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he di cronac

Il più potente è colui che ha se stesso in proprio potere Lucio Anneo Seneca

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • MERCOLEDÌ 8 GIUGNO 2011

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Domenica e lunedì saranno chiamati alle urne oltre 47 milioni di cittadini: rigettato anche l’ultimo ricorso fatto dall’esecutivo

Referendum, le nostre scelte Al G20 la Francia litiga con la Germania sul nucleare. Da noi la Consulta dà via libera al voto Ma l’Europa avverte: contro il debito, servono riforme. Invece il governo continua a rinviare di Enrico Singer

Un ricerca di Roberto D’Alimonte

Contrordine analisti, il Terzo Polo ha vinto

Prima o poi doveva succedere. Francia e Germania hanno sempre viaggiato a velocità diverse sul nucleare, anche quando il governo di Berlino sembrava determinato a recuperare lo svantaggio accumulato nei confronti di Parigi che sin dall’inizio ha puntato sull’atomo per sviluppare la sua politica energetica. Ma ormai le due locomotive dell’Europa combattono su barricate opposte. E proprio nel giorno in cui la Cassazione dà l’ultimo via libera al referendum sul nucleare in Italia. a pagina 2

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La grande stampa non se n’è accorta ma sul «Sole 24 ore» è uscita la più clamorosa smentita alla gran parte delle interpretazioni elettorali

C’è chi continua a confondere (in malafede?) proprietà e gestione

Poteva essere una soluzione, ma è diventata la difesa della casta

Tutte le fonti energetice sarebbero utili: ma il governo ha abdicato

Franco Insardà • pagina 6

Errico Novi • pagina 4

Giancristiano Desiderio • pagina 4

Riccardo Paradisi • pagina 5

NO sull’acqua, per combattere la Grande Menzogna

SÌ sul legittimo impedimento, legge stravolta per arroganza

Sarebbe giusto il NO, ma ormai l’Italia ha perso il treno

Parla il filosofo André Glucksmann

Nuovo messaggio audio del Colonnello: «Vivo o morto, resterò nella capitale»

«Guerra alla corruzione mondiale»

Gheddafi nascosto in chiesa

di Luisa Arezzo l male del XXI secolo? La corruzione. Non il crollo della morale, non l’assenza di valori certi, non la mancanza di politici specchiati.Tutti questi fattori, casomai, per André Glucksmann, il grande intellettuale e filosofo francese (classe 1937 ma ancora l’enfant terrible della filosofia, con quei suoi occhi azzurri che fanno capolino da un caschetto irriverente) sono la conseguenza di un sistema globale completamente deviato: la corruzione per l’appunto. Ma la gente non ne ha la percezione, distratta com’è dagli scandali della politica.

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a pagina 8 gue a (10,00 pagina 9CON EUROse1,00

Voci diplomatiche: «Il raìs nell’episcopato di Tripoli» di Massimo Fazzi

La Merkel onorata con la Medal of Freedom

Barack e Angela, un amore ritrovato

ove si nasconde il Colonnello? Dov’è Muammar Gheddafi? In chiesa, forse. Almeno, è quanto sostengono alcune fonti diplomatiche interpellate da liberal. Fonti che lavorano in Russia e in Italia e che non hanno molti dubbi: «Il raìs libico si è nascosto da qualche settimana all’interno dell’episcopato della capitale». Dove opera e rilascia dichiarazioni di fuoco mons. Martinelli. a pagina 10

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I QUADERNI)

• ANNO XVI •

NUMERO

109 •

WWW.LIBERAL.IT

di Vincenzo Faccioli Pintozzi Gli Stati Uniti e la Germania «condividono gli stessi valori e sono unite nella ricerca di una soluzione ai problemi mondiali». Angela Merkel torna ad abbracciare l’inquilino della Casa Bianca dopo gli scontri sull’intervento internazionale in Libia e sulla crisi del debito. a pagina 10 • CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


il commento

prima pagina

pagina 2 • 8 giugno 2011

La furbizia di non prendere posizione

Se un governo per evitare danni non governa di Giancristiano Desiderio l presidente del Consiglio si comporta come il mitico Ferrini di Quelli della notte che diceva: «Non capisco, ma mi adeguo». Sui quesiti referendari, infatti, la linea del governo è quella che uscirà delle urne: «Vedremo cosa pensa l’opinione pubblica e ci adegueremo» ha detto Silvio Berlusconi. L’adeguamento, però, non è assoluto. Tra i quattro referendum c’è anche quello - il quarto - che riguarda il legittimo impedimento. Qui il presidente del Consiglio preferisce ridere e alla domanda «Presidente, vi adeguerete anche sul legittimo impedimento?» risponde così: «No, no, assolutamente». Dunque, la linea del governo è chiara: si adeguerà su ciò che non interessa personalmente Berlusconi e correrà ai ripari in ogni modo possibile e impossibile se sul quarto referendum vincessero i Sì. L’utilità del governo per il Paese è oggi praticamente pari a zero.

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Quale sia il giudizio dell’esecutivo sull’acqua e sui servizi degli enti locali, sul nucleare e il futuro energetico dell’Italia non è un optional perché Palazzo Chigi ha il dovere di governare. Invece, dopo la sconfitta alle elezioni amministrative in due città simbolo del Nord e del Sud, Milano e Napoli, si è fatta strada l’idea che per il governo è meglio tacere sui referendum per non andare incontro a una nuova sconfitta. In realtà - ed è bene dirlo con spirito di verità e senso delle istituzioni - l’idea della sconfitta o della vittoria del governo sui quesiti referendari è arbitraria: il governo né vince, né perde. Se, però, tace, come sta facendo o, peggio che andar di notte, dice di adeguarsi per avere un minimo di giudizio sul da farsi, viene meno alla sua funzione istituzionale che è quella di governare. È davvero una concezione molto piccola sia del governo sia della politica sia dell’Italia. E, per dirla tutta, questa “filosofia dell’adeguamento”è la figlia diretta della logica dei sondaggi: ciò che si fa o si dice di voler fare lo si fa solo e soltanto se il vento dei sondaggi è favorevole. Altrimenti, no. Populismo della più bassa qualità da cui è sparito qualunque elementare principio di responsabilità. Siamo dinanzi al capovolgimento del mondo reale della politica: il consenso non è utilizzato per risolvere problemi ma, all’inverso, i problemi sono utilizzati per ottenere consenso. La linea di un governo serio - soprattutto di un governo di centrodestra quale vorrebbe essere l’esecutivo Berlusconi - dovrebbe essere opposta a quella espressa dal presidente del Consiglio. Sul quarto quesito, essendo il capo del governo parte in causa, si dovrebbe rimettere direttamente alla volontà popolare e quindi adeguarsi e basta. Sugli altri quesiti il governo dovrebbe dichiarare non solo la propria posizione, ma dovrebbe mettere in campo tutti gli elementi qualificanti ai fini di una politica nazionale. Su questo terreno, invece, il governo dimostra di fallire prim’ancora di provarci. Capovolgendo, per altro, quello che fino a questo momento era stato un suo caposaldo, sia pure utilizzato in modo demagogico: il rispetto della volontà popolare. Berlusconi, imbarazzato, è stato esplicito: si rispetta se conviene, altrimenti bamba. È un vero peccato che testimonia anche lo stato di visibile confusione in cui sono caduti il premier e il governo dopo il voto amministrativo, ma anche gli stessi consiglieri politici e della comunicazione. Questo è un governo che può recuperare qualcosa solo se mostra di avere ancora un senso nazionale da esprimere, altrimenti è come quell’eroe che combatteva ma non sapeva di essere morto.

il fatto Al G20 di Parigi l’Occidente è d’accordo solo sulla sicurezza delle centrali

Il nucleare divide anche l’Europa Germania e Francia ai ferri corti sul futuro dell’energia: Berlino ribadisce il no all’atomo e Sarkozy si sente quasi isolato. Anche se spera di vendere elettricità a tutti di Enrico Singer rima o poi doveva succedere. Francia e Germania hanno sempre viaggiato a velocità diverse sul nucleare, anche quando il governo di Berlino sembrava determinato a recuperare lo svantaggio accumulato nei confronti di Parigi che sin dall’inizio ha puntato sull’atomo per sviluppare la sua politica energetica. Ma ormai le due locomotive dell’Europa combattono su barricate opposte. E proprio nel giorno in cui la Cassazione dà l’ultimo via libera al referendum sul nucleare in Italia.

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Da quando, dopo il disastro di Fukushima, Angela Merkel ha annunciato la chiusura di tutte le centrali tedesche entro il 2022 lo scontro ha investito la sostanza stessa della scelta nucleare e ha assestato un altro colpo al già logorato asse franco-tedesco. Con l’automatico e allarmante contagio delle divisioni a livello europeo. E lo strappo non è stato ricucito nemmeno al vertice del G20 sulla sicurezza nucleare che Nicolas Sarkozy aveva convocato durante la sua visita a Tokyo del 30 marzo scorso, che ha organizzato a tempo di record e che si è tenuto ieri a Parigi. Certo, tutti si sono trovati d’accordo sulla necessità di rafforzare i sistemi per scongiurare incidenti come quello avvenuto in Giappone e sull’urgenza di aggiornare gli standard costruttivi degli impianti a livello mondiale. Ma ognuno è rimasto sulle proprie posizioni. A partire dalla Germania che ha confermato la sua decisione di chiudere entro quest’anno gran parte dei 17 reattori ancora in

funzione e gli ultimi tre nel giro dei prossimi undici anni. Se la speranza del presidente francese era quella di dimostrare che l’abbandono del nucleare è una scelta che può essere ripensata alla luce di maggiori garanzie di sicurezza, per il momento almeno, è andata delusa. E l’assise dei rappresentanti dei venti Paesi più industrializzati del globo è stata l’occasione per ribadire posizioni già note.

Il fronte dei nuclearisti rimane saldo. È guidato da Stati Uniti (104 centrali), Francia (59), Giappone (53) e Russia (32) e comprende in totale 29 Paesi che diventeranno 28 una volta che l’abbandono dell’atomo da parte tedesca sarà diventato effettivo. Ma se la Germania lascia, ci sono realtà in cui la costruzione di nuove centrali procede a grande velocità. In Cina in questo momento è attivo il maggior numero di cantieri nel mondo con ben 27 centrali in costruzione che si aggiungeranno alle 13 che sono già operative. Undici nuove centrali stanno per essere realizzate anche in Russia mentre India e Corea – che, per ora, ne hanno rispettivamente 20 e 21 – ne stanno costruendo altre cinque ciascuno. Tra tutti questi Paesi quelli che hanno innalzato la bandiera della maggiore sicurezza sono gli Usa, il Giappone, la Francia e la stessa Russia che, dopo molto tergiversare, ha accettato di sottoporre i suoi impianti a stress test che rispettino i parametri occidentali. Le centrali più vecchie, e quindi più pericolose, sono proprio quelle che


il richiamo

la sentenza

La commissione europea approva i nostri conti «solo fino al 2012»

La Corte all’unanimità dice no al ricorso presentato dall’esecutivo

L’Ue avverte l’Italia: «O riforme o deficit»

Dalla Consulta ultimo via libera al quesito

di Simone Carla

di Marco Palombi

idurre il debito e porre tetti vincolanti alla spesa pubblica. Senza dimenticare la pubblica amministrazione, che deve essere monitorata “ancora meglio”. Sono le raccomandazioni inviate ieri al governo italiano dalla Commissione europea, che chiede al Belpaese di “essere pronta”a prevenire ogni possibile sforamento dei conti rispetto a quanto programmato per il 2011 e 2012 e di destinare all’accelerazione della riduzione del deficit e del debito “ogni positivo imprevisto” dovesse verificarsi sul fronte della politica di bilancio. Bruxelles, in un documento comunitario approvato martedì, invita inoltre il nostro Paese a introdurre “tetti vincolanti”alla spesa pubblica e migliorare il monitoraggio della pubblica amministrazione. L’Unione europea considera “credibile fino al 2012” il piano di consolidamento dei conti pubblici predisposto dall’Italia per il periodo 20112014. E invita il governo a varare, come promesso, ulteriori misure entro il prossimo ottobre affinché «il livello molto alto del debito imbocchi un percorso stabile di riduzione». È “necessario”, infatti, che l’Italia adotti al più presto nuove misure per affrontare le “debolezze strutturali” della sua economia, debolezze che la crisi ha esasperato. Il Paese potrà stimolare la crescita e la creazione di nuovi posti di lavoro, nonché rilanciare lo sviluppo del Mezzogiorno solo «compiendo ulteriori passi in avanti nel periodo 2011-2012», cioè adottando nuovi provvedimenti “ad hoc”. In particolare, la «ricetta della Commissione sollecita interventi per migliorare il funzionamento del mercato del lavoro,

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introdurre una maggiore concorrenza nel mercato dei servizi, rafforzare le politiche di sostegno all’innovazione e alla ricerca e rendere più veloce ed efficace l’utilizzo dei fondi strutturali europei».

L’Europa interviene però anche nel campo della gravissima epidemia che sta colpendo il campo ortofrutticolo del continente. La Commissione europea è disposta a ritirare dal mercato le verdure invendute - in primo luogo cetrioli, pomodori, lattuga prendendo a proprio carico circa un terzo del prezzo dei prodotti per tutti i produttori europei: è una delle proposte, secondo quanto si apprende a Lussemburgo, che il commissario europeo all’Agricoltura Dacian Ciolos metterà sul tappeto come primo intervento d’urgenza per tamponare la gravissima crisi che ha colpito il settore, causa le conseguenze provocate dal batterio Killer sui mercati e sulla fiducia dei consumatori. Il commissario europeo spera di disporre di finanziamenti europei contro la crisi per 150 milioni di euro. Quanto meno, così sembra emergere da Lussemburgo dove, al Consiglio straordinario dei ministri dell’Agricoltura dell’Ue di ieri, ha partecipato per l’Italia il ministro alle Politiche agricole e alimentari, Saverio Romano. E proprio Romano, appena arrivato in Lussemburgo, ha dichiarato che la cifra di 150 milioni di euro è “insufficiente”se l’incertezza sulla fonte del contagio continua. E a chi gli chiedeva se la questione del batterio fosse stata gestita correttamente, il ministro ha risposto: ’’Non credo che stiano gestendo al meglio questa emergenza».

si trovano nel territorio della Federazione russa e in alcuni Paesi dell’ex impero sovietico (soltanto in Ucraina ce ne sono 15). Per difendere il nucleare è sceso in campo il ministro dell’Industria francese, Eric Besson, ex socialista e ora sarkozysta di ferro, il quale ha ribadito che la produzione dell’energia elettrica dall’atomo è meno inquinante dell’utilizzo di combustibili fossili come il carbone e il petrolio, favorisce l’indipendenza dai Paesi produttori di greggio e può essere integrata, ma non sostituita, dallo sfruttamento delle energie rinnovabili. Che si tratti del solare o dell’eolico. Secondo Besson, la risposta a incidenti come quello di Fukushima deve essere l’impegno a migliorare la sicurezza della centrali, non la tentazione di chiuderle: «Decisioni come quelle di Angela Merkel avranno come conseguenza soltanto un aumento del ricorso al carbone e al gas con un aggravamento dell’effetto serra».

Il ministro di Sarkozy ha ricordato che il Giappone, nonostante Fukushima, e gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione di abbandonare il nucleare. Lo stesso Barack Obama, parlando il mese scorso alla Georgetown University di Washington, ha confermato che l’America deve ridurre la sua dipendenza energetica dal petrolio e per farlo «non può demonizzare l’atomo» che è già utilizzato per produrre il 20 per cento del fabbisogno di elettricità degli Usa. «Chi come noi è impegnato a limitare gli sconvolgimenti climatici sa

ROMA. «Le disposizioni di cui si propone l’abrogazione risultano, a seguito della riformulazione del quesito da parte dell’Ufficio centrale, unite da una medesima finalità: quella di essere strumentali a consentire, sia pure all’esito di ulteriori evidenze scientifiche sulla sicurezza nucleare e tenendo conto dello sviluppo tecnologico, di adottare una strategia energetica nazionale che non escluda espressamente l’utilizzazione di energia nucleare, ciò in contraddizione con l’intento perseguito dall’originaria richiesta referendaria». E così, dopo la Cassazione, persino la Corte costituzionale ha avuto modo di mettere nero su bianco che il governo ha tentato di truffare i cittadini con le norme sul nucleare contenute nel decreto Sviluppo: si voleva cancellare il referendum, ma riproporre un nuovo progetto sull’atomo l’anno successivo. Dunque, è il parere unanime con cui la Consulta ieri ha ammesso il quesito sulla materia, la riformulazione proposta dalla Cassazione “possiede i necessari requisiti di chiarezza, omogeneità ed univocità” visto che mira al “chiaro ed univoco risultato normativo di non consentire l’inclusione dell’energia nucleare fra le forme di produzione energetica”. Va almeno notato che il fatto che il massimo organo giurisdizionale certifichi che l’esecutivo ha inteso truffare i cittadini per decreto non è informazione che potrebbe passare senza conseguenze in qualsiasi altro Paese che si dica democratico, ma tant’è: la questione è chiusa.Tra quattro giorni si vota con quattro schede su acqua (due quesiti), legittimo im-

che l’energia nucleare, se è sicura, può dare un contributo significativo alla difesa dell’ambiente», ha detto Obama che ha anche annunciato in quell’occasione di avere chiesto alla Nuclear Regulatory Commission americana un’ampia revisione dei parametri di sicurezza degli impianti esistenti, in base alle lezioni imparate dal Giappone, per costruire la prossima generazione di impianti nucleari. È proprio su questa linea d’azione che si è mosso Sarkozy convocando il vertice

Al vertice tutti si sono trovati d’accordo sulla necessità di rafforzare i sistemi per scongiurare incidenti come quello avvenuto in Giappone del G20 di cui la Francia, quest’anno, ha la presidenza di turno. Ma al di là di tutte le buone intenzioni e delle argomentazioni scientifiche sulle quali si potrebbe discutere all’infinito, dietro la scelta nucleare-sì, nucleare-no ci sono delle ragioni economiche che pesano molto sulle posizioni dei due fronti contrapposti e, in particolare, su quelle della Francia e della Germania. La prima, grande differenza tra la scelta di Parigi e di Berlino si spiega scorrendo i dati della produzione di energia elettrica ottenuta dalle centrali che utilizzano l’atomo: il 76 per cento del totale quella francese, il 22 per cento quella tedesca.

pedimento e, appunto, nucleare. Non che i problemi siano finiti: i 3,2 milioni di italiani all’estero hanno già ricevuto – e in larga parte votato - le vecchie schede pre-dl Sviluppo. Per il Viminale non ci sono i tempi tecnici per ristampare quelle nuove ed inviargliele, quindi nessuno sa cosa succederà: l’unica cosa certa è che quei milioni di nostri concittadini contribuiranno a calcolare il quorum. D’altro canto non è un caso che la deliberata confusione con cui si è arrivati a quest’appuntamento si rifletta sull’atteggiamento un po’ oscillante delle forze politiche: a parte i referendari della prima ora – Idv, Sel e Verdi – i partiti si ritrovano ora in imbarazzo o divisi di fronte al momento elettorale. Il Pd, ad esempio, ha iniziato la sua campagna per i quattro sì considerandolo “il terzo tempo delle amministrative”, ma le defezioni – in special modo sull’acqua – sono pesanti: ieri, per dire, ha ribadito la sia posizione per il no al quesito sulla rimuneratività degli investimenti (il secondo) Matteo Renzi. Anche il Terzo Polo, peraltro, ha i suoi problemi: ufficialmente s’è espresso per due no sull’acqua e libertà di coscienza su nucleare e legittimo impedimento, ma in pratica in molti dentro Fli (che pure votò a favore di tutte e tre le leggi) fanno campagna per i quattro sì. Il centrodestra, infine, è dilaniato tra il movimentismo leghista – che ora cavalca i referendum contro le “sue” leggi – e il desiderio del PdL di tenere al sicuro il governo: non è un caso che dopo le indecisioni e le paure del dopo-ballottaggi, ora la guardia pretoriana di Berlusconi cominci a fare campagna per l’astensione.

È evidente che la Germania può rinunciare alle sue centrali nucleari senza sconvolgere l’equilibrio energetico: per pareggiare i conti entro il 2022 il piano della Merkel prevede una riduzione del consumo dell’elettricità del 10 per cento attraverso ulteriori misure di incremento dell’efficienza energetica e l’aumento della quota di energia prodotta da fonti rinnovabili dal 20 al 35 per cento. Per la Francia, invece, rinunciare al 76 per cento della sua produzione di energia elettrica dall’atomo sarebbe una catastrofe. Come per gli Stati Uniti, il Giappone, la Russia e gli altri Paesi assetati di energia, per la Francia seguire l’esempio della Germania comporterebbe una riconversione titanica. Non solo. Gli esperti francesi notano che, nella peggiore delle ipotesi, anche se il piano energetico della Merkel dovesse fallire, Berlino avrebbe sempre la possibilità di acquistare energia elettrica prodotta dall’atomo proprio dalla Francia. Come fa già l’Italia. Politicamente questo non fa molto piacere a Sarkozy perché consente ai tedeschi e agli altri esponenti del fronte del no di contestare la scelta nucleare sfruttandone lo stesso i vantaggi pratici acquistando energia elettrica a buon mercato. Ma per Edf è comunque un ottimo affare perché le centrali nucleari producono più energia di quanta ne serve alla Francia – soprattutto nelle ore notturne – che, quindi, deve essere venduta. Anzi, se all’Italia si aggiungesse anche la Germania per Edf (che all’85 per cento è dello Stato) il business diventerebbe ancora più appetitoso.


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Si confondono proprietà e gestione

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NO sull’acqua per combattere la Grande Menzogna ..

di Errico Novi i possono banalizzare e ridurre i due quesiti sull’acqua (e altri servizi pubblici) a un’ulteriore chance di spallata: se vincono i sì, è l’idea corrente, il governo sarà una volta di più sconfessato. Sommata alle possibili batoste sugli altri due referendum (nucleare e legittimo impedimento) la sconfitta sulle risorse idriche varrà quanto un avviso di sfratto per Berlusconi. Ma non ci si può rifugiare in quest’opportunismo micragnoso. La verità è che la probabile abrogazione del decreto RonchiFitto sancirebbe l’assenza di un’opposizione di sinistra davvero liberale e riformista.

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Perché? Semplice. Dovrebbe essere una sinistra moderata e liberale – un Pd coerente con le sue premesse fondative, per intenderci – a spiegare qual è la vera posta in gioco. E soprattutto ad affermare che l’apertura ai privati è possibile, se a fare da controllore c’è uno Stato che si rispetti. E ancora, che tale apertura è indispensabile per un’amministrazione pubblica scassata (finanziariamente) come la nostra. Un’analisi seria non può che spingere a schierarsi per il no. Invece il Pd di Bersani, con rare eccezioni, si è accodato alla sinistra populista e radicale con la stessa impersonalità esibita alle elezioni. Ha lasciato prevalere cioè una lettura distorta ed esasperata, imposta dai Verdi e dagli altri promotori dei quesiti: senza la vittoria del sì, dicono, l’acqua sarà «privatizzata». Non è vero. La normativa che si intende abrogare (contenuta prevalentemente nel ricordato decreto Ronchi-Fitto) prevede sì un progressivo ingresso dei privati nelle utilities che oggi gestiscono l’approvvigionamento idrico. Ma pur sempre sotto il controllo delle autorità (pubbliche) dei cosiddetti Ato, gli ambiti territoriali ottimali. Sarebbero questi ultimi, per esempio, a determinare quali sono gli investimenti necessari per il miglioramento della rete. E sarebbero sempre gli enti locali a stabilire di fatto le tariffe, nel cui spettro ricadrebbe anche la remunera-

zione dell’investimento sostenuto dai privati.

Non basta. Inutile esporre i dati di realtà. Proprietà delle acque e gestione delle forniture sono cose distinte, ma il populismo antiliberale non vuole sentire ragioni. Il fatto preoccupante è che questa corrente d’opinione si diffonde in modo assai veloce. Diventa sempre più la sola opposizione di sinistra davvero visibile.Assume un ventaglio di opzioni conservatrici in grado di captare il malessere sociale. Difficilmente però si scorge qualcuno degli opinion leader di questa sinistra populista scagliarsi seriamente contro le banche o le centrali della speculazione finanziaria. Lì ci vorrebbe coraggio. Ci si accontenta di opporsi a ogni tentativo di liberalizzazione e di modernizzazione. Esattamente come nel caso dei servizi pubblici locali. In questa difesa dello status quo si registra oltretutto la fatale saldatura del populismo antiliberale di sinistra con il conservatorismo della Lega . E qui si arriva all’aspetto più avvilente della battaglia contro la gestione privata delle acque: la campagna che il Carroccio sta facendo sostanzialmente a favore del sì ha tutte le sembianze della difesa di una lobby. Al Nord il partito di Bossi presidia militarmente le municipalizzate. Ossia quelle società che, con la legge sottoposta a referendum, dovrebbero cedere quote significative del loro capitale. E che in futuro dovrebbero esporsi al gioco della libera concorrenza, in gare d’appalto trasparenti. Nessuno dei promotori sa spiegare come si farà, senza i privati, a reperire quei 60-70 miliardi di euro necessari per tappare le falle della rete e per i nuovi depuratori. Nessuno spiega in che modo potranno intervenire amministrazioni locali vincolate dal patto di stabilità interno. Ma la domanda a cui i neopopulisti dovrebbero prima di tutto rispondere è la seguente: se davvero considerano lo Stato e gli enti locali incapaci di controllare i gestori privati, come possono mai pensa-

Referendum, ecco le nostre scelte re di lasciare tutta la gestione dei servizi proprio nelle mani di questo Stato inefficiente? È tutta qui la contraddizione. I promotori dei referendum giustificano la loro ostilità alla liberalizzazione con la tesi che «il controllato (privato) è molto più forte del controllore (pubblico)». Lo dichiara per esempio il giurista estensore dei due quesiti, Ugo Mattei, in un’intervista pubblicata ieri da Avvenire. Mattei, né altri, sanno spiegare perché mai questa amministrazione pubblica così debole e corrotta sarebbe poi in grado di rimettere in sesto le reti idriche. D’altronde la strategia comunicativa dei referendari è stata chiara fin dall’inizio: giocare con la paura dell’opinione pubblica; far circolare la leggenda secondo cui con l’attuale normativa l’acqua diventerebbe proprietà privata. La grande menzogna pare aver fatto breccia. Sarebbe andata diversamente se solo Bersani avesse spiegato che liberalizzare la gestione è cosa diversa dall’alienare un bene primario. Se c’è un’occasione perduta dal segretario democratico, è proprio questa dei referendum sull’acqua: eppure proprio lui era stato protagonista di qualche generoso tentativo liberalizzatore, da ministro. Più una scorciatoia utile a danneggiare il governo, la strategia sua e del Pd pare piuttosto una resa incondizionata al vento populista che soffia nel Paese.

È solo un’occasione mancata

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SÌ sul legittimo impedimento, legge stravolta per arroganza di Giancristiano Desiderio

l Sì all’abrogazione al legittimo impedimento è semplice da giustificare e spiegare: la legge è uguale per tutti. Lo Stato di diritto si regge o cade su questa uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Anzi, in un regime fondato sullo Stato di diritto l’uguaglianza davanti alla legge è la sola e unica uguaglianza necessaria e concreta. L’altra, quella di cui parla il marxismo prima e il comunismo poi, l’uguaglianza sociale, è tutt’altra cosa: al contrario, è la negazione dello Stato di diritto. Dunque, se vogliamo rimanere nei confini dello Stato di diritto dobbiamo conservare il concetto e il fatto che i cittadini sono tutti uguali da-

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vanti alla legge. Perché allora è stato proposto il legittimo impedimento?

I moderati, che pur hanno avanzato l’idea del legittimo impedimento, non intendevano certo farne uno strumento della casta politica come poi è purtroppo avvenuto. L’idea dello “scudo” era, tutto sommato, semplice, essenziale e andava incontro alla soluzione del sempre presente “caso Berlusconi”. La proposta, che fu anche dell’Udc, era condivisibile nella sua linearità: ci può essere legittimo impedimento per le più alte cariche dello Stato come forma di tutela delle istituzioni che così sono messe al ri-


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Il governo non sa scegliere

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Sarebbe giusto il NO, ma ormai l’Italia ha perso il treno di Riccardo Paradisi

l vero rischio che corre il quesito referendario sul nucleare non è tanto quello di essere invalidato dalle exit strategy elaborate da qualche azzeccagarbugli preoccupato degli esiti del voto sulla scena politica. Il vero rischio è quello d’essere condizionato dalla grande confusione che rende opaco e viziato il dibattito sullo scopo, l’uso, i rischi e le opportunità di questa energia. Confusione principaldovuta mente all’onda emotiva che, come ai tempi di Chernobyl, ha attraversato il mondo dopo il terremoto in Giappone e i danni subiti dalla centrale di Fukushima.

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paro da un’eventuale lotta politica fatta con gli strumenti della giustizia. Il legittimo impedimento termina quando il politico non ricopre più la carica istituzionale. Purtroppo, questa idea dell’impedimento legittimo - che è previsto dallo stesso assetto dello Stato di diritto come una sorta di autodifesa dai suoi stessi poteri - è stata snaturata dal governo Berlusconi che l’ha estesa anche ai ministri facendola così diventare una norma iniqua e odiosa. L’abrogazione, dunque, riporta in primo piano l’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge senza distinzione non solo sociale e religiosa ma anche politica.

zo Chigi. Da un lato la difesa è stata trasformata in un attacco sistematico alla magistratura ed è sfociato in un conflitto istituzionale che solo il Presidente della Repubblica ha impedito che degenerasse fino a diventare insanabile. Dall’altro lato - ed è questo il caso che qui interessa - gli strumenti individuati per consentire al presidente del Consiglio di essere tutelato nella persona e nella funzione sono stati snaturati fino a diventare degli strumenti di alterazione del sistema delle leggi. Un errore, questo, davvero imperdonabile

D i ci a mo l a ver i tà. Nei confronti di Silvio Berlusconi si è condotta una lotta politica fatta con i mezzi della giustizia. Tuttavia, per onorare al meglio la verità, dobbiamo pur dire che lo stesso Berlusconi, con il contributo saliente dei suoi più stretti e fidi collaboratori politici, ha fatto del suo meglio per rovinare le risposte giuridiche e istituzionali che proprio lo Stato gli forniva per tutelare se stesso, la sua forza partitica e naturalmente le istituzioni. In primis, Palaz-

soprattutto perché terribilmente miope. Non è un caso che anche l’elettore berlusconiano per eccellenza, quello che vota sempre e comunque Berlusconi, sente in cuor suo vacillare la sua fede politica

quando si tocca il tasto del legittimo impedimento. Il ragionamento dell’elettore berlusconiano è molto semplice: va bene la difesa delle alte cariche dello Stato, ma perché estendere lo “scudo” anche al governo nella sua interezza? È qui che l’uso diventa un abuso. Intollerabile.

Tanto più intollerabile se si considera che sono milioni i cittadini italiani che hanno a che fare con tribunali, aule di giustizia, pubblici ministeri, avvocati e - che abbiano ragione o torto, siano colpevoli o innocenti (in cuor loro lo sanno) - se la devono sbrigare alla bene e meglio senza poter contare in alcun impedimento. Questa intollerabilità - cioè il fatto che la legge non è uguale per tutti - è diventata un’arma politica e di propaganda nelle mani degli avversari parlamentari ed extra di Berlusconi. Insomma, un argomento della destra politica - la legge è uguale per tutti - è diventato un argomento della sinistra politica per la quale invece la legge è solo la copertura giuridica del potere. Una miopia che merita di essere sanzionata.

Eppure basterebbe una riflessione appena più razionale per uscire dalla stretta dell’allarmismo e per porre mente in termini meno esasperati alla questione nucleare. Margherita Hack a cui si possono dire molte cose tranne che sia un dottor Stranamore della scienza spericolata considera, da ambientalista, che «Siamo già circondati dalle centrali nucleari ma siamo costretti a comprare energia, agli altri perché siamo completamente dipendenti dall’estero e, se ci fosse un disastro in uno di questi paesi noi avremmo tutti i danni senza averne i vantaggi». Si parla dello smaltimento delle scorie, che è indubbiamente un problema molto serio, ma non si dice mai che anche gli impianti fotovoltaici – che hanno una letteratura apologetica e che vengono spesso definiti ad impatto ambientale zero – sono invece composti da materiali che vengono smaltiti in decine di anni. A dimostrazione che ogni scelta ha i suoi rischi e i suoi prezzi anche se il prezzo più alto è sempre quello dell’ignavia, dell’attendismo, del non decidere. Del resto è vero che un conto è parlare di conversione anche solo parziale all’energia nucleare un altro conto è realizzarla effettivamente. Il che non avviene con uno schiocco di dita o un decreto legge. Occorre come dimostrano paesi nuclearisti di antica data, una scelta di sistema questo governo non le avrebbe mai fatte, né tanto meno

quelli successivi. Il nucleare, piaccia o no, è una cosa seria. Come dimostrano Francia e Giappone, una scelta di sistema. Un investimento collettivo e di lunga durata che prevederebbe un lavoro di preparazione sistematico e serio, una volontà politica autentica e, appunto, una base di serenità mentale per valutarne l’impatto. Ecco quando Berlusconi dice che il referendum sul nucleare è ”inutile” forse inconsciamente afferma proprio questo: che cioè verso il nucleare, da quando ci si è fermati nei lontani anni Ottanta, l’Italia non ha fatto nessun passo serio. Detto questo il futuro sta nella diversificazione delle fonti produttive di energia, investendo sulle energie rinnovabili ma senza smobilitare sul nucleare anche perché sarebbe il ricorso a questo combinato disposto a rendere più indipendenti gli italiani dagli idrocarburi, dal loro inquinamento e dal condizionamento geopolitico che essi implicano. Ma queste considerazioni perdono la loro carica persuasiva se immerse nella bolla emotiva che sta spingendo la maggioranza dei votanti a esprimersi contro il nucleare. Del resto sotto la pressione d’un opinione pubblica spaventata il governo italiano non ha difeso la linea della razionaltà in questo in buona compagnia con quello tedesco.

Eppure la svolta antinuclearista della Merkel, avvenuta prima delle elezioni del Baden Wuerttemberg, non è servita alla cancelliera tedesca ad evitare la sconfitta al suo partito, così come la sospensione sull’argomento del centrodestra italiano non ha prodotto come effetto la vittoria del centrodestra alle elezioni amministrative. Insomma una decisione presa non sul binario della razionalità ma dell’emotività piegata, sotto ogni latitudine politica, a logiche strumentali. In questa situazione si ha come l’impressione che non valga nemmeno troppo la pena di esporre un punto di vista con argomenti che tentano di essere razionali e persuasivi mentre intorno tutti fanno rumore.


Per Luigi Crespi «i centristi non si sono ancora organizzati», mentre Nicola Piepoli ritiene indispensabile «cambiare la legge elettorale»

Contrordine, analisti

D’Alimonte spiega che tutte le letture del voto amministrativo erano sbagliate. A cominciare da quelle sulla presunta delusione del Terzo Polo di Franco Insardà

ROMA. Da flop a vittoria c’è evidentemente un’enorme differenza.Tutti quelli che prima delle elezioni amministrative non avevano risparmiato critiche al Terzo polo, prevedendo per la formazione centrista una debacle elettorale, alla luce dei voti espressi dagli italiani, sono stati clamorosamente smentiti. Il professor Roberto D’Alimonte sul Sole 24Ore di domenica ha pubblicato uno studio comparato tra le ultime elezioni e quelle regionali del 2010 che conferma proprio un successo del Terzo Polo. «Occorre prima di tutto precisare - dice D’Alimonte a liberal - che nel mio studio non ho parlato di Terzo Polo, ma di partiti che fanno riferimento a quell’area politica, perché in alcune realtà si sono presentati alle elezioni con liste autonome. Queste formazioni, soprattutto al Sud e nei comuni non capoluogo sopra i diecimila abitanti, hanno ottenuto un buon risultato».

Dalla

radiografia del

voto, infatti, si evidenzia l’aumento totale dei centristi dal 6,4 per cento del 2010 al 9,9 per cento di maggio. Dato che aumenta al 15,8 per cento al Sud (rispetto al 9,8 del 2010), fino ad arrivare al 19, 8 per cento (contro il 10,8 del 2010) nei 51 comuni non capoluogo,

con il 12 per cento (rispetto all’8,9) nei dieci capoluogo. Del risultato del Sud e della Sicilia in particolare si è detto molto soddisfatto Gianpiero D’Alia, coordinatore dell’Udc siciliano che ha annunciato la creazione del coordinamento regionale del Terzo Polo: «Proprio le urne hanno dimostrato che la nostra formazione nell’isola ha una base solida: ci attestiamo intorno al 30 per cento. La linea del Terzo Polo è la linea nazionale di Casini, Fini, Rutelli d’intesa con Lombardo».

E le percentuali ottenute dal Terzo Polo smentiscono le analisi precedenti al voto, ma che non colgono di sorpresa il professor D’Alimonte: «Ad aprile con il mio centro studi (Centro italiano studi elettorali ndr.) avevo già evidenziato questa tendenza. Infatti alla ROBERTO D’ALIMONTE

domanda sulle intenzioni di voto sulle coalizioni il 14,7 per cento aveva espresso la sua preferenza al Terzo Polo. Un risultato contestato da molti, ma che poi rivela una tendenza confermata dal voto».

Per Antonio Valente, amministratore delegato della società di sondaggi Lorien Consulting, evidenzia il Terzo Polo «non soltanto in alcune realtà territoriali ha tenuto, ma laddove si è presentato unito, come a Napoli, Milano, è stato determinante. Nei sondaggi post elezioni il Terzo Polo ne esce rinforzato sia sotto il profilo del bacino, sia per le intenzioni di acquisto. La componente del Terzo che ha aumentato il suo peso è l’Udc, così come l’Api». Tra l’altro lunedì l’istituto di ricerca Crespi Ricerche, diretto da Luigi Crespi, ha presentato l’ultimo sondaggio effettuato sulle intenzioni di voto degli italiani che evidenzia da una parte il centrosinistra in testa con il 44,8 per cento delle preferenze, seguito dal centrodestra con il 41,4 per

«Esiste un disagio nell’elettorato e di conseguenza c’è la ricerca di qualcosa di diverso dai due poli»

cento, mentre il Terzo Polo è dato all’11,3 per cento, con l’Udc al 6,5 per cento, Futuro e Libertà al 3 per cento, l’Api all’1 per cento e l’Mpa allo 0,8 per cento. Il Pdl

LUIGI CRESPI

«Il dato che emerge dal sondaggio di questo mese va messo in relazione anche al fatto che siamo ancora sull’onda emotiva dei ballottaggi, nei quali il Terzo Polo non era impegnato direttamente, e che penalizza un po’ i centristi. Con il premio di maggioranza la presenza del Terzo Polo, di fatto, consegna la vittoria alla Camera al centrosinistra e diventa decisiva al Senato. Facendo oggi una riflessione mininale bisogna tener presente che il Terzo Polo non si è ancora organizzato, non ha un leader e non ha ancora un programma. Ma emerge chiaramente che sarà determinante per le prossime elezioni politiche, considerando che sia il centrodestra, sia il centrosinistra non vivano una condizione di assoluta tranquillità».

«Emerge chiaramente che sarà determinante per le prossime elezioni politiche» è in discesa, ma si conferma prima forza italiana col 27 per cento. Stabile la Lega Nord con il 10 per cento dei consensi. Il Pd cresce al 26 per cento. Sale anche Sinistra Ecologia e Libertà di Nichi Vendola che si attesta all’8 per cento, seguita dall’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro al 5,3 per cento. In crescita anche i Verdi al 2 per cento, e Rc+Pdci all’1,5 per cento. I socialisti di Nencini sono all’1 per cento, così come la Lista Pannella Bonino. Il Movimento di Grillo sale a quota 2,5 per cento. Dati che secondo lo stesso Luigi Crespi confermano il ruolo fondamentale del Terzo Polo in previsione delle elezioni politiche:

Analisi che trova d’accordo anche il professor D’Alimonte: «Nonostante io sia un bipolarista convinto devo ammettere che esiste un disagio nell’elettorato e di conseguenza c’è la ricerca di qualcosa di diverso dai due poli. La campagna elettorale per la Camera con un sistema elettorale come questo, dove si utilizza strumentalmente l’argomento del voto utile, il terzopolismo rischia di contrarsi se


politica L’Istituto di ricerca di Roberto D’Alimonte ha analizzato i voti espressi nelle Amministrative confrontandoli (seggio per seggio) con quelli delle Regionali dello scorso anno. Il risultato è soprendente e dimostra un forte aumento di consensi per il Terzo Polo di Casini, Fini e Rutelli

non riuscirà a darsi un’identità, un leader e delle scelte chiare, ma non avrà molto spazio. In questo scenario invece per il Senato, se non cambia la legge, il Terzo Polo diventa decisivo. Proprio tenendo conto di questa situazione ho la sensazione che Berlusconi tenterà all’ultimo minuto di modificare il sistema elettorale del Senato con la proposta di legge Quagliariello che prevede la ripartizione proporzionale dei seggi su base nazionale e non più regionale. La sfida che aspetta questa formazione è quella di conquistare uno spazio al Nord. Fermo restando che, come ho scritto domenica sul Sole 24Ore, così come il centrosini-

Antonio Valente della Lorien Consulting: «Dove si è presentato unito, come a Napoli, Milano, il Terzo Polo è stato determinante» stra dovrà mettere in campo una proposta convincente, un leader, una coalizione e un programma, la stessa cosa vale per il Terzo Polo.

La pensa in maniera diversa Nicola Piepoli che, pur ammettendo un ruolo decisivo al Terzo Polo, dice: «Si tratta di una funzione negativa, perché può far perdere una o l’altra coalizione. Il loro obiettivo secondo me è quello di vincere, ma per ottenere questo risultato bisognerebbe cambiare la legge elettorale. Passaggio che deve essere legato a una volontà politica semplificatrice per arrivare a una vera democrazia e non essere il paese dei balocchi collodiano». Che si guardi con interesse al Terzo Polo o confermano anche le sollecitazioni che arrivano dai due poli e il nervosismo che alcuni esponenti dei due schieramenti non riesco-

no a tenere a freno. L’ex coordinatore del Pdl Sandro Bondi, in un’intervista al Mattino, ha auspicato un dialogo con Casini, rispettando però «l’autonomia dell’Udc. Dico da tempo che bisogna riconoscere la prospettiva politica di autonomia scelta dall`Udc e da Casini con le elezioni del 2008. Rispettare questa autonomia non significa l’impossibilità di aprire un confronto e la disponibilità a misurarsi sui contenuti, sui singoli provvedimenti di legge e sulle riforme che il governo proporrà al Parlamento. Da qui può nascere qualcosa di nuovo».

E sul fronte opposto Enrico Letta, vicesegretario del Partito democratico, intervistato da “sussidiario.net” , dice: «Serve un attacco a tre punte: con il Pd al centro, Vendola e Di Pietro alla sinistra e il Terzo Polo sul lato destro. Queste elezioni hanno dimostrato che i formalismi e le logiche politiciste non portano da nessuna parte e che le alleanze non si costruiscono utilizzando le sigle politiche come se fossero mattoncini del Lego. Ora serve una riflessione politica e culturale sulla missione che l’Italia ha oggi nel mondo. Per questo dico che dobbiamo aprire nel centrosinistra una discussione sui grandi temi: dalla crescita che ancora non si vede, alle soluzioni per poterla stimolare, fino ai conti da tenere in ordine. A mio avviso è naturale che per fare questo, almeno in una fase iniziale, si possa partire da chi ha fatto opposizione in questi mesi. Non si verificherà più un’alleanza tra 11 o 12 partiti mediopiccoli, ci sarà invece un “partito guida”, il Pd, affiancato da due e tre alleati». Evidentemente di questi tempi il Terzo Polo è un novità che funziona, visto anche il rinascere dell’idea televisiva che la7 sta accarezzando e che l’uscita di Michele Santoro dalla Rai, potrebbe rafforzare.

8 giugno 2011 • pagina 7

Il Carroccio annuncia: «A Pontida comincerà la raccolta di firme»

Ministeri al Nord, lo strappo di Calderoli

Il leghista presenta una legge di iniziativa popolare: e nel Pdl scoppia la polemica. Polverini: «Inaccettabile» ROMA. Quanto sia fragile il patto di Arcore lo si capisce già in mattinata, con il blitz di Calderoli all’ufficio centrale elettorale della Cassazione. Il ministro alla Semplificazione deposita la richiesta per una «proposta di legge sulla territorializzazione dei ministeri e delle altre amministrazioni centrali». Un affronto per il Pdl romano di Polverini e Alemanno, che infatti definiscono subito «inaccettabile» l’iniziativa. Ma anche la prova che il Carroccio ha poche armi a disposizione. Soprattutto non sa come presentarsi al raduno di Pontidia in calendario tra due domeniche. Prova così ad approntare la banderuola dei ministeri: la procedura per la legge di iniziativa popolare aperta da Calderoli, infatti, dovrebbe avere il momento clou proprio nell’annuale raduno lumbàrd. Dovrebbe essere raccolta in quell’occasione gran parte delle 50mila firme necessarie. Ma da qui al 19 giugno può succedere di tutto. E in ogni caso la proposta non sembra sufficiente a placare il malumore della base leghista.

gno o un ancora migliore andamento della lotta all’evasione, dunque, non sarà alla riduzione della aliquote che bisognerà destinare i relativi avanzi di bilancio. Casomai andranno introdotti «tetti vincolanti» alla spesa pubblica. È un perfetto assist per la difesa di Tremonti dalle richieste di Berlusconi e Bossi. Ma è anche vero che il documento approvato dalla Commissione europea indica le possibili misure per il superamento delle «debolezze strutturali» dell’economia italiana. Si potrà stimolare la crescita e rilanciare il Mezzogiorno con provvedimenti che migliorino il «funzionamento del mercato del lavoro» o che introducano una «maggiore concorrenza nel mercato dei servizi». E ancora andrebbero rafforzate le politiche di «sostegno all’innovazione e alla ricerca», così come più «veloce ed efficace» dovrebbe essere l’utilizzo dei fondi strutturali europei.

Nella maggioranza c’è confusione assoluta dopo il nulla di fatto al vertice di Arcore. E ci si è messa pure l’Europa, con il suo assist a Tremonti

Casomai appare chiara la scarsezza di idee con cui sono usciti dal summit di Arcore sia il Pdl che il partito di Bossi. È anche per colmare questo vuoto che gli uomini del Senatùr si aggrappano alle trovate propagandistiche. Sul resto dell’iniziativa di governo invece continua a pesare come un macigno il muro opposto da Tremonti al pressing sul fisco. Nessuna concessione, e così lo stesso Bossi manifesta tutta la sua impotenza nell’appello lanciato dalle pagine della Padania: «Alla fine Tremonti dovrà trovare il modo di ridurre un po’ le tasse per le famiglie e le imprese», dichiara. Ripete alla lettera la frase del Cavaliere sulla riforma fiscale che è «programmata», rispetto alla quale «vedremo cosa si potrà fare». Gioca poi a smarcarsi quando dice che sono «Berlusconi e Tremonti» a dover «trovare la quadra».Tutto pare ridursi ad affermazioni generiche. Molto puntuale è invece l’Europa, che contribuisce a infrangere i sogni del premier e del Senatùr: l’Italia sia «pronta» a prevenire ogni possibile sforamento dei conti rispetto a «quanto programmato per il 2011 e il 2012», si legge in un documento della Commissione di Bruxelles. È un chiaro atto dissuasivo da qualsiasi intervento sulla pressione fiscale: Bruxelles invita a «destinare a una più rapida riduzione del deficit e del debito ogni positivo imprevisto dovesse verificarsi rispetto ai conti dello Stato». Seppure ci fosse un ulteriore calo del fabbiso-

Un pro memoria sulle riforme possibili, utili persino di fronte all’impossibilità di abbassare le tasse. Richiamo che però rischia di perdersi nelle nebbie di un governo e di una maggioranza sempre più confusi. Berlusconi si concentra su altro, per esempio sull’ipotesi di introdurre le primarie nel suo partito. I capigruppo al Senato Gasparri e Quagliariello lo incontrano a Palazzo Grazioli per illustrargli sommariamente le ipotesi allo studio, compresa l’istituzione di un registro dei sostenitori. Se ne parlerà oggi anche al dibattito organizzato da Giuliano Ferrara al Capranica. Ma l’iniziativa di governo è di fatto inesistente. Così alla Lega non resta che rifugiarsi nella raccolta di firme per il trasloco dei travet. Provocazione che peraltro sia Polverini che Alemanno (da Washington) liquidano come un «affronto» alla Capitale, da respingere con durezza. Allarmante è soprattutto una battuta del governatore secondo cui «questa proposta di legge va contro quel progetto di federalismo che ci vede tutti impegnati». Salto logico non chiarissimo, se non come minaccia di suscitare nel Pdl un boicottaggio sulla riforma federale. Ipotesi non del tutto peregrina che qualifica bene il disfacimento della maggioranza. Anche un berlusconiano ortodosso come il sottosegretario alla Cultura Francesco Giro, non a caso, risponde all’iniziativa di Calderoli ricordando che lo stesso ministro «ci darà una mano sul decreto attuativo del federalismo relativo a Roma Capitale». Come a dire che se il Carroccio vuole la sua riforma non dovrà dare dispiaceri a Roma. (e.n.)


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il paginone

Per André Glucksmann lottare per i valori significa prima di tutto lotta

l male del XXI secolo? La corruzione. Non il crollo della morale, non l’assenza di valori certi, non la mancanza di politici specchiati. Tutti questi fattori, casomai, per André Glucksmann, il grande intellettuale e filosofo francese, due volte Legion d’onore (classe 1937 ma di fatto rimasto l’enfant terrible della filosofia che è sempre stato, con quei suoi occhi azzurri che fanno capolino da un caschetto irriverente) sono la conseguenza di un sistema globale, multiforme e completamente deviato: la corruzione per l’appunto. Ma la gente non ne ha la percezione, non quanta dovrebbe averne. Distratta com’è dagli scandali e dal basso profilo che la politica ha scelto di rappresentare in questi ultimi anni. Evidente, vista la tempistica, il riferimento all’affaire Strauss- Khan, l’ex direttore del Fondo Monetario Internazionale accusato di stupro da una cameriera d’albergo a New York. Glucksmann, senza entrare nel merito del processo o dibattere sulla sua colpevolezza o innocenza, non trova che il caso DSK (così è definito in Francia, usando le tre lettere del suo nome) sia emblematico di un rapporto sempre più lasco fra etica e politica? Il fatto che dei politici si comportino male non è una cosa nuova. Nel 1959 l’ex presidente dell’Assemblea Nazionale francese rimase invischiato in uno scandalo rosa con l’accusa di circuire ragazze minorenni. Il processo dimostrò la sua colpevolezza e gli comminò una pena ridicola, meno di un anno. Nulla di nuovo sotto il sole, direbbe Salomone. La novità vera e che impressiona moltissimo è che la gente sia disposta a chiudere un occhio. Tornando a DSK, sono rimasto allibito dalla reazione della maggioranza della gente di sinistra. Che invece di porsi qualche domanda sul suo conto, ha preferito reagire presumendo la sua innocenza. Un atteggiamento che mi piace definire come “religione politica”: è uno dei nostri dunque non è possibile che abbia peccato. Per loro Dsk è ascrivibile solo a nuto per porre fine alla rete di corruziodue categorie: quella di santo (dunque ne fra la Francia e il Nord Africa. E sorvittima di un complotto) o quella di sag- volando pure sul fatto che fosse bigamo. gio (che sa reagire alle avCerto, nello specifico queversità mantenendo un sto resta un fatto privato, ma la scelta di alloggiare autocontrollo pazzesco). all’Eliseo con la sua seIn entrambi i casi c’è una conda compagna non era sorta di riconoscimento accettabile. Eppure nessureligioso e fideistico. E si no ha fiatato, per una sorbadi bene: questa non è un’eccezione. Il culto di ta di infallibilità pontificaMitterand è durato le degli esponenti della sitrent’anni, dimenticando nistra, sia che si tratti di volutamente che quando un presidente in carica era ministro dell’Interno che di un candidato alla scatenò l’ultima guerra copresidenza. Di politici che Il filosofo francese loniale europea (quella di si comportano male ce ne André Gluksmann. Algeria, ndr.); dimenticansono moltissimi, è la tolleIn alto e a destra do che non avesse capito ranza che non è accettabiimmagini delle mafie niente della dissidenza dei le. Per non rimanere all’inmondiali, dall’Italia paesi dell’est; dimenticanterno dei confini francesi alla Cina al Giappone do che non fosse intervepotrei dire che quando Pu-

I

Contro la corruz

Il vero pericolo che corre l’Europa? La mancanza di coraggio e l’incapacità di reagire allo strapotere delle mafie. Che sfidano il potere (o lo comprano) di Luisa Arezzo tin regala un letto a Berlusconi attua al contempo un gesto di corruzione e un ricatto. Ma nessuno fiata. In Germania le cose non vanno meglio: il cancelliere che ha preceduto la Merkel (Schroder, ndr.) era nel consiglio direttivo di Gazprom, ma nessuno ha poi sollevato la questione più di tanto. È questo che mi preoccupa: non tanto la corruzione ma il fatto che il grande pubblico possa avvertirla come accettabile. E attenzione: non è solo la gente comune a passarci sopra, ma anche le persone di cultura, la cosiddetta intellighenzia. Il fior fiore degli intellettuali, in Francia, crede che DSK sia rimasto vittima di un complotto. Gente che dice: «Io lo conosco, non potrebbe

mai agire così», come se Freud e le sue teorie sulla perdita dell’autocontrollo non fossero mai esistite... Ma questo è analfabetismo intellettuale. Su Sarkozy però non reagiscono allo stesso modo, eppure lui non ha mai nascosto che gli piace una vita lussuosa e ricca di piacere. Non a caso è definito il presidente bling bling... È evidente. Agli occhi di chi ragiona in termini di “religione politica” Sarkozy non è altro che un eretico, un apostata. Non si comporta come Chirac o Mitterand, non si nasconde nè è discreto. Quando iniziò la sua relazione con Carla Bruni non scelse di rendere esplicita la sua convivenza portandola a tea-


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tare contro il marciume, viceversa ogni discussione in merito è ipocrita

uzione mondiale tro o all’opera, ma andando a Eurodisney. I francesi rimasero scioccati da un atteggiamento così poco presidenziale, Non accettano che lui si comporti come un cittadino qualunque. E sbagliano, visto che un presidente oggi non deve certo vivere come Luigi quattordicesimo. Mi sta dicendo che lo sostiene ancora? Io ho sostenuto Sarkozy durante le elezioni, è vero, ma per due ragioni. La prima è che, a differenza di Ségolène Royal, era aperto al mondo esterno. Criticava Putin, parlava dei massacri in Cecenia, si spendeva a favore dei diritti umani (cosa che Mitterand o Chirac mai hanno fatto). La seconda per una sorta di igiene mentale. In Francia, esattamente come in Italia e Germania, si presume che un intellettuale non possa che essere di sinistra. Non gli si chiede nemmeno la sua intenzione di voto. È scontata. Ma questo è un errore madornale e non aiuta a riflettere. Eppoi l’idea che la sinistra ha sempre ragione è contraddetta dai fatti: fu Mitterand a scatenare la guerra di Algeria e De Gaulle a porvi fine. Io ho voluto scardinare questa regola aurea mostrando che non bisogna pensare in termini di destra o sinistra, ma solo con

«Quando veniamo a sapere che alcuni capitani di industria guadagnano 198 volte lo stipendio medio di un impiegato, diventa molto difficile parlare di principi» la propria testa. Oggi le mie critiche a Sarkozy sono manifeste, ma perché lui ha cambiato idea. Non dimentichiamoci che la Francia ha venduto quattro navi da guerra alla Russia, la prima vendita di armamenti da parte di un paese della Nato a Mosca. Una vendita che va diret-

tamente a minacciare la Georgia, i paesi baltici, la Romania. Non sono io ad aver cambiato idea, è stato lui. Stessa cosa riguardo agli immigrati. Ho immediatamente contestato la sua posizione verso i Rom: facile prendersela con i più deboli. Mica si è messo contro 5 milioni di africani. La sua è stata una mera mossa politica, peraltro stupida, visto che gli alienerà i voti di molti moderati. Ma lei non crede che la maggioranza dei cittadini europei fra questi evidentemente anche l’Italia - chieda alla propria classe politica una riforma morale? La risposta è complessa. Da una parte abbiamo un’Europa comunitaria ripiegata su se stessa, che si chiude agli stranieri, che vieta le moschee. Direi che un 15% degli europei perde la bussola alla ricerca di un nemico facile. L’immigrato, la globalizzazione, le frontiere. Dall’altra abbiamo un’Europa a cui è mancata la sinistra. O meglio: dove la sinistra non è stata (e non è) in grado di tirar fuori un programma. Non dimetichiamoci che solo nel 1998 13 su 15 governanti Ue erano di sinistra e che furono incapaci di proporre una prospettiva seria. E qui dobbiamo fare un passo indietro: l’Europa, fin dalle sue origini, si è

sempre definita contro. Al principio contro il nazismo, il razzismo, Stalin, la cortina di ferro, le colonie. I suoi governanti venivano da esperienze politiche molto diverse, ma su alcuni valori di fondo si riconoscevano tutti. C’era una unità morale. Oggi questo non esiste più. Dunque il problema non è tanto quello di elaborare valori nuovi, ma di trovare un accordo su come affrontare le avversità. Un esempio per tutti: durante il suo processo, Khodorkovsi (l’oligarca russo arrestato nel 2002 da Putin) ha detto che un pericolo più importante dell’atomica attanaglia il mondo. La corruzione. Ha assolutamente ragione. L’Europa è inondata di soldi e non si capisce né da dove arrivino né dove vadano. Fenomeni fino a pochi anni fa circoscritti, basti pensare alla camorra, oggi sono globali. Un altro esempio: quando la Georgia ha sferrato un colpo mortale alla sua mafia, si è accorta di averla sì estromessa dal Paese ma che essa continuava a governare il mercato dei locali notturni in Spagna. Ecco perché la grande sfida che l’Europa si deve porre è quella della corruzione. Ma come si può contrastare un fenomeno di tale portata? Da come parla lei lascia intendere che la classe politica dominante quanto meno è incapace di farlo, per non dire che è consenziente... Porto un altro esempio: pochi mesi fa la Georgia, consapevole che la sua polizia fosse estremamente corrotta, ha preso una decisione storica e nell’arco di una settimana ha licenziato 20mila persone. Sostituendola con neoassunti - maschi e femmine - dai 18 ai 22 anni. La situazione è incredibilmente migliorata. Ora non posso dire che questo sia attuabile ovunque, ma è chiaro che il margine d’azione esiste. Eccome. La globalizzazione ha soppresso le frontiere, ma non per questo la gente è diventata migliore. Ad esempio è stata internazionalizzata la mafia. Anche quella economica. E voi italiani questo dovreste capirlo più di molti altri. A mio avviso questo è il vero problema dei valori. Per avere un po’ di dignità nella vita, rispettare se stessi e gli altri, bisogna lottare contro la corruzione. Altrimenti si avalla un sistema malato. Nel Ventesimo secolo l’alta politica, in nome della pace ha fatto la guerra. In nome della libertà ha rinchiuso le persone nei campi di concentramento. Un disastro. Lottare per i valori significa prima di tutto lottare contro le avversità e il marciume, viceversa ogni discussione sui valori non potrà che apparire alla popolazione come ipocrita. Un ultimo esempio: quando veniamo a sapere che alcuni capitani di industria - i grandi manager - guadagnono 198 volte lo stipendio medio di un impiegato, diventa molto difficile parlare di valori. Perché non credo si possa dire che qualcuno può valere 198 volte di più di un altro. E se qualcuno vale di più è solo perché è un Leonardo da Vinci, non perché guadagna così tanto.


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mondo

Intanto riprendono i bombardamenti sulla capitale. E il Colonnello invia un nuovo messaggio audio: «Vivo o morto, resto qui»

Gheddafi? Chiuso in chiesa Voci diplomatiche da Italia e Russia avanzano il sospetto: il raìs sarebbe nei sotterranei di un luogo di culto cattolico. A Tripoli di Massimo Fazzi ove si nasconde il Colonnello? Dov’è Muammar Gheddafi? In chiesa, forse. Almeno, è quanto sostengono alcune fonti diplomatiche interpellate da liberal. Fonti che lavorano in Russia e in Italia e che non hanno molti dubbi: «Il raìs libico si è nascosto da qualche settimana all’interno dell’episcopato della capitale». Dove opera e rilascia dichiarazioni di fuoco mons. Giovanni Innocenzo Martinelli, Vicario apostolico di Tripoli. Che nelle scorse settimane, tramite agenzie cattoliche, ha rilasciato interviste e commenti assolutamente contrari all’intervento della coalizione internazionale in Libia. Ad AsiaNews, ad esempio, il presule ha dichiarato lo scorso 2 giugno: «Le bombe stanno diventando il nostro Calvario. Per distruggere Gheddafi, la Nato sta uccidendo decine di innocenti». E ha poi aggiunto: «La Nato resta fedele alle bombe: perché non si cercano altre vie? Sembra che nessuno voglia giungere a una soluzione pacifica del conflitto».

D

Il prelato ha poi fatto notare che a tutt’oggi gli appelli del Papa per una tregua sono stati ignorati, lasciando la popolazione libica in preda a una guerra che sta generando solo odio e divisioni: «Il futuro è incerto – dice il vescovo – l’unica forza che ci resta è quella della fede per capire il mistero di questa sofferenza». Parole forti e comprensibili, da un certo punto di vista. Quanto meno da quello cattolico: la guerra non è mai stata un’opzione gradita alla Chiesa, anche se il Vaticano ha compiuto degli importanti distinguo nel corso non soltanto degli anni, ma dei secoli, che a volte

hanno fatto sembrare la Santa Sede quanto meno vicina alle ragioni dei belligeranti. Per tornare in Libia, secondo mons. Martinelli, a circa un mese dall’inizio dell’operazione Odyssey Dawn [lanciata dalla coalizione internazionale su mandato delle Nazioni Unite con lo scopo di “difendere la vita dei civili libici ndr], la popolazione patisce non solo i bombardamenti, ma anche il clima di divisione che si è instaurato all’interno del popolo libico.

«È un momento di grande sofferenza – spiega – c’è un silenzio assoluto nelle città. Molti villaggi sono ormai vuoti. A Tripoli bisogna fare la fila per prendere la benzina, ma sono ancora disponibili i generi di prima necessità. Molta gente scappa. Hanno paura, per la famiglia, per i bambini, per se stessi». Il prelato sottolinea che la situazione è molto incerta e anche la Chiesa è stata costretta a far evacuare il proprio personale dalle città più colpite. In questi giorni, sono ritornate a Tripoli le suore che operano come infermiere nell’ospedale di Yefrem. Nel dolore provocato dalla guerra, la piccola comunità cristiana, composta soprattutto da lavoratori migranti filippini e africani sub-sahariani, è ancora molto attiva e la sua presenza è un sostegno spirituale anche per i musulmani libici. «Venerdì scorso – racconta mons. Martinelli – si sono fermate in fondo alla chiesa alcune donne musulmane, che chiedevano a noi cristiani di pregare e sollecitare l’intervento del Papa per fermare i bombardamenti e trovare una via per riconciliare questa realtà umana». Il passaggio più interes-

sante, affidato sempre ad AsiaNews, è il seguente: «Solo la diplomazia può risolvere questa situazione – afferma – la guerra non può indurre l’uomo a piegarsi. Anzi bisogna tentare tutte le forme, soprattutto quella del dialogo con il regime». Secondo il prelato la comunità internazionale e l’Italia sbagliano a isolare completamente Gheddafi, dialogando solo con i ribelli, perché non si fa che aumentare la divisione e l’odio.

«Non considerare la possibilità di un dialogo con il governo libico – sottolinea – non è una cosa positiva, per l’amicizia e il futuro della Libia». Quindi, a margine delle ottime intenzioni espresse dal pastore, anche un interesse personale per il ruolo di Muammar Gheddafi. Che tra l’altro è a Tripoli: di questo sono sicuri tutti, non soltanto “voci”della diplomazia: e in effetti, nessun posto migliore di una chiesa per nascondersi. Il Colonnello ha bisogno di “tenere”la capitale, ed è per questo che ha deciso di non emulare alcuni suoi illustri predecessori e lasciare il Paese. Vuole riprendere in ma-

no il Paese, anche a costo di subire la divisione tra Cirenaica e Tripolitania che, al momento, sembra essere la soluzione geopolitica preferita dalle cancellerie occidentali. Che comunque, nel frattempo, continuano con la guerra: ieri la Nato ha continuato a bersagliare la capitale libica Tripoli dove in mattinata si sono avvertite almeno otto potentissime esplosioni ed è stata colpita una caserma della guardia civile. Nel mirino sembra sempre più chiaramente il leader Gheddafi, mentre a Bengasi è giunto l’inviato russo Margelov. Sul terreno, i ribelli guadagnano terreno e si avvicinano alla capitale. Una potente esplosione ha scosso il centro di Tripoli in piena mattina, poco dopo le 10 e 45. È stato solo l’inizio di un vero e proprio forcing che alla fine ha registrato almeno otto potentissime deflagrazioni. La zona colpita è quella attorno alla residenza del leader libico da dove si è vista alzare una spessa e densa colonna di fumo. Un portavoce del governo ha parlato di “vittime” e ha precisato che ad essere colpita è stata una caserma della guardia ci-

Il Cancelliere vola a Washington e viene onorata con una cena di Stato. Libia e Afghanistan in agenda

Merkel-Obama, nuova intesa U di Vincenzo Faccioli Pintozzi

n messaggio ribadito all’ingresso del Cancelliere nella Casa Bianca. Entrando nella residenza presidenziale, la Merkel ha sottolineato come i due Paesi «condividono gli stessi valori di libertà e rispetto dei diritti umani» e come «né Europa né Germania hanno partner migliore degli Stati Uniti». Il cancelliere tedesco Angela Merkel ha passato a Washington due giorni per una visita di Stato che si conclude oggi e organizzata con il chiaro scopo di enfatizzare la stretta relazione tra Germania e Stati Uniti dopo le tensioni che hanno allontanato Berlino e la Casa Bianca in campo libico e di ripresa economica. Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama e il Cancelliere hanno voluto però affrontare tutto l’affrontabile, e hanno messo in agenda questioni delicate come la transizione verso un nuovo governo in Egitto e in Tunisia, la guerra in Afghanistan, il processo di pace in Medioriente, le politiche sull’energia e l’andamento dell’economia globale. Per accogliere la Merkel la diplomazia america-

na ha deciso di utilizzare il protocollo riservato ai capi di Stato, nonostante il Cancelliere tedesco non ricopra la carica più alta della Repubblica federale, quella di presidente. Ieri sera, nel corso dunque della cena di Stato alla Casa Bianca, Merkel ha ricevuto da parte del presidente Obama la massima onorificenza civile degli Stati Uniti: la Presidential Medal of Freedom, la medaglia presidenziale della libertà.

La decorazione del Cancelliere con la presigiosa medaglia è stato il momento più importante della cena, alla quale hanno partecipato anche il marito Joachim Sauer e cinque ministri. Quelli che hanno accompagnato il capo del governo tedesco nei vari incontri politici ed economici che hanno caratterizzato la visita. I cinque sono stati coinvolti nella visita di Stato a causa della vastità e della varietà dei temi sul tavolo dei colloqui. Al fianco di Obama sul versante americano hanno partecipato agli incontri anche il vicepresiden-


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e di cronach

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato Direttore da Washington Michael Novak Consulente editoriale Francesco D’Onofrio

La cattedrale di Tripoli, poi trasformata in una moschea proprio dal Colonnello Gheddafi dopo la sua presa di potere. In basso il Vicario apostolico, Giovanni Innocenzo Martinelli. Nella pagina a fianco, in alto il dittatore libico Muammar Gheddafi; in basso Obama e la Merkel

vile, proprio dirimpetto il complesso dove vive Gheddafi. Un altro raid sulla capitale libica si era già registrato nella notte. Secondo la televisione libica gli aerei Nato avevano colpito il quartiere di al Karama poco prima della mezzanotte. Intanto è giunto a Bengasi l’inviato speciale del Cremlino, Mikhail Margelov. Questa è la prima visita di un responsabile russo nella roccaforte dei ribelli oltre tre mesi dopo l’inizio della sommossa contro il regime.

È un segnale politico e diplomatico importante proprio quando a bengasi sono arrivati anche dei diplomatici cinesi. Pechino aveva annunciato venerdì scorso un primo contatto, risalente ad alcuni giorni prima, tra un diplomatico cinese, l’ambasciatore della Cina in Qatar, Zhang Zhiliang, e Mustapha Abdel Jalil, il presidente del Cnt. Sul terreno, i ribelli si fanno strada verso Tripoli. Al Jazeera ha riferito che i ribelli libici

lare la presa sulla guerra. E questo è molto difficile, fino a che il Colonnello si nasconde. Forse, in una chiesa.

hanno conquistato ieri per la prima volta la città di Yafran, sino ad oggi sotto il controllo delle forze lealiste. Ma questi sono ancora armati fino ai denti e molto agguerriti: soltanto la caduta del proprio leader potrebbe convincerli a mol-

te Joe Biden e il Segretario di Stato americano Hillary Clinton, per una visita che ha di fatto assunto i toni del vertice, come hanno riferito funzionari tedeschi che accompagnano la delegazione. Ora bisogna vedere se il rinnovato accordo fra i due capi di Stato reggerà al confronto di questioni delicate come, appunto, il ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan e la fine del conflitto libico. Sulla questione, Berlino è stata molto chiara e si è pronunciata con forza contro l’intervento armato nei cieli della Libia. Anche se Obama ha precisato che parteciperà alle operazioni della Nato. Da parte sua, la Merkel ha annunciato che il governo tedesco invierà emissari a Bengasi per contribuire all’addestramento delle forze di sicurezza dei ribelli. Obama, invece, ha più volte ribadito – l’ultima in ordine di tempo è l’atteso discorso al mondo islamico dello scorso maggio – che i dittatori «hanno fatto il loro corso» e ora «devono cedere il passo». Al centro dei colloqui, anche la difficile situazione dell’Euro. La situazione economica in Europa «è dura e la crisi di debito in Grecia è significativa», motivo per cui «è necessario compiere passi difficili per risolvere la situazione» ha detto Obama, aggiungendo che «i Paesi dell’eurozona devono necessariamente lavorare assieme». «La Germania sarà un giocatore chiave in questo processo e io sono fiducioso che la leadership tedesca, insieme agli altri attori in Europa, contribuirà a segnare una via che farà ritornare la Grecia alla crescita». Obama, ricordando che «sarebbe disastroso as-

Ora tutto sta a capire se questa indiscrezione è vera o meno. Perché se è vera, ovviamente non si può pensare a un attacco militare “pesante”contro un luogo di culto: è dalla Seconda Guerra mondiale che una chiesa non viene bombardata di proposito, quanto meno dagli eserciti dell’Occidente. Se fosse vera, quindi, servirebbe un’azione di intelligence ben studiata e meglio eseguita, che permetta di prendere il dittatore e portarlo lontano dal suo Paese. In questo modo - già sperimentato con successo in moltissime altre occasioni - si potrebbe spezzare il morale dell’esercito lealista e consentire alla Libia che dice di volere essere democratica di provarci. Sarebbe una soluzione migliore dei continui raid aerei: questi non fanno altro che male.

sistere a una spirale negativa incontrollata», ha detto che «gli europei dovranno decidere come procedere, ci dovranno essere riforme strutturali e investimenti privati, bisognerà trovare un equilibrio». Gli Stati Uniti comunque «ci saranno perché è loro interesse dare sostegno», soprattutto in un contesto «difficile e complicato». Un contesto però rassicurato dalla presenza di Angela Merkel: «Mi fido di lei ed è divertente lavorare assieme, è stato divertente anche oggi pur dovendo affrontare questioni difficili», ha aggiunto il presidente americano che ha poi ricordato come «centinaia di migliaia di posti di lavoro americani» esistano grazie agli investimenti tedeschi negli Stati Uniti.

Obama ha poi fatto sapere, sempre ieri, che sostiene Ban Ki-moon per un secondo mandato alla guida dell’Onu. Obama sostiene «con favore» la candidatura di riconferma. Secondo un comunicato diffuso ieri da Washington «il presidente Obama accoglie con favore l’annuncio di Ban Kimoon di correre per un secondo mandato alla segreteria dell’Onu e gli Stati Uniti appoggiano la sua candidatura. Sotto la guida di Ban le Nazioni Unite hanno svolto un ruolo importante nella risposta alle crisi mondiali, come il sostegno alle transizioni democratiche in Costa d’Avorio e alla popolazione di Haiti colpita dal terremoto, lo svolgimento del referendum per l’indipendenza del Sud Sudan e gli sforzi per risolvere il conflitto libico». Che ancora infuria.

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Continuano gli scontri in Siria: una decina i feriti nella capitale e nei pressi del confine turco. Dubbi sul massacro di domenica

Assad nel mirino dell’Onu La Francia minaccia la Russia: «Se volete difendere Damasco, dovrete passare dal Consiglio di Sicurezza. E lì daremo battaglia» di Antonio Picasso a crisi siriana trova finalmente spazio nelle sedi della diplomazia internazionale. Per quanto i risultati non siano scontati. Ieri a Washington, il ministro degli esteri francese, Alain Juppé, ha definito «morto il processo di riforme a Damasco, dove il presidente Assad ha ormai perso ogni legittimità». La Francia medita di presentare al Consiglio di sicurezza dell’Onu una proposta di risoluzione per la condanna del raìs siriano. «Abbiamo calcolato che almeno undici dei quindici membri sosterrebbero questo documento». Juppé pensa di fare affidamento soprattutto sugli Usa. Oltre che sulla palese indifferenza della Cina. Il responsabile della diplomazia francese si è confrontato con il suo omologo statunitense, Hillary Clinton, dalla quale non poteva che ricevere il plauso. Gli Stati Uniti infatti, all’unisono con l’Unione europea, hanno già imposto una serie di sanzioni economiche e censure politiche alle personalità più in vista del regime. Un ok ulteriore, sebbene non vincolante, è arrivato dall’ex premier britannico,Tony Blair, oggi a capo del quartetto per il Medioriente (Onu, Ue, Russia e Usa), L’ostacolo, per Parigi, viene invece da Mosca. La Russia, partner strategica di lunga data per la Siria degli Assad, non si potrà permettere che il suo più tradizionale affidabile alleato mediorientale venga messo con le spalle al muro. Juppé questo deve averlo intuito.Tant’è vero che, nell’ipotizzare la risoluzione, ha sottolineato che l’iniziativa andrà avanti anche dinnanzi alla contrarietà del Cremlino. «La Russia si dovrà assumere la responsabilità di fronte al mondo di appoggiare un regime sanguinario». A onor del vero, né Medvedev né Putin sono famosi per gli scrupoli morali che si potrebbero porre in tal senso. Per ora, il Cremlino si è limitato a nascondersi dietro le precedenti iniziative diplomatiche che così poco significativamente hanno influito sulle rivolte arabe. «L’esempio della Libia insegna che il ricorso alla forza non porta i risultati sperati», ha dichiarato l’ambasciatore russo al Palazzo di vetro,Vitaliy Ivanovich Churkin. L’astensione di Pechino, a sua volta, può essere dettata dalla mancanza di interessi politici che la locomotiva cinese potrebbe raccogliere dal mantenere in vita il regime.

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Era dai tempi dell’assassinio Hariri – il primo ministro libanese ucciso nel 2005, si presume per mano dei servizi segreti siriani, insieme ad altri ignoti partner – che Francia e Stati Uniti non si mostravano tanto tencemente contrari a Damasco. Questo ha messo drasticamente

in difficoltà la Siria. Le aperture e le riforme appena accennate da parte del presidente Assad – alle quali Sarkozy e Obama avevano creduto – sono crollate miseramente di fronte alle proteste. Del resto, era logico che la primavera araba andasse a colpire uno dei soggetti più imperscrutabili di tutta la regione. Il che rischia di provocare nuovi ribaltamenti di alleanze nella regione. L’Iran non si è fatto attendere nell’accusare di ingerenza Francia e Usa. La comunità internazionale aveva macchinato in ogni modo per slegare Damasco da Teheran. È plausibile che adesso questi sforzi cadano nel vuoto. Dal canto suo la Turchia si trova ancora di più in difficoltà. Le sue ambizioni di farsi mediatrice tra la comunità internazionale e i regimi in crisi

Il governo avrebbe distribuito manganelli e tirapugni d’acciaio ai suoi sostenitori per coinvolgerli nella guerra civile adesso non ha più ragion d’essere. Ankara, per arrivare a Bruxelles, avrebbe sì potuto cavalcare l’onda della primavera araba. Tutto però ha un limite. Specie se questa strategia richiede un confronto con gli Assad, tornati a essere (inevitabilmente) i “cattivi”della situazione. Nello specifico della risoluzione, la bozza francese prevedrebbe la cessazione immediata delle violenze contro i manifestanti, ma soprattutto la cooperazione delle autorità siriane in un’inchiesta a firma Onu sulla presunta violazione dei diritti umani nel corso dei fatti di questi ultimi tre mesi. Sulla base di questa iniziativa, non si capisce quale sarebbe il ricorso alla forza che Mosca condanna. Peraltro, si tratta di un testo

che, da una prima lettura, lascerebbe alle isituzioni di Damasco perfino uno spazio per mantenersi al potere. Il fatto che si chiederebbe loro di cooperare per far luce sugli spargimenti di sangue lascia l’amaro in bocca. Tenuto presente che sono state e sono proprio le forze di sicurezza ad aver orchestrato la repressione in corso.

Vista così, pare che a Damasco si voglia dare ancora un’opportunità. Più che altro perché, a New York, si è consapevoli di non avere alternative. La carta dell’intervento militare, a fianco della popolazione, non si può giocare.Visto il precedente libico. In questo ha ragione la Russia. D’altra parte, è lecito chiedersi quanto possa far tremare i polsi ad

Assad una condanna Onu. Soprattutto se da un lato il resto del Medioriente, Lega araba in testa, non vuole esprimersi contro Damasco, dall’altro con gli sgherri del regime che hanno avviato da tempo le loro ritorsioni. Se non ci fossero un migliaio di morti coinvolti, la situazione siriana sarebbe tragicomica. Altrettanto grottesche suonano le accuse che il governo lancia nei cronfronti dell’opposizione di essere la responsabile del massacro di Jisr al-Shoughour. Resta un alone di mistero, infatti, intorno ai 120 morti scoperti nella cittadina del nord-ovest del Paese, vicino alla Turchia e con 42mila abitanti. I corpi, come si vede nelle foto, indossano tutti le uniformi delle forze di sicurezza e della polizia. Alcuni sembrano essere stati fucilati alla schiena. Damasco sostiene che si sia trattato di una carneficina perpetrata da bande armate di non precisata origine, al soldo dell’opposizione. Non si può escludere l’eventualità di una presenza salafita, per non dire qaedista, che cerca di approfittare della situazione per seminare ulteriore panico


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Scontri di piazza in Siria, dove il governo guidato da Bashar el Assad, figlio del “Leone di Damasco”, ha più volte promesso riforme costituzionali senza però promulgarle. Nella pagina a fianco il presidente siriano: la comunità internazionale ha chiesto al leader siriano di fermare le violenze

Lo Yemen scoppia e nessuno lo aiuta Saleh non rientrerà, ma il Paese scivola (sotto lo sguardo del mondo) verso la catastrofe di Daniel Pipes er la prima volta nella sua storia estremamente lunga, lo Yemen si trova a minacciare il mondo esterno. E lo fa principalmente in due modi. Innanzitutto, ancor prima dell’attuale agitazione politica cominciata il 15 gennaio scorso, la violenza che si è scatenata fuori dallo Yemen aveva già colpito gli occidentali. Per quanto il debole governo del presidente Ali Abdullah Saleh controllasse solo una piccola parte del Paese, la violenza era emersa sia vicino allo Yemen (come gli attacchi alle navi Usa e francesi) che a grande distanza (l’istigazione da parte di Anwar al-Awlaki al terrorismo in Texas, in Michigan e a New York). Con l’apparente abdicazione di Saleh del 4 giugno, quando il presidente si è recato in Arabia Saudita per ricevere cure mediche, il mandato del governo centrale si ridurrà ulteriormente. Lo Yemen è destinato a diventare un esportatore di violenza sempre più grande. Ma è il secondo pericolo che mi sconcerta di più: uno svuotamento senza precedenti dello Yemen, con milioni di profughi senza arte né parte (molti di loro islamisti) e soprattutto non graditi, che si riversano prima in Medioriente e poi in Occidente per chiedere asilo economico. Tutto è cominciato con un deficit idrico, ormai sempre più catastrofico. Nel 2010, Gerhard Lichtenthaler, uno specialista nel campo, scriveva come in molte delle zone montane del Paese la quantità di acqua potabile disponibile,

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nel Paese. Va ricordato però che Jisr alShoughour è già stata severamente colpita dalle ritorsioni di Assad padre nel 1980, quando la volpe di Damasco decise di fare piazza pulita della Fratellanza musulmana che gli minacciava il potere. A questo punto è facile il collegamento tra i fatti di allora e quelli odierni. «Agiremo con la forza per riportare l’ordine», ha detto il ministro dell’interno siriano, Muhammad Ibrahim al-

di solito attinta da una fonte o da una cisterna, fosse scesa a meno di un quarto di litro per persona al giorno. Le falde acquifere, infatti, sono state scavate a un ritmo tale che i suoi livelli sotterranei diminusicono dai 10 a 20 metri all’anno, minacciando l’agricoltura e lasciando le grandi città senza un’adeguata quantità di acqua potabile. Sana’a potrebbe essere la prima capitale al mondo a rimanere a secco. E non solo Sana’a. Come recita un titolo del Times di Londra, lo Yemen «potrebbe diventare la prima nazione a rimanere senza acqua». Nulla di simile è mai accaduto nei tempi moderni, sebbene modelli simili di siccità si siano verificati in Siria e in Iraq. Come l’editorialsita David Goldman sottolinea, le scarse risorse alimentari minacciano di lasciare affamati un gran numero di mediorientali, mentre un terzo degli yemeniti ha patito la fame cronica prima dei disordini. Un numero che sta crescendo rapidamente.

rente elettrica sono la norma quotidiana». L’attività produttiva è proporzionalmente in declino. Se l’acqua e il cibo non hanno dato abbastanza preoccupazioni, lo Yemen ha uno dei più alti tassi di nascita del mondo, aggravando il problema delle risorse. Con una media di 6,5 figli per donna, quasi una donna su sei è incinta in qualsiasi momento. Si prevede che nel giro di trent’anni la popolazione attuale di 24 milioni raddoppierà. La politica esacerba il problema. Se Saleh è storia (troppe forze si sono schierate contro di lui per tornare al potere, inoltre i sauditi potrebbero non lasciarlo partire), il suo successore avrà difficoltà a governare anche l’esigua porzione del Paese che lui controllava. Troppe fazioni con obiettivi opposti sono in competizione per il potere – le forze di Saleh, i ribelli Houthi a nord, i secessionisti a sud, le forze stile al-Qaeda, un movimento giovanile, i militari, le tribù al potere e la famiglia Ahmar – per riuscire a coalizzarsi in un chiaro conflitto binario. In un paese governato da un «sistema tribale mascherato da autocrazia militare», l’anarchia sembra essere uno scenario più probabile della guerra civile, e la Somalia e l’Afghanistan potrebbero essere i modelli. Gli islamisti yemeniti vanno dai membri del Partito

Sana’a presto diventerà la prima capitale senza un goccio d’acqua potabile. Le falde si sono esaurite

La prospettiva di un collasso economico si profila più minaccioso ogni giorno che passa. Le riserve di petrolio sono ridotte al punto che «camion e autobus stanno in coda per ore alle stazioni di servizio, mentre la mancanza di scorte idriche e l’interruzione di corSha’ar. C’è da chiedersi cos’abbia fatto finora.

Ieri su Facebook, negli ormai pochi messaggi sfuggiti alla censura, si leggeva che tutti i dipendenti statali siriani sarebbero stati dotati di una sorta di kit personale per reprimere qualsiasi forma di opposizione. Il governo avrebbe distribuito manganelli e tirapugni d’acciaio, in modo che ogni suo impiegato

possa dare il proprio sanguinoso contributo. Se la notizia è vera, il Baath dimostra ancora una volta un’intelligenza diabolica. Distribuire le colpe della violenza sul capo dei 750 mila impiegati statali potrebbe alleggerire le responsabilità del raìs e della coorte. La tattica di “tutti colpevoli” potrebbe essere efficace. Nel frattempo proseguono gli scontri. Sempre ieri, sono stati contati circa dieci feriti negli episodi di violenza al

Islah, che compete alle elezioni parlamentari, ai ribelli Houthi che combattono le forze saudite, fino ad al-Qaeda nella penisola arabica. La loro crescente forza incrementa “il blocco della resistenza” di stati e organizzazioni appoggiato dall’Iran. Se gli sciiti prevarranno sui sunniti in Yemen,Teheran ci guadagnerà ancor più.

Se combinate, queste diverse crisi – ecologica, economica, politica, ideologica – potrebbero indurre a un tragico esodo di massa senza precedenti dallo Yemen, che porterà a un’epica reazione violenta anti-yemenita. Una nota personale: sono rimasto affascinato dallo Yemen, grazie a un viaggio da me fatto in questo Paese nel 1972 quand’ero studente. Una terra di così difficile accesso al punto che le potenze coloniali hanno solo lambito i suoi margini, è riuscita a mantenere i suoi costumi, tra cui uno straordinario stile architettonico e una peculiare cultura di uomini che indossano il pugnale e che prevede che la maggior parte degli adulti mastichino qat. Può il mondo esterno evitare la catastrofe? No. Il terreno, la cultura e la politica dello Yemen, tutto rende insostenibile un intervento militare; e chi, in questo momento di deficit e austerità, sovvenzionerà la sua economia sconfortante e debole? Né gli Stati si offriranno spontaneamente per accogliere milioni di profughi. La verità è che nel loro momento più buio gli yemeniti sono soli. confine con la Turchia. Collaterali poi sono le rinnovate tensioni nei campi profughi palestinesi. In particolare a Yarmuk, a sud della capitale siriana. I fatti, pur essendo tanto diversi tra loro, nascono dalla palese disattenzione che il mondo ha finora dimostrato verso la Siria. Una disattenzione voluta dai governi occidentali, i quali cercano solo adesso di correre ai ripari, ma che invece persiste presso la Lega araba.


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grandangolo Presentato a Stoccolma il rapporto Sipri per il 2010

Se il mondo si trasforma in un supermarket di armi Il maggior acquirente di ordigni è l’India. Almeno al mercato “ufficiale”. Ma il vero problema è che le crisi locali non accennano a diminuire e perciò le armi continuano a essere merce pregiatissima ovunque. C’è poi tutto quel traffico clandestino al quale fanno ricorso le potenze emergenti: su queste “bancarelle” è arrivato anche il nucleare di Pierre Chiartano onostante la crisi economica globale innescata nel 2008 dal default finanziario, c’è un settore dell’industria che non conosce recessione: è quello delle armi. Lo rivela un rapporto pubblicato dall’Istituto per la Ricerca sulla Pace Internazionale di Stoccolma (Sipri nell’acronimo in inglese Stockholm Internationale Peace Research Institute. Si vis pacem para bellum, se vuoi la pace prepara la guerra affermavano gli antichi romani. E mai detto fu più seguito nel XX e nel XXI secolo dagli eredi del grande impero, gli americani. Complici le tante crisi accese nel Medioriente e in giro per il globo. Nel mondo ci sono più di 5mila armi nucleari operative e le potenze nucleari continuano a investirvi, rendendo la speranza del disarmo alquanto improbabile, almeno nel prossimo futuro.Del resto anche con i trattati Start tra Urss e Usa prima e Russia poi si era voluto dare uno stop alla corsa alle armi atomiche. Che sarebbe servito a smantellare quelle più pericolose, obsolete e inutili. Per cui le notizie che arrivano da Stoccolma non sono certo una novità. «Più di 5mila armi nucleari sono schierate e pronte all’uso, quasi 2mila delle quali sono conservate in un elevato stato d’allerta», si legge nel documento. «Elevato stato d’allerta» significa che sono “vicine” ai vettori di lancio, cioè pronte all’uso. Secondo il Sipri le otto potenze nucleari del mondo (Gran Bretagna, Cina, Francia, India, Israele,

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Pakistan, Russia e Usa) posseggono più di 20.500 testate. Un dato questo sì allarmante vista la grave instabilità politica e sociale di alcune di queste potenze atomiche.

La minaccia rappresentata dalle armi nucleari, secondo le valutazioni dell’Istituto di Stoccolma, grava in modo sempre molto pesante sul mondo, «con le riduzioni annunciate di questo tipo di armamenti compensate in larga parte dal loro ammodernamento e dalla moltiplicazione dei vettori». Lo denuncia la relazione annuale del Sipri pubblicata

Nel mondo ci sono più di 5mila armi nucleari operative e le potenze atomiche continuano a investire nel settore proprio ieri. Inoltre, i cinque stati riconosciuti legalmente come nucleari e firmatari del Trattato di non profilerazione (Tnp) del 1968, vale a dire Stati Uniti, Russia, Gran Bretagna, Cina e Francia, «o dispiegano nuovi sistemi di armi nu-

cleari, o hanno annunciato la loro intenzione di farlo», ha sottolineato il rapporto. Nel gennaio 2011, la Russia possedeva 11mila testate nucleari di cui 2.427 operative, cioè a bordo di aerei, sottomarini o nei silos di lancio missilistici, e gli Stati Uniti ne avevano 8.500 di cui 2.150 dispiegate, secondo le stime del Sipri. Per quanto riguarda India e Pakistan che, con Israele, sono potenze nucleari de facto – non avendo ratificato il Tnp – il Sipri ha sottolineato che queste due nazioni in conflitto continuano a produrre vettori per le loro testate nucleari. Inoltre, Islamabad e Nuova Delhi, da sempre in conflitto tra loro, «aumentano le loro capacità di produrre materiale fissile a uso militare», secondo la relazione. Da parte sua, Israele sorveglia da vicino «l’evoluzione del programma nucleare iraniano». E ci mancherebbe altro viste le continue minacce di cancellare lo Stato ebraico dalle carte geografiche, proferite da Mahmoud Ahmadinejad, presidente del regime sciita. Infine, Sipri ha ricordato che la Corea del Nord, secondo le stime, ha prodotto «plutonio sufficiente per costruire un piccolo numero di testate nucleari», ma è impossibile verificare se Pyongyang di-

spone effettivamente di armi nucleari. Un problema che in tanti hanno tentato di risolvere. Naturalmente sono gli Stati Uniti che nell’ultimo decennio hanno guidato la maggior crescita nelle spese militari. Ma il trend ha investito anche altri Paesi tra quelli emergenti o tra quelli che vorrebbero tornare ad emergere. Infatti nella classifica vediamo Cina, Brasile, India, Russia, Sud Africa e Turchia. La forte crescita economica di queste nazioni le ha fatte diventare leader regionali e custodi della stabilità nella propria area d’influenza.

Hanno tutte intrapreso dei programmi di modernizzazione degli apparati militari molto ampi. Lo studio evidenzia come dal 2001 sia le spese militari che l’andamento salariale nelle forze armate sia agganciato perfettamente all’incremento del Pil in questi Paesi. Sia diventato insomma un elemento strutturale della crescita economica. Assieme a dati interessanti come quelli già esposti ci sono anche alcuni fattori intuibili. L’India a causa dei problemi con il Pakistan nella regione del Jammu e Kashmir ha dovuto incrementare la spesa in armamenti mentre la Turchia che ha visto scemare il pericolo cur-


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I best seller tra fucili d’assalto e armi di squadra

“Oggetti leggeri”. Ma sempre letali el mercato delle armi non contano solo quelle high tech tipo droni volanti, missili intelligentie bombe a guida laser. Ci sono anche le armi leggere d’assalto e le cosiddette armi di squadra e di reparto che alimentano il traffico d’ordigni bellici ogni volta che, dalla Cecenia all’Afghanistan, c’è da combattere una guerra senza divisa. L’arma più diffusa e famosa è sicuramente l’Ak-47 Kalshnikov, derivata da un progetto di fucile d’assalto studiato dai tedeschi del Terzo Reich e poi sfruttato ampiamente dall’industria sovietica dal 1949. Da questo modello, prodotto in circa 100 milioni di pezzi, che ha alimentato centinaia di conflitti, sono derivate molte varianti. Tra queste, solo per citarne alcune troviamo l’Aks, l’Akms e l’Ak-74, arma corta studiata per reparti speciali tipo Spetnaz o per gli equipaggi di veicoli corazzati, dove ci si muove in spazi ristretti. Il calibro in questo caso è il 5,54 che permette di avere caricatori meno voluminosi.

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do legato al Pkk l’avrebbe diminuita. A leggere i quotidiani turchi e a sentire i politici di Ankara non sembrerebbe, ma ciò che conta sono i numeri. La Cina è preoccupata della potenza militare americana e che possa essere esercitata se un giorno Pechino dovesse decidere di passare lo Stretto di Taiwan. L’India da par suo è preoccupata per la crescita militare della Cina, visto anche che fino al 1978, il terrorismo maoista che flagellava gli Stati centrali del subcontinente era finanziato da Pechino. Per non parlare su chi dovrà dominare l’Oceano Indiano. La Russia poi è un puzzle di modernità e modernariato, di efficienza (poca) e di disorganizzazione (tanta) anche in campo militare, con lo spauracchio della Nato e non pochi problemi nel Caucaso a spingere sulla spesa militare. Certamente, sottolinea il rapporto, in Paesi come il Brasile e il Sud Africa, dove i problemi sociali sono ancora in cima all’agenda politica, talvolta le esigenze delle forze armate devono fare un passo indietro e lasciar spazio alle urgenze della popolazione più indigente. Per fortuna. In India dove questi problemi non sono meno gravi però prevale il nazionalismo indù che vede ancora il pericolo del Pakistan islamico, come il fumo negli occhi. Non sempre a torto. Il documento annuale tratta anche del commercio

(nel computo entra anche l’Oceania) supererebbe il 43 per cento dell’ammontare globale. Un dato più che significativo se rapportato al 21 per cento dell’Europa.

Il governo indiano ormai compra quasi tutto dai russi. Ma il maggior esportatore rimane invece l’America di armamenti. Classifica che vede in testa proprio l’India per volume di affari, seguita a ruota da Cina, Sout-Korea e Pakistan, Paesi che alimentano il primato negoziale dell’area asiatica. Nel lungo periodo – i rilevamenti partono dal 2006 al 2010 - le transazioni sarebbero aumentate del 29 per cento rispetto al periodo 2001-2005. L’Asia nel suo insieme

L’India è il più importante acquirente con il 9 per cento del volume globale a tutto beneficio della Russia, primo fornitore, che copre l’82 per cento del fabbisogno di armi di Nuova Dehli. Sempre secondo le classifiche del Sipri, gli Stati Uniti sono in testa ai Paesi esportatori, coprendo un terzo della domanda mondiale. Seguono la Russia (23%), Germania (11%), Francia (7%). Quest’ultima – sempre nel periodo esaminato – ha visto ridursi di un punto il volume dei suoi affari. E si capisce dunque l’attivismo dell’Eliseo sul fronte libico e non solo. C’é una crescente concorrenza tra produttori sulle grandi commesse di Asia, Africa, Sud-America e medio Oriente, ha sottolineato Paul Holton, direttore della sezione Arms, Transfer Program dell’istituto. La Germania ha raddoppiato il volume di affari, anche grazie alla fornitura di navi da guerra ed in particolare di sottomarini, che rappresenta il 44 per cento del valore totale. Creato nel 1966, Sipri è un istituto internazionale indipendente, finanziato al 50 per cento dallo Stato svedese. È specializzato nei conflitti, negli armamenti, nel controllo delle armi e il disarmo.

Il classico calibro 7,65 millimetri invece rende l’Ak-47 un’arma potente per forare blindature leggere e mettere a dura prova i giubotti antiproiettile. Oltre a dare un raggio d’azione notevole per chi sia capace di trasformare in precisione la potenza di sparo. Gli americani durante la guerra del Vietnam scelsero invece un calibro più piccolo il 5,56 dell’M-16. Uno studio della Johns Hopkins University aveva infatti rivelato che la maggior parte delle ferite mortali infliette al nemico avvenivano a breve distanza e a causa della frequenza di tiro. La potenza del proiettile poteva essere sacrificata in favore del minor volume dei proiettili che si traduceva in un maggior numero di cariche da poter sparare. Dell’M-16 sono stati prodotti circa 200 milioni di esemplari. Da menzionare anche il fucile G3 della Heckler e Koch tedesca, sviluppato negli anni Cinquanta dall’industria tedesca e in dotazione a numerose forze armate nel mondo. Grande fortuna per i produttori d’armi sono anche i Rocket propelled granade o Rpg, utilissimi negli ambienti di guerra urbana e come armi anticarro. Le versioni a testata cava permettono di forare anche corazzature notevoli, raggiungendo temperature altissime che fondono la blindatura dei mezzi.


ULTIMAPAGINA L’anchorman va a La7 e la Rai è nel caos: saltano anche le nomine

La parabola di Mr Santoro, dalle polemiche di Francesco Lo Dico opo il seppuku delle comunali, Berlusconi aveva promesso di accelerare sulle riforme. Il vertice ad Arcore doveva produrre soluzioni importanti per il futuro del governo. E infatti, come da minaccia del premier, qualc(uno) s’è finalmente occupato di quel fetido clone televisivo di Pisapia, il ladro di voti che ha strappato tre quarti di Italia al carisma del premier, più noto agli estremisti sotto il nome in codice di Santoro Michele. È arrivata insomma puntuale la cancellazione di Annozero. Nessun editto bulgaro stavolta, ci mancherebbe. L’obiettivo era dare a Santoro quello che era di Biagi: mostrare che il conduttore se n’è andato sua sponte, e con una buonuscita milionaria. Non una becera epurazione, ma un editto consensuale, ecco. Un rimpatrio volontario con biglietto di prima classe. Ritardato dalla goffaggine dell’assistente regista Mauro Masi, finalmente il governo Berlusconi e RaiCinema sono lieti di annunciare il film che tentavano di coprodurre da anni: L’olio di Lorenza. Ricino di alta qualità, naturalmente, da somministrare in separata sede e ad alta resa lubrificante. La stessa benefica sostanza che sarebbe stata difficile da far digerire al cda del servizio pubblico. Prova ne sia che l’allontanamento del conduttore è stato patteggiato in gran segreto tra il direttore generale e lo stesso anchorman di Annozero, passando sopra la testa del consiglio di amministrazione indignato per essere stato scavalcato. Ma i membri del cda Rai non denunciano soltanto l’inaccetabilità del putsch berlusconiano. Ne denunciano anche la sua ridicolaggine.

D

Nel patto siglato da Santoro non è stata infatti allegata Ia clausola di non concorrenza che per un biennio non avrebbe permesso al conduttore di rifareAnno Zero. Sicché il programma campione d’ascolti, potrà continuare a fare sei milioni di spettatori, ma con l’unica differenza che gli introiti milionari generati dal programma finiranno nelle tasche di La7. Un capolavoro di finanza creativa, che non ha

caso ha già bloccato la riunione che domani avrebbe dovuto definire alcune nomine di un certo peso in seno al cda Rai. A conferma della diffusa sensazione a metà tra il raccapriccio e l’imbarazzo, Santoro ha reso noto che viale Mazzini ha annullato la conferenza stampa prevista nei locali dell’emittente pubblica. Sarebbe stato abbastanza degno del dadaismo berlusconiano, includere nello stesso spazio comunicativo Massimo Liofredi, direttore di Raidue che avrebbe dovuto elencare i numeri record di Annozero, e il conduttore di punta della rete che invece avrebbe chiarito i reali motivi che l’hanno indotto ad accettare il divorzio meno consensuale della storia. «Considerata la decisione della Rai di annullare la conferenza di fine produzione prevista questa mattina a via Teulada», ha spiegato ieri il giornalista di Salerno, «saluterò il pubblico e i col-

ricavo di 600mila euro ogni giovedì. Il tesoro più prezioso del palinsesto Rai, in poche parole. Tanto più utile, quanto più si è rivelata disastrosa la corazzata Potëmkin imposta dal Cavaliere a viale Mazzini: dati alla mano, e ancora fantozzianamente, una rara sequela di “boiate pazzesche”. In primis Qui Radio Londra di Giuliano Ferrara, che per fare un giro di seggiolone ogni sera ci costerà 15 milioni di euro per i prossimi tre anni. Trentaduemila euro a orbitazione per un’impresa giudicata impossibile: riuscire a

all’AUDIENCE mettere in fuga un altro milione di spettatori da Rai1, oltre a quelli già allontanati a frotte bibliche dal tg1 dei record (tutti negativi) di Minzolini. In questo caso, non decide il mercato ma la difesa della vera cultura: Ferrara non chiude fino a quando l’ultimo giapponese non lo lascerà a roteare da solo dopo essere morto di inedia. Ed in quota Potëmkin c’è anche recente programma di Vittorio Sgarbi, quattro puntate per 8 milioni di euro di spesa. Esito: chusura al debutto e assegno in salvo. Quanto basta perché Sgarbi abbia potuto accogliere il flop con un sorriso birichino. Il dramma, dunque, non è che Santoro va via. La vera tragedia sono quelli che restano al guinzaglio della Rai berlusconica. Quelli del nuovo format a spese degli italiani: “Hannozero”.

Ogni puntata di Annozero ha portato nelle casse Rai 600mila euro di ricavi a fronte di 200mila euro di costi: il conduttore è stato allontanato nonostante 6 milioni di spettatori e il 20% di share leghi nell’anteprima dell’ultima puntata di domani». Ciò nondimeno, le cautele e la qualità del ricino prescelto per l’attenzionato numero uno della polizia berlusconica, non sono d’aiuto neanche questa volta. Per nascondere la fantozziana gestione del servizio pubblico, ci vorrebbe ben altro che un’intera squadra di direttorissimi minzoliniani. Per oscurare la nitida verità dei numeri di Annozero, non basterebbe neppure una secchiata di quei vasetti per la popò dei bimbi amati da Minzolini. Per restare al 2009, ciascuna puntata del programma di Santoro è costata 194 mila euro e ha avuto in media cinque milioni di spettatori per uno share del 20 per cento. Ma i costi non si sono limitati a essere coperti dai ricavi pubblicitari: la pubblicità ha portato nelle casse dell’azienda il triplo di quanto ha speso per ogni puntata. Più nel dettaglio, ogni inserto pubblicitario di Annozero, della durata di 30 secondi, è stato venduto tra i 59mila e i 66mila euro. Cifra da moltiplicare per cento spot totali, per un A sinistra il disegnatore satirico Vauro. A destra l’editorialista di Annozero, e co-fondatore del “Fatto Quotidiano”, Marco Travaglio. In alto Michele Santoro: dalla prossima stagione, forse, a La7


2011_06_08