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Il futuro è come il paradiso: tutti lo esaltano ma nessuno ci vuole andare adesso James Baldwin

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • VENERDÌ 1 APRILE 2011

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Un altro giorno di caos alla Camera: la maggioranza riesce anche a offendere la disabilità della Argentin

Lo Stato senza dignità Se La Russa non si dimette, vuol dire che in Italia tutto è lecito Bossi: «Doveva stare zitto». Anche Alfano perde la testa e lancia il tesserino contro l’opposizione. Fallisce il blitz sul processo breve: rinviato. Ma si è aperta una enorme questione istituzionale I COLPEVOLI/1

di Errico Novi

Poi nessuno si lamenti della sfiducia nella politica

ROMA. Un’altra giornata di maleducazione istituzionale da parte di un governo evidentemente sull’orlo di una crisi di nervi di fronte al diktat berlusoniano di varare a ogni costo una norma che lo protegga dai processi in corso. Ieri è toccato a Alfano lanciare la scheda della votazione contro l’opposizione, come un qualunque ultrà allo stadio. Poi un’altra bagarre per gli insulti alla disabilità della deputata Ileana Argentin. In tutto questo, il voto sulla prescrizione breve è stato rinviata. a pagina 2

di Enzo Carra i può anche concludere che la situazione è grave ma non seria. Così va l’Italia e non c’è niente di nuovo. In fondo, nel pomeriggio di mercoledì abbiamo assistito al remake di una manifestazione, quella del lancio delle monetine, già andata in onda nell’aprile del ’93, davanti all’albergo di Bettino Craxi. Con diversi ritocchi però. Le monetine non sono le stesse, oggi c’è l’euro. Craxi non c’è più, ma Cicchitto c’era.Tra gli insulti, a parte il“ladro”, è comparso nuovamente il“fascista”. Davanti al Raphael non potevano certo urlarlo. segue a pagina 5

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C’è anche un nucleare sicuro: puntiamo su quello

Berlusconi attacca la Tunisia: «Non vuole fermare i clandestini»

Premier contro Tunisi. Puglia contro Roma. Lega contro tutti A Lampedusa i maghrebini rifiutano il rimpatrio. A Manduria esplodono le proteste. Il Senatùr irride Mantovano: «Se ne va? Peggio per lui»

I COLPEVOLI/2

Chi manovra le transenne davanti a Montecitorio? di Giancristiano Desiderio oteva benissimo non accadere. Tutto era perfettamente evitabile. Bastava un po’ di calma e magari anche un po’ di eleganza e le cose sarebbero andate a posto da sole. Invece, sapete come sono andate le cose. Ignazio La Russa ha perso la calma e ha commesso due errori: uno in piazza Montecitorio e uno in Aula. Se questo è vero, allora è inutile sostenere, come ad esempio diceva con la sua solita e civile misura Pierluigi Battista sul Corriere della Sera, che tutti hanno sbagliato. a pagina 5

Dopo il disastro di Fukushima

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V. Faccioli Pintozzi • pagina 10

Ormai il governo è in piena confusione di Achille Serra

seg1,00 ue a p(10,00 agina 9CON EURO

I QUADERNI)

arlare di “emergenza immigrazione”nel nostro Paese negli ultimi tempi è ormai diventato usuale al punto tale che nella smania di affastellare numeri, previsioni, allarmi e false soluzioni, si confondono informazioni e termini; si sovrappongono, infatti, realtà e situazioni completamente diverse tra di loro, generando così persino più confusione di quanta già ne debba tollerare la gente, ormai stanca di proclami e promesse. Per motivi senza dubbio ideologici e politici il governo continua allora a mandare messaggi equivoci. a pagina 11

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• ANNO XVI •

NUMERO

63 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

di Carlo Ripa di Meana e vogliamo parlare seriamente dei rischi da nucleare con riferimento a quanto avvenuto a Fukushima, non possiamo prescindere dai dati di cui disponiamo, anche se, purtroppo, non definitivi. Innanzitutto, fra morti e dispersi siamo oltre i 27mila. Di cui circa 11mila i morti e più di 16mila i dispersi. Il massimo numero dei decessi si è avuto nella prefettura di Miyagi che ne ha contati, sino ad oggi, 6843, causati dall’onda del maremoto. Nella prefettura di Fukushima invece, allo stato attuale, ce ne sono in tutto 1030. La maggior parte dovuti al crollo di una diga. Per quanto riguarda la centrale nucleare di Fukushima sono tre i contaminati gravemente. So bene che i danni del nucleare non si possono valutare nell’immediato. Conosco i dati di inquinamento radioattivo della zona sin qui resi noti: il mare tutto intorno è a livelli di radioattività altissimi, con ricadute gravi e gravissime sulla fauna marina e il suolo è ugualmente contaminato. a pagina 8

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IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


il fatto Altra gazzarra a Montecitorio, il Guardasigilli perde il controllo e tira la scheda elettronica contro i deputati dell’Idv

Dopo La Russa, Alfano

I ministri continuano a offendere le istituzioni: è il prezzo da pagare alla difesa della prescrizione breve? Comunque il voto slitta a martedì il caso di Errico Novi

ROMA. Brutta giornata, se possibile peggiore della precedente. Perché dopo il «vaffa» di La Russa a Fini, gli episodi incresciosi si moltiplicano. E perché la maggioranza può solo ripiegare in un profondo avvilimento. Perde tutto quello che era riuscita a strappare a forza il giorno prima: in capo a un’altra mattinata isterica alla Camera, alla fine il processo breve viene rinviato alla settimana prossima. In teoria è in calendario per martedì, ma in pratica è in coda ad altri quattro pronunciamenti: la legge sui piccoli comuni, il famoso disegno di legge comunitaria con acclusa responsabilità dei giudici e persino dopo la proposta di riforma della Finanziaria. Prima di ogni deliberazione, poi, l’aula di Montecitorio alla ripresa dei lavori dovrà pronunciarsi sul conflitto di attribuzione per il caso Ruby. Magra consolazione. Tutti gli sforzi, le pene ”scontate”mercoledì per aver imposto l’inversione dei lavori, tutti gli insulti e gli imbarazzi, alla fine sono vani.

E perde la testa, definitivamente, il Pdl. Dopo La Russa tocca ad Alfano. Due ministri, due atti dissennati nel giro di poche ore. Il guardasigilli infatti si infuria a inizio seduta con Gianfranco Fini, che chiude la votazione sul processo verbale prima che lui riesca a pigiare il bottone. Prima rivolge il suo disappunto verso la presidenza. Poi litiga con i deputati dell’Italia dei valori e arriva a tirargli

Il Senatùr contro il “collega”: «Ha rallentato l’iter della legge»

Anche Bossi scarica Ignazio: «L’altra sera doveva stare zitto» di Andrea Ottieri

ROMA. La colpa è sempre di qualcun altro: non potendo esimersi dal bacchetare Ignazio La Russa per le sue intemperanze, l’educatissimo Umberto Bossi ha masticato una battuta dura: «Doveva stare zitto. Così si fa il gioco delle opposizioni. Un episodio così sarebbe meglio non ci fosse stato perché non bisogna perdere tempo ma accelerare». In altre parole: la colpa è dell’opposizione che ha teso un tranello al focoso ministro della Difesa. Chiacchierando con i cronisti, il leader del Carroccio ha voluto stigmatizzare il vaffa di La Russa a Fini: «un errore strategico. Così ha fatto solo un regalo all’opposizione perché ha allungato i tempi del dibattito sul processo breve». Secondo il Senatuùr poi il comportamento di La Russa è spiegabile con «la sovraeccitazione proveniente dalla contestazione subita all’esterno di Montecitorio» dal ministro. «Se aveva paura - ha aggiunto il Senatùr - non doveva andare fuori. Oppure me lo diceva - ha scherzato Bossi indicando il suo accompagnatore - gli davo lui che è cintura nera di karate». È vero che le maggiori contestazioni La Russa le sta subendo dal suo stesso partito (come raccontiamo nella pagina a fianco), ma la battuta di Bossi ha un suo peso: fin dall’altra sera, alla Camera circolava la voce secondo la quale alcuni deputati leghisti stavano raccogliendo firme per “sfiduciare”La Russa. Certo, Bossi non ha affondato il collega di governo, ma certo si è costruito un alibi da presentare a

Berlusconi al momento giusto: se la nuova legge salva-premier dovesse cadere, non ci saranno dubbi sul colpevole. In altre parole: sarebbe il caso che il premier cercare nel proprio partito i «nemici» e non nelle file degli alleati di ferro, i leghisti. Ragione per la quale Bossi ancora una volta si sentirà autorizzato ad alzare l’asticella delle sue richieste mentre Berlusconi (ancora una volta) sarà costretto a consentire. Poi dicono che il vero capo del governo non è Bossi... Se ci si mettono anche gli ex-An a mettersi nei guai...

Fin qui, la questione politica. C’è poi quella come dire? - di costume. Bossi che se la prende con la maleducazione istituzionale di La Russa è quasi un paradosso, come se la sequela di insulti e maleparole sciorinate negli anni dal Senatùr fossero cose da educande! Il problema, semmai, è che le insolenze, il turpiloquio e gli insulti alle isitituzioni di Bossi non hanno mai creato veri problemi politici al premier (e alla Lega); a differenza del comportamento di Ignazio La Russa, mercoledì scorso.

contro la propria scheda elettronica. Gesto sconcertante. Che attesta d’altronde l’altissima tensione a cui il responsabile della Giustizia si è volutamente esposto nelle ultime ore. Con la brusca (seppur poi inutile) forzatura sul ddl Paniz, ha sottratto ogni credibilità ai suoi propositi di ”grande, grande riforma” dell’ordinamento. Completa l’opera di autodiscredito con il gesto inconsulto in Aula.

Ma non è il solo passaggio critico della giornata, anzi. Ce ne sono almeno altri due, che sommati al caso La Russa definiscono un quadro di grave crisi delle istituzioni. Del Parlamento e del governo. Crisi addebitabile di fatto alla sola maggioranza, visto che i teppisti delle monetine tutto sono fuorché figure istituzionali. La seduta a Montecitorio s’inaugura con un insolito impasse: il presidente Fini dà lettura del processo verbale, ma immediatamente Roberto Giachetti e altri deputati di opposizione impugnano il testo. «Non c’è un riferimento chiaro alle intemperanze del ministro La Russa». Così com’è «non lo si può intendere approvato». Non capita mai. Ma l’eccezionalità delle procedure è stata inaugurata dalla maggioranza. E ora si va avanti. Il pdl Baldelli e il leghista Reguzzoni tentano di fermare la messa ai voti del verbale, che però Fini deve per forza indire. Nei pochi minuti che intercorrono fino all’effettiva“chia-


prima pagina

1 aprile 2011 • pagina 2

la testimonianza

«Siamo indignati, ma non possiamo...» I fedelissimi di Scajola approfittano degli insulti alle istituzioni per dare battaglia nel Pdl ROMA. «Ieri si è percepito un grande disagio. Ovviamente non bisogna drammatizzare, perché di errori ne commettiamo tutti. C’è la sensazione che troppo spesso si affrontino le vicende e le emergenze in modo superficiale. C’è la necessità di un modello organizzativo». Dopo la rabbia per l’atteggiamento tenuto in aula dal ministro La Russa, arriva la riflessione anche di chi al momento non ha nascosto la sua indignazione come Paolo Russo, presidente della Commissione Agricoltura alla Camera, e fedelissimo di Claudio Scajola. Dopo l’uscita di La Russa l’ex ministro ha radunato una cinquantina di ex Forza Italia, insofferenti agli atteggiamenti di alcuni ex An, per preparare una strategia politica. A botta calda aveva detto: non morirò fascista, con chiaro riferimento al ministro della Difesa e ieri al convegno dei Cristiano popolari di Mario Baccini (componente del direttivo della fondazione scajoliana “Cristoforo Colombo per le libertà) ha espresso le sue perplessità su come si è sviluppato il progetto del Pdl: «Quel grande disegno di Berlusconi è rimasto un po’ una struttura bloccata. Per dare nuova linfa al progetto, bisogna avere luoghi di confronto e regole». Un discorso che Gianfranco Fini ha fatto qualche tempo fa nel Pdl, ma Paolo Russo non è d’accordo: «Quella di Scajola è un’altra rivendicazione anche dal punto di vista dell’aspirazione di un modello organizzativo». E di classe dirigente ha parlato Scajola che deve essere scelta «sulla base del merito e del consenso che ottiene perché in terra il nostro unico giudice è il popolo sovrano C’è bisogno di costruire una mata”, otto ministri rischiano letteralmente l’infarto per correre da Palazzo Chigi, dove il Consiglio dei ministri in corso viene appositamente sospeso, all’adiacente Montecitorio. Nello stesso tempo si cerca di recuperare i ritardatari, che mai avrebbero immaginato di dover essere presenti già alla lettura del processo verbale. Si nota più di un’assenza tra i ”responsabili”. Tra gli altri quella di Francesco Pionati. I ministri arrivano trafelatissimi. Alfano, Brambilla, Romano e Prestigiacomo sono gli ultimi. Cominciano a infilare le schede nelle fessurine. «Ma chissà perché, una volta aperta la votazione, non si decidono a premere il pulsante», ironizzerà di lì a poco il capogruppo fli Della Vedova.

La chiamata dura parecchio. Fini attende, assicura che «chi è in aula può votare». Anche Alfano e gli altri ministri ci sono. Ma alcuni di loro, guardasigilli com-

di Franco Insardà classe dirigente che fa riferimento ai valori di una volta». Sulla vicenda La Russa l’ex ministro ha detto: «Abbiamo assistito a uno spettacolo a mio parere non degno di un parlamento della Repubblica, in un posto dove i deputati sono indegnamente chiamati storicamente onorevoli». Dopo l’exploit di La Russa si era sparsa la voce che sarebbe partita una raccolta firme contro il ministro organizzata dalla scajoliana Maria Teresa Armosino, ma il presidente della provin-

Per Russo l’idea non è «quella di chiedere un ruolo, ma di ottenere maggiore partecipazione da parte di tutti i colleghi»

mettere da parte ogni protagonismo, ogni presenzialismo». Chiaro il riferimento agli ex An che occupano posti rilievo sia nel partito che nel governo e che Russo analizza così: «La cosa che percepiamo è che mentre gli amici di An trovano una legittima riconoscibilità nelle espressioni enei punti di riferimento, Forza Italia non ce l’ha. Siamo stati una grande famiglia che non aveva una riconoscibilità negli amici di questo o quel leader. Il mix di queste due esperienze ha prodotto una situazione nella quale i valori e le sensibilità espresse da un mondo sono giustamente riconosciute, le altre sono inesistenti, perché non rappresentate, non perché sottovalutate. Da qui la necessità di ricercare un modello organizzativo più adeguato a queste sollecitazioni».

cia di Asti, interpellata da liberal, smentisce: «Non faccio parte del gruppo dell’ex ministro Scajola, non ho aderito neanche alla sua Fondazione, anche se vengo etichettata scajoliana dai media». Cosa che ci viene confermata anche da Paolo Russo: «L’ho letto sui giornali, ma non sono state raccolte firme, altrimenti le avrebbero chieste a noi per primi. L’onorevole Armosino non è iscritta alla Fondazione, ma si tratta di una persona cara, legata a noi da rapporti di antica amicizia e di militanza nella prima stagione di Forza Italia. Ieri c’era soltanto dell’imbarazzo per la vicenda, si discuteva di un provvedimento importante e delicato probabilmente la cautela avrebbe suggerito di

Gli scajoliani quindi sono al lavoro per far sentire la loro voce nel Pdl e chiedere delle poltrone? Per Paolo Russo l’idea non è «quella di chiedere un ruolo, ma è quella di esprimere un modello che consenta una maggiore partecipazione da parte di tutti colleghi. Non esiste un problema di sedia, vogliamo essere coinvolti in un processo che ricostruisca un modello organizzativo nuovo e moderno che sia interpretato direttamente dai cittadini e dai territori come partecipato, liberale e democratico. Niente a che vedere con i vecchi schemi partitici delle tessere e delle truppe cammellate. Vogliamo contribuire con le nostre energie insieme con tanti colleghi al Senato e alla Camera che hanno grande tradizione e im-

preso, non votano. Il presidente della Camera a un certo punto chiude la votazione. «Alfano e Brambilla giocavano con la scheda per dilatare il più possibile il tempo in modo che altri potessero entrare», dirà sempre Della Vedova. Il pronunciamento dà esito di perfetta parità. Dunque il processo verbale non è approvato. Va riscritto. Ma subito nell’emiciclo si scatena il caos. Alfano lancia la scheda (reperto che Di Pietro eporrà quindi alle telecamere chiedendo le dimissioni del guardasigilli) ma qualcun altro, pare una deputata del Pdl, scaglia una frusciante copia del Corriere della sera in testa a Fini. La deputata pd Ileana Argentin assiste. È immobile sulla sua sedia a rotelle. Il suo accompagnatore applaude per lei. Ma Osvaldo Napoli, e questo è l’altro fatto sconveniente, non ci sta e intima il silenzio all’assistente. Dai banchi della Lega in-

terviene Massimo Polledri, neuropsichiatra: «Ha ragione», dice, riferendosi alle rimostranze del berlusconiano Napoli. Dopodiché proprio Polledri si scuserà con la Argentin: «Se non posso fisicamente applaudire lo faccio fare a chi voglio», ricorderà la parlamentare.

E forse c’è di peggio. Perché la deputata riferirà ai cronisti

pegno. Assieme a loro c’è ovviamente anche Claudio Scajola». Un impegno che parte anche dalla Fondazione nel cui direttivo ci sono 57 parlamentari con l’obiettivo, spiega Russo, di «costruire un laboratorio che vada ben oltre il Pdl, invitando gli amici responsabili a farne parte, così come aderenti ad altre formazioni politiche per rendere questa riflessione la più compiuta possibile. Credo che non serva parlare di numeri, il valore è nella storia di una proposta organizzativa e, soprattutto nell’esigenza da tutti riconosciuta di una migliore organizzazione». Ma a chi spetterà la decisione sul progetto? Paolo Russo è molto chiaro: «Non vogliamo che ci sia una scelta del presidente Berlusconi imposta dall’alto, altrimenti sarebbe come sempre la soluzione di chi è illuminato rispetto alla reazione. Vorremmo che ci fosse una condivisone con le tante intelligenze all’interno del Pdl e che in queste ore sollecitano noi stessi al confronto e vorremmo che venisse una proposta partecipata dai gruppi, dai tanti ministri autorevoli e dai coordinatori del partito, per elaborare un modello sul quale lavorare. E, ovviamente, su questa proposta trovare il consenso del presidente Berlusconi».

chiusa la votazione sul processo verbale, Reguzzoni, Corsaro e moltissimi esponenti del Pdl denunciano ai cronisti in transatlantico la presunta «insostenibile faziosità di Fini» che dovrebbe dimettersi. «Casomai sono loro che non arrivano al 2012 e nemmeno al 2013», osserva Enricio Letta. L’impasse è grave, il nuovo verbale è approvato, ma poi nel pomeriggio è lo

due voti. Comunque è la capigruppo a dire la parola fine: l’ordine dei lavori è riscritto con la proposta sulla “ragionevole durata dei processi”in fondo all’agenda. «Chiediamo al ministro Alfano di far tornare il testo sul processo breve alla normalità», dice Pier Ferdinando Casini in aula, «e credo sia chiaro a cosa mi riferisco». Poi un appello a Maroni: «Venga qui alla Camera a dare comunicazioni sulla gestione degli immigrati, non ci possono essere regioni di serie A e serie B. La Puglia rischia di pagare per tutti, il sottosegretario Mantovano ha ragione». Maroni non si vede. E Berlusconi convoca a Palazzo Grazioli Alfano e il gotha del partito. Alla maggioranza non riesce più nulla. Nemmeno di capovolgere l’indegna scena di La Russa (deplorato dal collegio dei questori) e far passare Fini sul banco degli imputati.

I rappresentanti del governo esitano a votare per dare più tempo ai ritardatari, ma la maggioranza perde lo stesso. Dal Pdl un giornale in faccia a Fini e aggressioni alla Argentin anche che in quegli attimi di tensione percepisce un «handicappata di merda», urlato non si sa bene da chi. Nessuno si autodenuncia, ma è l’ennesima prova che la maggioranza non regge né la tensione né il peso delle proprie intemerate parlamentari. Come se non bastasse,

stesso Pdl, per voce di un esausto e spaurito Baldelli, a chiedere di rinviare il processo breve a martedì. In realtà la maggioranza rischia che il provvedimento arricchito dalla norma sulle prescrizioni torni addirittura in commissione. Circostanza scampata in aula per appena


pagina 4 • 1 aprile 2011

l’approfondimento

Il gestaccio del ministro della Difesa in direzione di Fini suscita serie perplessità. «È il momento più basso dell’era di Silvio»

Punto di non ritorno

Un sistema di nominati, una maggioranza che risponde soltanto al padrone, immobilismo e ossessione mediatica. Cacciari, Macaluso e Violante commentano il caso La Russa: «È la degna fine del berlusconismo» di Francesco Lo Dico

ROMA. Gli occhi scerpellati che fanno la spola da Franceschini a Gianfranco. La vena del collo che fibrilla di sconcezza. L’avambraccio che schizza in alto a emulare la folle metrica del maestro Scannagatti. Il turpiloquio che infine esonda, gutturale e liberatorio come un ciclopico singulto nel dopo pranzo. Sarebbe bastato sovrapporre la marcetta sgangherata di una banda di Paese, per godere appieno della straordinaria pagina di avanspettacolo andata ieri in scena in Parlamento. Non fosse che l’intento parodistico del principe De Curtis, ieri si è incarnato in La Russa (promosso La Rissa per ragioni curriculari) in tutta la sua irsuta rudezza. Montecitorio come Caianello. Una sgangherata quadriglia attorno alle macerie del Paese, che ieri Totò seppellì in una risata, e oggi Ignazio riesuma personalmente, con tanto di epigrafe oscena dedicata al suo padre politico. Sono tornate le monetine.

Scintillano le manette. Due indizi fanno una prova. E forse la recente performance che ha incorniciato il processo breve della sua degna celebrazione, ha siglato il tracollo della Seconda Repubblica, come dicono alcuni. Se non l’altro ieri, quando? Diciamo noi.

«Una temperie culturale del genere ci dice che è sopraggiunto il declino», conferma a liberal Massimo Cacciari, filosofo e rimpianto ex sindaco di Venezia. «Ieri abbiamo assistito a un leitmotiv tipico di questo Paese. È l’Italia che mima la guerra civile perché non riesce a farla davvero», annota Cacciari. Provocazioni cercate come cambiali da incassare a petto in fuori, dinanzi agli esimi colleghi. Provocazioni lanciate a propria volta per incendiare il clima politico e proclamare un omerico vaffa

confidando di tenerlo segreto nella vucciria dei banditori in grisaglia. Un calcione negli stinchi della democrazia, da chi l’esalta soltanto se soggiace al suo tallone. E la reputa buffonesca se esplode in una domanda o in una legittima contestazione. «Il gesto di La Russa non mi stupisce affatto. Anzi bisogna aspettarsi ancora molto di peggio», attacca Emanuele Macaluso, ex direttore dell’Unità con un lungo passato nelle file del Pci. «Questo è un Parlamento di nominati – prosegue il direttore de Le nuo-

ve ragioni del socialismo – pieno di feccia e robaccia come i Responsabili. Ci sono stati più di 130 cambi di casacca. Ed è facile fare a meno di qualità e dignità, quando non si risponde ai propri elettori». Quali soluzioni dunque per andare oltre La Rissa permanente? «Il ministro della Difesa è l’immagine plastica di questo Paese fumantino e scalmanato – osserva Cacciari –. «Mandare platealmente al diavolo il presidente della Camera segna il punto di non ritorno di questa maggioranza». Ma il professore prova

La via d’uscita è una fase costituente che possa ridare un futuro al Paese

a delineare la possibile via d’uscita. «Bisogna aprire una fase costituente che consenta ai più responsabili di rifondare il patto costitutivo della politica. O per dirla nello stile più in voga: bisogna mandare a quel paese personaggi come La Russa e Berlusconi», ironizza il professore. Di più larghe convergenze il programma di risanamento illustrato da Emanuele Macaluso: «Bisogna dire basta a questo Parlamento di infimo livello. Non si possono assumere i politici a Montecitorio come si assumono i domestici a casa propria». Monetine e manette, si diceva. La Seconda Repubblica che finisce allo stesso modo della prima?

«Il clima politico è completamente diverso da quello di Tangentopoli», obietta l’ex presidente della Camera, Luciano Violante. «E tuttavia bisogna ammettere che la condotta del ministro La Russa è davvero fuori dall’ordinario, per così dire. È vero, si è recato fuori dall’aula in modo inconsulto ad


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Ecco chi sono i soli colpevoli della bagarre/1

Ecco chi sono i soli colpevoli della bagarre/2

Poi non vi lamentate se la gente sfiducia la politica

Chi governa l’ordine pubblico a Montecitorio?

di Enzo Carra

di Giancristiano Desiderio segue dalla prima

Sulla piazza di Montecitorio al ministro della Difesa, invece, gliel’hanno ripetuto più volte. A un ministro che, guarda un po’, dopo esser stato tanto tempo in aula per non far mancare il suo voto alla prescrizione breve ordinata dall’avvocato di Berlusconi, aveva sentito l’imperioso bisogno di conoscere i manifestanti, e magari fare amicizia con loro.Tra questi lanciatori di monetine, rispetto al ’93 mancavano certamente i suoi amici che, allora, erano in prima fila. Quel pomeriggio davanti Raphael finì un’epoca. Chissà se la passeggiata pomeridiana del nostro uomo di governo non coincida con la fine di un’altra. Le monetine non portano bene. Lo dimostra il fatto che il ministro, rientrato a passo di carica a Montecitorio, non ha raccolto la solidarietà che s’aspettava ma, piuttosto, ha creato a sé stesso e al governo di cui fa parte un danno forse non rimediabile. Eppure, quella di mercoledì era una situazione infinitamente meno difficile di quella che avvolgeva Montecitorio durante la discussione del Patto Atlantico.

Al deputato comunista Nadia Gallico Spano che lo aggrediva: «Venga fuori, perché picchiano i deputati!» Giulio Andreotti, giovane sottosegretario di De Gasperi, rispondeva senza scomporsi che questa era una buona ragione per rimanere dentro. Mercoledì non c’era questo clima: lo scontro era duro, e basta. Lo si capisce anche rileggendo il fedele resoconto stenografico della Camera nel quale è descritto l’atteggiamento del ministro verso l’opposizione: lui coraggioso che ha appena sfidato i cento manifestanti e «voi sareste scappati come conigli». Dai banchi del Pd replicano, senza troppa fantasia: «Fascista, coglione!». Il protagonista di questa piccola Waterloo, dopo aver attaccato il fronte sinistro del Pd, decideva infine di mandare scrupolosamente affanculo il presidente della Camera. E poco importa se ieri, poi, il verbale discusso e approvato in aula userà parole più lievi per riferire l’episodio. Figurarsi, si è rispolverato il verbo “apostrofare”, ormai da tempo in pensione, per sintetizzare pudicamente la scena dell’affanculo, la quale però, lo si voglia o no, resta, in tutta la sua gravità di scontro istituzionale. È comprensibile che i partecipanti a questa incredibile rissa preferiscano, finché è possibile, minimizzare, se non addirittura glissare. Il fatto che al ministro siano state somministrate molteplici raffiche dichiarative che lo definiscono un malato da curare e facciano pensare a un best seller di Dino Segre, più famoso come Pitigrilli, l’autore di Cocaina, ecco, tutto questo interessa relativamente poco. Qui in gioco cìè la saldezza del nostro sistema democratico. Giornate come queste danno la misura di quanto esso sia in crisi. Per fare di più e peggio, a questo punto, non può esserci che l’irruzione nell’aula di Montecitorio o di Palazzo Madama di un colonnello Tejero italiano (ma anche extra comunitario andrebbe bene). Insomma, non si può pensare di uscire da situazioni tanto complesse rivedendo i periodi di un verbale. Se nel giro di pochi mesi i portoni del Senato e quelli della Camera vengono assediati, e quello del Senato addirittura violato dai manifestanti, senza che il ministro degli Interni riesca a spiegare la ripetuta disattenzione della polizia. Se un ministro della Difesa può impunemente insultare la terza carica dello Stato. Se tutto questo succede senza che nessuno paghi, vuol dire che le istituzioni non sanno difendersi perché sono già diventate qualche altra cosa. È per questo che chi ha chiesto le dimissioni del ministro non l’ha certamente fatto per portargli un attacco personale, ma perché è indispensabile un solenne atto riparatorio per ricominciare. Per nostra sventura fino a questo momento non ci sono state le dimissioni, e neanche le scuse.

oteva benissimo non accadere. Tutto era perfettamente evitabile. Bastava un po’ di calma e magari anche un po’ di eleganza e le cose sarebbero andate a posto da sole. Invece, sapete come sono andate le cose. Ignazio La Russa, ministro della Difesa di un governo e di un Paese praticamente in conflitto nel Mediterraneo, ha perso la calma e ha commesso due errori: uno in piazza Montecitorio e uno in Aula.

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Se questo è vero - come è vero, tanto che nella stessa maggioranza di governo si ammette l’errore strategico del ministro - allora è inutile sostenere, come ad esempio diceva con la sua solita e civile misura Pierluigi Battista nel “fondo” del Corriere della Sera, che tutti hanno sbagliato e nessuno si può tirare fuori. Gli sgradevoli incidenti in piazza Montecitorio, davanti all’ingresso principale della Camera dei deputati, si potevano tranquillamente evitare se ci fosse stata una gestione più attenta e rigorosa dell’ordine pubblico. Tutto qua. Non c’è nessuna guerra civile a “bassa intensità”. C’è solo un normale problema di ordine pubblico: le tradizionali transenne che ci sono in piazza Montecitorio al di là dell’obelisco non sono state presidiate e si è consentito ai manifestanti - che è sempre bene che si diano una calmata - di giungere fino al portone d’ingresso. Le notizie, la propaganda, la passione, i primi caldi e, come detto, “l’errore strategico” di La Russa hanno fatto il resto. Se così non fosse non si capirebbe perché i deputati questori della Camera abbiano convocato il questore di Roma, Francesco Tagliente, per chiedere spiegazioni sulla gestione della piazza e della manifestazione in corso. Proprio il servizio di cronaca del Corriere, a firma di una giornalista precisa come Monica Guerzoni, si chiedeva come è stato possibile che i manifestanti abbiano potuto schierarsi a una manciata di metri dall’uscio di Montecitorio: quello stesso ingresso che era stato off limits fino alle cinque del pomeriggio. Con una piazza in agitazione - ecco il primo errore di La Russa - non c’era bisogno di drammatizzare ulteriormente la scena. Non sappiamo se l’intenzione del ministro era proprio quella del gesto di sfida e non sappiamo, come si racconta in Parlamento e dintorni, che si sia fatto trascinare da Daniela Santanché che, in verità, non è nuova a gesti di provocazione. Ciò che sappiamo è solo che dovere del governo, quindi di ogni ministro, è quello di sdrammatizzare i fatti e non di soffiare sul fuoco. Il primo dovere dell’esecutivo è garantire l’ordine in piazza e non consentire che una cattiva e irrazionale amministrazione dell’ordine pubblico sia la miccia di una protesta che - diciamolo senza timori - ha in sé qualcosa di grottesco e farsesco. La piazza non si sfida con gesti teatrali, mostrando coraggio buono per altre e migliori occasioni. La piazza si ascolta, si amministra, si critica ma nel modo giusto: con l’autorevolezza del lavoro istituzionale. È questo, lo voglia o no il ministro, lo riconosca o no Ignazio La Russa, il suo errore. Gli umori della piazza non possono e non devono essere trascinati in Parlamento. Di tutto ha bisogno il nostro Paese tranne di una “democrazia emotiva”in cui facendo governare la passione e l’ira si perda il ben dell’intelletto fino a confondere il Parlamento con la piazza e la piazza con il Parlamento. Per rimettere le cose al loro posto naturale è bene rispettare le istituzioni e lavorare nei luoghi deputati. Garantendo in piazza il civile ordine pubblico che, del resto, gli italiani di buona volontà hanno seriamente a cuore.

affrontare i contestatori. Ma la vera domanda è: era stato informato del rischio soggettivo che correva là fuori? E in secondo luogo, dov’erano i carabinieri che lui stesso presiede? L’hanno informato?». Il ministro non si è spaventato di certo, se poi è andato a oltraggiare il presidente della Camera levandogli il braccio a pochi centimetri della faccia. «Scene del genere, oltre a essere inammissibili, hanno la grave controindicazione di esporci al ludibrio internazionale, in un momento che già di per sé è abbastanza avaro di attestati di stima verso il Paese. Si rischia di rovinare l’ottimo lavoro svolto a New York dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano», ragiona Violante. Ma non è certo il gesto isolato di un ultrà, quello del ministro La Russa. Perché così tante e grottesche tensioni? «Dopo il crollo del Muro e la fine delle ideologie – ragiona Massimo Cacciari – questo Paese non ha saputo costruire più niente. E anzi ha spazzato via persino gli ultimi residui di un’etica elementare .Resta solo lo strepito e la cagnara, a riempire un enorme vuoto». E non dissimili, risultano le argomentazioni di Luciano Violante. «Siamo arrivati a questo grado di esagitazione perché non si riescono a realizzare riforme, ma soltanto leggine in forte odore di essere ad personam. È per questo che il paragone tra la fine della Prima e della Seconda Repubblica è improprio. Ieri il sistema politico arrivò al collasso perché si sgretolarono le fondamenta che la reggevano. Oggi siamo al culmine dell’isteria e dell’inconcludenza perché non si riesce a costruirne uno vero. Il gesto di La Russa esprime l’incapacità di accettare il confronto. C’è la totale indifferenza verso le riforme urgenti di cui ha bisogno il Paese, perché il personalismo esasperato della leadership berlusconiana ha creato la necessità di una continua e spesso infelice esposizione mediatica. Del capo e dei suoi difensori».

«Manca il dialogo e sovrabbonda il narcisismo», osserva Massimo Cacciari, «impossibile fare politica in queste condizioni. L’assenza di veri e grandi dibattimenti, favorisce la rissa. Le aule si trasformano in salotti televisivi dove vincono gli attori che fanno più smorfie». «È il basso impero del berlusconismo. Un sistema tenuto in vita artificialmente, che rilascia il tanfo inconfondibile di un sistema già morto. Il gesto di La Russa è una delle tossine del berlusconismo morente». Caianello che brucia mentre Ignazio suona l’arpa con il suo lirico canto. A questo punto non ci conforta neppure la saggezza di Macaluso.


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LIVORNO. Un militare è rimasto ferito a causa dell’esplosione di un pacco bomba recapitato alla caserma Pisacane della Folgore a Livorno. Il pacco esplosivo è arrivato in caserma intorno alle 16 di ieri. Nello scoppio è rimasto ferito un militare di 35 anni: la deflagrazione gli ha amputato alcune dita della mano, ferendolo anche al volto e alle gambe. Il paracadutista è stato portato al pronto soccorso dell’ospedale di Livorno. «L’ufficiale - dicono all’Esercito - si trovava nel suo ufficio quando, aprendo un plico, è rimasto investito da una deflagrazione che gli ha procurato lesioni al volto ed alle mani. Il militare, prontamente soccorso, è stato trasportato in ospedale per le cure del caso ed è in corso di definizione la situazione sanita-

diario Pacco bomba alla Folgore di Livorno. Ferite gravi agli occhi e alle mani per un parà ria». Dopo le prime verifiche, i sanitari di Livorno avrebbero riscontrato una grave compromissione degli occhi del militare che comunque nell’esplosione ha perso tre dita. I sanitari gli hanno riscontrato anche altri gravi traumi alle mani. Il parà si chiama Alessandro Albamonte, è di Taranto ed è tenente colonnello. Le indagini, subito avviare da polizia, carabinieri e Digos, si sono indirizzate subito negli ambienti anarco-insurrezionalisti. L’esplosione, comunque, è stata subito messa in relazione ad altri pacchi bomba recapitati sempre ieri in Grecia e in Svizzera. In parti-

colare, due donne sono state ferite per l’esplosione di una lettera-bomba arrivata negli uffici della Swissnuclear (la federazione dell’industria nucleare elvetica), di Olten, in Svizzera. La Swissnuclear coordina e rappresenta gli interessi degli operatori delle centrali nucleari nella Confederazione e all’estero e gestisce quattro impianti nucleari che forniscono il 40% dell’elettricità del Paese. Dopo l’incidente avvenuto nella centrale nucleare di Fukushima in seguito dello tsunami dell’11 marzo, si è aperto un dibattito anche in Svizzera sulla sicurezza del nucleare. E il governo

federale ha sospeso l’approvazione dei piani di costruzione dei nuovi impianti. In Grecia, invece, la polizia ha intercettato una lettera esplosiva indirizzata al direttore della prigione di Korydallos e affrancata con francobolli italiani.

I tagli del governo e i futuri paletti imposti dal federalismo fiscale acuiscono le tensioni tra Nord e Sud. Verso la rottura sulla sanità

Regioni, è ormai guerra tra poveri La Lombardia isolata sulla ripartizione del fondo per il trasporto pubblico di Francesco Pacifico

«Mi auguro che Berlusconi abbia fatto bene i propri calcoli e mantenga le solenni promesse fatte a Lampedusa»: così ha detto Formigoni. Che poi ha aggiunto: «La questione immigrati attiene integralmente al ministero dell’Interno, così come alla politica internazionale di tutti i Paesi. A noi Regioni è stato chiesto di dare una mano solo e soltanto sulla questione dei profughi»

ROMA. Entro un mese le Regioni dovranno decidere come dividersi i 106,5 miliardi del fondo sanitario nazionale per il 2011. E l’accordo è sempre più lontano. Anche perché i futuri impegni previsti dal federalismo fiscale – spesa calcolata sui costi standard, irap tagliata soltanto con i conti in regola – impongono maggiore rigore ai governatori.

Ieri prove generali di tutti contro tutti sulla ripartizione dei 475 milioni per il trasporto pubblico locale, che il governo ha dato ai governatori come risarcimento per i tagli ai trasferimenti statali voluti da Tremonti nell’ultima finanziaria. E come per la sanità la Lombardia – primo ente per gettito e per ricchezza – si è trovata in minoranza quando gli enti del Sud hanno chiesto una divisione più equa. L’uomo di Formigoni nella Conferenza delle Regioni, l’assessore al Bilancio Romano Colozzi, ha chiesto di applicare le premialità previste dalla legge delega sul federalismo 42 nel calcolo del riparto. Di conseguenza ha spinto per dare più peso a coefficienti come gli investimenti e il congelamento delle tariffe poste in essere dalle proprie utility locali. Le quali – Atm e Ferrovie Nord su tutte – sono all’avanguardia dal punto di vista finanziario. A quanto pare anche il governatore Roberto Formigoni avrebbe telefonato a Colozzi per chiedergli maggiore fermezza. Ma tutto questo non è bastato a portare a miti consigli gli altri governatori: i quali hanno imposto che il livello della premialità non avesse un peso superiore al 20 per cento. A rendere gli animi ancora più accesi la richiesta del governatore campano, il pidiellino Stefano Caldoro, di far slittare il voto decisivo. «Non capisco perché devo approvare un’intesa, che mi fa perdere sei milioni di euro». Il presidente della conferenza Vasco Errani avrebbe imposto a tutti «di trovare una quadra». E soltanto l’annuncio di Colozzi di «votare contro, ma di non vo-

ler bloccare il riparto» avrebbe fatto calmare gli animi. Manca, quindi, soltanto, il voto decisivo, per il resto è stata stabilita una ripartizione di massima che ha visto premiare per esempio con 50 milioni in più Regioni più deboli come il Lazio e la Liguria. Non a caso l’assessore Colozzi ha dichiarato: «Nel riparto dei fondi del trasporto pubblico locale il principio della virtuosità ha pesato alla fine soltanto per l’1 per cento. Per questo la Lombardia ha votato contro. Uno dei principi ispiratori della Legge 42 sul federalismo fiscale riguarda proprio la valorizzazione dei comportamenti virtuosi. Ebbene, sui 475 milioni di euro da ripartire in base a tali criteri, la Lombardia è stata premiata solo con 5 milioni aggiuntivi. Poco più dell’uno per cento».

Di diversa idea la governatrice del Lazio, Renata Polverini: «È stato trovato un accordo, tutte le regioni si sono sforzate per raggiungere un punto di equilibrio nel riparto delle risorse del Fondo per il trasporto pubblico locale. È passato il principio della premialità e ritengo con una modalità che va nella direzione di una applicazione equa, affinché alcune regioni non fossero danneggiate. Per quanto riguarda il Lazio possiamo contare, rispetto allo scorso anno, su circa 7 milioni di euro in più, per il trasporto sul ferro». Va da sé che questo precedente rischia di diventare un macigno sulla strada di un accordo sul riparto del fondo sanitario. Non a caso dal Pirellone hanno fatto sapere che «siamo pronti a fare un passo indietro rispetto a quanto deciso

dal Tesoro soltanto se tutte le altre regioni saranno disponibili a rinunciare a qualcosa. Ma se l’atteggiamento è quello visto sulla divisione dei 475 milioni per il Tpl...». Ma a peggiorare il clima anche la battaglia che il ministro degli Interni, Roberto Maroni, sembra aver iniziato con con le Regioni sul piano per ospitare profughi e clandestini del Nord Africa. Ieri mattina, mentre i governatori stavano litigando tra loro sulla ripartizione dei 475 milioni per il trasporto pubblico locale, sono arrivate come una una mannaia le ultime disposizioni prese dal Consiglio dei ministri. Soprattutto è giunta la richiesta di un impegno superiore anche sulla gestione dei clandestini, materia sulla quale 24 ore prima il governo si era rifiutato di trattare.


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e di cronach

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato

Sulla spinta dei rialzi del petrolio vola l’inflazione: + 2,5% a marzo

Direttore da Washington Michael Novak Consulente editoriale Francesco D’Onofrio

ROMA. Accelera l’inflazione a marzo sotto la spinta del rialzo dei prezzi del petrolio in seguito alle rivolte nel mondo arabo. I prezzi al consumo, segnala l’Istat, sono saliti dello 0,4% mensile per un incremento tendenziale del 2,5%, massimo da novembre 2008. A febbraio il costo della vita aveva registrato un incremento dello 0,3% rispetto a gennaio e del 2,4% su base annua. Pesano i prezzi dei carburanti: la benzina è salita del 12,7% rispetto a marzo 2010 e del 3,4% rispetto a febbraio, il gasolio è aumentato del 18,5% su base annua e del 4,3% su base mensile. Caldo anche l’andamento degli alimentari: con formaggi e latticini che segnano una crescita tendenziale del 4,1% e la frutta fresca che sale del 2,6% su base mensile e del 5,7% su base annua. L’indice core dell’inflazione, depurata dall’andamento degli alimentari e dell’energia, è cresciuto dell’1,8% su base annua contro l’1,7% di febbraio. L’inflazione acqui-

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Errico Novi (vicedirettori) Vincenzo Faccioli Pintozzi (caporedattore) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica)

sita per il 2011 è pari all’1,8%. Per il Condacons, l’impennata del costo della vita associata all’aumento delle bollette di luce e gas varato dall’Autorità due giorni fa, si tradurrà in una stangata da 1.240 euro all’anno per ogni famiglia italiana. Appena più ottimisti i conti di Federconsumatori e Adusbef che si fermano a 1.164 euro. Per le due associazioni, «è necessario un vero e proprio blocco di prezzi e tariffe».

Da sinistra, Vasco Errani, Stefano Cladoro e Giulio Tremonti. A fronte, Roberto Formigoni

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria) Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Osvaldo Baldacci, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Anselma Dell’Olio, Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Aldo G. Ricci, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Jacopo Pellegrini, Antonio Picasso, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Franco Ricordi, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Emilio Spedicato, Maurizio Stefanini, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Amministratore Unico Ferdinando Adornato Concessionaria di pubblicità e Iniziative speciali OCCIDENTE SPA Presidente: Emilio Bruno Lagrotta Amministratore delegato: Raffaele Izzo Consiglio di amministrazione: Ferdinando Adornato, Vincenzo Inverso, Domenico Kappler, Antonio Manzo Angelo Maria Sanza Amministrazione: Letizia Selli, Maria Pia Franco Ufficio pubblicità: 0669924747

Secondo Palazzo Chigi si potrebbero anche accogliere oltre 50 mila persone, diecimila in più del previsto e per lo più irregolari. Soltanto alla cabina di regia in programma questa mattina saranno noti i siti scelti per ospitare i campi d’accoglienza. Ma, come ha fatto intendere Maroni, non saranno accetti rifiuti da parte degli amministratori. «Nessuno può tirarsi fuori. Siamo di fronte a una vera e propria emergenza, una situazione grave che richiede solidarietà e concorso di tutte le Regioni. Gli atteggiamenti di rifiuto che sorgono ovunque si individui un luogo per i clandestini, non possono essere giustificati», il monito del titolare del Viminale. Vasco Errani, a nome dei suoi colleghi, non ci sta a passare per egoista. E ricorda che «l’accordo raggiunto con governo mercoledì sera riguarda i profughi. Le Regioni non hanno condiviso invece le questioni relative alle tendopoli per gli immigrati irregolari: quella è una scelta unilaterale del governo». Dalla Lombardia Roberto Formigoni sottolinea che «gli immigrati irregolari sono un problema che attiene integralmente al ministero dell’Interno». Come dire, che la responsabilità deve prendersela Maroni, anche perché il ministro ha respinto alcune aperture degli enti, che si erano «richiamate a normative ed esperienze europee».Senza dimenticare che per gli irregolari servono strutture

A peggiorare le cose potrebbe essere il braccio di ferro intrapreso da Maroni sull’accoglienza dei profughi attrezzate anche per evitare le fughe, quindi più costose da allestire. Il problema è in primo luogo di natura gestionale, ma anche politico. Umberto Bossi, a domanda sul fatto che il Nord avrebbe fatto di più sul versante dell’accoglienza, ha risposto: «Con cautela». Errani, invece, ha accusato «il governo di aver scelto ideologicamente di tenere la pressione al Sud. C’è bisogno di chiarezza vera, perché per legge non si possono fare respingimenti di massa».

Chiarezza non a caso chiesta ieri, durante un suo intervento alla Camera, anche dal leader Udc Pier Ferdinando Casini. Perché, ha spiegato, «gli immigrati che arrivano dal Nord Africa sulle coste di Lampedusa devono essere ripartiti su tutto il territorio nazionale.

Non ci possono essere regioni di serie A e di serie B. Bisogna ripartire equamente sul territorio nazionale, non può essere solo la Puglia a pagare per tutti». Con le amministrative sempre più vicine, ieri mattina il Consiglio dei ministri ha deciso che gli stranieri in arrivo saranno equamente distribuiti su tutto il territorio nazionale. Unica regione esentata dall’obbligo l’Abruzzo, ancora alle prese con la ricostruzione. Soprattutto si vuole dare l’impressione che sia il Nord a prendersi il carico maggiore. Al termine del Consiglio dei ministri di ieri il titolare della Difesa, Ignazio La Russa, ha annunciato «di aver messo a disposizione del ministero dell’Interno altri sette siti solo al Nord per l’accoglienza di immigrati». Dal Veneto il leghista Luca Zaia – ancora una volta costretto a mediare tra le esigenze del Carroccio e quelle dei colleghi governatori – ha prima chiesto una campagna dei media per scoraggiare nuovi sbarchi, quindi ha annunciato che «il suo pensiero va ai profughi, circa 2mila oggi in Italia, per i quali esiste la massima solidarietà». Soprattutto se si tratta di anziani, donne e bambini». Se nelle prossime 48 ore centro e periferia non troveranno un accordo, le cose sono soltanto destinate a peggiorare. Anche perché secondo una nota riservata del Sismi pubblicata nell’ultimo numero di Panorama, sarebbero pronti a partire almeno in centomila.

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e vogliamo parlare seriamente dei rischi da nucleare con riferimento a quanto avvenuto a Fukushima, non possiamo prescindere dai dati di cui disponiamo, anche se, purtroppo, non definitivi. Innanzitutto, fra morti e dispersi siamo oltre i 27mila. Di cui circa 11mila i morti e più di 16mila i dispersi. Il massimo numero dei decessi si è avuto nella prefettura di Miyagi che ne ha contati, sino ad oggi, 6843, causati dall’onda del maremoto. Nella prefettura di Fukushima invece, allo stato attuale, ce ne sono in tutto 1030. La maggior parte dovuti al crollo di una diga. Per quanto riguarda la centrale nucleare di Fukushima sono tre i contaminati gravemente.

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So bene che i danni del nucleare non si possono valutare nell’immediato. Conosco i dati di inquinamento radioattivo della zona sin qui resi noti: il mare tutto intorno è a livelli di radioattività altissimi, con ricadute gravi e gravissime sulla fauna marina. Il suolo è ugualmente contaminato tanto da consigliare l’allontanamento delle popolazioni che abitano entro il diametro di quaranta chilometri dalla centrale. I danni dureranno a lungo nel tempo. E non sarà facile per quei territori e per quelle genti superare la crisi che stanno vivendo.

Proviamo ad ascoltare il consiglio di Rubbia, che indica la possibilità di usare il torio come materiale fissile, giudicato dal Nobel per la Fisica molto più sicuro degli altri Non possiamo sapere oggi quante saranno le vittime umane che nei prossimi dieci anni farà la radioattività. Disponiamo però dei dati riguardanti il disastro di Cernobyl. Si sa che a morire subito, a causa dell’incidente della centrale ucraina, furono sessanta persone, mentre 4mila ne morirono di cancro nell’arco di 10 anni. Nessuno può sottovalutare questi dati, anche se – allo stato attuale – sembra che Fukushima sia un disastro di proporzioni inferiori rispetto a quello di Cernobyl. Quanto alla centrale americana di Three Mile Island le ricadute negative furono molto più ridotte: nessun morto subito, oltre seicento per tumore nell’arco di dieci anni. L’incidente giapponese è dovuto al fatto che tutte le misure di sicurezza della centrale sono state azzerate non solo per la violenza del sisma e dello tsunami, ma anche, e in maniera determinante, per il comportamento della società di gestione Tepco, che, per ingiustificabili interessi propri e forse per insipienza, non ha preso per tempo tutte le decisioni da prendere. Il comportamento non responsabile e forse illegale degli uomini davanti ad una catastrofe è un rischio che non corre solo il Giappone. In Italia potrebbe

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L’incidente giapponese è dovuto al fatto che le misure di sicurezza sono state azz accadere anche di peggio.Tutto ciò premesso e non sottovalutato, ritengo comunque un grave errore dire un no senza appello al nucleare. Innanzitutto perché né in tutti gli altri Paesi europei, né negli Stati Uniti è stata imboccata questa via, con l’eccezione della Germania. Nessuno ha fatto cenno alla volontà di sospendere la produzione nucleare, solo la signora Merkel ha dichiarato di volerne uscire il prima possibile. La spiegazione di questo atteggiamento va anche ricercata nelle recenti elezioni svoltesi nel Baden Wuttemberg e nella strategia delle alleanze della Cancelliera. E comunque - qualunque sia la spiegazione - la Merkel è il solo leader europeo ad essersi mosso in questa direzione. Non seguita da nessuno: né ad Est né ad Ovest. Quanto a Obama, ha invitato ad una attenta manutenzione delle centrali esistenti. E per quanto riguarda le due da costruire ha parlato di nuovi investimenti per far crescere il loro livello di sicurezza, passando ad una nuova generazione a rischio ancora più basso. L’Italia ha scelto di darsi un anno di tempo per riflettere sulla questione. Mi sembra questa una posizione tattica. Non credo che in dodici mesi la situazione della ricerca e delle acquisizioni tecnologiche possa cambiare di molto. Avevamo già preso contatti con i francesi e gli americani per le tecnologie nucleari ed eravamo intenzionati a costruire centrali di terza generazione. In realtà già esistono quelle di quarta che depotenziano le scorie, ma che hanno costi molto più elevati. Ed è alle viste anche una quinta generazione, antiterremoto e antimaremoto.

L’anno di riflessione è dunque - come dicevo - una misura tattica, consente prese di contatto per saperne di più, evita il sì o il no per sempre che vorrebbero i referendari, dà respiro per una riflessione, e inoltre si coniuga bene con la decisione comunitaria di controllare il livello di sicurezza di tutte le centrali. Insomma, si tratta di una scelta di corto respiro, ma accettabile. Ritengo però che, anche se con prudenza e con gli occhi ben aperti, occorra andare avanti sulla via del nucleare. Magari anche ascoltando il consiglio di

Il nucleare sicuro c’è. Puntiamo su quello di Carlo Ripa di Meana

L’Italia ha scelto di darsi un anno di tempo per riflettere sulla questione. Bene. Ma il disastro della centrale di Fukushima non deve comunque farci abbandonare la strada dell’atomo. Ecco come e perché bisogna insistere


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zerate per la violenza del sisma e per il comportamento della società di gestione

A destra, un’immagine di Carlo Ripa di Meana. A sinistra e nella pagina a fianco, una centrale nucleare, alcuni scatti del disastro giapponese di Fukushima sotto una foto dell’imperatore in visita agli sfollati

Rubbia che indica la possibilità di usare il torio come materiale fissile, giudicato dal Nobel per la Fisica molto più sicuro degli altri. So bene che questa strada richiede parecchio tempo e molto denaro, ma - visto che in Italia comunque la prima centrale non arriverà che fra venti anni - suggerisco di prenderla in considerazione. Perché continuo a ritenere il

nucleare indispensabile? Non voglio nascondere che ci sono nell’ambito dei combustibili fossili importanti novità. In particolare è molto significativo il rinvenimento a Nord dell’Alaska di scisti bituminose che, se opportunamente trattate, rilasciano petrolio e gas in grandi quantità, a prezzi molto competitivi. Insomma, negli ultimi anni, è stato scoperto un tesoro che peraltro rende non più conveniente il gas proveniente, ad esempio, dalla Nigeria e dall’Africa del Nord e la tecnologia dei rigassificatori. Naturalmente questa importante novità allunga i tempi di esaurimento delle risorse fossili e dello stesso petrolio (valutato in 50 anni). Inoltre il gas e il petrolio dell’Alaska sono a basso costo e prodotti in zone non a rischio come quelle dove, ad esempio, si estrae l’oro nero. Per intenderci: l’Alaska non è la Libia, né l’Iran. Accanto a questa scoperta occorre segnalare il fatto che c’è ancora molto carbone e che le centrali con questo combustibili sono oggi molto meno inquinanti. Quindi per un tempo piuttosto lungo potremo puntare sul fossile. Ma spesso gli antinucleari sono anche accanitamente anti carbone. Le confortanti notizie provenienti dall’Alaska poco o nulla tolgono o aggiungono alla difficile situazione energetica italiana attuale, caratterizzata dalla precarietà e dalla pesante antieconomicità: la nostra bolletta energetica è insopportabilmente deficitaria e lo rimarrà ancora a lungo. I nostri politici hanno creduto di poter fare a meno del nucleare importando energia dalla Francia e dalla Slovenia, ma è bastato lo abbiamo sperimentato nel 2003 - un black out, dovuto alla caduta di alberi in Svizzera, per bloccare le nostre industrie e per lasciarci al buio. Del resto, da quando l’Italia applica le sanzioni Onu alla Libia e non importa più petrolio e gas da quel Paese, ci è venuto a mancare il 20 per cento di energia e siamo stati costretti a ricorrere ad altri esportatori. È vero che ormai abbiamo - come dicono gli antinuclearisti - «una busta energetica» che ha larghi margini, ma siamo comunque sottoposti a mille rischi: dalle fibrillazioni politiche dei paesi produttori alla siccità che prosciugherebbe il nostro settore idroelettrico, notevolmente rilevante negli equilibri energetici nazionali.

Gli antinuclearisti fanno appello poi ad altri argomenti. Il primo riguarda il fatto che, non solo il petrolio, ma anche l’uranio e il plutonio sarebbero in via di esaurimento. Questo però non sarà vero almeno per due secoli. E poi c’è sempre la via del torio indicataci da Rubbia. Il secondo argomento degli antinuclearisti è quello che potremmo dotarci di un robusto eolico che - aggiungo io al massimo della sua espansione, potrebbe arrivare a produrre il 2,5 per cento del fabbisogno energetico. Poca cosa a fronte dell’enorme distruzione del paesaggio nazionale che provocherebbe. C’è poi il fotovoltaico che al massimo può arrivare a produrre il 4 per cento del fabbisogno, e in compen-

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so occuperà spazi enormi del nostro territorio con conseguente duro colpo alla nostra agricoltura: addio vigneti, addio grano. È bene che si sappia che l’energia prodotta con l’eolico in Italia è carissima: costa sei volte in più di quella derivante dall’eolico tedesco. E proprio ieri è apparsa sul Corriere della Sera la notizia che la nostra bolletta l’altro ieri è stata aumentata del 3,9 per cento. Di questo scatto ben il 3 per cento servirà per dare soldi agli investimenti per energia da vento e da sole. Tremonti aveva cercato di tagliare, ma ora siamo di fronte ad un nuovo contrattacco. L’ultimo importante argomento che portano gli antinuclearisti è che la tecnologia nucleare se vuol essere più sicura diventerà molto costosa. Questo è in parte vero. Ho già detto dei prezzi che paghiamo per l’eolico e il fotovoltaico. Vorrei aggiungere che non essere forti importatori di energia, ci dà anche una quota di autonomia in più come paese. La rinuncia al nucleare e anche al carbone - questo si deve sapere - fa crescere di parecchio la bolletta per le imprese, con tanto di aumento di costi di produzione che da qualche parte poi occorrerà recuperare, e per le famiglie. L’energia in Italia si paga il doppio che in altri Paesi. Non possiamo quindi continuare a relegarci in questo campo in una posizione di instabilità e per giunta altamente costosa. Il danno che ci procuriamo con le nostre mani, è molto consistente.

Non posso dunque che plaudire alla posizione di chi, non cercando la facile popolarità, ha fatto sulla questione energetica una scelta seria e meditata. Non guidata dalle spinte emotive. Nel mondo politico l’unico che si muova con questo spirito e in sintonia con la stragrande maggioranza dei paesi europei è Pier Ferdinando Casini. E cioè:

L’energia da noi si paga il doppio che in altri Paesi. Non possiamo quindi continuare a relegarci in questo campo in una posizione di instabilità e per giunta altamente costosa lasciamo aperte tutte le opzioni, lavoriamo sul terreno della sicurezza, ma non liquidiamo senza appello la tecnologia nucleare. Le altre voci fuori dal coro sono state quelle di Angelo Panebianco, di Sergio Romano, di Giovanni Sartori e di Umberto Veronesi. Per il resto hanno trionfato i tatticismi. Per non dire del no della sinistra, che ha perso un’altra occasione per prendere una posizione equilibrata e ragionevole. In questo schieramento si odono poi anche le urla referendarie di Antonio Di Pietro. Bisognerà cercare di ripristinare un dibattito pacato. E a questo servirà non poco la conoscenza di tutti i dati su Fukushima. Ancora infatti non sappiamo che cosa è davvero accaduto. L’ignoranza facilita il dilagare delle paure e della facile propaganda.


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la crisi libica

Berlusconi contro Tunisi, che «non ha rispettato gli accordi sulla gestione degli immigrati clandestini»

Ora si infiamma il fronte italiano

Dopo Lampedusa, la protesta si sposta a Manduria E la Lega si oppone al trasferimento profughi al Nord di Vincenzo Faccioli Pintozzi a colpa è sempre di qualcun altro. Questo è fondamentale, se si vuole sopravvivere in politica. E la guerra libica, sempre più guerra di frontiera per l’Italia, continua a colpire con forza il governo. Ed ecco che la questione dei migranti diventa problema di qualcun altro. Nello specifico del governo tunisino, che «avrebbe dovuto fermare i barconi ma questo non è avvenuto». Lo ha detto ieri il premier Silvio Berlusconi, intervenendo telefonicamente a un convegno dei Cristiano Popolari, a Roma. «Ci sono cinquemila cittadini tunisini che non sarebbero a noi particolarmente accettabili. C’è il sospetto che siano una parte dei circa undicimila evasi dalle carceri tunisine - ha aggiunto il premier - e gli accordi sulla questione non sono stati accettati».

L

Sempre ieri, circa 2300 immigrati hanno lasciato Lampedusa a bordo di due navi. All’alba l’Excelsior è partita con circa 1700 immigrati e destinazione Taranto. Stessa destinazione in tarda mattinata per la ”Catania” della Grimaldi. A bordo in questo caso ci sono circa 600 persone. Nelle prossime ore dovrebbero lasciare l’isola con altre due navi 1500 profughi. Sono 3.731 gli immigrati presenti attualmente a Lampedusa, dopo i trasferimenti avvenuti con le prime navi e con due ponti aerei. Il dato è stato fornito dal sindaco dell’isola, Bernardino de Rubeis, che ha definito la gente locale «allo stremo». E mentre le navi si riempiono, cresce in contemporanea anche la protesta delle città dove sono stati allestiti i centri di accoglienza. Un centinaio di cittadini sta tenendo un presidio di fronte all’area di Coltano a Pisa dove il governo ha deciso di allestire una tendopoli. Due giorni fa, per la scelta di aumentare il numero di immigrati da ospitare a Manduria, si

Il Senatùr: «Se ne va? Peggio per lui»

Il ministro degli Esteri di Gheddafi a Londra

Bossi attacca Mantovano

E Koussa lascia il raìs

ROMA. Bossi non perde occasione (ne ha di che, per solide ragioni per elettorali) usare due pesi e due misure quando parla di Italia del Sud e Italia del Nord. «Le dimissioni del sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano? Peggio per lui». Così ha detto il ministro delle Riforme, ieri particolarmente loquace (ha stigmatizzato anche gli insulti istituzionali di La Russa, come raccontiamo a pagina 2). Poi, allargando le braccia, ha spiegato agli astanti: «In un partito grande come il Pdl è difficile mettere d’accordo tutte le anime». Il guio è che nel caso in questione - le tante anime non sono solo quelle del Pdl ma più in generale quelle del Paese. Perché le dimissioni di Mantovano vanno al di là delle polemiche interne al Pdl: basta guardare a che cosa sta capitando a Manduria in margine alla gestione dell’emergenza profughi. Perché Mantovano si è dimesso da sottosegretario per protestare contro la scelta del governo di inviare i profughi sostanzialmente solo nelle Regioni del Mezzogiorno. Mantovano, poi, ha contestato proprio la decisione dell’esecutivo di destinare alla Puglia un numero di profughi maggiore che altrove.

LONDRA. Quasi a sorpresa, la Gran Bretagna ha negato ieri l’immunità all’ex ministro degli Esteri del regime libico. Moussa Koussa, arrivato di sorpresa a Londra, aveva chiesto infatti alle autorità inglesi un lasciapassare per evitare il processo internazionale che si profila all’orizzonte contro i gerarchi di Tripoli. Il ministro degli Esteri conservatore, William Hague, ha sottolineato però che la defezione di Koussa dimostra come «il governo stia crollando dall’interno». Hague ha poi invitato altri esponenti del governo di Gheddafi a «seguire l’esempio dell’ex ministro degli Esteri, l’unico modo per migliorare il futuro della Libia».Tuttavia non sembrano prevedibili, quanto meno a strettissimo giro, nuove defezioni nel campo del governo libico. Anzi, secondo alcune fonti citate dalla stampa internazionale, il regime di Tripoli avrebbe iniziato a far pedinare ministri e boiardi - insieme alle loro famiglie - da alcuni membri dei famigerati corpi speciali di mercenari al soldo del figlio di Gheddafi, Karmis.

A Bossi ha risposto Carmelo Briguglio, di Fli: «A differenza di Bossi, a me spiace per le dimissioni di Mantovano, persona e uomo di governo che continuo a rispettare come serio e competente, del quale rispetto le idee diverse dalle mie e la sua libera collocazione, ma non ho mai capito come potesse stare ancora lì dove sta, sia sul piano politico come anche su quello valoriale. La rozza dichiarazione del capo della Lega contro di lui spero lo porti a riflessioni profonde, anche sulla natura del leghismo ideologico che è divisivo, contrario alla coesione nazionale e agli interessi legittimi del Mezzogiorno d’Italia».

Sempre secondo le fonti, l’ordine emanato dal dittatore in persona sarebbe quello di sparare a vista contro non soltanto chi vorrebbe scappare, ma anche contro chi viene sorpreso in atteggiamenti sospetti, nell’atto di prelevare denaro dalle poche banche ancora aperte o (crimine peggiore) in contatto con esponenti di governi o media occidentali. La tecnica è nota. Sia Kim Jong-il, il feroce padre-padrone della Corea del Nord, che Omar al Bashir (leader del Sudan) avrebbero da tempo messo in atto tecniche simili. Clamoroso il caso dell’ordine emanato da Pyongyang in occasione dell’ultima riforma valutaria, quando il dittatore asiatico ordinò di prendere in ostaggio persino i figli degli ambasciatori.

è dimesso il sottosegretario agli Interni Mantovano; poco dopo anche il sindaco del comune pugliese ha rassegnato le dimissioni. Proteste anche a Ventimiglia (Imperia) e a Trapani.

Le prime “vittime” della guerra interna, dunque, che tra l’altro si sono viste anche irrise dal leader dei padani, Umberto Bossi, che parlando di Mantovano ha detto: «Se ne va? Peggio per lui». Ovviamente, di conseguenza nella guerra è entrata a gamba tesa anche la Lega Nord, che ha frenato sulla lista dei sette siti per i profughi “tutti al Nord” presentata dal ministro La Russa. Sulla questione è intervenuta anche l’Unione europea, in una querelle che pare infinita. Il governo europeo ha dichiarato per bocca del commissario europeo per gli Affari interni, Cecilia Malmstrom, di «voler aiutare concretamente i rifugiati». La Malmstrom, da ieri in Tunisia, ha aggiunto che l’Europa «potrebbe accogliere chi non può tornare nel suo Paese per motivi politici o legati alla guerra». Malmstrom ha anche detto che avvierà colloqui con il nuovo ministro dell’Interno della Tunisia, Habib Essid, che si è insediato lunedì scorso, sulle modalità di rimpatrio degli immigrati tunisini da Lampedusa, riferendosi, in questo contesto, alla possibilità di concedere incentivi per indurli a rientrare in patria. In disaccordo il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini, che intervistato durante “La telefonata” di Mattino Cinque, ha sottolineato come sia «clamorosa l’assenza di solidarietà da parte di tutti i Paesi europei»


la crisi libica

1 aprile 2011 • pagina 11

Solo in questo modo si può mantenere il consenso della popolazione

La confusione è voluta da un governo populista Migranti politici e immigrati sono problemi diversi, annunciati da tempo e ignorati per scelta dall’esecutivo di Achille Serra arlare di “emergenza immigrazione”nel nostro Paese negli ultimi tempi è ormai diventato usuale al punto tale che nella smania di affastellare numeri, previsioni, allarmi e false soluzioni, si confondono informazioni e termini; si sovrappongono, infatti, realtà e situazioni completamente diverse tra di loro, generando così persino più confusione di quanta già ne debba tollerare la gente, ormai stanca di proclami e promesse. Per motivi che definirei senza dubbio ideologici e politici il governo continua allora a mandare messaggi equivoci. Mi spiego meglio: chi sarebbe tenuto a trovare soluzioni per risolvere un’emergenza - peraltro più che annunciata - confonde due status dalle origini e dalle caratteristiche ben diverse: quello di profughi e quello degli altri immigrati; in questo modo non solo non si risolve il problema ma si cade nell’errore: i profughi, infatti, sono e saranno anche nei prossimi eventuali arrivi, soltanto una minoranza. Gli altri, quei tunisini troppo frettolosamente giudicati clandestini, per legge devono essere identificati individualmente e soltanto laddove realmente clandestini, riaccompagnati nel loro Paese di provenienza, come d’altronde chiaramente previ-

P

compresi quelli verso i quali molti tunisini vorrebbero andare. I migranti già arrivati in Italia - ha detto - «devono essere rimpatriati verso la Tunisia o distribuiti in altri Paesi europei». Il titolare della Farnesina ha quindi sottolineato la mancanza di solidarietà dimostrata «a cominciare dalla Francia». Più tardi Frattini ha aggiunto che l’ipotesi di un rimpatrio forzato «è l’extrema ratio, ma non si può escludere. Cerchiamo comunque di farlo in maniera concordata». Il ministro ha spiegato che «il presidente del consiglio sta cercando un contatto diretto con il primo ministro tunisino per chiedergli un

tuale ai ribelli. Londra e Parigi, infatti, vorrebbero fornire in maniera diretta armamenti e mezzi pesanti a chi si oppone a Gheddafi. Roma, Berlino e soprattutto Ankara si oppongono nettamente. Washington ha assunto un atteggiamento ambiguo: Obama ha dichiarato che gli Stati Uniti «faranno tutto il possibile», mentre Cia e Foggy Bottom hanno rifiutato di commentare. In ogni caso Suleiman Mahmoud, secondo nella linea di comando dei ribelli libici, ha dettato una linea abbastanza precisa: «Ci servono tempo, pazienza e aiuto per organizzarci. Abbiamo bisogno di radio, di altri

Nuovo scontro tra Frattini e Bruxelles. Il ministro italiano punta il dito contro la mancanza di cooperazione da parte dei 27, mentre il Commissario agli Affari interni dice: «Siamo pronti» impegno formale, riconfermando quello che Tunisi ha già detto a me e al ministro Maroni». Il ministro ha quindi ribadito che è necessario che si attuino i rimpatri, aggiungendo che Berlusconi «se necessario, andrà a Tunisi». Il capo della diplomazia italiana ha quindi ribadito la necessità di «fermare il flusso di immigrati tunisini da Zarzis e Djerba e dare corso ai rimpatri». Senza specificare come.

Ma nel mondo, specialmente anglosassone, si continua poi a discutere soprattutto del modo migliore con cui sostenere la rivolta in Libia. Al di là di quanto previsto dalla Risoluzione delle Nazioni Unite, infatti, i governi occidentali si sono divisi sul sostegno fat-

mezzi di comunicazione e di armi. Il nostro esercito obbedisce agli ordini, ma non sempre siamo in grado di comunicare con tutte le forze in campo». Ieri una colonna di combattenti insorti si è trovata sotto il fuoco dei lealisti fra Brega e Ajdabiya mentre, in mattinata, hanno peso il porto petrolifero fondamentale di Ras Lanuf e la strategica cittadina di Bin Jawad. A occidente, invece, le truppe di Misurata resistono come possono agli attacchi dei soldati di Gheddafi. Il quale sta iniziando una nuova tipologia di guerriglia, che poggia su basi sociali: definire gli insorti “burattini” nelle mani degli occidentali per aizzare così la resistenza popolare di tutti gli strati.

sto dalla legge. Oggi questa necessaria identificazione non può essere né omessa né avviata a bordo di quelle navi che li porteranno chissà dove. Tale procedura può essere effettuata, a mio parere, soltanto decongestionando l’isola di Lampedusa ormai allo stremo e distribuendo la maggioranza di questi immigrati sull’intero territorio nazionale.

Una procedura certamente attuabile attraverso quella buona dose di organizzazione, finora tardiva, e di solidarietà, finora solo annunciata. Penso, infatti, alle ultime dichiarazioni di alcuni politici, che risolvono la situazione con un energico ”fora di ball”, oppure a quei governatori che hanno consigliato ai migranti di restare al mare, anziché trasferirsi in montagna, o ancora a chi fa sapere di voler accogliere solo profughi e non clandestini.

La maggioranza ignora di proposito le offerte presentate dall’opposizione, per gestire (male) tutto

Nuovo errore: al momento l’emergenza è rappresentata da immigrati, non si conosce ancora il loro status. Parole una volta di più dirette a guadagnare consenso e a ”disturbare”il meno possibile certi elettori di certi partiti. È allora che l’unitarietà del Paese, cui si fa più che mai appello, si sfalda quando sentiamo parlare di trasferimenti e ci accorgiamo delle zone prescelte finora: Manduria, Trapani, Caltanissetta, tutti siti ancora una volta al sud. I proclami si mostrano così nella loro reale natura, rivelandosi nient’altro che demagogia e populismo di basso profilo. Eppure l’emergenza non si può sottovalutare e la necessità di un’azione forte e unitaria è più che mai impellente. Non possono aspettare gli italiani così come non possono farlo le migliaia di persone in fuga dal proprio Paese per i motivi più diversi, ridotte alla fame e ammassate da settimane come pacchi senza destinazione. La politica non può non accorgersene nemmeno ora. Un governo totalmente sprovveduto di fronte a un esodo ancora lontano dal suo apice non può nascondersi dietro alle parole. Partiti come quello che rappresento, allora, hanno offerto e continuano ad offrire la totale disponibilità alla collaborazione; ma è una disponibilità che il governo finora non ha mai chiesto, preferendo piuttosto scelte unilaterali e politicamente “comode”, mascherandole da risoluzioni ferme e immediate.


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la crisi libica

Dopo il passaggio del controllo delle operazioni alla Nato, la situazione militare in Libia è entrata in una fase di stallo

«La guerra sarà lunga»

«Per addestrare i ribelli di Bengasi serve tempo. Troppo. La via più breve è fornire loro armi e consiglieri sul campo, magari puntando a un miglior coordinamento con i raid. Ma la soluzione è lontana»: parla il generale Fabio Mini di Pierre Chiartano otto il cappello di Unified Protector, la missione Nato in Libia che sostituisce Odissey Dawn, cosa cambierà per i destini delle formazioni antiregime? Le forze ribelli rimangono male addestrate e anche se rifornite di nuove armi riusciranno a fare ben poco sul terreno delle operazioni militari. Mancano di coordinamento e manca il coordinamento anche con le operazioni aeree. In mezzo al marasma libico, abbiamo chiesto a un grande esperto di vicende militari, il generale Fabio Mini, già comandante della missione Kfor, in Kosovo, un parere sul «tira e molla» militare sulle sponde meridionali del Mediterraneo.

S

nare un’operazione già avviata». Premere un grilletto è facilissimo, ma organizzare un’azione sul terreno è tutta un’altra faccenda.

«Innanzitutto mi meraviglio – e non ne sono sicuro – che non abbiano già dato le armi ai ribelli». I francesi, potremo aggiungere, sicuramente le loro forniture le hanno già consegnate con largo anticipo. «Si tratterebbe dunque di sanzio-

«Non solo non sono addestrati da un punto di vista dei materiali: una fucilata riescono anche a spararla. Non sono preparati mentalmente. Non hanno alcuna disciplina e non hanno proprio idea di come si svolgano delle operazioni militari. Quando vedo in televisione questi miliziani che sparano per aria, penso che anche il migliore istruttore delle Sas – le forze speciali inglesi – potrebbe fare ben poco. Sarebbe difficile persino comunicare. L’entusiasmo che dimostrano questi miliziani ribelli va bene, la genuina voglia di combattere va benissimo, gli mancano però le basi della mentalità militare. Serve agire con uno scopo, un obiettivo preciso, non agire tanto per…». I bengasini sembra non riescano a reggere neanche un fronte. «Quella può

essere anche una tattica, l’hanno sempre utilizzata. Il problema è che lì si combatte all’interno di spazi enormi. Centinaia di chilometri completamente liberi. All’interno di uno scenario simile, con i mezzi di cui dispongono come i pick up armati o le semplici automobili, possono muoversi liberamente, per diverse ore, senza incontrare resistenza. Quindi avanzare di 150 o arretrare di 200 chilometri, non è un problema. Non è tatticamente e operativamen-

Per prepare le formazioni dell’Uck in Kosovo ci vollero più di due anni

te rilevante. È un tira e molla. Il problema e che neanche quando arrivano al punto in cui si dovrebbe quagliare, i ribelli non hanno idea di come si faccia. Probabilmente le armi si sarebbero dovute consegnare prima, se mai ci fosse stato un disegno. Il fatto invece che siano così male addestrati, male armati e disorganizzati, dimostra solo la spontaneità di tutta la rivolta. Un fatto che ha preso alla sprovvista tutti quanti. Dare ora le armi non garantisce

nulla, ammesso di sapere a chi consegnarle, non avremmo nessuna garanzia che vengano utilizzate nella maniera giusta». Difficile anche poter controllare la destinazione finale di questi equipaggiamenti bellici.

«Mi ricordo che il grande progetto di armare l’Uck e di farlo diventare la fanteria dell’Alleanza atlantica era nato due anni prima del 1999. Ci sono stati dei grossi investimenti sia per addestrarli che per organizzarli. E alla fine non erano per niente uniti e amalgamati, neanche sugli obiettivi. Ancora nel 2006 sentivo Ramush Haradinaj che litigava con Hashim Thaci (due capi dell’Uck, ndr), perché non lo riconosceva come capo della guerriglia. Visto che Thaci non aveva combattuto sul campo, come aveva fatto Haradinaj». Ricordiamo che fu proprio il ritorno in Kosovo di Haradinaj, nel febbraio del 1998, a far esplodere il conflitto. «Dunque già nei Balcani do-


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La famigerata “guerra delle Toyota” fu uno smacco abissale per i progetti panafricani del raìs

Truppe francesi contro i libici? Una sfida già vista. In Ciad Mentre si parla di un intervento anche terrestre da parte della coalizione, è utile ricordare un precedente significativo degli anni ’80. Quando… di Enrico Singer è qualcosa di già visto nella guerra in Libia. Città strategiche tra la costa e il deserto che passano di mano in mano tra continui attacchi e ripiegamenti, nomi che ricordano un passato di sangue: Tobruk, Brega, Ajdabiyah. Il primo pensiero corre a settant’anni fa, all’offensiva finale del generale Montgomery contro le forze dell’Asse comandate da Rommel. Ma non c’è bisogno di tornare così indietro nel tempo. C’è un’altra guerra molto più vicina ai giorni nostri e molto più simile a quella di oggi perché ha visto in campo gli stessi protagonisti principali del conflitto che è in corso: Gheddafi, da una parte, e i francesi – con l’appoggio discreto degli Usa – dall’altra. È la guerra che è stata combattuta in Ciad, tra il 1980 e il 1987, in due fasi distinte e con due diversi presidenti all’Eliseo: prima il centrista Valery Giscard d’Estaing e poi, negli anni decisivi dello scontro, l’icona della sinistra di governo, François Mitterrand. Entrambi d’accordo almeno su un punto: la necessità di fermare le mire espansionistiche del colonnello che dal Ciad – che confina con il Sud del territorio libico – voleva cominciare la sua avventura di leader panafricano sfruttando una guerra civile tra i due grandi signori e nemici del Paese, Hissène Habré e Goukouni Oueddei. Un conflitto che sta facendo sentire i suoi effetti anche su quello attuale perché la maggior parte dei mercenari che formano la punta di lancia dell’esercito di Gheddafi viene proprio dal Ciad: guerrieri senza più una patria dopo la sconfitta dell’invasione libica con la quale si erano schierati.

C’

Dalla guerra in Ciad il raìs di Tripoli ha imparato molto. Tutto cominciò nell’autunno del 1980, quando le truppe del colonnello, appoggiate dalla sua aviazione che allora era molto forte, occuparono la città ciadiana di Faya Largeau determinate a sferrare l’attacco fino alla capitale, N’Diamena. Nel Nord del Ciad, per la verità, i libici erano già entrati nel 1973 quando si erano di fatto annessa la Striscia di Aouzou, una zona contesa dai tempi della spartizione postcoloniale e ricca di giacimenti di uranio. Ma la conquista di Faya Largeau, nella mente di Gheddafi, doveva essere l’inizio dell’invasione totale. La reazione della Francia, degli Usa e dell’Organizzazione dell’unione africana portò a un cessate-il fuoco (siamo ormai nell’81) che reggerà, tuttavia, soltanto un anno perché il 7 giugno 1982 Hissène Habré, che si era rifugiato in Sudan, torna alla testa dei suoi uomini, liquida le forze del Gunt (il governo

di transizione) guidato da Goukouni Oueddei e assume la carica di presidente. Il Gunt ripara nel Ciad settentrionale, dove ottiene l’appoggio della Libia: è a questo punto che esplode il conflitto vero e proprio con l’appoggio della Francia – ex potenza coloniale del Ciad – a Hissène Habré e con l’invio di una forza aerea e di 1500 soldati della Legione straniera a difesa della capitale. Parigi aveva preparato due possibili piani: il “Manta” e lo “Sparviero”. Il primo prevedeva l’invio di un in-

Quel confronto ha dato a Tripoli una buona conoscenza delle tecniche militari dei soldati di Parigi tero reggimento di paracadutisti per riprendere Faya Largeau. Il secondo somiglia molto alla strategia adottata nel conflitto in corso: cacciabombardieri per colpire le truppe corazzate libiche e rifornimenti alle truppe di Hissène Habré. Non fu una guerra-lampo.Tutt’altro: nel 1983 e nell’84 ci furono ancora battaglie nel deserto e combattimenti aerei. I libici riuscirono anche a bombardare N’Djamena fino a che i francersi misero praticamente fuori uso la base di Uadi Doum, il principale aeroporto dal quale partivano i jet di Gheddafi. Anche nell’85 la situazione sul campo fu di stallo, nonostante i continui attacchi e contrattacchi. La svolta

arriva nell’estate del 1986 con quella che è passata alla storia come la “guerra delle Toyota” perché, per la prima volta, entrarono in scena sul teatro della battaglia le veloci jeep armate che sono le stesse che vediamo oggi usate nel conflitto dai ribelli anti-Gheddafi. Con una grande differenza, però, perché le Toyota impiegate contro i carri armati libici nell’86 avevano i micidiali missili “Milan” in grado di polverizzare la corazza dei tank sovietici T 55 messi in campo dal colonnello, mentre le jeep che costituiscono adesso la principale arma degli insorti hanno soltanto mitragliatrici pesanti che poco o nulla possono contro i carri.

La “guerra delle Toyota” fu persa da Gheddafi. In una sola battaglia combattuta il 2 gennaio del 1987 vicino all’oasi di Fada. Una intera brigata corazzata libica fu annientata in uno scontro breve e micidiale: 1784 soldati vennero uccisi e altri 81 presi prigionieri. Numeri impressionanti per una battaglia moderna, specie per i morti. Ben 92 carri armati furono distrutti e 12 catturati. I soldati di Hissène Habré ebbero soltanto 18 morti e persero 3 veicoli fuoristrada: uno ogni 30 tank distrutti. E dopo quella disfatta ce ne furono altre fino a che, nella tarda estate del 1987, nel caldo infernale del deserto, l’esercito ciadiano concentrò vicino a Ouadi Doum quasi duemila soldati che, nella notte tra il 5 e il 6 settembre, passarono il confine e penetrarono addirittura per più di cento chilometri in territorio libico, attaccarono la cittadina di Ma’atan Bishrah e inflissero alle forze di Gheddafi un colpo durissimo che determinò, praticamente, la fine dell’avventura ciadiana del raìs di Tripoli. Fissata l’anno successivo con il ritiro dal Ciad delle sue truppe alle quali si unirono migliaia di miliziani delle tribù del Nord del Paese. Proprio quei ciadiani costituirono il primo nucleo dei mercenari – si calcola che adesso siano almeno trentamila – che combattano nella“Legione islamica”agli ordini di Kamis, il figlio più giovane del colonnello. I veterani della campagna nel Ciad, naturalmente, oggi rappresentano soltanto il nucleo storico dei mercenari, ma da quel Paese Gheddafi continua ad assoldare uomini che vanno ad ingrossare i reparti composti anche da soldati di altre nazionalità. Secondo Human Rights Watch, oltre a centinaia di serbi e di altri militari di Paesi dell’ex impero sovietico, ci sono combattenti che arrivano dal Mali, dal Niger, dal Burkina Faso e dall’Algeria. Anche 800 Tuareg separatisti sono stati assoldati nelle brigate mercenarie e combattono contro gli insorti che, per riequilibrare le sorti degli scontri, sperano adesso di poter mettere sulle loro Toyota i razzi anticarro che decisero la guerra del Ciad. Se qualcuno glieli darà.

ve le forze speciali inglesi, tedesche e americane avevano lavorato, per oltre due anni, i risultati non erano stati eccezionali. Figuriamoci in Libia. I kossovari avevano ricevuto armi e uniformi ed erano anche riusciti a dimostrare qualche efficienza operativa: i poliziotti serbi li ammazzavano. I ribelli libici danno invece l’impressione di non essere tanto aggressivi. Se si pensa di fare una guerra senza morti, siamo di fronte a una vera rivoluzione degli affari militari». E senza appoggio aereo i bengasini non potrebbero neanche muoversi. «Ho l’impressione che non si tratti di un vero appoggio dall’aria. C’è una specie d’interdizione aerea della coalizione, che opera a prescindere da ciò che accade sul terreno. Si tratta di una situazione che dovrebbe prima o poi evolvere in un vero appoggio alle azioni militari di terra». Serviranno dunque molti consiglieri militari sul campo.

«Consiglieri tra virgolette. Perché dovranno essere quelli che poi dirigono le operazioni. Armare le milizie è perciò ineluttabile. Per prendere Misurata, Raf Lanuf e non parliamo di Tripoli, c’è bisogno di gente con gli scarponi, anche con le ciabatte va bene, però devono sapere cosa fare». E non è tanto importante il tipo di arma che si mette in mano ai ribelli, ma il modo di combattere che può creare la svolta nel conflitto libico. «Bisogna dargli degli obiettivi precisi e dirgli che a un certo punto anche loro possono morire, se vogliono ottenere qualcosa. Se la Nato dovesse decidere di dare l’appoggio alle operazioni di terra, vedremmo delle azioni precedute da bombardamenti di artiglieria navale e bombardamenti aerei e missili colpire le postazioni nemiche. Serviranno poi gli elicotteri d’attacco per poter eliminare carri e ”carrette” che girano nel deserto. L’azione deve essere dunque preparata per le truppe di terra, queste si devono muovere in maniera coordinata e mentre procedono tutto ciò che gli sta davanti deve essere eliminato dall’alto. Sarebbe un modo diverso di armare i ribelli. Cioè dargli la possibilità di combattere». Le parole del generale sul ruolo dei consiglieri militari fanno tornare alla mente l’eventualità di una vietnamizzazione del conflitto libico. «È un rischio, perché è facile che i consiglieri si trasformino in combattenti. È una possibile evoluzione nel caso, sia l’addestramento che il supporto sul terreno, falliscano. La seconda opzione è che la Nato non fornisca un vero appoggio aereo. Allora bisognerebbe equipaggiare le milizie con armi più sofisticate, come quelle controcarro. E pezzi d’artiglieria, perché serve il fuoco di saturazione».


pagina 14 • 1 aprile 2011

la crisi libica

Una Commissione parlamentare ha visitato l’Iraq nove anni dopo la fine del conflitto. Che sembra ancora in corso

Ore 9: lezione a Baghdad Le guerre che attraversano Medioriente e Africa del Nord vogliono eliminare regimi repressivi e dittature sanguinarie. Ma l’esperienza irachena insegna che non basta rovesciare il raìs per avere la pace: serve il rispetto della libertà religiosa di Paola Binetti è rumore di guerra in troppe parti del mondo: una guerra che sembra esplosa come segno concreto di ribellione davanti ad una dittatura sempre meno sopportabile; come aspirazione alla democrazia e come nostalgia di libertà. Sono soprattutto i giovani che, dopo aver protestato in modo pacifico senza essere ascoltati, hanno lanciato una offensiva violenta contro dittatori che stanno rubando il loro futuro. Lo fanno con i mezzi di cui dispongono: una grande passione umana a tutela di diritti inalienabili calpestati e una rete di comunicazione che sfrutta in tutti i modi il web. Ma lo fanno anche con armi del tutto inadeguate, organizzazione vistosamente carente, esponendo le loro vite ad un rischio che cresce in proporzione alla capacità di reazione della dittatura di turno. Sono in gioco povertà e precarietà, non solo di tipo economico e professionale, ma anche culturale e morale. Ma la guerra non è mai la soluzione dei problemi, come ha imparato a sue spese l’Europa. È nata quando la politica e la diplomazia hanno ritrovato la loro leadership, hanno rimesso in primo piano il valore del dialogo, la pace ha ritrovato tutta la sua dimensione etica, anche in ordine allo sviluppo. Non è stata la guerra, ma la pace che ha edificato l’attuale Europa dei 27, partendo dal confronto che conduce a trattative basate sul rispetto, convinto e motivato, dei diritti umani, a cominciare da quelli delle minoranze. Un’Europa che, sia pure in modo contraddittorio e a volte con-

C’

flittuale, riesce a ritrovare la sua unità quando va oltre gli stretti interessi economici e si attesta sul rispetto di diritti che hanno profonde radici cristiane.

Primo tra tutti la libertà di religione, che esprime per ogni popolo la cifra della sua cultura e della sua tradizione, che fa da collante tra i cittadini di un determinato Paese. La guerra non è una soluzione: può tutt’al più essere il forte campanello d’allarme di un disagio crescente. Il messaggio del Papa all’Angelus di domenica scorsa è risuonato come una voce fuori dal coro. Un richiamo forte e determinante per quanti credono che la guerra possa essere la soluzione dei problemi che stanno drammaticamente affrontando il nord Africa e il Medioriente. Un richiamo altrettanto forte però per quanti credono che si possa governare senza far partecipare i cittadini alla costruzione di un futuro che riguarda direttamente ciascuno di loro e le loro famiglie. La guerra non è la risposta migliore a chi chiede più libertà, più democrazia, più

opportunità per lavorare, farsi una famiglia… a chi chiede in definitiva una vita più umana e più degna di essere vissuta. Ma neppure la dittatura può essere una risposta in tal senso. Il recente viaggio a Baghdad di una commissione di parlamentari appartenenti ai diversi partiti e schieramenti conferma come una “guerra”, sia pure sotto forma di rivoluzione, non è sufficiente per cacciare un dittatore e ad avviare un processo di cambiamento e di democratizzazione di un Paese. A distanza di nove anni dalla fine della guerra, il clima che si respira nella città è quella di una militarizzazione spinta che blinda ruvidamente la green zone, separandola rigidamente dalla zona rossa. In altri termini, a guerra conclusa la libertà e la democrazia sono ancora sospese sullo sfondo, come speranze che non sono ancora approdate nelle case dei cittadini iracheni e per gli ospiti, siano essi turisti e persone in visita istituzionale, si presenta un’unica prospettiva: girare con la scorta e con giubbotti anti-proiettili.

Difficile immaginare che la guerra sia finita: più facile percepire il timore di una rivolta sempre pronta ad esplodere… Difficile anche immaginare i cristiani siano oggi più tutelati di ieri, se si tiene conto dei ripetuti attentati di cui sono oggetto, a volte in maniera veramente drammatica. Nella nostra

I soldati americani rovesciano la statua di Saddam Hussein dopo la presa di Baghdad. Nella pagina a fianco, cristiani iracheni dopo un attacco

recente missione a Baghdad abbiamo voluto testimoniare in modo esplicito la nostra solidarietà ai cristiani iracheni. Un impegno che avevamo preso subito dopo aver sottoscritto, insieme a tutto il Parlamento, la mozione sulla libertà di religione, con il preciso intento di denunciare i rigurgiti di una cristianofobia che stava contagiando molti Paesi dal nord-Africa al vicino Oriente.

Era da tempo che i cristiani denunciavano diverse forme di discriminazione, che stavano progressivamente raggiungendo una soglia di violenza inaudita. Tra questi segnali di intolleranza uno di quelli con il più alto valore simbolico resta l’assalto alla Chiesa della Madonna del Perpetuo Soccorso, nel centro di Baghdad. Siamo andati a vedere, a cercare di capire, a portare un gesto di amicizia e di fraternità. Ma siamo andati anche per parlare con le diverse istituzioni politiche e religiose, per ricordare un diritto, per proporre delle iniziative che in qualche modo frenassero l’esodo massiccio con cui i cristiani stavano rispondendo all’escalation degli attacchi. Abbiamo trovato una città in cui il bisogno di sicurezza ha creato una sorta di città nella città: la zona verde ad alto grado di militarizzazione per garantire sicurezza a chi ci vive e ci lavora e la zona rossa, in cui i controlli e i posti di blocco formano un reticolo molto stretto presidiato dalla polizia locale, senza per altro offrire garanzie assolute per nessuno. Il venerdì precedente al nostro avviso undici missili erano stati scagliati contro l’ambasciata americana, da sempre obiettivo privilegiato dei ribelli, che ancora minacciano la città e il suo assetto tutt’altro che stabilizzato. E mentre eravamo lì ci sono stati attentati in cui hanno perso la vita almeno quattro persone e molte altre sono state ferite. Nessuno ha commentato queste notizie con noi: eppure abbiamo incontrato membri del governo e del parlamento tra i più autorevoli. Ci siamo mossi sempre con un imponente appoggio della scorta, con i pesanti giubbotti che avrebbero dovuto proteggerci dagli eventuali missili e dovunque siamo andati, anche nel momento in cui abbiamo partecipato alla santa Messa celebrata dal cardinale Delly, sul tetto della chiesa e


la crisi libica

1 aprile 2011 • pagina 15

processo di pacificazione e di democratizzazione nel Paese. Ma sono sempre loro che ne pagano il prezzo più alto. Il destino di una minoranza che offre alla maggioranza una legittimazione che ne riafferma il ruolo di garanzia, senza poterne avere alcun vantaggio, se non quello che da secoli cercano: il primato della loro coscienza, qualunque sia il prezzo da pagare. Il Papa nel suo messaggio del primo gennaio Libertà religiosa via per la pace aveva voluto ricordare a tutti che abbiamo bisogno di pace, perché senza pace non c’è sviluppo né progresso, non c’è sicurezza né giustizia. Senza pace - aveva detto - non c’è fraternità tra gli uomini, che pure hanno una stessa dignità umana.

sui tetti vicini c’erano militari impegnati nella nostra protezione. Eppure il cardinale parlava di pace, di convivenza possibile, di perdono e di integrazione della popolazione. Nelle sue parole, senza nulla togliere al disagio dei cristiani, c’era l’impatto forte di un disagio di più ampie dimensioni che tocca in realtà tutte le fasce deboli del Paese, per cui la battaglia da condurre è quella per il rispetto dei diritti umani di tutti. I cristiani, nella sua valutazione, più che essere le vittime di una violenta aggressione volta ad allontanarli dal Paese, sono l’indicatore più sensibile di una sofferenza globale che attraversa l’intero Paese e che reclama uno stile diverso di attenzione ai bisogni emergenti, soprattutto tra i giovani.

La sensazione complessiva è stata che qualcosa della guerra restasse ancora, a distanza di nove anni dalla sua fine ufficiale e si materializzasse nel solo nell’evidente rischio per la vita di ognuno di quanti vivono lì ma anche nell’altrettanto evidente pesante limitazione della libertà di tutti. In questo strano contesto, saturo di tensioni tutt’altro che latenti, anche se mantenute rigidamente sotto il controllo della polizia più ancora che della politica, i cristiani perseguitati sono un bersaglio sensibile facile da identificare, possibile da colpire e quasi sempre capace di sollevare una reazione da parte dell’Occidente. Anche se la reazione di protesta e di tutela nei loro confronti non ha sempre con l’intensità che meriterebbe. Ci sono a Baghdad i cristiani occidentali impegnati nella ricostruzione della città e del Paese, con compiti più o meno prestigiosi, ma pur sempre tutelati dal complesso delle regole che presidia lo sviluppo industriale e i meccanismi della sicurezza. E ci sono i cristiani iracheni, che vivono in quartieri che si vanno progressivamente svuotando mano a mano che si vanno depauperando le possibilità di lavoro. I cristiani sono discriminati perché le loro condizioni di vita sono oggettivamente più difficili e stanno aumentando le pressioni dirette ed indirette perché se ne vadano dal Paese o si spostino o verso il nord. È vero che c’è un ministro appositamente incaricato di tutelarli, in quanto minoranza: ma questo conferma l’impianto discriminatorio nei loro confronti, perché per ogni cosa necessitano di provvedimenti ad hoc, che ristabiliscano una giustizia troppo spesso negata. C’è qual-

cosa di apparentemente contraddittorio nel modo in cui la gerarchia, a cominciare dal cardinal Delly, richiede ai cristiani un surplus di coerenza con i valori propri della loro cultura e della loro tradizione. Non bastano i principi generali, le affermazioni generiche di uguaglianza, se non si consente un accesso adeguato alle risorse disponibili, in condizioni uguali agli altri. Sembra che nei fatti non siano iracheni come tutti gli altri, sono un po’ meno iracheni degli altri perché sono cristiani. Ancora una volta vittime innocenti di una persecuzione che, in modi diversi e in luoghi diversi, li costringe ad una diaspora che crea in loro e nelle loro famiglie un drammatico senso di sradicamento. Ma nello stesso tempo lascia davvero più povero il Paese che li caccia: più povero di umanità e di cultura, più povero di fede e di speranza. I cristiani iracheni chiedono solo di essere trattati come cit-

internazionali, preoccupati per quanto accade in Siria più ancora che in nord Africa. Giovani che si interrogano su quanto accade nelle diverse sensibilità che caratterizzano la cultura islamica, la dialettica storica tra sciiti e sunniti, tra maggioranze e minoranze che sono nel mondo islamico e che a volte sfuggono a noi occidentali. La dialettica tra minoranze e maggioranze, si articola a livelli di crescente complessità e i cristiani iracheni sanno bene di non essere l’unica forma di minoranza presente nel Paese. Ma sanno anche che l’elemento identitario della loro fede gioca a loro svantaggio, come una ulteriore aggravante sul piano discriminatorio.

La dimensione etnica sul piano nazionale: sono tutti iracheni, sembra meno rilevante della dimensione religiosa: alcuni sono mussulmani altri sono cristiani, anche se poi tra gli stessi mussul-

I giovani vogliono essere arbitri e autori del proprio destino. Anche i cristiani tadini impegnati nella ricostruzione del loro Paese. Chiedono rispetto per la loro fede e per la pratica della loro religione, accettano di fare del venerdì la giornata dedicata alla formazione spirituale e religiosa dei figli, circoscrivendo alla partecipazione alla santa Messa il senso della loro domenica, giorno feriale come tutti gli altri.

Eppure quella che abbiamo incontrato è una chiesa giovane, animata dalla voglia di pregare e di cantare nelle sue funzioni liturgiche, con un coro di giovani in cui ragazzi e ragazze sembrano davvero interagire tra di loro senza differenze di sorta. Giovani come tutti i giovani che incontriamo nelle nostre strade e nelle nostre università. Desiderosi di andare all’estero non per fuggire, ma per fare esperienza. Giovani che seguono su internet lo sviluppo dei fatti

mani ci sono tensioni drammaticamente volte alla sopraffazione di una parte sull’altra. Con vendette trasversali che mantengono acceso il fuoco della rivolta e insidiano la speranza della pace, come prerequisito per una autentica normalizzazione dei rapporti nel Paese. Ed è in questa escalation interna di dinamiche conflittive che la presenza dei cristiani con la loro apertura al perdono, alla collaborazione, che esclude radicalmente vendette e rappresaglie, che rappresenta nel Paese la migliore garanzia di unità complessiva della popolazione, nonostante le loro diversità. Se qualcuno soffia sul fuoco e minaccia continuamente le altre compagini, i cristiani sono impegnati a spegnere questo fuoco, per rilanciare una sorta di missione di pace tutta interna al Paese. Il loro messaggio è la loro ricchezza, una cifra che li rende preziosi ed insostituibili nel

Aveva richiamato la nostra attenzione sul fatto che il livello di intolleranza religiosa si alza se trova da un lato un fondamentalismo gretto ed ottuso e dall’altro la complicità dell’indifferenza di una società incapace di difendere diritti umani essenziali. Sono le due diverse modalità con cui oggi si colpisce la libertà religiosa, senza rendersi conto che calpestarla, offende tutti i diritti e ferisce l’uomo nella sua concretezza e nella sua universalità. Per questo nessuno può restare indifferente davanti agli attacchi di cui sono oggetto i cristiani in questi giorni. A Baghdad poche settimane fa l’attentato nella cattedrale ha avuto come scenario il luogo più sacro che si possa immaginare per una comunità religiosa: era il momento della Santa Messa quando è esplora la bomba, ferendo e uccidendo persone raccolte in orazione. Nell’antichità monasteri e luoghi di culto erano sacri per tutti e ci si poteva rifugiare con la certezza di essere e di sentirsi protetti. Ora sono bersagli fin troppo facili da colpire senza timore di sbagliare. Tra i profughi che cercano una via di fuga e di salvezza i cristiani sembrano quelli più a rischio… senza nessun rispetto per la loro vita. In questo clima ciò che più colpisce è il silenzio delle istituzioni, che parlano con una voce fin troppo sommessa, a meno che non esploda il rumore di una rivolta che si trasforma rapidamente in guerra. Anche se la parola guerra rappresenta ancora un tabù e nessuno la usa volentieri, preferendo il linguaggio ambiguo delle circonvoluzioni lessicali. La cultura dei diritti umani, nata dalle radici cristiane dell’Europa, stenta a trovare quella voce forte ed autorevole con cui schierarsi dalla parte della libertà: di tutte le libertà, a cominciare dalla madre di tutte le libertà come è quella religiosa. Con energia e determinazione Benedetto XVI raccomanda di abbandonare la via dell’odio ma il suo appello aspetta ancora che i Paesi più sensibili lo raccolgano trasformandolo in un impegno capace di garantire la pace e la democrazia di tutti. L’Iraq rappresenta una situazione emblematica da cui ripartire per ripensare il rapporto tra dittatura e rivoluzione, tra diverse fedi e religioni, tra guerra e ricostruzione della pace. Si può fare esperienza di quanto accaduto dieci anni fa e di quanto ancora resta da fare, per sollecitare tutti noi a diventare costruttori di pace e di sviluppo, garanti di libertà e democrazia. Un impegno essenziale soprattutto per le nuove generazioni che vanno coinvolte nella avventura più importante della loro vita: lo sviluppo democratico del loro Paese.


ULTIMAPAGINA Non solo Sion: breve fenomenologia della scusa più usata negli ultimi anni

Da Silvio a Bashar, tutti pazzi per il complotto di Osvaldo Baldacci hi vuole la guerra l’avrà, è una cospirazione. Stiamo affrontando dei complotti contro il nostro Paese ma li supereremo, un grande complotto non solo esterno ma anche interno». Sono un po’ deludenti e abbastanza preoccupanti le parole scelte dal presidente siriano Assad per rispondere alla situazione nel suo Paese. Lui in fondo è un giovane ed ha dato segni di volontà (non ancora di realizzazione) riformista. Che scatti l’automatismo del grido al complotto quando anche in Siria arrivano le proteste che stanno investendo tutto il Medioriente non è certo segnale di originalità. Il complottiamo è un fenomeno piuttosto comune e diffuso, nel tempo come nello spazio. L’idea che ci sia qualche potenza oscura che trama nell’ombra è sempre pronta a saltar fuori, ed è tanto difficile da scacciare quanto comoda per provare a scagliare su misteriosi nemici le proprie responsabilità. Che il complotto sia un’arma di distrazione di massa è cosa palese. Certo, non vuol dire che non esistano trame, cospirazioni, sotterfugi, azioni nascoste, disinformazione e via così. Certo che ci sono, ma molto meno di quanto sia affascinante credere. In qualche modo la pulsione a dare maggior credito alle trame oscure è, quando si è in buona fede, un sopravvalutare le forze dei rivali. In mala fede invece è il tentativo di addossare le colpe a qualcuno, per indirizzare la rabbia popolare e appunto distrarla. In Medioriente questo è un automatismo. L’allarme cospirazione esterna, e con particolare riferimento a Israele, all’Occidente e alle tv satellitari dei

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Paesi del Golfo, non è un’invenzione del leader di Damasco. Gheddafi l’ha detto tante volte per la Libia, arrivando a denunciare che venivano fornite armi ai ribelli persino dall’Italia. Il complotto esterno è risuonato a proposito di tutte le piazze in cui si è accesa la protesta, dalla Tunisia all’Egitto, dallo Yemen al Bahrein.

E proprio questo è un classico caso di mito che si gonfia a dismisura: risulta infatti abbastanza evidente che il fuoco della protesta è divampato abbastanza improvviso cogliendo di sorpresa non solo i regimi arabi, ma persino tutti i loro interlocutori esterni, da Israele ad al Qaeda passando per l’occidente, le superpotenze vecchie e nuove, la Chiesa e le organizzazioni musulmane. Che poi ciascuno possa aver tentato di salire sul treno in corsa è pro-

tarlo. Agenti segreti in gonnella, o forse senza… Ora nel merito di cosa accadeva realmente in quelle serate dovranno occuparsene i giudici, qui ci limitiamo a rilevare che le feste non sembrano essere un’invenzione di cospiratori. Ma la teoria del complotto che almeno fino a poco fa andava per la maggiore è quella relativa all’11 settembre. Sono in tanti a continuare a dire che non si trattò di attentati ma di auto attentati organizzati da chi voleva dichiarare

MONDIALE guerra a tutto il Medioriente. Bin Laden non esiste o al massimo è un agente della Cia. E via così. Internet è un alleato prezioso per queste disinformazioni. Ora non se ne parla più molto ma quante trasmissioni, quanti libri, quanti amici che hanno dato credito a questa storia, in barba a ogni esperto, a ogni evidenza. Compresa ad esempio l’evidenza della debolezza dei servizi di informazione e sicurezza occidentali, piuttosto che la loro supposta onnipotenza. La verità a volte sembra troppo facile, troppo banale, troppo lineare: meglio un po’ di contorsionismo.

Da Kennedy alla morte di Giovanni Paolo I, sono innumerevoli i casi in cui si è puntato il dito contro potenze oscure e quasi sempre straniere per spiegare cose che rivelano solo malgoverno babile, ma a che ora partisse il treno e da dove in molti neanche lo sapevano. D’altro canto per parlare di complotto straniero c’è sempre tempo, e specie se sono gli arabi a parlare di Israele: l’altro giorno un personaggio egiziano mi raccontava che quando degli squali hanno attaccato dei turisti a Sharm el-Sheikh sui giornali egiziani è comparsa la certezza che fossero squali addestrati da Israele. D’altro canto in medio Oriente ancora si dà credito a vecchie teorie complottiste ampiamente rivelatesi false eppure dure a morire: mi riferisco ad esempio al Protocollo degli anziani di Sion, un grande progetto di cospirazione di inizio novecento con cui ebrei e massoni volevano impadronirsi del mondo tramite il controllo di mass media e finanza, documento che già nel 1921 era stato riconosciuto come un falso prodotto dalla polizia segreta russa. Ma non c’è bisogno di esotismo per trovare teorie di complotti. Per la verità, nel nostro piccolo, ce ne abbiamo anche sotto gli occhi. Senza addentrarci nel generico e permanente complotto dei giudici evocato dal presidente del consiglio, limitiamoci a ricordare nello specifico che per qualche momento si è parlato delle feste di Arcore e dintorni come di un grande complotto ordito da alcune ragazze, su propria iniziativa o per conto di altri, per screditare il premier e ricat-

Nonostante persino uno come Umberto Eco abbia reso noto il suo razionale scetticismo verso complotti di tal fatta: «Per ogni segreto c’è una somma adeguata ricevendo la quale qualcuno sarà pronto a svelarlo. Nell’11 settembre sarebbero coinvolte troppe persone, e neanche una gola profonda». Di teorie del complotto famose comunque ce ne sono a bizzeffe, dalla morte di Kennedy a quella di Giovanni Paolo I. Clamoroso il caso dello sbarco sulla Luna, che per i complottasti fu solo una messa in scena in uno studio hollywoodiano. Che sia chiaro, non che la storia non sia piena di trame e congiure, ma volte ci distraiamo proprio dalle piccole vere cospirazioni perché intrappolati nelle fantasie di improbabili e inverosimili complotti universali. Il lato oscuro vende di più, come ben sa un complottista di professione e bassa lega come Dan Brown. Armi di distrazione di massa.


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