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La giustizia non è ardore giovanile e decisione energica: giustizia è malinconia Thomas Mann

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • VENERDÌ 11 MARZO 2011

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Dopo le assurde polemiche sulla festa di giovedì prossimo, finalmente il mondo politico prende sul serio la nostra storia

Un patto per rifare l’Italia Primo confronto comune tra i leader dei tre poli sull’attualità del 17 marzo. Dal convegno di liberal un appello: l’unità nazionale è ancora da compiere. Con una nuova grande intesa Casini: «È ora che la classe dirigente si svegli, il Paese rischia»

Tremonti: «Nord e Sud, il nostro è un sistema duale, ma non deve essere diviso»

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Bersani : «Il federalismo non può essere costruito nello schema si salvi chi può»

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«Con la riforma niente Tangentopoli». Il leader Udc: «Parla dei ladri o dei processi?»

Berlusconi contro “Mani Pulite“ Sale la tensione sulla giustizia. Il Terzo polo: «Abbiamo molti dubbi» L’opinione di Paolo Pombeni

«Una svolta ci vuole, ma non per uno spot» «Serve al Paese una nuova legge in materia. Non importa chi la propone». Parla il politologo Paolo Pombeni Francesco Lo Dico • pagina 7

di Osvaldo Baldacci

ROMA. «Finalmente ci siamo». Viaggia su Facebook la soddisfazione del ministro della Giustizia Angelino Alfano che aggiorna il suo “stato” dopo che il Consiglio dei ministri ieri ha approvato all’unanimità il progetto della riforma costituzionale della Giustizia. a pagina 6

Il Colonnello si riprende Zawiya e Ras Lanuf e rastrella casa per casa gli oppositori

Il nuovo libro di Benedetto XVI

Gesù Cristo, l’amicizia e il tradimento. Ratzinger numero due di Rocco Buttiglione l secondo volume del libro su Gesù di Nazareth porta il sottotitolo Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla Resurrezione. Siamo dunque al centro del mistero pasquale. Gesù all’inizio del libro ha già predicato per le strade della Giudea e della Galilea. Ha incontrato e conosciuto i suoi discepoli. Li ha chiamati amici. Sempre nell’incontro dell’uomo con l’uomo si scopre un mondo di valori che dà alla vita una intensità ed una qualità diversa ed insospettata. Nell’incontro con Cristo questo avviene in un modo molto più grande.

La bomba di Sarkozy:interveniamo I L’Eliseo propone l’azione militare in Libia. Frattini: «Non partecipiamo» di Pierre Chiartano

ROMA. Tenkovi u trazilu, obiettivo in vista, è quello che potremmo sentire, se potessimo sintonizzarci sulle frequenze dei caccia di Tripoli che bombardano le città ribelli. Piloti serbi e siriani hanno sostituito i libici, dei quali il Colonnello non si fida più. a pagina 10

Quando la sinistra tifava per il raìs

C’era una volta il compagno Gheddafi Il Pci e il Psiup erano alla sua corte negli anni ’70. Ma è paradossale che sia stato Berlusconi a sdoganarlo del tutto

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Maurizio Stefanini • pagina 12 I QUADERNI)

• ANNO XVI •

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• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


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Al convegno della fondazione liberal-popolare, storia, cultura e politica cercano una stessa lingua

Attualità del Risorgimento Primo dialogo dei tre poli sull’Unità nazionale. Al centro del confronto tra Casini, Bersani e Tremonti il nodo critico del federalismo di Franco Insardà e Errico Novi

Adornato: «Finora la politica ha lasciato solo Napolitano nel riflettere sulla nostra storia. È urgente cambiare rotta: perché né lo Stato né la Nazione possono ancora dirsi compiuti» ROMA. Ci sono risposte che un governo, una maggioranza, può anche non essere in grado di dare da sola. Ce ne sono altre che invece quello stesso esecutivo è in grado di fornire benissimo. E di offrire come contributo per integrare anche quel difficile mosaico culturale politico, sociale che è oggi l’unità d’Italia. Lo si capisce anche dagli interventi al convegno di ieri su “L’unità da compiere” organizzato dalla Fondazione liberal. Un dibattito aperto dalla relazione di Ferdinando Adornato che ha visto due leader come Bersani e Casini confrontarsi con un altro leader, il ministro Tremonti. E in particolare, se si raffronta il discorso di quello che è forse il più autorevole rappresentante della politica del governo, con il quadro descritto da Adornato, si capisce proprio che «grande patto comune» non è affare del solo esecutivo, o della sua maggioranza. Né può ridursi al federalismo – la chiave dell’intervento di Tremonti – che Casini e Bersani giudicano rispettivamente «confuso» e fuorviante in quanto epitome del «salvarsi da soli». E senza voler tirare conclusioni definitive, può essere vero però che lo stesso Adornato veda giusto nel por-

re la questione di metodo: proprio perché un governo, o anche uno più che «dignitoso» (per dirla con Casini) ministro come Tremonti, non può sciogliere da solo tutti i nodi della questione unitaria, serve esattamente quel «patto comune» che Adornato indica al termine del suo intervento. Serve cioè l’impegno, la condivisione di tutte le forze politiche, non solo di quelle chiamate al governo del Paese, per imprimere una svolta positiva. E per dare un senso al centocinquantesimo anniver-

cessione reale». A promuoverla è la Lega, che «ripropone lo schema delle due nazioni in chiave geografica: quella del Nord contro quella del Sud. È una scissione», dice il presidente di liberal, «che coinvolge antropologia, psicologia, modelli di vita, esattamente come ai tempi di Peppone e Don Camillo». Solo che allora, nota Adornato, «il patto istituzionale teneva insieme atlantici e comunisti» mentre «oggi quel patto non regge più». È questa la soglia su cui pare in effetti sospeso il Paese, in bili-

L’Italia di oggi avrebbe bisogno che tutte le correnti politiche, a qualsiasi titolo esse siano collocate nel cattivo bipolarismo di oggi, si unissero in un grande patto comune

sario dell’unità. In questo appunto, la relazione introduttiva al convegno organizzato dala Fondazione liberal, svolta dal suo fondatore, trova conforto nel confronto delle diverse posizioni.

Un allarme, su tutti, emerge nell’esposizione con cui Adornato apre il dibattito. Riguarda quella «secessione mentale» che «rischia di diventare se-

co verso un baratro chiaramente spalancato davanti al futuro. Ed è per questo che secondo Adornato «l’Italia di oggi avrebbe bisogno che tutte le correnti politiche, a qualsiasi titolo esse siano collocate nel cattivo bipolarismo di oggi, si unissero in un grande patto comune». In nome di un obiettivo duplice, «per la ricostruzione dello Stato e la rinascita della Nazione».Problemi e au-

Tutti gli eventi previsti per il compleanno d’Italia

Il 17 marzo numero speciale di liberal ROMA. spici, quelli posti nella relazione introduttiva, che chiamano in causa le radici della storia comune, «l’incompiutezza di una «Nazione per secoli rimasta senza Stato» precipitata nel paradosso di «uno Stato finalmente unitario» in cui però si smarrisce proprio «il senso della Nazione». Una frattura incisa da quella che Adornato definisce «la gabbia di Porta Pia», cioè la divaricazione tra «liberalismo e cristianesimo, fonte primigenia dell’identità unitaria», separati al momento della «realizzazione del sogno». Da quella frattura, reincarnazione della «eterna lotta tra Chiesa e stato che faceva soffrire Dante», si apre un vuoto in cui si amplificano le divisioni successive, compresa «la Beirut dell’anima» del bipolarismo di questi ultimi quindici anni.

Ma a tutto questo Giulio Tremonti non ritiene sia necessario dare una risposta «costituente». Non serve un «patto comune» istituzionalmente e politicamente definito. Innanzitutto perché il ministro dell’Economia, come illustra nell’intervento tenuto giusto a metà del pomeriggio di Palazzo Wedekind, acquisisce con serena oggettività un da-

Il Vittoriano, il Pantheon, il Gianicolo, la Basilica di Santa Maria degli Angeli, Montecitorio e l’Opera: sono questi i luoghi che ospiteranno le manifestazioni e le cerimonie del 17 marzo per il150esimo anniversario dell’Unità d’Italia. Lo stesso giorno liberal sarà in edicola con un numero speciale, contenente tutti gli interventi del convegno di oggi. La giornata comincerà alle 9 al Vittoriano con l’alzabandiera, cui seguirà una breve visita alla mostra sull’Identità italiana allestita nel complesso monumentale di Piazza Venezia. Alle 9.30 al Pantheon verranno tributati gli onori a Re Vittorio Emanuele II. Alle 10.15 al Gianicolo verrà inaugurato il nuovo Parco degli Eroi, saranno scoperti il nuovo monumento con il testo della Costituzione della Repubblica Romana e della statua equestre restaurata di Anita Garibaldi. Poco dopo, le Alte cariche dello Stato visiteranno il monumento a Garibaldi ed il Faro dell’Unità appena restaurati e visiteranno il nuovo Museo della Repubblica Romana. Alle 12, il cardinale Angelo Bagnasco presiederà una messa solenne. Nel pomeriggio a Montecitorio ci sarà una cerimonia e, alle 20.30, all’Opera andrà in scena il“Nabucco”diretto da Muti.


Cristiani e liberali, pensiero comune Giuseppe Mazzini, fondatore della Giovane Italia, ha creato nel tempouna generazione di italiani pronti per l’Unità. Liberale, è riuscito a coniugare le proprie idee con quelle di Manzoni (in basso). Ammirava infatti l’autore cattolico

Tremonti: «L’idea che il territorio non abbia bisogno del Centro è assurda: ma bisogna sapere che l’Italia è un sistema duale»

Arte e musica per unire l’Italia Più di ogni altro, è stato Giuseppe Verdi a fornire un terreno comune per l’unità. Famose le scritte “Viva Verdi”, acronimo di Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia

to: «L’Italia è un Paese duale». Composto da un Nord, o meglio da un Centro Nord di «40 milioni di persone», che è più ricco di «Francia, Germania e Inghilterra», e da un Sud, in cui vivono «venti milioni di abitanti», chiaramente «al di sotto della media europea». Di una simile divaricazione «deve tenere conto anche l’Europa, a cui in questi giorni chiediamo che che nei programmi dell’Unione sia tenuta in conto la questione di questo dualismo interno a un singolo Stato, nell’auspicio di essere ascoltati». Duale, aggiunge, «non vuol dire diviso, non vogliamo che lo sia». Ma intanto secondo Tremonti la via per rispondere e almeno in parte attenuare la dualità è proprio «il federalismo». «Che non va giudicato secondo i codici della polemica e della propaganda politica, ma con lo sforzo di uscire da questo approccio e di valutarne la sua efficacia costruttiva con oggettività». Dopo, almeno dopo un po’. Va innanzitutto valutata la capacità del federalismo di rimediare a un «limite storico della politica meridionale». Al Nord, da decenni «si ragiona in termini di sistema e non di singole regioni. Anche rispetto alle grandi opere, si va nella direzione dei grandi assi di comunicazione, dei corridoi, che coinvolgono più regioni». Ed è questa una delle spiegazioni, evidentemente, di quella ricchezza. «Al Sud invece lòa politica ha progressivamente consolidato, nel dopoguerra, una logica regionale, più ristretta. Un rapporto di istanza dalla periferia al centro. Con il centro spogliato di fatto delle sue funzioni di regia». E soprattutto con una progettualità «che è solo la somma di tanti piccoli interventi». Vedi «le cento idee per Catania, che potevano essere semplicemente due o tre. Tante attese minime, ultraterritoriali, rivolte al-

lo Stato ma prive di una concezione di stesma.».

Questo, nota Tremonti, ha impedito che al Sud ci fosse una ricchezza pari a quella del resto del Paese. E dunque, per paradosso, con il federalismo «è il centro che deve riprendersi il suo ruolo», almeno rispetto al Mezzogiorno. Basta questo a evitare quella «secessione mentale» che sta lì lì per declinare in «secessione reale», come dice Adornato? Tremonti mostra di confidare nel fatto che «poi, sulle cose importanti, sulle grandi questioni, sono più i punti che uniscono rispetto a quelli che dividono». Cita qualche esempio:

ti, Bersani e Casini. «Questa sensazione di declino del Paese quanto è profonda e qua è la risposta politica che gli si può dare». Una risposta possibile, dice Folli, deve partire da «una frattura tra Nord e Sud» che è evidente. E che «rappresenta il fallimento della classe politica» Non sarebbe dunque possibile «visto anche che le elezioni si allontanano, un momento di unità nazionale che può avere anche un risvolto politico?». Tremonti mette appunto in discussione le basi stesse della questione, e risponde però a un altro quesito, posto sia da Folli che da Adornato, relativo al federalismo: assetto che è di per sé,

Al Nord da decenni si ragiona in termini di sistema, al Sud invece la politica ha progressivamente consolidato, nel dopoguerra, una logica regionale più ristretta «Le pensioni, il lavoro». Sull’unità, si dice «certo che a questo terzo giubileo, dopo quello dell’ingresso tra le grandi potenze del 1911 e il secondo del 1961 che celebrò la proiezione dell’Italia nella modernità», dopo questo terzo che «si celebra in un’eta storica della post modernità, con un impensabile cambiamento di tutte le categorie», ce ne sarà senz’altro «un quarto». Al quale, chiosa il ministro «non ci sarà dato il privilegio di assistere», ma solo per ragioni anagrafiche. Però ci sarà, nonostante il federalismo o meglio, secondo Tremonti, proprio grazie ad esso.

Stefano Folli pone delle domande, un attimo prima che Tremonti prenda la parola, che si concludono nella prima: «A che punto è la notte», chiede l’editorialista del Sole 24Ore ai tre leader politici presenti al dibattito, cioè Tremon-

secondo il ministro, “la risposta”.Tanto più che per Tremonti «una nazione non esiste in base a un patto costituzionale». Approccio che a suo giudizio «rischia di negare il presente e la storia, con il fissare solo come patto tra persone che mettono in comune il loro futuro». Il ministro ritiene dunque che una nuova armonia possa determinarsi naturalmente a partire dalla riorganizzazione del rapporto tra Nord e Sud. Adornato invece si chiede se non sia necessario «ridisegnare con razionalità, tutti insieme, lo Stato e ricostruire un nuovo patto di convivenza civica». In modo che «la nostra generazione possa onorare i 150 anni dell’unità, anziché lasciare «sostanzialmente da solo il presidente Napolitano nel tentativo, istituzionale e intellettuale, di ricostruire la centralità, per la nostra presente vita pubblica, dell’evento unitario».


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Bersani: «Il federalismo non può essere costruito così: seguendo la sciagurata logica del “si salvi chi può“ «Partiti, politica e società» è in pratica il titolo che il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, suggerisce per il suo intervento anche rispondendo alle sollecitazioni dell’editorialista del Sole 24Ore, Stefano Folli. Il segretario del Pd ha plaudito all’iniziativa di liberal che ha consentito a intellettuali e politici di confrontarsi «sul come afferrare i senso della storia e proiettarlo nel futuro» del nostro Paese. Per Bersani «facciamo fatica a essere italiani, mentre in tutto il mondo siamo riconoscibili per le caratteristiche comuni dei nostri paesi (la piazza, la chiesa, la fontana) che ci tiene insieme». Dopo un breve excursus sulla situazione italiana che si trovarono ad affrontare i nostri avi 150 anni fa Bersani ha sottolineato come in quella situazione «disgregata, dove tutto era diverso (lingua, moneta, sistema agricolo), fu necessario per unificare centralizzare tutto, utilizzando una classe dirigente inadeguata. In queste condizioni più che di una unificazione vera si è trattato di una operazione che ha normalizzato il sistema, ma non l’ha sanato».

Per il segretario del Pd anche quando si è fatto il grande patto costituzionale la cosa «più

difficile da fare sono state le Regioni. Un’insicurezza di fondo ha accompagnato sempre l’Italia per il timore di una disgregazione. Oggi che certe dinamiche oltrepassano i confini nazionali si è rotto il punto di equilibrio, l’Italia scivola giù in tutti gli indicatori economici, perdiamo posizioni in Europa e l’unità del Paese è sempre più difficile da tenere insieme.Ci sono dei processi in atto, sul piano culturale e politico, che tendono alla disgregazione che la crisi acuisce. Il rischio è che dal “ghe pensi mi”si passi al “si

evitare risposte di tipo secessionistico o personalistiche con un presidenzialismo all’italiana. Occorre, invece, una riforma in senso parlamentare, dentro la quale c’è il federalismo vero, per rafforzare le nostre istituzioni che ci permetta di giocare una carta che ci faccia fare un deciso passo avanti».

Tre sono i punti cruciali da risolvere: i livelli essenziali di prestazione, quanto devono costare i servizi, come fare per riequilibrare. Tenendo presente che «poi si fa con i soldi che ci

Facciamo fatica a essere italiani, ma in tutto il mondo siamo riconoscibili: c’è qualcosa di molto profondo che ci tiene assieme, ma spesso non siamo all’altezza salvi chi può”. Perché può accadere che ogni territorio, ogni categoria, ogni individuo arrivi a dire che pensa di salvarsi da solo. Di fronte a processi di questo tipo, non si puo’ rispondere con una secessione di fatto, per spirito di allontanamento, egoistico, ognuno per se». In una situazione così difficile è indispensabile, secondo Bersani, una reazione «del sistema politico e del tessuto civico per

sono, eleborando un piano». Bersani ha sottolineato che «se non si risolvono questi punti avrebbe ragione Visco quando dice che avevamo più federalismo fiscale prima». Il segretario del Pd ha replicato anche al ministro Tremonti affrontando il tema del rapporto tra Nord e Sud: «Non si possono dimenticare e connessioni intime del sistema, perché tutte le volte che il Mezzogiorno si

Casini: «Ciampi e Napolitano hanno indicato la via. Ma la classe dirigente finora non li ha seguiti. È ora che ci svegliamo: contro il declino ci vuole una politica di responsabilità nazionale» allontana dal Settentrione, quest’ultimo perde punti rispetto all’Europa. Occorre trovare una reciprocità tra le diverse aree del Paese e le novità devono partire dal Sud. Le esperienze che si sono realizzate a livello nazionale in tema di politiche sociali ed economiche sono nate in realtà locali e poi si sono diffuse: questo è il modello da seguire». Oltre al federalismo l’argomento che ha accalorato Bersani è stato quello dei partiti che rappresentano anche loro «un modo per unificare e le maggioranze stabili non sono rappresentate dai capi, ma il modello da seguire è quello delle democrazie europee. Facciamo fatica a essere italiani, ma in tutto il mondo siamo riconoscibili: c’e’ qualcosa di profondissimo che ci tiene assieme, ma spesso non

siamo all’altezza». Pier Ferdinando Casini ha iniziato il suo intervento ringraziando la fondazione liberalper «essere riuscita a «mettere insieme tre esponenti dei tre poli politici». Il leader dell’Udc ha elogiato l’azione del presidente della Repubblica che «ha dovuto supplire alle mancanze e ai ritardi di alcune istituzioni, più pronte a partecipare alle celebrazioni per l’indipendenza dell’America Latina». Senza dimenticare di ringraziare l’ex capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi per aver «restituito al nostro Paese il senso di patria e di appartenenza e per aver voluto ripristinare le celebrazioni del 2 giugno che rappresentano, soprattutto per le giovani generazioni, una rappresentazione emblematica dell’essere italiani. C’è un’esigenza che

viene prima dei bilanci ed è quella di riconoscersi in un sistema di valori che è fatto anche di emblemi, come i tricolori che sventolano, perché danno il senso di una comune appartenenza”». Casini non ha mancato di polemizzare con la Lega per «l’atteggiamento retorico con il quale hanno avversato l’istituzione della gior-

glia di Legnano». L’ex presidente della Camera ha sottolineato come la Conferenza episcopale italiana abbia «creduto più di tutti nella celebrazione della giornata dell’Unità nazionale e le testimonianze straordinarie in ordine al superamento delle vecchie contrapposizioni da parte di Giovani XXIII e di Paolo VI e la visita straordi-

La Cei ha creduto più di tutti nella celebrazione, la Chiesa dà un grandissimo contributo in questo senso di unità nazionale e l’identità cristiana è il nostro minimo comun denominatore nata festiva del 17 marzo, per poi chiedere al Consiglio regionale lombardo l’istituzione di una festa regionale per ricordare il 29 maggio la batta-

naria in Parlamento di Giovanni Paolo II che ha segnato, anche in termini di immagine, la fine di qualsiasi possibile malinteso, e la sua benedizione

impartita all’Italia. La Chiesa dà un grandissimo contributo in questo senso di unità nazionale, è una grande ricchezza che esprime quello che noi affermiamo sempre, cioè che noi siamo uno Stato che ha nell’identità cristiana un proprio minimo comune denominatore condiviso tra credenti e non, al di là e prima del dono della fede che ciascuno di noi può o meno avere».

Anche Casini è ritornato sulle affermazioni di Tremonti sull’Italia duale: «Non può essere questa la soluzione, una classe politica responsabile deve cercare la giusta via d’uscita. Come Helmuth Kohl e Angela Merkel hanno quasi azzerato il gap tra Ovest ed Est in quindici anni non non dobbiamo gettare la spugna. Se si ac-


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Perché Chiesa e patria sono fattori coesivi per il nostro popolo

Gli italiani sono meno divisi della loro classe politica L’analisi ottimista sulla tenuta del Paese degli storici Giovanni Sabbatucci e Agostino Giovagnoli di Riccardo Paradisi hi l’ha detto che l’Italia non è un Paese unito? Che – in fondo – questa che era un’espressione geografica, come la definiva sprezzantemente il vecchio Metternich, non sia oggi diventata una nazione? Il succo degli interventi al convegno di liberal degli storici Agostino Giovagnoli e Giovanni Sabbatucci sta in questa domanda retorica che ha il sapore d’una provocazione.

C

cetta l’idea di un’Italia duale oggi domani ne avremo tre e poi si spezzetterà ancora. Così come non ha senso controbbattere alla Lega Nord con i partiti del Sud, sarebbe la sconfitta dell’unità d’Italia e del Sud».

E la bocciatura arriva anche per il federalismo del governo che «crea solo confusione. Questo federalismo per come è stato organizzato finisce per deprimere gli spazi di autogoverno delle comunità locali, perché a partire dall’abolizione dell’Ici si è tutto ristretto. E oggi Tremonti non è più soltanto ministro dell’Economia, ma governa anche gli enti locali. La Lega ne ha fatto una grande battaglia, ma i loro amministratori prima o poi capiranno che la montagna ha partorito il topolino». Il leader centrista si dice d’accordo con Bersani, quando chiede «grandi partiti nazionali in grado di parlare la stessa lingua al Nord e al Sud. E non si accetti di convivere con le tante corporazioni che ha e che non riesca ad arrivare a una soluzione unitaria su nulla». In un momento in cui l’Europa e il mondo «stanno marginalizzando l’Italia una classe

dirigente seria fa appello a uno atto di solidarietà nazionale altrimenti non si riescono ad affrontare i problemi seri. Questo è un tempo in cui bisogna fare scelte impopolari, drastiche, che se non si assumono se non con una condivisione politica oltre le maggioranze politiche. Il fatto stesso che Berlusconi debba evocare i numeri, per un governo che è partito con 80 parlamentari di vantaggio è il segno di una sconfitta politica. È il segno che la scelta propulsiva si è esaurita». Casini ritiene che «serva una risposta diversa, oltre il perimetro dei partiti tradizionali e dei poli tradizionali, per aprire una fase in cui una classe politica non si ponga il problema dei voti alle prossime elezioni ma di come risolvere i problemi del Paese».

L’ultima frecciata il leader dell’Udc la riserva al Cavaliere sulla questione giustizia: «La Costituzione non è un tabù, può essere rivista e modificata. Certo che è inquietante sentire Berlusconi che dice che con questa riforma Tangentopoli non ci sarebbe stata. Che cosa vuol dire? Che non ci sarebbero stati i ladri o che non sarebbero stati scoperti?».

Sorprende sentirsi dire da due storici, cattolico il primo liberale il secondo, che quella della nazione fatalmente divisa e dell’unità incompiuta è, in fondo, una vulgata pessimistica, esagerata da una comunicazione politica che nel bipolarismo primitivo della contrapposizione basica usa la clava per polemizzare con l’avversario, contribuendo a fornire l’immagine d’un Paese a pezzi. La sostanza però è un’altra e se siamo qui festeggiare i 150 anni dell’unità un motivo ci sarà. Giovagnoli affronta uno dei principali fattori divisivi del Paese, un elemento di contrasto storico e statuale che sarebbe quello che divide l’italia in guelfi e ghibellini, laici e cattolici. Uno schema artificiale – sostiene Giovagnoli – perché gli italiani sono tutti, senza distinzioni, immersi profondamente nella cultura cattolica. Si è cattolici come si è italiani insomma. Anche perché è grazie al contributo cattolico che l’Italia viene unificata e soprattutto che l’Italia resta un’unità culturale dalla caduta dell’impero romano fino alla modernità. Il cuore della stessa vita sociale italiana ruota intorno a questa tradizione: è la carità che plasma i rapporti sociali, non certo l’etica protestante. Gli ordini religiosi educano alla devozione al Papa una figura rispettata in tutto il mondo. Invece continua a prevalere la vulgata che Italia e cattolicesimo siano in antitesi come se appunto la nazione italiana non precedesse lo Stato. E del resto il periodo storico precedente al Risorgimento era conflittuale proprio tra la Chiesa e gli stati prenunitari dove i vescovi erano di nomina politica. Lo stato italiano restituisce in-

vece alla Chiesa la libertà di nominare i vescovi. Fattore di unificazione e libertà per la chiesa ma anche per l’unità degli italiani. Non a caso sono molti i sacerdoti cattolici a partecipare alle lotte risorgimentali e a sposare la causa italiana. E uno dei principali filoni del Risorgimento è proprio il cattolicesimo liberale. Pio nono

Nelle precedenti ricorrenze l’entusiasmo era maggiore, anche perché l’Italia era in una fase di crescita, dove il Paese correva più veloce della maggior parte dei partner europei stesso è favorevole all’unità italiana e Cavour interviene direttamente per ottenere lo spostamento della capitale a Roma: centro formatore d’una nazione che deve avere una libera Chiesa in un libero stato. Si deve ammettere comunque come fa Sabbatucci che il centocinquantesimo anniversario dell’unità non avviene in un clima di euforia. Nelle precedenti ricorrenze, nel 1911 e nel 1961 l’entusiasmo era maggiore, anche perché l’italia era, in quei due periodi storici, in una fase di crescita, dove il Paese correva più veloce della maggior parte dei partner europei. Da un quindicennio l’Italia ha rallentato tanto che quasi s’è fermata. Eppure….eppure anche per Sabbatucci il cemento della nostra

unità resiste. E questo perché l’operazione politica e culturale della formazione dello stato unitario ha funzionato. È stato addirittura un evento fortunato: al momento dell’unificazione eravamo in coda alle classifiche europee per condizioni di vita, alfabetizzazione e reddito procapite. In poco tempo l’Italia entra nel novero dei paesi civilizzati, nel 1919 siede al tavolo coi quattro paesi vincitori della prima guerra mondiale. Nel secondo dopoguerra, malgrado il conflitto perduto, l’Italia è tra i paesi fondatori della Cee ed entra nel club dei grandi del pianeta. E certo ci son state delle criticità nell’unificazione italiana ma davvero l’Italia - si domanda Sabbatucci – la si poteva realisticamente far meglio di così? L’ipotesi federale, che pure era sul tavolo non era possibile con tre regioni che ancora nel 1860 dovevano essere governate coi militari.

Peraltro per Sabbatucci la frattura tra Chiesa e Stato c’è stata eccome. Ed è una delle principali sciagure storiche e politiche che abbia ricevuto in dote il nostro paese e che ha generato l’antagonismo tra paese legale e paese reale. Eppure questo antagonismo, che prosegue ancora oggi, ha trovato finora sempre motivi di ricomposizione perché poi gli italiani, sempre divisi tendono, nei momenti cruciali, a tornare uniti. E questo perché negli italiani la pedagogia nazionale dello Stato ha agito in profondità. È questo sentimento nazionale che sostiene e porta alla vittoria nella prima guerra mondiale, che dà vita al fascismo – il quale è vero, avvelena il patriottismo con un nazionalismo aggressivo e autoritario – ma pure educa all’idea di nazione una generazione d’italiani. E nello stesso solco procede la classe dirigente della repubblica democratica. Gli italiani parlano la stessa lingua, tifano per la stessa nazionale, in fondo si riconoscono negli stessi valori. Insomma il paese a Sabbatucci sembra meno diviso di quanto la politica racconti. «È un’impressione», s’affretta a dire Sabbatucci. Ma è anche un’auspicio.


politica

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Il Cdm approva il nuovo testo costituzionale sulla Giustizia. Opposizioni e Anm sul piede di guerra: «È contro i giudici». Alfano: «Critiche precotte»

Ok al “paraventum” Berlusconi: «Con questa riforma non ci sarebbe mai stata Tangentopoli». Casini: «Una dichiarazione inquietante» di Osvaldo Baldacci

ROMA. «Finalmente ci siamo». Viaggia su Facebook la soddisfazione del ministro della Giustizia Angelino Alfano che aggiorna il suo “stato”dopo che il Consiglio dei ministri ieri ha approvato all’unanimità il progetto della riforma costituzionale della Giustizia. Soddisfazione che è ancora palesemente maggiore per il premier Silvio Berlusconi, che definisce epocale la riforma, mostra contento un disegno che mostra la bilancia della giustizia che lui farà finalmente tornare in

equilibrio, e proclama che con questa riforma non ci sarebbe stata Tangentopoli. «Che vuole dire? Che non ci sarebbero stati i ladri, o che non sarebbero stati scoperti?», chiede chiarimenti il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini.

Il Terzo Polo non chiude alla riforma, ma vuole discuterne nel merito, apprezzandone alcuni spunti, sottolineando gravi problemi che già si intravedono, ma chiedendo di confrontarsi sul merito. Più dura l’opposizione di sinistra (con Massimo D’Alema che spiega come a prescindere sia impossibile una riforma della giustizia prima delle dimissioni di Berlusconi) e fortemente contrari anche i magistrati: «È una riforma punitiva il cui disegno complessivo mina l’autonomia e l’indipendenza della magistratura e altera sensibilmente il corretto equilibrio tra i poteri dello Stato. È una riforma contro i giudici che riduce le garanzie per i cittadini», dichiarano il presidente dell’Anm Luca Palamara e il segretario generale Giuseppe Cascini. Per Cascini in particolare con la riforma del Csm

Nel mirino lo sdoppiamento del Csm e azione penale

Tutti i punti contestati di un provvedimento dubbio ROMA. La riforma della giustizia alla quale il Consiglio dei ministri di ieri ha dato il via è una legge costituzionale che dovrà essere approvata da ciascuna Camera, con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, a maggioranza assoluta nella seconda votazione. Se la maggioranza non sarà stata dei 2/3 in ciascuna Camera è possibile richiedere il referendum confermativo. Ecco i punti salienti della riforma. Separazione delle carriere Scuole di formazione, concorsi e iter carrieristici completamente separati tra magistratura giudicante e requirente, con il dichiarato intento di stabilire la completa parità tra accusa e difesa. Doppio Csm Con la separazione della carriere, dovrebbe venire introdotto un secondo Csm, in maniera che i due rami della magistratura abbiano organi di autogoverno separati. Entrambi saranno presieduti dal Capo dello Stato e saranno composti per una metà da togati eletti dai magistrati e per l’altra metà da laici nominati dal Parlamento. Nel Csm dei giudici entrerà di diritto il primo presidente della Cassazione, mentre in quello dei pm il Procuratore generale della Cassazione. L’ingresso dei membri di diritto (entrambi magistrati) rende quindi la componente togata dei due Csm comunque maggioranza assoluta. Obbligo azione penale - Resta l’obbligo per i magistrati di promuovere l’azione pena-

le, ma secondo “criteri indicati dalla legge”. Sarà quindi il Parlamento, con legge ordinaria, a stabilire la gerarchia dei reati da perseguire. Rapporto Pm-Polizia giudiziaria - Oggi gli investigatori sono alle dirette dipendenze dei magistrati, con la riforma sarà il Parlamento, con legge ordinaria, a stabilire quali dovranno essere i rapporti tra magistrati e polizia giudiziaria. Verrà inoltre riassegnato a Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza il potere di indirizzare le indagini, oggi di competenza del magistrato. Trasferimenti dei magistrati - Con la riforma viene assegnato a entrambi i Csm il potere, qualora le circostanze o le necessità di copertura dei posti vacanti lo richiedano, di procedere al trasferimento d’ufficio dei magistrati. Inappelabilità delle sentenze – È previsto il ritorno all’inappellabilità delle sentenze di assoluzione in primo grado. Responsabilità civile dei magistrati – I magistrati, come gli altri dipendenti pubblici, saranno responsabili civilmente degli atti compiuti in violazione dei diritti e al risarcimento personale nel caso di macroscopici errori giudiziari o di evidenti disservizi a loro imputabili. Intercettazioni - La riforma prevede anche una modifica della normativa sulle intercettazioni: massimo 75 giorni di tempo per gli ascolti e via libera alle orecchie elettroniche solo nel caso in cui siano presenti ”gravi indizi di reato”.

Per l’ok definitivo servirà il parere delle due Camere: serve inoltre una maggioranza di 2/3

A fianco, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi insieme col ministro della Giustizia Angelino Alfano. A sinistra, il leader centrista Pier Ferdinando Casini e in basso, il leader dell’Api Francesco Rutelli. Nella pagina a fianco, Paolo Pombeni

«si passa dall’autogoverno del nostro modello costituzionale che ci è invidiato da quasi tutti i paesi del mondo, a un sistema in cui il governo della magistratura e in particolare del pm è affidato al potere politico. In sostanza si vuol poter telefonare al procuratore della Repubblica e dirgli quello che deve fare». «Critiche precotte» è la replica del ministro Alfano. Gli avvocati penalisti invece sembrano soddisfatti e chiedono all’opposizione di non avere pregiudizi.

Due Csm, responsabilità civile dei magistrati, divieto di appello contro l’assoluzione, azione penale guidata dagli indirizzi del Parlamento. Ieri il Consiglio dei ministri ha così varato un disegno di legge costituzionale per la riforma della giustizia che modifica il Tito-

lo IV della Costituzione, che come spiega un comunicato di Palazzo Chigi - assumerà la nuova denominazione “La Giustizia”. «La riforma - continua la nota - si fonda sulla separazione delle carriere dei magistrati giudicanti e requirenti e sul riconoscimento al giudice di un ruolo di piena terzietà rispetto alle parti del processo. Viene, quindi, prevista l’istituzione di due distinti Consigli superiori - della magistratura giudicante e di quella requirente - presieduti, come l’attuale Csm, dal presidente della Repubblica e costituiti da membri eletti per metà dai magistrati e per metà dal Parlamento».

Un altro cardine della riforma è la creazione di una distinta Corte di Disciplina, nominata anch’essa per metà dal Parlamento in seduta comune e per l’altra metà dai giudici e dai pubblici ministeri. Cosa ancor più significativa perché punto importante è l’istituzione della responsabilità civile dei magistrati. Inoltre, il disegno di legge costituzionale afferma che, salvi i casi previsti dalla legge, contro le sentenze di condanna è sempre ammesso l’appello, mentre le sentenze di proscioglimento non possono essere appellate. L’azione penale resta obbligatoria, ma l’ufficio del pubblico ministero dovrà eser-


politica

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Il politologo Paolo Pombeni commenta il ddl approvato dai ministri

«Ma al di là dei problemi di Silvio, serve una scossa» «Nessuna barricata ideologica. La verità è che le toghe non possono fare i custodi della morale» di Francesco Lo Dico

citarla «secondo criteri stabiliti dalla legge». Il ministro della Giustizia dovrà riferire annualmente alle Camere sullo stato della giustizia, sull’esercizio dell’azione penale e sull’uso dei mezzi di indagine.

La riforma costituzionale dovrà essere accompagnata da 11 disegni di legge ordinari che Berlusconi ha già illustrato e dato per quasi pronti. Una prima legge riguarda la separazione delle carriere, obiettivo fondamentale della riforma, perché «il pm - ha spiegato il premier Silvio Berlusconi - dovrà comportarsi come l’avvocato, bussare alla porta del giudice, con il cappello in mano e possibilmente dargli anche del lei». La seconda legge è per l’istituzione di due consigli superiori della magistratura; la terza per la modifica dell’ordinamento giudiziario; la quarta per istituire l’Alta Corte di disciplina; la quinta per stabilire i criteri di trasferimento dei magistrati da parte dei Csm in caso di sedi vacanti; la sesta sull’inappellabilità delle sentenze di assoluzione in primo grado; la settima sulla nomina elettiva dei magistrati onorari; l’ottava sulla responsabilità civile dei magistrati; la nona per regolare i rapporti fra pm e polizia giudiziaria; la decima per regolamentare l’obbligatorietà dell’a-

zione penale; l’undicesima legge è per l’organizzazione degli uffici dei pm. Giubilante Berlusconi: la riforma rappresenta «un punto di svolta», è «organica, incisiva, chiara», non è una legge ad personam «contro qualcuno», non riguarda i processi in corso. Già durante il Cdm Berlusconi esulta: «È dal 1994 che volevo questa riforma, è dai tempi della nostra discesa in campo, finalmente riusciamo a realizzare un punto fondamentale del nostro programma». Il Cavaliere comunque apre all’opposizione: «Faremo di tutto per discutere queste norme con tutti, a cominciare dall’opposizione». Il Guardasigilli Angelino Alfano assicura: «Non è un quinto vangelo, sentiremo tutte le voci».

Alla riforma , come dicevamo, non chiude il Nuovo Polo, che l’ha commentata in una conferenza tutti insieme. Rileva però «forti perplessità» su alcuni punti «che dovranno essere risolte». Si prende atto delle «positive affermazioni del Presidente del Consiglio che ha dichiarato chiusa la stagione delle leggi ad personam», si legge nella nota diffusa al termine dell’incontro alla Camera. In Parlamento il Nuovo polo «presenterà le proprie proposte nel corso dell’iter parlamentare».

«La verità è che una riforma della Giustizia nel nostro Paese è estremamente necessaria, e non è corretto fare barricate per principio, soltanto perché questa è pensata dal governo Berlusconi. Si tratta di un disegno di legge che presenta senz’altro alcune criticità, ma insieme a queste essa pone aggiustamenti all’ordinamento giudiziario che invece potrebbero rivelarsi propizi. Come sempre succede, dal male viene anche il bene». Docente di Storia dei sistemi politici europei all’università di Bologna, Paolo Pombeni invita alla cautela proprio nelle ore in cui il disegno di legge che si propone di riformare l’ordinamento giudiziario del Paese è stato approvato dal Consiglio dei ministri. Professore, siamo in presenza del possibile epilogo della straziante battaglia tra giudici e politici cominciata al tempo di Tangentopoli? Tangentopoli è stato lo spartiacque tra due fazioni che hanno continuato a battagliare per vent’anni, inutile negarlo. Ma viviamo ormai nel ventunesimo secolo, e osteggiare ogni cambiamento in nome di pregiudiziali ideologiche è scorretto. Berlusconi ha ragione a dire che quando la sinistra voleva la riforma di una giustizia allora percepita come destrorsa non ci furono rivolte di piazza. E alla stessa maniera, bisogna riflettere oggi sui temi messi in campo, piuttosto che sulla provenienza politica dei provvedimenti. Ammetterà che i guai giudiziari del presidente del Consiglio, legittimano più di qualche sospetto. Specie rispetto all’abolizione di fatto dell’obbligatorietà dell’azione penale. Se venisse intaccata l’obbligatorietà, saremmo in presenza di una grande falla nel disegno generale della riforma. Ma va precisato però che neppure oggi essa è operativa, se non in linea teorica. Nella prassi, la discrezionalità del magistrato dà maggiore o minore rilievo al reato che dev’essere perseguito. Il problema è che questa discrezionalità è fortemente invocata dai berluscones. Che priorità avrebbero dato, ad esempio, alla concussione e allo sfruttamento della prostituzione minorile alla base del caso Ruby? La riforma allo studio opera anche in questo senso. È comprensibile leggerci volontà strumentali e tentativi di creare strategie della

tensione. Ma il punto è che i magistrati devono tornare a perseguire i crimini, perché troppo spesso negli anni recenti si sono sollevati al rango improprio di custodi della morale. Inoltre l’interpretazione delle leggi è diventata una pratica sempre più diffusa per scardinare la legge stessa. All’inizio dell’Ottocento, negli stati federali tedeschi, era considerata un’attività pericolosissima. Come si regolano gli altri grandi Paesi occidentali, per evitare questo tipo di cortocircuiti? Di solito gli equilibri vengono stabiliti grazie a un’etica pubblica forte di cui le leggi sono emanazioni. All’interno di una civiltà collettiva, e di una cultura unitaria, il sistema di pesi e contrappesi presenta cedimenti solo di rado. E di rado accade che un premier dai molti trascorsi giudiziari, resti al suo posto. Fosse solo per non suscitare l’idea di voler mietere vendette. Di questo si dovrebbe discutere in un capitolo a parte. Ma è vero anche che le vicende della Prima Repubblica hanno consolidato oltremodo la corporazione dei magistrati, che a oggi operano al di sopra della legge. È giusto che anche loro rispondano del loro operato come tutti i cittadini. Ma in Parlamento siedono 19 pregiudicati, 80 indagati e 50 avvocati penalisti. Non c’è il rischio che resi punibili i magistrati, gli unici impuniti restino loro, come già in effetti è oggi? Il principio di responsabilità vale per tutti, politici e magistrati. Non possiamo pensare che per il timore di rendere la giustizia meno efficiente, si possa concedere lo status di impunità alle toghe. E come evitare invece le ritorsioni politiche contro i magistrati? La mia idea sarebbe quella di predisporre un organo di garanzia a tutela di vendette personalistiche o guerre di casta. Come già accaduto in passato, sarebbe plausibile immaginare un corpo di magistratura speciale al di sopra delle parti. Ma la riforma andrà in porto, o è soltanto fumo negli occhi? Quando si mettono le mani nella Costituzione, le dita ci restano incastrate. Il problema è complesso e la via piuttosto ardua da percorrere. Più semplice e accettabile per tutti sarebbe stata una commissione ad hoc. Lo spirito bipartisan avrebbe allontanato gli spettri.

Non possiamo pensare che per il timore di rendere i tribunali meno efficienti, si possa concedere lo status di impunità ai magistrati. Sbagliano anche i giudici


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Presentato in tutto il mondo il secondo volume del pontefice Benedetto XVI

Un incontr l secondo volume del libro di Josef Ratzinger su Gesù di Nazareth porta il sottotitolo Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla Resurrezione. Siamo dunque al centro del mistero pasquale. Gesù all’inizio del libro ha già predicato per le strade della Giudea e della Galilea. Ha incontrato e conosciuto i suoi discepoli. Li ha chiamati amici. Sempre nell’incontro dell’uomo con l’uomo si scopre un mondo di valori che dà alla vita una intensità ed una qualità diversa ed insospettata. Nell’incontro con Cristo questo avviene in un modo ancora molto più grande. Nella amicizia di Gesù con i discepoli si scopre la dimensione vera dell’umano. È, questa amicizia, la terra nuova dove scorre il latte ed il miele. È, anche, la vita eterna, che non è semplicemente una vita che non ha fine ma una vita infinitamente più intensa e più vera. Per questo i discepoli lo chiamano Messia. Adesso, in questo secondo volume, abbiamo una drammatica inversione di polarità. I suoi, quelli che insieme con lui hanno sperimentato il gusto della vita nuova, adesso lo tradiscono. Come da Gesù nasce una storia nuova che unisce, così da Giuda rinasce l’uomo vecchio che divide e tradisce. A tradire, infatti, non sarà solo Giuda ma, sotto il peso della situazione nuova e drammatica

I

Gesù, vero uomo e il tradimento: a tutti che la vita ferenza, non-senso e dolore e che Dio non esiste o se esiste è un Signore crudele. Rimanendo fedele ed obbediente a Dio fino alla morte ed alla morte in croce Gesù rende a Dio ed agli uomini la propria testimonianza. A questa testimonianza risponderà la testimonianza del Padre che lo farà resuscitare dai morti e gli darà la possibilità di far partecipare alla vita eterna i suoi amici, quelli che credono in lui. Nella Resurrezione si scioglie la costitutiva ambiguità del reale, che oscilla fra il senso ed il non-senso, fra l’affermazione del bene e quella del male.

Abbiamo detto che a partire da Giuda si disgrega la comunità degli amici di Gesù. Ma è proprio così? Ratzinger insiste molto sul commento a Giovanni, 13,27: dopo che Giuda ebbe mangiato il pezzo di pane che Gesù gli aveva offerto“Satana entrò in lui”. Il principio della disunione e del tradimento non nasce dall’uomo Giuda ma dal demonio che entra in lui. Se gli uomini fossero interamente

Sempre nell’incontro dell’uomo con l’uomo si scopre un mondo di valori che dà alla vita una intensità ed una qualità diversa ed insospettata creata dal suo tradimento, anche gli altri, e Pietro prima di tutto. Sulla croce Gesù si ritroverà solo. Solo? No, non del tutto. Abbandonato da tutti e, apparentemente anche dal Padre, Gesù muore però nella compagnia di sua Madre, di alcune amiche della Madre (le pie donne) e di Giovanni che egli consegna alla Madre come figlio della adozione.La vita dell’uomo conosce l’esperienza dell’incontro in cui si scopre la grandezza dell’umano ma conosce anche l’esperienza del tradimento che toglie gusto alle cose e precipita l’uomo nella disperazione. Gesù, vero uomo, fa ambedue queste esperienze in modo radicale. Egli ha motivi sufficienti per affermare che la vita è un meraviglioso dono di Dio ma anche per affermare che la vita è infine sof-

responsabili del male che commettono per loro non vi potrebbe essere salvezza. La possibilità del perdono nasce proprio dal fatto che il male che commettiamo non ci appartiene interamente. Lo commettiamo perché ingannati e per questo, quando comprendiamo ciò che veramente abbiamo fatto possiamo prendere le distanze da noi stessi, convertirci. Anche Giuda si renderà conto del male che ha fatto e cercherà perfino di riparare ma si ucciderà quando si renderà conto che il male compiuto è irreversibile. Senza la fede che Dio (e Lui solo) può rimediare il nostro male saremmo schiacciati dalla coscienza del peccato. Dentro questa struttura generale del racconto di Ratzinger ci soffermiamo adesso su due punti cui egli stesso dedica una particolare at-


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VI su Gesù di Nazareth: dall’ingresso in Gerusalemme fino alla Resurrezione

ro inaspettato

o sulla terra, conosce l’amicizia è l’unico modo per affermare è un meraviglioso dono di Dio di Rocco Buttiglione

tenzione. Il primo è quello della responsabilità della morte di Gesù. Il secondo è quello della verità. Davvero è il popolo ebraico il colpevole della morte di Gesù? Su questa convinzione si sono fondati quasi due millenni di antiebraismo cristiano. Ratzinger osserva come l’uso della parola ”giudei”in S. Giovanni ha un senso tecnico preciso. Non si tratta di tutto il popolo ebraico ma della aristocrazia del Tempio e dei suoi servitori. Sono loro che chiederanno la morte di Gesù (e non tutti, sappiamo di una minoranza di amici di Gesù anche fra di loro, si pensi a Nicodemo ed a Giuseppe di Arimatea). Ad essi si aggiunge la ”folla” dei sostenitori di Barabba. È Marco ad usare la parola greca ochlos, che vuol dire appunto massa o folla e che comunque chiaramente non indica il popolo di Israele come tale. Quando Pilato chiede al popolo (rectius: alla folla) se vogliono che gli liberi Gesù o Barabba i seguaci di Barabba riescono a far gridare il nome di Barabba mentre gli amici di Gesù tacciono disorganizzati e demoralizzati e sgomenti. È L’evangelista Matteo ad offrire un addentellato per parlare di colpa collettiva del popolo ebraico quando dice che a chiedere la morte di Gesù fu ”tutto il popolo” (Matteo 27,25). e aggiunge ”il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli” (ibidem). Cosa ha voluto dire esat-

tamente S. Matteo? Più che un resoconto esatto di quello che è accaduto Matteo ce ne offre una interpretazione teologica: quelli che chiedono che il sangue di Gesù ricada sul loro capo lo fanno immaginando che esso sia un sangue che chiede vendetta. Sono così sicuri della giustezza della loro condanna che si offrono, qualora essa fosse sbagliata, alla vendetta del sangue. Ma il sangue di Gesù non è un sangue di vendetta ma di misericordia. Esso lava, purifica e salva coloro sulla cui testa esso ricade. In questo senso esso ricade sulla testa del popolo di Israele ma anche su quella del popolo romano. Gli ebrei (rectius alcuni ebrei) hanno chiesto la morte di Gesù ma i romani (alcuni romani) quella morte hanno concesso ed eseguito. E anche per i romani e per tutti gli uomini quello non sarà un sangue di vendetta ma di perdono e di salvezza.

È facile capire quanto sia importante questa chiarificazione sulla morte di Gesù per una giusta relazione fra cristiani ed ebrei . Essa non è contenuta in un atto magisteriale ma in un libro del Papa. Questo libro di un Papa che è anche incontestabilmente il maggior teologo del tempo nostro chiarifica però e spiega quanto è già contenuto in numerosi documenti del Magistero.

Un altro tema sul quale Iosef Ratzinger concentra in modo particolare la sua attenzione è quello della verità e insieme della regalità di Cristo. Gesù è accusato di essere e voler essere il re dei Giudei. Alla domanda di Pilato Gesù risponde confermando l’accusa: sì, veramente egli è Re, ma non allo stesso modo dei re di questo mondo. Due sono i lati della regalità. Per un aspetto il re è giudice: dice la verità, divide il giusto dall’ingiusto, il bene dal male. In questo senso certo Gesù è Re e per questo è venuto al mondo, per rendere testimonianza alla verità. Per un altro aspetto, però, il re porta la spada e la porta per una giusta ragione. Dopo aver distinto il bene dal male il re punisce i cattivi e premia i buoni. La spada serve per punire e serve anche per difendere chi la porta. Chi dice la verità ma non porta la spada rischia con certezza di cadere vittima della vendetta dei malvagi. È, questa, anche la sorte del giusto di cui parla Platone nella Repubblica. Gesù è un re anomalo. Dice la verità ma non porta la spada. È per questo che finirà sulla croce. Gesù ha rifiutato le dodici legioni di angeli che il Padre gli avrebbe inviato se Lui le avesse chieste, ed ha rifiutato anche la via della insurrezione e della resistenza armata

scienza. Questa è la regalità di Cristo davanti alla quale Pilato non riesce a nascondere il suo imbarazzo. Egli sa che Gesù non è un minaccia per l’ordine civile romano e, quindi, è innocente dell’accusa di sovversione e ribellione per la quale è portato davanti al Tribunale. La sua coscienza gli dice di assolvere. Gli accusatori di Gesù, però, hanno il potere. Possono calunniare Pilato presso Cesare e dirgli che ha assolto un sovversivo e non è stato diligente nel difendere il potere romano. La bilancia del potere pende contro Gesù, Pilato decide infine di dare il crisma della verità a quelli che dispongono della forza prevalente. Egli non può credere che le accuse siano vere ma sa bene che il potere conta più della verità. Il potere – per lui e in un certo qual modo per tutti i politici del mondo – fa la verità. La decisione di condannare Gesù appare a Pilato politicamente obbligata e per questo non se ne sente responsabile. Se ne lava le mani. Ma basta questo per sottrarsi alla responsabilità? Evidentemente no.

Il male esiste e agisce: se gli uomini fossero del tutto responsabili del male che commettono, allora per loro non vi potrebbe essere salvezza che Pietro era pronto a percorrere. Gesù è un re pacifico. Qui siamo alla radice della distinzione fra ciò che è di Dio e ciò che è di Cesare. A Dio appartiene la verità, Cesare porta la spada. La distinzione di autorità e potere è tipica del mondo cristiano e della civiltà occidentale. L’autorità dice la verità, il potere porta la spada. Questa scissione è però difficilmente sopportabile. Aristotele ci spiega con candore che nella impossibilità di dare il potere a chi dice la verità si è deciso di prendere come verità ciò che dice il potere. Da Hobbes a Spinoza ricorrerà poi l’idea che ciascuno ha tanto diritto quanto potere. Gesù ci parla invece di una autorità senza potere che convince versando non il sangue dei suoi nemici ma quello dei propri martiri. Dire la verità davanti al potere senza sfidarlo sul terreno della forza ma facendo appello alla sua coscienza perché anche gli uomini che esercitano il potere hanno una co-

È in questo contesto che si colloca la domanda: “che cosa è la verità?”. A questa domanda Ratzinger dedica alcune pagine di grande fascino. Egli cita S.Tommaso: la verità è “adaequatio rei et intellectus”. Una proposizione è vera se le cose stanno come le parole dicono. Pilato sa che non è vero che Gesù è un criminale ed un ribelle. La verità, però, non è solo le cose così come sono. L’uomo porta nel cuore un desiderio di verità e di bene per se stesso e legge le cose del mondo in riferimento a questo desiderio di verità e di bene. Il modo in cui vediamo la verità dipende da ciò che il nostro cuore ama. Pilato non è in grado di accettare una verità che lo oppone al potere, che distrugge la sua carriera, che forse lo espone alla punizione dell’imperatore. Ratzinger cita anche una seconda definizione di verità tratta da S.Tommaso, questa volta dal De Veritate“La verità è in primo luogo

ed in senso proprio nell’intelletto di Dio e nell’intelletto umano essa è presente veramente ma in modo derivato (q.1 ad. 4 c). Capiamo davvero la verità di una cosa quando la collochiamo in relazione con tutte le altre e vediamo come Dio la ha voluta e perché Dio la ha voluta. Quando comprendiamo questo capiamo anche perché la verità di Dio è anche la nostra verità, perché in essa è contenuta la realizzazione vera del nostro desiderio più autentico. Questo è qualcosa che non ci è immediatamente accessibile. Molte volte (e nel caso di Pilato) la verità si oppone al desiderio del nostro cuore. Sembra che la Verità voglia il nostro male. Allora noi ci allontaniamo dalla verità. Nessuno più di Gesù poteva pensare che la Verità fosse contro di lui, e tuttavia nella prova egli rimane fedele. Sia Giuda che Pilato si fanno invece una verità sulla propria misura, una verità che non li oppone al potere, una verità compatibile con il potere. La esperienza comune è più vicina a quella di Pilato e di Giuda che a quella di Gesù.

Sembra talvolta o spesso che Dio non voglia il bene dell’uomo. Nello gnosticismo antico questo si esprime nella convinzione che il mondo sia dominato da un dio malvagio. È solo attraverso la Resurrezione di Gesù che Dio stesso scioglie la ambiguità del mondo e quindi l’ambiguità della verità di ciascuno di noi. Il Gesù Dio rende evidente che il mondo è fatto per la salvezza e mostra con evidenza di essere buono. È a partire da Gesù che diventa ragionevole pensare che la verità di Dio e la nostra felicità possano coincidere, cioè che Dio possa essere la nostra verità, la verità che salva e compie il desiderio di bene di ciascuno di noi. I filosofi (alcuni filosofi) avevano enunciato questa verità già prima di Gesù. Per poterlo fare avevano però dovuto amputare dalla esperienza umana tutta l’enorme potenza del negativo, del dolore e della morte. Nel cristianesimo la affermazione che Dio è “ipsa summa et prima veritas” (S.theol. I q.16 a. 5 c.“la prima e più alta verità stessa”) viene fatta dopo avere attraversato l’intero spessore del negativo, dopo la morte in croce. Il messaggio conclusivo di questo libro è dunque un messaggio pasquale. Chi lo leggerà ne trarrà una immagine del cristianesimo diversa da quella che è oggi l’opinione comune. Difficilmente si impara ciò che si pensa di conoscere già ed il libro di Ratzinger mostra chiaramente quanto sia diverso il cristianesimo dalle immagini stereotipate che ne hanno tanti non credenti (e tanti credenti). Non sappiamo se il libro avrà ancora una continuazione. Se la avesse dopo il mistero della incarnazione e del Natale (I volume) e quello della Resurrezione e della Pasqua (II volume), il terzo volume dovrebbe essere dedicato alla Pentecoste ed alla vita del Risorto nella Chiesa.


la crisi libica

pagina 10 • 11 marzo 2011

La Francia si spinge oltre e riconosce il governo di Bengasi. Oggi il vertice straordinario dell’Europa, riunita per decidere il da farsi

La bomba di Sarkozy

L’Eliseo propone all’Ue “attacchi mirati”sulla Libia. Frattini: «L’Italia non parteciperà ad azioni del genere». Intanto il Colonnello si riprende Zawiya e Ras Lanuf, e a Tripoli rastrella l’opposizione. La Nato: «Noi in attesa» di Pierre Chiartano

ROMA. Tenkovi u trazilu, obiettivo in vista, è quello che potremmo sentire, se potessimo sintonizzarci sulle frequenze dei caccia di Tripoli che bombardano le città ribelli. Piloti serbi e anche siriani hanno sostituito quelli libici dell’aeronautica dei quali il colonnello non si fida più, dopo le prime defezioni. Erano già presenti nelle basi aree come istruttori. Ora sarebbero diventati il nucleo centrale dei reparti di volo ancora fedeli al raiss. Sono proprio loro che il presidente francese, Nicolas Sarkozy, vorrebbe colpire con operazioni mirate. È quanto riferiscono fonti vicine al dossier, spiegando che il capo dell’Eliseo vorrebbe anche criptare i sistemi di trasmissione del comando del colonnello Muhammar Gheddafi. In particolare Sarkozy proporrebbe di bombardare l’aeroporto militare di

Sirte, 500 chilometri a Est di Tripoli, quello di Sebha, nel sud del Paese, vicino alla frontiera col Ciad, e Bab al-Azyzia, a Tripoli. Sullo sfondo di un Nato che assieme alla Ue dovrà decidere cosa fare, Parigi si muove prendendo posizione tra le dune del conflitto libico. Fa me-

Piloti da caccia serbi e siriani hanno sostituito quelli libici. Di loro il dittatore africano, dopo le prime defezioni, non si fida più glio di Londra, visto che non si fa catturare commandos e 007. La Francia ha anche riconosciuto il Consiglio nazionale libico (Cnl), che raggruppa gli

insorti contro il regime del colonnello, come rappresentante del popolo libico e invierà un ambasciatore a Bengasi. Lo ha dichiarato ieri una fonte dell’Eliseo, dove il presidente Nicolas Sarkozy ha ricevuto per oltre un’ora due emissari del Cnl. «La Francia ha riconosciuto il Consiglio nazionale transitorio, come rappresentante legittimo del popolo libico», ha dichiarato uno dei due, Ali Essaoui, le cui parole hanno trovato poi conferma a Parigi. È previsto l’arrivo di emissari del Cln anche a Bruxelles oggi. La Francia, ha aggiunto l’Eliseo, invierà un ambasciatore a Bengasi, città nell’est della Libia in cui ha sede il Cnl. Quindi nella

nuova Libia che, prima o poi ci sarà, gli interessi d’Oltralpe verranno garantiti. Mentre Berlino ha finalmente deciso di congelare i beni del colonnello, segno tangibile di una presa di distanza del governo tedesco, Roma è in attesa delle decisioni che prenderanno in altra sede: quella dell’Alleanza atlantica. Il raiss ha risposto subito all’Esagono minacciando. Un «grave segreto» causerà la caduta del presidente francese, o in subordine il suo rinvio a giudizio: è quanto afferma l’agenzia di Stato libica, Jana, poco dopo l’annuncio del riconoscimento del Cnl come «legittimo rappresentante


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Le alternative a un intervento sono molte. Bisogna prenderle in considerazione del popolo libico». E anche l’Italia riaprirà il suo consolato a Bengasi, chiuso in seguito agli incidenti avvenuti nel 2006. La Farnesina ha fatto inoltre sapere che non intende partecipare a eventuali bombardamenti mirati sul territorio libico, per voce del ministro degli Esteri, Franco Frattini che era a Bruxelles, per la riunione straordinaria dei capi delle diplomazie dei 27 sulla situazione a Tripoli. Il numero uno della Farnesina ha aggiunto che durante la riunione non si è discusso della proposta Sarkozy. La Nato è invece pronta a sostenere una missione umanitaria in Libia e a valutare anche «altre opzioni» come quella militare, ma solo a patto che si realizzino tre condizioni: «una dimostrata necessità di intervento (...) un chiaro mandato legale e un fermo supporto regionale».

Prosegue intanto senza sosta la feroce controffensiva di Gheddafi nei confronti dei rivoltosi. Le forze governative hanno bombardato via mare e via cielo i giacimenti petroliferi dislocati a est di Ras Lanuf, un’area della Libia orientale attualmente in mano agli insorti. Secondo quanto riferito da un’inviata dell’Ansa, che si trova presso un check-point della stessa Ras Lanuf, una delle bombe sganciate dagli aerei governativi è caduta presso un posto di blocco dei ribelli, a ovest della cittadina che ieri in serata era stata data per caduta. Nella mattinata di ieri, le motovedette di Gheddafi hanno attaccato le postazioni degli insorti a Ben Jawad – anch’essa nella zona petrolifera della Libia orientale – e i rivoltosi hanno risposto sparando razzi verso il mare. «Siamo entrati a Ben Jawad – ha dichiarato alla Reuters uno dei combattenti, Adel Yahya – ma motovedette ci hanno sparato addosso e abbiamo dovuto ritirarci». Al momento i ribelli dicono di essersi attestati nelle vicinanze della città, dopo che la controffensiva delle milizie pro Gheddafi ne ha bloccato l’avanzata verso ovest.

Mentre l’ospedale di Ras Lanuf è stato evacuato a causa del violento attacco, via cielo e via mare, che le forze lealiste hanno sferrato ieri. Almeno quattro razzi sono esplosi nel centro della città petrolifera, vicino all’ospedale e a una moschea dove alcuni ribelli stavano pregando. Medici e infermieri sono fuggiti via dal nosocomio, a piedi o a bordo di ambulanze, trasportando con sé i malati. Colpite anche Brega ed el Sider. La controffensiva ha bloccato lungo la costa orientale l’avanzata dei ribelli, costretti a ritirarsi dalla città strategica di Bin Jawad, dopo essere finiti sotto un pesante bombardamento. Ora la linea del fronte si

Siamo proprio sicuri che la guerra convenga? Per quanto facile l’operazione possa sembrare, il raìs potrebbe avere delle riserve di potere inaspettate di Daniel Pipes inno ufficiale dei Marines americani inizia con le celebri parole: «Dai saloni di Montezuma, alle spiagge di Tripoli, combattiam le patrie guerre, in terra, mare e ciel». Il riferimento a Tripoli allude alla battaglia di Derna del 1805, il primo combattimento oltreoceano delle truppe Usa conclusosi con una decisiva vittoria americana. I recenti combattimenti in Libia inducono a una domanda: si dovrebbero di nuovo inviare i Marines sulle coste di Tripoli, questa volta non per proteggere le acque extraterritoriali, ma i rivoltosi libici insorti contro il loro governo e che chiedono aiuto visto che sono mitragliati a bassa quota dalle truppe fedeli a Muammar Gheddafi? Il mio primo istinto è quello di accettare di buon grado una no-fly zone capace di portare aiuto e sostegno all’opposizione sul campo. Vari fattori incoraggiano questo istinto: la facile accessibilità della Libia dalle basi aeree americane e della Nato, la configurazione geografica pianeggiante e che presenta una rada vegetazione, la condanna semiuniversale delle azioni di Gheddafi, l’assoluta impellenza di rifornire di petrolio libico il mercato delle esportazioni e la probabilità che un simile intervento possa porre fine al triste governo di un personaggio bizzarro e ripugnante che dura da 42 anni. Ma l’istinto non porta a una sana politica. Un atto di guerra richiede un con-

L’

Il fatto che per la leadership i libici comincino a rivolgere l’attenzione agli islamisti potrebbe trasformare il Paese in un’altra Somalia testo, delle linee guida e della coerenza. Per quanto facile l’operazione possa sembrare, Gheddafi potrebbe avere delle riserve di potere inaspettate capaci di consentirgli uno scontro lungo e complesso.

Se il Colonnello sopravvivesse, per esempio, potrebbe diventare più virulento. Per quanto ripugnante egli possa essere, i suoi avversari (gli islamisti?) potrebbero essere ancor più pericolosi, anche per gli interessi americani. Più in generale, se ci si intromette in un conflitto interno ci si potrebbero fare più nemici che amici, senza dimenticare che, così facendo, si alimenterebbero le teorie del complotto americano. Inoltre, la potenza aerea libica non si è ancora dimostrata decisiva (il suo impatto è stato soprattutto psicologico) e non potrebbe essere determinante nel far sì che Gheddafi rimanga al potere. Imporre una nofly-zone in Libia costituisce un precedente rispetto a situazioni dove le circostanze sono meno favorevoli (ad esempio la Corea del Nord). E chi seguirà l’esempio di Gheddafi e rinuncerà a produrre armi nucleari, se ciò facilita la perdita del proprio potere? Dietro il dibattito sulla Libia incombe lo spettro dell’Iraq e della “Freedom Agenda” di George

W. Bush. I partigiani di Bush vedono la situazione come il momento della rivincita, mentre gli scettici si preoccupano delle conseguenze non volute. Se Barack Obama utilizzasse la forza in Libia, equivarrebbe a un’ammissione di errore per aver criticato aspramente le politiche di Bush in fatto di Medioriente. Sarebbe anche come dar seguito all’Iraq e all’Afghanistan: impegnare le truppe americane a combattere le forze di un altro Paese a maggioranza musulmana, un impegno che Obama con la sua enfasi sul“rispetto reciproco”con i musulmani, deve essere restio ad assumersi.

Altrettanto fondamentale è l’imperativo di mettere le truppe americane in condizione di non subire perdite né di combinare guai in nome di obiettivi umanitari per altri popoli: l’assistenza sociale non può essere lo scopo del governo Usa, piuttosto, le truppe devono sempre promuovere gli specifici interessi nazionali americani. Il fatto che l’esercito Usa, nella persona del Segretario alla Difesa Robert Gates, eviti di assumersi questo compito, sottolineando i suoi costi e i pericoli (una grande operazione in un grande Paese), è una proficua precauzione, soprattutto in considerazione degli errori dell’intelligence americana. Ma il fatto che i libici comincino a rivolgere l’attenzione agli islamisti per la leadership potrebbe trasformare la Libia in un’altra Somalia. L’arsenale americano permette a un presidente di ignorare gli altri Paesi e di sfruttarlo in modo unilaterale: ma è saggio farlo? I precedenti iracheni (1991, 2003) stanno a indicare che politicamente vale la pena incomodarsi ad ottenere l’appoggio di organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite, la Nato, la Lega araba, l’Unione africana o perfino l’Organizzazione della Conferenza islamica. Come osserva Jeffrey White del Washington Institute for Near East Policy, anche se una no-fly-zone è ciò che vuole l’opposizione, questa è solo una delle tante opzioni di cui Washington dispone. Tra le altre possibilità - dalla meno ambiziosa alla più pretenziosa - spiccano: fornire alle forze di opposizione appoggi logistici, aiuti di intelligence, hardware di comunicazione, addestramento e invio di armi; aiuti per difendere le zone liberate e per rendere inutilizzabili i campi d’aviazione libici; oppure combattere attivamente le forze del regime.Tenendo conto di queste riflessioni, che consiglio dare all’amministrazione Obama? Soccorrere l’opposizione libica offrendogli aiuto e, se necessario, intensificare questi aiuti. In Libia i motivi umanitari, politici ed economici convergono superando delle legittime esitazioni. Lavorando con l’avallo internazionale, il governo Usa dovrebbe svolgere il suo consueto ruolo di leadership e aiutare l’opposizione libica. Per quanto possa essere rischiosa questa linea di condotta, non fare nulla è ancor più pericoloso.

trova tra Ras Lanuf e Bin Jawad, a circa 550 chilometri a est di Tripoli. «Siamo entrati a Bin Jawad, ma le cannoniere hanno sparato contro di noi, così ci siamo ritirati», affermavano fonti antiregime ieri sera. Sul fronte delle sanzioni si muove qualcosa anche in Europa. L’Unione europea ha formalmente esteso l’embargo contro la Libia a cinque organizzazione finanziarie e una persona fisica. Lo hanno riferito ieri diplomatici europei pre-

Hillary Clinton si prepara a raggiungere il Cairo e Tunisi, la prossima settimana, dove incontrerà anche l’opposizione libica cisando che le restrizioni saranno efficaci da domani. Nessuno dei 27 stati membri ha espresso obiezioni all’inserimento di Lia (Libyan investment authority), della Banca centrale, di tre altri istituti finanziari e di un ex alto funzionario. Le restrizioni saranno pubblicate nella Gazzetta ufficiale europea oggi, giorno a partire dal quale diventeranno legge. Lia è un fondo sovrano con circa 70 miliardi di dollari investiti in attività europee, tra cui Unicredit e altre banche, Juventus, Fiat, Finmeccanica e Pearson.Le sanzioni implicano che le partecipazioni di Lia in attività con sede in Europa saranno congelate e non saranno autorizzate a ricevere dividendi o a cedere quote.

Gli Usa sulla controversa iniziativa di attivare una no-fly zone, hanno chiarito la loro posizione. Il segretario di Stato, Hillary Clinton – che si prepara a raggiungere il Cairo e Tunisi la prossima settimana e a incontrare l’opposizine libica – ha messo in chiaro che l’imposizione di una zona d’interdizione al volo è una questione su cui deve prendere una decisione l’Onu e non un’iniziativa a guida Usa. Russia e Cina, membri permanenti del Consiglio di sicurezza, sono fredde su questa eventualità, che dovrebbe prevedere come prima azione il bombardamento delle forze aeree libiche. E come in ogni teatro di guerra cominciano ad esserci le prime vittime tra gli operatori dei media. Si sono infatti perse le tracce di due giornalisti stranieri nella zona di Zawiyah, 40 chilometri a ovest di Tripoli. A lanciare l’allarme è il Guardian, che fa sapere nell’edizione online di aver interrotto i contatti con il suo inviato Ghaith Abdul-Ahad. Insieme a lui, scrive il quotidiano britannico, stava viaggiando anche il collega brasiliano Andrei Netto del quotidiano Estado de Sao Paulo.


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l 22 giugno del 1970 furono i tre deputati italiani Michele Pistillo del Pci, Michele Achilli del Psi e Giorgo Granzotto del Psiup gli unici occidentali presenti alle manifestazioni organizzate da Gheddafi per celebrare il ritiro statunitense dalla base di Wheelus. Negli anni ’70, affermò il Sunday Telegraph, Gheddafi avrebbe promesso al Pci 60 miliardi: per «aiutare i comunisti

I

C’era una volta il compagno ad accrescere la loro forza elettorale e con essa ottenere il ritiro della Marina americana dalla base di Napoli». Nel 1986 è il leader di Democrazia Proletaria Mario Capanna che dopo essere andato in Libia torna come ambasciatore di buona volontà dei “segnali di pace” dati dal regime di Gheddafi dopo la mini-guerra con gli Usa nella Sirte e con la Francia in Ciad. Nel 1988 i dirigenti di un’effimera rifondazione del vecchio movimento di Lotta Continua, alla ribalta delle cronache per una famosa contestazione del “revisionista” Renzo De Felice all’Università La Sapienza di Roma, dicono ai giornali che si sentirebbero “onorati” al ricevere finanziamenti di Gheddafi. Nel 1999 è Massimo D’Alema il primo capo di governo europeo a venire in visita a Gheddafi dopo la proclamazione delle sanzioni alla Libia decise dall’Onu nel 1992. Nel 2009, quando Gheddafi viene a Roma con la sua famosa tenda, il Partito Democratico però

si divide, e impedisce al presidente Schifani di far tenere al raìs un discorso al Senato: sconfessando l’assenso dato dal dalemiano Nicola Latorre. Anzi, stavolta anche alla Sapienza si scatena contro la visita di Gheddafi una protesta: di tenore simile a quello appunto vent’anni prima scatenata dai lottatori continui filo-gheddafisti nella stessa Università. Infine, al momento in cui si scatena la guerra civile in Libia, scende in campo Walter Veltroni. «Mi fa impressione vedere che nelle coscienze di centrosinistra, Gheddafi non susciti la stessa indignazione provata e manifestata contro dittatori cileni o argentini. E che non vi sia la stessa partecipazione verso i ribelli libici come ci fu per le guerre dell’Iraq e dell’Afghanistan». «Mi rendo conto che ora non c’è più un Bush da contestare e non siamo più dentro a una schematica ripartizione di ruoli, ma diventa un errore enorme non avere il coraggio di manifestare per stare dalla parte di chi si ribella». Va detto che Veltroni salva il Pd. «Il Pd è stata l’unica forza politica a reagire anche con una manifestazione». Ma lo «sorprende l’assenza di sindacati, associazioni, movi-

Gheddafi

Ecco come negli anni Settanta la sinistra italiana lodava la rivoluzione del raìs (sperando che arrivasse da noi). Ed è paradossale che sia stato Berlusconi a sdoganarlo del tutto di Maurizio Stefanini


la crisi libica

menti». Anche se il motivo per cui l’Italia «ha gestito malissimo questa vicenda» è per lui principalmente legato alle scelte del governo Berlusconi. In realtà, come hanno d’altronde ricordato le polemiche di questi giorni, con Gheddafi in Italia ci hanno messo le mani in pasta in tanti. Un po’ tutti i governi, con punte per Berlusconi ma anche D’Alema; e prima ancora Craxi e Andreotti, che anzi gli salvarono la vita avvertendolo in tempo da un bombardamento Usa. Il mondo degli affari, che con il raìs ne ha fatti di sostanziosi, e gli ha anche consentito di entrare nel salotto buono dell’economia italiana, dalla Fiat alle banche. E i servizi segreti, che a loro volta hanno ripetutamente salvato Gheddafi da attentati e golpe.

Anzi, molti storici considerano che Gheddafi sia stato sostanzialmente un nostro uomo, che noi abbiamo giocato per recuperare in qualche modo la Libia, dopo averla persa nei mani della dinastia filo-inglese dei Senussi nella Seconda Guerra Mondiale. La stessa espulsione dei nostri coloni, dunque, non sarebbe stata che una foglia di fico: che ha fatto pagare agli ultimi avanzi di un’avventura vecchia e ormai improduttiva, le spese per la riconversione a un’avventura nuova e redditizia. D’altra parte, c’è però anche la storia che ha raccontato Mustafa Ben Halim: ex-Primo ministro libico tra 1954 e 1957, e firmatario dell’accordo con il quale erano stati regolati i rapporti italo-libici nel 1956. Secondo lui, a far saltare la mosca al naso dell’appena insediato raìs sarebbe stato un incontro segreto dei già citati Pistillo, Achilli e Granzotto con alcuni esponenti dell’ala sinistra del movimento rivoluzionario libico. Un vertice in cui sarebbe stata ventilata la fondazione di un “Psiup libico”: un partito di sinistra radicale tale da far imbestialire l’antioccidentale ma anche anticomunista Gheddafi. Da cui l’interpretazione di quella che in realtà era una mera iniziativa dei tre per una manovra italiana, da

lui appunto punita con l’espulsione di massa dei nostri connazionali. Se ciò è vero, dimostrerebbe che fin dall’inizio l’attrazione della sinistra italiana per Gheddafi ebbe un aspetto che l’ha distinta da quella del centro-destra: o di quei leader “pragmatici” di sinistra alla Craxi e D’Alema, che con Gheddafi hanno trescato per mera realpolitik. Insomma, gran parte della politica italia-

Il 22 giugno del 1970 furono Pistillo del Pci, Achilli del Psi e Granzotto del Psiup gli unici occidentali presenti alle feste per celebrare il ritiro Usa dalla base di Wheelus na in Gheddafi ha cercato unicamente occasioni di guadagno e/o interessi geopolitici. Ma una parte della sinistra ha creduto davvero che Gheddafi rappresentasse un leader progressista, le cui realizzazioni si sarebbero rivelate benefiche anche per il popolo italiano.

La lettura attenta di quello che in tutti questi anni ha scritto uno storico come Angelo Del Boca è già significativa di questo lento ma progressivo estraniamento. «Per affrontare in modo utile e corretto la questione del contenzioso italo-libico va innanzitutto rimosso dalla scena - in senso figurato, s’intende - il personaggio ingombrante del colonnello Gheddafi», scriveva ad esempio nel 1989, quando risaltò fuori la richiesta di risarcimenti per i crimini di guerra italiani. «Noi non apparteniamo alla categoria di studiosi e di politici che demonizzano Gheddafi. Riteniamo, al contrario, che abbia avuto un ruolo anche positivo per la Libia nei primi anni di esercizio del suo smisurato potere. Realizzò infatti ciò che il vecchio e indeciso re Idris non aveva saputo (o voluto) fare, come la liquidazione delle basi militari straniere e la tutela, con nuove leggi, del grande patrimonio nazionale del petrolio, prima saccheggiato dalle ingorde società petrolifere. Gheddafi seppe anche infondere nei libici una nuova fierezza nazionale mentre collocava la Li-

bia tra i Paesi più intransigenti nella lotta contro il neocolonialismo e l’imperialismo. Tuttavia, spinto da un’ambizione senza limiti, perse presto il senso della misura. Cercò di realizzare, a volte utilizzando anche mezzi illeciti, impossibili o premature unioni con i Paesi arabi vicini. Trascinò il proprio Paese in guerre costosissime e disastrose».

«Finanziò movimenti di liberazione senza molto riflettere sulla natura ambigua di alcuni fra essi, favorendo così, anziché l’affermarsi della libertà, la crescita del flagello del terrorismo. Anche se negli ultimi tempi ha modificato in parte la sua politica e ha assunto atteggiamenti più moderati per evitare il completo isolamento della Libia, noi lo riteniamo un personaggio non affidabile. Con la sua recente apparizione alla televisione italiana ha confermato inoltre che la sua arroganza è pari alla sua totale mancanza di decenza». Del Boca, però, prima ancora che un intellettuale di sinistra, è uno che la Libia la conosce di prima mano. È verosimile che in questa presa di coscienza abbiano appunto influito le informazioni che dagli stessi libici gli arrivavano. Sostanzialmente, per il resto di quella sinistra ideologica che in Gheddafi vedeva un eroe terzomondista la disillusione amara viene nel momento dell’accordo il raìs e l’odiato Berlusconi: quando proprio il leader italiano che ha portato gli eredi del fascismo al governo riesce finalmente a liquidare quell’eredità del colonialismo che tanti governi antifascisti non hanno saputo affrontare fino in fondo; ma al patto di trasformare Gheddafi in un guardiano anti-immigrazione clandestina, di cui all’improvviso si scopre che tiene la gente in condizioni di detenzione inumane. Tant’è, che quando la rivolta di scatena, il tono è proprio quello del castigo per l’amico del Cav. Da cui le polemiche sui governi di sinistra che pure avevano avuto relazioni, la risposta di Prodi che un conto è stringere mani e un conto baciarle, eccetera. La fascinazione per Gheddafi, però, non è che sia del tutto svanita in certe aree. «Sono e resto un estimatore convinto del colonnello Gheddafi», ha detto ad esempio ancora il 17 febbraio il fondatore del Manifesto Valentino Parlato, che peraltro proprio a

In alto da sinistra, in senso orario: il Colonnello, Andreotti e Craxi; Re Idris; Angelo Del Boca; Mario Capanna; Valentino Parlato; Fidel Castro; Nicola Latorre; Muammar Gheddafi con Massimo D’Alema; Michele Pistillo; Walter Veltroni

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Tripoli è nato. «Non sono affatto un sostenitore pentito di Gheddafi, perché penso che il Libretto Verde, che oggi purtroppo circola molto meno diffusamente di un tempo e di quanto meriterebbe, è un messaggio roussoiano di potere diffuso, di democrazia diretta attraverso i comitati popolari. Un testo ancora valido, seppure un po’ logoro ma non superato, per risolvere il problema del potere che non può essere rappresentato attraverso deleghe». Una amara battuta potrebbe ribattere: e neanche attraverso i bombardamenti; ma non è questo il punto. «Certo bisogna ammettere che il governo del Colonnello oggi è un po’ offuscato, ha perso lo slancio propulsivo dei tempi della giovinezza», ha detto ancora Parlato. Ma, bontà sua, escludeva che «il contagio arrivi al punto da far cadere il regime del Colonnello».

Poi è venuta la baraonda,Veltroni ha parlato, e gli sono arrivate risposte del tipo: «Ma perché non ti vai ad arruolare tu»”. È vero: a chiudere il cerchio iniziato nel 1990, nelle manifestazioni antiGheddafi si sono viste anche le bandiere con la falce e martello di Rifondazione Comunista e dei Comunisti Italiani, peraltro ormai degradati a forze extraparlamentari. Però, il popolo del web di sinistra, per lo meno quella più radicale,

Nel 1988 i dirigenti di un’effimera rifondazione del vecchio movimento di Lotta Continua dicono ai giornali che si sentirebbero “onorati” al ricevere finanziamenti da Tripoli non ignora che con Gheddafi si sono schierati quasi tutti gli ultimi leader “rossi” ancora sulla piazza: da Fidel Castro a Daniel Ortega, a Hugo Chávez. Qualcuno è allora arrivato all’eresia di dire che sono forse quei leader a non avere capoto bene quello che sta succedendo in Libia. Qualcuno dice che a non capire sono stati i libici che si sono ribellati a Gheddafi.


cultura

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Al Vittoriano, in mostra 80 dipinti, circa 40 disegni, una serie di fotografie e due film che documentano l’indiscussa originalità della “regina del moderno”

Il ritorno della Diva Bellezza, sensualità, mistero e contraddizioni: la Capitale celebra Tamara de Lempicka di Rita Pacifici on ebbe la Bugatti verde sulla quale si ritrae nel celebre autoritratto del 1925, ma una piccola Renault gialla, non nacque nel 1902 ma qualche anno prima, nel 1898, e molte sono le lacune, le incongruenze nella sua biografia generate da un’innata predisposizione all’ambiguità e al mistero. Ma l’immagine di Tamara al volante, pubblicata come copertina di una rivista di moda tedesca, è un’istantanea che riassume il significato profondo dell’esistenza della pittrice polacca, che passa sopra la storia di buona parte del Novecento con la leggerezza delle dee, ben protetta dalla corazza della bellezza, del talento, delle ambizioni e dalle ricchezze acquisite con nozze di alto rango. Indipendente, trasgressiva, Tamara è artista che fa di ogni opera un racconto di sé. Una pittura dalla griffe inconfondibile per l’eros esplicito e la lucentezza del metallo, ora in mostra al Complesso del Vittoriano, a Roma, con una ricchissima selezione di lavori: 80 dipinti, circa 40 disegni della produzione fino al ’57, un corpus consistente di fotografie e 2 film che documentano l’indiscussa originalità di visione della “regina del moderno” e la diva che divenne quando arrivò a Parigi col titolo di contessa e la vocazione artistica ben definita.

N

Tamara Gorska è ancora bambina quando, delusa da un ritratto fattole da una pittrice, inizia a disegnare. A 14 anni si allontana da Varsavia, città d’origine, per andare a San Pietroburgo, dove conosce Tadeusz Lempicki. È il 1914, anno di sciagure per l’Europa. A una festa si presenta al giovane avvocato vestita da contadina con un’oca al guinzaglio, lo sposerà dopo pochi anni ed entrambi emigreranno in Francia, per sfuggire alla rivoluzione bolscevica del ’17. Il temperamento spregiudicato di Tamara che si ritrova nei numerosi aneddoti (riportati negli studi di Gioia Mori che è anche la curatrice della mostra) troverà a Parigi terreno fertile. La capitale francese in quegli anni è ancora la città delle Folies, musa per eccellenza degli artisti, anche se una vena normalizzante corre ormai lungo la Senna, e anche Picasso “ritorna all’ordine” e a uno stile arcaizzante. A Parigi ci sono anche i futuristi con Marinetti e una notte Tamara si riunirà a loro

in una spedizione folle contro il passatismo per andare a bruciare il Louvre. I legami di Tamara con l’avanguardia italiana non si fermano a queste velleitarie intenzioni e precisi riscontri si trovano talvolta con Prampolini. Ma l’esordio del ‘22 al Salon d’Automne rivela un’artista di una modernità complessa che si fa conoscere come autrice di tele prevalentemente al femminile, dalle figure monumentali e dal cromatismo essenziale. Le due amiche, con la prospettiva deformata e l’esasperata geometria è l’incipit, il teorema alla base della sua intensa attività. Non è pittura in divenire, non è sofferta esplorazione di temi. Almeno fino al ’35 il suo percorso è un progressivo, sempre più perfetto, affinamento di una

zo la rivoluzione cubista e la sua versione riveduta in chiave più conciliante da André Lhote, riferimento esplicito per la Lempicka.

Ma accanto al cubismo sintetico c’è la lezione della pittura decorativa di Maurice Denis, esponente di spicco dei Nabis e vicino al simbolismo, oltre l’anima polacca che si fa sentire per il deciso realismo. Il richiamo ai principi formali della tradizione è un altro elemento imprescindibile per Tamara. Nella Lempicka il rapporto con la classicità si fonda anche sull’innamoramento giovanile dell’arte italiana che conosce nei suoi diversi viaggi. Non il rinascimento ma la bizzarria, l’eccentricità dei manieristi, il Pontormo con le sue linee guizzanti, il Bronzino per l’algido formalismo. È questa visione colta e meditata “non per copiare ma per creare”che si ritrova nelle opere realizzate nei suoi primi anni a Parigi. Anni di un lavoro dirompente che porta Tamara in Italia per la prima mostra a Milano nel ’25, dove si fa conoscere con 30 dipinti che rimangono tra le prove più suggestive e importanti, tra i quali il Ritratto della duchessa de la Salle, personaggio di spicco per i suoi amori saffici, superba amazzone sullo sfondo di un paesaggio urbano che sarà iconografia ripetuta in molte composizioni, Il Ritmo, gruppo di nudi dalla costruzione magistrale e una serie di ritratti dei tanti uomini che amò frequentare, il marchese Sommi, il conte Fustenberg, il principe Eristoff e quello di André Gide, l’intellettuale a quel tempo sotto i riflettori per aver dichiarato la propria omosessualità. La mostra in Italia valse a Tamara l’attenzione della critica e l’incontro con il non più giovane D’Annunzio. Ha Inizio il gioco della seduzione. Il poeta le chiede un ritratto o forse è Tamara a proporlo. Tra i due si avvia uno scambio epistolare denso di promesse e attese. Nel ‘26 Tamara è al Vittoriale dove convivono nuove ed ex amanti del vate, ma qualcosa non funziona. Alla pittrice non basta essere l’eletta di un momento, sia pure riflessa nella scrittura dell’illustre letterato, e in questo caso è accorta, avara amministratrice di sé. Il ritratto non verrà mai eseguito e D’annunzio la congederà con una poesia e un anello che Tamara porterà per sempre. L’avventura della sua pittura continuerà comunque a intrecciar-

Ha fatto di ogni opera un racconto di sé. Una pittura dalla griffe inconfondibile per l’erotismo esplicito e la lucentezza del metallo tecnica e un’ossessiva iterazione di immagini che sono il simbolo di un’epoca con i suoi idoli da cabaret, i principi e i granduca, le donne a metà tra angeli e demoni. Le sue donne sono in fondo l’evoluzione del femminile così ben rappresentato nel repertorio francese dell’Ottocento, spesso seminude o vestite sempre alla moda, di un erotismo sottile e raffinato. Le creature di Manet ma soprattutto le signore aristocratiche di Ingres, supremo maestro della ritrattistica. Tra queste e le donne di Tamara c’è di mez-

la mostra

“Tamara de Lempicka. La regina del moderno”: da oggi, 11 marzo, al 3 luglio 2011 il Complesso del Vittoriano di Roma ospita una delle mostre più complete mai realizzate sull’artista maggiormente nota e amata del periodo Déco, simbolo delle istanze moderniste degli anni Venti e Trenta. Posta sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana, la mostra è promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, in collaborazione e con la partecipazione del Comune di Roma - Assessorato alle Politiche Culturali e della Comunicazione -, della Provincia di Roma Presidenza e Assessorato alle Politiche culturali -, della Regione Lazio - Presidenza e Assessorato alla Cultura, Arte e Sport. La rassegna è organizzata e realizzata da Comunicare Organizzando di Alessandro Nicosia. Mostra e catalogo sono a cura di Gioia Mori.

si con quella di un cuore sempre in tumulto, così che i suoi ritratti sono sempre storie di passione e di possesso. Con Tamara si ha a che fare con un mito, con un archetipo. È la femme fatale che seduce uomini e donne per imprigionarli in forme che hanno qualcosa di perturbante. Sarà per quella tavolozza che predilige i colori duri e le tonalità irreali del grigio, quell’enfasi anatomica, quel tratto che dà consistenza alle immagini per poi raggelarle. È quel che accade con la prostituta incontrata al Bois de Boulogne, fissata in un nudo sublime del ‘27, La bella Raphaela e poi replicata in molte altre tele, sintesi di quello stile maturato nel primo decennio trascorso a Parigi, teso tra modernità dichiarata e l’intima suggestione del classicismo. Nelle opere eseguite in questi anni, il riferimento ad Ingres, al suo «gusto intollerante e quasi libertino della bellezza» denunciato da Baudelaire, è fortissimo. L’erotismo sublimato dal ferreo disegno del pittore francese, che ritroviamo nel Bagno turco del 1862 trapassa per intero nelle Donne al bagno realizzato nel ’29 da Tamara. Come in Ritmo, è la memoria dell’ambiente lascivo evocato dal maestro l’esempio più diretto. Uno spazio privo di vuoti, saturo di corpi aggrovigliati, di una materia lucida e compatta, certamente ispirata alla natura ma che è anche “cosa mentale”. E da Ingres, passando per Bronzino, trapassa a Tamara il segreto di una pittura che vive sospesa, in bilico tra la voluttà della vita vera e la fissità della maniera. Tutti i dipinti del periodo francese sono un inno al corpo che Tamara sottrae al


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e di cronach

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato Direttore da Washington Michael Novak

In queste pagine, un’immagine dell’artista polacca Tamara de Lempicka, e alcune delle sue opere più significative. Da oggi, 11 marzo, fino al 3 luglio 2011 il Complesso del Vittoriano a Roma ospita l’imponente mostra a lei dedicata “Tamara de Lempicka. La regina del moderno”. L’intera esposizione e il catalogo sono a cura di Gioia Mori

Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Errico Novi (vicedirettori) Vincenzo Faccioli Pintozzi (caporedattore) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica) Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Giancristiano Desiderio, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria) Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino Anselma Dell’Olio, Alex Di Gregorio Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Roberto Genovesi, Aldo G. Ricci, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Franco Ricordi, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Katrin Schirner, Emilio Spedicato, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Amministratore Unico Ferdinando Adornato

mortificante trattamento cubista per restituirlo a una carnosità reale e al volume, alla levigatezza della scultura. Andromeda, creatura di Omero (ma anche di Racine e Baudelaire) è nudo di una vitalità prorompente sul consueto sfondo di città cubista. Adamo ed Eva sono due figure dal plasticismo straordinario, di una purezza classica e anche l’unica tela in cui compaia un nudo maschile. Il modello, si racconta, è un poliziotto incontrato in strada che non esiterà a togliersi la divisa e posare per la capricciosa artista.

È una lunga sequenza di capolavori. Degli insegnamenti di Lhote Tamara ha conservato quel «segno di equivalenza», che rende le sue tele un equilibrato e sapiente rincorrersi, di dettaglio in dettaglio, di forme e cromie. Nel ‘27 il quadro che ritrae la figlia Kizette al balcone vince il primo premio all’Exposition Internationale des BeauxArts di Bordeaux. Seguono il fiero ritratto del Granduca Gabriel, la bellissima Ragazza in guanti, Il turbante verde, con sguardi indimenticabili rubati forse al cinema, Madame Boucard e Madame P., quadri quasi gemelli per il rosso puro che attraversa i grigi e i neri, l’abito che drappeggia le forme serpentine così amate dai manieristi. Un importante impulso alla noto-

rietà è offerto a partire dal ’27 dalla collaborazione alla rivista tedesca Die Dame che contribuisce a diffondere il gusto forte e alla moda creato dall’artista. La Lempicka, che continua a esporre nelle più importanti rassegne parigine, è in piena crisi coniugale. Nel 28 Tadeusz la lascia, lei lascerà incompiuto il suo ritratto e avvierà una relazione con il barone Kuffner, che sposerà nel ‘33. Nello stesso anno Tamara ritrae un’altra prima donna, Suzy Solidor, la cantante del cabaret La Vie Parisienne, modella richiestissima, fotografata da Man Ray. Ma questa incalzante sequenza di soggetti profani ha un’improvvisa battuta d’arresto e nel repertorio di Tamara iniziano ad affacciarsi immagini sacre. Giovanna d’Arco, Sant’Antonio, una Madre superiora in lacrime. Non è uno studiato colpo di scena, un puro esercizio stilistico. È il volto umano e sconosciuto

verso opere inedite. O forse è il malessere derivato da un oscuro presagio. Sono gli anni precedenti al secondo conflitto mondiale e nel ‘39 i Lempicka decidono di trasferirsi a Beverly Hills. E come fosse anche per la pittura un nuovo inizio, la “baronessa con il pennello” dipinge nature morte, uomini anonimi e si fa tentare dal surrealismo. Poi ritorna sui propri passi e ripropone lo stile inventato nel vecchio continente. Fanciulle più innocenti e pensierose, come Ametista o Donna al palco, che continuano a esercitare un indubbio fascino sull’élite americana. Infine,Tamara sarà anche astrattista affinché mai la sua pittura si chiuda allo spirito della modernità. Alla sua morte nel 1980 il culto per le sue opere raggiunge punte di fanatismo, ambite da star come Madonna, Barbra Streisand, Jack Nicholson. Eppure Tamara non ha trovato un facile riconoscimento critico. Troppo il personaggio ha sopraffatto la sua arte, considerata appendice di una vita votata alla mondanità. Riscoperta solo negli anni Settanta, da allora è riconosciuta tra le presenze più significative del periodo Decò nonché tra le pittrici più famose della storia. Quel che lei pensò di se stessa è invece tutto racchiuso in memorabili aforismi e nella volontà di far disperdere le propri ceneri nel vulcano Popocatepetl, che vedeva dalla sua casa in Messico: fuoco che ritorna al fuoco, energia pura che nessuna convenzione può imprigionare.

Non ha trovato mai facili riconoscimenti. Molto il personaggio ha sopraffatto l’arte, vista come appendice di una vita troppo mondana della diva che con una ironica boutade dichiarava di vivere ai margini della società e di essere pertanto esente dalle regole comuni. Una vena mistica poco espressa ma sempre presente, secondo nuove interpretazioni che la mostra romana suggerisce attra-

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ULTIMAPAGINA L’Abc al lavoro su un serial che trasforma il romanziere in un poliziotto dell’800

Biondo, atletico e detective a Boston: un Poe di Francesco Lo Dico

iondo fu il Pelide Achille di Troy, e moro Dorian Gray dai riccioli d’oro. E che dire poi del Nazareno, vittima illustre di duemila anni di fulvitudine? Negli annuari della ritrattistica à la carte, dove si affatturano diari, capelli e testimoni, si può leggere la biografia non autorizzata di una cultura egemone e irriguardosa, che ha trasformato persino il nobile Spartaco in un american gigolo ossessionato dal bunga bunga. Passi la desuetudine verso i passi omerici e la scarsa simpatia per la questione palestinese, ma se l’ultima preda della crassa scuola di profiler hollywoodiani si chiama Edgar Allan Poe, c’è poco da aggiungere. Ce lo ricordavamo con il viso affilato, gli occhi spiritati di alcolista, le labbra esigue e l’aria stropicciata da aspirante decadente. Ovunque, a ogni latitudine attraversata da google, tranne che negli studios, dove hanno deciso di affidarne le fattezze a Chris Egan, già visto come protagonista di Kings sul piccolo schermo e fratello maggiore di Eragon nell’omonimo film.

B

Se ne desume quindi che il biondocrinito Edgar, se ne vagherà in mise giallo paglierino per contrastare la tetraggine della Boston di metà Ottocento. Ma dalla location prescelta per il telefilm, che di Poe era giustappunto la città natale, tornerà a galla anche la più grande verità mai svelata. Né romanziere gotico, né padre della letteratura americana, né precursore di Baudelaire. Nel plot di Abc, il giovane Edgar si rivela per quello che era: il nonno di Mulder, atletico agente di polizia alla prese con gli x files del suo tempo. Un crime procedurale, che c’entra con Poe come Mesmer con il formaggio olandese. E che semmai si sarebbe attagliato di più ad Auguste Dupin, povero in canna ma ben disposto al raziocinio e alla battuta pungente. Forse la metà oscura di Edgar, che invece campò di stenti tutta la vita, dovette seppellire la moglie in un lenzuolo cencioso, sposò la cugina tredicenne, e annaffiò il tutto di copiosi barili di amontillado. E d’altra parte Poe rivendicava orgogliosamente di non avere fama da damerino. «Mi hanno chiamato folle; ma non è ancora chiaro se la follia sia o meno il grado più elevato dell’intelletto – ragionava – se la maggior parte di ciò che è glorioso, se tutto ciò che è profondo non nasca da una malattia della mente, da stati di esaltazione della mente a spese dell’intelletto in generale». Materia non troppo vicina all’agiografia tipi-

ca del mainstream, bisogna ammetterlo. A riprova, anche il nuovo film di James McTeigue, già apprezzato alla cabina di regia di V For Vendetta, che si ripromette di narrare gli ultimi cinque giorni di vita del romanziere in The Raven. A metterci la faccia è il bravo John Cusack, che tra l’altro vanta in curriculum il fatto di essere moro.

Ma anche nel copione steso da Hannah Shakespeare (che nel 2005 scrisse il dramma Loverboy, e fu story editor in Bionic Woman e Ghost Whisperer), c’è l’improvvisa irruzione di un serial killer a scardinare i fatti reali, nonché misteriosi, che precedettero la dipartita di Poe. «Poco prima di morire – ha raccontato lo stesso Cusack – lo scrittore si aggirava per le strade di Baltimora confuso e bisognoso di assistenza. Indossava gli abiti di un’altra persona e ripeteva il nome “Reynolds”. Morì poco dopo in ospeda-

le, e nessuno è mai stato in grado di spiegare cosa gli fosse accaduto». Ma The raven, oltre a rappresentare il malefico corvo che Edgar poggiò sul busto di Pallade nell’omonima poesia, è anche il terzo titolo che omaggia il maestro, dopo quello del 1935, diretto per Universal da Lew Landers con Boris Karloff e Bela Lugosi, e quello del 1963 diretto da Roger Corman, con Vincent Price, Peter Lorre e Boris Karloff.

Discutibili gli esiti, indiscutibili gli straordinari legami di Poe con le origini del cinema. Una lunga storia che lo vide debuttare sul grande schermo, in piena epoca muta, sotto le mentite spoglie di Herbert Yost in un corto del 1909.

DA BRIVIDI Un crime procedurale, che c’entra con il maestro come Mesmer con il formaggio olandese. E che semmai si sarebbe attagliato a Dupin, povero in canna e di humour pungente

Ci fu tanto Edgar Allan Poe anche in innumerevoli omaggi al Cuore rivelatore, una trentina di versioni tra il 1928 e il 2006, e a poesie come Il Corvo, (ma qui lo spettro oscilla dalla citazione al pretesto indecoroso), buon ultimo un miniepisodio dei Simpson. La lista di debitori, infiniti e allegramente insolventi perché scaduta da un pezzo la fatidica soglia del copyright, sarebbe ardua. Lang, Hitchcock, Argento, persino il nostro Fellini. Non mancano buone entrature con la pittura (per informazioni chiedere a Renè Magritte), la musica (da Lou Reed agli Iron Maiden), e un paio di secoli di letteratura, dal maledetto Charles, passando per Baudelaire, Verne e i decadentisti al completo. Fermiamoci qui. L’indole incline al maligno e il fitto bouquet di sadismi da lui concepiti, consigliano di lasciare il Maestro al più tranquillo dei sonni.


2011_03_11  

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