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he di cronac

La mia definizione di società libera è un posto dove si è al sicuro anche se si è impopolari A. E. Stevenson

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • MARTEDÌ 7 GIUGNO 2011

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

A Roma un meeting “di svolta” della Fondazione liberal-popolare: un confronto tra politica, cultura e religione

Integrazione, cambiare strada Bonino, Casini e Pisanu insieme: né resa culturale né xenofobia In Europa sono falliti gli opposti modelli del multiculturalismo e della chiusura nazionalista. Al convegno di liberal gli esponenti dei tre poli lanciano uniti la nuova via per l’immigrazione Bossi-Berlusconi: tanto rumore per nulla

Il vertice di Arcore non decide nulla. La Rai invece sì: licenziato Santoro

Niente vicepremier né indicazioni sul nuovo Guardasigilli. Ma intanto scoppia una nuova grana: l’anchorman verso La7

tegrazione degli immigrati». Su questo Emma Bonino, Pier Ferdinando Casini e Giuseppe Pisanu si sono trovati perfettamente d’accordo nel corso del tavola, moderata dal direttore del Messaggero Mario Orfeo. I tre esponenti si sono confrontati sul tema proposto da liberal: «L’integrazione italiana. Il fallimento del multiculturalismo: valori e regole per una nuova cittadinanza». Argomento sul quale, nella prima parte del convegno, hanno relazionato, introdotti da Ferdinando Adornato, Francesco D’Onofrio, il filosofo francese André Glucksmann e il cardinale Gianfranco Ravasi. «Il grande tema è l’integrazione necessaria a costruire una società sui valori condivisi di patria e italianità: un bambino che nasce in Italia deve avere diritto alla cittadinanza italiana»: lo ha detto il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini. a pagina 2

di Francesco D’Onofrio l processo di globalizzazione in atto appare orientato a porre in termini antichi – per noi europei – il rapporto tra libertà individuale e comunità sociale. Non è infatti facile districarsi tra le conseguenze filosofiche che questo problema ha avuto ed ha oggi nel complesso rapporto tra fede e ragione, che ha indotto per molti secoli gli uni a considerare il Medioevo un tempo buio per tutta l’umanità, e gli altri a ritenere che proprio la modernità abbia finito col rinchiudere la religione in un ambito di libertà individuale tendenzialmente privato. segue a pagina 5

I

Dialogo tra Glucksmann e Ravasi

Se il Filosofo e il Cardinale cercano l’Europa «Solo ritrovando il senso di sé, si riuscirà a confrontarsi e ad accogliere gli altri» Luisa Arezzo • pagina 4

Eletto il nuovo capo della Consulta. Oggi la decisione sul nucleare

Quaranta anticipa il sì

Ecco che cosa si può fare subito (a costo zero)

Aumentare l’Iva per diminuire le tasse di Gianfranco Polillo nalisi del dopo-voto all’insegna del massimalismo: Berlusconi contro Tremonti; populismo da un lato, rigore finanziario dall’altro; riduzione della pressione fiscale in alternativa alla tenuta dei conti pubblici. Tra i primi è stato l’Economist a suggerire questa linea interpretativa, in una corrispondenza che trasuda, al tempo stesso, soddisfazione per la sconfitta del Cavaliere e preoccupazione per la mancanza di una reale alternativa di governo. «Silvio snobbato»: già il titolo è significativo del sentimento dell’autorevole settimanale. a pagina 8 gue a (10,00 pagina 9CON EUROse1,00

Ripartiamo dal concetto di persona

ROMA. «Occorre favorire l’in-

Errico Novi • pagina 6

A

UNA TERZA VIA

di Franco Insardà

Il neopresidente: «Vedo difficile bocciare il quesito» A sinistra iniziano le primarie

Gli insulti all’Udc e ai moderati

Bersani/Vendola, via allo scontro

Se D’Alema fa come Berlusconi

di Riccardo Paradisi

di Vincenzo Faccioli Pintozzi

lla direzione nazionale del Pd il segretario Bersani si presenta ancora euforizzato per la sconfitta di Berlusconi e del centrodestra alle amministrative: «Le elezioni hanno riservato al Partito democratico un risultato eccellente, addirittura superiore a quello del 2006». a pagina 10

assimo D’Alema, per un attimo, ha assunto i contorni di quello che dovrebbe essere il suo avversario principale. Perché, nel momento in cui ha accusato di “pigrizie e furbizie” il Terzo Polo, ha riecheggiato le accuse mosse nel tempo da Silvio Berlusconi. a pagina 10

A

I QUADERNI)

• ANNO XVI •

NUMERO

108 •

ROMA. A presiedere la Consulta sarà Alfonso Quaranta: la Corte lo ha scelto contraddicendo la consuedutine secondo la quale veniva eletto il giudice con maggiore anzianità. Oggi la decisione sul nucleare.

Marco Palombi • pagina 11

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

M

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


prima pagina

pagina 2 • 7 giugno 2011

Oltre il multiculturalismo e oltre la xenofobia: un’accoglienza regolata. Ecco la svolta partita dal dibattito di Roma

Una terza via per l’Europa Casini, Bonino e Pisanu dimostrano che se si abbandona il populismo si può trovare una strada seria sia dal punto di vista culturale che economico di Franco Insardà

R OMA . «Occorre favorire l’integrazione degli immigrati». Su questo Emma Bonino, Pier Ferdinando Casini e Giuseppe Pisano si sono trovati perfettamente d’accordo nel corso del tavola, moderata dal direttore del Messaggero Mario Orfeo. I tre esponenti si sono confrontati sul tema proposto da liberal: “L’integrazione italiana. Il fallimento del multiculturalismo: valori e regole per una nuova cittadinanza”. Argomento sul quale, nella prima parte del convegno, hanno relazionato, introdotti da Ferdinando Adornato, Francesco D’Onofrio, il filosofo francese André Glucksmann e il cardinale Gianfranco Ravasi. Per Pisanu il multiculturalismo all’inglese e assimilazionismo francese «non sono modelli definiti di integrazione degli immigrati, ma esperienza storiche che si sono esaurite con gli immigrati di terza generazione. Dobbiamo prender atto che esiste una globalizzazione di fatto e storicamente irreversibile. Il nostro futuro benessere dipenderà dalla capacità di attrarre

e integrare gli immigrati. L’immigrazione sarà uno dei parametri fondamentali ai quali ricorrere per definire i nostri obiettivi di sviluppo, di sicurezza e di coesione sociale, tenendo presente che le

l’integrazione «è necessaria a costruire una società sui valori condivisi di patria e italianità. Lo “ius sol”’ è certamente la scelta di prospettiva della società italiana: un bambino che nasce in Italia deve avere diritto alla PIER FERDINANDO CASINI cittadinanza italiana. ”Attorno al fenomeno immigrazione c’è troppa indifferenza perché c’è troppo populismo, troppa demagogia. Non ci misuriamo con i problemi difficili, ma senza la risoluzione di questi problemi non c’è coesistenza pacifica nella sosocietà saranno multietniche. cietà. In tanti lo stanno afL’integrazione deve essere vi- frontando dalla Merkel a Casta come un grande muta- meron, mentre in Italia siamo in ritardo e se ne comincia a mento che va governato». Sul fallimento del multicultu- parlare e si usa solo come una ralismo Pier Ferdinando Casi- clava, soprattutto in campani ha citato David Cameron: gna elettorale». «Bisogna avere il coraggio di integrare il multiculturalismo Per Emma Bonino , stabilito ha fallito: ecco perché noi il fallimento del multiculturaparliamo di interculturali- lismo sia tedesco che inglese smo». Aggiungendo che per sia l’assimiliazione alla fran-

«Né Londra né Parigi: ripartiremo insieme con un giusto modello d’accoglienza»

cese, occorre utilizzare il termine integrazione «così come abbiamo deciso nel gruppo di nove persone, incaricate dal Consiglio d’Europa, di elaborare un rapporto su come vivere insieme».

Sul piano politico per l’esponente radicale bisogna «avere il coraggio, che non c’è, di dire all’opinione pubblica che degli immigrati c’è la necessità, ce ne sarà sempre di più e il fenomeno è destinato a rimanere. Il incontrario, somma, di “fora de bal”o di “avrete un sindaco che si chiamerà Alì”. Purtroppo il razzismo e la xenofobia prendono radice con grandissima facilità e sono, poi, difficilissime da estirpare. E pensare che lo stesso governo, nel presentare il programma di riforme, scrive a pagina 74 che nel nostro Paese, oltre ai 4.6 milioni di immigrati regolari, ci sarà

bisogno di 250mila immigrati all’anno per i prossimi dieci anni. Con queste premesse è, quindi, necessario non negare il fenomeno e sedersi intorno a un tavolo e cercare una soluzione per l’integrazione. Tenendo presente che, a oggi, non esiste modello al mondo che funzioni. Lo stesso ministro Maroni ha detto che la legge sui flussi migratori è sbagliata. Sarebbe, quindi,

EMMA BONINO

«Il rispetto delle culture altrui non può assolutamente violare i diritti umani fondamentali» opportuno che il governo si comporti di conseguenza».

I tre politici hanno concordato sull’esigenza di «legalizzare il fenomeno, stabilendo


È arrivato il momento di chiarire il senso stesso dell’immigrazione

Se Napolitano sfida la morale degli italiani

Dopo Cameron, anche il nostro presidente ha posto il problema di trovare una nuova via per l’integrazione di Francesco De Felice

ROMA. Un filo comune unisce Giorgio Napolitano e David Cameron: la ricerca di una soluzione alla tragedia dei tantissimi emigranti che ogni giorno arrivano in Europa per sfuggire alle guerre e alla miseria, per i quali spesso la speranza si trasforma in un inferno peggiore di quello che lasciano e molti trovano la morte. A tutto ciò «occorre reagire con forza, moralmente e politicamente», ha scritto Napolitano, in una lettera inviata a Claudio Magris e pubblicata ieri sul Corriere della Sera. Sabato, sempre sul quotidiano di via Solferino, lo scrittore aveva denunciato come, dopo il naufragio al largo della Tunisia del peschereccio partito dalla Libia, le tragedie dei profughi rappresentano una «cronaca consueta» che «non desta più emozioni collettive», provocando «assuefazione che conduce all’indifferenza». diritti e doveri per tutti, grazie alla sacralità della legge. Soluzioni miracolose non esistono e occorre procedere per tentativi, tenuto conto di una questione fondamentale: il rispetto delle culture altrui non

GIUSEPPE PISANU

te fa riferimento alle comuni radici giudaico-cristiane che sono alla base della nostra civiltà. Il minimo comune denominatore sono le regole, ma l’identità è alla base di tutto. L’Europa non è solo perché non ha gli strumenti e non solo perché abbiamo realizzato l’Europa monetaria, ma non quella della politica estera. Non è perché facciamo fatica a identificare quelle che sono le nostre radici. L’incapacità di identificare le radici giudaico cristiane dell’Europa per inserirle nella Costituzione come un punto unificante è emblematico. Non si tratta di una divisione tra credenti e non credenti, ma si tratta di prendere atto che veniamo dalla stessa tradizione e cultura e che non sono respingenti rispetto alle nostre scelte di fede». Ma per Pisanu, che ha citato papa Benedetto XVI «laddove si incontrano popoli e culture diverse è imperativo sviluppare sia la validità universale dei diritti umani, sia la loro inviolabilità e la loro inalienabilità».

«Il nostro futuro benessere dipenderà dalla capacità di attrarre e integrare» può violare i diritti umani fondamentali», come ha precisato la Bonino. E Pisanu ha aggiunto: «Bisogna aggiungere nel nostro tessuto economico-sociale molti immigrati, garantendo almeno la pacifica convivenza, nel rispetto rigoroso del nostro ordinamento e delle nostre leggi». Sui diritti degli immigrati Emma Bonino ha esposto molto chiaramente il suo pensiero: «Chi vive regolarmente, lavora e paga le tasse debba contribuire all’elezione del suo territorio, anche perché responsabilizzare le persone è sempre meglio che emarginarle».

Sull’identità Casini e Pisanu hanno dato una lettura diversa dalla laica Bonino, anche se il leader dell’Udc ci ha tenuto a evidenziare che «la stessa esponente radicale, nel momento in cui si riferisce al rispetto della legge, della democrazia e dei diritti umani fondamentali, inevitabilmen-

Su che cosa è l’Europa Casini e Bonino hanno espresso concetti simili. Per il leader dell’Udc non si può «scaricare sull’Europa responsabilità scomode e impopolari», mentre la Bonino ha insistito sul fatto che «l’Europa è quello che gli Stati membri vogliano che sia. Neppure nel trattato di Lisbona sono state date delle competenze europee sull’immigrazione».

E il presidente Napolitano ha risposto alla sollecitazione, sentita «come rivolta anche a me, come rivolta, di certo, a tutti gli italiani». «Caro Magris lei ha dolorosamente ragione. Tocca noi tutti l’assuefazione alle tragedie dei profughi in cerca di salvezza o di una sopravvivenza meno miserabile che periscono in mare. Le notizie relative ai duecento, forse trecento esseri umani scomparsi giorni fa in acque tunisine non riuscendo a salvarsi da un barcone travolto dalle onde, sono sparite dai giornali e dai telegiornali prima ancora che si sapesse qualcosa di più sull’accaduto. E con eguale rapidità, è sembrata cessare la nostra inquietudine per un fatto così atroce. Non si è trattato - lo sappiamo - di un fatto isolato, ma di un susseguirsi, negli ultimi mesi, di tragedie simili. Ma se in qualche modo è istintiva l’assuefazione, è fatale anche che essa induca all’indifferenza? A me pare sia questa la soglia che non può e non deve essere varcata. Se è vero, come lei dice, che la democrazia è tale in quanto sappia “mettersi nella pelle degli altri, pure in quella di quei naufraghi in fondo al mare”, occorre allora scongiurare il rischio di ogni scivolamento nell’indifferenza, occorre reagire con forza - moralmente e politicamente - all’indifferenza». Per il presidente della Repubblica «la comunità internazionale, e innanzitutto l’Unione europea, non possono restare inerti dinanzi al crimine che quasi quotidianamente si compie organizzando la partenza dalla Libia, su vecchie imbarcazioni ad alto rischio di naufragio, di folle disperate di uomini, donne, bambini. È un crimine lucroso gestito da avventurieri senza scrupoli, non contra-

stati dalle autorità locali per un calcolo, forse, di rappresaglia politica contro l’Italia e l’Europa. Ma è un crimine che si chiama “tratta” e “traffico” di esseri umani, ed è come tale sanzionato in Europa e perfino a livello mondiale con la Convenzione di Palermo delle Nazioni Unite nel 2000. Stroncare questo traffico, prevenire nuove, continue partenze per viaggi della morte (ben più che “viaggi della speranza”) e aprirsi - regolandola – all’accoglienza: è questo il dovere delle nazioni civili e della comunità europea e internazionale, è questo il dovere della democrazia».

Anche il premier britannico. in un discorso a una conferenza sulla sicurezza a Monaco di Baviera all’inizio di febbraio, aveva in pratica sancito la fine le multiculturalismo di Stato, una delle bandiere di Tony Blair. Per Cameron è «tempo di voltare pagina sulle politiche fallite del Paese per prima cosa, invece di ignorare questa ideologia estremista, il governo e la società dovranno affrontarla, in tutte le sue forme. Sotto la dottrina del multiculturalismo di Stato abbiamo incoraggiato culture differenti a vivere vite separate, staccate l’una dall’altra e da quella principale. Non siamo riusciti a fornire una visione della società alla quale le minoranze etniche o religiose sentissero di voler appartenere. Tutto questo permette che alcuni giovani musulmani si sentano sradicati. Invece di ignorare questa ideologia estremista, noi (governi e società) dovremo affrontarla, in tutte le sue forme». Secondo il premier britannico è il momento di passare dalla “tolleranza passiva” del Regno Unito a un ”liberalismo attivo, muscolare”: «Una società passivamente tollerante rimane neutrale tra valori differenti. Un Paese davvero liberale fa molto di più. Esso crede in certi valori e li promuove attivamente. Solo chi crede in queste cose può avere un senso di appartenenza». Chiaro anche il messaggio di Cameron al Vecchio continente: «L’Europa deve svegliarsi e comprender quanto sta succedendo nei suoi Paesi membri dobbiamo essere assolutamente chiari sulla matrice degli attacchi terroristici, ossia sull’esistenza di un’ideologia quale è l’estremismo islamico». Un’ideologia che non ha nulla a che vedere con l’islam, precisa il premier. Una ricerca di una terza via tra il multiculturalismo e la xenofobia che aiuti i tanti migranti a integrarsi con valori e regole.

L’appello del Quirinale contro «l’assuefazione» alla tragedia continua dei profughi che muoiono mentre sono alla ricerca di un possibile futuro


pagina 4 • 7 giugno 2011

l’approfondimento

Nell’ambito del convegno di liberal, i due intellettuali dialogano in cerca del superamento del melting-pot

Il Filosofo e il Cardinale André Glucksmann e Gianfranco Ravasi a confronto sulla cultura dell’integrazione: solo ritrovando il senso di sé, si riuscirà a confrontarsi e ad accogliere gli altri. Su questo, politica e fede possono (e devono) incontrarsi di Luisa Arezzo è un buco nero che rischia di inghiottire l’Europa, tesa come è a cercare di risolvere la sfida che il multiculturalismo - o l’interculturalità, che sta prendendo il suo posto in questo incipit del XXI secolo, pone. E questo buco nero è rappresentato dall’assenza, o forse sarebbe più giusto dire dall’annebbiamento, dell’identità. Sia a livello di singole nazioni che a livello europeo. È questo l’unico punto su cui sembrano convergere le analisi di due intellettuali di primissimo rango, come il francese André Glucksmann, uno dei massimi filosofi viventi e Franco Ravasi, cardinale e presidente del Pontificio Consiglio della Cultura. Un’identità che però per Glucksmann è persa per una sorta di amnesia del Vecchio Continente e che invece per Monsignor Ravasi rimane sospesa fra due estremi: il sincretismo eccessivo e il fondamentalismo. Che dall’incontro fra culture diverse fa emergere il radicalismo e

C’

lo scontro, alienando così ogni possibilità di dialogo concreto e vero fra i popoli. Ma facciamo un passo indietro. Per André Glucksmann la grande difficoltà a trovare una nuova “ricetta” alla sfida che l’immigrazione pone è dovuta al fatto che l’Europa ha perso di vista il nocciolo duro di valori che hanno provocato la sua nascita. E questo ha fatto sì che oggi ogni Paese sia alla ricerca delle proprie radici identitarie a scapito dell’altro. Ecco allora che

l’immigrato è solo il bersaglio più facile su cui infierire, il soggetto più semplice dal quale distinguersi. Ma il passaggio è obbligato: adesso è l’immigrato, domani sarà il vicino di casa. «Assistiamo alla disgregazione dell’Europa - dice il filosofo - che si manifesta con il ripiegamento su delle pseudoradici». Una rincorsa alla cultura d’origine che però, esattamente come lo stesso concetto di multiculturalismo - è figlia dell’ideologia del Diciannovesimo

L’immigrato è solo il bersaglio più facile su cui infierire

secolo, «quando si pensava che la cultura fosse espressione di un territorio, di un governo, di un confine, di una religione».

Oggi non è più così, oggi è miope cercare il senso dell’identità ( e dunque della cultura) in un «gruppetto di valori» che non possono consentire l’incontro vero con l’altro. L’accettazione vera dell’altro. Ma soprattutto, così facendo, viene meno la stessa idea di Europa. Perché il Vecchio Continente si

è unificato non a favore di qualcosa, ma contro dei mali che riusciva a mettere a fuoco. Ha trovato la forza di esistere grazie alla sua opposizione ai nazionalismi, al nazismo, al fascismo e al colonialismo. I padri fondatori - benché venissero da esperienze particolari punto diverse - nel 1945 si sono riconosciuti in una molteplicità di valori chiari. Valori che negli ultimi anni sono stati accantonati, perché considerati superati. «Ma non è così - si scalda Glucksmann - perché quando i grandi della Ue si inginocchiano a Putin, pur consapevoli di non stare a trattare con un santo, si ritrovano automaticamente ad essere sotto ricatto. Cancellano in un colpo solo tutta la loro storia e non potranno mai più essere credibili», né verso i propri concittadini, né tantomeno verso i nuovi cittadini dell’Europa. Ecco allora che più che a un’identità culturale, il filosofo aspira a ritrovare un’identità politica e valoriale che faccia da timone per ogni


7 giugno 2011 • pagina 5

Si deve ripartire da un concetto “umanistico” dell’accoglienza, senza cadere nella tentazione colonialista

Multiculturalismo: la persona tra individuo e comunità

La globalizzazione ha trasformato il vecchio concetto di immigrazione: serve una risposta politica nuova che tenga conto dei mutamenti di Francesco D’Onofrio segue dalla prima Allorché pertanto veniamo a trovarci di fronte alle questioni del multiculturalismo nell’era della globalizzazione, dobbiamo sempre essere consapevoli che la presenza su un medesimo territorio di una pluralità di culture è questione diversa dal fare del multiculturalismo una strategia politica che si fermi alla mera constatazione della presenza di più culture, giungendo persino ad una sostanziale indifferenza dello Stato rispetto alle culture medesime. Se guardiamo infatti al processo di formazione dello Stato nell’Europa continentale vediamo che esso si è caratterizzato per l’affermazione della compresenza necessaria di popolo, territorio e sovranità perché si potesse affermare che si era in presenza di uno Stato in senso europeo continentale. Siamo pertanto portati a rilevare che il multiculturalismo attiene o all’elemento del popolo o all’elemento del territorio, mentre l’elemento della sovranità ha rappresentato per molti secoli proprio l’elemento conclusivo ed essenziale della statualità. Una rigorosa separazione degli Stati tra di loro ha dunque finito col far ritenere che la multiculturalità era sostanzialmente limitata a problemi interni a ciascuno Stato, e mai ad elementi esterni allo Stato medesimo.

Nel corso degli ultimi due secoli si è assistito invece alla progressiva attenuazione della sovranità esterna dei singoli Stati che – soprattutto dopo la fine della seconda mondiale – ha pertanto registrato una crisi crescente. Si tratta dunque di un fenomeno vecchio e nuovo allo stesso tempo. Vecchio, perché ha riguardato la formazione stessa degli Stati europei continentali nel corso di più secoli durante i quali alcuni di essi hanno vissuto in modi diversi l’esperienza del colonialismo. Nuovo, perché il superamento della antica statualità è avvenuto e sta avvenendo in modi anche profondamente diversi come dimostra la storia degli Stati europei negli ultimi sessant’anni. Il processo della globalizzazione pone pertanto alla multiculturalità un insieme di sfide vecchie e nuove: vecchie, perché – come si è detto – popolo e territorio hanno vissuto in modi molto diversi il processo del rapporto tra unità e varietà (basti pensare da un lato, al “meticciato”brasiliano e al “federalismo” statunitense e dall’altro, alle tante esperienze europee continentali e non); e nuove, rappresentate soprattutto dai più recenti flussi di immigrazione non più contenibili in episodi prevalentemente individuali. Emerge pertanto oggi una nuova e complessa questione di identità: diventano infatti sempre più frequenti i casi nei quali convivono sullo stesso territorio identità nazionali e collettive che traggono

origine da società diverse, non sempre rappresentate dalla vecchia idea europea di sovranità statuale. Sorge pertanto in tempi più vicini questo problema del rapporto tra una pluralità di culture non più contenute dentro la “corazza” del vecchio Stato nazionale europeo: questione antropologica dunque in primo luogo. La domanda di fondo che occorre porsi concerne pertanto l’idea stessa di soggetto umano, del suo rapporto con altri

Si deve prendere atto che esiste una cittadinanza societaria dalla quale lo Stato non può prescindere soggetti umani non cittadini dello Stato in cui si arriva, ma soggetti umani certamente parti di rapporti sociali nei luoghi di provenienza: quale rapporto vi è tra l’appartenenza societaria di origine e l’approdo statuale di arrivo? Ed ecco che la questione diventa sociale ed antropologica allo stesso tempo.

La struttura sociale di origine concerne pertanto sia il rapporto di sangue che usiamo di solito chiamare familiare, sia il rapporto di territorio che siamo soliti definire locale e circoscritto. Viene di conseguenza in questione in termini radicalmente nuovi il concetto stesso di cittadinanza. Fino ad ora infatti la cittadinanza ha coinciso con l’appartenenza ad uno Stato, mentre alcune recenti e raffinate costruzioni sociologiche pongono in evidenza proprio il fatto che si deve prendere atto che esiste una cittadinanza societaria dalla quale lo Stato non può prescindere. Viene pertanto in evidenza l’insufficienza progressiva di una qualunque strategia politico-legislativa che intenda far perno esclusivamente sulla antica so-

vranità statuale. Trova pertanto fondamento in questa incompleta analisi teorica la crisi di qualunque modello politico-legislativo di multiculturalità. Assistiamo infatti ad una ricorrente tentazione di rivalutare i rapporti tra diverse culture in termini di superiorità delle une rispetto alle altre. È stata questa la strada del colonialismo; può essere questa la strada di un neo colonialismo, qualora si voglia imporre la propria idea di convivenza ad altre esperienze di convivenza ritenute per loro natura inidonee a concorrere in termini pacifici ad una più larga esperienza di eguaglianza delle opportunità soprattutto economiche. Questione antropologica dapprima dunque; fondamento societario dei rapporti interpersonali in seguito; non discriminazione sulla base della lingua o della religione dei singoli ancora; globalizzazione colonialista o non colonialista infine. Questione filosofica pertanto, perché essa concerne fino in fondo il significato ultimo del rapporto interpersonale linguistico, razziale e religioso. La stagione che siamo soliti definire della globalizazione sta dunque ponendo il multiculturalismo in una luce nuova rispetto al più antico fenomeno dell’immigrazione, e all’ancora più antico fenomeno della nascita dello Stato moderno. È come se venissero in rilievo contemporaneamente tutti i nodi che riguardano l’essere umano considerato in quanto tale. Nella globalizzazione, infatti, è tutto il pensiero europeo ad essere chiamato in causa. Siamo dunque in presenza di una grande sfida planetaria di fronte alla quale è del tutto comprensibile – anche se non condivisibile – un atteggiamento di chiusura e persino di paura rispetto allo “straniero” e al “nuovo”. Tra l’antica tentazione tipicamente francese della assimilazione, e la nuova tentazione sostanzialmente economicistica di una strategia multiculturalistica formalmente neutrale ma sostanzialmente indifferente rispetto alle diverse civiltà, tende a farsi strada – anche se faticosamente – una strategia fondata sulla persona umana, che tende alla interculturalità. Appare dunque necessario un fondamento antropologico che sappia fondare sul principio del reciproco riconoscimento, una politica interculturalistica di sostegno dell’alterità.

scelta e ogni sfida. «Non dimentichiamo che l’Europa non è nata coltivando il proprio orticello, ma aprendosi alla sfida, aprendosi alla globalizzazione. Fin dall’antica Grecia». Abdicare a questo significa, per Glucksmann, aver preso ogni possibilità di rinascita. Ogni possibilità di guidare e non essere travolti dai cambiamenti in atto.

Diversa la linea di pensiero del presidente del Pontificio Consiglio della Cultura. Per il quale l’identità è sì offuscata, ma non perduta. Perché si forgia sempre grazie all’altro. Per Ravasi sono almeno due i registri che consentono di approcciarsi al problema: il primo è tradizionale «È presente già in Tito Livio - dice davanti a una sala piena e attenta - che dice: “la guerra esiste e sempre esisterà fra i barbari e i greci”, ed è un modello che è stato riproposto nel 1996 da Samuel Huntigton nel suo libro sullo scontro di civiltà. Che vede sul tavolo ben 8 culture di fatto divise in 7 contro una, quella occidentale. È il modello dello scontro, ovvero il più facile». Il secondo registro è quello che confonde il multiculturalismo con l’interculturalità. Due categorie che invece non coincidono affatto, «perché la prima è statica, anzi di fatto è il riconoscimento di una semplice coabitazione (e qui calza molto bene l’esempio della città di New York, dove punto separati convivono cinesi, italiani, afro-americani, arabi ed ebrei), il secondo invece è dinamico e prevede il confronto, il dialogo, la tensione». Caratteristiche che presuppongono la necessità - evidentemente anche individuale - di studiare il volto dell’altro e di capire, attraverso quest’ultimo, il senso della propria identità. L’altro dunque, visto come un’opportunità per la persona in primis, e poi anche per lo Stato e per l’Europa. «Questo modello - continua Ravasi - ha una sua grammatica ben precisa, denominata “cosmopolitismo dialogico” da Fred Dallmayr (filosofo tedesco che insegna all’Università dell’Indiana e che alla teoria del clash of civilization di Huntigton contrappone un motivato rifiuto del conflitto a favore del dialogo), ovvero un modello di confronto complesso e delicato». Che certamente pone delle domande importanti, sul rapporto fra fede e politica, fede e scienza e ricerca della verità. Ma soprattutto per Ravasi l’incontro con l’altro, in quella che definisce «la cultura post-tradizionale» non è un duello, ma un duetto. «In musica è possibile - dice il teologo - ed è armonia quando si incontrano un basso e un soprano. Conoscete niente di più diverso?». Ed allora perché non dovrebbe essere possibile anche fra gli uomini?


pagina 6 • 7 giugno 2011

dopo la sconfitta

Tre ore di colloqui (con qualche lite) tra i leader della maggioranza. Poi parla Alfano: «Andremo avanti fino al 2013»

Pdl e Lega, anno zero

Vicepremier e Guardasigilli: il vertice di Arcore non risolve i problemi del governo. Ma intanto scoppia la grana Santoro: la Rai lo licenzia di Errico Novi

ROMA. Di processi Berlusconi ne ha affrontati tanti. Eppure quello che si celebra ad Arcore è un inedito, per due motivi. Innanzitutto perché per la prima volta il Cavaliere vede messa seriamente in discussione non la sua condotta di imprenditore o di cittadino, ma la sua leadership. In secondo luogo perché l’atmosfera del supervertice con Tremonti, Bossi e lo stato maggiore leghista, e con Alfano, è rarefatta. Paradossale. Pesa su tutto una richiesta implicita, un’ipotesi che più di un convitato vorrebbe avanzare: il passo indietro del premier.Vengono messe sul tavolo invece altre ipotesi. Sulla riforma fiscale innanzitutto. Ma è un girare intorno al vero problema. Che sta tutto nella perdita di smalto di Silvio. Nei titoli di coda della vicenda berlusconiana che già sembrano scorrere. Senza però che lui, il leader, si sia davvero risolto a mettere la parola fine. Il paradosso si traduce alla fine nella paralisi. Seppur sia chiaro l’indebolimento della

leadership berlusconiana, infatti, Bossi e la Lega accettano di giocare in difesa e tirare avanti «fino al 2013», come annuncia Angelino Alfano a conclave finito. Nella ridotta c’è spazio solo per una resistenza mediatica ad ogni costo. A cominciare dalla cancellazione di Annozero dal palinsesto di Rai2. Nel pomeriggio, mentre l’incontro di Villa San Martino è ancora in corso, l’agenzia Agi dà notizia che il programma è scomparso dai piani di Viale Mazzini. Pochi minuti più tardi la Rai comunica la «risoluzione consensuale» del contratto con Michele Santoro: «Si è deciso di definire transattivamente il complesso contenzioso tra le parti, altrimenti demandato alla sede giudiziaria».

Non basta a rasserenare il clima nella maggioranza. L’elettricità si riverbera anche in una battuta mattutina di Gianni Letta («sarà una giornata calda non solo dal punto di vista meteo»), il quale più tardi incontra Napolitano e Fini in un convegno su Cavour a Montecitorio e

si intrattiene in brevi colloqui prima con il capo dello Stato e poi con il presidente della Camera. Ad Arcore, nel frattempo, va in scena il vertice degli esordi. È la prima volta di Alfano da segretario politico del Pdl: a parte Gianni Letta, mai era capitato che un dirigente di via dell’Umiltà prendesse parte con un ruolo di peso a un summit tra Berlusconi e Bossi. Un debutto al fianco del Cavaliere: con il difficile compito di fare da punto d’appoggio al capo, piuttosto che in veste di erede al trono. Battesimo del fuoco anche per Renzo Bossi soprannominato (da suo padre) «il Trota»: segno che siamo a un passaggio epocale e il Senatùr tiene a preservare uno spazio per il rampollo. Molto raramente, inoltre, era capitato che Silvio e Umberto si

Ora il futuro sembra essere La7 di Telecom e Stella ROMA. Che fine farà Michele Santoro? E la sua squadra che, fra autori e editorialisti di peso, ha sempre movimentato il giovedì sera della televisione pubblica? La strada più accreditata sembra essere quella che porta a La7. A comunicarlo senza mezzi termini è stato proprio l’amministratore delegato di La7, Giovanni Stella, che - come riporta Il Fatto quotidiano - spiega: «Uno o due fra Michele Santoro, Milena Gabanelli, Giovanni Floris e Fabio Fazio verranno a La7». Se di Fazio e di Santoro si parla da tempo, abbastanza sorprendenti, invece, sono i nomi di Milena Gabanelli – al timone di Report su Raitre – e di Giovanni Floris – conduttore di Ballarò, sempre terza rete Rai. All’accordo, sottolinea lo stesso Stella nell’intervista, «manca un particolare: il voto del Cda Rai. Le porte sono aperte e noi abbiamo un accordo di massima con almeno due conduttori del servizio pubblico. Posso dire che uno o due verranno a La7, ma preferisco usare il condizionale: potrebbero. Vedremo nei titoli di coda chi avrà ragione». Al momento, sembra proprio che l’a.d. del gruppo potrà contare quanto meno su Santoro. E quindi il condizionale, d’obbligo fino a ieri, diventa una realtà importante. Almeno per La7


Il Popolo delle libertà vuole «rifondarsi» senza strappi

incontrassero ad Arcore in pieno giorno. I vertici tra i due trovano di solito nelle ore serali quel tocco di convivialità che stempera le tensioni. Non è così questa volta. Ci si vede alle due del pomeriggio.

Berlusconi si presenta al summit da leader sconfitto. E in fase calante. Nello stesso tempo però il premier ha un punto fermo sul quale non accetta subordinate da parte di Bossi: la legislatura deve concludersi alla scadenza naturale, nel 2013. Non un minuto prima. Dalla delegazione lumbàrd c’è un sì pieno di riserve. Ma sufficiente ad Alfano per comunicare dopo più di tre ore di conclave l’esito felice: «Si è ulteriormente rafforzata la volontà di arrivare a fine legislatura». Affermazione condita con una certa enfasi («si tratta di un’alleanza collaudata e robusta in grado di governare una grande potenza europea come l’Italia») e dall’assicurazione che «il rapporto tra Lega e Pdl, tra Berlusconi e Bossi, è solido». Tanto che «la

Inutile pressing su Tremonti per un taglio delle aliquote: «Si punta al pareggio di bilancio», dice il neosegretario pdl

a rivolgersi con tono dolce al superministro: «Solo lui può combinare al necessario rigore un intervento modulato sulla pressione fiscale». A Villa San Martino se ne parla con poco successo, esattamente come su altri punti all’ordine del giorno: dalla nomina di uno o più vicepremier a quella del successore di Alfano a via Arenula.

Interessante Scajola. Ma dopo Berlusconi

Prima ha cacciato i centristi, adesso li corteggia: ecco una delle contraddizioni di una politica in piena crisi di Giancristaino Desiderio

Sul nodo delle tasse Bossi vorrebbe dare una mano al Cavaliere, ansioso di far breccia nell’impenetrabile muro tremontiano: anche dal Senatùr arriva la richiesta di fare almeno una «ricognizione» sui conti dello Stato per trovare una copertura alla riduzione delle aliquote. Nella visione più onirica ci sarebbe una limatura di un punto per ognuna delle cinque aliquote attuali. In quella più realistica ci si accontenta di trovare lo spazio per il «quoziente familiare». Quanto meno per una sua prima formulazione. Silvio e Umberto sono accomunati anche dalla preoccupazione per la durezza delle verifiche e dei meccanismi di riscossione forzata: nel mirino c’è Equitalia e le procedure spesso sproporzionate rispetto alle somme dovute. Ma su questo Tremonti si era già detto concorde e disponibile a un addolcimento. Di fatto il titolare di via XX Settembre non concede nulla di tangibile. Tanto è vero che lo stesso Alfano sintetizza il capitolo economico del summit in un’affermazione scontata: «Si è confermato l’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2014».

il momento dell’appello. Ora il Pdl cerca prima il dialogo e poi i voti dei moderati. Non accorgendosi così di evidenziare due problemi. Il primo: il Pdl è nato estromettendo i moderati prima e cacciando il co-fondatore Fini poi. Il secondo: il Pdl chiede l’aiuto dei moderati ma senza modificare la forma politica che ha causato la frattura non solo con i partiti ma con la cultura moderata: l’oltranzismo berlusconiano. In altre parole, il partito del capo del governo invece di aprire una fase nuova della politica italiana continua a perseverare nei suoi errori. L’idea di trarsi fuori dalla “sua”crisi semplicemente aggregando, aggiungendo, sommando senza modificare e cambiare, è il segno evidente della debolezza politica del partito di maggioranza (molto) relativa. Il Pdl è simile a quel tale che dovendosi tirare fuori dalle sabbie mobili non trovò niente di meglio da fare che tirarsi il codino. Per il ministro di Grazia e Giustizia è un problema non da poco. Sembra, infatti, che il segretario politico Angelino Alfano, creato proprio per l’occasione, non abbia il compito di uscire dal berlusconismo ma di provare a restarci dentro rafforzandolo. Ma il rafforzamento del berlusconismo è, ormai, una contraddizione in termini. Giuliano Ferrara, che crede in una sorta di ringiovanimento politico di Silvio Berlusconi, crede in un’illusione. Il lifting è già stato fatto.

È questo l’orizzonte

sua fase già degenerata ha più volte teorizzato quello che si può definire il progetto del 51 per cento. Berlusconi in persona si è volutamente auto-ingannato quando ha immaginato di poter fare tutto da solo e di poter avere un partito di maggioranza assoluta. Il presidente del Consiglio ha sistematicamente comunicato agli italiani l’idea che “gli altri”, da Casini a Fini, dànno fastidio, sono un impaccio, creano problemi, non lasciano lavorare. I giornali o di proprietà del premier o vicino al suo pensiero si sono comportati di conseguenza muovendosi tra (falsi) scoop e dossier abborracciati. Dunque - ecco il sillogismo capzioso del premier - se “gli altri” danno fastidio, è meglio eliminarli perché così sono/siamo più forti e posso/possiamo governare senza problemi. Non è importante che questo pensiero megalomane sia e fosse una sciocchezza. Ciò che è decisivo è che la classe dirigente del partito del premier quella cosa che si chiama Pdl - ha assecondato Berlusconi in questa idea cesarista del centrodestra e del berlusconismo. Il pensiero unico di Berlusconi - comando solo io - è diventato l’unico pensiero dei suoi più stretti

È

Il berlusconismo nella maggioranza è in grado di dare stabilità e portare avanti le riforme».

In effetti è questa la sola questione a cui tiene il Cavaliere: non essere giubilato prima del tempo. Vuole evitare che la sua uscita di scena diventi una cacciata ingloriosa. Se riuscisse a completare i cinque anni del mandato, l’eventuale sconfitta alle Politiche, magari riportata da candidato premier diverso, sarebbe meno umiliante. Un orizzonte minimo. Che al vertice di Arcore (a cui prendono parte anche il presidente leghista della commissione Bilancio Giancarlo Giorgetti, il capogruppo Marco Reguzzoni, Aldo Brancher e Niccolò Ghedini) si cerca di riempire con qualche contenuto. Innanzitutto sul tema della riforma fiscale. Prima ancora che il vertice abbia inizio, più di un big del Pdl si espone con sollecitazioni a Tremonti. Prima Brunetta, intervistato da Belpietro, secondo il quale «è venuto il momento di metterci mano». Poi è Cicchitto

della manovra economica, da raggiungere, aggiunge il segretario, «secondo i tempi previsti e i vincoli che l’Ue ci assegna». Riassunto traducibile in un semplice titolo: ha vinto Tremonti, ancora una volta. I numeri sono dalla sua parte. E in termini di contenuto politico, dunque, la “proroga” concessa da Bossi al Cavaliere consiste in un mero tentativo di difesa a oltranza. Così lo stesso guardasigilli uscente deve ammettere che nella riunione è stato fatto solo «un discorso di ordine generale». E che «non era questa la sede in cui parlare di dettagli». Sul «come» andare avanti, insomma, non ci sono idee. Nemmeno sulla successione al ministero della Giustizia: se ne parlerà dopo la modifica allo statuto del Pdl. Nessuna ipotesi sulla nomina dei due vicepremier, che pure nello scorse settimane Bossi era sembrato accarezzare. Solo un catenaccio che consenta di resistere, magari con un tentativo di oscuramento dell’opposizione in tv a cominciare da Annozero.

consiglieri e collaboratori (con la doppia eccezione di Tremonti e Gianni Letta). Il nemico autentico del bipolarismo non è il centrismo, come più volte si è cercato di sostenere, ma l’idea berlusconiana di fare a meno di chi esprimeva dubbi, pensava ad alta voce, sollevava questioni. Il pensiero unico e l’unico pensiero non potevano tollerare altri pensieri, altre espressioni, altre visioni, altre priorità. Non potevano tollerare niente altro. Fa piacere constatare che oggi le cose siano cambiate e che il Pdl è passato dalla convinzione di fare a meno dei moderati alla consapevolezza che c’è bisogno dei moderati. “Gli altri” non sono più un problema ma una risorsa. Non sono più un fastidio di cui liberarsi ma una forza necessaria con cui dialogare per poter governare. Ma se questo è vero - e l’appello ai moderati ne è la prova provata - allora bisogna uscire dall’idea che i moderati servano per rafforzare il berlusconismo. Se avessero voluto fare questo lo avrebbero fatto a suo tempo. Evidentemente, i moderati sostengono un’altra cosa. Eccola.

I moderati ritengono che si debba uscire dal berlusconismo. Il dialogo ha all’ordine del giorno questo tema: l’archiviazione dell’epoca dei governi Berlusconi. Non si tratta di estromettere una persona, ma di prendere atto che è finita una politica. Il tempo di Berlusconi è tramontato. Il Pdl ne prenda atto e diventi finalmente un partito capace di intendere e di volere politicamente. In altre parole, il Pdl deve diventare adulto: il parricidio - se così lo vogliamo chiamare - è qui un atto di crescita e di emancipazione. I partiti nelle democrazie compiute servono a creare cultura di governo e a rendere vive e funzionanti le istituzioni. I partiti sono dei mezzi e non dei fini. Il Pdl è chiamato a fare questo. Lo voglia o no, deve soffrire. Sono i dolori di parto, se ha qualcosa di buono da mettere al mondo. Se soffre invano, sono crisi isteriche. L’analisi fatta ieri da Panebianco sul Corriere è valida soprattutto per il partito del premier che è chiamato a dimostrare di non essere sempre e solo il partito di qualcuno. Per chi la sappia leggere, nella storia di questi anni c’è la risposta ai problemi che il Pdl e Alfano hanno davanti. Il passaggio dal monologo al contraddittorio, di cui ha parlato Ferrara, vale non solo in riferimento agli avversari politici, ma anche per gli alleati. Il Pdl ha in mano le carte: può uscire dal berlusconismo e salvare l’impianto bipolare su base moderata. Oppure imboccare il declino. A voi la scelta.

Il nemico autentico del bipolarismo non è il centrismo, come più volte si è cercato di sostenere, ma l’idea berlusconiana di fare a meno di chi esprimeva dubbi


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dopo la sconfitta

Sulla vera e propria ristrutturazione del fisco non solo il governo si gioca il suo futuro, ma l’intera economia del Paese avrà la possibilità di ripartire. Alcune cose si possono fare senza spese nalisi del dopo-voto all’insegna del massimalismo: Berlusconi contro Tremonti; populismo da un lato, rigore finanziario dall’altro; riduzione della pressione fiscale in alternativa alla tenuta dei conti pubblici. Tra i primi è stato l’Economist a suggerire questa linea interpretativa, in una corrispondenza che trasuda, al tempo stesso, soddisfazione per la sconfitta del Cavaliere e preoccupazione per la mancanza di una reale alternativa di governo. «Silvio snobbato»: già il titolo è significativo del sentimento dell’autorevole settimanale. Segue quindi la relativa specifica. «Giulio Tremonti ha frenato le pulsioni alla spesa facile e gli istinti populisti del suo boss imponendo una forte disciplina fiscale».Tesi che è rimbalzata nelle pagine dei più autorevoli quotidiani italiani: partendo dal Corriere della sera. Con l’eccezione di Libero che tranquillizza e rassicura: «Accordo Silvio-Giulio – ha titolato domenica scorsa – il patto taglia tasse c’è». Vedremo chi ha ragione. Nel frattempo cerchiamo di capire lo stato dell’arte.

A

Presso il ministero dell’Economia sono in attività, da qualche tempo, alcune commissioni che lavorano per la “Grande Riforma”. Vale a dire un riordino generale della complessa materia fiscale e del suo burrascoso passato: una stratificazione di norme, codicilli e circolari che s’è tradotta in un vero e proprio labirinto dove non è facile orientarsi. Un vero e proprio percorso di guerra in cui il contribuente, non solo è costretto a pagare una parcella particolarmente salata – inferiore solo a quella francese – ma rischia trappole mortali, dove un semplice errore burocratico può determinare conseguenze finanziarie sconvolgenti. Di questa giungla è oggi possibile tracciare una mappa seppure con un certo margine di approssimazione. Il merito va ai quei gruppi di lavoro. Una prima analisi ci dice che le agevolazioni fiscali – ma meglio sarebbe dire le complicazioni – che gravano sul reddito di ciascuno sono 476. Esse consentono al contribuente di risparmiare, ogni anno, qualcosa come 161,5 miliardi. Sul gettito complessivo dell’Irpef incidono pertanto per circa il 70 per cento. Dato per molti versi sconvolgente, che dimostra quanto sia poco significativo il riferimento alle aliquote – a questo punto teoriche – previste dalla legislazione fiscale. Natural-

mente questo beneficio si distribuisce in modo tutt’altro che uniforme. Esso è inversamente proporzionale al reddito. Avvantaggia cioè essenzialmente i ceti meno abbienti. Non sarà pertanto facile trovare una giusta formula di compensazione tra riduzione dell’aliquota legale e prelievo effettivo in busta paga.

Tentativo, comunque, necessario. Non ha molto senso terrorizzare gli investitori esteri, con aliquote fiscali da capogiro, se poi la realtà effettiva è ben diversa. Discorso analogo per l’Iva. Da questo tributo deriva il 61,3 per cento delle imposte indirette. Ma anche in questo campo la confusione regna sovrana. L’imposta si articola su tre pilastri: l’ordinaria al 20 per cento e le agevolate, rispettivamente al 10 e al 4 per cento. Già questa frammentazione si presta al gioco dell’evasione. Vi sono contribuenti, infatti, che applicano le aliquote ridotte anche quando non ne hanno titolo. Ed è questa una delle cause non secondarie di quella grande voragine che preoccupa Giulio Tremonti. Circa il 40 per cento dei soggetti d’Iva dichiarano redditi inferiori a 12 mila euro. Indubbiamente un grande scandalo nazionale, ma anche la conseguenza dei troppi fronti aperti nella partita del fisco: con un’Amministrazione costretta a inseguire tutti, invece di concentrarsi sui dati più macroscopici. Sulla necessità di una semplificazione e razionalizzazione – questo il merito di Giulio Tremonti – non vi possono essere dubbi. Il problema è dato dai tempi. Quanto ci vorrà per portare a termine la relativa azione? Non azzardiamo ipotesi, visto quel che rimane della legislatura. Insistiamo, tuttavia, sul fattore tempo. Abbiamo un disperato bisogno di rilanciare l’economia. Gli stessi obiettivi, ben poco ambiziosi, indicati nei documenti governativi, in termini di crescita presunta, sono a rischio. E se non fossero rispettati, la manovra finanziaria, prevista per il 2013 e il 2014, dovrebbe essere, da un lato, anticipata; dall’altro resa ben più pesante. Occorre pertanto operare con celerità, nel rispetto dei vincoli imposti da Bruxelles. Già questa considerazione esclude qualsiasi operazione in deficit. Nessuna finanza allegra. Sul rispetto degli impegni assunti si gioca la credibilità internazionale dell’Italia, sia sul terreno politico che quello finanziario. E allo-

Come intervenire sulle imposte indirette, seguendo l’esempio tedesco

Ecco la riforma (anche etica) delle tasse Aumentare l’Iva sul lusso per favorire l’export e ridurre l’Irpef. A costo zero di Gianfranco Polillo ra? Tre sono le cose da fare: continuare nell’opera di disboscamento della giungla fiscale; impostare finalmente, dopo anni e anni di discussione, una spending review capace di selezionare al meglio le spese dello Stato centrale, anche in vista del federalismo; cambiare il mix delle entrate. Anticipare cioè nei tempi più rapidi possibili quel passaggio – tanto caro

a Giulio Tremonti – dalla tassazione «sulle persone alle cose». In pratica aumentare il peso delle imposte indirette, per ridurre le dirette con una manovra complessiva a saldo zero.

Può sembrare semplice maquillage, ma non è così. Dal punto di vista macroeconomico, tassare i fattori della produzione (salari e profitti) invece

del consumo non è la stessa cosa. Se prevalgono le imposte dirette si scoraggia la “voglia di fare”. Imprenditori che non investono, lavoratori che si impegnano meno e così via. Se si aumentano le imposte indirette, riducendo tuttavia quelle personali, si ha una semplice compensazione. Quel che perdo in termini di aumento dei prezzi, lo recupero grazie alla crescita


dopo la sconfitta

7 giugno 2011 • pagina 9

Oltre a Benedetto XVI, appelli anche dai cardinali Bagnasco e Peter Erdo

Alla Chiesa non basta: «La famiglia venga prima» Da Zagabria il Papa lancia l’ennesimo grido d’allarme: «La politica intervenga a favore dei nuclei tradizionali» di Luigi Accattoli esistere alla “mentalità secolarizzata” che svaluta il matrimonio e promuovere politiche di sostegno alle famiglie: sono le indicazioni proposte dal Papa in occasione della visita a Zagabria (Croazia), dove domenica ha partecipato a un raduno delle famiglie. Una predicazione alta . Ma quello del Papa suona anche oggettivamente come un richiamo per la nostra classe politica – e più ancora per il Governo – nel momento in cui sta decidendo una manovra economica che dovrebbe indurre a optare per delle autentiche priorità. Vedremo se la famiglia sarà tenuta in tale conto, o se essa viene celebrata durante le campagne elettorali e dimenticata regolarmente all’indomani. Non è insolito che Papa Benedetto faccia richiami su questo tema e non solo da Roma ma anche in giro per il mondo. L’ultimo ci arrivò da Barcellona il 7 novembre scorso, quando il Papa aveva alzato il suo grido perché la famiglia fosse «decisamente sostenuta dallo Stato». A Zagabria il Papa ha inserito i suoi appelli in una catechesi di ampio respiro sui compiti della famiglia, che ha svolto con l’omelia della celebrazione di domenica 5 nell’area dell’ippodromo di Zagabria, davanti a 400mila persone. Ecco il richiamo ai politici: «Accanto alla parola della Chiesa, è molto importante la testimonianza e l’impegno delle famiglie cristiane, la vostra testimonianza concreta, specie per affermare l’intangibilità della vita umana dal concepimento fino al suo termine naturale, il valore unico e insostituibile della famiglia fondata sul matrimonio e la necessità di provvedimenti legislativi che sostengano le famiglie nel compito di generare ed educare i figli».

R

Qui sopra, uno dei Suv più frequentemente identificati come campioni di lusso e di consumo: una delle possibili riforme del fisco passa per l’aumento dell’Iva su alcuni beni di consumo del mio reddito netto. Ma non solo. Aumentare l’Iva – perché di questo si tratta – significa, di fatto, operare come se si fosse svalutata la moneta. L’Iva colpisce, infatti, i consumi interni e le importazioni, ma non le esportazioni che ne sono esenti. La manovra si traduce pertanto in un beneficio immediato per la bilancia dei pagamenti, poiché le importazioni diventano più care, mentre le esportazioni non subiscono mutamenti dei prezzi relativi. E gli imprenditori del settore possono beneficiare dello sgravio che l’aumento del gettito delle imposte indirette può finanziare. L’uovo di Colombo.

Talmente evidente che gli altri Paesi hanno adottato da tempo questa misura. L’ha fatto recentemente l’Inghilterra, aumentando l’Iva di due punti e mezzo. Stessa scelta è stata imposta alla Grecia. La Germania – e questo contribuisce a spiegare, almeno in parte, il suo grande successo economico – era già partita nel 2007, con un aumento di 3 punti percentuali e un ritorno inflazionistico (Fmi: Inflation Smoothing and the Modest Effect of Vat in Germany) minimo. E allora perché non imitare queste best practice? Nel caso italiano si può ricorrere a tecniche meno dirompenti. Nell’attesa di una più

ampia riforma del sistema fiscale, si può, intanto, aumentare le imposte indirette su alcuni prodotti: sigarette, giochi, alcol, prodotti di lusso a elevato contenuto di importazioni e così via. Coniugando, in tal modo, etica ed economia. Dai danni collaterali connessi con il fumo, ai fenomeni della “dipendenza senza droga” del gioco d’azzardo, alle notti bianche che distruggono tante vite dei nostri ragazzi. Per non parlare poi dei Suv che inquinano le nostre strade nell’inutile ostentazione di un lusso volgare. Queste misure, unite a tagli mirati per una determinata categorie di spese (pensioni d’invalidità irregolari, riordino delle reversibilità per evitare matrimoni di comodo, stretta ulteriore per alcuni acquisti dei ministeri, e così via) possono, facilmente, consentire di recuperare un punto di Pil: da utilizzare per ridurre il carico delle imposte personali del 6/7 per cento. Misure giacobine? È vero il contrario. In Germania il gettito delle imposte indirette è pari quasi al doppio di quelle dirette. In Italia si verifica l’opposto. Quelle dirette superano del 5 per cento quelle indirette. L’effetto di quest’asimmetria è presto detto: la nostra economia langue, mentre quella tedesca ha il vento in poppa.

ro professionale e casalingo. E invochiamo la sua intercessione perché le pubbliche istituzioni sostengano sempre la famiglia, cellula dell’organismo sociale».

Uno può dire: parlava in Croazia e ai croati, mica agli italiani! Questa scusa non vale e – proprio per escluderla in partenza – il buon Papa aveva fatto un puntuale riferimento al nostro Paese e alla sua carente politica familiare nel telegramma che aveva inviato al nostro Presidente Napolitano uscendo dallo spazio aereo italiano: «Invoco sull’intera nazione italiana copiosi doni di luce e sapienza affinchè continui a riconoscere l’istituto familiare cellula fondamentale della società, sostenendolo con adeguati interventi». Che la Chiesa non ritenga “adeguati” gli interventi previsti nel nostro ordinamento era stato detto ultimamente dal cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei: «Nulla è davvero garantito se a perdere è la famiglia; mentre ogni altra riforma, in modo diretto o indiretto, si avvantaggia se la famiglia prende quota. La denatalità è un’emergenza dai contorni obiettivamente allarmanti». È abituale – da parte della Cei – la richiesta di una “politica organica per la famiglia”che fino a oggi non è stata realizzata né dai governi di Centrosinistra né da quelli di Centrodestra. Più volte i nostri vescovi hanno fatto riferimento, nei loro appelli, a quanto si è realizzato per le famiglie in altri Paesi a sostegno della natalità, ottenendo buoni risultati. Il quoziente familiare o altra provvidenza fiscale a favore della famiglia sono ormai assolutamente urgenti, ma ci si può sperare in presenza di un Governo così ripiegato su di sé e così dedito ai tagli? Siamo partiti dalle parole del Papa venute dalla Croazia e possiamo concludere con un ritorno all’ottica europea, che ci dice come le preoccupazioni dei cattolici italiani siano le stesse dei cristiani di tutto il continente. Ultimamente il presidente del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (CCEE), il cardinale ungherese Peter Erdo, annunciava l’impegno delle Chiese d’Europa a invitare i governi «a mettere in atto delle politiche adeguate ai reali bisogni della famiglia perché possa avere dei figli». Sono parole che si addicono perfettamente al nostro Paese. www.luigiaccattoli.it

A Napolitano il pontefice scrive: «L’Italia continui a riconoscere l’istituto familiare cellula fondamentale della società, sostenendolo con adeguati interventi»

Parole vibranti Benedetto le ha dedicate anche alla difesa del matrimonio insidiato dalle convivenze: «Care famiglie, siate coraggiose! Non cedete a quella mentalità secolarizzata che propone la convivenza come preparatoria, o addirittura sostitutiva del matrimonio!». L’appello alle autorità perché sostengano le famiglie il Papa l’ha rilanciato al momento della preghiera del Regina Coeli, inserendolo in maniera originale in un “atto”di affidamento a Maria di “tutte le famiglie croate”: «Le affidiamo i genitori, i figli, i nonni; il cammino dei coniugi, l’impegno educativo, il lavo-


politica

pagina 10 • 7 giugno 2011

Ci sono state scintille, ieri, tra Bersani e Nichi Vendola. I rispettivi partiti (Pd e Sel) hanno riunito i vertici per valutare il risultato delle elezioni, anche in vista del referendum di domenica prossima. Nella pagina a fianco, il nuovo presidente della Consulta Alfonso Quaranta

Il Pd ha riunito la direzione per analizzare il voto. E la Bindi ha chiamato tutti a raccolta per un «nuovo Ulivo»

«Non siamo in Vendola» Botta e risposta tra Bersani e il leader di Sel: «Adesso vedremo se è affidabile», dice il segretario del Pd. «Accusa pelosa», è la risposta di Riccardo Paradisi lla direzione nazionale del Pd il segretario Bersani si presenta ancora euforizzato per la sconfitta di Berlusconi e del centrodestra alle amministrative: «Le elezioni hanno riservato al Partito democratico un risultato eccellente, addirittura superiore a quello del 2006», sufficiente secondo Bersani, per chiedere le dimissioni del governo. «Il premier dovrebbe presentarsi dimissionario alla verifica parlamentare dato che la maggioranza attuale non è più quella uscita dalle elezioni politiche. Ora la strada maestra sono le elezioni». Bersani ribadisce che i democratici sono «disponibili a considerare le eventuali condizioni per cambiare la legge elettorale» e lancia un messaggio anche alla Lega: «deve sapere che se continua a percorrere la strada che sta percorrendo troverà solo buche».

A

Finchè va all’attacco del fronte avversario Bersani trova solo consensi nel suo partito come nella più vasta area di sinistra. I distinguo arrivano quando si mette a ragionare sull’organizzazione del proprio campo, annunciando che entro fine mese «Ci sarà una direzione sui temi del partito per mettersi all’altezza della situazione». Il segretario democrat nutre grandi ambizioni: «Vogliamo essere il primo partito italiano e il soggetto primario dell’alternativa democratica e riformista. Ci siamo posizionati alla confluenza di movimenti con cui ci siamo sentiti a nostro agio e non siamo stati sentiti estranei. Movimenti di riscossa ci-

Il leader democratico insulta l’elettorato dell’Udc e il Terzo Polo

Caro D’Alema, non fare come Silvio di Vincenzo Faccioli Pintozzi assimo D’Alema, per un attimo, ha assunto i contorni di quello che dovrebbe essere il suo avversario principale. Perché, nel momento in cui ha accusato di “pigrizie e furbizie” il Terzo Polo, ha (volutamente?) riecheggiato le accuse mosse nel tempo da Silvio Berlusconi ai moderati. Il Terzo Polo, ha sostenuto il dirigente democratico, «ha degli elettori che fanno un passo avanti rispetto ai loro dirigenti». Il riferimento è ai ballottaggi, dove sono stati proprio i moderati a spezzare il monopolio berlusconiano nelle amministrazioni locali e che, con il loro voto, hanno dimostrato una volta di più di essere determinanti nella politica del Paese.

M

Le accuse di D’Alema rischiano di avvicinare l’autore verso la stessa fine di chi, come Berlusconi, diceva che «un conto è Casini e un altro so-

no gli elettori che non possono che stare con il centrodestra». Errore fatale per il Cavaliere. Errore fatale per D’Alema? Al momento, recuperabile.

Ma ovviamente non si può pensare di continuare a dialogare con i moderati se, agli avvicinamenti similMacerata, si accostano poi accuse non soltanto infondate, ma anche talmente vecchie che puzzano di stantio. Se non si tiene conto che una gran parte dell’elettorato non ha intenzione di lasciare l’unica area politica che ha detto di “no” al dominio berlusconiano senza allearsi con la sinistra, ed è rimasta viva e vegeta nel panorama italiano, è difficile potersi sedere al tavolo delle trattative anche soltanto per esperimenti locali. Insomma, nel tramonto di questo bipolarismo si devono mettere da parte le frecce avvelenate e tornare a parlarsi. Possibilmente di Italia.

vica con cui noi ci sentiamo a nostro agio. Una potenzialità da consolidare».

Sarebbero i movimenti che poi hanno espresso ed eletto Pisapia a Milano e De Magistris a Napoli. Movimenti e spinte con cui il Pd s’è trovato a suo agio dopo essere stato sconfitto alle primarie. L’euforia produce rimozioni evidentemente anche se Bersani deve provarci a trasformare il Pd nel baricentro d’un campo di forze per l’alternativa di governo. Tanto che, arrivando al tema spinoso delle alleanze, parla dell’obiettivo di rafforzare il dialogo con tutte le forze di opposizione, «senza tuttavia accettare derive estremistiche a sinistra, come ad esempio sulla politica estera», mentre al Terzo polo sollecita «scelte di responsabilità». Di Nichi Vendola Bersani dice: «È un al-

I democratici, secondo la presidente, «devono stare al centro del centrosinistra» senza andare verso i moderati leato di cui ancora si deve verificare l’affidabilità». Ma il centralismo democratico del Pd suscita meno timori e rispetto di quello del suo lontano antenato. Bersani ne avrà cognizione dopo qualche minuto dalla stoccata a Vendola, quando arriverà la velenosa risposta del governatore pugliese. Intanto nella strategia per l’egemonia sull’opposizione Bersani fa rientrare anche l’impegno referendario: il segretario annuncia 4 si e garantisce massimo impegno del partito. Con


politica

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Salta la consuetudine di indicare il più anziano in carica: scelto un nome «gradito» al Pdl

Quaranta va alla Consulta. E dice subito sì al referendum

Nominato il presidente della Corte. E oggi sarà presa la decisione definitiva sul ricorso del governo contro il quesito sul nucleare di Marco Palombi

ROMA. C’era una volta, diceva il Cavaliere, la Corte costituzionale in mano ai comunisti. Da ieri, pare, non è più così visto che i giudici della Consulta hanno eletto come loro trentacinquesimo presidente Alfonso Quaranta, giurista assai ben visto in zona Pdl: non solo infatti la sentenza che mantenne il segreto di Stato sul caso Abu Omar, scritta dalla toga campana, diede ragione a Silvio Berlusconi contro la Procura di Milano, ma anche uno dei tre voti (su 15) favorevoli alla costituzionalità della legge sul legittimo impedimento è considerato suo da alcuni rumors di palazzo. Per i curiosi – ma siamo in terra incognita, perché la nostra Corte non rende pubblici i voti di minoranza - gli altri due dovrebbero essere Luigi Mazzella e Paolo Maria Napolitano (ma anche Alfio Finocchiaro è tra i “sospettati”), assurti agli onori delle cronache per una cena tenuta a casa del primo, presente il secondo, col Guardasigilli Angelino Alfano e il Cavaliere in persona. Oltre a queste legittime scelte giuridiche, però, il nostro ha avuto anche un incrocio pericoloso con l’attuale governo: il ministro Altero Matteoli ha infatti nominato suo figlio Alessio a capo dell’Enac nel 2009 e poco dopo la Consulta s’è trovata a decidere su un conflitto d’attribuzione tra la Camera e il Tribunale di Livorno proprio su un processo al ministro delle Infrastrutture (aveva avvertito un indagato dell’inchiesta). Per la cronaca, i giudici diedero ragione al Parlamento – una rarità – ma pare che in quell’occasione Quaranta si sia astenuto.

rocratico. Ieri, infatti, i giudici della Corte hanno deciso di non tener conto di un criterio usato con regolarità per scegliere il presidente di turno: l’anzianità di carica, grazie al cui automatismo si erano evitati per anni divisioni e contrasti tra i giudici delle leggi. Risultato: dieci voti per il giurista campano e tre schede bianche (assente per motivi di salute Maria Rita Saulle, ancora vacante il posto dell’ex presidente Ugo De Siervo). «La Consulta evidentemente ha optato per una presidenza lunga», ha spiegato lo stesso Quaranta: il nostro, infatti, “scadrà” il 27 gennaio 2013 e potrà governare sulla Corte per quasi due anni, mentre il candidato naturale – Paolo Maddalena, da ieri vicepresidente vicario – sarebbe decaduto dall’incarico a luglio e il numero 2 per anzianità, Alfio Finocchiaro, vice anche lui, a dicembre di quest’anno. «Questa mia elezione – ha detto ancora il neopresidente – fa giustizia di ogni illazione sulla presunta politicizzazione della Corte, che spero cessi», insieme «alle interferenze sull’autonomia» dei giudici dalle leggi. Quaranta, va specificato, non si riferisce a pressioni o interferenze della politica, ma proprio alle notizie di stampa su orientamenti, preferenze e rapporti all’interno della Consulta che hanno preceduto la sua elezione. Come che sia, la prima uscita pubblica del nostro ha destato già sorpresa: «Personalmente non credo sia nei nostri poteri bloccare il referendum sul nucleare, comunque questa decisione sarà sottoposta all’esame specifico della Corte, che domani (oggi, ndr) ascolterà le parti e deciderà con estrema rapidità». Quaranta, in sostanza, ha anticipato di non ritenere fondata la tesi dell’Avvocatura dello Stato che, su impulso del governo, ha presen-

Le prossime decisioni dei giudici saranno sui conflitti d’attribuzione sui casi Ruby e Mediatrade

Comunque, che a palazzo Chigi siano felici o no, il 75enne Quaranta da ieri presiede il massimo organo giurisdizionale della Repubblica: ma la sua elezione non è stata il solito passaggio buun occhio a Bologna – dove il Pd ha vinto al primo turno ma i grillini hanno preso il 10% dei voti – lamenta anche gli eccessivi costi della politica, annunciando che a breve ci saranno proposte organiche del partito. Lungo queste direttrici di marcia Bersani vuole fare del Pd il primo partito italiano. Tanto più che secondo la sua analisi «Il risultato delle amministrative ci dice che il Pd non è una ipotesi da verificare, nè un fragile campo di forze sottoposta alle intemperie. Siamo il soggetto riformista che volevamo e che intendiamo rafforzare». Massimo D’Alema approva ma precisa: «Dobbiamo rafforzare il profilo di governo del partito». Beppe Fioro-

ni – ecco i distinguo – è meno ermetico: «il Pd è un partito che rischia di soggiacere alle sirene dell’estrema sinistra. Stiamo attenti a non ricadere all’indietro con messaggi paleo-anticapitalistici e sogni di governo di sinistra anche perché Sel e Idv alle ultime elezioni hanno comunque registrato risultati elettorali modesti». Per Rosy Bindi l’uovo di colombo è invece proprio l’Ulivo redivivo: «Il partito deve stare al centro del centrosinistra senza pensare di andare verso i moderati rompendo la nostra coalizione».

Solo che la santa alleanza si presenta già come un problema piuttosto che come una soluzione. Nichi Vendola rispedi-

tato una memoria in cui chiede di stralciare il referendum sull’atomo perché – dopo il dl Sviluppo – la Cassazione l’ha ammesso ma cambiando il quesito su cui furono raccolte le firme (per la Suprema Corte, infatti, il recente decreto in realtà lascia comunque la porta aperta “nell’immediato” ad un nuovo piano per il nucleare). La decisione è attesa per oggi o al massimo domattina, ma quanto sostenuto a caldo dal presidente non sembra lasciare molte speranze alle volontà censorie dell’esecutivo.

Questa, però, non è certo la decisione più controversa che la Consulta si troverà prendere a breve e per questo i boatos sulla“politicizzazione”dei giudici sono destinati a rincorrersi: il 6 luglio la Corte presieduta da Quaranta dovrà esprimersi sul padre di tutti i conflitti d’attribuzione, quello sul caso Ruby sollevato dalla Camera visto che il premier «la credeva nipote di Mubarak»; il 20 settembre i magistrati delle leggi dovranno decidere sulla costituzionalità di alcuni punti della normativa sulla fecondazione assistita; il 5 ottobre ci sarà un nuovo conflitto d’attribuzione riguardante il presidente del Consiglio, quello sollevato da palazzo Chigi contro il Tribunale di Milano per il caso Mediatrade, in cui Berlusconi è sotto processo per frode fiscale. Questo ingorgo, peraltro, si lega col problema del plenum della Corte: ora è uscito Ugo De Siervo, che era stato eletto dal Parlamento (in quota centrosinistra), un seggio che l’attuale maggioranza lascerà di certo vuoto a lungo, mentre sono fuori gioco Paolo Maddalena, che se ne va a luglio, e – per motivi di salute Maria Rita Saulle, entrambi sgraditi al Cavaliere. Ed è appena il caso di dire che è come sempre nella tenaglia tra toghe e Costituzione che si gioca la parabola del premier, anche ora che è in fase discendente. sce al mittente il sussiego bersaniano sulla sua idoneità da verificare: «Considero la dichiarazione di Bersani pelosa. Credo che nel centrosinistra nessuno debba mettersi in cattedra e considerare gli interlocutori come degli alunni da sottoporre a degli esami. Quella di Bersani è una dichiarazione meschina». E questa è la risposta che a Bersani viene dalla sinistra radicale. Ma non tarda ad arrivare anche quella del terzo polo sull’autocandidatura del Pd alla centralità nell’opposizione: «Le parole che si riferiscono alle pigrizie e furbizie del Terzo Polo, contrapposte ai nostri elettori che avrebbero fatto un passo avanti nelle scelte per i ballottaggi, sono le stesse che per anni

abbiamo sentito da Silvio Berlusconi che ha ossessivamente cercato di spiegare che un conto è Casini, un conto gli elettori dell`Udc che non possono che stare col centrodestra». Che i tempi dell’egemonia non sono quantomeno maturi Bersani lo capisce in serata. Rivolto a Vendola precisa, quasi scusandosi: «Non sono un maestrino. C’è stato un fraintendimento. Il problema non è Bersani o Vendola. Il problema è che il progetto di governo deve essere inequivoco, nessuno vuole dettare i compiti». Ma il problema, come ricordava giorni fa Antonio Polito su liberal, è proprio l’inequivocabilità d’un progetto comune tra forze politiche tanto diverse. Ulivo docet appunto.


mondo

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Il generale Jean: «Israele è preoccupata per il futuro. I palestinesi non sono una priorità»

Una nazione (e uno Stato) in allerta perenne Sul Golan il premier Netanyahu vede sfumare l’ultima certezza della diplomazia sotterranea di Pierre Chiartano entre volano gli stracci diplomatici e le pallotte vere, lungo il confine del Golan, tra Gerusalemme e Damasco, continua il travaglio psicologico per lo Stato ebraico che ancora non ha compreso i reali cambiamenti in atto. Soprattutto che conseguenze avranno o potrebbero avere per la propria sicurezza e futura sopravvivenza. Israele negli ultimi mesi ha osservato la Primavera araba, senza pronunciarsi. Ma la preoccupazione di vedere messa a rischio la diplomazia parallela intessuta con molti regimi arabi – che ne garantiva la sicurezza – ha tenuto svegli molti rappresentanti del governo di Gerusalemme. Gli scontri sul confine siriano nelle alture del Golan, con la macabra conta dei morti, sono una reazione

M

– forse poco meditata – rispetto a un vicino agonizzante. Il ministro della Difesa Ehud Barak ieri ha dichiarato che «il destino del presidente siriano è segnato: cadrà». Una presa di distanza ufficiale rispetto al regime alawita.

A settembre arriverà sul tavolo del consiglio di sicurezza Onu la proposta di riconoscimento dello Stato palestinese, un’entità che molti ritenevano senza terra e senza popolo, essendo Gaza in mano al radicalismo religioso di Hamas e la Cisgiordania mal governata dai rimasugli di Fatah. Ma neanche l’accordo tra le due fazioni palestinesi sembra aver cambiato

Parla l’ex ambasciatore Usa

La solu zio ne? È tagliar e subito i n o st r i f o n d i all’Onu di John R. Bolton ra che il primo ministro Benjamin Netanyahu e il suo ultimo sparring partner, Barack Obama, sono tornati ai propri angoli, il prossimo approfondimento sulla questione politica fra Israele e Palestina potrebbe accendersi in autunno, durante l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. L’Autorità palestinese sta compiendo un’azione di lobbying

O

la situazione che rimarrà ancora a lungo in «stallo» come conferma a liberal il generale Carlo Jean, esperto di Medioriente e già consigliere militare della presidenza della Repubblica. «Israele è soprattutto preoccupata della caduta di Hosni Mubarak che era una

nei confronti dei membri dell’Assemblea per legittimare la propria richiesta: ottenere lo status internazionale di “Stato”.

Riconoscere la “partecipazione come Stato” della Palestina non significa conferirgli lo status di membro delle Nazioni Unite, ma sarebbe comunque un enorme successo per loro. Una risoluzione che riconosca lo “Stato”palestinese potrebbe anche dichiarare che i suoi confini dovrebbero essere quelli del 1967 (sostanzialmente, sono più semplicemente le linee dell’armistizio del 1949); con o senza il caveat di Obama su un “accordo sui cambiamenti” della terra. L’evidente obiettivo palestinese è quello di rimuovere la questione della definizione di “Stato” e il problema dei confini dal piatto dei negoziati bilaterali con Israele, presentandoli come un fatto compiuto. Lo scorso autunno, i palestinesi si concentrarono per ottenere una risoluzione del Consiglio di Sicurezza con questo scopo. Credevano, qualunque fosse la motivazione, che Obama non avrebbe ordinato un veto americano come il suo predecessore, invece, aveva sempre fatto senza

garanzia per il mantenimento degli accordi di pace di Camp David. Lo Stato ebraico è anche preoccupato per la destabilizzazione strisciante che sta prendendo piede in Giordania, in quanto si potrebbero ricreare le condizioni per un attacco a Israele. Un pericolo non immediato, ma che potrebbe diventare reale dopo

esitare. Molti pensano che l’amministrazione americana potrebbe persino votare “sì”, invece di astenersi. Quando è divenuto chiaro che l’opposizione degli Stati Uniti al Consiglio di Sicurezza sarebbe venuta meno, sia sulla questione dello Stato che su quella dei confini, l’attenzione palestinese si è spostata sull’Assemblea generale dove non c’è il veto. Le risoluzioni dell’Assemblea generale non sono legalmente vincolanti,

Ricordiamo la lezione del 1988, quando il presidente Bush minacciò il taglio contro le agenzie internazionali e quel corpo non ha l’autorità di riconoscere gli Stati; anche se le sue azioni possono essere politicamente molto potenti, come ha dimostrato la risoluzione del 1975 “Il sionismo è razzismo”.

Tutto questo si è già visto più di una volta.Verso la fine del 1988, i palestinesi proclamarono una “dichiarazione di statualità”, cambiando il nome della propria delegazione presso le Nazioni

che Egitto e Giordania si siano riarmati». Insomma l’Occidente, a distanza, guarda ai sommovimenti “democratici” con speranza, Israele invece, che vive la realtà araba sulla propria pelle, è guardinga.

Teme che decenni di diplomazia e guerre difensive possano essere vanificati. Anche se Edward Luttwak, da queste colonne, aveva affermato che i Fratelli musulmani in Egitto sarebbero stati più un problema per l’Europa che per Israele. Resta il fatto che molte certez-

Unite da “Organizzazione per la liberazione della Palestina”in “Palestina”, per fare in modo che suonasse più come uno Stato, e che molte nazioni riconobbero. I palestinesi, all’epoca, manifestarono per unirsi a organizzazioni delle Nazioni Unite come l’Organizzazione mondiale della Sanità: in questo modo sostennero che, dato che quelle agenzie ammettevano soltanto gli Stati come membri, l’ammissione della “Palestina” provava che anche loro erano una nazione. Pur essendo un tentativo ridicolo nel mondo reale, non lo fu nelle Nazioni Unite dove gli sforzi dell’Olp ottennero un enorme sostegno.

L’allora nu ova am mini strazi one americana, guidata da George H. W. Bush, e Israele protestarono ricordando che la “Palestina” – evidentemente – non soddisfaceva le leggi internazionali che definiscono uno Stato: ricordiamo ad esempio l’obbligo di governare su di un territorio chiaramente definito e l’esercizio delle responsabilità interne ed estere da parte di un governo legittimo. Le nazioni del Terzo mondo si schierarono in maniera quasi unanime a favore dell’Olp, e la risposta dell’Eu-


mondo Un giovane siriano con la bandiera palestinese sfila davanti ai soldati israeliani al confine. Negli scontri di domenica sono morti, secondo fonti di Tzahal, dieci manifestanti pro Palestina. Secondo fonti siriani, i morti sarebbero invece alcune decine. In basso l’Assemblea generale dello scorso anno: a settembre è previsto il voto per riconoscere la Palestina come Stato. Nella pagina a fianco il premier israeliano Benjamin Netanyahu

ze per lo Stato ebraico stanno svanendo. «In Egitto i militari sono molto influenzati dalla Fratellanza musulmana che vorrebbero denunciare il trattato di pace con Israele». Certo che sparare sui palestinesi che tentavano di passare il confine dalla Siria non alimenterà le simpatie verso Gerusalemme. «Sicuramente sul piano della comunicazione è controproducente. Ma lancia un segnale forte: Israele così come si è opposta agli americani per la proposta Obama – anche se non si è riuscito a capire bene di cosa

si trattasse – si oppone alla provocazione del regime di Assad. Un’azione che serve soltanto a distogliere l’attenzione dai problemi interni di Damasco». Un tentativo goffo di riprendere la bandiera antisionista, usando i palestinesi.

«Anche se tra Gerusalemme e Siria esisteva un’intesa, un patto tacito: Israele lasciava agire i siriani in Libano, purché non creassero problemi agli interessi israeliani oltre un certo limite». In pratica ciò che intende Jean è che lo Stato ebraico,

a causa delle rivolte, sta vedendo svanire come neve al sole molti accordi sottobanco o «taciti» con i regimi arabi. Un meccanismo che ha permesso a Gerusalemme di barcamenarsi per decenni in un ambiente ostile, come il Medioriente, dove l’apparenza a volte conta più della sostanza. «C’è sicuramente una diplomazia parallela in funzione. È uno strumento che determinerà gli esiti finali della situazione». Poi c’è l’eterno problema palestinese dove molti affermavano – tra questi in modo non uf-

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ficiale anche Israele – non c’è un territorio e non c’è un popolo. Facendo riferimento alla divisione tra i radicali religiosi di Hamas, la resistenza islamica, e l’Anp, gemmazione di Fatah, residuo della politica secolare palestinese del secolo scorso. Oggi, con la pace fatta tra islamici e Fatah sembra essere cambiato poco.

«Ora che Hamas e Fatah hanno attivato una convergenza, spinta soprattutto dagli egiziani, rimane un punto dolente: Hamas continua a non riconoscere lo Stato d’Israele». Una novità, l’accordo tra le due fazioni, che alcuni leggono come elemento peggiorativo rispetto ai già complicati tavoli negoziali. Ma non solo. «Potrebbero crearsi le condizioni per una terza Intifada». E se lo Stato palestinese sembra essere ancora sotto l’orizzonte politico, qualcuno pensa che almeno uno scranno all’Onu potrebbe servire come rimedio transitorio al bisogno di ottenere un riconoscimento internazionale. Visto che sul campo sembra così difficile. «Sarebbe irrilevan-

Una risposta alle “lobby israeliane” sul territorio americano. Affrontando una sconfitta quasi certa, il Segretario di Stato americano James Baker disse in pubblico: «Raccomanderò al presidente degli Stati Uniti di non fornire

più contributi, volontari o imposti, a una qualsiasi organizzazione internazionale che cambi lo status dell’Olp da quello, attuale, di organizzazione osservatrice». Nessun politico del calibro di Baker avrebbe mai reso pubblica una proposta del genere se non avesse saputo in anticipo che il presidente l’avrebbe accettata: e questa realtà venne compresa rapidamente a livello inter-

Accuse però rispedite al mittente da Israele che ha annunciato una protesta presso le Nazioni Unite contro la Siria per aver strumentalizzato i manifestanti. La denuncia – si legge su Haaretz – riguarderà l’incitamento alla violenza da parte della Siria, ha spiegato il portavoce del ministero degli

Tra Gerusalemme e Damasco esisteva un patto tacito: il primo lasciava agire i siriani in Libano, purché non creassero problemi agli interessi israeliani oltre un certo limite te, perché i veri protagonisti sono Israele e gli Stati Uniti. I palestinesi sono irrilevanti in quanto tali e cambierebbe poco, anche avessero un posto all’Onu». E dopo il pressing iniziali di Obama su Gerusalemme, non è pensabile che la Casa Bianca, che ora guarda alle elezioni per il secondo mandato, abbia voglia di scontrarsi ancora con Israele e con le sue potenti lobby in Patria. «Fino alle prossime presidenziali non

nazionale. Anche se per fermare la campagna dell’Olp ci sarebbe voluta qualche altra manovra, la dichiarazione di Baker fu l’ultimo chiodo sulla bara della spinta per lo Stato. La lezione per oggi è semplice. Se il presidente Obama vuole bloccare una risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite sulla questione dello Stato palestinese, deve comportarsi essenzialmente come fecero Bush padre e Baker.

ropa fu debole. I diplomatici europei credevano che la posizione americana fosse esclusivamente “di facciata”.

penso che Obama sfiderà ancora Israele. Potrebbe avere reazioni negative negli Usa. È dunque prevedibile che lo stallo continui». L’esercito israeliano intanto è rimasto in stato di massima allerta lungo il confine delle Alture del Golan con la Siria, come riferisce un portavoce dello Stato ebraico citato dall’agenzia di stampa Dpa. Le autorità siriane hanno denunciato che 23 persone sono state uccise e 350 ferite domenica, quando l’esercito israeliano ha aperto il fuoco sui manifestanti palestinesi e siriani che tentavano di varcare con forza il confine in occasione del 44esimo anniversario della Guerra dei sei giorni del 1967. Uno scambio di accuse senza esclusione di colpi.

Anche se è molto improbabile che Obama decida per un’azione così decisiva, ed è per questo che molte persone, in America e in Israele, sono ancora molto preoccupate per quest’ultimo complotto diplomatico palestinese. Di conseguenza dovremmo rivolgerci al Congresso, che da molto tempo tratta con azioni dell’Onu che non apprezza. Invece di aspettare una minaccia simile a quella di Baker, il Congresso dovrebbe legiferare subito: a qualunque azione Onu che sostenga o riconosca uno Stato palestinese verrà risposto con un taglio dei contributi americani a queste agenzie. Se l’Assembla generale dovesse ignorare questo avvertimento,

Esteri Yigal Palmor. «La Siria – scrive il quotidiano israeliano – sta cercando di distogliere l’attenzione dal massacro che sta portando avanti contro i suoi cittadini con questa provocazione al confine», ha affermato un alto funzionario. «Abbiamo inviato i messaggi in questi ultimi giorni sia alla Siria che al Libano – ha aggiunto – il Libano ha impedito le proteste, la Siria ha deciso di lanciare una provocazione».

tutti i fondi americani dovrebbero essere bloccati anche nei confronti del Segretariato generale di New York; ma non ad agenzie come l’Oms e l’Aiea, che hanno i propri consigli dirigenti e i propri meccanismi di finanziamento.

La logica oggi è la stessa di quella del 1989. Inoltre, i nostri attuali deficit di bilancio forniscono un’altra ragione importante per ridurre i contributi all’Onu. Se la realtà politica rende impossibile il taglio completo dei fondi, si potrebbe pensare a una riduzione parziale: magari del 50 per cento, un compromesso accettabile. Anche se l’Assemblea generale non si riunirà fino a settembre, non c’è tempo da perdere. La coalizione di Fatah e Hamas ha già fornito un territorio statutario (gli Stati Uniti considerano Hamas un’organizzazione terroristica) per eliminare i fondi destinati all’Autorità palestinese. Ridurre quelli all’Onu è la prossima, estremamente visibile, finestra d’opportunità. Questa situazione offre all’Onu una domanda affascinante: preferiscono riconoscere lo Stato palestinese o tenersi i soldi americani?


società

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Prima i dischi, poi i nastri, poi i cd, infine il computer: con l’iPod Apple ha cambiato radicalmente il consumo. E adesso fa un nuovo passo avanti

La Rete fra le nuvole Steve Jobs presenta iCloud: l’anti-Google per condividere musica e filmati. Vediamo perché sarà un’altra rivoluzione di Maurizio Stefanini teve Jobs, il cofondatore e amministratore delegato di Apple, dal 2008 ha dovuto mettersi a riposo, per i crescenti problemi di salute da disfunzioni ormonali conseguenti a una terapia contro un tumore al pancreas. Da allora centellina le sue comparse in pubblico, la terzultima volta che si era visto era stato il 9 settembre 2009 a presentare il rinnovo dell’intera gamma di iPod, e la penultima il 2 marzo 2011, in occasione dell’evento di presentazione dell’ iPad 2. Se dunque ha deciso di nuovo di andare su un palco di San Francisco a svelare i dettagli su iCloud, vuol dire che per lo meno lui ritiene l’evento epocale, e probabilmente bisogna credergli. L’unica cosa, prima di vedere il modo in cui il servizio si svilupperà, è di capire ora se sarà epocale dal punto di vista della musica, o epocale dal punto di vista dei pc. O, magari, da tutti e due contemporaneamente.

S

Ma partiamo da Cloud, che in inglese significa “nube”. Una metafora simile a quella del Net, la “Rete”, o Web, la “Ragnatela”; ma allo stesso tempo diversa. Il Net, infatti, si basa su una serie di computer messi appunto in rete tra di loro. Tecnicamente, dunque, in informatica il termine cloud computing indica insieme di tecnologie informatiche che permettono l’utilizzo di risorse hardware o software distribuite in remoto. Il livello più semplice è il SaaS, Software as a Service: in remoto si utilizzano programmi, spesso attraverso un server web. Insomma, quel programma che state usando in quel momento non sta sul computer, ma sul server con cui siete connessi. Secondo passo: la PaaS, Platform as a Service: in remoto non ti danno uno o più programmi singoli ma una intera piattaforma software, che può essere costituita da diversi servizi, programmi, librerie.Terzo passo, l’IaaS, Infrastructure as a Service: utilizzo di risorse hardware in remoto. Che è simile poi al Grid Computing: le infrastrutture di calcolo distribuito, per elaborare grandi quantità di dati attraverso “Griglie”. Ma le risorse vengono utilizzate su richiesta al momento in cui un cliente ne ha bisogno, non vengono assegnate a prescindere dal loro utilizzo

effettivo. Attraverso il browser Google Chrome, il sistema operativo Google Chrome Os e il computer Chromebook, si arriva infine al computer senza hard disk e senza software, sostituiti rispettivamente dalla connessione alla rete e dalle applicazioni. Una doppia sfida contemporaneamente al sistema operativo Windows della Microsoft e al tablet iPad e smartphone iPhone della Apple, cui appunto la Apple inizia a rispondere. Insomma, dall’era della rete stiamo entrando nell’era della nuvola informatica. Quella in cui finiremo con l’andare in gi-

ro soltanto con schermo e tastiera, e presto magari anche col solo schermo, essendo collegati in permanenza alla nuvola informatica, grazie a software sempre più potenti e sempre più sofisticati.

La musica, dunque, in questo campo è semplicemente un primo assaggio delle possibilità che la nuova impostazione potrebbe dare. E anche dei suoi rischi: ovvio che la privacy dell’utente che non ha neanche più un’unità memoria per conto proprio ma c’è l’ha appesa nel mondo virtuale rischi di essere pesantemente compressa. Ma la musica non è poi un qualcosa di neutro. A quanto è stato anticipato, iCloud non è solo musica in streaming automaticamente su tutti i dispositivi: dal laptop all’iPod, passando per l’iPad e l’iPhone. Il fatto è che per ora Google e Amazon offrono spazi di stoccaggio sulla nuvola, ma non hanno ancora raggiunto un vero accordo con le case discografiche. Quindi, se si vuole materialmente riempire la cloud bisogna metterci la propria musica: perdendoci ore e giornate intere. Anche Microsoft sta sviluppando i suoi servizi cloud: ma è rivolta soprattutto verso il mondo aziendale, anche se nuovi sbocchi potrebbero emergere con la consolle Xbox. Molto si attende anche da Facebook: ma nulla o quasi si sa di preciso. Mentre di Apple è sicuro che ha già raggiunto un accordo con le principali major discografiche: Sony/ Atv, Emi Music Publishing, Warner Chappel e Universal Music Publishing anzitutto, cui poi si sarebbe unita la più riluttante Universal Music, trascinando anche firme minori. iCloud Dunque, potrebbe mettere a disposizione un archivio musicale non diciamo globale: questo dipenderebbe sempre dai gusti dei singoli. Ma certo abbastanza vasto da coprire del tutto i bisogni della maggioranza del grande pubblico giovanile. Il tutto, a disposizione per 25 dollari all’anno, più agevolazioni a chi acquista iTunes. L’introito andrebbe poi per il 58% alle case discografiche, per il 12% agli editori e per il 30% alla stessa Apple. È la quarta delle dieci regole della New Economy di Kwevin Kelly che prescrive: “mirare al costo zero”. Poiché il

valore non dipende più dalla scarsità ma dall’abbondanza, allora la generosità produce ricchezza. Arrivare a regalare certe utilità previene il crollo dei prezzi, e permette di trarre vantaggio dall’unica cosa che è veramente scarsa: l’attenzione umana. La New Economy dunque regala giornali per vendere pubblicità, regala abbonamenti a Internet e cellulari per vendere telefonate, regala software per vendere computer, regala la piattaforma Skype per promuovere i servizi Microsoft e i cellulari Nokia. D’altra parte, anche prima della New Economy i mezzi di comunicazione di massa avevano inventato qualcosa di analogo, regalando ad esempio film e varietà sulla tv commerciale in cambio pure di spazi pubblicitari.Tra You Tube e P2P, è sempre più utopistico cercare di assicurare introito alla musica commerciale attraverso la tradizionale vendita di dischi: che, comunque, con i masterizzatori di oggi sono duplicabili in pochi secondi. E ecco così che allora si cerca di assicurare l’introito in un altro modo: non si vende più la canzone incisa, ma il servizio che permette di ascoltare tutte le canzoni che si vogliono, o l’aggeggio cui tale servizio è collegato. Un po’ come quel contrabbandiere di sigarette che difendeva il so mestiere rispetto all’idea di smettere di fumare, sostenendo che comunque lo Stato ci avrebbe rimesso di meno: «gli resta sempre il monopolio dei cerini».

In pratica, sarebbe il secondo cambiamento radicale nel modo di fruizione musicale in meno di un decennio: dal download di brani musicali in formato digitale, comprati o procurati in altro


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e di cronach

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modo; all’abbonamento a un servizio di streaming comprendente tutta l’offerta del mondo. Certo che poi molto dipende dall’abitudine. L’autore di queste note, ad esempio, si è comprato un aggeggio con cui un po’ per volta sta passando in formato digitale tutta la sua collezioni di vinili in gran parte degli anni ’70 e ’80: ma poi li ripassa su cd, cui mette copie delle copertine originali. In molti osservano che lo streaming ha cambiato il modo di fruire la musica: trasformata in una indistinta colonna sonora nella quale l’ascoltatore non basa più a che brano sta ascoltando. Ma se è per questo, non è che il modo tradizionale il sentire la musica per radio fosse tanto diverso. L’evoluzione non è comunque mai a senso unico, ma agisce su molti piani. La diffusione di radio e giradischi, ad esempio, tra anni ’30 e anni ’50 portò alla rarefazione della fisarmonica: strumento nella prima metà del XX secolo onnipresente, perché per compromesso tra maneggevolezza, volume, completezza e semplicità di esecuzione era il più adatto a far ballare la gente anche con un solo suonatore. Per ballare si iniziarono allora a usare i dischi: dagli anni ’70 in poi perfino nei locali, dove le discoteche presero il posto di balere e night club con le loro orchestre e esecutori. E lo strumento popolare principe divenne la chitarra, che faceva da accompagnamento al canto. Poi hanno inventato il karaoke, e la chitarra ha iniziato a fare la fine della fisarmonica. Ma in compenso una maggior cura

C’è già un accordo con le principali major discografiche: Sony/Atv, Emi Music Publishing, Warner Chappel e Universal. Praticamente tutto il repertorio

Il logo con cui in rete è stato subito identificato i-Cloud, ultimo sistema operativo della Apple. In alto, una serie di i-Pod nano. Nella pagina a fianco il fondatore della compagnia, Steve Jobs, che presenta un prodotto

della musica nella scuola italiana ha fatto rifiorire una biodiversità musicale di flauti, violini e clarinetti.

Il disco significò inoltre che la principale fonte di reddito della casa editrice musicale divenne la vendita del supporto di registrazione, piuttosto che del biglietto per il concerto o del foglio volante con testo e/o spartito: per non parlare del suonatore popolare che dopo l’esibizione passava col piattino chiedendo soldi o magari salami, uova e formaggi. Ma anche tra i dischi, negli anni ’70 il 33 giri fece sparire il 45. E significò il passaggio dalla canzonetta più rapida a un tipo di musica più progettata: dai festival ai concept album. Poi vennero i cd, che dilatarono ulteriormente la durata: e iniziarono le antologie retrospettive, anche perché ormai le generazioni cresciute con i giradischi erano arrivate all’età in cui si può spendere e si hanno nostalgie. Mentre l’epoca del download ha frantumato il mercato di massa che era nato con il disco, permettendo la rinascita di nicchie specializzate e appassionate. La “bulimia musicale assoluta”paventata da alcuni in questa ultimissima evoluzione dello streaming sembra in teoria andare in direzione opposta. Ma forse è solo un andare diritto, tra un colpo di barra a destra e un colpo di sbarra a sinistra. Anche se dritti verso dove, forse è ancora presto per capirlo.

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ULTIMAPAGINA

L’allievo contro il maestro: Prandelli affronta l’Irlanda di Trapattoni. Per un giorno, lo sport torna protagonista

Sfida tra i signori del calcio di Francesco Lo Dico i intrugli venefici se ne intende poco, il Trap. E l’unica sostanza cui ha fatto ricorso per condizionare il verdetto del campo è stata l’acqua benedetta di sua sorella Romilde. In questo giugno che celebra l’ennesima bancarotta fraudolenta della dignità del calcio, «c’è una propensione minore ad accettare un po’più goliardamente i risultati», per dirla con uno dei suoi poco comprensibili aforismi. Sicché non c’è modo migliore di illudersi che ritrovarlo questa sera in amichevole. Ufficialmente da avversario, seduto sulla panchina dell’Irlanda. Ma moralmente vicino ad azzurri e tifosi, che stasera vorranno pensare al pallone soltanto come a «una sfera gonfia d’aria». E che accanto al calcio degli odontoiatri, degli avvelenatori, dei ridicoli bellimbusti e dei piccoli servi, c’è anche il calcio ruvido e onesto del guru di Cusano Milanino. Uno che non comprerebbe mai un pincopallino, perché dice l’adagio del Trap, «non compriamo uno qualunque per fare qualunquismo».

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I punti, i titoli, le scommesse, gli uomini, don Giuan se li è sempre conquistati dentro il campo. Ha sempre creduto che l’unico pronostico che conta è il lavoro, è vero. Ma certo Trapattoni non è cresciuto sul pero e sa bene che pensare al calcio come un iperuranio sottratto ai miasmi della vita, è soltanto una fola. «Icaro volava, ma Icaro era un pirla», ha spiegato alla sua maniera. Il gioco pulito è per lui non soltanto una questione di principio, dunque. Ma anche la fiera ostinazione di chi segue a testa bassa la strada maestra, per arrivare sano ma lontano. In ottant’anni spesi a correre dietro il pallone prima, e su e giù per la linea di fondocampo poi, il Trap ha fatto scuola. E se magari le sue idee tattiche hanno diviso i soloni del calcio moderno, il pensiero dell’italiano più tedesco che ci sia ha sempre messo d’accordo tutti. Moralità e lealtà über alles. E da vendere soltanto tre cose: rabbia, grinta ed umiltè. Merce rara, ma esportabile. Che stasera non mancherà neppure nella metacampo avversaria degli irlandesi. Ci saranno gli azzurri di Prandelli a contendere la palla all’avversario. Ma la voglia matta è quella di vederli correre tutti e ventidue verso un calcio all’antica nello stile e nei modi.

Compito facilitato in questo caso, perché il nostro Cesare è forse uno dei ct che più sembra avere imparato dall’antico maestro. Dentro e fuori dal campo. «Trapattoni per me è una persona molto speciale», racconta il mister di Orzinuovi davanti ai taccuini, «una persona irraggiungibile sotto molti punti di vista. Nei sei anni alla Juventus insieme a lui ho appreso tanto sia dal punto di vista tecnico ma soprattutto dal punto di vista umano. Quello che mi ha insegnato mi è servito molto durante la mia carriera da allenatore». Nella stessa Cremonese dell’alchimista Paoloni, Prandelli ha mosso i primi passi nel calcio che conta: tre campionati di C1 dal 1974 al 1978. E nella Juventus del Trap, fino

all’85, si è consacrato come discreto calciatore, ma soprattutto come futuro allenatore. Polso, voglia e fierezza, ne fanno uno dei più convincenti discepoli di don Giuan. Prima a Parma, dove nonostante il crac di Tanzi, ottiene due quinti posti consecutivi in un caos di proporzioni cosmiche. E soprattutto a Roma, come uomo, in una squadra che non allenerà mai. In quel 2004 la panchina giallorossa è cosa sua, ma rinuncia alla faccia del business perché la moglie Manuela non sta bene. Oggi non c’è più, Manuela. Prandelli sa bene che la vita non è tutta rose e fiori, ma soprattutto spine. E che senza graffi, ti riduci magari come un Paoloni qualsiasi. «La vita ci dà martellate sui calli. Bisogna costruire mattoni per essere solidi come il cemento armato», ama ripetere il Trap. Che ha in comune con Prandelli una sensibilità non comune, in questo calcio di bandiere a tempo determinato. Soprattutto dai soldi. Gli stessi cui don Giuan rinuncia nel dicembre 2010 per senso di responsabilità verso la crisi economica dell’Irlanda. Di martellate ne ha prese anche Prandelli. Sulla panchina viola, dopo un quarto posto e lo scandalo calciopoli, parte da meno 15 ma è in grado di riportare un ambiente depresso alla Champions. Un vero mastro carpentiere, il Cesarone nazionale, che ha imparato di quanta pazienza è fatto il mestiere del chiodo.

PULITO «Il Trap per me è una persona molto speciale», racconta il mister di Orzinuovi, «una persona irraggiungibile sotto molti punti di vista». Tra i due c’è un feeling consolidato da sei anni insieme alla Juventus

Nell’ennesima ondata di liquami e sgradevolezze, mentre infuria lo tsunami di anticalcio, volti e carriere dei due commissari tecnici sono preziosi. Ed è bello pensare che un saggio come il Trap ti prenda da parte per rincuorarti a modo suo. «Sull’ottone si forma un po’ di opacatezza, poi lo tiri via e torna lucido», garantisce lui. Il dubbio è che la prossima palingenesi, usi ancora il vecchio trucco: lo smalto brillante della smemoratezza.

2011_06_07  

«Solo ritrovando il senso di sé,si riuscirà a confrontarsi e ad accogliere gli altri» cronached sseegguuee aa ppaaggiinnaa 55aappaaggiinnaa2...

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