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he di cronac

Il tempo e la pazienza sono gli attributi più grandi di tutti i guerrieri Leone Tolstoj

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • MARTEDÌ 3 MAGGIO 2011

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Ucciso bin Laden Blitz Usa in Pakistan preparato fin da agosto. Il corpo sepolto in mare. Obama: «Giustizia è fatta», tutta l’America in festa. La Cia: «Si vendicheranno». Unanime soddisfazione nel mondo, ma il Vaticano: «Non gioire per una morte»

LA FOTO TAROCCATA DALLA TV PAKISTANA

L’immagine (a destra) di bin Laden ucciso, diffusa dalla rete Geo, è come si vede un palese falso costruito su una precedente foto del terrorista

Il Male ha perso il suo leader Osama si è fatto scudo con una donna

Il discorso integrale del Presidente

Quaranta minuti, «Il nostro pensiero e i Seals hanno preso va sempre ai caduti la casa del Diavolo dell’11 settembre» Stranamore • pagina 2

Barack Obama • pagina 10

Come e chi ha gestito l’operazione

Hillary Clinton e la gioia americana

Panetta, Morrell «Va bene festeggiare, e Cartwright: tutti ma la nostra battaglia i “cervelli” del raid non è ancora finita» Pierre Chiartano • pagina 2

Massimo Fazzi • pagina 11

La biografia del miliardario saudita

Possenti sull’appello del Vaticano

Business & Terrore: 54 anni vissuti come ragioniere dell’Odio

«La misericordia può convivere con la legittima difesa»

Maurizio Stefanini • pagina 6

Franco Insardà • pagina 4

Da tempo in corso la rifondazione

Rischio attentati: parla il generale Mini

La nuova al Qaeda «Già non contava più, adesso si affida ma proprio per questo ai duri del Maghreb il pericolo è altissimo» Antonio Picasso • pagina 8 seg1,00 ue a p agina 9CON EURO (10,00

I QUADERNI)

• ANNO XVI •

NUMERO

84 •

WWW.LIBERAL.IT

pagina 9 • CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


Il covo dove è stato ucciso bin Laden in un villaggio a circa settanta chilometri dalla capitale pakistana Islamabad. Sotto, l’immagine (diffusa in Italia dall’agenzia La Presse) presa da Google maps

Edward Luttwak racconta la genesi politica e militare dell’operazione. Ucciso un figlio, arrestate due mogli

Tutti gli uomini del blitz Un attacco preparato da agosto contro la casa-bunker superprotetta. Il dna conferma l’identità di bin Laden: il cadavere sepolto in mare di Pierre Chiartano

ROMA. La Casa Bianca e la Cia avevano «dall’agosto dell’anno scorso» nel collimatore l’uomo nero dello jihadismo internazionale, come ha ribadito a liberal Edward Luttwak, esperto di strategia e consulente del Pentagono. Il lavoro è stato dunque fatto. Ma anche «giustizia è fatta» come ha affermato Obama, concludendo il discorso in diretta tv con cui ha voluto personalmente annunciare alla nazione il successo del blitz dei Navy Seals alle porte di Islamabad. l rumore di elicotteri, una sparatoria e poi un’esplosione enorme: così invece un abitante di Abbottabad, la localita in cui viveva Osama bin Laden ha raccontato sul web l’attacco americano in cui è stato ucciso il capo di al Qaeda. Così almeno saremo sicuri su «come e da chi» sia stato veramente raggiunto ed eliminato il pericolo pubblico numero uno per l’amministrazione Usa: l’11 settembre 2001 ha avuto la sua vendetta. Ora le teorie dietrologiche sull’avvenimento verranno sparse a piene mani.

Perché solo ora? Perché in Pakistan, addirittura alle porte della capitale Islamabad? Perché c’è riuscita l’amministrazione Obama? Insomma, c’è materia per serate conviviali e dibattiti tra esperti. Dopo la primavera araba e gli stravolgimenti in atto in tutto il mondo islamico di marca più laica che fondamentalista, era chiaro che l’acqua in cui nuotava e stava sopravviven-

I Seals del Team Six si allenavano da mesi in un edificio costruito ad hoc

40 minuti e la storia è cambiata L’operazione seguita in diretta da Washington di Stranamore n colpo ben preparato e, per una volta, meglio condotto ha posto fine alla lunga latitanza di Bin Laden. Un’azione difficile, perché condotta in un centro abitato, in un edificio sicuramente vasto, tre piani, che poneva problemi per una rapida “saturazione”. L’intelligence ha svolto un lavoro superbo, durato anni, che ha permesso di identificare chi, dove e quando. Quando l’intelligence è divenuta “actionable”, ovvero così concorde e attendibile da giustificare l’azione, ci si è cominciati a preparare. Gli uomini scelti per condurre l’operazione, i Seals del Team Six, o Devgro, di base in Virginia, hanno apparentemente svolto un ottimo lavoro. Anche se si parla di una operazione di 40 minuti, questa è la durata complessiva, il blitz è durato molto, molto di meno. I Seals hanno dovuto allenarsi a lungo, utilizzando anche un simulacro dell’edificio praticamente realizzato in scala 1:1. Anche la disposizione dei locali interni era nota. Così come la presenza di guardie di sicurezza, di personaggi importanti e di civili e potenziali“scudi umani”. Naturalmente il piano meglio preparato difficilmente regge alla prova del fuoco. E infatti anche in questo caso qualche inconveniente c’è stato. Il Pentagono ammette di aver perduto uno dei quattro elicotteri impiegati per l’inserzione degli operatori. Ovviamente la spiegazione ufficiale parla di guasto meccanico, ma potrebbe anche esserci stata di mezzo la reazione dei difensori. In ogni caso il mezzo è stato poi distrutto per evitare che qualunque elemento compromettente cadesse in mano… al nemico. Gli incursori hanno beneficiato dell’effetto sorpresa e sono riusciti ad attaccare e saturare il bersaglio in mo-

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do molto efficace. Secondo i resoconti ufficiali Bin Laden e i suoi uomini hanno imbracciato le armi e dato battaglia. Il che fa loro onore. Però se è vero che non hanno esitato a farsi scudo di una donna… beh questo è molto meno coraggioso. Il tutto è stato comodamente osservato in “diretta” in alcuni palazzi di Washington e della Virginia, da parte di un ristretto numero di uomini con la need to know. E anche se i media stanno premendo per avere a disposizione i filmati, ben poco potrà essere dato al grande pubblico. Mentre i gli uomini di Al Qaeda sono stati neutralizzati, i Seals hanno anche provveduto a “bonificare”l’intero edificio da elementi ostili. Alcuni specialisti si sono occupati di Bin Laden e della sua identificazione sommaria, anche se il suo aspetto attuale, come quello degli altri occupanti dell’edificio era ben noto ed era stato studiato dagli operatori. Dopodichè gli specialisti della componente Forze Speciali della Military Intelligence ha passato al setaccio ogni stanza, anfratto, mobile della casa, alla ricerca di elementi informativi. Sì, Bin Laden non usava né internet, né computer né cellulari, ma questo non vuol dire che mettere le mani sul covo e il suo contenuto non possa rivelarsi quasi altrettanto importante dell’eleminazione del numero uno. In molti si preoccupano di quale potrà essere la reazione e la ritorsione di al Qaeda, ma in realtà ora sono gli Usa ad avere l’iniziativa e almeno parte del materiale sequestrato (e che non sarà mai condiviso con i pakistani, che pure hanno autorizzato l’intervento ed hanno provveduto a “cordonare” la zona di operazioni) potrà consentire di infliggere nuovi colpi alla organizzazione terroristica.

do il capo di al Qaeda si stesse prosciugando. Anche la forza dei suoi alleati in Arabia Saudita e in tutte quelle stanze del potere, dove il doppio gioco con Washington era sempre riuscito, non ultimo il Pakistan, si stava affievolendo. Grazie anche alla pressione esercitata dal progetto imperialista sciita, costituzionalmente nemico dell’ultrafondamentalismo sunnita. Oggi Osama bin Laden morto impersonifica un po’ meno un eroe e un possibile martire per guidare rivoluzioni nel mondo musulmano: le stanno già facendo e senza la bandiera di al Qaeda in prima linea. Chi ci porta con i piedi per terra, con una versione senza fronzoli dell’accaduto è l’esperto americano di origine rumena Edward Luttwak. «Si è andati per eliminazione di obiettivi. Prima la rete operativa, poi quella finanziaria, quindi rimaneva solo Osama. Adesso non c’è più. C’è stata poi della disinformazione sul coinvolgimento del Pakistan. È vero che c’era un funzionario pakistano presente, ma solo come individuo: non è stata informata alcuna organizzazione di Islamabad, nessun pakistano è stato avvisato». Forse per questo motivo l’operazione è andata a buon fine. «Se avessimo informato i servizi pakistani avremmo rovinato l’operazione. Non credo che bin Laden si possa essere costruito una specie di castello in una città amena e tranquilla dove al gente va in vacanza, senza avere consenso e appoggi». E il capo di stato Maggiore della Difesa Usa, l’ammi-


la morte di osama I talebani pakistani minacciano vendetta sugli Usa

3 maggio 2011 • pagina 3

E la Cia conferma: «Ritorsioni certe»

ISLAMABAD. Se il mondo intero esulta per l’indub-

WASHINGTON. Le minacce

bio successo segnato su chi nell’ultimo decennio ha deciso di incarnare un ruolo diabolico in terra, c’è anche chi si rammarica e farnetica. I talebani pachistani, per esempio, giurano vendetta per la morte di Osama bin Laden e minacciano di «attaccare gli obiettivi americani e il governo di Islamabad». «Noi non possiamo confermare il martirio di Osama bin Laden, quando le nostre fonti ce lo confermeranno saremo in grado di dire qualche cosa», ha detto il portavoce del Tehrik-e-Taleban Pakistan (Ttp), Ehsanullah Ehsan, contattato telefonicamente. «Se ha conosciuto il martirio, noi vendicheremo la sua morte e lanceremo attacchi contro i governi americano e pachistano, e le loro forze di sicurezza, perché sono nemici dell’Islam», ha aggiunto il terrorista. Il quale ha poi spiegato – inseguendo la logica folle e suicida

dei talebani sono prese molto sul serio dall’amministrazione Usa. tanto è vero che il nuovo direttore della Cia Leon Panetta ieri ha confermato che «Al Qaeda cercherà quasi certamente di vendicare la morte di Osama bin Laden. Del resto, bin Laden è morto, ma al Qaeda no. Dobbiamo restare determinati e vigili». Il problema segnato dai vertici dei servizi Usa è proprio che l’amministrazione possa abbassare la guardia dopo l’indubbio successo di ieri. L’Interpol, l’organizzazione per la cooperazione delle polizie internazionali, ha chiesto «un’accresciuta vigilanza» a tutti i paesi membri, confermando che il rischio terrorismo è massimo. Naturalmente i primi luoghi più controllati sono gli aeroporti.

BARACK OBAMA

dell’integralismo che «se davvero bin Laden è stato martirizzato è una grande vittoria per noi perché il martirio è l’obiettivo di tutti noi». Il Ttp ha stretto una alleanza con al Qaeda nel 2007, sancita da Osama bin Laden in persona. Anche per questo, colpisce invece la mossa del presidente afghano, Hamid Karzai, che ha invitato i talebani a «imparare» dall’uccisione di Osama bin Laden e a «deporre le armi». «Smettete di combattere e abbandonate le armi che gli stranieri hanno messo nelle vostre mani», ha concluso il leader afghano. Ma sinceramente è dubbio che i suoi interlocutori lo ascoltino.

raglio Mike Mullen, aveva criticato l’apparato militare pachistano, appena due settimane fa. Una quasi totale perdita di fiducia verso il governo di Islamabad che non potrà non avere conseguenze sul fiume di soldi diretti verso il Paese islamico.

Per il presidente americano si tratta di un successo enorme non solo in termini di immagine: ora gli sarà più «facile» gestire il ritiro delle truppe Usa dall’Afghanistan

LEON PANETTA Protagonista indiscusso di questo successo è anche l’uomo appena nominato responsabile del Pentagono: è lui che, dal vertice della Cia, ha gestito l’operazione

MIKE MORRELL Il numero due di Panetta alla Cia è stato una delle figure chiave non solo nel tenere i rapporti tra i Servizi e l’esercito, ma anche per favorirne il collegamento

JAMES CARTWRIGHT Uomo di punta del Pentagono, il suo ruolo è stato fondamentale per mantenere nel più totale segreto l’operazione che ha portato alla morte di bin Laden

«Il Congresso americano si– pronostica curamente Luttwak – taglierà i fondi promessi al Pakistan». Ricordiamo che dall’11 settembre 2001, Washington ha destinato a Islamabad 20 miliardi di dollari da utilizzare nella lotta al terrorismo. Di fatto il Pakistan era visto come un elemento chiave per la sicurezza interna Usa. Ma «l’impatto elettorale sarà nullo, perché da oggi ad allora succederanno troppe cose». Per Luttwak i tempi sono stati influenzati solo dalle necessità operative. A cominciare dall’estate del 2010. «Nell’agosto scorso qualcuno si è presentato a contrattare per “vendere”Osama. Si trattava di gestire e portare a buon fine questa operazione. Nel momento in cui si è avuto l’informazione precisa sul dove e quando, la preparazione è stata rapidissima. Nessun tipo di calcolo». Sui protagonisti l’esperto Usa non ha dubbi, la tanto vituperata Cia può mettersi sul petto una bella medaglia. «È stata un’unità operativa della Cia a gestire la missione. I Navy Seals hanno compiuto l’operazione di attacco, sono intervenuti solo nell’ultima fase. La preparazione della missione e l’individuazione dell’obiettivo è invece opera di Langley. Dagli elicotteri è scesa una singola squadra degli incursori della Us Navy. Politicamente il merito è di Leon Panetta e la Cia e il Pentagono per l’organizzazione». E tutta politica potrebbe essere anche un’altra conseguenza positiva per l’amministrazione Usa a corto di fondi. «L’eliminazione di bin Laden può dare l’avvio a un ritiro dall’Afghanistan. Obama aveva raddoppiato la presenza di truppe triplicando la spesa. Poter ridurre la presenza Usa in Afghanistan è dunque un vantaggio, per Oba-

ma, perché è una sua guerra. Ed è una guerra perduta. Il tentativo di modernizzare l’Afghanistan è fallito dunque almeno un obiettivo è stato raggiunto».

Ha sicuramente aiutato l’amministrazione Obama la stretta relazione instaurata, fin dagli attacchi di Mumbai nel 2008, con l’intelligence indiana. Un rapporto che ha aperto gli occhi agli americani, mettendo la tara sull’affidabilità di certe relazioni provenienti dal Pakistan. Ricordiamo che il Pakistan ha continuato ad addestrare, coordinare, finanziare ed armare lo jihadismo contro l’India, soprattutto per destabilizzare il Jammu-Kashmir. Non c’è dubbio che il protagonista principale sia stato il presidente Obama. Fin dal 2009 quando aveva stilato il documento strategico sull’Afghansitan, mettendo bin Laden e al Qaeda tra gli obiettivi principale «fatto inusuale» conferma a liberal in generale Fabio Mini, gia comandate di Kfor. «La Casa Bianca doveva avere una certa sicurezza sulla possibilità di centrare il bersaglio». Leon Panetta, in uscita dalla Cia e diretto al Pentagono «ha sicuramente voluto fare questo regalo all’inquilino della Casa Bianca», spiega sempre Mini. E la scelta dei tempi sarebbe legata al tramonto dell’icona del terrorismo internazionale di marca islamica. Mini e Luttwak sono però d’accordo su un argomento: «avendo messo tra gli obiettivi della guerra afghana bin Laden, la sua eliminazione potrebbe diventare la scusa per l’avvio del ritiro dall’Asia centrale». Ma dietro le quinte, per il buon fine della missione, hanno operato anche tre personaggi noti come «I tre moschettieri». Si tratta del vice di Panetta, Mike Morrell, del vicecapo degli Stati maggiori riuniti, generale James Cartwright e del responsabile delle operazioni speciale Mike Vickers che hanno svolto un ruolo complicatissimo: permetter il dialogo e il coordinamento tra i mammuth dell’intelligence Usa.

Il pericolo di rappresaglie in Occidente

Attenti, resta il franchising del terrore di Mario Arpino in Laden è morto. Grande entusiasmo, inutile dirlo, nelle strade e nelle piazze americane, commozione e pellegrinaggio sul luogo di “ground zero”, le borse volano e il prezzo del petrolio ribassa, ma anche grande preoccupazione e incremento dello stato di allerta in Pakistan e in tutto l’Occidente, dove si teme una reazione violenta degli adepti alla bieca confraternita o dei suoi simpatizzanti. Le azioni individuali e isolate sono infatti le più pericolose, in quanto spontanee e meno controllabili dall’Intelligence. È fuor di dubbio che qualche tentativo ci sarà. Nonostante tutte le evidenze e gli annunci ufficiali, la notizia, come al solito, non è esente da dubbi. E non aiuta certo la notizia diffusa dalle radio che il corpo, recuperato dalle forze Usa, sia già stato “sepolto in mare”. È la tradizione marinara, visto che è stato ucciso dai Seals della Us Navy, un pio omaggio alla tradizione musulmana, che vuole che i cadaveri vengano sepolti entro ventiquattrore, oppure la necessità di sottrarre il cadavere per motivi di ordine pubblico?

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Sono aperte tutte le ipotesi. Osama bin Laden era stato dato per morto alcune decine di volte: mai, tuttavia, gli annunci hanno avuto questa autorevolezza, e ciò fa ritenere che questa sia stata la volta buona. È morto, ed è una grande vittoria della nostra civiltà. Ma non cambierà granchè e dovremo continuare a temere e combattere al-Qaeda e le sue affiliazioni. Da tempo, infatti, non è più un’organizzazione piramidale strutturalmente e gerarchicamente organizzata, ma una sorta di franchising del terrore. Il Capo è morto, ma ormai è tardi. Aveva già lanciato il messaggio che molti suoi simili, nel mondo, avevano provveduto a raccogliere, a custodire, ad alimentare. Inneggiare alla vittoria è ancora decisamente prematuro.


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la morte di osama

pagina 4 • 3 maggio 2011

Bush: «Una grande vittoria per tutti»

Clinton: «Il team ha funzionato»

NEW YORK. «La morte del terrorista più ricercato al mondo segna una vittoria per l’America». Tra i primi a congratularsi con il presidente americano per l’operazione che ha condotto all’uccisione di Osama Bin Laden è stato l’ ex presidente George Bush. Bush ha parlato di «un risultato significativo». «Mi sono congratulato con Obama e gli uomini e le donne delle nostre comunità militari e di intelligence che hanno dedicato la loro vita a questa missione. Loro hanno la nostra gratitudine eterna», ha aggiunto. «Questo risultato segna una importante vittoria per l’America, per le persone che cercano la pace in tutto il mondo, e per tutti coloro che hanno perso i propri cari l’11 settembre 2001», ha concluso.

NEW YORK. «Mi congratulo con il presidente, la squadra della sicurezza nazionale e i membri delle nostre forze armate per aver portato Osam Bin Laden di fronte alla giustizia dopo oltre un decennio di attacchi di al Qaeda». Così Bill Clinton ha espresso soddisfazione per il raid che ha portato all’uccisione del leader di al Qaeda. La Casa Bianca ieri ha reso noto che, prima ancora di annunciare alla nazione ed al mondo la notizia della morte del terrorista, il presidente Barack Obama ha informato gli ex presidenti Bill Clinton - che era alla Casa Bianca ai tempi del primo attentato al World Trade Center del 1993 - e George Bush, che era in carica l’11 settembre 2001.

Cameron: «Ma la minaccia resta» LONDRA. «La morte del capo di al Qaida Osama bin Laden rappresenta un grande sollievo per il mondo ma non segna la fine della minaccia terrorista». È questa la preoccupazione espressa dal primo ministro britannico David Cameron subito dopo la notizia. «Osama bin Laden era responsabile delle peggiori atrocità terroriste nel mondo: l’11 settembre e tanti altri attentati che sono costati milioni di vite, tra cui quelle di numerosi britannici», ha aggiunto. La sua morte «naturalmente non segna la fine della minaccia terrorista estremista che abbiamo di fronte. Dobbiamo essere particolarmente vigili nelle prossime settimane», ha precisato in un intervento alla televisione.

Vittorio Possenti commenta la frase del direttore della Sala Stampa vaticana

Si può gioire di una morte anche se di un criminale?

«La misericordia può convivere con la legittimità per una azione violenta in una guerra contro il terrorismo»

ROMA. «Di fronte alla morte di un uomo un cristiano non si rallegra mai, ma riflette sulle gravi responsabilità di ognuno davanti a Dio e agli uomini, e spera e si impegna perché ogni evento non sia occasione per una crescita ulteriore dell’odio, ma della pace». È stato questo il commento di padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa vaticana, alla notizia della morte di Osama bin Laden. Notizia che coglie di sorpresa il filosofo Vittorio Possenti, membro del Comitato Nazionale per la Bioetica e della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali: «Siamo in riunione da giorni, non abbiamo contatti con l’esterno, sono in una breve pausa e la notizia me la sta dando lei». Professor Possenti nella posizione della Chiesa, espressa da padre Lombardi, prevale la misericordia e la carità? Oggi l’atteggiamento ovviamente è questo, ma bisogna considerare che quando si è in un conflitto, seppure anomalo come quello contro il terrorismo, le parti in campo hanno in certo qual modo una legittimità ad agire, approvata dalle regole diritto internazionale. Una posizione che non è in conflitto con quanto espresso dal portavoce vaticano per un atteggiamento di rispetto e non di gioia per la morte di un nemico. Come si possono conciliare le due cose? Ci può essere rispetto per la morte di una persona e legittimità per una azione violenta in una guerra, seppure asimettrica come questa nella quale esistono da una parte degli stati che com-

di Franco Insardà battono contro cellule terroristiche non facilmente identificabili. Questa posizione della Chiesa ha origini antiche. Il nessuno uccida Caino è l’origine di questo atteggiamento. In quell’episodio, nonostante il grave peccato del fratricidio commesso, Dio pose sulla fronte di Caino un segno per evitare che venisse ucciso. In quel caso la legge del taglione venne subito bandita. Si tratta comunque di una vittoria

Giovanni Paolo II, alla fine della prima guerra del Golfo nel 1991, sosteneva che non ci possone essere guerre sante e di religione: è una grande idea

del bene contro il male. Non sappiamo quale sarà l’esito effettivo della morte di Osama bin Laden sul terrorismo di matrice fondamentalista islamica. Se, cioè, sarà in parte debellato o troverà nuovi capi. La vittoria del bene sul male ritengo sia un concetto troppo grande che lascerei a un giudizio superiore. Possiamo, invece, parlare di guerra di religione? Non mi ci ritrovo neanche in questa definizione. Perché? Il motivo è semplice. In questo conflitto non ci sono da una parte soltanto i cristiani, nè dall’altra sono schierati esclusivamente tutti i musulmani. Il fondamentalismo islamico è una versione deviata dell’Islam che ha utiliz-

zato alcuni insegnamenti del Corano per trasformare questo scontro in una sorta di guerra santa. Non ci vedrei, però, uno scontro tra religioni. L’origine del conflitto è di tipo politico, nel senso alto del termine. Il beato Giovanni Paolo II alla fine della prima guerra del Golfo, nel 1991, affermava che la fede in Dio genera la pace fra gli uomini: non ci sono guerre di religione e non ci possono essere guerre sante. È una grande idea. Le guerre in nome di Dio sono sempre illegittime, perché non bisognerebbe mai tirare in ballo il suo nome quando ci si scanna, Non esistono, quantomeno nel cristianesimo, guerre sante. I conflitti possono essere giusti o ingiusti, fatte bene o fatte male, ma si tratta di un giudizio morale se la guerra è legittima oppure no. Non vi applicherei né la categoria di crociata, né quella di guerra santa. Nella storia, però, il rapporto tra Chiesa e guerra ha avuto fasi diverse. Indubbiamente in alcuni momenti storici il concetto di guerra santa è stato utilizzato. Nel 1936-38 in Spagna, ad esempio, la guerra dei franchisti contro i comunisti e i repubblicani fu considerata da alcuni e fatta passare come una guerra santa. Ma l’uso di questo concetto va considerato un cedimento al fanatismo. E la Chiesa ribadisce che ogni evento non sia occasione per una crescita ulteriore dell’odio, ma della pace... Di fronte a eventi luttuosi godere per la morte e l’uccisione dell’altro non è giusto e saggio. Subito dopo l’11 settembre parti della popolazione musulmana gioirono per le Torri gemelle. Si tratta di manifestazioni che non possiamo accettare da qualsiasi parte vengano.

Due domande difficili girano per il mondo


la morte di osama

Merkel: «Sollievo per la pace»

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Il raid raccontato in diretta (senza saperlo) su twitter

BERLINO. «La morte del leader di Al Qaida rappresenta una vittoria delle forze di pace», secondo il cancelliere tedesco Angela Merkel. «Il terrorismo internazionale - ha aggiunto il Cancelliere tedesco - tuttavia non è stato ancora sconfitto. Dobbiamo tutti rimanere vigilanti». La morte di bin Laden costituisce «un colpo decisivo inferto ad Al Qaida», secondo Angela Merkel, che ha espresso al presidente americano Barack Obama il «suo sollievo». «Osama bin Laden è stato il responsabile della morte di migliaia di persone innocenti», ha proseguito. «Fingeva di agire in nome dell’islam ma di fatto si prendeva gioco dei valori fondamentali della sua religione e di tutte le altre religioni».

ISLAMABAD. Il raid al compund di Osama bin Laden è stato raccontato in diretta su twitter: un exploit inconsapevole, per la verità, ma che ha reso l’autore, un programmatore di computer pakistano, una vera celebrità in rete. Sohaib Athar, che “twitta”con il nome di «reallyvirtual», abita a 250 metri dalla villafortezza di bin Laden; e ha iniziato l’invio dei messaggi all’una di notte (ora pakistana), lamentandosi del fastidioso frastuono degli elicotteri sopra la sua testa («un evento raro», ha commentato). Il messaggio è stato seguito in rapida successione da una serie di tweets. Prima il rompersi di una finestra: «Spero non sia l’inizio di qualcosa di brutto», ma sta accadendo qualcosa di strano - ha riflettuto - «perché i talebani non hanno elicotteri e stanno dicendo che non sono “nostri”». Poi l’elicottero distrutto: «La gen-

Carlo Jean sui sommovimenti che stanno trasformando il Medioriente

Senza la primavera araba sarebbe stato possibile?

«No. È una questione interna all’esercito pakistano. Ma il mondo è cambiato e c’è chi vuole approfittarne»

rano anni che si accusava il Pakistan di offrire protezione ad Osama bin Laden. Anni che i servizi intelligence americani dicevano pubblicamente che il numero Uno di Al Qaeda aveva il suo quartier generale a poche decine di chilometri a nord di Islamabad. Ecco perché nessuno è rimasto sorpreso dal fatto che il blitz sia avvenuto proprio in mezzo a quelle montagne. Ma se lo si sapeva, perché l’operazione dei Seals non è scattata prima? Probabilmente perché il tempo, fino a pochi mesi, non era davvero maturo. Logico chiedersi, allora, quanto la primavera araba abbia inciso su questo successo americano. «Poco o nulla» però, secondo il generale Carlo Jean, docente di studi strategici all’università Luiss Guido Carli di Roma e presidente del Centro studi di geopolitica economica. Generale, quanto ha influito la primavera araba sulla cattura di Osama bin Laden? Nulla. Perché si tratta di due cose completamente separate. La situazione del Pakistan, infatti, è completamente differente dalla situazione dei paesi arabi ed è molto più collegata con quella dell’Afghanistan che con quella del Mediterraneo. Non è collegata direttamente, certo. Però è innegabile che alcuni equilibri storici siano saltati, non trova? l’Islam è stato quasi completamente assente dalla primavera araba e addirittura l’islamismo terrorista, quello che vuole il califfato e l’unità dell’umma, è stato messo da parte e marginalizzato dalle rivolte della piazza araba. Ecco perché dico che le due cose non sono collegate, ma completamente differenti. Il fatto che Bin Laden sia stato tro-

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te dice che non aveva un problema tecnico ed è stato abbattuto», ha commentato perplesso. Infine ha dato la notizia che i soldati avevano accerchiato il luogo dell’incidente e iniziato la perquisizione e che forse i due elicotteri in azione erano “stranieri”. Ma solo quando il giovane si è svegliato, al mattino, ha scoperto, leggendo Twitter, l’annuncio del presidente, Barack Obama; e ha collegato il putiferio a cui aveva assistito con il blitz. E alle 10 di mattina locali ha scritto: «Uh, ma allora sono io il ragazzo che ha dato in diretta il raid su Osama senza saperlo»

di Luisa Arezzo vato proprio ora, dopo dieci anni di ricerche, non è un segnale di più che il vento stia cambiando in tutto il mondo arabo e cominciando a voltare le spalle al terrorismo? No. Questo non c’entra niente ed è solo propaganda. È una questione che attiene ai militari pachistani, che sono sempre stati degli islamisti radicali perché l’unità nazionale del Pakistan dipende dall’Islam. La secessione dall’India britannica del Pakistan è dovuta all’incom-

supporto iraniano sia a Saleh che a Bin Laden. Direi questo: alcune tribù dello Yemen sono sciite e di conseguenza hanno dei legami strutturali con l’Iran che a prescidnere da Obama nessuno è in condizione di stroncare. Ora la sfida di Al Qaeda è trovare nuovi santuari. Se le montagne fra Pakistan e Afghanistan non sono più il nascondiglio perfetto, lo stesso non si può dire per lo Yemen, ma anche per gli altri paesi indeboliti - sotto il piano della sicurezza - dalle rivolte. Sicuramente i regimi autocratici combattevano al Qaeda e combattevano gli islamisti. Ma il rifugio gli islamisti ce l’hanno. Dalla Somalia alla frontiera fra la Mauritania e il Mali e senza dimenticare lo Yemen, che è nel caos più completo. Certamente la rivolta araba crea degli spazi di opportunità in cui possono infilarsi gli islamisti. In particolare nella Cirenaica. Secondo gli esperti l’operazione è partita due anni fa grazie a un interrogatorio su un terrorista di Guantanamo. Poi è stata preparata per mesi, già da agosto dicono dagli Usa. Tutto quello che ha raccontato Obama lascia davvero il tempo che trova. Perché se avessero davvero localizzato bin Laden prima sicuramente non avrebbero atteso tutto questo tempo per prenderlo. Il blitz sarebbe stato fatto prima, non c’è dubbio. Anche perché mi sembra improbabile che bin Laden sia rimasto da agosto ad adesso fermo. Impossibile. Chi cerca rifugio, cambia rifugio frequentemente.

Le rivolte della piazza araba stanno creando degli spazi di opportunità in cui possono infilarsi gli islamisti. Penso alla Cirenaica

patibilità dell’Islam con l’induisimo. L’uccisione di Osama bin Laden rappresenta uno sviluppo storico nella lotta al terrorismo internazionale e un chiaro segnale che la rete del terrore comincia ”a perdere colpi”? Sì, ma l’islamismo stava già perdendo dei colpi sia nei Paesi arabi che nel terrorismo internazionale. Molti osservatori vedono un link diretto fra la morte di bin Laden e il triangolo di crisi Yemen, Arabia Saudita e Bahrein. In particolare Ryad, che assieme a Manama, la capitale del Bahrein, ha chiesto un supporto militare al Pakistan, vorrebbe fugare ogni ipotesi di sostegno alla lotta terrorista perseguita dai militari pakistani. E dunque avrebbe mollato completamente Osama bin Laden. Senza contare il


la morte di osama

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Una vita tra la religione usata come strumento di potere (anche economico) e e la tecnologia piegata a fini criminali

Il ragioniere dell’Odio

Dalla guerra ai sovietici in Afghanistan alla faida islamica, poi il salto nel terrore industriale: storia dell’uomo che ha mischiato affari e morte di Maurizio Stefanini sama ibn Ladin in arabo classico: divenuto Usama bin Ladin nella forma dialettale dell’Arabia Saudita; Osama ben Laden nella pronuncia afghana; e Osama bin Laden nella vulgata che si era infine affermata sulla stampa occidentale. Occhi spiritati su un metro e novanta di pelle e ossa, dopo l’11 settembre del 2001 era sembrato essere stato risucchiato nella nebulosa dimensione del mito. Ne usciva di tanto in tanto in qualche dubbio filmato, di cui si diceva sempre che poteva essere un montaggio per mostrare ancora in vita un leader ormai in realtà da anni sepolto da un crollo di una caverna di Tora Bora; o ucciso dalla sua insufficienza renale in qualche vil-

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laggio nella zona tribale del Pakistan. Invece, se ne stava tranquillo in una villa in un sobborgo abitato da alti gradi dell’esercito, nei pressi di Islamabad. Classe 1957, Osama era figlio di un emigrante dallo Yemen del Sud: la mitica Aden già porta della rotta delle spezie. Pur facendo il facchino, il padre era dunque portatore di un’atavica cultura imprenditoriale che nell’indolente monarchia beduina degli anni Cinquanta, appena miracolata dal dono del petrolio, ne fece in breve un magnate prestigioso. Ovviamente, il self made man volle per il figlio lo status e la preparazione di base che lui non aveva potuto avere, e lo mandò dunque all’Università di Gedda, a studiare ingegneria. E qui

Osama bin Laden e due tra i principali attacchi di matrice islamica: a destra, la strage di Madrid e nell’altra pagina, l’attentato alla metro di Londra

Classe 1957, era figlio di un “self-made man” che vedeva in lui il possibile riscatto il ventiduenne giovanotto conobbe il palestinese di origine giordana Abd Allah alAzzam, seguace dei Fratelli Musulmani egiziani e poi padre del gruppo islamico palestinese di Hamas.

Invece di dedicarsi alla battaglia per il recupero di Gerusalemme come tanti della sua generazione toccati dal verbo integralista, Osama decide però di andare a combattere contro i comunisti sovietici in Afghanistan: per una causa non araba, dunque, e che per giunta non era neanche troppo popolare all’epoca. È però una scelta che gli permetterà di fare diverse cose che in seguito si riveleranno molto utili. Per esempio, ricevere dagli

americani un completo addestramento militare. Stabilire rapporti eccellenti con i servizi segreti pakistani. Farsi sul campo un’esperienza di guerrigliero e una fama immacolata di combattente per la fede. Prendere contatto diretto con la legione di volontari che da tutto il mondo islamico erano venuti ad arruolarsi tra le file dei mujhaeddin: una massa di manovra di oltre 50.000 persone. Girare per tutto il mondo arabo ad arruolare volontari, e a raccogliere fondi per aiutare la “guerra santa”: fondi, tra l’altro, in cui non finivano solo i frutti della “pietà” dei fedeli e i contributi dei governi islamici, ma spesso anche le sovvenzioni dei servizi segreti occidentali. E anche incontrare il suo futuro bracco destro: il medico egiziano alZawahiri Ayman al-Zawahiri.

Organizzatore di un rudimentale Genio della guerriglia, bin Laden ha però soprattutto una straordinaria capacità di raccogliere risorse, infiltrandosi nella rete di interessi e contatti delle due grandi banche saudite che appoggiano i mujhaeddin: la Dar al-Mal al-Islami, fondata dal fratello del capo dei servizi segreti sauditi; e la Dalla al-Baraka, creata addirittura da un cognato di re Fahd. Sono istituti ufficialmente ispirati ai “principi etici”della finanza islamica, e con il divieto dunque di praticare prestiti a interesse. Raccolgono fondi in quantità non solo dalla finanza petrolifera, ma anche da devoti musulmani di tutto il mondo, da moschee e opere pie, da ong islamiche come l’International Islamic Relief Organization e la Islamic Relief Agency. Nel 1988, questo giro di intrallazzi è usato come arma nella faida in campo integralista che divide Jihad Islami di al-Zawahiri dal gruppo rivale e pure egiziano al-Jamaat al-Islamiya, i cui tre leader arrivano a Peshawar quell’anno. In violenta concorrenza nella lotta per inquadrare i volontari che arrivano da tutto il mondo islamico, nella ridda di insulti che si scambiano il giornale al-Fatah di alZawahiri e la rivista al-Murabitun del gruppo al-Jamaat a un certo punto quest’ultimo accusa il medico e il suo sodale Osama di stare imboscando in banche svizzere i soldi raccolti dai fedeli per aiutare i mujhaeddin. E anche di rivendere al mercato nero le armi loro destinate.Varie agenzie islamiche tagliano allora i fondi ad al-Zawahiri, costringendolo a chiedere soldi all’Iran, e provocando così ulteriore irritazione nelle ricche monarchie del Golfo finanziatrici della guerriglia afghana, che, con l’Arabia Saudita in testa, decidono allora di mandare i loro fondi ad al-Jamaat. Anche il loro vecchio mentore Azzam si schiera contro Osama e Ayman, in un conflitto che si intreccia a quello ormai emergente tra le milizie afghane nel momento in cui si avvicina il


Tutti i crimini di cui si è reso responsabile 26 febbraio 1993: Usa. Attentato al World Trade Center: si contano sei morti e un migliaio di feriti. 13 novembre 1995: Arabia Saudita. Un’auto bomba esplode a Riad davanti a un edificio della Guardia Nazionale saudita. Muoiono cinque soldati statunitensi e due indiani. 25 giugno 1996: Arabia Saudita. Esplode un camion-bomba all’entrata della base americana di Khobar: 19 morti, tutti americani. 7 agosto 1998: Kenya e Tanzania. Esplodono simultaneamente due auto bomba: 224 morti, tra cui 12 americani. 12 ottobre 2000: Yemen. 17 marines americani uccisi nel porto di Aden in un attentato all’incrociatore americano Uss Cole. 11 settembre 2001: Usa. Alle Twin Towers, al Pentagono e in Pennsylvania ci sono 2977 vittime. 11 aprile 2002: Tunisia. 21 morti, tra cui 14 tedeschi, in un attentato kamikaze contro la sinagoga della Ghriba a Djerba. 12 ottobre 2002: Indonesia. Autobomba vicino a una discoteca di Bali: 202 morti. 12 maggio 2003: Arabia Saudita. 35 morti, tra cui 9 americani, in un triplo attentato kamikaze contro un residence a Riad. 16 maggio 2003: Marocco. 45 morti in cinque attentati quasi simultanei a ristoranti e hotel frequentati da stranieri e obiettivi ebrei a Casablanca. 15 e 20 novembre 2003: Turchia. 63 morti in seguito a quattro autobombe contro due sinagoghe, il consolato britannico e la banca britannica Hsbc a Istanbul. 11 marzo 2004: Spagna. 191 morti in una serie di attentati coordinati al sistema di treni locali a Madrid, chiamati anche M11. 7 luglio 2005: Gran Bretagna. 56 morti in quattro attentati kamikaze nella metro e un bus a Londra. 23 luglio 2005: Egitto. 68 morti in una serie di attentati kamikaze contro luoghi turistici a Sharm el Sheikh. 9 novembre 2005: Giordania. 60 morti in un triplo attentato suicida contro degli hotel ad Amman. 14 agosto 2007: Iraq. 400 morti in quattro attentati contro una setta religiosa curda nella provincia di Ninive. 11 dicembre 2007: Algeria. 41 morti, tra cui 17 dipendenti delle Nazioni Unite, ad Algeri. 17 settembre 2008:Yemen. Due autobombe contro l’ambasciata Usa a Sana’a provocano 16 morti. 20 settembre 2008: Pakistan. 60 morti per un’autobomba contro l’hotel Marriott a Islamabad. 25 dicembre 2009: Paesi Bassi/Usa - in volo tra Amsterdam e Detroit, un nigeriano, Umar Faruk Abdulmutallab, tenta di far saltare l’aereo con dell’esplosivo nascosto nei pantaloni. L’attentato fallisce.

collasso del regine comunista: Azzam sta infatti con Massud, mentre i due fondatori di al Qaeda appoggiano Hekmatyar. Ma il 24 novembre 1989 il veicolo di Azzam finisce su 20 chili di dinamite. E entro il 1992 anche al-Jamaat è tolta di mezzo, dopo un amaro conflitto in cui entrambi i contendenti si sono scomunicati come “apostati”.

Il 1988 è anche l’anno della formale fondazione di al Qaeda: letteralmente “la base”, proprio perché nasce come una base di nomi di volontari islamici in Afghanistan. Nel 1989, anno della presa del potere a Khartoum di un gruppo di militari ideologicamente vicini ai Fratelli musulmani, bin Laden sposta la sua struttura “antisovietica” dal Pakistan al Sudan, iniziando la riconversione della struttura di combattimento dal vecchio nemico sovietico ormai al collasso verso il nuovo nemico americano. «Sconfitta una superpotenza, ora penserò all’altra» è lo slogan. Ma il passaggio dichiarato di bin Laden al fronte antioccidentale si ha dopo la fine della Guerra del Golfo, quando accusa il governo saudita di apostasia per aver permesso la permanenza dei militari americani nel regno anche dopo la cacciata di Saddam dal Kuwait. Il dato curioso è che prima dell’arrivo delle truppe americane bin Laden aveva proposto di organizzare lui una “legione”di volontari islamici per liberare il Kuwait… Espulso dall’Arabia Saudita nel 1992, Bin Laden fa il suo primo clamoroso attacco all’Occidente il 26 febbraio 1993, quando un gruppo di affiliati al suo movimento terrorista cerca di far saltare le colonne di sostegno lungo il muro perimetrale della Torre Sud delle Twin Towers di NewYork. Ovviamente preoccupato il governo degli Stati Uniti intensifica le pressioni sul mondo arabo per isolare il nuovo nemico: nel 1994 l’Arabia Saudita toglie a bin Laden la cittadinanza; nel 1995 il Sudan lo manda via. Lui torna allora in Afghanistan, dove sono andati al potere i talebani. Nel frattempo ha continuato ad ampliare un piccolo impero economico che comprende imprese e aziende agricole in Sudan; investimenti tra Maurizio, Singapore, Malaysia e le Filippine; interessi in business diversificati come diamanti in Tanzania, automobili a Dubai, una flotta peschereccia in Kenya, legname in Turchia, frutta in Tagikistan, lapislazzuli in Uganda; perfino l’import di materiale di precisione dagli Stati Uniti, di trattori dalla Slovacchia, di telefoni dalla Germania, di uranio dal Sudafrica, di biciclette dal-

Dagli anni Ottanta è legato all’egiziano al-Zawahiri: con lui ha tentato di scalare il potere religioso l’Azerbaigian, di camion dalla Russia… Ciò, ovviamente, senza considerare la fortuna personale dell’emiro, che dal padre avrebbe ereditato un patrimonio stimato tra i 280 e i 300 milioni di dollari. Ma elementi collegati alla“base”sono stati coinvolti anche in svariate operazioni di autofinanziamento criminale: carte di credito clonate in Stati Uniti e Canada; rapine in banca, assegni falsi e perfino sequestri di persona in Giordania.

Presente in oltre una quarantina di Paesi, il gruppo di bin Laden è un vero e proprio esercito sotterraneo, formato da su un doppio livello: formalmente da una gerarchia verticale che vede al vertice lo stesso Bin Laden come emiro generale; e informalmente da una gerarchia orizzontale con 24 gruppi. Comandante assoluto, l’emiro è assistito da una Shura Majilis, «Consiglio consultivo», cui a loro volta fanno riferimento le quattro “commissioni”preposte agli affari militari, a quelli religiosi, alle finanze e ai media. E sotto ancora c’è un vero e proprio “esercito” di 5500 uomini armati, in gran parte inquadrati in una brigata di volontari che è sistemata in campi in Afghanistan e vi combatte al fianco dei talebani contro le forze di Massud. Distinti dalla brigata so-

no i commando, guidati da Mohammed Atef, alias Abu Hafs, e addestrati alle missioni suicide. I commando sono organizzati in cellule, ma non tutte le cellule sono composte da commando, giacché al Qaeda ha anche un proprio servizio segreto, il cui capo è Mohammed Musa. Una loro specialità è quella di costruire identità e documenti falsi. Da notare che le “cellule” di bin Laden consentono anche una “doppia affiliazione” che ha permesso loro di infiltrarsi in un movimento terrorista temuto come il Gia algerino. Oltre a contare su di una struttura propria che poi si infiltra in altri gruppi, però, al-Qaida ha pure un terzo livello intermedio di irradiazione, come gruppo “federatore”di un network di cui fanno parte vari gruppi armati. In apparenza meno interessante, il ramo «religioso» dell’organizzazione è in realtà l’elaboratore della piattaforma ideologica su cui poi si concentrano i simpatizzanti mondiali del movimento. In questo senso, è difficile trattare questo compartimento senza citare contemporaneamente l’altra commissione preposta ai media che ha il compito di fare propaganda. Può sembrare incredibile, ma fino al 1998 l’al Qaeda Press and Public Relations Office for Europe aveva tranquillamente la sua sede a Londra, dove il signor Khaled alFawwaz si recava tutte le mattine come un buon impiegato. Ci volle l’attentato all’ambasciata americana di Nairobi nel 1998 perché la polizia inglese intervenisse ad arrestare il «responsabile», e a chiudere l’ufficio.

Dopo essere stato già accusato del primo attentato a una delle Torri gemelle e di un’azione contro le truppe Usa in Somalia, Bin Laden diventa infatti definitivamente per gli Stati Uniti il nemico pubblico numero uno il 7 agosto 1998, quando in risposta ad alcuni bombardamenti anglo-americani sull’Iraq i suoi uomini fanno saltare in aria le ambasciate Usa in Kenya e Tanzania, uccidendo 220 persone. Il 18 agosto il leader talebano mullah Omar annuncia che lo sceicco è sotto la sua protezione e il 20 agosto gli americani lanciano contro Jalalabad e i supposti campi di addestramento di al-Qaida 75 missili Cruise, provocando 21 morti e 30 feriti. Dopo che al-Qaida torna alla carica contro le Torri gemelle con gli attentati dell’11 settembre 2001, sui talebani si abbatterà allora la rappresaglia degli Stati Uniti. E bin Laden scompare dalla circolazione, entrando nel limbo da cui uscirà dieci anni dopo. Cadavere.


In campo i duri del Mag di Antonio Picasso a morte di Osama bin Laden mette sulle scrivanie dei governi occidentali un paradosso inaspettato. E cioè che il livello di allerta internazionale, per il rischio attentati, è schizzato alle stelle improvvisamente. Gli Stati Uniti hanno decapitato il vertice di al-Qaeda, quando il suo attivismo appariva intorpidito di fronte alla rivoluzione generazionale del Medioriente. Ora, decapitato il gruppo, non si esclude che la coda possa colpire. Anzi. In questo senso, la mappa del terrore è chiara. Il quadrante afghano-pakistano resta l’epicentro della lotta talebana. Data la vicinanza del suo fronte di attività con l’ex rifugio di bin Laden, è plausibile che in Afghanistan si ripercuotano i primi segnali di revanche contro le truppe occidentali. Peraltro, fra talebani e qaedisti c’è sempre stata una differenza di prospettive. I primi combattono per assumere il controllo del governo di Kabul (obiettivo localistico). Gli altri sono votati a una causa globale, quel leggendario grande Califfato di cui gli ideologi parlano.Tuttavia, adesso per il Mullah Omar si apre la strada della leadership incontrastata nella lotta al nemico occidentale. Questa opportunità si era presentata al celebre mujahed già all’inizio del 2010, dopo la cattura o l’uccisione di una lunga lista di “most wanted”. Dal febbraio dello scorso anno, procedendo a ritroso di ventiquattro mesi, le forze Usa avevano catturato e ucciso: Abdul Ghani Baradar, Ilyas Kashmiri, Beitullah Mehsud e Abu

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Laith al-Libi, oltre ad alcuni esponenti del clan Haqqani. Queste le personalità più illustri. Depennato anche bin Laden, il testimone passa di diritto al Mullah Omar.

Procedendo verso ovest, ci si imbatte nella nebulosa irachena, dove “al-Qaeda in Mesopotamia” ha assunto un’identità carsica. La smobilitazione delle truppe Usa, nell’agosto 2010, ha fatto da valvola di decompressione per quanto riguarda le iniziative terroristiche in Iraq. Il Paese, però, non può dirsi fuori pericolo. Le tensioni fra sciiti e sunniti, infatti, non sono state risolte. Un’insorgenza anti-governativa, di matrice sunnita, potrebbe trovare nuova ispirazione proprio con la morte di bin Laden. Specie con l’approssimarsi del prossimo 7 giugno, quinto anniversario di Abu Musab al-Zarqawi. Il terrorismo qaedista, si sa, è tradizionalmente sensibile agli anniversari. Più a sud, nella Penisola arabica, c’è lo Yemen: terra di origine della famiglia bin Laden, la quale ha messo in piedi un impero immobiliare e che, da questo stremo dell’Arabia felix, ora sviluppa i suoi tentacoli in tutto il mondo. Sicché, da dove sono partiti i parenti di Osama, al-Qaeda è stata in grado di stringere rapporti con le tribù locali e accordarsi per l’installazione dei campi di addestramento. Il terrorismo jihadista ha saputo esercitare l’adeguato proselitismo in seno alle arretrate società delle regioni meridionali della Penisola arabica. Il successo è nato dalla

sintesi fra il Corano e il kalashnikov. Strumenti inscindibili in un Paese arretrato com’è lo Yemen. D’altra parte, con quel che sta accadendo, tutto il Medioriente è esposto al pericolo di reazioni sconsiderate da parte dei gruppi che innalzeranno di bin Laden sugli altari del martirio. Finora le rivolte, che hanno coinvolto il Nord Africa e che si stanno espandendo oltre il canale di Suez, si sono rivelate come l’espressione spontanea di un movimento di piazza. Tuttavia, le rivoluzioni possono imboccare strade di estremismo e terrore. In parte questo sta già accadendo. Si pensi all’ondata di violenza, apparentemente di origine salafita, che ha coinvolto in modi differenti la Siria, la Striscia di Gaza e, solo la scorsa settimana, il Marocco. Ed è proprio al-Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi) che va monitorata. L’organizzazione nata quattro anni fa come joint venture dei Gruppi salafiti per la predicazione e il combattimento (Gspc), attivi in Algeria, Tunisia e Marocco appunto. Aqmi è sorta per espressa volontà di bin Laden e del suo braccio destro, Ayman alZawahiri. A cavallo tra il 2006 e il 2007, il vertice dell’organizzazione ha creduto necessario raggruppare le cellule, con l’obiettivo di creare una forza d’urto monolitica e in grado di contrastare la presenza occidentale in loco. Si ricordi che è proprio dello stesso periodo la creazione del sistema difensivo Usa atto al controllo del quadrante africano, Africom. Ebbene, se c’è da temere qualche

reazione rapida, questa bisogna aspettarsela proprio dall’Aqmi. In primis, perché il gruppo è il solo ancora effettivamente attivo nella galassia jihadista. Lo ha dimostrato l’attacco di Marrakesh la scorsa settimana. In seconda istanza, per il motivo che, se esiste un lascito ideologico che Aqmi può raccogliere dal messaggio del suo defunto mentore, è quello di colpire l’Occidente a casa sua. Quindi non solo nei teatri di guerra. Bin Laden, infatti, promuoveva il terrorismo. Il suo messaggio era colpire il fianco debole del nemico, vale a dire nelle capitali d’Europa oppure nelle metropoli del Nord America. Questo era ed è il jihad qaedista. Una tattica ispirata da vigliaccheria, non c’è dubbio. Tuttavia, corroborata da una capacità di ritorno mediatico che nessun attacco ai contingenti militari in Afghanistan o in Iraq ha mai avuto.

Da ultimo ci si ricordi di quelle cellule assopite radicate nel mondo occidentale e centro-asiatico, aree dove il jihad ha saputo mettersi in mostra. Da Londra alla Cecenia. Oppure di personalità di cui non si perse le tracce. È il caso di alZawahiri. Il grande assente nei movimenti di rivolta mediorientali e ritenuto in difficili condizioni di salute. È giunto il momento? Del resto, in un sistema di franchising che funzioni, l’uscita di un azionista è colmabile ben più celermente di quanto si pensi. In tal caso, a morire sarebbe morto “solo”bin Laden. Non al-Qaeda!

La morte dello sceicco spalanca le porte del terrore ai guerrieri di “al Qaeda Maghreb”: più feroci, più uniti e meno disposti a fare concessioni agli arabi Militanti sauditi durante un addestramento. A destra dall’alto: al Zawahiri, l’ideologo egiziano considerato il numero 2 di bin Laden; il cartello di Times Square; il mullah Omar


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la morte di osama

3 maggio 2011 • pagina 9

Per Karim Mezran, direttore del Centro Studi Americani, il tempo del jihadismo internazionale è finito

Con lui è morto un “brand” di Luisa Arezzo na vittoria importante in termini di immagine e di propaganda, fondamentale per Barack Obama. Di fatto è stato lui a prendere Osama e non il suo predecessore che della cattura del numero uno di al Qaeda aveva fatto un punto d’onore della sua amministrazione. Ma dal punto di vista pratico... le conseguenze non saranno epocali, visto che da molti anni Bin Laden non era più in grado di coordinare e gestire granché». Risponde così, a caldo, Karim Mezran, direttore del Centro Studi Americani a Roma e docente di studi mediorientali alla John Hopkins University. Professore, perché Obama non era più il capo della centrale del terrore? Perché Bin Laden si era trasformato in un brand. Un brand tuttavia sinonimo di terrore e ancora in grado di falciare molte vite... Sì, ma resta il fatto che fosse un franchising. D’altronde, tutti gli ultimi attacchi di al Qaeda sono sparsi e senza un vero coordinamento. Da anni è in corso un dibattito - soprattutto negli Usa - fra chi sostiene che esista ancora una forte regia di al qaeda in grado di gestire questo network poderoso

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di organizzazioni terroristiche e chi invece sostiene che al Qaeda si sia trasformata in un franchising. Utile alle tante micro-organizzazioni per poter accedere a un risalto mondiale. La sua linea, mi sembra di capire... Sì. Ma si evince anche dal livello degli attentati portati avanti dalla rete qaedista: oggi è bassissima la capacità gestionale e

che fino a ieri lo avevano protetto. Insomma, lo hanno venduto agli americani? È possibile. In cambio di cosa lo sapremo più avanti. Osama era forse diventato ingombrante anche per al Qaeda? Credo piuttosto che questa volta si sia trovato il canale giusto, il capo tribale giusto. La storia è piena di esempi simili. Non vedo grandi cambiamenti di tipo geopolitico. Ma mutazioni locali. La spiata è interna a una micro-area. Ecco perché i pachistani non sono stati avvisati. Perché probabilmente è stato un atto portato a termine grazie a contatti microlocali più che a livello paese. Possibilissimo che sia andata così! «Morto un papa, se ne fa un altro». Qualcuno adesso vorrà prendere il suo posto? I candidati saranno migliaia! Ma tra il proporsi e il diventarlo ne passa. Bisogna vedere se ce la faranno ad accreditarsi. Io però penso che ormai sia esaurito il fenomeno del jihadismo di al qaeda. Nei prossimi mesi assisteremo a fenomeni sparpagliati, prevalentemente salafiti. Fenomeni radicali e radicati a livello regionale. E penso soprattutto al Nordafrica.

Il rischio è che i terroristi adesso si spostino nell’area più vulnerabile: il Nord Africa. L’incertezza che si respira in quei Paesi è ossigeno per loro tecnica dell’organizzazione, nulla a che vedere con quella usata per gli attacchi in Africa nel 1997 o per le Torri gemelle. Quella capacità non è mai più stata superata, e questo significa qualcosa. Osama - ed era un segreto di pulcinella - stava in Pakistan. Ma sembra che gli Usa non abbiano avvisato i servizi pakistani del raid. È assolutamente verosimile. Io penso che sia cambiato l’equilibrio all’interno del sistema tribale pakistano a seguito anche di alcuni cambiamenti sensibili sul confine afgano. Quello che è certo è che qualcuno lo ha tradito, probabilmente una delle tribù

Parla il generale Fabio Mini: «Non è ancora possibile dire che la situazione è più sicura»

«Non contava più niente» di Pierre Chiartano a Washington alle capitali europee l’attenzione sugli obiettivi sensibili (non solo quelli americani) è a livelli massimi ed è destinata a rimanere tale nei prossimi mesi. Anche in Italia c’è grande attenzione da parte degli apparati di sicurezza che da poche ore hanno archiviato l’evento della beatificazione di Papa Woytjla a Roma. Dunque con Osama bin Laden in pasto ai pesci cosa succederà? Avremo un mondo più sicuro o cadremo vittime della reazione dello jihadismo internazionale come per l’11 settembre 2001, o della folle reazione di singoli, come già successo a Londra nel 2005? Lo abbiamo chiesto al generale Fabio Mini già comandante di Kfor in Kosovo e grande esperto di terrorismo internazionale.

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araba, il simbolo si stava appannando. «Non penso che sul piano pratico operativo ci saranno delle grosse differenza tra il prima e il dopo bin Laden. Non aveva la direzione o la gestione di piani, non comandava le cellule. I nuclei terrorsitici ciò che potevano fare ieri lo possono fare oggi». Ma sul fatto che il mondo sia oggi più sicuro, il generale ha qualche perplessità. «È più sicuro in prospettiva, se la situazione

ora ci potrebbe essere una conseguenza anche in Asia centrale: una sciizzazione dell’Afghanistan settentrionale. Senza la presenza di al Qaeda e il chiodo fisso occidentale di dare la caccia agli amici di Osama, ci saranno milioni di rifugiati afghani in Iran che, sentendosi più tranquilli, potrebbero tornare in Patria. In questa maniera Teheran potrebbe tentare di acquistare ancora più potere nella parte Nord e Nordoccidentale del Paese. Vedremo circolare in quelle zone qualche iraniano in più dal bell’aspetto». Quindi le conseguenze della morte del capo della Base, saranno più regionali che globali. L’unica incognita sarà la follia dei singoli individui che vivono in Occidente o altrove. Sarà la reazione alla perdita di «un padre ideologico». «Fossi nell’Interpol o in qualche altra struttura dell’antiterrorismo guarderei meno ai network internazionali e più alle piccole cellule locali. Non dimentichiamo della lezione di Londra nel 2005. Chi ha commesso quell’attentato aveva un’affiliazione ad al Qaeda solo ideologica». Quindi il pericolo esiste «ma non a livello planetario». «È un pericolo legato alla reazione dei figli putativi di Osama».

Teheran e al Qaeda hanno sempre avuto interessi conflittuali, e la morte dello sceicco avrà conseguenze anche per il regime dei mullah

«La figura di bin Laden, come direzione operativa degli attacchi terroristici, non era più così importante». Scarso valore operativo, ma ancora forte dal punto di vista simbolico. «La prima conseguenza sarà sicuramente la cristallizzazione dell’immagine del capo di al Qaeda come icona del terrorismo». Anche se, con la Primavera

tra Nordafrica, Siria e Medioriente più in generale, si dovesse stabilizzare positivamente. Ora bisognerebbe osservare meglio le mosse future di iraniani, pakistani e sauditi». Gli alleati finanziari di bin Laden «negli ultimi anni devono aver guardato altrove» e quelli clanici hanno potere «solo sul territorio. E a osservare bene oggi la mappa delle crisi hanno ben altri problemi cui badare». Teheran e al Qaeda hanno sempre avuto interessi conflittuale e la morte di Osama avrà conseguenze anche per il regime dei mullah. «Certamente e


la morte di osama

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Il discorso integrale pronunciato ieri notte dal presidente degli Stati Uniti per annunciare la morte di Osama bin Laden

Giustizia è stata fatta

Le famiglie delle vittime dell’11/9 non saranno mai dimenticate E gli Stati Uniti rimarranno sempre vigili nella lotta al terrorismo di Barack Obama uesta sera, posso confermare alla popolazione americana e al mondo che gli Stati Uniti hanno condotto un’operazione che si è conclusa con la morte di Osama bin Laden, il leader di al Qaeda e l terrorista che è responsabile della morte di migliaia di uomini, donne e bambini innocenti. Circa dieci anni fa, un luminoso giorno di settembre è stato oscurato dal peggior attacco mai subito dalla popolazione americana nel corso della nostra storia. Le immagini dell’undici settembre sono incardinate nella nostra memoria nazionale: aerei dirottati che taglia-

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no il cielo senza nuvole di settembre; le Torri gemelle che collassato al suolo; il fumo nero che si alza dal Pentagono; il crollo del volo 93 su Shanksville, Pennsylvania, sopra il quale l’azione di eroici cittadini hanno salvato il Paese da altro dolore e distruzione. Eppure sappiamo che le immagini peggiori di quei giorni sono quelle che non sono state mostrate al mondo. Le sedie vuote intorno a un tavolo all’ora di cena. Bambini costretti a crescere senza la madre o il padre. Genitori che non conosceranno più l’emozione dell’abbraccio dei propri figli.

Circa tremila persone ci sono state strappate, lasciando un vuoto enorme nei nostri cuori. L’11 settembre del 2001, nel nostro momento di massimo dolore, la popolazione americana di è unita insieme. Abbiamo teso la mano ai nostri vicini di casa e abbiamo donato il nostro sangue ai feriti. Abbiamo riaffermato le nostre connessioni comuni,

smo qaedista, inclusi molti di coloro che presero parte agli attacchi dell’undici settembre.

Eppure Osama bin Laden aveva evitato la cattura ed era scappato attraverso il confine che separa Afghanistan e Pakistan. Nello stesso tempo, al Qaeda continuava ad operare proprio attraverso quel confine e attraverso i propri affiliati sparsi per il globo. Subito dopo aver assunto il mio incarico ho reso chiaro a Leon Panetta, il direttore della Cia, che l’uccisione o la cattura di bin Laden erano la prima priorità nella nostra guerra ad al Qaeda. Anche se nel frattempo dovevamo continuare i nostri sforzi per evitare, smantellare e sconfiggere il suo network del terrore. Poi, ad agosto scorso, dopo anni di accurato lavoro della nostra intelligence, sono stato informato di una possibile pista che portava a bid Laden. Non era per niente certa e ci sono voluti molti mesi per seguirla. Nel frattempo ho incontrato più volte il mio team di sicurezza nazionale per riuscire a raccogliere più informazioni secondo cui bin Laden si trovava all’interno del Pakistan. E infine, la settimana scorsa, ho deciso che avevamo abbastanza informazioni per passare all’azione e ho autorizzato un’operazione volta a prendere bin Laden e condurlo davanti alla giustizia. Oggi, sotto la mia supervisione, gli Stati Uniti hanno lanciato un’operazione mirata contro un complesso di Abbottabad, in Pakistan.

Non siamo e non saremo mai in guerra con l’islam. Abbiamo semplicemente risposto a un attacco che non volevamo e che non ci aspettavamo. Siamo riusciti a fare tutto questo perché siamo un Paese unito e il nostro amore nei confronti della comunità e della nazione. In quel giorno non importava da dove venissimo, quale Dio stessimo pregando o di quale razza e etnia fossimo membri: eravamo uniti, un’unica famiglia americana.

Eravamo anche uniti nel nostro impegno per proteggere la nostra nazione e portare i responsabili di questo terribile attacco davanti alla giustizia. Abbiamo saputo molto presto che gli attacchi di quel giorno erano responsabilità di al Qaeda, un’organizzazione guidata da Osama bin Laden: questi aveva dichiarato apertamente guerra agli Stati Uniti e si era impegnato nell’uccisione di innocenti nella nostra nazione e per tutto il mondo. È per questo che siamo scesi in guerra contro al Qaeda: per proteggere i nostri cittadini, i nostri amici e i nostri alleati. Nel corso degli ultimi dieci anni, grazie all’instancabile ed eroico lavoro dei nostri militari e dei nostri esperti dell’anti-terrorismo, abbiamo fatto molto in questo campo. Abbiamo evitato attacchi terroristici e rafforzato la difesa della madrepatria. In Afghanistan abbiamo rimosso il governo talebano, che aveva dato a bin Laden e ad al Qaeda un rifugio e un sostegno. E in giro per il mondo abbiamo lavorato con amici ed alleati per catturare o eliminare le sacche del terrori-

Una piccola squadra di americani ha condotto l’operazione con straordinario coraggio e capacità. Nessun americano è rimasto ferito. Hanno preso misure necessarie per evitare vittime civili. Dopo una sparatoria hanno ucciso Osama bin Laden e sono in possesso del suo corpo. Per oltre due decenni bin Laden è stato il leader e il simbolo di al Qaida e ha continuato a pianificare attacchi contro il nostro paese e alleati. La morte di bin Laden segna il risultato più importante nell’impegno della nostra nazione di sconfiggere al Qaeda. Tuttavia la sua morte non segna la fine del nostro impegno. Non ci sono dubbi sul fatto che al Qaeda continuerà a perseguire attacchi contro di noi. Noi dobbiamo rimanere vigili in patria e fuori, e lo saremo. Nel fare questo, dobbiamo anche riaffermare anche che gli Stati Uniti non sono in guerra con l’islam e non lo saranno


3 maggio 2011 • pagina 11

La gioia del padre del pompiere

Musharraf: «Violata la sovranità»

NEW YORK. «Ho versato lacrime di gioia»: sono queste le prime parole dette da Lee Lelpi, che ha perso il figlio Jonathan, un pompiere, nella strage dell’11 settembre a New York. «Quando ho sentito la notizia della morte di Osama bin Laden, ho pianto lacrime di gioia e lacrime per tutti quelli che sono stati assassinati l’11 settembre e dopo l’11 settembre. È una notizia che manda un bellissimo messaggio a moltissime persone», ha detto ancora Lelpi alla Bbc. Proprio i pompieri, infatti, sono considerati i veri e propri eroi dell’11 settembre, dal momento che molti di loro (e Jonathan Lelpi fra questi) morirono non per l’attacco, ma per cercare di salvare quanti erano rimasti intrappolati nelle Torri. mai. Ho sempre detto in modo chiaro, così come ha fatto il Presidente Bush dopo l’11 settembre, che la nostra guerra non è contro l’islam. Bin Laden non era un leader musulmano: era un assassino di massa di musulmani. Al Qaeda ha davvero ucciso musulmani in molti Paesi, incluso il nostro. Per questo la sua sconfitta dovrebbe essere accolta con favore da tutti coloro che credono nella pace e nella dignità umana. Nel corso degli anni ho ripetutamente chiarito che noi avremmo agito in Pakistan se avessimo saputo dove bin Laden si trovava.

È ciò che abbiamo fatto. Ma è importante precisare che la cooperazione del nostro antiterrorismo con il Pakistan ha contribuito a portarci a bin Laden e all’edificio in cui si nascondeva. Bin Laden aveva dichiarato guerra contro il Pakistan e contro i pakistani. Questa notte ho chiamato il presidente Zardari, e il mio team ha avuto colloqui diretti con le loro controparti pakistane. Si sono detti d’accordo sul fatto che quello di oggi è un giorno ottimo e storico per entrambe

La gioia esplode in tutte le città: bandiere e slogan

Un P ae s e in f es ta t ut ta l a n o t te pe r l a mort e de l ne mic o n u m er o u no

di Massimo Fazzi

LONDRA. L’ex presidente pachistano Pervez Musharraf ha lamentato ieri la «violazione della sovranità» del suo Paese nell’uccisione di Osama bin Laden. L’operazione «doveva essere condotta da truppe pachistane -ha detto al servizio in urdu della Bbc - malgrado quanto sia accaduto sia positivo, non mi aspetto che il popolo pachistano sia contento del modo in cui la nostra sovranità è stata violata». Il politico ha parlato dal suo esilio londinese: presidente del Pakistan per due mandati consecutivi, non ha mai abbandonato il terreno agli estremisti islamici. Era considerato uno dei migliori alleati dall’amministrazione Bush. È stato cacciato dal Paese dopo un piccolo colpo di Stato pacifico.

le nostre nazioni. E, guardando avanti, è essenziale che il Pakistan continui a unirsi a noi nella lotta contro al Qaeda e i suoi affiliati. Il popolo americano non ha scelto questa battaglia. Ci è arrivata addosso, ed è iniziata con un massacro insensato di nostri connazionali. Dopo circa dieci anni di impegno, sacrificio e dolore, conosciamo molto bene quali siano i costi di questa guerra. Questi sforzi si sono riversati sopra di me ogni qual volta in cui, come comandante in capo dell’esercito, sono stato costretto a firmare una lettera indirizzata a una famiglia che aveva perso uno dei suoi cari, o guardare negli occhi un effettivo che, in servizio, era stato gravemente ferito. È per questo che gli americani conoscono i costi di una guerra. Ma, come nazione, non tollereremo mai che la nostra sicurezza venga minacciata, o resteremo inermi mentre i nostri cittadini vengono uccisi. Saremo sempre impegnati nella maniera migliore in difesa dei nostri cittadini, dei nostri amici e dei nostri alleati. Saremo coerenti con quei valori che ci hanno reso ciò che siamo.

NEW YORK. La notizia della morte di Osama Bin Laden ha portato migliaia di persone in strada negli Stati Uniti, in particolare a Washington dove una folla in festa si è riunita davanti alla Casa Bianca e a New York, sul sito di Ground Zero, dove sorgevano le Torri Gemelle abbattute durante l’attentato terroristico dell’11 settembre 2001 ed in cui vennero uccise più di 2.600 persone. A Philadelphia, la notizia è girata in uno stadio di baseball nel corso del match tra i “Phillies” e i “New York Mets”. Il gioco si è interrotto tra grida di gioia e slogan della folla. L’annuncio del presidente Obama è arrivato poco dopo le 11:30 locali, ma già prima erano cominciate a trapelare indiscrezioni che hanno spinto la gente in strada. «È una festa perché è una guerra che abbiamo appena vinto», ha dichiarato un vigile del fuoco di New York in pensione alla Cnn. «Oggi è un grande giorno perché tutti i fratelli che abbiamo perso sapranno di non essere morti invano». «Non avrei mai creduto che questo giorno sarebbe arrivato», ha dichiarato l’ufficiale di polizia in pensione Bob Gibson. «Siamo felicissimi ma anche ci sen-

Anche i mercati festeggiano NEW YORK. Ora i pozzi petroliferi sono più sicuri, per questo i prezzi del petrolio e del tasso di cambio dell’euro sono scesi ieri subito dopo aver appreso la notizia della morte di bin Laden. Un barile di Brent del Mare del Nord è stato trattato ieri a Singapore a 124,94 dollari, circa 95 centesimi in meno rispetto a venerdi. La caduta del West Texas Intermediate (TWI), il benchmark statunitense, è stata ancora più rilevante, perdendo 1,27 dollari a 112,66 dollari al barile di 159 litri. L’euro, nel frattempo, ha iniziato gli scambi a 1,4770 dollari, in ribasso rispetto al tasso ufficiale di 1,486 dollari indicato venerdi dalla Banca Centrale Europea. Insomma: la morte di Osama fa bene anche ai mercati.

E, in una notte come questa, possiamo dire a quelle famiglie che hanno perso una persona amata per colpa del terrore di al Qaeda: «Giustizia è stata fatta». Oggi vogliamo ringraziare l’intelligence e il contro-terrorismo, che hanno lavorato senza sosta per raggiungere questo risultato. Il popolo americano non può vedere il loro lavoro o conoscere i loro nomi. Ma oggi, sentono la soddisfazione per ciò che fanno e il risultato dei loro sforzi, in nome della giustizia. Vogliamo ringraziare gli uomini che hanno condotto questa operazione: sono l’esempio vivente della professionalità, del patriottismo e del coraggio senza pari degno di coloro che servono la nostra nazione. E sono parte di quella generazione che ha subito i danni peggiori per quel giorno di settembre. Infine, lasciatemi dire alle famiglie che hanno perso qualcuno durante gli attacchi dell’undici settembre che non dimenticheremo mai i loro cari, o tanto meno non ci impegneremo al massimo per prevenire ogni altro attacco sul nostro suolo.

tiamo vicini alle famiglie che hanno perso dei cari».“Dead” è invece il titolo a tutta pagina che ha accompagnato la fotografia dello sceicco del terrore. Ed è stata festa spontanea, da Washington a New York. Dal New York Times al Washington Post, dalla Abc alla Cnn, tutti i media grandi e piccoli hanno proposto edizioni straordinarie, mentre tanto davanti alla Casa Bianca a Washington, quanto a Times Square a New York, una folla via via sempre più grande ha festeggiato la notizia scandendo “U-S-A” e sventolando bandiere americane.

Dopo che il presidente degli Stati Uniti ha confermato la notizia, George W. Bush, colui che aveva dichiarato guerra a Osama bin Laden, ha dichiarato: «Giustizia è stata fatta. Oggi l’America ha mandato al mondo un messaggio inequivocabile». Davanti alla Casa Bianca la gente si è radunata in modo spontaneo. Tremila, quattromila persone, che sono aumentate col passare delle ore. «Non avevo mai provato un’emozione come questa – ha detto John Kelley, uno studente di 19 anni -. È una notizia che aspettavamo da tan-

Questa notte torniamo a pensare a quel senso di unità che ha prevalso su tutta la nazione quell’undici settembre. So che, nel tempo, si è frammentato. Ma i risultati di oggi sono il testamento della grandezza della nostra nazione e della determinazione del popolo americano. L’impegno di mettere al sicuro il nostro Paese non è completo. Ma oggi abbiamo avuto una nuova conferma: l’America è in grado di fare tutto ciò per cui si impegna. Questa è la storia della nostra Storia, il motivo alla base della prosperità del nostro popolo e il motivo per cui ci impegniamo per l’uguaglianza di tutti i cittadini. Il nostro scopo è quello di difendere i nostri valori ovunque, e i nostri sacrifici servono a rendere il mondo un posto più sicuro.

Ricordiamo tutti che possiamo fare queste cose non soltanto grazie al nostro benessere economico o al nostro potere, ma perché siamo ciò che siamo: una nazione, sotto Dio, indivisibile. Dove libertà e giustizia regnano su tutti. Grazie. Che Dio vi benedica. E che Dio benedica gli Stati Uniti d’America.

to tempo. Quando ho sentito la notizia, avevo le gambe che mi tremavano. Poi ho sentito che dovevo fare qualcosa, e sono venuto qui, davanti alla Casa Bianca».

Come lui, sono stati in tanti a sentire il bisogno di festeggiare. «Quello che provo oggi? Un sentimento di giustizia – ha aggiunto un altro studente, Jon Garcia, a sua volta in Pennsylvania Avenue insieme ad un gruppo di amici -. Questo rende giustizia a tutte le persone che sono state toccate dall’11 settembre. Questo dà un senso alla nostra missione in Afghanistan». Parole che, in modo spontaneo, hanno rievocato in piazza quelle pronunciate all’interno della Casa Bianca dal presidente Obama, che nel dare l’annuncio al popolo americano aveva detto: «Non è stata l’America a scegliere questa lotta. È venuta da sola, con il massacro senza senso sul nostro suolo dei nostri cittadini. Dopo dieci anni, conosciamo bene i costi della guerra. Ma noi resteremo fedeli ai che ci hanno reso quelli che siamo. E in notti come queste possiamo dire alla famiglie che hanno perso i loro cari: giustizia è stata fatta».


politica

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Mentre a Tripoli sale ancora la tensione, la Lega impone all’esecutivo di «sollecitare gli alleati a fissare un termine alle operazioni». Oggi summit di maggioranza sul testo dei lumbàrd

Libia, fiducia armata Berlusconi e Bossi studiano insieme la mediazione da presentare alla Camera: ok a tempo alla missione di Errico Novi

ROMA. Alla fine la pace con Bossi avrà un prezzo. L’Italia chiederà agli alleati che la missione internazionale in Libia «abbia un termine». Cioè che si fissi una data oltre la quale non sarà possibile spingersi. Ipotesi impegnativa. Addirittura temeraria. Perché è opinione di molti analisti che il conflitto già adesso sia degenerato in una palude difficile da oltrepassare. Eppure è il ministro degli Esteri Franco Frattini, a metà pomeriggio, a rendere nota l’opzione della maggioranza: «Nel testo proposto dalla Lega non si chiede una data precisa ma che vi sia un termine, e noi questo termine abbiamo intenzione di sollecitarlo agli alleati». Il responsabile della Farnesina ne parla qualche ora dopo il vertice del Pdl a Palazzo Chigi, insolitamente coordinato da Gianni Letta, e dopo il contatto telefonico «diretto» tra Silvio Berlusconi e Umberto Bossi. Come riferiscono dagli staff dei due leader, il negoziato avviene di fatto senza mediatori. Premier e capo della Lega si danno appuntamento per un faccia a faccia serale, non ancora iniziato al momento di mandare in stampa questo giornale. Ma dalle parole di Frattini si capisce che l’onere di cui l’esecutivo si carica su richiesta del Carroccio è un onere pesante.

Colpisce appunto che al summit mattutino il presidente del Consiglio non ci sia. Ci sono invece i due ministri impegnati in prima linea nella crisi, La Russa e, appunto, Frattini. Con loro, capigruppo e vice del Pdl. Una riunione di partito e non certo un Consiglio dei ministri “ristretto”, dunque: e proprio per questo risalta l’irritualità della presenza di Gianni Letta come “coordinatore”. Il sottosegretario alla presidenza non è mai apparso come un esponente di partito. Ma bisogna fare i conti con l’assenza del Cavaliere. Dovuta certo all’udienza preliminare del processo Mediatrade che si svolge a Milano. Nel corso del dibattimento, Berlusconi viene raggiunto al telefono e chiede il permesso di uscire dall’aula per ricevere «importanti comunicazioni da Palazzo Chigi». Nel corso dell’udienza, per inciso, il premier legge anche una memoria difensiva, in cui argomenta tra l’altro

Ormai il Senatùr e i suoi hanno in mano la «golden share» di una maggioranza divisa

Un governo sotto ricatto sulla politica internazionale di Giancristiano Desiderio a crisi di governo virtuale che la Lega ha aperto sull’intervento militare italiano in Libia è finalizzata alla distinzione del partito di Bossi dal Pdl in campagna elettorale. Il ministro delle Riforme del governo Berlusconi ha detto cose sulla politica estera del suo governo e cose sulla autorevolezza del presidente del Consiglio che non sono state mai pronunciate da alcun politico dell’opposizione: né Bersani, né D’Alema, né Vendola, né Casini, neanche Fini e persino Di Pietro non hanno mai svillaneggiato Silvio Berlusconi come ha fatto Bossi. Le parole del capo della Lega, al di là delle sue reali intenzioni e delle sue azioni, avrebbero dovuto causare una effettiva crisi di governo con un moto di orgoglio (giustificato) da parte del premier. Ma siccome la nostra democrazia è prigioniera di se stessa, delle sue contraddizioni e del suo bipolarismo bacato, il premier deve far finta di nulla e quando proprio non può fare nulla tace. Quindi si cerca di mediare, di ri-

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il governo». E così Bossi, accusato sottotraccia di mettere il governo in crisi e poi lasciarlo in mezzo al deserto, rovescia la frittata: se cade il governo la responsabilità non è mia, ma sua. Comunque la si pensi su Bossi, un capolavoro.

Ma un capolavoro facilitato dalla situazione del governo che non solo è debole perché frutto di un bipolarismo anti-bipartisan, ma si indebolisce ulteriormente perché è tutto concentrato sulla difesa della figura del suo Capo invece che della sua politica. Bossi, che è parte attiva di questo sistema, lo sa bene e ne sfrutta alla perfezione le debolezze. Contribuendo in maniera magistrale a ridurre in burletta un governo che, unico caso al mondo, si ricatta da solo. La proposta avanzata dagli strateghi del Pdl per mediare con la Lega è tragicomica: la convocazione periodica del Parlamento e delle commissioni congiunte di Esteri e Difesa per fare il punto della situazione e dare l’assenso per far partire o meno gli aerei. Insomma, la politica estera e di difesa dovrebbe essere alla mercé della Lega, del volere di Bossi e di Calderoli. Diciamo così, una politica estera in chiave federalista in cui le scelte degli umori dell’elettorato leghista e delle amministrazioni locali si siedono al tavolo internazionale con i governi europei, americani e medio-orientali. È la più evidente smentita delle parole internazionali di Berlusconi e degli accordi che il governo italiano ha sottoscritto con la Nato e con l’Onu. La situazione è diventata ridicola e anche uno spirito caustico come Flaiano avrebbe difficoltà a compendiarla in una battuta delle sue. Il Pdl, ormai, lavora sapientemente per il deciso declino dell’esecutivo. Più cercano di portare in spalla il presidente del Consiglio e più affossano se stessi e l’autorevolezza del governo in politica estera. «L’Italia è una colonia francese» ha detto Bossi. Ma dove ci porta il “localismo” della Lega? Niente immigrati, niente interventi, niente aerei, niente di niente. È severamente vietato guardare al di là della punta del proprio naso, è il dogma leghista che guida il governo.

La proposta pdl per mediare con il Carroccio è tragicomica: una convocazione periodica delle commissioni Esteri e Difesa per “fare il punto” cucire, di metterci una toppa. La mozione della Lega è la toppa. Berlusconi l’ha presa bene. Ha detto che si può votare così com’è o facendo qualche correzione, ma comunque «il senso della mozione è condivisibile».

E qual è il senso? Il ricatto. La Lega chiede che sia fissato un termine preciso che sancisca la fine delle ostilità italiane (per quelle di Gheddafi si può discutere). Bossi ha anche precisato a voce: «Se Berlusconi non vota la nostra mozione, vuol dire che vuol far saltare

come fosse usuale la presenza di mediatori (vedi Agrama) nelle trattative per l’acquisto dei diritti tv. Ma prima di salire al settimo piano del palazzo di giustizia milanese il capo del governo diffonde rassicurazioni sui rapporti con la Lega: «La loro mozione è ragionevole, potremmo approvarla integralmente oppure modificarla in parte». Schiva elegantemente, Berlusconi, la provocazione lanciata il giorno prima dal Senatùr, che aveva minacciato la caduta dell’esecutivo in caso di mancata condivisione della linea padana.

«Mica è scemo da votare contro il governo», preannuncia Bossi dopo pranzo. Resta da vedere come sarà effettivamente modificato il testo già depositato dai lumbàrd (e dichiarato ammissibile da Gianfranco Fini, insieme con quello dell’Italia dei valori). I dettagli discenderanno dall’esito dell’incontro Berlusconi-Bossi, e saranno tradotti in un possibile nuovo documento nella riunione fissata per questa mattina alle 11 tra i capigruppo della maggioranza. «Nella nostra mozione si chiede in effetti di concludere le operazioni entro il 31 luglio», dice il presidente della delegazione dei Responsabili a Montecitorio Luciano Sardelli, «ma il punto di sintesi è a portata di mano: fermo restando il no a qualsiasi ingaggio a terra, si può sancire l’auspicio a concludere il prima possibile la missione e a riunire il Parlamento nella seconda metà di luglio per valutare gli sviluppi della


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e di cronach

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crisi». Sardelli ovviamente parteciperà alla riunione di stamattina, che precede l’inizio del dibattito in aula (il voto è previsto per domani). Sottolinea come sia «inutile impiccarsi a una corda che forse non c’è», nel senso che «magari di qui a poche settimane la situazione in Libia sarà completamente cambiata e non vi è ragione di fissare scadenze».

Parole di buon senso, a cui il capogruppo di Ir aggiunge la chiosa: «Chiediamo a tutti di essere un po’ responsabili». Ottimo calembour, smentito però, nei fatti, dagli alleati. Perché la scelta di «sollecitare un termine» ai partner impegnati in Libia contraddice proprio il discorso sulla «corda» fatto da Sardelli. «La maggioranza è in panne, in uno stato confusionale» osserva Pier Ferdinando Casini, «la Lega vuole fare campagna elettorale sulla pelle dei militari e la cosa è molto triste».Tanto più che la tensione in Libia si innalza di ora in ora. Persino un Paese an-

noverato tra i negoziatori come la Turchia decide di chiudere la propria sede diplomatica. L’uccisione del figlio di Gheddafi, con la rabbia popolare che ne è seguita, pare aver introdotto una ulteriore complicazione nella crisi. Vero è che le forze del Colonnello continuano a subire forti perdite: «Sono almeno dimezzate», dice Frattini. Mentre i ri-

rata, e di cui le diplomazie europee e della Nato discuteranno venerdì a Bruxelles. Ciononostante nel governo avviene proprio quello che Berlusconi considerava inaccettabile fino a pochi giorni fa: e cioè che la linea in politica estera è stabilita in via Bellerio. Nella quartier generale leghista Bossi vede tutto il suo stato maggiore prima di

Gianni Letta presiede un vertice del Pdl a Palazzo Chigi, Silvio raggiunto al telefono mentre è a Milano per il processo Mediatrade. Il capo leghista: «Non è scemo, voterà con noi» belli riferiscono che altri dieci carrarmati dei lealisti «sono stati distrutti a Zenten, nella Libia occidentale».

In un clima del genere, mentre tutto il mondo guarda all’uccisione di bin Laden, l’Italia si accinge a chiedere l’impossibile, cioè una data certa per la Libia. Con il rischio peraltro di vedersi piovere sul capo ben altre incombenze: nei piani dell’Ue e della Nato, infatti, è proprio all’Italia che dovrebbe toccare il coordinamento di una «missione umanitaria» da affiancare a quella militare. Intervento che dovrebbe portare sollievo in aree molto provate dal conflitto come Misu-

incontrare il Cavaliere. Berlusconi arriva al confronto decisivo con l’altro nodo da sciogliere, relativo ai costi: nella mozione lumbàrd si prevede di recuperare i fondi necessari per l’intervento in Libia dalla dotazione ordinaria della Difesa. Ma nella maggioranza si lavora a un alleggerimento delle altre missioni di pace. Regna una notevole confusione, che ancora una volta contrasta con la chiarezza di Napolitano: in una nota il presidente della Repubblica smentisce le ricostruzioni del Fatto su una sua telefonata con Bersani, e ricorda che «resta esclusiva responsabilità di governo e Parlamento» mettere in discussione le scelte già compiute rispetto alla risoluzione Onu. Con una sottolineatura che pare non casuale su quella «adesione già data» ma messa in discussione dalla Lega.

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Il pontefice ha voluto rivendicare la piena conformità e la continuità con il pontificato di Giovanni Paolo II

Il gigante di Dio Benedetto XVI beatifica papa Wojtyla: «Una roccia anche nella sofferenza» di Luigi Accattoli

apa Wojtyla è stato un “gigante” e una “roccia” anche nella sofferenza, ha “aperto” nel mondo d’oggi vie di predicazione del Vangelo che sembravano chiuse in maniera “irreversibile” ed ha aiutato i cristiani a “non avere paura di dirsi cristiani”: sono le parole centrali, le più vive, dell’omelia tenuta domenica da Benedetto XVI beatificando il predecessore. Papa Ratzinger ha motivato la rapidità della causa di beatificazione – mentre nella piazza si risentiva il grido “Santo subito” – e due volte ha nominato il marxismo come antagonista del nuovo beato che – ha detto – ha rivendicato al cristianesimo «quella carica di speranza che era stata ceduta in qualche modo al marxismo e all’i-

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zione, Papa Benedetto ha ripetuto quell’appello al predecessore: «Continua – ti preghiamo – a sostenere dal Cielo la fede del Popolo di Dio». A questo punto improvvisando ha aggiunto: «Santo Padre, ci benedica!». Sempre in riferimento alla celebrazione del 2005, domenica Benedetto ha parlato così della rapidità della beatificazione del predecessore: «Sei anni or sono ci trovavamo in questa Piazza per celebrare i funerali del Papa Giovanni Paolo II. Già in quel giorno noi sentivamo aleggiare il profumo della sua santità, e il Popolo di Dio ha manifestato in molti modi la sua venerazione per Lui. Per questo ho voluto che, nel doveroso rispetto della normativa della Chiesa, la sua causa di beatificazione potesse procedere con discreta celerità. Ed ecco che il giorno atteso è arrivato». La beatificazione di Giovanni Paolo è stata la più rapida da quando esiste il sistema delle “Cause dei santi” gestito da una Congregazione romana, cioè dalla fine del Cinquecento. Già per Madre Teresa il Papa polacco aveva autorizzato l’introduzione della “causa” in tempi rapidi, senza aspettare i cinque anni dalla morte prescritti dal Codice. La stessa scelta è stata compiuta da Benedetto per il predecessore, la cui beatificazione è arrivata a soli sei anni e un mese dalla morte: una quindicina di giorni in meno rispetto ai tempi della beatificazione di Madre Teresa (morì il 5 settembre 1997 e fu beatificata il 19 ottobre 2003).

Il cuore del discorso è nel passaggio in cui Benedetto ha descritto l’impresa apostolica del suo predecessore come l’opera di un “gigante” nella predicazione del Vangelo a tutte le genti deologia del progresso». È stata un’omelia di grande forza con la quale Benedetto ha prospettato una linea di continuità magisteriale dal Vaticano II a Paolo VI, a Giovanni Paolo II e a se stesso, uniti tutti nella “eredità del Concilio”, dicendo di sé che aveva imparato a “venerare” la persona del predecessore mentre collaborava con lui nei 23 anni del loro sodalizio. Le sue parole traevano energia dalla grande folla che le applaudiva, che la Questura di Roma ha stimato in un milione e mezzo di persone e che si presentava in tutto simile a quella della messa di esequie di Papa Wojtyla, che fu celebrata anch’essa da Joseph Ratzinger cardinale decano l’8 aprile del 2005.

Allora il cardinale aveva espresso la sua certezza quanto alla santità di Karol Wojtyla con le parole divenute famose: «Possiamo essere sicuri che il nostro amato Papa sta adesso alla finestra della casa del Padre, ci vede e ci benedice». Domenica, al termine dell’omelia della beatifica-

Il cuore dell’omelia è nel passaggio in cui Benedetto ha descritto l’impresa apostolica di Giovanni Paolo II come l’opera di un “gigante” nella predicazione del Vangelo, che per attuarla ha dovuto vincere la chiusura del mondo. Ha iniziato citando questo brano dal testamento del Papa polacco che contiene un richiamo al Concilio: «Desidero ancora una volta esprimere gratitudine allo Spirito Santo per il grande do-

L’omelia del cardinal Bertone e il “grazie” di Dziwisz

«Non era un politico, ma un pastore vero» Ieri altre 150mila persone in piazza S. Pietro per la prima messa dedicata al nuovo beato di Vincenzo Faccioli Pintozzi Italia «era la seconda patria per Giovanni Paolo II, e va ringraziata per la simpatia e la cordialità con cui questo Paese ha accolto il Papa venuto da un Paese lontano che oggi è divenuto vicino. Per questa simpatia che ha accompagnato il Santo Padre per tutto il Pontificato, questo Paese è divenuto la sua seconda patria». Lo ha detto ieri mattina il cardinal Stanislao Dziwisz, arcivescovo di Cracovia e segretario personale di papa Wojtyla sin dai tempi del cardinalato. Dopo la cerimonia di beatificazione di domenica, ieri circa 150mila fedeli sono tornati a piazza San Pietro e piazza Pio XII per la messa di ringraziamento celebrata dal cardinale Tarcisio Bertone, che ha concluso la straordinaria tre giorni dedicata a Giovanni Paolo II. Ad aprire la celebrazione è stato il cardinale Stanislao Dziwisz: «A nome di Giovanni Paolo II ringrazio l’Italia per la simpatia e la cordialità con la quale anni fa ha accolto il papa venuto da un Paese

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lontano che oggi è divenuto vicino, per questa simpatia che ha accompagnato il Santo Padre per tutto il Pontificato, questo Paese è divenuto la sua seconda Patria».

Dziwisz ha espresso a nome dei 150mila fedeli presenti gratitudine a Benedetto XVI, al Vicariato di Roma e al cardinale Camillo Ruini per la beatificazione di ieri. «Giovanni Paolo II era un autentico difensore della dignità di ogni essere umano e non mero combattente per ideologie politico-sociali», ha detto poi nell’omelia il cardinale Tarcisio Bertone. «Per Lui - ha aggiunto il Segretario di Stato davanti ai fedeli in piazza San Pietro - ogni donna, ogni uomo, era una figlia, un figlio di Dio, indipendentemente dalla razza, dal colore della pelle, dalla provenienza geografica e culturale, e persino dal credo religioso. Il suo rapporto con ogni persona è sintetizzato in quella stupenda frase che scrisse: “l’altro mi appartiene”». Il Segretario di Stato ha «ringraziato


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La bara di Giovanni Paolo II, riesumata ieri ed esposta all’interno della basilica di S. Pietro. In basso, Benedetto XVI bacia l’ampolla con il sangue di Karol Wojtyla

il Signore per averci dato un Pastore, un testimone credibile e trasparente, un Papa che ha saputo dare alla Chiesa cattolica non solo una proiezione universale e una autorità morale a livello mondiale mai prima conosciute, ma anche, specialmente con la celebrazione del Grande Giubileo del Duemila, una visione più spirituale, più biblica, più centrata sulla parola di Dio». Insomma «un Santo, un uomo vero e vivo». Alla messa ha assistito un numero crescente di pellegrini.

All’inizio della cerimonia era piena la sola piazza San Pietro, ma nel corso dei minuti si è andata riempiendo anche via della Conciliazione, chiusa comunque al traffico. Il numero di fedeli ha superato le centocinquantamila unità. Nell’omelia, Bertone ha sottolineato che Wojtyla era “uomo di fede”e “vero pastore”- «un Pastore che aveva radicato in sé il senso della missione, dell’impegno ad evangelizzare, ad annunciare la parola di Dio dappertutto, a gridarla sui tetti» - “testimone, così credibile, così trasparente, che ci ha insegna-

to come si debba vivere la fede e difendere i valori cristiani, a cominciare dalla vita, senza complessi, senza paure”– “santo”. In conclusione, il cardinale Bertone lo ha definito «un Papa che ha saputo dare alla Chiesa cattolica non solo una proiezione universale e una autorità morale a livello mondiale mai prima conosciute, ma anche, specialmente con la celebrazione del Grande Giubileo del Duemila, una visione più spirituale, più biblica, più centrata sulla parola di Dio. Una Chiesa che ha saputo rinnovarsi, impostare una “nuova evangelizzazione”, intensificare i legami ecumenici e interreligiosi, e ritrovare anche le vie di un fruttuoso dialogo con le nuove generazioni».

L’arcivescovo di Cracovia: «L’Italia lo ha accolto con simpatia e amore, e per lui era come una seconda patria»

L’omaggio dei fedeli al feretro di papa Wojtyla nella basilica di San Pietro è continuato fino alle tre di notte: secondo le stime della Gendarmeria Vaticana, sarebbero state circa 250mila le persone a rendere omaggio al nuovo beato. La basilica è stata poi riaperta nuovamente al termine della messa di ringraziamento.

no del Concilio Vaticano II, al quale insieme con l’intera Chiesa – e soprattutto con l’intero episcopato – mi sento debitore. Come vescovo che ha partecipato all’evento conciliare dal primo all’ultimo giorno, desidero affidare questo grande patrimonio a tutti coloro che sono e saranno in futuro chiamati a realizzarlo. Per parte mia ringrazio l’eterno Pastore che mi ha permesso di servire questa grandissima causa nel corso di tutti gli anni del mio pontificato».

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Con questo messaggio, che è la grande eredità del Concilio Vaticano II e del suo ‘timoniere’il Servo di Dio Papa Paolo VI, Giovanni Paolo II ha guidato il Popolo di Dio a varcare la soglia del Terzo Millennio, che proprio grazie a Cristo egli ha potuto chiamare ‘soglia della speranza’. Sì, attraverso il lungo cammino di preparazione al Grande Giubileo, egli ha dato al cristianesimo un rinnovato orientamento al futuro, il futuro di Dio, trascendente rispetto alla storia, ma che pure incide sulla storia. Quella carica di speranza che era stata ceduta in qualche modo al marxismo e all’ideologia del progresso, egli l’ha legittimamente rivendicata al cristianesimo, restituendole la fisionomia autentica della speranza da vivere nella storia».

Il suo messaggio «è stato questo: l’uomo è la via della Chiesa, e Cristo è la via dell’uomo. Con questo messaggio, ha guidato il Popolo di Dio a varcare la soglia del Terzo Millennio» «E qual è questa causa?» si è chiesto Benedetto che ha risposto così, con il passaggio dell’omelia che ha provocato l’applauso più lungo da parte della folla: «È la stessa che Giovanni Paolo II ha enunciato nella sua prima messa solenne in Piazza San Pietro, con le memorabili parole: ‘Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo’. Quello che il neo-eletto Papa chiedeva a tutti, egli stesso lo ha fatto per primo: ha aperto a Cristo la società, la cultura, i sistemi politici ed economici, invertendo con la forza di un gigante – forza che gli veniva da Dio – una tendenza che poteva sembrare irreversibile. Con la sua testimonianza di fede, di amore e di coraggio apostolico, accompagnata da una grande carica umana, questo esemplare figlio della nazione polacca ha aiutato i cristiani di tutto il mondo a non avere paura di dirsi cristiani, di appartenere alla Chiesa, di parlare del Vangelo».

Non sono mancati – pur nella solennità del tono omiletico – riferimenti precisi al linguaggio usato da Papa Wojtyla nel confronto con le ideologie del nostro tempo: «Ci ha aiutato a non avere paura della verità, perché la verità è garanzia di libertà. Ancora più in sintesi: ci ha ridato la forza di credere in Cristo, perché Cristo è Redemptor hominis, Redentore dell’uomo: il tema della sua prima Enciclica e il filo conduttore di tutte le altre». E ancora, con richiami puntuali alla storia della Chiesa e del mondo: «Karol Wojty\u0142a salì al soglio di Pietro portando con sé la sua profonda riflessione sul confronto tra il marxismo e il cristianesimo, incentrato sull’uomo. Il suo messaggio è stato questo: l’uomo è la via della Chiesa, e Cristo è la via dell’uomo.

Toccante è stata l’ultima parte dell’omelia, nella quale Papa Ratzinger ha parlato del suo rapporto personale con il Papa che stava beatificando e ha dato conto della testimonianza di pietà e di sofferenza di cui era stato osservatore privilegiato: “Per 23 anni ho potuto stargli vicino e venerare sempre più la sua persona. Il mio servizio è stato sostenuto dalla sua profondità spirituale, dalla ricchezza delle sue intuizioni. L’esempio della sua preghiera mi ha sempre colpito ed edificato: egli si immergeva nell’incontro con Dio, pur in mezzo alle molteplici incombenze del suo ministero. E poi la sua testimonianza nella sofferenza: il Signore lo ha spogliato pian piano di tutto, ma egli è rimasto sempre una ‘roccia’, come Cristo lo ha voluto. La sua profonda umiltà, radicata nell’intima unione con Cristo, gli ha permesso di continuare a guidare la Chiesa e a dare al mondo un messaggio ancora più eloquente proprio nel tempo in cui le forze fisiche gli venivano meno». È stato osservato che da più di mille anni non capitava che un Papa beatificasse l’immediato predecessore. Dopo l’omelia di domenica comprendiamo bene il sentimento con cui Benedetto si è deciso a questo passo insolito: egli ha voluto affermare con la forza di un fatto – l’iscrizione del predecessore nell’albo dei beati – la piena conformità del Papa polacco con la tradizione del Pontificato romano e la propria intenzione di continuità spirituale e programmatica con il predecessore. www.luigiaccattoli.it


ULTIMAPAGINA

Il governo indiano lancia il programma “Honeymoon”: un modo per frenare l’aumento vertiginoso della popolazione

Delhi ti paga se (non) aspetti di Martha Nunziata l nome è evocativo, l’obiettivo è diametralmente opposto. O, almeno, differito nel tempo. Lo stato indiano del Maharashtra ha lanciato “Honeymoon”, una campagna di sensibilizzazione per le giovani coppie perché aspettino almeno due anni, prima di allargare la famiglia. Una luna di miele al contrario, appunto. Esattamente agli antipodi rispetto a quanto succede in altri Paesi, come il Giappone, il Canada o l’Australia, dove alle giovani coppie che decidono di allargare la famiglia viene garantito un sussidio statale, in India, o, meglio, nel poverissimo e popoloso stato del Maharashtra, il terzo per estensione dell’intero paese, la cui traduzione dalla lingua sanscrita significa proprio Grande Nazione, agli sposini novelli viene elargito un contribu-

I

Lo Stato del Maharashtra garantisce agli sposi novelli un contributo di 5000 rupie in contanti se, nel corso dei primi due anni di matrimonio, evitano di procreare to di 5000 rupie (che al cambio attuale corrispondo a poco meno di 76 euro) in contanti se, nel corso dei primi due anni di matrimonio, evitano di diventare genitori. E il bonus aumenta di altre 2500 rupie per il terzo anno consecutivo senza figli dopo il matrimonio.

Una demografia a rovescio, su base volontaria. Per partecipare al programma, infatti, è sufficiente che le coppie sposate siano registrate in un apposito elenco presso gli uffici anagrafici dei loro comuni di residenza, e sottoscrivano un modulo di accettazione del “contratto”. Ogni tre mesi, poi, le coppie sono tenute a partecipare ad una serie di seminari di educazione sessuale. È una misura, quella del controllo delle nascite, che le autorità indiane, secondo quanto filtra dalle dichiarazioni uffi-

ciali, hanno deciso di mettere in atto per due ragioni fondamentali, una demografica, l’altra di natura medica. Dal 2001 al 2010 la popolazione dell’intera India è aumentata di oltre 200 milioni di persone, passando da poco meno di un miliardo ad oltre un miliardo e 210 milioni: solo la Cina, nello stesso periodo, ha fatto registrare un aumento simile (attualmente i cinesi sono 1,34 miliardi) ma le stime demografiche prevedono il sorpasso da parte dell’India entro il 2030. Le ragioni mediche, invece, sempre secondo le autorità indiane, sono da ricercarsi nel tentativo di abbassare l’età del primo concepimento da parte delle donne: nella città di Pune, per esempio, una delle più grandi del Maharashtra circa il 40% delle gravidanze è portato a termine da ragazze che hanno appena compiuto 18 anni, il limite d’età legale per il matrimonio. Nel distretto di Satara, invece, l’età media delle ragazze che contraggono matrimonio è di 19 anni, ed oltre l’80% di esse concepisce un figlio entro un anno. La legge indiana definisce illegali i matrimoni fra minorenni. Tuttavia non è mai applicata. Nelle zone rurali vige ancora la tradizione dei matrimoni tra bambini e le conseguenze di queste unioni secondo l’Unicef (Il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia), sono soprattutto per le ragazze che subiscono gravi ripercussioni a causa di questa pratica. In diversi casi diventano mamme troppo presto con gravi complicazioni per la salute. In

altri sono ridotte in condizioni di semi-schiavitù e sono costrette ad abbandonare gli studi.

Un aspetto preoccupante, secondo i ginecologi ed i pediatri, per i quali la percentuale di mortalità infantile è superiore al 30%, mentre quella delle mamme in attesa sfiora il 20%: cifre, queste, pubblicate dal The lancet, autorevole rivista scientifica britannica. Non è la prima volta, peraltro, che le autorità indiane provano a mettere in atto un controllo demografico: il primo tentativo fu quello di Sanjay Gandhi, il più giovane dei figli dell’allora Primo Ministro Indira Gandhi, che negli anni ’70 mise a punto, senza successo, un controverso sistema di controllo delle nascite attraverso un complicato (e controverso) schema di sterilizzazione preventiva.

FIGLI Quella della famiglia, comunque, resta uno dei capisaldi della cultura indiana, soprattutto quella delle aree rurali, nella quali l’arrivo di un figlio, soprattutto, è visto come una garanzia per il futuro, ma solo se è maschio. Diverso, invece, è il caso delle figlie femmine: i dati dell’ultimo censimento indicano che per ogni mille maschi al di sotto dei sei anni le bambine sono solo 914.

2011_05_03  

LAFOTOTAROCCATA DALLATVPAKISTANA Osama si è fatto scudo con una donna Da tempo in corso la rifondazione QUOTIDIANO • MARTEDÌ 3 MAGGIO 2011 D...

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