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Vuoi ottenere

la vera libertà? Renditi schiavo della filosofia Seneca

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • MARTEDÌ 12 APRILE 2011

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Il vertice del Lussemburgo finisce nel modo peggiore: i profughi regolarizzati resteranno nella Penisola

Governo extracomunitario Maroni: che senso ha stare nella Ue? Napolitano: non scherziamo L’Unione boccia i permessi temporanei: «Non hanno valore, sono prematuri». Il ministro come il Cavaliere: «Meglio andarsene». Una reazione assurda: Berlusconi e la Lega hanno isolato l’Italia STRATEGIE SBAGLIATE

OLTRE I TRATTATI

Ci vuole più Europa, non meno Europa

La botte vuota e il Carroccio ubriaco

di Vincenzo Faccioli Pintozzi

di Francesco D’Onofrio

e frasi con cui il ministro degli Interni italiano ha accolto ieri la bocciatura europea al piano sui profughi nordafricani non sono soltanto maleducate: sono irresponsabili. Auspicando la fuoriuscita dell’Italia da quell’Unione Europea che ci conta fra i propri Stati fondatori, infatti, il ministro Maroni ha perso di vista gli interessi nazionali. O forse non li ha mai focalizzati per bene. Procediamo con ordine. Il primo punto da sottolineare è che l’Europa (ed è vero) è ancora allo stato embrionale: per questo, non ha ancora piena capacità d’azione o linee guida che vadano oltre le carte. a pagina 2

l dibattito in corso sull’applicazione del trattato di Schengen ai rapporti tra Stati componenti dell’Unione Europea, con particolare riferimento alla possibilità di rendere applicabile automaticamente il trattato medesimo nella ipotesi di profughi provenienti da Paesi extracomunitari, sta ponendo in evidenza il punto attuale del processo di unificazione europea in quanto tale, e il suo rapporto con le preesistenti sovranità nazionali. Si tratta infatti di esaminare contemporaneamente il significato che i “confini” hanno avuto e hanno in riferimento al principio stesso di sovranità dello Stato. a pagina 5

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Tre economisti a confronto

Uscire dall’euro sarebbe una follia Si può abbandonare Bruxelles? Rispondono Marco Fortis, Giulio Sapelli e Giacomo Vaciago: «Ora è impossibile» Franco Insardà • pagina 4

Risposta a Marcegaglia

Marchionne contro Emma «Anch’io lasciato solo. Dalla Confindustria»

Oggi arriva in Aula la prescrizione breve: opposizioni sul piede di guerra

di Gianfranco Polillo

«Pagavo Ruby per non vendersi»

osa intendeva realmente Sergio Marchionne, quando ha detto «ci hanno lasciati soli?». Si riferiva forse al Governo, alle banche o alla stessa Confindustria? È accaduto durante la presentazione a Balocco (Vercelli) della Gamma Jeep: il nuovo fuoristrada appena entrato nella scuderia della casa torinese. Seduta animata quella che si è appena conclusa, con l’ad di Fiat che non si è sottratto alle domande a tutto campo dei giornalisti: dall’andamento dei diversi mercati, fino alle parole di Luca di Montezemolo ed i suoi propositi politici. Non del tutto decifrabili. Ma la risposta che più ha intrigato è stata quella che abbiamo riportato. a pagina 12

Show del premier in tribunale: «L’ho solo salvata dalla strada» di Marco Palombi

Silvio «blinda» di nuovo il coordinatore

ROMA. Concussione, depilazione o prostituzione? La strategia caimanesca del Cavaliere che aizza la folla fuori dai Tribunali e si conquista il diritto di sproloquio senza contraddittorio davanti alle telecamere dei tg, rischia di metterlo però nei guai nei suoi processi del lunedì grazie all’estemporaneità con cui approccia argomenti troppo seri. Ieri, Berlusconi s’è abbandonato al solito comizio sulla giustizia. a pagina 10

Verdini, per ora l’assalto è fallito

seg1,00 ue a p agina 9CON EURO (10,00

di Errico Novi

ROMA. Come al solito lui se ne infischia. Mettere mano al partito? E perché mai? Certo non per vincere le Amministrative: se c’è un dato incontrovertibile, nel Pdl delle faide, è che da qui al voto locale non cambierà nulla. Ma anche pe il dopo, non s’intravedono rivoluzioni. «Si vinca o si perda non dipende dal coordinatore». a pagina 11 I QUADERNI)

• ANNO XVI •

NUMERO

70 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

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19.30


il fatto Il vertice del Lussemburgo si chiude con una sconfitta su tutta la linea. E Maroni:«Allora ce ne andiamo dall’Europa»

Permesso Boomerang

Bruxelles boccia i permessi temporanei, e adesso ventimila tunisini (ormai tutti regolarizzati) rimarranno per sei mesi nel nostro Paese l’analisi di Enrico Singer

aroni aveva scomodato addirittura Metternich chiedendosi se l’Europa, ormai, non sia diventata soltanto «un’espressione geografica» senza più unità e solidarietà, ma dai ministri degli Interni dei Ventisette, riuniti a Lussemburgo, sono arrivati altri due pesanti “no”alle richieste dell’Italia che sono state giudicate «inammissibili pretese» dai meno diplomatici e «provvedimenti non giustificati dalle reali condizioni» dai più disposti al dialogo. Il risultato è lo stesso. No all’attivazione della direttiva 55 del 2001 della Ue che avrebbe autorizzato la protezione temporanea a livello europeo dei ventimila immigrati che sono arrivati a Lampedusa dalla Tunisia. E no alla validità automatica in tutti i Paesi aderenti al trattato di Schengen dei permessi di soggiorno di sei mesi che le Questure, proprio ieri, hanno cominciato a concedere con la speranza di aprire le porte di Francia e Germania ai clandestini. Parole di comprensione e promesse di eventuali aiuti economici aggiuntivi – eventuali, perché la Commissione europea ha ricordato di avere già stanziato 150 milioni di euro dei quali la metà ancora non spesi – ci sono state, naturalmente. Ma l’incontro con i colleghi della Ue, per il ministro Maroni, è stato un fallimento

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Si deve lavorare per convincere l’Ue che il Mediterraneo è un suo confine

Governo irresponsabile: ci vuole più Europa, non meno di Vincenzo Faccioli Pintozzi e frasi con cui il ministro degli Interni italiano ha accolto ieri la bocciatura europea al piano sui profughi nordafricani non sono soltanto maleducate: sono irresponsabili. Auspicando la fuoriuscita dell’Italia da quell’Unione Europea che ci conta fra i propri Stati fondatori, infatti, il ministro Maroni ha perso di vista gli interessi nazionali. O forse non li ha mai focalizzati per bene. Procediamo con ordine. Il primo punto da sottolineare è che l’Europa (ed è vero) è ancora allo stato embrionale: per questo, non ha ancora piena capacità d’azione o linee guida che vadano oltre le carte. Ma questo è un problema strutturale e temporale, non certo contenutistico: il patto fra gli attuali 27 Stati membri, infatti, può e deve essere perfezionato. Ma per riuscirci serve tempo. Attualmente, dunque, in un’Unione imperfetta gli equilibri di potere non sono ancora ben bilanciati: per essere ascoltati a Bruxelles servono due fattori concomitanti, l’autorevolezza interna e i conti pubblici in buono stato. L’Italia, come altre nazioni, non ha questi due requisiti e per questo paga il pegno di essere considerata “di serie B”. E se sulla questione dei bilanci dello Stato c’è molto da dire, è vero che paghiamo anche un governo che in Europa non trova di meglio se non fare battute. Tutto questo comporta un calo di prestigio che non dovevamo

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permettere. Detto questo, chi parla di uscire dall’Ue ha gravi problemi mentali. Non soltanto gli italiani: anche portoghesi, greci o irlandesi (tanto per citare i membri della lista “Pigs” che tanto fanno tribolare Trichet e la Banca europea) che pensassero di risolvere i propri guai scappando via dal controllo centrale sarebbero non soltanto vigliacchi, ma folli. Tornando alla questione italiana, va poi notato che l’Ue non ha in alcun modo escluso il proprio intervento: lo ha semplicemente posticipato a quando la situazione sarà più grave di quella attuale. Un comportamento sensato che parte da un assunto semplice: se si fa parte di un qualcosa, si deve anche avere le spalle capaci di reggere la propria parte di lavoro. Non si può sempre e solo delegare a qualcun altro. Questo non esclude il problema, che è di altra natura rispetto a quella per cui Maroni ha ieri pestato i piedi come un bambino: Bruxelles deve prendere coscienza del fatto che l’Unione ha dei confini, e che nella fattispecie quello meridionale è il Mediterraneo. Al di là del mare ci sono situazioni in divenire che richiederanno l’intervento europeo, e al di qua ci sono problematiche che ci coinvolgono tutti. Quando viene chiesto a una nazione di crescere, questa non può mettersi a piangere: deve affrontare il processo e prendersi le proprie responsabilità.

totale. Quella condivisione degli oneri chiesta dall’Italia – il burden sharing, come lo chiamano i tecnici di Bruxelles – non ci sarà. Così, la strategia adottata dal governo rischia di rivelarsi un doppio boomerang: maggiore isolamento politico del nostro Paese in Europa e i ventimila tunisini che resteranno in Italia con tanto di permesso di soggiorno in tasca.

Una Caporetto. «Mi chiedo se davvero abbia un senso continuare a far parte dell’Unione europea: l’Italia è stata lasciata sola», ha detto Maroni al termine della riunione, parafrasando quanto aveva già dichiarato Berlusconi sabato. Il fuoco di sbarramento contro le richieste italiane era stato aperto dalla Germania, dalla Spagna, dall’Austria, dalla stessa commissaria europea agli Affari interni, la svedese Cecilia Malmström. Molto duro è stato anche il ministro francese, Claude Gueant, che aveva incontrato Roberto Maroni a Milano alla fine della scorsa settimana e che aveva chiarito già allora la posizione di Parigi che è ben decisa a filtrare l’ingresso dei tunisini in Francia in base alle loro possibilità di mantenersi economicamente senza rappresentare una minacia per l’ordine pubblico. Una condizione, questa, sottolineata in modo molto diretto da Maria Fekter, ministro dell’Interno austriaco: «Lasciar entrare gente che non


emergenza profughi

12 aprile 2011 • pagina 3

la polemica

Duro il Colle: «Non scherzate sulla Ue» «L’Italia cerchi una politica comune sull’immigrazione, senza minacce di separazione» di Riccardo Paradisi iorgio Napolitano non ha lesinato critiche all’Europa. Ha richiamato l’Unione alle sue responsabilità, l’ha invitata a non sottrarsi al dovere di collaborazione e solidarietà sul fronte caldo dell’immigrazione: «C’è bisogno di scelte più coese da molto tempo – aveva detto da Budapest di fronte al no franco-tedesco all’accoglienza ai migranti penetrati in Europa dalle coste italiane – Si è fatta fatica a rendere efficaci delle regole comuni in materia sia di immigrazione, sia di asilo che sono due fenomeni che spesso si confondono ma restano diversi».

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Est modus in rebus però; oltre la critica costruttiva alla Ue – fa intendere adesso Giorgio Napolitano – non si può e non si deve andare. Soprattutto è necessario evitare di formulare minacce più o meno velate di mettere in discussione, per rappresaglia, il progetto europeo. «Con l’Europa non si scherza» insomma, si può discutere ma poi ci si deve attenere a quello che stabilisce Bruxelles. Napolitano affida il suo pensiero al ministro degli Esteri Frattini mentre il titolare del Viminale Roberto Maroni vola in Lussemburgo per il vertice con i colleghi europei per chiedere maggior solidarietà: «L’Italia persegua tenacemente elementi di politica comune dell’Europa anche sull’immigrazione, senza prendere in considerazione posizioni di ritorsione o addirittura ipotesi di separapuò vivere con i proprio mezzi non fa altro che preparare il terreno alla criminalità». Anche il tedesco Hans Pieter Friedrich ha detto che Berlino «non può accettare» che un gran numero di migranti economici – questa è la definizione giuridica di chi non ha diritto all’asilo per ragioni umanitarie – arrivi passando dall’Italia e ha confermato che, come Francia e Austria, anche la Germania sarà costretta a introdurre controlli alle frontiere. Lo spagnolo Alfredo Rubalcaba, poi, ha dato ragione al commissario Malmström a proposito della direttiva europea 55 sulla protezione temporanea perché «gli immigrati che si trovano in Italia sono irregolari e tocca all’Italia rimandarli indietro». L’ipotesi di suddividere i ventimila tunisini in giro per la Ue, insomma, è miseramente svanita e, alla fine della discussione, il consiglio dei ministri degli Interni europei ha respinto con una larghissima maggioranza la proposta

zione. Il mio animo è per un impegno forte dell’Italia in Europa affinché il nostro Paese continui tenacemente a perseguire una visione comune ed elementi di politica comune anche sul tema dell’immigrazione».

Parole di prudenza ispirate a Napolitano dal nervosismo trapelato da alcuni settori governativi di fronte alle chiusure europee. D’altra parte se è vero che non si può fare a meno dell’Europa è anche vero che l’Unione europea

Il presidente Napolitano teme che l’emergenza migratoria sia l’innesco per la fine precoce dell’Ue mostra una riottosità sospetta ad essere conseguente rispetto alle affermazioni di principio retoriche sulla collaborazione politica e sulla questione migratoria in particolare. E così non solo la patata bollente della gestione dei flussi migratori dal Nord Africa rimane nelle mani italiane ma Francia, Germania, Malta e ora anche la Spagna – paesi che puntavano l’indice contro il nostro Paese per i respingimenti illegali – adesso accusano il governo italiano di misure illegittime, a cominciare dai ”permessi temporanei” che violerebbero le norme di Schengen. Per questo se da un lato il capo-

italiana di protezione temporanea dichiarandola prematura.

Non solo. Cecilia Malmström ha detto che «non spetta alla Commissione europea il compito di dare consigli all’Italia su come gestire il flusso di immigrati». Se il governo Berlusconi ha deciso di concedere i permessi di soggiorno temporanei, «ha tutto il diritto e l’autorità per farlo», ma anche gli altri Paesi dell’area Schengen «hanno il diritto di applicare i controlli previsti dall’Unione europea». Ed ecco che il boomerang ha cominciato a volteggiare nell’aria. Ma che cosa si aspettava davvero il nostro governo? Sin dal primo giorno, la gestione dell’emergenza immigrati – perché l’emergenza esiste davvero – è stata affrontata aggiungendo errori ad errori: Lampedusa abbandonata a se stessa per settimane, la lite sui centri d’accoglienza nelle altre regioni, i ritardi nei trasferimenti e nelle trattative con la Tunisia

gruppo alla Camera del Pdl Fabrizio Cicchitto non contesta l’invito alla prudenza del presidente della Repubblica dall’altro sottolinea che per per andare d’accordo bisogna essere in due: «Quello degli immigrati è un problema politico. Al di là dei commi delle leggi c’è un problema significativo. L’Italia ha aperto una questione e l’Europa non può rispondere come sta facendo in questi giorni».. E poi, come a fugare sospetti e voci sul nervosismo di Maroni Cicchitto aggiunge :«Il ministro dell’Interno si sta comportando con grandissimo senso di responsabilità nella gestione dell’emergenza immigrazione e nella maggioranza tutti lavoriamo nella stessa direzione, cioè nella distinzione tra clandestini e rifugiati». Eppure le prime dichiarazioni di Maroni a caldo dopo la riunione dei ministri dell’interno della Ue non è all’insegna della distensione e della collaborazione ”malgrado tutto”: «L’Italia è stata lasciata da sola, mi chiedo se valga la pena rimanere nell’Unione europea». C’è anche chi nel Pdl si spinge oltre la cautela di Cicchitto e fornisce un’interpretazione più estesa delle parole di Napolitano. A pettinare nel verso della maggioranza l’intervento del capo dello Stato è il responsabile comunicazione del Pdl Giancarlo Mazzucca: «Il presidente della Repubblica si dice preoccupato per la situazione in cui versa l’Europa. Ha perfettamente ragione: mai come in questo momento, il vecchio

per le riammissioni e il controllo delle coste. Fino alla soluzione dei permessi di soggiorno temporanei presentata apertamente come il classico sistema all’italiana per sbarazzarsi dei clandestini offrendogli un lasciapassare verso gli altri Paesi europei. Tutto condito con dichiarazioni-choc come quella di Silvio Berlusconi – «se l’Europa non ci aiuta, è meglio dividersi»

Continente sembra una scheggia impazzita dove ogni Paese membro si muove in base a logiche nazionali, senza tener alcun conto delle esigenze comunitarie. È proprio sull’atteggiamento di chiusura assunto da Francia e Germania dovrebbe concentrarsi l’attenzione del Presidente piuttosto che, come rileva il Quirinale, su certe illusioni di autosufficienza mostrate dal nostro governo. La verità è che è successo proprio il contrario dell’autosufficienza: l’Italia ha, anzi, cercato, a più riprese, l’aiuto degli altri membri, ma si è trovata di fonte a una specie di muro di gomma».

Napolitano, accompagnato dal Sottosegretario agli Affari Esteri, Alfredo Mantica, sarà da oggi al 15 aprile prossimo nella Repubblica Ceca su invito del Presidente Vaclav Klaus. «Il colloquio tra i due Capi di Stato consentirà di affrontare i più importanti temi relativi ai rapporti bilaterali e alla situazione internazionale», si legge in un comunicato del Quirinale e sarà probabilmente l’occasione per il capo dello Stato di nuove esternazioni sullo stato dell’Unione e in riferimento alla situazione migratoria.

dovrebbe ben sapere che le normative nazionali non possono contraddire i principi europei).

Errori di tattica. Ma anche errori di strategia, di scelte di fondo. Non basta citare Metternich – che, tra l’altro, durante il congresso di Vienna del 1815, definì «un’espressione geografica» proprio l’Italia – per rivendicare solidarietà dall’Europa che è in-

Il nuovo schiaffo è la (prevedibile) reazione alle provocazioni del premier e del governo che hanno continuato a minacciare ritorsioni prima di scaricare i profughi su Francia e Germania – che ha provocato la reazione del presidente Napolitano infiammando la polemica politica interna, o come quella di Franco Frattini che ha detto che «l’Europa non può sindacare le leggi italiane» (e pensare che il ministro è stato vicepresidente della Commissione europea e responsabile della Giustizia e

vocata quando ce n’è bisogno e vituperata quando si vogliono rovesciare problemi e colpe sugli altri. La logica degli egoismi nazionali non è a senso unico. Se si preparano barriere per fermare i capitali francesi che vogliono conquistare pezzi del patrimonio imprenditoriale italiano, non ci si deve meraviglia-

re se la Francia innalza barriere per difendere dai flussi migratori il suo mercato del lavoro che non è poi tanto più florido del nostro. Nella recente storia della costruzione istituzionale della Ue c’è stato un momento di svolta che sta facendo sentire adesso i suoi contraccolpi: è il naufragio della Costituzione europea, che rafforzava i vincoli unitari, che è stata bocciata dai referendum in Francia e in Olanda nel 2005 e che è stata sostituita con un Trattato – quello di Lisbona del 2007 – che ne ha ridimensionato le ambizioni. Dalla prospettiva di una patria europea, si è approdati a un’Europa delle patrie che mettono, sì, in comune degli obiettivi, ma che considerano prioritari i loro interessi nazionali. Che si tratti di governare l’euro o di decidere la politica estera. Linea in cui si è mosso sempre il governo Berlusconi con il risultato, però, di fare la parte del vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro. E di pagarne, ora, le conseguenze.


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emergenza profughi

Tre economisti analizzano la situazione dopo l’uscita del nostro ministro degli Interni: «Meglio ritornare a dividerci»

L’Eurobaratro

«L’Unione è indispensabile per la crescita della nostra economia: uscirne è impensabile» dicono Marco Fortis e Giacomo Vaciago. Ma Giulio Sapelli li contesta: «Non ha futuro. Francia e Germania sono pronte a mollare» di Franco Insardà

ROMA. «L’Europa siamo noi. Come si può pensare di uscirne? Chi dice un cosa simile non ha mai letto il trattato di Lisbona, che pure mi risulta essere stato ratificato durante il governo Berlusconi. Non c’è un’Europa senza l’Italia così come non c’è un’Italia senza Europa. Chi pensa queste cose fa un gravissimo errore intellettuale e si fa confusione». Il professor Giacomo Vaciago, docente di Politica economica ed Economia monetaria all’università Cattolica di Milano, non ha dubbi sull’Unione europea e sulla sua moneta. Sulla stessa linea Marco Fortis, vicepresidente della Fondazione Edison e professore di Economia industriale e Commercio estero presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università Cattolica: «In questo momento penso che l’Italia sia un punto di forza dell’Europa e dell’euro e, a poco a poco, si sta avvicinando ai paesi più forti del Continente. Basta considerare che il debito pubblico della Germania dovrebbe aumen-

tare di nove punti, dovendo conteggiare le cifre messe in campo per salvare molte banche dalla crisi, avvicinandosi così al cento per cento del Pil e che rispetto a quello italiano sarà più alto di 200 miliardi. Anche la Francia fra un po’ lo avrà soltanto di 80/100 miliardi in meno rispetto al nostro. Così questa crisi, che ha fatto esplodere i problemi di altri paesi, dimostra che non siamo diversi dagli altri».

Di parere opposto, rispetto agli altri due economisti, Guido Sapelli, professore di Storia economica ed Economia politica alla Statale di Milano, da sempre convinto che «l’euro sia stata una catastrofe per l’Europa e per l’Italia, perché è impossibile che ci sia una moneta senza Stato». Fuori dall’euro, secondo Sapelli, saremmo «più esposti a spinte inflazionistiche e potremmo essere più competitivi. Dal punto di vista economico non sarebbe un gran male, ma politicamente ci marginalizzeremmo e sarebbe un disastro». Sulla questione nordafricana

che ha, in qualche modo, provocato la dichiarazione del presidente Berlusconi sull’ipotesi di uscire dalla Ue il professor Vaciago sottolinea: «Non dimentichiamoci che esiste il principio di sussidiarietà e delle vicende che accadono nel Mediterraneo devono occuparsene Madrid, Parigi, Roma e Atene, non certamente la Danimarca o la Finlandia. Nella vicenda nordafricana abbiamo visto aerei inglesi e missili americani, mentre Spagna, Francia, Italia non sono stati capaci di prendere in mano la situazione. Non esiste un ufficio europeo a Lampedusa, c’è l’Italia che deve deve agire in nome e per conto dell’Europa». A questo proposito il professor Sapelli ha una sua posizione: «La fine della Ue è stata sancita, in qualche modo, anche dalla Francia che ha fatto un patto militare con l’Inghilterra. E gli stati Europei che cosa fanno? Con il rischio che alla fine Gheddafi rimanga lì, avendo battuto la Nato. Berlusconi, essendo un uomo anti-establishment, si è sfatto sfuggire quella

che è una realtà. Non è opportuno, però che una cosa del genere la dica un premier. La nostra politica estera conferma di essere inesistente: Mattei e Andreotti sono ricordi lontani».

Sicuramente più ottimista

Nelle foto: dall’alto Marco Fortis, Giulio Sapelli e Giacomo Vaciago

Marco Fortis: «Nonostante l’assenza di cantieri nazionali abbiamo un’industria manufatturiera con un surplus più alto della Francia. L’Italia, quindi, non deve porsi il problema di essere un Paese debole, anzi, rispetto agli altri, si sta rafforzando e potrà essere in grado di porre alcuni punti, finora inascoltati a Bruxelles. Non vedo un’Italia che si trova in una posizione scomoda». Vaciago rilancia: «Non conviene a nessun Paese dei 27, e tantomeno a uno dei 17 dell’euro, abbandonare l’Europa. Tutti ci hanno guadagnato dall’essere assieme in questi anni e lo stesso varrà per il futuro. C’è chi ritiene che dobbiamo uscire dalla Ue perché in questo modo potremmo fare meglio i nostri affari. Per confutare questa tesi basterebbe considerare che


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La questione delle frontiere è sempre stata centrale nella storia del nostro Paese

Se la Lega non accetta l’Italia come può criticare l’Europa? Le polemiche su Schengen vanno al di là delle speculazioni di partito: riguardano l’idea di nazione, che troppo spesso oggi viene contestata di Francesco D’Onofrio l dibattito in corso sull’applicazione del trattato di Schengen ai rapporti tra Stati componenti dell’Unione Europea, con particolare riferimento alla possibilità di rendere applicabile automaticamente il trattato medesimo nella ipotesi di profughi provenienti da Paesi extracomunitari, sta ponendo in evidenza il punto attuale del processo di unificazione europea in quanto tale, e il suo rapporto con le preesistenti sovranità nazionali. Si tratta infatti di esaminare contemporaneamente il significato che i “confini”hanno avuto e hanno in riferimento al principio stesso di sovranità dello Stato, e il valore del dibattito in corso nei Paesi componenti dell’Unione Europea proprio sul tema dell’esistenza o meno di “frontiere” europee, in qualche modo coincidenti con i “confini” di alcuni Stati componenti l’Unione europea medesima. Si tratta pertanto di un dibattito culturale e politico prima ancora che giuridico: allorché si discute dei confini degli Stati medesimi deve essere infatti chiaro che culturalmente e politicamente quei “confini” costituiscono la premessa culturale e politica dell’identità stessa dello Stato in questione.

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Allorché dunque parliamo di confini italiani, dobbiamo aver presente che stiamo discutendo di una idea stessa di Italia: non si può infatti parlare dei confini italiani se non in riferimento all’idea stessa di Italia che si ha. E occorre a tal riguardo aver presente che i confini italiani sono nati con l’idea stessa di Italia del 1861, e non con quella che ancora oggi è così tormentata, come si è potuto constatare nel contesto delle celebrazione del 150° anniversario dell’Unità Nazionale. Sappiamo infatti bene che anche sul tema della definizione dei confini meridionali, occidentali, settentrionali ed orientali dell’Italia si è discusso nel corso di questi centocinquanta anni di Unità Nazionale. Roma; Corsica con Nizza; Valle D’Aosta; attuale provincia di Bolzano; rapporto con la ex Jugoslavia soprattutto per quel che riguardava Gorizia e Trieste; Statuto siciliano che precede la stessa costituzione Repubblicana: sono, questi, alcuni problemi particolari che hanno concorso a definire i confini di quel che chiamiamo Italia nel corso dei 150 anni della sua storia. Mutevoli dunque i confini nella loro definizione e quantificazione soprattutto territoriale, ma pur sempre confini d’Italia. Allorché dunque l’Italia in quanto tale ha concorso da protagonista a mettere in moto il processo di unificazione europea tuttora in corso, l’idea stessa di confine italia-

no era quello che noi oggi consideriamo il nostro confine nazionale. Il processo di costruzione dell’Unità europea non è peraltro mai giunto – almeno fino ad oggi - a definire giuridicamente quali siano le frontiere d’Europa, sì che il trattato di Schengen ha potuto rappresentare una fase di libera circolazione delle persone all’interno dell’Unione europea, con regole molto stringenti per quel che concerne proprio lo status di extraco-

Neanche per il 150° si è discusso in modo più approfondito sul rapporto tra noi e i Paesi vicini

munitario. Siamo dunque di fronte ad una questione che è a sua volta culturale e politica prima ancora che giuridica. Sopravvivono in qualche modo i vecchi confini nazionali ma si è venuta attenuando la sovranità dei singoli Stati componenti l’Unione medesima, senza peraltro che si sia giunti a definire una qualche sovranità europea sostitutiva della peraltro indebolita sovranità nazionale. Non si può pertanto ragionare in termini di sovranità nazionale senza che si parta da una comune idea di Italia, cosi come non si può immaginare di ritenere che la questione del trattato di Schengen sia una questione esclusivamente giuridica. Occorre dunque avere una comune idea dell’Italia, all’interno della quale soltanto i confini costituiscono il punto di partenza essenziale per la tutela degli stessi interessi nazionali che una volta erano definiti anche militarmente proprio da quei confini. Occorre allo stesso tempo avere una idea di Europa ben consapevoli peraltro che si tratta di un obiettivo da conseguire in termini culturali molto prima che giuridici.

È in questo contesto che esplode la questione dell’immigrazione: questa era stata ritenuta oggetto di decisioni e di iniziative prevalentemente nazionali, sì ché il trattato di Schengen non aveva alle spalle una comune idea Europea dell’immigrazione medesima. Problemi ancora più complessi si pongono proprio in riferimento a chi proviene da aree di conflitti armati: è lo stesso diritto internazionale che stenta a definire la differenza tra conflitti armati di prevalente sovranità nazionale, e conflitti armati che pongono in discussione lo stesso ordine sopranazionale. La questione risulta peraltro fortemente ancorata proprio al mutamento che la dimensione democratica ha finito con l’assumere: fortemente nazionale per quel che concerne il consenso popolare manifestato attraverso le elezioni; non ancora compiutamente definita in senso europeo per quel che concerne il popolo europeo, il territorio europeo e la sovranità europea. La questione del rapporto tra confini nazionali e frontiere europee è pertanto certamente complessa: occorre, mai come in questo caso che l’ idea di Italia e l’idea di Europa siano capaci di convivere nella consapevolezza del mutamento della prima e della non ancora compiuta definizione della seconda.

su sette miliardi l’Europa dell’euro conta solo su circa 320 milioni di abitanti, la soglia minima per poter contare qualcosa in futuro nell’economia del pianeta rispetto a Cina, India e Sudamerica». Il professor Fortis pur ammettendo che l’Europa ha «problemi di governance e deve ritrovare uno spirito unitario» ritiene che «analizzando il suo debito pubblico risulta evidente che è migliore di quello americano e inglese, pur avendo all’interno dei paesi periferici. E la situazione andrà avanti così per almeno altri quattro o cinque anni e gli Stati Uniti, stando alle stime del Fondo monetario, avranno un rapporto debito pubblico/Pil del 110 per cento nel 2015. Gli Usa avranno un debito pubblico come il nostro accompagnato, però, da quello privato che è quasi il doppio e se non avessero la possibilità di stampare moneta e non fossero una potenza militare sarebbero in una condizione simile a quella dei paesi periferici. Insomma prima di celebrare il funerale dell’euro e dell’Euroarea penso che ce ne passi ancora, basta tener presente che la nostra moneta, nonostante l’economia dei paesi deboli e la crisi, è molto più forte del dollaro. E mentre gli Usa non stanno adottando delle misure di vera austerità, l’Europa e, su tutti, l’Italia stanno andando in questa direzione». Per Sapelli la Germania fa di tutto per uscire dalla Ue e la logica che spinge la Merkel sarebbe quella di «creare un sistema economico compatto con la Russia, mentre mi pare evidente che la stessa Francia non ha più intenzione di rimanere in Europa. I salvataggi tipo Portogallo vengono fatti perché hanno paura che il sistema bancario possa essere coinvolto in altri crac, ma la volontà dei ceti politici è ormai quella di farla finita».

Ma Vaciago conclude: «È ovvio che l’euro tiene, perché è la forza dell’Europa non è soltanto nella moneta, ma nella industria. I dati della produzione industriale di marzo indicano che in Europa c’è crescita e dobbiamo essere consapevoli che esportiamo molto verso i paesi emergenti. Uscendo dall’Europa che cosa ci guadagneremo? Al momento siamo un piccolo Paese con un’economia piccola e molto aperta, bisogna costruire e guardare oltre. Spero che il fondo di Tremonti possa fare investimenti in Francia e Germania e non soltanto da noi. L’italianità va diversa comprando aziende complementari alle nostre per crescere di dimensioni. Lo ha ricordato anche il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia e il governo di centrodestra dovrebbe perseguire proprio questo obiettivo».


pagina 6 • 12 aprile 2011

l 21 e 22 giugno 1989, quando l’Italia decise su richiesta del movimento europeista tenere un referendum unilaterale per il conferimento di un mandato costituente al Parlamento Europeo, in teoria avrebbe dovuto esserci il 100 per cento di sì.Tutti i partiti si erano infatti dichiarati a favore. Invece all’88 per cento di sì corrispose un 12 per cento di no: un “partito che non c’era” tutto sommato inaspettatamente consistente, anche se è da vedere se si trattasse semplicemente di “sovranisti” irriducibili, come si direbbe alla francese; o non di semplici bastian contrari, che su una cosa su cui dicevano di esse-

vero e di concreto, oppure non è», aveva commentato Berlusconi. «E allora meglio ritornare a dividerci e ciascuno a inseguire le proprie paure e i propri egoismi nazionali».

re retoricamente d’accordo tutti, votavano contro per principio. Sono passati da allora 22 anni: quattro o cinque di fine Prima Repubblica, dovremmo decidere se far partire la data da quelle amministrative del 1993 che applicando per la prima volta il principio maggioritario registrarono il collasso del sistema partitico vecchio, o da quelle politiche del 1994 che iniziarono il sistema politico nuovo; e il resto di Seconda Repubblica.

nale. Se questo non avverrà vuole dire che l’Europa rinuncia alla sua funzione fondamentale di gestione di una questione epocale, di un vero e proprio tsunami umano che coinvolge centinaia di migliaia di persone. Questa sarebbe veramente la fine di quell’integrazione forte che vogliamo nell’Unione europea».

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«Credo che la Cancelliera non potrà che convenire su una politica di compartecipazione rispetto a un fenomeno di tsunami umanitario». Stessa linea, d’altronde, di un ministro degli Esteri come Franco Frattini, che pure tra 2004 e 2008 era stato Commissario europeo per la Giustizia, la Libertà e la Sicurezza. «L’Europa deve riconoscere che la questione dell’immigrazione è europea e non nazio-

Gli scettici verdi

Adesso, si è arrivati al punto che lo stesso Presidente della Repubblica è dovuto intervenire per riprendere le sparate del Presidente del Consiglio: dopo che il ministro tedesco dell’Interno Hans-Peter Friedrich aveva spiegato che «spetta all’Italia venire a capo da sola del problema dei profughi arrivati dalla Tunisia». «In un momento difficile, in cui tutti i governi soffrono di impopolarità con una caduta di gradimento, capisco che ci sia un atteggiamento da tenere nei confronti del proprio elettorato, ma si deve fare i conti con la realtà e con il fatto che l’Europa o è qualcosa di

In teoria, certe lamentele sull’Europa che non è solidale potrebbero anche essere legittime. In pratica, stando nel mercato unico europeo e dopo aver addirittura adottato l’euro al posto della lira, si tratta di un modo ragionare altrettanto velleitario che quello della Lega, quando si rimette a fare un processo a un’unità d’Italia ormai arrivata a 150 anni di storia. O, tanto per fare un altro esempio, di coloro che si lamentano che l’Italia non ha avuto una riforma protestante, e sentenziano che non usciremo dai nostri problemi fino a quando il Paese non sarà stato “svaticanato”. A proposito di contestazione del Risorgimento, il ruolo sempre più forte della Lega nella maggioranza è evidentemente non estraneo a questa situazione. Ma sarebbe probabilmente sbagliato ricondurre tutta questa crescente eurofobia a un

Anatomia di un sentimento contrario all’Unione europea e che, da decenni, sta cercando di chiudere i nostri confini all’idea di un Continente unico di Maurizio Stefanini fattore unitario. Va ricordato che, a parte l’ideologia dichiarata degli Stati Uniti d’Europa mazziniani, l’europeismo aveva avuto profonde radici in un movimento che come quello risorgimentale si era proposto programmaticamente di “riportare l’Italia in Europa”. E d’altra parte il movimento cattolico e quello socialista, pur a lungo ostili allo Stato che dal Risorgimento era nato, erano stati a loro volta tirati nella stessa direzione l’uno dall’identità cristiana del Continente, l’altro per l’ideologia dell’internazionalismo socialista.

Ma perfino il fascismo aveva conosciuto un europeismo sui generis, nel disegno per la costruzione di una nuova Europa dell’Asse Roma-Berlino. Insomma, dopo la crisi dell’identità nazionale dovuto al trauma particolare dell’8 settembre e a quello più generale delle guerre mondiali, un po’ tutte queste forze politiche si riscoprono europeiste. Perfino il neo-fascismo: anche se dell’europeismo di Brasillach e Drieu la Rochelle, piuttosto che di quello di De Gasperi, Adenauer, Schuman, Einaudi o


emergenza profughi

Sforza. Unica eccezione il Pci e fin quando è a esso legato il Psi, che vedono nella costruzione europea un complotto degli Stati Uniti per bloccare l’espansione del modello sovietico nel Continente Europeo. Ma con l’ingresso nel centro-sinistra il Psi salta il guado, e negli anni ’70 con la candidatura al Parlamento Europeo di Altiero Spinelli lo farà anche il Pci: anche se, per esempio, ancora nel 1979 lo stesso Spinelli deve distinguere il suo sì dal no del suo gruppo, quando bisogna votare sulla costruzione del Sistema Monetario Europeo, antecedente dell’Euro. Va detto però che l’Europa dell’epoca faceva e contava abbastanza poco. Dunque, non costava neanche troppo rendere omaggio al fantasma di un ideale.

Ma gli eventi del 1989, con la caduta del blocco comunista, portano sia alla necessità di riattivare il progetto europeo; sia alla crisi di quel sistema politico italiano della Prima Repubblica: in cui con schema classico da sistema consociativo piuttosto che nella nazione il sentimento identitario si era imperniato sulle grandi correnti ideali espresse dai partiti, che a loro volta assicuravano la loro lealtà allo Stato. I nuovi partiti non si sono più aggregati su vere correnti ideali ma piuttosto su leadership o antipatie in genere slegate da adesioni a progetti internazionali se non per mera apparenza e/o convenienza. E gli italiani hanno dunque in gran parte ripiegato sul particolare: in particolare quello territoriale della settentrionale Lega, e dei suoi troppi imitatori. Paradossalmente, un po’ questo venir meno dei punti di vista partitici, un po’ un istintivo e sano rigetto del frazionismo leghista, hanno pure riabilitato lo spirito nazionale. Insomma: dal 1945 in

poi non si è visto tanto sventolare del tricolore e tanto cantare l’Inno di Mameli, da quando il leghismo più becero si è messo a contestarli. Ma rinascita del particolare, e territorialismo, e venir meno delle grandi affiliazioni ideologiche internazionali, e risorgere dello spirito di patria: in modo diverso, senza essere in teoria inevitabile perché si può

Nel 1989, al referendum unilaterale per il conferimento di un mandato costituente al Parlamento Europeo, all’88 per cento di sì corrispose il 12 per cento di no essere benissimo patrioti e europeisti allo stesso tempo, però di fatto sono tutte altre cose si sono messe di mezzo all’europeismo un po’ ingenuo del passato. Per cui l’italiano che si è riabituato a pensare in bianco, rosso e verde non è che si senta più troppo entusiasta, all’idea di un giorno in cui uno Stato europeo unico possa lasciare a sventolare la sola bandiera continentale.

Ma riattivare il progetto politico europeo ha significato anche Maastricht, e Schengen, e l’euro, e Lisbona, e il progetto di Costituzione Europea. Insomma l’Europa ha iniziato a esistere, e contare, e proprio per questo a disturbare.Tutto ciò che esiste disturba. È oggettivo, ad esempio, che l’euro ha ridotto il potere d’acquisto, ed ha reso impossibile quella svalutazione competitiva su cui in passato avevamo tante volte salvato la nostra occupazione. Nel frattempo, però, ci ha anche risparmiato di dover pagare petrolio e materie prima chissà quali cifre astronomiche. Come chi si butta da una finestra per salvarsi da un incendio, in questo momento tendiamo a pensare alla gamba rotta che ci fa male: non a che avrebbe significato bruciare vivi. D’altra parte, le ripetute bocciature di vari referen-

In alto da sinistra, in senso orario: Silvio Berlusconi arriva a Lampedusa; Umberto Bossi; migranti in marcia; Giulio Tremonti; immigrati in attesa in un porto; Mario Borghezio; lo “scontrino” dei neosbarcati; la sede della Commissione europea; Romano Prodi

dum in materie europee che in giro per il Continente ci sono stati negli ultimi anni, dimostrano come non solo gli italiani si siano sentiti a disagio.

E i sondaggi ci ricordano comunque che restiamo noi uno dei Paesi più europeisti. Né bisogna dimenticare il modo in cui Berlusconi per un certo modo suo di essere si sia spesso trovato a disagio nei confronti dei partner europei, anche se, di nuovo, non è un’esclusiva. Sul versante europeo, in particolare, la partecipazione del partito di Haider ai governi austriaci, la recente legge sui media ungherese e la politica francese sui rom sono stati criticate anche più di certe nostre berlusconate. E sul versante nazionale, non è che i socialisti europei rispetto ai democratici o i liberali rispetto a Di Pietro non si trovino meno a disagio dei popolari europei rispetto al Cav. L’euro, comunque, rappresenta un grande spartiacque. Sostanzialmente, all’inizio della Prima Repubblica l’euroscetticismo era limitato ad alcuni intellettuali liberisti ammiratori di Margaret Thatcher e della sua battaglia contro la burocrazia europea: sostanzialmente minoritari, anche se uno di loro come Antonio Martino sarebbe diventato il primo ministro degli Esteri di Berlusconi (ma, paradossalmente, si trattava anche del figlio di uno dei padri dell’Europa istituzionale). Non solo la Lega è filoeuropea, ma sostiene anzi che l’Italia non ce la farà mai a stare nella zona euro, e che è interesse dunque della Padania separarsi della zavorra romana e meridionale, per poter rimanere agganciata al Continente. Un po’ la Lega si raffredda nel momento in cui inizia a venire espulsa a ripetizione dai vari gruppi al Parlamento Europeo in cui approda: prima i liberali, poi i regionalisti, dopo ancora addirittura gli euroscettici. Ma, soprattutto, fa una scommessa pesante sul fatto che il governo Prodi

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non ce la farà a qualificarsi per gli stretti parametri della moneta unica, e la delusione innescherà un processo di disintegrazione. Quando dunque il governo Prodi invece si qualifica subentra una sorta di dispetto, che un po’ favorisce un allineamento alle prime battaglie anti-Ue di lobby e gruppi di interesse. In particolare, la protesta contro le multe per lo sfondamento delle quote latte. Un po’, attira l’attenzione di gruppi anti-Ue per fisime ideologiche, di cui l’onorevole Borghezio è un modello abbastanza paradigmatico. Quando poi iniziano le lamentele per l’euro, però, il “parlare male dell’Europa” inizia a creare una popolarità a livello di massa.

Va detto che l’Ue ne combina a sua volte abbastanza da alienarsi anche qualche segmento di opinione pubblica che non è necessariamente allineata con il risentimento leghista o con l’insofferenza berlusconiana. Il mondo cattolico italiano, in particolare, è storicamente europeista in modo ardente, a differenza magari del mondo cattolico irlandese o di quello polacco. E non

I nuovi partiti non sono più aggregati su vere correnti ideali ma piuttosto su leadership o antipatie, in genere slegate da adesioni a progetti internazionali c’è dubbio che vicende come quelle della bocciatura di Buttiglione Commissario europeo, o dell’inserimento di Dio e delle radici cristiane nel progetto di Costituzione europea, o del Crocefisso a scuola siano tali anche da raffreddare ardori ben più bollenti. Ma in questo momento non è il mondo cattolico a condurre la polemica.


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L’evento che il 12 aprile di mezzo secolo fa divise in due il mondo, oggi è celebra roprio il 12 aprile di cinquant’anni fa, l’uomo conquistava lo spazio. Quell’uomo portava il nome di Jurij Alekseevic Gagarin e le insegne con la falce e il martello. Con lui volarono tra le stelle milioni di sovietici che pensarono di aver superato gli Stati Uniti in termini di progresso, tecnologia e scienza. Ma si sbagliavano. Salvo che a mezzo secolo da quell’avvenimento storico è scoppiata la “Jurij mania”che contagia tutti, a est e ovest, non più divisi da muri e filo spinato e uniti nella conquista dello spazio. Oggi a Mosca è in programma un raduno di tutti i cosmonauti che hanno partecipato a missioni spaziali e dei rappresentanti delle agenzie spaziali nazionali. Festa anche al Museo Gagarin, nella casa di campagna a 15 chilometri dal villaggio di Klu\u015Dino, in cui la famiglia si era trasferita negli anni Cinquanta.

P

Non ha perso l’occasione neppure la famosa casa d’aste Sotheby’s di New York che ricorda l’anniversario mettendo in vendita la navicella pioniera, la Vostok 3KA-2, la gemella della Vostok 1 (significa Oriente) che portò in ordita il pilota nato nel 1934 da un modesto falegname e da una contadina. La navicella

Il regime sovietico pensò di aver costruito il «comunista invincibile», invece Jurij si dimostrò soprattutto un «uomo normale» messa all’asta ad un prezzo di partenza di 2 milioni di dollari: la Vostok 3KA-2, fu lanciata venti giorni prima ed aveva a bordo solo un manichino (chiamato Ivan Ivanovic secondo) e un cagnetta, chiamata Zvezdoska (Little Star) che è tornata poi sulla terra sana e salva al contrario della famosa Laika che il 3 novembre 1957 lasciò la terra a bordo dello Sputnik 2 per una missione che si sapeva già in partenza sarebbe stata senza ritorno. In cartellone poi una “Jurij Night” planetaria che, oltre a Gagarin, ricorda il lancio del primo Space Shuttle avvenuto sempre il 12 aprile ma venti anni dopo, nel 1981. Lo shuttle Columbia partì dal Kennedy Space Center ed effettuò 37 orbite attorno alla Terra per un totale di 54,5 ore e fu il primo volo orbitale americano dopo il progetto di test Apollo-Soyuz del 1975. La “Jurij Night” coinvolgerà 34 Paesi, da Tokyo a Los Angeles, per rilanciare l’attenzione sull’esplorazione spaziale. L’Italia invece gli

1961: Iliade nel Cinquant’anni fa il volo di Gagarin, che trasferì la Guerra fredda tra le stelle. Ma anche lì vinse l’Occidente, arrivando a passeggiare sulla Luna di Marco Ferrari ha dedicato un bel francobollo da 0,75 in cui compare con il casco con l’ormai desueta scritta CCCP. Per ricordare l’evento, la navicella Soyuz FG è partita dalla stessa piazzola di Baikonur dove salpò Gagarin diretta verso la Stazione spaziale internazionale (ISS). A bordo i russi Alexander Samokutyayev e Andrei Borisenko e l’americano Ronald Garan.

Quando la mattina del 12 aprile 1961 alle ore 9 e sette minuti (orario di Mosca) dalla rampa di lancio di Baikonur, nell’attuale Kazakistan, la Vostok 1 si lanciò nello spazio, Gagarin gridò «Poetali!» (Andiamo!). Era la persona perfetta per un’impresa di quel tipo, un aviatore fidato, cresciuto in una cooperativa agricola, fedele al partito e alla nazione che nel 1957 aveva iniziato la corsa dello spazio con il lancio del primo Sputnik. La Vostok 1 volteggiò attorno alla Terra per un’ora e 48 minuti compiendo una sola orbita ad una distanza tra 327 e 169 chilometri di altitudine. Il lancio dalla base, allora super segreta, dove oggi si può fare una gita turistica senza problemi, provocò un’accelerazione spaventosa: si passò da zero a 27 mila chilometri all’ora in pochi minuti. Un mutamento così repentino che avrebbe potuto schiantare qualsiasi fisico umano. Per questa ragione gli astronauti di allora erano tutti giovani allenati, perfetti dal punto di vista fisico e psichico. Eppure nessuno sapeva cosa sarebbe accaduto lanciando il pilota nello spazio poiché sino ad allora in orbita erano andati solo cani, topi e manichini. Gagarin, 1,70 centimetri di altezza per 70 chili, era il prodotto migliore della scuola spaziale sovietica. Per sceglierlo fu avviata una selezione iniziale di 3 mila candidati, scesi a 20 giovani militari di alta professionalità, poi a sei e quindi a due soli: Jurij Gagarin e German Titov che compì poi il secondo lancio dello spazio, anche se oggi il suo nome è quasi dimenticato. Ma c’è da dire che si è parlato a lungo (e a lungo si è speculato) di un altro viaggio che sarebbe avvenuto due mesi prima di quello del 12 aprile: in questa circostanza, avrebbe perso la vita nell’operazione di rientro Gennady Mikhailov, il cosmonauta fan-

tasma, ma nessun documento certo finora è stato rintracciato.

L ’a ud a c e

v i a g g io

spaziale fu carico di tensioni. La capsula metallica rischiò di non staccarsi dal resto della Vostok 1 mettendo a repentaglio la vita del pilota e l’intera operazione. Ma poi, per fortuna, le cinghie metalliche, che stentavano a bruciarsi, si lacerarono e la sfera contenente l’astronauta riuscì a separarsi. Gagarin uscì dall’abitacolo a circa 7 chilometri di altezza con un seggiolino eiettabile e quindi con un paracadu-

te rosso, ma quest’ultimo si aggrovigliò. Gagarin riuscì però a sbrogliarlo negli ultimi minuti prima dell’atterraggio. Toccò il suolo in piena campagna russa, a 30 chilometri dalla città di Engels, davanti ad una contadina stupefatta che era nei campi assieme alla piccola figlia. Si chiamava Anna Takhatarova. Divenne a suo modo un’eroina, la prima donna al mondo che vide cadere dal cielo qualcosa che nessuno mai aveva visto prima: un astronauta in tuta arancione con un casco metallico. Gagarin ebbe la prontezza di spirito di togliersi il casco e parlargli subito in russo e così Anna tirò un sospiro di sollievo evitando di


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ato in modo bipartisan sia in Russia sia negli Stati Uniti

llo spazio

Il 25 maggio, sei settimane dopo il volo del contadino russo, Kennedy annunciò che gli americani sarebbero andati sulla luna

morire d’infarto. Solo allora Mosca diede l’annuncio dell’avvenuta orbita umana attorno al pianeta: la voce prescelta dalla radio era quella di Jurij Levitan che aveva dato la notizia della sconfitta nazista a Stalingrado.

Fu un giorno di festa indimenticabile per le strade e le piazze di tutta l’Unione Sovietica anche se la conquista dello spazio non portò a quella supremazia che l’impresa voleva testimoniare. L’Urss era certamente una potenza militare e scientifica di primo livello, ma era un paese povero dove la gente faticava a trovare i beni di prima necessità. Ad

ogni modo la commozione e l’emozione per l’impresa durò a lungo e si trasmise in tutto il mondo senza confini e barriere. Jurij Gagarin fu paragonato a Cristoforo Colombo e l’Unione Sovietica ai grandi scopritori del pianeta. Lo spazio era ancora un grande mistero, non si sapeva come penetrarlo, non si poteva intuire se il fisico umano avrebbe retto l’impatto con il cielo. Seduto nella pareti d’acciaio del KorablVostok, il vascello d’oriente, nell’esiguo spazio di due metri quadrati, Gagarin fu il primo a vedere tutto il pianeta oltre l’atmosfera terrestre. E, allungando lo sguardo ai di fuori dell’oblò, non si lasciò sfuggire la propria impressione: «Vedo la terra circondata da foschia, mi sento bene. Che bello!». Anche un uomo di ferro come Gagarin, cresciuto nel mito di Stakanov, si rivelò una persona come tutte le altre capace di emozioni, gioie e incontenibili sussulti di fronte alla grandezza della spazio che si apriva, per la prima volta, agli occhi di un essere umano. In fondo la rivelazione che Gagarin trasmise al mondo fu quella: non servivano esseri eccezionali, uomini robot o mostri spaziali per raggiungere le celesti sfere. Anche quella strada era percorribile agli uomini dopo aver conquistato i continenti, gli oceani, i poli. Prima, durante e dopo il volo, il primo astronauta smentiva coloro che lo avevano allenato e allevato al primato, coloro che pensavano al cosmonauta come una specie di autonoma che dovesse rispondere solo ai comandi della base, un capitano lanciato nello spazio senza l’ausilio degli affetti e delle e emozioni. Jurij Gagarin si mostrò un uomo normale. Già prima del decollo dalla torre di controllo Serghiei Korovel, da tutti è

considerato il padre delle missioni spaziali sovietiche, soprannominato semplicemente “miglior progettista” (a lui sono dedicati un cratere della Luna ed uno su Marte), spiegò al cosmonauta che il pacchetto che aveva a fianco conteneva il pranzo, la cena e la prima colazione: salame, confetti e marmellata per il tè. «Diventerai ciccione, appena atterri dovrai mangiare tutto» esclamò il famoso ingegnere. E Gagarin, con ironia e sicuro del successo della sua missione, rispose: «Soprattutto il salame per accompagnare la vodka!».

La normalità di Gagarin era determinata dal suo sguardo sano, naturale, campagnolo. Aveva una moglie di cui era innamorato, due figli, una tendenza alle letture poetiche e fantastiche e anche un udito in regola poiché si temeva che tornasse indietro sordo, non superando i danni dell’assenza di gravità. Da allora, nell’era di Krusciov, il cosmonauta portò in giro per il mondo il suo sorriso, simbolo del disgelo. Lo fece senza alimentare alcuna mitologia. Qualche mese dopo, ad agosto, Krusciov presentò il nuovo piano ventennale che presagiva il sorpasso economico sull’occidente, un progetto che restò nei sogni del colosso comunista. Comunque, in piena epoca di Guerra Fredda il volo di Gagarin oltre la frontiera della gravità terrestre fu uno smacco per John Fitzgerald Kennedy e per tutta

Qui sopra e a sinistra, due monumenti russi dedicati a Jurij Gagarin. Nella altre foto, il cosmonauta e il razzo Vostok

l’America. Nonostante Eisenhower cercasse di sminuire l’accaduto, definendo la Vostok «una pallina sparata in cielo», lo choc fu tremendo. Un sovietico aveva anticipato la storia. Per giunta qualche giorno dopo, il 17 aprile, una banda di mercenari naufragò a Cuba, sulla Playa Giron, la mitica Baia dei Porci. Un’altra brutta figura per Washington e per i suoi strumenti operativi, la Nasa, il Pentagono, la Cia. In qualche modo si rimediò con un volo suborbitale ad un altitudine di 116 miglia dell’astronauta Alan Shepard, avvenuto in tutta fretta il 5 maggio di quel 1961. Per dare una scossa al mondo occidentale, ferito nell’orgoglio, Kennedy giocò una carta magica: il 25 maggio, sei settimane dopo il volo del contadino russo, il presidente annunciò che gli americani sarebbero andati sulla Luna. Otto anni dopo, nel 1969, l’intuizione di Kennedy si fece realtà con i piedi di Neil Armstrong posati sulla polvere del Mare della Tranquillità. Dunque, senza Gagarin non ci sarebbe mai stato l’uomo sulla Luna, un’impresa giudicata inutile e costosa, ammesso poi che sia accaduta davvero (il famoso “complotto lunare” ripreso anche nel film Capricorne One). A quell’epoca i grandi duellanti della Guerra Fredda erano oramai fuori scena: John Fitzgerald Kennedy era stato assassinato a Dallas il 22 novembre del 1963 e Nikita Krusciov era una normale pensionato a Mosca con una particolarità: era guardato a vista dagli agenti del Kgb.

Quanto a Gagarin non fece in tempo a vedere gli avversari scendere sulla Luna. Il 27 marzo dell’anno precedente, in quel 1968 in cui accadde di tutto e di più, si era schiantato al suolo a bordo di un piccolo Mig durante un volo di addestramento assieme a un colonnello ingegnere precipitando a Kir\u017Eac, nella regione di Vladimir, ancora oggi luogo di pellegrinaggio. Gagarin, infatti, non poteva volare da solo per questioni di sicurezza. Aveva anche chiesto di ritornare nello spazio, ma il Cremino, allora nelle mani di Breznev, glielo proibì: un eroe della sua portata non poteva rischiare di morire per qualche incidente. Non risalì mai su una Vostok: se ne andò per sempre su un Mig 15. L’inchiesta ufficiale appurò che il Mig di Gagarin era entrato nella scia di una altro caccia in volo, che perse il controllo e precipitò. Nella zona c’era un fitta nebbia e i due jet non si erano visti. Il controllo del traffico aereo militare era carente e autorizzò il volo del caccia nella zona dove volava Gagarin quando invece avrebbe dovuto impedirlo. Tenendo conto che i due jet non potevano volare a vista, la torretta non esercitò il controllo dovuto. Per un’avaria all’altimetro il caccia fece delle manovre troppo basse finendo al suolo. Ultima ipotesi di questi giorni: l’aereo sarebbe finito contro un pallone sonda. La ceneri di Gagarin riposano al Cremino, nel 1980 gli fu dedicato un monumento alto 40 metri, costruito in titanio. Ancora oggi il 35% dei russi lo ritiene l’eroe nazionale numero uno, nonostante la sua morte resti macchiata dal mistero.


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politica

Solite affondo anti-giudici («Fanno solo politica»), ma da Roma dopo l’udienza arriva la correzione di rotta: «Magistrati sereni»

L’arringa di Berlusconi

«Sul caso Ruby, accuse ridicole: la pagavo per non prostituirsi» Spettacolo per i fans in tribunale prima del processo Mediaset ROMA. Concussione, depilazione o prostituzione? La strategia caimanesca del Cavaliere che aizza la folla fuori dai Tribunali e si conquista il diritto di sproloquio senza contraddittorio davanti alle telecamere dei tg, rischia di metterlo però nei guai nei suoi processi del lunedì grazie all’estemporaneità con cui approccia argomenti troppo seri. Ieri, eccitato dalla bella giornata e dai circa duecento sostenitori con tanto di palchetto che lo aspettavano fuori dal palazzo di Giustizia di Milano sulle note di «Meno male che Silvio c’è», Berlusconi s’è abbandonato al solito comizio in cui oltre a fare battute e scandire slogan vecchi di quindici anni, ha raccontato la realtà dal suo punto di vista di imputato, mettendo in fila una serie di affermazioni che tecnicamente potremmo chiamare “veridittive” - cioè molto precise per rendere credibile il discorso - e in realtà sono per la maggior parte false o largamente imprecise (ad esempio: questa è l’udienza numero 2.565 in trentuno processi di cui sei ancora in corso).

Sulla prostituzione minorile, per dire, il presidente del Consiglio ha realizzato il classico autogol: «Non c’è questa accusa infamante e non c’è nulla di reale perché la stessa ragazza che avrebbe dovuto essere la vittima ha giurato sempre di non aver avuto avances da parte

di Marco Palombi mia». Ruby, sostiene il premier, «ha raccontato davanti a me e a tutti una storia dolorosa che ci ha persino commosso» e quindi «l’avevo aiutata: le avevo dato la possibilità di entrare in un centro estetico con un’amica che lei avrebbe potuto realizzare se portava il laser antidepilazione per un importo che a me sembrava di 45mila euro. Poi lei ha dichiarato di 60mila e io ho dato l’incarico di darle questi soldi per sottrarla a qualunque necessità, per non costringerla a fare la prostituta, per portarla anzi nella direzione contraria». Dunque la nipote di Hosni Mubarak - che tale resta per il premier e la Camera dei deputati – ave-

nostro: «Sono sempre stato cortesissimo e ho telefonato per chiedere un’informazione preoccupato per una situazione che poteva dar luogo ad un incidente diplomatico». Quello del fatto che la forse-prostituta-quasi-depilatrice-nipote-di-Mubarak-violentata-scappata-da-casa (e minorenne) fosse in questura accusata di furto.

Il problema è che ormai il nostro sembra Lenny Bruce a fine carriera, quando il grande comico americano teneva spettacolo parlando solo dei processi per oscenità a cui era sottoposto. Anche la nostra più recente maschera carna-

Oggi torna in Aula alla Camera il processo breve che, con l’altrettanto breve prescrizione per gli incensurati, punta a chiudere immediatamente sia il processo Mills sia quello sulla truffa dei diritti televisivi: il voto finale sarà per domani va alle spalle una storia strappacuore di abbandoni, violenze e fughe da casa, rischiava di finire a fare (o faceva) la prostituta e aveva bisogno di soldi per aprire un centro estetico: non proprio il quadretto che ci si aspetterebbe dalla parente di un capo di Stato. Quanto alla concussione, «non esiste», ha spiegato il

scialesca è monotematica: conosce solo l’ipertrofico senso di sé e i giudici. E questo lo espone al rischio di dire troppo, di dire falso, di dire impreciso e di fare figuracce a rotta di collo. Ieri, per dire, s’è dovuto scusare coi suoi giudici non dando l’idea di farlo. «Non credo» che parlerò in aula, ha spiegato di mat-

tina alla folla di cronisti che lo aspettava per l’udienza “Mediaset/diritti tv”, a meno che «i giudici non le dicano talmente grosse da non poter restare inerte». Qualche ora dopo, struccato e a mente fredda, il Lenny Bruce di palazzo Chigi ha seguito il consiglio dei suoi avvocati e ha diffuso una velina alle agenzie di stampa su cui ci sarebbe da dire: è partita da Roma, scritta da giornalisti romani, ma recava l’intestazione “Milano”e vi si raccontava che il premier aveva parlato uscendo dal Tribunale meneghino che in realtà aveva lasciato da ore. Come che sia, il contenuto era quella che tecnicamente potremmo definire una calata di braghe: «Sono sicuro che da questo collegio ci si possa attendere un giudizio sereno e obiettivo». Di più: «Ho avuto un breve scambio di saluti con il presidente, il dottor Edoardo D’Avossa, e ho notato una grande professionalità e ho riportato in generale l’impressione di persone molto gentili, con un tratto di cortesia e di rispetto che mi ha fatto piacere». Messa la toppa sui giudici, resta un rapporto increscioso coi pubblici ministeri. Ieri, prima di lasciare l’aula, Berlusconi s’è avvicinato al pm De Pasquale chiedendogli «Lei è quello cattivo?». La toga però non ha apprezzato l’ilarità dell’imputato («Si contenga»), allora il Cavaliere ha continuato con la strategia della battuta («E


politica

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Dai rumors di via dell’Umiltà, gli ex forzisti “ribelli” vengono dati già in ritirata ROMA. Come al solito lui se ne infischia. Mettere mano al partito? E perché mai? Certo non per vincere le Amministrative: se c’è un dato incontrovertibile, nel Pdl straziato dalle faide, è che da qui al voto locale non cambierà nulla. Ma anche pe il dopo, non s’intravedono rivoluzioni. La ragione è semplice e il Cavaliere non ne fa mistero: «Se si vince o si perde non dipende da chi fa il coordinatore». L’unico ago della bilancia resta lui: Berlusconi ne è convinto e non ha tutti i torti, considerata la natura del Pdl. E c’è di più. Berlusconi è il più tenace difensore dello status quo interno. A via dell’Umiltà non cambierà nulla, appunto. E comunque mai nessuno potrà convincerlo a rimuovere Denis Verdini. E qui forse c’è il vero paradosso. Perché quelli che invece nel Popolo della libertà sognano di scacciare i rude toscanaccio dalla tolda di comando, si professano tutti berlusconiani di ferro.Tale si definisce Scajola, il più a disagio di in questo momento. E fedelissimi al Cavaliere si definiscono anche i ministri di Liberamente. Anzi, loro vorrebbero una piccola rivoluzione interna per restituire al Capo un partito più vicino alla antica e rimpianta Forza Italia. Credono così di fargli un favore. Si sbagliano di grosso. Anche Scajola si presenta con propositi simili. Lui di FI è stato coordinatore. Si propone di resuscitare l’onore perduto degli azzurri, a suo dire troppo penalizzati rispetto agli spietati coinquilini dell’ex An. Ma è un pretesto. Cero, è vero che in fondo proprio Ignazio La Russa è il più formidabile e solido alleato di Verdini. La coabitazione del comando li unisce, e li coalizza anche contro quel Bondi che ora vorrebbe rimettere il naso negli affari di casa. Comunque sia, il contestato e criticatissimo La Russa è un falso obiettivo. Anche il tentativo di ordire una petizione per rimuoverlo da triumviro era in reatlà un disperato tentativo di rompere gli equilibri. Disperato perché il Cavaliere non vuole saperne di cambiamenti. E se cacciare via La Russa può voler dire mettere i discus-

Verdini, assalto fallito «A Silvio sta bene lui» «Nel mirino di scajoliani e Liberamente c’era il coordinatore, non gli ex An» di Errico Novi sione Verdini, Silvio è ben felice di tenersi Ignazio a tempo indeterminato.

Gli scajoliani si rivedono a cena domani. L’ex ministro metterà a punto una strategia. Ma c’è chi, come Osvaldo Napoli, tiene a diramare comunicati per chiarire che «non è una congiura». D’altronde serve a poco proclamare una volontà di restaurazione dell’ordine forzista dentro al Pdl. Non basta certo a commuovere il Grande capo. Anche se a quest’ultimo non dispiacerebbe utilizzare Scajola in chiave anti-tremontiana. Il ministro dell’Economia è uil solo che nella maggioranza, Lega a parte, riesca a sottrarre quote di potere al premier. Il colpo inflitto con la deposizione di Geronzi è di quelli capaci di rovinargli il buonumore per molte settimane. «Ma Berlusconi sa bene che Tremonti gode ormai di una credibilità, di una capacità di presenza mediatica, inarrivabili per chiunque, dentro al Pdl»,dice un ex forzista di rango. «Dal punto di vista del presidente, Giulio è l’unico ad essere competitivo sul suo terreno: quello appunto della proiezione mediatica. Un potenziale che mette al riparo Tremonti da qualsiasi insidia interna. Se pensasse di poter indebolire davvero il superministro, il Cavaliere gli metterebbe senz’altro Scajola alle calcagna». Proprio l’ex ministro allo Sviluppo economico, poco più di un anno, fa, era stato investito appunto della missione. Smontata però da Tremonti in poche ore, anche grazie alla collaborazione di due fedelis-

lei si contenga con le accuse…»), venendo alla fine respinto con perdite («Le accuse sono il mio lavoro, le battute no»).

Poco male, il nostro s’è rifatto fuori, a favore di telecamere e fans: «Accuse risibili e demenziali», «i magistrati lavorano contro il paese», sono «un’arma di lotta politica», «stare qui è una perdita di tempo», «sono solo processi mediatici, fatti per gettare fango», ag-

Non a caso al numero uno di via dell’Umiltà viene offerta la tribuna di “Mattino 5”. E lui difende il leader: «Non farà passi indietro, è l’unico collante» simi come l’allora sottosegretario Cosentino e il deputato Marco Milanese. Così come Scajola, anche altri competitor interni sarebbero sconfitti da Giulio: anche di questo Berlusconi è ormai convinto. Così non gli resta davvero nessun motivo per alimentare le ambizioni di chi vorrebbe riequilibrare le forze nel Pdl.

Linea conservatrice, quella del premier, che preserva sempre e comunque Verdini. Il coordinatore ringrazia e, intervistato da Belpietro a Mattino 5, ricambia: «Berlusconi non farà passi indietro, è l’unico collante». Intesa a distanza che deprime chi si dice proclama ultraerlusconian-

giungendo al tutto pure una chicca procedural-tecnologica nuova di zecca («nei paesi civili le intercettazioni non possono essere portate a processo perché sono manipolabili»). Infine ha tentato di spiegare un po’ confusamente perché non avrebbe potuto essere il “socio occulto” del suo coimputato Frank Agrama: «È assurdo, dal momento che Agrama aveva corrotto il capo ufficio acquisti della mia azien-

mo, che si tratti di Frattini, di Alfano, degli scajoliani, persino di Bondi. Perchè? Secondo gli ex forzisti più accorti, «Verdini è la traduzione funzionale più fedele dell’antipolitica berlusconiana». In pratica, dicono, «Denis è un uomo di potere ma non un politico. Non ha ambizioni politiche in senso stretto. Gli manca la cultura, l’approccio, nonostante da giovane sia stato durigente del Pri. Questo piace moltissimo al presidente. Innanzitutto perché li avvicina. Verdini come Berlusconi è un antipolitico: solo che Silvio ha carisma e anche una visione, Verdini no. Dal punto di vista di Berlusconi, Verdini è proprio l’antidoto alla politica.

da» (trattasi di Carlo Bernasconi, oggi defunto). Peccato che la stessa assistente di Agrama, ieri teste per la difesa, abbia testimoniato che il manager Mediaset prendeva ordini da Berlusconi al telefono prima di chiudere i contratti per l’acquisto dei diritti tv (per l’accusa, il Biscione faceva la cresta sui prezzi attraverso una serie di società off shore per creare fondi neri). Intanto, stamattina riparte alla Camera

Alla pretesa del dibattito interno permanente. Denis impedisce l’affermarsi di una dialettica da partito classico. Berlusconi gli vuole bene per questo. Se lo tiene stretto come un pelouche».

Poveri rivoluzionari. Hanno già perso. È il destino dello stesso Alfano, la cui investitura a “delfino”è stata prospettata in questi giorni, da Berlusconi, a più di un notabile. Ma sembra piuttosto un diversivo, un espediente per gestire il malessere delle correnti, che un proposito serio. E così viene repressa anche la vera, sostanziale ambizione degli agitati, e frammentati, gruppuscoli ex forzisti: gestire in modo democratico le candidature. Non quelle per le Amministrative, tutte definite, ma per le Politiche. In ultima analisi è questa la vera preoccupazione, soprattutto degli scajoliani: essere esclusi dalle liste. Verdini ormai esercita soprattutto questo potere. Insieme con il reclutamento di qualche “responsabile”, l’organizzazione dei pullman per la claque al presidente-imputato e quel poco altro che c’è da gestire nel non-partito Pdl. Gli altri sanno che nel 2013, o quando si voterà, sarà un massacro. Al Nord se ne andranno parecchi seggi. Soprattutto a danno dei parlamentari di lungo corso. Non a caso gli scajoliani sono i massima parte veterani. «Ma Berlusconi vuole ringiovanire le liste», spiega un fedelissimo, «vuole gruppi a immagine e somiglianza di quelli leghisti: a parte Bossi e i soliti tre o quattro, nel Carroccio le delegazioni di Camera e Senato sono piene di gente giovane, e sconosciuta». Così gli anziani dell’ex Forza Italia tentano soprattutto di sfuggire al destino. Negli ultimi tempi le cariche di sottosegretario e persino quelle di ministro servono quasi solo a questo: ad acquisire, o almeno a illudersi di aver acquisito un rango superiore che garantisca più chance di riconferma. Non si tratta dunque di potere – che è tutto nelle mani di Tremonti – piuttosto di mantenimento del posto di lavoro. Ma ormai è chiaro: ordire congiure contro Verdini non servirà.

il cosiddetto processo breve che, con l’altrettanto breve prescrizione per gli incensurati, punta a chiudere il processo Mills e proprio quello Mediaset: il voto finale dovrebbe arrivare domani, quando – dicono terrorizzati molti peones del Pdl – qualcuno potrebbe far mancare i voti alla maggioranza ponendo fine alla legislatura. Difficile succeda, non paiono esserci all’orizzonte altri Berlusconi da cui passare all’incasso.


diario

pagina 12 • 12 aprile 2011

La produzione torna a salire

Parigi arresta le donne velate

ROMA. Il Centro studi Confindustria stima in marzo un aumento della produzione industriale dell’1,5% su febbraio, quando si è avuto un incremento dell’1,4% su gennaio, secondo i dati Istat diffusi ieri. La variazione, si legge nell’indagine rapida del Csc, è molto superiore alla precedente stima del Csc (+0,4% congiunturale in marzo) e deriva dalle revisioni che l’Istat ha apportato sia all’indice di produzione degli ultimi tre anni e sia alla correzione per il numero di giornate. Nel primo trimestre 2011, prosegue il Csc, l’attività torna a crescere, anche se di poco: +0,2% congiunturale, dopo il -0,6% nel quarto 2010 e il +1,1% nel terzo. Si riduce a -16,7% il gap dal massimo di attività pre-crisi (aprile 2008).

PARIGI. A Parigi la polizia ha fermato 59 donne velate che partecipavano a una manifestazione davanti alla cattedrale di Nôtre Dame contro il divieto di indossare il velo islamico nei luoghi pubblici, entrato in vigore da poche ore. I fermi sono scattati dopo che la polizia aveva tentato di interrompere la manifestazione, che non era autorizzata. Così è stata «battezzata» la legge fortemente voluta dal presidente Nicolas Sarkozy e approvata nell’ottobre scorso praticamente senza opposizione parlamentare, ma dopo un dibattito molto acceso sulla stampa e nell’opinione pubblica. La Francia, il Paese con la comunità musulmana più popolosa d’Europa, è stata la prima nazione a vietare il burqa e il niqab.

Ocse, l’Italia perde colpi ROMA. Migliora il superindice dei paesi Ocse da 103 di gennaio a 103,2 di febbraio scorso, proseguendo lungo un trend espansivo anche per l’Eurozona (da 103,4 a 103,5) ed i Paesi del G7 (da 103,2 a 103,5). Le variazioni tendenziali sono pari a +1,8% per l’area Ocse, +1% per l’Eurozona e a +2,1% per i Sette Grandi. Perde invece slancio l’attività economica in Italia dove il superindice scende da 102,2 di gennaio a 101,9 e per cui la variazione tendenziale del tasso calcolata dall’Ocse è pari a una inversione nella misura di -2,1%. Il Composite leading indicator che “misura” la congiuntura mensilmente, ha mostrato a febbraio scorso - comunica l’Ocse - segnali di robusta espansione in Germania e in Usa.

L’ad Fiat interviene nella polemica contro il governo: «Il sistema non ci ha difeso su Pomigliano e Mirafiori»

La solitudine di Marchionne Risposta a Marcegaglia: «Anche noi lasciati soli. Da Confindustria» di Gianfranco Polillo osa intendeva realmente Sergio Marchionne, quando ha detto «ci hanno lasciati soli?». Si riferiva forse al Governo, alle banche o alla stessa Confindustria? È accaduto durante la presentazione a Balocco (Vercelli) della Gamma Jeep: il nuovo fuoristrada appena entrato nella scuderia della casa torinese. Seduta animata quella che si è appena conclusa, con l’ad di Fiat che non si è sottratto alle domande a tutto campo dei giornalisti: dall’andamento dei diversi mercati, fino alle parole di Luca di Montezemolo ed i suoi propositi politici. Non del tutto decifrabili. Ma la risposta che più ha intrigato è stata quella che abbiamo riportato. In apparenza un endorsement a Emma Marcegaglia che da giorni mena fondenti sul Governo, criticandone lo scarso impegno in politica economica. Il giorno prima aveva detto che «gli imprenditori mai come in questo momento si sentono soli». Frase da leggere considerando soprattutto lo sforzo organizzativo di Confindustria teso a preparare l’assise del mondo imprenditoriale per il prossimo 7 maggio. Con la conseguenza che da oggi a quella data vi saranno altri momenti di confronto polemico, se non altro per movimentare un’iniziativa che è fuori dalla normale routine. E allora dov’è l’interrogativo? Nel fatto che subito dopo lo stesso Marchionne ha aggiunto: «Il Governo ha fatto quel che poteva. Il Ministro Sacconi ha fatto il massimo in quelle condizioni, ha cercato di inquadrare il discorso nel modo giusto. Quindi in questo senso non siamo stati soli». E allora: un piccolo mistero.

Presentando la nuova Jeep che sarà commercializzata in Italia dalla rete Fiat, Sergio Marchionne ha confermato l’intenzione di distribuire negli Usa una vettura Alfa Romeo entro il prossimo anno. Ma sarà un suv prodotto a Mirafiori, l’auto del debutto, non la Giulia. «Lo stile della Giulia non piace agli americani - ha spiegato ci stiamo ancora lavorando. Comunque sarà un’Alfa Romeo»

C

Uno sprazzo di luce, ai fini della comprensione, può venire dalla dichiarazione dell’Idv, il partito di Di Pietro. «Quando Marchionne afferma che la Fiat è rimasta sola rasenta l’assurdo», ha detto il responsabile del welfare per quel partito (Mauro Zipponi). «La Fiat – ha aggiunto – ha avuto dalla sua un governo zerbino, la stragrande maggioranza dei sindacati, ad eccezione della Fiom, e

l’intero sistema bancario, che ha deciso di finanziare l’uscita dell’azienda dall’Italia». Queste dichiarazioni sono una cartina al tornasole. Se una parte dell’opposizione la pensa in questo modo, ciò significa che forse Sergio Marchionne alludeva ad altri. E non tanto ai sindacati. «C’è stata una parte del sindacato – ha infatti detto in quella stessa occasione – che ovviamente ci ha appoggiato. Bonanni, Angeletti e altri hanno capito l’importanza della nostra mossa e ci sono stati vicini. È il sistema – invece – che continua a costringere la Fiat a difendersi per il suo piano d’investimento nel Paese». Strana allocuzione, quella del “sistema”. Fa quasi pensare ad un lessico – quello della vecchia contesta-

zione giovanile – che sembrava dimenticato. Per decifrarlo dobbiamo ripensare alla freddezza con cui lo stesso mondo imprenditoriale accolse le vicende di Mirafiore e Pomigliano d’Arco e la rottura che quella battaglia determinò nel tran-tran delle relazioni sindacali. Una frattura che rimase circoscritta. Non determinò non diciamo un terremoto, ma nemmeno una piccola scossa. Ed ora, Marchionne è costretto a ricominciare.

Questa volta non è Mirafiori, né Pomigliano d’Arco; ma gli stabilimenti della ex Bertone, dove si vorrebbe produrre la Maserati. Nella vecchia fabbrica, assorbito da Fiat, dove una volta si realizzavano carrozzerie prestigiose, dovrebbe na-

scere la nuova catena di montaggio per un marchio importante della casa torinese. Ma siamo alle solite. Quali dovranno essere le regole d’ingaggio? Il vecchio contratto di lavoro dei metalmeccanici o il modello imposto da Marchionne? Quest’ultimo non ha dubbi: «Noi – ha detto – abbiamo fatto quanto era possibile, adesso tocca alle maestranze decidere». Decidere cioè se la Maserati dovrà essere prodotta in quei luoghi. Oppure «da qualche altra parte, in Italia o all’estero». L’unica cosa certa è che «Fiat non può applicare accordi diversi all’interno dello stesso gruppo». Un gruppo – è bene ricordarlo – che è italiano solo a metà. Che ha investito in continenti diversi e che quindi risponde del suo ope-


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e di cronach

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato

Fukushima, la terra continua a tremare

Direttore da Washington Michael Novak Consulente editoriale Francesco D’Onofrio

ROMA. La terra continua a tremare in Giappone, dove ieri una nuova scossa di terremoto di magnitudo 7,1 è stata registrata alle 17,17 (ora locale) nella prefettura di Fukushima a circa 164 km a nord est di Tokyo. Le autorità hanno lanciato l’allarme tsunami, poi rientrato dopo alcune ore, e fatto evacuare il personale al lavoro nella centrale nucleare, già danneggiata dallo tsunami dell’11 marzo. Secondo i funzionari della Tokyo Electric Power Company (Tepco), la scossa ha causato un black-out elettrico, interrompendo per alcune ore il funzionamento delle pompe di raffreddamento di tre reattori. Tuttavia, essi precisano che la situazione è al momento sotto controllo.

Yukio Edano, portavoce del governo giapponese, ha annunciato l’estensione dell’area di evacuazione intorno alla centrale, a tutt’oggi fissata a 30 km. La scossa di oggi

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Errico Novi (vicedirettori) Vincenzo Faccioli Pintozzi (caporedattore) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica)

avviene a un mese esatto da quella di magnitudo 9 e dallo tsunami che lo scorso 11 marzo ha distrutto gran parte della costa orientale del Paese. Oggi tutto il Paese ha osservato un minuto di silenzio per ricordare la tragedia. Secondo gli ultimi aggiornamenti il bilancio delle vittime è salito a 13mila. Sempre nella zona, alcuni giorni fa, l’ennesima scossa di terremoto ha provocato quattro vittime e un centinaio di feriti.

Da sinistra, Maurizio Sacconi, Susanna Camusso e Emma Marcegaglia. A fronte, Sergio Marchionne

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria) Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Osvaldo Baldacci, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Anselma Dell’Olio, Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Aldo G. Ricci, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Jacopo Pellegrini, Antonio Picasso, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Franco Ricordi, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Emilio Spedicato, Maurizio Stefanini, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Amministratore Unico Ferdinando Adornato Concessionaria di pubblicità e Iniziative speciali OCCIDENTE SPA Presidente: Emilio Bruno Lagrotta Amministratore delegato: Raffaele Izzo Consiglio di amministrazione: Ferdinando Adornato, Vincenzo Inverso, Domenico Kappler, Antonio Manzo Angelo Maria Sanza Amministrazione: Letizia Selli, Maria Pia Franco Ufficio pubblicità: 0669924747 Agenzia fotografica

rato ad una pluralità di soggetti. Il processo d’internazionalizzazione, in altri termini, impone regole uniformi. Specie a un gruppo che non ha ancora raggiunto l’apice nel processo di diversificazione territoriale. La quota posseduta in Chrysler è salita, proprio in questi giorni, al 30 per cento, con l’acquisizione di un altro 5 per cento del capitale. Ma la prospettiva è quella del 51 per cento, grazie alle risorse finanziarie che la stessa Fiat sta accumulando. Cosa succederebbe se prevalesse l’ipotesi di una deroga dalle norme contrattuali interne anche per un singolo caso?

Il mondo dell’industria è in fibrillazione in vista dell’assise annuale in programma il prossimo 7 maggio

Questo, quindi, è il dilemma dell’ad di Fiat.Verso il quale alcune forze del movimento sindacale, e non solo, mostrano una sovrana indifferenza, che si tra-

duce in una vera e propria ostilità da parte delle frange più massimaliste. Non è solo la Fiom che organizza la lotta interna e la contestazione aperta. In Parlamento giacciano proposte di legge rivolte a modificare il tessuto delle relazioni contrattuali. Proposte bipartisan, come quella di Piero Ichino, divenuto esso stesso la bestia nera dell’intransigenza politica. Ma non c’è tempo per discuterle, nonostante i moniti delle organizzazioni internazionali. Proprio in questi giorni, Piercarlo Padoan,

a nome dell’Ocse, ha ricordato a tutti che se l’Italia non cresce questo si deve anche alla segmentazione del mercato del lavoro ed ai suoi eccessi contrapposti: massima rigidità per gli insider, eccesso di flessibilità per i giovani precari. E Padoan tutto è meno che un economista accomodante rispetto alle esperienze del Governo in carica. Eppure anche questi moniti cadono nel vuoto, contribuendo a quell’isolamento che Marchionne denuncia, anche se poi è costretto a rimediare sul terreno diplomatico, rendendo fin troppo generiche le relative accuse. C’è quindi un male oscuro che va combattuto. Quel residuo di consociativismo che l’Italia, nonostante le asprezze di un bipolarismo solo politico, non riesce a scrollarsi di dosso. Marchionne, per il ruolo che ricopre, per la sua formazione culturale e professionale, capisce sempre meno questo mondo, come del resto non lo capiscono i grandi investitori internazionali che snobbano l’Italia e preferiscono investire altrove. Ma se non si accelera nel processo riformatore, se il potere di veto rimane così potente, la conseguenza è un allungamento dei tempi verso il raggiungimento di traguardi, che sono ineludibili. E questo, in un mondo che cambia così rapidamente, si traduce in un boomerang che rischia solo di ucciderci.

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mondo

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La Nato manterrà la pressione militare: non si fida del raìs libico che tratta mentre continua a bombardare la città costiera di Misurata

Non c’è pace per la Libia La road map dell’Unione africana si scontra con il “niet” di Bengasi: Gheddafi deve lasciare L’incontro fra Gheddafi e la delegazione dell’Ua. Sotto, un guerrigliero. Nella pagina a fianco, Mubarak

di Pierre Chiartano embra chiaro ormai che si combatta solo per i confini in Libia. Anche dopo l’ultima mediazione del presidente sudafricano per un cessate-il-fuoco, accettata da Muammar Gheddafi e poi rifiutata dai bengasini, si capisce che sono solo schermaglie diplomatiche. Quelle che in genere precedono un accordo. Che non piacerà a nessuno. Il gran finale di questa strana

S

caforte degli insorti libici per negoziare. Il colonnello avrebbe accettato la road map proposta dall’Ua, ma i combattenti dell’opposizione hanno già fatto sapere che nessun cessate il fuoco sarà negoziato senza il preventivo ritiro delle truppe di Gheddafi e il rispetto della «libertà di espressione». Un termine, piuttosto aleatorio, ma che introduce delle nuove e insospettabili esigenze nella

Qualsiasi cessate il fuoco «deve essere credibile e verificabile», ha affermato Anders Fogh Rasmussen, segretario della Nato, dopo l’annuncio dell’accordo dell’Ua con Gheddafi guerra sarà ciò che molti temevano: una spartizione del territorio. L’agenda di questo percorso è ancora da scrivere però. Naturalmente il colonnello dovrebbe avere l’accortezza politica di togliersi dai piedi. E noi italiani quella di abituarci a non aver più nessun che difenda i nostri interessi in Libia. Dopo l’incontro di domenica a Tripoli con il rais, i mediatori dell’Unione africana sono giunti lunedì mattina a Bengasi, roc-

sconi e il ministro degli Esteri Franco Frattini. È chiaro che qualcosa bolle in pentola. Il colonnello ha ricevuto sotto la sua tenda di Bab al-Aziziya, la delegazione dell’Unione africana composta dai presidenti Jacob Zuma (Sudafrica), Amadu Tumani Turé (Mali), Mohamed Ould Abdel Aziz (Mauritania) e Denis Sassu Nguesso (Congo), as-

cosiddetta piazza araba. Intanto, «per concomitanti impegni del presidente del Consiglio nazionale di transizione libico, Mustafa Abdul Jalil, la sua visita a Roma è rinviata di qualche giorno», ha fatto sapere la Farnesina.

Jalil era atteso a Roma nel pomeriggio di ieri, e oggi avrebbe dovuto incontrare il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il premier Silvio Berlu-

sieme al ministro degli Esteri ugandese, Henry Oryem Okello. Il vertice è durato diverse ore: al termine il leader libico è andato via traversando una folla di sostenitori radunati non lontano dalla tenda. Il leader libico si sarebbe detto disponibile anche al dispiegamento di un meccanismo di monitoraggio effettivo e credibile. Forse già intuendo le obiezioni del segretario generale dell’Alleanza atlantica. Qualsiasi cessate il fuoco in Libia «deve essere credibile e verifi-

Il messaggio con cui il Faraone è tornato sulla scena pubblica non ha fermato la sete di vendetta della popolazione

E Il Cairo congela i beni di Mubarak immagine di un Mubarak invecchiato e dimagrito, apparso in televisione sabato, a due mesi dalla sua caduta, non ha intaccato i sentimenti del nuovo Egitto. Non ha scalfito la determinatezza della popolazione, tornata in piazza Tahrir in questi ultimi giorni, per reclamare il completamento della rivoluzione e l’affermazione di un governo non più composto prevalentemente da alti ufficiali delle Forze armate. L’opinione pubblica nazionale, in questo senso, non si fida della Giunta militare. Le imputa il fatto di essere l’erede in fotocopia del governo precedente. Tantomeno la magistratura del Cairo si è dimostrata indulgente verso l’ex rais. Ne è un segno l’avvio dell’inchiesta nei confronti del deposto presidente e dei suoi due figli, Alaa e il meglio noto Gamal. I procuratori hanno stabilito che i tre verranno ascoltati nel-

L’

di Antonio Picasso l’ambito delle indagini sulla corruzione, aperte con l’avvento del nuovo governo. È di ieri, nel frattempo, la notizia del congelamento dei beni dell’intera famiglia Mubarak. Le stime, a questo proposito, sono poco chiare. Si parla di un pa-

che e giudiziarie. In realtà, gli osservatori locali appaiono poco inclini a vedere Mubarak dietro le sbarre. Il vecchio faraone è ormai prossimo agli 83 anni. La sua salute, malferma già da tempo, è peggiorata sensibilmente da quando ha

Altissima l’attesa per le presidenziali del prossimo settembre. Intanto Tantawi scarcera i presunti autori della strage di Natale avvenuta in una chiesa di Alessandria d’Egitto trimonio che varia dagli uno ai settanta miliardi di dollari, conservati in banche di tutto l’Occidente.

«La giustizia ha deciso finalmente di far luce sugli illeciti del passato regime», spiegano dal Cairo i testimoni diretti di queste nuove evoluzioni politi-

perso il trono. Si era parlato addirittura di una sua prossima dipartita. Di conseguenza, a differenza di Gheddafi, il quale una volta in esilio rappresenterà comunque una pedina imprevedibile nello scenario internazionale, Mubarak potrà agevolmente essere condannato a vivere gli ultimi anni della sua esistenza

nella sua villa di Sharm el-Sheikh, senza dare fastidio a nessuno. Una gabbia dorata dalla quale difficilmente potrà fare ritorno alla capitale.

Tuttavia, la magistratura non vuole concedere la stessa clemenza nei confronti dei due figli del rais. Il fatto che anch’essi siano stati inquisiti suggerisce che la Giunta intenda cauterizzare a priori il rischio di un loro eventuale ripresentarsi sulla scena politica nazionale. Del resto, sia il governo provvisorio attuale sia la magistratura cairota sono ex fedelissimi di Mubarak. Sanno alla perfezione con chi hanno a che fare e quindi sono in grado di prevederne le mosse. In tal senso, il pericolo è scampato solo parzialmente. Mentre la figura di Gamal appare irrimediabilmente compromessa con l’Egitto appena crollato, lo stesso non si può dire di Alaa.


mondo rio. I mediatori africani vorrebbero venisse data «una possibilità» al cessate-il-fuoco dell’Unione africana per mettere fine al conflitto: nel documento sarebbe prevista anche una tregua immediata. «Continueremo a mettere pressione sulle forze che minacciano i civili e le nostre operazioni proseguiranno», risponde il quartier generale di Bruxelles.

«I nostri aerei sono ancora in volo e quando vediamo una minaccia per i civili, entriamo in azione». Secondo le fonti di Unified Protector, le forze governative libiche hanno bombardato anche ieri mattina la città di Misurata. La situazione andrebbe mantenuta fluida in maniera che il rais non abbia l’impressione di poter andare al tavolo negoziale con una situazione certa sul terreno. E i militari governativi devono innanzitutto ritirarsi nelle caserme per lasciare che la gente possa dare libero sfogo alle proteste. È quello che chiede il portavoce del Consiglio di transizione di Bengasi. Intanto dalla Farnesian fanno sapere che ci sarà, mercoledì, una riunione del Gruppo di contatto, di alto livello in Qatar per la soluzione politica e una riunione a Berlino per la Nato. Però a Gheddafi non bisogna lasciare spazi di manocabile», è stato infatti l’avvertimento lanciato dal Anders Fogh Rasmussen, dopo l’annuncio dell’Unione africana del piano per la sospensione delle ostilità.

E il Patto atlantico è al centro della scena, come detentore di forza e destinatario di richieste. «Un appello sarà lanciato alla Nato per la fine dei suoi bombardamenti, in modo da dare una possibilità alla tregua», ha chiarito Zuma, sottolineando che «la delegazione del

Rinviata di qualche giorno la vista a Roma, prevista oggi, del presidente del Consiglio nazionale di transizione libico, Mustafa Abdul Jalil. Sempre più probabile la divisione del territorio Fratello Leader (Gheddafi, ndr) ha accettato la road map che gli è stata presentata». Da Bruxelles, memori della grande ”affidabilità”del rais libico, non fanno una piega. E affermano che la Nato proseguirà con i bombardamenti dove necessa-

vra. Naturalmente a Roma neanche a parlarne di entrare in campo con truppe a terra. E l’Europa? È arrivato, per tramite del suo portavoce, «il sostegno» della baronessa Ashton, il rappresentante della politica estera europea al piano dell’Ua.

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Il presidente uscente è stato consegnato all’opposizione

Parigi cattura Laurent Gbagbo di Martha Nunziata a fine politica di Laurent Gbagbo era ormai solo questione di tempo: l’autoproclamatosi presidente uscente della Costa d’Avorio è stato catturato ieri nella sua residenza bunker di Abidjan dalle forze speciali francesi di Liocorno. Secondo un portavoce, «le forze francesi hanno arrestato Gbagbo e lo hanno consegnato al leader dei ribelli» riferendosi ai sostenitori di Alassaine Ouattara, riconosciuto dalla comunità internazionale. Di altra opinione è l’ambasciatore francese ad Abidjan, Jean-Marc Simon, che afferma invece che le forze di Ouattara hanno operato l’arresto con il sostegno della missione Onu e delle forze speciali francesi di Liocorno. Secondo fonti Onu, Gbagbo «sta bene e sarà processato presto». L’attacco al bunker di Gbagbo era stato autorizzato dall’Onu: l’ordine è partito dopo che dal rifugio sono stati scagliati colpi di artiglieria pesante diretti contro l’albergo dove si trovavano gli uffici dell’Onu. La vittoria di Ouattara era stata riconosciuta dalla comunità internazionale, presente sul territorio come semplice osservatore della legalità delle elezioni. Il Paese, di fatto, si trovava con due Presidenti della Repubblica, nonostante le continue esortazioni del Consiglio di Sicurezza del-

L

Possibile che proprio sul primogenito del rais si stesse investendo per un suo rilancio negli anni a venire? Ipotesi plausibile. La disponibilità finanziaria c’era. Almeno fino a ieri. Alaa, del resto, vanta un’esperienza di lungo corso nella finanza mondiale. Lo stesso si può dire per quanto riguarda gli strumenti di lobbying e di propaganda ancora a disposizione del clan. Certo, iscrivere Alaa nel registro degli indagati per corruzione forse può non bastare. In un futuro di lungo periodo, se ne può immaginare un ritorno con una reputazione nuovamente pulita. Quello che conta, oggi, è rovinarne l’immagine attuale. E quindi scartarlo dai potenziali candidati alla futura presidenza del Paese.

«La popolazione vuole qualcosa di nuovo», suggeriscono ancora dall’Egitto. «Per questo ci attendiamo molto dalle elezioni di settembre». Tra neanche sei mesi, il Paese sarà chiamato al voto per rinnovare l’Assemblea nazionale e quindi assumere una nuova identità politica post-Mubarak. Il ritorno in piazza dei manifestanti, però, lascia intendere che la rivoluzione di febbraio non è sta-

l’Onu a tutte le parti per riconoscere Ouattara come nuovo leader del Paese. Gbagbo, da parte sua, si era rifiutato per mesi di lasciare il potere e permettere una transizione pacifica prima dell’insediamento del nuovo Presidente; un atteggiamento ostile che aveva causato, in queste ultime settimane, un’escalation di violenza e di combattimenti tra i due schieramenti. Nei giorni scorsi, infatti, anche nelle strade di Abidjan si era intensificato l’uso di armi pesanti come mortai, razzi, granate e mitragliatrici, usate anche contro la popolazione civile, inerme. Le forze fedeli a Laurent Gbagbo avevano anche ferito quattro peacekeepers e hanno attaccato le pattuglie Unoci e i convogli che trasportavano i feriti negli ospedali di Abidjan. È per questo motivo, come hanno spiegato fonti delle Nazioni Unite, che si è reso necessario l’attacco, per restituire democrazia e libertà ad un Paese da decenni sotto dittatura. Tra oggi e domani, perciò, anche la Costa d’Avorio potrebbe vedere l’alba di un nuovo mondo. Il condizionale è d’obbligo, perché se è vero che sono molte le aspettative da parte di tutta la comunità internazionale e del suo popolo, è vero anche che occorrerà del tempo per verificare se le promesse verranno mantenute.

giunga la condanna a tre anni di carcere, emessa ieri da un tribunale militare, del blogger Maikel Nabil. Incriminato per essersi espresso contro il governo, sia quello passato sia l’attuale. Da notare anche l’origine copta del dissidente. Com’è suggerito dal nome. In questo senso, il governo conferma la linea dura nei confronti della minoranza cristiana, già vittima di violenze e persecuzioni anche con il faraone al potere.

ta portata a termine. Il sentimento comune è che si sia cercato di risolvere il problema facendo ricadere le colpe di un sistema asfittico sulle spalle di pochi. Nella fattispecie i Mubarak e pochi altri rappresentanti dell’establishment coinvolti nelle indagini. Alla piazza, però, non piace questo sistema sbrigativo di

chiudere il discorso rivoluzione. È opinione comune che le cose non siano cambiate. Del resto, la reazione del generale Mohamed Tantawi e della sua giunta – che hanno dato l’ordine di disperdere il corteo – fa capire che le maniere forti non siano state accantonate dal governo provvisorio. A questo si ag-

Sempre ieri, Tantawi in persona ha ordinato la scarcerazione dei 20 sospettati di aver perpetrato la strage di Alessandria, avvenuta la notte dello scorso Capodanno e che ha provocato 24 morti. Durante la rivoluzione, si era parlato di un coinvolgimento nelle violenze contro i cristiani dell’ex ministro dell’interno, Habib al-Adli. Ma anche questo è passato velocemente sotto silenzio. L’Egitto non è per nulla fuori pericolo. La fine di Mubarak non ha segnato l’inizio di un percorso democratico. Anzi, la previsione più immediata è che i disordini possano tornare. Anche aggravati da un conflitto confessionale che potrebbe scoppiare entro poco.


ULTIMAPAGINA Il 2 maggio si incontreranno in Vaticano i blogger cattolici che animano Internet con il messaggio cristiano

Per le anime, il Papa sceglie di Luigi Accattoli a blogsfera può rappresentare una nuova chance per la Chiesa Cattolica e per il Papato? Lo suppongono gli addetti ai lavori, osservando la vivacità del comparto cattolico del continente digitale e vedendo come in esso tendano ad assumere un ruolo crescente i siti che fanno un riferimento diretto al Papa. Qualcosa ci dirà, immagino, il prossimo – e inedito – convegno dei bloggers convocato dal Vaticano per il 2 maggio. I media giovano al Papato, questo è accertato. Il ruolo dei Papi è cresciuto – nella Chiesa e nel mondo – lungo l’ultimo secolo e mezzo, nonostante le controindicazioni provenienti dalla modernità e dalla secolarizzazione ed è cresciuto anche grazie allo sviluppo della comunicazione di massa. La figura papale ne ha guadagnato in presa sull’opinione pubblica e in conoscenza e affetto presso i fedeli. Per prima fu la diffusione della stampa quotidiana a fornire ai Papi la risorsa di un magistero ordinario che poteva raggiungere, per la prima volta nella storia, tutte le comunità cattoliche del mondo in tempi relativamente rapidi. Pio IX fu il primo successore di Pietro a godere di tale chance. La preghiera per il Papa, l’Obolo di an Pietro e i pellegrinaggi a Roma furono l’acquisto di questa stagione, che presto risultarono più vantaggiosi del vecchio supporto dello Stato Pontificio. Poi vennero la radio – con Pio XI – e la televisione – con Pio XII – che agirono da potente fattore di attrazione facendo conoscere al mondo la voce e il volto del Papa, che fino ad allora erano noti solo a chi lo poteva avvicinare nelle udienze e nelle celebrazioni: cioè a pochissime persone. Il fascino planetario esercitato da personaggi come Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II non sarebbero spiegabili senza la televisione.

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La moltiplicata possibilità di vedere il Papa parlare e agire in diretta, e persino improvvisare, scherzare o piangere, ha moltiplicato l’attenzione del mondo. Chi vide il “saluto alla luna” di Papa Roncalli (1962) e l’invettiva contro i mafiosi di Papa Wojtyla (1993) potè sviluppare un sentimento di coinvolgimento e complicità rispetto alla figura del Papa che in precedenza era proprio di pochi appartenenti alle cerchie più ristrette. Senza questa nuova presa di visione, forse il Papato non avrebbe potuto reggere al processo di demitizzazione delle fi-

gure istituzionali e di contestazione di ogni autorità sulla scena pubblica che non ha certo risparmiato le Chiese cristiane. Ogni figura in esse si è indebolita tranne quella del vescovo di Roma che è venuta accrescendo la sua irradiazione mondiale. Bianca, unica, ideologicamente semplice, la figura papale si avvantaggia di ogni strumento che dilata e infittisce la comunicazione. È questa forse la radice nascosta dell’iniziativa che chiama i bloggers in Vaticano per il 2 maggio, all’indomani della beatificazione del Papa comunicatore. Che appor-

portò e porta nelle case i loro volti e con i volti un’inedita vicinanza umana, ispiratrice di simpatia e solidarietà, nonché di una conoscenza amicale impensabile altrimenti.

La blogsfera può dare due apporti, a mia veduta: uno informativo e uno di coinvolgimento nella discussione. Quello informativo è di facile intuizione e in Italia abbiamo da anni due siti di successo: “Il Blog degli Amici di Papa Ratzinger” e “Settimo Cielo” di Sandro Magister. Ma non sono molto diversi – seppure meno dichiarati e monotematici – quelli dei vaticanisti Ambrogetti, Galeazzi, Rodari, Tornielli, Tosatti. E si potrebbero fare altri nomi. La faccia del dibattito è più complessa. Il coinvolgimento è assicurato, ma c’è la sfida dell’aggressività, in crescita costante nella blogsfera, che è sorprendentemente più violenta della realtà. Il promotore dell’incontro vaticano Richard Rouse, responsabile del dipartimento “Comunicazione e linguaggi” del Consiglio per la

la RETE Cultura (presidente il cardinale Gianfranco Ravasi), invita i partecipanti a riflettere sulle implicazioni del linguaggio dei bloggers: “frasi rapide, molto aggressive e precise”, mirate al “mantenimento di un pubblico”, ma che anche possono scatenare il conflitto. Conflitto che può accendersi anche quando i bloggers che costituiscono una “comunità virtuale” promuovono raduni che accompagnano l’incontro “reale” a quello nella Rete. Possono venirne, dice Rouse, sia dei blog-meet e dei blog-fest, sia dei blog-fight, cioè battaglie tra bloggers portatori di convincimenti tra loro conflittuali. La blogsfera cattolica intanto sta rimediando fattualmente ad alcuni riardi storici, o tabù, dei media ecclesiali, quali furono evidenziati ultimamente – a un congresso della stampa cattolica mondiale che si tenne in Vaticano il settembre scorso – dall’arcivescovo Claudio Celli, presidente del Consiglio per le comunicazioni: la tendenza a dare “poco spazio” agli argomenti controversi e la frequente mancanza di “dimensione profetica”. I bloggers non soffrono di quei complessi ed è opinione diffusa che la “blogsfera cattolica” può rendere un grande servizio non solo all’informazione ma anche alla “controinformazione” ecclesiale. www.luigiaccattoli.it

La Santa Sede usa da sempre i più innovativi mezzi di comunicazione, come sa chi ricorda il “saluto alla luna” di Roncalli o l’invettiva contro i mafiosi di Giovanni Paolo II to può dare la blogsfera alla comunicazione papale? La stampa quotidiana permise di diffondere la predicazione dei vescovi di Roma. La radio fece conoscere la loro voce e rese possibile l’appello diretto: proprio in quest’anno 2011 cadono i 150 anni dell’Osservatore romano e gli 80 anni della Radio Vaticana. La televisione


2011_04_12