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ARRIVEDERCI A SABATO

he di cronac

Domani, per celebrare la festa del 2 giugno, la redazione di liberal non lavorerà. L’appuntamento con i lettori è dunque per sabato 4 giugno

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • GIOVEDÌ 2 GIUGNO 2011

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Se la Lega non trova il coraggio di costringere il premier alle dimissioni ha una sola chance di risollevarsi...

Una via d’uscita per B&B Abolire il premio di maggioranza: ecco perché conviene a entrambi Per Bossi si aprirebbe un futuro libero dall’“handicap” del Cavaliere. Per Berlusconi la garanzia di conservare almeno la leadership del Pdl. E l’Italia uscirebbe dall’incubo della guerra bipolare Parla Giovanni Sartori

«Anche il modello tedesco: pur di eliminare il porcellum» di Franco Insardà

ROMA. L’abolizione del premio di maggioranza potrebbe convenire non soltanto alla Lega, ma potrebbe rappresentare una sorta di via d’uscita per lo stesso Berlusconi. Infatti, mentre la sua leadership all’interno della coalizione in questo momento sarebbe messa in discussione da molti, Carroccio in testa, una sua candidatura a premier del Pdl incontrerebbe minori ostacoli. a pagina 2

Le decisioni dell’Ufficio di presidenza del Pdl

Alfano e Lupi: la finta svolta

Via libera al referendum

Nucleare, «È dal centro che si possono si vota intercettare i moderati» comunque Parla Massimo Cacciari

Il primo sarà segretario del partito, il secondo dovrebbe andare alla Giustizia. Il Cavaliere fa il Gattopardo con due ragazzi bravi e moderati per mantenere il potere. Ma il vero problema rimane il rapporto con Tremonti a pagina 4

di Riccardo Paradisi

ROMA. C’è molta confusione sotto il cielo dei moderati italiani. Non più berlusconiani o in via d’uscita dal berlusconismo, non per questo i moderati sono persuasi che l’alternativa al quindicennio dei miracoli siano i Santoro boys alla De Magistris, incoronato sindaco di Napoli, o l’avvocato Pisapia, sindaco vendoliano di Milano. Sono di nuovo orfani i moderati italiani? a pagina 4

Quesito confermato malgrado il decreto del governo Marco Palombi • pagina 6

Siria e Iran sempre più al centro delle critiche mondiali

Due tiranni a rischio Assad e Ahmadinejad: il cerchio si stringe Una road map per Damasco

Teheran, il parlamento sfiducia il dittatore

di Enrico Singer

di Pierre Chiartano

on l’acqua alla gola. Il regime di Bashar al Assad promette l’amnistia generale, ma spedisce i carri armati a sparare contro la gente nella cittadina di al Rastan dove un altro massacro si è aggiunto ieri alla spaventosa contabilità dei morti. Le persone uccise in Siria sono già 1.100 dall’inizio della rivolta. a pagina 11

ontinua lo scontro al vertice del regime dei mullah. Ma è ancora presto per dire chi sarà il vincitore. Il Parlamento iraniano ieri ha affermato che il presidente Mahmoud Ahmadinejad ha agito illegalmente dichiarandosi ministro del Petrolio ad interim e ha trasmesso il caso alla magistratura. a pagina 13

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gue a (10,00 pagina 9CON EUROse1,00

I QUADERNI)

• ANNO XVI •

NUMERO

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• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


lo scenario Il Carroccio sarebbe libero da vincoli di coalizione e il Cavaliere conserverebbe comunque almeno la leadership del Pdl

Slegati alla meta

L’abolizione del premio di maggioranza potrebbe convenire sia a Berlusconi che a Bossi e porrebbe fine a un bipolarismo che ha prodotto soltanto danni di Franco Insardà

ROMA. L’abolizione del premio di maggioranza potrebbe convenire non soltanto alla Lega, ma potrebbe rappresentare una sorta di via d’uscita per lo stesso Silvio Berlusconi. Infatti, mentre la leadership del Cavaliere all’interno della coalizione di centrodestra in questo momento sarebbe messa in discussione da molti, Carroccio in testa, una sua candidatura a premier del Pdl incontrerebbe minori ostacoli. In questo modo Berlusconi, nella peggiore delle ipotesi per lui, sarebbe il capo dell’opposizione e probabilmente del primo partito, mentre Bossi si sentirebbe slegato dalle sorti del Cavaliere e potrebbe puntare a riconquistare gli elettori critici per la sua dipendenza berlusconiana. Una riforma di questo tipo darebbe la possibilità al Carroccio di sganciarsi dal Pdl senza rompere, ognuno farebbe la propria gara e, in caso di tracollo del Pdl, la Lega non correrebbe pericoli. Sul terreno c’è anche l’i-

potesi di un referendum contro il premio di maggioranza e le liste bloccate, promossa da Stefano Passigli , ex parlamentare Ds e politologo, che potrebbe essere presentato in questo mese. Il referendum va nella direzione del sistema elettorale proporzionale tedesco. I quesiti, infatti, prevedono anche l’abolizione delle attuali deroghe alla soglia di sbarramento del 4 per cento: attualmente per i partiti che si alleano in coalizione lo sbarramento è al 2 per cento, e il 4 per cento vale solo per chi corre da solo. Sul sistema tedesco si dice d’accordo anche il professor

PAOLO FELTRIN

Giovanni Sartori, che, come ha già illustrato molte volte sul Corriere della Sera il suo pensiero sull’attuale legge elettorale e sul premio di maggioranza, ribadisce: «È una aberrazione che va cancellata. Si tratta di un mostro che trasforma una minoranza in maggioranza e non c’è sistema elettorale in Europa che lo faccia. Sarebbe tollerabile solo nel caso in cui aumentasse la maggioranza. I due sistemi elettorali che, da sempre, ritengo possano essere validi sono o quello tedesco, oppure il doppio turno francese che preferisco. Il primo, in questo momento sembra raccogliere maggiori favori da parte di molte forze politiche e mi accontenterei. L’unica cosa da evitare sarebbe quella di andare a nuove elezioni con il “porcellum” di Calderoli che distorce tutto».

Le opposizioni potrebbero offrire a Berlusconi il salvacondotto: la chiusura dei processi

La posizione di Sartori è molto chiara e interpreta un pensiero che da qualche giorno anima il dibattito politico sulla necessità di modi-

ficare la legge elettorale: maggioritario, proporzionale, liste bloccate, preferenze, ritorno al ”mattarellum”. Purché si elimini il “porcellum” firmato da Roberto Calderoli che sarebbe insieme al suo partito tra i più attivi a cercare punti di contatto, soprattutto con Pd e Udc, per una soluzione condivisa.

Anche per Giorgio Rebuffa, professore di Sociologia del diritto dell’università di Genova, il cambiamento della legge elettorale «è necessario, in qualsiasi modo si faccia: abolendo il premio di maggioranza e tornando a un maggior rapporto tra eletti ed elettori. La soluzione ideale per me sarebbe quella del collegio uninominale a turno unico, che corrisponde a una esigenza di governabilità. Siccome adesso l’esigenza prioritaria è di rappresentatività ritengo che il sistema tedesco abbia maggiori

possibilità. Il Parlamento deve riprendere a essere rappresentativo anche per una migliore ricollocazione dell’Italia nell’ambito dei rapporti internazionali. È imbarazzante vivere in un Paese che ha questa legge

GIORGIO REBUFFA

Oggi esiste un’esigenza: il Parlamento deve essere di nuovo rappresentativo del Paese elettorale, non credo che si possa cambiare prima delle elezioni, ma se ci si riuscisse sarebbe sicuramente positivo».

Paolo Feltrin, professore di Scienza dell’amministrazione dell’università di Trieste, ha una lettura diversa della posizione leghista: «Per un partito territoriale conviene avere un


prima pagina

2 giugno 2011 • pagina 3

la proposta

Una nuova legge conviene a tutti Il “Porcellum” di Calderoli, e il bonus di maggioranza, mortificano i partiti e la politica di Giancristiano Desiderio a cosa più importante delle prossime elezioni politiche non è il quando ma il come. Il “quando” potrà essere tra un anno oppure la scadenza naturale della legislatura, ma non è un fattore essenziale perché il tempo è ormai allo scadere. Il “come”, invece, è molto più decisivo perché dalla legge elettorale dipende il destino di B e B. La Lega in questo voto amministrativo - che nel pensier rinnova la paura - ha fatto male i suoi calcoli: credeva di prendere i voti che perdeva l’alleato di governo ed è rimasto con un pugno di mosche. In politica un errore è normale, un secondo errore è anormale.

L

Bossi ormai sa, per esperienza, che l’alleanza con Berlusconi gli fa perdere voti. Il suo bene più prezioso è l’autonomia. Il modo per averla è l’abolizione del premio di maggioranza dell’attuale legge elettorale. La convenienza di Bossi stranamente s’incontra ancora una volta con la convenienza di Berlusconi. Nel partito del presidente del Consiglio ci sono movimenti e sommovimenti. Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, diventerà quello che un tempo si chiamava segretario politico del partito. Affiancherà lo stesso presidente-fondatore Berlusconi, mentre i tre coordinatori - Bondi, congelato, e La Russa con Verdini non coordineranno più nulla. premio di maggioranza, perché può moltiplicare all’infinito il suo potere contrattuale, i suoi seggi in Parlamento, essendo indispensabile alla coalizione, qualunque essa sia. Un partito territoriale come la Lega non può mai pensare di diventare grande ed espandersi in tutto il Paese con un sistema proporzionale, ma sarebbe destinata a diventare una forza parlamentare piccola e facilmente isolabile. Tutti i migliori risultati ottenuti dalla Lega anche nelle amministrative sono, comunque, collegati al sistema maggioritario. Che poi si dica disposta ad accettare modifiche del sistema elettorale è un altro discorso e fa parte della sua strategia politica».

Diversa, invece, l’analisi di Rebuffa: «La Lega è andata male in queste ultime elezioni e quindi tenterà di riportarsi su posizioni di “Valtellina”: cioè ri-

Insomma, si cerca di correre ai ripari. Tuttavia, il Pdl non è un partito semplice da cambiare per un motivo più che altro - scusate la parolaccia ontologico: non è un partito. Anche le stesse anticipazioni di Roberto Formigoni sulle sette o otto possibilità di leadership alternative a quella naturale di Silvio Berlusconi vanno prese con grande beneficio d’inventario. Berlusconi non solo non ha come dice lui - il tempo di preparare il suo funerale, non ha neanche la possibilità. I pro-

La Lega Nord inizia a sentire puzza di bruciato: sa che un errore tattico è perdonabile, mentre due diventano un suicidio blemi giudiziari non gli consentono di mollare la presa e allora, volente o nolente, dovrà ancora una volta essere in pista. Allo stato attuale delle cose è ancora lui il candidato necessario del Pdl o del nuovo nome che avrà il non-partito del capo del governo. Stando così le cose, ecco che la convenienza di Bossi s’incontra con la convenienza di Berlusconi: anche il Cavaliere ha tutto da guadagnare da una legge elettorale che gli dia la massima autonomia possibile di manovra e che non lo vincoli ad ag-

prendersi il suo ruolo di roccaforte territoriale, così come è stato nel periodo vincente 1996-2001. Avrebbe la sua convenienza ad abolire il premio di maggioranza perché si sentirebbe slegata da Berlusconi e attraverso Radio Padania in quest’ultimo periodo gli elettori del Carroccio hanno espresso chiaramente la loro volontà».

Ma sulla convenienza per il Cavaliere di un cambio del “porcellum” con l’abolizione del premio di maggioranza Feltrin risponde netto: «Neanche un po’. Berlusconi spera, ovviamente, di vincere e attende come la mann dal cielo il premio di maggioranza. Penso non sia nei suoi pensieri andare a votare con una legge elettorale diversa. Anche se bisogna sottoli-

gregazioni e che non esponga al rischio del braccio di ferro con l’avversario dello schieramento alternativo.

Senza contare che, perfino in caso di sconfitta, Berlusconi sarebbe indirettamente, anzi, direttamente tutelato dalla politica e dal suo ruolo di capo dell’opposizione. C’è, inoltre, un altro elemento per nulla secondario. Fino ad ora Berlusconi ha portato voti ai suoi candidati. Ora il meccanismo si è capovolto o comunque trasformato: Berlusconi ha bisogno di candidati che gli portino voti. La logica del listino calato interamente dall’alto - indipendentemente che la legge resti com’è o cambi - rischia di essere un boomerang o un’arma a doppio taglio. Berlusconi sa bene di non essere all’inizio ma alla fine e l’uso della comunicazione come arma politica privilegiata è molto spuntata. In altre parole, è necessario rimodernare la classe dirigente e parlamentare del partito perché il tempo delle veline e delle belle ma povere di voti è passato. Il lavoro di Angelino Alfano dovrà consistere soprattutto in questa impresa organizzativa e di reclutamento. Ma per sempre e comunque per conto di Berlusconi. C’è poi da aggiungere un altro elemento che riguarda la sinistra. Se si dà, anche rapidamente, uno sguardo alle vittorie significative (e alle sconfitte) del voto

neare che queste elezioni hanno certificato in maniera evidentissima l’inizio della fine di Berlusconi ed entriamo in una fase di radicale turbolenza, ma è difficile fare delle previsioni su che cosa accadrà tra Lega e Pdl e all’interno dell’ stesso

GIOVANNI SARTORI

È vero che la legge capace di garantire il buongoverno non è stata ancora inventata, ma uscire dall’inganno di una legge che ci dovrebbe dare stabilità e invece ci dà immobilità è già qualcosa.

condotto: la chiusura dei processi. La sua ossessione».

Per Rebuffa questa sarebbe un’ipotesi molto rischiosa per Berlusconi che «senza il sostegno della Lega e senza il premio di maggioranza, che gli consente la designazione dei parlamentari, potrebbe non riuscire a controllare neanche il suo Pdl e verrebbe addirittura messa in discussione la sua designazione a candidato premier. La sua leadership perderebbe di colpo la spinta propulsiva e rischierebbe di perdere così anche la maggioranza relativa nel centrodestra. Questi anni hanno dimostrato che il principale soggetto mancante di capacità coalizionale è stato Silvio Berlusconi. Fino a oggi il suo carisma nelle campagne elettorali

L’attuale legge elettorale è un mostro capace di trasformare una minoranza in maggioranza partito del Cavaliere. Le opposizioni potrebbero a questo punto offrirgli il classico salva-

amministrativo di Pisapia e De Magistris si vedrà che il Pd ha perso come il Pdl e se proprio vogliamo usare la parola “sinistra”per indicare i vincitori dobbiamo poi aggiungere l’aggettivo “irregolare”. Quella che ha vinto è una sinistra fuori dalle regole comuni e l’idea di interpretare il voto come un’affermazione della coalizione avversa al Pdl e alla Lega è un’illusione ottica. Detto altrimenti, se la sinistra pensa a cose come l’Unione, l’Ulivo e la “gioiosa macchina da guerra” sta facendo il medesimo errore del 1994. Ecco perché a conti fatti anche al Pd conviene avere una nuova legge elettorale priva dell’attuale premio di maggioranza che - diciamolo con sincerità - è sì un premio, ma senza maggioranza. Dunque, riformare la legge elettorale conviene a tutti. Conviene anche e soprattutto al Paese perché l’attuale legge consente di vincere ma non garantisce il buongoverno.

è stato determinante per i successi del centrodestra, le ultime amministrative hanno dimostrato il contrario».

E il professor Rebuffa va anche oltre: «A questo punto mi sentirei di escludere che Berlusconi possa essere il candidato premier della coalizione di centrodestra alle prossime elezioni. Ma si tratta di una discussione teorica, dal momento che nel Pdl si è aperto un confronto politico, così come aveva chiesto Gianfranco Fini un anno fa e prima di lui Pier Ferdinando Casini e altri, che porti alla formazione di un gruppo dirigente che possa sostenere una leadership, quella di Berlusconi. In questi giorni si è evidenziata l’assoluta carenza di un gruppo dirigente nel Pdl che è, invece, un ganglio di interessi incapaci di un minimo di unità e strategia politica».


pagina 4 • 2 giugno 2011

l’approfondimento

L’ufficio di presidenza crea una nuova figura nel partito del premier. I tre coordinatori, comunque, resteranno in carica

Basteranno Alfano e Lupi? Berlusconi sceglie la linea dura: un fedelissimo alla segreteria del Pdl e l’esponente di Cl al ministero della Giustizia. «Così il premier si chiude nelle sue fortezze ma non è detto che stavolta i moderati lo seguano», dice Massimo Cacciari di Riccardo Paradisi è molta confusione sotto il cielo dei moderati italiani. Non più berlusconiani, o in via d’uscita dal berlusconismo, non per questo i moderati sono persuasi che l’alternativa al quindicennio dei miracoli siano i Santoro boys alla De Magistris, incoronato sindaco di Napoli, o l’avvocato Pisapia, sindaco vendoliano di Milano. Sono di nuovo orfani i moderati italiani?

C’

Siamo di nuovo nella situazione dei primi anni Novanta quando i riferimenti politici dell’area maggioritaria del Paese vennero disintegrati da Tangentopoli e dalle inchieste della magistratura? Certo l’elezione di De Magistris a Napoli ha un contenuto simbolico evidente: un ex pm che scende in politica e ”scassa”, come dice lui, ”per ricostruire tutto”dà da pensare. A tutti tranne che al Pd ovviamente che legge la vittoria di De Magistris come il proprio trionfo. Come se il magistrato dipietrista fosse una sua candi-

datura e non il candidato che ha umiliato anzitutto il Pd o il Pm che con le sue inchieste ha contribuito a far smottare nel 2008 un governo con baricentro democrat.

E d’altra parte quella parte del Pd che non guarda a De Magistris guarda a Pisapia: «Ci vorrebbe un Pisapia nazionale», dice l’ex sindaco di Torino Sergio Chiamparino. Oltre il berlusconismo – sotto l’ala del quale il gran corpo del moderatismo italiano s’era rifugiato – sembra siano pochi gli interessati a costruire una casa per la maggioranza dell’elettorato italiano. Che a Milano e Napoli magari ha mandato un messaggio di contestazione ma che prima di ripetere l’esperimento a livello nazionale ci penserà dieci volte come facilmente prevedono gli osservatori e gli analisti. Stiamo ai fatti. Dopo la sconfitta delle amministrative il cambiamento impresso al Pdl sembra risolversi nella segreteria

politica di Alfano e nella promozione di Lupi alla Giustizia, questo mantenendo il triumvirato. Una soluzione tutto sommato di compromesso calata dall’alto da Berlusconi che lascia sostanzialmente le cose come stanno: riduce i poteri degli attuali coordinatori ma senza azzerarli, concede al governatore della Lombardia Formigoni spazio con la nomina di Lupi e consegna la sovranità controllata del partito alla corrente forzista vicina ad Alfano.

Una soluzione di compromesso calata dall’alto che lascia le cose come stanno

Restano però sul tappeto tutti i problemi e gli scogli frapposti alla navigazione del governo: la tenuta dell’alleato leghista, la manovra finanziaria da quaranta miliardi chiesta dall’Europa, la scia sismica che dopo il terremoto delle amministrative continuerà ad agitare dalle sue cavità il Pdl, dove le correnti sono sul piede di guerra. Che i nervi siano a fior di pelle del resto lo dimostra l’annuncio della querela dell’ex colonnello finiano Matteoli al quotidiano

Libero colpevole d’aver ipotizzato una sua volontà dal Pdl scissionista. Che Matteoli pensi a una scissione non è probabile ma insomma non si rischia a nostra volta una querela se, citando fonti interne agli ex An, si scrive che la sua preoccupazione in questo momento, e quella di Alemanno, è di serrare i ranghi per far pesare di più nel partito l’ala ex An non rappresentata nell’attuale triumvirato.

Nessuno invece nel centrodestra – a parte certi settori della Lega – pensa alla soluzione regia dell’impasse: ossia la fuoriuscita “da destra” dal berlusconismo, con l’apertura al centro e magari con un governo d’unità nazionale. Un omissione politica simmetrica a quella che in queste ore ispira i vertici del Pd. Che vagheggiano la seconda riedizione dell’Ulivo che fu, dove il punto di sintesi non sarebbe stavolta il professor Romano Prodi ma i dieci punti programmatici di cui parla Pierluigi Bersani che si dice disponibile a


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Serve una compagine compatta per affrontare le attuali problematiche, sempre più spinose

La soluzione della Chiesa: «I politici cattolici si uniscano»

Il Vaticano è preoccupato da una nuova crisi di rappresentanza dell’area moderata: ecco perché da tempo lancia appelli per una svolta di Luigi Accattoli on esitate a stimolare i fedeli laici a vincere ogni spirito di chiusura, distrazione e indifferenza, e a partecipare in prima persona alla vita pubblica»: è l’ultimo monito del Papa, rivolto ai nostri vescovi giovedì scorso, per il rilancio della partecipazione dei cattolici alla lotta politica. Sono ormai tre anni che Benedetto ripete l’antifona e i vescovi gli fanno coro, ma ben poco o nulla si muove. Che cos’è che non funziona? A mio parere manca il dibattito sulla politica in ogni ambiente di Chiesa e se non riprende questo non riprenderà neanche la formazione alla politica. Senza dibattito non c’è politica ma non può esservi neanche passione e ricerca della politica. È capitato invece che – per ottime e prioritarie ragioni – il nostro episcopato abbia scelto già da mezzo secolo una linea di distacco dalla politica e oggi ne portiamo le conseguenze. Le ragioni del distacco erano cogenti, dopo la coinvolgente stagione del collateralismo. E la pedagogia della distinzione degli ambiti che ne è seguita è stata provvidenziale, a evitare che le divisioni politiche si proiettassero all’interno della Chiesa. Ma quelle ragioni e quella pedagogia hanno fatto il loro tempo e io credo che sia urgente tornare al dibattito se non si vuole risultare ininfluenti.

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Nel discorso di giovedì scorso – tenuto in una celebrazione “mariana”con i nostri vescovi in Santa Maria Maggiore, nel 150° dell’unità d’Italia – abbiamo ascoltato il Papa che dopo quel deciso richiamo incoraggiava «le iniziative di formazione ispirate alla dottrina sociale della Chiesa, affinché chi è chiamato a responsabilità politiche e amministrative non rimanga vittima della tentazione di sfruttare la propria posizione per interessi personali o per sete di potere». Basta la formulazione di questo obiettivo ad attestare quanto sia viva – nel Papa e nei vescovi – la percezione della responsabilità della Chiesa nell’attuale crisi della politica. Quella percezione è tanto netta che il cardinale Angelo Bagnasco ne aveva parlato ad apertura dell’assemblea, lunedì 23, quando aveva qualificato come “inguardabile” la nostra scena politica e aveva riaffermato come «opzione di fondo» della Cei quella di «preparare una generazione nuova di cittadini che abbiano la freschezza e l’entusiasmo di votarsi al bene comune». Il comunicato finale dell’Assemblea dell’episcopato ha poi definito “unanime”l’impe-

gno dei vescovi «a investire per formare una nuova generazione di amministratori e di politici appassionata al bene comune». Nella conferenza stampa tenuta venerdì a chiusura dei lavori, il cardinale Bagnasco ha infine annun-

Sono tre anni che il Papa ripete il concetto: «I fedeli si devono impegnare di più per la società»

ciato due iniziative sulla formazione politica: una per “fare il punto” sulle scuole di politica promosse dalle aggregazioni laicali e un’altra per censire le scuole diocesane.

Immagino che queste ricognizioni daranno un’immagine deludente di tali attività, che furono fiorenti negli anni ottanta ma vennero a esaurimento proprio quando più sarebbero state necessarie, cioè a partire dalla fine della Dc a metà degli anni novanta. La mia interpretazione di quell’esaurimento è che esso sia stato conseguente al mantenimento del divieto di discutere di politica in ambito ecclesiale che era venuto consolidandosi nel periodo della “scelta religiosa”, seguita alla stagione del collateralismo. Ma una cosa è se non dibatti e intanto fai formazione di giovani che poi lavoreranno nella Dc e un’altra è se non dibatti e prepari ragazzi che si impegneranno in varie formazioni politiche, com’è inevitabile che sia oggi. In questo secondo scenario, in assenza di un dibattito ecclesiale sulla politica l’opera di formazione si fa generica e perde attrattiva. Quando dico che è urgente rilanciare il dibattito il richiamo di principio è alla proposta mai realizzata di un «organismo nazionale permanente di partecipazione dei laici alla vita della Chiesa» che fu formulata dal padre Bartolomeo Sorge al primo Convegno ecclesiale nazionale, quello del 1976 su Evangelizzazione e promozione umana. In attesa che si faccia avanti qualcuno che abbia l’autorità necessaria ad aggiornare a riproporre quell’idea, qualcosa credo si possa fare subito a partire dalle parrocchie e dalle città, con gli organismi esistenti, superando il tabù dell’apertura a temi politici. Poniamo che in una parrocchia esploda il problema del crocifisso a scuola, o quello della presenza di prostitute e spacciatori per le vie e il parroco convoca un incontro aperto a tutti per discuterne: iscritti ai partiti, consiglieri comunali o di zona, operatori sociali, volontari. Non per decidere ma per conoscere e concertare. Sul piano cittadino o diocesano poi gli inviti potrebbero essere estesi ai parlamentari di ogni appartenenza. Nel contesto di una comunità che dibatte io credo che le scuole di politica tornerebbero fiorenti e utili. In esse i giovani che avvertono la vocazione all’impegno politico approfondirebbero quanto l’assemblea di tutti ha affrontato sul piano della conoscenza e del confronto. www.luigiaccattoli.it

una candidatura a premier. Proprio mentre Chiamparino mette l’annuncio per un Pisapia nazionale che compatti la sinistra e la porti alla vittoria. E del resto è lo stesso Bersani a bocciare l’idea di un governo di transizione per la manovra e soprattutto l’idea di un appoggio esterno del Pd. Massimo Cacciari è costernato di fronte all’atteggiamento del Pd: «Era fisiologico che scattasse questo riflesso condizionato, che dopo tante sconfitte nel Pd ci si sentisse euforizzati dalla sconfitta di Berlusconi. Un’euforia che li priva della comprensione d’un fatto evidente a chiunque ragioni, ossia che con i Pisapia e i De Magistris – candidati che non erano peraltro espressione del Pdl – non si vince a livello nazionale. Razionalità vorrebbe naturalmente – continua Cacciari – che si pensasse a un allargamento politico serio nei confronti di aree vaste dell’imprenditoria, del mondo delle professioni, ambiti strategici che si sono mostrati saturi nei confronti di Berlusconi ma che non votano Pisapia o De Magistris».

Il centro, il terzo polo per Cacciari potrebbero essere la cerniera di questa operazione «anche se al nord il terzo polo s’è dimostrato debole. Esiste in Campania, nelle Marche, nel Lazio sicchè sul piano politico nazionale saggezza vorrebbe che si tenesse conto di lui. Anche perché di tutto il Paese avrebbe bisogno tranne che di un Prodi bis» Antonio Polito, editorialista del Corriere della Sera non fa un’analisi molto diversa da quella di Cacciari: «È evidente – dice –che l’elettorato moderato sta chiudendo una lunga stagione d’intesa con Berlusconi ma se a sinistra qualcuno pensa che basti questo per intercettare quei voti in libera uscita si sbaglia di grosso. Perché non c’è nessun automatismo che porta chi non vota più Berlusconi a esprimere consenso per i Pisapia o i De Magistris. A parte il fatto che la legge elettorale nazionale è molto diversa da quella delle comunali, se una coalizione modello Ulivo fosse sufficiente a vincere sarebbe comunque inadatta a governare. Basta pensare alle differenze in seno alla sinistra sulla politica estera per esempio: poche settimane fa l’opposizione s’è presentata con tre mozioni diverse sulla Libia. Per non parlare delle posizioni divergenti sulla giustizia, sull’economia, su tutto». E il terzo polo? «Secondo me – dice Polito – Casini ha sbagliato a non dare indicazioni di voto ai ballottaggi. Si, certo, la tesi è che il terzo polo ha dimostrato che senza il centro la destra non vince. Ma insomma in politica bisogna stare in campo per dire di essere stati condizionanti. Mi sbaglierò, ma ho la sensazione che più che l’associarsi dell’esistente si uscirà da questa palude con l’arrivo di qualche sorpresa come nel ’93 - ’94».


diario

pagina 6 • 2 giugno 2011

Anche i poliziotti scendono in piazza

Don Seppia resta in carcere

ROMA. I sindacati di polizia Siulp, Sap, Ugl e Consap hanno manifestato davanti al ministero dell’Economia «per protestare contro le decisioni del ministro Tremonti. Il governo e la maggioranza hanno tradito ancora una volta gli impegni assunti con i comparti sicurezza, difesa e soccorso pubblico», come hanno detto le stesse organizzazioni sindacali spiegando che «la legge 74/2011 appena pubblicata in Gazzetta Ufficiale, non prevede la corresponsione delle indennità fisse e continuative alle forze dell’ordine, alle forze armate e ai vigili del fuoco, come pure era stato promesso e nonostante ciò avvenga con fondi propri, senza chiedere un solo centesimo alle casse dello Stato».

GENOVA. Tentata violenza sessuale su minore, tentata induzione alla prostituzione minorile, offerta di stupefacenti a minori: per questi tre reati il gip di Genova ha disposto la custodia cautelare in carcere per don Riccardo Seppia, il parroco genovese arrestato il 13 maggio su disposizione del gip di Milano che lo accusava di violenza sessuale su minore e cessione di stupefacenti. Il gip genovese ha accolto la richiesta del pm Stefano Puppo, che ha indagato il sacerdote anche per detenzione di materiale pedopornografico e cessione di stupefacenti ad adulti. Il gip ha valutato che don Seppia possa reiterare il reato: il sacerdote, dunque, resterà rinchiuso nel carcere di Sanremo.

Mezzo milione di case fantasma ROMA. Il termine per aderire al ”condono” scadeva il 30 aprile. Dopo quella data, attraverso la regolarizzazione spontanea e gli accertamenti successivi, sono venuti fuori 560.837 immobili fantasma, case o costruzioni di cui non si aveva traccia sui registri catastali e dunque inesistenti anche per il fisco. L’emersione ha comportato un aumento della rendita catastale calcolato dall’Agenzia del territorio sui 415,5 milioni di euro. Diverse le destinazioni d’uso degli oltre 560mila immobili “fantasma” regolarizzati: il 35% sono abitazioni (196.808 unità), il 29% sono magazzini (159.686), il 21% sono autorimesse (120.408) e il restante 15% sono uffici, negozi, laboratori, ma anche alberghi, scuole o uffici pubblici (83.935).

Il decreto Omnibus non è bastato: il 12 e il 13 giugno gli italiani dovranno votare anche sull’acqua e sul legittimo impedimento

Sì al referendum sul nucleare La Cassazione conferma il quesito malgrado lo stop del governo di Marco Palombi

La Corte di Cassazione ha accolto le istanze avanzate da Pd e Idv e da una memoria del Wwf che chiedevano di trasferire il quesito sulle nuove norme appena votate nel decreto legge Omnibus: quindi la richiesta di abrogazione rimane la stessa, ma invece di applicarsi alla precedente legge si applicherà alle nuove norme sulla produzione di energia nucleare

l referendum sul nucleare si farà, il 12 e 13 giugno, insieme ai due sui servizi idrici e a quello per abrogare il legittimo impedimento. Lo ha deciso ieri, a maggioranza, la Corte di Cassazione dando l’ennesimo schiaffone al governo in questo orribile maggio. A parere degli ermellini, infatti, il dl Omnibus che ha cancellato il programma sull’atomo faticosamente messo a punto da Claudio Scajola non basta a impedire ai cittadini di esprimersi: il quesito, in mancanza d’altro, s’applicherà dunque a quello che resta del vecchio piano, segnatamente i commi 1 e 8 dell’articolo 5 del suddetto decreto. In sostanza gli elettori saranno chiamati a decidere sulla sospensione temporanea di ogni decisione sul nucleare in attesa degli stress test europei e sulla definizione entro un anno della nuova strategia energetica nazionale: al di là del merito per così dire legislativo, però, questo resta un referendum contro il nucleare, il cui eventuale successo chiuderà probabilmente in modo definitivo la strada dell’atomo in Italia, sulla scia peraltro di quanto ha appena deciso Angela Merkel in Germania (chiusura di tutte le centrali entro il 2022).

I

La decisione della Cassazione, va detto, è stata in parte sorprendente, ma s’è fatta forte delle memorie e dei pareri pro-veritate presentati da Partito democratico, Idv e Wwf: in particolare dovrebbero aver pesato nella scelta le almeno cinque sentenze della Corte Costituzione citate dai “difensori” del quesito. Secondo le toghe dell’ufficio referendum, infatti, il decreto Omnibus, pur cancellando buona parte del programma nucleare, non ha colpito «i principi ispiratori della disciplina preesistente»: la Consulta, infatti, ha più volte stabilito che una iniziativa legislativa che abroghi singole norme non è sufficiente a disattivare una consultazione referendaria. Insomma, non si può aggirare “tecnicamente” – o fur-

bescamente - il diritto dei cittadini ad esprimersi. Ora «il quesito dovrà essere riformulato», ha spiegato il consigliere di Cassazione, Raffaele Botta, secondo cui «la Corte ha ritenuto che i comma rimasti potrebbero consentire che comunque si proceda al programma di localizzazione e attuazione del programma. Ha quindi trasferito alla nuova legge il quesito». Bisognerà, dunque, ristampare le schede e anche procedere a farle avere ai residenti all’estero, che hanno già votato con la vecchia formula nei giorni scorsi: un altro spreco di denaro pubblico, dopo il no all’election day, innescato dal dilettantismo del governo.

Le reazioni della politica ovviamente sono quelle attese. Festeggia l’oppo-

sizione, incassa un altro colpo la maggioranza. Per i partiti del centrosinistra, in particolare, tutti impegnati nel raggiungimento del quorum, il voto del 12 e 13 giugno può essere “il terzo tempo” della spallata elettorale al Cavaliere, dopo i disastrosi ballottaggi.

«È una notizia eccellente», dice ad esempio Pierluigi Bersani: «I trucchi del governo sono stati ancora una volta smascherati. Ora gli italiani hanno la possibilità di pronunciarsi con un sì contro il piano del governo, ed è necessario che il mondo dei media, a partire dal servizio pubblico, contribuisca a fornire ai cittadini il massimo dell’informazione necessaria. Il Pd è impegnato con tutte le sue forze a sostenere la campagna per il Sì». Fa mea

culpa invece Antonio Di Pietro: «Niente spallate, i referendum vanno ‘sberlusconizzati’ e ‘sdipietrizzati’. Acqua, aria e legalità sono tre temi che poniamo all’attenzione di tutti i cittadini, di centrodestra o di centrosinistra, perché questi sono temi che interessano tutti. Chiedo a tutti i partiti di non metterci il cappello», ha concluso l’ex pm. Nel centrodestra invece, peraltro in tutt’altre faccende affaccendato, le reazioni spaziano dal dispiacere all’incazzatura rotonda, ma privilegiano il silenzio meditabondo.

Nel mood iracondo va senz’altro iscritto il sottosegretario allo Sviluppo economico Stefano Saglia, uno dei registi del programma nucleare messo in stand by dal governo: «La decisione di


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e di cronach

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato

Peggiorano le prospettive del Pil italiano (secondo l’Ocse) ROMA. Il Pil dell’Italia nel primo trimestre di quest’anno è cresciuto dello 0,1%, lo stesso livello dell’ultimo trimestre 2010. Su base annua, invece, la crescita italiana è rallentata, passando dal +1,5% del quarto trimestre 2010 al +1%. Sono dati dell’Ocse. Se si guarda a Eurolandia, il Pil è aumentato dello 0,8% nel primo trimestre 2011 rispetto al quarto trimestre dello scorso anno (+0,3%) e del 2,5% su base annua. I dati Ocse rilevano la crescita particolarmente forte della Germania, salita nel primo trimestre al +1,5% dal +0,4% di quello precedente. Il Pil tedesco è aumentato anche a livello tendenziale dal +3,8% dell’ultimo trimestre 2010 al +4,8% attuale. La crescita dei paesi Ocse si è mantenuta stabile nel primo trimestre di quest’anno nonostante l’ulteriore contrazione dell’economia del Giappone e un rallentamento degli Usa: il risultato, dunque, spiega l’Ocse nella sua consueta rilevazione, è da attribuire alla «forte

Direttore da Washington Michael Novak Consulente editoriale Francesco D’Onofrio Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Errico Novi (vicedirettori) Vincenzo Faccioli Pintozzi (caporedattore) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica)

accelerazione della crescita nella maggior parte dei paesi europei e in Canada». Il Pil dell’area Ocse ha continuato a salire dello 0,5% rispetto all’ultimo trimestre 2010, mentre in Giappone - per via dello tsunami - il Pil è sceso al -0,9% rispetto al -0,8% dell’ultimo trimestre 2010. Se poi negli Usa la crescita è stata pari a +0,5% contro il +0,8% del trimestre precedente, nell’Unione europea il Pil è salito dello 0,8% contro lo 0,2% degli ultimi tre mesi 2010.

Da sinistra: Pier Luigi Bersani, Antonio Di Pietro e Angelo Bonelli, sostenitori del referendum sul nucleare

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria) Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Osvaldo Baldacci, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Anselma Dell’Olio, Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Aldo G. Ricci, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Jacopo Pellegrini, Antonio Picasso, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Franco Ricordi, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Emilio Spedicato, Maurizio Stefanini, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Amministratore Unico Ferdinando Adornato Concessionaria di pubblicità e Iniziative speciali OCCIDENTE SPA Presidente: Emilio Bruno Lagrotta Amministratore delegato: Raffaele Izzo Consiglio di amministrazione: Ferdinando Adornato, Vincenzo Inverso, Domenico Kappler, Antonio Manzo Angelo Maria Sanza Amministrazione: Letizia Selli, Maria Pia Franco Ufficio pubblicità: 0669924747 Agenzia fotografica “LaPresse S.p.a.”

ammettere il referendum è un mostro giuridico e costituzionale. In questo modo gli elettori saranno invitati ad abrogare norme, come il Piano energetico nazionale, che avrebbero favorito decisioni alternative al nucleare stesso. È un paradosso inaccettabile». L’astro emergente Maurizio Lupi, invece, è preoccupato di mettere in sicurezza il governo: «I cittadini si esprimeranno nel merito, quindi eviterei di trasformare tutte le occasioni, le elezioni e i referendum in spallate all’esecutivo». Per il vicepresidente della Camera, insomma, «non dobbiamo dare alcun valore politico al referendum, ma ragionare sui singoli quesiti: io personalmente credo che non andrò a votare anche perché non penso che il nucleare e l’acqua possano essere oggetto di referendum».

Mentre andiamo in stampa ancora non è chiara quale sia la posizione della Lega, ma Umberto Bossi giorni fa aveva detto che “alcuni quesiti sono attraenti”, in particolare “quelli sull’acqua”, forse dimenticando che la legge che si vorrebbe abrogare l’ha votata anche la Lega proprio in questa legislatura. Il tema, ora, è il raggiungimento del quorum (non ci si riesce dal 1995).

Per Bersani si apre il “terzo tempo” per la spallata all’esecutivo, mentre Di Pietro frena: «Niente personalizzazioni» Quelli che vogliono dare “la spallata” infatti potrebbero regalare al Cavaliere un insperato momento di respiro in caso di bassa affluenza. Nonostante l’entusiasmo con cui le associazioni ambientaliste e referendarie hanno accolto la decisione di ieri, la faccenda è complicata: per arrivare al 50 per cento più uno degli aventi diritto al voto in un week end di metà giugno, infatti, non bastano gli elettori “militanti”delle opposizioni, servono pezzi consistenti del resto dell’elettorato (centro, destra e/o quelli che in genere non votano).

L’obiettivo, nonostante il nullo apporto delle televisioni nell’informare le persone, non è però impossibile, visto che alcuni sondaggi dei comitati danno un 38 per cento degli aventi diritto intenzionati a votare e un altro venti comunque tentato dal viaggio alle urne: merito, si dice, dei comitati per l’acqua pubblica, che lavorano da anni sul territorio intorno a questo tema. Resta il problema dell’atteggiamento delle televisioni, in particolare della Rai: ieri l’Agcom – che ha pure ricevuto un esposto da tutte le opposizioni sul “silenzio referendario” della tv pubblica - ha per esempio sostenuto che «la collocazione nei palinsesti dei messaggi autogestiti relativi ai referendum finora attuata dalla Rai non è conforme ai principi del regolamento della Commissione sulla par condicio».

L’Autorità, in sostanza , ha ordinato a viale Mazzini di mettere gli spot in una fascia oraria decente, cioè quella “del maggior ascolto”. Sicuramente la televisione pubblica si adeguerà, ma resta un dato: il sistema dei grandi media ha tenuto nascosta agli italiani l’esistenza dei referendum fino a dieci giorni dal voto.

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olo lo Spirito ha il potere di rendere l’uomo pienamente realizzato nell’amore, capace di amare e di essere amato». Non usa perifrasi curiali, Salvatore Martinez, Presidente per l’Italia di Rinnovamento nello Spirito Santo, movimento cattolico sempre più diffuso e attivo su diversi fronti della vita ecclesiale e dell’impegno sociale e culturale. Incontriamo Martinez alla vigilia della Convocazione nazionale del Rinnovamento che si apre oggi a Rimini, evento annuale di primaria importanza per una realtà che in Italia conta più di 200.000 aderenti, organizzati in oltre 1.900 gruppi e comunità. Siciliano di Enna, classe 1966, Martinez è da sempre attivo nel movimento, nel quale ha ricoperto molti servizi e incarichi e che presiede dal 1997. Da qualche mese è stato riconfermato alla presidenza per il periodo 2011-2014. «Il Rinnovamento nello Spirito nasce nel febbraio 1967 a Pittsburg, negli Usa, durante un ritiro all’Università di Duquesne. Una trentina di studenti si riunirono spontaneamente per pregare lo Spirito Santo e fecero l’esperienza di una nuova “effusione dello Spirito”. In Italia, l’incontro del movimento con Paolo VI, nel 1975, segnò il vero start del Rinnovamento, estesosi e consolidatosi con Giovanni Paolo II e ora con Benedetto XVI», racconta Martinez.

«S

«Anche senza un fondatore, in poco più di quarant’anni ci siamo diffusi rapidamente in 205 Paesi del mondo. Da alcuni studi, risulta che un cristiano su tre è entrato in contatto con questa corrente di risveglio spirituale». Occorre ammettere che del Rinnovamento non si parla molto, benché presente ormai in molti luoghi e realtà. «Il Rinnovamento nasce ed esiste essenzialmente per vivere e far vivere un’esperienza profonda e gioiosa della persona di Gesù e della sua Chiesa, soprattutto mediante la preghiera comunitaria» spiega il Presidente. «Si crea così una relazione stabile con Lui, si percepisce la fede in modo nuovo, più fraterno, semplice, coinvolgente. Nulla di simile è dato sperimentare nel nostro mondo, se non mediante surrogati di spiritualità o falsi modelli di prossimità. Senza lo Spirito, la ricerca della felicità, che è la massima espressione della libertà umana, non può mai realizzarsi autenticamente e compiutamente. Noi vogliamo riaffermare il primato della dimensione spirituale ed essere così non tanto un’istituzione, ma una missione che esprime la continuità con la Pentecoste. Pentecoste è al contempo, come a Gerusalemme, un Cenacolo (la Chiesa) e una Piazza (il mondo). La riscoperta dei sacramenti e il ricorso ai carismi e ai ministeri suscitati dallo Spirito, facilitano la testimonianza di un nuovo stile di vita, per cui l’uomo passa dalla sfera intimistica a quella interpersonale, familiare e sociale della fede. In questo modo, il Rinnovamento vuole essere non soltanto una valida presenza nella Chiesa, ma anche una significativa presenza della Chiesa nel mondo».Faccia-

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Oggi a Rimini si apre la 34esima Convocazione nazionale del Rinnova mo notare a Salvatore Martinez che talvolta si tende a considerare il Rinnovamento nello Spirito quasi un adattamento cattolico dei movimenti pentecostali americani, non senza un alone di sospetto e di diffidenza, dovuto probabilmente anche all’immagine creativa e libera che questo movimento offre di sé.

«È sicuramente vero che siamo caratterizzati da una significativa libertà di espressioni e di relazioni, che ha a che fare anche con il nostro modo di organizzarci e di essere presenti sul territorio e nei diversi ambienti» risponde Martinez. «Siamo molto vicini alla gente, senza alcuna distinzione, con la sola preferenza per quanti sono nella prova e nella sofferenza e che trovano nei nostri gruppi e comunità accoglienza, ascolto, accompagnamento. Siamo anche più ramificati di quanto si possa immaginare, grazie alla natura propria del movimento, che non essendo una realtà unificata nell’uniformità, non conosce vincolatività, né prescrittività e favorisce la fantasia dello Spirito e la creatività di tutti. Quanto al rapporto con i vari gruppi pentecostali e carismatici non cattolici, cerchiamo ciò che ci unisce nella preghiera, nell’adorazione, nell’ascolto della Parola, chiedendo insieme perdono a Dio per ciò che ancora ci divide. Pratichiamo, insomma, un “ecumenismo spirituale”, più che teologico, rendendo tributo allo Spirito Santo, che fa la Chiesa indivisa in Cristo». Chiediamo al leader del Rinnovamento quale sia, a suo giudizio, la chiave per il rapporto tra la Chiesa e gli uomini del nostro tempo, e in particolare con la generazione dei giovani-adulti, dei

Fenomenologia del movimento (da 200mila aderenti solo in Italia) che vuole riportare il Vangelo al centro. Parla il presidente Martinez In basso il presidente Martinez con papa Benedetto XVI. In apertura l’arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana, card. Angelo Bagnasco, al raduno RnS

I difensori d

di Francesc

30/40enni, che sembra un po’ la grande assente negli ambienti ecclesiali ordinari, segnando così un distacco tra l’esperienza comunitaria della fede e il tempo della vita in cui si compiono scelte, si vivono impegni professionali e familiari importanti, si gettano le basi concrete dell’età matura. «Direi che per tutti, ma per queste generazioni in particolare, urge tornare al Vangelo senza mezze misure e senza vergogna di dirsi cristiani. Il Vangelo è la migliore

fonte possibile d’ispirazione, in tutti gli ambiti: una Via da percorrere, una Verità da annunciare, una Vita da vivere. Urge quindi un rinnovamento, una seria, profonda stagione di rinnovamento, che abbia un segno distintivo di svolta, un’espressione autentica di fede in un gesto alla portata di tutti: riprendere il Vangelo tra le mani.“Rimetterlo nel petto”, come sentenziava don Luigi Sturzo. La crisi del nostro tempo parte da un profondo deficit di educazione alla vita buona, in primis nelle famiglie; ed è sempre spirituale, la crisi, prima che morale, economica, politica. La siccità dei valori dello Spirito e la desacralizzazione delle nostre società contemporanee sono sinonimo di disumanizzazione della storia. I cristiani rinnovati, dunque risvegliati da una passione per Dio e per l’uomo, sono sempre più attesi! Senza Dio l’uomo diviene insignificante, diventa un problema per se stesso, co-


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molto sintonizzate con il severo stile ratzingeriano… «E invece in questo campo abbiamo recuperato il senso teologico della liturgia, attraverso la riscoperta comunitaria dei sacramenti e l’esercizio dei carismi per una nuova animazione del culto. Noi vogliamo mostrare il volto di una Chiesa viva anche nei gesti tradizionali della nostra fede, spesso anonimi e insapori per tanti cristiani della domenica. L’uso della preghiera spontanea, corale, della lode fino alla danza, conferiscono alla pratica della nostra fede una particolare bellezza e attrazione. I nostri canti, il cui patrimonio è ogni anno arricchito da una produzione inedita, sono una formidabile via all’interiorizzazione della Parola e alla comunicazione del Vangelo, soprattutto tra i giovani. Se il Dio/Bellezza si comunica attraverso le forme solenni della liturgia, come nell’abbraccio al detenuto che incontriamo in un carcere, allora si può dire che Lui è sempre presente con noi e che la salvezza non conosce confini di forme, di spazio e di tempo». Si discute oggi sul ruolo pubblico dei cristiani, se debbano privilegiare visibilità e riconoscibilità oppure mescolarsi in forme sociali e politiche indistinte. Anche tra i movimenti cattolici ci sono su questo diverse sensibilità, e scelte conseguenti.

amento nello Spirito: «I cristiani siano riconoscibili anche in politica»

dello Spirito

co Iacobini

mincia a generare inferno. La laicità cristiana parte dal reale, lo include, lo assume, aspira a trasfigurarlo e renderlo lo spazio creativo dell’amore».

Crisi educativa, dice Martinez, suggerendoci così la domanda se la sfida lanciata dalla Chiesa italiana per la promozione della cultura e dell’antropologia cristiana sia davvero necessaria e utile o si riduca solo a un mega-progetto senza vita effettiva, più annunciato e che attuato. E domandiamo anche quale sia il ruolo e il contributo del Rinnovamento dello Spirito su questo fronte. «Il lavoro da svolgere per una nuova cultura e per la formazione di una nuova generazione di laici è fondamentale», afferma convinto il Presidente. «Noi abbiamo varato, nel 2008, il Progetto Unitario di Formazione per i nostri gruppi e comunità, proprio perché si è ritenuto necessario adeguare questo impegno alle esigenze della coscienza sociale e alle sfide dei nostri tempi. Abbiamo un mandato da compiere: promuovere la “cultura della Pentecoste”, come il Beato Giovanni Paolo II ci chiese di fare nel 2002. E cioè educare gli uo-

mini ad una rilettura del reale in chiave spirituale, quasi una sociologia pneumatologica, in cui si aiutino le elites e le rappresentanze del Paese ad incontrare la gente per discernere insieme i segni dei tempi, con un linguaggio spirituale, con ideali e valori ispirati alle categorie del soprannaturale. Un metodo originale, che sorprende e che produce molti frutti: l’uomo è impastato di terra ma è fatto per il cielo!». Ascoltando Martinez,

miche che si sono prodotte negli ultimi anni su tali temi. «Su queste cose ci sarebbe molto da dire e non basterebbe ora la nostra conversazione» risponde Martinez. «Qui vorrei solo ricordare uno dei frutti principali del Concilio: la riscoperta dello Spirito Santo come principio di unità visibile e di dinamismo tra i cristiani. Noi del Rinnovamento, a seconda delle stagioni, siamo stati collocati di qui e di là, tra i tradizionali-

«Il Rinnovamento nello Spirito Santo è apolitico e apartitico, ma è giusto che i cristiani siano riconoscibili» - afferma il Presidente. «Noi ci consideriamo “portatori sani di laicità cristiana”, in un tempo avvelenato da ben altri e letali virus. Oggi, l’inedita alleanza tra potere tecnologico e potere scientifico spinge ad una visione atea dell’uomo: un umanesimo ateo sarà solo un umanesimo disumano. Ecco perché noi assecondiamo lo Spirito Santo nella fondamentale opera di rievangelizzazione del nostro Continente. Non ci interessa creare nuove strutture, ma rendere nuove quelle esistenti; e soprattutto vogliamo che sia rinnovato il cuore degli uomini, così che tutto ciò che essi abitano e che li circonda possa essere rinnovato. Non ci può essere autentica promozione umana senza una fede autentica: è questa l’eredità ricevuta dal Beato Giovanni Paolo II a cavallo tra due millenni. Benedetto XVI ci sprona a proseguire su questa strada: chiarezza nel pensare la fede, audacia nel dirla e nel darla ad ogni uomo. Se accogliamo questo invito, e chiediamo allo Spirito di guidarci in questa sfida, come possiamo pensare che non vedremo presto gli effetti benefici di una generale conversione delle nostre società?». E nel prossimo futuro in cosa vedremo impegnato il Rinnovamento? «In tante iniziative, sicuramente. Cito solo – dopo l’incontro di Rimini di questi giorni – il IV Pellegrinaggio Nazionale delle Famiglie per la famiglia, che si terrà ad Ancona il prossimo 10 settembre, con una forte impronta mariana. Ma più in generale, ci impegneremo ad essere ancora di più una corrente di grazia, che possa essere accolta e possa trasformare la vita e gli ambienti umani. Continueremo a farlo con il nostro stile, cercando di essere visibili senza presenzialismi, polemiche, contrapposizioni, collateralismi. E cercheremo di testimoniare e comunicare che essere cattolici vuol dire vivere una vita paradossale, essere persone che, seppur segnate dal limite della condizione umana, si sforzano di non deturpare la bellezza e di non attenuare la gioia che provengono dal Vangelo».

Noi vogliamo riaffermare il primato della dimensione spirituale ed essere così non tanto un’istituzione, ma una missione che esprime la continuità con la Pentecoste, Piazza e Cenacolo

e avendo in mente le immagini colorate delle assemblee del Rinnovamento, viene da chiedersi come si collochi questa realtà nell’odierno dibattito ecclesiale. Il pontificato di Benedetto XVI ha scelto sin dagli inizi di rifocalizzare alcune questioni fondamentali, come il rapporto con la Tradizione, il Concilio, la liturgia, la catechesi. Si fa fatica a immaginare gli esponenti del Rinnovamento coinvolti nelle discussioni e nelle pole-

sti o tra gli innovatori. La realtà è che non avendo un fondatore, regole predeterminate, impegni apostolici vincolanti, ci sintonizziamo più facilmente con l’ecclesiologia corrente, in stretta comunione con il Papa e i Vescovi. Ci basta amare la Chiesa, il suo Magistero e la Parola di Dio, per saper essere innovatori e tradizionalisti al contempo». E per quanto concerne la liturgia? Le riunioni del Rinnovamento non paiono


Bashar e Mahmoud Il cerchio si stringe I due tiranni sono a rischio: la Clinton e Sarkozy lanciano un ultimatum al leader siriano e il parlamento di Teheran sconfessa Ahmadinejad


la guerra ai dittatori

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Il regime di Damasco è sempre più isolato. E dopo la Libia, potrebbe essere il prossimo obiettivo...

Così Usa e Francia scrivono la road map anti-Assad di Enrico Singer on l’acqua alla gola. Il regime di Bashar al Assad promette l’amnistia generale, ma spedisce i carri armati a sparare contro la gente nella cittadina di al Rastan dove un altro massacro si è aggiunto ieri alla spaventosa contabilità dei morti. Le persone uccise in Siria sono già 1.100 dall’inizio della rivolta che è scoppiata il 15 marzo scorso e almeno diecimila sono scomparse: forse sono in carcere, se non negli obitori o nelle fosse comuni. E dal fronte occidentale arriva una condanna senza appello, quasi un ultimatum. «Ogni giorno che passa la posizione del presidente siriano diventa meno difendibile», ha detto il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, che ha ricordato anche la vicenda del piccolo Hamza Ali al Khatib che ha fatto il giro del mondo via internet con le immagini atroci del suo corpo martoriato: «Le notizie sulla tortura di un ragazzino di 13 anni dimostrano che il regime è al collasso. Speriamo che Hamza non sia morto invano e che cominci la transizione verso la democrazia». Anche la Francia è scesa in campo. Nicolas Sarkozy ha avvertito Bashar al Assad che le parole non bastano, che deve realizzare «concrete aperture oppure andarsene».

C

E il suo ministro degli Esteri, Alain Juppé ha detto che per mettere fine alle violenze ci vogliono «azioni più ambiziose e audaci», ma che «potrebbe essere già troppo tardi». Sembra il ripetersi di un copione già visto. Come Gheddafi in Libia, anche Assad in Siria ha scelto la linea dura: annunci di riforme che non arriveranno mai e repressione armata di ogni forma di protesta, anche la più pacifica. E come in Libia anche in Siria l’opposizione si sta organizzando in un movimento che comincia a prendere la forma di un’alternativa di potere. Più di 300 delegati di tutte le fazioni ed etnie, per la maggior parte esiliati, sono riuniti da ieri in un albergo di Antalya, in Turchia, con l’obiettivo di indicare una road map per liberare il Paese dal regime del partito Baath e dalla dinastia degli Assad che lo controlla. Non era mai successo prima. La “Conferenza per il cambiamento in Siria”si è aperta con le note del-

l’inno nazionale e con un minuto di silenzio in memoria delle vittime della repressione. Poi ha bocciato, definendola «tardiva e insufficiente», l’amnistia annunciata da Bashar al Assad: da quando è esplosa la “primavera araba”in Tunisia e in Egitto la liberazione dei detenuti politici è stata una promessa ripetuta più volte dai regimi che cercavano di salvarsi e mai rispettata fino in fondo, anche perché nessuno sa nemmeno quanti sono davvero. Come dimostra, purtroppo, anche la storia di Hamza Ali al Khatib che è diventato, ormai, il simbolo della rivolta con il suo volto rotondo e sorridente stampato sui manifesti che saranno innalzati nelle strade di Damasco e di tante altre città siriane anche domani nell’ennesimo “venerdì della rabbia”. Hamza era uscito di casa il 29 aprile in un villaggio a pochi chilometri da Dera’a, la città martire dove tutto è cominciato: per un mese il padre e la madre hanno sperato che fosse in

Anni Ottanta. «Nessun rappresentante dell’opposizione può accettare questa amnistia», ha spiegato Khaled Khawja che è uno degli esponenti dell’opposizione riuniti nel vertice di Antalya. «Il regime siriano deve accettare le richieste del popolo, questa misura di grazia è fatta soltanto per placare la comunità internazionale e non per l’interesse del popolo siriano che vuole una sola cosa: Bashar al Assad deve andarsene», ha detto Khaled Khawja lasciando capire quali saranno le conclusioni della “Conferenza per il cambiamento in Siria”che si concluderà domani.

Sul terreno, intanto, la situazione è sempre più grave. I carri armati sono entrati ieri nella città di Daal, nel Sud del Paese vicino a Dara’a, assediata dai militari da aprile. Human Rights Watch ha detto che «i massacri e le torture contro gli abitanti di questa regione possono essere definiti crimini contro

Più di 300 delegati di tutte le fazioni ed etnie, per la maggior parte esiliati, sono riuniti da ieri in un albergo in Turchia, con l’obiettivo di indicare una via per liberare il Paese qualche prigione, poi il ragazzino è stato restituito morto alla sua famiglia con i segni delle torture sul corpo: il pene tagliato, le bruciature di sigaretta, i proiettili sparati in parti non vitali per allungare l’agonia. Secondo l’Unicef sarebbero trenta i bambini uccisi da quando è cominciata la rivolta. La ferocia delle forze speciali della Guardia Repubblicana comandate da Maher al Assad, fratello di Bashar, ha scavato un fossato tra la popolazione e il regime che, a questo punto, sembra incolmabile. E a poco è servita la promessa di estendere l’amnistia ai sostenitori del movimento dei Fratelli musulmani che, in Siria, è fuorilegge dall’inizo degli

l’umanità». Nella cittadina di al Rastan, che si trova nei pressi di Homs, la popolazione ha tentato di resistere ai carri armati anche con i fucili da caccia. Ma ci sono stati scontri anche nei dintorni della capitale e le fonti ufficiali controllate dal regime continuano a dare notizie per dimostrare che la rivolta sarebbe ispirata e sostenuta da «agenti stranieri», ma non fanno altro che confermare quanto sia sempre più estesa aggiungendo altre città alla lista di quelle in rivolta. La sicurezza siriana avrebbe scoperto un arsenale di armi e di munizioni a Talbisa, nel Sud del Paese, che da giorni è assediata dall’esercito. segue a pagina 12


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continua da pagina 11

la guerra ai dittatori Un progetto di risoluzione, sul quale Stati Uniti ed Europa sono già d’accordo, è pronto, ma l’approvazione della Russia e, soprattutto, quella della Cina, sono ancora da conquistare. E il passaggio alle Nazioni Unite – così come lo fu nel caso della Libia – è essenziale per qualsiasi passo futuro della comunità internazionale: che si trat-

positiva. Appena il 27 aprile scorso, Mosca aveva bloccato l’adozione da parte del Consiglio di sicurezza di una risoluzione che condannava la Siria per la repressione delle proteste sostenendo che si sarebbe trattato di una «ingerenza esterna». Adesso un autorevole rappresentante del Cremlino – il responsabile della Federazione russa per la cooperazione con i Paesi africani, Mikhail Margelov – ha detto che «se nel prossimo mese non arriveranno le riforme, Assad non avrà più il controllo del Paese».

I militari avrebbero anche trovato dei tunnel usati dai manifestanti per muoversi da una parte all’altra della città e questo proverebbe che il movimento di protesta sta assumendo il carattere di una vera e propria ribellione. Le difficoltà del regime sono dimostrate anche da una serie di contatti politici che si stanno intrecciando a Damasco. Il capo del gruppo islamista libanese Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha incontrato Bashar al Assad «per discutere delle riforme In altre parole, la in Siria», secondo quanto ha scritto il Russia sembra voquotidiano libaneler concedere alse al-Akhbar che è tro tempo al regivicino a Hezbolme di Damasco, lah. Il giornale non ma non esclude entra nel dettaglio più la possibilità delle ipotetiche di mollare quello riforme, ma agche, da sempre, è giunge che Assad considerato un «è ben deciso a suo stretto alleato, anzi l’alleato aranon cedere a colobo più importante ro che vogliono rosin dai tempi delvesciare il regime l’Urss. Se Mosca si Sono oltre mille i morti in Siria dall’inizio delle protesiriano a causa del avvicina al fronte ste e oltre 10mila le persone detenute. Un altro dato suo appoggio alla occidentale, Peperò preoccupa le organizzazioni in difesa dei diritti resistenza palestichino rimane su dell’Uomo, vale a dire il crescente numero di denunce nese». una posizione di di casi di tortura. I manifestanti raccontano di ferite da Il messaggio è chiusura netta ad arma da taglio, bruciature e frustate inflitte durante i preciso: la crisi suogni condanna giorni di detenzione nei cosiddetti ospedali militari. pera i confini sidel regime di Ba«Le storie di cui sentiamo raccontare oggi sono inimriani ed entra nelshar al Assad. La maginabili nella loro brutalità», ha confessato al Wall Street Journal un uomo siriano che aveva lavorato nei la più grande e portavoce del miservizi di intelligence militare negli anni Ottanta e ora complessa partita nistero degli Estesi dice schifato: «Non è solo uno strumento deterrente mediorientale. ri cinese, Jiang Yu, per bloccare le proteste. Provano piacere a far male alChe arriva fino a ha detto che, nella persone. Solo per il gusto di farlo». Una donna e due Washington, a l’attuale situaziouomini, arrestati e poi rilasciati, hanno raccontato che Mosca e a Pechine, l’approvazione le forze di sicurezza di Bashar al-Assad arrestano non no. Durante il G8 della risoluzione solo manifestanti, ma anche professionisti, donne e che si è tenuto la sulla Siria da paranziani. I detenuti sono smistati in diverse città, nelle scorsa settimana te del Consiglio di scuole, negli stadi di calcio, nelle strutture e negli a Deauville, in sicurezza dell’Onu ospedali militari. Francia, il caso-Si«non favorirebbe La rivolta siriana è stata ulteriormente alimentata dalria è stato affronla distensione e la la notizia, alcuni giorni fa, di torture inflitte a un gruptato dai “grandi” e stabilità del quapo di adolescenti, fermati nella citta di Dara’a perché Sarkozy ha notato dro locale». autori di graffiti contro il partito Baath: tutti sarebbeche i termini usati Jiang Yu ha agro stati torturati: «Strappare via le unghie a dei bamnella dichiaraziobini è stato davvero troppo», racconta un venditore di giunto che il gone finale sono scarpe, a sua volta arrestato e torturato. verno cinese «ap«senza ambiL’uomo ha detto di essere stato fermato assieme al frapoggia l’impegno guità» nella contello e a due cugini alla fine di una manifestaziona a della Siria per la danna dell’azione Dara’a, epicentro della rivolta. I quattro sono stati rinsalvaguardia della violenta del regichiusi nell’ospedale militare di Homs per sei giorni: i sua sovranità e me nei confronti primi tre li hanno trascorsi nudi e con gli occhi bendati auspica che il Paedei manifestanti. da cerotti. «Eravamo circa 15, con tre letti in tutto. Non se ripristini quanIl testo del comuci hanno dato da bere, né da mangiare e non potevamo to prima la stabinicato del G8, ha andare in bagno. Ogni dieci minuti entrava qualcuno lità e l’ordine». riferito Sarkozy, è che ci picchiava», racconta l’uomo. Un dottore di un Come dire che Pestato «ulteriorospedale militare ha confermato - sempre al Wsj - di chino è schierata mente indurito» aver assistito a scene simili. Nella sua struttura la genancora saldamennei negoziati delte è stata torturata con lame di coltello e sottoposta ad te al fianco di Asl’ultima notte del iniezioni di morfina per diversi giorni consecutivi. sad e spera che il vertice e «gli amisuo regime riuci russi lo hanno scirà a domare la sottoscritto». Con una simile posizione presa a ti di nuove e più efficaci san- rivolta. A riprova dei buoni apDeauville, secondo il presiden- zioni o d’interventi di qualsiasi porti tra Pechino e Damasco, Jiang Yu ha anche annunciato te francese, nessuno può im- altro genere. maginare che Mosca possa La posizione russa, al di là del- che il viceministro degli Esteri prendere una posizione diver- le forse troppo ottimistiche at- siriano, Fayssal Mikdad, sta efsa in seno al Consiglio di sicu- tese di Sarkozy, ha effettiva- fettuando una visita in Cina rezza dell’Onu. mente subito un’evoluzione proprio in questi giorni.

L’arma del regime, torturare i detenuti


la guerra ai dittatori

2 giugno 2011 • pagina 13

È scontro aperto fra il Presidente e Khamenei. L’Ayatollah non ne può più del suo strapotere, ma non è detto che vinca e un golpe è possibile

Ahmadinejad in minoranza Con 165 voti (su 290) il Parlamento porta il dittatore in tribunale. È l’ultimo atto di una guerra che potrebbe far implodere Teheran di Pierre Chiartano ontinua lo scontro al vertice del regime dei mullah. Ma è ancora presto per dire chi sarà il vincitore. Il Parlamento iraniano ieri ha affermato che il presidente Mahmoud Ahmadinejad ha agito illegalmente dichiarandosi ministro del Petrolio ad interim e ha trasmesso il caso alla magistratura, aumentando la pressione sul leader iraniano perché si dimetta. La guerra ormai senza quartiere tra la guida suprema, Ali Khamenei e il presidente iraniano continua e presto potrebbe portare a uno showdown di tipo golpista. A guardar bene le ultime settimane sembra che molte battaglie siano state perse da Ahmadinejad che punterebbe a “laicizzare” il regime, per renderlo compatibile con i grandi cambiamenti in atto in Medioriente e Nordafrica. Un modo per salvarlo. Il tentativo sarebbe dunque quello di creare un asse tra presidenza iraniana e nuove forze laiche, ma i riformisti iraniani sembra preferiscano stare alla finestra a guardare il regime in difficoltà. Al momento Ahmadinejad sembra il pugile suonato, ma alcuni analisti iraniani sono convinti che nel medio periodo la sua linea potrebbe essere vincente. Il Parlamento, che si è ripetutamente scontrato con l’ex sindaco della capitale, ha approvato un rapporto della commissione Energia secondo cui la decisione del presidente rappresenta una «ovvia violazione della legge», come scrive l’agenzia stampa Mehr.

C

Il mese scorso il presidente aveva licenziato il ministro del Petrolio Massoud Mirkazemi nell’ambito di un piano per l’accorpamento di diversi ministeri per ridurne il numero a 17 da 21, allarmando i rivali nell’élite conservatrice al potere. La Guida spirituale intanto fa il finto pompiere tra Ahmadinejad e il Parlamento. «La composizione dell’esecutivo è adeguata, e il governo funziona. Governo e Parlamento devono aiutarsi l’un l’altro», ha affermato in tv l’uomo che ha l’ultima parola sulle vicende politiche e istituzionali. E per far capire che le sue parole non andavano interpretate come un sostegno al presidente, Khamenei ha aggiunto: «quando una legge è approvata, il governo deve attuarla senza scuse». Quindi continua l’accerchiamento di Ahmadinejad. Ma vediamo le forze in campo in questo grande scontro tutto interno al regime, che avrà conseguenze in tutto il Medioriente. Il Parlamento ha ancora una maggioranza khameinista e si vede. C’è la magistratura e poi ci sono i pasdaran, le guardie della Rivoluzione i cui generali sono quasi tutti schierati con la Gui-

da suprema. Mentre i giovani colonnelli sarebbero dalla parte del più laico presidente. È storicamente noto però come siano i colonnelli a organizzare colpi di Stato e i cambi di regime. Occorre chiedersi perché Ahmadinejad abbia cercato lo scontro frontale con forze che sembrano invece soverchiarlo. Non era mai successo che un presidente della Repubblica contraddicesse l’opinione del consiglio dei Guardiani della rivoluzione. È un vero scontro frontale che non potrà non aver conseguenze oltre i confini iraniani. E basterebbe guardare alla Siria, dove la famiglia al Assad è appoggiata da Khamenei i cui uomini sono intervenuti a favore dell’attuale presidente, come pure Hezbollah. Ahmadinejad invece non ha alcun interesse nell’appoggiare il potere del “giovane” Bashar.

Se adesso la Guida spirituale ha fatto sapere che il governo deve continuare a vivere, domani sarà lo stesso Khamenei a mettere fine all’esecutivo e al mandato del presidente. Il quale non avrebbe i poteri istituzionali per contrastare i vertici religiosi, come sta invece facendo. Ora lo scontro è politico, ma se Ahmadinejad dovesse essere messo «veramente alle strette, non sarebbe da escludere un colpo di Stato», ci rivela una fonte iraniana qualificata. Khamenei ha però le forze armate dalla sua parte, ad esempio il capo dei pasdaran, il generale Mohammad Ali Jafari aveva può volte detto pronto ad arrestare il consuocero e capo di gabinetto del presidente iraniano, Esfandir Rahim Mashaie, per molti vero regista del potere di Ahmadinejad. Khamenei lo ha sempre frenato,

Dissidente uccisa dai militari È giallo sulla morte di Haleh Sahabi, la figlia del dissidente e e noto intellettuale iraniano Ezzatollah Sahabi, morta ieri durante il funerale del padre. Picchiata a morte da alcuni paramilitari durante la funzione (che i Pasdaran avrebbero cercato di bloccare) secondo le fonti di opposizione, deceduta a causa di un infarto secondo l’agenzia di Stato. Secondo il sito “gestito” dagli attivisti dell’Onda Verde Iranpressnews - la Sahabi, che si trovava reclusa nel carcere di Evin a Teheran, aveva ottenuto il permesso per poter partecipare ai funerali sotto la piena sorveglianza delle forze di sicurezza. La folla al seguito del feretro, però, si sarebbe presto trasformata in un corteo non autorizzato, cogliendo di sorpresa i militari e costringendoli a disperderli. Secondo i testimoni oculari, alcuni paramilitari avrebbero aggredito la figlia dell’intellettuale che rifiutava di andarsene provocandole una violenta caduta e poco dopo, la morte. Punto diversa la tesi ufficiale, che parla di una donna malata di cuore che non avrebbe retto all’emozione del funerale. La Sahabi era un’attivista politica molto critica nei confronti del governo: era stata arrestata nel 2009 durante le proteste dell’Onda verde e poi condannata a due anni di reclusione

perché riconosciuta colpevole di «aver attentato alla sicurezza nazionale facendo propaganda contro la Repubblica islamica». E secondo gli attivisti non avrebbe avuto mai problemi cardiaci. Desta sospetto, oltretutto, il fatto che al funerale sia stato arrestato anche Hamed Montazeri, nipote del defunto Grande ayatollah Hossein Ali Montazeri, per le sue proteste contro le le milizie di Ahmadinejad. Morto nel dicembre 2009 all’età di 87 anni, autorevole personalità religiosa sciita, erede designato dell’ayatollah Ruhollah Khomeini alla guida della Repubblica Islamica, Montazeri era stato poi emarginato per le critiche rivolte al sistema di governo in vigore in Iran. Ma non c’è dubbio che l’arresto di suo nipote sia comunque un enorme segnale di debolezza. La notizia della morte dell’attivista e dell’arresto di Montazeri si è propagata immediatamente.Tanto che nemmeno due ore dopo il movimento dell’Onda Verde si diceva pronto a scendere in piazza per manifestare la propria rabbia. Le vie di teheran sono state presidiate fino a tarda sera dalla polizia, proprio per evitare disordini. Ma la scintilla è pronta a scoccare. E l’impasse istituzionale non può che soffiare altra aria sulle braci ardenti della rivolta.

perché sicuramente Mashaie gestisce rapporti di potere importanti, probabilmente legati ad ambienti della finanza mondiale, non distanti – affermano alcuni attenti osservatori – dalla massoneria. Fratellanza che in Iran ha una tradizione storica, visto che la prima rivoluzione costituzionale nel 1906 fu condotta da intellettuali appartenenti alle logge locali. Estremizzando potremmo leggere uno scontro tra Hojjatieh – una specie di Opus Dei sciita – legato a Khamenei e soprattutto all’ayatollah Mesbahe Yazdi e settori laici del potere.

Ora il clero ha preso di mira Masahie. Il 28 maggio era toccato ad Hojatoleslam Ali Saeedi, fedelissimo della Guida spirituale, sparare una bordata contro il consuocero del presidente iraniano, già nel mirino delle critiche per le sue frequentazioni di ambienti e pratiche esoteriche. Proprio queste avevano spinto l’assistente di Khamenei a puntare il dito contro «ambienti corrotti nel governo» che hanno commesso un atto contro Dio praticando «metodi satanici, come arti magiche e stregoneria». Un’accusa da Medioevo che la dice lunga sul livello di scontro in atto e su quanto Masahie e i suoi legami siano importanti. I suoi uomini sono una sorta di casta di manager. Una nuova classe dirigente che dovrebbe traghettare il Medioriente verso un sistema più laico e meno radicale – sempre controllato – ma con un grado maggiore di libertà civili. Da tempo il fronte conservatore, del quale fa parte lo stesso Ahmadinejad, chiede che quest’ultimo allontani da sé non solo il capo di gabinetto, ma anche la tentazione di presentare proprie liste alle prossime elezioni politiche. Lo scorso aprile era finito fuori dal governo il ministro del’Intelligence, Heydar Moslehi. Ahmadinejad non aveva fatto in tempo a controfirmare le dimissioni, che era intervenuto Khamenei a reintegrarlo nella carica. Un gesto che aveva messo in luce, pubblicamente, la faida tra i due. La carica di capo dei servizi segreti, in un Paese come l’Iran, è strategica. Il presidente iraniano avrebbe addirittura minacciato le dimissioni. «Poi, al termine di un calcolo politico, ha scelto di continuare», ha spiegato Mohammad Reza Bahonar, primo vice presidente del Majilis (il Parlamento) che ha chiesto l’allontanamento di Mashaie. Ahmadinejad, quasi al termine del secondo e ultimo mandato, vorrebbe far correre il consuocero alle presidenziali del 2013. Insomma la guerra continua all’ombra di Teheran e le carte cominciano a mischiarsi. Già durante le rivolte di febbraio alcuni settori fedeli ad Ahmadinejad erano scesi in piazza al fianco dei dimostranti dell’Onda verde. E si ode un tintinnar di sciabole.


cultura

pagina 14 • 2 giugno 2011

Da sabato in Laguna si incontrano artisti e tendenze di tutto il mondo. E i Padiglioni nazionali scommettono tutto sulle installazioni e provocazioni

Luce sulla Biennale Si apre la kermesse veneziana: la curatrice Bice Curiger ha deciso di puntare sul rapporto tra illusione e ombre di Angelo Capasso l futuro non è una categoria dell’arte, in quanto la sua persistenza si misura sulla Storia. È semmai l’Eternità, il suo Essere nel tempo l’unica persistenza possibile in un ambito misurabile cronologicamente. Anche il termine “futuro”, con il quale le Avanguardie sono partite scoppiettanti agli esordi del XIX secolo, si è subito logorato con il fallimento delle ambizioni belliche del futurismo che hanno avuto come conseguenza la morte di due grandi nomi dell’arte italiana da futuro: Boccioni e Sant’Elia. Il termine “futuro”, da allora, è diventato un tabù. Sdoganato semmai dalla Biennale di Germano Celant, significativamente intitolata «Futuro, presente, passato», intendendo questo percorso à rebours come uno sguardo bifronte installato sul presente. Eppure questa nuova Biennale curata da Bice Curiger ci costringe a parlare di futuro.

I

La Biennale di Venezia, come sempre meno addetti dell’arte sanno, è la prima Biennale d’arte internazionale: nasce come società di cultura nel 1895 con lo scopo di stimolare l’attività artistica e il mercato dell’arte nel capoluogo lagunare: la città alle porte tra Occidente e Oriente. Nacque grazie all’iniziativa di un gruppo di intellettuali veneziani, capeggiati dal sindaco del tempo Riccardo Selvatico, che credevano fermamente nell’ascendenza artistica della città dei Doge. Grazie alla Biennale di Venezia, il termine italiano “biennale” (utilizzato così com’è anche in altre lingue) ha acquisito una più ampia valenza ed è diventato per antonomasia sinonimo di grande evento internazionale ricorrente. Un evento che si ripete ogni due anni con l’ambizione di fare il punto della situazione sul panorama internazionale. Negli ultimi dieci anni, ci sono state profonde trasformazioni che hanno segnato il passaggio della Biennale d’arte da evento spettacolare a carattere turistico, con la lottizzata biennale di Bonami «La dittatura dello spettatore» e l’esercizio accademico di Robert Storr con la sua «Pensa con i sensi/Senti con la mente. L’arte

al presente». Il primo segnale di cambiamento l’aveva segnato la 53° edizione della Mostra Internazionale d’Arte intitolata «Fare Mondi», curata da Daniel Birnbaum, una mostra che riabilita la critica d’arte, nel suo essere progetto espositivo: ovvero una mostra pensata e architettata dal pensiero del critico e non dalle logiche delle gal-

Il titolo della rassegna ufficiale, «ILLUMInazioni» richiama il rapporto tra sperimentazione e nuova creatività lerie d’arte. Il discorso critico iniziato da Birnbaum è stato recuperato e approfondito dalla nuova curatrice: Bice Curiger.

Una curatrice dal curriculum ricco e diversificato: dal 1993 curatrice alla Kunsthaus di Zurigo, cofondatrice e capo redattrice della rivista Parkett, direttrice editoriale della rivista Tate etc della Tate Gallery di Londra. Nel 1996 ha fatto parte della giuria del Turner Prize, dal 2001 è nel Cda del Palais de Tokyo di Parigi. Insomma una critica d’arte che conosce bene il mondo delle mostre. Il titolo della sua 54a Esposizione Internazionale d’Arte, «ILLUMInazioni» lo dimostra. Il titolo però va oltre le questioni dell’arte al presente, e ci riporta ad un’ampia gamma di associazioni: dalle sfrenate «Illuminazioni» poetiche di Arthur Rimbaud e le «Illuminazioni Profane» sull’esperienza surrealista di Walter Benjamin, fino alla venerata ar-

te dei manoscritti medioevali miniati e alla filosofia illuminazionista nella Persia del dodicesimo secolo. «ILLUMInazioni» vuole inoltre celebrare il potere dell’intuizione, la possibilità dell‘esperire attraverso il pensiero favorita dall’incontro con l’arte e con la sua capacità di affinare gli strumenti di percezione. Mentre Birnbaum, con la sua «Fare Mondi», metteva in luce la creatività costruttiva, «ILLUMInazioni» si concentra sulla “luce” generata dall’incontro con l’arte, sull’esperienza illuminante, sulle epifanie derivanti dalla comunicazione reciproca e dalla comprensione intellettuale. Nel titolo risuona anche l’eco dell’età dell’Illuminismo, attestandone la vitale e fondamentale eredità che ci ha lasciato. Nonostante negli ultimi anni l’idealizzazione della ragione illuminata e il pensiero accademico – soprattutto quello di stampo eurocentrico ed occidentale – siano stati oggetto d’attacco, non si può fare a meno di rispettarne e persino difenderne i valori soprattutto riguardo al dibattito sui diritti umani.

Nell’organizzare l’Esposizione Internazionale d’Arte è oggi di vitale importanza considerare che l’arte contemporanea è caratterizzata da tendenze collettive e identità frammentarie, da alleanze temporanee e oggetti in cui è incisa la transitorietà, anche se questi sono a volte realizzati in bronzo. La spinta espansiva che ha fatto da motore propulsore all’arte a

Qui accanto, l’installazione di Jennifer Allora e Guillermo Calzadilla per il Padiglione degli Usa ai Giardini di Castello. A sinistra, un’altra performance dei due artisti americani. Sotto, una finta gondola prevista dall’allestimento dell’installazione che occuperà il Padiglione svizzero

partire dagli anni sessanta è oggi implosa. L’arte non coltiva più il pathos dell’anti-arte, ma si focalizza sui fondamenti della cultura per illuminare significati condivisi, derivanti dalla nostra interiorità. Mentre l’artefatto finito ha lasciato spazio all’enfasi del processo, la riscoperta dei generi “classici” come la scultura, la pittura, la fotografia e il video mira a sezionare i loro codici e risvegliare il loro potenziale latente. Queste tematiche vanno di pari passo con un altro aspetto che è oggigiorno estremamente importante: l’arte coinvolge e impegna fortemente i suoi spettatori. Molte delle opere presentate alla 54a Esposizione Internazionale d’Arte sono state create

appositamente per l’occasione: Monica Bonvicini, James Turrell, Nicholas Hlobo, Norma Jean, R.H. Quaytman, Haroon Mirza, Loris Gréaud, Carol Bove, Gelitin, Dayanita Singh, Christopher Wool e altri hanno realizzato nuove produzioni riferendosi direttamente ai temi centrali di «ILLUMInazioni».

Una delle questioni più controverse di questa nuova biennale è stato l’inserimento delle opere del pittore veneziano Jacopo Tintoretto (1518-1594): dice la Curiger «Questi dipinti esercitano un fascino particolare per la loro luce estatica, quasi febbrile, e per il loro approccio temerario alla composizione che capovolge l’ordine clas-


cultura

sico e definito del Rinascimento. Nonostante l’auto-riflessione sia un fattore determinante per l’arte contemporanea, raramente questa si muove fuori dal territorio compreso nella storia del Modernismo. L’incorporazione delle opere di Tintoretto del sedicesimo secolo in una biennale d’arte contemporanea trasmette segnali inaspettati e stimolanti e getta luce sulle convenzioni del sistema dell’arte. Tale accostamento non deriva tanto da analogie di natura formale ma è piuttosto pensato come rafforzamento reciproco, finendo per sottolineare l’importanza delle opere d’arte come veicoli visivi d’energia». In quest’ottica, quindi, la 54a Esposizione Internazio-

nale d’Arte si configura come un processo di scambio di ispirazioni e stimoli fra tutti coloro che ne sono coinvolti: la critica, i galleristi, i curatori, ma soprattutto il pubblico. In quest’ottica, Bice Curiger ha chiesto a quattro artisti (Monika Sosnowska, Franz West, Song Dong e Oscar Tuazon) di creare dei “parapadiglioni”, opere di carattere architettonico e sculturale in grado di ospitare il lavoro di altri artisti.

Gli eventi inclusi in questa nuova Biennale sono veramente molti: per la città si prospetta quindi un periodo davvero intenso e ricco di eventi, opening e party dal carattere mondano che porteranno grossi

flussi di pubblico convenuti da tutto il pianeta. Sabato, con l’apertura ufficiale al pubblico della 54a Esposizione Internazionale d’Arte, presso i Giardini si svolgerà la cerimonia di consegna dei leoni d’oro alla carriera rispettivamente assegnati quest’anno all’americana Sturtevant (1930 Lakewood, Ohio, Usa) e all’austriaco Franz West (Vienna 1947). Due nomi storici dell’arte che trovano un riconoscimento per il loro lavoro svolto soprattutto al di fuori dei rigidi schemi imposti dalla scena en vogue. Un po’ di numeri: la mostra sarà allestita nel Padiglione Centrale, nei Giardini e all’Arsenale formando un continuum espositivo, con 83 artisti da tutto il mondo;

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tra questi, 32 giovani nati dopo il 1975, 32 presenze femminili alle quali andranno ad aggiungersi i “parapadiglioni”. Oltre alla presenza delle giovani promesse internazionali dell’arte contemporanea sarà giustamente dato spazio alle generazioni precedenti grazie al loro avanguardistico e lungimirante lavoro tra cui Llyn Foulkes (1934), Luigi Ghirri (19431992), Gianni Colombo (19371993), Jack Goldstein (19452003), Gedewon (1939-1995), Jeanne Natalie Wintsch (18711944).Tra la ricca schiera di artisti selezionati dalla Curiger, campeggiano gli italiani: Luca Francesconi, Giorgio Andreotta Calò, Meris Angioletti, Monica Bonvicini, Giulia Piscitelli, Marinella Senatore, Elisabetta Benassi, Maurizio Cattelan. Attorno alla mostra internazionale «ILLUMInazioni» si articolano e si distribuiscono dai Giardini all’Arsenale fino ad invadere il centro storico di Venezia i padiglioni nazionali dedicati, che da 77 del 2009 passano ad 89, all’interno dei quali sono incluse le nazioni che per la prima volta prendono parte alla Biennale: Andorra, Arabia Saudita, Bangladesh, Haiti, India, Iraq. Saranno invece 37 gli eventi collaterali ufficiali proposti da enti e istituzioni internazionali, che andranno ad allestire le proprie esposizioni in vari luoghi della città a testimonianza dell’elasticità di una macchina organizzativa completa e complessa, i cui caratteri distintivi sono la polisemia espressiva evidenziata da connotanti lineamenti multiculturali, multimediali e trans-nazionali.

Il Padiglione dell’Italia, invece, presso l’Arsenale, organizzato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali con il PaBAAC, è stato affidato a Vittorio Sgarbi che per una sua innata propensione alla megalomania, ha creato un mastodontico progetto con epicentro a Venezia e con 27 sub padiglioni distribuiti nelle 20 regioni italiane con propaggini che si espandono in 89 Istituti di Cultura italiani all’estero e collegati al Padiglione Italia attraverso

La Ca’ d’Oro vista da Marco Lodola VENEZIA. Tra gli artisti italiani protagonisti in questa estate d’arte a Venezia c’è anche Marco Lodola (sopra l’allestimento del suo «Rave») con il progetto dal titolo Ca’ Lodola, una mostra a cura di Vittorio Sgarbi che rimarrà aperta fino al 27 novembre. Per la 54a edizione della Biennale, l’artista ha progettato di “rivestire” la Cà d’Oro di luce, riallacciandosi al progetto originario che la voleva interamente rivestita di una rifinitura in oro, parte di una complessa policromia oggi scomparsa. Dalle grandi finestre del palazzo, proprietà del barone Giorgio Franchetti, si potranno vedere un gruppo di sculture luminose dell’artista. Silhouette ritagliate da un immaginario pop e fumettistico, creature di un mondo festoso fatto di luci e colori care al repertorio dell’artista «elettricista», come Lodola ama definirsi. Con il progetto veneziano Marco Lodola aggiunge un ulteriore tassello al suo vasto excursus creativo cominciato negli anni Ottanta con la partecipazione al movimento del Nuovo Futurismo, di cui è stato tra i fondatori.

altrettanti schermi, si è giunti pertanto ad un totale di circa 2000 artisti, 700 dei quali in mostra nella città lagunare. Un’iniziativa, quella di Sgarbi, dettata più a dar rilievo al suo ben noto narcisismo che all’arte. È la nota certamente stonata di questo evento che tocca l’Italia nel cuore. Ma non nella mente. Il pensiero, a Venezia, la fa da padrone e riabilita la Grande Kermesse internazionale dell’arte come un nuovo passo per la cultura italiana nel mondo. A testimonianza vi sono certamente gli artisti italiani scelti dalla Curiger, e magari, per una prossima occasione, anche la scelta di un nuovo curatore italiano, da porre su questa base di lancio sospesa sulla Laguna proiettata verso il futuro.


ULTIMAPAGINA

La Procura di Cremona indaga su una nuova ondata di calcioscommesse: 16 arresti. Indagati anche calciatori in attività

Signori & Co., quelli che... di Francesco Lo Dico ra che Beppe Signori è finito insieme ad altri agli arresti domiciliari per un fattaccio di scommesse truccate e partite pilotate, la tentazione di lanciarsi in una nuova filippica contro il ciarpame senza pudore del calcio italiano è davvero forte quanto superflua. E visto che l’ex bomber non ha invocato il complotto dei broker rossi, ma si è limitato a «chiedere pietà in una situazione del genere», non ci resta che ricorrere a una requisitoria da baretto. Perché l’ex satanello del Foggia di Zeman, che ci fece sognare un calcio povero e pulito negli anni 90, si è fatto contagiare dalla febbre da cavallo? E soprattutto, si chiederebbe Mandrake, chi è diventato Signori dopo aver appeso le scarpette al chiodo? «Un milionario pure se nun c’ha na lira», o «uno che nun c’ha na lira pure se è milionario»? «Un fanatico, un credulone, un buciardo, un pollo», o soltanto «uno che ’mpiccia, traffica, imbroglia, more, azzarda, spera, rimore e tutto per poter dire: “Ho vinto”»?

O

A cinque anni da Calciopoli, nella rosa diramata dalla Procura, insieme a Beppe ci sono sedici persone finite in manette con l’accusa di aver pilotato diversi match di serie B e Lega Pro.Tra questi, ai domiciliari, il nostro Signori, ma anche i calciatori dell’Ascoli Vincenzo Sommese (ex ala del Torino già implicato nel 2007 in vicende legate al calcioscommesse) e Vittorio Micolucci, oltre all’ex giocatore della Fiorentina Mauro Bressan. E poi, al momento ancora in manette, l’ex capitano del Bari Antonio Bellavista e il portiere titolare del Benevento, il 27enne Marco Paoloni. Accosciati, tra gli indagati, figurano poi anche l’ex calciatore della Fiorentina Stefano Bettarini (fu Samp, fu Simona Ventura), oggi presentatore di Quelli che il Calcio, e il capitano dell’Atalanta ed ex calciatore della Nazionale Cristiano Doni. Perché sono finiti nel referto arbitrale? Il gip Guido Salvini, nel-

l’ordinanza di custodia cautelare spiega che sono rei di aver truccato numerosi incontri, che «la frequenza delle manipolazioni è impressionante» e che si giunge «a situazioni in cui sono gestite contemporaneamente fino a 5 partite di calcio da manipolare». Tutto nero su bianco in uno scrupoloso tariffario, che a seconda dei servizi richiesti all’associazione truffaldina, prevedeva precisi compensi. Una “squadra fortissi-

che vede in campo Cristiano Doni. Al novantesimo, l’Atalanta vince 3 a 0, ma il risultato era già stato fissato prim’ancora di scendere in campo in un tripudio di fortunati scommettitori che su quel risultato si erano giocati praticamente le mutande. Beppe Signori ci punta la modica somma di 60mila euro. «È evidente – annota il giudice – che il braccio operativo dell’organizzazione sa di poter contare su questi

IL MARCIO mi“, la definirebbe Zalone. Così “fortissimi”, che le loro prestazioni rischiano di «avere già falsato alcuni dei risultati dei vari campionati», e che mettono un grosso punto interrogativo sulla promozione di Atalanta e Siena in serie A. «L’attività dell’associazione è infatti tuttora in corso e sta incidendo sulle ultime fasi dei vari campionati – scrive il gip – con gravi danni per le società, per gli scommettitori leali e per la regolarità delle competizioni sportive». Anche perché, in barba ai regolamenti sugli extracomunitari (al massimo uno per squadra), lo squadrone si giovava anche dell’apporto di Almir Gegic detto ’lo zingaro’, uno slovacco arrestato nell’operazione, e di altri assi dal curriculum incerto, direttamente proiettati dal palcoscenico albanese sul pianeta del calcio che conta. Veri magnati del pallone, che per ogni partita truccata avevano investito «capitali dell’ordine delle centinaia di migliaia di euro» di cui non è nota la «provenienza», e che lasciano pensare ad affari di riciclaggio. Nell’almanacco del gip di Cremona, Guido Salvini, sono cerchiati in rosso alcuni incontri su tutti. In particolare AtalantaPiacenza del 19 marzo scorso,

scommettitori che anticipano quasi sempre il denaro necessario per pagare i giocatori corrotti». L’illecito sportivo riguarda al momento 18 partite di calcio tra Lega Pro, e serie B. Ma c’è anche la serie A, con InterLecce del 20 marzo 2011, che però è sfuggita agli “autorevoli pronostici”dell’associazione.

L’associazione è stata scoperta in seguito al misterioso incidente di Cremonese-Paganese dello scorso gennaio: cinque grigiorossi si sono accasciati dopo aver bevuto tè contaminato

Stefano Bettarini, ex calciatore oggi personaggio tv. Più su, Beppe Signori. A sinistra, Cristiano Doni

Non così Cremonese-Paganese del 14 gennaio, dove l’associazione a scommettere decide di prendere il toro per le corna. Un ansiolitico, il Lormetazepam, finisce nel classico tè tra primo e secondo tempo, e stende cinque giocatori dei grigiorossi, e persino un povero massaggiatore. Ma la trovata psicotropa insospettisce gli inquirenti, che presto scoperchiano il vaso. C’è del marcio nel calcio, e lo sapevamo. Ma soprattutto, nostro amatissimo Signori, «sei diventato un pollo, un buciardo, o solo uno che m’piccia per dire “ho vinto”»?


2011_06_02