoriamo, noi ti glorifichiamo, noi ti rendiamo grazie. Significa ripetere la scena di Fini che critica apertamente Berlusconi e metterla a sistema perché così si fa da quando i partiti sono stati creati come dei mezzi per far funzionare le democrazie. Ecco, i “liberi servi” non servono per far funzionare partiti e democrazie. Ci vogliono i “liberi e forti”, ieri come oggi.

la meritocrazia». La platea torna a fischiare, ma questa volta all’indirizzo di una Ritanna Armeni pacata e forse un poco banalotta: parla della costruzione di un centrodestra “senza Berlusconi” e si becca qualche urlaccio, azzarda un «Berlusconi non è amato dai leader internazionali» e si sente rispondere «e chi te l’ha detto?». Certo, la rozzezza di questa risposta non ha niente a che vedere con il picco raggiunto da un signore che, immobile sul lato destro della sala, guarda fisso il palco con una bandiera (che ovviamente non sventola, ma è attaccata al muro) con sopra scritto: «Con Rauti Berlusconi e Storace contro i Pacs per dire no alla generazione dei Fini invertiti e pervertiti».

Quando tocca a lui, Belpietro boccia il restyling del partito che ha un sapore gattopardesco: «Alfano è un modo per perdere tempo, per non affrontare le soluzioni. È stato nominato per cambiare, ma in sostanza non cambia nulla». Ferrara invita poi sul palco Daniela Santanché: «Tocca a lei, con i serpenti tra i capelli e tutto il resto...». La platea a dire il vero mugugna: «Per l’amor di Dio...», ma lei non si lascia intimorire: «Questo è il partito dell’amore, vengo qui con l’umiltà di chi viene da una sconfitta». E poi offre la sua analisi politica del voto: «Le donne non hanno più votato per noi. La casalinga di Voghera, che incarnava il sogno, la speranza di tutto quello che Berlusconi è e rappresenta, l’abbiamo persa». Subito dopo, con accostamento sospetto, interviene il direttore del Giornale Sallusti che, unico, offre una fotografia controcorrente ma reale della situazione: «Quello che propone Ferrara è un regicidio, crimine per cui si viene condannati a morte. Vuole trasferire i poteri del monarca al popolo e questo non può avvenire». Anche perché «il leader non ascolta il tam tam della foresta, non va appresso agli umori della gente, lui la gente la trascina. Il punto debole è che puoi pure riformare il partito, ma se fai un partito che non è più a servizio del monarca, diventa un partito come tutti». Subito prima del gran finale – con un Feltri sottotono – arriva il momento dello show: Alessandra Mussolini. Che prima di salire sul palco bacia il cartonato di Berlusconi - «me l’avete imbalsamato» - e poi offre la sua lettura sulla debacle di Napoli: «Ho seguito Lettieri per le vie della città: pareva un agente immobiliare». La conclusione di Feltri è mesta, con una metafora calcistica vecchia come Giobbe, e che curiosamente sembra dare la pennellata perfetta all’affresco approntato da Ferrara e dai suoi servi liberi. Senza padrone, come dicevamo in apertura, ma soprattutto senza idee che non siano d’accatto.


diario

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Niente esercito ai cantieri della Tav

Eurostat: è fermo il pil italiano

TORINO. Mentre una nuova let-

BRUXELLES. Pil fermo allo 0,1%

tera anomina con proiettile arrivava ieri alla sede del Pd, nel vertice in prefettura che doveva definire la strategia per l’avvio dei lavori della Torino-Lione il ministro Maroni annunciava: «Sarà istituito un gruppo investigativo interforze specializzato per vigilare e prevenire infiltrazioni della criminalità organizzata negli appalti della Tav». Tuttavia, Maroni ha escluso l’impiego dell’esercito nella gestione della vicenda Tav: «Chiomonte non sarà dichiarata zona strategica e il sito non sarà controllato dai militari. Le forze dell’ordine sono l’istituzione preposta per questo tipo di attività. Il cantiere aprirà in tempi brevi per rispondere al calendario europeo».

in Italia nel primo trimestre del 2011. È quanto rileva Eurostat, L’Italia ha fatto registrare un aumento del Pil dello 0,1%, identico a quello rilevato nell’ultimo trimestre del 2010 e ben al di sotto della media dell’Eurozona e dell’Ue a 27, pari allo 0,8%. Su base annuale, rispetto al primo trimestre dello scorso anno, la crescita del Pil in Italia è stata dell’1%, contro il 2,5% della media europea. Peggio dell’Italia, secondo l’Ufficio statistico di Bruxelles, fanno solo Cipro, con una crescita del Pil pari allo 0%, e Danimarca e Portogallo, che fanno registrare per il primo trimestre del 2011 rispettivamente un -0,5% ed un -0,7%. Crescono più dell’Italia anche Spagna e Grecia.

L’epidemia sta diminuendo BERLINO. Il ministro della sanità tedesco ha cercato di placare gli allarmi di tutta l’Europa e le durissime critiche in patria. Daniel Bahr ha spiegato che «molti elementi suggeriscono che ormai il peggio è alle spalle», anche se è ancora troppo presto per dichiarare finita l’emergenza causata dal batterio killer. Il numero dei contagiati dal batterio E Coli in Germania è «significativamente calato», ha proseguito il ministro, ma ha aggiunto che «ci saranno nuovi casi e purtroppo ci dobbiamo aspettare altre vittime». Finora l’epidemia, di cui ancora non è stata identificata la causa, è costata la vita a 24 persone, e oltre 2.400 sono infettate. In Italia, il ministro Fazio continua a diffondere tranquillità.

L’ex giocatore prima promette rivelazioni sul calcioscommesse poi nega tutto. Ma ormai mezza serie A è nel mirino

Signori, pentito mancato

Il bomber si difende. E Buffon: «Qui siamo fermi a Piazzale Loreto» di Francesco Lo Dico

«Siamo sempre l’Italia di piazzale Loreto, basta un nome in prima pagina e tutto viene infangato, quando il fatto per ora non è chiaro». Escono parole grosse, forse anche un po’ fuori luogo, dalla bocca del portierone della Juventus e capitano della Nazionale Gianluigi Buffon. Il «timore» di Buffon è che possa esserci un rischio di processi sommari ai danni di giocatori «innocenti»

ROMA. Probabilmente non sarà la piazzale Loreto del calcio, come l’ha definita Gigi Buffon, ma certo qualcosa di lurido c’è, all’ombra dell’inchiesta sul calcioscommesse che liberal ha ribattezzato “Quelli che il marcio”. Ieri, a Cremona, era il giorno dell’interrogatorio di Beppe Signori, ma quando il bomber esce dall’ufficio del gip Salvini, l’impressione è che durante l’interrogatorio del gip Salvini non siano emerse grandi rivelazioni.

Sotto la lente della Procura di Cremona, c’era il famigerato incontro del 15 marzo tra Beppe Signori e i due commercialisti Manlio Bruni e Francesco Giannone a Bologna, in compagnia di altri personaggi tra i quali Massimo Erodiani, interrogato e indagato anche lui. Bruni in particolare aveva accusato l’ex calciatore di sapere della combine di Inter-Lecce e di aver raccolto i soldi di Erodiani (20 mila euro), Bellavista (60 mila) e Paoloni (50 mila) per poi puntarli all’estero. Signori ha confermato al Gip di essere stato a quell’incontro nello studio dei commercialisti, ma l’ex attaccante ha detto di aver respinto un tentativo di corruzione da parte di chi gli chiedeva soldi per agganciare «giocatori buoni ad organizzare eventuali combine». Ma la situazione di Signori era particolarmente delicata anche per via degli appunti sospetti ritrovati nella sua abitazione. Beppegol ha spiegato che aveva preso quegli appunti per prendere nota di quanto gli veniva richiesto e potere capire se le scommesse proposte rientrassero o meno nei confini della legalità. «Il mio assistito non ha mai scommesso su presunte combine, nè tantomeno su Inter - Lecce», ha aggiunto l’avvocato Caroli. Annunciata l’intezione di chiedere la revoca degli arresti domiciliari per l’ex attaccante del Foggia, Caroli ha aggiunto che «Signori è stato invitato nello studio di Bruni, ma non sapeva chi fossero le altre persone presenti e non conosceva lo scopo dell’in-

vito». E per una bandiera della Lazio in discussione, ce n’è una giallorossa che respinge ogni addebito. A quanto pare, il capitano della Roma, Francesco Totti, è stato accostato all’inchiesta sul pallone per colpa di un equivoco.

Il Pupone era entrato nel calderone del calcioscommesse a causa di un’intercettazione in cui Massimo Erodiani, a colloquio con Pirani, afferma che l’attaccante del Lecce, Daniele Corvia, era a conoscenza del probabile «over» della partita Fiorentina-Roma grazie a un’imbeccata ricevuta dal «capitano della giallorossa». E se è vero che la partita si concluse effettivamente sul 2 a 2, lo stesso legale di Erodiani, Paolo D’Incecco, ha escluso ogni addebito per il capitano, scambiato per un colle-

ga di una squadra delle serie minori, che evidentemente indossa gli stessi colori sociali di Francesco Totti. E l’estraneità del romanista è stata ribadita ieri dal legale della Roma, Antonio Conte, davanti ai taccuini dell’Ansa: «In riferimento ad alcuni articoli apparsi in data odierna su vari e diversi organi di stampa nazionale, ove alcuni hanno associato il nome di Totti alla vicenda di cui si sta occupando la procura di Cremona, ribadisco l’assoluta e totale estraneità di Francesco ai fatti richiamati nei suddetti articoli», ha spiegato Conte, «e ribadisco anche che su mandato di Totti agirò senza indugio nelle sedi giudiziarie competenti nei confronti di chiunque abbia leso l’immagine e l’onorabilità del capitano». A chiudere per ora il capitolo romanista è

poi arrivata la dichiarazione di Antonio Tagliaferri, direttore per i giochi dei Monopoli di Stato (Aams):«Nelle segnalazioni di gioco anomalo registrate dai Monopoli di Stato», ha spiegato, «non ci sono incontri riguardanti la Roma». E sempre dall’Aams arriva il nome dell’unica squadra di A coinvolta nelle giocate anomale: l’Inter. Ma a descrivere bene il tipo di umori che volteggiano intorno alla Procura di Cremona, ieri è intervenuto un altro big del pallone come Gigi Buffon. «Siamo sempre l’Italia di piazzale Loreto», ha commentato il portiere della nazionale, «non cambia niente. Basta un nome in prima pagina e tutto viene infangato, quando il fatto per ora non è chiaro. Bisogna stare molto attenti a dare giudizi troppo veloci».


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e di cronach

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato

Draghi all’Europa: «La mia Bce, credibile e indipendente»

Direttore da Washington Michael Novak Consulente editoriale Francesco D’Onofrio

BRUXELLES. Credibilità, indipendenza e pragmatismo sono i principi cui guida cui continuerà a ispirarsi la Bce di Mario Draghi. È quanto scrive al Parlamento europeo lo stesso governatore della Banca d’Italia e prossimo presidente della Banca centrale europea, carica alla quale sarà formalmente indicato il prossimo 24 giugno al posto di Jean-Claude Trichet. La Bce non cambia, si legge nel testo, «e continuerà a seguire la via dell’ autonomia e dell’autorevolezza». Draghi ha anticipato di fatto i contenuti che verranno trattati nel corso della sua prossima audizione (il 14 giugno) presso la Commissione affari monetari. Nei fatti il suo “no” alla ristrutturazione del debito sovrano della Grecia, «un danno per l’Eurozona», e anche all’emissione di Eurobond, possibili solo con «importanti cambiamenti istituzionali» che attualmente «appaiono improbabili». «Tre principi sono fondamentali nel guidarne l’azione»,

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Errico Novi (vicedirettori) Vincenzo Faccioli Pintozzi (caporedattore) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica)

scrive Draghi. «Innanzitutto, il più alto livello di cerdibilità nel perseguire l’obiettivo della stabilità dei prezzi. In secondo luogo, agire con piena indipendenza nell’interesse generale dell’area dell’euro, dell’insieme dell’Unione europea e dei loro cittadini. In terzo, l’orientamento a valutare nel medio termine, anche con una sana dose di pragmatismo, l’evoluzione dell’ambiente economico e finanziario. Lasciatemi aggiungere - conclude - che considero l’integrità, la trasparenza e l’attendibilità valori cruciali per l’esercizio delle importanti responsabilità affidate alla Bce».

Da sinistra: Gigi Buffon, Francesco Totti e Beppe Signori. Nella pagina a fianco, un rigore tirato da Signori

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria) Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Osvaldo Baldacci, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Anselma Dell’Olio, Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Aldo G. Ricci, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Jacopo Pellegrini, Antonio Picasso, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Franco Ricordi, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Emilio Spedicato, Maurizio Stefanini, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Amministratore Unico Ferdinando Adornato Concessionaria di pubblicità e Iniziative speciali OCCIDENTE SPA Presidente: Emilio Bruno Lagrotta Amministratore delegato: Raffaele Izzo Consiglio di amministrazione: Ferdinando Adornato, Vincenzo Inverso, Domenico Kappler, Antonio Manzo Angelo Maria Sanza Amministrazione: Letizia Selli, Maria Pia Franco Ufficio pubblicità: 0669924747

Chiamato in causa da Marco Pirani, che l’aveva indicato come “suggeritore occulto”, il proprietario del centro scommesse, Massimo Erodiani, ha ribadito intanto per bocca dei suoi avvocati l’assenza di ogni collegamento della vicenda con la Serie A. E ha mandato un avviso alla difesa dell’odontoiatra marchigiano che aveva fatto il suo nome: «Non credo che Pirani abbia potuto dire una cosa del genere, perché, da quel che so, potrebbe essere stato il contrario», ha precisato l’avvocato De Marco. Se a Cremona si piange, a Napoli non si ride. Nel capoluogo campano, la Procura indaga al momento su tre partite sospette, e la squadra mobile è già stata autorizzata ad acquisire i filmati relativi a tre partite del campionato di serie A. Il procuratore della Repubblica di Napoli, Giandomenico Lepore ha tenuto a chiarire però che allo stato attuale il coinvolgimento del Napoli sia da escludere. «Per cambiare il risultato di una partita», ha detto Lepore, «c’è bisogno dell’accordo di tante persone come giocatori, allenatori, arbitri e così via. Non sappiamo ancora il meccanismo tramite il quale il travisamento dei risultati sia avvenuto. Il denaro muove le montagne, poi ci possono essere anche altri interressi collaterali. Siamo all’inizio delle indagini ma penso che verranno fuori molte cose». Secondo quanto emerso, l’attenzione degli inquirenti è puntata su Napoli-

L’ex attaccante al gip: «Ho respinto un tentativo di corruzione. Mi chiedevano di agganciare giocatori compiacenti»

calcio Napoli», chiosa De Laurentis, «puo’ stare all’entrata a verificare la fedina penale di tutti quelli che entrano, altrimenti dovremmo anche investigare, e non solo sui frequentatori dello stadio». Quale che sia la conclusione della vicenda, o piazzale Loreto o bolla di sapone, il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha convocato per venerdì una riunione al Viminale con i vertici di Figc e Coni per mettere a punto il progetto di una task force investigativa preposta a contrastare le organizzazioni criminali attive nel settore delle scommesse illegali.

Parma del 10 aprile 2010, partita conclusasi per 2-3 con la vittoria in rimonta degli emiliani che ha suscitato particolari premure investigative per la strana presenza del boss Lo Russo a bordocampo. Ma anche su Lecce-Napoli dell’8 maggio, finita 2-1, e su Sampdoria-Napoli 10, ultimo turno di campionato di questo 2009-2010.

E sempre ieri è arrivata la presa di posizione della Lega di Serie A, che in una nota ha espresso «grande preoccupazione per le supposizioni, le illazioni e i sospetti che vengono fatti gravare sulle proprie societa». Pur dicendosi certa che «le inchieste in corso procederanno con rigore ad accertare ogni responsabilità», la Lega di A contesta «il rincorrersi di sospetti generici e generalizzati che, senza individuare responsabilità specifiche, determinano solo il rischio che il massimo campionato italiano, e le società che lo disputano, subiscano ingiusto pregiudizio e danni gravi, anche in termini di immagine». Danni di immagine, ma anche economici. «Uno dei rischi possibili», ha messo a verbale Victor Uckmar, ex presidente Covisoc, «è il ritiro delle sponsorizzazioni»

Il patron della squadra partenopea, intanto riferisce ai cronisti curiosi di capire per quale ragione il figlio del camorrista Salvatore Lo Russo si trovasse vicino al terreno di gioco, che «questo signore presentato nelle foto era vicino a un rappresentante delle forze dell’ordine ed era alle dipendenze di un manutentore del campo di gioco», e allontana con forza ogni sospetto. «Non è che il

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scura cupola segreta del mondo, benefici angeli custodi, una massoneria sotto altro nome, o un semplice super-Rotary di potenti che si vedono più che altro per mostrare di essere loro quelli che contano? Parte comunque da oggi l’annuale tre giorni del gruppo Bilderberg: nella svizzera Saint Moritz, ma non si sa bene dove. «Dal 1954 si vedono almeno una volta l’anno e ogni volta, a conclusione del vertice, scrivono un laconico comunicato con i partecipanti», è la notizia base fornita sulla stampa. Per la verità, il gruppo nasce nel 1952. Ma è dal 29 maggio del 1954 che è noto con questo nome: quando un gran numero di politici e uomini d’affari si riunì nell’olandese Oosterbeek, appunto all’Hotel Bilderberg. E da allora, puntualmente le riunioni sono state ripetute una volta all’anno: salvo nel 1955 e nel 1957, quando se ne tennero due; e nel 1976, quando invece l’appuntamento saltò perché il principe Bernardo d’Olanda era stato coinvolto nello scandalo Lockheed. Viene considerato proprio Bernardo uno dei suoi ideatori, nella veste di presidente del gruppo fino appunto a quello scandalo, che lo costrinse alle dimissioni. A quel punto gli sarebbe subentrato, il condizionale è sempre d’obbligo a proposito di Bilderberg, David Rockefeller: membro fondatore della Commissione Trilaterale, membro della Commissione Bancaria Internazionale, presidente del Council on Foreign Relations, membro del Club di Roma e di numerose altre organizzazioni internazionali. Mentre adesso presidente sarebbe l’ex-Commissario europeo belga Etienne Davignon. L’altro ideatore assieme al Principe Bernardo è stato Joseph Retinger: un economista polacco, tra i fondatori e segretario generale fino al 1952 dello United European Movement. Presieduto da Winston Churchill, finanziato dall’American Committee for United Europe.Tra il centinaio di intervenuti alla prima riunione del 29-31 maggio 1954 pare che ci fossero anche il capo del governo belga Paul van Zeeland; Alcide De Gasperi; Denis Healey e Hugh Gaitskell, in rappresentanza del Partito Laburista britannico; Robert Boothby, invece per conto dei Tories. I bildebergers, come li chiamano, si riuniscono in hotel o resort di lusso in varie parti del mondo: normalmente in Europa, ma per lo meno una volta ogni sei anni, e in genere più di frequente, negli Stati Uniti o in Canada. In Italia è venuto quattro volte: dal 4 al 6 ottobre del 1957 a Fiuggi; dal 2 al 4 aprile 1965 a Villa d’Este; dal 24 al 26 aprile 1987 di nuovo aVilla d’Este; e dal 3 al 6 gennaio del 2004 a Stresa. Gruppo Bilderberg, o Conferenza Bilderberg, o Club Bilderberg: già l’indeterminatezza del nome vero, contribuisce alle leggende più varie sulla sua natura e sulle sue funzioni.

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I partecipanti, inoltre, sono tenuti a non parlare né di quanto detto nelle riunioni né della loro presenza. Il fatto è che, comunque si chiami, l’assise non è ufficiale, anche se ha un ufficio nella città olandese di Leida. Ci si va per inviti, in modo che i presenti non oltrepassino il numero di 130. E per essere ammessi bisogna essersi fatti un nome in campi di attività come l’Economia, la

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Al via in Svizzera il summit della misteriosa organizzazione fondata da David Ro

Bilderberg, la carb Nato nel 1954 il “club” dei potenti non ha una sede e opera nell’ombra. Una volta l’anno si riunisce in seduta plenaria, ma nessuno si può avvicinare di Maurizio Stefanini Politica o la Banca. Tra i nomi di chi c’è stato dentro: Sofia di Grecia, Bernard Kouchner, David Rockefeller, Bernardo d’Olanda, Carlo d’Inghilterra, Juan Carlos di Spagna, Beatrice d’Olanda, Henry Kissinger, George Soros, Dominique StraussKahn, Giovanni Agnelli, Umberto Agnelli, Donald Rumsfeld, l’irlandese ex-commissario Europeo e presidente di Goldman Sachs e di British-Petroleum Peter Sutherland, l’ex presidente della Banca Mondiale Paul Wolfowitz, Roger Boothe, e anche Romano Prodi. Oggi, comunque, i partecipanti sono divisi in varie categorie, di cui due più importanti delle altre. Da una parte, coloro che sono membri permanenti dell’or-

ganizzazione. Dall’altra, coloro che possono essere invitati come spettatori o relatori. Tra i relatori, sono nomi ricorrenti alcuni giornalisti dell’Economist. E si parla di temi globali in genere: politici, economici, anche militari. Nel vertice canadese dell’8-11 giugno 2006 a Kanata nell’Ontario, presso il Brookstreet Hotel, chiuso al pubblico per l’occasione, secondo un comunicato stampa ufficiale si sarebbe discusso su “rela-

Ufficialmente al forum partecipano alte personalità Usa ed europee del mondo della politica, dell’economia e della finanza per analizzare la situazione internazionale

zioni euro-americane, energia, Russia, Iran, Medio Oriente, Asia, terrorismo e immigrazione”. Tra i partecipanti David Rockefeller; Henry Kissinger; la regina Beatrice d’Olanda; Richard Perle; i dirigenti della Federal Reserve Bank, di Credit Suisse e della Rothschild Europe (col vicepresidente Franco Bernabè); quelli delle compagnie petroliere Shell, BP e Eni (con Paolo Scaroni): quelli della Coca Cola, della Philips, della Unilever, di Time Warner, di AoL, della Thyssen-Krupp, di Fiat (col vicepresidente John Elkann); i direttori e corrispondenti del Times di Londra, del Wall Street Journal, del Financial Times, dell’International Herald Tribune, di Le Figaro, del Globe and Mail, del Die Zeit; rappresentanti della Nato, dell’Onu, della Banca Mondiale e della Unione Europea; economisti e ministri. Tra gli italiani, oltre ai già citati Franco Bernabè,


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ockfeller, da alcuni considerata una sorta di cupola globale che lavora in segreto

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che si fa chiamare anche Big Jim, e che dice di stare tampinando l’organizzazione addirittura dal 1975, lasciando per ciò la precedente attività di giornalista sportivo. Nel 1999 fu ad un passo dall’infiltrarsi al meeting della Bilerdberg nella città portoghese di Sintra; nel 2005 scrisse su questa sua battaglia trentennale il libro Jim Tucker’s Bilderberg Diary, e nel 2009 fu uno dei protagonisti del documentario New World Order. Una facile impressione è che si tratti di un paranoico. Lui comunque spiegò che Margaret Thatcher aveva perso il posto

Dopo ogni meeting viene pubblicata la lista dei partecipanti. Nel 2010, per l’Italia, c’erano Mario Monti Tommaso Padoa Schioppa, Paolo Scaroni e Fulvio Conti

boneria mondiale Paolo Scaroni e John Elkann, anche Monti, il ministro delle Finanze Giulio Tremonti e il suo predecessore Tommaso Padoa Schioppa.

Alla riunione del 3-6 giugno dell’anno scorso a Stiges, in Spagna, c’erano ancora Monti, Scaroni, Padoa Schioppa e Fulvio Conti. Da ricordare che al vertice di Stresa del 2004, l’ultimo tenuto in Italia, i 16 italiani erano la seconda delegazioni più numerosa, dopo i 33 americani. Pur selezionata, la nomenklatura citata in questi vertici è peraltro anche variegata. E ciò potrebbe servire forse a replicare alla maggior parte delle critiche, Ad esempio Prodi e Strauss-Khan, malgrado tecnocrati e quest’ultimo pur con il suo recente scivolone di natura sessuale, non corrispondono all’immagine di «un gruppo di riflessione politica di tendenze decisamente conservatrici» tratteggiato al Parlamento Europeo nel maggio del 2000. Di nuovo al Parlamento Europeo rimbalzò la polemica nel 2004, quando il greco Nikiforos Diamandouros fu rieletto ombudsman europeo, e ne fu allora contestata l’appartenenza al Gruppo Bilderberg. «Questa potentissima lobby mira a conquistare posizioni nelle istituzioni dell’Unione Europea

a vantaggio dei suoi membri ed è strutturata con il meccanismo della segretezza quale obbligo assoluto dei membri. Chi vuol essere mediatore Europeo non può vantare la partecipazione come membro di una lobby. Diamandouros ha persino partecipato ad una apposita conferenza Bilderberg come membro, mentre era Ombudsman greco», tuonò il difensore civico della Regione Campania Giuseppe Fortunato, suo avversario in quell’elezione. Il 12 novembre 2009 il gruppo ebbe un incontro ulteriore e informale durante una cena al Castello de Val-Duchesse a Bruxelles, a cui partecipò Herman Van Rompuy, poco

prima di diventare Presidente del Consiglio europeo. E a quel punto è stato il leghista Borghezio a dare battaglia. «È mai possibile che nessuno abbia osservato che Balkemende, Milliband e Van Ropuy sono tutti e tre frequentatori delle riunioni vuoi del Bilderberg vuoi della Commissione Trilaterale? Credo che si debbano stabilire dei principi di trasparenza e si debba chiedere con chiarezza a queste persone se sono i candidati del loro paese e delle forze politiche o di questi gruppi occulti che si riuniscono a porte chiuse e decidono sulla testa e sulla pelle dei popoli». Un altro noto accusatore della Bildbererg è il giornalista americano Jim Tucker, A destra l’hotel Bilderberg di Oosterbeek, in Olanda, da cui il gruppo prende nome. Sopra, il libro del giornalista investigativo Daniel Estulin. In apertura, da sinistra: Henry Kissinger, da sempre presente, e Daniel Rockfeller (il presunto fondatore). A sinistra John Elkann e a destra Mario Monti

di primo ministro per essersi schierata contro Bilderberg dopo l’unico vertice a cui era stata invitata, mentre al contrario Clinton sarebbe stato proiettato alla Presidenza dopo aver partecipato all’incontro di Baden-Baden del 1991. È stato Tucker a dire che nel Bilderberg svoltosi dal 14 al 17 maggio 2009 in Grecia, all’hotel Nafsika Astir Palace di Vouliagmeni, sarebbe stato stilato un programma che racchiudeva il progetto per un Dipartimento Mondiale della Sanità e del Tesoro e una depressione abbreviata piuttosto che una prolungata flessione economica: circostanza a suo dire confermata dal fatto che l’ex primo ministro svedese nonché abituale partecipante al gruppo Bilderberg, Carl Bildt, avrebbe in seguito «tenuto un discorso nel quale appoggiava la trasformazione dell’Oms in un Dipartimento Mondiale della Sanità e la trasformazione dell’Fmi in un Dipartimento Mondiale del Tesoro, entrambi sotto l’egida dell’Onu».

Ancora Ticker per l’incontro del 2010 spiegò che “i Bilderberg sperano di mantenere la recessione globale in corso per almeno un anno, in accordo ad un consulente finanziario internazionale con cui, molti di loro, si relazionano. Questo perché, tra le varie intenzioni, Il Bilderberg spera ancora di creare un Dipartimento del Tesoro globale sotto il controllo Onu. Ma ancora più forte è quel che scrive l’oriundo russo Daniel Estulin: il cui libro The Bilderberg Group dopo essere uscito in spagnolo nel 2005 è stato tradotto in italiano nel 2009, ed è stato seguito da altri tre volumi di tema analogo. «Nel 1996 cercarono di uccidermi, nel 1998 di sequestrarmi, nel 1999 di corrompermi, nel 2000 di arrestarmi, e l’anno dopo mi offrirono un assegno in bianco se avessi taciuto una volta per tutte», ha detto. Dopo quindici anni di indagini lui dice di aver identificato nel Gruppo Bilderberg un direttorio in grado di decidere le sorti economicopolitiche dell’intera umanità, al solo scopo di favorire gli interessi dei componenti stessi del Gruppo.


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la crisi in medioriente

Summit dell’Alleanza atlantica, ieri e oggi: impegno a tempo, non sarà un nuovo Afghanistan. Sul dopo Gheddafi deciderà l’Onu

Nato, in Libia avanti tutta Il Raìs di Tripoli rimane l’obiettivo principale, ma serve l’impegno anche degli altri alleati per continuare (o meglio, intensificare) le missioni militari. Rasmussen: i nostri «stivali» non si poseranno sul suolo libico di Pierre Chiartano

n Libia in ballo c’è la credibilità della Nato e le operazioni «andranno avanti fino a quando necessario». Ieri è cominciato il summit dell’Alleanza che chiuderà i lavori oggi. Al centro dell’agenda naturalmente la crisi nel Nordafrica. E il tentativo di allargare la partecipazione alla missione militare. Chi ha già messo a disposizione le forze aeree e navali incomincia a sentire stanchezza e dispendio d’energie finanziarie, per non chiedere che gli altri partner dell’Alleanza non partecipino allo sforzo comune. Ma non sembra emergere una strategia condivisa. L’unico ad averne una è il Colonnello: salvare la pelle e mantenere il potere. Poi c’è la Francia con i suoi “maneggi”, quindi l’Italia che finalmente si è accorta che cosa gli stavano scippando i francesi, ma ha deciso di far finta di niente. Infine alcuni Paesi della lega araba che non vorrebbero un secondo Afghanistan sulle sponde mediterranee. I 28 membri della Nato hanno concordato sulla necessità di proseguire le operazioni in Libia «fino a quando sarà necessario», im-

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piegando «tutti i mezzi utili» contro le forze di Gheddafi, «che se ne deve andare».Tanto per rendere più chiaro il messaggio, visto che siamo in tempi di semplificazione mediatica. «Gheddafi vattene» è sinteticamente il contenuto della dichiarazione finale dei ministri della Difesa dell’Alleanza riuniti a Bruxelles. I ministri della Nato hanno sottolineato «di essere determinati a continuare le operazioni per proteggere il popolo libico, fino a quando sarà necessario. Siamo impegnati per fornire i mezzi necessari con la maggiore flessibilità operativa all’interno del nostro mandato (risoluzioni Onu 1970 e 1973).Ulteriori contributi ai nostri sforzi comuni saranno bene accetti». Intanto l’inviato del Cremlino in Libia, Mikhail Margelov ha annunciato di essere pronto a incontrare il Raìs.

Da parte sua il segretario generale dell’Alleanza atlantica, Anders Fogh Rasmussen, ha spiegato che la Nato ha «tutte le risorse necessarie per continuare l’operazione», e di «non prevede-

re che le truppe dell’Alleanza verranno dispiegate sul suolo libico». Rimane il dubbio sul tempo che sarà necessario per addestrare le truppe ribelli di Bengasi. Ora, eccetto che per le unità del generale Yunis, gli oppositori del Raìs non sono in grado d’ingaggiare le forze lealiste e rendono quindi ancora più complicate le missioni aeree che hanno bisogno di bersagli dispiegati sul terreno per avere qualcosa da colpire.

Rasmussen ha specificato di non vedere «un ruolo guida della Nato in Libia in un’era post-Gheddafi», anche se i Paesi membri sono pronti a impegnarsi «con altre organizzazioni internazionali a completare l’applicazione della risoluzione 1973 per proteggere le popolazione civile per permettere una transizione senza problemi». Insomma Bruxelles non andrà a duplicare una missione Isaf – quella per l’Afghanistan – anche in Libia. Niente ricostruzione, State-building e accompagnamento verso istituzioni democratiche. Almeno per ora è questa la posizione dell’Alleanza. Gli obiettivi


della Nato, ha spiegato il segretario generale, «sono tre: la protezione dei civili, il ritiro delle forze militari e paramilitari di Gheddafi e l’immediato accesso degli obiettivi militari. Una volta raggiunti questi obiettivi concluderemo le nostre operazioni e a questo punto ci saranno altri che dovranno entrare in gioco, soprattutto le Nazioni Unite». Un vero ruolino di marcia che ha una grande incognita. Anche se non viene nominato è chiaro che molti di questi obiettivi sono condizionati alla “neutralizzazione” di Muammar Gheddafi. Infatti visto che mancano obiettivi prettamente militari i piloti e i pianificatori si stanno concentrando nell’area della capitale, puntando su strutture di comando e controllo e su possibili residenze del rais. Anche se il pervicace colonnello potrebbe nascondersi presso un edificio di culto, come rivelato ieri da queste colonne. Intanto ci si accontenta di sganciare missilie e bombe sui siti “ufficiali”.

L’area della residenza del colonnello a Tripoli è stata infatti nuovamente colpita nella notte di ieri dai raid militari. Due forti detonazioni sono state udite attorno alla mezzanotte, seguite da altri attacchi. Nel corso del summit di ieri e oggi a Bruxelles a livello di ministri della Difesa, la Nato ha chiesto agli alleati non impegnati nelle operazioni in Libia, di dare un contribuito per alleggerire i Paesi in prima linea. Lo aveva già anticipato il segretario generale dell’Alleanza Atlantica. «In termini generali – aveva affermato Rasmussen – chiederò un largo sostegno per le nostre operazioni in Libia, se possibile attraverso un aumento dei contri-

buti e un’utilizzazione più flessibile dei mezzi già impiegati». In un’intervista all’agenzia russa Interfax, Rasmussen ha anche ribadito di escludere l’opzione «intervento di terra». Azione che scatenerebbe l’ira non solo di molti Paesi della Lega araba, ma anche di un partner Nato importante come la Turchia. Le operazioni in Libia, ha continuato il rappresentante dell’Alleanza, non dureranno più del necessario: «continueremo ad intervenire finché Gheddafi non smetterà di rappresentare una minaccia per il suo popolo». E per quanto riguarda le mo-

dalità d’intervento ha ripetuto che l’alleanza si atterrà rigorosamente alla risoluzione 1973 dell’Onu, che di fatto esclude, ha detto con colorita espressione Rasmussen, che «gli stivali Nato si posino sul suolo libico». Parafrasando i termini usati da molti media arabi che vagheggiavano l’atto “sacrilego”. Ora anche a Bruxelles hanno imparato il linguaggio islamically correct. Fino ad oggi sono in pochi ad aver messo mano al portafoglio e ad assetti nazionali da utilizzare contro il Raìs di Tripoli. Solo nove sono i Paesi che partecipano effettivamente ai raid aerei – Emirati arabi e otto membri della Nato (Belgio, Canada, Danimarca, Stati Uniti, Francia, Italia, Norvegia e Regno Unito). A fine marzo la Nato ha preso il comando delle operazioni lanciate il 19 marzo da una coalizione anglo-franco-americana. Altri Paesi alleati come la Spagna e l’Olanda, o non della Nato, come la Svezia, hanno messo a disposizione alcuni caccia per controllare la no-fly-zone sulla Libia, ma non sono stati autorizzati a partecipare ai raid contro le forze e le basi militari del colonnello Gheddafi. Rasmussen ha riconosciuto che «alcuni alleati e partner, su cui grava il peso maggiore dell’operazione militare, cominciano a chiedere di allargare il numero dei Paesi partecipanti» alla missione in Libia. «È su questo punto che insisterà alla riunione dei ministri della Difesa», ha concluso. Intanto anche in seno ai big europei le posizioni non potrebbero essere più distan-

ti. L’interventismo interessato dell’Eliseo, condito da qualche centinaio di uomini delle truppe speciali e dell’intelligence, e che deve aver promesso qualcosa anche a Washington – ad esempio sulla Siria – si era subito scontrato col nein di Berlino, che ben conosce il velleitarismo di Parigi. Appena smorzato dalla recente decisione della Germania di inviare istruttori militari a Bengasi. Anche la cancelliera Angela Merkel deve essersi resa conto del quasi inesistente livello d’addestramento degli oppositori del colonnello. Comunque la Nato ha una lunga tradizione come camera di compensazione e spesso di risoluzione di controversie politiche. Basterebbe pensare a quelle tra Grecia e Turchia su Cipro.

Entrambi membri del Patto atlantico, sono riusciti a mantenere un equilibrio – pur instabile – senza mai degenerare, perché la comune appartenenza li frenava dal fare il passo di troppo su di una vicenda che coinvolgeva sia politicamente che e emotivamente la minoranza turca e greca dell’isola. Anche in campo europeo è probabile che possa funzionare lo stesso meccanismo, benché in campo ci siano ben altri interessi. Roma ha deciso di far finta di niente, ma prima o poi pagherà un conto salato per l’intera vicenda.

Le quote di produzione restano invariate. I prezzi volano

Petrolio, l’Opec non si mette d’accordo A Vienna il cartello saudita è stato messo in minoranza da Iran e Venezuela di Laura Giannone lla fine, in quello che è stato definito uno dei peggiori vertici Opec di sempre, almeno l’imbarazzo è stato evitato. Anche se il giallo si è infittito. Nel quartier generale di Vienna ieri il conflitto libico tra forze ribelli e fedelissimi di Muammar Gheddafi non si è consumato. Il regime del Colonnello, che aveva annunciato la presenza al vertice, in qualità di suo delegato, di Omran Aboukraa (il direttore della compagnia elettrica che rimpiazzava Shokri Ghanem, l’ormai ex direttore della compagnia nazionale petrolifera, che meno di un mese fa ha abbandonato il Raìs), è tornato sui suoi passi. E non ha mandato nessuno. E nessuno è arrivato dal Cnt dei ribelli, che avevano paventato l’invio di una delegazione nonostante il rifiuto di molti paesi Opec (Iran compreso, che ha la presidenza di turno dell’organizzazione) ad accettarli fra le fila del summit. Nonostante l’immancabile no comment, la percezione è che si sia lavorato per tenerli lontani da Vienna ed evitare una querelle politico-diplomatica che - in un appuntamento già così teso, avrebbe potuto compromettere ulteriormente i lavori. In quello che il ministro del Petrolio saudita ha ribattezzato «uno dei maggiori vertici di sempre», la quadra però non è mai stata trovata. Il cartello ha deciso di mantenere invariata la produzione non essendo Riad riuscita a convincere tutti i paesi membri a votare per un aumento. Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar avevano infatti proposto sulla spinta dell’Arabia Saudita di rialzare la produzione a 1,5 milioni di barili al giorno, portandola a 28,8 milioni, Iraq incluso. Alla proposta, però, si sono opposti Libia, Algeria, Angola, Ecuador,Venezuela, Iraq e Iran. Tra le delegazioni capeggiate dai sauditi, serpeggiava infatti la preoccupazione che il livello dei prezzi attuale potesse ulteriormente comprimere la domanda, visto che nonostante i recenti cali (ieri perà il barile di greggio ha toccato quota 101 dollari), il Brent

A

resta sopra i 100 dollari al barile, un livello ritenuto da molti dannoso per la ripresa economica. Ad essere fortemente contrario ad un aumento della produzione è stato, come era prevedibile, l’Iran. Il rappresentante di Tehran, Mohammad Ali Khatibi ha detto che «non c’è alcun bisogno di incrementare la produzione Opec. Il mercato è bilanciato ed il trend discendente dei prezzi significa che i produttori devono usare molta cautela prima di decidere un aumento dell’output». Ma le cose non stanno esattamente così: recentemente L’Agenzia internazionale per l’energia (Aie) nel suo ultimo rapporto mensile ha ridotto per la prima volta le stime sulla crescita della domanda mondiale di petrolio per il 2011. L’incremento dei consumi sarà di 1,3 milioni di barili al giorno (+1,5%), 190mila barili in meno rispetto alla stima del precedente rapporto, per una domanda complessiva di 89,1 milioni di barili, contro 87,9 milioni del 2010. E ciò nonostante i prezzi continueranno a salire.

A New York il Light crude avanza di 1,60 dollari e sale a 100.69, dopo essere schizzato a un massimo di 101

Le stime sono state tagliate per due ragioni. La prima è che i prezzi sono troppo alti e frenano la domanda, soprattutto negli Stati Uniti; la seconda, che l’economia dei paesi più avanzati, come mostrano le stime del Fmi, cresce meno del previsto. L’Opec il mese scorso ha ridotto le forniture petrolifere in seguito al conflitto in Libia che la bloccato la produzione del paese nordafricano e che, secondo l’Aie,«resterà assente dal mercato per il resto del 2011». I 12 produttori Opec, che coprono il 40% della produzione mondiale, il mese scorso hanno pompato 28,75 millioni di barili/giorno, cioè 235mila barili in meno rispetto a marzo e 1,3 millioni in meno rispetto ai livelli pre crisi libica. Nel terzo trimestre, per coprire il fabbisogno mondiale la produzione Opec dovrebbe raggiungere la media giornaliera di 30,1 milioni di barili. Ma l’accordo, ieri, non è stato trovato. E una decisione - con la crisi libica sullo sfondo e le rivolte in corso - si allontana.


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la crisi in medioriente Ancora nessuna notizia sulle sorti dell’attivista siriana

La scomparsa di Amina dà voce ai gay musulmani L’arresto della blogger omosessuale da parte della polizia di Assad fa decollare una campagna di sensibilizzazione internazionale su Facebook e Twitter. E l’islam scopre di non essere vaccinato contro un mondo che ha sempre bollato come una perversione tutta occidentale. E che invece ha terribilmente perseguitato di Antonio Picasso n attesa di notizie su Amina Abdallah Araf, la blogger siriana dissidente di cui si sono perse le tracce da due giorni, la blogosfera si è attivata per promuovere una campagna di sensibilizzazione a tiratura internazionale. In sole 48 ore, il gruppo su Facebook “Free Amina” ha contato almeno diecimila iscrizioni. Lo stesso è accaduto su Twitter. Libertà e democrazia sono le parole chiave che si leggono negli slogan sul web, associati al volto di questa dissidente 36enne, famosa per le sue posizioni di critica del regime, ma anche per la sua dichiarata omosessualità. Un elemento, questo, non da poco nel fenomeno rivoluzionario a cui è soggetto il mondo arabo. Tuttavia, non si tratta di una novità vera propria. Il blog della Araf,“A gay girl in Damascus”, è noto da anni ormai alle autorità del Baath. Gli uomini della Mukabarat hanno più cercato di arrestare la creatrice, ma con scarso successo. Quel che sono riusciti a fare è contenerne l’eco il più possibile. Come se l’Islam fosse vaccinato rispetto alle perversioni omosessuali che, a giudizio dei regimi locali, restano proprie del mondo occidentale. In realtà non è così. Né storicamente, né in termini culturali. Fino a oggi, l’operato di Amina è rimasto una voce fuori dal coro, rispetto al silenzio della maggioranza siriana, sottomessa al regime. Già il fatto di essere omosessuale (lesbica), in un Paese

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arabo, ha fatto di Amina un bersaglio per la censura. Oggi, se a questo si associa la sua schiettezza nel combattere il presidente Assad e la sua coorte di aguzzini, in nome di un concreto pro-

Il blog della Araf, “Damascus gay girl”, è noto da anni alle autorità del Baath. Che senza successo hanno cercato di chiuderlo

cesso di democratizzazione della Siria, è facile temere per le sorti della donna. Si aggiunga infine la doppia nazionalità di Amina, siriana e statunitense. Deterrente ulteriore per l’ottenimento della sua scarcerazione. Pur di fronte all’assenza di notizie, la primavera araba è tornata a mostrare i muscoli di comunicazione che hanno messo sotto scacco i regimi di Tunisia ed Egitto.

Sui social network è partita una sottoscrizione che richiede al regime l’immediato rilascio dell’attivista. Il circuito mediatico messo in moto non dà per scontata la libertà di Amina e tanto meno un’apertura del Baath alle istanze dell’opposizione. Certo è che il governo di Damasco si trova sempre più sotto i riflettori. Sia della diplomazia interna-

zionale – la Francia è convinta di strappare in sede del Consiglio di sicurezza Onu una risoluzione di condanna – sia di fronte all’opinione pubblica globale. Oppressore, violento e ora pure discriminatorio e razzista. Per il Baath non si staglia un futuro di sopravvivenza. Nel frattempo, la figura di Amina sembra seguire il destino di Neda Soltan, l’icona dell’Onda verde, il movimento rivoluzionario che 2009 scosse l’Iran.Tuttavia, rispetto ai fatti di Teheran, ci sono due punti di forza nel rapimento di Amina che sono a vantaggio dell’opposizione. Con schietto cinismo, va detto che la libertà dell’intera Siria potrebbe valere la vita di un’attivista. Ragionando sulla tattica, il caso Amina non è isolato. Non è la prima blogger fatta sparire dal Baath. Purtroppo non sarà nemmeno l’ultima.Tuttavia, proprio perché una fra le tante, Damasco sarà costretta a fare i conti con tutti i morti, feriti e torturati che stanno segnando gli istanti di questo probabile tramonto degli Assad. Se due anni fa il regime iraniano era riuscito a sopprimere le voci di dissidenza con la forza, oggi gli agenti di sicurezza siriani devono rendersi conto che la rivoluzione del loro Paese non è una faccenda a sé stante. Secondo punto, decisamente più interessante e che dimostra l’identità effettivamente propria della rivoluzione siriana, è il fatto che Amina Abdallah Araf è


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Dalla Turchia alla Francia: i leader cercano di trovare un candidato

E il mondo si chiede: chi può sostituire Assad? L’opposizione ancora tace ma il tempo stringe Giovanni Radini difficile trovare una leadership all’interno dell’opposizione». Il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, non poteva sintetizzare meglio la situazione siriana. Due sono i motivi per cui la comunità internazionale non è ancora intervenuta per fermare la sanguinaria repressione del regime Baath. Per la cronaca: ieri il premier britannico, David Cameron, ha detto che sarebbero diecimila i dissidenti reclusi nelle carceri di Damasco. In primis la Siria non è un Paese strategicamente influente per quanto riguarda le politiche energetiche dell’Occidente. Lo aveva ammesso a mezza voce Hillary Clinton ancora a metà marzo. In concomitanza con l’escalation libica, il segretario di Stato Usa aveva sfoggiato un cinica disinvoltura rispetto alla crisi siriana. La Nato certo non può permettersi di sbarcare anche sulle coste del Paese mediorientale, quando già i suoi aerei sono impegnati nei cieli di Tripoli e, peraltro, con i caschi blu di Unifil dispiegati nel vicino Libano. Come secondo elemento, che sta emergendo nella sua crudezza in questi giorni, è la mancanza di un’alternativa. La Siria, infatti, non è l’Egitto. Al Cairo, una volta caduto Mubarak, si è aperta una vera e propria competizione per l’assunzione del potere provvisorio, oltre che una campagna elettorale del tutto personalistica, in vista del voto di settembre. El-Baradei, Amr Moussa, la Giunta militare e, al limite, la Fratellanza musulmana. A Damasco tutto questo non si può fare, perché manca l’alternativa.

«È

Sopra, una manifestazione di sostegno alla rivolta a Londra; nella pagina a fianco, la blogger e omosessuale siriana Amina Abdallah Araf, di cui è stata denunciata la scomparsa. A destra Bashar al Assad omosessuale. Finora la primavera araba è stata l’espressione delle generazioni più giovani. Studenti e impiegati di ogni natura, che navigano on line e mettono a confronto il proprio Egitto o la Siria con le sponde nord del Mediterraneo. Ne paragonano qualità di vita, livello di libertà e democrazia. Internet è stata ed è ancora la Radio Free Europe del Nord Africa e del Medioriente. Resta da chiarire, invece, se stiamo assistendo a un

La primavera araba è tornata a mostrare i muscoli comunicativi che hanno schiacciato i regimi di Tunisia ed Egitto fenomeno laico, oppure incline alla conflittualità religiosa. I fatti siriani, fino a oggi, sembrano rispondere alla prima prospettiva. L’Egitto, soprattutto per la china di vuoto di potere imboccata da tre mesi, è in bilico se trasformarsi in un fronte di guerra tra Islam e cristianità locale. In questa ventata di libertà, mancava la presenza, o meglio, l’outing collettivo dell’omosessualità. Amina ha messo in campo anche questo. La sua battaglia, che, è giusto ricordarlo, non nasce con l’oggi, ha portato alla ribalta una questione che i Paesi arabi hanno fatto di tutto per tenere coperta. Nel bailamme della rivoluzione regionale, i filtri della censura sono saltati completamente. Il web ha messo in luce ciò che è sempre esistito. Il mondo gay nel mondo arabo resta un sottoinsieme tradizionale di cui si possono recuperare tracce culturali fin dai tempi più remoti. «Colui

che afferma di non provare alcun desiderio quando guarda a bei ragazzi o bei giovani è un bugiardo, e se gli credessimo lo vedremmo come un animale, non un essere umano», diceva il \u2028giurista hanbalita, Ibn Al-Jawzi, nel XIII secolo dell’Era cristiana. Del resto, merita scomodare Oscar Wilde e Pier Paolo Pasolini, per ricordare quanto la letteratura occidentale si sia accorta della libertà sessuale sorta all’ombra dei minareti. Oggi tutto questo è stato dimenticato. O meglio, i governi locali – anche quelli di matrice laica – hanno fatto ricorso alla Sunna, (fonte secondaria nella giurisprudenza islamica, ndr.) per mettere alla berlina l’omosessualità. Appena tre anni fa, il presidente iraniano ha dichiarato che nel suo Paese «non esistono omosessuali». Resta da capire, però, il motivo delle impiccagioni, rese pubbliche dallo stesso regime, di uomini bollati come gay.

Certo, in Siria la situazione, fino a oggi, non era di tale violenza come sotto gli Ayatollah. Tuttavia, tutte le iniziative locali di sensibilizzazione sono state bollate comunque perché provocatorie e blasfeme. Sempre nel 2007 in Olanda, l’artista iraniana Sooreh Hera ha realizzato una mostra dal titolo “Allah oh Gay Bar”, richiamato esplicitamente l’invito alla preghiera “Allah-u-aqbar”. Il museo dell’Aja si è rifiutato di ospitare le installazioni. In tempi non sospetti Gay.tv, il portale italiano della community omosessuale, ha svolto un’accurata indagine in merito all’argomento. Ne è emersa una situazione a macchia di leopardo: dalla censura di Damasco alle repressioni fisiche a Teheran. Per passare dalle discriminazioni sociali nel mondo palestinese (doppie se si considera che i gay sono emarginati anche dagli israeliani), oppure violente, alla stregua di quelle iraniane, che si riscontrano in tutta la Penisola arabica. Oggi invece è il blog di Amina a pagare lo scotto della sua sincerità.

I corrispondenti di questi illustri protagonisti della politica egiziana, ma anche mondiale, non ci sono. L’opposizione, dopo decenni di censura e ghettizzazione, si presenta come una fragile sommatoria di iniziative intellettuali, il cui riformismo ha una scarsissima presa in seno all’opinione pubblica e soprattutto manca di esperienza politica. La memoria va al gruppo di scrittori e giornalisti della “Dichiarazione dei 99”, firmata nel 2000, c’era ancora Hafez el-Assad al potere, e che chiedeva una politica

di riforme nel Paese. Proprio lo scorso 5 febbraio, è mancato il regista Omar Amilaray, uno dei promotori dell’iniziativa dissidente. Morto per cause naturali, va detto onde evitare malizie. Tuttavia, né lui né i suoi colleghi, però, potrebbero ambire a una qualsivoglia guida del Paese nell’eventualità che cada Assad. Detto questo, la comunità internazionale non può nemmeno restare in attesa che in Siria nasca un leader scelto dal destino. È il tempo che manca. Lo ha confermato il premier turco, Recep Tayyip Erdogan, il quale ha abbandonato la linea della mediazione. I confini meridionale del suo Paese sono minacciati da una crisi umanitaria, oltre che di sicurezza – nel caso i kurdi tentassero un colpo di mano – che impedisce la cautela. Timori simili sono sorti anche in Iraq.

E mentre sul fronte arabo si comincia a percepire una sorprendentemente tardiva preoccupazione - la Lega resta ancora silente - è in Europa che si percepiscono le prime mosse concrete. Ieri Francia e Gran Bretagna hanno presentato alla cancelleria del Consiglio di sicurezza dell’Onu la proposta di risoluzione che dovrebbe condannare Assad. Il documento, pur non ancora discusso, ha già sollevato polemiche. La Russia ha fatto sapere che non appoggerà mai un’iniziativa in tal senso. Nel frattempo, l’Unione Europea si è detta pronta a varare una nuova serie di sanzioni a carico del Paese arabo. Sarebbe la terza tranche di un embargo che dovrebbe prendere di mira il regime e con esso i suoi sostenitori economici. Da ultimo, ancora in Francia, si è aperta la disfida tra l’emittente France24 e l’ambasciatore siriano presso l’Eliseo, la signora Lamia Sakkour. Il contenzioso è legato alla notizia diffusa dalla tv, nella tarda serata di martedì, per cui la diplomatica si sarebbe dimessa per protestare contro le repressioni effettuate nel suo Paese. Ieri mattina, l’ambasciata siriana a Parigi ha smentito e ha fatto causa a France 24. A differenza di quanto è successo altrove (Egitto e Libia), l’establishment siriano è ancora compatto intorno al suo raìs.


Viaggio negli Usa dove i prezzi sono crollati, dove non ci sono soldi né sicurezze, ma c’è tanta voglia di ripartire

Gli americani mascherati Produrre di più e consumare di meno: questo si deve fare per superare i momenti di crisi. Ma gli statunitensi (da New York alla provincia) non fanno né l’uno né l’altro. Anzi, si sforzano di nascondere le difficoltà. Che sono enormi di Gianfranco Polillo

DI

RITORNO DAGLI USA. Miami Beach era un paese per ricchi. Una vera e propria cintura protettiva la divedeva da Miami città, dove invece risaltavano le grandi contraddizioni della società americana, rese ancora più acute dalla presenza maggioritaria degli ispanici. Lo spagnolo è ancora oggi la lingua più diffusa. L’inglese resta l’idioma della middle class o di quello che resta. Negli anni Trenta il centro di Miami Beach era il quartiere Art Dèco: piccole palazzine a due passi dalla grande spiaggia tropicale. Ancora oggi meta di pellegrinaggio di un turismo “mordi e fuggi”, che si riversa nelle grandi Avenue soprattutto per il week end. Nel resto dei giorni della settimana, invece, quei fabbricati, la maggior parte dei quali è stato trasformato in piccoli alberghi, vivono una vita grama. I vip che li hanno ceduti – in una di queste ville fu ucciso Versace in una vicenda ancora avvolta dal mistero – si sono spostati in una delle tante isolette che fa di Miami Beach una sorta di Venezia tropicale. Qui non è possibile nemmeno entrare. I ponti che le collegano sono sorvegliati a vista da una security che non fa sconti. Oc-

corrono passi e verifiche dei documenti. La privacy dell’upper class è un bene da tutelare. In queste oasi – grandi fabbricati dagli stili più diversi e immensi giardini dalla vegetazione esotica – la crisi non si avverte. Molti edifici sono chiusi, ma i prati all’inglese curati come mai. I servizi, negli Stati Uniti, a differenza dell’Italia, hanno una qualità che fa la differenza. Al punto che nemmeno ti accorgi chi sia il gestore. Pubblico e privato è più o meno uguale. Lo standard ha un identico sapore.

Il resto del territorio – specie quello prospiciente al mare – è stato colonizzato più recentemente. Il modello è quello americano. Grandi grattaceli che si affacciano sul mare e grandi spazi verdi di contorno. Non c’è la confusione delle coste italiane, dopo ogni piccolo appezzamento di terra è stato fagocitato da una speculazione edile selvaggia e controproducente, che alla fine ha ucciso la pecora, invece di tosarla. In questi larghi spazi la

middle class americana aveva costruito il suo habitat naturale. Dall’alto della propria abitazione – 30 o 40 piani di cemento armato e vetro – poteva osservare le dimore dei potenti. Godere di tramonti mozzafiato. Distrarsi con il passaggio di navi di ogni dimensione: dalle

Austan Goolsbee, il consigliere economico di Barack Obama che si è appena dimesso dal suo incarico per tornare all’insegnamento

moto ad acqua – una vera e propria mania – agli enormi porta container a due passi dal proprio naso. Un posto da sogno. Si può fare jogging nei lunghi viali che costeggiano il porto turistico. Centinaia di medie imbarcazioni –a vela e a motore – molte in vendita ed altrettanto a noleggio per battute di pesca d’altura. Un’organizzazione solerte che non lascia nulla al caso, ma cura il cliente come se fosse l’ultimo uomo della Terra. Se preferite gli attrezzi, una palestra situata, nel basamentale, offre gli strumenti necessari. Se volete nuotare, una piscina che si affaccia sull’Oceano, fa al caso vostro. Se siete stanchi, potete usufruire di un idromassaggio all’aperto con acqua riparticolarscaldata: mente utile, specie dopo una partita di tennis giocata nel campo condominiale. Ed infine una sosta al biliardo nei locali di questo resort di lusso, che non è un albergo ma un semplice condominio. Per il resto non c’è problema. La security – 24

ore al giorno – veglia su di voi e impedisce qualsiasi turbativa.

L’affitto, ad agosto, di un appartamento al ventesimo piano del Portofino Yacht Club – un nome evocativo – composto di due stanze, piccolo salone con angolo cottura ed un terrazzino vista mare è di 2.700 dollari. Con questa cifra avete diritto, gratuitamente, a tutti i servizi che abbiamo indicato. L’equivalente in euro di quell’importo, al cambio attuale, è di 1.930 euro. Se invece volete acquistarlo, il prezzo è intorno ai 5.000 dollari al metro quadro. Poco più di 200.000 euro per lo stesso appartamento. Ad agosto in Italia con 2 mila euro da spendere, una famiglia di quattro persone l’unica cosa che può fare è rimanere a casa, salvo concedersi qualche piccolo weekend. Con quel piccolo capitale a disposizione, può invece comprare un localetto in qualche sperduta periferia. Ma è questo oggi il paradosso che vive il più grande paese dell’Occidente. Non è un eccesso di socialità, ma il volto preoccupante di quella crisi che cova sotto la cenere e che non si riesce a spegnere. Se si spende così poco, sia per comprare che per affittare un immobile che ha


reportage quelle caratteristiche di pregio, la causa sta nel crollo intervenuto nel mercato immobiliare. I prezzi unitari sono scesi, in pochi anni, del 40 per cento. In molti casi i mutui contratti superano ampiamente il valore dell’immobile. Conviene pertanto non pagare più la rata di ammortamento e scaricare sulle banche le perdite derivanti dalle relative minusvalenze. Il che alimenta, a sua volta, un circolo vizioso. È il gioco del cerino, passato di mano in mano per evitare di rimanere scottati. E alla fine – ma c’è in questo una sorta di legge del contrappasso – sono le banche a rimetterci di più. Crediti insoluti, immobili acquisiti a un prezzo di carico eccessivo. Ci vorranno mesi e mesi per smaltire le perdite accumulate, a loro volta, traslate in veicoli finanziari distribuiti a destra e manca.

Il cittadino medio americano avverte tutto questo e compie l’unica operazione razionale: consuma di meno. Del resto non ha grandi bisogni insoddisfatti. Negli anni passati – quelli del benessere e delle aspettative crescenti – il consumismo era la norma. Un bengodi all’insegna del superfluo e dell’inutile abbondanza, visti gli sforzi profusi per convincere tutti ad adeguarsi allo status symbol. Viene in mente una vecchia canzone di Iannacci. Il re che si lamenta, perché l’imperatore gli ha tolto un castello sui 35 posseduti, per far fronte alle spese della guerra. Ma se i consumi languono, i prezzi crollano. A New York, da Smith & Wollesky – un cult della buona cucina – si cena con cinquanta dollari (35 euro). Il segreto è non prendere il vino, ma per i palati più raffinati dell’italiano medio, il vino californiano o cileno, benché migliorato negli ultimi anni, non vale i 100 dollari richiesti. I grandi magazzini sono disertati dal pubblico locale, nonostante gli sconti vertiginosi. Una volta si andava a New York con il solo vestito che si aveva indosso e una valigia vuota. Negli outlet vicino a Ground zero, come il XXI Century, si poteva rinnovare il guardaroba a prezzi stracciati. Si tornava quindi in Italia

con la consapevolezza di aver risparmiato, nonostante il costo del biglietto aereo e del soggiorno. Oggi non è nemmeno necessario inseguire questi grandi santuari del consumo di massa. Si va direttamente negli store. Un paio di jeans – negozio della Levi Strauss – costa 40 dollari (poco più di 35 euro) ossia della metà di quanto si deve pagare per le vie di Roma o di Milano. Questo spiega perché in quegli shop si senta poco l’americano. I clienti che si aggirano nei centri della Raf Loren, della Gap, della Arby Compri, parlano tutte le lingue del mondo: cinese, giapponese, indiano. Ma soprattutto europeo: francese, tedesco, italiano, spagnolo e via dicendo.

Se questo è il clima generale, l’eccezione che conferma la regola è data dai negozi che vendono hi tech. L’Apple Store è sempre pieno come un uovo, con vendite che iniziano la mattina e terminano a notte fonda. L’ iphone non ha rivali. L’ipad 2 costa 800 dollari. In Europa il prezzo è lo stesso, ma si paga in euro. Una volta non era compatibile con gli standard europei, oggi è universale. Si può pertanto tranquillamente acquistare negli Usa, lucrando sulla differenza dollaro/euro, con un rispar-

L’affitto di un appartamento di lusso a Miami Beach costa meno di 2000 euro, una cifra con la quale in Italia non si prende ormai quasi niente mio di circa 200 euro. Gli economisti parlano e temono una nuova bolla speculativa proprio nel comparto dell’Ict. Lo dimostrerebbe la febbre del merger che ha colpito le grandi compagnie: Google, Skype, per non parlare di You Tube e degli altri social network. L’interesse del consumatore americano per questi prodotti dimostra quanto sia potente, negli Usa, la leva dell’innovazione. Le invenzioni si sus-

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seguono a ritmo incalzante. Richiedono, almeno all’inizio, pochi capitali e tanta fantasia. Poi il fungo cresce e allora intervengono i grandi che raccolgono i frutti. Proprio in questi giorni Apple ha presentato un nuovo prodotto: iCloud. Un server virtuale che consente di archiviare qualsiasi tipo di file (dati, musica, filmati) in un empireo sconosciuto per poi condividerlo con tutti gli strumenti a propria disposizione: dall’iphone, al computer di casa all’ipad.

Questa nuova economia sarà in grado di supplire alle carenze della vecchia? Questo è il grande interrogativo che scuote l’America e al quale, per il momento, non c’è risposta. L’impressione che si ha è che quella sia comunque una palla di neve troppo piccola per produrre la valanga che sarebbe necessaria, per rimettere in moto l’intero paese. Se la gente ha smesso di consumare, l’occupazione non riprende, (ed è per questo che Austan Goolsbee consigliere economico di Obama ci ha rimesso il posto) né la le-

toccato il fondo. Finora Ben Bernake, il presidente della Fed, ha fatto miracoli. Ha violato ogni legge dell’economia. Ha spinto affinché lo Stato intervenisse nell’accollarsi il debito contratto dai privati. Il risultato è stato un deficit di bilancio che viaggia oltre il 10 per cento e un debito pubblico simile a quello italiano. Quest’ultimo – un valore pari al 120 per cento del Pil – appare meno nelle statistiche americane, ma solo perché i criteri contabili sono meno rigorosi di quelli europei. Se si applicassero le regole di Maastricht, gli Stati Uniti si trasformerebbero nel grande malato dell’Occidente e le compagnie di rating non potrebbero che certificare il tutto con un verdetto negativo. Sempre Bernake ha fatto strame dei principi che dovrebbero regolare l’attività di una banca centrale. Ha acquistato, con il cosiddetto quantitative easing, enormi quantità di titoli più o meno tossici. Operava nell’emergenza e nel rischio che la moneta cattiva scacciasse quella buona, impedendo il finanziamento delle iniziative meritorie. Ma a luglio occorrerà mettere un punto fermo. Si dovrà rientrare. Con quali conseguenze?

A Manhattan i negozi di lusso (e non solo quelli) sono sempre pieni. Ma ad affollarli ci sono solo gli europei, italiani compresi va delle esportazioni, favorite da un dollaro sempre più debole, riesce a svolgere un ruolo di supplenza. Il fatto è che gli equilibri di fondo sono saltati. Gli Usa restano un paese che vive al di sopra delle proprie effettive possibilità. Quando questo si verifica - come avviene del resto in molti altri Paesi occidentali, Italia compresa - due sono le possibili vie per uscire dalla crisi: si deve produrre di più o consumare di meno. Gli Stati Uniti stanno cercando di fare l’uno e l’altro, ma a un ritmo ancora insufficiente. E quindi dalla crisi non solo non si esce. Ma andrà forse peggio. Nel dibattito tra gli economisti è tornato a far capolino un fantasma che si riteneva esorcizzato: il double dip. Vale a dire l’ipotesi di una nuova recessione, dopo questa lunga fase di stagnazione. Sono soprattutto i dati della disoccupazione a preoccupare: 14 milioni di individui, che hanno perso il lavoro, sono un esercito che desta inquietudine. Anche perché non è detto che si sia

Questa è la grande incertezza che attanaglia l’America. La consapevolezza che il peggio non è ancora passato. Forse ci sarà qualche schiarita, ma i tempi – soprattutto quelli della politica – non sembrano coincidere con quelli dell’economia. Nelle prossime settimane la campagna per le presidenziali entrerà nel vivo. Obama è consapevole delle difficoltà che dovrà affrontare. Dai tempi di Jefferson, nessun presidente è riuscito a farsi rinnovare il mandato con un tasso di disoccupazione superiore all’8 per cento. Oggi esso supera abbondantemente il 9 per cento. E gli americani su questo sono giustamente spietati. Puoi essere un bianco o un nero: non fa differenza. Ma non puoi lasciare senza lavoro milioni di persone. Perché allora è meglio che passi la mano.


ULTIMAPAGINA Da oggi a Roma una rassegna di commedie per il «Fantafestival»

La fantascienza all’italiana al cinema diventa di Alessandro Boschi

nche se è spesso vero che la realtà supera la fantasia è altrettanto vero che la fantasia resta la declinazione più divertente, e intelligente, della realtà. Il cinema italiano è sempre stato molto attento a un genere sul quale nel corso degli anni si sono concentrati registi di tutte le specie, da autori raffinati come Elio Petri a mestieranti eclettici e di classe come Steno. Fantaitaly «Brividi e risate e magie» è una delle principali rassegne contenute all’interno della 31^ edizione del Fantafestival, Mostra internazionale del film di fantascienza e del fantastico che si svolgerà a Roma da oggi al 19 giugno in tre distinte location: all’Auditorium Conciliazione, alla Casa del Cinema e al Nuovo Cinema Aquila. Diretto dal duo composto da Adriano Pintaldi e Alberto Ravaglioli, il festival sarà un grande omaggio al cinema fantastico comico italiano. La rassegna sopra menzionata, realizzata con la collaborazione preziosa del Centro Sperimentale di Cinematografia, è composta da venti titoli, alcuni notevoli, altri sorprendenti, nel senso che è una vera sorpresa trovarveli inseriti. Il tutto è visto «come uno sguardo sul nostro cinema che ha saputo rielaborare in chiave comica tutti i principali temi del fantastico».

A

A buon titolo, è il caso di dirlo, troviamo La decima vittima del già citato Elio Petri e Tempi duri per i vampiri dell’altrettanto citato StefanoVanzina in arte Steno. C’è inoltre quel Diabolik di Mario Bava, che venne definito da uno dei nostri più apprezzati critici il film più stupido dell’anno (correva il 1968, per l’esattezza). In realtà non era affatto così e vi invitiamo a verificarlo di persona.Tra l’altro, a questo film di Mario Bava è lega-

to un divertente aneddoto, raccontato dallo stesso Bava. Diabolik, che era stato prodotto da Dino De Laurentiis, incassò un bel po’di soldi e al produttore non parve il vero di proporre al regista la realizzazione di un seguito mettendo a sua disposizione la bellezza di 400 milioni. Che però parvero troppi a un regista abituato a lavorare in assoluta ristrettezza di mezzi. Ebbene, quella forse - è l’unica volta in cui un progetto cinematografico andò a monte perché pagato troppo. Un’altra chicca, sempre in questa rassegna (che, non dimentichiamolo, è solo una di un festival interessante che vi consigliamo di scoprire andando sul sito www.fanta-festival.it) è Il cav. Costante Nicosia demoniaco, ovvero Dracula in Brianza di un altro maestro del cinema di genere: Lucio Fulci.

Quella della paura esorcizzata attraverso la risata è una pratica molto in voga nel nostro cine-

polari con quello di Cenerentola, il tutto adattato ai nostri usi e costumi.

Una favola deliziosa è poi quella diretta da Antonio Pietrangeli, forse un regista che non ha mai avuto i giusti riconoscimenti. Fantasmi a Roma rappresenta uno dei film che meglio ha saputo conciliare il registro fiabesco e surreale con lo spirito popolano e nobile della capitale. Ancora una variazione sul tema con il confusionario ma divertentissimo Non ci resta che piangere della premiatissima ditta Troisi/Benigni, film di straordinario successo a dimostrazione che molte trovate anche se non possono sostituire una sce-

COMICA neggiatura sono però in grado di decretare il (grande) successo di una pellicola. Non sfugge neanche Pupi Avati, il più regolare dei nostri registi con un film all’anno oramai da vari anni. Qui vedremo La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone. Ambientata a Bagnocavallo in Romagna la storia vede protagonista Ugo Tognazzi nelle vesti di un nobile cinico misantropo e anticlericale alle prese con un albero di fico, ovviamente, della specie del fico fiorone, sotto il quale nell’anno di grazia 726 avvenne lo stupro di una giovane che sacrificò se stessa ai barbari longobardi. Tra i titoli anche il remake non dichiarato del capolavoro di René Claire Ho sposato una strega. Che diventa Mia moglie è una strega, considerazione questa fatta da Renato Pozzetto nei confronti di una affascinante Eleonora Giorgi. Il più recente tra quelli proposti è il film di Maurizio Nichetti, cineasta talvolta troppo avanti rispetto ai tempi, come ci dimostra il suo Volere volare del 1991. Sempre all’interno di Fantaitaly, poi, Il pap’occhio di Renzo Arbore.

Ci sono molti recuperi spassosi: dai vampiri di Steno al «Diabolik» di Bava, da Sordi marziano al dottor Jekyll di Paolo Villaggio, dal Quattrocento di Benigni e Troisi all’anno Mille di Brancaleone ma. Come dimostra ancora Steno con Dr. Jekyll e gentile signora, del 1979: il protagonista PaoloVillaggio è il dottor Jekyll e, di conseguenza, anche il dottor Hyde. Ma il raccontino è meno banale di quello che potrebbe sembrare e dietro il puro divertimento della pellicola si nasconde il tema della globalizzazione e dei conseguenti cambiamenti nel mondo del lavoro. Su di un livello diverso si pone Il disco volante di Tinto Brass. Cucito da Rodolfo Sonego addosso ad Alberto Sordi che interpreta mirabilmente più ruoli, Il disco volante è una spassosa e grottesca commedia sull’arretratezza della nostra provincia che racconta l’arrivo di un gruppo di alieni in un paesino del profondo Veneto. Una scena su tutte, quella dell’incontro amoroso tra lo stesso Alberto Sordi e Monica Vitti dentro una scomodissima utilitaria: imperdibile. Ritroviamo ancora Albertone nel modesto Io e Caterina, migliore nelle intenzioni che non nel risultato, involuto e pasticciato. Dalla parodia di mostri e alieni si pass per qualche incursione nella fantascienza per approdare al fantastico e al surreale. Come ad esempio C’era una volta di Francesco Rosi interpretato da Sophia Loren, una storia che mette insieme i miti delle fiabe po-

Infine, non poteva mancare un film di Mario Monicelli. È stato scelto Brancaleone alle Crociate, seguito dell’altro capolavoro L’Armata Brancaleone. Non si sa bene come ci possa entrare in questa rassegna ma tant’è. Brancaleone alle Crociate è un po’ come l’amaro Ramazzotti: fa sempre bene.


2011_06_09  

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