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mobydick ALL’INTERNO L’INSERTO DI ARTI E CULTURA

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • SABATO 28 MAGGIO 2011

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Al G8 insiste: «Devo spiegare pure a Obama perché i giudici vogliono colpire anche il mio patrimonio»

Silvio, è ora che ti riposi Ormai crea in tutti solo imbarazzo: è il momento di passare la mano Nella comunità internazionale gli ridono dietro. E da noi è diventato un handicap politico persino per il Pdl e la Lega. Comunque vada a Milano e Napoli, l’Italia ha bisogno di voltar pagina Il ministro sulla gaffe di Deauville

di Giancristiano Desiderio

Frattini: «Cercate di capirlo, è solo un uomo che soffre»

La rottura con Berlusconi

ROMA. La tempesta prima della calma. L’Italia va un po’ alla rovescia, si sa, e quindi, prima di consegnarsi al benedetto silenzio elettorale, ha voluto regalarsi un’ultima, piena giornata al circo. Sofferenza, senso del dovere, fuochi e botte, sussurri, grida, cantanti e giudici, spostamenti, avvisi di sfratto, avvisi al governo e strategia della tensione. E una bomba. All’ingrosso, sono queste le parole d’ordine del venerdì pre-ballottaggi.

E la Lega dà l’ultimatum: «Un voto sul governo»

Finalmente Confindustria ha capito la politica

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Marco Palombi • pagina 4

I due leader insieme nelle Marche Lo chiederebbe Umberto Bossi

Casini e D’Alema, «Siamo diversi ma uniti alla ricerca del bene comune»

E spunta l’idea di due vicepremier: Tremonti e Calderoli Ma già sono partite le barricate delle varie anime del Pdl Errico Novi • pagina 6

di Enrico Cisnetto n’occasione da non perdere. Le critiche al bipolarismo avanzate da Emma Marcegaglia debbono spingere il Terzo Polo a cogliere l’opportunità.

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Francesco Lo Dico • pagina 5

Colpita una colonna a sud di Beirut. Il ministro degli Esteri: «Ridurremo la nostra presenza in Libano»

Sangue italiano sulla via di Sidone Bomba contro un mezzo blindato dei caschi blu: sei feriti, due gravissimi Il governo lascia soli i propri militari

di Pierre Chiartano

Quella missione dimenticata

na bomba potente quanto rudimentale, messa lì per uccidere; ed è espolosa quando stava passando l’ultimo di quattro mezzi di una colonna di blindati italiani sulla superstrada che conduce a Sidone, a circa quaranta chilometri a Sud di Beirut. Sei caschi blu sono stati feriti e fra loro due purtroppo sono in condizioni gravissime. È la prima volta che i militari italiani della missione Unifil in Libano vengono colpiti da un attentato di cui ancora non è del tutto chiara la dinamica. Né ci sono state rivendicazioni, per il momento, ma qualche osservatore ha messo in relazione l’attentato con il fatto che proprio ieri si festeggiava la «giornata del peacekeeping». a pagina 8

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di Gualtiero Lami forza di parlare solo di giustizia patologica, ci si dimentica che tutto intorno c’è il mondo. E che nel mondo gli italiani fanno anche qualcos’altro. Ci si dimentica che in parecchie zone calde gli italiani sono in prima fila e non tirano nessuno per la giacca. a pagina 8

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gue a (10,00 pagina 9CON EUROse1,00

I QUADERNI)

• ANNO XVI •

NUMERO

103 •

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• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


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verso i ballottaggi

il fatto A Deauville il premier insiste: «La giustizia è una patologia, vogliono rubarmi le ricchezze. Ho dovuto dirlo a tutti»

Parola chiave: imbarazzo Le gaffes internazionali, l’ossessione-pm, il timore per il patrimonio: Berlusconi ormai è un problema per tutti. Anche per Lega e Pdl di Giancristiano Desiderio l cucù, le corna, le barzellette, la bandana, la chitarra, gli strafalcioni, gli insulti: Berlusconi ormai è un po’ come il genio di Mike Buongiorno che commetteva gaffe involontarie e imbarazzanti. Con una rilevante differenza: che il grande Mike era presentatore televisivo e Berlusconi è presidente del Consiglio. A fare la storia delle “uscite” e delle “sparate” di Berlusconi ci vorrebbe un libro intero, ma qui oltre a scegliere“fior da fiore”possiamo esordire ricordando a memoria quanto scrisse Vittorio Feltri nella primissima stagione politica del Cavaliere appena “sceso in campo”. Un mese dopo la vittoria del 27 marzo 1994, la sinistra con la sua “gioiosa macchina da guerra” scese in piazza per il 25 aprile e non si trovò niente di

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meglio da fare che paventare il pericolo del Cavaliere Nero. Il successore di Indro Montanelli al Giornale, allora, scrisse un pezzo dei suoi la cui sostanza era questa: «Berlusconi ha dimostrato di essere un Re Mida dell’impresa economica, televisiva e calcistica e ora, invece di godersi i suoi miliardi come farebbe ognuno di noi, vuole passare alla Storia facendo lo statista. Lasciamolo lavorare e farà il miracolo». Dopo diciassette anni, dei quali circa dieci di governo, è giunto il momento di dirglielo: «Berlusconi, goditi i tuoi soldi». È l’unico modo per togliere tutti dal continuo imbarazzo nazionale e internazionale. L’ultima “trovata”di Berlusconi è stata quella di prendere in disparte il presidente americano Obama al G8 per dirgli che «in

Italia c’è una dittatura di giudici di sinistra». Il Pdl prova ancora a difenderlo, ma in realtà ormai mal lo sopporta perché il Grande Imbarazzo di Berlusconi è totale: riguarda il pubblico e il privato, lo Stato e i partiti, gli uomini e le donne, gli amici e i nemici. Nessuno si salva.

Il vertice delle mutande. Ascoltate questa storia. Nel dicembre 2009, a Bruxelles, in un incontro con capi di governo, tra i quali Gordon Brown, Angela Merkel, Nicolas Sarkozy, il nostro premier era intento a disegnare su alcuni foglietti mentre il dibattito sulle questioni legate al cambiamento climatico in vista del vertice di Copenhagen andava avanti. Che cosa sta facendo Berlusconi?, si sono chiesti sia gli altri capi di gover-

no sia i giornalisti: forse sta buttando giù qualche calcolo alla buona sui fondi per le nazioni povere del Terzo Mondo. Poi, dando uno sguardo più da vicino, si è scoperto - come riportò il giornale britannico Mail on Sunday - che stava disegnando mutandine femminili. I disegni passano rapidamente di mano in mano e lo stesso Berlusconi li distribuisce per far conoscere la sua idea e la sua bravura nel disegnare «mutandine da donna attraverso i secoli». Il premier si era concentrato sulla biancheria intima delle donne egiziane, sui mutandoni dell’epoca vittoriana britannica, sugli slip di seta di stile francese, tanga e gstring. Insomma, un lavoro da fare invidia a “Intimissimi”, solo che si era al tavolo di un vertice internazionale.

Sono un playboy. Eppure, il caso del vertice delle mutandine è niente in confronto a quanto avvenne a Parma nel giugno 2005. Per convincere il governo della Finlandia a cedere all’Italia la sede dell’Agenzia alimentare Berlusconi disse di aver dovuto «esercitare le sue arti di playboy ormai lontane nel tempo». E nei confronti di chi Berlusconi si comportò da playboy? Ma certo, nei riguardi della signora Tarja Halonen, presidente della Repubblica di Finlandia, alla quale - disse Berlusconi da presidente del Consiglio - «avevo rivolto le mie amorevoli cure». La “battuta” di Berlusconi strappò una risata all’uditorio, ma a Helsinki non fece ridere proprio nessuno. Tanto che l’ambasciatore italiano a Helsinki, Ugo Gabriele de Mohr, fu


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l’intervista

Pecorella: «Ecco perché perdiamo» «Mancata innovazione, zero cultura, partito spaccato. E ora Bossi vorrà andare da solo» di Errico Novi

ROMA. Sconfitti per caso? Macché. Gaetano Pecorella può raccontare un’altra storia grazie al doppio vantaggio di cui gode: non fa parte della batteria ordinaria dei dichiaratori berlusconiani, costretti alla propaganda compulsiva; e soprattutto è «un milanese orgoglioso di esserlo, consapevole che Milano è città innamorata del cambiamento». Il presidente della Ecomafie, nonché legale del premier, sa bene dunque che «le grandi innovazioni, il grande cambiamento» non ci sono stati. «In questa legislatura e in particolare qui a Milano». E così il filo si è spezzato. Ha avuto il suo peso anche l’iniziativa della Procura di Milano che è andata a colpire i sentimenti elementari della gente. Ruby ha turbato gli elettori. È stata un’operazione giudiziaria molto raffinata. Non a caso il presidente Berlusconi, che aveva un consenso altissimo, ha visto ridotte le sue preferenze. Fatto che dovrebbe far riflettere, visto che non si sono registrati poi grandi scossoni nel quadro politico generale. E poi? Milano è la città del cambiamento. Una città che dà sull’Europa in cui il cambiamento è molto sentito. Innovazione che però in questi ultimi tre anni, bisogna riconoscerlo, non c’è stata. Quella di Pisapia è la scelta del vento nuovo. Si spiega così la seduzione della borghesia? Quello dell’innovazione è il fascino che ha sempre accompagnato Berlusconi, Forza Italia, il Pdl. Ma in questa legislatura le innovazioni sono mancate: penso al sistema giudiziario, rispetto al quale c’erano forti aspettative nella borghesia professionale. Riguardo l’economia, mi pare che la presa di posizione della Marce-

gaglia abbia il suo riscontro. Il suo è un esame di coscienza di rara sincerità. Credo che Milano si aspettasse molto dalla maggioranza e che quello che ci si aspettava non sia venuto. Poi ci sono questioni specifiche. Vediamole. Le perplessità sull’Expo: non si sono visti quei grandi lavori che potevano essere fatti. Siamo quasi nel 2012 ed è tutto fermo. Ancora: Milano ha vissuto

glie, qualcuno ci ha strappato la bandiera di mano. Il buio aumenta di fronte a quello che dice uno come Frattini: se esce di scena Berlusconi, noi torneremo tutti alle nostre pregresse attività. Mi auguro che Frattini continui a far politica. Va detto però che delle evoluzioni intraviste in questi anni potrebbero avere conseguenze: penso ai cattolici sparsi un po’ ovunque o ai socialisti pure presenti in varie parti, insomma alle anime originarie del nostro movimento che sono sopravvissute a tutto e che potrebbero dar luogo a una scomposizione. Il rompete le righe insomma non è un fatto individuale, casomai politico. Il fatto che la Lega insegua una nuova legge elettorale proporzionale cosa significa? Che ragiona già in un’ottica non più bipolare. Ognuno per conto suo. Però attenti a lasciare sguarniti settori importanti nel campo moderato: già in questi anni abbiamo ridotto la presenza di figure come Pisanu, Martino, Pera. Cioè abbiamo un po’ disperso quell’élite intellettuale che aveva dato un contributo forte al momento della discesa in campo di Berlusconi. Da lì era venuta la svolta per una società democratico-liberale, che poi è stata la ragione per cui io stesso mi sono messo a fare politica. Insomma, c’è qualche responsabilità nel Pdl come partito, in tutto questo. Il Pdl ha una struttura forte, uomini che sanno fare politica: ma Berlusconi è il collante, il suo contributo è decisivo. Ma non si potrebbe fare in

In questa legislatura è venuto a mancare il cambiamento. Il caso Ruby? Pesa, guardate quante preferenze ha perso il presidente. Siamo quasi al 2012 ma l’Expo è fermo un’epoca come quella dei sindaci socialisti che erano molto ben voluti dalla città. C’era Tognoli che la sera andava a passeggio sui Navigli semplicemente per incontrare le persone e fermarsi a parlare con loro. La Moratti non lo ha fatto. Un cielle attento come Mario Mauro aggiunge: è mancato il “day by day”. Vero. Penso alle grandi iniziative che c’erano a Milano in campo culturale, ai teatri, alla Scala che dava concerti per studenti. Se lei gira per Milano trova una città abbastanza morta, priva di vita. Ci sono certo dei locali scintillanti, ma non si sente battere il cuore della città. Ci voleva un milanese doc per dirlo. Arriva Giuliano Pisapia con il suo entusiasmo, gli si riconosce voglia di cambiamento e attenzione per i problemi sociali. Si immagina insomma che possa dare risposte a quell’ansia di nuovo. Come capita in certe batta-

convocato al ministero degli Esteri e gli fu consegnata una nota ufficiale nella quale si esprimeva lo “sconcerto” del governo finlandese. Insomma, un incidente diplomatico che Paolo Bonaiuti dovette giustificare, sminuire, spiegare nell’imbarazzo generale. Il capitoletto su “Berlusconi plaboy” potrebbe essere molto ricco ma per carità di patria preferiamo fermarci qui e passare al famoso episodio del cucù.

perché decide di giocare a nascondino. Così si nasconde dietro il pennone portabandiera e quando la Merkel è ormai quasi a tiro, ecco che Berlusconi sbuca all’improvviso fuori e fa “cucù”. La Merkel è sbigottita e grida “Silvio!”, il premier la bacia e l’abbraccia. I due percorro-

Giocare a nascondino. Al vertice italo-tedesco del novembre 2008 Berlusconi a Trieste in piazza dell’Unità d’Italia fa “cucù” alla Merkel. La scena, ripresa dalle telecamere italiane e tedesche, è questa. Il premier italiano vede arrivare Angela Merkel ma non le va incontro

no la piazza e dopo il fuoriprogramma si avviano verso il palazzo della Regione.

passi con i coniugi Blair. Le immagini, naturalmente, fanno il giro d’Italia, dell’Europa, dell’Inghilterra e del mondo. Berlusconi è sorridente, divertito, abbronzato e mostra con orgoglio alle telecamere i suoi ospiti e la sua imbarazzante bandana. I suoi ospiti sono molto meno

smissione di Fabio Fazio il perché di quella posizione strategica: «Quella sera in Sardegna Tony mi ha detto qualsiasi cosa succeda non far sì che mi facciano delle foto vicine a Silvio con la bandana. Stai tu in mezzo, perché sennò la stampa britannica ci uccide». La moglie dell’ex primo ministro britannico ha raccontato per filo e per segno come andarono le cose in quella giornata particolare: «Andammo in Sardegna per sperare di convincere Berlusconi a votare perché le Olimpiadi venissero assegnate a Londra. Quando siamo arrivati siamo stati un po’ sorpresi nel vedere Silvio con questa sciarpona. In effetti sarebbe dovuta essere una visita privata, ci

Tra le figuracce celebri risaltano il «cucù» alla Merkel e la bandana con Tony Blair. Ma pochi ricordano la collezione di disegni di mutandine mostrati a un vertice di Bruxelles

La bandana. Nell’agosto del 2004 a Portorotondo Berlusconi decide di indossare una camicia bianca e una bandana bianca a pallini per uscire a fare quattro

divertiti di lui. Sorridono, ridono, ma i loro sorrisi sono di circostanza (lo si vede lontano un miglio) e il loro riso è di liberazione. La moglie di Tony Blair è nel mezzo tra il pirata Berlusconi e suo marito Tony. Sarà proprio Cherie Blair, cinque anni dopo, a rivelare nella tra-

modo che l’uscita di scena di Berlusconi venga liberata dall’incubo giudiziario? Perché a volte il passaggio di consegne pare bloccato proprio da questa incombenza. Guardi, credo che i magistrati abbiano voluto colpire Berlusconi proprio nel momento in cui è venuto a rappresentare un blocco di potere che a loro non piaceva. D’altronde non è che oggi la carica di presidente del Consiglio gli garantisca chissà quali tutele. Al massimo qualche impedimento in più. Quindi non mi sento proprio di dire che ci sia un rapporto diretto tra la presenza di Berlusconi in politica e le sue vicende giudiziarie. O che lui non esca di scena perché altrimenti i pm gli saltano addosso. Non è così.

ha spiegato che aveva un po’ di problemi in testa ma noi abbiamo capito che c’era stato un trapianto di capelli». Poi Berlusconi vuole fare il padrone di casa ma anche mostrare i suoi importanti ospiti a tutti gli italiani: «Ci ha detto: andiamo a fare una visita. Eravamo in barca e ci ha detto che prima di andare tra la gente si sarebbe cambiato. Mio marito sperava si togliesse la bandana, invece se l’è tenuta in testa e si è limitato semplicemente a mettere un’altra bandana che andava bene con il colore della camicia».

Naturalmente, come diceva Corrado, non finisce qui (e, per scelta, non abbiamo parlato di Noemi, Patrizia, Ruby, Lele, Fede). L’imbarazzo continua, ma speriamo ancora per poco.


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verso i ballottaggi Scatta il silenzio elettorale in vista dei ballottaggi di Milano e Napoli (e le altre) previsti per domani

«È un uomo che soffre» Frattini chiede perdono Ma Calderoli lancia l’ultimatum: «Gli elettori daranno anche un segnale al governo. Li ascolteremo» di Marco Palombi a tempesta prima della calma. L’Italia va un po’ alla rovescia, si sa, e quindi, prima di consegnarsi al benedetto silenzio elettorale, ha voluto regalarsi un’ultima, piena giornata al circo. Sofferenza, senso del dovere, fuochi e botte, sussurri, grida, cantanti e giudici, spostamenti, avvisi di sfratto, avvisi al governo e strategia della tensione. E una bomba. All’ingrosso sono queste le parole d’ordine del venerdì pre-ballottaggi. La sofferenza, com’è ovvio, è quella del premier raccontata da Franco Frattini, quella che lo spinge a parlare dei suoi dolori a chiunque lo affianchi, fossero anche i presidenti

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gnale al governo”, una “bacchettata”per accelerare le riforme. Il combinato disposto delle due uscite ministeriali lascerebbe intendere, ad una lettura superficiale, che secondo la Lega gli elettori chiedono che il capo dello Stato risieda in Padania, ma non è così: «C’è stata un’incomprensione telefonica col giornalista che mi ha intervistato - s’è affrettato a spiegare il nostro in una nota - e la mia frase “non voglio spostare da Roma la presidenza della Repubblica” è stata erroneamente tradotta in “voglio spostarla”. È di tutta evidenza che la presidenza della Repubblica non possa che essere e restare nella capitale del Paese».

Tutto a posto? Mica tanto. In primo luogo perché erano già partite le bordate interne (Alemanno: “E dove lo vuole? In Val Brembana?”, Albertini: “Tra poco chiederanno anche di spostare il Vaticano”), in secondo luogo perché il “Corsera” non ha voluto prendersi la colpa al suo posto e ha prodotto il suo bel comunicato stampa anche lui: «Sorge un dubbio. Il Calderoli che oggi smentisce di aver detto di voler spostare la sede del Quirinale è lo stesso che ieri ha ribadito più volte la sua opinione, vincendo la comprensibile incredulità dell’intervistatore?». Calderoli, a quel punto, ha promesso che querelerà il giornale dei “poteri morti”. Non l’avesse mai fatto. Il direttore Ferruccio De Bortoli s’è incazzato davvero, forte anche del fatto – si dice a Roma – che l’intervista è stata registrata: «Caro Calderoli, le confermo quanto le ho già scritto. Raramente m’è capitato di avere a che fare con una persona confusa e in malafede come lei, ma ormai non mi stupisco più di nulla. Sa che le dico? La querela la faccio io. E le chiederò anche i danni per le troppe interviste che generosamente le abbiamo fatto in questi anni». Il nostro, nel frattempo, non s’era comunque risparmiato: era tornato a parlare dei ministeri al Nord citando una versione bergamasca di “no taxation without representation”, per poi smentirsi ancora. «Rivolta fiscale? Non l’ho mai detto, ma se qualcuno pensa che noi lasceremo cadere la questione si sbaglia di grosso: il trasferimento sarà uno dei punti qualificanti del programma su cui stringeremo le nostre prossime alleanze». Capito, Silvio?

Il ministro leghista smentisce il “Corriere”: «Mai detto di voler spostare il Quirinale». De Bortoli risponde per le rime di Stati Uniti e Russia. Pure il senso del dovere è il suo, cioè del Cavaliere, però raccontato da se medesimo, nel senso della molla che lo spinge a parlare degli affari suoi coi suddetti presidenti (per dovere di cronaca, va detto che commentatori meno coinvolti nella vicenda parlano invece di ossessione giudiziaria del presidente del Consiglio). Silvio Berlusconi, infine, c’entra qualcosa pure coi cantanti, visto che ieri sera ha partecipato alla chiusura della campagna elettorale di Gianni Lettieri a Napoli insieme a Gigi D’Alessio, il quale è accomunato al premier – oltre che da un sincero e duraturo affetto – anche dalla scelta di non farsi vedere a Milano in questi giorni: «Che ci vado a fare? – ha spiegato il Cavaliere al suo staff mercoledì – Tanto la Moratti perde di sicuro».

L’eroe di giornata però, come si dice nei grandi giri di ciclismo, è stato Roberto Calderoli: il ministro per la Semplificazione normativa è assurto agli onori delle cronache non per uno, ma addirittura due motivi. In rigido ordine cronologico, il dentista bergamasco ha rilasciato un’intervista uscita ieri mattina sul Corriere della Sera e, sempre nella mattina di ieri, s’è recato in un mercato rionale laddove ha pensato bene di continuare a parlare: nel primo caso ha proposto di spostare al Nord, già che c’eravamo, anche la presidenza della Repubblica, nel secondo caso ha messo a verbale che il brutto risultato del primo turno amministrativo è stato “un se-

Quanto alla campagna elettorale vera e propria, quella di ieri è stata una giornata disperante, attenuata solo dal fatto che gli show di Berlusconi al G8 e Calderoli a Milano hanno almeno tolto spazio alle cose più sgradevoli: non molto bene per il centrodestra, però, che si sarebbe voluto giocare le ultime ore esclusivamente sul tema della “violenza illiberale della sinistra”e del “clima di odio”contro l’avversario (i prodromi s’erano peraltro già annunciati con l’aggressione che forse non era un’aggressione alla madre dell’assessore milanese Rizzi). Tra i fatti di cro-


verso i ballottaggi

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I due leader chiudono a Macerata per sostenere Pettinari (Udc) contro il pdl Capponi ROMA. Scrive Guido Piovene che «le Marche sono un plurale fatto di diversi spiriti ed influenze, palesi anche nel paesaggio, che sembrano distillarsi e compenetrarsi nel tratto più centrale, in cui sorgono Macerata, Loreto, Recanati, Camerino». E proprio al centro di Macerata, chiamata a scegliere il nuovo presidente della Provincia tra il governatore uscente Franco Capponi e il candidato udc Antonio Pettinari, si sono incontrati Massimo D’Alema e Pier Ferdinando Casini per la chiusura della campagna elettorale. «Questa coalizione continua un buon lavoro a livello regionale, molto soddisfacente per noi», ha detto il leader dell’Udc, «i sondaggi premiano il governatore regionale Spacca. Noi a Macerata vogliamo soltanto risolvere i problemi. È questo l’obiettivo della politica locale, specie a fronte di una crisi come questa e con una spesa sociale fortemente decurtata. Nessuno qui», ha aggiunto Casini, «si fa una plastica facciale: abbiamo sperato potesse esserci un centrodestra diverso. Ma abbiamo constatato che di centrodestra c’è poco, solo un’estrema personalizzazione». Nella centrale piazza Mazzini, dove i due leader hanno tirato l’ultima volata a Pettinari, erano puntati i riflettori locali, certo. Ma sul capoluogo marchigiano si concentrano molte attenzioni della stampa nazionale, alla ricerca di clamorosi retroscena da cui gli aruspici del post-berlusconismo possano trarre indicazioni sul futuro del Terzo polo. Qui nelle Marche, poco più di un anno fa, l’alleanza tra Pd, Idv e Udc non ha fruttato soltanto la larga vittoria del governatore Gian Mario Spacca (53,1 per cento) sul pidiellino Erminio Marinelli (39,7 per cento). Ma ha segnato anche la nascita di un modello politico alternativo che Massimo D’Alema ha ribattezzato come il «modello Marche». Consolidato dalla vittoria di

Casini e D’Alema: «Sì al buongoverno» Il leader udc: «Nelle Marche buona alleanza, ma non c’è relazione con la linea nazionale» di Francesco Lo Dico Spacca, l’asse marchigiano tra moderati e riformisti cerca il bis alla provincia di Macerata. Un test politico cui Casini guarda con attenzione, considerata la diversità del caso rispetto ai risultati di Milano e Napoli. Al di là dei meriti personali e della credibilità politica, sia Giuliano Pisapia che Luigi De Magistris non hanno ricevuto l’endorsement ufficiale del Terzo polo, in quanto le storie e le appartenenze politiche dei due candidati non sono compatibili con quelle dei moderati. Era difficile pensare che la grande spinta all’estrema sinistra del Pd, con i voti decisivi di Vendola, potesse convincere i centristi a schierarsi ufficialmente con Pisapia o De Magistris al secondo turno. Ma a Macerata c’è invece per il Terzo polo la possibilità di dimostrare che la convergenza di centristi e riformisti può essere vincente sulla base di un’alleanza moderata, pragmatica e allergica ai massimalismi. Ragionamento uguale e opposto a quello dei dalemiani, che più caldeggiano la sinergia tra forze cattoliche e progressiste: dimostrare che al centro si vince, e fare delle Marche il perno di una riflessione politica a medio termine, che possa dare voce a quanti, all’interno del Partito democratico, premono per un netto distacco dalla sinistra an-

Il Terzo polo ha la possibilità di dimostrare che centristi e riformisti possono vincere sulla base di programmi antideologici e rivolti al territorio tagonista dopo l’infelice esperienza dell’Ulivo. «Si tratta di una scelta carica di prospettive», ha ricordato D’Alema, «l’alleanza deve essere ancora più ampia di quella che siamo riusciti a realizzare al primo turno. Io credo all’unità di chi rappresenta le tradizioni migliori del nostro Paese». Ed è inutile negare che tra le prospettive, sia inclusa anche quella di una nuova legge elettorale capace di abbattere il bipolarismo coatto e cancellare il premio di maggioranza che tanti

guasti ha prodotto nell’intepretazione “suina”di Calderoli.

Le Marche sono dunque il crocevia di un incontro al centro capace di sbarrare la strada ai berluscones sotto molteplici aspetti. Proprio in questa regione, come ha ricordato Pettinari, Berlusconi ha svelato scarsa vocazione da statista. Dapprima negando le risorse per il completamento della ricostruzione post sisma a un popolo stremato e bisognoso di aiuto, e poi addirittura autorizzando

naca ne vanno segnalati almeno due, per dare l’idea del livello di tensione - vera o presunta, naturale o creata, esplosa da sola o evocata da molti – spenta a mezzanotte dal silenzio elettorale: una rissa tra sostenitori della Moratti e di Pisapia nella notte milanese (due contusi) e il rogo in un magazzino del comitato elettorale del candidato PdL a Napoli. Nel ca-

si lavorava sui postumi del caso Gigi D’Alessio: «Verrà a cantare per festeggiare la mia rielezione», ha scritto Letizia Moratti ai fans del cantante napoletano, che giovedì sera ha disertato la festa di Letizia Moratti per paura dei “disordini di piazza” e anche un po’ irritato dalle critiche della Lega. Non essendo avvenuti i primi, restano le seconde: «Ha battuto il record del ridicolo», lo irride La Padania, mentre il presidente del Consiglio regionale Davide Boni se n’è fatta «rapidamente una ragione: mai stato estimatore di Gigi D’Alessio». Matteo Salvini, ad Annozero, era andato pure più in là: «Spero non ci siano minacce di altro tipo dietro il suo rifiuto, chi va su internet legge che ci possono essere state pressioni di diverso tipo da Napoli e dintorni». Criminalità? «Spero di no». Poi è esplosa la bomba in Libano e il silenzio elettorale, anche se tutti hanno continuato a parlare, è iniziato prima.

Il premier non va a Milano per il voto: «Che ci vado a fare? – ha spiegato il Cavaliere al suo staff mercoledì – tanto la Letizia Moratti perde di sicuro» poluogo campano, poi, la faccenda è diventata una sfida all’ok corral: Gianni Lettieri, in sostanza, ha sostenuto che il mandante dell’incendio fosse il suo avversario, Luigi De Magistris, che ha risposto parlando di “strategia della tensione”, dando del “camorrista” a Lettieri e presentando un esposto sul tema in Procura. A Milano invece, botte a parte, ieri ancora

nuove tasse per far fronte ai gravissimi danni dell’alluvione del marzo scorso. Qui nelle Marche, dove siede un governatore forse poco gradito al premier, non sono arrivati neppure gli spot, le passerelle a favore di telecamera e le false promesse. Motivo per cui al ballottaggio Pettinari rappresenta un altro tassello di quell’opera di opposizione all’illusionismo di Palazzo Chigi, in favore di una politica finalmente concreta. Non si tratta di semplici alchimie da laboratorio, a Macerata. Sia Casini che D’Alema vedono in Pettinari un uomo del fare di acclarata esperienza. In politica dal 1985, sei anni da assessore e diciannove da consigliere alla Provincia, undici anni in maggioranza e quattordici all’opposizione fanno del candidato governatore una garanzia. «La Provincia è la mia specializzazione», ricorda Pettinari, «la battaglia infinita, la mia passione civile a favore di questa terra che amo profondamente». E tanti anni di agone politico gli hanno permesso di stilare un programma convincente, vicino ai bisogni del territorio e ai suoi desideri, che non a caso è riuscito a mettere d’accordo democratici e centristi sul modello del mandato Spacca. «Abbiamo abbandonato ogni sorta di ideologismo, e credo che il successo del governo regionale derivi dal desiderio di trovare delle soluzioni concrete, di guardare non alle formule politiche, non alle coalizioni, ma alla progettualità». Al centro di tutto la famiglia, cui Pettinari dedicherà uno specifico assessorato in caso di vittoria, sul modello di quello regionale che già tanti buoni segnali ha raccolto sul territorio. E poi l’impegno per l’occupazione, che delle politiche familiari è il correlativo oggettivo. «Spesso questi lavoratori finiti fuori dal mercato», spiega Pettinari, «sono anche madri e padri ed allora il pensiero corre a nuove e più efficaci politiche di tutela dei nuclei familiari.


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verso i ballottaggi

I piani segreti di Silvio per scongiurare lo smarcamento della Lega bloccati dalla rivolta anti-padana in corso nel suo partito

Arcore vice

Il premier pensa di risolvere i suoi problemi post elettorali promuovendo Tremonti e Calderoli. Ma questa è una soluzione che i fedelissimi del Pdl non accetterebbero mai. Cronaca di un caso che segnala la debolezza del Cavaliere di Errico Novi

ROMA. Su una cosa, una almeno, il Pdl è compatto: nessuno dei contendenti che si agitano in vista del “dopo” è disposto a sopportare altre concessioni alla Lega. Né l’ala pseudo-ortodossa di Frattini e Gelmini (ora saldata con Scajola), né il partito degli organigrammi governato da Verdini, né gli ex An larussiani, figurarsi Alemanno e i suoi. Basta egemonie padane. Eppure il Cavaliere non vede altre vie: per restare in sella dopo la sconfitta ai ballottaggi deve assolutamente fare contento Bossi. Concedergli una soddisfazione, un pegno che costringa l’amico Umberto ad accantonare l’idea della deposizione. A Berlusconi piaceva soprattutto un’ipotesi: Tremonti vicepremier. Il motivo è intuibile: non ci sarebbe nessun modo migliore per disinnescare l’incubo di un governo guidato da Giulio. Chiamato a condividere la responsabilità dell’esecutivo da subito, l’uomo di via XX Settembre avrebbe visto smorzate le sue (presunte) ambizioni da

premier. Almeno questo è sembrato il gioco più conveniente al Cavaliere.

Nello stesso tempo Berlusconi ha verificato un interesse della Lega per la nomina a vicepremier di un proprio uomo: Calderoli, Maroni o anche il super-bossiano Giorgetti. Così la scorsa settimana nel Pdl era cominciata a circolare la voce di una doppia nomina a vicepresidente del Consiglio: per Tremonti e, appunto, per l’attuale ministro alla Semplificazione. Prospettiva che già da subito aveva suscitato molta irritazione nel partito di Silvio. Una rabbia paragonabile a quella esplosa in Gianni Alemanno per le pretese di Bossi sul trasloco dei ministeri. Ed è chiaro che mai come oggi il premier sia stretto in una tenaglia: da una parte il Carroccio da tenere a bada, dall’altra il Pdl che intravede una specie di bancarotta preferenzia-

le. A via dell’Umiltà e dintorni, cioè, temono che Silvio, pur di allungare anche di qualche mese il suo mandato, sia pronto a devolvere parte dell’eredità politica in favore di Bossi, spogliando sempre più la quota successoria del suo partito. Un po’ come i signori di una certa età che preferiscono regalare averi alle seconde mogli piuttosto che ai figli di primo letto, in modo da assicurarsi qualche anno di dolce accudimento. Qualunque cosa si im-

A via dell’Umiltà i big temono una “bancarotta preferenziale” in favore di Bossi

pegni a dare ai leghisti, dunque, Berlusconi si esporrebbe alla feroce reazione dei suoi.

Dei nuovi vicepremier si è discusso in occasione del primo incontro avvenuto tra Cavaliere e Senatùr dopo il primo turno delle Amministrative. I due leader si sono visti giovedì l’altro, il 19, al termine del Consiglio dei ministri. Seduta di governo a cui Bossi non ha preso parte: l’unica ragione che lo ha spinto a varcare quel giorno la soglia di Palazzo Chigi è stato proprio il vertice con il premier, celebrato poi nello studio presidenziale. E a quel summit hanno preso parte, con il capo lumbàrd, anche Calderoli e Tremonti, cioè i due indiziati per la nomina a vicepremier. Al termine del colloquio Bossi ha smentito di aver chiesto all’alleato la promozione di Calderoli: «Però serve un progetto di cambiamento». È com-

prensibile che il Senatùr non trovi particolari convenienze in simili revisioni della squadra di governo: a questo punto si enfatizzerebbero solo le responsabilità della Lega, senza riconoscerle la vera guida dell’esecutivo. Ne verrebbe una socializzazione delle perdite (di consenso) più che una crescita del dividendo.

Ma se pure Berlusconi sceglierà un’altra concessione per attenuare i furori padani, nel Pdl si scatenerà comunque la rivolta. Allo stato in effetti l’ipotesi di trasferire qualche dipartimento alla presidenza del Consiglio è assai più realistica dell’indicazione di un vicepremier, per alcune ragioni. Innanzitutto per la ricordata perplessità di Bossi, e dello stesso Tremonti. In secondo luogo perché comunque quell’opzione rischierebbe di aprire un inedito, e insidiosissimo, nuovo fronte interno per il Cavaliere: quello con Gianni Letta. Va ricordato infatti che proprio al-


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L’analisi di Emma Marcegaglia, seppure ancora parziale, chiude una stagione piena di errori

Finalmente la Confindustria ha capito dove va la politica

La rottura con l’illusione berlusconiana segna uno spartiacque: adesso il Terzo Polo deve cogliere l’opportunità per costruire insieme il futuro di Enrico Cisnetto n’occasione da non perdere. Le critiche al bipolarismo, seppure ancora parziali e soprattutto lasciate senza conseguenze, avanzate da Emma Marcegaglia all’assemblea di Confindustria, e la minaccia che la risposta alla «maggioranza in evidente difficoltà» e all’opposizione «incapace di esprimere un disegno riformista» possa essere la creazione di un “partito degli industriali”, debbono spingere tutti coloro che, dentro e fuori il Terzo Polo, lavorano per la creazione di un nuovo sistema politico e istituzionale, a cogliere l’opportunità che crea il distacco, ormai irreversibile, degli imprenditori dal loro collega prestato alla politica Silvio Berlusconi. Perché si può leggere in molti modi la storia, che è durata 17 anni, del rapporto tra il bipolarismo, il Cavaliere e la Confindustria, e dell’epilogo che sta avendo, ma una cosa ora è certa: quel matrimonio triangolare è finito. E si può e si deve approfittare del divorzio per costruire, più velocemente e meglio, la Terza Repubblica.

U

Certo, per essere credibile come soggetto capace di farsi carico di un ruolo propulsivo nella transizione verso una nuova fase della Repubblica, la Confindustria deve fare prima di tutto autocritica e completare l’analisi fatta dalla presidente nella sua relazione. Autocritica, perché furono proprio gli industriali,“poteri forti”in testa, a sbagliare, all’inizio degli anni Novanta, quando spinsero se stessi e il Paese verso quella che potremmo definire la fatale “illusione del maggioritario”. Anche allora, come oggi, si trattava di chiudere un capitolo, quello della Prima Repubblica, ed aprirne un altro. Solo che in quella circostanza il desiderio – legittimo, sia chiaro – di essere protagonisti del cambiamento, spinse la Confindustria ad appoggiare esplicitamente il referendum Segni e a favorire, anche tramite i grandi giornali d’informazione, la richiesta di un assetto maggioritario del sistema politico, nella speranza che lo schema «due soggetti, chi vinci prende tutto, chi perde si prepara a rifarsi» potesse risolvere i problemi lasciati dal proporzionale puto, dalla prevalenza del parlamento sul governo e dal ruolo preminente dei partiti. Fu, quello, un ragionamento semplicistico: eccessivamente impietoso sulla Prima Repubblica, che non era da buttare in toto; un po’ provinciale nell’adesione ad esperienze altrui, senza tenere conto del dna del Paese o illudendosi di poterlo cambiare attraverso forzature; molto qualunquista nel giudizio sui partiti e troppo accondiscendente (salvo poi pagarne le conseguenze con i tanti imprenditori e manager finiti in galera) sul comportamento della magistratura e sul presunto ruolo salvifico di Mani

Pulite. Sarebbe bastato, invece, che si fosse guardato all’esperienza tedesca per capire che nella loro legge elettorale e nel loro assetto istituzionale c’erano già tutte le correzioni – più che sperimentate – che avremmo dovuto apportare per superare i principali difetti del sistema così come era uscito dalla fase Costituente post-bellica.

Il secondo errore, figlio del primo, fu poi quello di affidarsi, dopo la deluden-

Bisogna partire da lì per superare anche nel mondo dell’imprenditoria il mito del bipolarismo te esperienza del centro-sinistra della legislatura 1996-2001, alla “rivoluzione liberale” del Cavalier Berlusconi. Lì giocarono anche fattori interni al mondo imprenditoriale. Antonio D’Amato fu eletto in contrapposizione al candidato Fiat, Carlo Callieri, da quella larga base di piccoli e medi imprenditori che volevano chiudere l’epoca dello strapotere dei grandi gruppi e che vedevano nel padrone di Mediaset, uno fattosi dal niente che con i poteri forti aveva sempre avuto un rapporto conflittuale, chi avrebbe potuto in un colpo solo archiviare la sinistra, dare una sistemata ad Agnelli e soci e metterli finalmente in condizione di fare come meglio pareva loro. Sta di fatto che quella luna di miele con il Cavaliere non s’interruppe né per via dei deludenti risultati ottenuti dal centro-destra nei cinque anni successiva alla grande

vittoria del 2001 né, anche per colpa della pessima prova del governo Prodi dal 2006 al 2008, durante i primi tre anni di questa legislatura. Anche perché quell’inizio di disinnamoramento verso il bipolarismo mostrato dalla presidenza Montezemolo è stato archiviato con infelice scelta dalla Marcegaglia.

Tutto questo fino a poche settimane fa. Quando, dopo aver capito che la sua base non poteva più non tanto e non solo della versione “Cavalier pompetta”del premier, ma soprattutto dei risultati modesti del governo, la stessa Marcegaglia ha cambiato opinione e atteggiamento. Fino alla relazione dell’assemblea, in cui si è messa una pietra sopra, definitiva, sia sul bipolarismo che su Berlusconi. Certo, ciò che manca alla Confindustria è la proposta su come affrontare il malfunzionamento del sistema politico e istituzionale. Questione dalla quale poi discendono tutte le decisioni mancate prima ancora che le decisioni sbagliate di cui Confindustria si lamenta. A dire la verità, un mezzo passo avanti Marcegaglia lo ha fatto, quando ha detto che il “decennio perduto” che sta alle nostre spalle, quello della mancata crescita, è colpa delle «lacerazioni interne a ciascuno dei due poli della politica, alle prese con problemi di leadership personali anteposti al benessere del Paese». Ma, appunto, si è fermata qui. Ha avuto persino il pudore di usare la parola giusta, bipolarismo, figuriamoci se si è spinta nel dirci perché è fallito il sistema bipolare maggioritario e come lo si possa virtuosamente sostituire. Invece, è proprio su questo terreno che gli imprenditori si devono spingere se, una volta capito che non possono contare né sul centro-destra né sul centro-sinistra, vogliono evitare di cadere dalla padella nella brace illudendosi di poter fare da soli. Ma perché questo accada, e per evitare la sciagurata ipotesi della discesa in campo o del “partito degli industriali” o di qualcuno che lo faccia in nome loro – cioè non molto diversamente da quello che fece Berlusconi nel 1994 – occorre che Confindustria sia aiutata a completare la sua analisi e prenda il coraggio della proposta (che può fare in quanto tale, senza bisogno di “discese in campo”). E chi meglio del Terzo Polo e più in generale dei fautori del superamento del bipolarismo italico e della creazione di una Terza Repubblica in salsa tedesca, può farlo? Si attendono iniziative. (www.enricocisnetto.it)

l’attuale sottosegretario alla presidenza, il Cavaliere avrebbe voluto assegnare nel 2008 il ruolo di suo vice nel Consiglio dei ministri. Fu proprio la Lega, e Calderoli in particolare, a fine aprile di tre anni fa, a porre il veto: se Letta diventa vicepresidente del Consiglio, fu l’aut aut di via Bellerio, serve anche un altro vicepremier, ovviamente leghista. Il Cavaliere scelse di eliminare il motivo del contendere. Finì però in tal modo per disattendere aspettative più che legittime rispetto al ruolo di Letta. E certificò dunque, dunque, prima ancora del giuramento al Quirinale, la golden share padana nella maggioranza.

Tra Letta e la Lega però ci potrebbero essere in futuro rapporti migliori. Non c’è dubbio che le tensioni tra il sottosegretario alla presidenza e Tremonti abbiano segnato molta parte dell’azione di governo reale, soprattutto di quella relativa alle nomine dei manager pubblici. Letta e Tremonti hanno rappresentato, in questi tre anni, due centri di potere chiaramente contrapposti. Ma dopo? Se la legislatura non si interrompesse, e se nascesse un nuovo esecutivo sotto l’impulso della Lega, i due blocchi sarebbero comunque forzati a una rinnovata collaborazione. Il sottosegretario alla presidenza è il vero – l’unico – depositario della gestione effettiva del governo. Almeno di quella parte che non ricade nella giurisdizione esclusiva di via XX Settembre. Così in un eventuale dopo-Berlusconi a legislatura in corso, i due veri centri di potere dell’attuale maggioranza dovrebbero inaugurare una nuova stagione di rapporti. Certo, un’uscita di scena di Berlusconi pare fuori dall’orizzonte d’attesa di Berlusconi medesimo. Ma un dato è certo: lui, il Cavaliere, è il primo a dare per certa la sconfitta a Milano e per assai probabile quella a Napoli. È per questo che cerca una via per placare Bossi e restare in sella. Condizione angosciosa, visto che il Pdl è pronto a calarsi in trincea, di fronte a spostamenti di ministeri o ad altre forzature filopadane. C’è un’opzione però che è sgradita a Berlusconi persino più che al suo partito: un’intesa col Senatùr per un percorso che porti Tremonti a Palazzo Chigi. Già in questa legislatura, magari. È questa in realtà l’unica reale opzione politica che la Lega si prepara a mettere sul tavolo nei prossimi mesi. Ed è una partita di cui il Cavaliere non vuole nemmeno sentir parlare. Anche perché sa che il senso di responsabilità istituzionale potrebbe spingere persino Gianni Letta a far parte del nuovo schema, con Bossi e Tremonti.


mondo

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È la prima volta che il terrorismo prende di mira i soldati italiani in Libano: due sono gravissimi

Agguato ai Caschi blu Sei feriti in un attentato contro i blindati nei pressi di Sidone di Pierre Chiartano ncora lampi sul Libano, ma virati col sangue di nostri connazionali. Bomba esplode al passaggio di un colonna di soldati italiani sulla strada costiera libanese. Sei militari feriti di cui due in gravi condizioni. Il portavoce della missione Unifil, Andrea Tenenti, confermando il bilancio dell’attentato, ha dichiarato che «nessun ferito rischia la vita».Tutti sono stati trasportati nell’ospedale di Hammoud, un piccolo sobborgo a nord-est di

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giata e permette uno scorrimento veloce dei mezzi, prima che si arrivi negli accidentati budelli della via costiera nel Libano meridionale, quando ci sia avvicina a Tiro (Sur). Lì l’asfalto rotto e le buche enormi costringono i mezzi una gincana continua. Non è così dove è avvenuto l’attentato che è una superstrada come ne puoi trovare in ogni regione europea. era quindi una zona relativamente tranquilla, anche se non controllata da Hezbollah. Le colonne militari sono attrezzate con antenne molto potenti, in grado di disinnescare qualsiasi congegno elettrico che possa attivare ordigni tipo Ied (Improvvised explosive device). In genere per le colonne piccole ogni auto è dotata di un’attenna jammer, in quelle più grandi ci sono mezzi da disturbo elettronico in testa e in coda al convoglio e in genere hanno sempre garantito una buona difesa da questo attacco.

“Sgomento e preoccupazione” del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che si trova a Varsavia per partecipare al vertice dei capi di Stato e di governo dei Paesi Centro-europei Beirut. È la prima volta che vengono colpiti militari italiani nella missione Unifil 2 in Libano. L’attacco è avvenuto verso le 16.00 ora italiana nella zona di Sidone, al passaggio del mezzo che chiudeva una colonna Unifil, la forza Onu dispiegata nel sud del Paese. In quella zona la strada è a doppia carreg-

“Bruciano” qualsiasi apparecchiatura elettronica nel raggio di decine di metri ai bordi della strada. Anche se non sap-

piamo ancora nulla sull’ordigno che ha fatto saltare il mezzo italiano. Potrebbe trattarsi di un sistema a tempo o con innesco manuale. È comunque difficile pensare che qualcuno abbia deciso di colpire gli italiani. In precedenza era successo agli spagnoli nel 2007 (sei morti). L’ottimo lavoro svolto dal gene-

rale Claudio Graziano per i tre anni in cui è stato capo missione a Sud del fiume Litani, ispiravano a un cauto ottimismo sulla stabilità della zona. L’esperienza dei nostri soldati nelle tecniche di difesa delle colonne motorizzate davano molta sicurezza. Il Libano è una zona dove invasioni guerre e conflitti si

La politica non può ridursi soltanto a lamentarsi dei propri problemi con i leader internazionali. Serve dignità

Quella missione dimenticata forza di parlare solo di giustizia patologica, ci si dimentica che tutto intorno c’è il mondo. E che nel mondo gli italiani fanno anche qualcos’altro, oltre che insolentire i grandi del mondo con le proprie ossessioni. Ci si dimentica che in parecchie zone calde nel mondo gli italiani sono in prima fila e non tirano nessuno per la giacca. Fanno il loro lavoro – spesso gravoso, sempre difficile – e per questo vengono fatti bersaglio di odio, di rabbia, di rancori che a ragion di logica non meriterebbero. Insomma: nel mondo ci sono degli italiani che vengono aggrediti davvero.

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Ecco, l’attentato di Sidone non solo insanguina la nostra quotidianità, ma è come se ci desse un colpo alla testa, uno schiaffo che ci impone di svegliarci come da una lungo sonno. Sappiamo tutti – lo ripetono a mezza bocca anche i piani alti dell’esercito – che spesso la politica non «copre» abba-

di Gualtiero Lami stanza le nostre missioni all’estero (il balletto vergognoso sull’impegno in Libia la dice lunga, sul tema), ma stavolta l’esplosivo che ci ha insanguinato il contingente italiano in Libano ci impone di «ricordare» che lì siamo in prima linea. Non solo: noi eravamo i capi della missione Unifil e un attenta-

che non ha senso lasciare i nostri militari in giro per il mondo a morire. E magari ci sarà chi applaudirà queste parole.

Senza capire che è vero il contrario: i nostri soldati nel mondo devono essere ancora più rispettati e «coperti» dal-

È lunga la lista delle vittime italiane: non ci si può più nascondere dietro a un dito. I conflitti esistono e noi ci stiamo in mezzo perché far parte dei «grandi» impone responsabilità to contro di noi ha anche un valore simbolico. È un monito che sottolinea l’importanza stessa dei caschi blu: non quelli che mestano nei palazzi ma quelli che soffrono (e talvolta muoiono) sul campo.

Il ministro Frattini, come al solito, si è già alzato in piedi per dire al Paese

la politica. I nostri soldati stanno in Libano, stanno in Afghanistan, stanno in Iraq, stanno in Somalia e altro perché un paese serio non può voltare le spalle davanti ai conflitti del mondo. È questo il discrimine: siamo un paese serio o no? Le bombe che i terroristi del mondo fanno esplodere contro i nostri soldati bruciano di più proprio

per questo. Perché ci impongono una domanda drammatica: chi la fa, davvero, la politica estera dell’Italia, un premier che vilipende le istituzioni in giro per il mondo o questi soldati che, cercando di portando pace e tranquillità alle popolazioni, si espongono alle bombe degli estremisti?

È lunga, ormai, la lista delle vittime italiane nel mondo: non ci si può più nascondere dietro a un dito. I conflitti esistono, sono sanguinosi e noi ci stiamo in mezzo perché far parte dei «grandi» impone anche responsabilità, non solo i piaceri dei vertici e delle passerelle davanti alle tv. Il guaio è che correre con le autoblindo sulle strade del Libano o dell’Afghanistan non è come andare in passerella a Deauville. Forse anche quei soldati attaccati verso Sidone avevano delle paure, ma non avevano tempo per trasformarle in ossessioni, né l’occasione per confidarle a Obama o a Medvedev.


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e di cronach

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato

sto da quattro veicoli e la deflagrazione ha colpito l’ultima auto, con targa Unifil-8377. In precedenza la tv al-Jazeera aveva indicato in due i morti e cinque i feriti italiani. Sempre per Future Tv l’ordigno sarebbe esploso nei pressi del fiume Awwali. La deflagrazione avrebbe colpito il mezzo militare sul quale si trovavano i soldati italiani della Brigata Aosta, arrivato solo il 10 maggio in LIbano. Pochi giorni fa c’era stato il passaggio di consegne nel settore Ovest della missione Unifil, in Libano, fra la Brigata di cavalleria Pozzuolo del Friuli, tornata in Italia a conclusione della missione, e la Brigata meccanizzata Aosta. Ciò che colpisce subito è l’inutilità del gesto a meno che non si pensi a qualche cellula impazzita uscita dai campi profughi – magari di Tiro – e istigata dagli appelli di Damasco di qualche giorno fa. Sarebbe in perfetto stile siriano, visto lo scarso successo degli inutili assalti dei palestinesi lungo il confine settentrionale della Blue line, la linea provvisoria che separa il Libano da Israele. «L’italia è vicina ai suoi militari» impegnati nella missione Unifil alla quale «dobbiamo un contributo decisivo alla stabilità in una delle aree più sensibili della regione mediorientale», sono state le prime parole del ministro degli Esteri Franco Frattini.

sono succeduti a ritmi forsennati. I terreni sono disseminati ordigni inesplosi e visitando le basi operative di Unifil, i fortini lungo la Blue line e o i capisaldi dei baschi blu vicino a Tibnin trovi ovunque un muro del pianto con i caduti da esplosioni. Un mezzo che mette una ruota in un terreno non bonificato, un anfibio poggiato incautamente in un cespuglio, tutto può succedere. Ma quello che ha colpito ieri i nostri militari è un botto che si sentirà ben oltre Sidone e ben oltre Beirut, perché si è voluto colpire ciò che non si doveva e non era giusto colpire: il forte, fortissimo impegno per la pace e a favore del benessere della popolazione locale dei baschi blu sotto il Tricolore. Infatti Hezbollah, qualche ora dopo, ha condannato l’agguato contro i militari italiani con «sgomento, dolore e rabbia».Le tv arabe avevano parlato inizialmente di due vittime. Anche il canale al-Arabiya, accreditava inizialmente la tesi dei due militari italiani uccisi, senza fornire inizialmente ulteriori dettagli. Fonti militari della Difesa avevano confermato alle agenzie stampa la notizia dell’attentato nel primo pomeriggio e anche una vittima.

L’ordigno sarebbe stato nascosto dietro la barriera di cemento armato sul ciglio della superstrada che collega la capitale al porto meridionale, secondo il racconto della tv libanese Future Tv, la prima a diffondere le immagini del luogo dell’attentato. Il convoglio, secondo l’inviato dell’emittente, era compo-

«Mi giungono dal Libano notizie drammatiche - ha affermato Frattini che suscitano grande dolore e sentimenti di profondo cordoglio. Mi rivolgo ai familiari dei militari colpiti, ai quali esprimo la mia vicinanza più sincera e la commossa ammirazione e auguro pronta guarigione ai feriti». Anche il dipartimento del peacekeeping dell’Onu confermava nel tardo pomeriggio da New York l’esplosione che aveva colpito un proprio convoglio logistico in Libano. «In questo momento altri militari stanno accorrendo sul posto per capire esattamente quello che è successo», aveva affermato Josephine Guerrero, responsabile stampa del dipartimento per le operazioni per il mantenimento della pace. La concitazione l’imprecisione delle prime infromazioni è stata alimentata anche dalla sorpresa per un evento – sempre possibili in zone calde come il Libano – che sembrava remoto, almeno sino a quando in Siria la situazione non è sfuggita di mano alla famiglia al Assad. In serata la conferma ufficiale da parte del ministro della Difesa italiano. «Non c’è nessun morto fra i militari italiani, ma ci sono sei feriti di cui due gravi. In particolare uno è stato ferito al volto e rischia di perdere un occhio. L’altro alla carotide ed è stato già operato», ha spiegato Ignazio La Russa, a Milano per un incontro elettorale, smentendo cosi la notizia della morte di due militari italiani che era circolata inistente. E di nuovo Frattini in serata interveniva per ribadire l’inbtenzione «di ridurre il contingente militare» in LIbano. Ieri era la giornata che l’Onu dedicava alla commemorazione dei suoi peacekeeper morti in missione.

Tutti i militari sono stati trasportati nell’ospedale di Hammoud, un piccolo sobborgo a nord-est di Beirut. Uno rischia di perdere un occhio, l’altro ha una lacerazione alla carotide ed è stato operato

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società

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Il direttore generale rimanda tutto a dopo l’approvazione dei palinsesti orenza Lei è dirigente di altissima classe, e la sua conoscenza della macchina dell’azienda Rai non ha probabilmente pari. Ma la politica, soprattutto in Italia, è una bruttissima bestia: e se anche si parte per voler riformare il sistema, le prime battute ci devono fare necessariamente i conti. Ecco perché, secondo una fonte interna all’azienza, è stata rinviata al dopo approvazione dei palinsesti - che si terrà il 6 giugno prossimo - la riunione del consiglio di amministrazione (cda) Rai relativa alle nuove nomine. Il direttore generale Lorenza Lei aveva presentato ai consiglieri la lista dei nomi.Tra questi figurava quello di Gaffuri per la nuova direzione Intrattenimento, quello di Socillo ai Corrispondenti esteri, il nome di Flussi alla Radiofonia. Ma non solo. Nel pacchetto erano previste anche le Direzioni per Risorse Tv per Valerio Fiorestino, Nardello alle Risorse Umane, e Fabio Belli a Finanza e Pianificazione. Il Consiglio di Amministrazione, su proposta del direttore Lorenza Lei ha poi approvato all’unanimità dei presenti la nascita della Direzione Corrispondenti Esteri e della Direzione Ottimizzazione Utilizzo Risorse.

L

Lo scopo delle modifiche organizzative è, da un lato il supporto delle azioni che mirano ad una efficace valorizzazione della rete dei Corrispondenti Rai all’estero e, dall’altro, di sostegno e razionalizzazione degli interventi connessi al percorso di risanamento dei conti aziendali avviato dalla Direzione Generale. I nuovi incarichi interesserebbero, secondo alcune indiscrezioni, Rai Fiction, Rai Cinema, Rai1 e Rai2. Secondo Il Giornale, nei piani del direttore generale, il responsabile della prima rete Mauro Mazza potrebbe andare a Rai Fiction al posto di Fabrizio Del Noce, mentre la direzione del Tg2 potrebbe essere affidata a Susanna Petruni o, in alternativa, a Gianluigi Paragone. Maria Pia Ammirati potrebbe sostituire, invece, il reintegrato Paolo Ruffini a Rai3. La Lei, dicevamo dunque all’inizio, conosce già molto bene il settimo piano piano di Viale Mazzini. Prima di diventare nel 2009 vi-

La Lei scorda il merito e riscopre i partiti Vacanti le poltrone di Tg e Rete 1 e 2: un pacchetto troppo ricco per buttarlo via di Massimo Fazzi

Tra i nuovi nomi presentati al cda figurava quello di Gaffuri per la nuova direzione Intrattenimento, quello di Bruno Socillo ai Corrispondenti esteri e Flussi alla Radiofonia

cedirettore generale con delega alle Risorse Artistiche, negli anni scorsi era stata più volte a capo dello staff della direzione generale sia durante il mandato di Agostino Saccà, che in quello di Flavio Cattaneo ed Alfredo Meocci. Cresciuta al marketing della maison Valentino, Lorenza Lei è entrata in Rai negli anni Novanta a Raiuno. Della rete ammiraglia e’ diventata capostruttura di finanza, pianificazione e controllo. Negli stessi anni è stata responsabile organizzativa della struttura Rai per il Giubileo. Successivamente ha seguito Agostino Saccà (che da direttore di Raiuno l’aveva chiamata in Rai) alla direzione generale, diventando capo dello staff della direzione generale. In questo ruolo la Lei è stata poi confermata da altri due direttori generali, sia da Flavio Cattaneo che da Alfredo Meocci.

Bolognese, 50 anni, sposata con un figlio, con l’hobby della lavorazione del vetro, Lorenza Lei aveva inoltre assunto l’interim della direzione Risorse Artistiche dopo

che Alessio Gorla aveva lasciato l’azienda. Alla direzione Risorse Artistiche è poi rimasta a lungo ottenendo la delega su quest’area aziendale anche quando è stata nominata vicedirettore generale nel 2009.

Una donna che conosce a menadito i bilanci aziendali e il piano industriale per averci lavorato più di tutti gli altri vicedirettori generali. Lei, stando a quanto raccontano, è una donna molto determinata, decisamente aziendalista e con le idee chiare. È stimata e benvoluta dal Segretario di Stato Vaticano, cardinale Tarcisio Bertone, e benvoluta anche dal premier che ora confida di veder scemare le polemiche intorno a Viale Mazzini. Insomma è una manager che conosce a menadito le dinamiche aziendali: la persona adatta a prendere la macchina in corsa e guidarla. Per gli stessi motivi c’è chi dice che non avrà alibi per fare le cose al meglio. Già nelle ultime settimane, raccontano in Viale Mazzini, si è comportata da direttore generale in pectore. Ha fatto i suoi collo-

qui, i suoi piani e che chi dice che abbia già chiarissimo quale sarà il suo staff nel nuovo incarico.

Quale che sia lo staff, quello che conta in questa partita sono le poltrone. E la Lei è stata indicata e votata all’unanimità proprio per dare un senso di blocco alla spartizione della più grande azienda di Stato, preda da sempre degli appettiti della politica. Alcuni giorni prima della sua indicazione in cda, i rumors volevano lo stesso Berlusconi molto contento della scelta. In questo modo, diceva, avrebbe potuto levare dall’agenda anche l’enorme numero di sicofanti che implorano per un posto ben retribuito in Rai. Ma non c’è soltanto il premier, nel panorama infinito della politica italiana. E le fonti aziendali sono concordi nel definire (sorridendo) la processione “infinita” di questuanti. Che, di persona o telefonicamente, hanno fatto scoprire alla Lei il vero peso della politica nella Rai. Bisogna riconoscere che, memore dei suoi maestri, il direttore generale ha risolto il primo impasse con lo stile di una veterana. Il rinvio al post-approvazione dei palinsesti nasconde il vero traguardo da superare - i ballottaggi alle elezioni amministrative - e pone la direzione generale in una invidiabile posizione di retroguardia in attesa del risultato delle urne. Insomma, bisogna attendere. E se il peso dei nuovi eletti e delle urne non sarà incisivo, enormemente devastante saranno le ripercussioni sugli schieramenti politici che vedono nella presa (o nella caduta) di Milano uno dei segnali più evocativi della morte politica di Silvio Berlusconi. Che nel crollo trascinerebbe con sè moltissimi capataz della politica, dell’imprenditoria e ovviamente anche del giornalismo del Belpaese. Una nazione che oramai dà per scontato che, all’interno dei gangli del potere e dell’industria, la preparazione o il merito di chi siede su una poltrona non siano assolutamente valori da tenere in considerazione. Conta soltanto la protezione politica, punto e basta. E se cade un leader ce ne è sempre un altro da vezzeggiare e convincere a fare la telefonata al settimo piano di un palazzo di Prati. Quella telefonata che può garantire l’esistenza molto più di un semplice (e, diciamolo, quasi volgare) gratta e vinci. Fosse anche quello che garantisce una vita da miliardario senza troppi sforzi.


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INSERTO DI ARTI E CULTURA DEL SABATO

Guida alla scoperta di un privilegio

EPIFANIA DEL VINO di Livia Belardelli

come un bicchiere di Barbaresco delle Langhe. Intenso, motivo, amcomplessi, con l’entusiasmo di chi è convinto che questo libro sia «l’occasiopio. Si schiude con lentezza, si lascia assaporare, pagina dopo ne per introdurre i lettori alla scoperta di un privilegio». Per capirlo pagina, sorso dopo sorso, proponendo aromi, riflessioni e Come si fa a raccontare il vino, a tradurre un’emozione che conspunti che lasciano inebriati. È immediatamente buocerne l’avventura dei sensi? Come si comincia? Si comincia bisogna leggerlo no il libro di Sandro Sangiorgi, denso ed espressivo. senza prendersi troppo sul serio, ma nemmeno troppo con i sensi, concedersi alla poco, penso io. Ma questa è una premessa, un preD’altronde una prima versione doveva uscire nel sua anima oltre che al corpo. Solo supposto, per non cadere nel ridicolo archetipo 2003 ma poi ha riposato in bottiglia, nella candel sommelier affettato e teatrale, del wine tina mentale del suo autore, evolvendosi così potrà iniziare quel viaggio interiore che per anni, lasciandosi attendere fino al 2011 writer che sbrodola neologismi buffi e criptioltrepasserà i confini del calice. Punto di ci, deliri narcisistici e tecnicismi usati come armi quando il tappo della pubblicazione è finalmente partenza: “L’invenzione della saltato. L’invenzione della gioia (Porthos edizioni, per creare sudditanza e autocompiacimento. Poi si comincia davvero. E Sangiorgi parte dalla sensorialità. E da 35,00 euro, con 14 tavole a colori degli acquarelli di Marcelgioia” di Sandro una premessa. La sua stavolta. «A starmi stretto è il modo con il lo Spada), 500 pagine di «educazione al vino» e alla sensorialità, Sangiorgi quale il vino è spesso trattato dalla nostra cultura e dai mezzi di cosi dipana con semplicità grazie alla chiarezza di scrittura dell’automunicazione che la rappresentano. re, abituato a insegnare e a rendere apparentemente semplici concetti

È

Parola chiave Bacio di Franco Ricordi Stregati dal sound di Cinecittà di Stefano Bianchi

NELLA PAGINA DI POESIA

Lorenzo Calogero e la «vita acre dei segni» di Pasquale Di Palmo

Il princeps Augusto visto da Luca Canali di Gabriella Mecucci Dio esiste! Anche a Hollywood di Anselma Dell'Olio

Forain e gli altri in trentadue tappe di Marco Vallora


epifania del

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n Italia si brinda con l’acqua minerale. E il nostro vino se lo bevono gli altri.Va bene, è chiaro, è una provocazione. Eppure gli ultimi dati Istat elaborati da Coldiretti raccontano questo: l’acqua minerale diventa la prima voce di spesa del bilancio familiare tra le bevande. E il consumo di vino scende ancora arrivando per la prima volta sotto i 40 litri procapite. Che le campagne antialcol e le sempre più restrittive norme del codice della strada ci abbiano messo lo zampino è ovvio almeno quanto è scontato un altro fatto, che certe stragi non derivano dal consumo di vino e che, anzi, chi beve vino di qualità è spesso un consumatore responsabile e conscio dei propri limiti. Questo perché il vino non è solo alcol ma è soprattutto cultura (e ad abusare di cultura sono davvero in pochi…). E oggi è sempre più territorio e tipicità. La nuova tendenza sembra proprio questa, la riscoperta di terre e luoghi attraverso le varietà locali tradizionali. D’altronde l’Italia con i suoi 355 vitigni autoctoni (soltanto quelli catalogati) detiene il record di biodiversità e oggi a un mercato globale saturo di vini fotocopia, all’omologazione del gusto e delle emozioni, si oppone l’esigenza di tornare all’identità, alla tipicità di vini che attraverso se stessi traducono un territorio raccontandone clima, storia, tradizioni e profumi. Da chardonnay e gewürztraminer il consumatore passa a pecorino e vermentino, da cabernet sauvignon e merlot torna al chianti classico o scopre uve particolari come il nerello mascalese che in Sicilia, alle pendici dell’Etna, sta dando vini capaci di grandi

I

Le descrizioni degli assaggi, i ritratti di vignaioli e territori, le schede tecniche aziendali replicano un copione bloccato da tempo, incapace d’insegnare e di far trapelare emotività». Ecco, per capire il vino bisogna leggerlo con i sensi senza opporsi alle proprie pulsioni, questo è a mio parere il messaggio fondante del libro di Sangiorgi. Perché il vino, timido o scortese, è spesso restio, recalcitrante a chi non sa approcciarlo con attenzione e accoglienza. Il vino, diceva Luigi Veronelli, «si concede solo a chi aspira alla sua anima oltre che al corpo. Apparterrà a colui che lo sa scoprire con delicatezza».

E con la stessa delicatezza, con un linguaggio in punta di emozione - almeno nella prima sezione del libro, la più intensa, L’approccio al vino appunto - l’autore si inoltra nella selva delle percezioni, infilando il naso nel bicchiere e innalzando il senso più bistrattato di tutti: l’olfatto. Senso atavico ma sottovalutato dall’uomo, condizionato da una vita e da un ambiente che non ne richiedono più lo stesso uso del passato. Col naso nel bicchiere si ricercano odori che di primo acchito sembrano confusi in una matassa intricata, inafferrabili e compatti, indistinguibili. Il naso dovrebbe

anno IV - numero 20 - pagina II

Ritorno alle origini

«ascoltare» il vino, «osservare» le sfumature organolettiche, per non bloccarsi in superficie e cogliere davvero l’essenza del «liquido odoroso». Si tratta di un’educazione ai sensi, all’olfatto in primis che va riattivato attraverso l’uso, e di un’esortazione a trasformare la degustazione in un’esperienza sinestetica, in un coinvolgimento completo delle percezioni, in una coralità fusa in un unico macro-senso. Al principio, spiega Sangiorgi, si è come «in una piazza sconosciuta e affollata dove inizialmente possiamo sentirci smarriti; a poco a poco cominciamo a cercare dei punti di riferimento - un portone, un balcone, un’insegna - grazie ai quali padroneggiare gradualmente lo spazio. La medesima confusione odorosa del vino, che oserei definire positiva, incoraggia una raccolta di indizi che sarà tanto più approfondita quanto più sapremo controllare il desiderio istintivo di dominare le situazioni che ci coinvolgono». Il trucco sta nel lasciarsi andare alla sensorialità per riscoprirne il potere intuitivo ed epifanico. E a sentir parlare di sensi, di olfatto e gusto in particolar modo, protagonisti della degustazione, mi viene di fare un’associazione quasi scontata e volo così verso una madeleine, dolcetto burroso, inzuppato nel tè della recherche proustiana. Nella Strada di Swann era proprio l’azione sinergica di olfatto e gusto a riportare alla luce ricordi dimenticati, l’infanzia a Combray del Proust bambino, in un’epifania fulminea. Nel libro di Sangiorgi il vino diventa oggetto della sensorialità che è a sua volta analisi dello «slancio artistico della natura», veicolo per l’apertura al mondo ma soprattutto verso se stessi. «Gli organi della percezione e della memoria sono sì parte integrante della formazione del proprio senso estetico, ma il viaggio interiore è l’occasione per continuare a stupirsi. Il vino ci mette

vino

emozioni. E poi ancora verdicchio, montepulciano d’Abruzzo, grillo, carricante. È la rivincita degli autoctoni rispetto agli internazionali ma soprattutto del terroir, fatto di caratteristiche uniche e inimitabili, nate da un legame a doppio filo tra uva e territorio, rispetto al varietalism, a quel culto del vitigno che privilegia le caratteristiche dell’uva più che del suo territorio d’origine. Alla flessione degli «internazionali» e a un consumo calante sul mercato italiano si oppone invece un export in crescita che vede il Belpaese trionfare nel continente americano come leader di mercato di fronte a Francia e Australia ma soprattutto, e questo è un dato forse meno rassicurante, vede le esportazioni di vino superare i consumi nazionali. Sembrerebbe quasi che a credere nel made in Italy siano più gli stranieri che gli italiani. Forse alla luce di tutto, rallegrandosi per l’export in crescita, bisognerebbe, qui da noi, generalizzare poco e riflettere di più. Comunicare il vino come patrimonio della nostra cultura senza darlo per scontato. E poi, infondo, chissenefrega di fare la caccia alle streghe agli internazionali che «non vanno più di moda» o farsi paladini di vini di terroir dal gusto pungente e poco gradevole. Largo ai vini ben fatti, nel rispetto dell’ambiente e con tecniche di cantina adeguate e trasparenti. Ma soprattutto largo ai vini dal doppio volto, fatti di piacevolezza da un lato e di profondità dall’altro. Vini «con l’anima» che non hanno paura del tempo, delle mode e dell’omologazione ma forse solo il bisogno di essere (l.b.) maggiormente comunicati.

di fronte a un’imprevedibilità e a un’architettura così articolata da toccare parti di noi silenti, che potevano apparire insensibili». Nell’Invenzione della gioia non c’è spazio solo per riflessioni di carattere filosofico e universale, per un viaggio evocativo dentro il calice, a essere esplorato non è soltanto il mondo delle emozioni suscitate. Il viaggio, nella seconda sezione del volume, si fa semantico, immersione dentro il linguaggio del vino, a volte e non a torto oggetto di ilare schernimento. D’altronde se si parla di merde de poule, di pipì di gatto e di sella di cavallo sudato, l’umorismo è dietro l’angolo. Qui non si affrontano «riconoscimenti olfattivi» ma si parla di crepuscolarità e cattiveria di un vino, di carisma e nobiltà. Poi si chiude con l’ultima parte, la dispensa, che è un manuale vero e proprio dove non mancano capitoli sulla storia della vite, l’abbinamento, le tecniche della degustazione e il servizio. Sezione più concreta e meno coinvolgente, a tratti noiosa per il lettore esperto, ma necessario contrappeso per l’equilibrio di un volume che vuole condividere l’emozione del vino, tanto più grande quanto più grande sarà la conoscenza dell’argomento. Quasi sempre il piacere vero si nutre di intelletto e cultura.

La fame di sapere si appaga nelle appendici. Qui, tra gli altri, spunta Baudelaire. E si potrebbe chiudere proprio con lui, con una botta di romanticismo autorevole. «Oh gioie profonde del vino, chi non vi ha conosciute? Chiunque abbia avuto un rimorso da placare, un ricordo da evocare, un dolore da annegare, o abbia fatto castelli in aria, tutti hanno finito per invocarti, o dio misterioso celato nelle fibre della vite. Quanto sono grandiosi gli spettacoli del vino, illuminati dal sole interiore!». D’altronde il vino, sempre per non prendersi sul serio, è roba per romantici e sognatori. È spettatore di un amore che nasce, complice di una serata romantica, compagno di un evento importante, amico fidato in grado di sciogliere imbarazzi, alleviare dolori, accendere passioni. Accelera le emozioni, le moltiplica a volte, e per chi ci crede sul serio - ma mai troppo - è forse davvero in grado di «inventare la gioia». A patto di non bere mai bottiglie «vuote».


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parola chiave

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BACIO versi più eroticamente belli che ricordo nella mia vita sono quelli citati da Boccaccio alla fine della celebre novella di Alatiel: «Bocca baciata non perde ventura, anzi rinnova come fa la luna». Si trattava evidentemente di un detto popolare, che peraltro Boccaccio inserisce alla fine di quell’avventurosa novella dove la protagonista, definita come la donna più bella del Mediterraneo, dopo una serie infinita di traversie e vicissitudini amorose viene presa in sposa dal Re del Garbo. Ma quel «rinnova come fa la luna», che sembra eccitare la sensualità del bacio attraverso il nostro pianeta satellite, si coniuga meravigliosamente con quella «ventura» del primo verso, vale a dire quel senso dell’avventura che scaturisce laddove un bacio anelato si attui. Così la frase boccaccesca ha avuto una sua sedimentazione, e non solo nella realtà: tanto che i versi vengono ripresi da Giuseppe Verdi, nella parte finale del suo Falstaff, dai giovani amanti Fenton e Nannetta che si baciano dopo averla cantata. Ma quel sensuale musicista aveva da poco terminato il suo ultimo capolavoro, Otello, proprio con il tenore protagonista che drammaticamente muore cantando «Un bacio, un bacio ancora, ancora un bacio…». E certo il bacio assieme verecondo e violento che ha unito Otello con Desdemona deve aver ispirato non poco il nostro Cigno di Busseto insieme al suo librettista Arrigo Boito.

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Tuttavia la letteratura sul bacio è qualcosa di sterminato, e tutti i più grandi autori hanno dedicato in qualche maniera alcuni momenti indimenticabili a tale realtà che unisce e incanta; si pensi soltanto a Dante e Shakespeare: il primo con Paolo e Francesca, «quando leggemmo il disiato riso, esser baciato da cotanto amante, questi che mai da me non fia diviso, la bocca mi baciò tutto tremante»; un bacio fatale che ha unito per sempre gli sventurati amanti riminesi. E poi l’incontro di Romeo e Giulietta che, quando si baciano per la prima volta, esperiscono anche lo stesso verso recitato «in rima baciata». È evidente che il bacio in bocca, il bacio «alla francese» che determina una congiunzione delle lingue dei due amanti, sia stato esperito e decantato come qualcosa di meraviglioso, quasi un linguaggio trascendentale o ancestrale, che in certi casi sembra foriero di predestinazione. In epoca più recente ricordo il film di Giuseppe Tornatore Nuovo Cinema Paradiso, in cui si assiste verso la fine a una sequela di baci tratti da diversi film del Novecento, che sembra voglia rappresentare un inno alla vita e, insieme, al cinema stesso che come arte «dei primi piani» può certo rappresentare più da vicino e in maniera realistica la magica follia del bacio. Che peraltro è sta-

È un evento sensuale e insieme spirituale, un vessillo della libertà. E anche se è legato alla giovinezza, la fondamentale inquietudine della nostra vita sta nella possibilità di baciare e di essere ancora baciati

Dalla parte di Alatiel di Franco Ricordi

Tutti i più grandi autori hanno dedicato alcuni momenti indimenticabili a questa realtà che unisce e incanta. A cominciare da Dante e Shakespeare. Col bacio fatale di Paolo e Francesca, e con Romeo e Giulietta che quando si baciano per la prima volta, recitano «in rima baciata» ta decantata da sempre anche nelle arti visive, basti pensare al celebre ottocentesco Il bacio di Francisco Hayez, un quadro che sembra realizzare romanticamente l’anelito a quel gesto, emblematico per gli innamorati di ogni tempo. Più moderna ed esistenzialista la bellissima foto del 1950 di Robert Doisneau, Il bacio presso l’Hotel de Ville, in cui si vedono due bellissimi giovani (lui sembra Gerard Philipe e lei ha qualcosa della Greco) che si baciano en passant. E anche se conosciamo diversi modi di baciare, con uno strofinamento del naso come si dice che sia fra gli esquimesi, è certo che il normale e naturale «bacio in bocca» si sia imposto ormai in tutto il mondo.Tanto che in una recente pubblicità si vedeva una bellissima esquimese

che baciava il suo partner a modo suo ma, dopo aver assaporato la caramella reclamizzata, cominciava a baciarlo come facciamo noi. Rimane peraltro il riferimento alla giovinezza, che sempre viene rappresentata attraverso l’atto del bacio, e attraverso la quale gli stessi giovani si rappresentano spontaneamente anche in pubblico. Dopo una certa età, diventa più difficile farsi vedere mentre ci si bacia. Subentra un senso del pudore che, da sempre evidentemente, fa del baciarsi in pubblico una prerogativa dei giovani. Quasi fosse concesso soltanto a quell’età il «recitare tale ruolo», quello dell’amore appunto, come afferma anche Shakespeare. Il bacio è legato alla giovinezza ma anche alla libertà; e se nelle epoche più ideologiche

ci sono stati esempi di baci «politicizzati», la verità sta proprio nel contrario, laddove l’attrazione fatale che lega i due complici sta proprio nell’assoluta libertà che sprigiona da tale incontro, e che ovviamente può avvenire anche se i due bacianti nutrono idee diverse. È evidente come sia sempre stato così, e se in tali casi il bacio si può considerare un «pegno d’amore», la sua caratteristica sta anche nel poter essere «rubato», come nel celebre film di Truffaut del 1968, Baci rubati. Ma proprio questo ci fa riflettere e tornare alla frase di Alatiel: è vero, la bocca baciata «non perde ventura». Ma allora, si potrebbe pensare, Alatiel non è lontana - per molti versi di fatto lo è - da quella che noi chiamiamo comunemente una meretrice, una puttana. E tuttavia, come dice proprio la Pretty Woman Julia Roberts nel film omonimo al bel signore che l’ha rimorchiata, Richard Gere, io nel mio lavoro «faccio tutto tranne che baciare in bocca».Vogliamo provare a sfatare un’ipocrisia: siamo proprio sicuri che le puttane non bacino in bocca? Siamo proprio sicuri che ai baci rubati di Truffaut non possano corrispondere anche dei baci pagati? Insinuiamo il dubbio. La Pretty Woman ci mette poco a passare, dopo un po’ che si è innamorata del suo ricco signore, «dal lavoro al piacere» ma, ci chiediamo, non è la stessa situazione della bellissima Alatiel?

E allora questa splendida avventura rappresentata dalla bocca baciata che si rinnova con la luna piena, non sarà in fin dei conti l’attestazione di quella possibilità avventurosa che permane in ognuno di noi e che, come sempre dice il Falstaff verdiano, non ci dà mai tregue? Fugge chi l’insegue e chi insegue fugge? A una certa età, si dice, si mette la «testa a posto». E tuttavia il «bacio rubato» incalza tutti e sempre e, insomma, dobbiamo riconoscere come il rischio sia quello di essere tutti come Alatiel. Ma proprio questo ci fa pensare il contrario: è il bacio, il senso della sua libertà e follia erotica, che riesce a farci superare il «pagato». Il bacio è sempre in qualche maniera «rubato», è un furto che supera qualunque remora, anche quella dei soldi, della politica, della morale, della religione, di tutto. Il bacio in bocca è l’attestazione della più grande libertà umana, un dono fatale dell’essere, un evento di straordinaria bellezza, sensualità e insieme anche spiritualità. E se spesso si fa riferimento al «primo bacio» che non si scorda mai, anche Gabriele Muccino con il suo film L’ultimo bacio ci ha detto in realtà proprio il contrario: il bacio non può mai essere l’ultimo, e la fondamentale inquietudine della nostra vita, del nostro essere, forse rimane proprio nella possibilità che abbiamo, o che potremo avere, di baciare, e di essere ancora baciati.


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Pop

musica

70 anni e l’ascolto continua: BOB DYLAN FOR EVER di Bruno Giurato

di Stefano Bianchi oma? È l’incancellabile ricordo degli anni d’oro di Cinecittà. L’inconfondibile suono dei film da boom economico. Il primo piano di una diva sbarcata da Hollywood. Roma, anzi: Rome, è uno di quei dischi che suoneranno e risuoneranno per chissà quanto tempo ancora. Ve lo garantisco. Questi quindici pezzi (fra cantati e strumentali) sono stati incisi da Danger Mouse e Daniele Luppi al Forum Music Village in Piazza Euclide, a Roma, che nel 1970 si chiamava Ortophonic Recording Studio ed era stato fondato da Armando Trovajoli, Ennio Morricone, Luis Bacalov e Piero Piccioni. Le colonne sonore degli spaghetti western di Sergio Leone sono nate proprio qui. E qui, accomunati dalla passione per la musica del cinema tricolore, l’americano Brian Burton (in arte Danger Mouse) e il padovano Daniele Luppi hanno dato forma a questo stiloso gioiello amalgamando l’imprevedibilità dei rispettivi curricula: collaborazione coi Gorillaz, militanza negli Gnarls Barkley, realizzazione del Grey Album (metà Black Album di Jay-Z, metà White Album dei Beatles) per il musicista e produttore; le nostalgiche note di An Italian Story e le musiche di Sex and the City e Nine per il compositore che da un decennio vive e lavora a Los Angeles. Ci hanno lavorato per cinque anni, su Rome: clonando le tecniche d’incisione degli anni Sessanta e Settanta, in presa diretta, su nastro, senza virus elettronici. Mettendo le mani su apparecchi a valvole, tastiere moog, microfoni d’altri tempi e proprio quel basso lì, preso in prestito da Fabio Pignatelli dei Goblin. Affidandosi, in particolare, a quei musicisti che hanno fatto la fortuna del sound di Cinecittà: il chitarrista surf Luciano Ciccaglioni, il bassista Dario Rosci-

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Jazz

zapping

che è? È pure un po’ scordato?». Così diceva un grande compositore italiano quando gli facevano ascoltare Bob Dylan. Il genio di Duluth, che ha appena compiuto settant’anni, è proprio in quelle scordature. Per una volta bisognerebbe mettere da parte il bric à brac dell’icona, della Libertà, del vento che soffia, delle canzoni che hanno accompagnato una generazione. E anche le polemiche di adesso: in occasione della tornée cinese Dylan non ha suonato alcune canzoni «di protesta» e Maureen Dowd lo ha bastonato dalle colonne del Nyt. Dimenticando due fatti essenziali: 1) Bob Dylan non ha mai accettato la funzione/finzione di profeta sociale, che l’anima liberal (in senso americano) gli cuce addosso; 2) ai classici non si rompono mai le tasche. Bob Dylan è uno che un paio d’anni fa fu fermato per vagabondaggio: gli officiers di una cittadina del Nebraska avevano visto un tipo un po’ sporco che gironzolava attorno alla casa dove Bruce Springsteen aveva registrato, in quattro piste e solitudine, il disco eponimo, e si erano insospettiti. Era lui, Dylan, quello che nonostante gli anni è ancora affascinato dal fremere delle chitarre folk, e dalla mitologia di uno più giovane di lui magari. Il suo genio, infatti è tutto musicale. Il ritmo sempre nuovo quando prende in mano la sei corde. La voce sempre leggermente in anticipo o in ritardo sul tempo, il tono acuto che si rompe se serve. Contrariamente a quanto ne dice Adriano Celentano l’emozione ha voce. La voce a volte si spezza, il ritmo si allarga e si restringe, l’armonia è un pretesto aggirato con saggezza. Questo è Dylan. E di questo c’è poco da dire, e tanto da ascoltare. Ancora.

«E

Stregati dal sound di Cinecittà glione, il batterista Gegé Munari, il percussionista Roberto Podio e il tastierista Antonello Vannucchi, già nei Marc 4. Puntando, poi, su Gilda Buttà: virtuosa della celesta che ha un timbro simile a quello del carillon; sui Cantori Moderni di Alessandro Alessandroni, mattatori nelle colonne sonore di Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più e Il buono, il brutto, il cattivo griffate Ennio Morricone; su Edda Dell’Orso, soprano legata a doppio filo a C’era una volta il West e a Metti una sera a cena, che dà sublime voce al Theme Of «Rome» d’apertura: rintocco di percussioni, chitarra acustica, atmosfera da spaghetti western. Da qui, inframezzata da un tris di «interludi», si snoda tutto l’appeal cinematico/orchestrale del disco, moderno e insieme vintage: sottoforma d’agrodolce ballata (The Rose With The Broken

Neck, affidata al cantante e chitarrista Jack White che ritorna nell’ispido cantato/recitato di Two Against One e nell’epica, conclusiva The World); nel fascino maestoso di Roman Blue, con la Dell’Orso nuovamente in prima fila; nella lounge music «poliziottesca» di The Gambling Priest; nell’ambientazione anni Sessanta (stile The House Of The Rising Sun degli Animals) di The Matador Has Fallen; negli orientalismi di Her Hollow Ways, che ricordano il Ryuichi Sakamoto di Forbidden Colours. La vellutata voce di Norah Jones, altra partecipazione straordinaria, dà infine spessore alla dolcezza di Season’s Trees, al pop di Black e al ritmo sincopato di Problem Queen memorizzando la lezione di Portishead, Air e Goldfrapp che più d’una volta hanno saputo attualizzare la lezione del maestro Morricone. In ogni caso: welcome to Rome. Danger Mouse & Daniele Luppi, Rome, Parlophone/Emi, 15,99 euro

Cassandra Wilson sotto le stelle di Villa Adriana ome molti musicisti, strumentisti e cantanti suoi contemporanei, Cassandra Wilson ha affrontato, negli anni della sua formazione, tutte le esperienze che in quel periodo «turbolento», mi riferisco agli anni Settanta, attraversavano il mondo della musica: «avanguardia», «post bop», «postfree», «funk», «soul». Ma Cassandra Wilson, figlia di Herman Fowlkes, bassista assai conosciuto e apprezzato a Jackson, città nello Stato del Mississippi, dove jazz e blues erano le musiche maggiormente praticate, è in realtà una cantante jazz. Cresciuta nel culto di Duke Ellington, Thelonious Monk e soprattutto Ella Fitzgerald, prima di affermarsi come cantante jazz, si esibisce come chitarrista e interprete di blues in quel circuito che negli Stati del Sud esiste da sempre. Lo stesso che Memphis Minnie, Lottie Beaman o Beatrice Booze, anche loro cantanti e chitarriste, avevano, prima di lei, percorso durante la

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di Adriano Mazzoletti loro vita. La Wilson quel circuito lo frequentò solo nei primi anni di carriera, perché ebbe l’opportunità di entrare a far parte di alcuni complessi di rhythm’n’blues. Ma fu solo quando si trasferì a New Orleans che la sua vita di musicista, grazie agli insegnamenti di Ellis Marsalis e del sassofonista Eral Turbinton, prese la direzione che la portò al successo. New Orleans è sempre stata ed è tutt’ora un crocevia unico, dove le forme musicali più diverse hanno convissuto, influenzandosi a vicenda. Il periodo passato a New Orleans fu perciò importante per la giovanissima cantante, ma fu a New York che il suo mondo musicale subì una radicale tra-

sformazione. Incontrò Sadik Hakim, musicista oggi dimenticato, pianista di grande importanza del periodo bop. Le sue incisioni con Parker, James Moody e in seguito con Sonny Rollins sono di notevole valore. Sadik Hakim che all’epoca non si era ancora convertito all’Islam ed era conosciuto con il nome di Argonne Thornton, prende Cassandra sotto la sua protezione, la fa debuttare al Gallion, un locale del Bronx, e successivamente allo Sweet Basil, al Village e infine allo Small’s Paradise di Harlem. E in

quello storico locale, oggi chiuso, incontra musicisti stilisticamente molto diversi e stimolanti. La Blue Note, all’epoca la casa discografica più ambita da tutti i musicisti, le fa incidere i suoi primi dischi. Il suo stile, dove jazz e blues convivono in una sintesi armoniosa con folk e pop moderno, è apprezzato non solo in ambito jazz, ma anche - caso forse unico - in quello della musica popolare. Incide dischi importanti, fra i molti, oltre venti: Blue Skies, Blue Light, Traveling Miles, Closer to you, Silver Pony ed effettua molte tournées sempre coronate da grande successo. Sabato 16 luglio, Cassandra Wilson è attesa a Tivoli nell’ambito del festival Internazionale di Villa Adriana promosso dall’Assessorato alla Cultura della Regione Lazio e prodotto da Musica per Roma. Nel sestetto che l’accompagnerà anche l’eccellente contrabbassista Lonnie Plaxico. Occasione per riascoltare una cantante fra le più sensibili e intelligenti del jazz e non solo.


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arti Mostre

orse una brutta piega. Ma quando uno gironzola un poco per il mondo e si confronta con altre situazioni espositive, non che snobbi la nostra, ma certo non è che ti vien voglia di fare il bravo recensore diligente, che prende l’italico trenino, si va a vedere una mostra, tirata su un po’ forzatina, e bello bello ti stende un lenzuolino di frasi fatte e di convenevoli sussiegosi, che mette le coscienze a posto. No. Essendoci un poco mossi per la Francia e passati per un convegno, a Bordeaux, su Warburg (di cui dobbiamo sempre parlare e troveremo l’occasione) per poi sfogare su Parigi, è difficile non cedere alla tentazione d’improvvisare un’altra lettera di viaggio e di consigli, di sguardo corale su mille mostre. Dalla Svizzera non abbiamo nemmeno finito, ma siccome s’annuncia la fiera di Basilea, ci teniamo in serbo alcune primizie, e ci ritorneremo. Invece, la Francia: non che sia tutto rose e fiori, intendiamoci. La mostra borldelese-folklorica su España - e dire che tra i loro ospiti illustri han avuto persin Goya - è proprio modestina. Ma non lontano, invece, s’apprezza molto una vivace occasione sul «mostrare l’invisibile», legata all’arte africana. Il Museo d’Aquitania (che ha anche magnifici pezzi romanici e gotici, e un rosone fulminante, atterrato in un salone come un’extrastoricoterreste esorbitante) possiede un’ottima collezione di maschere e di feticci primitivi. E dunque ha allargato il tema, tentando di spiegare al presuntuoso occidentale che cosa significhi mai per quel mondo il termine «feticcio» (stregato e taumaturgico) che oggi ha assunto ben altre sfaccettature, ma perdendo ogni mordente (ben lo sapeva Picasso, che parlava delle Demoiselles, appunto, come un feticcio punitivo ed esplosivo per la nostra cultura). Picasso, sempre lui, inevitabilmente: e a Parigi, al Grand Palais, suscita curiosità la mostra dedicata al poeta martinicano Aimé Césaire, che dapprima incanta il cubano Lam, per alcune litografie, che

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Architettura

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Forain e gli altri

in trentadue tappe di Marco Vallora forse sono la sua opera più felice, e poi, dopo aver scatenato l’entusiasmo di Masson e di Breton, esuli dalla cappa di Vichy, si lega d’amicizia con Picasso, che illustrerà alcuni dei suoi poemi, germinali e barocchi. Ma il tema della «maschera» a Parigi, è popolarissimo, sempre.Visti anche i molteplici musei d’arte «primaria», sparsi per la città: dal Quai Branly, che dedica una mostra gigantasca ai Dogon, al Dapper, che sviscera un

ambito poco frequentato, l’Angola, ad altre, che pascolano tra i feticci dell’Himalaya o d’Oceania. Ma quella che più sorprende è, alla Fondation Cartier, dedicata al Vudou, con un taglio meno spettacolare e granguignolesco di una divertente, che era passata per Ginevra, qualche anno fa. Ristampato in economica il libro-viaggio all’interno di questo fenomeno, d’un maestro dell’etnologia come Matraux, si calibra meglio il

fenomeno, e il suo strano intreccio con il mondo cristiano, perché il vudù non è soltanto possessione, spilloni e bamboline, ma un palinsesto etnico-religioso, che ha la sua scura profondità. Se è interessante seguire queste ombra anche nel fotografo dell’orrore sudafricano, Santu Mofokeng (al Jeu de Pomme, dove per fortuna ci si ricorda anche d’una troppo dimenticata madrina del surrealismo fotografico, e dell’autoritratto manipolato come Claude Cahun), la fotografia campeggia in alcune occasioni stimolantissime. Come quella sui fotografi preraffaelliti, all’Orsay, che vede coinvolti personaggi quali Lewis Carrol, il poeta Tennyson e molti pittori della Confratermita, con Ruskin che fa da regista, a fotografie altrui. Oppure quella sui due fratelli Caillebotte: uno ormai noto, il pittore, ricco dilettante che regalò una collezione invidiabilisima di tele di amici impressionisti, allo Stato francese, che all’inizio nicchiò, perché quel movimento non era ancora stato così ben metabolizzato. L’altro, Martial, completamente sconosciuto, anche come compositore, che dedicò tutta la sua agiata esistenza al giardinaggio, alla filatelia e alla sperimentazione fotografica. Scatti casalinghi e deliziosi. E certo fondamentale per quegli scorci tagliati e dall’alto di finestre e balconi, dell’amato e complice fratello Gustave, che ripeteva in pittura quello che lo scatto del fratellino minore inquadrava, eccentricamente. Trentadue mostre, una più bella dell’altra in meno di tre giorni, e nessuna stanchezza o saturazione. Difficile scegliere. Ma alcune, più d’altre, danno da riflettere. Certo, il mondano Forain non è un maestro assoluto, come Manet, che «inventa il moderno» all’Orsay, con la complicità di Baudelaire e Mallarmé. Però, con il suo tratto rapido e spadaccino, boldinesque, non va nemmeno umiliato, come sempre è successo: prova che esistono molte «modernità». Anche perché poi un eccentrico di genio come Redon, nel momento in cui viene «sistemato» con una più che esaustiva retrospettiva, finisce d’apparire meno strabiliante e folle. La filologia, talvolta, è un boa constrictor.

Foligno: una cupola per resistere al terremoto Foligno è stato recentemente completato un edificio dalle forme inconsuete ed enigmatiche: una luminosa cupola contemporanea che sorge dal suolo. Questo anomalo edificio è così conformato per resistere nel modo migliore a un evento sismico di altissima intensità, infatti la forma a cupola è quella che, grazie alla perfetta simmetria geometrica, è in grado di rispondere meglio alle sollecitazioni sismiche. Ma perché costruire un edificio con queste caratteristiche di sicurezza sismica? Cosa dovrà contenere? L’edificio fa parte del Centro Regionale dell’Umbria della Protezione Civile di Foligno; programmato fin dal 1998 e iniziato nel 2008 nella zona nord di ingresso alla città. Il complesso, composto da più edifici, progettati dall’ingegnere Alberto Parducci su incarico della Regione Umbria, occupa un’area di 7800 mq dove so-

A

di Marzia Marandola no disposti: un edificio per «Emergenza e Formazione», una sala operativa per la Protezione Civile e una palazzina per gli impianti del Centro. L’edificio più significativo, la cupola cementizia o più correttamente la falsa cupola di 32 metri di diametro che nei tre piani interni contiene gli uffici generali della Centrale Operativa, progettata in collaborazione con Guido l’architetto Tommesani. La configurazione strutturale fornisce l’esempio di una morfologia architettonica finalizzata all’applicazione ottimale delle tecniche di isolamento sismico. L’edificio poggia soltanto su dieci isolatori - dei grandi supporti cilindrici dal diametro di un metro - disposti lungo il perimetro di base, capaci di sopportare, senza danno, spostamenti orizzontali fino a più di quattro metri. L’edificio è composto da un sistema di vele di cemento ar-

mato che sostengono il solaio del primo piano, dal quale sorgono dieci archi, anch’essi di cemento armato. Alla chiave degli archi è appeso un nucleo centrale, un sorta di pendolo rigido, nel quale sono inseriti i percorsi verticali che costituiscono il sostegno interno dei solai superiori. La costruzione è stata progettata per resistere a un terremoto di una Pga, sigla del Peak ground acceleration, l’unità di misura dell’accelerazione del terremoto, pari a 0.49 g, previsto in sito con periodo di ritorno di 1000 anni, quindi in grado di resistere anche agli eventi più rari! La configurazione strutturale, molto compatta, è tale da consentire all’edificio, in presenza dello sciagurato evento, di oscillare lentamente con un periodo di 2,65 secondi, mantenendosi praticamente indeformato. L’opera, realizzata con caratteristiche tecniche eccezionali dall’impresa Giovannini Costruzioni di Narni, diverrà un punto centrale di coordinamento e gestione degli interventi in caso di eventi sismici e dovrà quindi resistere e continuare a funzionare anche nelle peggiori condizioni, che sono ovviamente da scongiurare. L’edificio di grande interesse tecnico si è aggiudicato recentemente il Premio Aicap 2011 nella sezione realizzazione di un edificio in calcestruzzo strutturale, un premio biennale di eccellenza assegnato dall’Associazione Italiana Calcestruzzo Armato e Precompresso.


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il paginone

Dissoluto, crudele, aggressivo, lussurioso, scaltro, dissimulatore. Debole nel corpo ma intelligentissimo, riuscì a realizzare il sogno di uno Stato assoluto, moderno, accentrato, di cui fu l’unico grande capo. Così Luca Canali ci racconta, in forma di romanzo, l’artefice della “pax augustea”

di Gabriella Mecucci l titolo è come un pugno nello stomaco, tanto è duro e netto: Augusto, il braccio violento della storia. E il libro di Luca Canali (edito da Bompiani) risponde alle attese e alle curiosità che il modo in cui viene presentato solleva. Il primo imperatore romano, probabilmente il più grande, viene raccontato con rigore storico, ma sotto forma di romanzo. Ne scaturisce un testo che si legge tutto di un fiato, intriso com’è di lotte per il potere, di ferocia, di sesso, di guerra, di amori, di avventure. Politica e vita, calcolo e pulsioni spericolate convivono in uno dei più straordinari personaggi della storia, di tutta la storia umana.

I

Ottaviano è un adolescente di dodici anni, orfano di padre dall’età di otto e abbandonato dalla madre che presto trova un amante, Marcio Filippo, nella cui casa è solita pernottare. Per vivere più liberamente la sua passione Azia, che il figlio detestava, lo invitava ad andare a dormire da una schiava ventenne. «Io ubbidivo - racconta Ottaviano nel romanzo di Canali - e con lei ho imparato a godere del sesso. Le chiedevo di ripetere con me tutti i “giochi sporchi” di cui lei era maestra insuperabile; poi al mattino, sfinito e schifato, raggiungevo la nonna Giulia». anno IV - numero 20 - pagina VIII

Era lei a raccontargli la gloria della sua stirpe e a instillare in lui la voglia di compiere grandi gesta. Poco più che bambino, dunque, Ottaviano impara la dissolutezza e la violenza nei rapporti sessuali, che lo accompagnerà per tutta la vita, l’odio per la madre e il suo amante sarà foriero di un’aggressività pericolosissima che, mescolata alla ricerca del potere sempre e comunque, starà dietro alla ferocia con cui reprimerà tutto ciò che gli apparirà come un intralcio alla sua avanzata. Quel ragazzo malaticcio non diventerà mai un grande e forte generale, ma un insuperabile politico: scaltro, dissimulatore, senza scrupoli, crudele. Ma anche intelligentissimo: «il braccio violento della storia», appunto. Tutto queste caratteristiche erano quelle che servivano allora - anche oggi le cose non sono poi così cambiate - per raggiungere le vette del potere e per restarci. Come si diceva, Ottaviano era straordinariamente

AUGUSTO il più violento della Storia

lo che oggi definiamo «totalitario». Ottaviano arrivò all’obiettivo e istaurò, subito dopo, la cosiddetta pax augustea. Ma le strade che percorse per raggiungerla furono orribili: Cesare aveva a suo modo un cuore, lui no. L’impero ebbe come levatrice la ferocia di quel ragazzo che il «padre adottivo», nella lettera con cui lo designava come suo vero erede, descriveva così: «Ci sono due aspetti della tua natura che non mi piacciono, e che anzi mi preoccupano - sosteneva Cesare - tu non sai uccidere - e in guerra purtroppo è necessario farlo - senza odiare il nemico e senza infierire inutilmente sul

due strade. Di Ottaviano saranno sempre compagni di viaggio due soci e amici, che lui però non esiterà a tradire: Agrippa e Mecenate. Manovrando abilmente, diventando prima il campione del Senato contro Marcantonio, poi alleandosi con questi, quel giovanotto malaticcio, non disdegnando minacce e violenze, diventò console a vent’anni (per legge bisognava averne trenta) ed entrò a far parte del triunvirato che doveva restaurare la repubblica, composto da lui, da Lepido e da Antonio. Per realizzare il disegno i tre istaurarono un «regime del terrore». Furono stilate le liste di

Cesare, suo padre adottivo, lo mise in guardia dalla sua animalità. Ma la sua mancanza di scrupoli di fronte al potere e la sua ferocia avevano radici antiche che risalivano all’infanzia lucido e aveva in testa un grande progetto da portare a termine, lo stesso che aveva sognato Cesare e la cui realizzazione era stata impedita dai congiurati delle Idi di Marzo: uno Stato forte, moderno, accentrato, con un solo grande capo. Ma anche uno Stato che portasse un po’ più di giustizia sociale, che scalfisse alcuni privilegi di classe (vedi i senatori) e che fosse però in mano a un solo uomo: insomma un potere assoluto, che somigliasse a quel-

suo corpo.Ti ho anche visto partecipare come una belva al saccheggio di una piccola città. Un saccheggio è sempre orribile e vergognoso. Ma tu ne hai fatto uno palestra per la tua mania distruttiva e per la tua lussuria».

L’impero nasceva dunque sì dall’intelligenza politica di un uomo colto e scaltrissimo, ma anche dalla sua terribile animalità. La storia, raccontata da Luca Canali si svolge lungo queste

proscrizione, di cui facevano parte cittadini di ogni ceto sociale, ma soprattutto senatori e ricchi borghesi, destinati al massacro perché ritenuti ostili alla triade. Il sangue corse a fiumi. Si ammazzava ovunque, e chiunque era autorizzato a farlo. Spesso le vittime non erano nemici dello Stato, ma soltanto dei personaggi entrati in conflitto con i nuovi potenti. I loro beni, confiscati, finivano nelle casse pubbliche, ma anche in quelle


28 maggio 2011 • pagina 17 La copertina del libro di Luca Canali, la ricostruzione virtuale dell’Arco di Augusto e delle legioni romane, una moneta augustea e Livia Drusilla, moglie dell’imperatore. Nella pagina a fianco: la statua di Augusto Loricato e l’Ara Pacis, l’altare voluto da Augusto nel 9 a.C.

private di Lepido, di Antonio e di Ottaviano che in queste persecuzioni si distinse per occhiuta ferocia. Quel ragazzo soffriva di una personalità doppia: da una parte disistima di sé come guerriero sempre perdente, al contrario del grande Antonio; dall’altra l’ossessiva volontà di essere sempre il primo: il più potente, il più dissoluto, il più prevaricatore. Che non fosse un gran generale, apparve ancora un volta chiaro a Filippi, dove i capi della congiura contro Cesare furono sconfitti non certo dalla sua perizia. Anzi, Bruto lo mise in rotta e lo costrinse a fuggire nelle paludi. A vincere sul campo di battaglia - come sempre - toccò a Marcantonio e alla sua cavalleria.

Al termine della battaglia, i due manifestarono comportamenti opposti anche davanti alle salme dei nemici: Marcantonio fece un gesto di pietà coprendo quella di Bruto con il suo mantello; Ottaviano ne ordinò la decapitazione, la inviò a Roma e la fece mettere sotto la statua di Cesare. Eppure fu lui ad accreditarsi come il vero vincitore di Filippi. E anche nella battaglia navale di Azio, primo grande scontro fra Oriente e Occidente, non fu Ottaviano, a letto malato, a trionfare su Cleopatra e Marcantonio - che commisero in quello scontro molti errori ma il fido Agrippa, il suo braccio

destro che sarà l’eterno e consenziente secondo. Lepido ormai senza potere, Antonio suicida insieme a Cleopatra, lasciarono tutto in mano al ventenne figlio adottivo di Cesare. Il suo percorso verso la fondazione dell’impero è figlio di un’enorme capacità politica: un continuo ripristinare le vecchie magistrature repubblicane, per svuotarle, però, concentrandone progressivamente il potere nelle proprie mani. Un’attitudine all’inganno senza pari. Una capacità manovriera che lo portava a spostarsi da una fazione all’altra con una facilità tale da rendere il cambiamento non avvertito dal popolo. E se qualcuno capiva, arrivavano i centurioni con i pugnali: con l’esercito - braccio armato del potere - Ottaviano fu infatti sempre alleato. Costasse quel costasse. E così a lui riuscì ciò che Cesare aveva solo sognato. Mecenate andò alla ricerca di intellettuali e di poeti - da Orazio a Virgilio - che celebrassero la grandezza di Roma. Il suo ministro della Cultura era molto bravo e lui gli dava spago: teneva molto ad avere un rapporto privilegiato col mondo dei letterati. E questo faceva parte del suo genio politico. Egli stesso era amante delle buone letture e aveva composto discreti versi. Eppure - così come fece con Agrippa - tradì anche Mecenate: diventando l’amante della moglie. Mentre era sempre più l’u-

nico e incontrastato capo, il princeps assoluto, cresceva la sua maniacalità sessuale intrisa di violenza - come se dalle urla delle vergini stuprate e oggetto di pratiche sadiche così come da quelle dei condannati a morte riuscisse a trarre la convinzione di possedere la forza fisica che la natura gli aveva negato, un corpo sano e potente che aveva desiderato e sempre invidiato ad Antonio. Il dominio totale sugli altri era un suo bisogno. Eppure - aiutato dalla moglie - cercò di imporre a Roma e in tutti i territori rigide regole morali: sono celebri le sue dure rampogne a Marcantonio per la sua passione verso Cleopatra.

Anche nella ricerca del potere politico era mosso dalla stessa coazione a ripetere che lo rendeva rapace nel sesso: le frustrazioni di quel bambino, abbandona-

imperiale: si tratta della moglie, Livia Drusilla. Ci fu fra i due una iniziale grande passione, ma l’origine nobilissima di lei e la sua personalità lucida e ferma fecero sì che resistesse al dilagare del marito. Orami capo assoluto, sentiva un’inquietudine profonda verso la consorte: non li univa più il sesso che lui non poteva vivere a «suo modo» con l’unica persona che rispettava e che forse - in alcuni momenti - lo sovrastava. Scrive Canali: «A volte si chiedeva se a stregarlo era stata la giovanissima e bella matrona divenuta sua moglie, modellata sullo stampo delle virtuose spose del passato (non lo tradì mai), oppure la donna ambiziosa, intrigante, forse istigatrice dei delitti contro quanti si frapponessero ai suoi disegni… Malgrado tutto ciò, nell’animo di Augusto vinceva sempre la fiducia in quella donna così solerte nell’aiutarlo in ogni circostanza nei suoi programmi di governo». Era come se, nel corso della loro lunga vita matrimoniale, fossero

renti, amici, nemici) che potevano opporsi ai suoi piani. Augusto negli ultimi mesi si ritirò a leggere Virgilio e Orazio: con particolare attenzione rifletteva sui loro versi che parlavano di vita e di morte. Più di ogni altra, amava la poesia oraziana che diventerà più celebre: «Tu non chiedere (è illecito saperlo) quale fine abbiano a te e a me assegnato gli dei, o Leiconoe; e non scrutare gli oroscopi babilonesi. Quant’è meglio accettare quel che sarà! Ti abbia assegnato Giove molti inverni, oppure ultimo quello che affatica il mare Tirreno contro gli scogli; sii saggia, filtra vini, tronca lunghe speranze per la vita breve. Parliamo e intanto fugge l’astioso tempo. Afferra l’oggi, credendo al domani quanto meno puoi».

Mentre lui, dismesse le vesti dell’uomo potente e feroce, pensava alla sua fine, lei tramava. Perseveranza, astuzia, crudeltà furono le armi con cui fece del suo figlio maggiore l’erede di Augusto. Un successo difficilissimo da conseguire. Nonostante ciò, Livia passò gli ultimi tempi della sua lunga vita in totale solitudine, nella sua villa sul Palatino, dove spirò all’età di 87 anni. Soffrì dell’ostilità di tutti e in particolare di quella di colui al

Forse l’unica ad amarlo fu la moglia Livia Drusilla che non esitò a rendersi complice dell’imperatore nei delitti contro chi si frapponeva ai suoi disegni. Un modo per assicurare la successione al figlio Tiberio to dalla madre fra le braccia di una schiava e ai racconti di grandezza di una nonna, condizionavano la mente e il cuore dell’imperatore.Voleva conquistare tutto, tenere tutto in pugno per non sentirsi più solo e disprezzato. Eppure una persona almeno l’amò profondamente, una donna che non si piegò mai interamente al suo volere e che alla fine prevarrà nell’indicare l’erede

esistite due Livie. Nella parte finale prevalse quella crudele e intrigante. Non guardava in faccia a nessuno pur di lasciare erede dell’immenso impero romano suo figlio Tiberio, nato dal matrimonio precedente a quello con Ottaviano, contratto a 15 anni con un uomo che morì quasi subito. Non si fermò davanti all’assassinio né davanti ai più torbidi inganni. Eliminò tutti coloro (pa-

quale aveva «regalato» l’impero. «Forse Tiberio - così termina il suo bel libro Luca Canali - pur giovandosi dei crimini di sua madre, aveva sentito tutto l’orrore della sua condizione di Principe diventato tale lasciandosi alle spalle un’infame scia di sangue». Lui - al contrario di Augusto - sarà mediocre e non diventerà mai «il braccio violento della storia».


Narrativa

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libri

Kanae Minato LA CONFESSIONE Giano Editore, 272 pagine, 17,50 euro

un Giappone che mette i brividi. Certo, è un romanzo - e anche molto ben orchestrato - ma i riferimenti alla cronaca, al costume locale e a quel misto di mitezza (sostanziale e formale) e di perfida violenza psicologica ci fanno entrare in uno scenario nipponico per nulla rassicurante, anche se foriero di spunti narrativi di grande efficacia. La confessione di Kanae Minato ha come antefatto il ritrovamento di una bambina annegata in una piscina, limitrofa alla scuola media dove la madre M. insegna Scienze. Una fatalità che dipende dalla negligenza di una donna non sposata che si porta talvolta nell’istituto scolastico la figlia in attesa di finire il proprio lavoro? No: M. scopre la verità. E invece di andare alla polizia, scettica com’è sugli ingranaggi della giustizia applicata ai minori, tiene inchiodati i suoi alunni con il racconto della vera fine della piccola. Dice apertamente di conoscere i responsabili dell’atroce misfatto, che non è una bravata adolescenziale ma il punto terminale di una mala educación dei giovani giapponesi, vittima dell’ambiente circostante, di famiglie marchiate da errori o colpevoli assenze genitoriali, di bramosia di uscire dall’anonimato in grigio e affermarsi non importa se con atti disinvoltamente e vanitosamente criminali. La professoressa M. rivela che i colpevoli sono in classe, e li chiama «A» e «B». I fatti, nello svolgimento del romanzo, sono raccapriccianti e rivelatori d’un modo di vivere, sociale e psicologico. «A» è un quasi genio che inventa meccanismi elettrici capaci di paralizzare il prossimo o addirittura annientarlo. La chiama «la macchina della morte», già sperimentata su poveri animali randagi. Approfittando dell’ingenuità della bambina mentre gioca con un cane, le dona una borsetta sapendo che lei l’aspettava come regalo della madre. La vittima inconsueta la apre facendo scattare il micidiale meccanismo elettrico e cade priva di sensi. Uno dei due, «B», debole di carattere e apostrofato dal compagno come «fallimento umano», s’accorge solo all’ultimo che la bimba non è morta, ma la scaraventa ugualmente nella fredda piscina. Annegamento, dunque, secondo la versione ufficiale. La professoressa M., frustrata perché il suo compagno è malato di Aids, si vendica - e lo dichiara - iniettando nelle confezioni di lat-

È

Autostorie

Il Giappone della mala

educación Un Paese da brividi quello descritto nella “Confessione”. Dove Kanae Minato narra di un atroce misfatto compiuto da due adolescenti di Pier Mario Fasanotti te distribuite a scuola il sangue infetto prelevato di nascosto dalle vene del padre di sua figlia (che sieropositiva non è). «A» e «B» dovrebbero essere condannati a morte lenta. Si apre a questo punto la porta di un tortuoso labirinto da psicopatici: bullismo, auto isolamento di uno dei due criminali (si barrica nella sua cameretta seguendo un’abitudine non proprio rara tra gli adolescenti e che si chiama hikikomori), narcisismo didattico, e infantilmente devastante, del professore che sostituisce la

dimissionaria M., la morte violenta della madre di «B» (solo a un certo punto si scopre che si tratta di suicidio, intenzionalmente preceduto da omicidio: la vergogna sociale in Giappone è un brutale retaggio), la vendetta considerata come giustizia unica e necessaria, la persecuzione del prossimo, lenta, feroce, subdola, perfida, la disgregazione del tessuto sociale e la incompetente fragilità delle autorità sia scolastiche che psichiatriche di un Paese intero. La vicenda della morte della bambina viene descritta a seconda dei punti di vista. Diverse angolazioni che costituiscono la geometria dell’horror psicologico del romanzo. Il titolo La confessione è elemento precipuo delle società dell’estremo Oriente: dichiarazione di impotenza, di colpa grave, di tessuto mentalcriminale, di paura dinanzi a quel che mormora o può dire la gente. Il romanzo oscilla di continuo tra due poli: la vergogna e la sfiducia verso la giustizia. Emblematico quanto scrive nel diario una ragazza a proposito del lutto e del funerale: mestizia e dolore, ma anche euforia. Il colpevole «A» continua a voler avvicinarsi, con tutti i mezzi possibili, all’autoaffermazione sociale. Il suo imperativo ossessivo è questo: «Si devono accorgere di me», di quanto sono sopra gli altri. In questo senso accoglie in sé i mezzi fallimenti genitoriali, il disprezzo verso qualsiasi forma vivente che, appartenendo a un universo formato di svariati elementi, per lui non ha in sé una sua unicità spirituale. È l’antitesi non solo del cristianesimo, ma anche della filosofia greco-romana. In Giappone c’è (anche) lo shintoismo, ma ci viene da osservare che è drammaticamente palese l’assenza di un Seneca o di un Gesù di Nazareth. Come ultima cosa «da brividi», vorrei aggiungere un particolare che non è di poco conto: le istituzioni scolastiche decidono di far bere latte agli alunni nell’intenzione di favorire «la crescita corporea» e di limitare (sic!) «la percentuale degli studenti problematici». Inevitabile fare un accostamento tra questa pratica-esperimento e il devastante obiettivo dei nazisti di avere una razza germanica «pura»: tutti alti, biondi e con gli occhi chiari. Belli e feroci.

Nel deserto a duecento chilometri all’ora

ochi, se non i maggiori appassionati di auto, saprebbero rispondere con proprietà alla domanda su chi fosse Giulio Alfieri. Nato a Parma nel 1924 e laureato in ingegneria meccanica nel 1948 a Milano, si fece presto apprezzare per le qualità progettuali in campo motoristico, con il suo ingresso all’inizio dell’agosto 1953 in Maserati. Che lascerà solo nel 1975, dopo ruoli di responsabile tecnico e di direttore generale, segnando importanti tappe della gloriosa marca. A lungo antagonista della stessa Ferrari nelle corse e con il fondamentale apporto di Alfieri allo sviluppo del sei cilindri in linea, montato sulla monoposto 250 F, con la quale Juan Manuel Fangio fu campione del mondo nel 1957. Durante i 22 anni trascorsi nell’azienda modenese, Giulio Alfieri si applicherà a una sessantina di modelli, tra vetture da pista e gran turismo, con motori a sei e otto cilindri montati su carrozzerie firmate da prestigiosi designer, tra cui un giovanissimo Giorgetto Giugiaro. Merito di Alfieri è pure quello di aver adottato nel 1961, primo in Italia, l’iniezione di benzina su vetture di serie; né vanno dimenti-

P

di Paolo Malagodi cati i motori nautici Maserati, allora dominatori mondiali.Tutti aspetti dei quali si occupò Giulio Alfieri, cui venne anche affidato da Citroën - quando nel 1968 la casa francese acquisì la Maserati - il compito di realizzare un nuovo 6 cilindri destinato alla SM, ammiraglia della casa francese ma con motore di scuola modenese. Nel 1975 però, dopo la crisi petrolifera che penalizzò il mercato delle grosse cilindrate, Citroën mise in vendita la Maserati, passata poi all’argentino Alejandro De Tomaso e con l’allontanamento di Alfieri. Che, dopo il settore dell’auto, si occupò di quello motociclistico, prima per la veneta Laverda poi per l’appena costituita Honda Italia, con sede ad Atessa in provincia di Chieti. Ma è dell’inizio del 1981 il suo rientro nel mondo delle quattro ruote, in Lamborghini quale responsabile tecnico e amministratore delegato. Sotto la sua guida la casa di Sant’Agata Bolognese sviluppa rapidamente nuovi prodotti, esposti al Salone di Ginevra già nel marzo di quell’anno. A cominciare

Vita e opere di Giulio Alfieri, il più grande progettista italiano di motori

dalla versione a quattro valvole per cilindro della supercar Countach il cui nuovo motore verrà impiegato, sulla scorta delle esperienze maturate in Maserati, anche nella motonautica offshore. Sempre a Ginevra comparve, nel 1981, il grosso fuoristrada LM001 capace di sfrecciare a oltre 200 chilometri all’ora nel deserto e destinato ai Paesi arabi; la terza novità era invece una Lamborghini di più ridotte dimensioni, denominata Jalpa e con motore posteriore 8 V da 3,5 litri, in carrozzeria coupé disegnata da Bertone. Ma il 23 aprile 1987 la proprietà della Lamborghini passerà all’americana Chrysler, con l’uscita di scena nell’anno successivo di Giulio Alfieri. Il cui funerale, del 21 marzo 2002, vedrà la presenza di due bandiere Maserati con la scritta «Gruppo anziani Maserati». A ricordo di quello che può essere ritenuto il più grande progettista italiano di motori e alla cui figura è merito dell’Automotoclub Storico Italiano avere ora dedicato un libro (Giulio Alfieri, l’ingegnere, edizioni ASI Service, 225 pagine, 20,00 euro); curato da Nunzia Manicardi e corredato, oltre che dalla ripresa di colloqui con lo stesso Alfieri, di interviste con collaboratori dell’ingegnere, in una intensa vita dedicata ai motori.


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poesia

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La “vita acre dei segni” tuali che si erano adoperati per sostenere quell’autore atipico e febbrile che aveva fatto della dimensione poetica un vero e proprio status di fede. L’intervento di Sinisgalli fu affiancato da un importante contributo di Giuseppe Tedeschi che si innamorò a tal punto della poesia di Calogero da divernirne uno dei principali referenti. Per le sue cure uscirono infatti i due ponderosi volumi delle Opere poetiche nella prestigiosa collana dei «Poeti europei» della Lerici, rispettivamente nel 1962 e nel 1966. Dopo la morte ci furono riconoscimenti postumi di un certo rilievo (da Montale sul Corriere della Sera a Caproni ad Amelia Rosselli che, per un certo periodo, lavorò sulle carte del poeta di Melicuccà), anche se, con il passare del tempo, il silenzio e l’oblio sono tornati a incombere sopra quest’opera, caratterizzata da un furor creativo davvero spropositato e inusuale. Se infatti sono rintracciabili esiti quanto mai significativi e personali nella lirica calogeriana, talora una certa naïveté appesantisce un dettato risolto in una visionarietà in cui gli elementi naturali conservano una preponderanza significativa.

di Pasquale Di Palmo a vicenda esistenziale e letteraria di Lorenzo Calogero si configura, nella sua apparente marginalità, come una delle più emblematiche di quella sorta di «sottobosco» poetico che ha caratterizzato gran parte del nostro Novecento. Nato nel 1910 a Melicuccà (Reggio Calabria), Calogero visse un’esistenza schiva e appartata, ripiegata sul sogno costante di diventare un poeta di rilievo. Dopo aver studiato ingegneria passò alla Facolta di Medicina a Napoli, dove si laureò nel 1937. Esercitò saltuariamente la professione medica fino al 1955, dedicandosi quasi esclusivamente agli studi filosofici e alla scrittura. Calogero riempiva febbrilmente quaderni e quaderni di versi e annotazioni diaristiche che rappresentano una sorta di inimitabile summa della sua concezione letteraria, vissuta alla stregua di un assolutismo e una dedizione pressoché totali. Questi suoi tentativi poetici, spesso intrapresi sulla falsariga delle numerose letture dei poeti a lui congeniali, soprattutto di derivazione ermetica o postermetica, determinano la ricerca di un sodalizio intellettuale o di un riconoscimento da parte delle istituzioni che, con l’unica parentesi del Premio Villa San Giovanni attribuitogli nel 1957 su intercessione di Leonardo Sinisgalli, non avverrà mai.

L

Calogero pubblica a proprie spese, nell’indifferenza generale di pubblico e critica, le raccolte poetiche Poco suono (Centauro Editore, 1936) e per le piccole edizioni Maia di Siena Ma questo... (1955), Parole del tempo (1955) e Come in dittici (1956) che presenta un’importante prefazione di Sinisgalli. «Un’opera così serrata non può essere il frutto di illuminazioni improvvise, non si giustifica come una scommessa o un miracolo. Il poeta ha rifiutato i soccorsi delle retoriche più fertili: l’incanto del numero, della simmetria, degli accenti, gli attriti degli oggetti, delle occasioni, della memoria. Si è fidato soltanto delle sue capacità espressive, di una vitalità insita nel linguaggio (la «vita acre dei segni»), per cui l’arabesco, che è senza dubbio l’acquisto più glorioso delle pagine più aperte, non è mai nomenclatura o contorno ma diventa esso stesso, più che strumento, sostanza spirituale», avverte Sinisgalli in tale scritto. Calogero si ritira in solitudine nella sua casa di Melicuccà dove, tra un ricovero e l’altro per disturbi di origine nervosa, vive in solitudine, trascorrendo il tempo studiando e scrivendo. Qui muore nel 1961, in circostanze mai chiarite. «Meglio morire/ che vedere la propria distruzione» recitano alcuni suoi versi. Dopo la sua scomparsa scoppia il caso Calogero. Una scelta delle Poesie di «Villa Nuccia», programmata quando l’autore era ancora in vita, viene ospitata in un numero della rivista L’Europa letteraria, diretta da Giancarlo Vigorelli. La presentazione non poteva che essere di Sinisgalli, uno dei pochi intellet-

il club di calliope

DATEMI QUEL TANTO... Datemi quel tanto che mi spetta e me ne vada: ho le labbra arse secche: schiume di cavalli. Sono vano per troppo aspettare. Sento la mia pupilla affogare in un labile pianto. Tendetemi la mano ed accoglietemi nel grembo vostro: mai desiderai la morte come in questo momento. Lorenzo Calogero

Il poeta ci ha lasciato una mole imponente di testi, in gran parte ancora da studiare e catalogare: più di ottocento quaderni riempiti da una scrittura fitta e regolare che, dopo varie vicissitudini legate soprattutto alla volontà dei familiari, sono finalmente pervenuti in quella che potrebbe considerarsi la loro sede naturale, l’Università della Calabria dove si è costituito un apposito Fondo Calogero. Nell’attesa che l’opera di catalogazione e studio di questi quaderni dia i suoi preziosi frutti, Mario Sechi cura ora la riproposta di Parole del tempo (Donzelli Poesia, pp. XXX + 222, euro 19,00) che raccoglie tre sillogi composte negli anni Trenta: 25 poesie, Poco suono e Parole del tempo. Si tratta della produzione giovanile di Calogero, dove il ricorso alla quartina rimata che caratterizza le 25 poesie, dominate da quella che Sechi definisce «una versificazione distesa, sintatticamente e metricamente composta», approda a una pronuncia più scabra e asciutta, con esiti riconducibili alla lezione ungarettiana («Di che reggimento siete fratelli» è l’incipit di una sua poesia), da cui in seguito l’autore si svincola per seguire un percorso improntato a una cadenza più personale. «Lo sguardo sullo scenario naturale - paesaggi reali e irreali di boschi e di marine, di scoscesi precipizi e di lande desolate, ma anche di rigogli campestri, di erbe e di fiori - appare disturbato da una crescente inquietudine», annota ancora Sechi. Ci auguriamo che questa meritoria pubblicazione contribuisca alla futura diffusione e alla conoscenza di un’opera che troppo a lungo è rimasta confinata in un limbo. Lo stesso Calogero ne era forse consapevole quando scriveva: «Io sono uno strano mendicante/ che chiede amore e parole,/ sono un solitario emigrante/ verso le terre della luce e del sole».

GENTE (E LUOGHI) DI ROMAGNA: AL CUORE DEI VERSI DI RONDONI in libreria

LA NOTTE «ERA»

di Loretto Rafanelli

INFURIARE DI SPERANZE

La notte era infuriare di speranze, Fede, vento rombante, Ronzare d’api d’oro Nelle superne celle: È schiva brezza, è tramonto di stelle. Tommaso Landolfi da Viola di morte, Adelphi

qualcosa di più di una raccolta di poesie, il recente libro di Davide Rondoni Rimbambimenti. Poesie di tipo romagnolo (Raffaelli Editore, 12,00 euro), perché l’autore ci fa entrare nella terra, sanguigna e incantata, di Romagna, con le storie di uomini comuni, a volte sbalestrati (il Filizzi, che segue tutte le gonne, Renato detto acquedotto, perché porta «secchi di acqua a chiunque», ecc.); quelle storie paesane che tra Forlì, Cervia, Lugo, nei rituali divertenti e giocosi, amari ed eroici (per esempio il Passatore), divengono leggende e sfondo di una straordinaria parte d’Italia. Poi ci sono i parenti dalla tempra forte, nonno Enea che sapeva dare «quel cenno, neanche un sorriso,/ dove il sangue riconosce/ il suo lontano paradiso» o nonna Peppa. Rondo-

È

ni ci riporta i modi di dire coloriti e sarcastici di quella gente: «Gli viene un quello», che spiega «non è niente di preciso/ potrebbe essere uno svarione, un diventare/ tutto d’un colpo/ un coglione/ o un anticipo, sì, di paradiso…», o ancora: «La vita, dice, la vita va in vacca/ se quando lo fai/ non t’accorgi più/ di fare il patacca»; «Mica è facile far sempre gli sboroni». E poi ci sono i luoghi di Romagna: il mare di Cervia e di Pinarella, col suo dolce andare e le colline bellissime. Rondoni non scrive in dialetto, ma molto in questo libro ricorda i grandi dialettali romagnoli, da Guerra a Pedretti a Baldini, perché c’è quell’humus intriso di irruenza gentile, malinconia, gioia, energia, gusto di raccontare: ciò di più vero di quella terra, ciò che anima la forte poesia di Rondoni.


spettacoli Teatro Lui, Lei e l’Altro: 9 scene LA VITA SECONDO EINSTEIN da un non-matrimonio «I MobyDICK

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DVD

n principio era previsto che diventassi ingegnere, ma il pensiero di una rendita da capitale mi era insopportabile. Pensare per il piacere di pensare, come per la musica». Albert Einstein resta ancora un maestro inarrivabile, anche perché riuscì ad amare la comprensione senza mai divinizzarla, e non confuse mai le astratte ragioni del calcolo con quelle della dichiarazione dei redditi. Uomo di libertà e di tolleranza, lo scienziato tedesco che viene raccontato in un buon documentario didattico di Cinehollywood, Einstein - La vita e la scienza. Per la serie «insegnate ai bambini».

di Enrica Rosso l tradimento va di moda, in ogni ambito. Ancora una volta il Teatro assolve la sua funzione di lente d’ingrandimento e ci invita a riflettere: in scena a Roma, fino a domani Tradimenti di Harold Pinter presentato dalla Fondazione del Teatro Stabile di Torino e Otc, Onorevole Teatro Casertano, per la lettura ricca di sfumature del regista Andrea Renzi. Commedia autobiografica scritta dal premio Nobel inglese nel 1978, prende spunto dalla relazione vissuta dall’autore con la giornalista televisiva Joan Bakewell, all’epoca evidentemente, entrambi, infelicemente sposati. Tradire, tradirsi, distogliersi - prima di tutto da se stessi - per tendersi ad abbracciare nuovi possibili orizzonti sbilanciandosi in avanti fin quasi a perdere l’equilibrio per svegliarsi bruscamente da un sogno che si è trasformato in una generica convivenza e ricrearsi in un nuovo sodalizio che annulli (o almeno tenga a bada per un po’ allontanandola) la solitudine interiore. Come dire l’autocelebrazione del fallimento del proprio progetto amoroso, una danza macabra sulle ceneri ancora calde del proprio matrimonio, un funerale dell’anima. Tre i personaggi in scena: Lui, Lei e l’Altro e qui il gioco si complica perché chi tradisce lo fa due volte essendo i due uomini legati da solida, privilegiata e antica amicizia (tanto da far dire a Robert alla moglie Emma rea confessa: «Mi è sempre piaciuto Jerry, l’ho sempre preferito a te, in realtà avrei dovuto avere io una relazione con lui.»); non solo, lo stesso Robert ha più volte cornificato la moglie. Il testo è strutturato a ritroso in una rincorsa della felicità: dalla stanchezza dell’addio alla sorpresa del primo bacio. No-

I

Televisione

PERSONAGGI

ve brevi incontri, come punte di un iceberg per ricostruire il sommerso di una relazione extraconiugale che si alimenta di solitudini consumate all’ombra del rispettivo matrimonio. La scrittura è tagliente, secca. Il fraseggio breve e di sostanza, levigato e bollente come pietra al sole, con quel retrogusto salace che mutua il sorriso in smorfia e rende Pinter sublime. Andrea Renzi dà ulteriore ritmo a un materiale già piuttosto scandito e immette colore suggerendo agli interpreti sottotesti a contrasto con le battute che creano un effetto di amplificazione del non detto. In scena la sostanza creativa di Tony Laudadio a incarnare la subdola lucidità dell’editore Robert, in alternativa la plasticità sensibile dell’agente letterario di Enrico Ianniello e la gallerista di Nicoletta Braschi. Bella e risolutiva la scelta di creare una stanza dei ricordi unica, delimitata da due grandi schermi posti in diagonale la cui linea di fuga crea un imbuto, una

strettoia emotiva, attraverso cui i tre protagonisti vengono di volta in volta risucchiati o restituiti al loro malessere quotidiano. Sfilano luoghi, frammenti d’intimità, schegge di vita legate ad ambienti la cui sola vista ne rilancia il vissuto. Altrettanto efficace e sintonica la ricerca fatta sui costumi che contribuisce alla ricostruzione accuratissima dell’epoca - il tutto si esaurisce in un pugno d’anni - in contrasto cromatico quel tanto che basta per non impastare gli interpreti ai fondali coloratissimi. I quadri visivi, nella loro interezza, sono firmati da Lino Fiorito. Le adeguate scelte musicali sono di Daghi Rondanini. Le luci, obbligate dalle doppie proiezioni incrociate, non per questo meno interessanti, sono di Pasquale Mari.

Tradimenti, Roma, Teatro Piccolo Eliseo, fino al 29 maggio info: www.teatroeliseo.it tel. 06 48872222

LENNY KRAVITZ... NON SOLO MUSICA enny Kravitz torna su piazza con Black and White America, nono lavoro di studio a partire dal 1989, e questa potrebbe non essere una novità sconvolgente. Ma la news più curiosa è che l’artista, felice di aver reso omaggio a Obama con un album serioso e ridondante di fierezza, abbia finalmente deciso di darsi al cinema. Lenny era apparso particolarmente adatto alle pose hollywoodiane da damerino impenitente, ma al contrario di quanto si pensi, il debutto non è esattamente all’insegna del celodurismo ostentato in tanti video. Va bene che la stoffa c’è, ma Kravitz vestirà i panni di uno stilista in The hunger game.

L

di Francesco Lo Dico

Nel trionfo della Giustizia, il segreto del successo i sono ancora molti che si domandano come mai abbiano tanto successo i serial polizieschi. A mio parere le risposte sono principalmente due. Il genere noir sta vivendo una nuova epoca d’oro, e coinvolge anche il nostro Paese verso il quale molti nutrivano stupore in quanto scenario assente di storie criminali. Abbiamo rimediato, sia con telefilm seriali in stile americano, sia con pellicole «de noantri», un misto di investigazione e familismo «alla pommarola»: qualcuno viene bene, qualcun altro è meglio derubricarlo dal nostro personale palinsesto. Più in generale il giallo si pone come una corda tesa sulla quale scorrono vicende umane, ambientali, sociali, psicologiche, talvolta intimistiche. La seconda ragione, per così dire di sottrazione, deriva dal fatto che i cosiddetti programmi culturali spesso sono un pastrocchio di auto-

C

di Pier Mario Fasanotti referenzialità. Vedi il caso Sgarbi, al quale piacerebbe essere il Pasolini o lo Sciascia di oggi, e con questa maldestra e narcisistica intenzione diventa solo pateticamente inguardabile. La cultura non è l’io cucito addosso a panni da tinello, è sempre sguardo diretto verso l’universale. Il dilatato «sé» di Proust è letterariamente sublime e continua a esistere per il fatto che è anche il «sé»

degli altri. Recentemente il filosofo Emanuele Severino, ospite di Fabio Fazio in Che tempo che fa, ha incantato il pubblico citando Nietzsche ed Eraclito. Grande capacità di comunicazione filosofica che non rimane in vette inaccessibili. E a proposito di Eraclito, ha sfoderato una frase che potrebbe essere la risposta alla stizza di Sgarbi per il suo misero flop televisivo: «Non date ascolto a me, ma al logos». Su questa linea ci sono Ulisse, il piacere della scoperta di Alberto Angela e La storia siamo noi (su Rai 3). E poco altro. Tornando ai polizieschi, i tre canali Fox di Sky sono in un periodo effervescente: accanto ai vecchi (talvolta rinnovati) cavalli di battaglia, si fanno correre nuovi puledri televisivi. Settimane fa abbiamo parlato di Detroit, ben confezionato. La bussola è sempre quella di scegliere una città americana e infilarci dentro detective stories. L’ultimo serial è Chicago Code. Ovviamente c’è un po’di en-

fasi nell’elogio della città. Riassume, comunque, l’american dream che desta l’invidia di noi europei. Innanzitutto per la lotta contro la corruzione non importa a quali livelli. Il tanto decantato «c’è un giudice a Berlino» - sintesi della giustizia che alla fine trionfa - è la linea guida di una società capace di rinnovarsi senza impantanarsi nelle sabbie della sordida politica. Infine i personaggi. In Chicago il neo-sovrintendente è donna: bella, giovane, determinatissima, con occhi carichi di orgoglio, agile ed efficiente anche con i tacchi. C’è poi l’ex suo compagno di pattugliamento, Jarek, di origine polacca, intelligenza vivacissima, discendente di nonno immigrato e quindi emblema vivente di quel melting pot che è l’America: che accoglie e integra. Originale il rapporto di Jarek con l’ex moglie: si vedono di nascosto (anche dal figlio) e si amano furiosamente.Variante divertente del poliziotto che è o vedovo, o con moglie paziente, lagnosa, nevrotica, o separato con problemi di alimenti (e di alcol).


Cinema

MobyDICK

he Tree of Life è il quinto film in quarant’anni del poeta-filosofo texano Terrence Malick, autore dal dono visivo impareggiabile: onirico, lirico, sublime. La narrazione non è da meno: ellittica, profonda, ironica. Lo sguardo d’autore è attratto dalla lotta dell’angelo umano che si dibatte tra caduta e ascesa, e dal riflesso del divino nell’universo naturale. Le impronte del Trascendentalismo americano sono palesi: Henry David Thoreau, Ralph Waldo Emerson e Walt Whitman. Il regista ha studiato Heidegger, Kirkegaard e Wittgenstein, abbandonando Oxford prima del dottorato per un contenzioso con il tutor sull’interpretazione dei medesimi. Dell’autore di Essere e Tempo, ha tradotto Vom Wesen des Grundes (The Essence of Reasons, Northwestern University Press, 1969). È straussiano (Leo) nell’amore appassionato, consapevole, per le proprie origini, il proprio Paese. Lo sguardo sul mondo e sulla vita è vasto, contiene moltitudini.

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T

Malick, notoriamente schivo, timido, è «il visionario più invisibile del pianeta». Non concede interviste, non si fa fotografare, è entrato e uscito in sala a Cannes a luci spente. È unico ma evoca Pasolini, Kubrick, Fellini: per lo splendore delle immagini, la robusta spiritualità, lo stupore infantile intatto. Appartiene alla generazione di cineasti americani dei gloriosi anni Settanta: Steven Spielberg, William Friedkin, Martin Scorsese, Francis Ford Coppola, Michael Cimino, Brian De Palma, Peter Bogdanovich. La sua torreggiante reputazione si basa su appena cinque film. Il padre Emil era un immigrante libanese d’origine assira, dirigente di una società petrolifera; della madre Irene si sa che è nata negli Stati Uniti, e forse si deve a lei l’istruzione del ragazzo in una scuola episcopale. L’anno in cui esce la traduzione di Heidegger, Malick cambia rotta e s’iscrive all’American Film Academy; inizia come sceneggiatore. Dopo esperienze infelici con i suoi copioni, decide di fare lui la regia. Il primo film è Badlands - La rabbia giovane, con Sissy Spacek e Martin Sheen (1973), scoperto dal New York Film Festival e comprato dalla Warner Bros per tre volte il costo di produzione. Il secondo film, I giorni del cielo (1978), con i giovanissimi Richard Gere e Sam Shepard, osserva un triangolo amoroso tragico nel Texas agricolo prima della Grande Guerra, dai contorni epici, biblici. È un film di sconvolgente, rara forza e originalità di tono, una curiosa commistione di calma e distacco, con passioni e turbolenze esplosive. Candidato a cinque Oscar, vince quello per la fotografia, e la Palma per la regia a Cannes. Forse sopraffatto dalla destabilizzante intensità del successo hollywoodiano, Malick scompare. È molto malato, sta scrivendo un romanzo, è diventato un recluso, no, è morto, si mormora; ma si è solo trasferito a Parigi per molti anni con la seconda moglie francese, e poi a Boston, dove insegna filosofia al M.I.T. Il mito di un regista avulso dalla pubblicità e dall’infernale macchina dell’effimero di Hollyweird inizia allora. Solo vent’anni dopo gira il terzo film, una straordinaria meditazione sulla guerra, La sottile linea rossa (1998), dal romanzo autobiografico di James Jones, incentrato sulla battaglia di Guadalcanal. Nominato per sette Oscar, vince l’Orso d’oro alla Berlinale. Nel 2005 arriva The New World - Il nuovo mondo,

Dio esiste!

Anche a Hollywood di Anselma Dell’Olio che esplora lo scontro-incontro di culture tra indigeni americani e coloni inglesi. Ci sono tutti i marchi di fabbrica, come la voce o più voci narranti; non una scorciatoia drammaturgica, come di solito, ma un singolare arricchimento. Il mondo naturale è sempre in primo piano, mai come decorazione romantico-poetica fine a se stessa, ma protagonista pari grado con la storia d’amore tra la principessa indiana Pocahontas (Q’orianka Kilcher) e l’esploratore inglese John Smith (Colin Farrell). Malick non è solo venerato, ha i suoi detrattori, superciliosi e sfottenti; a moltissimi atei, nichilisti e cinici (sopratutto ma non solo) fa venire l’orticaria. Si riconosce la sua portentosa dote formale, ma s’arriccia il naso davanti alla sua mai dis-

mistificazioni o di paura di essere tacciato d’ingenuità intellettuale. Sfida l’anima, Malick, non il nostro quoziente d’intelligenza, la nostra pagella culturale. Come quei sadici di talento Lars von Trier o Michael Haneke, vuole emozionare, coinvolgere, ma diversamente da loro non ferire, strattonare, scombussolare fino a piegarci in due, per esportare il loro senso di colpa, di mal di vivere, evidentemente insopportabili se non scaricati su altri.

Non ha bisogno di raffinate esegesi Malick, è disarmante, e molti non glielo perdonano. Nessuna ambiguità, nessuna ritrosia (compostezza e discrezione sempre, reticenze mistificatorie mai) lo inducono a mascherare le sue intenzioni, piut-

Sfida l’anima Terrence Malick, non il nostro quoziente d’intelligenza. “The Tree of life” è una grande domanda sulla Natura e la Grazia. Per chi è in sintonia, ogni fotogramma è un poema sacro. La Palma d’oro appena ricevuta a Cannes è persino superflua: come si fa a premiare un premio? sumulata passione metafisica, il trasporto per il Creatore, la venerazione per il disegno Intelligente, per la sapienza religiosa. Gli antipatizzanti trovano scontata, autoindulgente, presuntuosa, l’angoscia esistenziale di un uomo di fede, per il mistero della morte, della separazione, della violenza, del dolore, insidie incastonate nella magnificenza e terribilità del creato. In The Tree of Life, il rebus teologico-morale - sempre presente in qualche forma nel suo cinema - è quello che Muriel Spark, l’ebrea scozzese convertita al cattolicesimo, ha trattato nel suo romanzo The Only Question: «Perché succedono brutte cose alle persone buone?». L’incanto di Malick nasce da tante cose, dal dono della semplicità, dalla totale mancanza di

tosto complesse e arcane. La signora O’Brien (la rivelazione Jessica Chastain, un’antica beltà) alla notizia della morte del figlio di 19 anni, implora a bassa voce: «Signore, perché? Dov’eri? Stavi guardando? Chi siamo noi per te?». I dialoghi fanno parte di una vasta, sinfonica esplorazione del terreno che unisce e divide terra e cielo, grazia e natura, madre e padre. È il sempiterno, aggrovigliato intreccio tra il candore dell’innocenza e le ombre della coscienza, che i cattolici racchiudono nel concetto di Peccato Originale, intuizione d’infinito genio. Nell’immensa opera del creato s’annida il male. Perché? Ma è la domanda di uno che scuote sferragliando i cancelli del Cielo, con tutta la forza che ha in corpo; aspira al dono di un

abbraccio avvolgente, infinito, possente, tenero. Dio è Padre e Madre, come lo era per Papa Luciani. Sempre sia benedetto il compianto Giovanni Paolo I e il suo brevissimo regno. Il film racconta le vicissitudini della famiglia O’Brien nel Texas degli anni Cinquanta. (Malick è cresciuto a Waco, vive a Austin.) Mr. O’Brien (Brad Pitt) è un ex ufficiale di Marina, impiegato in un grande stabilimento, e per conto suo inventore con parecchi brevetti che poi renderanno. È bravo con le mani, un ottimo pianista classico, la carriera musicale persa per strada. È il pilastro economico e virile del focolare, autorevole e autoritario. Mrs. O’Brien (rossa, eterea, accattivante) è il fulcro emotivo della famiglia, sensibile, dolce. I suoi tre maschietti l’adorano, senza riserve o quasi. È contrariata con i ragazzi solo quando torturano una povera rana, facendola esplodere in un esperimento scientifico con un razzo rudimentale. Il padre, come accade, è duro, esigente, cinico. Con la scusa di educarli, spesso eccede nel punire le piccole ribellioni giovanili dei figli. Jack, il maggiore, arriva a odiarlo (Hunter McCracken, fantastico). Chiede alla mamma «Perché è nato?». Cova il desiderio che scompaia il tiranno che schiaccia, opprime, calpesta, ruba la felicità di madre e figli. Si tratta di un lungo flashback, la crescita a Waco. Il film inizia in una fase successiva, più agiata, in una graziosa villa da borghesi benestanti, con pareti-finestre che danno su un bel giardino. La madre riceve un telegramma: legge, crolla. Il suo secondo figlio è morto a 19 anni, forse in guerra. (Si sa che il regista aveva un fratello suicida). Jack, il maggiore, da piccolo spesso ha prevaricato il sensibile secondogenito. Si capisce che doveva essere molto più lunga la parte di Jack adulto (Sean Penn): divorziato, risposato, è divorato dai sensi di colpa. Vive in una metropoli in mezzo ai grattacieli, le cattedrali della modernità; è la parte meno convincente del film. La prima infanzia dei ragazzi ricorda l’America felice dei quadri di Norman Rockwell, poi arrivano le durezze della crescita, la perdita d’innocenza. Il papà, consapevole dei propri eccessi d’ira, quando le cose gli vanno male, dice a Jack adolescente che ha sempre solo voluto «che tu crescessi forte, che fossi un uomo autonomo, senza padroni. Tua madre è brava ma ingenua. Pensa che tutti siano buoni, che nessuno è malvagio. Ma ci vuole una volontà di ferro per non farsi schiacciare». Jack risponde, mesto: «Sono più simile a te, che a lei». La madre gli dice che le suore insegnavano che bisogna scegliere tra la via della natura, della volitività, della sopraffazione, e la via della grazia, l’amore che non conosce ripicche, prevaricazioni. La storia della famiglia si alterna con magnifiche sequenze della natura, come un canyon spaccato; è il canale di nascita, o lo squarcio nell’anima indurita dove può insinuarsi la Grazia? E poi, tra molto altro, il cosmo, la terra vista dallo spazio, l’oceano che partorisce la vita, i vulcani, dinosauri (magnifici, spaventosi). Per chi è in sintonia, ogni fotogramma è un’illuminazione, un incanto, un poema sacrale, è la vita in volo.Vincere la Palma d’oro a Cannes era superfluo, a parte l’effetto salvifico sul box office. Come si fa a premiare un premio? Per chi scrive, l’arte di Terrence Malick, figlio del Texas pistolero, è anselmianamente la prova ontologica dell’esistenza di Dio. A Hollywood. Tra cinematografari secolari, scollacciati, blasfemi, irridenti. Cosa aspettate a vederlo? Correte.


ai confini della realtà I misteri dell’universo MobyDICK

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ella mia ormai non breve vita ho avuto la fortuna e l’onore di incontrare alcuni studiosi straordinari. Senza voler essere completo ne cito alcuni. Erasmo Recami, fisico autore, ai suoi inizi di carriera, della prima teoria sulla superluminalità, ora ampiamente confermata, un risultato che certo è da Nobel. Robert Bass, fisico autore di fondamentali scoperte, come la spiegazione della legge di Titus-Bode sulla spaziatura fra i pianeti e il fatto che la costante di Planck (e quelle associate, come le costanti di struttura fine di Dirac e di decadimento dei nuclei radioattivi) cambia nel tempo, dipendendo dalla densità dell’universo. Clarbruno Vedruccio, fisico e ingegnere, autore della scoperta che le cellule cancerose assorbono molto di più di quelle sane certe onde elettromagnetiche. Ha sviluppato una macchina che rivela i tumori allo stato iniziale e potrebbe debellarli, ma la sperimentazione a questo fine è stata bloccata: troppi interessi ne sarebbero colpiti. Luigi Cavalli Sforza, antropologo il cui studio della propagazione fra popolazioni, nel tempo, di certi indicatori genetici ha permesso di ricostruire la storia umana per almeno duecentomila anni, stabilendone l’origine da una sola donna. Mario Alinei, filologo, autore di forti contributi sull’indoeuropeo e della scoperta che l’etrusco è ungherese antico. Alfred De Grazia, autore della teoria della Quantavolution, dove l’evoluzione culturale e sociale umana è vista dipendere da catastrofi di origine extraterrestre dovute a discontinuità nel sistema solare; ancora attivo a 91 anni. Zunquan Xia, matematico cinese mio collaboratore per una quindicina di anni. Ha ottenuto fra l’altro il primo miglioramento alla complessità del metodo a eliminazione per sistemi lineari attribuito di solito a Gauss ma già noto in un libro indiano del V secolo.

N

Oltre agli studiosi citati, ho interagito con tre grandi studiosi sufi. Il sufismo è una variante dell’islam, espressa da un centinaio di ordini, con radici che antecedono l’islam. Ha assorbito elementi delle antiche religioni asiatiche e per certi aspetti dello sciamanesimo. Il sufismo non ha sempre avuto vita facile nel mondo islamico. I sufi hanno una visione colta e complessa della religione e hanno prodotto nel Medioevo molti dei più grandi scienziati dell’islam. Il primo

Incontri

con uomini straordinari di Emilio Spedicato ze nucleari (debole e forte) e dell’elettromagnetismo (da unificare resta la forza gravitazionale). Lo contattai quando dirigeva il Centro di Fisica Teorica di Trieste, da lui fondato e aperto particolarmente a studiosi del Terzo mondo. Gli inviai la prima versione del mio saggio su Atlantide, dove accettavo la datazione di

Già nel Medioevo i più grandi scienziati dell’islam appartenevano al sufismo, una variante dell’islamismo colta e complessa, spesso osteggiata dalla religione ufficiale. Un’attitudine che non si smentisce in epoca contemporanea, a giudicare dalla personalità di tre sufi: il fisico Abdus Salam, Gabriele Mandel e Fida Hassnain studioso sufi da me incontrato, e solo recentemente ho saputo che era un sufi, è stato il pachistano Abdus Salam, fisico che con Steven Weinberg e Sheldon Gashow ha ottenuto nel 1979 il Premio Nobel per uno dei più importanti risultati della fisica: l’unificazione delle due for-

Platone a 9000 anni circa prima di Solone, identificavo l’isola di Atlantide con Hispaniola, e proponevo come causa della scomparsa di Atlantide, coeva alla fine dell’ultima glaciazione, un impatto di Oggetto Apollo sull’Oceano Pacifico. Abdus Salam rispose per una lettera di-

chiarando la mia tesi interessante. Poi ebbi un breve incontro con lui, in cui confermò la sua approvazione; purtroppo venne a mancare non molto dopo.

Il secondo studioso sufi da me incontrato, di lontana origine afghana, è stato Gabriele Mandel, in possesso di quattro lauree, autore di oltre duecento libri, conoscitore di una dozzina di lingue fra cui arabo, persiano e giapponese, pittore, calligrafo, scultore, ceramista, psicologo e psichiatra. Fondatore inoltre dell’ordine dei sufi dervisci a Milano. Il bisnonno fu inviato dall’Afghanistan a studiare a Vienna, dove si fermò. Il nonno fu ambasciatore austriaco a Roma dove sposò una figlia naturale di Vittorio Emanuele II. Il padre era fisico e amico di Einstein. Gabriele a sedici anni fece un lungo viaggio in India e Afghanistan alla ricerca delle radici familiari. Fu poi attivo contro l’occupazione tedesca a Milano evitando per poche ore di essere fucilato. Ebreo in quanto figlio della poetessa ebrea Rimini, perse una dozzina di parenti nei campi di concentramento. Ebbi il primo contatto con lui dopo avere letto il suo libro Il Corano senza segreti, cui seguì la lettura di molti altri suoi libri. È morto nel 2010 a 85 anni, lasciando un vuoto difficilmente colmabile in termini di cultura e profondità nella valutazione degli eventi e delle persone. Il terzo sufi con cui ho interagito vive nel Kashmir dove per anni ha diretto il sistema museale e archeologico di quella terra ora in grande sofferenza. Si chiama Fida Hassnain e ha la stessa età che avrebbe Mandel. È noto per avere raccolto una vasta documentazione relativa alla presumibile presenza di Gesù in India e in particolare nel Kashmir, nella zona della cui capitale Srinagar sarebbe vissuto. Una documentazione ampia ma certo da studiare criticamente. E potrebbe accordarsi con certi passi del Vangelo la cui corretta lettura potrebbe essere differente da quella fatta sinora.


o p i n i o n ic o m m e n t il e t t e r ep r o t e s t eg i u d i z ip r o p o s t es u g g e r i m e n t ib l o g L’APPROFONDIMENTO SUI DIRITTI DEL FANCIULLO A CURA DI

MIMMO SIENI

APPELLO ALLA RICERCA Grazie alla lungimiranza per la Ricerca del Sapere attivata dalle amministrazioni che si sono succedute negli Stati Uniti d’America nel secolo scorso sono avvenute importanti scoperte circa i rebus che circondano l’Universo. Sentiamo proprio il desiderio ed il dovere di invitare tutti i Ricercatori e gli Enti che regolano la Ricerca nello Spazio a finalizzare alcuni approfondimenti che potranno dare nuova “Luce” al domani dei nostri figli. Dovremo innanzitutto riflettere sulla “possibile”relatività delle nostre attuali conoscenze e verificare se con una attenta rivisitazione sia percepibile una diversa risultanza dei dati che diamo fino ad oggi come scontati. Partiamo dal presupposto che la Nasa ha accertato che i cristalli prodotti nello spazio hanno un ordine più preciso a livello atomico di quelli prodotti sul nostro pianeta (Aprile 1995-Protein Crystal Gravith Result from United State Microgravity laboratory – mission 18 Shuttle). La deduzione logica può far ritenere come un’ipotesi conseguenziale, quindi, che nello Spazio c’è un ordine atomico più evoluto di quello del nostro pianeta: ciò potrebbe comportare una diversa risultanza di alcuni dati di quelli ottenuti in presenza di gravità (o gravità diversa). Un esempio su cui interrogarci potrebbe avvenire riosservando una semplice moltiplicazione: 2x3=6…. forse in un ordine più evoluto (come accertato per i cristalli prodotti nello spazio) con l’inversione dei numeri (3x2) potrebbe non esserci lo stesso risultato considerando che, probabilmente, in un livello atomico più perfetto, l’inversione dei due numeri non produca la stessa risultanza: la considerazione intrinseca nasce dall’ipotesi che in un ordine atomico più perfetto nulla è uguale, e ciò che noi consideriamo “uguale” è solo “simile”. Sensibilizzare l’attenzione dei Ricercatori in questa direzione apre “Luci” nuove sulle nostre conoscenze che possono, un domani, far guardare i nostri figli verso l’Universo non come qualcosa che non ci appartiene ma, forse, come qualcosa di cui un giorno faremo parte.

Tra Berlusconi e Bersani, l’Italia aspetta una vera novità Si parla sempre molto del bipolarismo in crisi e della fine della Seconda Repubblica. Sono analisi condivisibili, anche per il livello che rasenta lo zero della classe politica che affolla le fila dei due schieramenti. Ma quello che serve al nostro Paese, oggi più che mai, è una novità e un ricambio generazionale vero. Il fenomeno del Movimento cinque stelle, i cosiddetti “grillini”, non sono e non possono rappresentare questa novità per diversi motivi. E le percentuali che hanno raggiunto alle elezioni amministrative di alcune città, seppur ragguardevoli, non devono ingannare: il loro è un risultato “di protesta” nei confronti di una politica stantia, che non propone alcunché di nuovo e non risponde alle esigenze della popolazione.Tanto meno ai problemi: la disoccupazione, il Pil che avanza a stento, il peso praticamente nullo del Paese in ambito internazionale. Sono tutte questioni lasciate alla libera interpretazione di dilettanti allo sbaraglio. In questa situazione, perché la situazione è questa, serve un’alternativa vera: il Terzo Polo.

Vincenzo Lovagnini Gallipoli (Le)

PILLOLA DEL GIORNO DOPO, UNA CATTIVA ABITUDINE

UNA SOCIETÀ INQUIETA CHE NON VA PIÙ AVANTI

È il momento di fare un’attenta riflessione sui metodi contraccettivi e scegliere il più affidabile. Sicuramente la pillola tradizionale è la più efficace e la più sicura per la salute della donna. Comporta solo un impegno di memoria perché bisogna ricordarsi di assumerla per 21 giorni. La pillola del giorno dopo è sinonimo di una cattiva abitudine soprattutto diffusa tra le ragazze più giovani che per superficialità e per comodità rinviano a domani una precauzione che bisogna prendere oggi trascurando il proprio corpo ed in ultima analisi vivendo male la propria sessualità. Per quanto riguardo la scelta tra l’assunzione della pillola abortiva Ru486 e l’aborto chirurgico seppure la Ru486 sembra poter fare vivere alla donna in maniera più serena una scelta dolorosa in realtà così non è. Se ne parla poco ma l’assunzione della Ru486 ci fa correre molto più rischi dell’aborto chirurgico. Sono state descritti ed è cronaca di questi giorni (ragazza morta in Portogallo) choc settici potenzialmente mortali dovuti ad infezioni rare ma letali legate alla Ru486 che danneggia irreversibilmente il sistema immunitario.

C’era una canzone degli anni ’70, di un certo “Antoine”che diceva “Se sei bello ti tirano le pietre, se sei brutto ti tirano le pietre, dovunque tu andrai, qualsiasi cosa tu farai, sempre le pietre riceverai”. Non so se egli abbia sentito attraverso la sensibilità dell’artista che la società ormai si stava stabilizzando sull’iniquità della differenza e sull’annullamento dei valori oggettivi del proprio essere, cosa che oggi presenta un valore massimo. Se affermiamo che oggi il merito non viene premiato, è anche conseguenza di queste trasformazioni, e quel malessere che sentiamo quando diamo tanto, nel lavoro e nella vita, ma non raccogliamo nulla, non deve essere motivo di depressione, ma se vediamo che i nostro merito non può essere valorizzato perché esistono altre priorità, allora nasce uno sconforto che sembra proprio ricordare quella canzone: ovvero che bello o brutto, è solo l’indifferenza che caratterizza l’approccio alla società di oggi, ma è anche quella che alla fine raccogliamo e che ci da la sensazione di una estrema confusione di valori, di scelte e di considerazioni. Una realtà che ci dovrebbe far capire, proprio come dissero i futuristi, che occorre “marciare e non marcire”. Ecco, forse, non abbiamo coscienza del passaggio da una società materialista

Alessandro Bovicelli Università di Bologna

L’IMMAGINE

APPUNTAMENTI GIUGNO LUNEDÌ 6 - ORE 15 - ROMA PALAZZO WEDEKIND - PIAZZA COLONNA “Multiculturalismo e integrazione” ne discutono Ferdinando Adornato, Emma Bonino, Pier Ferdinando Casini, André Glucksmann, S.E. Cardinal Ravasi VENERDÌ 10 - ORE 17.30 - BETTONA (PG) MUSEO DELLA CITTÀ - PIAZZA CAVOUR Premio Renzo Foa 2011 a Wei Jingsheng presenta Ferdinando Adornato, presidente della Fondazione Liberal VINCENZO INVERSO SEGRETARIO NAZIONALE CIRCOLI LIBERAL

REGOLAMENTO E MODULO DI ADESIONE SU WWW.LIBERAL.IT E WWW.LIBERALFONDAZIONE.IT (LINK CIRCOLI LIBERAL)

Occhio, la frittella morde! Le nuove specie animali sono sempre affascinanti. Ma a volte rischiano di riservare brutte sorprese. È il caso di questo Halieutichthys intermedius, noto come “pesce frittella”. Residente nel Golfo del Messico (non si conosce la sua sorte dopo la fuoriuscita di petrolio) azzanna i nemici

LE VERITÀ NASCOSTE

Il tablet? L’ha preso il gatto ROMA. Se avete un gatto finirete per contendervi con lui il tablet: Friskies ha progettato tre giochi per iPad e per Android studiati apposta per sollecitare la curiosità dei mici domestici. In arrivo anche una App felina per iPhone. Che ci crediate o no, un gruppo di mici è stato oggetto di un focus group che ha testato la validità dei giochi e che ha promosso i tre titoli indicati come i migliori per l’intrattenimento dei felini domestici. Nel corso della ricerca sono stati identificati i colori preferiti dai gatti, il tipo di movimento che attira maggiormente la loro attenzione, ed è stato studiato il loro atteggiamento di gioco per determinare le attività da fargli svolgere con il tablet. La ricerca ha dimostrato che i gatti sono più attirati dai movimenti complessi di oggetti che si muovono da una parte all’altra dello schermo. Per quanto riguarda i colori, la gamma di tonalità percepibili dai mici è molto più ristretta di quella umana, quindi è stato necessario creare un forte contrasto fra lo sfondo e gli oggetti in movimento. Friskies risponde con la ricerca anche a chi sta già pensando che il prode felino potrebbe rovinare lo schermo di un costoso tablet: i display sono immuni agli artigli.

a una più spiritualista, e restiamo a marcire nelle nostre idee, e nei nostri schemi classici, senza ammodernare realmente ciò che ormai non va più bene.

Bruno Russo

BAGNASCO CONFORTA LE FAMIGLIE Il messaggio contenuto nelle parole del card. Bagnasco ci conforta nello specifico del nostro lavoro quotidiano a favore della famiglia, ma ancora di più ci incoraggia perché lo inserisce nella grande sfida di testimoniare che la Buona Notizia del Vangelo è la risposta più attesa per le ansie e le angoscie dell’uomo contemporaneo e della società tutta. È tempo di passare dalle parole ai fatti, magari inserendo da subito nella riforma del fisco la proposta del Forum sul FattoreFamiglia, e comunque chiamando tutti gli attori sociali ad una responsabilità nei confronti della famiglia, convinti come siamo che, come dicevamo in occasione del Family Day nel 2007, “ciò che è bene per la famiglia è bene per il Paese”, confortati in questo proprio dalle parole di allarme della Prolusione, quando si ricorda che “nulla è davvero garantito se a perdere è la famiglia; mentre ogni altra riforma, in modo diretto o indiretto, si avvantaggia se la famiglia prende quota (n. 8)”. Ripartire dalla famiglia per far ripartire il Paese, quindi: ma questo risultato sarebbe vano se non fosse radicato prima di tutto in quell’amore all’uomo, alla sua dignità e libertà, che hanno costituito una delle principali eredità del beato Giovanni Paolo II: “La causa dell’uomo ha, per lui, coinciso con la causa del Vangelo, fino a fondersi in essa. Davanti ai vari consessi, si è presentato a difendere la causa dell’uomo, includendo in tale difesa il carattere trascendente della sua dignità: su questa mappa antropologica ha sagomato l’intero pontificato. È stato, nelle varie latitudini, l’apostolo dei diritti inalienabili dell’uomo (n. 3)”.

Francesco Belletti, presidente del Forum delle Associazioni Familiari


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grandangolo I problemi economici visti dalla Dottrina sociale della Chiesa

La Rerum Novarum? È quasi un programma di governo A 120 anni dalla pubblicazione della grande enciclica di Leone XIII, i recenti dati Istat dipingono un Paese sempre più allo sbando. Oggi più che mai è necessario riprendere quel testo (e quelli di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, tutti sulla stessa scia) per dare una risposta efficace alla crisi dell’economia e al vuoto della politica italiana di Paola Binetti 120 anni dalla pubblicazione della Rerum novarum (15 maggio 1891), il Cenacolo degli Amici di Thomas More si è riunito per riflettere sulla continuità nel messaggio delle ultime encicliche sociali. Il punto di partenza è stato il quadro impietoso descritto dall’ultimo annuario statistico italiano (Istat), da cui emerge una condizione dell’Italia in cui la povertà cresce, il lavoro diminuisce, i giovani sembrano totalmente spaesati rispetto al loro futuro, umano e professionale. Una miniera di dati che fotografa la realtà del Paese a cominciare da ciò che sta più a cuore a tutti, il lavoro, che purtroppo fa segnare dopo 14 anni di crescita il primo arretramento. Nel 2009 gli occupati erano 23.025.000, decisamente in calo rispetto al 2008. L’Italia sociale che esce dalle pagine zeppe di cifre dell’Annuario statistico dell’Istat è un Paese fragile e sempre più impoverito. Non a caso infatti il primo dato che balza agli occhi è quello del rischio povertà, che riguarda il 24,7% della popolazione, ovvero un italiano su quattro. Per la prima volta l’erosione dei risparmi porta il nostro Paese sotto la media dell’Eurozona, segnalando la vastità di un fenomeno chiaramente avvertibile nella vita quotidiana di tutti noi.

A

Alla problematicità dell’assetto politico, spesso paralizzato e incapace di innescare una spirale virtuosa di riforme, si somma una forte inerzia imprenditoriale che fa della mancanza di lavoro uno degli

elementi destabilizzanti del nostro sistema socio-economico. È un quadro sociale diverso, ma con molte analogie con quanto dice nel suo incipit la Rerum novarum: «L’essersi accumulata la ricchezza in poche mani e largamente estesa la povertà… con l’aggiunta dei peggiorati costumi, hanno fatto scoppiare il conflitto. Il quale è di tale e tanta gravità che tiene sospesi gli animi in trepida aspettazione e affatica l’ingegno dei dotti, i congressi dei

Alla politica, spesso paralizzata e incapace di innescare le riforme, si somma una forte inerzia imprenditoriale sapienti, le assemblee popolari, le deliberazioni dei legislatori, i consigli dei principi, tanto che oggi non vi è questione che maggiormente interessi il mondo». Ogni giorno sulla stampa rimbalzano i numeri sempre più consistenti di fabbriche che chiudono, di operai licenziati o cassintegrati. Le loro manifestazioni di protesta assumono toni diversi, drammaticamente volti ad evidenziare il profondo disagio

che si crea nelle famiglie, dipendenti dal monoreddito del capofamiglia.A suo tempo Leone XIII, consapevole dei mutamenti socio-economici che coinvolgevano il mondo, aveva impostato la sua analisi ipotizzando una stretta correlazione tra i bisogni emergenti nella popolazione, le risorse della creatività e dell’intelligenza umana, sempre capace di produrre importanti progressi tecnico-scientifici, e l’urgente attivazione di un processo di riforme adeguate, indispensabile per tradursi in progresso umano e sociale. Quattro passaggi chiave, il primo dei quali dettato da un ineccepibile realismo socio-politico, punta a fare un’attenta diagnosi dei bisogni sociali. Il secondo, concreto atto di fiducia nei confronti dell’intelligenza umana e della sua creatività, cerca di trovare soluzioni ai problemi, applicandosi con tenacia. Il terzo è una chiamata inderogabile alla responsabilità, rivolta soprattutto a chi ha compiti di direzione e di governo, per sollecitarlo, di predisporre senza indugi le riforme necessarie a risolvere i problemi identificati. Il quarto punto mostra la spiccata dimensione etica che tutto ciò ha, se ci si vuole muovere verso la piena realizzazione del bene comune, in spirito di giustizia e di pace. Se manca questo volano positivo, che lega la creatività intellettuale alla riforma sociale corrispondente, il prezzo più alto è pagato, come sempre dalle classi più povere. L’enciclica per dare un contributo alla questione sociale che affligge il Paese; si spinge a chiedere con audacia e con urgenza rifor-

me, ormai improcrastinabili. Invita ad affrontare con coraggio e generosità il tema delle riforme, mettendo al centro dell’attività politica un rinnovato rispetto per la dignità della persona nelle nuove dinamiche - “rerum novarum”- del mondo del lavoro. Obiettivo primo di ogni riforma infatti resta sempre la tutela della dignità umana. Leone XIII sollecita tutti i cattolici a prendere posizione a favore dei processi di cambiamento indispensabili per garantire un maggior grado di giustizia sociale, legando inscindibilmente questioni di principio come la giustizia con comportamenti di fatto come la solidarietà.

Il compito dei cattolici, così come emerge dall’enciclica, non è facile ed è tutt’altro che irrilevante. Si chiede loro impegno sul piano scientifico e imprenditoriale, umano e sociale, per cercare e trovare risposte adeguate ai bisogni emergenti, senza rifugiarsi in una pigra comodità conservatrice, ma senza neppure cavalcare il malcontento delle piazze, che potrebbe facilmente convertirsi in una protesta violenta e improduttiva. È facile intravvedere in questa impostazione l’inizio di una battaglia per la formazione dei laici perché si assumano fino in fondo le loro responsabilità, mettendo in gioco tutti loro talenti, anche sul fronte politico. È una battaglia che spinge l’uomo ad andare oltre la stretta sfera dei suoi interessi e delle sue necessità, per farsi carico delle necessità della comunità in cui vive. A quaranta anni dalla Rerum novarum, che


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ste fasce deboli, perché anche i loro diritti, uguali a quelli di ogni altro uomo, avessero voce e trovassero il necessario ascolto. «La rilettura dell’Enciclica alla luce delle realtà contemporanee permette di apprezzare la costante preoccupazione e dedizione della Chiesa verso quelle categorie di persone, che sono oggetto di predilezione da parte del Signore Gesù. Il contenuto del testo è un’eccellente testimonianza della continuità, nella Chiesa, della cosiddetta “opzione preferenziale per i poveri”, opzione che ho definito come una “forma speciale di primato nell’esercizio della carità cristiana”. Quando il Papa parla di opzione preferenziale per i poveri dice a tutti i cattolici che certe situazioni sono ingiustificate e improponibili in una società che si ispira ai valori cristiani. Per questa servono una politica e un’economia attente a garantire ad ogni uomo le condizioni essenziali per tutelare la sua vita e quella della sua famiglia con la dignità che deve caratterizzare la vita umana. Su questo punto Giovanni Paolo II è molto chiaro e, mentre denuncia un sistema, mostra la necessità di rifondarne un altro più coerente con i valori cristiani.

funge ancora oggi come una specie di filo di Arianna per orientarsi nel labirinto sempre vecchio e sempre nuovo della questione sociale, Pio XI affronta nella Quadragesimo anno una serie di questioni spinose come l’affacciarsi dei regimi totalitari e le pesanti limitazioni alla libertà in tutte le sue forme, compresa quella che minacciava di intaccare pesantemente la libertà religiosa. È sua la formulazione del principio di sussidiarietà, principio diventato il motore di una visione della società in cui ognuno può e deve fare tutto quello che è in grado di fare, senza che nessuno pretenda di sostituirlo, limitandone impegni e libertà. Pio XI torna più volte su questo punto che, mentre limita l’interventismo dello Stato, non giustifica neppure un assistenzialismo pigro

La nazione è malata ma pur sempre curabile, se siamo disposti a ripartire insieme proprio dalla Dottrina sociale della Chiesa e accomodato. Per tutti i cristiani, in particolare per i laici, è essenziale comprendere in profondità il senso della dottrina sociale della Chiesa, che emerge con grande chiarezza già dall’incipit della Populorum Progressio di Paolo VI, scritta a settanta anni dalla Rerum Novarum. Per un cattolico impegnato in politica la dottrina sociale della chiesa è un criterio ispiratore da cui non può prescindere nel suo agire personale e politico per varie ragioni, che possono essere così sintetizzate: ha valore come strumento di formazione umana e cristiana, perché mostra ad ogni persona, e alla società nel suo complesso, la perenne attualità del Vangelo; fa emergere l’importanza dei valori morali, fondati sulla legge naturale“scritta”nella coscienza di ogni uomo, tenuto a riconoscerla e a rispettarla; sollecita l’uomo a prendere coscienza della sua trascendenza, superando gli scogli di una materialismo con-

sumista, che potrebbe insinuarsi in tanti aspetti della sua vita, compresi quelli sociali, economici e politici; mette in evidenza come la Chiesa non possa rinunziare a far sentire la sua voce sulle res novae, tipiche della società moderna, proprio perché ha il compito di promuoverla. La fame, la miseria, la malattia, l’ignoranza sono piaghe che toccano tutti gli uomini. Il vero progresso o è di tutti o non è progresso, per questo la dottrina sociale della chiesa parla al cuore e all’intelligenza, alla coscienza e conoscenza, alla capacità organizzativa dell’uomo e alla sua capacità di trovare soluzioni condivise con tutti gli uomini di buona volontà

Se Leone XIII ha contribuito a orientare le politiche sociali a cavallo del XX secolo a Giovanni Paolo II è toccato il compito di marcare il cambiamento sociale agli inizi del terzo millennio. Tre sono le sue grandi encicliche sociali: la Laborem exercens (1981) e la Sollicitudo Rei socialis (1987), la Centesimus annus (1991). Il Papa traccia una sorta di teologia del lavoro, ma prima lascia ben chiaro come il lavoro possa essere per l’uomo una forma concreta di dolore e di sofferenza per le ingiustizie in cui si imbatte frequentemente: «Il lavoro è uno di questi aspetti, perenne e fondamentale, sempre attuale e tale da esigere costantemente una rinnovata attenzione e una decisa testimonianza. Nella sua analisi l’ingiustizia rappresenta una vera e propria patologia sociale che umilia gli uomini, ne offende la dignità, e genera sofferenza». Giovanni Paolo II davanti ad un tema dagli infiniti risvolti umani, politici e socio-economici, non vuole essere accusato di ingerenza, per cui puntualizza con chiarezza il compito della Chiesa: «Non spetta alla Chiesa analizzare scientificamente le possibili conseguenze di tali cambiamenti sulla convivenza umana. La Chiesa però ritiene suo compito di richiamare sempre la dignità e i diritti degli uomini del lavoro. Il lavoro come problema dell’uomo, si trova al centro stesso di quella ‘questione sociale’». In questo passaggio Giovanni Paolo II fa del lavoro la chiave interpretativa, in termini di metodo e di contenuto, dell’intera dottrina sociale della Chiesa, cogliendone l’unitarietà nella complessità delle sue sfaccettature. Non stupisce quindi che la Chiesa percepisca come un’autentica

emergenza educativa, oltre che sociale, una situazione in cui un giovane su tre stenta a trovare lavoro, o peggio ancora è decisamente disoccupato. I giovani perdono occasioni preziose per mettere in gioco i loro talenti, per svilupparli al servizio della società. Ma la società perde il contributo prezioso della loro creatività, delle loro energie morali, del loro entusiasmo. La perdita reciproca crea un tipo di lutto sociale che produce uno stato di depressione personale e collettivo. La Dottrina sociale della Chiesa per la sua intrinseca razionalità è accessibile a tutti gli uomini, compresi i non cristiani e i non credenti, ma è tra i cattolici che dovrebbe esprimere il suo più alto grado di forza persuasiva e di motivazione all’azione concreta, e ancor più tra i cattolici impegnati in politica. Non si tratta di fare politica ma di ricordare ai politici il senso della loro attività e l’indispensabile orientamento al bene comune, senza cedimenti di alcun tipo. Giovanni Paolo II, analizzando la questione sociale, si sofferma ripetutamente sugli aspetti etici, identificando precise correlazioni tra i vizi e difetti personali e le vere e proprie strutture di peccato che minano il benessere della società, sia a livello nazionale che internazionale: «A questa analisi generale di ordine religioso si possono aggiungere alcune considerazioni particolari, per notare che tra le azioni e gli atteggiamenti opposti alla volontà di Dio e al bene del prossimo e le «strutture» che essi inducono, i più caratteristici sembrano oggi soprattutto due: la brama esclusiva del profitto e la sete del potere col proposito di imporre agli altri la propria volontà». La questione etica sembra diventare in questo passaggio il cuore della dottrina sociale della Chiesa. Quando gli uomini perdono il baricentro morale delle loro azioni, inevitabilmente finiscono con lo scivolare verso quello che appare come un vero e proprio disastro etico, sempre incombente nella vita di una persona e di un Paese. Sono trascorsi almeno 20 anni da allora e le crisi economiche che si sono succedute in questi anni hanno creato nuovi spaccati di povertà, che toccano prevalentemente le famiglie numerose, gli anziani, i disabili, e a cui si sommano gli immigrati, con tutti i loro disagi e le loro sofferenze. La Chiesa da sempre è scesa in campo affianco di que-

Solo pochi anni dopo Benedetto XVI, facendo della Caritas in veritate la sua prima grande enciclica sociale, la dedica allo sviluppo umano integrale nella carità e nella verità.Vale la pena sottolineare ancora una volta la continuità tra le diverse encicliche, a conferma di un Magistero della Chiesa capace di rispondere all’esigenza dei tempi che mutano senza perdere di vista i suoi principi e i suoi valori. Anche in questo caso al centro dell’enciclica c’è l’uomo. Benedetto XVI cita tra i comportamenti da biasimare e da correggere la corruzione e l’illegalità, presenti sia nei Paesi ricchi che in quelli poveri, il mancato rispetto dei diritti umani di alcune multinazionali, gli aiuti internazionali distolti dalle loro finalità per irresponsabilità sia dei soggetti donatori che dei soggetti fruitori... L’esperienza del male, così come quella del bene è possibile in tutti i contesti e la lotta per realizzare il bene e correggere il male è il lavoro concreto che il cattolico impegnato a cercare il bene comune deve fare lungo tutta la sua vita. Non si può delegare né tutto al mercato, come fanno le economie a forte impronta liberale, né tutto allo stato, come fanno le economie a forte impronta socialista». I recenti dati Istat fotografano una situazione su cui la Dottrina sociale della Chiesa ha acceso i riflettori da oltre 120 anni, proprio a partire dalla Rerum novarum, per sollecitare gli uomini ad attuare le riforme necessarie a contrastare tutte le situazioni di privilegio e di malgoverno che rappresentano vere e proprie strutture di peccato. L’impegno dei cattolici in politica comincia proprio dal coraggio necessario per riformare la società in cui vivono, scoprendo sempre nuove forme di collaborazione tra di loro e con quanti condividono le stesse preoccupazioni in campo sociale. Anche di questo si parlerà lunedì prossimo nella sala del Refettorio a Palazzo San Macuto. Cattolici e cattolici a confronto, per provare a tracciare con un colpo di genio, un nuovo itinerario politico, che valorizzi le esperienze di tutti, ma le integri in un sguardo nuovo, rivolto a quel Paese malato descritto dall’Istat. Malato, ma pur sempre curabile se siamo disposti a ricominciare insieme proprio dalla Dottrina sociale della Chiesa, tenendo conto delle sue analisi e delle sue suggestioni, per trasformarle in proposte politiche concrete. Più e meglio di 120 anni fa…


mondo

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Obama lascia la Francia e vola a Varsavia, dove oggi incontra il presidente e il primo ministro per trovare un’intesa con la nuova realtà emergente dell’Ue: la Polonia

Il G8 vota la democrazia Gli otto Grandi stanziano un pacchetto da 20 miliardi per sostenere le rivoluzioni in corso nel Medioriente

di Vincenzo Faccioli Pintozzi li otto grandi, i leader delle otto nazioni più sviluppate al mondo, hanno votato per la democrazia. In effetti, più che votarla hanno deciso di sostenerla con un pesante fondo speciale. Parliamo di venti miliardi di dollari. Il presidente francese, Nicolas Sarkozy, ospite del summit dei G8 a Deauville, ha proposto un piano di aiuti da 40 miliardi di dollari per sostenere i Paesi della cosiddetta “primavera araba”, secondo quanto riferito dal ministro delle Finanze tunisino, Jalloul Ayed. Ma il suo sembra essere l’assolo finale, il colpo di coda di chi deve stupire a tutti i costi. Sulla carta, i leader del G8 hanno promesso 20 miliardi di dollari di aiuti alle nuove democrazie arabe nel corso del vertice in Francia, dando così il via libera a un programma che mira a incoraggiare il cambiamento in Africa del Nord e in Medioriente. Gli otto capi di Stato e di governo hanno concluso il loro summit di due giorni col lancio di una partnership per la regione che lega gli aiuti e i fondi allo sviluppo ai progressi verso la democrazia e le riforme economiche da parte degli Stati che hanno rovesciato i regimi autocratici. Da Deauville, località balneare della Normandia, i capi di Stato e di governo del G8 hanno detto che «sostengono con forza le aspirazioni della Primavera araba come quelle del popolo iraniano».

I leader riuniti “indicano” in maniera informale il ministro francese delle Finanze

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«I cambiamenti in corso in Medioriente e Nord Africa (Mena) hanno portata storica e hanno il potenziale per aprire la strada a una sorta di trasformazione simile a quella avvenuta nell’Europa centrale e dell’Est dopo la caduta del muro di Berlino», si legge nel comunicato finale. «In questo contesto, le banche impegnate negli aiuti multilaterali metteranno a disposizione oltre 20 miliardi di dollari, inclusi 3,5 miliardi di euro provenienti dalla Bei, per Egitto e Tunisia per il periodo 2011-2013 a sostegno dei processi di riforma». «I G8 sono già in grado di attivare un sostegno bilate-

Fmi, la Lagarde punta sulla rapida successione di Simone Carla nche se il parere del gruppo in sé non è in alcun modo vincolante, gli otto Grandi della Terra considerano ormai “cosa fatta” la designazione del ministro delle Finanze francese, Christine Lagarde, alla testa del Fondo monetario internazionale. O almeno così pare, dopo le dichiarazioni del Segretario di Stato Hillary Clinton che ha indicato nell’economista d’Oltralpe la “candidata naturale” al posto che fu del galeotto Strauss-Kahn. La Clinton ha appoggiato apertamente il ministro francese per coprire l’incarico: «In un ambiente informale e personale, io sono partigiano per dare alle donne qualificate l’opportunità di guidare le organizzazioni internazionali»

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so ha annunciato ufficialmente la propria candidatura in un’intervista al Financial Times. «Abbiamo bisogno di un’adeguata rappresentanza ai massimi livelli dell’organizzazione, sulla base del merito, da parte di diverse nazionalità e ambienti accademici» ha affermato Lagarde.

Tuttavia, il futuro va ancora decriptato. Infatti, sull’investitura pesa una possibile indagine per malagestione di un contenzioso chiuso nel 2007 con il finanziere francese Bernard Tapie, un costosto arbitrato che ora rischia di finire sotto i riflettori della magistratura. Che, secondo la Lagarde, è una “manovra politica”che punta a indebolire la sua candidatura, sulla base di una vicenda “totalmente vuota”. Entro il 10 giugno la Corte di giustizia della Repubblica dovrebbe decidere se avviare una indagine formale sulla Lagarde, già mercoledì scorso, annunciando la sua candidatura in maniera formale, il ministro aveva affermato di essere ”fiduciosa”, di avere la ”coscienza tranquilla” e che avrebbe mantenuto la sua candidatura anche in caso di avvio dell’indagine. Ora attacca la consistenza di queste ipotesi: «Il dossier è totalmente vuoto - ha detto in una intervista alla Radio 4 della Bbc - ed è chiaramente una manovra politica per indebolire la mia posizione e calare un’ombra su di me». «Quando guardo questo dossier e quello che è accaduto, tutto quello che ho fatto è stato in totale conformità e rispetto della legge - ha aggiunto la Lagarde - e aveva come unico obiettivo di servire al meglio gli interessi della Francia, e non di chi che sia». Secondo quanto emerso nei giorni scorsi da indiscrezioni di stampa, a far muovere la magistratura verso una indagine potrebbe essere il costo dell’arbitrato, che si chiuso con oltre 280 milioni di euro a favore di Tapie, e il fatto che la Lagarde non abbia ricorso in appello contro questa sentenza. Pesa anche molto il parere degli emergenti - Cina e India in primis - che fino a ora hanno dichiarato che “non vogliono un europeo”. Forse verranno convinti, ma bisogna aspettare il loro via libera.

Alla Bbc dichiara di «voler chiarire presto la situazione con gli emergenti, che hanno diritto a un posto di responsabilità all’interno del board» Christine Lagard, ministro delle finanze francese è fiduciosa di poter guidare il Fondo Monetario Internazionale e di fare un buon lavoro come direttore generale grazie alla propria esperienza professionale.

Come ha dichiarato in una intervista alla radio della Bbc, «so chi sono e cosa ho fatto in passato. So di potercela fare», ha detto, aggiungendo che per lei «sarebbe un grande onore e motivo d’orgoglio servire l’Fmi». Lagard ha assicurato che i Paesi emergenti, che hanno messo in discussione la sua candidatura alla guida del Fondo monetario internazionale, saranno adeguatamente rappresentati nelle posizioni di vertice dell’organizzazione. «Voglio trovare una soluzione a questa situazione», ha detto Lagarde, che mercoledì scor-

rale per far avanzare tale sforzo e danno il benvenuto all’intervento di altri partner bilaterali, inclusi quelli dell’area».

Oggi, si legge ancora, «il G8 lancia il “Partenariato di Deauville” insieme alla gente dell’area basato su obiettivi comuni per il futuro alla presenza dei premier di Egitto e Tunisia, Paesi in cui è nato il movimento, e il Segretario della Lega araba. Siamo pronti a estendere questa partnership anche a tutti i Paesi della regione impegnati in una transizione democratica. Questo partenariato sottolinea i valori comuni della libertà e della democrazia ed è basato sul rispetto della sovranità degli Stati e della gente la cui protezione è comune responsabilità dei governi». Ieri inoltre la Gran Bretagna ha annunciato lo stanziamento di un pacchetto da 110 milioni di sterline (127 milioni di euro) per sostenere la transizione alla democrazia in Paesi come la Tunisia e l’Egitto. Il programma quadriennale, con fondi proveniente da bilanci esistenti, sosterrà una maggiore partecipazione politica e il rafforzamento del ruolo della legge, hanno detto rappresentanti britannici. In un rapporto presentato al G8, il Fondo Monetario Internazionale ha riferito che le necessità di finanziamento esterno per i Paesi mediorientali e nordafricani importatori di petrolio raggiungeranno i 160 miliardi di dollari nei prossimi tre anni. L’Fmi ha detto di poter fornire circa 35 miliardi di dollari per contribuire a stabilizzare le economie dei Paesi ma che il grosso dei fondi deve veni-


mondo

28 maggio 2011 • pagina 27

Il nuovo «piano Marshall» può essere un’occasione anche per noi

Sul Mediterraneo l’Italia può ritrovare un ruolo

Rischiamo di rimanere ai margini dei grandi. A meno di non tornare a fare da “ponte” verso il Nord Africa di Francesco D’Onofrio a riunione del G8 che si è svolta a Deauville e che è terminata con una significativa decisione economica (un cosiddetto piano Marshall per Egitto e Tunisia), ha dovuto fare i conti con il nuovo contesto mondiale che non è ancora giunto ad uno stabile nuovo equilibrio, ma che ha comunque rappresentato e rappresenta una sfida sostanziale sia al vecchio equilibrio del G7, sia al G8, che sembrava definitivo all’indomani della sconfitta politica dell’Unione Sovietica. Occorre infatti avere presente che dalla seconda guerra mondiale in poi si è vissuta una lunga stagione di sostanziale contrapposizione tra area euro-occidentale (quella della Nato) e area sostanzialmente sovietica (quella del Patto di Varsavia, se vogliamo esprimerci in chiave europea). In quei lunghi anni il G7 si era infatti caratterizzato quale sostenitore del modello euro-atlantico di democrazia e di economia in alternativa – militare oltre che economica e politica – alla prospettiva promossa soprattutto dall’Unione Sovietica.

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re dalla comunità internazionale. La Banca Mondiale ha reso noto un nuovo finanziamento da 6 miliardi di dollari per Tunisia ed Egitto.

Lasciando dunque da parte le scene pietose con cui il presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi ha concluso la sua esperienza internazionale quegli attacchi alla magistratura sussurrati al povero Obama e la difesa delle proprie gesta in conferenza stampa - si è chiuso l’ennesimo vertice internazionale di portata relativamente non storica. Il G8 dovrebbe interrogarsi sul proprio ruolo, sulla propria necessità di esistere e sulla propria efficacia: ma questo è un discorso già fatto. In serata, il presidente americano Barack Obama ha lasciato le coste francesi per una ben più calda Varsavia. Nella capitale polacca, l’inquilino della Casa Bianca incontrerà venti leader dell’Europa centrale e dell’Est, nell’ultima parte del suo viaggio nel Vecchio Continente. Il summit, ospitato dal presidente polacco Bronislaw Komorowski, sarà dedicato all’esame delle riforme economiche avvenute nella regione negli ultimi decenni e a come potrebbero essere applicare ai Paesi del nordafrica che si sono ribellati ai regimi. Fra gli ospiti è prevista la partecipazione dei leader di Germania, Austria e Italia, oltre ai presidenti degli stati Baltici e Balcanici. Serbia e Romania hanno tuttavia minacciato di boicottare il meeting dopo che alla riunione è stato invitato anche il presidente del Kosovo, Atifete Jahjaga.

La Polonia, dunque, si afferma ancora una volta come il teatro più importante e il Paese più dinamico nello stantio scenario europeo. Da parte loro, i polacchi possono contare sulla presidenza del Parlamento europeo e, dal prossimo mercoledì, anche su quella dell’Unione.

Inoltre hanno portato avanti con successo un’ottima politica di integrazione e si sono ritagliati il ruolo di “testa di ponte” dei Paesi orientali all’interno dei Ventisette. Parlano con sicurezza e propongono una cooperazione economica non svilente per i lavoratori e abbastanza competitiva sul campo internazionale. Insomma, si pongono come una scommessa riuscita nell’ambito dei numerosi fallimenti del Vecchio continente. Il fatto che Obama abbia incluso Varsavia nel suo minitour europeo è l’ennesima consacrazione di questo abile gioco a scacchi con la diplomazia internazionale. Il ruolo polacco, insomma, è simile a quello che l’Italia avrebbe dovuto ritagliarsi con i Paesi del Mediterraneo. Ma l’inerzia dei nostri politici, la miopia della nostra società e l’assurda convinzione che essere “l’ultimo fra i primi” sia positivo hanno allontanato Roma dall’essere patrona dell’Africa settentrionale e del Vicino Oriente. Il ruolo, probabilmente, se lo spartiranno Franci e Gran Bretagna. Se non dovessero riuscirci - dato un passato colonialista che le rende invise ai Paesi in oggetto - non disperiamo: la Turchia è dietro l’angolo. E cerca ancora un’identità con cui entrare in Europa.

La fine di quest’ultima, all’indomani della caduta del Muro di Berlino, ha sostanzialmente dato inizio ad una stagione definita persino della “fine della storia”, nel senso non già che la storia non avrebbe più avuto svolgimento, ma nel senso (che lo stesso Fukuyama aveva indicato) dell’inizio di un periodo economico-politico e militare dominato di fatto dal modello euroatlantico. È in questo contesto che nasce il G8, con una sostanziale adesione della Russia al modello culturale e politico del G7. La grande crisi finanziaria iniziata nel 2007 mette invece in discussione proprio il primato euro-atlantico: non si tratta soltanto dell’emergere della Cina a livello di grande potenza mondiale, ma anche del ruolo nuovo che India, Brasile, Sud Africa, e forse altri Stati ancora, chiedono insistentemente in tutte le sedi internazionali nelle quali si discute appunto di un nuovo equilibrio mondiale. È come se il G8 non potesse più rappresentare un modello di coordinamento politico-economico anche per un futuro ragionevolmente ampio, e non fosse allo stesso tempo definibile un qualche soggetto sovranazionale sostituto autorevole del G8 medesimo in termini altrettanto ragionevolmente lunghi. Si è infatti parlato a lungo di una sorta di nuova leadership cino-statunitense nella quale un improbabile G2 dovrebbe prendere corpo in sostituzione appunto del G8; si è assistito al nascere – non si sa destinato a durare quanto – di un G20 molto lontano sia da questo ipotetico G2, sia dal G8 medesimo, a conferma del fatto che siamo in presenza di un sommovimento mon-

diale che concerne proprio gli equilibri economico-politici e militari nati all’indomani della seconda guerra mondiale (nella quale Stati Uniti e Unione Sovietica erano dalla stessa parte), proseguiti nel lungo periodo della cosiddetta Guerra Fredda (caratterizzata proprio dallo scontro tra Stati Uniti da un lato e Unione Sovietica dall’altro), e giunti ad una conclusione ritenuta molto stabile: quella del G-8 è stato pertanto un punto di arrivo molto significativo. Occorre a tal riguardo rilevare che nel passaggio dal G7 al G8 si può constatare una sostanziale continuità di ispirazione capitalistica in economia e democratica in politica quanto ai modelli di governo, sebbene l’esperienza russa di Putin non è in alcun modo comparabile alla evoluzione liberaldemocratica angloamericana.

La vicenda in atto pare per la prima volta porre in evidenza proprio una scissione fortemente voluta tra il contesto economico, che resta capitalistico, e quello politico che non è più necessariamente quello di tipo liberaldemocratico. Questa appare infatti la più significativa divergenza che caratterizza l’attuale fase mondiale e che conferisce pertanto una sostanziale ambivalenza allo stesso fenomeno della globalizzazione. Sono queste le ragioni che hanno reso particolarmente significativo l’intervento di Barack Obama a Westminster subito prima del vertice di Deauville: la ribadita affermazione di un primato culturale-politico angloamericano rispetto alle pretese di modifica sostanziale del modello medesimo che provengono da alcuni dei nuovi protagonisti della scena mondiale. È in questo contesto che va valutata anche la specifica posizione dell’Italia: avevamo fatto parte del G7 in un contesto nel quale la nostra posizione geografica ci rendeva determinanti; abbiamo partecipato al G8 ponendoci quasi da ponte tra il G7 e il G8 medesimo; rischiamo di scivolare pian piano verso il fondo del nuovo equilibrio mondiale, se non sapremo svolgere un ruolo significativo proprio nel Mediterraneo. L’orientamento del G8 per un cosiddetto piano Marshall per Egitto e Tunisia ci pone infatti di fronte ad una scelta radicale: svolgre un ruolo da protagonisti o vivacchiare persino quale una zavorra. Nel primo come nel secondo caso occorre decidere qual è l’idea di Italia che abbiamo in mente. Su questo si gioca anche il futuro equilibrio politico del nostro Paese, una volta esaurito l’equilibrio attuale, come le recenti elezioni amministrative hanno dimostrato, quale che sia il risultato conclusivo delle elezioni comunali a Milano e a Napoli.


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Ultime ore per Ratko Mladic in una cella di Belgrado: il Tribunale penale «pronto ad accoglielo, anche malato»

In viaggio per l’Aja Il governo serbo dà il via libera: il boia di Srebrenica sarà trasferito subito al Tpi di Antonio Picasso a cattura di Ratko Mladic rivanga emozioni collettive che i Balcani pensavano di aver archiviato. Solo nel pomeriggio di ieri, è giunto da Belgrado il nulla osta per l’estradizione, affinché il macellaio di Srebrenica compaia di fronte al Tribunale penale internazio-

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tus – non agevolerebbero la celebrazione di un processo. «Il nostro governo non ha motivo di fare ostruzionismo», dichiarava ieri un portavoce delle autorità serbe. La posizione di apertura, che per un primo momento si è temuto non giungesse, ha generato una catena di apprezzamen-

Il Paese è combattuto tra l’abbandonare il criminale al suo destino e, al contrario, ascoltare una grossa fetta di opinione pubblica, la quale è ideologicamente contraria a Bruxelles

nale dell’Aja (Tpi). Per buona parte della giornata, il governo Tadic non aveva sciolto la propria riserva. Al punto che si era creduto che avesse dato ascolto al legale della famiglia Mladic, per cui le condizioni di salute dell’imputato – 69 anni e vittima di un recente ic-

ti da parte degli addetti ai lavori. Prima fra tutti l’ex procuratore della corte dell’Aja, l’elvetica Carla Da Ponte, che in passato si è spesa per la cattura di tutti gli aguzzini della guerra di Jugoslavia. Del resto, le condizioni di salute del potenziale imputato valgono come una giustificazione di breve periodo. «Siamo in grado di farci carico di persone malate», ha sottolineato la portavoce del Tpi, Nerma Jelacic, precisando che la gran parte

degli imputati presso l’organo di giustizia sono trasferiti all’Aja «con patologie preesistenti». La Serbia è combattuta tra l’abbandonare il criminale al suo destino, sulla base di un disegno politico ed economico ben preciso (che si chiama Unione europea) e, al contrario, ascoltare una grossa fetta di opinione pubblica, la quale è ideologicamente disinteressata, se non esplicitamente contraria, a Bruxelles. In questo caso, l’orgoglio nazionalistico ha il sopravvento. È indubbio che la cattura di Mladic sia finalizzata ad accelerare il cammino per l’integrazione in Euro-

Manifesti per le strade di Belgrado per festeggiare l’arresto di Mladic. A sinistra il presidente serbo Boris Tadic. Nella pagina a fianco, il boia durante il trasferimento in carcere per le prime visite pa. Accelerare, tuttavia, non vuol dire concludere positivamente. L’andamento dell’economia nazionale resta il vero banco di prova per il Paese. Questo a prescindere da Mladic, dalla sua cattura o da un’eventuale condanna. Le istituzioni serbe hanno compiuto una mossa politica, all’insegna della trasparenza e

Per il generale Mini «è la rinuncia alla richiesta di un riconoscimento forzato del Kosovo la chiave dell’accordo con la Serbia»

«Così Belgrado paga il biglietto per Bruxelles» alla lista internazionale dei cattivi è stato spuntato un altro nome. Ratko Mladic dopo 15 anni di “latitanza” è finito in manette. L’anima nera della strage di Sebrenica – circa 8mila morti fin qui accertati – il regista della pulizia etnica a danno della minoranza musulmana in Bosnia, il generale al servizio dell’utopia della Grande Serbia, è stato probabilmente barattato da Belgrado in cambio dell’ingresso nell’Unione europea. E non è detto che lo scambio non sia vantaggioso per tutti.

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La cattura segue infatti un tempismo quasi perfetto, avviene alla vigilia della consegna di un rapporto della corte internazionale dell’Aja per la ex Yugoslavia. Niente di lusinghiero sicuramente e che avrebbe pesato come un macigno sul giudizio dei 27 per la pagella di Bel-

di Pierre Chiartano grado. Abbiamo chiesto a un grande esperto dei Balcani, il generale Fabio Mini già comandante della missione Nato in Kosovo, un parere sulla cattura del “macellaio” serbo e sulle conseguen-

guardano la sua figura di vertice e quindi che non potesse non sapere. O che non avesse preso misure preventive o repressive nei confronti di chi aveva commesso crimini. Maldic è dunque il

È un’ipotesi molto credibile che tra americani ed europei sia nata un’intesa sulla cattura del generale, visto il potere che gli Usa esercitano sul Tribunale per la ex Yugoslavia ze dirette dell’arresto di Mladic nel processo di stabilizzazione dei Balcani. «Da quando era stata costituita la Bosnia-Herzegovina e la Repubblica Serba, lui èstato il primo responsabile dell’esercito. Tanto e vero che molti capi d’accusa del Tribunale internazionale ri-

responsabilè militare. Affermare che fosse l’unico colpevole o un’anima nera è lavoro da psicologo. Non è il mio mestiere. Da militare dico che in quella situazione Mladic ha fatto quello che hanno fatto altri militari o civili in situazioni analoghe, commettendo esattamente

gli stessi eccidi e gli stessi crimini del generale serbo. Penso che sia una figura tristemente comunee presente in molti degli ultimi conflitti». Dunque un personaggio scomodo che poteva ben valer uno scambio per entrare nel salotto buono europeo.

«Mi sembra che ormai la situazione in Serbia si stia, bene o male, raffreddando. Poi mi sembra che l’Europa abbia rinunciato a metter il vincolo, per la Serbia, del riconoscimento dell’indipendenza del Kossovo. Quindi quel dossier rimane congelato e potrebbe andare avanti per secoli. Invece la Serbia, senza questo vincolo, si può sdoganare per l’ingresso in Europa. Mladic se non altro è servito a questo scopo». Insomma il generale sanguinario, dopo essere diventato un’icona per i nazionalisti, rischia di diventare un simbolo per tutta


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bia, di conseguenza, appare ancora sotto esame, da parte degli osservatori economici mondiali. Banca mondiale e Fondo monetario internazionale certo non si lasciano commuovere nel vedere Mladic in manette. Il secondo istituto, peraltro, ha prestato a Belgrado 4 miliardi di dollari nell’ultimo anno. Guarda caso l’ultima tranche della sovvenzione è stata elargita il mese scorso. Non è il ca-

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grado. Sostanzialmente, la Serbia in Ue fa comodo a tutti: ai serbi quanto agli investitori europei. Tedeschi in primis. Cosa ne pensa, però, l’elettorato nazionale? «Andiamo in Europa insieme!» ma anche «Per una Serbia forte e stabile». È con questi due slogan che il Partito democratico ha conservato la poltrona di Presidente della repubblica, nella persona di Boris Tadic appunto, alle elezioni del 2008. Si è trattato di due messaggi diametralmente opposti.

Uno ha cercato di bilanciare l’altro. Il cerchiobottismo era inevitabile. L’Italia, in tal senso, dovrebbe essere ben conscia delle fragilità culturali che animano ancora l’opinione pubblica del nostro vicino d’ol-

C’è il rischio che la vicenda del boia serbobosniaco resti, sul lungo periodo, arida di conseguenze, almeno per quelle sperate da Tadic. Secondo buona parte dei serbi, il boia è un eroe della buona volontà. Il loro auspicio è che il tutto si ripercuota, in modo favorevole, sulla reputazione nutrita nei loro confronto presso le cancellerie dell’Europa occidentale. Al momento è ciò che sta accadendo.

Tuttavia, c’è il rischio che la vicenda del boia serbo-bosniaco resti, sul lungo periodo, arida di conseguenze. Almeno per quelle sperate da Tadic. Belgrado non può dirsi uscita dalle secche della crisi che ha colpito i mercati che, fino a due anni fa, tentavano di arricchirsi velocemente grazie ai facili pro-

fitti finanziari. La Serbia si dichiarava un Paese emergente. È ancora valida questa accezione? Il crollo del mercato immobiliare si è fatto sentire anche nei Balcani. L’anno scorso, il Pil serbo è cresciuto dell’1,7%. Dopo la forte contrazione del 3,1%, registrata nel 2009. Altrettanto insufficiente appare l’incremento dell’export (+16%). Soprattutto se si guarda la disoccupazione, che abbraccia un quinto della forza lavoro nazionale (2,1 milioni complessivi). Il tutto ha inciso sui consumi interni e quindi sul tenore di vita collettivo. La Ser-

la Serbia se la sua cattura diventerà il biglietto per Bruxelles. Quindi non dovrebbero esserci contraccolpi interni. «Il Paese salvo una minoranza di estremisti vuole entrare nell’Unione, ha capito che l’Europa è la salvezza. Non solo perché è vicina all’America, ma perché riesce anche a distinguersi dagli Usa. Con Obama Washington si è molto avvicinata al Vecchio continente». Un fatto che evidentemente tranquillizza molto governanti e cittadini serbi. «Penso che la Serbia abbia capito che ha tutto il vantaggio nell’ingresso nella comunità europea e che dall’interno dell’Unione potrà togliersi anche qualche sassolino dalla scarpa.Tutti i Paesi ex satelliti dell’Urss che sono entrati sia nella Nato che in Europa sono quelli che oggi vincolano più di altri le scelte di Bruxelles. Contano molto di più dei Paesi principi. Germania e Italia fanno i loro giochi, ma se si mette in mezzo la Lituania o l’Estonia scatta il senso di colpa. E viene loro concesso molto di più del valore ponderale che esprimono».

La cattura di Mladic è l’antitesi dell’operazione fatta per acciuffare Osama

so di abbandonarsi alla malizia. Ciononostante, la coincidenza temporale tra i due fatti è sotto gli occhi di tutti. Per Tadic, uno stimolo di liquidi dall’estero val bene un criminale di guerra. Detto questo, in termini strutturali, quella serba è ancora un’economia in fase di aggiustamento, il cui percorso di privatizzazione – condicio sine qua non per l’ingresso in Ue – appare incompleto.

Ben più complesso è il quadro sociale. Nessuno, infatti, metterebbe in dubbio le buone intenzioni del governo di Bel-

tre Adriatico. Basta ricordarsi le immagini della partita Italia-Serbia dello scorso ottobre, per intuire le forti criticità socio-culturali che gravano sulla popolazione. Violenza nazionalista, ma anche violenza gratuita. Quindi criminalità organizzata. Il tutto incorniciato in un’idiosincrasia nel confronti delle istituzioni europee, bollate come filo-kosovare, sicché nemiche dell’orgoglio di Belgrado. Un sondaggio condotto dallo stesso governo serbo, ieri, parlava di un 51% della popolazione contrario all’estradizione di Mladic al-

l’Aja. Non c’è da stupirsi. Le istituzioni occidentali vengono erroneamente viste come un unico soggetto monolito. Questo significa che tra Nato, Ue e Corte penale internazionale non ci sarebbe differenza, agli occhi del cittadino medio serbo. E se la prima resta colpevole dei raid durante la guerra del Kosovo, nel 1999, le altre sono passibili di corresponsabilità. A comprensione di tutti i popoli balcanici, vanno sottolineate due cose.

L’ex Jugoslavia ha fatto da ultimo teatro di guerra europea dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi. La generazione nata in un periodo di pace, ancora adesso, ha solo dodici anni. Il passato locale di tragicità è estremamente prossimo. Stiamo parlando di Paesi che, per assurdo, stanno vivendo in un periodo corrispondente ai nostri anni Cinquanta. Con tutte le virtuosità e le contraddizioni di quell’epoca. Da questo emerge, inoltre, il desiderio di serbi, bosniaci e croati si fare effettivamente i conti con i propri mostri. In termini generali, gli anni in cui i Mladic e Milosevic venivano osannati come padri della patria sono sostanzialmente alle spalle. Tuttavia, i popoli locali non ammettono ingerenze straniere. A loro giudizio, se il boia di Srebrenica dev’essere giudicato, allora è giusto che il processo avvenga in Serbia. Perché i suoi crimini sono stati commessi nel cuore dei Balcani e non in un’agiata cittadina olandese. In questo senso, manca totalmente la disponibilità a sottostare a un codice internazionale. Il problema è che, così come l’Aja non è degna di essere riconosciuta per la sua sovranità transnazionale, altrettanto potrebbero esserlo le istituzioni di Bruxelles.

personaggi che si definivano serbi per fare fondamentalmente i comodi loro». La determinazione degli Usa a spuntare la lista dei cattivi, con ogni mezzo – a partire dall’uccione di bin Laden – non avrebbe giocato alcun ruolo, o esercitato alcuna pressione per il generale Mini.

bin Laden. Niente violenza o truppe speciali che si calano dagli elicotteri. Sembra quasi che fosse stata concordata. «Sapevano anche come prenderlo. Secondo me l’hanno avvertito prima, perché non c’è stata alcun tipo di resistenza o reazione. Da ciò che ho capito l’operazione è avvenuta in maniera tranquilla. Non se ne sono accorti nean-

che i vicini di casa». Forse era stato concluso un accordo preventivo con le autorità serbe. «Infatti non credo ci sia stato un patto con il Tribunale, ma con il governo di Belgrado penso di sì. Da un certo punto di vista, me lo auguro che ci sia stato un accordo. Significherebbe che il governo serbo possiede una certa autorità anche nei confronti di questi

«Non penso. Sono due vicende che hanno preso forma su piani differenti. Il punto chiave è secondo me che l’Europa non rompa le scatole alla Serbia imponendo il riconoscimento del Kosovo. Era ciò che voleva Martti Ahtisaari (diplomatico Onu di origine finlandese, ndr). Su questo punto credo che il presidente serbo Boris Tadic sia stato abbastanza chiaro. Probabilmente gli americani potrebbero aver tolto qualche riserva sul riconoscimento del Kosovo rendendo più facile la trattative con Bruxelles. In realtà il Tribunale dell’Aja è finanziato con soldi statunitensi, non è vero che sia un’istituzione con una struttura internazionale alle spalle. Quindi la volontà di Washington è determinante. È un’ipotesi molto credibile che tra americani ed europei sia nata un’intesa su questo punto».


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il personaggio della settimana Tre ori olimpici e tre primati: ritratto dello sprinter che al Golden Gala ha faticato molto per vincere

Bolt, il fulmine stanco Tre record mondiali e tre medaglie olimpiche, un passato da rivelazione e un futuro (forse) da calciatore: la vita dell’uomo più veloce della storia è piena di record e di leggende di Maurizio Stefanini a noi correre è una questione di cultura, come in Kenya per il mezzofondo. Da ragazzini voi sognate di diventare calciatori, noi sprinter». Usain Bolt si è presentato a Roma provenendo da un Paese come la Giamaica che di Roma ha appunto lo stesso numero di abitanti, ma che con quella popolazione così ridotta partecipando alle Olimpiadi solo dal 1948 ha vinto ben 13 medaglie d’oro, 25 d’argento e 17 di bronzo. Tutte nell’atletica leggera, eccetto una nel ciclismo. E 6 di queste 13 medaglie sono venute a Pechino 2008. E 3 di queste 6 le ha vinte Usain Bolt: 100 metri; 200 metri; staffetta 4 x 100 assieme a Michael Frater, Nesta Carter e Asafa Powell. «Il mio rientro in Giamaica dalle Olimpiadi di Pechino è un’esperienza che non dimenticherò mai. Esco dall’aereo e vedo tutte quelle persone che mi aspettano sotto la pioggia, e invocano il mio nome. C’erano tutti: il primo ministro, il capo dell’opposizione... Tutti. E poi balli e canti... Stupendo», ha ricordato. Usain Bolt ama in effetti confidarsi e spiegare, anche se ora con una biografia in dirittura d’arrivo per l’uscita ha un po’ iniziato a fare un minimo il reticente, per questioni di copyright. Ma il numero tre per Usain Bolt riguarda anche i record mondiali che detiene: staffetta a Pechino; 100 e 200 metri ai Mondiali di Berlino del 2009. Rispettivamente: 37”10, 9”58, 19”19. L’uomo più veloce del mondo. «È così veloce che una volta in una gara si è doppiato da solo», lo prende bonariamente in giro la Nonciclopedia. Lightning Bolt è il suo soprannome: Bolt il fulmine. Anche se giovedì sera, al Golden Gala, ha fatto un po’ fatica a superare l’amico-nemico Asafa Powell.

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Da ricordare che i 9”69 nei 100 metri li ha ottenuti malgrado abbia vistosamente rallentato la sua corsa in preda all’esultanza negli ultimi metri, correndo perfino gli ultimi passi con la scarpa sinistra slacciata. E che al record nei 200 metri ci è arrivato con -0,9 m/s di vento contrario. E che in quell’occasione Bolt ha anche fatto registrare la massima velocità media con partenza

da fermo mai raggiunta da un uomo (37,305 km/h). Due giorni più tardi vince la terza medaglia d’oro olimpica, stabilendo ancora un record mondiale: la gara è quella della staffetta 4x100. «Il mio tempo sui 100 metri era previsto da fisici e statistici americani per il 2030», ama ripetere. «Sono in anticipo di 22 anni? Bene, non mi pongo limiti». Non c’entra niente, perché Bolt è nato nel 1986 e ha iniziato a emergere nel mondo dell’atletica dal 2001, mentre l’omonimo personaggio dei fumetti della Marvel è stato inventato nel 1995. Ma è certo una coincidenza curiosa, che il Bolt supereroe sia appunto un mutante che ha la capacità di controllare e generare energia elettrica, emettendola in varie forme. Dall’usare scariche elettriche di vario voltaggio per fulminare i nemici, al creare un campi elettromagnetici che può usare come scudo o per levitare nell’aria, al controllare ogni dispositivo alimentato ad energia elettrica. Il Bolt vero e il Bolt finto, in modo diverso, ma entrambi signori del fulmine.

Ma quella che qualche giornalista sportivo ha definito “regola del tre” per Balt oltre a medaglie olimpiche e record mondiali riguarda anche le medaglie prese a Berlino: sempre 100, 200 e staffetta. È una specialità in meno di Jesse Owens: il nero degli Stati Uniti che alle Olimpiadi di Berlino del 1936 fece arrabbiare Hitler strappando ai suoi atleti ariani 4 medaglie, compreso il salto il lungo. E lo stesso record nell’atletica leggera è stato eguagliato solo nel 1984 a Los Angeles da Carl Lewis. Ma in effetti Bolt quando andava a scuola il salto in lungo lo praticava. A 12 anni però era già il più veloce della stessa scuola, e lui stesso racconta che la corsa gli evitò più volte qualche guaio. Figlio del fruttivendolo di una cittadina, dove crebbe con un fratello e la sorella circondato dal verde delle colline, Bolt era un ragazzino relativamente agiato, per questo a volte preso di mira da compagni provenienti da situazioni sociali e familiari più difficili. «Avevo forse 15 anni quando a scuola un bulletto, più grande di me di due o tre anni, mi sfida»; è un altro suo ricordo. «Vincere una corsa è un gran vanto. Per molto tempo lo evito, ma alla fine cedo. Tutta la scuola è lì a guardarci. Lui scatta in anticipo e prende un bel vantaggio: a 20 metri dal traguardo si volta per sfottermi ed è lì che

io lo supero. Da allora mi ha lasciato stare. Senza la corsa avremmo fatto a botte e le avrei prese».

Così si è dedicato alla corsa di velocità, in modo sempre più esclusivo. Ma spesso ha ripetuto che per il salto in alto ha qualche rimpianto, e l’attuale primatista della specialità Mike Powell ha sentenziato che con quel fisico comunque Bolt avrebbe una potenzialità da almeno 9 metri. Però, per ora tentenna. «Avrei bisogno di un paio d’anni di allenamento specifico per diventare realmente competitivo nel salto in lungo. Io sono uno sprinter. Con il salto non ho feeling e dovrei trovare un coach specializzato, mentre io sono felicissimo di allenarmi con Glen Mills». Una caratteristica peculiare che ha reso Bolt popolare è uno stile rilassato, abbastanza fuori norma per gli assilatissimi campioni di oggi. È rilassato in particolare nei confronti della dieta. «Non ho idea di quante calorie giornaliere abbia bisogno. La maggior parte degli atleti non mangia come me, ma la mia dieta prevede tutto ciò che mi pare». E, in particolare, ha una passione molto giamaicana per la danza, di cui ha anche lanciato una specie di moda. «Il mio gesto di esultanza è un passo di danza giamaicano che ho personalizzato», spiega. «Significa To the world, dalla Giamaica a tutto il mondo. È venuto per caso però ha attecchito: ho visto anche dei bambini giapponesi che lo facevano». E ama fare il disc-jockey, specie di musica reggae: attività in cui l’anno scorso si ha voluto cimentare a Parigi, e in cui si è ora esibito anche a Roma. «Mi piace molto stare in casa, giocare con la playstation o a domino con gli amici, e guardare la tv», confessa anche. «Posso solo dire che a me piace correre sempre più veloce. Magari dietro alle donne, anche se mi piace anche essere rincorso, di sicuro non scappo da loro. Diciamo che c’è un 50 e 50...». Ma questa disinvoltura non gli impedisce di applicarsi in modo coscienzioso. «Faccio una cosa molto bene, ma il talento non basta. È il primo insegnamento che mi ha trasmesso il coach. Puoi aver talento, ma se non lavori duramente non diventi un campione». Proprio richiamandosi a questa capacità di applicarsi, anzi, Bolt ha voluto rispondere alle ricorrenti accuse di doping che gli sono piombate addosso. Si sa, la Giamaica ha l’immagine di Paese


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della marijuana, quasi quanto noi veniamo legati a mafia, pizza e mandolino: e hai voglia a dire che la marijuana più che a farti correre più veloce di porterebbe a sdraiarti in mezzo al campo. È vero che ci fu il caso di Ben Johnson: che fu primatista mondiale dei 100 metri, campione del mondo del 1987 e medaglia d’oro alle Olimpiadi del 1988, ma poi saltò fuori il doping, e gli tolsero tutto; e lui si mise allora a allenare il figlio calciatore di Gheddafi al-Saadi, che quando poi venne in Italia al primo match che provò a giocare fu squa-

batteria dei 100 metri - si mise a sbraitare che era tutto truccato, dal momento che Bolt aveva corso i 100 metri in 9”92 senza preoccuparsi di scaldarsi e non mostrando segni di stanchezza a fine gara. Carl Lewis, invece, fece notare il modo in cui Bolt fosse passato in un anno da 10”03 a 9”69, e pure ricordò che tra gli atleti scesi sotto i 9”80 ben tre erano risultati positivi e uno era rimasto fuori per un anno. E però non è che fuori della Giamaica i controlli a Bolt non gliene abbiano mai fatti. E mai è saltato fuori niente di proibito o

Molti hanno espresso dubbi sui suoi tempi e qualcuno ha parlato di «doping» Ma senza alcuna prova lificato anche lui per doping. Ma Johnson fin quando vinceva era canadese, e solo quando saltò fuori lo scandalo il presidente del comitato olimpico canadese sui ricordò di dove quell’atleta naturalizzato era nato, e iniziò a dire che «per Giamaica e Canada è un brutto momento».

Stereotipi a parte, è però vero che la Giamaica non ha un’apposita agenzia nazionale anti-doping. Alle Olimpiadi di Pechino il corridore tedesco Tobias Unger - è vero in preda alla delusione per non essere arrivato alla seconda

fraudolento. «Le mie vittorie sono frutto del mio allenamento», ha dunque risposto il campione. «E chiunque voglia venire a controllare è il benvenuto».

Quarte medaglie e quarti primati, in compenso, Bolt potrebbe ottenerli sui 400 metri. Nel 2003 ebbe in effetti il record mondiale allievi della specialità, tuttora quella prestazione è al sesto posto assoluto in quella fascia di età, e dopo i mondiali del 2009 disse in effetti di volersi concedere due anni di allenamento sui 400 metri piani per stabilire il primato mondiale anche su questa di-

stanza. Se poi provasse anche la staffetta dei 4 x 400, arriverebbe a 5 medaglie. Se davvero volesse infine aggiungerci il salto in alto, si arriverebbe addirittura a sei. Un numero di gare cui mai nessun concorrente dell’atletica leggera olimpica si è mai cimentato, e che è stato finora praticato solo dai nuotatori e ginnasti. «Dove posso arrivare? Non lo so, ma ci provo sempre», è un altro degli aforismi di Bolt. «Posso fare tutto ciò che mi pare, però ho anche molte più responsabilità. Ci sono tanti ragazzi che mi seguono. Devo stare molto attento». Tra il ciò che gli pare, il campione di atletica leggera avrebbe addirittura in animo di passare al calcio. Anche qui, la Giamaica può suscitare per lo meno un sussulto in Italia, tra gli appassionati che ricordano le clamorose papere di un attaccante giamaicano arrivato in Italia a giocare nel Milan e che si chiamava Luther Blisset: che comunque in Inghilterra prima di venire da noi e anche dopo esserci tornato di goal e decine ne segnava, e dunque c’è forse il dubbio che il problema era il suo adattamento ai nostri climi. Ma in effetti da ragazzino Bolt aveva iniziato addirittura come promessa del cricket, ed era stato l’allenatore della squadra di cricket della sua scuola a notare le sue grandi dota da velocista, ed a consigliarli dunque di cimentarsi anche nelle corse. E amava praticare anche il calcio.

Dal 2003 è sotto contratto con la Puma, che ne ha fatto l’atleta più pagato in tutta la storia dell’atletica leggera. E altri soldi li prende da Gatorade, per la quale a Roma ha anche fatto da relatore a un convegno sul tema «L’importanza degli integratori nella pratica sportiva, quando lo sponsor migliora le performance». Ma a gennaio Bolt si è fissato una data per ritirarsi: le Olimpiadi di Rio de Janeiro del 2016. E dopo, ha detto, vorrebbe diventare calciatore professionista in Europa, «almeno per un paio di anni»: magari nel Manchester United, la sua squadra del cuore calcistico (quella del cuore cricketistico

Il velocista più pagato al mondo Usain Bolt è nato il 21 agosto 1986 nella parrocchia di Trelawny, Giamaica, provincia che ha come capitale Falmuth, da Jennifer e Wellesley Bolt. È cresciuto a Sherwood Contents, un villaggio circondato dal verde delle colline. Il suo grande talento atletico scoppiò subito, quand’era ancora un ragazzo. Sin da giovane, praticò diversi sport ma soprattutto il cricket. E infatti dopo essere entrato nella William Knibb Memorial High School, il suo allenatore di cricket notò le sue grandi doti di velocista e decise di farlo partecipare a gare di atletica leggera. Nel 2001, Bolt vinse la sua prima medaglia sui 200 metri nel campionato scolastico, con un tempo di 22”04. Nella sua prima competizione a livello nazionale, sempre nel 2001, ottenne una medaglia d’argento sui 400 metri piani, con 48”28. Nel 2002, nei mondiali juniores, Bolt ebbe la sua prima occasione per mostrare il suo talento a livello mondiale: nei 200 metri stabilì il suo nuovo record personale (20”61) e vinse la medaglia d’oro. Il passaggio al professionismo fu automatico. E da lì cominciarono i grandi successi: il 2005 fu l’anno del suo primo 19”99 che lo portò nei primi cinque del ranking mondiale. L’anno dopo scese a 19”88 e nel 2008, alla vigilia delle olimpiadi di Pechino, fece fermare il cronometro a 19”67: un tempo assolutamente strabiliante. Ma nulla, a confronto con il tempo record di 19”30 con il quale vinse poco dopo la medaglia d’oro alle olimpiadi cinesi. Proprio a Pechino, il suo mito esplose ben al di là dell’atletica e dello sport, grazie all’oro (e record mondiale) nei 100 metri con il tempo strabiliante di 9”69 otteunto malgrado l’evidente frenata nelgi ultimi metri di corsa; e grazie al terzo oro, quello conquistato con la staffetta 4x100 con l’ennesimo record mondiale 37”10. Divenuto uno degli atleti più pagati del mondo, la sua stella sportiva si è un po’ appannata dopo Pechino, a casua di una serie di acciacchi fisici che lo hanno portato a lungo lontano dal tartan. Proprio giovedì, a Roma, rientrava da un lungo stop.

è il Pakistan). E anche a Roma ha ricordato di seguire il nostro calcio e ha reso omaggio a Totti. Un esordio nel calcio professionista a trent’anni, sarebbe effettivamente da record. Ma non sarebbe il primo record che Bolt stabilisce, anche se è vero che finora per lui quest’anno non è che sia andato in modo particolarmente felice. Ma pur dopo 10 mesi di assenza, pur dopo aver riconosciuto di non essere al top e di essere addirittura «nervoso per la prima volta nella carriera pur dopo essermi allenato duramente e stando bene», al ritorno in pista ha subito regalato al pubblico del Golden Gala romano uno sprint emozionante, con 70 metri di rincorsa al connazionale Powell e una vittoria al fotofinish sul 9”91. Insomma, il fulmine saetta ancora, ma un po’ a fatica.


2011_05_28  

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