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mobydick ALL’INTERNO L’INSERTO DI ARTI E CULTURA

he di cronac

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • SABATO 21 MAGGIO 2011

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Il Cavaliere rompe il silenzio e invade le tv ma non riesce a mascherare la sua profonda crisi di leadership

Tutti gli errori di Berlusconi I dieci motivi che lo rendono ormai inadatto a governare l’Italia Dal 2006 a oggi ha collezionato un’incredibile sequenza di sbagli strategici e tattici che hanno messo lui e la nazione in un “cul de sac”. Perciò ora l’unica soluzione è lasciare il campo ad altri In migliaia in piazza contro il regime

Caos in Siria, Assad spara sulla folla: 27 morti

Polemiche per l’occupazione televisiva

Il disco rotto del premier: «Non daremo Milano agli estremisti»

di Antonio Picasso

Un altro venerdì di proteste nelle città. Si uccide a Dara’a e Homs. La Ue: «Nuove sanzioni»

Studio Aperto, Tg4, Tg5, Tg1 e Tg2: il presidente del Consiglio torna a parlare a reti unificate Gualtiero Lami • a pagina 3

IL TRAMONTO DEL PDL

CONTRADDIZIONI ISTITUZIONALI

Il duello sbagliato con Fini ha logorato lui e il Paese

Ma i ballottaggi sono figli del fallimento del bipolarismo

di Enrico Cisnetto

di Francesco D’Onofrio

a un lato, Berlusconi che dimezza i voti a Milano, dopo aver personalizzato la corsa della Moratti, segnale di una più generale sofferenza del Pdl che contagia la Lega e rischia di mettere in crisi il governo. Dall’altro, Fini che non riesce a dare un contributo decisivo per far decollare il Terzo Polo - nonostante l’evidente affanno del bipolarismo, che oltre alla più evidente crisi del centro-destra deve registrare le picconate che assestano al polo di centro-sinistra le vittorie dovute alla sinistra vendoliana e ai giustizialisti a Milano e Napoli - ed è costretto a prendere atto degli ennesimi abbandoni da Fli. a pagina 4

istituto del ballottaggio è parte essenziale del sistema elettorale maggioritario centrato su una singola persona a partire almeno dal ’93. Il cosiddetto referendum Segni aveva infatti puntato sostanzialmente sul voto disgiunto tra lista di partito e candidato sindaco, sì che al ballottaggio sarebbero andati esclusivamente due candidati sindaci. Si tratta idi un sistema elettorale diverso da qualunque sistema proporzionale che avesse proprio nella identità della lista di partito il fulcro sul quale costruire successivamente la stessa elezione del sindaco da parte probabilmente del consiglio comunale. a pagina 5

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L’editore Treves pubblica l’opera del Beato con la prefazione del Papa zadi Friday per la Siria. Il venerdì della libertà. Il nome scelto rimanda alla lingua kurda, visto che le prime manifestazioni di ieri, che si sono svolte a Damasco, hanno dato voce alle istanze della minoranza che abita le regioni interne del Paese. Nella mattinata, un migliaio di cittadini siriani, di etnia kurda appunto, si è riunito nelle strade della capitale. In realtà, non era atteso un loro coinvolgimento. Gli accordi presi, due mesi fa, tra il regime e i rappresentanti più moderati degli indipendentisti, avevano delineato la speranza che dalla crisi, almeno la questione kurda, potesse restare fuori. Il fatto che si sia inneggiato alla libertà fa temere il peggio. Cosa accadrebbe se anche il Kurdistan venisse contagiato dal desiderio di libertà e democrazia? a pagina 24

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«Vi spiego la svolta di Wojtyla» Ratzinger: ha ridato senso all’Alleanza tra ragione e fede di Benedetto XVI

Il ricordo di chi gli fu vicino

Quattordici encicliche: e il mondo cambiò

a prima enciclica, la Redemptoris hominis, è la più personale, il punto di partenza di tutte le altre. Sarebbe facile dimostrare che tutti i temi successivi si trovano anticipati in essa: il tema della verità e il vincolo tra verità e libertà viene affrontato secondo tutta l’importanza che ha, in un mondo che vuole libertà ma considera la verità una pretesa e il contrario della libertà. Lo zelo ecumenico del Papa si può già apprezzare in questo primo grande testo magisteriale. I principali tratti dell’enciclica eucaristica sono già esposti a grandi linee. a pagina 8

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I QUADERNI)

• ANNO XVI •

NUMERO

98 •

di Stanislaw Dziwisz Basta sfogliare le dense pagine e ci si accorge subito che le 14 encicliche di papa Wojtyla non si concatenano per la semplice successione cronologica, ma vi è sottostante un’idea geniale di regia, che le incastona come pietre preziose lungo le linee che uniscono 4 punti cardinali: Dio, il Mondo, la Chiesa, l’Uomo. a pagina 9 WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


L’assemblea di Fli ratifica le scelte del Terzo Polo

prima pagina

Fini: «A me nessuno potrà mai dire che fai mi cacci?» di Marco Palombi

ROMA. Ufficialmente Futuro e libertà si ricompatta. Praticamente non si sa. L’assemblea nazionale del partito di Fini, che s’è riunita ieri al Residence Ripetta di Roma, ha deciso di ratificare con soli tre astenuti la linea per i ballottaggi già decisa in sede di coalizione: niente indicazioni di voto, come aveva stabilito il presidente della Camera con Pier Ferdinando Casini e Francesco Rutelli. Il problema è che dei trecento membri che facevano parte dell’organo di governo futurista se ne sono presentati neanche due terzi e che Adolfo Urso e Andrea Ronchi, gli unici due volti noti del partito ad aver chiesto ufficialmente di appoggiare Letizia Moratti e Gianni Lettieri, se ne sono andati prima del voto. Anche Gianfranco Fini, forse per par condicio, ci ha ripensato rispetto alle intenzioni della mattina e non ha detto nemmeno mezza parola: d’altronde quel che fu il leader di An aveva incontrato a lungo proprio Urso nel suo studio di Montecitorio alla vigilia dell’assemblea, e quel che c’era da dire probabilmente se l’erano già detto. Il leader anzi ha rivendicato lo spirito democratico del suo partito: «Nessuno potrà dirmi “che fai mi cacci”». Come che sia il gruppo dirigente futurista è in larghissima parte sulla linea del capo, ieri spiegata alla sala da Italo Bocchino: «Niente appoggi a destra o sinistra. Questa è la linea e nessun dirigente, neanche usando il trucchetto di dire che parla da privato cittadino, può dire per chi voterà». Quanto alle richieste di Urso e Ronchi vengono respinte al mittente con un certo disprezzo: «Non faremo la ruota di scorta di Berlusconi», ha scandito fra gli applausi, «saremo determinanti alle prossime Politiche e Berlusconi non vincerà più».

Il fatto è che l’assise di Futuro e libertà ha sì adottato ufficialmente la linea del Nuovo polo, ma informalmente l’antiberlusconismo ha fatto premio su tutto: il Cavaliere è l’ossessione dei finiani, almeno quanto loro sono la sua. Niente appoggio a Pisapia o De Magistris, per carità, però «mica possiamo votare i candidati di Berlusconi, i candidati di un falso centrodestra», sostiene Carmelo Briguglio. Non fosse chiaro:“Liberare Milano”, titola il nuovo settimanale d’area, Il Futurista, su foto in controluce della Moratti. Fino all’apoteosi finale, quella di Nino Strano: Pisapia «ha idee nuove», come quella di trasformare la città nella «capitale del turismo gay, come San Francisco, che tanto ne ha beneficiato». Applausi e risate in platea, un accenno di buonumore compare anche sul volto di Fini, per il resto glaciale. Più contestato, invece, l’endorsement per De Magistris: «E’ fuori dagli schemi, o preferite votare per la banda Cosentino?». Urso, per tutto il tempo, resta immobile, Ronchi passa il tempo a smessaggiare col telefonino seduto a un tavolino all’aperto. Tale era la felicità di essere sopravvissuti a Silvio, tale la gioia di averlo almeno fatto perdere, che anche i più moderati, ieri, si sono lasciati contagiare dall’aria: «Berlusconi – dice l’ex Forza Italia Benedetto Della Vedova – si dedichi alle sue passioni senili e lasci la politica». Lo doppia l’irredentista triestino Roberto Menia: «Se perde Milano, magari Berlusconi rinsavisce e si fa da parte. E se va a sfogare le sue passioni senili ad Antigua, ci fa un piacere». Resta quel problema di Urso e Ronchi e più in generale di quanti, tra i futuristi, non amano questo partito post-partito, di destra ma sbarazzino al punto da accettare qualunque compagno di strada, cementato solo – pare – dall’odio per l’uomo di Arcore: «Cerchiamo di attenuare le categorie di falchi e colombe – chiedeva Fabio Granata – ma soprattutto chiudiamo con una categoria: quella dei colombi viaggiatori». Le voci di Transatlantico, però, danno Urso e Ronchi in uscita dal partito, se prima o dopo i ballottaggi si vedrà: sarebbe iniziata, si dice, la lenta transumanza di ex colonnelli e marescialli di An verso un approdo unitario, capace di garantirli in vista delle prossime, difficili trattative con la nervosa falange ex Forza Italia dentro al Pdl che si sta riunendo attorno a Claudio Scajola. La cosa non sembra preoccupare Fini che, sul far della sera, si faceva intervistare dal professor Alessandro Campi in quel di Pescara: «Ho fatto errori tattici, non strategici. E quel dito lo rialzerei». Comunque «se ci sono dissensi si esprimano: poi, come si fa in democrazia, si vota. Tutto può succedere, ma in Fli nessuno potrà dire a me Che fai, mi cacci?».

Perché Berlusconi è ormai inadatto a governare il Paese

I dieci errori che travolsero il Cavaliere Dal 2006 a oggi ha collezionato un’incredibile sequenza di sbagli che hanno messo lui e l’Italia in un “cul de sac”. Ecco quali di Errico Novi

ROMA. C’è un sottinteso che accompagna l’intera vicenda politica di Berlusconi. Ed è questo: accertata la sua indiscutibile vocazione per le campagne elettorali, è altrettanto chiara la sua incapacità a definire strategie di lungo periodo. Si è sempre ritenuto che la prima qualità (positiva) compensasse ampiamente il difetto. Di quest’ultimo dunque si è parlato poco. È rimasto lì appunto come un sottinteso. Ma ora l’equivoco non regge più. Con la sconfitta di Milano viene giù il mito dell’infallibilità berlusconiana nel marketing elettorale. E diventano alla fine più visibili i suoi limiti di strategia politica. Dire che adesso il re è nudo significa certificare questa storica debolezza del Cavaliere. Debolezza che lo mette di fronte all’estrema conseguenza dei suoi errori: ossia, un finale assai diverso, e più triste, rispetto a quello che lui immaginava. La sequenza degli errori commessi in questi anni è impietosa. E può essere riordinata così.

1) La svolta mancata nel 2006. C’è un momento, alla fine del quinquennio 20012006, quando manca poco alle elezioni politiche, in cui lo stesso Berlusconi accarezza una possibilità: fare un passo indietro, impiegare le sue energie per costruire piuttosto il partito unitario del centrodestra, premiare chi come Fini e Casini è

stato con lui, consegnare ad altri dunque la guida politica e la candidatura a premier, aprirsi davvero la strada per il Colle. Ci pensa, ascolta pareri, viene anche incoraggiato a compiere il passo, poi fa diversamente. Si può capire l’orgoglio, che induce il Cavaliere a ripresentarsi per Palazzo Chigi e a dimostrare che il suo quinquennio non era stato fallimentare. Ma già in quel momento Berlusconi si lascia vincere dal puntiglio della sfida contro tutti, del referendum su se stesso. E al di là delle circostanze che gli negano di poco la vittoria, non riuscirà più a liberarsi di quell’ossessione per la scommessa personale.

2) L’unità nazionale lasciata cadere. Sconfitto per 24mila voti, Berlusconi vede uno spiraglio per inchiodare Prodi: chiede un governo di unità nazionale. Sbaglia a però a non fare di quella richiesta il suo punto fermo, la sua bandiera. E avvalora il sospetto di averla proposta solo perché energicamente sollecitato da altri. Sottovaluta soprattutto una cosa, che avrebbe dovuto cogliere già prima del voto: il Paese non è più in grado di sopportare la guerra civile tra gli opposti schieramenti. Non ne può più del conflitto permanente che trasforma gli schieramenti politici in trincee. Ha bisogno di una nuova stagione fondata su un atto di pacificazione. Ma è


«Non daremo mai Milano agli estremisti» Ennesimo monologo del premier, che ha invaso, tra le polemiche, tutti i telegiornali di Gualtiero Lami

ROMA. Una settimana di silenzio (compreso quello imposto alla vigilia del voto) trascorsa senza produrre particolari novità nella strategia elettorale di Berlusconi. Il premier torna a riprende il filo della propaganda esattamente dove l’aveva lasciato: «Non consegneremo Milano alla sinistra», «l’alleanza tra Pdl e Lega è l’unica che può garantire un governo stabile», «l’unica verità è che il Pdl resta il primo partito». Come se niente fosse: paura del nemico somministrata con la consueta generosità, dichiarazioni rassicuranti come se la roccaforte del berlusconismo non fosse mai caduta, promessa di vittoria. Il tutto affidato a una vera e propria raffica di interviste ai Tg: prima all’edizione tardopomeridiana di Studio aperto, quindi a Tg5, Tg1 e Tg2. I giorni trascorsi nel silenzio restituiscono dunque un Berlusconi non diverso dal solito. La strategia per tentare di risalire la china è quella di sempre: paura, indice puntato contro il pericolo comunista.

C’era attesa per capire come il Cavaliere si sarebbe riaffacciato sulla scena pubblica.Il silenzio aveva suscitato curiosità Persino avvalorato l’ipotesi di una svolta. Magari di una trattativa con Bossi per aprire la strada a un nuovo governo guidato da Tremonti. Il rifiuto di commentare il risultato delle amministrative era stato interpretato come il segno di uno sconcerto irrecuperabile, per il presidente del Consiglio. Un trauma da cui non sarebbe riuscito a riprendersi. C’era dunque curiosità sulla sua ricomparsa e per i toni che avrebbe usato. Ma pur senza dare l’impressione di aver assorbito il colpo senza traumi, Berlusconi non si è prodotto in annunci eclatanti. «Il dato di Milano ci dice che i milanesi non hanno premiato né il Pd né il Terzo polo: il risultato vero e’ che il Pdl resta il primo partito in Italia e che l’alleanza Pdl-Lega e l’unica in grado di esprimere un governo stabile e credibile. A sinistra predominano gli estremisti e dunque non c’è nessuna possibilità che esista una maggioranza alternativa alla nostra». Poi però la diagnosi si fa meno elusiva: «Quello di Milano è stato un risul-

tato inaspettato. Che ha condizionato l’analisi complessiva del voto». Qui il Cavaliere parla al Gr1. Quindi una precisazione: «I moderati di Milano avrebbero potuto votare per il ’Terzo Polo’ e invece hanno scelto il Pdl confermandolo come prima forza politica della città».

L’alleanza che fa capo a Casini, Rutelli e Fini, dice il Cavaliere, «si è dimostrata irrilevante. L’Udc va bene solo quando si presenta con noi». Incoraggiamenti a Letizia: «Ho parlato a lungo con lei, mi sembra molto determinata a recuperare il risultato di Milano. Vuole parlare con i cittadini per spiegare tutte le cose che sono state fatte». Arriva un annuncio: «Verrà presentato presto l’elenco delle 100 cose fatte e delle 100 cose da fare per Milano. La Moratti vuole togliere l’ecopass mentre il suo avversario non solo lo vuole lasciare, ma addirittura lo vuole aumentare». Ce n’è anche per De Magistris: «A Napoli il risultato del Pdl è buono se si considera che occorreva scardinare un sistema di potere e clientele che ha gestito in modo disastroso per 18 anni la città e il territorio e che si è tutto schierato a sostenere il candidato dell’Italia dei Valori». Il quale «è una copertura per difendere il vecchio sistema». Lettieri invece «ha soluzioni nuove e concrete per risolvere il dramma dei rifuti non per un giorno ma per sempre». Quali? «La soluzione è la raccolta differenziata e il nuovo termovalorizzatore, ma la sinistra lo rifiuta, è ancora una volta la vecchia cultura del no, invece noi vogliamo che Napoli torni ad essere capitale europea, una città vivibile e sicura». Una lunga sequenza di frasi pensate per la campagna elettorale. Un impatto a media unificati che non lascia però indifferenti gli avversari. Bersani polemiz-

Attacco al Terzo Polo: «I milanesi non lo hanno premiato. Il dato vero è che il Pdl è ancora il primo partito»

chiaro che il maggior responsabile dell’errore è Prodi. E il suo centrosinistra, assolutamente miope nel non cogliere l’urgenza di una nuova fase: occupa tutte le cariche possibili. Anche la presidenza della Repubblica, ma almeno in quel caso ex malo bonis: al Quirinale arriva un uomo della statura istituzionale di Napolitano

3) La scorciatoia del predellino. È la fine del 2007 quando Berlusconi manda per aria il suo grande progetto, quello che dovrebbe consentirgli il fair ending: anziché costruire un vero grande partito, anziché tradurre la sua forza carismatica in un progetto politico che duri per sempre, si rifuguia nel marketing elettorale. Fa nascere un Pdl che in realtà sconfessa l’idea del grande partito unitario dei moderati. 4) La rottura con Casini. Comunque sia nata ’idea, il Cavaliere commette un altro errore fatale nell’espellere Casini dall’alleanza. Rinnega così quanto di politicamente significativo aveva lasciato intravedere con la Casa delle libertà, cioè la volontà di essere un leader federatore. Berlusconi tradisce quell’idea e comincia a procedere per esclusioni. Trascura oltretutto la crucialità di un soggetto politico come l’Udc, che rappresenta la tradizione del centro cattolico moderato. Tradizione che politicamente vale molto di

più del 4-5 per cento di consensi elettorali attribuito in quel momento a Casini. Nel compiere l’errore è agevolato da una Chiesa che lo asseconda in un silenzio sorprendente.

za dicendo che «non siamo in Bielorussia», poi lo sfida: «Se Berlusconi vuole andare in tv, a Ballarò o dove vuole lui andiamo lui ed io: va benissimo. Sennò al mio posto vanno De Magistris, Pisapia, gli altri candidati, perché stiamo parlando di comuni: questa è la nostra posizione».

Si ritorna all’analisi del risultato di Milano: Inaspettato, dunque, ma «possiamo vincere». Perché, dice Berlusconi sempre al Gr1, «noi siamo stati sfavoriti da una maggiore astensione del popolo dei moderati ed è da questo dato che dobbiamo ripartire». La sorpresa di Pisapia è stata notevole, spiega, anche «considerando tutti i sondaggi da qualunque parte richiesti, e», appunto, «ha condizionato tutte le analisi e i commenti di un primo turno che invece per il Popolo della libertà è stato soddisfacente». Ulteriore, necessaria precisazione: «I risultati elettorali ognuno li interpreta a proprio piacimento, ma io trovo sinceramente paradossale che il Partito democratico canti vittoria, visto che ha ottenuto un dato nazionale che non è certo esaltante: è sceso al 21,86 per cento con una perdita secca di quasi il 5 per cento rispetto alle precedenti elezioni comunali, rispetto alle politiche ha perso addirittura il 13 per cento». A rispondergli provvede anche Francesco Rutelli: «Gli elettori del Terzo Polo, determinanti con la loro scelta per i ballottaggi di Milano e Napoli, accoglieranno male l’espressione arrogante del premier Berlusconi nei loro confronti». Lui, il Cavaliere, dice dunque che non scomparirà più, ci sarà «ogni giorno» come «cittadino di Milano» e come «leader del Pdl». Resta da vedere se davvero la Moratti se ne sentirà incoraggiata.

un altro partito. L’errore viene aggravato dall’espulsione di Fini. Cioè da un ulteriore difetto di visione: non saper cogliere la funzione anti-Lega che proprio Fini potrebbe assumere. Anziché favorirne il ruolo equilibratore, Berlusconi si sbarazza anche del presidente della Camera e si consegna definitivamente alla Lega.

5) L’annessione di An. Fino a quel momento Berlusconi ha guidato un partito di sua proprietà come Forza Italia. Commette una leggerezza: pensa cioè di potersi annettere An senza considerare il forte carattere identitario di quel partito. Sottovaluta i problemi che possono derivare da una simile forzatura. Ma stavolta complice dell’errore è Fini, che acconsente al processo di scioglimento.Vero è che una parte di An già si riconosce nel Cavaliere e quasi per nulla in Gianfranco. Ma c’è un’altra metà del partito che non la vede così.

Casini gli concede un’insperata opportunità di rimediare agli errori precedenti con l’offerta di un governo di responsabilità nazionale. Berlusconi si fa sfuggire l’occasione, commette l’ennesimo errore. Pensa di poter assorbire l’Udc con l’offerta di un paio di poltrone, senza rendersi conto che sono altre le regole a cui la politica obbedisce.

6) Il potere a Bossi. Non si rende con-

8) La trappola dei responsabili. L’in-

to che tutta l’operazione ha un inevitabile punto di caduta: consegnarsi completamente alla lesadership della Lega. Il predellino, la rinuncia a Casini, l’annessione di An, portano a una semplice e ovvia conseguenza: l’unico soggetto politico dotato di autorità e potere di condizionamento resta il Senatùr. Il Cavaliere, inventore e quasi proprietario del centrodestra, alla fine del giro si autocondanna ad essere il subordinato di

ganno drammatico dell’ultimo Berlusconi è nella scelta di affidarsi a un’eterogenea aggregazione di transfughi, ribattezzati responsabili. Grazie a loro riesce a ottenere la fiducia nel voto del 14 dicembre. Non si rende conto, però, il Cavaliere, di rappresentarsi esattamente secondo gli schemi di quella che lui stesso definisce «la vecchia politica». Strapuntini in cambio di sopravvivenza al potere. È la certificazione plastica che la

7) Un altro no al governo di unità.

pretesa rivoluzionaria del Cavaliere è naufragata nel nulla. Niente riforma fiscale, niente scommesse sul nuovo welfare, solo i peggiori espedienti della Prima Repubblica. È qui che il Cavaliere tradisce se stesso e dunque il suo elettorato. Da qui, soprattutto, nasce la sconfitta nella sua Milano.

9) Il silenzio tardivo. Solo dopo la batosta subita dalla Moratti capisce che non è più tempo di barzellette, lazzi, battute e insulti alle istituzioni repubblicane. Troppo tardi. Ci voleva una sconfitta fatale come quella di Milano per ricondurlo al silenzio. Certo è che la consapevolezza di dover tacere per non procurare danno certifica da sola la fine di una vicenda politica. 10) L’inutile resistenza. Dopo aver scaricato su Casini e Fini ogni possibile colpa, dopo aver cercato di minimizzare la sconfitta e divagato sulle percentuali altrui, ora Berlusconi pretende, con Bossi, di allargare la maggioranza ai moderati. E commette il suo nuovo errore, perché non capisce che a questo punto non c’è altra strada che quella delle sue dimissioni e un governo di unità nazionale. Quello di cui il Paese aveva bisogno già nel 2006, all’inizio di questa lunga, ininterrotta catena di errori.


pagina 4 • 21 maggio 2011

l’approfondimento

Ministoria di un “conflitto sbagliato” che sta logorando l’intero Paese e dagli esiti incerti per entrambi i protagonisti

I duellanti

Da quando si sono “separati”, Fini e Berlusconi vivono un’evidente crisi politica. Il governo si è fermato. E si è aperta una stagione di scontri e veleni. Chi potrà dire alla fine di avere avuto ragione? Solo la nascita della Terza Repubblica darà la risposta di Enrico Cisnetto a un lato, Silvio Berlusconi che dimezza i voti di preferenza a Milano, dopo aver personalizzato e politicizzato la corsa a sindaco della Moratti, segnale di una più generale e grave sofferenza del Pdl che contagia anche la Lega e rischia di mettere in crisi il governo. Dall’altro lato, Gianfranco Fini che non riesce a dare un contributo decisivo per far decollare il Terzo Polo – nonostante l’evidente affanno del bipolarismo, che oltre alla più evidente crisi del centro-destra deve registrare le picconate che assestano al polo di centro-sinistra le vittorie dovute alla sinistra vendoliana e ai giustizialisti a Milano e Napoli – ed è costretto a prendere atto, con Ronchi e Urso, degli ennesimi abbandoni di esponenti della prima ora del Fli.

D

Se si dovesse tracciare un bilancio del divorzio BerlusconiFini un anno dopo (per l’esattezza 13 mesi se lo facciamo decorrere dal 22 aprile 2010, il giorno del famoso “che fai, mi cacci?”, meno di dieci mesi se partiamo dal 30 luglio 2010, quando fu decisa l’espulsione dal Pdl dell’ex leader di An), certo non potrebbe essere favorevole per nessuno dei due. Alessandro Campi, un intellettuale intelligente che è stato vicino a Fini nella fase calda ma poi se ne è allontanato, sostiene che chi ci ha rimesso di più è il premier. Altri, al contrario, pensano che Fini si sia giocato le chances che aveva di vestire i panni dell’erede, e per questo paghi lui il prezzo più alto. Io, invece, propendo per un pareggio se parliamo di conseguenze, mentre attribuisco il grosso delle responsabilità a Berlusconi se parliamo

delle dinamiche che hanno portato alla rottura. Comunque, un cattivo affare per tutti. Dalle parti del premier dicono: non c’erano alternative, la rottura è la conseguenza di un disegno di Fini per far fuori Berlusconi. Supponiamo, per un momento, che le cose siano andate davvero così, senza tener

Il brutto risultato di Milano dimostra una grave sofferenza del Pdl

conto della campagna che alcuni organi di stampa fecero nei confronti del presidente della Camera.

Ma perché mai il presidente del Consiglio – forte di una maggioranza senza precedenti in parlamento, di una presa sul partito da padre-padrone e di

un rapporto con l’alleato Bossi a prova di bomba – avrebbe dovuto far fronte al “nemico” necessariamente mettendo mano alla pistola? Se in quella famosa direzionale nazionale del Pdl il premier avesse risposto alle critiche fattegli da Fini non con parole di stizza e di rottura («se vuoi fare politica dimettiti da presidente della Camera», fu la sintesi di 6 minuti di replica del Cavaliere) bensì con un gesto di ridimensionante inclusività (tipo: «siamo un grande partito, c’è spazio per tutti; Gianfranco con il suo discorso ha segnato la nascita di una corrente che accogliamo nel partito e a cui verrà dato il peso che saprà conquistarsi»), le cose sarebbero andate in modo assolutamente diverso, e ben più favorevole al “più forte”. Al contrario, Berlusconi con quella reazione da “hai leso la mia


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La rigidità nazionale dei due schieramenti finisce col prevalere sulla specificità amministrativa locale

Questi ballottaggi sono figli di un bipolarismo già fallito La scelta di non dare indicazioni di voto per uno dei candidati è dunque aspetto fondamentale di una linea che ne prefigura il sostanziale superamento di Francesco D’Onofrio istituto del ballottaggio è parte essenziale del sistema elettorale maggioritario centrato su una singola persona a partire almeno dal 1993. Il cosiddetto referendum Segni aveva infatti puntato sostanzialmente sul voto disgiunto tra lista di partito e candidato sindaco, sì che al ballottaggio sarebbero andati esclusivamente due candidati sindaci, a condizione ovviamente che nessuno avesse ottenuto al primo turno la metà più uno dei voti. Si tratta in sostanza di un sistema elettorale radicalmente diverso da qualunque sistema proporzionale che avesse proprio nella identità della lista di partito il fulcro sul quale costruire successivamente la stessa elezione del sindaco da parte probabilmente del consiglio comunale. Si tratta pertanto di un sistema elettorale sostanzialmente bipolare con forte caratterizzazione personalistica del candidato sindaco. La legge elettorale oggi vigente stabilisce questo sistema per i Comuni che abbiano più di quindicimila abitanti, laddove per i comuni minori vige un sistema a turno unico, certamente maggioritario. È opportuno aver presente che la coeva legge siciliana per la elezione dei sindaci non prevede il voto disgiunto, e rende necessaria la previa indicazione di metà della giunta comunale da parte di ogni candidato sindaco, pur mantenendo l’elezione diretta del sindaco

L’

nali e le Regioni medesime non stabiliscano soluzioni anche diverse da quella nazionale, e non si è certamente realizzata per quel che concerne il governo nazionale. La partecipazione ai ballottaggi da parte di chi non risulta concorrere al risultato medesimo comporta pertanto, come fatto del tutto normale, la preventiva indicazione del candidato da sostenere al ballottaggio, e se del caso

Convergere su uno sfidante comporta la sostanziale accettazione di questo sistema malato l’apparentamento medesimo con quello dei due candidati con il quale si realizza l’intesa.

Accettazione del bipolarismo da un lato, limitato agli schieramenti che concorrono ad esprimere i partecipanti al ballottaggio medesimo, ed accet-

candidati sindaco al ballottaggio comporta pertanto la sostanziale accettazione di questo specifico bipolarismo personalizzato. La scelta di non dare indicazioni costituisce di conseguenza un aspetto fondamentale di una linea politica che, nel respingere questo bipolarismo, ne prefigura il sostanziale superamento in un contesto elettorale diverso, quale potrebbe certamente essere persino il sistema elettorale nazionale vigente che si fonda su due distinti premi di maggioranza – l’uno alla Camera, l’altro al Senato – con conseguenze particolarmente significative per quel che concerne il governo stesso dell’Italia che – in base alla Costituzione vigente – resta un sistema fondato sulla fiducia al Governo da parte di entrambe le Camere.

La seppur impropria denominazione di “Terzo Polo” costituisce pertanto una sorta di traduzione dell’orientamento politico del Nuovo Polo: non si tratta pertanto di pura questione terminologica, ma di una vera e propria questione politico-istituzionale. La vicenda elettorale che si concluderà dunque con i ballottaggi fa parte in qualche modo di una ipotesi istituzionale che è rimasta vigente soltanto per l’elezione di sindaci e di presidenti di Provincia: questa molteplicità di sistemi elettorali – l’uno locale; l’altro regionale; l’altro nazionale differenziato per Camera e Senato; l’altro infi-

I due candidati a sindaco di Napoli, De Magistris (a sinistra) e Lettieri (a destra). Nella pagina a fianco, Fini e Berlusconi (in alto) e Letizia Moratti (in basso)

medesimo ma con la sua maggioranza, e disponendo il ballottaggio tra i due candidati che siano espressione delle due più alte minoranze. La spinta al bipolarismo personalizzato rappresentava pertanto una scelta di ordine istituzionale prima ancora che elettorale.

Questa scelta non si è realizzata compiutamente né in riferimento al sistema elettorale regionale nazionale vigente fino a quando gli Statuti regio-

tazione della soluzione personalistica della elezione del sindaco, rappresentano pertanto i due punti di politica istituzionale generale che come tale finisce quasi con lo schiacciare la specifica realtà locale che è chiamata di volta in volta a scegliere i propri amministratori comunali: la rigidità nazionale dei due schieramenti finisce infatti con il prevalere sulla specificità amministrativa locale di volta in volta interessata al voto. In questo contesto la scelta tra i due

ne per la elezione italiana al Parlamento europeo – è in qualche modo la prova di una febbre istituzionale che continua da almeno diciotto anni, e che concorre pertanto all’uso improprio di una terminologia – quella del “Terzo Polo” – tipicamente bipolare personalizzata, ed in qualche modo anticipa quella del Nuovo Polo, che tende ad un sistema istituzionale anche nuovo rispetto al vecchio sistema proporzionale vigente nella cosiddetta Prima Repubblica.

maestà”, ha finito col dare il via ad una lunga stagione di veleni di cui, come ben si vede – per la verità anche prima delle amministrative – è il primo a pagare le conseguenze. Da quel momento il governo si è fermato (già andava pianissmo), e il ritmo della vita politica è stato esclusivamente scandito dallo scontro, prima interno e poi esterno al Pdl, con Fini e il suo nascente partito.

Da aprile a luglio solo rissa interna, poi l’espulsione e in agosto prima delle ferie l’amara constatazione che ben più che su una decina di parlamentari Fini poteva contare. Quindi la nascita del Fli, l’attenzione mediatica quasi spasmodica sull’appuntamento di Mirabello, la costruzione del tentativo di sfiduciare il governo fallita il 14 dicembre. E infine l’affannoso recupero di parlamentari con la nascita del patetico raggruppamento dei cosiddetti Responsabili, l’apertura sempre per mano di giornali amici di un altro caso di presunto tradimento (Tremonti), nuovi e crescenti problemi con la Lega, e così via fibrillando fino alle elezioni e al dazio politico pagato a Milano e non solo. Come poteva pensare, Berlusconi, che tutto questo non gli avrebbe procurato danno? Cosa credeva di aver ottenuto facendo fuori Fini? «Solo macerie», sintetizza Campi, ricordando come proprio su i due principali j’accuse di Fini oggi il premier sia in difficoltà: troppo leader e troppo poco il partito; l’eccessiva subordinazione politica alla Lega. Difficile dargli torto. Ma, nello stesso tempo, come non vedere le difficoltà del percorso dello stesso Fini, che ha in mano un partitino dal presente incerto – non solo per le fughe di molti aderenti, ma anche per evidenti incertezze di linea politica – e dal futuro ancor più carico di incognite, e che soffre di una caduta d’immagine cui ha certamente contribuito la “macchina del fango” che lo ha investito, ma a cui ha aggiunto del suo non capendo che le dimissioni dalla presidenza della Camera avrebbero dato al Fli ben altra credibilità. Ora, poi, deve fare i conti – non solo lui, naturalmente, ma certo lui più di Rutelli e Casini – con una partenza del Terzo Polo che ha mostrato limiti evidenti. Insomma, anche a lui il divorzio da Berlusconi è costato non poco. Certo, per entrambi è ormai troppo tardi per “metterci una pezza”. Ma almeno ascoltare da entrambi qualche considerazione autocritica su come si sono svolti i fatti e sui prezzi pagati, sarebbe il segno di una comprensione che può aiutare a far fare al Paese un passo in avanti sulla strada di una transizione verso la sempre più necessaria e urgente Terza Repubblica. (www.enricocisnetto.it)


diario

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Bialetti vende: agli indiani

Istat, aumentati ordini e fatturato

MILANO. Bialetti ha siglato un accordo per la vendita all’indiana Ttk Prestige degli impianti di stampaggio per coniatura e verniciatura a spruzzo che si trovano nello stabilimento di Coccaglio, nel Bresciano. Il contratto sottoscritto con la società di Bangalore, dopo che il cda ha dato il via libera al trasferimento di tali attività in Turchia, prevede un corrispettivo di 4 milioni di euro, che saranno pagati ratealmente (40% entro 7 giorni dalla stipula del contratto; 20% non oltre il 6 giugno; 10% non oltre il 30 settembre e la somma restante non oltre il 30 aprile 2012). L’operazione rientra, si precisa, «nell’ambito del progetto di revisione e ottimizzazione dell’assetto industriale» annunciato domenica scorsa.

ROMA. Ordini e fatturato in crescita per l’industria italiana a marzo. I dati resi noti dall’Istat evidenziano che le vendite sono aumentate del 2% rispetto al mese precedente, con incrementi pari all’1,8% sul mercato interno e al 2,3% su quello estero. Nella media degli ultimi tre mesi (gennaio-marzo), l’indice è cresciuto del 3,0% rispetto ai tre mesi precedenti (settembre-dicembre). Corretto per gli effetti di calendario (i giorni lavorativi di marzo 2011 sono 22 contro i 23 di marzo 2010) il fatturato cresce in termini tendenziali del 12,2%. La variazione congiunturale degli ordinativi totali è risultata invece pari a +8,1%, il massimo dal gennaio 2006, per effetto di una crescita del 3,7% degli ordinativi interni e del 15,5% di quelli esteri.

Omicidio Rea, spunta un’altra amante ROMA. L’inchiesta sull’omicidio di Melania Rea sembra concentrarsi sui legami del marito Salvatore Parolisi, caporal maggiore al 235esimo Rav Piceno, dove è istruttore dell’unico centro italiano di addestramento femminile dell’Esercito. Da ambienti investigativi, emerge, infatti, che oltre ad L. P., la soldatessa con cui l’uomo avrebbe avuto una relazione di due anni circa e con cui si sarebbe sentito anche nei giorni della scomparsa di Melania, ci sarebbe anche un’altra ragazza, anch’ella allieva del centro reclute ascolano, con cui l’uomo avrebbe avuto una relazione più breve. Nella vita lavorativa di Parolisi, quella alla caserma Clementi, e quella vissuta al di fuori del matrimonio, potrebbe nascondersi un movente per l’omicidio di Melania.

In occasione dell’anniversario della morte di D’Antona, Giorgio Napolitano ammonisce i sindacati: «Ritrovare unità»

«Tutelare il lavoro dei più deboli» E il Colle interviene anche sul Medioriente: «Vigiliamo su al Qaeda» di Francesco Lo Dico

ROMA. «Oggi più che mai occorre un diritto del lavoro inclusivo ed equo, attento alla tutela dei diritti della parte più debole contrattualmente e alla riaffermazione rigorosa dei relativi doveri per salvaguardare insieme crescita economica e coesione sociale». A dodici anni dal barbaro assassinio del giuslavorista Massimo D’Antona, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, scrive così in un messaggio rivolto alla leader Cgil Susanna Camusso.

Ma dal Quirinale arriva anche un richiamo alla compatezza delle sigle sindacali, divise ormai da mesi in posizioni contrastanti. «Si conferma a tal fine l’esigenza intuita per tempo da D’Antona – annota Napolitano – di un arricchimento della progettualità delle organizzazioni sindacali proprio al fine di rafforzare l’indispensabile capacità di rappresentanza unitaria del mondo del lavoro». Il Colle ha voluto inoltre elogiare nella figura del giuslavorista, la capacità di saper leggere a fondo nell’evoluzione del mercato del lavoro. «Con autentico e profondo spirito riformista – ricorda il capo dello Stato – D’Antona seppe guardare con attenzione alle trasformazioni che stavano allora maturando nel mondo del lavoro e ai processi di globalizzazione delle attività economiche, ponendo sempre al centro di ogni sua attività i valori costituzionali della promozione del lavoro e della dignita del lavoratore in tale nuovo contesto». E Napolitano ribadisce ancora una volta la ferma condanna del terrorismo brigatista che lo liquidò biecamente, senza se e senza ma: «Massimo D’Antona ha pagato con la vita per il folle, criminale accanimento del terrorismo brigatista contro personalità della cultura riformist» e ha ricordato «la sua coerenza nella ricerca di innovazioni responsabili e graduali e di un diverso equilibrio tra legislazione e con-

«Si conferma – scrive Napolitano in una lettera al leader della Cgil, Susanna Camusso – l’esigenza di un arricchimento della progettualità delle organizzazioni sindacali al fine di rafforzare l’indispensabile capacità di rappresentanza unitaria del mondo del lavoro»

trattazione in grado di promuovere più serene e feconde relazioni industriali assieme a nuove forme di partecipazione alle scelte aziendali». Ma il presidente Napolitano ha voluto sottolineare la preziosa eredità riformista lasciata dal giuslavorista, senza far mancare un abbraccio ideale alla famiglia:

«In questo senso , Massimo D’Antona parla a tutti noi ancora oggi con il suo prezioso lascito scientifico e morale che nessun delirio estremista potrà mai cancellare. E con questi sentimenti desidero rinnovare ad Olga (la vedova, oggi parlamentare del Pd, ndr), ai figli e a tutti i familiari la mia personale vicinanza e la gratitudine e la solidarietà dell’intera nazione».

Ma nel pomeriggio, intervenuto al Nato Defence College che celebrava il suo sessantesimo anniversario, il presidente della Repubblica ha affrontato di petto la spinosa questione libica, lanciando un monito all’intelligence internazionale. «Senza Bin Laden – ha dettato Napolitano – Al Qaeda è fortemente indebolita. Tuttavia dobbiamo restare vigili contro la minaccia terroristica». «I recenti avvenimenti – ha dichiarato il capo dello Stato – costringono la Nato a guardare verso Sud, da dove vengono le nuove sfide alla sicurezza di tutti in modo crescente». A proposito delle rivolte nordafricane, il Quirinale ha detto che «nessuno aveva previsto i recenti eventi nel Mediterraneo e i profondi cambiamenti nel mondo

arabo. Siamo testimoni di un punto di svolta in una regione che è il nostro immediato vicino, ai nostri confini, e senza dubbio lo dico parlando della Nato e dell’Unione Europea insieme». Ma il presidente della Repubblica non nascosto preoccupazione per i rivolgimenti, che potrebbero ripercuotersi negativamente sul territorio nazionale, specie in riferimento alle minacce piovute sulla Penisola ad opera del raìs Gheddafi: «La transizione in Libia può avere effetti sulla nostra sicurezza. Non bisogna fare errori». In sintonia con quanto dichiarato dal presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, il Colle ha esortato l’Occidente a porsi alla guida della primavera araba, perchè quando «il vento si alza dobbiamo es-


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e di cronach

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato

Dell’Utri assolto in appello: la tentata estorsione non sussiste

Direttore da Washington Michael Novak Consulente editoriale Francesco D’Onofrio

MILANO. La Corte d’appello di Milano ha assolto ieri il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri dall’accusa di tentata estorsione nei confronti di Vincenzo Garraffa, ex patron della pallacanestro Trapani, aggravata dalle finalità mafiose. Per i giudici «il fatto non sussiste». Secondo la difesa di Marcello Dell’Utri, la sentenza di assoluzione potrebbe avere effetti anche sul giudizio della Cassazione che si dovrà esprimere sulla condanna in secondo grado a 7 anni per il parlamentare accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. «La Cassazione non potrà non tenere conto di questa assoluzione di oggi», hanno dichiarato i legali di Dell’Utri (che non era presente in aula), gli avvocati Giuseppe Di Peri e Pietro Federico: i giudici di Palermo, hanno spiegato i due, nelle loro motivazioni per la condanna di Dell’Utri hanno fatto riferimento anche all’episodio della presunta tentata estorsione, per cui oggi Dell’Utri è

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Errico Novi (vicedirettori) Vincenzo Faccioli Pintozzi (caporedattore) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica)

stato assolto.Furibondo il commento della presunta vittima di Dell’Utri e Virga: «L’assoluzione è una sentenza vergognosa», ha dichiarato a caldo Vincenzo Garaffa: «Sono deluso, ma come cittadino ed ex parlamentare devo avere fiducia nella giustizia». Garaffa è ex senatore del partito repubblicano. Il sostituto pg Isabella Pugliese aveva chiesto per Dell’Utri e per il boss mafioso Vincenzo Virga, che era capomandamento di Cosa Nostra, due anni di reclusione.

Nella pagina a fianco Napolitano. Sotto da sinistra: Anders Rasmussen, Ignazio La Russa e Franco Frattini

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria) Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Osvaldo Baldacci, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Anselma Dell’Olio, Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Aldo G. Ricci, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Jacopo Pellegrini, Antonio Picasso, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Franco Ricordi, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Emilio Spedicato, Maurizio Stefanini, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Amministratore Unico Ferdinando Adornato Concessionaria di pubblicità e Iniziative speciali OCCIDENTE SPA Presidente: Emilio Bruno Lagrotta Amministratore delegato: Raffaele Izzo Consiglio di amministrazione: Ferdinando Adornato, Vincenzo Inverso, Domenico Kappler, Antonio Manzo Angelo Maria Sanza Amministrazione: Letizia Selli, Maria Pia Franco Ufficio pubblicità: 0669924747 Agenzia fotografica

sere capaci di accompagnarlo». Nonostante la preoccupazione per la sicurezza nazionale, Napolitano si è detto comunque fiducioso nella missione Unified Protector: «Con pazienza e coerenza – fa sapere il capo dello Stato – la legittimità internazionale prevarrà». Nonostante i raid aerei e le dure polemiche all’interno della stessa maggioranza sulla nostra diretta partecipazione al conflitto, Napolitano ha precisato che tramite i raid aerei «abbiamo potuto prevenire una dura repressione e il massacro di civili» da parte di Gheddafi.

Intervenuto al Nato Defence College con Frattini e La Russa, il Colle ribadisce: «In Nordafrica a favore della democrazia»

E a confermare l’ideale continuità tra il discorso tenuto da Napolitano alla Nato Defence College e quello che Barack Obama ha pronunciato

giovedì scorso, il capo dello Stato si è detto «molto incoraggiato dal discorso del presidente Obama», in quanto «la primavera araba probabilmente produrrà sviluppi positivi sulla crescita civile, sociale e democratica. Ci vorranno tempo e dolore, ma questi cambiamenti richiedono il nostro fianche il miducioso sostegno». E nistro degli Esteri, Franco Frattini, è intervenuto sulla vicenda con accenti simili: «La forza militare – ha detto Frattini – continua a giocare un ruolo significativo nei più delicati scenari internazionali, ma la Nato non esercita più il suo ruolo di leadership solo attraverso la potenza militare: oggi lo strumento militare è anche una faccia

dell’azione umanitaria e degli sforzi di ricostruzione». E sulla stessa linea è anche il ministro della Difesa, Ignazio La Russa: «Siamo assolutamente consapevoli dell’importanza di questa istituzione, «in Nord Africa spira un vento di democrazia e i popoli sentono forte il bisogno di maggiore libertà e in questo la Nato è loro vicina». Il ministro della Difesa ha poi precisato che Rasmussen non ha fatto «nuove richieste all’Italia per quanto riguarda la missione in Libia». Soddisfazione anche per il pieno ristabilimento delle relazioni Nato-Russia dopo due anni e mezzo di discontinuità. Napolitano ha fatto sapere di essere «molto compiaciuto» perché «Mosca può dare un aiuto sostanziale ai nostri sforzi».

Il Quirinale ha ricordato che la riduzione delle truppe Nato a Kabul sarà progressiva e di guardare con fiducia al processo di transizione: «Gli afghani prenderanno sempre più la responsabilità della propria sicurezza. Abbiamo fatto sforzi enormi in Afghanistan, abbiamo tutti versato sangue e vorrei rendere omaggio alle nostre donne e ai nostri uomini in divisa. Ora non dovremo abbandonare l’Afghanistan una volta che il nostro impegno militare sarà terminato».

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Il testo che apre la raccolta dei testi di Giovanni Paolo II (ed. Treves) porta la firma del cardinal Joseph Ratzinger, teologo e amico del Beato polacco

La svolta di Wojtyla «Ha ricollocato l’Uomo, il Lavoro, l’Etica al centro della storia e ha reso attuale l’Alleanza tra ragione e fede» di Benedetto XVI a prima enciclica, Redemptor hominis, è la più personale, il punto di partenza di tutte le altre. Sarebbe facile dimostrare che tutti i temi successivi si trovano anticipati in essa: il tema della verità e il vincolo tra verità e libertà viene affrontato secondo tutta l’importanza che ha, in un mondo che vuole libertà ma considera la verità una pretesa e il contrario della libertà. Lo zelo ecumenico del Papa si può già apprezzare in questo primo grande testo magisteriale. I principali tratti dell’enciclica eucaristica – Eucaristia e sacrificio, sacrificio e redenzione, Eucarestia e penitenza – sono già esposti nelle loro grandi linee. L’imperativo “non ucciderai”, che è il grande tema della Evangelium vitae, è annunciato con grande forza al mondo. Come abbiamo visto, l’orientamento del cristiano verso il futuro, tipico del Papa, è in relazione con il tema mariano.

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Per il Papa il vincolo tra la Chiesa e Cristo non è un vincolo con il passato, un orientamento all’indietro, bensì il vincolo tra di chi è e chi dà futuro, che invita la Chiesa ad aprirsi a un nuovo periodo della sua fede. Il suo impegno personale, la sua speranza, ma anche il suo profondo desiderio che il Signore ci conceda un nuovo presente di fede e di pienezza di vita, una nuova Pentecoste, risulta evidente quando, quasi come un’esplosione, prorompe in un’invocazione: «La Chiesa del nostro tempo sembra ripetere con sempre maggiore fervore e con santa insistenza: “Vieni, o Santo Spirito!”. Vieni! Vieni!» (Redemptor hominis, 18). Tutti questi temi che, come abbiamo già detto, anticipano tutta l’opera magisteriale del Papa, sono collegati da una visione la cui direzione fondamentale dobbiamo cercare di descrivere. In occasione degli Esercizi che, come cardinale arcivescovo di Cracovia, predicò nel 1976 a Paolo VI e alla Curia romana, spiegava che gli intellettuali cattolici polacchi, nei primi anni del dopoguerra, avevano inizialmente cercato di confutare \\u2212 contro il materialismo marxista, già divenuto

Presentati i tre tomi che racchiudono le 14 opere

Il ricordo affettuoso degli amici di una vita di Gabriella Mecucci iovanni Paolo II è stato insieme un “atleta di Dio”e un “gigante della storia”. Sono queste due definizioni a prevalere nella fitta rete dei dibattiti sulla scia della sua beatificazione. Ieri Roma è stata teatro di due eventi: da una parte l’inaugurazione alla stazione Termini di una statua che lo raffigura e dall’altra la presentazione di un’opera enciclopedica pubblicata dalla casa editrice Treves. Si tratta di tre tomi – complessivamente ben 2600 pagine – che contengono le 14 encicliche papali con in appendice la prima omelia e il testamento sprituale. Il primo volume si apre con una prefazione di Benedetto XVI (di cui riportiamo ampi stralci) e con un affettuoso ricordo del cardinale Stanislaw Dziwsz, attuale arcivescovo di Cracovia e per molti anni segretario particolare del Pontefice. Le encicliche sono inoltre sono “glossate” da Edward Farrugia. Due giorni fa - giorno della nascita di Giovanni Paolo II - è stato celebrato il grande viaggiatore, l’uomo che è andato incontro al mondo, il leader carismatico, ma anche il pensatore profondo, il filosofo e il teologo. Il Papa “venuto da lontano”, come lui stesso si definì la prima volta che apparve dopo l’elezione, è anche il papa dei record: mai nessuno ha visitato tante nazioni (lo spazio percorso è equivalente a tre viaggi sulla luna), mai nessuno ha scritto tanto, mai nessuno ha incontrato tanta gente: e questo anche grazie ad un pontificato lunghissino – quasi 27 anni – secondo solo per durata a quello di Pio IX.

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Alla presentazione dei tre tomi, avvenuta al Conservatorio di Santa Cecilia sono intervenuti il cardinale Giovan Battista Re, Joaquin Navarro Valls, Edward G. Farrugia, Aldo Cazzullo e Massimo Ponzellini. Il cardinale Re ha sottolineato come tutte le encicliche di Giovanni Paolo II, così come tutto il suo magistero è stato concentrato nello sforzo di riportare “Dio nel mondo e nella società di oggi” e proprio per questo “ha così tanto influito nella storia”. È stato avversario del comunismo non per ragioni politiche – ha proseguito Giovan Battista Re – “ma perchè il comunismo è ateo e perchè limita la libertà dell’uomo”. Il Stanislaw cardinal Dziwisz nell’affettuoso ricordo pubblicato da Treves sottolinea fra l’altro che, alle 14 encicliche di Giovanni Paolo II, ne vanno aggiunte altre due che non ha scritto su carta ma sul cuore degli uomini: sono la sua umanità e la sua sofferenza. La prima è il filo rosso; la seconda, la sua sofferenza, è il filo d’oro che le impreziosisce, trasformandole «da insegnamento a vita».

Benedetto XVI, al secolo Joseph Ratzinger, è stato per decenni uno dei più stretti collaboratori di Giovanni Paolo II (in basso). Il suo lavoro come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede lo ha reso di fatto “co-autore” di molte delle Encliche papali dottrina ufficiale – il valore assoluto della materia. Ma il centro del dibattito si spostò subito: non versava già più sulle basi filosofiche delle scienze naturali (benché questo tema mantenesse sempre la sua importanza), ma sull’antropologia.

Il nucleo della discussione divenne: cos’è l’uomo? La questione antropologica non è una teoria filosofica sull’uomo; ha un carattere esistenziale. La questione della Redenzione soggiace a tale questione. Come può vivere l’uomo? Chi ha la risposta sull’uomo? Una questione molto concreta: chi può insegnarci a vivere, il materialismo, il marxismo o il cristianesimo? Così, la questione antropologica è una questione scientifica e razionale ma, al contempo, è anche una questione pastorale: come possiamo mostrare agli uomini la strada che porta alla vita e aiutare anche i non credenti a capire che i loro interrogativi sono anche i nostri e che, di fronte al dilemma dell’uomo di ieri e di oggi, Pietro aveva ragione quando disse al Signore: «Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna» (Gv 6,68). Filosofia, pastorale e fede della Chiesa si fondono in questa tensione antropologica. Per il Papa antropologia e cristologia sono inseparabili. Proprio Cristo ci ha rivelato cos’è l’uomo e dove deve andare per trovare la vita. Per il Papa l’antropocentrismo è allo stesso tempo cristocentrismo e viceversa. Contro l’opinione secondo

la quale solo attraverso le forme primitive dell’essere umano (partendo dal basso, per dirla così) si può spiegare cos’è l’uomo, il Papa sostiene che solamente partendo dall’uomo perfetto si può capire cos’è l’uomo: e da questo punto di vista si può intravedere la via dell’essere umano. A questo proposito, avrebbe potuto far riferimento a [...] che diceva: «La soluzione scientifica del problema umano non deriva esclusivamente dallo studio dei fossili, ma da un’attenta osservazione delle caratteristiche e delle possibilità dell’uomo di oggi, che determineranno l’uomo di domani». Naturalmente, Giovanni Paolo II va molto oltre questa diagnosi: in definitiva, possiamo capire cos’è l’uomo solo guardando a colui che realizza pienamente la natura dell’uomo, che è immagine di Dio, il Figlio di Dio, Dio da Dio e Luce da Luce. Voglio anche dedicare poche parole all’enciclica sullo Spirito Santo, nella quale si tratta il tema della verità e della coscienza. Secondo il Papa l’autentico dono dello Spirito è «il dono della verità della coscienza e il dono della certezza della redenzione» (Dominum et vivificantem).

Pertanto nella radice del peccato c’è la menzogna, il rifiuto della verità. «La “disobbedienza”, come dimensione originaria del peccato, significa rifiuto di questa fonte, per la pretesa dell’uomo di diventare fonte autonoma ed esclusiva nel decidere del bene e del male» (Gv 36). La prospettiva fondamentale dell’enciclica Veritatis splendor appare qui già molto chiaramente. È evidente che il


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Un ricordo biografico del cardinale di Cracovia

Le 14 encicliche che cambiarono il mondo di Stanislaw Dziwisz asta sfogliare le dense pagine e ci si accorge subito che le 14 encicliche di papa Wojtyla non si concatenano per la semplice successione cronologica, ma vi è sottostante un’idea geniale di regia, che le incastona come pietre preziose lungo le linee che uniscono quattro punti cardinali: Dio, il Mondo, la Chiesa, l’Uomo. Avendo avuto la grazia di stare accanto a questo grande pontefice per quarant’anni, come suo Segretario particolare, sono convinto che al magistero di Giovanni Paolo II vanno aggiunte altre due encicliche che lui ci ha donato, due encicliche che egli non ha scritto sulla carta ma sul cuore degli uomini: sono la sua umanità e la sua sofferenza. La prima, la sua umanità, è il filo rosso che unisce le 14 encicliche; la seconda, la sua sofferenza, è il filo d’oro che le impreziosisce, trasformandole da insegnamento a vita. Innanzitutto la sua umanità: egli fu un uomo vero e un vero uomo di Dio.

B

Papa, proprio nell’enciclica sullo Spirito Santo, non si ferma nella diagnosi della nostra situazione di pericolo, bensì effettua tale diagnosi per preparare il cammino alla terapia.

Nella conversione, l’affanno della coscienza si trasforma in amore che sana, che sa soffrire: «Il dispensatore nascosto di questa forza salvatrice è lo Spirito Santo» (Gv 45). Le tre grandi encicliche sociali applicano l’antropologia del Papa alla problematica sociale del nostro tempo. Giovanni Paolo II sottolinea il primato dell’uomo sui mezzi di produzione, il primato del lavoro sul capitale e il primato dell’etica sulla tecnica. Al centro c’è la dignità dell’uomo, che è sempre un fine e giammai un mezzo. A partire da qui si chiariscono le grandi questioni attuali della problematica sociale in contrapposizione critica tanto con il marxismo che con il liberalismo. Il Papa, al contrario, tornò con grande decisione a dare legittimità alla prospettiva metafisica, che è solo una conseguenza della fede nella creazione. Una volta di più, partendo dalla fede nella creazione, riesce a collegare e fondere l’antropocentrismo e il teocentrismo: «La ragione trae la sua verità e la sua autorità dalla legge eterna, che non è altro che la stessa sapienza divina. [...] La legge naturale infatti, [...] altro non è che la luce dell’intelligenza infusa in noi da Dio» (Veritatis splendor, 40). Proprio perché il Papa è favorevole alla metafisica in virtù della fede nella creazione, può anche comprendere la Bibbia come Parola presente, unire la costruzione metafisica e biblica

dell’ethos. Una perla dell’enciclica, significativa tanto filosoficamente quanto teologicamente, è il grande passaggio sul martirio. Se non c’è più nulla per cui valga la pena di morire, allora anche la vita risulta vuota. Solo se esiste il bene assoluto, per il quale vale la pena di morire, e il male eterno che mai si trasforma in bene, l’uomo è confermato nella sua dignità e ci troviamo protetti dalla dittatura delle ideologie. Questo punto è fondamentale anche per l’enciclica Evangelium vitae, che il Papa ha scritto dietro richiesta pressante dell’Episcopato mondiale, ma che è anche espressione della sua appassionata lotta per il rispetto assoluto della dignità

Senza la ragione la fede rovina, senza la fede la ragione corre il rischio di atrofizzarsi. È in gioco l’uomo: questo è l’insegnamento maggiore del pontefice della vita umana. Dopo tutte le crudeli esperienze di abuso dell’uomo, benché le motivazioni possano sembrare molto elevate dal punto di vista morale, tali parole erano e sono necessarie. Risulta evidente che la fede è la difesa dell’umanità. Nella situazione di ignoranza metafisica in cui ci troviamo, e che a sua volta diviene atrofia morale, la fede si mostra come l’umano che salva. Il Papa, come portavoce della fede, difende l’uomo da una morale che mi-

naccia di schiacciarlo. Ma proprio qui entra in gioco, ancora una volta, la dignità dell’uomo. Se l’uomo non è capace di giungere alla verità, allora tutto ciò che pensa e fa è puro convenzionalismo, mera tradizione. Come abbiamo visto, non gli resta che il calcolo delle conseguenze. Ma chi può realmente abbracciare con lo sguardo le conseguenze delle azioni umane?

Se così è, tutte le religioni sono solo tradizioni, e naturalmente anche l’annuncio della fede cristiana è una pretesa colonialista o imperialista. Il cristianesimo non è in contraddizione con la dignità dell’uomo unicamente se la fede è verità, perché non danneggia nessuno; ancora più, è il bene quel che dobbiamo ripeterci continuamente. Come risultato delle grandi scoperte nell’ambito delle scienze naturali e della tecnica, la ragione ha perso valore davanti ai grandi interrogativi dell’uomo: su Dio, sulla morte, sull’eternità, sulla vita morale. Orbene, noi non siamo, nella misura in cui si può sapere, alla fine della storia. Ma corriamo il pericolo di negare alla ragione la sua autentica grandezza. E il Papa considera, giustamente, che la fede è chiamata a spingere la ragione ad avere nuovamente il coraggio della verità. Senza la ragione la fede rovina, senza la fede la ragione corre il rischio di atrofizzarsi. È in gioco l’uomo. Ma perché l’uomo sia redento c’è bisogno del Redentore. Abbiamo bisogno di Cristo, uomo, che è uomo e Dio,“senza confusione né divisione”in unica persona,“Redemptor hominis”.

Quando, fin dai primi giorni di pontificato, si venne a conoscere la storia di quest’uomo, con il lavoro da giovane operaio nella cava di pietra e poi nella fabbrica della Solvay, la sua passione per il teatro e la fine sensibilità poetica, l’amore per lo sport, il suo ammirato stupore di fronte alle meraviglie della natura e dell’arte, la figura di papa Wojtyla mostrò il fascino di una personalità completa, che rivelava come il cristianesimo sia umanesimo planetario e integrale. L’altra “enciclica” scritta sui cuori è stata la sua sofferenza. Chi può dimenticare la Domenica delle Palme del 2005, quando, al momento dell’Angelus, egli volle affacciarsi alla finestra del suo studio con il volto sofferente e la gola tormentata dalla tracheotomia? Cercò in tutti i modi di dare voce ai sentimenti che aveva nel cuore, ma le labbra rimasero mute. Allora il Papa, con un gesto che valeva un’enciclica, agitò lungamente un ramoscello di ulivo che gli avevano posto in mano: era la sua muta omelia… indimenticabile! E infine il Venerdì Santo (l’ultimo Venerdì Santo!) sarà per sempre e per tutti il ricordo di due Via Crucis, che noi abbiamo visto sovrapporsi con il prodigio della contemporaneità reso possibile dalla fede. Giovanni Paolo II sostava nella cappella del suo appartamento: era curvo, immobile, con la fronte appoggiata al crocifisso che teneva stretto con le sue fragili mani come una roccia, alla quale si aggrappava per piantarvi la sua personale croce.

Come un atleta ha tenuto sempre alta la fiaccola dei diritti umani per l’intera popolazione mondiale, arrivando vittorioso al traguardo finale

Il mondo si commosse e forse capì che la malattia del Papa non era un limite per il governo della Chiesa, ma era una meravigliosa risorsa. Con la morte di papa Giovanni Paolo II non si è certamente spenta la sua luce. La sua fede, la sua forza, il suo coraggio sono una testimonianza che parla al cuore di ogni uomo e di ogni donna. E questa pubblicazione, che raccoglie le sue 14 encicliche, è un dono che aiuta a centellinare tale ricchezza. Sfogliare le pagine di questo volume è come sfogliare la storia dei ventisei anni del pontificato di Giovanni Paolo II, e mi viene spontaneo, nel concludere, pensare a lui con l’immagine del maratoneta olimpionico che giunge stremato al traguardo, ma tenendo stretta nella sua mano la fiaccola accesa. Egli ha tenuto sempre alta la sua fiaccola, la cui luce ha richiamato a tutti i valori fondamentali, cristiani e umani: il rispetto della dignità dell’uomo e della donna, la difesa della vita, la promozione della giustizia e della pace. Questo Papa, sempre più debole limitato nel suo fisico, è stato particolarmente forte nel suo coraggio, forte nel proclamare la verità sull’uomo e su Dio, forte nel donare se stesso, con l’energia della fede, con la gioia della speranza, con la tenacia dell’amore senza limiti.


l’opinione

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L’esecutivo decide ancora di sottovalutare la sofferenza di un settore in crisi n’altra occasione persa per il governo del nostro Paese. Questa volta a farne le spese sono Polizia, Forze Armate e Vigili del Fuoco, destinatari a dir poco scontenti del cosiddetto decreto una tantum, un provvedimento dal nome quanto mai esemplificativo di tutta la precarietà del suo contenuto. La tanto attesa e promessa riforma dell’ordinamento della pubblica sicurezza in Italia, infatti, si traduce - grazie al ”coraggio” dell’esecutivo - in poco più di un ”obolo”alle forze dell’ordine, che vedono così liquidare la drammatica situazione del loro settore con una misura una tantum e sono costrette a rinunciare ad ogni vana aspettativa. Così come il governo, che dal canto suo rinuncia ancora una volta a for-

U

Sicurezza, un’altra occasione persa Poco più di un obolo alle forze dell’ordine il decreto una tantum varato dal governo di Achille Serra

Di nuovo, questa maggioranza porta avanti una politica che affronta i problemi con elargizioni umilianti che chiama «soluzioni» mulare un provvedimento serio e credibile e sceglie di intervenire sull’onda dell’emergenza, spinto soltanto dalle proteste, senza alcuna logica di lungo periodo. Un governo che decide ancora di sottovalutare la sofferenza di un settore in crisi, carente persino degli strumenti più elementari. Una condizione ingiusta e allarmante per qualsiasi lavoratore, cosciente di non poter compiere con dignità il proprio mestiere, ma ancora più incredibile se si pensa che una situazione così drammatica investe proprio la professionalità di coloro cui affidiamo il serio compito di garantire la sicurezza nel nostro Paese. Donne e uomini in divisa da cui esigiamo rigore e senso del dovere, che ripaghiamo con una ”donazione” una tantum, praticamente un’elemosina.

È la dimostrazione di quanto il governo, al di là della propaganda quotidiana, tenga effettivamente alla sicurezza dei cittadini, di quanto abbia a cuore le forze armate, di cui si ricorda durante funerali di quei soldati che solo in quel momento diventano ”i nostri ragazzi”, o di quanto tenga alle forze di polizia, salvo poi vantarsi dei loro arresti e sequestri in campo mafioso. Arresti, sia chiaro, che ci sono sempre stati, anche se meno pubblicizzati. Potrei stilarne un elenco infinito, da Riina a

Sopra, un’immagine delle recenti proteste contro il governo di alcuni sindacati delle forze dell’ordine. In basso, uno scatto del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti Provenzano, da Madonia a Schiavone, o a Vernengo e Santapaola.

Ebbene, ognuno di questi, oggi come ieri, è stato il risul-

tato dell’attività ininterrotta di quella magistratura tanto vituperata, e soprattutto di quelle stesse forze di polizia cui va oggi l’ambito riconoscimento: un obolo per tutti. E che dire

dei Vigili del Fuoco, di cui sempre così poco si parla e che così tanto rischio di vita corrono quotidianamente. Eppure l’Esecutivo sa bene che non si tratta di questioni meramente

Assegnati 23,5 euro lordi. L’opposizione: «È mera elemosina»

Il provvedimento della discordia di Gaia Miani

ROMA. L’aula del Senato tre giorni fa ha dato il via libera definitivo al decreto legge che prevede l’assegnazione di assegni “una tantum” al personale delle forze di polizia, forze armate, vigili del fuoco. In un clima rovente ci sono stati 140 voti favorevoli (Popolo della libertà e Lega), un voto contrario e 104 astenuti (Pd, Idv, Udc). Durissima l’opposizione, che ha subito parlato di «obolo» e di «elemosina» per le forze dell’ordine (in riferimento ai 23,5 euro lordi che saranno assegnati come una tantum) e che sottolinea come si tratti di «una goccia nell’oceano di tagli fatti dal governo». Il centrodestra ha invece difeso il decreto e parla di «boccata d’ossigeno concreta». Il provvedimento eroga una “una tantum” di 345 milioni di euro per il triennio 2011-2013. Il provvedimento incrementa di 115 milioni di euro per ciascuno degli anni 2011, 2012, 2013 la dotazione annuale di 80 milioni del Fondo per il finan-

ziamento di misure perequative per il personale delle forze armate, di polizia e dei vigili del fuoco, coinvolti nel blocco delle retribuzioni dei dipendenti pubblici. Precedentemente, alla Camera del deputati, il provvedimento aveva creato tensioni nella maggioranza nei confronti del ministro dell’Economia Giulio Tremonti, che non aveva allentato la stretta sui conti pubblici di fronte alla richiesta di trasformare l’“una tantum”in un aumento per gli stipendi delle forze impegnate nella sicurezza, da sempre uno dei cavalli di battaglia del centrodestra.

economiche ma di argomenti che investono la specificità del lavoro, i contratti, il blocco degli stipendi, la previdenza, il riordino, e si è impegnato più volte in tal senso. Gli agenti di polizia ricordano bene le promesse dello stesso premier ad Arcore, quando le forze dell’ordine si sono riunite di fronte alla sua abitazione per gridare la propria rabbia nei confronti di una politica di tagli sconsiderati. Ricordano bene quando è sceso tra i manifestanti garantendo il proprio personale intervento e l’approvazione di un decreto ad hoc; eccolo l’ambito stanziamento: 340 milioni di euro in tre anni, ovvero un lauto aumento pro-capite di 23 euro e mezzo lordi.

Inutile è stato, allora, il tentativo di tradurre il trattamento compensativo una tantum con altro fisso continuativo valido ai fini pensionistici. Eppure il consenso attorno a questa soluzione c’era stato in Commissione alla Camera, fino al consueto passo indietro dell’Assemblea, prona ad ogni volontà del Governo. Mi chiedo allora fino a che punto si abuserà della pazienza di chi lavora per salvaguardare la sicurezza della collettività? Ho lavorato 40 anni nelle forze di Polizia, al fianco di quegli uomini che oggi lamentano condizioni di lavoro a dir poco inadeguate, conosco il loro sacrificio e so bene che elargizioni come questa non possono che mortificare l’intero settore generando rabbia e frustrazione. La lotta agli sprechi, alle duplicazioni di funzioni e di ruoli - legittima e oggi doverosa - non può essere condotta in questo modo, occorre al contrario mettere la Difesa e la Sicurezza al riparo dalle congiunture economiche. Disporre un obolo significa non voler affrontare problemi che meritano un’impostazione generale, soprattutto riguardo gli avanzamenti, le carriere, la previdenza. Da soluzioni ridicole come questa, ci sentiamo più che mai distanti. Una distanza nella quale risiedono i principi e i valori di quegli uomini e donne in divisa destinatari di un provvedimento insufficiente. Una distanza che sottolinea ancora una volta le gravi carenze della politica della sicurezza portata avanti da questo esecutivo alla ricerca di consenso, una politica che affronta i problemi con elargizioni umilianti che chiama soluzioni.


mobydick

INSERTO DI ARTI E CULTURA DEL SABATO

di Anselma Dell’Olio opo molti rinvii, dovuti principalmente alle difficoltà personali e molto pubbliche del protagonista, esce Mr. Beaver, il più atteso film starring Mel Gibson da quando è stato travolto dall’ultima delle sue figuracce mostruose lo scorso luglio. Box-office poison: veleno al botteghino, è la temuta sentenza. La star era (è?) caduta talmente in basso che si recitava il Requiem per la sua carriera. I comportamenti aggressivi e autodistruttivi che lo hanno esposto al ludibrio generale, hanno fatto la fortuna di siti e tabloid gossipari in tutti gli angoli del pianeta. La reputazione dell’attore americano, cresciuto in Australia, era già nella polvere per le sue ubriacature moleste coronate da un’invettiva antisemita contro un poliziotto ebreo, quando Jodie Foster gli ha inviato una sceneggiatura della Blacklist di Hollywood (non la lista nera dei cineasti comunisti da boicottare ma un indice informale dei migliori copioni in circolazione invenduti, secondo stimati insider), del texano Kyle Killen (serie tv Lone Star). Gibson, dopo essersi preso dieci giorni per riflettere con il suo agente, accetta un ruolo pericolosamente aderente alla sua degenerata immagine pubblica. Foster, l’ex attrice bambina premio Oscar, sua amica affezionata sin dai temi di Maverick, gli offriva la possibilità di una rinascita professionale; ma come si dice, nessuna buona azione resterà impunita. Prima dell’ultimo ciak di Mr. Beaver, Oksana Grigorieva, compagna separata di Mel e madre della loro bimba Lucia, ha messo in rete la registrazione di un lungo, terrificante turpiloquio telefonico dell’attore contro di lei. Molta prossima La sua torreggiante

D

“Mr. Beaver” di Jodie Foster

a quella del suo interprete, la personalità autodistruttiva del protagonista di quest’opera complessa e spiazzante. Dove l’attore australiano sottoponendosi a uno spogliarello morale, conferma perdita di controllo la sua maestria ha sconvolto l’opinione

IL MALE OSCURO DI MEL & WALTER

Parola chiave Fame di Gennaro Malgieri Il mondo (in bilico) spiegato da Margelletti di Luisa Arezzo

NELLA PAGINA DI POESIA

Balenii classici e moderni di Camillo Sbarbaro di Francesco Napoli

Il Sor Apo e gli “squatters” della ville lumière di Pier Mario Fasanotti A Londra e a Parigi con Sherlock e Rousseau di Paola Benadusi Marzocca

pubblica e reso il regista di La Passione di Cristo lo zimbello dei comici d’America, seppellendo quel che restava della sua reputazione. L’odore di zolfo gli aleggiava intorno sin dal ritratto-intervista pubblicato sul New York Times di Hutton, il papà di Gibson: cattolico integralista estremo, a destra dei lefebveriani e pure di Attila. Negazionista dell’Olocausto, teorizza che il Concilio Vaticano secondo era «un complotto massonico-ebraico», e che gli attacchi terroristici del 11 settembre, 2001 erano stati perpetrati a distanza, «telecomandati».

I dialoghi di Paul Klee di Marco Vallora


Il male oscuro di Mel &

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Mel - il sesto di undici fratelli, che ha costruito una cappella nella sua proprietà di Malibù, per poter seguire la Messa in latino, non rinnegava né il paparino né le sue idee («Non chiedetemi di mancare di rispetto a mio padre»). E diceva serafico di sua moglie Robyn Moore, anglicana, molto prima di divorziare da lei dopo tre decenni di matrimonio: «Non andrà in paradiso, ovviamente». (Robyn è stata l’unica a difenderlo durante la caduta. «Mel è stato un marito e un padre meraviglioso per trent’anni, e non ha mai usato violenza contro di me o i nostri sette figli»). La débacle di Gibson è largamente autoinflitta, ma l’esperienza insegna che la Gregorieva, 40 anni e sexy musicista dell’Est Europea, forse non è un’angelicata vittima del bruto; però l’ex amante le ha spaccata i denti e la faccia. Gibson ha dovuto rinunciare alla patria potestà, pagare multe e fare una psicoterapia per la gestione dell’ira per due anni, sotto il controllo del «Tribunale per le violenze domestiche». Lei ne è uscita ricca e padrona del campo, ma con un gag order, un bavaglio della corte che le vieta di raccontare in tv da Opray Winfrey la sua versione. Mr. Beaver è stato un flop in Usa e si spera che il passaggio a Cannes sia servito per rilanciarlo in patria e nel mondo. Gibson è un grosso handicap per il film, ma anche la sua ragion d’essere, un tour de force mirabile. La scena madre splatter era un impedimento alla realizzazione di un’opera mainstream: i produttori Summit e Participant sono stati coraggiosi. Walter Black è un uomo clinicamente depresso, alcolizzato e in caduta libera su tutti i fronti. Jerri.co (ogni assonanza con la città biblica è intenzionale), l’azienda di giocattoli ereditata dal padre, è vicina al fallimento, e la moglie Meredith (Foster) lo ha finalmente cacciato di casa, stanca di vederlo ubriaco fradicio, impasticcato o addormentato, in fuga dalla realtà con ogni mezzo. Henry, il figlio piccolo, si sente invisibile. È schizzato dal fratello maggiore e persino la mamma stenta a distinguerlo nella folla di bambini davanti alla scuola. Porter, diciassette anni, sveglio, scrive temi a pagamento per i compagni di scuola lavativi. Detesta a tal punto il padre che ha tappezzato la sua camera di post-it con i tic e i difetti di Walter da estirpare da sé o evitare.

L’inizio della storia ha i toni della commedia, con colonna sonora ritmata che accompagna Walter mentre si rifornisce di superalcolici. Nella pattumiera dove butta le bottiglie vuote è attratto da un pupazzo abbandonato, un castoro di stoffa. C’infila la mano sinistra e lo porta nella camera di un motel. anno IV - numero 19 - pagina II

Al culmine della disperazione va in bagno e cerca d’impiccarsi alla barra della doccia; fatta per reggere una tenda di plastica, cede. Walter sta per gettarsi dal balcone, trascinando tenda e barra ancora legata alla cravatta, quando sente una voce che lo blocca. È il castoro. Parla con l’accento cockney di Michael Caine. Mr. Beaver, come desidera essere chiamato, esorta il suicida a prendersi in mano, a tirarsi su di morale, a darsi una mossa. Non si tratta di ventriloquismo, è chiaramente Walter stesso che parla: il trucco c’è e si vede. Gli si muovono le labbra al suicida fallito, eppure è come se ascoltasse un altro. La spiega per i poveri: la parte sana di sé parla alla parte malata. Basta un’infarinatura di psicoanalisi per capire che si tratta di L’io diviso, secondo la teoria dello psichiatra scozzese Ronald Laing, pubblicato nel 1959. Via i farmaci, via le sedute, via i gruppi d’autocoscienza, il training autogeno e gli alcolisti anonimi. Con il castoro «parlante» come terapista, l’uomo sposa l’antipsichiatria, che guarda caso affonda le radici nel movimento surrealista.

La guarigione è immediata, forse troppo. Va in azienda, fa mea culpa, presenta un piano per il rilancio del marchio e chiede ai dipendenti di dargli quindici giorni di tempo per vedere se funziona, dopodiché se vogliono, possono licenziarsi con una liquidazione generosa e una lettera di raccomandazione stellare. Torna a casa, ripulito e in sé.Trova Henry e comincia a giocarci assieme, con attrezzi e legno, da vero padre. Poi si mette a riparare la casa, costellata d’infiltrazioni, pareti scrostate, maniglie staccate, un degrado accumulato nei mesi (anni?) di paralizzante depressione. Meredith rientra; resta basita, incredula, ma alla fine è felice. Lo riaccoglie in casa dopo un solo giorno d’esilio, con scorno del figlio più grande. È la prima volta nella carriera di critico che ci si chiede se un film di 92 minuti (lunghezza ideale) non sia troppo breve. La maestria di Gibson è fuori discussione ma forse se la storia avesse più tempo per respirare, sarebbe meno compressa, quasi frettolosa. Dei minuti in più l’attore avrebbe fatto buon uso. Da Mad Max a Gallipoli - Gli anni spezzati e Un anno vissuto pericolosamente (gli ultimi due del geniale Peter Weir), al magnifico Amleto di Zeffirelli, passando per la saga di Arma letale e la commedia What Women Want, è chiaro che Mel non è solo un divo ma un artista che magnetizza lo sguardo. Non ha perso il suo fascino; l’immedesimazione nel ruolo di un tormentato, paranoico, ciclotimico alcolista può sembrare scontato per lui ma non lo è. È vero che pubblico e privato qui collimano fino alla sensazione

walter

di un inquietante spogliarello morale, però alla fine convince, eccome, anche quando la storia si trasforma - di colpo - in un horror psicologico-metafisico. Tutto precipita quando diventa chiaro che padre, marito e capo azienda non riescono a comunicare se non con la voce cockney del pupazzo che manovra lui stesso con la mano sinistra. La guarigione non è solo falsa ma minacciosa, con echi del sinistro Magic (1978) in cui Anthony Hopkins è un ventriloquo, vittima del suo pernicioso pupazzo. Persino durante l’eros ritrovato con Mereditìh, Mr. Beaver è sempre presente in un bizzarro ménage a trois, da brividi. La moglie insiste che alla cena per festeggiare l’anniversario Mr. Beaver rimanga a casa e le cose precipitano.

MR. BEAVER GENERE DRAMMATICO

REGIA JODIE FOSTER

DURATA 91 MINUTI

INTERPRETI MEL GIBSON, JODIE FOSTER, JENNIFER LAWRENCE, ANTON YELCHIN, ZACHARY BOOTH, RILEY THOMAS STEWART, PAUL HODGE

PRODUZIONE USA 2011 DISTRIBUZIONE MEDUSA FILM

Il film racconta, in parallelo, il subplot di Porter (Anton Yelchin), ragazzo solitario, assatanato e asociale. Norah, la splendida prima della classe (Jennifer Lawrence, Quel gelido inverno) lo avvicina per la prima volta per chiedergli di scrivere il suo discorso per la cerimonia di diploma. Dopo una scaramuccia in cui lui (innamorato pazzo) le dà della pigra («Sei troppo intelligente, sei più capace di me») e lei gli sbatte sul muso il mazzo di fogli che ha riempito senza costrutto, lui accetta a caro prezzo: 500 cento dollari. «Te ne avrei dato il doppio», ribatte lei con un ghigno. Potrebbe sembrare poco convincente l’intreccio tra la ragazza con un dolore segreto e lo studente sensibile, ferito e goffo. Ma la vera chiave di lettura è, come la lettera rubata, invisibile ai più. Porter, è detto, ha «il dono di immedesimarsi nello stile altrui», ecco perché ha fortuna come ghost writer; come il padre scisso, riesce a dare il meglio di sé solo quando si esprime con la voce di un altro. Il processo di crescita sarà dolorosissimo per l’uno e per l’altro, e per il genitore in senso letterale. Mr. Beaver è un’opera complessa, anomala, spiazzante per un film mainstream, e non c’è un attimo di noia. Pur riconoscendo che il racconto è più nelle corde di un Lars von Trier o un David Lynch, che di una regista classica, tradizionale, che predilige film delicati e agrodolci come Un soffio al cuore di Louis Malle, è Jodie che ha avuto il coraggio e la voglia di realizzarlo. Per rassicurare i produttori ha accettato di recitare nel film, e si sa che lei non ha più voglia di fare l’attrice («45 anni bastano» ha detto la quarantasettenne.) Forse perché ne soffre lei, come Mel, come Walter, ha scelto di fare un film sul male oscuro, i suoi effetti sulle persone care, e l’immane lotta per conquistare la redenzione, una vita degna. Sono contenta d’averlo visto; non l’avrei perso per nessuna ragione al mondo. Non perdetelo neanche voi.


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FAME gni mattina, davanti all’edicola dove compro i giornali, c’è una piccola donna che aspetta. Non ne conosco la nazionalità, e del resto poco mi importa. Ha uno sguardo triste e forse un po’ si vergogna a chiedere qualcosa per mangiare, come dice nel suo stentato italiano. Da me si aspetta i pochi spiccioli di resto che mi ha dato l’edicolante. Abitudine consolidata. Lo faccio con piacere, ma anche con disagio. Per quanto ignobile l’accattonaggio, è pur sempre l’estrema risorsa per sopravvivere. E ho smesso di chiedermi, davanti a un simile quotidiano spettacolo, cosa fa la società opulenta, grassa e tronfia, per ovviare a una indecenza ordinaria riscontrabile in tutti gli angoli delle grandi città. Poi, non di rado, nelle mie passeggiate mattutine, mi accade di imbattermi in esseri malconci che rovistano nei cassonetti della spazzatura. E le considerazioni sono analoghe a quelle appena riferite. Cercano cibo, qualche vestito dismesso ma ancora buono per coprirsi, forse dei gadget gettati via per far posto a più sofisticati meccani. Chissà. La miseria ce l’abbiamo in casa e non è quella che affiora nelle riunioni conviviali discutendo della fatica di arrivare a fine mese, del mutuo da pagare, delle banche che ti prendono alla gola, del costo della vita. La miseria è la fame.

O

Ed è inspiegabile come si possa addirittura morire per denutrizione in un mondo che offre tutte le possibilità alimentari atte a soddisfare i bisogni più elementari. Squilibri, si dice. Ma non basta a mettersi l’anima in pace. Soprattutto quando le cifre parlano chiaro e dicono che oggi si produce in tutto il mondo più cibo di quanto sia mai accaduto nella storia dell’umanità. Nonostante questo più di un essere umano su dieci ha fame. Un miliardo di persone, dunque, sono affamate e spesso muoiono di inedia. Poi si scopre che un altro miliardo di abitanti del Pianeta è in sovrappeso: l’obesità è divenuta una malattia sociale. Da un lato non si trovano le risorse per sfamare popolazioni indigenti, dall’altro ne occorrono altrettante per curare coloro che si nutrono in eccesso. Squilibri? Perversioni, piuttosto, di un sistema globale che non è in grado di governare le contraddizioni e mettere riparo a situazioni che sono paradossali sotto tutti i punti di vista. Se a tanto si aggiunge poi che nel consumistico Oc-

A causa di essa ogni sette secondi da qualche parte del mondo muore un bambino. Intanto nel consumistico Occidente ingenti quantità di cibo vengono buttate via. Ma le coscienze non si ribellano...

A un passo dall’Inferno di Gennaro Malgieri

L’obesità è l’altra faccia della stessa medaglia e c’è chi a ragione sostiene che dallo sradicamento della denutrizione può anche derivare una lotta efficace a una pericolosa epidemia globale. Ma il sistema non sembra essere in grado di governare le contraddizioni e mettere riparo a situazioni paradossali cidente sono ingenti le quantità di cibo che vengono quotidianamente gettate nell’immondezzaio, per i motivi più vari, si ha un quadro pressoché completo di una vera e propria catastrofe umanitaria che coinvolge tutti, nessuno escluso ai quattro angoli della Terra. Fame e obesità, è stato autorevolmente osservato, sono le due facce dello stesso problema e c’è pertanto chi a ragione sostiene che dallo sradicamento della prima può derivare anche una lotta efficace a una epidemia globale le cui conseguenze più immediate, come tutti sanno, sono il diabete e le malattie cardiovascolari.

Di fronte a questi inoppugnabili dati, forniti principalmente dalla Fao, le coscienze dovrebbero ribellerai, la politica dovrebbe metterebbe in campo tutte le sue risorse per contrastare un fenomeno che offende l’umanità la quale, come si fa notare, non ha mai posseduto e goduto di tante risorse alimentari come oggi. Eppure 826 milioni di persone sono cronicamente sottoalimentate. Ed è più che scandaloso, è una bestemmia contro Dio che ogni anno circa quaranta milioni di esseri umani muoiano a causa della fame o di malnutrizione. Ciò vuol dire che ogni sette secondi, da qualche parte,

un bambino muore di fame o per gli effetti di essa. In un libro che consiglierei a tutti di leggere, ma soprattutto ai politici che si occupano del nulla, di George McGovern, The Third Freedom: Ending Hunger in Our Time, si coglie questa spaventosa analisi: «Tra le vittime della fame nel mondo, trecento milioni sono bambini in età scolare. Oltre a infliggere loro i tormenti della fame, la malnutrizione li priva di energie, li sprofonda nell’apatia e li espone a ogni genere di malattie. Un bambino che ha fame non lavora bene a scuola, sempre che sia in grado di frequentare una scuola. Soffrire la fame o la malnutrizione durante l’infanzia può compromettere lo sviluppo del corpo e dello spirito per il resto della vita. Nessuno può dire quanti sono gli adolescenti e gli adulti la cui esistenza è stata rovinata dal fatto di essere stati vittime di malnutrizione nel ventre della madre o durante la prima infanzia».

Nel 1974, alla conferenza mondiale sull’alimentazione, gli Stati si impegnarono a risolvere il problema della fame in un decennio. Obiettivo mancato. Nel 1996 si presero altri vent’anni promettendo che nel 2015 l’avrebbero cancellata ovunque nel mondo. Le cifre riportate autorizzano a ritenere che tra quattro anni saremo nelle stesse condizioni in cui eravamo quarant’anni fa. Non starò qui a descrivere le ragioni di un fenomeno a dir poco inquietante. È di moda l’informazione di questi tempi. Francamente non vedo strapparsi le vesti per uno orrore che non dovrebbe lasciare indifferenti, nessuno di nessuna parte politica, di nessuna religione. Eppure l’indifferenza mina le anime, riduce i margini di pietà verso i nostri simili. Le economie globali diventano giorno dopo giorno sempre più egoiste. Si ragiona intorno ai grandi sistemi, neppure le briciole vengono computate a favore degli indigenti. I supermarket esplodono di consumatori e di consumi. Nei loro pressi si affolla un’umanità dolente che ci richiama al dovere della carità che naturalmente non basta mai. Tutti abbiamo fame. Anche chi può godere di tre o cinque pasti al giorno. È una fame che non si soddisfa con il pane, ma alzando gli occhi dalle nostre miserie spirituali che contempliamo con deprecabile compiacimento. Magari ignorando che l’inferno è più vicino di quanto si possa immaginare.


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MobyDICK

Pop

musica

BENTORNATO Robert Wyatt di Bruno Giurato

di Stefano Bianchi raccheggiavo un po’. Giravo attorno a questo cd, indeciso se ascoltare o meno l’ennesima band che rimastica gli anni Ottanta. Posso tranquillamente rinunciarci, mi son detto. Senonché mi ha incuriosito il nome, Architecture In Helsinki, e ho scovato fra le mie pop-scartoffie una dichiarazione del frontman, Cameron Bird: «Ci siamo chiamati così per gioco. Sfogliando un quotidiano, abbiamo scelto alcune parole a caso e le abbiamo combinate fino a ottenere Architecture In Helsinki: che non ha nulla a che spartire con la città finlandese, costruzioni, ponti o quant’altro. Rispecchia, semmai, il nostro approccio alla musica: prendiamo suoni un po’ qua e un po’ là, li mettiamo insieme e facciamo di tutto per renderli piacevoli».Viva la sincerità e viva l’onestà. Basta cincischiare, ascolto Moment Bends: quinto disco di questo gruppo in pista da una decina d’anni che non è finnico ma australiano di Melbourne, oltre a Cameron Bird comprende Gus Franklin, Jamie Mildren, Sam Perry e Kellie Sutherland, suona sintetizzatori analogici, strumenti classici come tromba, tuba, trombone, clarinetto, flauto dolce e i più convenzionali chitarra, basso e batteria, dal vivo ha fatto da supporter a formazioni ugualmente geniali e bislacche come Clap Your Hands Say Yeah, The Polyphonic Spree,Yo La Tengo, Belle & Sebastian e Death Cab For Cutie, e s’è meritato dietro le quinte i complimenti di David Byrne. Moment Bends l’hanno registrato a Melbourne, nell’home recording studio ribattezzato Buckingham Palace in omaggio a Lindsey Buckingham dei Fleetwood Mac, «fonte d’ispirazione che non smette mai d’appassionarci», ha puntualizzato Bird. Ma di soft rock, in questi undici pezzi, nemmeno l’ombra: «C’è la nostra ossessione per la musica pop con

T

Jazz

zapping

il batterista rock si fece cantautore su una sedia a rotelle. La vicenda di Robert Wyatt è un po’ il romanzo oscuro e mitico del rock europeo. Fondatore dei Soft Machine e dei Matching Mole, collaboratore dei Caravan, poi solista con album geniali, Robert Wyatt è tra i maestri della scena di Canterbury, uno dei padri nobili del jazz-rock e del progressive, forse la figura più universalmente rispettata nel mondo della musica jazz-rock. Nato a Bristol 65 anni fa, Wyatt vive dal 1973 su una sedia a rotelle, a causa di un incidente. Un party e una caduta dal quarto piano. Il momento di sconforto e scoramento produsse uno dei più bei dischi del rock/cantautorato progressivo: Rock Bottom. È lo stesso Wyatt a indicare il nesso tra la genesi di Rock Bottom e il mare, nelle note dell’ultima edizione della Rykodisc: «Questa musica cominciò a nascere a Venezia, durante l’inverno del 1972, sull’isoletta della Giudecca in un vecchio palazzo che guarda alla laguna». E già da solo un pezzo come Sea Song vale molte discografie di altri gruppi. Finalmente la compenetrazione tra i linguaggi del rock e del jazz, che tanto hanno significato nello sviluppo del progressive-rock da Bitches Brew (l’opera seminale di Miles Davis) in poi, è completa. Dagli anni Settanta Wyatt non ha mai suonato dal vivo. Lo ritroviamo in questi giorni per un tour europeo. Il grande Assente, il grande fantasma che invoca dalla sediolina la sirena a conforto, pur sapendo che lei finirà per andarsene, «sei una bestia stagionale» le dice in Sea Song, e anche l’autore di caustiche canzoni politiche, è finalmente sul palco. L’abbiamo visto a Firenze il 17 maggio, lo vedremo in altri concerti europei. Bentornato.

E

Il melting pot di Bird e compagni cui siamo cresciuti. Anche perché proveniamo da un’area geografica particolare dove non si suona granché oltre il pop». Synth-pop, in questo caso. Frizzante, spensierato, un po’ acculturato e col ritmo a go-go: come quello che negli anni Ottanta sbandieravano Bronski Beat, Soft Cell, Human League, ABC, Tears For Fears, Erasure e Yello. Ma gli Architecture in Helsinki non lo ripetono a vanvera: dopo averci studiato un po’ su (vedi Desert Island, che strizza l’occhiolino a Sunshine Reggae dei Laid Back e agli Abba; Everything’s Blue, che clona i Queen di Another One Bites The Dust e Contact High (talmente dance che ti vien da chiedere al quintetto: non è che per caso avete ascoltato Sandy Marton, Tracy Spencer e le compilation di Claudio Cecchetto?) lo reinventano griffando Mo-

ment Bends come disco ad hoc per l’estate, al mare o ai monti che sarà. Proseguendo in scaletta: Yr Go To è danzereccia, al punto da avvitarsi su se stessa; I Know Deep Down ed Escapee sono technopoppy, con qualche cabarettismo alla Mika; That Beep è un’architettura impeccabile: synth-pop leggiadro e funkeggiante, qualche toccata e fuga in zona calypso, battito del ritmo a mo’ di Tom Tom Club; Denial Style è una piccola gemma: scattosa e funky, fa rima col Prince di 1999. E quando i sintetizzatori complottano con archi e ottoni, l’appeal del pop melodico vince su tutto: nell’incedere sincopato, da estasi elettronica, di W.O.W.; nelle penombre acustiche di Sleep Talkin’, punteggiate da momenti progressive; negli umori new soul della crepuscolare B4 3D. «Parlare di musica è come ballare di architettura», disse una volta Frank Zappa… Architecture In Helsinki, Moment Bends, Cooperative Music, 17,99 euro

Riscoprire Art Pepper grazie agli archivi tv di Adriano Mazzoletti embra ormai inarrestabile la crisi del disco. Dal 2002 a oggi il mercato globale ha perso cifre assai considerevoli soprattutto nelle innumerevoli categorie in cui è divisa la musica pop. A causa della crisi, la Sony ha chiuso il 31 marzo i suoi impianti di produzione a Pitman nel New Jersey lasciando a casa circa trecento dipendenti e sembra che altre grandi multinazionali si stiano avviando verso un ridimensionamento della loro produzione. Ci sono poi altre case, come Warner, Universal, Emi e Bmg che in accordo con Sony lanceranno sul mercato un nuovo supporto dove il lato A sarà un normale cd, mentre l’altro lato sarà un dvd, insomma da una parte il suono, dall’altra l’immagine. In questa crisi, che sta mettendo in ginocchio l’industria del disco, gli unici ad avere un incremento nelle vendite, si parla di un 12% in più, sono il country and we-

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stern, ma per questo genere musicale il mercato è solo quello americano, e il jazz. La dimostrazione che la crisi non ha toccato quest’ultimo è nella quantità di dischi che regolarmente vengono pubblicati. Non solo le ristampe dei classici, ma soprattutto le registrazioni inedite (concerti, trasmissioni radio-televisive) di quei musicisti scomparsi, ma sempre vivi nella memoria. Perciò le case discografiche fanno a gara per aggiudicarsi le cassette e i nastri, a volte anche di non eccellente qualità tecnica, di grandi o meno grandi personaggi del jazz. Così troviamo sul mercato concerti di Coltrane o Miles Davis in teatri di Milano, Copenhagen o Parigi, oppure esibizioni di altri musicisti, nei jazz club di mezzo mondo o nei festival. Se nei primi cinquant’anni della sua esistenza gran parte del jazz, suonato in concerto, è andato irrimediabilmente perduto, dagli anni Settanta a oggi si può affermare che non c’è stato evento che non sia stato registrato da

professionisti della radio, della televisione, dai responsabili della diffusione del suono o da semplici appassionati. Questo immenso patrimonio musicale si trova in gran parte custodito negli archivi delle radio e televisioni o in quelli privati di appassionati. Le ricerche effettuate da una piccola casa discografica, poco o punto conosciuta, la Lone Hill Jazz, hanno portato alla pubblicazione di alcune registrazioni, fino a ora inedite, di Art Pepper, uno dei più importanti sassofonisti della seconda metà del Novecento. La discografia di Pepper, non certo immensa, come il musicista avrebbe invece meritato per le sue qualità di interprete, si arricchisce così di un nuovo documento. Ma non si tratta di registrazioni discografiche, bensì del «sonoro» di esibizioni televisive che lo hanno visto presente, fra la fine degli anni Cinquanta e i primi dei Sessanta, in alcuni spettacoli delle tv di Los Angeles e San Francisco, lo Steve Allen Show, Stars of Jazz Show e Jazz Classic Show.

Testimonianza, questa, di grande importanza, per una più approfondita conoscenza di un musicista che ha raccontato la sua tragica vita nell’autobiografia pubblicata nel 1979, tre anni prima che scomparisse a cinquantasette anni.

Art Pepper Complete Tv Studio Recordings, Lone Hill Jazz (Distribuzione Egea)


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arti Mostre

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di Marco Vallora

cco, hai appena passato la frontiera e già respiri un’aria diversa. Non perché sei il solito anti-nazionalista (certe volte anche l’Italia l’imbrocca, per esempio con la formidabile mostra fiorentina di disegni, che convengono insieme, dagli Uffizi e dal British, concilio di nomi e d’autentici capolavori gotico-rinascimentali, da provocare realmente convulsioni, e naturalmente nessuno ne parla, perché mediaticamente non «tira». C’è per esempio un soave disegno di ragazzo di Melozzo da Forlì, che fa capire molto di più del pittore, che non quella mostra ambiziosa, sproporzionata e farraginosa, che a lui ha dedicato appunto Forlì). Così, se appena passi per Mendrisio e Lugano, dove già lì ci sono mostre degne e stimolanti, e ti addentri nel resto della Svizzera, capisci che lo stile di pensare e progettare (e garantire con serietà) le mostre è tutt’altro, dal nostro, discontinuo e affrettato. Un modo gentile, catturante, talvolta anche un po’ strambo e visionario, come l’autoctono Harald Szeeman ci ha abituati a tener conto. Dunque, Losanna per prima. Non c’è soltanto una ben articolata mostra sul Modernismo spagnolo e Picasso, all’Hermitage, a dimostrare che Picasso, all’inizio, non era poi quel rivoltoso assoluto, che appare sempre, nato dal nulla del suo genio. Anzi, usciva dalla couche sostanzialmente mondana ed elegante dei Sorolla, degli Zuloaga, dei Ramon Casas e Rusinol, pittori che poi avrebbe oscurato con la sua radicalità, ed effettivamente distanziato, in una corsa trafelata, irraggiungibile. E anche tutte le altre mostre a lui dedicate in Svizzera, e sono ovunque (vedi per esempio quella portentosa, a Berna, riservata alle sue incisioni e litografie vorticose, che turbinano intorno all’impresa epocale della Suite Vollard, ma s’è appena spento l’eco di quella interessantissima del suo rapporto con Klee,

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Moda

meno più di far musica e lo obbliga ad abbandonare l’adorato «violon d’Ingres») si risente molto il rapporto dialettico con l’ultimo, sfrontato Picasso, più di quanto non si sia mai pensato e rilevato. Ed è molto forte anche la sotto-traccia autobiografica, che ci parla larvatamente di difficoltà del vivere e di fatica, generosa ed entusiasta, d’affrontare grandi tele di juta nemmeno trattate, schiuse a questo dialogo diretto e pantografato con il sé debordante. A maggior ragione è molto stimolante anche l’altra proposta di mostra, che lo confronta invece con un caro amico, in dialogo sempre artistico, quale Franz Marc, che, accanto a Kandinsky e a Macke, parteciperà all’avventura epocale del «Cavaliere Azzurro». Ma il rapporto con Marc, che muore giovanissimo, è ancor più stretto e intimo. Le mogli sono amiche, s’intrecciano cartoline e convenvoli, inviti e lezioni, cucina e pianoforte. Mentre i mariti si inviano i primi schizzi sovversivi, in un serrato dialogo di dispacci, frequenti come telefonate di carta. Si stimolano e pungolano a vicenda, con percorsi paralleli, che si guardano nelle pupille, ma poi divergono. Klee sempre più tentato da un’astrazione sognante, Marc, più vicino al cubismo, deciso a non staccarsi mai dal tema degli animali, che gli paiono riassumere tutto il dolore del mondo, l’ingiustizia del creato. Poi sopraggiunge la guerra, l’entusiasmo neofita del volontario che s’illude d’amare l’avventura del nuovo ma presto s’appanna, nella rapida consapevolezza della follia bellica. Ed è la morte a spegnere il dialogo.

I dialoghi di Paul Klee sempre a Berna), sottolineano comunque questo suo correre isolato e solista. Anche quando, per esempio, i legami con un altro gigante solitario come Klee, si fanno sentire, eccome. Dovremmo fermarci ancora per un attimo in un’altra brillante mostra a Losanna, dedicata a una gloria locale della cartellonistica, come Eugène Grasset (che non era soltanto però un grafico liberty, non meno fantasioso di Chéret o di Mucha) ma proprio il nome di Klee ci attrae, alla sua Fondazione bernese, progettata da Piano. Il Zentrum Klee, che a ogni mostra e stagione riserva qualche sorpresa, assai ben pianificata. Intanto nel grande salone, riservato esclusivamente alla rotazione (ma anche alla «scoperta») di capitoli meno noti del padrone di casa. In questo caso, l’ultimo periodo, quello della ma-

lattia e dell’apparente silenzio espressivo, e che invece pullula e fermenta di grandi tele (per motivo anche di scarsa motilità degli arti compromessi) e d’una rimeditazione quasi filosofica del significato e della sostanza del fare pittorico. Il titolo emblematico della mostra deriva da una grande tela, Übermütig, che parrebbe aver poco a che fare col delicato e sommesso Klee. Qualcosa che potremmo tradurre a metà tra l’Impertinente e lo Spavaldo, il Gradasso e il Tracotante. Cioè il piacere nuovo d’una scrittura alfabetica gettata, criptata e geroglifica, che abitualmente incontra poco il favore degli «stregati di Klee», che preferiscono i suoi piccoli talismani, abitati da foreste labirintiche e da trappole geometriche. Certo, in quel tardo, desolato periodo d’immobilità (che non gli permette nem-

Senza spalline migliora l’autostima

on sta bene a tutte, anzi. C’è chi ha troppe curve e chi non ne ha abbastanza, ma questo vale per qualsiasi tendenza moda. L’abito senza spalline, da sera, da pomeriggio, da osare anche in ufficio con un coprispalle, causa aria condizionata e rischio di cervicale, è stato consacrato al festival del cinema di Cannes come un must assoluto. Ce ne erano di tutte le firme: Armani, Ermanno Scervino, Alberta Ferretti, Meschino, Gucci. Abiti drammatici, spiritosi, sontuosi, abiti per una sera o per un giorno, abiti che mettono in evidenza le spalle, spesso ossutissime, o il décolletée. Karolina Kurkova e Aishwarya Rai sono andati sul genere sirena, con strascico (firmato Armani), la spagnola Nieves Alvarez ha voluto un vestito da ballo di Alberta Ferretti, in tulle nero con ricami di pizzo e cristalli, mentre la presentatrice e modella israeliana Hofit Golan si è divertita con un abito bustier in raso fucsia e tulle nero di Moschi-

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Karolina Kurkova veste Armani

di Roselina Salemi no, impossibile da non notare. Per la Montées des Marches di Midnight in Paris, Salma Hayek Pinault ha scelto uno stupefacente strapless Gucci Première in georgette di seta color champagne, con bustier di perline, paillettes e cristalli argento, e un prezioso ricamo sulla gonna, interamente plissettata. Per quanto fuori dalla portata media siano questo tipo di vestiti (con quelli appesi su una gruccia in attesa di essere scelti si poteva agevolmente comprare un monolocale a Milano), il messaggio è chiaro: un abito senza spalline quest’estate ci vuole. Magari corto, di shantung, di lino, genere corredo della nonna, meglio ancora se di pizzo sangallo bianco (altra tendenza moda copiatissima da Zara e H&M) ed eccolo sdrammatizzato, lontano dall’idea platonica che sfila - irraggiungibile - sul red carpet. È questo il segno dei tempi: tutte possiamo essere un po’ dive, riadattando alla

quotidianità banale i vestiti delle star, senza valutare quanto possa essere incongruo portare gli stivali da buttero con quaranta gradi all’ombra (ma lo fa Kate Moss) o la coroncina di strass (ma lo fa Paris Hilton). L’abito senza spalline, in fondo è il minore dei mali. Si aggiunge al costume da bagnoYamamay comprato da Kate Middleton poco prima di diventare una Windsor, al tubino nero di Michelle Obama, alle Superga di Alexa Chung, e a un certo punto non sai più chi lancia che cosa, chi è il testimonial e chi no. C’è solo la corsa verso quel costume, quel tubino, quel paio di stivali (o uno simile) o l’abito viola fascinate che aveva Natalie Portman a Venezia ridisegnato con mille varianti. Quest’estate saremo Rita Hayworth, la madre di tutti gli abiti da sera senza spalline (in Gilda). Era il 1946 e la moda romantica era molto simile: pizzo, raso, tulle, chiffon, fiocchi e spacchi, perché

ogni volta che l’orologio fashion va avanti, torna indietro. Mentre il mondo cambia. Saremo Gilda per l’happy hour, senza lunghi guanti da sfilare, incontreremo tante Jessica Rabbit (è inevitabile, le disegnano così), cammineremo su un red carpet immaginario. Un abito senza spalline può migliorare l’autostima.


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il paginone

IL SOR APO

e gli “squatters” della ville lumière di Pier Mario Fasanotti segnali sono ormai tanti. L’ultimo proviene dal film di Woody Allen, Midnight in Paris, fuori concorso al festival di Cannes. Nella pellicola del regista, che ha sempre prestato una crescente attenzione alla cultura europea, la realtà si mescola a un viaggio fantastico tra i protagonisti della Parigi artistica di inizio secolo, quando la ville lumière era ancora la capitale mondiale del pensiero. Dal punto di vista librario è uscito in questi giorni il ritratto di Guillaume Apollinaire disegnato con effervescente esattezza da Renzo Paris, scrittore e saggista (La banda Apollinaire, Hacca edizioni, 262 pagine, 14,00 euro). È

I

lo di Napoleone, innamorato di una certa Melanie de Kostrowitzky. Ma la sua fantasia principia proprio dal fatto che la paternità era incerta. La madre si chiamava Angelina, o Angeliska, o Angelica, oppure Olga. Del resto mutava nomi e amanti, a seconda dell’estro o della necessità di ingannare la polizia, di sviare albergatori o proprietari di appartamenti. Le autorità vaticane misero in discussione la sua sfacciata e sventolata nobiltà polacca. Per certo si sa che Angelica (d’ora in poi la chiamiamo così) venne sistemata, in quanto orfana di madre, in un convento di suore francesi del Sacro Cuore di Trinità dei

care sprezzantemente i movimenti artistici innovativi e stimolanti provenienti dall’Italia. Come il futurismo di Marinetti, di Balla e di Boccioni. Per lui erano solo onde bizzarre del provincialismo italico. La figura sicuramente dominante - e freudianamente centrale - fu senza alcun dubbio la madre: volitiva, brillante, bella, capace di continue metamorfosi, talvolta ridicolmente imperiosa col figlio, del quale controllava abbigliamento (doveva essere sempre borghesemente elegante) e frequentazioni. Angelica odiò sempre i bohemiennes di Parigi, i compari di sbronze di Apo (così ormai lo chiamavano lungo la

Curiosissimo, affabulatore, poligrafo, alternava la conversazione colta e mitologica a irruzioni nel blasfemo. Però non rifiutava Dio, semmai lo vedeva incarnato in lui, come creatore di parole e situazioni probabile che pochi ricordino che il poeta della Belle Epoque, di madre polacca, è nato a Roma. E precisamente nel coloratissimo Rione Monti, in un palazzo stile umbertino vicino a Via Nazionale. In quel dedalo dove tutto si poteva trovare, in via dei Capocci c’erano rinomati bordelli. In quelle strade erano frequenti le risse col coltello tra monticiani e trasteverini per un corteggiamento spinto, o talvolta per il ratto delle «sabine» dell’uno e dell’altro quartiere. Tutt’ora, nei pressi della basilica di Santa Maria Maggiore si radunano russi e polacchi.Tra loro qualcuno sa che Guillaume nacque in quel quartiere il 25 agosto 1880? Il figlio di una bella polacca, affascinante, liberissima di costumi e giocatrice su tavoli verdi e su svariate lenzuola, si chiamava Guglielmo Vladimiro Alessandro de Kostrowitzky.

L’artista fu il primo ad avvolgere nella nebbia della suggestione la propria origine. Finse addirittura d’essere figlio di un prelato romano. O addirittura, giocoso visionario qual era, accennò in uno suo racconto (L’aiglon) alla possibilità d’essere uno degli eredi di un rampolanno IV - numero 19 - pagina VIII

Monti. Durante una non inverosimile malinconica solitudine partorì, appena ventenne, in Via Milano 19. La pubblica sicurezza la catalogò come entraîneuse, ostinata frequentatrice di malfamate bische. Guglielmo o Wilhelm o Guillaime che dir si voglia visse a Roma fino a sette anni, ma non sempre nella città eterna visto che a tre anni soggiornò a Bologna, visitò Firenze e frequentò il sud della Francia. Le prime lingue che Apollinaire ascoltò furono il polacco e il russo, parlate correntemente da mamma Angelica. Il francese l’aveva imparato in collegio, e ovviamente conosceva bene l’italiano e ancor di più il dialetto romanesco. Apollinaire ricorderà sempre il sole, le chiese, la confortante penombra dei conventi di Roma assieme alla confusione emotiva della sua infanzia. Quando poi divenne a tutti gli effetti parigino, s’infatuò della cultura francese a tal punto da giudi-

Senna dei buchinistes, nei caffè di Montmartre e Monparnasse). Lo invitava a mangiare, lui portava i compari più stravaganti Picasso compreso - e lei, snob e fascinosa arrampicatrice sociale, storceva il naso. Renzo Paris li descrive come strani esseri di una città perennemente «elettrica», tutti o quasi sessualmente ambigui, chi più chi meno drogati, squatters ante-litteram, tuttavia salvati dal mero vagabondaggio morale e comportamentale per via dell’amore per l’arte e per la convinzione d’essere corifei di un mondo che in effetti, e anche per merito loro, virava con brusca brillantezza.

Le scene romane, anche le più sordide e squallide, rimarranno impresse nella mente del poeta. Il quale, accusato da alcuni di essere solo un cronista in versi, sempre sostenne: «Io scrivo quel che vedo». E nel cattolicesimo romano vide una sorta di mitologia. Ci sono tracce Le Poète in assassiné, in quel racconto in cui narra di quando era bambino e

sostituiva la Fortuna, o «il Caso», nell’estrarre i numeri di una tombola illegale in piazza Ripetta. Solco mnemonico fu anche Monaco, fondale di «una reggia da operetta», e l’andirivieni tra la costa e Parigi. C’era sempre la madre, femme galante, soupeuse, entraîneuse, c’erano i treni sui quali tornerà sempre nelle poesie, c’era il gusto del travestimento lessicale tanto è vero che Apo non disdegnerà gli pseudonimi, tra cui «Guillaume Macabre», uno dei primi. I paraventi de plume gli serviranno anche per mettere in commercio romanzetti pornografici. A Monaco terminò, non regolarmente, la sua carriera scolastica, a seguito di uno scandalo. S’infilò anima e corpo nella cultura dell’autodidatta, lesse con ingordigia Virgilio, Teocrito, Petrarca, Boccaccio, Shakespeare, Villon, Ronsard, Racine, La Fontaine, Goethe, Cervantes, i romanzi cavallereschi. E molto altro. Si abbarbicò a una precisa concezione della donna che mai abbandonò: doveva essere schiava d’amore, pronta al comando dell’uomo. In realtà sognava un tipo di famiglia borghese e solida, lui che l’aveva avuta «monca». A Parigi fece il giornalista sia per sbarcare il lunario sia perché adorava descrivere quel che si faceva giostra attorno a lui. Curiosissimo com’era di tutto. Non aveva alcuna idea elitaria della letteratura. Renzo Paris spiega: «Viveva tra la folla che avrebbe dominato il secolo nuovo che

appariva. La poesia si nascondeva invisibile proprio tra quella folla che aveva cancellato in un sol colpo il concetto stesso dell’individuo». Lascia «Macabre» e s’inventa Apollinaire: è il cognome artistico che più lo affascina e che mai più abbandonerà. Le prime prove poetiche rispecchiano la sua intenzione di mischiare le forme metriche col ritmo delle canzonette che cantava e sentiva cantare per strada. Alternava la conversazione colta e mitologica a irruzioni nel blasfemo. «Il ragazzo Wilhelm annota Paris - si propone come l’uomo delle aurore, soffocate da un sole invernale che non splende». Se adorava gli antichi, agitato da una molla anarchica mescolava la metrica classica col verso libero.

Geniale fin dagli esordi con la penna, Apo dedicò versi a una certa Linda. Nella poesia intitolata La farsa dello specchio racconta di essere entrato nella sua stanza mentre lei si guardava allo specchio. Due donne, dunque, una reale e una virtuale. Di quale s’innamora? La sensazione dello sdoppiamento ritornerà con Annie Playden, governante inglese che corteggerà in maniera sfibrante. La sua vita quotidiana era fatta di espedienti, di incontri con delinquenti, di lavori più o meno illegali. Se mamma Angelica era regina di fughe, di raggiri, delle clamorose fregature a clienti dei casino, Apo lambiva la «mala» parigina, ma


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Guillaume Apollinaire nacque a Roma, a Via Milano, e prima che la Francia diventasse la sua patria, conobbe della città eterna, insieme al romanesco, anche i lati più oscuri. Con Picasso, Max Jacob e Modigliani, tra eccessi e sperimentazioni, cambiò il corso dell’arte mondiale. Il suo ritratto in un libro di Renzo Paris A sinistra: Max Jacob visto da de Vlaminck, Picasso e Modigliani e l’omaggio di De Chirico ad Apollinaire; a destra: Modigliani con Picasso e Max Jacob e Guillaume Apollinaire. In basso, l’omaggio di Chagall ad Apollinaire e una caricatura di Jacob ferma che Nietzsche fustivaga le donne germaniche conoscendone bene i difetti, mentre Shopenhauer non le aveva certo risparmiate. Apo è collericamente tranchant: «Il mio parere è che non valgono niente». Aprile 1903: nel fumoso sotterraneo del Café du Départ, a piazza Saint-Michel, fece la sua prima lettura in pubblico. Se prinon cadde mai in trappole definitive. Quel che sognava era un altro tipo di «banda»: un gruppo di scrittori, di poeti, di letterati, con cui bere allegramente e drogarsi ma anche costruire un mondo culturale vigorosamente nuovo. Di incerte radici familiari, ebreo, esule, Apo amava sentirsi diverso. Secondo Renzo Paris, «della madre Guillaume aveva preso l’alterigia». E la usò come «osservatore di un mondo crudele ma a cui era legato a filo doppio, amante della vita in tutti i suoi risvolti, anche quelli più mefitici».

Annie diventò la sua più importante musa. Per lei scrisse le poesie più belle. L’aveva affascinata con la parola. Del resto l’affabulatore Apo puntava tutto sul logos lirico: «Voi siete un frutteto pieno di tentazioni… un frutteto di primavera di autunno… dove gli alberi si gonfiano al cielo monotono… o voi pura primavera illanguidito autunno». Il poetare, ma anche la divertente cronaca per la quale scoprì di essere versato. Scrisse articoli adirati contro l’America, «luogo di selvaggi che si permettono di criticare la nazione più civile del mondo». Si sente francese fino al midollo. Nelle sue chroniques usa la tecnica del collage - direi ultramoderna, anticipatrice dell’uso del computer - mescolando spunti, bozzetti, impressioni, divagazioni. Prende posizioni assolute e pregiudiziali: odia i tedeschi e af-

vente per piccinerie. Mamma Angelica, che spesso li invitava a pranzo, disprezzava quei balordi che si riempivano la bocca con i suoi dolci, affamati com’erano e pieni di debiti. Angelica l’erinni, la genitrice tiranna, quietava tuttavia quella bramosia del cibo che pervadeva in quegli anni l’intera Parigi. Il cibo come atto erotico, già.Tra gli ar-

gnalato poi al premio Goncourt. «Fantasia ed erudizione - scrive Paris - vanno a braccetto… la maschera favolistica e magica dell’incantatore si è trasformata in quella dell’eresiarca, che si muove dentro la favola reale della religione non più mito, leggenda, magia». Apo non rifiutava Dio, semmai se lo vedeva incarnato in lui, come creatore di

La nuova poesia non doveva aver nulla a che fare con la rappresentazione di quello che si vede, ma solo con ciò che si immagina. Ma quando uscì “Alcools”, il suo capolavoro, André Gide parlò di un “miracle ingenu” ma era considerato un poeta da piccola rivista, ora assume una posa istrionica e affronta la gente. Annie intanto, infastidita dalla nebulosa poetica del giovane biondo, partì per gli Stati Uniti. Era stato il suo corpo «sereno» ad attrarre il poeta, ma lei non aveva capito che la sua era una sorta di «verifica» sentimentalpoetica. Da una composizione di Apollinaire: «…tu non sei nulla e sei mia/ O mia ombra in lutto di me stesso.../ E io ho il cuore così grosso/ Come il culo d’una dama di Damasco/ Amore mio io t’amavo troppo/ E ora ho troppa pena». E ancora: «Addio falso amore confuso…». È La Chanson du mal aimé. Nel Giardino di Anna: «Avremmo parlato d’amore in modo impreciso… avrei scritto versi pieni di mitologia/ sui tuoi seni sulla vita campestre e sulle donne…». Poi incontra Picasso e poi l’inquietante Max Jacob. E tanti altri, tutti così volitivi nel cambiare l’arte mondiale. Il pittore spagnolo era il leader del gruppetto di quei sans-papier, metechi, immigrati senza bussole, che vedevano Parigi come nucleo dell’universo. Si frequentavano, conversavano, bevevano, cercavano donne, ma litigavano anche, so-

tisti squattrinati c’era anche il timido Modigliani che non poteva soffrire Picasso. Peccato che Apo non abbia scritto nulla sul grande livornese.

Squattrinati, camminavano per ore e ore nelle strade parigine. Soste nei caffè, nei caveaux, uso di mescalina, oppio, hashish in pillole, morfina. Apo cominciò a scrivere romanzi pornografici, come Le undicimila verghe e Mémoirs d’un jeune Don Juan. Agli amici confessava di divertirsi molto. In essi si esaltano molti sederi, sia maschili che femminili. Del resto quasi tutti avevano disinvolte incertezze sessuali. Nel 1910 pubblicò i racconti di L’Hérésiarque et Cie, se-

parole e situazioni. Agosto 1911: viene rubata dal Louvre la Gioconda di Leonardo. L’autore del furto era un manovale italiano aizzato, pare, da D’Annunzio. Un amico di Apo portò via un busto ispanico e lo nascose a casa del poeta. Guillaume fu rinchiuso nella Santé per cinque giorni: ma era solo un involontario ricettatore di opere artistiche. Il perfido Picasso, che pure rubacchiava statuette o comunque le prendeva «in prestito», non aiutò il compagno di bevute. E Apo, vistosi trasformato sui giornali in volgare ladro, temette molto d’aver imbrattato la sua tanto amata facciata borghese. La madre si scandalizzò. Il 1913 fu un anno prolifico e importante per Apollinaire: in aprile uscì Alcools, il suo capolavoro poetico. Battibecchi su chi per primo avesse eliminato la punteggiatura nei versi. André Gide parlò di un miracle ingenu. Nel ’14 scoppiò la guerra. Molti fuggirono temendo l’invasione tedesca. Apo scrisse tutto su tutto. La nomea del «poligrafo» non era arbitraria. «La guerra coma sola igiene del mondo» aveva scritto Marinetti. Apo, non così cinico e brutalmente

ideologico, vide nel conflitto mondiale «un’opera d’arte collettiva scritta dall’umanità». S’innamorò di Louise, infermiera all’ospedale militare. Libertinaggio cerebrale, non senza alcune notti infuocate in un albergo del Midi. Il carteggio tra i due è altamente erotico. Lei era tutta frenesia e si annoiava quando Apo dissertava di letteratura. Splendidi i suoi versi amorosi, però: «Quando i nostri denti batteranno in un panico sciocco/ Possiamo chiamare sera quello che si dice mattino».

Le sue poesie iniziano a essere pubblicate in moltissime riviste. Annota Renzo Paris: «Le sue bestie nere sono da sempre il Simbolismo e il Realismo. La nuova poesia non deve avere nulla a che fare con la rappresentazione di quello che si vede, ma con quello che il poeta immagina, su cui fantastica». Apo andò al fronte e nel gennaio del ’18 fu ricoverato per una congestione polmonare. Scrisse: «Il pericolo è l’asse della vita sublime». Nel maggio sposò Jacqueline Kolb nella chiesa di San Tommaso d’Aquino. Testimoni furono Picasso e Vollard, Descaves e Gabriella Picabia. Mamma Angelica, che detestava la futura nuora, non andò alla cerimonia. E la neosignora Apollinaire si vendicò comunicandole la morte di Apo, causata dalla febbre «spagnola», solo il giorno dopo. Pur sul limitare della fine il poeta non smise di fare progetti: «Ha voglia di cantare tutte le possibilità di se stesso - scrive Paris canta la gioia di vagabondare e di morirne». Nell’ultima poesia, dedicata alla moglie (La Jolie Rousse) confessa che la sua giovinezza è morta insieme alla primavera e che è giunto il tempo della «ragione ardente». E termina così: «…ridete di me… abbiate pietà di me».


Geopolitica

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libri

Andrea Margelletti UN MONDO IN BILICO Eurilink, 180 pagine, 28.00 euro

ulla trama di Un mondo in bilico, come giustamente scrive un lettore su un blog di internet, non c’è molto da svelare, perché dal titolo si evince che parla della grande instabilità mondiale che stiamo vivendo. Come fosse un manuale di storia contemporanea, insomma. Ma non con questa pretesa. Piuttosto con il desiderio di farci viaggiare di Paese in Paese, di crisi in crisi, per poi restituirci alla nostra terra, ma con una consapevolezza in più. Alzi la mano chi si è mai davvero districato sulla questione del Trattato di pace fra Israele e Palestina o sulle lunghe e sanguinose lotte fra narcotrafficanti e governi latino-americani. Chi ha mai capito fino in fondo la questione kashmira e tibetana o le manovre davvero in corso in Medioriente. Ovvio che per gli addetti ai lavori la materia è più semplice. Ma Andrea Margelletti questo libro non lo ha solo pensato per chi già se ne intende, ma per chi vorrebbe capire ma non ha la forza di affrontare decine di tomi specifici. È un mappamondo su carta quello scritto dall’infaticabile presidente del Centro Studi Internazionali, dove i confini sono sì certi, ma si mescolano senza sosta, così come i rapporti di forza fra gli Stati. Margelletti, che il piglio del professore lo porta scritto nel suo Dna (le sue lezioni incantano sempre, in un mix di verità e affabulazione), si concentra sia sulle vicende geopolitiche e geostrategiche degli ultimi anni, sia sulle scintille che hanno innescato le rivolte ancora oggi roventi in molti Paesi del Mediterraneo. Facendoci rivivere l’operazione «Piombo fuso», attraversare lo Yemen, raggiungere la Cina e visitare i Balcani, con tutti i fuochi che ancora lo bruciano e piagano. A partire, come scrivevo prima, dal conflitto israelo-palestinese - il padre di tutti i conflitti - che è un po’ lo specchio del «mondo in bilico». E che in questi giorni sta prepotentemente tornando alla ribalta. Per facilità di lettura, il libro è diviso in sei parti: Medioriente, Africa, Asia, Balcani, Caucaso e Asia Centrale e Sudamerica. Ma tutto è profondamente legato, ricco di dettagli, precisazioni, schede, che conducono per mano anche il più ignaro dei lettori nei meandri di questo mondo che sta cambiando sotto i nostri occhi. Perché se prima il globo, ossia il mondo deciso a Yalta e che vive fino al 1989, era diviso ma paradossalmente unito dal suo stesso bipolarismo internaziona-

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Il Grande

Atlante

della crisi mondiale Medioriente, Africa, Asia, Balcani, Caucaso e Asia centrale, Sudamerica: Andrea Margelletti racconta (e spiega) i conflitti in atto

Il Bibliofilo

di Luisa Arezzo

le - si potrebbe dire, senza sbagliare, che il mondo era tagliato a metà come una mela - il mondo di oggi, invece, è in una situazione opposta: è unito nella globalizzazione e contemporaneamente diviso. Se prima la linea di demarcazione passava tra Est e Ovest, ora il confine divisorio sembra essere tra Nord e Sud. La Guerra fredda stabilizzava il mondo, mentre la Pace calda lo rende instabile. Questa profonda trasformazione, e l’emergere di tematiche sempre meno caratterizzate dall’ideologia e sempre più da valori «pre-moderni», come quelli etnici, tribali o religiosi, sta provocando insicurezza e instabilità in tutto il pianeta. Non vi è area geografica che non abbia un conflitto in corso o un conflitto latente, ma pronto a deflagrare. Il Medioriente, l’Asia, l’Africa, praticamente nessun continente sembra oggi immune dal virus dell’instabilità e della guerra. Israeliani e palestinesi e una mano che non si stringe. La guerra in Afghanistan e i suoi tanti, troppi morti. L’Africa che non riesce a darsi pace e continua ad arrovellarsi sulle sue eterne contraddizioni. Fino al Sudamerica, afflitto dalla piaga, anzi, dal dramma della criminalità e della violenza urbana. Ogni contesto è stato sviscerato nelle sue dinamiche politiche e di sicurezza, ne sono state descritte le cause e delineata la possibile evoluzione. Quello che resta è un grande atlante capace di avvicinarci a questo mondo in bilico, sospeso tra spinte modernizzatrici senza precedenti e il riflusso verso forme di conflitto che di moderno non hanno niente. E alla fine della lettura, ognuno sarà libero di farsi un’idea dei soggetti politici rilevanti, dei protagonisti in positivo e negativo, di ogni singola crisi, delle sue cause, dei suoi sviluppi e della sua evoluzione. Potrà, forse, saperne qualcosa di più, gettando il proprio sguardo anche laddove quello dei giornali è colpevolmente assente, perso com’è nell’ombelico della politica nostrana.

Quella dichiarazione impressa sulla carta delle arance efinita da Marino Parenti «la più esile (ma sostanziosa) biblioteca del mondo», la collana dei Libretti di Mal’Aria si configura come una delle espressioni editoriali più raffinate e curiose del nostro Novecento. Il loro ideatore, Arrigo Bugiani, fu un intellettuale atipico e schivo, autore di opere come Festa dell’òmo inutile (Edizioni del Frontespizio-Vallecchi, 1936), La stella (Morcelliana, 1946), L’altalena degli adulti (De Luca, 1954), Annata felice (Edizioni di Storia e Letteratura, 1958), Questo e altro (ivi, 1985), nonché collaboratore del Frontespizio e ideatore della rivista maremmana di ispirazione cattolica Mal’Aria, da cui presero il nome i libretti. In realtà si trattava di fogli piegati in quattro che venivano a formare un fascicoletto di cm 14,5 x 10, stampato in maniera quanto mai fantasiosa e diventato oggetto di culto per i collezionisti più avveduti. Il primo libretto, del 1960, fu l’Inno eucaristico di Domenico Giuliotti, musicato da Domenico Bartolucci e illustrato da Pietro Parigi, uscito paradossalmente dopo il secondo titolo programmato, Il privilegio del vescovo, curato da Maddalena De Luca e illustrato da Orso Bugia-

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di Pasquale Di Palmo ni. A quest’ultimo si deve ora la Breve storia di Arrigo Bugiani poeta che compare nel n. 123 della rivista ligure Resine (128 pagine, 8,00 euro), in cui si ricostruisce la vicenda editoriale del padre, con particolare riferimento alla creazione di quello che è unanimemente considerato il suo capolavoro, i Libretti di Mal’Aria, appunto. Dal 1960 al 1994 vennero stampati ben 568 titoli che abbracciano due diverse numerazioni, il cui elenco completo è presentato in calce al servizio di Orso Bugiani: dall’1 al 500 e dal 500 meno 1 al 500 meno 70, con un paio di numeri abortiti. La numerazione peraltro non segue un criterio cronologico rigoroso, in quanto molti titoli, a seconda dell’estro dell’editore, furono anticipati o posticipati. La scelta del tipo di carta e dei caratteri si differenzia da libretto a libretto. Ad esempio il n. 330, Invocazione di medici a Dio proposta da Robert Hutchinson, è stampato su carta adoperata per gli elettroencefalogrammi mentre il n. 112, Dichiarazione d’amore di fanciulla siciliana ignota, venne impresso sulle veli-

Arrigo Bugiani e i suoi Libretti di Mal’Aria, piccoli capolavori di grafica del nostro ’900

ne che servono a incartare le arance. Bugiani riusciva a creare, con una puntigliosa dovizia artigianale, dei piccoli capolavori di arte grafica dai differenti tipi di carta, perlopiù destinata al macero. I titoli, che venivano raccolti in piccoli gruppi e inviati gratuitamente agli amici, furono stampati in varie tipografie liguri e toscane e suddivisi in cinque centurie che seguono un disegno articolato, dove il momento di carattere creativo, sia letterario sia figurativo, si alterna o si integra con la proposta di documenti rari e inediti della nostra tradizione, di origine colta o popolaresca. Non per niente le edizioncine di Bugiani sembrano ispirarsi, sia per il formato che per il tenore delle illustrazioni, ai calendari agresti, ai lunari e agli almanacchi popolari da cui Bargellini, Betocchi e Lisi trassero ispirazione per comporre molti anni prima il Calendario dei pensieri e delle pratiche solari. Alle filastrocche e ai disegni dei bambini seguono stralci da opere erudite del passato, alle poesie e ai disegni di autori più o meno noti (ricordiamo fra tutti Sbarbaro, De Libero, Sinisgalli, Luigi Bartolini, Caproni) si succedono versi in dialetto, traduzioni da lingue poco conosciute, epigrafi che colpiscono l’immaginazione per la loro immediatezza e incisività.


Ragazzi A Londra

MobyDICK

di Paola Benadusi Marzocca

trano luogo la letteratura per ragazzi! Solo accantonando la logica tradizionale cui siamo abituati, si riesce a entrare nei luoghi ancora inesplorati dell’immaginazione e niente è più accattivante che immergersi in epoche storiche lontane dalle nostre seguendo pagina dopo pagina il susseguirsi di eventi e avventure che ci rivelano un mondo altrimenti sconosciuto nella sua realtà quotidiana, come avviene nello splendido romanzo della scrittrice belga Kathleen Vereecken, Il segno del bambino dimenticato (Salani, trad. Stefano Berretta, 247 pagine, 14,00 euro), che ha vinto lo scorso anno il prestigioso premio letterario fiammingo «Book Lion».Tutta la storia gira intorno a un semplice segno, «insulso» per il giovane protagonista che racconta in prima persona la sua vita. Siamo a Parigi nel 1746 e la città piena di campanili e di vicoli ingombri di carri e letame, è un brulichio di accattoni, dame e cavalieri incipriati, appesantiti da parrucche torreggianti cosparse di farina. I neonati abbandonati non si contano: vengono deposti ovunque anche sulle gradinate delle chiese. Ma il ricovero per eccellenza di queste povere creature è la cappella dell’ospedale-orfanotrofio Hotel Dieu sulle rive della Senna dove il nostro giovane protagonista viene portato: un gracile neonato che sembra quasi morto, ma che possiede un nome originale Dieudonné, Dono di Dio. Quale verità si cela dietro la sua nascita? Perché fra le sue fasce è nascosto un biglietto con disegnato sopra un 8? Non c’è mistero senza simbolo e come avviene col mitico filo di Arianna si dipana da questo banale numero una serie di fortunosi e intrigati eventi che assumono le caratteristiche del giallo gettando uno sguardo sorprendente su questo pezzo di Storia.

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La descrizione di Parigi dellaVereecken, con il suo stile impressionistico e teso, riesce a far sentire al lettore il tanfo che aleggiava per le piazze e le strade fangose e viscide; sembra di respirare il penetrante odore di cadavere che «si stendeva come una coperta invisibile sopra la città…». È nel quartiere delle Halles, «il cuore pulsante» di Parigi, dove il giovane trovatello riesce dopo varie vicissitudini a insediarsi che comincia la sua formazione. È di aspetto gradevole e di intelligenza penetrante; ha imparato a leggere e a scrivere così tra sofferenze e inaspettati colpi di fortuna riesce a diventare scrivano: un inizio tanto simile a quello dello sconosciuto padre che alla fine gli si rivelerà proprio attraverso il foglietto con il segno dell’infinito. Il sogno del ragazzo è tuttavia quello di diventare scrittore, forse non così bravo come Jean-Jacques Rousseau, il sensibile, contraddittorio, geniale ginevrino, che aveva provocato con le sue opere una sete di lettura, un’eccitazione intellettuale simile alla «febbre», insinuandosi persino attraverso i quartieri ricchi nelle dolenti e sporche vie delle Halles, dove pochissimi sapevano leggere. E accanto a Rousseau c’era il filosofo Voltaire suo acceso nemico, ma come lui amante della libertà e della ragione e pronto a sfidare i terribili pregiudizi dell’epoca preparando così senza saperlo la strada alla Rivoluzione francese. Circa un secolo dopo in Inghilterra si

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e Parigi con Sherlock e Rousseau Sorprendenti ricostruzioni storiche in due avvincenti romanzi che accompagnano con minuzioso realismo i giovani lettori nei luoghi e nel tempo di personaggi celebri. Nel cuore pulsante delle Halles dove il trovatello Leon si gioca il suo destino, o come testimoni della prima indagine del detective di Baker Street carattere scientifico richiedeva solo un piccolissimo sforzo». Sherlock aveva ripreso dal padre le doti di osservatore e la capacità matematica, dalla madre il carattere indomito e l’amore per la musica. Shane Peacock ispirandosi al complesso mondo del creatore del più conosciuto detective di tutti i tempi ricostruisce con tratti brevi e incisivi la personalità e l’inizio della crescita di Sherlock; la sua drammatica entrata sulla scena del crimine, i nascosti motivi che lo spingeranno per tutta la vita a perseguire e smascherare chi si macchia di omicidi, a combattere il male in tutti i suoi segreti tentacoli. Siamo a Londra nella primavera del 1876: in un vicolo oscuro viene accoltellata a morte una giovane e bella ragazza. Unici testimoni sono due corvi, di cui il giovane, contrariamente alla tradizione che li vuole compagni delle streghe, conosce bene il carattere e la furbizia essendo il padre un esperto ornitologo.

materializza - nell’avvincente primo romanzo della serie dello scrittore canadese Shane Peacok, L’occhio del corvo. La prima avventura del giovane Sherlock Holmes (Feltrinelli Kids, trad. Laura Santini, 254 pagine, 14,00 euro) - la figura dell’indimenticabile detective cui ancora oggi giungono lettere al famoso indirizzo londinese 221 B di Baker Street, condiviso con il dottor Watson. Nello scenario di una Londra brumosa entra in scena un adolescente di tredici anni il cui nome è Sherlock Holmes, figlio di una ricca ereditiera di origine francese e di Wilber Holmes, «povero ebreo immigrato, un askenazita proveniente dall’Europa dell’Est»; «un genio. La chimica era il suo forte, ma per la sua mente la soluzione di qualsiasi mistero di

Sherlock è un ragazzo strano; è abbastanza taciturno, ma «i suoi occhi grigi sono vivaci e all’erta». Stavolta ha deciso che cercherà il vero colpevole del delitto ed è proprio attraverso l’indagine, che comincia a condurre senza esitare a introdursi nei bassifondi di Londra come nei quartieri più eleganti e inaccessibili, che si delinea come fosse un quadro l’immagine sorprendente di una città magnifica nel pieno fulgore della potenza dell’impero inglese. Le sue imponenti cattedrali, i negozi eleganti, i teatri come il Lyceum e l’Aldwych, i grandi bar, le strade alberate percorse da carrozze pubbliche e private. Si ha l’impressione seguendo le vicende del giovane Holmes che proprio la carrozza a portata di mano divenga parte indispensabile allo scioglimento del misterioso omicidio. Chi avrà una parte importante sarà Irene, che altri non è che la figlia di Doyle, e la famigerata banda degli Irregolari, guidati dal misterioso, intelligente Malefactor, «il cervello della banda», che anche se per Sherlock non è «né un amico né un nemico», saprà combattere a suo modo il crimine accanto al futuro invincibile detective.

Un racconto di Giuseppe Lisciani

Se il pinguino sposa la gallina di Diana Del Monte osa succede quando un piccione diventa il Gran Cerimoniere del matrimonio tra il pinguino e la gallina? Avviene che il Gran Consiglio del Cielo si trova scalzato da un gruppo di sognatori che investono in questo strano matrimonio tutte le loro speranze ed energie sopite. Il libro di Giuseppe Lisciani, Il pinguino e la gallina appunto (Gallucci editore, 13,50 euro), racconta ai suoi lettori dagli 8 ai 99 anni un’esperienza straordinaria: un’idea apparentemente ridicola, un pinguino che sposa una gallina, che nasce da uno dei due protagonisti, significativamente due volatili che non possono volare, e innesca una moltitudine di imprevedibili cambiamenti. E mentre la realtà che li circonda muta all’insaputa dei due protagonisti per aiutarli a raggiungere il loro piccolo pazzo sogno, quest’ultimo si rivela sbagliato, fuorviante e totalmente inadeguato alle loro aspirazioni. La storia avanza, non dimentica delle sfumature psicologico-sociali che fanno di questo libro un interessante stimolo per una riflessione sulla realizzazione personale, oltre che una favola nel senso più tradizionale del termine, e si sviluppa in una trama alquanto complessa che strizza l’occhio alle epopee mitopoietiche novecentesche. Curioso e sapiente anche l’utilizzo dei titoli dei capitoli che ricorda le narrazioni orali; le piccole introduzioni che riassumono il contenuto dell’intero capitolo, accompagnate dai divertenti disegni di Andrea Ferraris, sembrano, infatti, essere poste a memoria dei cartelloni illustrati dei cantastorie abruzzesi. L’ironia è parte integrante della scrittura, utilizzata dall’autore tanto per giocare con il genere letterario quanto per evidenziare i vizi dell’essere umano e le pressioni delle strutture sociali da esso costruite. Giuseppe Lisciani, insegnante e scrittore che ha recentemente deciso di dedicarsi anche all’ideazione e alla produzione di giochi per bambini, propone in queste 146 pagine un racconto veramente adatto a un pubblico ampio; se Il pinguino e la gallina, infatti, abbraccia i giovani lettori, è certamente vero che è anche in grado di affascinare, e forse molto di più, i loro genitori, rapprensentandoli in veste di volatili. Un racconto che gira intorno a un pinguino pigro, una gallina annoiata e sognatrice e un matrimonio che diventa il veicolo di un cambiamento dello status quo, il tutto narrato con leggerezza, gradevolezza e un pizzico di speranza. Il piccione, poi, personaggio chiave di tutta la storia, si erge come simbolo del sogno a occhi aperti, di quell’ispirazione che improvvisamente apre la strada a un’idea che se ne stava sopita tra le pieghe della pigrizia quotidiana. Lisciani ricorda così al lettore quanto i cambiamenti più importanti spesso non appaiono affatto tali all’inizio del loro percorso.

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di Pietro Gallina opo i pesanti tagli alla cultura delle recenti finanziarie il numero degli appuntamenti concertistici si è ridotto e i prezzi dei biglietti invece aumentati. La sinfonica e la lirica sono costose e il governo, che ci vorrebbe tutti ignoranti, bastona la musica. Si aggiunga il precario sistema dei trasporti, le difficoltà dei parcheggi e il pericolo di camminare in strade deserte nel dopo teatro, più i costi benzina e posteggio e si va falliti. Tempi duri per chi ogni sera era abituato a essere uno spettatore musicale vorace e presenzialista. Quindi si cerca in Rete qualcosa che costi meno e che sia anche diverso dal solito clichè: se non si trova, meglio provare a uscire senza un programma prestabilito. Liberi per il centro della città e aprendo gli occhi si coglierà l’offerta di concerti tra i tanti teatri, chiese e locali: guidati dal proprio gusto, certamente si troverà qualcosa di minimo, magari riscoprendo il concerto aperitivo, in orari non convenzionali. Insomma un invito a rispolverare la flânerie di baudelairiana memoria. Seguendo dunque il modello di spettatore-flâneur, ci si è imbattutti a Roma, in queste settimane di maggio, in tre esperienze, tutte nel segno di Bacco. Leggo passeggiando per Via Veneto, all’entrata del Regina Hotel Baglioni: «Degustazioni di vini guidate del Wine Club alle ore 12, seguite dal concerto del Quartetto Alborada, formato da Anton Berovski, Sonia Peana, Nico Cirigugno e Piero Salvatori». Intanto dal terrazzo un panorama da sogno su tutta Roma e nella sala tanti vini italiani da degustare, accompagnati da salumi e formaggi. Dalla formazione tradizionale del quartetto per archi, ci si aspettava Haydn o Mozart; è iniziato invece il concerto con una sonorità spiazzante pur nel mezzo del brusio dei convitati. Si trattava di brani diversi del Novecento, nella maggior parte versioni jazz firmate da Paolo Fresu. Alborada è nato nel 1996 e ha un repertorio che privilegia la musica moderna e contemporanea, dal Novecento (Villa Lobos, Arvo Part, Nyman) al jazz ultimo con

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Televisione

di Pier Mario Fasanotti

arebbe un errore mettere a confronto un film con James Bond e uno di Bergman. Entrambi sono film, ma appartengono a categorie diverse. Ed è all’interno delle categorie che si possono fare raffronti e poi giungere a giudizi o classifiche. Pare ovvio, ma spesso ce lo scordiamo. Lo stesso vale per i serial televisivi. Se uno segue i polizieschi americani o francesi, o anche quelli italiani del Ris o gli episodi di Romanzo criminale, e poi vede l’ultimo prodotto di Canale 5, Fratelli detective, annusa immediatamente il sapore della parodia. La realtà è che ormai c’è un genere ben delineato che si rifà alla commedia all’italiana. Applicata ai casi di cronaca, con inevitabile protagonismo della Polizia. Enrico Brignano è un bravo attore, soprattutto simpatico perché è imbranato nella vita affettiva, ma nel lavoro è efficiente. Vive col fratellino

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Classica Un flâneur alla ricerca del concerto

MobyDICK

spettacoli

perduto

attenzione agli autori minimalisti. L’Alborada ha realizzato colonne sonore come quella del film su Ilaria Alpi, Il più crudele dei giorni, con musiche di Fresu. Dopo un tale singolare ascolto mi rimangono nella memoria tre pezzi: di Part, Per Alina; di Berovski Forever e di Salvatori, Elektriko.Tutto grazie a Cinzia Mazzone del Wine Club che ha organizzato un concerto tanto raffinato avvertendo che ne seguiranno altri. Un’istituzione che muove grandi masse come quella del Teatro dell’Opera, solo con due artisti? Certo, si tratta dei Concerti Aperitivo, ore 11 domenicali, che si svolgono, in calendario, in diversi teatri romani. Offerti a soli 10,00 euro, compreso ingresso, prosecco e salatini (qualità più scadente del Regina Hotel). Ma i due artisti Sandro De Palma e Gabriele Lavia con l’Enoch Arden, melologo per pianoforte e

voce recitante di Richard Strauss, dal poema di Alfred Tennyson, hanno elevato indiscutibilmente la qualità dell’offerta. Enoch Arden è una tenera storia d’amore e le emozioni che vi si narrano paiono appartenere ai tempi andati: un marinaio parte in cerca di fortuna per la famiglia in miseria e dopo esser naufragato, riesce, trascorsi molti anni, a ritornare per trovare moglie e figli sistemati col suo miglior amico d’infanzia. Egli non turba la loro felice unione e si nasconde nel porto; ma sul letto di morte svela alla locandiera la sua vera identità per liberare la moglie, l’amico e figli dall’incubo e dai rimorsi del sarà vivo o morto. Strauss scrive Enoch Arden e lo rappresenta nel 1897, lui stesso al pianoforte e con l’amico attore Ernst von Possart. Qui si ha uno Strauss intimo che commenta gli stati d’animo dei personaggi e

Richard Strauss. Sotto, da sinistra: il pianista Sandro De Palma e Gabriele Lavia, interpreti a Roma del melologo di Strauss “Enoch Arden”

delle situazioni narrate, con una scrittura pianistica di mirabile maestria, anche se la recitazione svolge il ruolo principale. L’intepretazione di Lavia e De Palma è stata ammirevole e commovente tanto che il pubblico, nonostante la lunghezza del brano, è rimasto in silenzio incollato alle poltrone. Fluida, sognante e irruenta la mano del pianista è stata davvero superba. Lavia, pur in una storia tanto lunga e triste, ha tirato fuori tutti i migliori accenti e gesti, modulando la voce in modo egregio. Passeggiando poi per l’animato quartiere di San Lorenzo in cerca di altre sorprese, ci si è imbattuti nel delizioso locale Beba do Samba zeppo fino all’osso. Musiche? Era quasi tutto Choro, tradizionale musica brasiliana a metà tra classica e popolare, eseguita dal formidabile Giulia Salsone Trio (due chitarre, flauto con aggiunta percussione). Purtroppo non c’era un programma di sala. Ho riconosciuto però uno choro di Pixinguinha, un altro di Barroso e mi pare anche un Villa Lobos oltre ad altri famosi samba. Una performance impeccabile che invitava anche a danzare. Spesa 12,00 euro e si son servite birre e caipirinhas con stuzzichini vari che hanno allietato al meglio la divertentissima serata. Dunque, alla ricerca del concerto perduto?

Fratelli detective tra cabaret e poliziesco Lorenzo di undici anni, dal quoziente intellettivo mostruoso, un po’ saputello ma per nulla fastidioso. È dall’involontaria collaborazione tra i due, Francesco e Lorenzo, che nascono le combinazioni narrative. Il punto di partenza, così come d’arrivo, è sempre un appartamentino romano. Scatta un’emergenza: due rapinatori entrano in una banca e minacciano

dieci ostaggi. Però manca il direttore della filiale che ha la chiave con combinazione della cassaforte. Il bravissimo Bebo Storti, sempre un po’ relegato a figure marginali (è un peccato, visto la sua versatilità) impersona il commissario: una macchietta, un «trombone» che si attribuisce paternalisticamente tutti i meriti della sua squadra. E qui scatta l’antagonismo caratteriale tra Roma e Milano. Storti fa il milanese spaccone, involontariamente comico, che si affida a un’efficienza burocratica che solo lui immagina. Mentre Brignano, alias ispettore Forti, è il romano che pare muoversi in un apparato scombinato ma alla fine dirige le operazioni tra gli uomini delle forze dell’ordine che stanno proprio stare «in ordine». Ciò che manca al milanese, la fantasia, abbonda invece nei poliziotti della Capitale.Tra una battuta e l’altra, sul filo cabarettistico di un Csi all’amatriciana, entra in scena il genietto Lorenzo. La sua trovata si rivela vincente: una macchinetta radiocomandata entra nella banca, con ri-

voltella e telecamera. Qualche ingenuità di copione, ma non stiamo a fare troppo i precisi: il meccanismo dev’essere appassionante e divertente, poco importa se non rispetta le geometrie del giallo. Per come si snoda la rapina, c’è il chiaro rimando al film di azione di Spike Lee, Inside man con Denzel Washington. Spudorato plagio sulla trovata della fuga dei rapinatori. Polizia beffata, alla fine. Ma ci pensa il piccolo Lorenzo che nota un particolare. Allora buffo inseguimento dei due gangster che fuggono sulla Salaria. Lorenzo e il poliziotto Manetti (si poteva scegliere un nome meno disneyano) arrancano a bordo di un furgone. Poi intervengono le «pantere» azzurre della polizia: mani in alto e tutti a casa (o in quell’«albergo» chiamato prigione). Parallela è la storia del corteggiamento dell’ispettore a una Serena Autieri che fa la cameriera. È la spintarella verso la commedia degli equivoci: marchio eterno delle commediole italiane. Da Goldoni non ci si stacca mai.


MobyDICK

poesia

a storia letteraria italiana, ancor più in quella novecentesca, vive anche di percorsi appartati tutti svolti lontano da qualsiasi scuola. Sono bagliori, balenii che gettano luci sghembe se si vuole ma ancor più intense sull’intero panorama della nostra poesia. È sicuramente il caso di Camillo Sbarbaro, di Santa Margherita Ligure, classe 1888. Una vita scarna, priva di elementi sorprendenti da suscitare quasi più curiosità della sua lirica. Agli inizi del XX secolo partecipa con cauto accanimento al dibattito in corso nell’allora vivace cittadella della poesia italiana e lo fa con diversi interventi in rivista. Ma poi si ferma, prende vita a sé e si ritira con la sorella in un piccolo borgo ligure, Spotorno. E lì dal 1951 fino alla sua scomparsa, 1967, un’esistenza conclusa quasi in silenzio. La singolarità? Una passione inusitata e irrefrenabile per lo studio dei licheni, con molte e apprezzate pubblicazioni a riguardo, che coltivò fino alla fine. «Autobiografia è tutto quello che ho scritto; esauriente, mi pare, anzi abbondante di particolari superflui. Non saprei proprio cosa aggiungervi», dichiarava a Ferdinando Camon nella preziosa intervista contenuta in Il mestiere del poeta. A ben vedere è proprio così, accettando però come autobiografia trasmessa quella legata alla dimensione spirituale e formativa dell’esistenza, vissuta comunque da Sbarbaro sempre con una sorta di sordina, come i titoli delle sue opere lasciano intendere (Pianissimo, Trucioli, Liquidazione, Scampoli, Contagocce, Rimanenze).

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Si può quindi iniziare dalla poesia prescelta, apertura di Pianissimo, raccolta alla quale Sbarbaro lavorò tutta la vita (con ben tre successive edizioni nel 1954, 1960 e 1971) ma che dalla prima uscita, datata 1914, va letta in quanto quella più riuscita, come unanimemente riconosciuto dalla critica e accettato in vita dall’autore. Un occhio alla data: D’Annunzio e Pascoli, Gozzano e i futuristi sono presenze più che attive. Certo li legge e li conosce Camillo Sbarbaro, ma ha deciso di proseguire autonomamente per la sua strada. Non ama certo l’enfatiche movenze poetiche del primo; del secondo, poi, sembra come infastidito dalla consonanza biografica fatta di convivenze con sorelle; del terzo, poi, pur ricorrendo anch’egli all’ironia, non crede alla classicità come possibilità formale ancora attuabile, ma piuttosto nel disincanto si serve del classico per un autonomo e rinnovato modulo sentimentale; dei quarti non apprezza l’ottimistica visione della città, altro motivo così caro a Sbarbaro che lo attinge direttamente da Baudelaire, tema sul quale si dovrà giocoforza tornare. Classico, Petrarca e/o Leopardi docet, eppure moderno, Sbarbaro sin dall’incipit, «Taci, anima stanca di godere», introduce uno dei temi di fondo dell’intero Pianissimo: la separazione dell’anima dal mondo e, contemporaneamente, la sua vuota interiorità («Giaci come/ il corpo, ammutolita, tutta piena/ d’una rassegnazione disperata»). In queste condizioni per l’uomo

In libreria

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Il balenio Sbarbaro di Francesco Napoli non c’è più spazio per gioie o dolori e quanto c’è di mondano non costituisce più nessuna attrattiva («Perduta ha la sua voce/ la sirena del mondo») anzi, la voce suadente della modernità si spegne in un vuoto assoluto che, leopardianamente, costituisce il punto di partenza di ogni ulteriore, e forse si potrebbe dire estrema, osservazione con la quale il poeta poi chiude: «Nel deserto/ io guardo con asciutti occhi me stesso». La negazione per l’uomo è un atto eroico nel poeta di Recanati ma in Sbarbaro, poeta borghese, non può più essere così, si trasforma in una sorta di pessimismo esistenziale con il quale fare i conti e che anticipa il medesimo, e più noto, atteggiamento del Montale di Ossi di seppia, suo amico, ammiratore e debitore in poesia, basti pensare al senso dello scabro e dell’essenziale. Leopardi, a ben vedere, appartiene all’orizzonte di riferimento di Sbarbaro. Prestiti, lessicali e tematici, se ne rintracciano tanti e sparsi, ma che Sbarbaro utilizza lo sciolto endecasillabo leopardiano per torcere, primo in Italia con Saba, il collo all’eloquenza (non come hanno millantato i futuristi che di fatto sostituirono l’eloquenza classica con un’altra, rutilante e simil dannunziana) senza neppure l’aria di volerlo fare, questo mi pare davvero altamente riuscito.

«Nel deserto/ io guardo con asciutti occhi me stesso»: la dissociazione del punto di vista, il guardare se stesso come una «cosa» da un altro angolo, anticipa e introduce nella poesia novecentesca italiana il tema dell’alienazione tra l’essere e gli altri, tra l’essere e il mondo, non tanto intesa come sentire gli altri quali nemici o come incomunicabilità, ma quale indecisione e bisogno di solitudine. Una prospettiva di riflessione che, pur nel suo naturale rinnovarsi, tuttora non è spenta. «Nel deserto/ io guardo con asciutti occhi me stesso»: la desertificazione-alienazione è anche quella indotta dal nuovo modello di vita imposto dalla città moderna. Deserto e città è tema baudelariano direttamente importato in Italia da Camillo Sbarbaro. Probabilmente se «la sirena del mondo» ha perso la sua voce è anche perché nel clamore frastornante di quel luogo non trova più ascolto, una città che si è «fatta immensamente vasta e vuota» - recitano i versi di un altro com-

TACI, ANIMA STANCA DI GODERE

Taci, anima stanca di godere e di soffrire (all’uno e all’altro vai rassegnata). Nessuna voce tua odo se ascolto: non di rimpianto per la miserabile giovinezza, non d’ira o di speranza, e neppure di tedio. Giaci come il corpo, ammutolita, tutta piena d’una rassegnazione disperata. Noi non ci stupiremmo non è vero, mia anima, se il cuore si fermasse, sospeso se ci fosse il fiato… Invece camminiamo. Camminiamo io e te come sonnambuli. E gli alberi son alberi, le case sono case, le donne che passano son donne, e tutto è quello che è, soltanto quel che è. La vicenda di gioja e di dolore non ci tocca. Perduta ha la sua voce la sirena del mondo, e il mondo è un grande deserto. Nel deserto io guardo con asciutti occhi me stesso. Camillo Sbarbaro da Pianissimo

ponimento di Pianissimo - come l’anima dell’uomo che vi ci vive e in questa desertificazione l’immagine è quella di «una città di pietra ove nessuno/ abiti, dove la Necessità/ sola conduca i carri e suoni l’ore». Simmetrie sintomatiche tra città e anima, strade mute e indifferenza quasi immobile, alle quali Sbarbaro, partecipe, avverte che non può che in qualche misura cercare di assuefarsi così come l’uomo contemporaneo.

Carifi: la strada della caduta in dodici storie

stato scritto che la poesia di Roberto Carifi esibisce una dialettica articolata tra infanzia e luoghi, viandanza e abitare, essere e male, essere e Padre, incarnati in un’opposizione luce buio. Al fondamento sta il mito dell’infanzia, come momento di purezza originaria. La figura materna vi assume un altissimo valore simbolico, mentre la ricerca del Padre costituisce un nucleo essenziale. Introduciamo così, parlando per brevi cenni delle tematiche essenziali della sua poesia, Nome di donna e altri racconti, dodici racconti brevi assai suggestivi che Carifi ci propone (Raffaelli editore), per constatare a un primo sguardo se tali tematiche facciano parte anche della narrativa dell’autore. Essa risulta pervasa dal senso del buio e del male, mentre gli altri topoi ricorrenti nella poesia sembrano assenti, se si eccettuano un paio di rapidi riferimenti all’infanzia. L’orizzonte di queste prose è via via l’oscurità, l’indescrivibile, l’angoscioso, la morte, il dolore e la rovina. Gli accadimenti sono minimi e lasciano un segno indelebile. Il lettore resta sospeso e sorpreso di fronte al concatenarsi di scarne vicende il cui esito è uno scacco letale. Nel primo racconto, ad esempio, il titolo si riferisce a un essere non identificabile, che po-

È

di Giovanni Piccioni trebbe rappresentare il destino. Il protagonista ascolta la Nona sinfonia di Mahler nella sua stanza e scoppia a piangere nel momento in cui vi riconosce un amore infinito per questa terra. Nell’atmosfera incombe un senso di rovina metafisica. Egli conserva il ritratto di una ragazza dell’età di nove anni, un angelo sul quale singhiozza in modo morboso e patologico da un numero imprecisato di anni. La madre è stata uccisa dalla sua passione innaturale per la musica wagneriana. Il ritratto è quello della figlia, morta annegata. Suo fratello, a lei assai somigliante, sparì subito dopo. Il protagonista continua a sospettare, in modo ossessivo, che si sia trattato di un delitto. Il ricordo dei figli è come quello degli angeli, «peggiore di qualunque disperazione, di qualunque malattia». Il vecchio servitore entra nella stanza e gli strappa dalle mani il ritratto fotografico. Egli ha sempre pensato che i figli si sforzassero di rendersi identici a un essere che abitava nella torre dove passavano le loro giornate, e cui si esponevano senza riserva. Il servitore custodisce un segreto inconfessabile: da cinquant’anni modella nella creta quella terza cosa che so-

miglia indifferentemente ai due figli del protagonista, mentre il padre ascolta una musica mortale. Questo senso di un destino misterioso e ineluttabile, questa presenza costante della morte, del tormento per quanto è inspiegabile, dell’oscurità e impraticabilità dell’esistenza, dell’annientamento progressivo cui l’uomo è sottoposto (emblematico in questo senso il tema ricorrente del potere distruttivo della musica), della «vocazione a morire», sottende tutti gli altri racconti. Si direbbe che in queste prose, come crede il progonista di un racconto, gli esseri vanno in malora, tutte le creature iniziano a un certo punto della loro esistenza una parabola discendente e non si riprendono più, continuano la loro corsa verso il baratro come se una mano invisibile li spingesse. È la strada della caduta che Carifi ci racconta, un cammino irreversibile. È interessante notare come di fronte a una materia così connotata in senso metafisico, la scrittura di Carifi mantenga un impianto logico, razionale. Lo stile di questi racconti compiuti è preciso, discorsivo, piano, esplicito, quasi a voler rendere verosimile una realtà che alla verosimiglianza rinuncia in nome di una rappresentazione dell’«inguaribile della vita».


Babeliopolis

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ice nulla il termine millenarismo? È un modo di pensare, una vera e propria sindrome, che rientra nell’ambito dell’antropologia culturale, della sociologia, della storia delle religioni e della psicologia. In passato ve ne sono stati esempi clamorosi al volgere del precedente millennio, quello del famoso detto «Mille e non più mille»: nella notte fra il 31 dicembre 999 e il 1° gennaio 1000 si sarebbe verificata una fine del mondo. Una certezza annunciata già da parecchio da predicatori, sette religiose, ma anche personaggi «laici», e accompagnata da manifestazioni e fenomeni collettivi e individuali reputati eccezionali e significativi, di cui sono piene le Cronache dell’epoca: non solo carestie, epidemie, terremoti, alluvioni, eclissi, ma anche nascite mostruose, apparizioni sconcertanti, tuoni e suoni aerei di misteriosa provenienza, visioni demoniache e celestiali e chi più ne ha più ne metta.Tutto veniva collegato alla ineluttabile fine del mondo. E che c’è di strano, dirà qualcuno? Mille anni fa l’umanità tutta era rozza, ignorante, incolta, superstiziosa, tanto credulona da prestar fede alla fandonia di una fine del mondo al volgere del millennio o nei suoi dintorni, poco prima o poco dopo, fomentata da monaci esaltati che eccitavano gli animi ingenui per fenomeni assolutamente ovvi e naturali. Perché meravigliarsi? Giusto, ma per non doversi meravigliare noi, l’umanità colta, civile, progredita, logica e illuminata di oltre mille anni dopo dovremmo dimostrare di essere del tutto immuni da certe superstizioni e da certi cedimenti mentali. E invece, basta guardarci intorno e ci si accorge che l’umanità tecnologica del Ventunesimo secolo si comporta dal punto di vista psicologico e intellettuale né più né meno come quella del Decimo secolo: irrazionalmente. Con l’aggravante che questa sindrome viene diffusa per ogni dove con una velocità e una capillarità impensabili ai nostri antenati che non possedevano non solo televisione e cinema, ma soprattutto i nuovi media elettronici generati dalla Rete dove il chiacchiericcio mediatico, il passaparola, la leggenda metropolitana, si distorce sempre più, si amplifica, si gonfia e fa diventare verità incontrovertibile una semplice ipotesi, una possibilità, o anche un vero dato di fatto ma che unito ad altri improbabili prende contorni diversi e diversi significati. Come si è notato in un precedente articolo, la quantità abnorme genera una verità che è poi difficile negare, per quanti sforzi si facciano.

MobyDICK

ai confini della realtà fico approfondimento filosofico dovuto ad Andrea Tagliapietra, il quale nel suo dotto ma affascinante Icone della fine (Il Mulino), partendo da Kant, e da Cacciari, nota come di fronte all’idea di una fine definitiva di tutto e di tutti il pensiero si blocchi e si annulli, impotente a pensare oltre. La conseguenza è che, seguendo il ragionamento kantiano, l’esplorazione del vuoto abissale decretato dalla fine viene delegato all’«organo della immaginazione» che elabora così una serie di «immagini apocalittiche», dato che oggi, afferma Tagliapietra, assistiamo «alla ripresa dell’immaginazione della fine e del suo inventario figurale e simbolico», nonostante quella che definisce «la povertà simbolica» del mondo della tecnoscienza e della globalizzazione. Comunque sia, «le icone della fine elaborate all’interno del grande codice della tradizione occidentale rioccupano i vuoti del nostro presente, in quegli spazi dell’immaginario che coincidono con i miti della cultura di massa, del cinema e delle narrazioni popolari». E quindi cinema, tv, internet, fumetti e letteratura ne sono pieni zeppi.

D

L’Umanità dell’anno 2000 non è quindi molto diversa da quella dell’anno 1000 (a parte il nostro migliorato modo di vivere) e la nostra pretesa superiorità culturale quasi una barzelletta. Lo prova la sindrome millenaristica che ci sta colpendo da qualche anno a questa parte e che riguarda la cosiddetta Profezia Maya sulla presunta fine del mondo nel 2012. Certo è che le varie propaggini della New Age, sia gli ecologisti fondamentalisti, sia sette le più varie financo ufologiche, si sono gettati su questa data per portare avanti le proprie tesi catastrofiste. Proprio come un millennio fa tra borghi e campagne, si aggiravano gruppi di millenaristi invasati guidati da santi eremiti che, autoflagellandosi, predicavano il pentimento per

Prove di fine del mondo di Gianfranco de Turris l’avvicinarsi del 31 dicembre dell’anno 999. Uguali. Il problema è che oggi ci si ammanta di scienza. E infatti, al Calendario Maya (non si tratta di una profezia) che annuncia la fine di un lungo ciclo millenario il 21 dicembre 2012, si aggiun-

tazione terrestre che però poi riprenderebbe, magari in senso inverso, o forse soltanto la modifica del magnetismo… Insomma, una versione riveduta, corretta, aggiornata e tecnologizzata dei Quattro Cavalieri dell’Apocalisse. Non c’è

L’11 maggio il terremoto a Roma non c’è stato. Così come l’umanità sopravvisse al 999. Prossima scadenza: 12 dicembre 2012. Quello che è certo, è che per quanto evoluta sia la nostra società, la sindrome dell’Apocalisse non accena ad abbandonarci... gono altre singolari informazioni «scientifiche» che sembrerebbero avallare questa data terminale: proprio in quel giorno si verificherebbe un inusitato allineamento di pianeti del Sistema Solare, e anche un insolito aumento delle eruzioni solari, e anche l’avvicinarsi di un misterioso Pianeta X che si scontrerebbe con questa nostra povera Terra, sostenendo che tutto ciò provocherebbe grandi cataclismi terracquei o magari forse soltanto il blocco per (appena) tre giorni della ro-

molto da meravigliarsi: il tema della «fine del mondo», intesa sia in senso materiale che prettamente culturale, è una costante della società umana, come ha dimostrato uno storico delle religioni del livello di Ernesto De Martino (1908-1965) che in uno sterminato, anche se incompiuto, studio di 700 pagine pubblicato postumo (La fine del mondo, Einaudi, 1977), ha raccolto una immensa mole di documenti su questa sindrome che attanaglia da sempre l’umanità. Cui si affianca oggi uno speci-

Che esista da un bel po’ questo crogiolarsi generale in fantasie angosciose lo conferma un arguto e intelligente saggio di Andrea Kerbaker (Bufale apocalittiche, Ponte alle Grazie) dove si analizzano le apocalissi mancate all’inizio del XXI secolo: dal baco del millennio alla mucca pazza, dalla Sars alle influenza aviaria e suina, per concludere che la nostra è ormai la «società degli allarmi» e che siamo condizionati, senza poterlo impedire, dall’«Internazionale della paura» che opera indisturbata grazie a un mix composto da un’informazione istantanea e capillare, dal cinismo dei media mondiali ivi compresi quelli considerati seri e autorevoli, dal parere di esperti veri e presunti, dai cosiddetti opinion makers (in genere dei politici), mossi da due unici interessi: quelli di immagine e quelli economici. La nostra, afferma Kerbaker, è una società sostanzialmente ipocondriaca: «La certezza del male, dapprima basata su flebili indizi, cresce, prima piano, poi più rapidamente, acquista spazio mentale sempre maggiore, fino a sgonfiarsi più o meno da sola, in attesa della malattia successiva». Ultimissimo caso: nella Rete, soprattutto dopo il terremoto in Giappone dell’11 marzo, è circolata la notizia che un sismologo dilettante, il faentino Raffaele Bendandi (1873-1979) avrebbe previsto per l’11 maggio 2011 a Roma, o nei pressi ai Colli Romani, un terremoto che avrebbe devastato la capitale. In moltissimi l’hanno preso sul serio, nonostante che «La Bendandiana», l’associazione che ha raccolto e studia i suoi documenti, abbia smentito nel modo più assoluto che nelle sue carte o appunti o taccuini sia stata scritta una previsione del genere. Purtuttavia nella Rete le dicerie, le certezze e il panico sono andati alla grande: c’è chi ha consigliato di trascorrere la notte in auto… È quello che Kerbaker definisce come quel «senso di entropia, storicamente connaturato alla natura stessa dell’uomo: un costante memento mori che nelle varie epoche ha portato all’immaginazione di svariate catastrofi finali». Per fortuna siamo sopravvissuti anche a questa apocalittica bufala… Ma nessuno ha imparato nulla.


o p i n i o n ic o m m e n t il e t t e r ep r o t e s t eg i u d i z ip r o p o s t es u g g e r i m e n t ib l o g

Sostenere le giovani coppie per rispondere al calo dei matrimoni MULTICULTURALISMO E INTEGRAZIONE, IL NOSTRO IMPEGNO Cari amici, si è tenuto ieri a Roma, alla presenza del nostro presidente Ferdinando Adornato, il consueto appuntamento del Coordinamento Nazionale dei Circoli Liberal. Momento di grande partecipazione attiva alla vita dei Circoli ma soprattutto di confronto e analisi politica del dopo-voto amministrativo. Occasione per discutere di quello che è oramai il nuovo presente e futuro progetto politico del Terzo Polo. Con soddisfazione prendo atto della grande partecipazione qualificata e dell’impegno che, anche in questa occasione, gli aderenti ai Circoli Liberal hanno profuso in campagna elettorale sui singoli territori. Abbiamo espresso direttamente dei candidati nelle liste dell’Unione di CentroNuovo Polo per l’Italia in quasi tutti i Comuni al voto, cosi come nelle principali competizioni come Milano, Napoli, Caserta, Salerno, conseguendo risultati importanti e facendo conoscere e apprezzare i nostri candidati anche per la cultura politica, moderata e liberale a cui fanno riferimento. A tutti loro voglio esprimere, pubblicamente, il mio più sentito ringraziamento per la campagna elettorale, in parte ancora in corso. L’impegno che da sempre mettono al servizio dei Circoli liberal e oggi del progetto politico del Nuovo polo per l’Italia sui singoli territori di appartenenza, mi rende ancora più orgoglioso e sicuro del lavoro fin qui svolto e di quello che c’è ancora da fare per raggiungere gli obiettivi comuni. Di contro la situazione politico-istituzionale italiana non ci consente, a nessun livello di governo e partecipazione, di essere troppo ottimisti. Ma non possiamo neanche restare fermi a guardare ciò che succede... Abbiamo per questo voluto promuovere e animare con i nostri Circoli, attraverso la Fondazione Liberal, un dibattito su un grande tema di attualità che, a mio giudizio, non vive all’interno di recinti temporali né tanto meno politici, e che certamente non si è palesato come tema primario, nell’arco di questa campagna elettorale pur sempre di natura amministrativa, e cioè il “Multiculturalismo e l’integrazione” dei popoli in movimento. È questo il tema di un importante convegno che si terrà lunedì 6 giugno a Roma alle 15 a Palazzo Wedekind in Piazza Colonna, e vedrà la partecipazione di Ferdinando Adornato, Emma Bonino, Pier Ferdinando Casini, André Glucksmann e S.E. Mons. Ravasi. All’importante appuntamento non faremo mancare la nostra presenza e la nostra attiva partecipazione. Un modo per poter testimoniare l’impegno e i valori di cui siamo portatori attraverso i Circoli Liberal, nell’Unione di Centro e verso il Nuovo Polo per l’Italia. Vincenzo Inverso S E G R E T A R I O NA Z I O N A L E CI R C O L I LI B E R A L REGOLAMENTO E MODULO DI ADESIONE SU WWW.LIBERAL.IT E WWW.LIBERALFONDAZIONE.IT (LINK CIRCOLI LIBERAL)

Il considerevole calo di matrimoni celebrati che, secondo l’Istat, interessa il nostro Paese è una conseguenza delle profonde trasformazioni della nostra società. I giovani, rispetto al passato, oggi vivono molto più a lungo a casa dei loro genitori. Da un lato esistono delle motivazioni che sono ormai sotto gli occhi di tutti. In primo luogo, la difficoltà nel trovare un lavoro stabile e, di conseguenza, nell’accedere all’acquisto di una casa. Senza trascurare il proseguimento degli studi, che tra specializzazioni, master e dottorati ha visto la carriera universitaria allungarsi ormai oltre i trenta. Esiste però anche una seconda spiegazione che non è da trascurare, ovvero la difficoltà che si registra dopo una certa età nel rinunciare alle proprie abitudini e lanciarsi in una vera e propria avventura. Costruire una famiglia è, infatti, anche una scommessa, che ha bisogno di quello spirito di iniziativa che con l’avanzare dell’età si affievolisce. È necessario quindi mettere in campo una politica che tenga conto di queste trasformazioni. Una politica che valorizzi la famiglia non solo attraverso singoli interventi, ma soprattutto con strategie capaci di modificare queste abitudini sociali che non appartengono universalmente alla nostra epoca.Tanto è vero che in altri Paesi europei, anche non cattolici, non si verifica questa crisi dell’istituto del matrimonio.

Aldo Forte

IL NON VOTO DEL POPOLO CONDANNA LA POLITICA DEI PARTITI Anche in queste elezioni amministrative, tradizionalmente le più frequentate perché legate al sistema delle comunità locali, si ripropone il dato preoccupante che riguarda lo scollamento tra cittadino e politica, cittadino e istituzioni. Il calo dei votanti è il segnale più chiaro ed evidente che c’è qualcosa che non sta più funzionando nella politica del nostro tempo e del nostro territorio. I disastri del sistema sanitario, la precarietà crescente del lavoro, le disattenzioni dei governi nazionale, regionale, provinciale e comunale le aggressioni all’ambiente, le campagne soffocate dal fotovoltaico e, a fronte di tutto questo, i tanti privilegi della casta politica hanno prodotto inevitabilmente l’allontanamento dei cittadini elettori dalle elezioni.

Domenico Site

ELEZIONI E SCUOLE CHIUSE Anche in occasioni delle elezioni amministrative, le scuole rimangono chiuse diversi giorni. Invece di interrompere questo pubblico servizio, i seggi potrebbero essere insediati in altri edifici pubblici, poste, uffici comunali, provinciali, regio-

nali, stazioni dei carabinieri e polizia, prefetture. Meglio sarebbe effettuare una rotazione in modo da non inficiare a ogni tornata elettorale il già precario calendario scolastico.

Celestino D’Aponte

SUPERSTIZIONI RIDICOLE «Chi non crede in Dio non è vero che non crede in niente perché comincia a credere a tutto», diceva Gilbert Keith Chesterton. A giudicare dai comportamenti di chi non crede che Gesù Cristo sia il figlio di Dio, come dare torto al grande scrittore inglese? Sarà pur vero che i cristiani, agli occhi dei non credenti, professano riti stravaganti e senza senso, ma che dire delle ridicolaggini praticate dagli illuministi, dai razionalisti, dagli agnostici, dai laicisti o dagli appartenenti ad altre fedi? L’ultima demenza in ordine di tempo è andata in scena l’11 maggio, quando il 20% dei romani ha scelto di non andare a lavorare per timore che una terribile profezia laica “terremotasse”la capitale d’Italia. Se si dovessero citare le “scemenze”, le superstizioni, le credenze popolari, le abitudini, le usanze e le scaramanzie messe in pratica dai non cristiani, non basterebbe una bibliote-

L’IMMAGINE

LE VERITÀ NASCOSTE

Hai visto una pecora arancione? DARTMOOR. Un pastore della contea di Devon, in Inghilterra, ha tinto di arancione le duecentocinquanta pecore del suo gregge. Lo scopo di questo insolito gesto è quello di prevenire i furti di bestiame, rendendo le pecore immediatamente riconoscibili e di conseguenza più difficilmente smerciabili per un ladro. Ma anche perché le pecore tinte attirano l’attenzione dei passanti, e quindi diventa più difficile per un ladro di bestiame agire indisturbato. Il pastore, John Heard, era stanco dei numerosi furti, che di volta in volta lo privavano di diverse decine di pecore ogni anno, e così utilizzando una tintura (assolutamente non nociva per gli animali) ha avuto il risultato sperato: quest’anno infatti nemmeno una pecora è stata “prelevata”. L’idea in un primo momento aveva fatto storcere il naso ad altri pastori, ma adesso anche loro stanno seriamente pensando di “colorare” le proprie bestie.

ca per contenerle tutte. Gli specialisti della mente sostengono che le fobie, le manie, le ossessioni, le perversioni e le cattiverie scaturiscono dal senso di precarietà della vita o da mancate risposte esistenziali. Teoria che si concilia perfettamente con l’assenza di risposte ultime, certe e definitive, che i sistemi filosofici atei e le religioni non cristiane non riescono a dare ai loro seguaci. Così può accadere che, privi della bussola interiore che solo il cristianesimo può dare, molti “scombussolati”: leggono gli oroscopi; frequentano maghi e cartomanti; si fanno saltare in aria per accoppiarsi nell’aldilà con vergini e pulzelle; non mangiano vacche, maiali e crostacei convinti di evitare l’inferno; ricorrono all’eutanasia al primo sintomo di raffreddore; ammazzano i bimbi nei grembi delle madri esultando per il mancato pericolo; si sposano tra maschi convinti di metter su famiglia e bevono, si drogano e si trastullano nella convinzione di aver trovato la ricetta della felicità. Ma il guaio più grosso esercitato dagli “scombussolati”, non è la qualità o la quantità delle bestialità praticate, ma l’incapacità di rendersi conto delle “patologie”da cui sono affetti. Pensare di riuscire a dare un senso alla vita a prescindere dalla pienezza portata dal cristianesimo, è pia illusione che al massimo genera sonno eterno, morte e senso del ridicolo.

Gianni Toffali - Verona

TV E MOTORI

Romantica pescatrice Tra un tuffo e l’altro a caccia di pesci, la sula fosca (Sula leucogaster), un uccello marino delle regioni tropicali, trova il tempo per dedicare tenere attenzioni al partner. Nella stagione degli amori i maschi corteggiano allungando il collo e il becco verso l’alto ed emettono un fischio caratteristico; o eseguono una camminata dondolante detta “parata”. La coppia infine si dedica alla reciproca pulizia delle piume

È incredibile come nei programmi “Easy Driver”e “Tg2 Motori”facciano vedere solamente vetture straniere. Crediamo, forse, che la nostra industria automobilistica non produca auto degne da far vedere? È una vera vergogna! Vorrei ricordare a chi pare lo abbia dimenticato, che fuori dall’Italia vivono più di 5 milioni di italiani, me compreso, e abbiamo il diritto di vedere quanto di bello si produce nel “nostro” Paese. Vogliamo vedere le meravigliose auto che produce la Fiat, la Lancia, l’Alfa Romeo, l’Autobianchi, la Maserati e la Ferrari. Se non volete farcele vedere… togliete i vostri programmi dal palinsesto di Rai Italia.

Giuseppe Morgana


mondo

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Pressing su Israele: il Quartetto (Usa, Russia, Onu e Ue) appoggia «energicamente» la proposta americana di due Stati entro i confini del 1967

Il grande freddo Vertice teso fra Obama e Netanyahu, e l’ipotesi di una road map si allontana di Enrico Singer ltro che questione palestinese. Il problema non è il riconoscimento dello Stato palestinese da parte d’Israele che è già avvenuto con l’accettazione del principio dei “due popoli, due Stati”. Il problema è il riconoscimento dello Stato israeliano da parte dei palestinesi e del mondo arabo in generale. Fino a che Hamas continuerà a predicare la distruzione d’Israele – come è scritto nella sua carta costitutiva – e a tentare di metterla in atto concretamente a colpi di razzi Qassam e di attentati, fino a che Paesi come l’Iran continueranno a procla-

A

mai undici anni fa – era il 3 maggio del 2003 – e che Israele considera fondamentale perché è la garanzia della sua stessa esistenza. Il linguaggio della diplomazia, naturalmente, è appena più sfumato e filtrato dagli immancabili sorrisi di circostanza, ma la sostanza di quanto ha detto Benjamin Netanyahu a Barack Obama è proprio questa. Israele, insomma, rovescia il discorso. Quello che dovrebbero capire l’America e l’Occidente è che le pressioni da esercitare non devono essere rivolte a convincere Israele che è arrivato finalmente il momento di promuovere

In ogni trattativa che si rispetti, le concessioni, e quelle territoriali sono le più importanti, devono essere il punto di arrivo di un negoziato e non quello di partenza mare che Israele deve essere cancellato dalle carte geografiche, ogni ipotesi di negoziato è destinata a fallire. Tanto più se l’obiettivo è tornare alle frontiere del 1967 che non assicurano una delle condizioni della soluzione del conflitto: la sicurezza dei confini che è prevista dalla road map per la pace che fu accettata anche dall’Onu or-

l’Autorità nazionale palestinese a Stato indipendente, ma a convincere tutte le componenti del variegato fronte palestinese e arabo che Israele fa parte della realtà del Medioriente e va accettata. E se è vero che la pace si fa tra nemici – formula usata per spingere Gerusalemme a considerare anche Hamas come un interlocutore della

trattativa – è altrettanto vero che la pace è possibile soltanto quando i nemici sono disposti a convivere e a rispettarsi.

Sopra, il leader di Hamas Khaled Meshal. In alto: Abu Mazen (Anp). Foto grande, l’incontro fra Obama e Netanyahu. In basso: manifestazioni in Siria

Se queste sono le premesse, è facile comprendere il gelo che è sceso tra Benjamin Netanyahu e Barack Obama. Il discorso pronunciato dal presidente americano appena ventiquattr’ore prima dell’incontro di ieri alla Casa Bianca ha deluso il premier israeliano. È stato il peggiore biglietto d’invito che potesse ricevere. I suoi collaboratori raccontano che lo ha ascoltato in una saletta dell’ae-

roporto Ben Gurion di Tel Aviv proprio mentre era in attesa d’imbarcarsi sul jet che lo ha portato negli Usa e che è rimasto letteralmente «scioccato». A chi era con lui avrebbe detto testualmente: « Obama non ha capito che uno Stato palestinese nei confini del 1967 significa uno Stato israeliano indifeso». E che Hamas è «una organizzazione terroristica che punta alla distruzione di Israele semplicemente con una nuova strategia» che passa per l’accordo appena raggiunto con Abu Mazen nella speranza di convincere l’Assemblea generale dell’O-

La protesta non si ferma. Anzi. E l’Europa pensa a nuove sanzioni, questa volta contro Assad. Le vittime a Homs e Dara’a

Siria, il regime spara sulla folla: almeno 27 morti zadi Friday per la Siria. Il venerdì della libertà. Il nome scelto rimanda alla lingua kurda, visto che le prime manifestazioni di ieri, che si sono svolte a Damasco, hanno dato voce alle istanze della minoranza che abita le regioni interne del Paese. Nella mattinata, un migliaio di cittadini siriani, di etnia kurda appunto, si è riunito nelle strade della capitale. In realtà, non era atteso un loro coinvolgimento. Gli accordi presi, due mesi fa, tra il regime e i rappresentanti più moderati degli indipendentisti, avevano delineato la speranza che dalla crisi, almeno la questione kurda, potesse restare fuori. Il fatto che si sia inneggiato alla libertà fa temere il peggio. Cosa accadrebbe se anche il Kurdistan venisse

A

di Antonio Picasso contagiato dal desiderio di libertà e democrazia? Iran, Iraq, Siria e Turchia. Questi i Paesi esposti a un pericolo di tali dimensioni. La primavera di rivolta rischia di degenerare e rivoltarsi anche

Obama, nel suo discorso alla comunità islamica d’America di giovedì.

Da Damasco, la rivolta si è propagata ancora una volta a macchia d’olio. Da-

Per il decimo venerdì consecutivo in molte città siriane la popolazione è scesa in strada con un ramoscello d’ulivo in mano o a torso nudo per protestare contro il presidente contro Paesi amici dell’Occidente (l’Iraq), oltre che democrazie affermate (la Turchia). Il tutto a dispetto delle speranze suscitate pochi mesi fa. Come pure in realistica controtendenza all’ottimismo espresso dal Presidente Usa, Barack

ra’a, Latakia e Homs, le città più colpite. In tarda serata, è giunta la notizia di scontri anche ad Aleppo. La presenza di questa nella lista ricorda che la dittatura Baath sta perdendo progressivamente consensi anche nei centri urbani che

tradizionalmente hanno rappresentato una sua roccaforte politica. Ad Aleppo, gli alawiti e i cristiani dominano le fiorenti attività commerciali. Se questi scendono in piazza, significa che la rivolta è ormai una metastasi incontrollabile per il regime. Oppure è il regime a essere una metastasi? Il bilancio della giornata è di almeno ventuno morti (ma alcuni già parlano di 27), tra cui un minorenne. La fonte, Syrian Observatory for Human Rights, è stata smentita immediatamente dalle autorità di polizia. «Nessuno ha sparato sui civili», ha dichiarato quest’ultima. «La situazione è calma», ha commentato addirittura la televisione di Stato. Difficile però credere alle dichiarazioni istituzionale. Basta un veloce giro su Face-


mondo

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torno meccanico alle linee di frontiera del 1967 «perché indifendibili». In quella lettera gli Stati Uniti avevano espresso comprensione per la necessità di Israele di annettere, nel contesto degli accordi di pace, alcune «zone omogenee di insediamento in Cisgiordania a fini difensivi». Se questa non è più la posizione della Casa Bianca di Barack Obama, continua ad essere quella del governo israeliano anche adesso che, al posto di Ariel Sharon, c’è Benjamin Netanyahu. E non è davvero un caso che, proprio mentre Obama pronunciava il suo discorso di giovedì a New York, il municipio di Gerusalemme ha autorizzato la costruzione di circa 1500 nuovi appartamenti a Har Homa e Pisgat Zeev, due rioni ebraici che si trovano oltre le linee del 1967. È un segnale molto chiaro, anche se la situazione della capitale è un caso a parte nel discorso della sistemazione territoriale tra i due, futuri, Stati. Chi non ha mai visitato Israele - la cui superficie totale è di poco superiore a quella della Puglia - non

scia di Gaza (ex territorio egiziano dal quale gli israeliani si sono ritirati completamente già nel 2005) anche la stragrande parte della Cisgiordania. Ma il problema è come arrivare a questo sbocco.

L’irritazione di Netanyahu sembra scatenata più dal momento scelto da Obama per lanciare la sua proposta – con l’appuntamento-chiave del voto all’Onu che si avvicina – che dalla sostanza delle cose dette dal presidente americano che su altri argomenti essenziali ha ribadito posizioni nettamente favorevoli a Israele: dal riconoscimento del diritto ad esistere in quanto «Stato ebraico», alla conferma che l’impegno degli Usa per la sua sicurezza è «incrollabile». Affermazioni che sono state accolte con soddisfazione dall’opposizione israeliana. Anzi, la leader di Kadima, Tzipi Lvni, ha criticato Netanyahu: «Se c’è una cosa sulla quale c’è consenso in Israele è che le relazioni con gli Stati Uniti sono essenziali e un primo ministro

Se è vero che la pace si fa tra nemici, formula usata per spingere Gerusalemme a considerare tutti gli interlocutori della trattativa, è anche vero che per farla ci si deve rispettare nu a sostenere, in settembre, la proclamazione dello Stato palestinese «non a fini di pace, ma per prolungare il conflitto». Per spostarlo su un altro piano, ancora più esplosivo, perché se la proclamazione unilaterale d’indipendenza fosse votata dalle Nazioni Unite, i soldati israeliani che oggi sono in Cisgiordania si ritroverebbero giuridicamente nel territorio di un altro Stato sovrano. La precisazione di Obama sulla gradualità del ritiro da territori dove vivono trecentomila israeliani e sulla smilitarizzazione del futuro Stato palestinese non è

sufficiente a tranquillizzare Netanyahu. Anche adesso l’Anp non ha esercito – ha soltanto una forza di polizia – ma questo non impedisce alla componente più dura del fronte palestinese che, con Hamas, controlla la Striscia di Gaza, di lanciare continui attacchi contro le cittadine israeliane di confine.

La definizione delle frontiere è il punto cruciale per Israele. Prima di tutto perché, come in ogni trattativa che si rispetti, le concessioni – e quelle territoriali sono le più importanti – devono essere il punto di arrivo

di un negoziato e non quello di partenza. Dire, come ha fatto Obama, che lo Stato palestinese deve nascere tornando ai confini del 1967 significa togliere ogni spazio di manovra per arrivare a quella «pace giusta» che, come è detto nella road map, assicuri il diritto dei palestinesi alla loro patria e quello di Israele all’esistenza e alla sicurezza. Non solo. In Israele ricordano – e lo ha fatto anche Netanyahu – che nel 2004 l’allora presidente americano George Bush si era impegnato per iscritto con Ariel Sharon a non pretendere un ri-

immagina, forse, che ci sono delle zone in cui la distanza tra la frontiera della Cisgiordania e il mare è di qualche decina di chilometri e che, soprattutto, ci sono delle colline strategiche da dove, nel caso dell’esplosione di un conflitto armato, si potrebbero colpire molte città israeliane e dare davvero un senso concreto alle minacce di cancellare il Paese dalle carte geografiche. Per la verità, in Israele tutti sanno che, alla fine, le concessioni territoriali ci saranno e che lo Stato palestinese, se e quando nascerà, comprenderà oltre alla Stri-

book e si ha la certezza di un nuovo venerdì di sangue per il Paese. Secondi i blogger e i pochi osservatori stranieri, ancora presenti in Siria, sarebbero 900 i morti da quanto è scoppiata la rivoluzione. Bisogna tenere conto, nel frattempo, degli undicimila detenuti o scomparsi che si crede siano caduti nelle mani della Mukabarat, l’agenzia di intelligence. In questo caso, il numero delle vittime crescerebbe a dismisura. I metodi di persuasione del fedelissimi del regime, si sa, sono disumani. La sicurezza del Baath è sostenuta dai pasdaran iraniani e miliziani di Hezbollah.

Non è ancora il momento di parlare né di svolta né di redde rationem per il presidente Bashar el-Assad. Dopo due mesi di scontri, la situazione in strada non è cambiata. Le riforme promesse non sono state realizzate e quelle poche messe in cantiere appaiono inaccettabili dall’opposizione. Le sanzioni che gli Usa hanno imposto al Paese e ultimamente in linea diretta al clan degli Assad non hanno scalfito il sistema di po-

che le mette a repentaglio mina anche la nostra sicurezza e dovrebbe dimettersi». Secondo la Livni, quando Barack Obama sostiene la soluzione basata sul principio dei due popoli, due Stati «sostiene anche gli interessi israeliani». La riprova? E’ nella reazione negativa arrivata dai palestinesi di Hamas che hanno respinto le idee del capo della Casa Bianca con toni ancora più duri. Ma proprio la somma di tutte queste posizioni così contrastanti fa concludere che la road map per la pace è ancora soltanto sulla carta.

leanza, «anche nel caso di una Risoluzione dell’Onu». La Liba impegna già a sufficienza l’Occidente.

tere. «Il presidente siriano ha due alternative: avviare la transizione, oppure abbandonare la leadership del Paese», diceva Obama giovedì. Damasco non ha replicato nemmeno con un “no comment”. Anzi, la repressione sembra continuare senza i governi occidentali si assumano la responsabilità di metter visi

di traverso. D’altra parte, era stata proprio Washington che – in concomitanza con lo scoppio della guerra in Libia – aveva deciso di restare fuori dalla questione siriana. La linea è stata ribadita proprio ieri dal segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, il quale ha escluso un interveto dell’Al-

Del resto, la bilancia di interessi economici pende sensibilmente a favore di quest’ultima. È risaputo che in Siria non ci sia petrolio. Peraltro, l’apertura di un terzo fronte – ci si ricordi che siamo ancora in Afghanistan – sarebbe ingestibile per i sistemi di difesa e per le economie dei singoli Stati membri. Va anche ricordato che un contingente straniero in loco c’è già. È l’Unifil in Libano. Sarebbe complesso armare altri uomini e inviarli appena oltre confine. Da qui la laconica conclusione di Rasmussen: «L’unica strada possibile per il Paese è venire incontro alle richieste legittime del popolo siriano e permettere una transizione pacifica verso la democrazia». Verrebbe da dire: se finora Assad non l’ha fatto avrà pure le sue buone ragioni. È probabile, allora, che a Damasco si abbia la certezza di poter sopravvivere. Proprio perché l’Occidente sta lasciando fare.


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Dalla visione del sionista Herzl alla morte di Arafat, piccola cronistoria di un rapporto che sembra destinato a non esserci

L’infinito (dis)accordo I negoziati fra Israele e Palestina hanno radici lontane e incognite pericolose. Tra cui la guerra di Pierre Chiartano a questione palestinese e dei negoziati per risolverla è una storia senza fine. Il giorno dopo il tanto atteso discorso di Obama che dovrebbe rimodellare la politica di Washington in Medioriente è utile ripercorre le tappe delle trattative tra Israele e i rappresentanti della comunità palestinese. Occorre premettere alcuni fatti che, se omessi, non aiutano la comprensione della vicenda, soprattutto del perché si parli di una tela di Penelope diplomatica. Nel 1897 Thomas Herzl ebbe un’idea, quella di costruire uno Stato per tutti gli ebrei del mondo, “aiutato” allora dalla presenza di un premier britannico, Benjamin Disraeli, che condivideva alcuni aspetti del progetto. Nel XIX secolo in Europa vigevano in diversi Paesi – Italia compresa – molti divieti per gli appartenenti alla comunità ebraica. Compreso quello di non poter diventare proprietari terrieri. Si comprende dunque l’ansia e le aspettative scatenate dalla visione di Herzl. Poi nel 1917 ci fu la “contraddittoria” dichiarazione di Balfour. Una lettera scritta da un pari britannico a Lord de Rotschild. Il governo inglese nella spartizione dei resti dell’impero Ottomano vedeva con favore la creazione di «un focolare ebraico in Palestina».

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Un sogno che divenne realtà solo dopo un incubo: la Shoà. La cattiva coscienza europea, che aveva fretta di lavarsi l’anima dal grande massacro perpetrato dal nazismo durante il Secondo conflitto mondiale, fece il resto. La storia della nascita d’Israele s’intreccia molto con la nascita della Repubblica in Italia. Ada Sereni, Alcide De Gasperi e Golda Meyerson, le armi per il nascente esercito di Gerusalemme, gli intrighi politici e le spy story, gli attentati e i colpi di mano, sono tutti elementi della nascita di Israele. La concatenazione di eventi che ha creato un “problema”, a seconda dei punti di vista, la zavorra che si tira dietro da oltre mezzo secolo. Il “problema” se così si può definire è la nascita di una vera democrazia, ricca e ambiziosa, in mezzo al-

le aride e poverissime spianate della Palestina. Una terra per cui nessuno – prima del 1948 – avrebbe pensato di combattere. Un anno prima c’era stata la risoluzione Onu 181 che sanciva la nascita di due Stati in Palestina: quello ebraico e quello arabo. All’epoca molti Paesi mediorientali si erano riempiti di consiglieri nazisti, scappati alla sconfitta del Terzo Reich, così molte cancellerie nel Mashreq vennero utilizzate per estendere e continuare la battaglia antisemita.

Dal canto loro i palestinesi, costretti a un esodo forzato (più per colpa degli Stati arabi, che fin dall’inizio utilizzarono la lo-

Nel 1967 c’è la Guerra dei Sei giorni. E subito dopo arriva la risoluzione Onu 242, quella della «pace in cambio di territori». Si contano i primi fallimenti diplomatici. Prima lo svedese Gunnar Jarring getta la spugna nel 1969, dopo aver fatto la spola tra Israele e le capitali arabe. Poi è il turno di William Rogers, segretario di Stato Usa: stesso risultato. Arriva il secondo piano Rogers un anno dopo che Nasser a luglio decide di accettare, ma poi il presidente egiziano muore in settembre.Tutto da rifare. Nel 1971 nuovo piano del Dipartimento di Stato. Nell’ottobre del 1973 arriva un’altra guerra, scatenata da Egitto e Siria contro Israele, durante la fe-

La nascita d’Israele s’intreccia con la nascita della nostra Repubblica. Alcide De Gasperi e Golda Meyerson, le armi per il nascente esercito fisso di Gerusalemme: i legami sono moltissimi ro causa per opportunismo politico che per volontà del nascente Stato d’Israele) incominciarono a popolare i campi profughi in Libano, in Siria e in quella che allora si chiamava Transgiordania. Nessun Paese che li ha ospitati li ha mai amati. In Libano sono disprezzati, in Siria Damasco li ha sempre fatti controllare, In Giordania poi la Legione araba di re Hussein li ha massacrati durante il famoso Settembre nero. Insomma dove piantavano le tende, cominciavano a tramare golpe contro i governi ospitanti. Negli anni si è poi costituita una comunità della diaspora, fatta di professionisti, imprenditori, artigiani e operai che si integravano invece benissimo con le comunità che li ospitavano: Canada, Europa, Stati Uniti erano tra le mete preferite. Con gli anni questa comunità si identificava sempre di meno con chi li avrebbe dovuti rappresentare: l’Olp di Yasser Arafat e le altre sigle che mischiavano politica, terrorismo e criminalità. Dopo la crisi di Suez, nel 1956, che mette fuori gioco i vecchi Stati europei, le cose si complicano. Gli Usa non vogliono che le vecchie logiche neocoloniali intralcino la loro politica mediorientale in piena Guerra fredda.

stività ebraica dello Yom Kippur. Alla fine dello stesso mese il Consiglio di sicurezza Onu emana l’ennesima risoluzione. A dicembre si apre a Ginevra la conferenza per la pace in Medioriente. Intanto continuano le trattaive tra Gerusalemme e il Cairo, il Terzo corpo d’armata egiziano è intrappolato nella Penisola del Sinai. Ma solo nel 1975 arriva un accordo definitivo sulla separazione delle truppe. È il 1977 segnare una svolta nei rapporti tra arabi e israeliani e quindi ad aprire una nuova stagione di speranze per il futuro palestinese. Anwar el Sadat in autunno si reca per la prima volta nello Stato ebraico, parla alla Knesset e incontra Menachem Begin: si pongono le basi per quello che l’anno dopo sarà l’accordo di Camp David.

Il primo accordo aveva tre parti. La prima parte riguardava l’istituzione di un’autorità autonoma in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, e la piena attuazione della risoluzione 242 del consiglio di Sicurezza del

Palazzo di vetro. Meno chiaro l’accordo relativo al Sinai, più tardi interpretato diversamente da Israele, Egitto e Stati Uniti. Il destino di Gerusalemme veniva deliberatamente escluso dall’accordo. La seconda parte affrontava le relazioni israeloegiziane. Nella terza sezione del documento si dichiaravano i principi che dovevano essere applicati alle relazioni tra Israele e tutti i suoi vicini arabi. Insomma si era davanti ad una svolta storica. Il primo e importantissimo risultato fu il riconoscimento reciproco del Cairo e di Gerusalemme, sancito dal trattato di pace firmato il 17 settembre del 1978. Dieci anni dopo un altro passaggio cruciale sulla strada dei rapporto tra israeliani e palestinesi.

Ad Algeri infatti il consiglio nazionale palestinese accetta l’insieme delle risoluzioni Onu sulla Palestina, riconoscendo di fatto lo Stato d’Israele. Poi nel 1991 c’è Madrid, che sancisce il passaggio della questione palestinese nell’era del dopo Muro di Berlino nell’Urss c’è ancora Gorbaciov. Gli Usa e l’Unione Sovietica promuovono la Conferenza di Pace di Madrid con l’intento di raggiungere un giusto, duraturo e comprensivo accordo di pace attraverso dirette negoziazioni lungo due percorsi, tra Israele e gli Stati arabi e tra Israele e i palestinesi, basandosi sulle risoluzioni 242 e 338. Al tavolo siedono Israele, Siria, Libano e Giordania. I palestinesi vengono invitati a partecipare come parte di una deSopra, alcune immagini della Guerra dei 6 giorni. A lato, l’ex presidente egiziano Anwar al-Sadat. A destra, una protesta palestinese


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Alleati da poche settimane, i due tengono posizioni diametralmente opposte

Il nuovo cerchiobottismo di Abu Mazen e Meshal Per il leader dell’Anp la trattativa può cominciare, mentre per il capo di Hamas non ci sta nulla da fare di Laura Giannone alla Striscia di Gaza alla Palestina, dal Libano all’Arabia Saudita: le parole di Obama sul conflitto araboisraeliano non hanno convinto quasi nessuno. Anzi sono state lette quasi al contrario: come la volontà di respingere i tentativi diplomatici di isolare Israele in sede Onu quando a settembre la questione del riconoscimento dello stato palestinese approderà all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Da Al Quds al Jadid, quotidiano palestinese, ad Al Quds Al Arabi e Al Shark Al Awsatsempre palestinese, ma con base a Londra), è tutto un mettere in dubbio la bontà d’intenti del presidente e della sua Amministrazione Usa rispetto alla crisi più lunga del mondo arabo contemporaneo. Non solo: nell’editoriale di Al Quds Al Arabi l’affondo all’illusione presidenziale è ancora più esplicito: «Obama nel suo discorso ha parlato della nascita di uno stato palestinese presentando con dovizia di particolari un futuro accordo tra israeliani e palestinesi, ma forse dimentica che la sua diplomazia non ha ancora dato vita ad una nuova iniziativa di pace». Ad aprire, ma più per una sorta di gioco di ruolo che per reale condivisione, è per ora solo l’Autorità nazionale palestinese (Anp) che sembra rispondere positivamente all’impegnativo discorso tenuto ieri dal presidente Usa Barack Obama sui del problemi Medioriente e sulle possibilità di una ripresa vera dei colloqui di pace. Perché per Hamas la questione semplicemente non esiste. E questo, inutile dirlo, fa subito pensare che la politica di un colpo al cerchio e uno alla botte è quella che vedremo sempre più spesso praticare dai due neo-alleati: Abu Mazen e Khaled Meshal.

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legazione comune giordano-palestinese. Si accendono molte speranze, molti credono che la divisione del mondo in sfere d’influenza tra amici di Washington e quelli di mosca abbia influenzato negativamente anche il processo di pace in Palestina. E infatti nel 1993 si arriva al riconoscimento reciproco dello Stato ebraico e dell’Olp, che aper la strada agli accordi di Oslo, firmati a Washington nel settembre dello stesso anno. Poi in successione arrivano gli accordi economici e l’autono-

Aqsa. È Madelein Albright, segretario di Stato Usa che a Parigi fa il pompiere tra il premier Ehud Barak e Arafat. Nel 2001 è invece l’ex capo della Cia, George Tenet, a ottenere un cessate il fuoco tra le parti. Nel 2002 arriva la risoluzione 1397 e poi il piano di pace Ue. Poi arriva Sharm el Sheik e quella che sembra una svolta: nel 2004 muore Artafat. Nasce la stella di Abu Mazen, ma nasce cadente perché è arrivato il tempo dell’ultrafondamentalismo di Hamas. I problemi cam-

Lo Yom Kippur, la guerra dei sei giorni, il Settembre nero. E poi le due Intifade e l’ascesa di Hamas sulla scena palestinese. Tutti fattori che hanno contribuito a fermare la pace mia di Gaza e Gerico (1994), Oslo II (1995) a dicembre dello stesso anno l’esercito con la Stella di David si ritira dalle sei maggiori città arabo-palestinesi. Ma sembra che il vento di Oslo spiri solo su Gerusalemme: l’Olp stranamente temporeggia. Poi arrivano Hebron e Wye Plantation.

Ma il processo langue: Arafat palesemente non rappresenta più gli interessi palestinesi, Gerusalemme lo sa e teme di fare concessioni all’interlocutore sbagliato. Nel Duemila a settembre si accende la seconda Intifada, dopo la passeggiata del premier Ariel Sharon nella spianata della moschea di al

biano solo colore. Il resto è storia recente e racconta una narrazione dove Israele concede con riserva, percependo l’odio di Hamas. Dove al ritiro israeliano da Gaza segue l’operazione Piombo fuso e dove l’Anp si barcamena ormai solo in Cisgiordania e con difficoltà, viste le continue interferenze iraniane. Al pericolo sunnita si sostituisce quello sciita, sancito nel 2006 dalla disastrosa guerra in Libano. Dei palestinesi ne parlano tutti, ma alla fine servono solo come strumenti per le levantine logiche regionali di potere. Da ultimo Damasco li a mandati a morire sul confine con Israele. E lo Stato palestinese sembra ancora lontano.

quella che viene ricordata come la guerra dei sei giorni in cui Israele conquistò la Striscia di Gaza e la Penisola del Sinai andò all’Egitto, la Cisgiordania e Gerusalemme est alla Giordania e le alture del Golan alla Siria. Nabil Shaath, componente del team negoziale dell’Anp e dirigente di Fatah, il partito del presidente palestinese Abu Mazen, giudica importanti le parole del Obama anche se mette in evidenza «la mancanza di pressioni e di una strategia concreta da parte degli Stati Uniti nei confronti di Israele» oltre al «silenzio sulla questione degli insediamenti nei territori occupati». Il presidente Abu Mazen ha intanto annunciato una riunione a breve dei gruppi palestinesi che lo sostengono e ha chiesto ufficialmente a Israele di «dare al processo di pace la chance che merita» e di tener conto dell’importante discorso del presidente statunitense. Opposto a quello dell’Anp, come dicevamo, il giudizio di Hamas, gruppo islamico palestinese al potere (e con molto consenso) nella Striscia di Gaza, che ritiene il discorso di Obama «schierato dalla parte israeliana» mentre conferma che da parte della propria organizzazione non ci sarà mai il riconoscimento di Israele.

Noi non accettiamo la politica di Obama e non accettiamo la sua richiesta di riconoscere quello che lui ha definito lo Stato ebraico». Con queste parole il portavoce di Hamas ha chiuso le porte

L’Anp giudica infatti molto importante il riferimento fatto dal presidente degli Stati Uniti alla necessità che il negoziato di pace tra israeliani e palestinesi riparta dall’indicazione che i confini di Israele devono tornare a quelli del 1967. Il che significherebbe la rinuncia di Tel Aviv ai territori occupati in

«Non c’è nulla di nuovo, è un discorso che ignora una volta di più i diritti dei palestinesi - ha detto Ismail Radwan, portavoce di Hamas -. Un discorso schierato dalla parte d’Israele e concentrato sulla sola sicurezza dell’entità sionista. Noi comunque non accettiamo la politica di Obama e non accettiamo la sua richiesta di riconoscere quello che lui ha definito lo Stato ebraico». Radwan ha infine chiesto alla Casa Bianca «atti concreti per proteggere i diritti dei palestinesi e dei paesi arabi». Evidente il riferimento all’appuntamento di settembre all’Onu, vero spartiacque della crisi in corso e che certamente è foriero di un surriscaldamento dell’area. Che alla luce dei moti mediorientali in corso potrebbe veramente trasformarsi - se non gestito con dovizia - in un incendio capace di mettere a ferro e fuoco la regione.


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grandangolo Storia dell’agenzia che ha cambiato l’economia del mondo

Camille e gli altri nove: i Padroni delle monete Quattro francesi, due svedesi, un belga, un olandese, un tedesco e uno spagnolo: i dieci direttori che si sono susseguiti alla guida dell’Fmi sono tutti europei. Nato per volere degli Usa con l’idea di dare un “contentino” all’Europa, l’Istituto ha gestito il post-Bretton Woods e riparato i danni della crisi del debito di Maurizio Stefanini

ominique Strauss-Kahn, costretto alle dimissioni dal carcere new-yorkese in cui è stato costretto da un’accusa di stupro, è stato il decimo direttore del Fondo Monetario Internazionale in 65 anni di storia. E il quarto francese, assieme a due svedesi, un belga, un olandese, un tedesco e uno spagnolo. Il che già ci dice che in questo istituto specializzato delle Nazioni Unite con sede a Washington, che era stato creato apposta come custode di un sistema valutario che aveva il dollaro Usa al proprio centro, in cui anche con l’ultimissima riforma gli Stati Uniti da soli continuano ad avere il 16,74% dei voti e che è stata frequentemente accusata di essere uno strumento della politica e degli interessi Usa con l’imporre un tipo di ricette sbrigativamente indicate come Consenso di Washington, tuttavia gli stessi Stati Uniti hanno sempre preferito, se non altro come immagine, che ci andasse un europeo alla testa. E un europeo non anglofono.

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Americano è ora questo John Lipsky che era in realtà il vice, e che è stato costretto ad assumere l’incarico a interim dopo questo sconquasso. Tra questi direttori Strauss-Kahn era stato poi quello che più aveva cambiato la natura dell’Fmi, dopo l’altro francese Pierre-Paul Schweitzer: il nipote dell’Albert Schweitzer medico in Africa e Premio Nobel per la Pace, padre del Louis Schweitzer Amministratore Delegato di

Renault. Personalità a parte, si erano comunque trovati alle prese con due momenti cruciali: Strauss-Kahn, l’ultima crisi economica con l’imponente crescita di peso dei Brics e degli altri Paesi di nuova industrializzazione; e Schweitzer, ai suoi tempi, la fine del sistema di Bretton Woods. Che era poi la cittadina del New Hampshire al cui Mount Washington Hotel, nel clima di entusiasmo per lo sbarco in Normandia,

Strauss-Kahn è stato il primo direttore generale dichiaratamente di sinistra. Questo non gli ha impedito di aiutare il capitale il 22 luglio del 1944 i 44 Paesi della coalizione Alleata decisero un regime di cambi fissi rispetto al dollaro, a sua volta convertibile in oro al rapporto di 35 dollari all’oncia. Ricordate, lettori più anziani, quegli anni ’60 in cui il rapporto della nostra moneta era infatti quello di 622 lire per ogni dollaro? Questo cambio poteva essere variato dalle autorità monetarie di ogni Paese, ma solo fi-

no al 10% in più o in meno. Oltre quel livello ci voleva l’autorizzazione del Fondo Monetario Internazionale: che sarebbe stato creato il 27 dicembre 1945 con la firma di 29 Paesi, appunto come custode del sistema. Nell’articolo 1 di quell’Accordo Istitutivo gli scopi erano così definiti: «Promuovere la cooperazione monetaria internazionale; facilitare l’espansione del commercio internazionale; promuovere la stabilità e l’ordine dei rapporti di cambio evitando svalutazioni competitive; dare fiducia agli Stati membri rendendo disponibili con adeguate garanzie le risorse del Fondo per affrontare difficoltà della bilancia dei pagamenti; in relazione con i fini di cui sopra abbreviare la durata e ridurre la misura degli squilibri delle bilance dei pagamenti degli Stati membri». In effetti, in quel quadro si trattava soprattutto di dare alle valute attaccate da eventuali speculazioni o altre tempeste la liquidità necessaria per resistere sulle posizioni assegnate.

L’Istituto partì poi effettivamente il 6 maggio del 1946. E il primo direttore fu Camille Gutt, nato Guttenstein: ebreo belga di famiglia proveniente dall’Austria-Ungheria; economista; dirigente di Société Générale de Belgique e Groupe Empain; e presente in vari governi belgi come Capo di Gabinetto e ministro di Finanze, Difesa, Economia e Traffico. Nel governo in esilio a Londra, salvò il franco belga due volte: prima sottraen-

do le riserve auree alle grinfie dei nazisti, poi dopo la Liberazione con un’ardita riforma. Insomma, una specie di Einaudi belga, e che come l’Einaudi nostro fu un pioniere dell’integrazione europea. In particolare, contribuendo al lancio del Benelux. Insomma: un nome carismatico, per lanciare l’istituto, di cui fu alla testa fino al 5 maggio 1951.

Dopo di lui, venne lo svedese Ivar Rooth: tra 3 agosto del 1951 e 3 ottobre del 1956. Di formazione era banchiere: avvocato e poi capo del dipartimento del credito della Banca Commerciale di Stoccolma; vice-direttore della Banca Ipotecaria di Stoccolma; Governatore della Banca Centrale di Svezia; Direttore della Banca dei Regolamenti Internazionali. E subito prima di diventare direttore dell’Fmi aveva guidato una missione in Iraq per conto della Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo. Se Gutt era stato l’uomo della stabilizzazione valutaria internazionale, Rooth volle invece caratterizzarsi come protagonista della liberalizzazione del commercio internazionale. Fece infatti l’11 settembre 1951 un discorso inaugurale del suo mandato in cui ricordò che il Fondo «si operava per la rimozione o la modifica delle restrizioni al libero scambio e di analoghe pratiche discriminatorie». E dal 1952 l’Fmi iniziò infatti le sue consultazioni annuali con i membri che mantenevano restrizioni, applicando l’articolo 14 del suo Accor-


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do. Con Rooth il Fondo introdusse pure un quadro generale rendere uniformi gli Stand-by Arrangements: gli strumenti finanziari attraverso i quali il Fondo concede ai suoi membri assistenza di breve periodo.

A Rooth successe un altro svedese: per Jacobsson, dal 21 novembre del 1956 fino alla sua improvvisa morte, avvenuta il 5 maggio del 1963. Già docente di Economia all’Istituto Forestale di Stoccolma, delegato svedese al Dipartimento Economico della Società delle Nazioni e capo del dipartimento economico e monetario della Banca dei Regolamenti Internazionali, era stato soprattutto un promotore del Centro per l’analisi economica e finanziaria di Ginevra. Insomma, se nazionalità indicava la popolarità del modello scandinavo in quegli anni di imperante ortodossia keynesiana, il suo ruolo di studioso sembrava indicare l’adagiarsi del Fondo verso un modello di semplice gestione efficiente del sistema. In qualche modo, la sua scomparsa improvvisa sembrò indicare le incognite che comunque non si potevano eliminare anche dal più accurato modello di programmazione, e con cui il suo successore Pierre-Paul Schweitzer si trovò a sbattere in pieno. Proveniente dall’alta burocrazia, da vice Ispettore delle Finanze era via via diventato Direttore del Tesoro, vice-governatore della Banca di Francia, direttore della Banca Europea di Investimento e di Air France. Direttore del Fondo dal primo settembre del 1963 al 31 agosto 1973, si trovò alle prese con il contraccolpo della crisi del dollaro, in seguito in generale all’eccesso di spesa che evidenziò i limiti del modello keynesiano un po’ in tutto il mondo; ma in particolare al costo della Guerra del Vietnam. Di fronte alla rarefazione dell’oro, la sua prima risposta fu nel 1969 la creazione dei Diritti Speciali di Prelievo: valuta virtuale basata su un paniere di monete in cui accanto al dollaro Usa comparivano anche la sterlina, il franco francese, il marco tedesco e lo yen. Ma poi nell’agosto 1971 il crescente deficit costrinse Richard Nixon a stabilire l’inconvertibilità del dollaro: cioè, non era più possibile portare dollari alla Federal Reserve per chiederne la conversione in oro.

Il pioniere fu Gutt, nato Guttenstein: ebreo belga, economista e massimo dirigente di Société Générale Schweitzer aveva spinto per questa soluzione, ma gli Stati Uniti non gliene furono affatto grati, e nel 1973 posero dunque un veto alla sua rielezione. Il lavoro del Comitato dei Venti da lui stabilito per la riforma del sistema finanziario internazionale avrebbe dunque concluso i suoi lavori sotto il suo successore Johan Witteveen. Un olandese già ministro delle Finanze, esponente del partito liberale dei Paesi Bassi, e direttore dal primo settembre del 1973 al 16 giugno del 1978. Dopo gli economisti e banchieri che avevano creato il sistema e gli studiosi e alti burocrati che avrebbero dovuto gestirlo, insomma, arriva il tempo dei politici per tentare di riformarlo. E infatti nel 1976 in Giamaica i Paesi dell’Fmi si accordarono per abolire anche l’ormai inutile prezzo ufficiale dell’oro, iniziando l’era dei cambi fluttuanti: che però aveva sempre nel dollaro, valuta più pregiata, il punto di riferimento. Le decisioni del ’76 segnano però anche lo svuotamento della funzione originaria dell’Fmi, che da allora si è trasformato soprattutto in un dispensatore di ricette economiche imposte a colpi di prestiti: non accetti i “consigli”? Allora, niente soldi…

Dal 17 giugno 1978 al 15 gennaio 1987 è direttore di nuovo un francese: l’enarca Jacques de Larosière, che peraltro è stato direttore di gabinetto di Valery Giscard d’Estaing. Insomma non un ritorno ai burocrati, ma un politico che come avviene spesso in Francia è stato selezionato tra gli alti burocrati. Dal 16 gennaio 1987 al 14 febbraio del 2000 viene l’altro francese Michel Camdessus, già governatore della Banca di Francia. È in

particolare lui che caratterizza l’Fmi come strumento di imposizione delle misure di ortodossia economia dette del Consenso di Washington. Il sistema d’altronde prosegue col tedesco Horst Köhler: un economista già direttore della Banca Europea di Ricostruzione e Sviluppo che è anche un dirigente della Cdu. Diventato direttore il primo maggio 2000, dà le dimissioni il 4 marzo 2004, per essere eletto presidente della Repubblica Federale di Germania. Ma continua la gestione tradizionale delle crisi, con quella turca del 2000 e con quella argentina del 2001. Tacciate di stereotipate e non tenenti conto della diversità tra le varie situazioni, le ricette imposte dall’Fmi iniziano a provocare la crisi di rigetto definita movimento no global: anche se è pure spesso comodo per i governi in crisi scaricare sui “cattivoni”dell’Fmi la responsabilità di politiche di austerity che avrebbero dovuto essere fatte comunque. Con Köhler nel 2002 viene però allo scoperto anche un disagio nello stesso mondo dei tecnocrati onusiani, attraverso il libro La globalizzazione e i suoi oppositori di Joseph Stiglitz: Nobel per l’Economia dell’anno prima e ex- vice-direttore e Senior Economist della Banca Mondiale, prima di esserne costretto alle dimissioni. Spesso associata all’Fmi nel risentimento no global, la Banca Mondiale è anch’essa un istituto Onu, il cui compito di promuovere lo sviluppo l’ha posta però spesso in contrasto con le politiche di austerity imposte dal Fondo.

Con le dimissioni di Köhler, il 7 giugno 2004 diventa direttore lo spagnolo Rodrigo Rato: dirigente del Partito Popolare, e già ministro dell’Economia e vice-premier di Aznar. Praticante di yoga, diede le dimissioni a sua volta il primo novembre del 2007: ufficialmente per ragioni personali, ma forse avvertendo la tempesta che si stava avvicinando. In seguito alla quale anche lui sarebbe stato criticasto in un successivo documento dell’Fmi come corresponsabile di una “bolla di ottimismo”allo stesso titolo dei suoi due predecessori, e che sarebbe stata affrontata da StraussKahn. Ex-ministro francese dell’Industria e dell’Economia e delle Finanze, esponente socialista, primo direttore del Fondo apertamente a sinistra, e primo ad usare una retorica a base di “sofferenze provocate dal capitalismo”e “lotta alla disoccupazione”. Non solo retorica, per la verità. Con, lui in effetti il Fondo ha dato più potere ai Paesi emergenti, in particolare attraverso la decisione che il 23 ottobre 2010 ha spostato il 6% delle quote di voto. E Strauss-Kahn ha dimostrato in generale abbastanza indipendenza dagli Usa da poter dare un minimo di fondamento alla tesi del complotto contro di lui: anche se le testimonianze sul suo atteggiamento verso le donne darebbero altrettanta e più verosimiglianza all’opposta tesi colpevolista. Comunque, al momento in cui lo scandalo è scoppiato aveva già deciso di dimettersi per candidarsi alla Presidenza francese. E per sostituirlo si era già iniziato a parlare della candidatura dell’ex-premier britannico Gordon Brown, anche se in questo momento sembra che in pole position per prendere il suo posto sia Christine Lagarde: una donna. La prima donna direttore: per dare un segnale sia dopo il tremendo scivolone maschilista di Strauss-Kahn; sia di fronte alla richiesta che il prossimo direttore non sia più europeo. Un principio su cui l’Ue non vuole ancora mollare.

Accese polemiche sulla selezione

E il board discute sul futuro leader di Massimo Fazzi

WASHINGTON. Mentre l’ex direttore del Fondo monetario internazionale (Fmi) Dominique StraussKahn, è sempre più frenetica la corsa al suo successore, con Paesi europei e Paesi emergenti ormai in aperto scontro. Dalla Cina si sono levate diverse voci per un direttore generale di Pechino: il Quotidiano del popolo - voce ufficiale del partito comunista cinese - ha ritenuto auspicabile che il futuro direttore del Fmi sia cinese. «Sarebbe un segno notevole di rispetto verso una Cina emergente e una tappa altamente simbolica per ottimizzare l’ordine finanziario internazionale», ha commentato l’organo di partito. «È giunto il momento di mettere fine al dominio occidentale sull’Fmi», ha rincarato il commentatore Shan Renping, in un forum pubblicato dal quotidiano ufficiale Global Times. «Una delle principali responsabilità del Fondo è sorvegliare il commercio e portare fondi ai Paesi che necessitano delle capacità che può fornire una Cina in espansione», ha assicurato. Citando poi come esempio Zhu Min, l’ex vice-governatore della Banca popolare della Cina, diventato in seguito consigliere speciale presso il Direttore generale del Fmi. Ma anche il segretario generale dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), il messicano Angel Gurria, è andato all’attacco: «Sono totalmente d’accordo nell’affermare che è il momento per cambiare quella che è una tradizione che vuole che dalla sua creazione nel 1944 l’Fmi sia guidato senza eccezioni da un europeo», ha dichiarato Gurria durante un punto stampa. Questa tradizione «non è una norma, una legge, una regola», ha insistito, aggiungendo: «Credo che, questa volta, è possibile scegliere un non europeo, ma occorre farlo rapidamente per evitare l’incertezza». Per far fronte a questa offensiva, l’Ue sta cercando di serrare le fila intorno all’economista e ministro delle Finanze francese Christine Lagarde.

Lagarde, secondo fonti diplomatiche europee, è stata “quasi incoronata” come candidata dell’Europa alla successione di Dominique Strauss-Kahn. Le fonti di Bruxelles scommettono sull’invio di un “segnale” in questo senso già nel corso di una riunione del G8 la settimana prossima in Francia. «L’Europa dovrebbe reagire in fretta nel presentare un candidato. Bisogna prendere il posto subito, e l’Ue non ha altri candidati o alternative».


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il personaggio della settimana Classe 1934, batte nel triste primato il radicale Marco Pannella: appena 58 preferenze

La signora 36 voti Candidata nella lista «Milano al centro» in appoggio a Letizia Moratti, Ornella Vanoni ha ottenuto un risultato a dir poco impietoso. Ma lei, intervistata dal Corriere, ci scherza su e intona: «Tristezza, per favore va viaaa» di Roselina Salemi ominciare con una canzone è una tentazione irresistibile. «E uno di quei giorni che mi prende la malinconia e fino a sera non mi lascia più/… E uno di quei giorni in cui / rivedo tutta la mia vita / bilancio che non ho quadrato mai/ posso dire di ogni cosa che ho fatto a modo mio/ ma con che risultati non saprei/ e non mi sono servite a niente esperienze e delusioni/ e se ho promesso non lo faccio più/ ho sempre detto in ultimo: ho perso ancora ma/ domani è un altro giorno, si vedrà».

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Ha perso, e i risultati si sono visti. Ornella Vanoni, classe ’34, un mito della musica leggera italiana, una voce inconfondibile, che ha accompagnato anni belli e brutti, volava alto e l’hanno impallinata (o l’ha fatto da sola). Candidata alle elezioni comunali del 15-16 maggio «per fare un favore all’amico Giovanni Terzi» (assessore del Popolo della libertà alle Attività produttive, politiche del lavoro e dell’occupazione) nella lista «Milano al centro», a sostegno di Letizia Moratti, ha avuto appena 36 voti, incluso probabilmente il suo. Un record al contrario, un minimo storico. Nel gergo teatrale, lo chiamerebbero un “forno”micidiale. Non aveva ambizioni politiche, giura - anche se non ha nascosto la sua simpatia per il nucleare e le sue preoccupazioni per il tema degli immigrati - non ha tenuto un comizio, non ha mandato un videomessaggio, né cantato una canzone (come invece ha fatto Roberto Vecchioni per Giuliano Pisapia) ci ha messo la faccia (sui manifesti) in buona fede, anche se non trova divertente diventare una barzellettina nei talk show. Però tutti la vogliono intervistare, anche se a lei non va a genio e risponde ob torto collo, a mezze frasi, sorpresa dall’improvviso sussulto di interesse. Così di-

ce come la pensa, anche se ormai è troppo tardi. La campagna elettorale è finita. «Un mio parere sulla città? Si risolva il problema del traffico. Vedo passare auto con dentro una persona.Tante auto e soltanto una persona. Diciamo adesso dello stato delle strade: rifatte male, l’asfalto si scioglie. E le strisce pedonali? Possibile che quando attraverso mi devo sbracciare come una matta per non farmi stirare? Un’altra questione. Ho visto in Spagna un servizio di bus per portare a casa i ragazzi che escono dalle discoteche. In determinate circostanze, in certe zone, in aggiunta, i mezzi pubblici come il metrò tengono poi aperto oltre l’orario. Da noi non succede». E poi: «La gente non ha ancora capito cos’è l’Expo, e invece si continua a discutere di Expo... La gente è interessata ad altro, vuole che si risolva altro, è di altro che parla. I treni dei pendolari, a esempio, ha in mente? Pochi, sporchi, affollati». Però è fiduciosa sull’esito del ballottaggio, ha dichiarato all’agenzia di stampa AdnKronos. «Adesso Letizia Moratti ha vicino gente di valore come Paolo Glisenti e Paolo Del Debbio, uomo che stimo moltissimo». I commetti dei blogger sono terribili, senza rispetto: «Per cosa la si doveva votare? Per la sua voce? Per il suo corpo? O per chissà altro»... «Delle due l’una: non l’hanno votata neppure gli amici... o non ha amici!». «E se gliel’avesse chiesto un amico di sinistra si sarebbe candidata con criminal Pisapia? Suvvia, signora Vanoni, capisco che ha 75 anni, ma per favore, non dica sciocchezze. Non ci si candida alle elezioni per un favore a qualcuno. A meno che non si consideri la politica alla stregua del tressette: “Scusa, devo andare in bagno, giochi una mano per me?”. Nel qual caso si vergogni».

Qui ci starebbe un’altra canzone, L’Appuntamento: «Ho sbagliato tante volte ormai che lo so già/ che oggi quasi certamente/ sto sbagliando su di te ma una volta in più/ che cosa può cambiare nella vita mia...». Ornella non dice che ha sbagliato, o forse ha sbagliato appuntamento. Un video pubblicato sul canale Internet del sindaco (youtube.com/letiziamoratti2015) annuncia praticamente la sua “discesa in campo”, il 28 giugno 2010 al Teatro Franco Parenti. La videocamera di Red Ronnie, che cura il sito, riprende la serata di presentazione dell’associazione «Siamo Milano», fondata da Giovanni Terzi, l’amico.

Ornella Vanoni è seduta in platea, in prima fila. Arriva Letizia Moratti e le chiede: «Possiamo fare una foto insieme?». «Come no». Siedono una accanto all’altra. Scatti a raffica. Flash, sorrisi, ancora flash. Ornella, si gira verso il sindaco e le sussurra: «Ho deciso che voglio entrare in politica. Mi piace». Il rumore in sala copre alcune parole, ma sembra proprio che la domanda sia esplicita: «Mi candidi?». La stima reciproca tra le due signore non è certo un mistero. Già durante la campagna elettorale di Letizia Moratti (allora ministro della Pubblica Istruzione) nell’aprile del 2006, Ornella era andata a trovarla nel suo comitato di via Durini. I cronisti l’avevano intercettata, curiosi: «Perché sono qui? Perché la Moratti è una persona che mi piace molto. Come mi piacciono i suoi valori».

Vince, Donna Letizia, e nel maggio del 2008 le consegna il premio «Milanodonna», un riconoscimento alle «eccellenze cittadine al femminile». In ottobre, prima del concerto in Piazza Duomo per festeggiare i cinquant’anni di carriera, Ornella ripete il suo attestato di stima: «Milano rischia anni difficili, ma mi fido di Letizia». In questa storia di politica e canzoni non poteva mancare un appuntamento ad Arcore. Silvio Berlusconi e Ornella Vanoni avrebbero dovuto scrivere un brano insieme, ma non se ne è mai fatto niente, e il racconto della serata è finito sul programma di Radio Due Un Giorno da Pecora: «Sì, una sera Silvio Berlusconi mi ha invitato a cena, ma io lo conosco da trent’anni... Voleva farmi sentire le canzoni di Apicella per dargli un giudizio. Gli ho detto: “Se vuole fare un disco così, poi lo dia in beneficenza”». Il giudizio sulle capacità artistiche del premier è affettuoso: «Lui è come un bambino, scrive dei testi come se fosse un diciassettenne innamorato». E forse non c’è stato vero feeling. E mentre andiamo verso il ballottaggio, la domanda sul perché della candidatura diventa irrilevante, e la risposta va cercata più nella biografia di Ornella Vanoni che nella politica in sé, va cercata nella sua vitalità indomabile, nel gusto di ingannare il tempo, di plasmarsi, di scommettersi. Dopo mezzo secolo di canzoni ha l’energia di un’esordiente. Guarda ancora il pubblico negli occhi senza nascondersi (Mina), ritirarsi (Milva) o fare il doppio lavoro (Iva Zanicchi, stesse simpatie politiche, ma con più successo).


21 maggio 2011 • pagina 31

Può essere contraddittoria, può far arrabbiare il sottosegretario Giovanardi raccontando di aver fumato con soddisfazione qualche spinello (solo per dormire eh) e spiazzare il pubblico con una raccolta di canzoni dedicata a Gesù. È del 2007 e si intitola Una bellissima ragazza. Sulla cover c’è lei, a quattordici

conosciuto un pastore evangelico che mi ha parlato di Gesù. Se avessi incontrato un prete cattolico altrettanto convincente, l’avrei seguito. Il mio pastore, che è poi una donna brasiliana, mi ha sbattuto la faccia davanti allo specchio. E quel che ho visto non mi è piaciuto. Oggi rinnego un buon cinquan-

Alle urne si era presentata «per fare un favore all’amico Giovanni Terzi». E adesso? «Domani è un altro giorno...» anni, bellissima ragazza, appunto. E c’è un insolito ringraziamento: «A Gesù con tutto il cuore, noi due sappiamo perché». Da qualche anno, Ornella frequenta la chiesa evangelica di Milano, la puoi sentire nei cori, partecipa alle funzioni e ha anche condotto le ultime edizioni del festival dei canti religiosi al Palalido di Milano.

Gesù, dice, «ha cambiato la mia vita in meglio, da quando l’ho accettato e mi sono affidata a lui. Per fare un disco bisogna star bene. Io ero cattolica, siamo tutti cattolici. In Italia si parla molto di cattolicesimo ma non c’è fede. Scarseggia la fede, invece religione ce n’è d’avanzo. Ho

ta per cento delle mie scelte di vita. Era male e mi ha fatto del male».

E si è fatta del male anche mettendosi in lista, oltre che rincorrendo (esteticamente) i suoi anni migliori. E questa decisione, emotiva, amichevole, stride un po’ con tutta la sua autobiografia cantata, con le scelte controcorrente, i giudizi così poco calcolati. Sulle cantanti: «Non amo le donne che gridano. E in Italia, gridano tutte» (non solo nei dischi). Sul “caso Marrazzo”: «Uno che ha buttato via la vita per provare un’eccitazione fuori dalla norma. Forse la sua parte femminile. La mia parte maschile? C’è, eccome. Anche quella femminile, se

è per questo. Sono attratta dalle donne, ma non mi piace fare sesso con loro». Sugli uomini che non dimentica. Gino Paoli: «L’ho amato molto. Era una faticaccia all’epoca; non c’erano i telefonini, giravo con questi sacchi di plastica pieni di gettoni, e piangevo sempre. Tra me e Gino ci sarà sempre un’emozione». Giorgio Strehler: «Ero come pongo nelle sue mani, lui geniale, fragile, timido. Terribile. Io troppo giovane. Ha completato con Milva il lavoro che aveva cominciato con me». Il marito: «L’ho sposato, ma non lo amavo. Ero una donna sperduta. Avevo lasciato Strehler, ero malata di tisi e lui, Lucio, era un uomo così vanitoso. Il mio più grande amore è stato Vittorio, un avvocato di Venezia che mi faceva sempre giocare, mi chiamava “topolina”». Ora è sola e l’ha messo anche in musica. «No, né masochismo, né debolezza /ne stupidità/ potranno vincermi mai sai, nessuna antica influenza/ meglio sola senza/ senza nessuno piuttosto senza niente/ stella nascente/ e se è finita/, corro dentro la vita/ anche senza di te...». Ma il tardivo esordio politico si può spiegare con le canzoni, con la Valentina (altra canzone) – cocca/ polpa di albicocca che lei si porta dentro? Oppure anche lei alla fine è caduta nell’illusione collettiva dell’appartenenza obbligatoria, nel mito della discesa in campo, perché di questi tempi - liquidi, ha ragione Zygmunt Bauman - si confonde tutto, lo spettacolo e la pubblica amministrazione, la squadra di calcio e quella di governo, il talk show e la vita vera?

Una può anche pensare che il pubblico diventi elettorato e i milioni dischi, voti, ma, nonostante la dedica a Gesù («lo sento nel mio cuore. Sì, qualcuno mi prende in giro. Ma io me ne frego e rido, perché sto bene») nessun altro può trasformare l’acqua in vino. Ai normali esseri umani resta la disillusione. Però all’indomabile ragazza che ha cantato molti amori tristi, molti ab-

Da Strehler e Paoli al Premio simpatia Ornella Vanoni nasce a Milano il 22 settembre del ’34. Giovanissima, viene mandata nelle migliori scuole europee d’Inghilterra, Francia, Svizzera dove, oltre a imparare le lingue, prende il diploma di estetista. Rientrata a Milano si iscrive alla scuola del Piccolo Teatro, allora diretta da Strehler, e debutta nel ’57 ne “I Giacobini”di Federico Zardi. Il Maestro decide di farla anche cantare e per lei “inventa” le canzoni della mala, in buona parte scritte da lui con Fiorenzo Carpi, Gino Negri e Dario Fo. Con queste Ornella arriva al Festival dei Due Mondi di Spoleto nel ’59. L’incontro nel ’60 con Gino Paoli la avvicina alla canzone d’autore e porta una collaborazione autore-interprete di brani memorabili. Vince il premio S. Genesio come migliore attrice nel ’61 e ’63 per “L’idiota”di Achard e “La fidanzata del bersagliere” di Anton. Nello stesso anno recita nel “Rugantino” di Garinei, Giovannini e Trovaioli e ottiene successo perfino a Broadway. Da questo momento ci sono solo musica, dischi, tv e festival.Vince il Festival di Napoli nel ’64 ed è’seconda a Saremo nel ’68. Per qualche anno si trasferisce a Roma e fonda la sua casa discografica “Vanilla”mentre l’attività musicale prosegue con gli Lp a tema, affiancata dal lungo sodalizio artistico e umano con Sergio Bardotti. La collaborazione con Bardotti si conclude con l’album “Ornella e...”, inciso con i maggiori jazzisti del mondo: Benson, Hankock, Gadd, Gil Evans, Brecker, Carter. Negli anni 90 inizia la collaborazione con il produttore artistico Maio Lavezzi. Si susseguono successi e tournée. Torna a teatro nel ’85 con Albertazzi, in “Commedia d’amore” di Slade e nel 2007 al Festival Magna Grecia Teatro di “Femmina e Fuoco-Voci dal mito” dove interpreta i grandi miti greci nello spettacolo diretto da Giancarlo Cauteruccio. Il 2008 è l’anno di importanti riconoscimenti: “Premio Milanodonna-le donne che hanno fatto grande Milano”, “Premio Marisa Bellisario Speciale alla Carriera”, “Premio Lunezia”. L’anno si chiude con l’uscita del cd “Più di me”, dove molti dei migliori artisti italiani duettano con lei. Nel novembre 2009 esce “Più di te”, dove interpreta “al maschile” noti brani dei migliori cantautori. A maggio 2010 riceve al Campidoglio di Roma il prestigioso “Premio Simpatia 2010”.

bandoni, molti uomini incapaci d’amore, alla donna che non si arrende, e continua a salire sul palcoscenico, infilata dentro sofisticati abiti da sera, a mimare il gioco della seduzione, anche se dorme sola da dieci anni e alla solitudine si è abituata, ci aspettiamo uno spiazzante «Tristezza/ per favore va via/ tanto tu in casa mia/ no, non entrerai mai»/, ci aspettiamo un «Non sarà facile per me, e non sarà facile neanche per te», come nella colonna sonora del film Notizie dagli scavi di Emidio Greco. Non è facile per nessuno incassare una sconfitta, ma «domani è un altro giorno, si vedrà». Non un’altra lista, però.



2011_05_21