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he di cronac

Un uomo saggio coglie più

opportunità di quante ne trovi Francis Bacon

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • VENERDÌ 22 APRILE 2011

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

La guerra del giorno? Quella del ministro della Cultura che dice: «Il titolare dell’Economia ci fa perdere le elezioni»

Qua in troppi fanno gli indiani Annunci senza seguito, proposte irricevibili, polemiche prive di senso: la politica italiana ormai è solo un gioco virtuale, un dialogo tra sordi. E i più fingono di non saperlo... 1 2 Fiat conquista Chrysler Berlusconi Tremonti Il paradosso (che dimentica (che dimentica Marchionne: di pensarla che le tasse in America su Giulio proprio le deve i sindacati come Galan) abbassare lui) sono con lui Parla il Presidente emerito Valerio Onida 3 4 «È incostituzionale È Veltroni Moratti cambiare la legge (che dimentica (che dimentica elettorale al Senato» che le “sante che è stato alleanze” non il premier a dire «Impossibile attribuire il premio di maggioranza su base governano) «Pm brigatisti») nazionale a Palazzo Madama» Giancristiano Desiderio • pagina 3

Errico Novi • pagina 3

di Gianfranco Polillo

Riccardo Paradisi • pagina 4

Maurizio Stefanini • pagina 4

Errico Novi • pagina 5

La contabilità dell’integralismo internazionale, tra armi, rapimenti e «contributi»

Al Qaeda spa: gli affari del terrore Un’altra nave italiana sequestrata dai somali al largo dell’Oman Sei marinai italiani in mano ai pirati S di Enrico Singer

apete quanto costa uno di quei lanciarazzi di fabbricazione russa che si vedono in mano ai talebani in Afghanistan e, adesso, anche in tutte le foto che arrivano dai campi di battaglia in Libia? Ci vogliono 800 dollari se si tratta di un Rpg-7, il tipo più economico, più diffuso, ma anche meno potente, e ce ne vogliono 3000 se si tratta di un Rpg-29, l’ultimo modello, in grado di mettere fuori combattimento qualsiasi carro armato e di abbattere un aereo. E al Qaeda ne “consuma” parecchi... a pagina 10

seg1,00 ue a p(10,00 agina 9CON EURO

di Pierre Chiartano

ROMA. I pirati somali hanno colpito ancora. Questa volta è toccato alla motonave di 74 metri, Rosalia D’Amato. A 320 miglia dalle coste dell’Oman, i corsari del Corno d’Africa hanno assaltato la nave, con 22 uomini d’equipaggio a bordo, utilizzando due piccole imbarcazioni. «Una nave della Marina militare italiana si sta dirigendo verso il luogo del sequestro», ha detto ieri il ministro della Difesa, Ignazio La Russa. a pagina 11 I QUADERNI)

• ANNO XVI •

NUMERO

78 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

sempre Fiat a concentrare l’attenzione generale. Borsa in grande spolvero sul titolo che in due giorni ha guadagnato più del 7 per cento, per poi scendere leggermente, una volta conosciuto l’andamento dei conti del primo trimestre. Un periodo comunque spumeggiante che vede crescere gli utili e ridursi il debito, ma che gli analisti hanno considerato inferiore alle attese. Secondo questi ultimi, l’utile netto doveva pari a Guadagni essere 125 milioni record per di euro, conil Lingotto tro i 117 ree gistrati che sale quello della nella paproprietà gestione ri a 301 midi Detroit lioni, contro i 277 effettivi. Differenze di un qualche rilievo, ma non tali da giustificare un outlook seppure parzialmente negativo. Ma questo è il mondo della borsa. Un ambiente che non fa sconti: una scuola alla quale dovrebbe essere inviato più di un fantasioso sindacalista, in preda dei fantasmi del passato. Il successo della trimestrale si giustifica soprattutto con l’estero. La Fiat fa utili nei paesi in cui – le cosiddette economie emergenti – la crescita è più forte. segue a pagina 6 19.30


pagina 2 • 22 aprile 2011

La riforma elettorale e quella fiscale, le alleanze e i proclami anti-giudici: tutti fingono di non sapere quello che dicono

Il Paese degli gnorri

Annunci che non hanno seguito, proposte irricevibili, polemiche con se stessi: se la politica perde la memoria (e la responsabilità) di Gualtiero Lami

Mentre il premier attacca Galan: «Pieno sostegno a Giulio» i ricordate quello sketch nel quale Totò raccontava di essere stato aggredito e schiaffeggiato da un energumeno che cercava un certo Pasquale? Mario Castellani – la spalla – gli diceva “e tu, non gli hai fatto niente?”. E che mi frega: io mica so’ Pasquale! Ecco, qui da noi nessuno è Pasquale: sono tutti gnorri. Tutti leader, ministri, sindaci e deputati che fanno finta di niente.

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Volete un elenchino? Bene. Giulio Tremonti – strattonato da tempo da Confindustria, da Marcegaglia e da Montezemolo – che fa? Va in Parlamento e dice: «Basta oppressione fiscale alle aziende». E tu ti immagini che uscito da lì sia andato in Consiglio dei ministri e abbia proposto una bella riduzione delle tasse per le aziende. E invece no. Niente. Tremonti stava solo facendo opposizione a se stesso: ah!, se al governo ci fossi io, vi tratterei meglio. Salvo che al governo c’è proprio lui. Un altro gnorri? Berlusconi, per esempio. Che manda avanti Quagliariello a chiedere la modifica della legge elettorale proponendo una variante (il premio di maggioranza nazionale

anziché regionale in Senato) che è già stata bocciata perché incostituzionale in passato. Oppure manda avanti Galan a rivolgere in pubblico a Tremonti le accuse che egli stesso gli rivolge in privato. Già, e la signora Moratti? La sindaca candidata sindaco ha ribadito che tra lei e Berlusconi non ci sono divergenze di sorta su alcunché. Nemmeno sulla questione giustizia. Tanto meno sulla questione giustizia. E che anzi lei come lui deplorano quel bislacco pidiellino milanese che ha stampato e affisso una valanga di manifesti contro i magistratibrigatisti. Signora mia, ma perché fa finta di dimenticare che proprio Berlusconi aveva detto quelle stesse medesime parole? va bene, ma non è un problema solo della maggioranza. Prendete Veltroni: dopo aver predicato che Berlusconi non va demonizzato, ora spiega che serve tutto pur di cacciare Berlusconi. E per ciò propone la santa alleanza al Terzo Polo facendo finta di non sapere che cos’è il Terzo Polo. Nel senso: Veltroni fa finta di dimenticare che il Terzo Polo proprio contro l’ossessione “o con Berlusconi o contro Berlusconi”è nato! Ora ,

è vero che la memoria fa brutti scherzi, ma la mania di oggi di non averne assolutamente è ancora peggio. Perché ognuno si sente libero di dare sfogo a qualunque amenità del momento: l’importante è spararle grosse.

Quando, in passato, si diceva che perdere la memoria non è mai stato un buon affare, si inquesto: proprio tendeva confondere, dissimulare, magari anche insultare. Nella certezza dell’impunità: non nel senso giuridico, per carità, ma nel senso che senza memoria si perde la responsabilità nei confronti della storia e di se stessi. Ieri su queste colonne Achille Serra si chiedeva se gli italiani sanno davvero che cosa sta succedendo in queste settimane, se hanno capito tutto delle leggi ad personam e – ora – del tentativo di fare elezioni ad personam. Il problema è proprio questo: come si fa a riconoscere quel che capita oggi se abbiamo dimentichiamo ciò che è successo ieri?

La mossa dei responsabili: «Bisogna introdurre la sfiducia costruttiva» d ogni giorno la sua proposta di legge per modificare la Costituzione. Luciano Sardelli, capogruppo di Iniziativa Responsabile, ha presentato alla Camera una proposta per modificare l’articolo 94 della carta e inserirvi la ”sfiducia costruttiva”. Questa prevede che il presidente del Consiglio possa cessare dalla carica se il Parlamento, in seduta comune, approva una mozione di sfiducia motivata con l’obbligo di indicarne un suo successore. La votazione deve avvenire per appello nominale e a maggioranza dei suoi componenti. Nel caso di voto contrario di una o di entrambe le Camere su una proposta del governo, non comporta obbligo di dimissioni. Per Sardelli, la proposta di un’alternativa in caso di presentazione di una mozione di sfiducia, serve ad ”assicurare la stabilità del governo’’. La mozione di sfiducia deve essere firmata da almeno un terzo dei componenti di ciascuna Camera e non può essere messa in discussione prima di tre giorni dalla presentazione. «La nomina del nuovo presidente del Consiglio da parte del Presidente della Repubblica – conclude la pdl – comporta la revoca di quello precedente e la decadenza dei ministri in carica». Ratio e filosofia della proposta è spiegata dallo stesso Sardelli: «L’Italia non si può permettere di continuare ad essere in balia di un istituto costituzionale che consente all’opposizione, a qualsiasi schieramento essa appartenga, di paralizzare o ritardare l’azione del governo proponendo la sfiducia senza prospettare un’alternativa».

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Berlusconi finge di non sapere che le accuse di Galan a Giulio sono la versione “pubblica” delle sue idee “private”

Qui accanto, il ministro della Cultura Giancarlo Galan che ha accusato Tremonti di “tradimento” perché frena gli investimenti del governo. Nella pagina a fianco, Tremonti, Letizia Moratti, Veltroni e Berlusconi. Sotto, il “responsabile” Luciano Sardelli

di Giancristiano Desiderio uigi Barzini junior diceva che in Italia la politica si fa a orecchio, cioè per sentito dire. È vero, ma non basta. In Italia la politica si fa anche facendo finta di non sapere o facendo finta di niente. Silvio Berlusconi, tanto per citarne uno, fa finta di non sapere che il presidente Ciampi bocciò l’idea di eleggere il Senato con un premio di maggioranza perché la Costituzione stabilisce che Palazzo Madama sia eletto su base regionale. Da questa parte, dunque, non si può passare. Ma Berlusconi fa il monaco sordo e manda avanti un gruppetto di fratacchioni con il compito preciso di rivedere il “Porcellum” e introdurre la novità - già bocciata, appunto - del premio di maggioranza su base nazionale al Senato. Ultimamente, Berlusconi fa dire agli altri quel che pensa lui stesso. Prendete Galan. Il neoministro della cultura ha accusato Tremonti di «far perdere le elezioni al centrodestra». «Difendo l’operato di Tremonti», ha detto pubblicamanete il premier. Come se in privato non pensasse proprio che l’avarizia di Tremonti peserà sul voto...

L

C’è una stranezza da far notare. Il nostro Paese ha un gran bisogno di riforme, ma le riforme serie non si riescono a fare. Di contro, il governo riesce a immaginare sempre un mare di riforme: si vuole riformare la Costituzione, si vuole riformare la giustizia, si vuole riformare la legge elettorale. Non c’è giorno che non abbia la sua bella e decisiva riforma. Solo che, quando si tratta di vedere le carte, le riforme si rivelano un bluff: o non sono vere riforme o sono soltanto degli escamotage per portare acqua al mulino del governo Berlusconi. Ormai la politica del governo si ispira al vecchio slogan di Nino Manfredi con la vecchietta Natalina: più lo mandi giù e più di tira su. Ecco, pur di stare a galla il governo è disposto a mandare giù più che può il Paese. In particolare, sulla legge elettorale fatta a immagine e somiglianza del Pdl si vorrebbe togliere i voti ai moderati e ai partiti di centro non con idee, proposte e serietà ma con giochetti elettorali di Palazzo confezionando, in pratica, una legge che possiamo tranquillamente chiamare “Superporcel-

lum”. Se Roberto Calderoli disse della sua creatura “è una porcata”, oggi Gaetano Quagliariello - primo firmatario della nuova proposta di modifica della legge elettorale - potrebbe tranquillamente dire “è una superporcata”. Il Pdl sa che con le elezioni oggi, e a maggior ragione domani, non riuscirebbe a battere il voto dei moderati - da Casini a Fini - e allora si premura di batterlo prima del voto. Sarebbe il primo caso di vittoria elettorale ad urne chiuse: una cosa degna di certe democrazie sudamericane. Il motivo con cui il Pdl prova a giustificare la bassa manovra elettorale è peggiore dell’inganno: si tratterebbe di salvare il bipolarismo.

Non c’è altro Paese evoluto al mondo in cui ogni cinque anni si metta mano alla legge elettorale. L’idea di ricorrere al Superporcellum è un segno fin troppo chiaro dei tempi (mai nome, in effetti, fu più indicato di questo). Per poter cambiare la legge elettorale il Pdl non ha altra strada che cambiare la Costituzione. E qui casca l’asino, ossia il Superporcellum. Perché per cambiare la Costituzione non solo ci vogliono i numeri necessari che ci vogliono, ma ci vuole quantomeno una politica che sia superiore alla Carta che si vuole riformare. La Costituzione italiana è sempre decantata per essere chissà che. Chi scrive non è di questo avviso, ma con altrettanta certezza è bene dire che tra la Costituzione che abbiamo e quella che ci vorrebbero dare i berlusconiani è molto meglio tenerci quella che abbiamo ereditato. Il Pdl ha grandi pretese e modeste energie. La sua storia di governo e la sua storia istituzionale lo dimostra con chiarezza. Basti una sola considerazione: il governo all’inizio della legislatura era sorretto dalla più ampia maggioranza di ogni tempo. Oggi lo stesso governo cerca di cambiare la legge elettorale con la scusa d’avere certa la stabilità al Senato. Detto in due parole: la ex maggioranza più grande di sempre ha paura del voto e cerca di votare secondo i propri desideri. Praticamente, è una riedizione della cosiddetta “legge truffa” (e specifichiamo “cosiddetta” perché quella che avrebbe voluto De Gasperi tutto era tranne che una truffa).

Tremonti finge di non sapere che le tasse alle imprese le abbassa il titolare dell’Economia. Cioè lui di Errico Novi i sono cose che vanno viste o sentite di persona. Così molti dei parlamentari (d’opposizione) che mercoledì scorso hanno ascoltato Giulio Tremonti nella sua audizione al Senato, ne hanno riportato un’impressione altrimenti impercettibile. «Parla come se fosse un neutrale e disimpegnato osservatore. Come se non fosse lui il ministro dell’Economia». A loro giudizio è paradossale che proprio il titolare di via XX Settembre denunci con quei toni l’«oppressione fiscale». Con l’aria di chi non ne può più. E non vede l’ora di ribaltare cattivi usi. È giusto chiedersi: perché non ha già provveduto? Com’è che se ne accorge solo ora? E soprattutto: perché parla come se fosse il leader dell’opposizione? In questo senso Tremonti appare l’epigono, certo l’esponente più raffinato, del partito degli gnorri. E si potrebbe aggiungere: è questo ormai il suo stile dall’inizio della legislatura. Da quando cioè, tornato ministro, non ha comunque dimesso l’abito del fine analista. Ha cioè continuato a tenere intrecciati i due profili. A proporre le sue acute interpretazioni del terremoto finanziario globale come se il suo principale compito non fosse piuttosto quello di attenuarne gli effetti. Peraltro il primo Tremonti – quello che dai tempi de il “Il fantasma della povertà” ha compreso, tra i primi in Occidente, che rivoluzio-

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ne si preparasse nel mondo – è un intellettuale prezioso. Capace di farsi ascoltare, eccome, in quei consessi internazionali dove si dovrebbero approntare i sistemi di difesa dalla crisi.

Eppure resta lecito chiedersi: può uno chiamato a risolvere i problemi del suo Paese declinare nel rifugio della riflessione? Si può affrontare il nodo, attualissimo, dell’oppressione fiscale con l’aria disinvolta di chi è estraneo alla faccenda? La risposta sarebbe scontata. Ciononostante, considerata appunto

Parlando davanti al Senato, sembrava proprio un leader dell’opposizione e non quello che tiene i cordoni della borsa del governo la raffinatezza e lo spessore intellettuale del ministro, resta il sospetto che la sua astuzia gli serva a cavarsi da un preciso impaccio. E cioè da quella morsa politica in cui pare effettivamente incastrato.Tenaglia che il suo oggettivo protagonismo ha reso finora invisibile. Si tratta del combinato disposto tra gli immobilismi di Berlusconi e le rendite di posizione care a Bossi. Ne parlava ieri su liberal Linda Lanzillotta. Che giustamente osserva: quando rinvia la solu-

zione dei problemi, il ministro dell’Economia sembra comportarsi come chi dà per inevitabile la sconfitta del centrodestra alle prossime elezioni e lascia dunque in carico ad altri le scelte impopolari; eppure, aggiunge la deputata del terzo polo, Tremonti sembra anche convinto che la sua vicenda politica andrà ben oltre l’attuale esecutivo, perciò sono probabilmente altri a imporgli la linea dell’immobilismo. E in effetti questa può essere una spiegazione: il ministro se la cava con l’approccio elusivo perché gli hanno legato le mani. Da una parte, Berlusconi (che pure ieri lo ha elogiato) non gli perdonerebbe strappi anti-corporativi, dunque impopolari, dopo che Giulio a suo vedere è già renitente sul fronte della riforma fiscale. Dall’altra la Lega gli pone a propria volta un veto su eventuali interventi nella gestione della spesa, perché proprio il partito di Bossi ha costruito ormai un suo blocco di potere nelle amministrazioni, nelle società di servizi, nelle agenzie pubbliche, e lo difende. Il Carroccio, e su questo non ci piove, si è trasformato da forza di cambiamento a forza della conservazione. E in una situazione del genere dove potrebbe mai trovare, il responsabile dell’Economia, la legittimazione politica per sterzare e passare a una fase sviluppista? Non può. E per questo non gli resta altro che iscriversi al partito degli gnorri.


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Veltroni propone al Terzo Polo la ”santa alleanza” anti-Silvio, ma finge di non sapere che le coalizioni «contro» non sono mai riuscite a governare di Riccardo Paradisi erto che Walter Veltroni è curioso. Insomma è da quasi un lustro che l’ex segretario del Partito democratico prova a convincere il suo partito che la via regia per la costruzione d’un alternativa riformista al berlusconismo è la vocazione maggioritaria, che le grandi e indifferenziate intese per battere il capo del blocco conservatore non servono a nessuno (se non allo stesso Berlusconi), che la politica non può essere antagonismo senza proposta, contrapposizione etica, scorciatoia giustizialista ma progetto alternativo e coerente…

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È su queste nobili

un percorso di transizione». Benissimo. Peccato che Veltroni lo scorso agosto, con la stessa accorata assertività, che è la sua cifra stilistica e retorica, sostenesse l’esatto contrario di quanto scrive nell’appello di oggi. Scriveva Veltroni in un fluviale intervento sul Corriere della Sera «Non servono sante alleanze antipremier per uscire dall’autunno del Paese e conquistare un minimo di credibilità politica, prima e dopo le elezioni, servono al contrario alleanze fondate sulla reale convergenza programmatica e politica». Basta insomma con la politica, era il messaggio, del «mi alleo anche col diavolo pur di battere Berlusconi». Ora cosa è accaduto? Veltroni ha cambiato idea? La nuova fase politica richiede un’adeguamento tattico? Oppure, come sostengono i veltroniani più conseguenti e dunque delusi dalla scarsa intransigenza di Veltroni a tenere le posizioni, a influire su questa conversione a U è l’approssimarsi alla fine della legislatura e dunque l’esigenza di tirare le reti di candidature e posizioni interne al partito? Qualunque sia il movente l’intervento di Veltroni è destinato ad restare una mozione estemporanea e interlocutoria, una di quelle mosse-ammuina come in politica se ne fanno tante e per i più svariati motivi. Con una differenza però: che rispetto ad altri interventi – più ordinariamente anodini – questa sortita di Veltroni ha un contenuto di bizzarria. Veltroni infatti chiede proprio all’Udc, al partito cioè che ha fatto da anni un investimento strategico sul superamento del bipolarismo, di riconfermare uno schema bipolare e soprattutto di dare corda e ossigeno a quell’antiberlusconismo a priori da cui Casini è sempre stato lontano come da una categoria impolitica. È qualcosa di bizzarro e di pedestre.

«Non servono grandi intese antipremier per uscire dall’autunno del Paese e conquistare un minimo di credibilità politica»

e condivisibili idee che Veltroni conquista la segreteria del Pd e impegna il suo partito nelle elezioni politiche del 2008, costruisce la strategia di fuoriuscita dall’Ulivo, taglia i rami dell’estrema sinistra, si tiene alleato, obtorto collo Antonio Di Pietro, l’eccezione che conferma la regola d’azione che s’è dato il candidato del centrosinistra. Talmente convinto che l’antiberlusconismo non paghi da arrivare al virtuosismo di non nominare mai il nome del Cavaliere per tutta la campagna elettorale: “il principale esponente della coalizione avversaria” lo chiama. Bene. Benissimo anzi: anche i moderati cominciano a sperare – virtuosismi a parte – che all’orizzonte avanzi una sinistra riformista ed europea. Ma poi che ti fa Walter Veltroni? Redige un appello rivolto all’Udc di Pier Ferdinando Casini perché deve allearsi con il Pd prima delle elezioni: «Siamo costretti a cercare una soluzione che dia la garanzia della fine del berlusconismo e avvii una fase simile a quella della ricostruzione post bellica. In alternativa avremo la prosecuzione del governo Berlusconi». Veltroni scende ancor di più nel particolare: Pier Ferdinando Casini e Pier Luigi Bersani non sbagliano quando chiedono elezioni anticipate – concede l’ex segretario del Pd – ma mi piacerebbe che la richiesta di elezioni avvenisse contestualmente all’impegno comune per costruire in campagna elettorale uno schieramento di forze largo e sicuramente vincente. Chiedere le elezioni per andare separati rischia di creare le condizioni in cui Berlusconi torna a essere il vincitore. Si ripeta cioè l’errore del ’94 e ora non possiamo più permetterci di rischiare. La chiusura della stagione berlusconiana viene da un’alleanza elettorale di tutte le forze politiche che stanno insieme per

D’accordo che Veltroni – in contraddizione con ciò che sosteneva sino a pochi mesi fa – inquadrava questo appello nello stato d’eccezionale gravità in cui verserebbe la politica italiana, ma insomma si tratta pur sempre di chiedere a un potenziale alleato di mutare la propria ragione sociale e la sua costituzione politica. Facendo finta di non conoscere né l’una né l’altra. Sono cose che si fanno in politica per carità e siamo tutti uomini di mondo per saperlo. Ma sono anche cose che sarebbe meglio non fare.

Moratti proclama la sua intesa col premier ma finge di non sapere che il primo a dire «Pm brigatisti» non è stato Lassini, ma il Cavaliere di Maurizio Stefanini i tempi dei manzoniani Promessi Sposi imperversavano a Milano i monatti; oggi imperversano invece i Moratti. Per carità: non ci sogneremmo di dire che si tratti di una pestilenza. Massimo Moratti nei 15 anni che è stato presidente dell’Inter assieme al padre Angelo nei 13 anni che ebbe lo stesso ruolo hanno vinto da soli più che non gli altri 16 presidenti neroazzurri nei restanti 75 anni di storia della squadra. Ma sua cognata Letizia sindaco di Milano per il centrodestra; mentre sua moglie Milly, che a complicare ancora di più il quadro di cognome da nubile fa Bossi (come d’altronde la madre di Berlusconi), è una importante leader dell’opposto schieramento di centrosinistra, nel 2006 candidata alle primarie per la stessa carica e oggi che dà il suo nome a una lista civica in appoggio a Pisapia; dà al cittadino per lo meno una sensazione di ubiquità politica: della serie, tanto con una Moratti ti ritroverai comunque.

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candidatura di Roberto Lassini. «La mia presenza è incompatibile con quella di Lassini», aveva detto. E quando questi si è tirato indietro, ha commentato: «Hanno vinto il buon senso, il rispetto per le istituzioni e la buona politica». Elogi dunque per il Pdl: «Nei fatti ci siamo mossi insieme, il risultato è che l’ispiratore di quei manifesti ignobili ha rinunciato alla candidatura.Tutto il Pdl si è mosso all’unisono: abbiamo lavorato tutti per il buon senso e per la buona politica». Elogi anche per Bossi: «Il mio rapporto con la Lega e con il suo leader è sempre stato solido e positivo: non cambierà». E elogi per Berlusconi capolista: «La sua partecipazione è una ricchezza ed una spinta per il centrodestra. È un milanese autentico ed una grande risorsa per la sua città». Solo che in realtà le liste sono già state presentate, il Viminale fa sapere che il ritiro non è più tecnicamente possibile, e dunque se Lassini per i suoi manifesti sulle “Br in Procura”di voti ne prende abbastanza da essere eletto, al massimo potrà poi dimettersi. Daniela Santanchè in effetti ha detto che Lassini ha sbagliato, ma la Moratti a porre quel diktat ha sba-

Dalla Santanchè al ”Giornale”: nel Pdl cresce la voglia di schierarsi dalla parte del consigliere anche contro il sindaco

E il senso di ubiquità è, se possibile, ulteriormente aumentato con la storia della


Parla Valerio Onida, Presidente emerito della Corte costituzionale

«È incostituzionale la proposta Pdl al Senato»

Eliminare il premio di maggioranza regionale dalla legge elettorale significa tradire esplicitamente la Carta di Errico Novi

ROMA. «Si metterebbero fuori dalla Costituzio-

gliato ancora di più; che lei Lassini lo voterebbe; e che si augura che prenda un sacco di voti. Lassini prima di trovarsi costretto a annunciare il suo ritiro e a chiedere pure scusa aveva ricordato, fuori dai gangheri, di aver solo appiccicato alle pareti parole già espresse dal presidente del Consiglio. E d’altra parte Berlusconi in persona sulla querelle è rimasto ostinatamente in silenzio. Chi è dentro alle cose del Pdl ha riferito che secondo lui l’alzata di scudi della Moratti contro Lassini sarebbe stata un errore politico duplice. Primo, per aver portato acqua al mulino del presidente Napolitano. Secondo, per aver spostato la campagna elettorale dal piano delle cose a quello della legalità, in cui Pisapia può evidentemente giocare con qualche chance in più.

In più, Berlusconi avrebbe anche ripetuto che «la Moratti non tira»; dal momento che lo schieramento che la appoggia prenderebbe almeno un paio di punti in più di lei. Una somma di motivi per i quali, è stato detto, quando Letizia Moratti ha posto l’aut aut che avrebbe fatto saltare la campagna elettorale lui le avrebbe addirittura attaccato il telefono in faccia, prima di cedere. O meglio: di far consigliare a Lassini di far finta di cedere, visto che lui in lista comunque rimaneva. Chi sa? Comunque, Letizia ha fatto finta di niente, e prova a tirare avanti. D’altra parte, nell’annunciare il suo voto per «Moratti sindaco e Lassini consigliere» Alessandro Sallusti sul Giornale ha spiegato che i due sarebbero in fondo complementari. «Mi sembra che i due possano tranquillamente convivere nel più grande partito popolare della Seconda Repubblica. Letizia Moratti ben rappresenta la testa del Pdl, e merita senza dubbi una riconferma. Lassini è invece portavoce della pancia del popolo berlusconiano, che non ha meno titoli e diritti di altre componenti».

Sopra i tre leader del Terzo Polo: Pier Ferdinando Casini, Gianfranco Fini e Francesco Rutelli. Sotto, il presidente emerito della Corte Costituzionale Valerio Onida, per il quale riforma elettorale voluta dal Pdl è incostituzionale

ne». Il professor Valerio Onida non ha dubbi. Un restyling del porcellum che introducesse al Senato un premio di maggioranza nazionale sarebbe illegittimo. «Eleggere i senatori su base regionale, come prescrive l’articolo 57, vuol dire che nessuno degli eletti a Palazzo Madama deve essere in debito con un elettorato ultraregionale. Punto». Il presidente emerito della Consulta lo spiega in modo chiaro. Eppure, secondo indiscrezioni che continuano a filtrare, subito dopo Pasqua la maggioranza presenterà nella prima commissione del Senato un nuovo testo sulla legge elettorale. Che conterrà appunto la modifica all’attuale sistema: quota “maggioritaria”attribuita non più regione per regione ma alla lista o alla coalizione più votata a livello nazionale. Dopodiché tale quota premiale verrebbe redistribuita tra le varie regioni proporzionalmente alla popolazione di ciascuna. Espediente che non basta a superare le obiezioni già sollevate da Ciampi nel 2005, giusto? Se in base alla Carta non ci possono essere senatori che debbono la propria elezione a un corpo elettorale ultraregionale, in questo modo avremmo invece proprio dei candidati eletti in quanto c’è una maggioranza nazionale per il loro partito. Tecnicamente i candidati dovrebbero essere collegati tra di loro, perché appunto l’elezione non si può esaurire a livello della singola regione. Un problema di compatibilità costituzionale dunque c’è. Che succede? Si fa finta di ignorare rilievi che già cinque anni fa costrinsero a correzioni di rotta? Guardi, io stesso ho sempre ritenuto che un premio di maggioranza nazionale al Senato non sia conforme alla previsione dell’articolo 57. E anzi: ho sempre pensato che lo stesso premio di maggioranza regionale non abbia senso. Il premio dovrebbe servire ad assicurare la maggioranza in assemblea, ma attribuito regione per regione non è detto che serva allo scopo. Adesso tornano in effetti al disegno originario della legge Calderoli. Bocciato da Ciampi. È plausibile il rinvio alle Camere di una legge elettorale? Certo, perché no? Ma prima ancora di arrivare al rinvio, come si fa a pensare di far passare una riforma del voto basata solo su questo punto? Nel nuovo testo del Pdl dovrebbe esserci anche un restringimento delle circoscrizioni alla Camera. Forse è un modo per venire incontro all’obiezione che questo è un Parlamento di nominati. Per superarla, secondo alcuni, non è necessaria la preferenza, sarebbero sufficienti liste sì bloccate ma meno affollate. Ceccanti lo sostiene. È il modello spagnolo. Sì. Ma quello che stupisce è un’altra cosa: si pensa di ritoccare l’attuale legge elettorale senza intaccarne l’a-

nima. Cioè senza introdurre una soglia minima per l’attribuzione del premio di maggioranza. Nel giudicare l’ammissibilità del referendum Guzzetta, la Corte costituzionale disse di non potersi esimere dal segnalare al Parlamento dubbi proprio su questo punto. Obiettò sulla singolarità di un meccanismo che dà la maggioranza assoluta a chi, lista o coalizione di lista, raggiunge la maggioranza relativa, senza fissare nessun limite minimo. È un’obiezione grossa, la più forte che si può fare a questo sistema di voto. Ed è curioso mettervi mano ignorando tale osservazione. Adesso d’altronde con il terzo polo in campo, chi vince raggiungerebbe quasi certamente una soglia inferiore rispetto a quella di Pdl e Lega nel 2008. Sanno di non essere una maggioranza. Sperano di essere ancora la minoranza più forte e quindi puntano ad ottenere la maggioranza in Parlamento con qualunque risultato. Il disegno berlusconiano è questo. Spero non ci siano aperture, dall’opposizione, su interventi legislativi di questo genere. Improbabile. Tanto più che con circoscrizioni più piccole si colpisce soprattutto il terzo polo. Già bersaglio cruciale della modifica al Senato, dove la nuova area moderata non sarebbe più decisiva. È così, anche se alla Camera bisogna capire poi come avverrebbe la distribuzione dei seggi su base nazionale. Teniamo conto che oggi il testo prevede il riparto tra tutti quelli che raggiungono il 2 per cento in coalizione o il 4 per cento fuori. Ma l’obiettivo sembra chiaro. Colpire il terzo polo. Rafforzare il meccanismo per cui la minoranza più forte vince e contemporaneamente spezzare le gambe al terzo polo. Ci può essere anche l’intento, subordinato, di aprire un conflitto con Napolitano? Male che vada, il Pdl potrebbe sempre accusare il Colle di essere così fazioso da opporsi a riforme elettorali favorevoli all’attuale maggioranza. È un po’un processo alle intenzioni, ma tutto può essere. Anche su questa proposta di riforma dell’articolo 1 c’è chi dice che sia contro il Quirinale, in realtà è concepita contro gli organi di garanzia. Mi pare più che altro che si punti a conservare il potere, come detto. Ipotesi estrema: questo progetto di riforma viene approvato anche dopo un rinvio alle Camere di Napolitano. A quel punto, sostengono molti costituzionalisti, è praticamente impossibile sollevare l’eccezione di costituzionalità davanti alla Consulta. Condivide? L’articolo 66 individua proprio nelle Camere il luogo dove può essere sollevata eccezione sul processo elettorale. Quindi dovrebbe essere la maggioranza in Parlamento a eccepire contro se stessa. È così, anche perché i tentativi fatti finora, anche recentemente, di sollevare la questione di costituzionalità davanti al giudice ordinario non hanno avuto successo. Il problema esiste. E oltretutto se in astratto il Parlamento consentisse l’incidente, metterebbe addirittura in discussione la propria elezione.

L’articolo 57 stabilisce che i candidati a Palazzo Madama non possono conseguire l’elezione grazie a un corpo elettorale ultraregionale


diario

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CITTÀ

DEL VATICANO. «Nonostante tutta la vergogna per i nostri errori, non dobbiamo, però, dimenticare che anche oggi esistono esempi luminosi di fede; che anche oggi vi sono persone che, mediante la loro fede e il loro amore, danno speranza al mondo». Ieri papa Ratzinger ha fatto, in modo esplicito, il nome di Karol Wojtyla nel corso dell’omelia della messa crismale concelebrata in San Pietro con il cardinale vicario Agostin Vallini e il clero di Roma, a dieci giorni dalla beatificazione di Giovanni Paolo II. «Quando, il prossimo primo maggio verrà beatificato - ha continuato Benedetto XVI - penseremo a lui pieni di gratitudine quale grande testimone di Dio e di Gesù Cristo nel nostro tempo, quale uomo colmato di Spirito Santo. Insieme con lui pensiamo al grande numero di coloro che egli ha beatificato e canonizzato e che ci danno la certezza che la promessa di Dio e il suo incarico anche oggi non cadono nel vuoto». Per il Pontefice, «l’annuncio del Regno di Dio, della bontà illimitata di Dio, deve suscitare in-

Ratzinger esalta Wojtyla: «Ci riscatta dai nostri peccati»

nanzitutto questo: guarire il cuore ferito degli uomini». «L’uomo per la sua stessa essenza - ha ricordato ancora - è un essere in relazione. Se, però, è perturbata la relazione fondamentale, la relazione con Dio, allora anche tutto il resto è perturbato. Se il nostro rapporto con Dio è perturbato, se l’orientamento fondamentale del nostro essere è sbagliato, non possiamo neppure veramente guarire nel corpo e nell’anima», ha concluso Ratzinger facendo indirettamente allusione alle centinaia di grazie che nel mondo vengono attribuite all’intercessione dell’ormai prossimo beato Giovanni Paolo II e a tutti gli altri santi e beati. Intanto l’area intorno a Vaticano è un misto di sacro e profano e in vista della cerimonia di beatificazione ci si prepara a vendere ogni genere di gadget. Nei pressi di via della Conciliazione ci sono banchetti per la vendita di oggetti sacri ma di pizze e panini per offrire ristoro ai molti turisti già da giorni nella capitale per partecipare alle cerimonie della Settimana Santa.

La cura Marchionne comincia a dare i suoi frutti: ottimi guadagni per i veicoli industriali e titolo forte in Borsa

Fiat (e Maserati) all’americana Cresce la quota in Chrysler. E il marchio storico vola verso il Canada di Gianfranco Polillo

Fiat Industrial ha chiuso il suo primo trimestre con «ricavi pari a 5,3 miliardi di euro, in crescita del 19,3% rispetto al primo trimestre 2010 (pari a 4,5 miliardi di euro)», quindi con tassi di crescita a due cifre. L’utile della gestione ordinaria, si legge in una nota «è più che raddoppiato» a 277 milioni di euro (122 milioni di euro nel primo trimestre 2010) per effetto dei maggiori affari di tutti i settori

segue dalla prima Non si dimentichi un dato caratteristico: i Brics (Brasile, Russia, India, Cina, con la recente aggiunta del Sud Africa) producono circa il 16 per cento della ricchezza mondiale. Ma il loro contributo alla crescita complessiva è di oltre il 60 per cento. Ecco quindi spiegato l’arcano: in Brasile – ha ricordato Marchionne – «esce un auto ogni 20 secondi». Ritmi impensabili nel nostro Paese, dove invece non solo prevale una blanda calma, ma si intralciano disegni di carattere industriale con mille cavilli.

Altro settore di successo è quello del lusso: Ferrari e Maserati. Un fatturato, nei primi tre mesi, di 626 milioni di euro e utili in crescita: passano da 43 a 62 milioni di euro. È questa una produzione sofisticata che si muove sospinta dalle grandi fratture sociologiche che dividono il mondo contemporaneo. Gli squilibri nella distribuzione del reddito favoriscono consumi opulenti dei nuovi ricchi e il marchi citati, sono al top di tanti desideri. Rose che compensano le spine, rappresentate dal cattivo andamento dei mercati europei e in particolare di quello italiano. Qui la crisi si fa sentire con il crollo delle vendite (in Italia -29%, in Europa 23%). Va solo meglio l’Alfa Romeo che riesce a mantenere le sue quote di mercato (+0,2% in Italia e +2,3% in Europa) grazie alla produzione della nuova Giulietta: una vettura che sembra incontrare il favore del pubblico, nel ricordo di un brand – la Giulietta appunto – che ha segnato un epoca non

solo in Italia. Negli anni ’60 la spider era ricercatissima sia in Francia sia in Germania.

Se questi sono i fondamentali, si spiega perché Marchionne - questa è la seconda notizia abbia accelerato nel perseguire la sua strategia di diversificazioni. Salirà dal 30 al 46 per cento nel capitale della Chrysler. L’operazione era stata già annunciata negli scorsi giorni – e noi stessi l’avevamo riportata – oggi l’impegno diventa formale. Fiat eserciterà per intero l’incremental equity call option, che faceva parte degli accordi iniziali, a condizione che Chrysler rimborsi intermante il debito contratto – circa il 6 per cento del capitale – con i Governi americano e canadese.

Quelle risorse pubbliche erano state indispensabili per scongiurare l’ipotesi di fallimento, all’indomani del crak della Lehman Brothers, quando sembrava che tutto stesse crollando. Oggi, grazie anche alla cura Marchionne e all’atteggiamento responsabile dei sindacati americani, s’intravede più di uno spiraglio e la casa automobilistica è in grado di restituire al mittente i danari del salvataggio. La maggiore integrazione consentirà quindi di dar vita ad un gruppo di dimensione mondiale, in grado di competere su tutti i mercati. Due anni d’intenso lavoro, ma alla fine il compimento di quella che solo poco tempo fa sembrava un’oscura profezia. Nell’auto – aveva sempre sostenu-

to Marchionne – c’è posto solo per cinque o sei player mondiali. E oggi la Fiat è tra questi.

Questo spiega il riconoscimento che la stampa internazionale – ma purtroppo nessuno è profeta in casa propria – gli tributa. Time – la prestigiosa rivista americana – colloca Marchionne tra i 100 personaggi più influenti del mondo. Il primo italiano che entra in questa particolare classifica. A Detroit – città storica dell’auto – è addirittura un tripudio. «In poco più di due anni e con un investimento quasi pari a zero – scrive il Detroit News – l’amministratore delegato di Fiat sta cementando il controllo di Chrysler dando vita ad un gruppo globale integrato. La prossima volta

che Washington sarà a caccia di qualcuno per salvare una casa automobilistica di Detroit non dovrebbe far altro che comporre il numero di telefono 1-800Sergio». Un numero che, evidentemente, Susanna Camusso, il leader della Cgil non conosce, almeno a giudicare dalle ultime dichiarazione: la crescita in Chrysler «non è una particolare novità. È la conferma di uno spostamento di orientamento di Fiat» a danno di Fabbrica Italia, la cui realizzazione «è probabilmente subordinata» a quanto avviene negli Usa. Ma in quel Paese non erano mancate le alternative. Marchionne è riuscito dove altri – i tedeschi Jurgen Schrempp e Dieter Zetsche – avevano fallito. È troppo chiedere al più forte sindacato


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Funerale al referendum non al nucleare

Arrestato Ciancimino: è falso il pizzino contro De Gennaro PALERMO. Massimo Ciancimino è stato fermato a Parma su ordine della Procura di Palermo con l’accusa di «calunnia aggravata» nei confronti dell’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro. Ciancimino junior, da mesi presunto supertestimone della cosiddetta trattativa tra Stato e mafia, avrebbe prodotto «pizzini» falsi. Figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo Vito, Ciancimino ha prodotto alla procura palermitana documenti tra cui uno che sarebbe stato «manomesso» in cui c’è il nome del direttore del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza. Il documento è una fotocopia di un foglio redatto da Vito Ciancimino, padre di Massimo, con un elenco di nomi di personaggi delle istituzioni che avrebbero avuto un ruolo nella cosiddetta «trattativa». Da una perizia ordinata dalla Dda e consegnata giovedì ai

g i u d i z il e t t e r ep r o t e s t es u g g e r i m e n t i

magistrati che conducono l’inchiesta, si evincerebbe che il nome di De Gennaro sarebbe stato scritto in epoca successiva alla redazione del manoscritto. Alla luce di questo documento, Ciancimino aveva accusato De Gennaro, a capo del Dis (dipartimento per le informazioni di sicurezza), di essere stato molto vicino al «signor Franco», l’agente dei servizi che avrebbe avvicinato il padre per cercare un contatto con i boss mafiosi all’epoca delle stragi di mafia.

Sono anni che in Italia vengono raccolte firme per indire referendum e puntualmente il governo di turno (destra o sinistra nella fattispecie non fa differenza) fa di tutto perché la consultazione sia marginalizzata il più possibile e, puntualmente, viene a mancare il numero di votanti perché la consultazione sia valida. Oggi c’è da fare un funerale, non al nucleare, che è tutt’altro che spazzato via, ma al referendum. Fintanto che sussisteranno alcune norme, il suo uso sarà impossibile, e cioè: validità solo se va a votare il 50 per cento + 1 degli aventi diritto; parere della Corte Costituzionale solo dopo la raccolta delle firme; possibilità di bloccarlo abrogando anche in parte la legge oggetto di voto. La via referendaria, tanto importante negli anni ’70 e ’80, senza queste modifiche è solo perdita di tempo e palliativo di forze civili e politiche che promettono cambiamenti che si sa in partenza che sarà impossibile affermare perché il mezzo prescelto è impraticabile.

Vincenzo Donvito

SARKOZY NO GOOD italiano di tener conto di questa piccola circostanza? Oppure il ventriloquo Fiom è ormai così forte, in seno a quell’organizzazione, da oscurare qualsiasi barlume di raziocinio?

Tra import e export aumenta il disavanzo

Gennaro Napoli

L’IMMAGINE

Se Detroit torna a sorridere,

ROMA. Il commercio estero con i Paesi fuori dai confini dell’Unione europea a marzo vede crescere più le importazioni che le esportazioni sia su base mensile che annua. Secondo le stime preliminari dell’Istat, infatti, a livello congiunturale l’import sale del 3,5% mentre l’export aumenta dell’1,5% (sul piano tendenziale rispettivamente +24,2% e +16,5%). La crescita annua, quindi, rileva sempre l’Istat, «si mantiene su tassi elevati, anche se in decelerazione rispetto ai mesi precedenti». Tornando, invece, sul piano congiunturale, nel primo trimestre dell’anno la crescita è sostenuta sia per le esportazioni (+7,4%) sia per le importazioni (+7%). Guardando al saldo commerciale, a marzo il disavanzo con i Paesi extra Ue si amplia, passando a -2,9 miliardi di euro da -1,5 miliardi di marzo 2010. E il deficit del comparto energetico risulta più alto rispetto a un anno prima (-5,2 miliardi rispetto a -4,5). «Tale disavanzo contribuisce per circa la meta all’ampliamento del deficit commerciale osservato rispetto a marzo 2010», spiega l’Istituto di statistica. Importiamo di più, in particolare, dai Paesi Eda (Singapore, Corea del Sud, Taiwan, Hong Kong, Malaysia e Thailandia), dall’India, dai Paesi Mercosur (Brasile, Paraguay, Uruguay, Argentina), dal Sud-Est Asiatico e dagli Stati Uniti.

«Sarkozy no good», hanno gridato i tanti extracomunitari che credevano che il loro trasporto nella vicina Francia sarebbe stato una passeggiata. Ma quando il treno della speranza si è arenato a Ventimiglia, hanno scoperto che per quanto l’Italia possa avere mille problemi, alla fin fine è sempre ben disposta all’accoglienza, mentre la Francia no.

Sul fronte italiano è sempre guerra: «Senza accordo, diremo addio alla ex Bertone»

Dall’alto: Susanna Camusso, Raffaele Bonanni, Maurizio Sacconi e Maurizio Landini. A fianco, Marchionne e una Jeep

Torino rischia, infatti, di piangere. Piangere sul mancato investimento nell’ex Bertone: il luogo in cui dovrebbe rinascere la produzione di Maserati. Lo scontro in atto con Fiom, che ha la maggioranza dei lavoratori iscritta sotto le proprie bandiere, è particolarmente aspro. Il nodo del contendere è «non fare come a Mirafiori e Pomigliano». Vale a dire respingere quelle ipotesi contrattuali che le tute blu degli altri stabilimenti, seppure con grande sofferenza, hanno finito con l’accettare. La Fiom minaccia e Marchionne risponde. Investirò quanto necessario solo se avrò la garanzia di poter sviluppare un piano industriale capace di ottenere un prodotto competitivo. Se questo non sarà possibile, esistono delle alternative. Gli Stati Uniti ad esempio o la provincia canadese di Ontario, dove le rispettive autorità farebbero ponti d’oro all’iniziativa. Il problema è serio, soprattutto per le implicazioni. Fiom vorrebbe mettere indietro le lancette dell’orologio. Sconfitta alle urne, a seguito del referendum, ha chiesto l’intervento della magistratura per ottenere l’annullamento di quanto concordato con la maggioranza dei lavoratori. La prima udienza contro l’accordo Fiat-Pomigliano si terrà a Torino il 18 giugno. Incrociamo le dita e speriamo che saggezza trionfi. Se prevalesse un verdetto negativo l’intero piano “Fabbrica Italia” tornerebbe in discussione, e i relativi investimenti – che già rallentano a causa del contenzioso giudiziario – evaporerebbero. Conviene all’Italia? Conviene ai lavoratori italiani: come si è interrogata Emma Marcegaglia, dalla quale, per la verità, ci saremmo aspettati una reazione ben più vivace? Domanda assolutamente retorica. All’insegna della leggerezza: se la situazione italiana non fosse quella che tutti conosciamo.

Capitombolo imprevisto Appollaiati in equilibrio su una zampa sola, i fenicotteri rosa si fanno solitamente notare per la loro impassibile eleganza. Ma questo esemplare sembra non ricordare più come posizionare gli arti al posto giusto

LASSINI HA RINUNCIATO. ANCHE BERLUSCONI DEVE FARLO Roberto Lassini ha rinunciato a correre nella lista del Pdl per Milano. Anche il capolista Berlusconi dovrebbe fare altrettanto. Quello che Lassini ha scritto sui manifesti è ignobile, ma è la traduzione di un pensiero ricorrente nei discorsi pubblici e privati del presidente del Consiglio.

Riccardo

SPAZI ALLE GIOVANI LEVE Come mai il Pd digerisce male la novità Matteo Renzi senza valorizzarlo e dandogli spazio? I perpetui gerontocrati membri del Pd non lasciano emergere la “gioventù anziana”che sta giù alla porta accarezzando l’idea di un rinnovamento e soprattutto il sogno di vincere le elezioni, invece di pensare soltanto alla conservazione del proprio posto. In altre nazioni dopo 2 o 3 mandati le facce cambiano, perché in Italia no?

Giuseppe Caro

QUALE GIUSTIZIA Anche un giudice sbaglia, però non paga. Perché? Posso capire per una sentenza sbagliata, se in buona fede, tutti sbagliano. Ma quando sento di gente scarcerata per decorrenza dei termini, per ritardi nel depositare documenti o per errate trascrizioni, qui non si tratta più di buona fede ma di menefreghismo ai danni del popolo italiano. È giustizia questa?

Luigi Reale

MOTO NELLE CORSIE PREFERENZIALI Non sono d’accordo con la proposta del sindaco di Roma di aprire le corsie preferenziali, riservate agli autobus, anche alle moto. Già ci sono poche corsie, spesso intasate o addirittura occupate da auto in sosta, l’apertura ai 400mila e passa centauri significherebbe l’addio alla possibilità di rendere un servizio pubblico degno di questo nome, per non parlare dell’aumento delle probabilità di incidenti in una città che è tra i primi posti in Italia per infortunistica stradale.

P. M.


il paginone

pagina 8 • 22 aprile 2011

Nella biografia di Renata De Lorenzo, la storia del re di Napoli che, dopo aver firmato un trattato con l’Austria, si mise in marcia verso il Nord, occupò Roma, “prese” la Toscana arrivando in Emilia di Massimo Tosti i fosse realizzato il suo progetto, fra tre o quattro anni celebreremmo il 200° anniversario dell’Unità d’Italia. Nel 1814 (quando l’imperatore era in esilio all’Elba) e nel 1815, l’anno di Waterloo e della definitiva uscita di scena di Napoleone, suo cognato Gioacchino Murat tentò di unificare la penisola sotto un’unica corona, quella che cingeva già la sua testa come re di Napoli. Gli andò male, ma la sua avventura colpì la fantasia di molti italiani che covavano il sogno di una Nazione. Può apparire singolare che il primo a proporsi come re d’Italia fosse un francese. Ma nei suoi pochi anni di regno a Napoli, Murat aveva fatto di tutto per farsi considerare dai sudditi un loro connazionale. Li aveva conquistati. Aveva tutte le qualità per piacere ai napoletani: giovane e aitante, con un testone pieno di riccioli neri, coltivava una grande passione per le uniformi, che si disegnava da solo, coloratissime e piene di orpelli e di pennacchi. A Napoli divenne popolarissimo: gli piaceva passeggiare per le strade e i vicoli della città, senza scorta, pronto a familiarizzare con tutti. Quando salì sul trono (nel 1808), come consorte di Carolina Bonaparte, sorella dell’imperatore di Francia, Gioacchino aveva 41 anni. E fece il possibile per far dimenticare ai napoletani le ragioni per le quali era diventato il loro sovrano. Ad approfondire

S

La fuga dell’imperatore dall’Elba lo convinse a “fare l’impresa”. Dichiarò guerra agli austriaci e occupò parte delle Marche annettendole al regno questo percorso ha provveduto una storica, Renata De Lorenzo, docente all’università Federico II di Napoli, con una biografia (Murat, Salerno editrice, 414 pagine, euro 24) che, basandosi su una ricca documentazione, dimostra come l’idea di unificare l’Italia venne a Murat nel 1809.

Per essere più esatti, il progetto gli fu suggerito dal duca de La Vauguyon, suo ex aiutante di campo (e amante della regina Carolina) che, trasferitosi a Roma e venuto in contatto con «ambienti sensibili alla tematica indipendentista, lo spinge a mettersi a capo di un progetto di liberazione e unificazione della peni-

sola», scrive la De Lorenzo. Tenuto in frigorifero per qualche anno, il progetto torna a galla nel 1813, dopo la sconfitta di Napoleone a Lipsia, quando Murat aveva avviato contatti segretissimi con l’Austria (per salvare il trono).

«Il valore mostrato ancora di recente in battaglia, il calore con cui affronta la situazione, l’essere insieme militare e uomo politico, con una confusione e sovrapposizione di compiti e di ruoli, ne accresce il carisma, facendolo apparire più deciso e consapevole di sé di quanto realmente sia». Fu allora (alla fine del 1813) che Gioacchino decise di abbracciare la causa “italiana”. Per dar corpo al progetto, mantenne aperti due canali di trattativa: una con Napoleone (che studiava la fuga e la rivincita), offrendogli un esercito di 30mila uomini, a condizione di avere il comando supremo delle truppe italiane (a discapito di Eugenio di Beauharnais, il figlio di Giuseppina, viceré nel nord della Penisola); agli austriaci, con i quali si è esposta autonomamente (tradendo il fratello) la regina Carolina, assicurando la propria neutralità come opzione minima, o addirittura l’ingresso nell’alleanza antifrancese, in cambio del mantenimento del proprio regno con l’acquisizione anche degli Stati romani. L’intelligence funzionava allora (forse meglio che ai giorni nostri). Nient’affatto rassicurato dalle promesse del cognato, Napoleone inviò in Italia (con la lusinghiera carica di Commissario generale d’Italia) l’ex ministro di polizia Fouché che (dopo 20 giorni di permanenza nella città) trasmise all’imperatore un rapporto di cui la De Lorenzo cita alcuni brani significativi. «Era una corte singolare quella di Gioacchino», vi si legge, «e una monarchia vacillante come la monarchia del Vesuvio. Murat aveva grande coraggio e poco carattere; nessun grande personaggio del momento lo superava nel ridicolo della parure e nell’affettazione della pompa; è lui che i soldati chiamavano “re Franconi”». Nella corte, scrive ancora Fouché, «la politica non era che astuzia, galanteria della dissoluzione», in un clima costante di intrighi. Pochi giorni dopo la partenza di Fouché arrivò a Napoli un inviato della corte austriaca, e nel primi giorni del gennaio 1814 Murat firmò un trattato di alleanza con Vienna, che giustificò «in nome dell’indipendenza dell’Italia», racconta la De Lorenzo, ricevendo «dalla popolazione un consenso che si ma-

Quando a tentare l’unificazio

L’Italia nifesta in acclamazioni nelle strade, in applausi al teatro San Carlo per l’inviato di Vienna». Dopo apposta la firma, Murat si giustificò con Napoleone, scrivendogli una lettera, nella quale confermava i suoi sentimenti di amicizia e devozione per il cognato. Al giorno d’oggi, il comportamento di Murat verrebbe giudicato in modo sprezzante. Lo si definirebbe un voltagabbana e si avanzerebbero sospetti sul prezzo dei suoi repentini cambiamenti di alleanze. La storiografia seria, tuttavia, non deve esprimere giudizi di tipo morale, e l’autrice di questa corposa biografia si attiene a questo sano principio scientifico, sottolineando anzi come le azioni del re di Napoli fossero volte soprattutto a salvaguardare il suo regno in un momento storico nel quale l’instabilità era l’aspetto dominante.

In Europa e, soprattutto in Italia. Sentimentalmente, Gioacchino si sentiva legato a Napoleone più che a chiunque altro. Fra tutti i generali promossi sul

campo da Bonaparte, era stato quello che aveva fatto la carriera più brillante. Comandava la cavalleria della Grande Armata e nei suoi rapporti il generale Bonaparte lo citava spesso come determinante nelle vittorie ottenute sul campo. Nel 1800 (quando aveva 33 anni) aveva ottenuto la mano di Carolina, e il titolo di granduca di Clèves e di Berg. Nel 1808 quel matrimonio lo aveva fatto salire sul trono di Napoli.

In quei difficili mesi, Murat non fu incoerente: applicò i sani principi della realpolitik. Il voltafaccia gli attirò addosso le ire di Napoleone, che lo accusò apertamente di tradimento. Pochi giorni dopo la firma del trattato con l’Austria, Murat lanciò il suo primo proclama agli italiani e si mise in marcia verso il nord della Penisola. Occupò Roma (dove fu accolto in modo trionfale), poi proseguì la sua marcia in Toscana e in Emilia. Nella totale confusione di quel periodo, mentre Napoleone era costretto a lasciare Parigi e scontare l’esilio nell’isola


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In queste pagine, la copertina del libro “Murat”, Salerno editrice, di Renata De Lorenzo; un dipinto raffigurante la fucilazione del cognato di Napoleone e re di Napoli, Gioacchino Murat e un’illustrazione di sua moglie, Carolina Bonaparte

“guappo”indossò un abito azzurro, con spalline d’oro, candidi pantaloni di nankino; in capo un cappello a tre corni, con un’enorme coccarda di 22 grossi brillanti. Era armato di sciabola e di due pistole. Vestito da re. Una folla di contadini gli si avvicinò minacciosa. Un bifolco gli strappò le spalline. Il 13 ottobre un tribunale militare lo condannò a morte. Davanti al plotone d’esecuzione si comportò come un re, o come un guappo. Rifiutò la benda, si denudò il petto, e chiese ai soldati di mirare al cuore e risparmiargli la faccia. Come supremo atto di dignità, tenendo in mano il ritratto della moglie, dette egli stesso l’ordine di fare fuoco.

Poco prima di essere fucilato, Murat scrisse una lettera alla moglie Carolina: «L’ora fatale è arrivata, morirò con l’ultimo dei supplizi, fra un’ora tu non avrai più marito e i nostri figli non avranno più padre. Ricordatevi di me e tenetemi sempre nella vostra memoria. Muoio innocente e la vita mi è tolta da una sentenza ingiusta. Addio mio Achille, addio mia Letizia, addio mio Luciano, addio mia Luisa. Mostratevi degni di me; vi lascio in una terra e in un reame pieno di miei nemici; mostratevi superiori alle avversità e ricordatevi di non credervi più di quanto siete, pensando a ciò che siete stati. Addio, vi benedico. Non maledite mai la mia memoria; ricordatevi che il

Si arrese a Pizzo Calabro nell’ottobre del 1815, di fronte a una folla di contadini minacciosi. Pochi giorni dopo un tribunale militare lo condannò a morte

one sotto un’unica corona nel 1815 fu il cognato di Napoleone, Gioacchino Murat

ia 50 anni prima d’Elba, il cognato “traditore” riuscì a conservare il suo trono. Ma ormai si era convinto che il suo compito storico fosse quello di conquistare l’Italia intera, nel segno dell’indipendenza. Nessuna delle Grandi Potenze aveva allora il tempo di occuparsi degli assetti interni dell’Italia, i cui destini sarebbero stati scritti dal Congresso di Vienna che avrebbe aperto i suoi lavori il successivo 1° novembre per chiuderli il 9 giugno del 1915, pochi giorni prima dello scontro conclusivo di Waterloo. La fuga di Napoleone dall’Elba (il 1° marzo 1815) convinse Murat che fosse scoccata l’ora dell’indipendenza italiana. Il 15 marzo dichiarò guerra all’Austria. E il 28, alla testa delle sue truppe, occupò, senza incontrare resistenza, alcuni territori delle Marche e della Romagna, annettendoli al regno di Napoli.

Due giorni più tardi lanciò da Rimini un proclama agli italiani, nel quale faceva appello ai loro sentimenti nazionali, dimenticando di essere anche lui

uno straniero. Alessandro Manzoni fu tra i pochi a commuoversi. E scrisse alcuni versi, che rimasero frammenti, per il rapido fallimento dell’impresa. «Con lui, signor dell’Italia fortuna / le sparse verghe raccorrai da terra / un fascio ne farai nella tua mano». All’opinione pubblica italiana (gli intellettuali che covavano sogni di indipendenza) l’iniziativa parve tardiva, e dettata soltanto dall’ambizione di Murat. Il 4 aprile l’esercito napoletano occupò Modena, che fu riconquistata dagli austriaci una settimana dopo. Il 29 aprile - con il trattato austro-borbonico - il principe di Metternich assicurò a Ferdinando di Borbone l’appoggio di Vienna per il reintegro sul trono di Napoli. Il 3 maggio Murat fu duramente sconfitto a Tolentino. «L’Italia non è matura per la libertà», commentò amaro al termine della giornata. Quattro giorni dopo l’Austria restituì al governo pontificio i territori del centro Italia occupati dai soldati di Murat che, il 25 maggio sbarcò a Cannes, mentre in Italia si

cantava una quartina carica di sarcasmo: «Tra Macerata e Tolentino / è finito il Re Gioacchino! / Tra il Chienti e il Potenza / finì... l’indipendenza».

E i napoletani mettevano a confronto l’ex re, e il vecchio che tornava: «Se n’è fujuto lo mariolone; / e se ne vene lo Nasone!» (Nasone era il soprannome di Ferdinando di Borbone). Appena in Francia, Murat si offrì di combattere ancora al fianco dell’imperatore. Che respinse l’offerta, giudicandolo un traditore. Il 21 agosto - braccato dai soldati del nuovo re di Francia, Luigi XVIII - Murat s’imbarcò a Tolone diretto in Corsica. E covò l’illusione di una possibile rivincita, come Napoleone all’Elba. La notte fra il 28 e il 29 settembre salpò da Ajaccio con 6 grosse barche a vela latina, con 300 uomini. Il 7 ottobre - seguito soltanto da pochi uomini - sbarcò a Pizzo Calabro, convinto ancora che la popolazione si sarebbe sollevata contro Ferdinando di Borbone. Non fu uno sbarco clandestino. Il

più grande dolore che provo nel mio supplizio è di morire lontano dai miei figli, da mia moglie e di non avere nessun amico che possa chiudermi gli occhi. Addio, mia Carolina, addio figli miei; ricevete la benedizione eterna, le mie calde lacrime ed i miei ultimi baci. Addio, Addio. Non dimenticate il vostro infelice padre!». La storiografa ha trattato Murat come vengono sempre trattati i vinti. Senza alcuna pietà. Ad alimentare la foga dei detrattori provvide anche Napoleone che, nelle memorie dettate a Sant’Elena lo indicò come responsabile di molte delle sue sciagure: «È una delle grandi cause per le quali ci troviamo qui». Lo condannò senza appello: «Murat è una povera testa, che si inventa delle chimere e si crede un grand’uomo. Fa insorgere gli italiani, e non ha fucili da dargli». Nel tentativo di rimettere le cose a posto, Renata De Lorenzo scrive: «L’astio di Napoleone illumina il vero significato della campagna del 1815 che, sotto la forma di una guerra d’indipendenza, non mirava a liberarsi della presenza austriaca, come tutto lasciava credere, ma era diretta contro la Francia e contro di lui. Murat aveva cercato di conquistare l’Italia non per la Francia ma per sé, con l’alibi della richiesta degli Italiani di essere liberati». E questo basterebbe a riabilitare la memoria di quel personaggio un po’ pittoresco (molto napoletano, in questo) che si disegnava le uniformi, la testa piena di riccioli, affabile con i sudditi, quasi un mago della comunicazione. Terribilmente moderno.


mondo

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Secondo la Cia, sommando tutte le sigle dei gruppi islamisti che operano nel mondo, spende almeno 100 mld di dollari l’anno

Al Qaeda Spa Armi, sequestri, pirateria e «donazioni»: ecco la contabilità del terrorismo di Enrico Singer apete quanto costa uno di quei lanciarazzi di fabbricazione russa che si vedono in mano ai talebani in Afghanistan e, adesso, anche in tutte le foto che arrivano dai campi di battaglia in Libia? Ci vogliono 800 dollari se si tratta di un Rpg-7, il tipo più economico, più diffuso, ma anche meno potente, e ce ne vogliono 3000 se si tratta di un Rpg-29, l’ultimo modello, in grado di mettere fuori combattimento qualsiasi carro armato e di abbattere un aereo. Per un Kalashnikov, il fucile mitragliatore più comune e di concezione più vecchia - nella sua sigla, Ak-47, il numero indica l’anno in cui fu messo a punto da un maggiore dell’Armata Rossa - possono bastare 50 dollari sul mercato nero in Pakistan e ce ne vogliono al massimo 100 se arriva nuovo dalle fabbriche che lo producono ancora sotto licenza in Ucraina e perfino in Cina e in Corea del Nord. Ma un americano M16 costa già 500 dollari. E poi ci sono i puntatori laser, le pistole automatiche Makarov, i visori notturni, i mortai leggeri, le munizioni, l’esplosivo per confezionare le mine e preparare gli attentati, i sistemi di trasmissione, i mezzi di trasporto, le spese per l’addestramento e per le basi, con tanto di tangenti da pagare ai capi tribù dei villaggi vicini ai campi che, magari, forniscono anche il cibo e l’acqua. L’esercito del terrore non ha aviazione - quando gli servono i jet, come l’11 settembre, li dirotta - e non ha una vera flotta, anche se le navi - come l’italiana “Rosalia D’Amato” ieri - le sequestra con veloci barchini d’assalto. Non ha nemmeno armi pesanti come i missili Tomahawk (ognuno costa un milione di dollari) che le navi Usa hanno lanciato nei primi giorni dell’intervento contro Gheddafi. Ma è fornito di qualche batteria di razzi russi Scud, gli stessi che Iran e Siria hanno passato a Hezbollah e Hamas. Nel complesso, è un apparato militare che, secondo i calcoli della

S

Le entrate più cospicue arrivano dalle attività illecite, prima fra tutte il traffico della droga. Poi ci sono il racket delle estorsioni, i diamanti insanguinati provenienti dalla Sierra Leone e riproduzione clandestina di cd musicali e di film Cia, sommando tutte le sigle dei gruppi terroristici della galassia islamista che operano in ogni parte del mondo, costa almeno 100 miliardi di dollari l’anno. Una cifra enorme che rappresenta la principale voce in uscita del bilancio di quella che potremmo chiamare al Qaeda Spa.

E le entrate? Ci sono i finanziamenti dei Paesi “amici”, primo fra tutti l’Iran di Ahmadinejad. C’è l’opaco giro dei fondi raccolti attraverso il sistema della zakat, la tassa coranica, che ogni buon musulmano deve versare, senza ricevute, per un ammontare pari al 2,5 per cento del suo reddito e che, in parte, finisce anche nelle casse dei gruppi terroristici. Ci sono gli utili delle società finanziarie che Osama bin Laden aveva costituito per coprire i suoi traffici con affari apparentemente puliti:

le due più importanti - la banca al Tawqua e la holding al Barakat - sono finite nella lista nera di Bush, ma il sospetto è che altre sigle abbiano preso il loro posto. E c’è, o almeno c’è stato, l’enorme patrimonio dello stesso Osama, valutato 300 milioni di euro, che sarebbe servito a far muovere i primi passi all’organizzazione. Ma le entrate più cospicue arrivano da tutte le attività illecite che sono la vera forza della al Qaeda Spa. La prima è anche la più conosciuta e consolidata: è il traffico della droga. Dall’Afghanistan arriva il 90 per cento dell’oppio e dell’eroina che circola in Occidente. Per i talebani, che sono parte integrante della rete sviluppata dallo sceicco del terrore, il vantaggio è doppio perché, oltre al guadagno economico, la droga si trasforma in arma del jihad mietendo vittime nel

mondo degli “infedeli”. Il traffico degli stupefacenti copre abbondantemente tutte le spese militari che i talebani devono affrontare per la loro guerra e contribuisce ad alimentare anche il bilancio centrale per una quota valutata al dieci per cento del totale. I talebani sostengono l’esercito mondiale del terrore anche con un’attività meno conosciuta: il racket delle estorsioni che è diventato una vera e propria rete tentacolare che colpisce gli uomini d’affari sia afghani che pachistani. Ma la al Qaeda Spa si finanzia anche commerciando i diamanti insanguinati della Sierra Leone. Negli ultimi tre anni, la rete di Osama bin Laden ha guadagnato milioni di dollari acquistando e rivendendo sul mercato clandestino i diamanti estratti nelle zone del Paese africano controllate dai ribelli antigovernati-

vi. Lo ha scritto il Washington Post riferendo informazioni riservate della Cia. Emissari di al Qaeda comprano a bassissimo prezzo le pietre preziose dal Fronte rivoluzionario unito della Sierra Leone (Ruf) e fanno, poi, arrivare i diamanti in Europa dove vengono tagliati e messi sul mercato. Tra le attività illecite c’è, addirittura, la riproduzione clandestina di cd musicali e di film che sono poi commercializzati nelle strade delle città di mezzo mondo da venditori abusivi che nulla hanno a che fare con l’organizzazione terroristica.

Ma per anni una quota rilevante delle entrate di al Qaeda e di tutte le sigle ad essa collegate è arrivata da finanziamenti diretti. Quelli degli Stati, come l’Iran e la Corea del Nord, sono sempre stati un mix di aiuti economici e di forniture di armamenti concessi a gruppi fondamentalisti sotto una solida copertura politica. Come nel caso dei partiti di Hezbollah, in Libano, e di Hamas nella Striscia di Gaza, che hanno però i loro bracci militari che sono in contatto anche con le formazioni terroriste. I finanziamenti privati, invece, secondo l’Illicit Transaction Group una task force della Cia che ha presentato il suo rapporto anche all’Onu - sono passati attraverso enti di beneficenza e singoli donatori, in gran parte sauditi. Già dalla metà degli anni ’90 la Lega mondiale dei musulmani e l’Assi-


mondo

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nale e trasformarli in brigate dell’esercito del terrore impegnato nella guerra santa all’Occidente.

A fianco, un’immagine della nave italiana “Rosalia D’Amato” con a bordo 22 uomini di cui 6 italiani, sequestrata ieri da un gruppo di pirati somali a 320 miglia dalle coste dell’Oman, mentre era diretta in Iran. Nella pagina a fianco, uno scatto che ritrae alcuni pirati somali a bordo di una barca

La «Rosalia D’Amato», con sei nostri connazionali a bordo, era diretta verso l’Iran

Un cargo italiano nelle mani dei pirati somali in Oman di Pierre Chiartano

ROMA. I pirati somali hanno colpito ancora. Questa volta è toccato alla motonave di 74 metri, Rosalia D’Amato. A 320 miglia dalle coste dell’Oman, i corsari del Corno d’Africa hanno assaltato la nave, con 22 uomini d’equipaggio a bordo, utilizzando due piccole imbarcazioni. «Una nave della Marina militare italiana si sta dirigendo verso il luogo dove si trova la motonave italiana sequestrata dai pirati». Lo ha affermato il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, parlando ieri con i giornalisti a margine di una cerimonia in Campidoglio. L’unità della Marina militare «che era già in zona, si sta dirigendo sul posto» in cui è avvenuto il sequestro, ha poi aggiunto il ministro della Difesa. «L’imbarcazione sequestrata è attualmente monitorata da una nave militare turca», ha precisato il ministro. Il vascello militare italiano, al momento dell’allarme, si trovava a circa mille miglia dalla zona dove è avvenuto il sequestro. I pirati, che hanno preso in ostaggio l’equipaggio, tra cui sei italiani, «si starebbero dirigendo verso la Somalia, ma le notizie ancora non sono complete», ha concluso La Russa. Il Team Emergency di e-Geos, una società Asi/Telespazio, potrebbe essere di nuovo utilizzato per seguire la situazione dallo spazio. In precedenza era già successo in un altro episodio simile. Erano state acquisite le immagini satellitari del sistema Cosmo-SkyMed della nave petroliera italiana Savina Caylyn, sequestrata da pirati nell’Oceano Indiano l’8 febbraio scorso.

Una vicenda dove la non perfetta azione del governo aveva fatto perdere il momento propizio per un’azione di forza dei nostri incursori, per liberare l’unità, tuttora in mano ai pirati.

Il cargo Rosalia D’Amato era partito dal Brasile ed era diretto in Iran, dove doveva trasportare un carico di soia. Intorno alle quattro di ieri mattina, ora italiana, il cargo è stato avvicinato da due imbarcazioni di piccole dimensioni, appartenenti ai pirati. Non ci sarebbe stato alcun ferito tra i sequestrati. Nel corso dei primi tre mesi del 2011, il numero di attacchi da parte di pirati, in alto mare, è cresciuto in modo significativo.Tra i più importanti l’attacco del 13 aprile, dove i pirati hanno assaltato la petroliera Alessandra Bottiglieri, mentre era a largo del porto di Cotonu, nell’Africa occidentale, con un carico di benzina. La nave sequestrata ieri è di proprietà della Perseveranza Navigazione e ieri in mattinata il comandante d’armamento della società e titolare dell’unità, aveva dichiarato che i membri dell’equipaggio stavano tutti bene. L’Unità di crisi della Farnesina «sta seguendo l’evoluzione della vicenda in stretto raccordo con il ministero della Difesa e ha preso contatto con la società armatrice che al momento mantiene i contatti con i familiari dell’equipaggio. Come in analoghi episodi di sequestro di navi, il ministero degli Esteri ha fatto appello agli organi di stampa, perché mantengano il necessario riserbo per favorire la liberazione degli ostaggi».

Un’unità della nostra Marina è già diretta verso il luogo del sequestro nel mare Arabico

stenza Islamica (International Islamic Relief) finanziavano i campi di addestramento in Afghanistan e in Pakistan, i talebani, i mujaheddin della Bosnia, i ribelli ceceni, il Fronte islamico nelle Filippine. Le due organizzazioni, naturalmente, svolgono soprattutto attività caritatevoli assolutamente legali, tanto che non sono state inserite nella lista nera stilata da Washington, ma al Qaeda sarebbe riuscita a infiltrarsi nelle maglie delle loro iniziative per almeno mezzo miliardo di dollari. Il denaro raccolto è stato in parte riciclato per trasformar-

Il blocco dei fondi delle tante società-schermo di al Qaeda, scoperte negli ultimi anni, ha però inciso sul bilancio di questa specie di Jihad Corporation e ha costretto i suoi strateghi ad aggiungere una nuova fonte di entrate a quella, tradizionale, del traffico della droga dall’Afghanistan. E la principale nuova voce attiva è la pirateria navale. Il generale Carter Ham, capo del comando americano in Africa, ha confermato che in Somalia si è realizzata una saldatura tra al Qaeda, gli Shabaab e i pirati reclutati tra i pescatori della costa meridionale ridotti alla fame da quasi vent’anni di guerra civile. Secondo un rapporto del centro di studi strategici Chatam House, nel 2008, quando è esplosa questa forma di pirateria, sono state attaccate circa sessanta navi e da allora il numero dei sequestri è andato sempre aumentando. Nel primo trimestre di quest’anno sono state attaccate 142 unità navali contro le 67 dello stesso periodo dell’anno scorso. Sette marinai sono stati uccisi e altri 34 feriti. Un’altra nave italiana, la “Savina Caylin” era stata catturata lo scorso 8 febbraio e adesso nelle mani dei terroristi del mare ci sarebbero almeno 53 navi con 819 persone in ostaggio. Ma i numeri non sono certi. In molti casi le stesse società armatrici non denunciano i sequestri, soprattutto se a bordo ci sono carichi sospetti. E incerto è anche il bilancio economico di queste azioni. In tutti i casi che si sono conclusi con il rilascio delle navi e degli equipaggi, sono stati pagati dei riscatti che avrebbero fruttato alla al Qaeda Spa circa mezzo miliardo di dollari.

Altre entrate? I finanziamenti dei Paesi amici, i fondi della tassa della zakat, gli utili delle società che bin Laden aveva costituito per coprire i traffici, il patrimonio dello stesso Osama: 300 mln di euro si in una specie di “tesoretto” di riserva e, in parte, utilizzato per acquistare le armi e sostenere le altre spese logistiche della rete che, nel tempo, è riuscita a crescere arruolando sempre nuove cellule terroristiche locali come il Gruppo salafita di predicazione e combattimento algerino, che è poi diventato al Qaeda nel Maghreb, o come il movimento degli Shabaab - i giovani somali. La strategia di Osama è basata proprio sulla fornitura di armi e di istruttori per mettere via via sotto il suo controllo politico e sotto il suo marchio gruppi che operavano nei loro Paesi senza un collegamento sovranazio-

E questo nonostante nell’area siano ormai impegnate le navi da guerra di almeno 25 Paesi raccolte in tre missioni internazionali: il dispositivo anti-pirateria creato dal Pentagono e gestito dalla V Flotta Usa, la missione Ocean Shield della Nato e la missione Atlanta a guida Ue. L’intervento è iniziato nel 2008 e continua tuttora. Nonostante la presenza di tutte queste forze navali, però, le azioni di pirateria si moltiplicanio nel mare che collega il Corno d’Africa e l’Oceano indiano attraverso il Golfo di Aden dove passa il 70 per cento di tutto il traffico marittimo da e per la Cina e l’India.


quadrante

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Nepal, l’Onu apre un’indagine

Cina, liberati due dissidenti

Arrigoni, morto per strangolamento

KATHMANDU. La Commissione

PECHINO. Sono tornati a casa

ROMA. Vittorio Arrigoni è stato

Onu per i diritti umani (Unhrc) fa pressioni sul governo di Kathmandu per consegnare alla giustizia i quadri dell’esercito e delle milizie maoiste responsabili dei crimini contro l’umanità commessi durante la guerra civile. La richiesta avviene nel quadro del processo di riconciliazione iniziato nel 2007 sotto la supervisione dell’Onu. Ieri il vicecommissario dell’Unhrc in visita in Nepal ha sottolineato l’urgenza di una riforma legislativa che consenta l’arresto dei responsabili e soddisfi le richieste di migliaia di vittime del conflitto che da anni cercano verità e giustizia. Secondo l’Unhrc, a tutt’oggi sono ancora 835 i dissidenti spariti tra il 1996 e il 2006.

gli avvocati Jiang Tianyong e Liu Xiaoyuan, che la polizia ha “trattenuto” per settimane senza alcuna accusa. La liberazione è arrivata subito prima della visita in Cina di importanti politici esteri. Ma molti altri legali che hanno difeso dissidenti e i diritti umani sono ancora “scomparsi”. Jin Bianling, moglie di Jiang, ha detto al telefono al gruppo Chrd che il marito è tornato a casa il 19 aprile, dopo 2 mesi. «È dimagrito, ma ha un buon morale» ha detto la donna, che non ha però voluto aggiungere altro spiegando che “non conviene parlarne”. Non ha nemmeno risposto alla domanda se sia stato torturato. Il dissidente Yang Zili ritiene che la libertà di Jiang sia ancora limitata.

strangolato, forse con una corda. La conferma arriva dall’autopsia sul corpo del volontario italiano ucciso a Gaza la settimana scorsa, eseguita all’Istituto di medicina legale dell’Università La Sapienza di Roma dal professor Paolo Arbarello, dopo che la salma era rientrata in Italia due giorni fa. Secondo quanto accertato, non sono state individuate sulla salma lesioni dovute a un pestaggio. Il medico legale ha scoperto che il corpo di Arrigoni era già stato sottoposto a esame autoptico a Gaza. L’autopsia era stata disposta dalla Procura di Roma che sulla vicenda ha aperto un fascicolo per sequestro a scopo di terrorismo aggravato dalla morte dell’ostaggio.

Le forze fedeli a Laurent Gbagbo combattono per il controllo dei maggiori centri urbani, mentre nelle campagne è il caos

Epurazioni in Costa d’Avorio

I sostenitori del nuovo presidente Ouattara attaccano i civili inermi di Martha Nunziata

Le notizie che arrivano da Abidjan sono terribili: di fatto, quello in corso in Costa d’Avorio sarebbe un genocidio. Sono all’ordine del giorno, secondo quanto riferito dai più stretti collaboratori di Laurent Gbagbo, in esilio a Parigi, esecuzioni sommarie ai danni dei sostenitori dell’ex presidente

a scorsa settimana le immagini dell’arresto di Laurent Gbagbo, catturato per mano di un commando francese della missione Licorne che aveva fatto irruzione nel suo quartiere generale, oltre a fare il giro del mondo, avevano riacceso la speranza che la Costa d’Avorio potesse, finalmente, dopo anni di guerra civile, ritrovare un minimo di serenità per mano di Alassane Ouattara, l’attuale presidente, riconosciuto tale subito dopo il voto dello scorso autunno dall’intera comunità internazionale ma al potere, di fatto, solo da qualche giorno, proprio dopo l’arresto di Gbagbo. La speranza, però, è svanita presto. Troppo presto. Le notizie che arrivano da Abidjan, infatti, sono terribili: di fatto, quello in corso in Costa d’Avorio sarebbe un genocidio. Sono all’ordine del giorno, secondo quanto riferito dai più stretti collaboratori di Laurent Gbagbo, in esilio a Parigi, esecuzioni sommarie e vessazioni di ogni genere nei confronti della popolazione civile commessi dalle forze di Alassane Ouattara sia ad Abidjan sia nell’ovest del Paese sulla base di criteri etnici, politici e religiosi.

L

Nelle città di Abobo e di Ayaman, secondo quanto riferito da un testimone oculare al quotidiano online Abidjan.net, per tutta la giornata di ieri ci sono stati scontri tra le milizie fedeli a Laurent Gbagbo e le FRCI (le Forces republicaines de Cote d’Ivoire), cioè l’esercito regolare al comando degli uomini di Ouattara. L’allarme è stato dato anche da Amnesty International, che ha denunciato il clima di paura della popolazione e l’epurazione in atto in Costa D’Avorio. Il governo di Laurent Gbagbo, infatti, che ancora si considera il legittimo presidente ivoriano, ha diramato ieri un comunicato in cui si denunciano quelle che vengono considerate vere “epurazioni etnico-religiose”. Il presidente Ouattara ha dichiarato di essersi dato “da uno a due mesi” per ottenere la “pacificazione totale”della Costa d’Avo-

rio: il tempo di “liberare”il Paese “dai miliziani e dai mercenari”. Uno o due mesi: giusto il tempo di fare piazza pulita dei politici, dei sostenitori o di chi è semplicemente considerato vicino a Gbagbo, sostengono molti ivoriani. Ma la verità secondo fonti locali è che adesso il nuovo Presidente sembra non essere più in grado di controllare i suoi uomini. «Si parla di epurazione etnica, ma ancora non è accertata – racconta a liberal Valery Assah, referente del Ciai in Costa d’Avorio, organizzazione che si occupa dell’assistenza ai bambini orfani – ma ci sono molti morti ogni giorno anche dopo la cattura di Gbagbo. Quello che si dovrà stabilire è se queste rappresaglie sono di natura etnica o ci sono altre motivazioni. Sono in corso delle indagini, bisognerebbe aspettarne la conclusione prima di poter esprimere

un giudizio preciso, ma la realtà è che qui ad Abidjan la violenza ha raggiunto livelli altissimi».

Quella di Assah è una fotografia dai colori tetri: «In questo momento – continua – non c’è alcuna sicurezza, nemmeno qui, nella capitale. Nessuno esce di casa, ci sono guerre tra i gruppi armati che circolano in giro, la gente ha paura di uscire, esce solo per fare la spesa. Il quartiere di Yopougon, per esempio, è letteralmente in mano a gruppi che si fanno la guerra tra loro, e naturalmente coinvolgono anche i civili. La zona di Yopougon, è la zona più pericolosa del paese dove sono stati trovati 100 morti in fosse comuni. A Duékoué, ma anche a Bloléquin e a Toulepleu sono state ritrovate fosse comuni con almeno duecento corpi. Lo ha denunciato il Comita-

to internazionale della Croce Rossa che ha chiesto di poter assistere le migliaia di persone che sono state arrestate per aver dato presunto sostegno al presidente Gbagbo». Gruppi militari, in qualche caso, ma anche esponenti delle opposte fazioni politiche: «È vero – conferma Assah – ci sono gli uomini ancora fedeli a Gbagbo che tentano di combattere, di resistere, ma ci sono anche gruppi di sostenitori di Ouattara che vogliono prendere qualcosa: il risultato sono decine di vittime ogni giorno».

È una città, di fatto, nuovamente militarizzata: «Ci sono posti di blocco delle forze di Ouattara praticamente ogni 500 metri». Una situazione incandescente, uno scenario terribile, di morte e di distruzione, dal quale Assah ed i suoi collaboratori hanno cercato di portar


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e di cronach

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato

Fukushima isolata dal Paese per un raggio di 20 chilometri TOKYO. Da ieri a mezzanotte sarà vietato ogni accesso nella zona di 20 chilometri intorno all’impianto nucleare danneggiato di Fukushima. Yukio Edano, capo segretario di Gabinetto, ha detto che da ora si potrà tornare nell’area solo sotto il controllo del governo. «L’impianto non si è stabilizzato – ha spiegato in conferenza stampa – noi abbiamo chiesto ai residenti di non entrare nell’area perché c’è un forte rischio per la loro salute. Purtroppo qualcuno ancora vive nella zona». «Oggi… abbiamo deciso di classificarla come zona di emergenza secondo la legge sui disastri». La zona di 20 km. fu evacuata poco dopo il terremoto e tsunami dell’11 marzo, per timore delle radiazioni dalla centrale danneggiata. I circa 80mila residenti sono andati via, ma sono sempre potuti tornare a casa per prendere e controllare le proprie cose. Peraltro non c’era un vero di-

Direttore da Washington Michael Novak Consulente editoriale Francesco D’Onofrio Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Errico Novi (vicedirettori) Vincenzo Faccioli Pintozzi (caporedattore) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica)

vieto e la polizia ha accertato che almeno 60 famiglie ancora vivono nella zona. Finora la gente evacuata ha vissuto in scuole e palestre, aspettando di tornare a casa. Il divieto fa capire che ciò potrebbe non essere possibile per un lungo tempo. Nei giorni scorsi la Tokyo Electric Power (Tepco), la società che gestisce l’impianto, ha spiegato che ci vorranno almeno 6-9 mesi per rendere stabile la situazione e arrivare a un controllo completo della centrale.

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria) Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Osvaldo Baldacci, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Anselma Dell’Olio, Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Aldo G. Ricci, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Jacopo Pellegrini, Antonio Picasso, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Franco Ricordi, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Emilio Spedicato, Maurizio Stefanini, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Amministratore Unico Ferdinando Adornato Concessionaria di pubblicità e Iniziative speciali OCCIDENTE SPA Presidente: Emilio Bruno Lagrotta Amministratore delegato: Raffaele Izzo Consiglio di amministrazione: Ferdinando Adornato, Vincenzo Inverso, Domenico Kappler, Antonio Manzo Angelo Maria Sanza

Laurent Gbagbo e la moglie: catturati da un golpe francese sono in esilio a Parigi sotto l’egida delle Nazioni Unite via almeno i bambini: «Dopo due giorni di inutili tentativi, sono finalmente riuscito a parlare con Suor Christine, la responsabile dell’orfanotrofio. Le suore e i bambini sono arrivati a Guiglo, ma il viaggio è stato molto difficile e pericoloso. Ci sono volute più di 4 ore per percorrere solo 60 km, e nel percorso si sono imbattuti in numerosi posti di blocco nel corso dei quali non sono mancante violenze fisiche e psicologiche sulle suore e sui bambini. I ‘patrioti’, come si fanno chiamare, si sono accaniti in modo particolare sulle suore di origine burkinabè, accusandole di essere seguaci di Blaise Compaoré. Ora le suore e i bambini si sono rifugiati nella Chiesa di Guiglo ma purtroppo non c’è acqua né elettricità e fa molto caldo. I bambini soffrono molto e quelli malati non possono ricevere cure adeguate perché mancano le medicine. Sono in pericolo soprattutto i bambini sotto terapia antiretrovirale. Poi - continua - ci siamo dovuti spostare per effetto dei combattimenti. Durante uno di questi trasferimenti abbiamo perso un bambino, perché mancano le medicine e il nostro gruppo non è più raggiungibile da nessuna ong».

«Solo la Croce Rossa – conclude - riesce ad arrivare nelle città, per curare i malati e per seppellire i cadaveri, per evitare le epidemie di colera, un rischio sempre presente con corpi dappertutto, abbandonati nelle strade». È intervenu-

Si rincorrono le voci che vorrebbero l’ex leader ivoriano in punto di morte. E le Ong chiedono un maggiore intervento dell’Onu ta anche Human Rights Watch, che ha esortato Ouattara a ordinare pubblicamente a tutte le sue milizie di rispettare le leggi sui diritti umani internazionali e di indagare sui casi di uccisioni extragiudiziali ed altri abusi e di ritenere responsabili coloro che li hanno commessi Una situazione terrificante, alla quale sta cercando, per quanto possibile, di porre rimedio anche la comunità internazionale: «L’Onu è molto presente e ci conforta – dice ancora Assah – e in città si pensa soprattutto a garantire la sicurezza della popolazione. Sono i francesi, in particolare, in questi giorni, i più impegnati. Sono stati loro, del resto, a bombardare il bunker di Gbagbo per permettere all’esercito di Quattara di procedere alla cattura». Anche la Comunità Missionaria di Villaregia, presente a Yopougon, nella periferia di

Abidjan sta preparandosi per accogliere circa 8.000 persone che cercano nel terreno e nelle strutture della parrocchia un posto in cui rifugiarsi. I 25 missionari della Comunità, di cui 14 italiani, secondo quanto diffuso in un comunicato, lavorano per offrire alla gente un luogo sicuro e per far fronte alle numerose necessità delle persone ospitate.

«Stiamo esaurendo le riserve d’acqua nei nostri serbatoi - racconta padre Amedeo Porcu, responsabile della Comunità - ma nonostante le difficoltà, non mancano i segni di solidarietà di famiglie che portano qualcosa da mangiare o dell’acqua alla missione, sapendo che tanti vi si rifugiano». Nel frattempo, da fonti vicine alla presidenza rimbalzano voci di un presunto stato di salute precario dello stesso Ouattara, alcune fonti dicono che sia stato colpito da un ictus e che sia stato portato d’urgenza a Dakar per poi essere trasferito a Parigi. «Lui – conferma Assah - non è più giovane, ed ha alcuni problemi fisici; non può stare in piedi per molto tempo, per esempio. Noi siamo fiduciosi, comunque, perché Ouattara e il nuovo governo stanno lavorando molto per far ripartire l’economia del Paese. L’esercito ha preso tutti i posti per far ritornare la sicurezza, ma ci vorrà ancora molto tempo, come ha detto anche il presidente: forse due mesi basteranno, o forse no, ma la sensazione è che si voglia finalmente mettere ordine e riportare la pace».

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grandangolo Mappa ragionata di chi dovrà decidere il futuro dello Stato

Chi sogna la Palestina all’Onu (e chi la teme) A settembre l’Anp si gioca il tutto per tutto: al Palazzo di vetro si vota infatti l’ingresso del nuovo Stato. Parigi e Londra sono pronte a sostenerlo, mentre l’America Latina già da tempo tratta con i palestinesi senza bisogno di alcun formalismo. Le incognite vengono da Cina e Russia. E gli Stati Uniti rischiano di spaccarsi di nuovo di Antonio Picasso settembre prossimo, l’Assemblea generale delle Nazioni unite voterà per la risoluzione che prevede il riconoscimento di uno Stato palestinese. La Banca Mondiale e il Fondo monetario internazionale hanno dichiarato di ritenere che l’Autorità nazionale palestinese (Anp) sia pronta per far funzionare l’economia di uno Stato sovrano. A giudizio degli osservatori stranieri, il Primo ministro palestinese, Salam Fayyad, starebbe lavorando a un piano biennale – che, guarda caso, terminerà il prossimo settembre – in base al quale le varie burocrazie, istituzioni e organismi di sicurezza dell’Anp dovrebbero essere sufficientemente organizzate per formare uno Stato. Insomma, tutto è pronto per il grande evento?

A

Da un punto di vista formale, il fatto che al Palazzo di vetro si torni a parlare del “Problema” non deve prendere in contropiede. Non si contano, infatti, le iniziative giuridiche e i documenti emessi in sede Onu per trovare un compromesso di pace. La storia ci ricorda che sono state poi le guerre a imporre la mancata risoluzione della crisi. Lasciando da una parte il passato, se possibile, l’azione dell’Onu è solo in agenda. Tutto può accadere, da qui a settembre. Nel frattempo, media e diplomatici sono già in fervente attività. In questi giorni, il quotidiano israeliano Haaretz sta dedicando ampio spazio alla seduta

tanto attesa di New York. Ed è proprio dalle colonne della testata più progressista del Paese, che il premier Benjamin Netanyahu ha manifestato le sue opinioni. «Non importa se l’Autorità palestinese riuscirà a raccogliere una gran quantità di voti. Fossero anche un centinaio. Quel che serve all’Anp è la qualità del supporto straniero». Da notare che Netanyahu, a dispetto delle attese, non si è scagliato con veemenza contro l’Onu o qualsiasi governo che abbia già espresso l’intenzione di votare pro. La sua, al contrario, è stata una riflessione calcolata. Essa implica la consapevolez-

La Banca Mondiale ritiene l’Autorità nazionale palestinese pronta per far funzionare la sua economia za che, per quanto l’Onu possa dare il suo ok alla Palestina come Stato libero e indipendente, la partita si giocherà poi sul tavolo mediorientale, oppure presso i singoli governi nazionali. A onor del vero, il nodo della questione non risiede

tanto nell’assumere una posizione proPalestina, bensì farlo senza mettersi contro Israele. La comunità internazionale avrebbe tutto l’interesse ad archiviare il conflitto israelo-palestinese. Il problema è che dando il via all’autodeterminazione dello Stato di Palestina, le ripercussioni israeliane sarebbero decisamente negative.

Così può succedere negli Usa. Entrando alla Casa bianca due anni fa, il presidente Usa, Barack Obama, aveva dichiarato l’intenzione di terminare il proprio mandato facendo da testimone di una Palestina indipendente. A novembre 2012 negli Stati Uniti, si terranno le elezioni. I tempi per prevedere una conferma di Obama sono ancora troppo dilatati. Tuttavia, se la Washington democratica vuole davvero assistere alla realizzazione di questo sogno così ambizioso, è necessario che la Casa bianca dia un’accelerata alla propria attività diplomatica. E già questa non è un’operazione semplice. Si aggiungano poi le inevitabili ripercussioni interne al Paese. Non si può pensare che gli oltre 5 milioni di cittadini Usa di religione ebraica restino impassibili alle scelte del loro comandante in capo. È noto che la comunità ebraica negli Stati Uniti è molto vicina al partito democratico. Cosa accadrebbe, però, se questa influente lobby economica ed elettorale bocciasse la road map di Obama ed esprimesse il proprio disappunto nell’urna tra due an-

ni? Per inciso, quando si parla di lobby ebraica, spesso si tende ad attribuirle una connotazione erroneamente negativa. Negli Stati Uniti, madrepatria del lobbismo, nulla è più falso. Qui le lobby rappresentano un centro di potere e di canalizzazione degli interessi. Si tratta di un’attività svolta alla luce del sole e nella più assoluta legittimità. Nella fattispecie dell’esempio ebraico, le dichiarazioni di Netanyahu sulla qualità dei voti all’Onu in favore dello Stato palestinese possono essere prese in prestito per spiegare il legame che vincola i democratici alla lobby ebraica. I 5 milioni di ebrei cittadini americani rappresentano appena l’1,7% della popolazione totale “stelle e strisce”, su un totale di 300 milioni. Quantità esigua a livello demografico. Tuttavia, se si pensa che il 75% di questa fascia elettorale rappresenta il nocciolo duro dei democratici, gli stessi numeri assumono tutt’altra dimensione. Qualità elevata in termini di promozione del messaggio democratico. Da qui, è lecito il dubbio sul fatto che l’ambasciatore Usa all’Onu vada a votare in favore della Palestina senza ripensamenti.

Ben più frammentata è la situazione in Europa. Francia e Gran Bretagna hanno recentemente preso una posizione in favore dell’iniziativa Onu. Ciascuna per ragioni storiche e di interesse geopolitico. Londra desidera chiudere definitivamente i conti con il suo passato coloniale. Parigi ambisce a costruire


22 aprile 2011 • pagina 15

Accesi scontri fra Gerusalemme e Tel Aviv fra sostenitori e oppositori della proposta

Sarkozy vede Abu Mazen e scatena la polemica sull’appoggio francese alla causa di Ramallah di Giovanni Radini rosegue la cavalcata francese per guadagnare terreno in Medioriente. Ieri il presidente dell’Autorità palestinese, Abu Mazen, è stato accolto all’Eliseo dal suo omologo, François Sarkozy. Tema dell’incontro bilaterale il sostegno di Parigi per la nascita di uno Stato indipendente della Palestina. A settembre, l’Assemblea generale delle Nazioni unite voterà una risoluzione per l’autodeterminazione dello Stato palestinese. L’obiettivo è creare un Paese riprendendo i confini precedenti al 1967, quando però l’eventuale Palestina era sotto giurisdizione giordana. Abu Mazen, a questo proposito, sta cercando di fare proselitismo. Le due cancellerie hanno mantenuto un atteggiamento di cautela fino ai pochi istanti prima dell’incontro. La segreteria di Abu Mazen ha giustificato la visita adducendo la necessità di «chiedergli dei consigli», in merito ai passi da intraprendere in vista di un eventuale riconoscimento, come si prevede con il voto di settembre all’Onu. Di fronte al blocco delle trattative di pace, Parigi sembra propendere seriamente per questa ipotesi, anche in assenza di un accordo con Israele. Dalla sua nomina, a fine febbraio, il ministro degli Esteri francese, Alain Juppé, si è espresso a due riprese in questo senso. A metà marzo, ha detto che il riconoscimento di uno Stato palestinese è un’«ipotesi che bisogna avere in testa». Martedì infine, ha aggiunto che il suo governo sta lavorando a una serie di iniziative con l’obiettivo di riportare israeliani e palestinesi intorno allo stesso tavolo. Dove non è riuscito Obama, ci sta provando Sarkozty. Deadline fissata da Parigi: prossimo autunno. In pratica subito dopo il voto dell’Assemblea generale al Palazzo di Vetro.

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una catena di nuove alleanze, vedi in Libia, per giustificare la grandeur dell’Eliseo. L’Italia, a sua volta, si prevede che sceglierà l’astensione. Il nostro Paese, in particolare, ricordando la politica estera della Prima repubblica, molto filo-araba, si considera sotto osservazione. Da qui la cautela della diplomazia italiana. Quel che affligge le capitali del Vecchio continente è la paura di rompere i delicati rapporti con Israele. Già increspati da frizioni in passato. Il caso francese, inoltre, è simile a quello negli Stati Uni-

Il Cremlino non ha le idee chiare: un tempo grande nemico di Israele, oggi fa i conti con una diaspora ebraica numerosa ti. I 600mila ebrei transalpini hanno un peso politico che Nicolas Sarkozy, anch’egli all’imbocco della campagna elettorale, deve tener da conto.

Ben più smaliziati appaiono i governi dell’America latina. Argentina e Brasile, soprattutto, hanno già riconosciuto da anni l’Anp come un soggetto di politica internazionale a tutti gli effetti. Ed è prevedibile che proseguiranno su questa strada di apertura anche nelle votazioni di settembre. Una scelta, questa, che non ha messo in discussione le buone relazioni fra i governi israeliano, argentino e brasiliano. Imprevedibili appaiono le scelte di Cina, India e Russia. Tre superpotenze con interessi consolidati sia presso il mondo arabo sia in Israele. Ciascuno alla propria maniera. Cinesi ed ebrei si stimano reciprocamente a seguito della comune capacità

di iperattivismo commerciale, oltre che per la condivisione di esperienze di oppressione. Ancora nell’Ottocento, alcune comunità ebraiche scampate ai pogrom della Russia zarista si erano rifugiate nel Celeste impero ed erano entrate in perfetta sintonia con il mondo cinese. New Delhi ha stretto, da pochi anni, una partnership multisettoriale con Israele e che include interessi comuni nei campi dell’energia, degli scambi commerciali e della sicurezza.

Quello russo, infine, è un caso più particolare. Mosca, ai tempi della guerra fredda, era la grande amica degli acerrimi nemici di Israele: l’Egitto di Nasser e la Siria di Hafez el-Assad. Negli ultimi decenni, però, l’immigrazione dalla Russia verso Israele ha allontanato il Cremlino dalle precedenti posizioni. La presenza della comunità russa ha migliorato i rapporti bilaterali. Quasi tutti i russi hanno parenti e amici in Israele. Questo nuovo lato della medaglia ha suscitato un ri-apprezzamento dell’identità e della cultura ebraica in un paese tradizionalmente antisemita qual’era la Russia. Il Cremlino, quindi, potrebbe giocare un ruolo importante in sede Onu, anche grazie ai buoni rapporti con i palestinesi. Molti di loro hanno studiato nelle università russe, e ancora oggi le comunità mediorientali sono cospicue a Mosca e Pietroburgo. Da questa mappatura degli Stati più sensibili alla questione, è stato escluso volutamente il mondo arabo. È scontato il voto dei singoli governi della regione. Per quanto sarebbe necessario riflettere sulle ripercussioni, una volta che ciascun Paese fosse posto di fronte alla realtà di uno Stato palestinese indipendente. A livello extra-mediorientale, escludendo quindi le contrarietà israeliane, l’iniziativa dell’Onu potrebbe avere successo. Tuttavia, l’approvazione di una risoluzione non significa la sua immediata realizzazione. Su questo l’Anp dovrebbe riflettere.

La Francia va avanti con il suo iperattivismo in Medioriente. Lasciando da una parte la questione libica, è interessante il fatto che il segretario di Stato al commercio estero francese, Pierre Lellouche, si sia recato martedì al Cairo per incontrare la sua controparte. È il primo gesto di un governo continentale europeo in favore della Giunta mili-

tare egiziana. Segno, questo, della premura nutrita da Parigi di rimettere in moto i rapporti commerciali con l’Egitto ed eventualmente migliorarli. Magari a discapito di nazioni concorrenti già presenti lungo il Nilo. Un’interpretazione analoga va attribuita ai 320 milioni di euro devoluti alla Tunisia. In questo modo, la Francia cerca anche di risolvere il problema immigrazione a monte. E cioè sulle coste dell’Africa settentrionale.

Al di là delle ambizioni di Sarkozy – è evidente che voglia intervenire anche in questo argomento come mediatore – la questione sta surriscaldando gli animi in Israele. Dopo settimane di dibattito mediatico, ieri è stata coinvolta anche la piazza. A Tel Aviv una manifestazione promossa dalla sinistra, in favore della causa palestinese, ha rischiato di degenerare in scontri aperti. Al sitin, organizzato di fronte all’Independence Hall, ha partecipato una ventina di vincitori del Premio Israele. Si è trattato di un’iniziativa intellettuale che ha vista la firma di un documento in favore di «uno Stato palestinese e di un popolo dov’esso è nato», come recita il testo. Tuttavia, l’avvenimento è stata interrotto più volte dall’intervento di elementi dell’estrema destra. Questi, al grido di “traditori!” hanno fatto di tutto per bloccare la manifestazione. In un momento di così alta tensione in tutta l’area, è forse poco opportuno tentare di riaprire il discorso “Palestina”. In Israele si sta osservando la rivolta del mondo arabo più con apprensione che ottimisticamente. La caduta di regimi locali, in parte ostili e in parte affidabili interlocutori, non lascia ben sperare. Si teme che a Mubarak, Gheddafi e magari anche ad Assad succedano esponenti di un mondo arabo più orientato all’islamizzazione della politica. Tutto questo crea un senso di nervosismo di massa, il quale a sua volta incide sull’iniziativa pro-Palestina. Nel frattempo, si aspetta il mese di maggio, quando l’ennesima flottiglia partirà per la Striscia di Gaza.


ULTIMAPAGINA Riapre lo storico locale Music Inn. Negli anni d’oro ospitò artisti come Gordon, Griffin, Baker, Shearing e Grappelli

Jazz and the City cale di jazz nato a Roma, il Mario’s Bar al numero 16bis di Via di Porta Pinciana. Pepito vi suonò con Nunzio Rotondo, ma il complesso che attirava centinaia di persone, facendo scrivere ai giornali lunghi articoli, fu la Roman New Orleans Jazz Band, il cui stile vecchio di trent’anni, ma nuovo per il pubblico romano, creò i presupposti per il primo boom del jazz nella Capitale.

di Adriano Mazzoletti l Music Inn, uno dei locali storici del jazz a Roma, riapre i battenti andando così ad aggiungersi ai pochi club che nella Capitale offrono la possibilità di ascoltare regolarmente jazz di buon livello: il Gregory a via Gregoriana, il Cotton Club e l’Alexander Platz. Prima di ricordare gli anni che videro fiorire a Roma il più straordinario locale di jazz, il Music Inn al numero 3 di Largo dei Fiorentini, è necessario sapere chi fosse in realtà l’ideatore e l’animatore di quel locale: il Principe Giuseppe “Pepito” Pignatelli Aragona Cortez, nato a Città del Messico nel ’31. Il padre Antonio (Napoli 1892-Roma 1958) si sposò nel ’26 con una ragazza creola di New Orleans, Béatrice Molyneaux. Una zia paterna, la stravagante principessa Anna Maria, detta Mananà (189 -1960), che dormiva in una bara con lenzuola nere, sposò nel ’17 il marchese Guido Sommi Picenardi (1894-1948), un eccentrico letterato dannunziano, musicista dilettante interessato al jazz, nonché medium che morì quando Pepito aveva diciasette anni. È stato lo zio, oltre alla madre, ad averlo influenzato nei gusti musicali. La pittrice Tamara de Lempicka dipinse nel ’25 il celebre Ritratto del Marchese Sommi Picenardi, di cui era all’epoca l’amante, raffigurato nel pied-à-terre parigino dove si incontravano. Per comprendere meglio Pepito e alcuni fatti che racconterò in questo ricordo, è opportuno dare qualche informazione sulle origini e su alcuni celebri esponenti di questa famiglia i cui rami sono sparsi fra Sicilia, Puglia, Calabria, Campania, Molise e Lazio e che fu tra le più potenti del panorama nobiliare italiano.

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Un esponente della famiglia, Antonio Pignatelli (Spinazzola, 13 marzo 1615 - Roma, 27 settembre 1700) diventerà Papa Innocenzo XII. Fecero parte della stirpe numerosi cardinali, viceré di Sicilia e un santo, San Giuseppe Pignatelli di Fuentes (1737 - 1811), canonizzato nel 1954 da Papa Pio XII. Pepito ebbe fin da ragazzo le sue lezioni di pianoforte. «Quando Stéphane Grappelli veniva a Roma» raccontava «spesso mio padre ed io lo invitavamo a pranzo e poi suonavamo a quattro mani». Dal 1949 lasciò il piano per la batteria, strumento che suonò più o meno regolarmente fino agli anni Sessanta. Non aveva certo una brillante tecnica strumentale, ma il suo senso del jazz era straordinario. Amava profondamente questa musica e la conosceva in tutte le sue forme. Per oltre vent’anni suonò con Nunzio Rotondo, Umberto Cesari, Carlo Pes, Carlo Loffredo, Ettore Crisostomi, il clarinettista americano Mel Keller, Franco D’Andrea, Giovanni Tommaso, Gato Barbieri e tanti altri. Era terrorizzato quando, scherzosamente, lo presentavo ai microfoni della radio con l’intero suo nome “Principe Pepito Pignatelli Aragona Cortez”, che la trasmissione fosse per caso ascoltata da sua zia Mananà, «va a finire che mi disereda» diceva. Aveva ragione, quando nel 1960 la vecchia zia morì lasciò al nipote solo i documenti di famiglia. Già due anni

Dopo qualche tempo il Mario’s chiuse i battenti, ma Pepito non rinunciò alla sua idea. Aprì il Blue Note, ma anch’esso durò poco. Finalmente nel 1971 inaugurò il Music Inn, che diresse fino al 1981 quando morì a soli cinquant’anni. Il Music Inn era un vero locale di jazz, come a Roma non ne sono più esistiti. Frequentato da musicisti e appassionati che venivano sempre accolti con affetto da Pepito e da Picchi, la sua deliziosa moglie. E al Music Inn hanno suonato “tutti” i Grandi del jazz, anche quelli spesso restii ad esibirsi in un locale notturno. Un elenco esaustivo

A ROMA prima, nel 1958, convinto che la vecchia zia non gli avrebbe lasciato un soldo, decise di farsi ricevere da Papa Pio XII. Aveva ottenuto la rappresentanza di una ditta che produceva dadi da brodo. Il Papa lo accolse con grande affetto, ricordando il Suo illustre predecessore (Innocenzo XII) e quel Santo che lui stesso aveva portato agli onori degli Altari. Pepito espose il suo problema. Il Papa allora chiamò un cardinale e gli

Inaugurato nel 1971 da Pepito Pignatelli, che lo ha diretto fino al 1981, è stato teatro esclusivo di esecuzioni uniche per la straordinaria atmosfera diede ordine di attivarsi presso tutti i conventi perché utilizzassero i dadi di cui Pepito aveva la rappresentanza. Il cardinale fu molto cortese e chiese a Pepito di mandargli una lettera. «Come finì? Hai guadagnato molto?», gli chiesi quando raccontava questa storia. «No, mi sono dimenticato di scrivergli», rispose. Questo era Pepito.

L’idea di aprire un club di jazz, l’aveva accarezzata da sempre. Nel 1949, aveva convinto il padre a collaborare con Mario Cametti, barman dell’Hotel Excelsior, nella gestione del primo lo-

riempirebbe tre pagine di questo giornale. Mi limito a ricordare solo qualche nome, Dexter Gordon, Johnny Griffin, Chet Baker, George Shearing, Stephane Grappelli, Jackie McLean, Charlie Mingus, Bill Evans, Max Roach, George Coleman, oltre ad un numero infinito di musicisti europei e italiani. I microfoni e le telecamere della Rai vi entravano assai sovente per testimoniare e tramandare alla posterità esecuzioni spesso uniche anche per la straordinaria atmosfera di quel locale che non ebbe mai un aiuto di nessun genere dalle varie amministrazioni pubbliche, pronte a sovvenzionare associazioni, la cui programmazione concertistica spesso risultava essere infinitamente inferiore a quella del Music Inn. La vita di Pepito e Picchi non è stata facile, anzi spesso assai difficile. Quando nel 1981 Pepito morì, sua moglie Picchi cercò di mantenere aperto quel locale così amato. Lavorò molto, gli amici cercarono di aiutarla, altri ne approfittarono. Il locale fu costretto a chiudere. Il 29 luglio 1993 dopo essere stata ospite ad Umbria Jazz, tornò a Roma e un giorno d’estate in una città assolata e solitaria, Giulia Gallarati Pignatelli, da tutti chiamata “Picchi”, pose fine ai suoi giorni. Era dolce e bellissima.

2011_04_22  

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