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ALL’INTERNO L’INSERTO DI ARTI E CULTURA

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • SABATO 15 GENNAIO 2011

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

I pm: «Karima, all’epoca minorenne, è stata sei giorni ad Arcore.Abbiamo le prove». Il Pdl contro la “macchina dell’odio”

«Berlusconi alla sbarra»

Prostituzione minorile e concussione: chiesto il rito immediato Il giorno dopo la Consulta, la procura di Milano indaga il premier. Che subito dopo risponde: «Non vedo l’ora di andare in tribunale. È stata violata la mia privacy, è persecuzione politica» LA POLITICA IN UN VICOLO CIECO

di Marco Palombi

All’Italia serve un governo, non un infinito polverone erlusconi ha annunciato che intende difendersi in aula dalle accuse mosse dai pm di Milano. Ha aggiunto che è stata violata la privacy di un cittadino e che non ha intenzione di rimanere inerme davanti a questi soprusi. Tutto questo è nelle prerogative del cittadino Berlusconi che, davanti a delle prove, deve preparare una difesa. Ma non è nelle prerogative del premier di una nazione come l’Italia, segnata da spaccature profonde. L’economia è in crisi; la fine del bipolarismo ha affossato la politica; la situazione dei giovani è vicina al grado zero. Come sottolinea anche Enrico Cisnetto, la via giudiziaria non è la strada giusta. Ma di certo il Paese non può permettersi di vivere mesi di tensione fra il premier e una procura, in specie su un argomento così scabroso. Bisogna trovare la via per fare chiarezza il prima possibile.

Record di votanti al referendum

ROMA. Andare con una prostituta minorenne, in Italia, è reato. E la procura di Milano, dopo aver controllato i tabulati delle telefonate di «Ruby» e analizzato le foto che la ragazza aveva nel computer, ha il sospetto che Berlusconi abbia avuto rapporti con lei in cambio di favori. Anche economici. E perciò chiederà di processare il premier con il rito immediato. E, naturalmente, il mondo politico è nella tempesta tra chi grida al golpe e chi all’orrore morale. a pagina 2

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Uno strumento spuntato

A Mirafiori, nella notte, è testa a testa fra sì e no

I corrispondenti esteri a Roma

Ora l’opposizione «Poveri italiani, non cavalchi assuefatti la via giudiziaria agli scandali» La strada giusta la indica il Terzo Polo: al Paese servono proposte concrete, non slogan

«Immaginate se al posto della Lewinsky ci fosse stata una minorenne...»

Ore di grande attesa per i risultati: hanno votato 5218 operai. Stando ai dati dei primi seggi scrutinati, non sembra un plebiscito

Enrico Cisnetto • pagina 3

Errico Novi • pagina 5

servizi da pagina 6 a pagina 10

Il presidente scioglie il governo e i militari occupano l’aeroporto

La Fiom deve restare comunque a Torino

Ben Ali, golpista sotto golpe

Serve una nuova legge sulla rappresentanza

Tunisia nel caos: l’esercito al potere e il tiranno fugge

di Riccardo Paradisi

di Enrico Singer

ella notte, i numeri arrivano lentamente, ma i primi dati diffusi dalle agenzie di stampa non fanno prevedere un plebiscito a favore del sì. Anzi, nel reparto montaggio (quello dove tradizionalmente Fiom e Cobas hanno forte seguito) i no sono in netto vantaggio. Insomma, probabilmente Mirafiori finirà per approvare il contratto voluto e imposto da Segio Marchionne, ma per nessuno ci sarà molto da esultare. Tanto meno per il governo che, dopo aver fatto il tifo per l’accordo, ora dovrebbe finalmente fare qualcosa: per esempio scrivere una nuova legge sulla rappresentanza. Anche per evitare di far sparire la Fiom da Mirafiori. a pagina 6

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quanto pare, Zine El Abidine Ben Alì non è riuscito a trasformare in realtà la provocatoria profezia - che lui, però, considerava come il migliore buon augurio - contenuta nel soprannome che i tunisini gli avevano affibbiato: Ben á vie. Ben per tutta la vita. Che pronunciato in francese, ad accezione di quella “v”al posto della “l”, suona proprio come il suo vero nome. Rimanere fino all’ultimo respiro nel bianco palazzo presidenziale, sulla strada tra Tunisi e Cartagine, era il suo sogno. Ma quella che è stata chiama «la rivolta del pane» è riuscita a farlo precipitare. Dopo la sua decisione di sciogliere il governo e indire nuove elezioni, l’esercito tunisino ha occupato l’aeroporto della capitale. E il dittatore, che per 23 anni ha guidato il Paese, è scappato. a pagina 28

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I QUADERNI)

• ANNO XVI •

NUMERO

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IN REDAZIONE ALLE ORE

24.00


prima pagina

pagina 2 • 15 gennaio 2011

il fatto Il Pdl punta il dito contro “la macchina del fango e dell’odio”, mentre l’opposizione torna a chiedere le dimissioni del premier

Giudizio immediato

Il giorno dopo la Consulta, i pm di Milano vogliono Berlusconi alla sbarra Le ipotesi di reato sono quelle di prostituzione minorile e concussione la polemica di Marco Palombi

ROMA. Altro che Wikileaks, i problemi veri per Silvio Berlusconi derivano dalla divulgazione di ben altri rapporti internazionali, quelli – per dire – che lo hanno visto per un periodo frequentare una allora diciassettenne marocchina, Karima el-Mahroug, meglio nota come Ruby Rubacuori. È di ieri la notizia che il presidente del Consiglio è indagato a Milano, dal 21 dicembre, per concussione e favoreggiamento della prostituzione minorile dal febbraio al maggio dell’anno scorso. Insieme al premier risultano sotto inchiesta per aver violato la legge Merlin e aver indotto una giovanissima a concedersi sessualmente, Emilio Fede, Lele Mora e la consigliera regionale della Lombardia Nicole Minetti. Ieri l’abitazione della giovane dirigente del Pdl è stata perquisita, così come l’appartamento genovese dell’oramai maggiorenne Ruby e gli uffici di Salvatore Spinelli, uno dei cassieri delle finanze personali di Berlusconi. Insomma una bomba che farebbe crollare qualunque governo, ma da noi probabilmente solo l’ennesimo capitolo della saga giudiziaria del Cavaliere, che segue a ruota peraltro la parziale bocciatura del legittimo impedimento decisa dalla Corte costituzionale (e che pure, va detto, formalmente con questa indagine non ha nulla a che fare). Conviene forse ricapitolare i fatti. La storia della giovanissima marocchina – i genitori vivono in provincia di Messina – arriva sulle pagine dei giornali nell’ottobre scorso, ma risale alla primavera del 2010. Il giorno cruciale è il 27 maggio, quando la ragazza viene arrestata dalla polizia di Milano e portata in Questura: una sua amica, una ragazza con cui ha diviso l’appartamento, l’accusa di averle rubato soldi e gioielli. L’accusata è una minorenne straniera senza documenti e la procedura è semplice: la si identifica e, sentito il Tribunale dei minori, si cerca una struttura che possa ospitarla.Tutto va come dovrebbe finché non cominciano ad arrivare al gabinetto del Questore telefonate in partenza da palazzo Chigi. Anzi, dal telefono del presidente del Consiglio. Sono circa le 23 ed è uno dei capi della scorta di Berlusconi a chiamare sul cellulare Pietro Ostuni, capo di gabinetto del Que-

Breve storia della ragazza che fa tremare l’establishment della politica italiana

La “nipote di Mubarak” e il faraone di Arcore di Vincenzo Faccioli Pintozzi due personaggi, se fossero nati dalla penna di un commediografo, sarebbero degni di una menzione speciale nella storia della commedia all’italiana. Da una parte c’è la splendida ragazza straniera, simbolo pop dell’islam ultra-moderato, che dal Vicino Oriente arriva attirata dalle mille luci di un’Italia che nelle televisioni del bazar regala denari al primo che passa. Dall’altra c’è l’anziano uomo di potere, di travolgente simpatia e restio a concedere spazio al tempo che passa, che la ospita (forse) per sei giorni nella sua galattica villa sita nel nord dell’Italia e le mostra come sia possibile ricreare il Paese dei balocchi di collodiana memoria nella terra dei confronti fra operai e latifondisti.

I

I due vengono messi in contatto da qualcuno vicino all’uomo di potere, che si occupa anche di andare a riprendere la giovane sventurata quando, per una storia poco chiarita di appropriazione indebita di denaro privato, si ritrova nell’anticamere delle patrie galere. E qui arriva quel coup de theatre che chiunque avrebbe trovato troppo assurdo per inserirlo in uno dei suoi film. Le cronache successive al fatto parlano di una telefonata del patrono all’oscuro sottoposto, ignaro di aver colpito un bersaglio troppo pericoloso, in cui si chiede il rilascio immediato della procace giovinetta. Il motivo? È la nipote del presidente egiziano, del Faraone Mubarak, e Roma non vuole guai col Cairo. Rilascio immediato con tanto di scuse e trasporto in macchina della ragazza in luogo sicuro. Il resto della storia parla di ulteriori telefonate, di denunce, di minacce vere o presunte; ma si spegne nel nulla dopo poco, soffocata dalle parziali smentite degli interessati e dal fisiologico calo d’attenzione nei confronti di

tutto ciò che accade, retaggio culturale della nostra nazione. Salvo poi ripartire ieri quando, dopo una sentenza della Corte Costituzionale, il potente uomo di governo viene convocato da un pubblico ministero a spiegare come mai una ragazza (all’epoca dei fatti minorenne) sia stata invitata così tante volte nella sua residenza privata e perché (nel proprio personal computer) conservi fotografie e video che ritraggono feste consumate insieme. Nello schema guelfi-ghibellini che ci accompagna da secoli, una parte del Paese grida allo scandalo: il primo dei ministri della Repubblica è accusato di concussione e prostituzione minorile (perché all’epoca la giovane era troppo giovane); l’altra parte grida allo scandalo: la macchina dell’odio si è rimessa in funzione per schiacciare l’unico vero innovatore, riformatore liberale, della storia recente. Nel frattempo una delle più grandi aziende della penisola si trova davanti a un bivio drammatico, il nostro debito pubblico assomiglia sempre di più al golem di Praga, il Parlamento è ingolfato dai provvedimenti calati dall’esecutivo, la ripresa economica è una chimera, il resto d’Europa ci guarda come dei lazzaroni e il resto del mondo non ci guarda proprio.

Nello schema manicheo, tutti gridano allo scandalo. Ognuno, ovviamente, per motivi diversi

Ma si può scommettere che la storia della ragazza e del politico continuerà a intasare i nostri giorni, unico vero diversivo e argomento principe su cui ci si interrogherà per capire se questo sia un Paese pro o contro. Di chi o di cosa non è dato saperlo, dato che non se ne parla, ma tant’è. Abbiamo bisogno di una causa per andare avanti, e il meno seria possibile. Il rischio è quello di guardare in faccia la realtà, e non è il momento. Mentre i più cinici trovano ilare che sia la “nipote di Mubarak” a far tremare il Faraone d’Arcore.

store. Questo il resoconto fatto alle Camere del ministro dell’Interno Roberto Maroni: secondo Ostuni, al telefono gli venne passato il premier che gli chiese conto del fermo di una ragazza nordafricana “che gli sarebbe in precedenza stata segnalata come parente del presidente egiziano Mubarak”. In sostanza il premier lascia intendere che sia stato un apparato istituzionale a certificare che Ruby è la nipote del capo di Stato africano. A quel punto il funzionario chiama qualche sottoposto per avere notizie e ordinare a chi di dovere di darsi una mossa. A mezzanotte nuova telefonata da palazzo Chigi alla Questura, dove nel frattempo è arrivata la consigliera Minetti: conosco la ragazza, me ne occuperò io, dice. Sostiene Maroni: «Il funzionario di turno e la centrale operativa, sempre in contatto con l’autorità giudiziaria, accertava che al momento non vi erano posti disponibili nelle comunità della zona, pertanto (…) sulla base delle indicazioni del pubblico ministero di turno presso il tribunale per i minorenni, veniva redatto il verbale di affidamento».

Tutto bene, si dirà. Solo che qualcosa non torna nel racconto del Viminale. Il pm dei minori che si occupò del caso, Annamaria Fiorillo, ha un ricordo diverso di quanto accadde quella notte: «Io non ho mai dato alcuna autorizzazione all’affido della minorenne». In sostanza l’unico soggetto abilitato a decidere la sorte della ragazza sostiene di non aver firmato carte, né tantomeno dato alcun assenso verbale alla consegna di Karima el-Mahroug all’igienista dentale del premier, ex show girl nonché consigliera regionale lombarda del Pdl: Fiorillo ha chiesto anche l’intervento del Csm, che però s’avvia a sostenere di non avere competenza in materia. Come che sia, alle 2 di notte Ruby è fuori, Nicole Minetti la prende in consegna, telefona al premier che parla brevemente anche con la minorenne, poi la affida ad una signora brasiliana e se ne va (qui, essendo Minetti tutore della ragazza, si configurerebbe anche il reato di abbandono di minore). Fin qui i fatti più o meno certi, quel che non si sa è cosa sia successo tra il premier e la sveglia marocchina: lei sostenne con la stampa di essere stata sua ospite a cena in febbraio, portata da Fede e


l’editoriale Gli italiani sanno già bene chi è il premier: vogliono un’alternativa

I pm non cambiano nulla, per batterlo torni la politica La storia insegna che l’impeachment è impraticabile. La strada giusta è quella indicata dal Terzo Polo di Enrico Cisnetto on ho alcun elemento di merito che mi consenta di giudicare l’iniziativa della Procura di Milano in relazione al cosiddetto “caso Ruby”, né voglio sindacare la decisione assunta dalla Corte Costituzionale – anche perché è palese si tratti di un bicchiere riempito a metà, che si può legittimamente vedere sia mezzo pieno che mezzo vuoto – circa la legge sul “legittimo impedimento”. Ma una cosa va detta senza reticenza alcuna: se, ancora una volta, si pensa di usare gli strumenti giudiziari per battere Berlusconi – quale che siano le effettive intenzioni delle magistrature coinvolte – allora significa che non si è capito nulla di quanto è successo in Italia dal 1994 ad oggi. E siccome il tempo trascorso è lungo e sono tanti gli episodi riconducibili alla tentazione di usare questa scorciatoia, unita a quella dello “sputtanamento”, oggi davvero non sarebbe perdonabile chi dovesse nuovamente cedere alla medesima lusinga. Fermi, dunque. Chiunque abbia in testa Giambattista Vico e i suoi corsi e ricorsi storici, sappia che quello dell’impeachment di Berlusconi è un film già troppo visto perché si possa cadere nella trappola di ripetere le stesse scene. E sì, perché al di là delle ragioni più o meno fondate che possono aver indotto questo o quel provvedimento, questo o quel processo, non c’è dubbio che il reiterato tentativo di battere Berlusconi per altre vie che non quelle politiche abbia subito una clamorosa sconfitta, in questi anni. Fossero fondate o meno le accuse che gli venivano rivolte. E specie da parte di chi si poneva l’obiettivo di “farlo fuori” – con ciò andando ben al di là degli eventuali fondati motivi di giustizia – sarà il caso di prendere atto una volta per tutte che quella aspirazione non è perseguibile con quei mezzi. Anzi, che la “via giudiziaria” ha finito paradossalmente col rafforzare il Cavaliere, che si è fatto scudo di quella che non è stato difficile descrivere come una persecuzione per conservare o addirittura aumentare il suo consenso. Ora basta. Ci sono troppe e ottime ragioni di natura politica per criticare e avversare il premier, per lasciarsi tentare dall’ennesimo affondo sul terreno della giustizia. Primo, come detto, perché finora è successo il contrario di ciò che si voleva. Secondo, perché quand’anche doves-

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se riuscire l’affondo, la macerie che lascerebbe nel Paese l’ennesimo scontro all’arma bianca sarebbero un prezzo troppo alto da pagare, e le tossine successivamente rimaste di troppo difficile smaltitura per non fare coscientemente il calcolo costi-benefici.

E terzo, perché le vere e più alte responsabilità di Berlusconi sono sul piano del “non”e del “cattivo”governo, ma queste debbono essere equamente condivise con tutti i suoi avversari – complici con lui e i suoi del sistema politico fallimentare chiamato Seconda Repubblica – e certo non si pongono le premesse per metterci rimedio se la sua giubilazione dovesse avvenire sul piano giudiziario. Viceversa, chi vuol battere Berlusconi deve fare due cose che finora (salvo rarissime eccezioni) non ha fatto: comprendere i motivi del fallimento del bipolarismo italico, facendo la dovuta autocritica se vi ha partecipato; elaborare un progetto paese che, partendo dal sistema politico da rivedere e dagli assetti istituzionali da ripensare, rappresenti la piattaforma politico-programmatica della Terza Repubblica. Due passi che, sinceramente, non vedo compiere con la necessaria risolutezza. Il Pd, come dimostra anche l’ultimo appuntamento interno, non ha fatto né la prima né la seconda cosa. E si mostra ancora una volta maledettamente attratto dalla “scorciatoia”, che è insieme causa e conseguenza della sua crisi sempre più irreversibile. Il “nuovo polo”, invece, non (o poco) abbacinato dalla “via giudiziaria”salvo sgradevoli e pericolose eccezioni di qualche esponente del Fli incline al dipietrismo, ha sicuramente fatto molti passi avanti sul terreno della valutazione critica del bipolarismo, mentre assai meno ne ha fatto sul piano dell’elaborazione programmatica. Dunque, per favore, Corte o non Corte, Ruby o non Ruby, giù i fucili – che tanto scoppiano sempre in faccia a chi li usa – e testa a cuocere per studiare, discutere, progettare. In modo da dire agli italiani parole chiare su ciò che si deve e si ha intenzione di fare per uscire dal declino in cui sono immersi. Che, intanto, loro Berlusconi l’hanno bello che giudicato: se lo tengono, come male minore, fintanto che qualcun li convincerà che c’è qualcosa di meglio. E, credetemi, basta poco. (www.enricocisnetto.it)

Le macerie di uno scontro aperto con la giustizia sono un prezzo troppo alto, che il Paese di oggi non può permettersi

In alto Karima el-Mahroug, nota come “Ruby Rubacuori”, durante una serata in discoteca. A sinistra Silvio Berlusconi. Nella pagina a fianco la sede della Corte costituzionale

Mora, di averci scambiato qualche sms e basta. Niente sesso, solo qualche gentile dono da parte dell’anziano ospite (soldi, vestiti, gioielli e forse un’auto). I pm sono invece convinti del contrario e hanno già individuato alcune discrepanze tra i racconti della ragazza e le prove: analizzando le tracce del cellulare di Ruby risulta che l’allora diciassettenne rimase “di continuo”, cioè giorno e notte, ad Arcore il 24, 25 e 26 aprile, che ci tornò il 1 maggio e che c’era già stata anche a Pasqua e pasquetta. Sul pc della ragazza, peraltro, sono stati trovati foto e video di feste tenute a Villa Certosa, in Sardegna. Mora, Fede e la Minetti sono ora, in sostanza, accusati di aver indotto alcune ragazze, anche maggiorenni, ad andare a letto col premier in cambio di soldi o altro, mentre “l’utilizzatore finale” è accusato di solo “favoreggiamento” nel caso della minore: i magistrati, insomma, sono convinti che il premier conoscesse l’età di Ruby anche se tutti gli interessati negano («gli avevo detto di avere 24

anni», spiegò a suo tempo lei). La concussione, invece, il premier l’avrebbe commessa nei confronti dei funzionari della Questura con le sue telefonate, tentando di coprire l’altro reato. Berlusconi - invitato a comparire in Procura tra il 21 e il 23 gennaio - nega rapporti sessuali e i suoi avvocati contestano la competenza di Milano e parlano di «gravissima intromissione nella vita privata del presidente del Consiglio che non ha precedenti nella storia giudiziaria del paese e che dimostra la insostenibile situazione dei rapporti con una certa parte della magistratura».

Soliti ritornelli nei commenti del Pdl: »giustizia ad orologeria», «persecuzione», «network dell’odio», «toghe politicizzate». Solo che la baracca scricchiola, la campagna acquisti in Parlamento s’è fermata e sembrano non bastare a diffondere calma i «non ci faremo intimidire, il governo va avanti», messi a verbale dai capigruppo Gasparri e Cicchitto.


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l’approfondimento

«Niccolò e Silvio si amano», parola di Veronica Lario. Ritratto di Ghedini, il legale-deputato più famoso d’Italia

Lo Sbagliagarbugli

La prima vittoria quando ha solo 27 anni: difende Ludwig, assassino psicopatico e lo salva dall’ergastolo. Ma con il cliente Berlusconi gli va peggio: la Consulta ha bocciato quattro versioni diverse dello “scudo” di Maurizio Stefanini iglio a sua volta di un noto penalista che però era morto quando aveva solo 13 anni, Niccolò Ghedini ebbe in pratica la sua prima grande occasione per brillare in Tribunale a 27 anni, quando nel 1986 fu l’assistente di Piero Longo nella difesa di Marco Furlan: il giovanotto della Verona bene che assieme all’amico Wolfgang Abel si era messo a sterminare drogati, barboni, prostitute, preti, frequentatori di cinema e club a luci rosse e perfino discoteche, firmandosi Ludwig. «La nostra fede è nazismo, la nostra giustizia è morte, la nostra democrazia è sterminio», era il loro slogan. Longo, principe del Foro che le sorelle di Ghedini avevano associato allo studio del padre per farlo sopravvivere, ripeteva nelle pause delle udienze: «Tenete a mente il nome di questo ragazzo, si chiama Niccolò Ghedini. Farà strada». Con 15 morti e 39 feriti che i due avevano provocato, sembrerebbe in teoria difficile pensare a una qualsiasi possibile linea difensiva con possibilità di successo.

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Eppure, appellandosi alla perizia psichiatrica, Longo e Ghedini riuscirono a evitare l’ergastolo. Addirittura nel 1988 i due, pur condannati a trent’anni, furono scarcerati per decorrenza dei tempi di carcerazione, e Furlan scappò dal soggiorno obbligato, non venendo ripreso che nel 1995.

Ovviamente, la bravura fu soprattutto di Longo. Ma di lui Ghedini è descritto come il più attento dei discepoli, e per buttarla in letteratura la lezione può essere sintetizzata nella formula di Azzeccarbugli nei Promessi Sposi: «Vedete, a saper ben maneggiare le gride, nessuno è reo, e nessuno è innocente». Nel difendere alla Consulta la costituzionalità del Lodo Alfano, ancora in coppia con Longo, Ghedini ha appunto spiegato come «la legge è uguale per tutti, ma non necessariamente la sua applicazione, come del resto già ribadito dalla Corte Costituzionale». Ed ha citato come esempio «le norme sui reati ministeriali, dove la legge ordinaria distingue il co-

mune cittadino dal ministro e dal suo eventuale concorrente privato», oltre alla fattispecie di legittimo impedimento e della separazione dei processi. «Se il legittimo impedimento si applicasse solo ad alcuni processi e ad altri no, si creerebbe una situazione incostituzionale e irragionevolmente al di fuori del sistema». Sul caso BerlusconiD’Addario da una parte ha osservato che «anche fossero vere le ricostruzioni di questa ragazza, e vere non sono, sarebbe al massimo l’utilizzatore finale e quindi mai penalmente puni-

Il suo maestro è Piero Longo, principe del Foro con cui ancora oggi collabora

bile». Dall’altra avrebbe ispirato quel ddl limitativo delle intercettazioni a firma Alfano e polemicamente ribattezzato a“Legge Bavaglio”, cui però ha ulteriormente voluto aggiungere quello che è stato appunto ribattezzato “Comma Ghedini”: la proroga delle intercettazioni di 48 ore in 48 ore dopo la scadenza dei 75 giorni consentiti. Mentre di fronte alle bizze di Veronica Lario per la causa di divorzio ha provato a manovrare di gossip con un’intervista alla Stampa: «Il presidente fa una vita disperata. C’era una

difficoltà di ritmi di vita.Veronica non ha mai voluto andare a Roma, né fare un po’ di rappresentanza con lui. Due vite distanti». Al che la ex-signora Berlusconi ha risposto a tono: «In una società liquida come quella descritta da Zygmunt Bauman, esiste un’eccezione: è Ghedini, che confessa un amore solido per Berlusconi. Quei due si capiscono, hanno un legame profondo, fatto dagli stessi scopi, chi meglio di loro potrebbero incarnare una complice e felice coppia da sballo?».

Solo che poi il Lodo Alfano è stato cassato dalla Corte Costituzionale il 7 ottobre 2009 dopo 14 mesi di esistenza, per violazione degli articoli 3 e 138 della Costituzione. Motivo: per coprire con uno “scudo legale” le prime quattro cariche dello Stato sarebbe necessaria una legge costituzionale. In precedenza era stata cassato anche il Lodo Schifani: in vigore dal 22 giugno 2003, bocciato dalla Corte Costituzionale il 20 gennaio del 2004. Là le cariche protette erano le prime cinque, ma


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Giornalisti stranieri scettici sul voto anticipato: «Noemi e D’Addario sono passate senza danni»

«Ma ormai gli italiani sono assuefatti agli scandali» I corrispondenti della stampa estera sul caso Ruby: «Non vi smuove nulla, ma immaginate se al posto della Lewinsky ci fosse stata una minorenne» di Errico Novi

ROMA. C’è da chiedersi con quale logica i grandi network televisivi stranieri decidano di “sparare” tra le breaking news notizie come l’inchiesta su Ruby. Perché certo, pochi minuti dopo i primi flash d’agenzia sull’iscrizione al registro degli indagati per il Cavaliere, Sky News inglese fa scorrere l’immancabile fascia rossa; e il sito della Bbc subito si accoda enfatizzando la minore età della ragazza all’epoca degli incontri. Ma deve esserci un retropensiero implicito, per gli stranieri, che corrobora il peso della notizia. È come se dicessero: gli italiani hanno un premier implicato in uno scandalo sessuale con una 17enne, e solo loro possono averlo, e anche stavolta si faranno scivolare la cosa addosso come se fosse acqua. Insomma, la nostea assuefazione, il particolare e indulgente metro di giudizio dell’opinione pubblica italiana, è parte non detta della notizia. Lo attestano a liberal tre corrispondenti della stampa estera: Barbie Nadeau di Newsweek, Philippe Ridet di Le Monde e Jorg Bremer della Frankfurter Allgemeine Zeitung. Non succederà nulla, dicono. Perché siete ormai assuefatti a questo genere di scandali. Non ci sono molti dubbi sul fatto che la legislatura possa continuare tranquillamente. Anche perché, come osserva il collega francese, «se Berlusconi tentasse una forzatura per andare al voto anticipato rischierebbe molto, probabilmente farebbe solo un grande regalo a Tremonti».

Tutti contagiati dal tipico cinismo del Belpaese? Non si direbbe. La corrispondente di Newsweek per esempio fa un immediato paragone con il caso Lewinsky, ricorda «l’effetto dirompente provocato negli Stati Uniti da una vicenda in cui non c’erano minorenni coinvolte». Ma appunto «da voi è tutto diverso e davvero è faticoso fare paragoni con altri Paesi. Ci sono molte ragioni. Soprattutto il diverso contesto culturale rispetto al sesso, alla prostituzione, alla considerazione sociale della donna». Barbie Nadeau non ha difficoltà ad ammettere «che tra gli stessi corrispondenti stranieri qui in Italia si diffonde ormai l’idea per cui conta quello che Berlusconi ha realizzato nella sua vita. Eppure potete star certi che in America uno scandalo sessuale con una minorenne sarebbe considerato assai più grave di una vicenda di corruzione». Non c’è dubbio: gli italiani hanno ormai sviluppato una certa assuefazione. Oltre ad avere, come dice la collega di Newsweek, un approccio culturale diverso ai problemi del sesso e al ruolo della donna, sono lontani nel loro modo di reagire su tanti aspetti della vita pubblica. «E spesso si tratta

di differenze in positivo: pensate alla pena di morte», aggiunge Nadeau, «in ogni caso mi sento di dire che la vicenda Ruby non avrà alcuna particolare conseguenza sulla legislatura».

Andrà così, aggiunge il corrispondente di Le Monde Philippe Ridet, anche per un altro motivo: «Perché il primo a cui non conviene lo scioglimento anticipato è il presidente del Consiglio. Intanto non dipende solo da lui: il presi-

«Un deputato inglese si sarebbe dovuto dimettere all’istante, da voi pesa il pregiudizio sulle donne»

dente della Repubblica ha un peso anche superiore, rispetto a questo, e poi le elezioni anticipate sono sempre un rischio. Non vedo la necessità, per Berlusconi, di rimettersi in gioco. L’unica conseguenza che ne deriverebbe è un grosso regalo a Tremonti». Non avrebbe senso far saltare il tavolo, insiste Ridet, e comunque il tavolo non salterà da solo. Secondo il giornalista francese «va tenuta presente la singolarità di questo tempismo, di queste inchieste che riappaiono non appena sembra superata un’altra questione». Quindi i magistrati ci metterebbero del proprio nel favorire questa assuefazione tutta italiana agli scandali. «In più c’è la par-

ticolarità del caso Ruby, di cui in fondo si sapeva già tutto. Anche le visite della ragazza a casa del premier erano già note, e va anche detto che non sono un inedito: c’era stata Noemi, quindi la D’Addario. Gli italiani sono abituati».

Non cambia nulla dopo la sentenza della Corte costituzionale, non cambierà alcunché a causa di questo scandalo sessuale. Sarebbe cambiato qualcosa in altri Paesi? «Se in Inghilterra un deputato fosse incappato in un caso simile si sarebbe dovuto dimettere all’istante. Forse da noi in Francia è un po’ diverso. Mitterrand ha saputo nascondere bene le sue questioni private, ma lui e altri politici con amanti varie sono stati aiutati da una certa ipocrisia che prevale nel nostro sistema dell’informazione. Certo, Berlusconi è di destra, ha il problema dell’elettorato cattolico. E anche in Francia un politico cattolico delle difficoltà le avrebbe avute». Un paragone con la Germania è proprio impossibile, scherza il corrispondente della Faz Jorg Bremer, «alla Merkel proprio non poteva capitare. Ma dico anche che se ci sforziamo di

trasferire il caso Berlusconi in Germania, sarebbe prevalso comunque il giudizio sulla qualità della sua politica rispetto alle vicende private». E il combinato disposto con la Corte costituzionale? «A mente fredda la sentenza sul legittimo impedimento può essere considerata un efficace compromesso. Comunque i giudici dovranno interloquire con i legali di Berlusconi e non potranno certo disporre in modo arbitrario la sua presenza in aula». Ma più di tutto, rispetto al prosieguo della legislatura vale una garanzia: «Ne avete fin troppe di vicende simili e siete ormai più che abituati». Assuefatti? «Assuefatti, certo».

la sospensione del processo “generale, automatica e di durata non determinata” creava «un regime differenziato riguardo all’esercizio della giurisdizione», violando gli articoli 3 e 24 della Costituzione. La successiva legge sul legittimo impedimento è stata approvata il 10 marzo 2010, ma in pratica l’ulteriore sentenza della Corte Costituzionale ne ha lasciato solo un guscio vuoto. Ah: nel 2006 era stata cassata anche la ex Cirielli, altrimenti ribattezzata “salva-Previti”. Sulla norma transitoria che prevedeva l’applicazione dei nuovi termini di prescrizione ai processi pendenti in primo grado, escludendo quelli per i quali era stato già aperto il dibattimento. E nel 2007 la legge Pecorella, anche lui come Ghedini parlamentare e avvocato di Berlusconi: sull’inappellabilità in caso di sentenza di proscioglimento. Naturalmente, è affondata anche la Legge Bavaglio. Questo, sul versante del consigliere giuridico. Su quello dell’avvocato puro, c’è lo sfogo attribuito a Berlusconi dopo la sentenza Mondadori: «Ma come, i legali mi costano una fortuna e vengono a conoscenza della sentenza via mail, mentre De Benedetti andava dicendo da giorni che mi avrebbe rovinato?». È vero che Ghedini difende il Cavaliere gratis nelle sue cause personali, limitandosi a riscuotere l’onorario quando sono invece in ballo Mediaset o altre società dell’impero.

Da un punto di vista filo-berlusconiano si potrebbe commentare che assieme alla storia di Azzeccagarbugli la grande letteratura italiana dell’800 ci propone anche quella di Pinocchio: che viene sbattuto in galera quando spiega al Giudice Gorilla di essere vittima di un furto, e viene amnistiato quando grida di essere un malandrino. E concludere che a Ghedini sia stato più facile difendere uno psicopatico omicida che non un Presidente del Consiglio e imprenditore ingiustamente perseguitato dagli avversari politici. Va detto che lo stesso Ghedini, che ha un cognato magistrato simpatizzante a sinistra, dice che “non esistono le toghe rosse”, ma solo “una fortissima corporazione”. E dice di trovare “simpatico”Travaglio, che per conto suo ricambia riconoscendo a Ghedini un tono da“sportivo”. Certo: se ognuno non avesse l’altro a sostenerlo e a sostenersi a vicenda, non sarebbero diventati i divi che sono. Da un punto di vista antiberlusconiano, l’impressione potrebbe piuttosto essere che il diavolo fa le pentole e non i coperchi. Ma d’altronde in qualche modo lo ammette lo stesso Ghedini. «È la frase esatta usata nel Codice - ha detto a proposito dell’utilizzatore finale - ma non dovevo usarla. Ho sbagliato. Un avvocato non dovrebbe parlare con i giornalisti».


l’analisi

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Serve una nuova legge sulla rappresentanza

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Basta proclami: la Fiom deve restare a Torino di Riccardo Paradisi ualunque sia il risultato del referendum a Mirafiori è il problema della rappresentanza sindacale a porsi ora con forza. Con la stessa forza con cui Fiom e Cgil posto il problema della riorganizzazione della hanno produzione che determinerà un cambiamento nelle forme del lavoro in fabbrica e in catena di montaggio. Un piano irricevibile secondo la Fiom perché accusato di mettere in discussione diritti conquistati sul campo dai lavoratori e di comprimere l’inalienabile diritto di sciopero.

Q

Critiche che, nella furiosa contrapposizione che ha segnato la lunga vigilia del referendum, sono state respinte dal fronte articolato che va dalla proprietà della casa auotombilistica torinese e dal suo amministratore delegato ai sindacati che quell’accordo l’hanno invece firmato. Ora che il risultato è sancito è perfettamente inutile ritornare a quel dibattito, reiterare le ragioni già accennate del no e quelle del si, a partire dalle esigenze della produzione italiana rispetto alla competizione globale. Ora è più utile, più urgente riflettere sull’opportunità di recuperare alla presenza nei luoghi di lavoro e alla rappresentanza anche gli eventuali sconfitti di questo doloroso referendum. Che sancisce un contratto il cui punto più debole e meno accettabile è proprio quello sulla rappresentanza sindacale in azienda, che esclude la Fiom come sindacato non firmatario. Meno accettabile dalla prospettiva dell’opportunità e della rappresentanza perché da un punto di vista strettamente normativo la disposizione è perfettamente legittima considerato che rispetta e ricalca quanto prevede oggi lo stesso articolo 19 dello Statuto dei Lavoratori. Per questo ha ragione il senatore Pietro Ichino a dire che su questa materia è urgente una riforma per dare rappresentanza anche alle sigle sindacali che non sottoscrivono le intese aziendali. E che vari nuove regole per evitare che siano discriminate le sigle e i lavoratori che non firmano gli accordi aziendali. Una riforma nelle relazioni industriali, che dovrà procedere parallelamente con i cambiamenti e i precedenti che le vertenze di Mirafiori e Pomigliano hanno introdotto nello schema italiano. La cui rigidità storica rischia ora di essere troppo velocemente scavalcata dalle innovazioni che la globalizzazione dei mercati ha introdotto in maniera traumatica. Una proposta quella di Ichino che prevede degli accordi aziendali rispetto a quello nazionale – che dovrebbe continuare ad applicarsi a tutte le aziende del settore – ma soltanto se non vi sia un contratto aziendale stipulato da una coalizione sindacale che abbia la maggioranza dei consensi nell’impresa. Una riforma quella immaginata che dovrebbe anche disciplinare la materia delle relazioni sindacali sottraendo alle sigle di minoranza il potere di veto ma garantendo comunque loro una rappresentanza in azienda, anche quando non abbiano firmato il contratto. Proprio per evitare il paradosso e il vulnus di Mirafiori. Visto che la politica italiana non s’è mossa prima - assistendo passivamente alla vertenza di Mirafiori e anzi assecondando anche le impennate meno simpatiche di Marchionne come quella della minaccia di trasferire in America impianti e investimenti in caso di vittoria dei no - è il caso che si muova ora. Per recuperare il tempo perduto, per tutelare la dignità di imprese e lavoratori, per impedire che cento Pomigliano e mille Mirafiori compromettano domani l’ormai fragile pace sociale del Paese.

il fatto Va avanti nella notte il conteggio delle schede per il referendum sul contratto

È testa a testa fra il sì e il no

A Mirafiori tutti con il fiato sospeso ma, stando ai primi dati, non sembra che ci sarà un plebiscito per Marchionne. E intanto è record di affluenza ai seggi: 96% di Errico Novi

ROMA. Bisognerebbe esserci in fabbrica. E non farci comizi. Bisognerebbe essere uno di quei 5431 che avevano diritto a votare. Gli altri, dal presidente del Consiglio ai leader sindacali, di diritti ne avevano meno, eppure hanno parlato di più. Troppo. Gli unici ad avere facoltà di pronunciarsi sul futuro di Mirafiori danno il loro responso dopo più di 24 ore tra operazioni di voto e scrutini. Testa a testa tra i favorevoli e i contrari all’accordo del 23 dicembre scorso. Al momento di stampare questa edizione del giornale l’esito definitivo è ancora incerto. In bilico tra il vantaggio dei no maturato all’inizio del conteggio, al reparto montaggio, e il recupero dei sì che si profila in altri settori della fabbrica. Nonostante il peso enorme della responsabilità scaricata su turnisti, operai e dipendenti di ogni settore, tutto il processo del referendum si svolge in un clima di calma e di civiltà Lunghissime file davanti alle urne allestite in nove diversi spazi del complesso. Si impiega fino a mezz’ora per votare, i più fortunati se la cavano in 10 minuti. Nessun particolare momento di tensione. E soprattutto straordinaria affluenza: 96,07 per cento. Votano in 5218. Tantissimi. La percentuale è più alta anche rispetto al già straordinario 95 per cento di Pomigliano. In quell’occasione i favorevoli all’intesa voluta da Sergio Marchionne e dai metalmeccanici di Cisl, Ugl e Fismic arrivarono al 64 per cento. Perse il fronte contrario della Fiom di Maurizio Landini e dei

Cobas. Quando le operazioni di voto sono ancora in corso il responsabile Auto della Fiom Giorgio Ariaudo spiega che «l’amministratore delegato non otterrà in ogni caso il plebiscito che voleva». D’altra parte il senso complessivo di questo delicatissimo passaggio viene dato anche dalle parole del ministro del Welfare Maurizio Sacconi, uno dei principali sostenitori della linea Marchionne all’interno dell’esecutivo. «Una eventuale vittoria del no renderebbe dal giorno dopo la situazione irreversibile, con il rischio di perdere un investimento decisivo per l’intera filiera dell’auto italiana». Ennesimo endorsement dell’esecutivo rispetto alla linea del vertice di Torino. A sua volta Marchionne vola da Detroit al capoluogo piemontese insieme con John Elkann. Segue senza rilasciare dichiarazioni ufficiali le operazioni del referendum. Fa sapere però di essere molto compiaciuto per l’alta affluenza. E prima di mettersi in viaggio dall’America, l’ad torinese aveva ribadito il suo invito ai dipendenti «ad avere fiducia nella Fiat e in se stessi».

Non smette fino all’ultimo di appropriarsi della delicata vicenda anche il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi: «Penso che vinceranno i sì con percentuale piuttosto elevata e che quindi vincerà il buonsenso», dice in mattinata, ribadendo come Sacconi il pieno appoggio a Marchionne «Siamo con lui ma non abbiamo mai detto che la Fiat dovrebbe andar via in caso di vittoria del no». Precisazione non del tutto at-


l’intervista

«E adesso basta guerre tra sindacati» Parla Giuseppe Berta: «La globalizzazione impone nuovi modelli nei rapporti industriali» di Franco Insardà

ROMA. «Mirafiori è l’assemblatore finale. È difficile immaginare, cioè, un sistema dell’auto che non abbia una grossa unità di assemblaggio». Giuseppe Berta, storico dell’industria e docente alla Bocconi, non ha dubbi sul ruolo strategico dello stabilimento torinese per l’industria automobilistica italiana. Professore, Sergio Marchionne sta disegnando un nuovo sistema di relazioni industriali per l’Italia? No. Credo che sia interessato solo a creare un contesto di regole di gestione dei processi produttivi uguali in tutto il mondo Fiat. Ma il modello Marchionne potrebbe essere replicato dalle altre aziende italiane? È un’ipotesi praticabile soltanto da quelle imprese che hanno le dimensioni simili a quelle di Mirafiori. Per creare per ogni impianto una società occorre avere i mezzi e la potenza di fuoco simile a quella del gruppo torinese. È difficile riuscirci per una realtà formata da un centinaio di persone. E in Italia le piccole-medie imprese sono la maggioranza del tessuto industriale. Perché le altre grandi aziende pubbliche e private nicchiano? Fincantieri si è spinta molto e di fatto è già di fatto fuori da Confindustria a Genova. Ha scelto la globalizzazione in una maniera altrettanto radicale della Fiat. Per le aziende che hanno i loro affari nel mercato mondiale il percorso è inevitabile. Le spinte centrifughe le mettono nella condizione di adattarsi alle regole dell’economia mondiale. In questo modo Confindustria da una parte e i sindacati dall’altra hanno ruoli sempre più marginali. Parliamo di organismi che hanno un orizzonte nazionale. I sindacati italiani, poi, sono pluralisti e concorrenziali tra di loro. Un modello simile nella globalizzazione è suicida, perché c’è bisogno di sindacati forti e radicati come, ad esempio, quelli tedeschi e americani.

In alcuni settori, come la chimica o i tessili, si fanno oltre 18 turni, perché scandalizzano tanto le richieste di Marchionne? Le categorie industriali della Cgil non sono come la Fiom, sono estremamente pronte al dialogo. I sindacati tessili del cuneese, a pochi chilometri di distanza da Torino, hanno firmato di tutto, ma la Fiat ha un’immensa visibilità. L’atteggiamento intransigente è specifico dei metalmeccanici. La Camusso dice che la Fiom non verrà cancellata da Mirafiori, ma se perde il referendum cosa dovrà fare Landini per rientrare al tavolo delle trattative? L’unico modo è quello di sottoscrivere un contratto nazionale dell’auto con Confindustria che comprende Mirafiori, Pomigliano e tutti gli altri stabilimenti. A quel punto varranno le regole del protocollo del luglio 1993 e le rappresentanze sindacati saranno automaticamente ammesse alle trattative. Credo che il percorso che immagina la Camusso sia di questo tipo. Altrimenti? Se l’azienda e gli altri sindacati fossero d’accordo la Fiom dovrebbe firmare l’accordo di Mirafiori, ma hanno dichiarato che, anche in caso di vittoria dei sì, non cambieranno posizione. Si tratterebbe di un’ammissione di un errore, ma la Cgil non lo farà mai. Ma si è trattato di un ricatto di Marchionne ai lavoratori? Assolutamente no, l’accordo non poteva non passare attraverso la convalida del referendum. Da più parti si sono sollevate critiche alla timidezza del governo in questa vicenda. Cosa doveva fare? La posizione del governo è stata espressa in modo inequivocabile dal presidente Berlusconi dichiarando che, in caso di vittoria del no, capisce che non vi siano più le condizioni di un investimento da parte di Fiat. In una ipotesi del genere non credo che debba essere il governo a prendersi in carico una Mirafiori che il no abbia posto in una condizione margi-

La «rivoluzione» di Torino non avrà ricadute sulle piccole e medie imprese, che sono la maggioranza nel Paese

nale all’interno del sistema Fiat. Sarebbe un errore pensare che lo stabilimento si salvi. Ma Fiat, a differenza dei competitors, non ha dei modelli per affrontare il mercato. L’amministratore delegato di Fiat ha ribadito più volte la sua strategia che nasce dal fatto che in Europa non si guadagna. La sua intenzione è quella di aspettare la ripresa e al momento del riavvio del mercato europeo, che secondo me non sarà forte come quello americano, lanciare i nuovi modelli prodotti a Torino con il marchio Lancia. Una strategia giusta? In teoria si, ma pericolosa. Nel senso che parte dal presupposto che non ha importanza se la quota di mercato diminuisce. Il problema sarà quello di risalere con dei modelli che possano incontrare il favore del pubblico. Oggi, però, il mercato europeo è più debole di quelli emergenti e di quello nordamericano e, quindi, poco redditizio. È preferibile spostare l’attenzione in queste zone. Ma l’Italia può fare a meno della Fiat? Il nostro sistema dell’auto no. È vero che ci sono altre aziende del settore che hanno attività diversificate, come Giugiaro e Pininfarina, ma è difficile immaginare un sistema dell’auto che non abbia un’unità di assemblaggio come Mirafiori.

tendibile seguita dall’esaltazione della «responsabilità nazionale dei sindacati favorevoli» e da un attacco alle «rivendicazioni ideologiche della Fio e della Cgil». Non solo, perché il premier accentua il senso politico del suo personale intervento sul referendum Mirafiori con una critica pungente al Pd, che «ha ancora una volta perso l’occasione per dimostrare di avere una cultura socialdemocratica di tipo europeo, di saper comprendere che le aziende devono potersi organizzare in base alle esigenze del mercato».

Maulo dichiara di ritenere che «i lavoratori di Mirafiori anche questa volta avranno la lucidità e la maturità di difendere il proprio posto di lavoro».

Pierluigi Bersani si affretta a rispondere che proprio Berlusconi «è l’ultimo ad avere titolo in Italia per parlare di mercato» e che la posizione dei democratici, diversamente da quanto affermato dal Cavaliere «è chiarissima». Però un rimbrotto efficace giunge anche dal segretario della Cgil Susanna Camusso: «Che direbbe Berlusconi se decidessimo di delocalizzare Mediaset?». Naturalmente si fanno sentire anche i sindacati del sì: «I lavoratori che si diranno favorevoli, che sono fiducioso saranno la maggioranza, non solo voteranno con la schiena dritta al pari degli altri ma daranno prova di buonsenso e di avere sale nella zucca», secondo il numero uno della Fim, Giuseppe Farina rispondendo alle dichiarazioni di Luigi De Magistris dell’Italia dei

Sono andati a votare 5218 operai: è il segno che in fabbrica la questione è stata vissuta in modo quasi drammatica, dicono molti osservatori. I primi numeri sono arrivati dal settore montaggio, dove il no era in testa valori, secondo il quale il via libera al lodo Marchionne costituirebbe «una autocertificazione di schiavitù». «È un referendum importante», dice il leader della Uilm Rocco Palombella, «ma dal risultato incerto». Mentre il numero uno della Fismic, Roberto di

L’alta partecipazione al referendum secondo il segretario nazionale Ugl Antonio d’Anolfo «è il segnale del fatto che i dipendenti di Mirafiori hanno capito l’importanza di esprimersi su un accordo che garantirà loro stabilità e occupazione». Tiene a sottolineare l’affluenza significativa, definendola peraltro assolutamente prevedibile, il segretario Fiom di Torino Federico Bellono: «Ma c’è stata una pressione fortissima sulle persone, e non avremmo avuto dubbi sulla vittoria del no all’accordo se si fosse trattato di un referendum libero. Pensiamo che in tutti i casi non sarà un plebiscito».

A prescindere dall’esito la Cgil si augura che le modalità che propone la Fiat non si diffondano: «Le ipotesi e le modalità che propone la Fiat», secondo Susanna Camusso, «non fanno parte della cultura di questo Paese e non devono diffondersi. Se l’accordo Fiat è moderno ben venga la conservazione perché‚ dentro quell’accordo non c’e’ nessuna modernità, c’e’ l’idea antica del comando autoritario e del rapporto puramente gerarchico tra il lavoratore e l’impresa».


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l’approfondimento

La strategia di Sergio Marchionne in realtà è perfettamente in linea con la spregiudicatezza e la lungimiranza dell’azienda

L’eredità di casa Fiat

Anticipare gli altri per garantirsi produttività e profitti: è sempre stata questa la regola d’oro degli Agnelli. Fin da quando il vecchio Giovanni capì (negli Stati Uniti) che l’automobile sarebbe diventata un prodotto di massa di Giancarlo Galli he nelle vicende della Fiat si possa leggere, in filigrana storica, un secolo di vita italiana, il passaggio da una società agricola a potenza industriale, con tutti i traumi connessi, è un fatto che troppi (anche se talvolta in buona fede), paiono voler ignorare. Si guarda al presente, ai durissimi conflitti socioaziendali di Pomigliano e Mirafiori, talvolta arrivando a bollare Sergio Marchionne di reazionario allo stato puro, quasi un “padrone delle ferriere”postlitteram, evitando di cogliere la sostanza del problema: il mondo che è cambiato e la Fiat che ancora fa da apripista. Con la gelida durezza del rompighiaccio si fa largo, cerca mari aperti, spezzando incrostazioni che si volevano intaccabili.

C

Una constatazione, che pur non può essere frettolosamente scambiato per elogio acritico: la Fiat degli Agnelli e dei suoi grandi manager (da Valletta a Romiti), ha sempre agi-

to d’anticipo, rispetto al conformismo di volta in volta dominante. Certo nell’ottica del potere e del profitto, ma la capacità di non lasciarsi sorprendere dalla velocità dei cambiamenti. Tecnologici, di costume, geopolitici. Sul finire del secolo passato, mentre andavo concludendo la stesura di un saggio (Gli Agnelli, una Dinastia, un Impero, edito da Mondadori), ebbi l’occasione di un lunghissimo colloquio a Torino, all’ottavo piano di corso Marconi, con Gianni Agnelli. Partendo da una sua celeberrima affermazione: «Quel che fa bene alla Fiat, fa bene all’Italia!». Avendogli contestato il tono, un po’ guascone, di quelle parole, per un intero pomeriggio, con giustificato orgoglio, mi spiegò come la Fiat abbia rappresentato una perenne sfida alle convenzioni, al conservatorismo sociale e industriale. Ricordi che venivano da lontano. Ricordi che venivano da lontano. Dai racconti del nonno Giovanni, il

fondatore. E che stazza di fondatore! All’inizio del Novecento, la Fiat era fra le tante aziendine che fra Torino e Milano producevano auto.

Giovanni Agnelli, socio di minoranza, era il segretario della società che, a differenza dei sodali, espressione della ricca borghesia piemontese, dopo un rocambolesco viaggio in America dove conobbe Henry Ford, si convinse che l’auto dovesse essere un “pro-

Abbandonare Torino: la scelta che l’Avvocato non avrebbe mai fatto

dotto di massa”, anziché elitario. La Fiat venne quotata in Borsa, superando le mille lire per azione. Seguì un crollo vertiginoso, sino a 17 lire. Giovanni Agnelli che forse pilotò l’operazione (ci fu un processo, durato un decennio), si trasformò da segretario in padrone. Con la Grande Guerra e connesse forniture belliche, la Fiat decollò, mettendo in ginocchio la concorrenza. Risvolto sociale: i dipendenti Fiat erano i meglio pagati. Il che

non bastò, nell’immediato Dopoguerra, a eliminare la conflittualità di classe. Anzi. Nel 1920, nella Torino di Antonio Gramsci, la fabbrica viene occupata e s’installa un modello ispirato ai Consigli di gestione sovietici. Poiché l’autogestione non funziona, Giovanni Agnelli viene richiamato sulla plancia di comando, con al fianco un giovane commercialista, il ragioniere Vittorio Valletta.

Fascismo, autarchia, Seconda Guerra mondiale. La Fiat che produce auto, aerei, motori marini, armamenti, è divenuta un pilastro dell’economia nazionale. Il Re e il Duce inaugureranno il complesso di Mirafiori. La posizione di moderata fronda nei confronti del regime non impedirà che alla liberazione Agnelli e Valletta vengano accusati di collaborazionismo, rischiando la condanna a morte. A Torino, i comunisti chiedono la nazionalizzazione, e dovrà intervenire con modi bruschi Palmiro Togliatti. Per


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riprendere la produzione, scomparso nel frattempo Giovanni Agnelli, Vittorio Valletta viene affiancato da un comitato di gestione. La diarchia mostra presto la corda. Dopo il trionfo della Dc alle elezioni politiche del ’48, Valletta riprende il pieno controllo, mentre il giovane Gianni, che ha combattuto in Russia, Tunisia, infine unendosi alle truppe monarchiche, è vicepresidente.

Con la Cgil egemonizzata

Un referendum che divide anche la politica ROMA. La vigilia del referendum di

Qui accanto, il senatore Giovanni Agnelli, fondatore della Fiat. Sotto, il leader della Fiom Maurizio Landini e, sopra, l’ad del Lingotto Sergio Marchionne. In alto, Vittorio Valletta con la sua Fiat 500 nel 1958. Nella pagina a fianco, Gianni Agnelli presenta all’allora capo dello Stato Luigi Einaudi la 600 nel corso del Salone dell’Auto di Torino del 1955

Mirafiori è stata carica di tensioni e non sono mancate, ovviamente, le dichiarazioni dei vari esponenti politici e sindacali. Silvio Berlusconi è stato chiarissimo sulla posizione del suo governo: «È assolutamente positivo lo sviluppo della vicenda con la possibilità di un accordo tra sindacati e azienda per una maggiore flessibilità nei rapporti. Se non accadesse le imprese e gli imprenditori avrebbero buone ragioni per spostarsi all’estero». Al premier si è aggiunto il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, secondo il quale in caso di vittoria dei “no” «non è difficile prevedere una situazione sostanzialmente irreversibile il giorno dopo». Sui rischi di una vittoria dei “no” si è soffermato il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini: «Marchionne non è un santo, sta facendo forzature evidenti, ma mi auguro che i lavoratori dicano sì al referendum. Il rischio che gli investimenti vadano fuori dall’Italia è drammatico per il nostro Paese e potrebbe poi essere seguito da altri». Molto critica, invece, la replica alle dichiarazioni del presidente del Consiglio del segretario del Pd, Pier Luigi Bersani: «Berlusconi è l’ultimo che può parlare di mercato sia come imprenditore sia come capo del governo. Non accetto lezioni da Berlusconi su libertà di mercato e competitività. Perché il mercato per essere libero deve essere libero da conflitti di interesse e posizioni dominanti e lui non è certo il paladino». E la segretaria della Cgil, Susanna Camusso, ha accusato il premier di aver abdicato al suo ruolo: «In un Paese normale un governo, di fronte a una impresa che vuole investire, avrebbe fatto diversamente, avrebbe chiamato l’impresa e verificato gli investimenti, non avendo fatto ciò invece, si fa spettacolo e lo si fa davanti alla presidente del Consiglio di quel Paese che ha detto no a Marchionne, perché non dava sufficienti garanzie».

dal Pci, i comunisti controllano tuttavia l’azienda, attraverso le commissioni interne. Valletta inizialmente persegue una politica di pacificazione aziendale, ma finisce con l’impuntarsi di fronte ad un’assoluta preclusione rispetto alla logica della “produttività”. D’altra parte gli Usa, tramite l’ambasciatrice Clara Luce, premono. Condizionano le indispensabili commesse militari, la fornitura di materie prime, ad un riassetto “politico” delle fabbriche. S’è registrato pure un fatto clamoroso: nel luglio del ’48, dopo l’attentato a Palmiro Togliatti, alcuni estremisti hanno sequestrato Valletta. Quindi l’azienda agevola l’ingresso in fabbrica di Cisl e Uil, che allora si definivano “i liberi sindacati”. A metà degli anni Cinquanta, alla guida della Cgil torinese che “crede” di avere ancora un gran potere in Fiat, sta Sergio Garavini, uscito da una famiglia della buona borghesia. Marxista nel midollo (successivamente si unirà ad Armando Cossutta, nel gruppo di Rifondazione comunista), non intuisce il cambio del vento. Con mossa improvvida, compaiono sui muri di Torino manifesti che anticipano la “600”, nuova utilitaria Fiat destinata ad inaugurare la stagione della motorizzazione di massa. Parrebbe che la Cgil voglia invece favorire il trasporto pubblico, demonizzando quello privato. Errore colossale.

Alle elezioni delle commissioni interne del 1955, la Cgil perde la maggioranza assoluta. I suoi attivisti verranno presto emarginati: ed è una pagina grigia dell’Era Valletta. L’imperativo era comunque produzione e produttività. Mai scordando che le condizioni contrattuali di un dipendente Fiat continuavano a superare di gran lunga quelle previste dal contratto metalmeccanico. Durò oltre un decennio la pax sociale in Fiat. Ritmi serrati, ma buste-paga robuste. E tante assunzioni, specie di immigrati venuti dal profondo Sud. Quando la neo-segretaria della Cgil, Susanna Camusso, sostiene che: «Siamo tornati agli anni Cinquanta», un po’ di ragione l’ha. Almeno per calendario. Seguì il Sessantotto, in Fiat anticipato da scioperi spontanei, definiti “a singhiozzo”, quasi si volesse togliere il respiro all’a-

zienda. Un calvario che Gianni Agnelli e il fratello Umberto percorsero fra dubbi, angosce, tentazioni di gettare la spugna. Finché nel 1980 trovarono in Cesare Romiti il “nuovo Valletta”. Quasi un replay degli anni Venti: fabbriche occupate, Enrico Berlinguer a tenere comizio ai cancelli di Mirafiori. Gianni Agnelli sul punto di trasferirsi in Usa (Ugo la Malfa gli ha offerto la poltrona di ambasciatore in Usa). Senonché la Fiat, più che ai contestatori appartiene a coloro che vogliono lavorare. Con la marcia dei 40mila, il pragmatismo vince sulla confusa ideologia.

La Fiat degli Agnelli è però alle prese con un interrogativo esistenziale: continuare a produrre auto, restare italiana (nonostante le ramificazioni estere che l’hanno trasformata in “multinazionale”); e la risposta è ardua, quasi impossibile. Gianni (senatore della Repubblica a vita) e Umberto si sentono in simbiosi con Torino e l’Italia. Ci lasciano, e nel vuoto di potere dell’azionariato familiare, si inserisce Sergio Marchionne, manager senza fron-

Fino all’ultimo Umberto pensò di diversificare le attività tiere. Cittadinanza italo-canadese, residenza in Svizzera. La crisi che s’abbatte sul settore automobilistico (fallimenti di General Motors e Chrysler), impongono non pannicelli caldi, bensì scelte radicali. Nel Marchionne-pensiero, per rilanciare Fiat, tutto deve cambiare. Una multinazionale che ha per obiettivo di sfornare 6 milioni di vetture, l’Italia diventa giocoforza marginale. Quindi le “regole”vanno riscritte. Cisl e Uil hanno capito, la Cgil rifiuta. Posizione ideologicamente comprensibile, realisticamente priva di sbocchi. Che sconta l’altissimo prezzo di un altro “vuoto”: alla globalizzazione dei mercati produttivi e di consumo, i sindacati non sono fin qui riusciti a contrapporre una “multinazionale della socialità”, sui costi e la qualità del lavoro. Infatti, restassero in vigore le regole preMarchionne, le auto della Fiat italiana risulterebbero non competitive. Persino in Patria. Ecco allora il nocciolo del problema sul quale, al di là del “caso Fiat” dobbiamo tutti, senza eccezioni, riflettere: le condizioni che rendano possibile il mantenimento di una struttura industriale in Italia.


società

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La Santa Sede ha firmato ieri il decreto che riconosce il miracolo di Wojtyla l Santo Padre santo (quasi) subito. È con gioia e un sospiro di sollievo per una notizia molto attesa che nel mondo è stato diffusamente accolto l’annuncio della beatificazione di Papa Giovanni Paolo II, ufficializzata ieri e fissata per la prossima domenica primo maggio. «La beatificazione di Giovanni Paolo II è un evento storico che non ha di fatto precedenti» ha sottolineato l’Osservatore Romano, «negli ultimi dieci secoli nessun Papa ha innalzato agli onori degli altari il suo immediato predecessore». La sorpresa semmai è stata sulla data, perché ci si at-

I

Giovanni Paolo II santo (quasi) subito La cerimonia si svolgerà il primo maggio in S. Pietro alla presenza di Benedetto XVI di Osvaldo Baldacci

niche. Anzi, è stata di un’accuratezza senza pari. Come è noto, per “certificare” lo stato di santità è necessario l’accertamento di un miracolo, cioè di una guarigione medicalmente inspiegabile. In breve tempo arrivarono segnalazioni in numero sterminato. In vista della beatificazione di Wojtyla, la Postulazione della Causa presentò all’esame della Congregazione delle Cause dei Santi la guarigione dal morbo di Parkinson di suor Marie Simon Pierre Normand, religiosa dell’Institut des Petites Soeurs des Maternités Catholiques.

Dopo dettagliate perizie medico-legali oltre che quelle teologiche, il miracolo ottenne il via libera definitivo. La guarigione è stata immediata e definitiva, e a differenza di qualche presunta indiscrezione che era circolata non ci sono stati problemi sull’accertamento di questo miracolo e non c’è stato alcun bisogno di richiedere ulteriori perizie ed approfondimenti. Con la beatificazione «la Chiesa riconosce che Karol

È la prima volta negli ultimi dieci secoli che un Papa beatifica il proprio immediato predecessore tendeva un giorno più esplicitamente legato alla vita del pontefice polacco, come la nascita, l’elezione al pontificato oppure la morte. Ma il primo maggio non è stato scelto a caso, semplicemente si è usato un calendario in qualche modo diverso, quello liturgico. La prima domenica dopo Pasqua è infatti la festa della Divina Misericordia, solennizzata proprio da Karol Wojtyla che vi era molto legato, e corrisponde al giorno nella cui vigilia il Papa morì: nel 2005 infatti quella festa cadeva il 3 aprile. Forse

poi hanno contato anche considerazioni pratiche, come la prima data utile disponibile, dopo la Pasqua ma senza attendere l’autunno.

Può essere anche felice la sovrapposizione con la festa internazionale dei lavoratori, una categoria molto cara al Papa operaio che in questi tempi difficili potrebbe diventarne il patrono e protettore. Sul tema il presidente nazionale delle Acli Andrea Olivero ha subito ricordato un’altra coincidenza significativa: «La beatificazione capita nel trentennale della Laborem exercens, l’enciclica scritta da Giovanni Paolo II nel 1981, vera pietra miliare per la dottrina sociale della Chiesa rispetto alla tematica del lavoro, in cui viene solennemente affer-

mato che è l’uomo il metro della dignità del lavoro”. Comunque il responsabile della Sala Stampa della Santa Sede Padre Lombardi ha chiarito che non è stata ancora fissata la “memoria liturgica”, cioè il giorno in cui il santo verrà ricordato nel calendario. Come è tradizione, sarà il Papa in persona a comunicarlo nel corso del rito di beatificazione. Sarà infatti Papa Benedetto XVI a presiedere personalmente la cerimonia di beatificazione in piazza San Pietro. Ieri mattina il pontefice ha autorizzato la Congregazione delle Cause dei Santi a “promulgare il decreto sul miracolo attribuito all’intercessione del Venerabile Servo di Dio Giovanni Paolo II”. Una causa di beatificazione che è proceduta a tempo di record, dato che è stato superato il prece-

Giovanni Paolo II. A sinistra Benedetto XVI e, in alto: una fotografia dell’attentato compiuto da Ali Agca e un’immagine della prima udienza dente di Madre Teresa di Calcutta. Dal gionro della morte di Wojtyla il 2 aprile 2005 a quello della beatificazione il 1° maggio 2011 saranno trascorsi esattamente 6 anni e 29 giorni. La causa, per esplicita dispensa pontificia, iniziò prima che fossero trascorsi i cinque anni dalla morte richiesti dalla normativa vigente. Ed ha avuto una canale tutto per lei senza essere abbinata ad altre cause proprio per poter procedere speditamente. Ma la Santa Sede ci tiene anche a specificare che poi la causa ha osservato integralmente tutte le comuni disposizioni cano-

Wojtyla ha dato una testimonianza eminente ed esemplare di vita cristiana, è un amico e un intercessore che aiuta il popolo in cammino a rivolgersi a Dio e ad incontrarlo», ha detto padre Lombardi alla Radio Vaticana. «La sua vita e il suo Pontificato sono stati percorsi dalla passione di far conoscere al mondo intero in cui egli è vissuto la consolante ed entusiasmante grandezza della misericordia di Dio: di questa il mondo ha bisogno». La cerimonia di beatificazione sarà senz’altro un grandissimo evento. Basti ricordare che al funerale di Wojtyla parteciparono 3 milioni di pellegrini. Nel frattempo sono già state prese alcune decisioni importanti. La bara di Giovanni Paolo II sarà trasferita in San Pietro dalla Grotte Vaticane e non sarà aperta: non ci sarà esumazione. Il corpo di Giovanni Paolo II non sarà esposto, si troverà sotto l’altare nella Cappella di San Sebasticano, nella navata destra della Basilica, accanto alla cappella che ospita la Pietà di Michelangelo, in un vano chiuso da una semplice lapide di marmo con la scritta: Beatus Ioannes Paulus II. Nella cappella sono iniziati i lavori di pulitura dei mosaici e la tomba sarà già pronta prima della beatificazione.


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INSERTO DI ARTI E CULTURA DEL SABATO

PINOCCHIO

di Pier Mario Fasanotti

Leggere a scuola: un “esperto esterno” racconta…

NON ABITA PIÙ QUI

i ha come l’impressione che siano appesi a fili di seta. Oppure al niente. il teatro e i cortometraggi) fa un lavoro strano e a volte frustrante: va in giro, soL’ignoranza sempre più diffusa - o addirittura venduta come moprattutto nel Sud, a incontrare alunni e a insegnare loro come si legge e Dalle Alpi dello seducente -, il brusio volgare della televisione, l’imbarazcome si scrive. Il titolo del libro ce lo spiega lei stessa: «“Asino chi legzo o l’assenza effettiva dei genitori o la loro lontananza ge” si scriveva una volta sui muri delle scuole. Per mettere alla al Meridione emotiva, assieme a mille altri fattori, li hanno resi così. Fatberlina un compagno ingenuo, gli adulti noiosi. E si indosd’Italia, gli alunni delle ta salva, ovviamente, una tenace e fortunata minoransavano in aula per punizione cappelli di carta con orecmedie, dei licei o degli istituti za. Parlo dei giovani che vanno a scuola: alle mechie d’asino, come Pinocchio e Lucignolo nel Paese dei Balocchi. Oggi, il Paese dei Balocchi di die, al liceo, negli istituti professionali. Ma professionali sono vittime dell’indifferenza non sono statue di gesso, mute e inarticolate. Collodi è l’Italia tutta, dalle Alpi alla Sicilia e verso la cultura. Ma spesso basta Basta a volte un piccolo stimolo e si spalanca la cachi legge, specie chi legge tanto, è considerato un un piccolo stimolo e si apre verna delle possibilità. Quindi di un futuro che si vuole asino». Riflessione sconfortante, eppure verissima. Pocostruire con i mezzi che si hanno o che si sogna di possedetremmo aggiungere: la tematica è attuale. Ahi!: quando prola caverna delle nunciamo questo aggettivo vuol dire che i problemi, o le tragedie, re un giorno. O soltanto di un presente meno afasico. Questa è l’impossibilità pressione che ci offre il bel libro di Antonella Cilento, Asino chi legge sono tanti. Sono infiniti. E riguardano proprio loro, la nuova generazione cui sarà affidata l’Italia, quale è difficile dirlo. (Guanda, 184 pagine, 16,00 euro). L’autrice oltre a essere scrittrice (anche per

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Parola chiave Paesaggio di Maurizio Ciampa The Sand Band un esordio di qualità di Stefano Bianchi

NELLA PAGINA DI POESIA

Betteloni, la voce dimessa della nuova Italia di Francesco Napoli

Le parole delle pietre Vasari 500 anni dopo di Claudia Conforti L'anima di Richler nella “Versione” di Lewis di Anselma Dell'Olio

Quanta vacuità tra Hirst e Bronzino di Marco Vallora


pinocchio non abita più

pagina 12 • 15 gennaio 2011

qui

I meriti degli insegnanti e le colpe del sistema i fa presto a dire che gli insegnanti sono fannulloni. La frase gira, da calunnia diventa pseudo-verità. E magari fondamento di nuove normative. La battagliera Mila Spicola, che insegna arte a Palermo, ha scritto per Einaudi un pamphlet a forma epistolare (La scuola si è rotta, 194 pagine, 18,00 euro). Un atto rivendicativo, uno scatto d’orgoglio con una documentazione precisa. L’autrice si rivolge ad alcune persone, in forma diretta e assai appassionata. Alla sua amica avvocato, che lei immagina sempre gravida di luoghi comuni e di sbrigative falsità, spiattella la sua condizione di insegnante di ruolo. Insomma, descrive la sua vita di «fannullona»: una parola promossa dal ministro Brunetta e poi rilanciata dal collega Tremonti. Primo dato che le sbatte in faccia: il 65 per cento dei genitori intervistati per un sondaggio è sostanzialmente soddisfatto dei docenti dei propri figli, il 20 per cento addirittura entusiasta. E la litania tipo «beata te che hai due mesi di vacanze»? Mettiamo, suggerisce Mila Spicola, gli occhi sulle cifre. Quanto lavorano i tanti lodati colleghi tedeschi? Hanno una media di 22 ore di lezione la settimana contro le 18 degli italiani. Attenzione a un particolare: in Germania l’ora di lezione è solo di 45 minuti. In Italia di 60 minuti. Ma non ci sono soltanto le lezioni in aula: «Io ho nove classi, circa 200 alunni. Svolgo tre compiti in classe scritti ogni quadrimestre, significano seicento compiti al primo quadrimestre e seicento al secondo. Considerato un tempo di correzione di cinque minuti a compito vengono fuori cinquanta ore non pagate». Poi le vacanze. Undici settimane sia in Germania sia in Italia. Altro capitolo: lo stipendio. Quello medio di un professore di scuola secondaria superiore in Italia dopo 15 anni di insegnamento è di 27.500 euro lordi annui. Un insegnante tedesco, allo stesso livello di carriera, guadagna 45 mila euro l’anno. Da noi a inizio carriera un insegnante delle medie ha nelle tasche ogni anno 18.500 euro netti, tredicesima inclusa. Ci sono poi considerazioni generali. Chi

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Il Meridione, lo dicono tutti i reportages o chi lì ci abita, è disastrato. Ma non facciamoci troppe illusioni, magari con finto smalto leghista sulle unghie della nostra spicciola sociologia: al Nord, nell’«ordinatissimo» e «civilissimo» Nord gli atteggiamenti dei ragazzi non sono poi tanto diversi. Ci saranno certamente giardini e aiuole meglio curate, ma l’indifferenza cialtrona verso ogni cosa che fa venire in mente la cultura è più o meno la stessa. La Cilento, in qualità di «esperto esterno», va nel rione Luzzatti, a ridosso dei resti-fantasma di un’industria. Anche se a poca distanza dalla stazione ferroviaria, non si è più a Napoli ma nemmeno in periferia. I ragazzini sono pochi, ma bisogna farli pur venire altrimenti l’aula vuota rischia di far saltare il PON, ovvero il progetto europeo che finanzia il Sud d’Italia fino al 2013, ossia i laboratori didattici che spesso diventano architrave per gli interessi e gli stimoli tutti da coltivare, se le cose vanno (miracolosamente) bene. La Cilento propone di leggere qualcosa.Vi piace leggere?, chiede. «Prufissuré, ma qua’ leggere, che palle». E i film? Nessuno è mai entrato in un cinema. Se scrivono, ignorano punteggiatura, grammatica, sintassi. Cinque minuti e via, senza rileggere. Il labor limae è cosa aliena. Contenti e strafottenti: «Prufissuré e quanno maje ce pensammo a ‘sti cose?».

In classe c’è Teresa. È una «speciale» perché figlia di un capoclan.Vive con la nonna, padre e madre sono in carcere. Attenzione però: non si nomina mai la camorra. Occorre insistere, qualcosa vien fuori. I ragazzini cominciano a scrivere, e tanto, inventano storie, qualcuno confessa di avere un romanzo nel cassetto, di undici pagine. Tutto normale in Italia: i più scrivono, anche se non hanno mai letto un libro, oppure uno solo e credono che basti. Dicevamo del PON. Sulla lavagna inconsapevolmente inventano un acrostico: «o potent o nient». Gli insegnanti fanno quello che possono, e a volte nemanno IV - numero 2 - pagina II

si disinteressa del sistema-scuola, o chi non è bene informato sulla realtà e si affida al coro propagandistico che inneggia al fannullismo, dà dei colpi tremendi al pilastro della democrazia. «Sì - scrive la Spicola - perché mio caro amico avvocato, se attacchi me come docente, attacchi la democrazia. Critica semmai il sistema che mi ingabbia piuttosto, non il mio ruolo». E ancora: «I risultati scadenti degli studenti italiani non sono il frutto del singolo insegnante, semmai di un sistema che fa acqua da tutte le parti e su cui molti, troppi, hanno la responsabilità per non averci messo le mani in maniera adeguata». A proposito della preparazione culturale di chi esce dalla scuola italiana, l’autrice di questo battagliero libro fa alcune precisazioni. Per prima cosa afferma che se si va a esaminare le cosiddette eccellenze scolastiche, al confronto dei colleghi europei i ragazzi italiani sono dei geni. Se poi sono messi in condizione di dare il meglio all’estero ci si rende conto di un’altra verità incontestabile, ossia che hanno molto successo. Anche quando provengono dalle tanto criticate scuole del nostro Meridione.Tra gli scienziati italiani negli Stati Uniti ci sono quattro premi Nobel, due vincitori del premio Balzan, due premi Maxwell e diverse medaglie per meriti scientifici. Grazie a chi? Si chiede l’autrice. Solo a mamma e (p.m.f.) papà o anche, o soprattutto, ai docenti?

meno quello. Poi ci sono le famiglie, e qui s’inciampa in note dolenti: quale padre o quale madre è in grado di prestare vera attenzione ai figli? Ci vorrebbe qualcuno tanti «qualcuno» - in grado di trasmettere passioni. Un’operazione che è praticabile se c’è un conduttore, come insegnano le leggi della Fisica.

A Bolzano non ci sono soltanto «italiani» o «tedeschi». La città è piena di pakistani. Qui ci vengono perché credono che la zona sia già «abituata alla multi etnicità». Convivenza tuttavia non sempre pacifica. Ci sono anche russi, sudamericani, magrebini: questi leggono, leggono tutti. E gli autoctoni? Stefano è un ragazzino alto e biondo, di famiglia benestante. Non sa stare seduto, non sa ascoltare, non riesce a stare fermo. È ipercinetico. Un «caratteriale» come dice la burocrazia psicoscolastica. È un campione di nuoto. Odioso a tutti. Obbedisce solo a una prof altissima ed elegante che gli si rivolge in tedesco. Ma il problema, qui, non si chiama solo Stefano. Scrive la Cilento: «Mi sorprendo ad avvertire un malessere ben maggiore che nelle scuole meridionali». Se nelle scuole napoletane uno desidera soprattutto silenzio e ordine, queste cose non mancano a Bolzano e dintorni, ma «non sono certo la formula della felicità». Detto a margine, ma mica tanto: la Lega di Bossi insiste perché nessun insegnante meridionale prenda servizio nelle ordinatissime regioni del Nord. Ma questa anti-italianità ha costi elevatissimi se si presta attenzione ai risultati. Le cosiddette isole non sono isole felici, a parte l’apparenza. Il concetto di autorità, in tutte le scuole, è debole. I ragazzi provenienti da classi abbienti non sono «i salvati» per antonomasia. A Posillipo, finto paradiso napoletano popolato dai «sagliuti», ossia nuovi ricchi, calciatori e politici, la regola che si applica è la stessa che vige nelle «vele» di Secondigliano: quel che è pubblico non mi riguarda, quel che è privato lo curo. Storia vecchissima, riflette Antonella Cilento. Difatti le strade fanno schifo. E in aula? C’è da deprimersi. Nessuno è seduto, un gran baccano, alcune ragazzine sfiorano l’anoressia, molti assumono, digià, leggeri psicofarmaci.A dodici anni vanno dal-

l’analista alla moda. Qualcuno riferisce che in certe classi si fa sesso di gruppo. Abbondano le telefonate porno. Altra scuola della Campania. La Cilento accenna a Cenerentola. Mai sentita. E i film di Walt Disney? Mai visti. Viene da rammentare quanto scriveva Sandro Onofri nel 1998 in Registro di classe, ossia che gli risultava inconcepibile insegnare in una classe in cui solo uno aveva letto Pinocchio. Fa niente, l’«esperto esterno» racconta Cenerentola. Tutti sorpresi, qualcuno estasiato. L’insegnante Peppe racconta di aver incontrato per strada un ex alunno, «uno difficile, che ero riuscito a coinvolgere in un progetto teatrale, abbandonato dalla famiglia ma intelligente». Allora che fai, ci vai a scuola? No. Ma se non vai tu che hai cervello… «Mi ha guardato a lungo, diritto negli occhi: arrivederci professò, ha detto alla fine. Mi ha gelato. Come se con quello sguardo mi avesse detto: basta, mi hai illuso per un anno, non illudermi più, non mi contare palle». Lo stesso ragazzo un anno prima aveva chiesto a Peppe, che doveva andare a un matrimonio a Foggia, di porterlo accompagnare: «Dai, faccio vostro figlio. Potrei, no? Tenete quarant’anni, io quindici…». Voglia profonda di famiglia. La Cilento, a proposito della parola (da registro scolastico) «ingestibile», è sferzante: «Agli adulti non importa più un fico secco dei loro ragazzi. Hanno paura per loro, ma non gli importa di loro».

Qualche ragazzo di Ercolano fa esperienza all’estero e scopre che ci sono altre realtà. Funziona l’esperimento? Le insegnanti rispondono: «Funziona sì, ma quando tornano nelle loro famiglie ricadono nel meccanismo di partenza. Spesso lo scrivono sul giornale scolastico: il mondo è diverso lontano da qui, ma io abito qui e questo è il mio destino». Quali sono le vostre aspirazioni? Chiede Antonella Cilento. Le ragazze si guardano tra loro, si stringono nelle spalle, «abbassano gli angoli della bocca in una smorfia che sta a dire “Ma che vuo’? Ma chi se ne importa?”». Qualcuna risponde: «Da grande mi vedo mamma». Esperimento di lettura in classe, mentre due ragazzine si truccano, altri sbadigliano o fanno scoppi con la gomma da masticare. L’autore è Lovecraft (L’orrore di Dunwich). Poco dopo cala il silenzio. Dormono? No. Irrompe un bidello sbattendo la porta. Gli alunni in coro urlano «fuori!!». E poi: «Prufissuré, andiamo avanti».


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parola chiave

15 gennaio 2011 • pagina 13

PAESAGGIO rande scrutatore di forme, Carlo Emilio Gadda ci fa capire che vibrazione d’anima sia il paesaggio, anche quello più semplice, quello, ad esempio, della pianura lombarda, scandito da filari di pioppi e modeste cascine: «Una cascina si distanzia dall’altra in ragionevole misura, quanto comporta cioè la facoltà del lavoro: quanto può adempiere di lavoro una famiglia di contadini, o un gruppo di famiglie raccolte nell’unità distesa del fondo. E ogni volta che scorgiamo il fumo e poi i bruni coppi e il tetto remoto d’una cascina, ecco un sogno è suscitato nell’anima: un’idea di vigore, di saggezza operosa, tenacemente fedele alle opere necessarie». Il testo di Gadda (Terra lombarda in Meraviglie d’Italia) è del 1940, settant’anni fa, un abisso temporale che ha inghiottito forme e modi di vita. Basta guardare dal finestrino di un treno in corsa lungo la linea per accorgersi che l’«ordine geometrico» di pioppi e cascine non c’è più, e forse neppure la «saggezza operosa» e il «vigore» che li aveva prodotti. La velocità svuota il paesaggio, lo trasforma in una evanescente apparenza, una sorta di poltiglia visiva che accorpa, senza distinzione, tutto quello che abbiamo visto lungo il filo dei chilometri. Che cosa esattamente abbiamo visto? È come se non fossimo mai usciti da un tunnel. La velocità disorienta lo sguardo, lo priva di un fuoco, di un punto d’applicazione. Si guarda senza vedere. Il nastro visivo del paesaggio diventa, davanti ai nostri occhi storditi, un nulla appena animato. Ma non è stata la velocità, né lo stress percettivo che essa comporta, a cancellare i pioppi e le cascine della «terra lombarda». È che il paesaggio non conosce stabilità, si muove, si trasforma come viva materia. Accompagna la storia degli uomini, ed è la sintesi dinamica e lo specchio delle irrequietezze e degli impeti distruttivi che la segnano.

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«Organismo vivo», dice Eugenio Turri, che è stato (è morto nel 2005) uno dei nostri più grandi geografi. All’esplorazione e alla decifrazione del paesaggio, Turri ha dedicato l’intera vita. Antropologia del paesaggio (uscito oltre trent’anni fa per le edizioni di Comunità fondate da Adriano Olivetti, e oggi riproposto da Marsilio) può arrivare a stupire il lettore più disincantato. Turri insegna a guardare. Il paesaggio che attraversa pulsa di relazioni più o meno nascoste che vanno identificate e riportate alla luce. Una piccola, ma lumino-

Non conosce stabilità, si trasforma come viva materia. Accompagna la storia degli uomini ed è lo specchio di ciò che la segna, delle irrequietezze e degli impeti distruttivi. Ma si è incapaci di percepirlo...

Imparare a guardare di Maurizio Ciampa

Una «cieca suicida devastazione dello spazio in cui viviamo», ha trasformato «le pianure e le coste italiane in un’unica immensa periferia». È uno degli allarmi lanciati da esperti, in un tempo in cui un dominio tecnologico che genera paura ha sostituito le linee ponderate dall’operosità dei contadini sissima stella, orienta il cammino, lungo e faticoso, di Eugenio Turri: la convinzione che lo studio del paesaggio non sia una disciplina fra le altre, un sapere fra tanti. Inevitabilmente si trova a incrociare saperi e punti di osservazione diversi. Ma non si limita a questo. È in gioco molto di più: lo studio del paesaggio è una «palestra di educazione», «dovrebbe anzi costituire la premessa o la componente di ogni vera educazione, quella fondamentale che lega l’individuo al proprio paesaggio, ai suoi valori che contano». È dunque l’esercizio di un’intelligenza essenziale: guardare alle forme di un territorio vuol dire stendere una mappa dell’umano e ricapitolarne i passaggi, e forse anche individuare le curve della sua evoluzione, del suo futuro. Per questo la parola «paesaggio» mi è parsa una «parola chiave» nel lessico del no-

stro presente, perché è conficcata nella linea di confine fra natura, storia e cultura, in una zona di turbolenza dove si va definendo, pur provvisoriamente, la relazione fra uomo e mondo. Molto accade su quel confine, molto è in fermento. Se lo si vuole cogliere occorre vincere le inerzie della mente e del cuore. E sono tante.

La parola «paesaggio» gode, oggi forse più che in passato, di una certa diffusa attenzione, anche se stenta a svilupparsi in condotta consapevole e comportamento virtuoso. C’è un’attualità che fa pressione con toni che sono spesso drammatici. È drammatico, ad esempio, il tono di Salvatore Settis (Paesaggio costituzione cemento è uscito da poco dall’editore Einaudi), una sorta di ultimo ragionevole appello. «È oggi più che mai necessario parlare

di paesaggio», dice Settis, indicando «la cieca suicida devastazione dello spazio in cui viviamo, la progressiva trasformazione delle pianure e delle coste italiane in un’unica immensa periferia». Voglio poi ricordare il «Seminario-laboratorio internazionale sul paesaggio» che si apre oggi, 15 gennaio, a San Biagio della Cima, un borgo al limitare della provincia d’Imperia legato alla memoria di Francesco Biamonti, scrittore che, come pochi altri, ha saputo guardare e raccontare la collina ligure e le sue trasformazioni. Quello stretto cuneo fra terra e mare, fra Italia e Francia, di aspra bellezza, costantemente minacciata, è un luogo dell’anima, e certamente adatto a riprendere e infittire l’interrogazione sul paesaggio. Ad animare l’incontro di San Biagio della Cima ci sarà, fra gli altri, Massimo Quaini, un «geografo umanista» dall’intelligenza affilata e dallo sguardo ampio (il suo L’ombra del paesaggio. L’orizzonte di un’utopia conviviale, pubblicato dall’editore Diabasis, è un libro esemplare). «Il paesaggio scrive Quaini non è interessante come categoria analitica per leggere l’ambiente o il territorio in termini scientifici, ma lo è in quanto contenitore di miti, sogni ed emozioni, in quanto accumulatore di metafore per capire le contraddizioni e i problemi del nostro tempo». Non siamo molto lontani dalla pagina di Gadda da cui ci siamo mossi, anche se in un diverso registro discorsivo. Quella pagina si conclude evocando la «ragione profonda, antica» del paesaggio lombardo e, insieme, il suo «ordine geometrico» e «la dirittura delle opere», mentre, nel cuore della cascina, «la sera illividisce di sogni, di futili paure». Perché Gadda dice «futili paure»? Perché quel paesaggio, oggi scomparso, era una radice salda, poteva offrire protezione alla precarietà e alla fragilità degli uomini che lo abitavano. Per questo sono «futili» le paure. Ma distrutte le linee ponderate di quel paesaggio, alla paura l’uomo resta esposto. Ed è quello che accade oggi: il tempo del dominio tecnologico è un tempo che fomenta l’insicurezza e la paura. È lì che occorre guardare, o cominciare a guardare o imparare a guardare, dove il paesaggio si fa vita e comune percezione, come ci invitano a fare Darko Pandakovic e Angelo Dal Sasso in Saper vedere il paesaggio (edito da Città studi). Il loro itinerario attraverso l’intrico di natura, storia e cultura, consente di vedere finalmente quello che fino a un momento prima abbiamo semplicemente guardato.


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Rock

pagina 14 • 15 gennaio 2011

musica

Il trash inconsapevole DI BIAGIO E GIANNA di Bruno Giurato

di Stefano Bianchi er noi critici musicali (pardon: ascoltatori con facoltà d’opinione) è sempre cosa buona e giusta «battezzare» nuovi gruppi. Nel caso specifico,The Sand Band. La Band della Sabbia, che arriva da Liverpool e comprende David McDonnell (chitarra e voce), Scott Marmion e Max Goldberg (chitarre), Ben Curtis (organo) e Jay Sharrock (batteria). Tutto ha inizio fuori da un negozio di strumenti musicali. McDonnell e Marmion stanno scaricando pianoforti da un furgone. Si scambiano qualche parola dopo essersi «annusati» e aver capito d’essere entrambi chitarristi, e poi si stringono la mano ripromettendosi di rivedersi al più presto. Sognano, tutti e due, di formare prima o poi una band. Ne parlano più volte, e dopo aver contattato Goldberg, Curtis e Sharrock, scoprono di condividere anche con loro la passione per Nick Cave, Elliot Smith, Verve, Spiritualized, Oasis, Neil Young, Beatles e Sparklehorse. Incidono qualche pezzo, lo limano, lo aggiustano, ne aggiungono altri e l’album, All Through The Night debutta su My Space raccogliendo parecchi consensi. Manca solo l’etichetta discografica: dà l’okay la Deltasonic, che ha in scuderia i già conosciuti Coral coi quali, peraltro, McDonnell aveva in precedenza suonato. Con la sabbia, il quintetto dimostra subito di saperci fare: si dà un nome, ci costruisce sopra la band come fanno i bambini coi castelli sulla spiaggia (paletta, secchiello e il gioco è fatto) e infine rassoda quei granelli sabbiosi con l’acqua della creatività per far sì che il vento non li disperda lontano. Sotto la sabbia, a volte succede che ci sia qualche sogno da scoprire. E i sogni, in questo caso, si trasfor-

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Jazz

zapping

èra una volta il Trash, l’estetica spazzatura che andava tanto negli anni Novanta. La ripresa dei film pecorecci, Giovannona coscialunga che piaceva a Walter. I neomelodici napoletani della prima onda, Angelo Mauro, Nino D’Angelo che non era ancora un intellettuale e portava giacche di tela azzurre e gialle. Giuliano Ferrara che nel teaser di una trasmissione usciva da un bidone della monnezza con una lisca di pesce in mano. Era una ricaduta italica del postmoderno, aveva il suo grado di simpatia, in buona sostanza per un motivo: non si pigliava troppo sul serio. Adesso che siamo bel belli sotto il tallone del revival anni Ottanta (leccatissimi, algidi, inorganici, da bere nel senso del cocktail che la mattina dopo fa mal di testa) il trash c’è sempre, ma, magia, è diventato inconsapevole. Molto meno simpatico perché si prende sul serio. E come sempre trattandosi di pop culture, la musica è al primo posto. Gianna Nannini che mostra la pancia dalla copertina di un disco. Fa un servizio alla bimba? Fa un servizio all’arte? O celebra uno strano rito alla volontà di potenza? E Biagio Antonacci che si fa fotografare in prima su Vanity Fair, un coso muscoloso, depilato e marrone che ti osserva con aria fatale dall’edicola. Non sa di non essere serio, Biagio. E per sfuggire alla deriva di infinita tristezza provocata dalle incursioni del personale nel politico, dal trash inconsapevole, viene quasi voglia di rivalutare la cattiva Amy Winehouse, che alla ripresa dei suoi concerti ha rubato alcolici nell’hotel dove alloggiava. Non insegna che «è meglio amare che essere amati» (come la Nannini). È marcia, e sa di esserlo. E poi a differenza di Biagio sa cantare.

C’

The Sand Band

un esordio di qualità mano in musica rimeggiando con All Through The Night che è pieno di melodie (sabbiose) poco inglesi e molto americane. La pedal steel guitar, nei giri armonici di Set Me Free, dialoga con l’alternative country. E il resto lo fa il canto di McDonnell, scoprendosi addosso la voglia di Neil Young. To Be Where You Are, dinoccolata ballad, si perde nell’orizzonte di un’assolata prateria mentre Song That Sorrow Sings e Someday In The Sky non fanno che abbandonarsi alla dolcezza delle chitarre acustiche. Nel country che amoreggia col texmex, vezzo che fa di The Secret Chord un’autentica perla, c’è invece quel non so che di Calexico, gruppo dell’Arizona che la Sand Band avrà certamente ascoltato, nelle brume di Liverpool. E avrà ugualmente metabolizzato Daniel Lanois, a giudicare dai riverberi sonori

e dai passi sospesi di Open Your Wings/Interlude. E se Neil Young, di nuovo, riaffiora in The Gift & The Curse declinando folklore e gospel, Simon & Garfunkel e Leonard Cohen si spalleggiano a vicenda nell’atmosfera decisamente «western» di Burn This House/Hourglass. Il brano che dà il titolo al disco, viceversa, non prevede l’utilizzo della voce bensì un visionario/psichedelico flusso melodico che ricorda la colonna sonora del serial televisivo Twin Peaks, che Angelo Badalamenti elaborò vent’anni fa. Ma la voce (prima cantata, poi recitata) riaffiora nel pezzo di chiusura, il più lungo del disco, intitolato If This Is Where It Ends/Outro. Il folk, via via, evapora fino a cedere il passo all’essenzialità dell’ambient music. È l’ora del crepuscolo, a pochi rintocchi dai sogni. The Sand Band, per un bizzarro scherzo del destino, sono inglesi. Ma diranno addio a Liverpool, prima o poi. C’è da scommetterci. The Sand Band, All Through The Night, Deltasonic, 17,90 euro

Addio a Brian Rust, genio della discografia

l nome di Brian Rust probabilmente dirà poco o nulla a chi legge queste righe, ma per chi si occupa professionalmente di jazz è conosciuto e fortemente apprezzato. Chi è questo signore o meglio chi era? Infatti Rust è scomparso la notte fra il 5 e il 6 gennaio, durante il sonno, all’età di ottantotto anni nella sua casa di Londra. Ogni appassionato e studioso di jazz possiede almeno una edizione delle molte sue discografie. Infatti Rust è considerato il padre della moderna discografia in campo jazzistico. Nelle enciclopedie del jazz alla voce Discografia, si legge: «Elencazione cronologica e dettagliata delle registrazioni sia in studio che dal vivo, pubblicate o inedite, di complessi, orchestre e singoli musicisti». Una discografia pur necessaria nella musica accademica o commerciale, è spesso limitata a una schematica lista di titoli, esecutori e marche di dischi. Nel jazz invece, a cau-

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Robert e Sonia esponenti del cosiddetto Cubisco-Orfico, a cui si deve la prima diha assoluta necessità di queste informa- scografia nella storia del jazz - ha portazioni per una corretta analisi dell’opera to lo studio di questo importante settore di ogni singolo musicista. Rust è stato a livelli altamente professionali. Rust è riuscito a realizzare e pubblicare la sua immensa discografia generalista, che comprende tutto il jazz registrato dal 1897 alla comparsa sul mercato del compact disc, in un numero impressionante di volumi, recentemente pubblicati anche su cd. Oggi i discografi hanno però un altro problema da affrontare. Cosa fare con la musica registrata sugli iPod e le sue varianti iPod Duke Ellington in sala incisione nano, iPod shuffle, iPod touch? Non avendo numeri di cacolui il quale, prendendo le mosse da talogo è impossibile l’identificazione. suoi predecessori - soprattutto il france- Molti si chiedono se oltre a Brian Rust è se Charles Delaunay, figlio dei pittori anche la discografia a essere morta.

di Adriano Mazzoletti sa del valore di ogni singolo musicista che ha partecipato all’incisione, assume una particolare importanza. Per cui la discografia jazzistica trae valore dal maggior numero di informazioni in essa contenuta: luogo e data di incisione di un determinato disco, nomi e strumenti di tutti i musicisti che hanno preso parte alla seduta, nomi degli arrangiatori dei singoli brani, titoli delle composizioni musicali incise, ma anche quante volte, nella stessa seduta, è stato ripetuto lo stesso brano e quale di questi è stato pubblicato con l’indicazione del nome della casa discografica e del numero di catalogo del disco originale e delle successive ristampe. Perché il jazz a causa del suo carattere estemporaneo


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arti Mostre

ì, pare giusto tornare sull’infallibile mostra del Bronzino, a Firenze (di cui altri ha già parlato su liberal) non soltanto perché è indubbiamente una delle migliori e meritevoli in Italia, ma per pulirsi gli occhi e la mente e snausearsi dallo squallore d’un indegno testo dedicato (?) al pittore, fogliaccio che ci è capitato di trovare abbandonato in treno, su un numero di Vanity Fair, e firmato da un così-chiamato curator, di bazecole, che va naturalmente per la maggiore e che decenza vuole nemmeno sia nominato qui, perché lo si conosce (magari è pure cameratescamente simpatico) e dunque pietà vorrebbe che non fosse lui, ma un suo rivale, a firmare certe miserie annichilenti: per puro disegno di screditarlo. Quale l’assunto altamente sillogistico? (Visto che i confronti allegorici del predetto bazzicano sempre e soltanto tra il calcio, la cucina e l’ambito GF-Alfonso Signorini. Magari paragonando il sublime Adamo di Masaccio alla capocciata di Zidane, sic, letteralmente: si legga dal Partenone al Panettone, titolo che nemmeno Lino Banfi). Dunque (che lusso d’indagine!): Bronzino starebbe a Pontormo, come Corona a Lele Mora. Sì, una «mora» di decenza intanto ci vorrebbe, se non altro per rispetto allo studio dei veri curatori della mostra, Natali e Falciani, che avrebbero così lavorato, anni e anni di serietà, per giungere a questo sublime risultato: emetico-aritmetico. E poi, magari, almeno una corsetta umile di tre minuti, un po’menda torpedone giapponese, ci sarebbe voluta, per le sale di questa impressionante retrospettiva, per rendersi conto, di fronte all’ancora irrisolto problema delle «mani» di Pontormo o Bronzino, in disputa, per i tondi di Santa Felicita (finalmente a portata di sguardo) che l’indegnità delle battutine pezzenti, stile stadio, sul Bronzino, le mani infilzate sotto le coperte col ghiottone Pontormo, e altri giochi malandrini di tocchi promiscui, o altre pecorecce amenità,

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Archeologia

15 gennaio 2011 • pagina 15

Quanta vacuità tra Hirst e Bronzino di Marco Vallora grevemente omofobe, gettano un’ombra, assoluta, d’ignoranza storica, sulla tendenza omofila d’allora, velata di neoplatonismo e di reminiscenze socratiche (che poi vuol dire non aver mai sfiorato una figura come il Salviati, o letto il Diario di Pontormo, o una pagina qualsivoglia di storia medicea). E non lo si dice per moralismo bigotto. Perché se uno sfiorasse soltanto l’humour

bernesco di certi doppisensi, ben più feroci e spiritosi, ma alti però e non Pierino Vitali, dello stesso Bronzino-scrittore, o certe sue allusioni pittoriche a doppi-sensi venatori e sodomitici - ma là c’è, evviva, cultura! - capirebbe bene che certe tematiche si posson trattare, anzi, ma con il cachet dell’intelletto. E vederci solo parametri alla Chi, in tanta ricchezza di iconologia e scialo di sofisticherie miniaturistiche

e di risvolti pre-psicoanalitici, e pure di tentazione luterana, solo pochezza d’occhio rivela, ahimé. Allora si capisce anche perché lo stesso occhietto, warburghianamente perspicace, sia poi responsabile di quell’«evento epocale», «sfida esaltante e impegnativa», come la definisce con trepidante esaltazione il sindaco di città, in un testo di esilarante di pompierismo tribunizio, tra clangori di «imput storici» e «sfide amministrative» e genuflessioni all’Artista «che ha acconsentito a questo progetto e ci onora di aver scelto Firenze», semplicemente ficcando il suo teschio miliardario, tempestato di pseudo-swarosky, nel Palazzo Vecchio vasariano.Tra ululanti halali dell’assessore, che megafona in catalogo: «Il teschio è una bomba! Ordigno di platino e diamanti, strategicamente collocato nelle segrete di Palazzo Vecchio, per colpire al cuore le certezze della nostra quiete secolare e ci costringe a fare i conti con la mortalità al tempo di Facebook e del Viagra». Boom! Ma o’vvia, bischeri: nient’altro che una pacchiana vacuitas (più che una vanitas) di Damien Hirst, un teschio vero («con denti del Settecento!», fan eco i dispacci delle pizie delle public relations e c’è da chiedersi se sian ancora Louis XVI o già Impero) con su una ciuffietta sberluccicante, tipo Zara Lehander, di diamantini fitti: 1.106.18 carati, da allarmare le guardie giurate.Tutto lì. Caprinamente facendoti transitare per il celebre Studiolo alchemico del Granduca birichino (che l’assessore Giuliano da Empoli immagina star nelle «segrete»: però!) in modo da poter poi blaterare di alchimia,Wundercammern, etc. Persino il curatore, di fronte a questo evento così «leggendario», abbandona il campo-base, ahimé a lui così congeniale, della Critica Gastro-Sportiva e, via da Lele Mora, vola, mistico, verso Ray Bradbury, simulando un raccontino Sf, potenza della Sindrome di Hirst («Credo di essermi sentito come chi si è visto apparire i Profeti, ma questi pensieri mi vennero dopo»). Ci sia consentito scender da tanta astronave, e in prossima puntata, tornare tra la sanità terrestre del Bronzino.

Ashoka, il migliore sovrano del mondo occato dalla grazia divina, un re crudele si trasforma in santo. E fonda un impero governato da pace, tolleranza e bellezza. No, non è Costantino (274-337 d.C.), ma Ashoka il Grande (304-232 a.C.), anche se le carismatiche personalità dei due sovrani e la loro attività missionaria a favore del cristianesimo, il primo, e del buddhismo, il secondo, sono state messe più volte in relazione. Quella di Ashoka, tra i personaggi più mitizzati dell’Estremo Oriente, fu una conversione a tutti gli effetti. Che non mirava alla conquista del potere autocratico, ma al dominio del sé. I precetti di Ashoka sembrano contraddire gli ideali portanti di un impero: trasmissione di una morale di non-violenza, altruismo e tolleranza; solidarietà verso tutti i popoli e persino verso gli animali. Eppure, questi precetti apparentemente deboli riuscirono a mantenere saldo e ad ampliare il potere, senza l’uso della sopraffazione. Il suo regno comprendeva gran parte del continente sub-indiano, l’odierno Afghanistan, gran parte della Persia (oggi Iran), il Bengala (oggi diviso tra India e Bangladesh) e l’Assam (Stato dell’India nord-orientale). Gli scavi archeologici più importanti relativi alla storia dell’India antica riguardano proprio l’epoca di Ashoka e vennero condotti da missioni britanniche all’inizio del secolo scorso. Se il suo nome, oggi, è poco noto, la sua influenza come traghettatore di culture religiose, però, è ancora viva. Una delle migliori edizioni degli Editti di

T

di Rossella Fabiani Ashoka è quella Adelphi, con introduzione di Giovanni Pugliese Carratelli. Da leggere anche Khyber Pass, di Paddy Docherty (Il Saggiatore). Il principe iniziò la sua carriera politica come governatore di Taxila, nell’attuale Pakistan, e in tutta la prima fase del suo regno applicò una politica aggressiva e brutale, impegnandosi in innumerevoli battaglie con cui annesse gran parte del continente sub-indiano. Alcune fonti sostengono che per salire al trono, Ashoka abbia assassinato sei dei suoi fratelli, probabilmente perché lo precedevano nell’ordine dinastico. Si narrano orrori spaventosi: 500 donne dell’harem arse vive soltanto perché avevano confessato la sua bruttezza; o la creazione di un vero e proprio inferno sulla terra, un giardino nascosto da un alto muro che doveva intrappolare i curiosi. Il passaggio dall’orrore alla luce divina avviene subito dopo la sanguinosa guerra di Kalinda, nell’odierna Orissa, scoppiata intorno al 264 a.C. e che costò 150 mila deportati e oltre 100 mila morti. Secondo alcune leggende buddhiste, il giovane imperatore sentì il dramma delle sue colpe camminando tra i cadaveri il giorno seguente la vittoria. L’illuminazione avvenne tra i morti, il sangue e la distruzione. L’editto che ne scaturì, un prezioso documento epigrafico a cui il sovrano affidò la propria missione legislatrice, viene definito dallo studioso Ainslie Ebree «un document

umain, un’ora stellare dell’umanità». Oltre a essere fra i più commoventi della storia universale, questo testo sancisce la conversione al buddismo dell’imperatore. Ashoka si rese conto che il vero dominio doveva riguardare prima di tutto il proprio sé. Così Particolare della Ruota dichiarò di intraprendella legge che simboleggia dere ufficialmente un la dottrina buddista iter spirituale; ma senza basarsi su prescrizioni, ordini, imposizioni e decreti che perdono di consistenza se non sono supportati da valori in cui vengano coinvolti tutti gli esseri umani, quindi anche i potenti. Dal momento della conversione, l’impero di Ashoka si tradusse in un’annessione senza fine di popoli che si riconoscevano nella pacifica dottrina del sovrano e nella vittoria della legge morale che è dentro di noi (di kantiana memoria). Il regno si creò dunque sull’adesione culturale prima ancora che politica, un po’come avvenne in Cina con il primo imperatore Qin Shihuang (260-210 a.C.). Ma questa è un’altra storia.


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il paginone

Con la sua fatica storiografica, “Le Vite dei più eccellenti pittori, scultori e architettori”, intese sconfiggere l'oblio che divora la memoria degli artisti. Ma l'ordito narrativo dell'opera di Giorgio Vasari, di cui ricorre quest'anno il quinto centenario della nascita, si intreccia con altri temi di grande suggestione. Come quello sulle tecniche e i materiali di cui svela tutti i segreti… Con folgorante eloquenza di Claudia Conforti l 30 luglio 2011 ricorre il quinto centenario della nascita di Giorgio Vasari: il celebre pittore, architetto e storiografo nato ad Arezzo da una famiglia di mercanti e artigiani, che seppe affermarsi nelle più brillanti corti dell’Italia cinquecentesca, quali furono Roma e Firenze, e che fu universalmente conosciuto per la sua azione di storico dell’arte rinascimentale dedicata alle Vite degli artisti.

I

La prima edizione dell’opera data al 1550, ed è intitolata Le Vite de’ più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani, da Cimabue insino a’ tempi nostri; essa è nota come Torrentina dal nome dello stampatore ducale

da i fili della sua attività quarantennale, integrando le note autobiografiche già disseminate lungo tutta la narrazione delle altrui vite. Per cogliere il significato delle Vite non si deve dimenticare che esse non si esauriscono nella dimensione storica o encomiastica del genio fiorentino e toscano, ma sono anche un trattato precettistico, di comportamento (non diversamente dal contemporaneo Galateo), indirizzato soprattutto agli artisti, per i quali si tratteggiano (e si auspicano) forme nuove dei rapporti sociali e delle regole professionali. L’artista nuovo che emerge in controluce nelle pagine vasariane è un po’ cortigiano e un po’ confidente del

ne delle Vite vasariane l’imperativo della memoria si intreccia e si confonde con il tema delle origini. Vasari dichiara gli obbiettivi e le strategie della sua fatica storiografica: sconfiggere l’oblio, che divora la memoria degli artisti «…per difenderli (gli artisti) il più che io posso da questa seconda morte (l’oblio), e mantenerli più lungamente che sia possibile nelle memorie de’ vivi». L’attenzione alle origini è tutt’altro che innocente nella strategia storiografica vasariana: se ne comprendono a pieno il movente ideologico e la strumentalità politica quando Vasari asserisce il primato di Firenze e della Toscana, matrici del travolgente empito che, rinno-

La più dura è l’esotico porfido, la più malleabile si cava sulla riva sinistra dell’Arno. Nelle sue descrizioni, linguaggio e figure si coniugano magistralmente, raggiungendo vertici di rutilante invenzione di Firenze Lorenzo Torrentino. Suddiviso in tre parti, lo scritto colloca Firenze al centro e al vertice dell’evoluzione delle arti che, iniziata con Giotto, culmina con Michelangelo Buonarroti (1475-1564), solo artista vivente di cui Vasari traccia in questa edizione la biografia. Nel 1568, all’apice di una folgorante carriera artistica e cortigiana presso il duca Cosimo I de’ Medici, dopo un viaggio (1566) di aggiornamento, Vasari licenzia la stampa di una nuova edizione intitolata Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architettori. Denominata Giuntina dai Giunti, eredi dello stampatore ducale Bernardo, l’opera, oltre a essere corredata dai ritratti a stampa degli artisti, annovera anche biografie di viventi, che sono concluse dalla Descrizione delle opere di Giorgio Vasari, pittore e architetto aretino, ovvero dall’autobiografia. In essa l’autore riannoanno IV - numero 2 - pagina VIII

principe, il che non impedisce che sia un subalterno e, all’occorrenza, un burocrate. In definitiva: è un gentiluomo che «vive civilmente e come uomo onorato»: possiede un’abitazione dignitosa; veste con eleganza e conversa con signorilità; rifugge dalle beffe plebee e dalle baie mordaci. Grazioso e piacevole nei costumi, si trova a proprio agio ovunque, al contrario di «chi è strano, (che) pa-

Un terzo tema si intreccia nell’ordito narrativo delle Vite: ed è quello delle tecniche e dei materiali, ai quali l’autore allude, significativamente, come ai «segreti» delle arti. Segreti a cui l’aretino consacra per intero il

re in ciascun luogo straniero», come recita Il Galateo (1558) del contemporaneo fiorentino, Giovanni della Casa (15031556). È noto che nella redazio-

Proemio delle Vite e che da quel momento, come è ovvio, non avranno più nulla di segreto! Le pietre sono loquaci: spetta all’artista renderle eloquenti. La pre-

vando la lingua, la filosofia, la scienza e l’arte, ha donato al mondo una civiltà in grado di competere con le più splendide culture del passato.

Le parole messa è utile per tracciare un percorso di lettura tra le pagine della prima parte del Proemio delle Vite degli artisti (1550, 1568) di Giorgio Vasari consacrata all’architettura. La meticolosa descrizione dei materiali e delle tecniche che Vasari profonde nel Proemio è funzionale alla trasmissione di un bagaglio formalizzato di conoscenze professionali, il cui apprendimento può affrancare gli artisti dai lunghi apprendistati di bottega, lascito di una tradizione artigiana e manuale, che Vasari ritiene anacronistica. L’architettura, la più materiale e pratica delle arti, ma anche la più astratta sotto il profilo delle forme, è

concretizzata dalle pietre: naturali, come i marmi e artificiali, come i laterizi, che, «durissime e forti», conseguono «quella graziata bellezza» spettante all’architettura. Alle pietre pertanto Vasari dedica un’estesa trattazione: preludendo la scala di Mohs, che cataloga le pietre sulla base della loro durezza,Vasari inizia dalla più dura delle pietre e termina con la più malleabile. Lumeggiando nella durezza il carattere distintivo della sequenza, egli enumera ben 16 tra pietre e gruppi di pietre, a partire dall’esotico porfido, la più dura e nobile, per concludere con la domestica pietra forte, il calcare arenaceo che si cava sulla riva sinistra dell’Arno.

Per ogni pietra Vasari delinea dapprima la descrizione cromatica e di grana, poi i luoghi di provenienza, quindi gli stru-


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A sinistra, un ritratto di Vasari; accanto, un suo tavolo di pietre dure, il marmo serpentino e il diaspro, un particolare della Biblioteca laurenziana, dove domina la pietra serena; sotto, due opere di Vasari; in basso, l’artista come appare nell’edizione delle “Vite” del 1558 e il frontespizio della stessa edizione. Nella pagina a fianco: particolare michelangiolesco e la moglie Cosima in un affresco dell’artista

e delle pietre menti di lavorazione e, infine, i casi più celebri e più riusciti di impiego. In queste descrizioni è la tavolozza del pittore a suggerire la sfavillante scelta lessicale che, non raramente, si configura come rutilante invenzione. In questo acrobatico esercizio ecfrastico, Vasari dà la misura del suo mirabile talento, tramutando la «naturale» loquacità delle pietre nell’eloquenza dell’arte.

Passiamo rapidamente in rassegna le descrizioni in cui Vasari coniuga magistralmente parole e figure: anticipando con la parola il misterioso gesto con cui l’artista muterà la pietra da materia bruta a opera d’arte, lo storiografo dispiega una fantasmagorico vocabolario cromatico e visivo. Il porfido «è una pietra rossa con minutissimi schizzi bianchi»; il

serpentino «è pietra di color verde, scuretta alquanto, con alcune crocette dentro giallette e lunghe per tutta la pietra»; il cipollaccio «è di color verde acerbo e gialletto, ed ha dentro alcune macchie nere quadre, picciole e grandi, e così bianche, alquanto grossette»; i mischi sono così detti dalla «mescolanza di diverse pietre congelate insieme…» e «se ne trova di tanti colori». Se quello delle cave di San Giusto di Monterantoli (con cui Vasari ha modellato i camini e le cornici delle porte di palazzo Vecchio a Firenze) «trae in colore di paonazzo rossigno, macchiato di vene bianche e giallicce», quello «ch’è nei monti di Verona… è rossiccio e tira in color ceciato». Il granito si presenta in molte varianti, da quella «ruvida e picchiata di neri e bianchi e talvolta di rossi» a quella bi-

gia che «trae più in verdiccio i neri ed i picchiati bianchi».Vi è poi la «pietra nera detta paragone, la quale ha questo nome perché, volendo saggiar l’oro, s’arruota su quella pietra e si conosce il colore, e per questo paragonandovi su vien detto paragone. Di questa è un’altra specie di grana e di un altro colore, perché non ha il nero morato affatto e non è gentile», ma è assimilabile al nero di Prato che, se ben lavorato, è «così lustrante, che pare un raso di seta e non un sasso intagliato e lavorato».

Se per le numerose varietà di marmi apuani Vasari esibisce una sequenza scintillante di aggettivi, capaci di suscitarne visivamente allo stesso tempo la natura e l’aspetto (i cipollini, i saligni, i campanini, o anche i «bianchissimi e lattati» perfetti per le figure, quelli che hanno «in sé saldezze maggiori e più pastose e morbide»), al travertino, anzi al «trevertino», che si cava dal «Teverone a Tigoli», egli riserva efficaci figurazioni, a cominciare da quella con cui ne illustra la consistenza e l’aspetto, attraverso l’evocazione del processo genetico. Il travertino «…è tutta specie di congelazione d’acque e di terra, che per la crudezza e freddezza sua non solo congela e petrifica la terra, ma i ceppi, i rami e le fronde degli alberi. E per l’acqua che riman dentro non si potendo finire di asciugare quando elle son sotto l’acqua, vi rimangono i pori della pietra cavati, che pare spugnosa e buccheraticcia egualmente di dentro e di fuori». La consuetudine, antica e moderna, di mettere in opera il travertino «non finito» e assettato «rusticamente» è fatta risalire da Vasari al temperamento di questa pietra: tanto nobile e fiera da avere «in sé una certa grandezza e superbia» da mettere in sottordine la lavorazione! Mi si consenta un ultimo esempio della facondia

di Vasari che tramuta in folgorante eloquenza la naturale loquacità delle pietre: asserendo che la pietra d’Istria è «bianca livida», immerge di colpo il lettore nelle spettrali notti dell’inverno veneziano. Né può figurare con maggiore efficacia la lucente architettura di Michelangelo nella basilica fiorentina di San Lorenzo, se non evocandone la «pietra azzurigna, che si dimanda oggi la pietra del Fossato… gentile di grana… che d’argento non resterebbe sì bella». Si riferisce evidentemente a una pregiata variante della pietra serena, che si cavava nella valle della Mensola, presso Fiesole. Il funambolico dispiegamento lessicale che impalca il capitolo sulle pietre testimonia la consapevolezza di Vasari che le pietre sono efficaci veicoli di metafore, capaci di esercitare una funzione psicologica, culturale, politica, votiva e perfino terapeutica. A quest’ultimo aspetto si riferisce un episodio autobiografico riferito nella vita del pittore cortonese Luca Signorelli, che offre l’opportunità di entrare ancora di più nel merito della premessa sulla dialettica tra materia e arte, tra loquacità ed eloquenza. L’anziano Signorelli, per motivi di lavoro si reca ad Arezzo, dove è ospite in casa Vasari, a cui lo legano vincoli parentali. Informato dei violenti episodi di epistassi che lasciavano come tramortito il piccolo Giorgio, del quale aveva apprezzato la precoce inclinazione al disegno, Signorelli gli «pose di sua mano un diaspro al collo con infinita amorevolezza».

Il gesto dell’artista vegliardo è evocato da Vasari con la solennità di un rito biblico: la pietra taumaturgica, posta al collo del fanciullo, ne presagisce non solo la pronta guarigione ma anche il luminoso futuro di artista. L’associazione del diaspro al sangue ricorre nella narra-

Vasari era consapevole che marmi e rocce erano efficaci veicoli di metafore, anche taumaturgiche. Come quel diaspro che Luca Signorelli pose al suo collo di fanciullo malato, presagio di guarigione e di successo zione di Vasari e precisamente nella vita dell’intagliatore di pietre dure veronese Matteo del Nassaro, dove è di scena la flagranza del passaggio dalla loquacità della pietra all’eloquenza dell’arte: «…dunque … venuto (a Matteo) un bel pezzo di diaspro alle mani, verde e macchiato di/ gocciole rosse, come sono i buoni, v’intagliò dentro un Deposto di/ croce con tanta diligenza che fece venire le piaghe in quelle parti/ del diaspro che erano macchiate di sangue: il che fece essere quell’opera rarissima…».


Narrativa

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Rebecca Hunt IL CANE NERO Ponte alle Grazie, 250 pagine, 16,00 euro

orprendente. Anzi, spiazzante. Il romanzo d’esordio dell’inglese Rebecca Hunt (pittrice, trentenne) ha come protagonista un cane. Nero, massiccio, «d’aspetto selvaggio e colossale». Parla, infastidisce, insegue senza tregua. È «un cabarettista leggermente screditato» che parla quasi sempre per enigmi per il fatto, come dice, che «l’enigma rimane in testa». Il cane nero: questa è la definizione che Winston Churchill dava della sua depressione, e tutti sapevano che quella bête noir gli stava accanto spesso, sia in pubblico sia in privato. Black Pat - così l’autrice lo chiama - si presenta come inquilino pagante nell’appartamento di Esther, impiegata della Biblioteca del Parlamento britannico. Esther non sta affatto bene, è vedova di un uomo che si è tolto la vita. Perché sei qui? Ma che lavoro fai? La bestia, goffa, bavosa, sporca, maliziosamente conturbante, risponde che questo è il suo lavoro. Cioè? «Non faccio del male in senso fisico. Deprimo le persone». Il cane è anche accanto all’ex premier inglese, ottantanove anni, alla vigilia del suo congedo dalla Camera dei deputati. Black Pat non molla mai la presa, con la quale instaura una sorta di «unione depravata». Con Churchill gli risulta facile il lavoro: il leone d’Inghilterra sa bene che la depressione-bestia ha azzannato il suo albero genealogico, a cominciare dal padre fino alla figlia Diana, che si è tolta la vita. Il cane è in agguato, infastidisce, promette di non togliere mai il disturbo, dialoga, schiamazza, ride con sarcasmo, è capace di radiografare pensieri ed emozioni, sbeffeggia con arguzia. È una presenza che prosciuga. Lui è lì, accanto alle persone che sono nate con

S

libri

Corpo a corpo con

Black Pat

Dedicato alla bestia nera della depressione che afflisse Churchill ed Esther, protagonista del romanzo d’esordio di Rebecca Hunt

Riletture

di Pier Mario Fasanotti

«un difetto nel progetto». Persone che possono scegliere, ma con una fatica immensa. Lui lo sa e ne approfitta. L’autrice narra i giorni - estate del 1964 - in cui il cane «con la bocca a forma di bara» tallona sia Churchill sia Esther, infiltrandosi nella loro esistenza, diurna e notturna, nella loro casa, permettendosi con sadico divertimento di esprimere giudizi su tante persone, soprattutto su quelle che potrebbero ostacolare la sua lugubre missione. Rebecca Hunt procede con una scrittura sobria ed elegante, sa cogliere appieno le sfaccettature del male intimo («la discesa»). Anche se Churchill sa bene che la vita è una prateria dove qua e là ci sono caverne da evitare, anche se Esther sa che la lava vulcanica che ti può travolgere è quella che ti si para immobile davanti, Black Pat azzanna tristezze, rimpianti, nostalgie, insicurezze, li riduce a ossa da mangiucchiare e leccare per suo sozzo divertimento. Il cagnone capace di alzarsi sulle zampe e parere quasi uomo è anche commovente, un dannato da se stesso (o dal caso). Questa è un’imboscata, lo rimprovera Esther un giorno. No, ribatte lui, «è un’affinità: il magnete che mi trattiene qui è lo stesso che mi ha portato qui. Siamo uniti dalla stessa orbita e io sono tutto tuo… è l’affinità che ci incatena». Churchill lotta fino alla fine, aiutato dalla moglie che, pur non rivelandolo mai, è da sempre a conoscenza del cane nero che minaccia il celebre marito. È battaglia tra il politico e la bestia, sarà un faticoso braccio di ferro tra Esther e la depressione con fauci e coda, incarnazione del male del nostro secolo. Churchill e la bibliotecaria s’incontreranno. E intuiranno la comune affinità con l’oppressore peloso. In mezzo a battute frizzanti e a confessioni appena accennate.

Le altezze di Pergolesi nella scrittura di Marta Morazzoni i riavvicino all’ultima prova narrativa di Marta Morazzoni La nota segreta (Longanesi). Ma prima voglio riflettere ancora su due opere precedenti della scrittrice: del ’96 L’estuario (precedendo di un anno un romanzo di grande e meritato successo come Il caso Courrier, premio Campiello), opera di grande fascino, certamente apprezzata al di sotto del suo vero valore e La città del desiderio, Amsterdam del 2006, apparentemente una guida e in sostanza un libro di grande felicità ed emozioni con colori vivacissimi e sotto la protezione - come fu già per La ragazza col turbante - di Vermeer. Ed eccoci a La nota segreta. Una giovanissima e bella nobile milanese Paola Pietra (l’opera poggia su cose realmente accadute, anche se incantevolmente reinventate dalla Morazzoni) entra in convento a Santa Redegonda, per forza, senza alcuna vocazione e con grande tedio della vita. Ma si scoprirà che possiede una splendida voce per il canto. Se ne accorge la maestra del coro, suor Rosalba, e le fa fare delle prove. Si canterà lo Stabat Mater di Pergolesi. Le pagine sul canto e sulla voce di Paola si fanno sempre più toccanti, messe in

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di Leone Piccioni movimento dalla sua voce in un incanto musicale indescrivibile. Proverò a dire che ascoltando musica - e questa musica! - nasce dentro di noi un silenzio incantato, una totale sosta di pensiero, un urgere totale della commozione, della gioia, del dolore, dell’amore sentiti in tutto il nostro essere, in tutto il nostro circolo del sangue. Ebbene: la lettura di queste pagine della Morazzoni riesce a riproporti la stessa emozione e la stessa sorpresa dell’ascolto. Parlo di tutta la prima parte del libro, di tutto il primo capitolo. Forse la Morazzoni nelle sue opere non era mai giunta a una simile altezza. Molto ti prende poi la trama del racconto: un giovane diplomatico inglese si innamora di Paola solo a vederla e a sentirla cantare. Con l’aiuto di suor Rosalba, Paola riesce a fuggire dal convento e si mette poco dopo in viaggio con il suo cavaliere, con una sosta a Venezia, dove conviene anche a noi almeno per un attimo sostare: Paola canterà per il Doge e nel canto si rinnovano le suggestioni. È presente il diplomatico inglese: «Stava in disparte incerto di come dovesse sentirsi. Tra

Lo Stabat mater, “La nota segreta”, ma anche “L’estuario” e Amsterdam nel segno di Vermeer

orgoglio, emozione, un rimescolamento di memorie che lo collocava nella navata scura di Santa Redegonda, lui tra i tanti ad ascoltare le voci tra cui cercare la sua e riconoscerla come il tocco di una mano al buio. E di nuovo, piccola e giuzzante là dove non c’era luce la gelosia». Ricomincia il viaggio e con il viaggio l’avventura, in un genere forse nuovo per la Morazzoni ma egualmente positivo nella resa letteraria. Dirà la scrittrice che questa volta scrivendo di avventure si è anche molto «divertita». Ci saranno anche gli assalti dei pirati contro la nave che trasporta Paola lontano e molte altre vicende strettamente legate fino alla positiva conclusione. Nello sviluppo dell’avventura della protagonista, convive una grande qualità di approfondimento psicologico da parte della scrittrice: i mutamenti di Paola sono seguiti momento per momento nel loro sviluppo: suora senza vocazione, pronta alla fuga, decisa ad accettare un amore non ancora maturatosi, adattamento via via alle diverse vicende drammatiche, poi il vero innamoramento, la fermezza del carattere e delle decisioni - ecco i vari mutamenti psicologicamente movimentati nella protagonista. A contrasto, invece, il carattere immutabile del giovane diplomatico.


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poesia

15 gennaio 2011 • pagina 19

La voce dimessa della nuova Italia

PER UNA CRESTAIA

di Francesco Napoli oeta il padre, poeta lui stesso e poi anche il figlio: nella famiglia Betteloni di Verona la tradizione si tramanda di generazione in generazione. Cesare, prima, Vittorio poi (Verona, 1840-1910) e infine il terzo della genìa, Gianfranco. E dei tre proprio Vittorio appare dotato della cifra più originale, o almeno colui che ha lasciato il maggior segno. Il suo apparire sulla scena della nostrana poesia avviene contemporaneamente all’Unità. L’Italia era fatta, certo, e mancava ancora di fare gli italiani, secondo quel famoso e forse ancora attuale motto di Camillo Benso conte di Cavour; e molto ancora c’era da fare in letteratura, che si dibatteva tra romanticismo e propaggini di classicismo ormai spento. La poesia e la letteratura della nuova Italia stavano definendo una propria autonoma e originale fisionomia e l’opera poetica di Vittorio Betteloni rappresentò forse uno dei frutti allora più originali, almeno nelle prime prove.

P

Alla tragica scomparsa del padre suicida, a soli 18 anni fu affidato, per lascito testamentario, alla tutela di Aleardo Aleardi, amico del padre ma poeticamente lontano dal figlio.Voleva partecipare alla spedizione garibaldina dei Mille ma ne fu trattenuto dal timore di avere una grave malattia. Così studiò prima a Torino e poi a Pisa, dove si laureò in Legge e dove mise insieme nel 1862 la prima raccolta, il Canzoniere di vent’anni. Sposatosi nel 1872, nel 1875 conosce Giosuè Carducci e stringe un’amicizia destinata a durare tutta la vita. È il grande poeta toscano a incoraggiarlo nella sua attività («Il Betteloni fu, come accennai, il primo in Italia a uscire dal romanticismo, pur componendo in lirica il romanzo di un giovane dai venti ai vent’otto anni»), fino a elogiarlo nella prefazione ai Nuovi versi (1880) in cui il non allineato carducciano Vittorio riceveva il gradito e soffocante riconoscimento del maestro, che aveva individuato nella sua poesia d’amore il superamento del sentimentalismo. Qualche anno prima, nel 1876, gli era nato il figlio Gianfranco, modesto poeta ma soprattutto colui che ha cercato di conservare e tramandare l’opera paterna, e vive nella sua Verona, con qualche sporadico contatto con la Milano scapigliata, dove insegna letteratura italiana al Reale Collegio degli Angeli, collabora ai quotidiani locali L’Adige e L’Arena. Morirà nel 1910 nella villa che porta il suo nome, proprietà famigliare dal lontano 1665, nella frazione veronese di Castelrotto.

il club di calliope

Nei primi decenni dell’Unità, dunque, appare nella poesia italiana un cauto realismo che non taglia i ponti con la tradizione classica ma rifiuta tanto l’enfasi risorgimentale che certo patetismo romantico. I versi di Vittorio Betteloni, volutamente prosastici in modo da aderire alla dimensione dimessa dei piccoli casi quotidiani, hanno un andamento narrativo ora rappresentando liete rievocazioni di amori giovanili, ora ripiegandosi in un controllato intimismo. I toni smorzati della sua poesia, percorsa da venature ironiche, sembrano in parte precorrere anche l’ormai incipiente crepuscolarismo. Poeta decisamente antiromantico, dotato di una naturale vocazione al realismo, spoglio di ogni aspirazione metafisica, Vittorio Betteloni può essere considerato «il caso poetico più nuovo nella seconda metà del secolo» (Luigi Baldacci): influenzato, come tanti allora, da Heinrich Heine, le cui liriche venivano ampiamente tradotte sulla stampa periodica del tempo, e dalla poesia inglese contemporanea (tradusse il Don Giovanni di Byron), nei primi versi descrive senza indulgenze verso il formalismo romantico e con un originale gusto prosastico e realistico, la sua esperienza sentimentale: «E fu in piazza di Santa Caterina/ Ch’io d’amor le parlai la prima volta,/ Era l’ora che il sole ormai declina,/ Ora dolce e raccolta». Accanto a un realismo che poteva perfino avere il sapore della goliardia, c’era anche una più o meno chiara intenzione polemica antiborghese: anche qui il lievito poteva essere Heine, ma in maniera decisamente più esplicita e diretta di quanto non fosse stato per Carducci, ad esempio, il poeta-faro di quegli anni. E proprio questo suo versificare che andava ormai decisamente verso il realismo fu oggetto di non pochi attacchi. Ci pensarono alcuni carducciani di ferro ad attaccarlo, tra tutti Giovanni Marradi (18521922) che scrisse: «L’arte del verso non si può abbassare alle umiltà della prosa senza cadere nel volgare». Al pari, Attilio Momigliano a proposito del Betteloni arrivò a dire che «egli scivolò nella poesia alla carlona, veramente prosastica».

Allontanatosi dal gusto romantico e dal classicismo arcadico, Betteloni aveva ormai imboccato con indipendenza critica la strada del naturalismo e del «vero», cercando a suo modo, con limiti certo ma anche con coraggio, di sperimentare una lirica estranea ai condizionamenti retorici. Betteloni affidò la sua dichiarazione di poetica ad alcuni versi: «Mai

I Io rammento benissimo, c'ora non fan sei mesi e m'eran gli occhi, i ceruli occhi tuoi pur cortesi, anco mi sorridevi, tosto che mi vedevi. Ora invece allo scorgermi volgi altrove la testa o pigli una cert'aria d'indifferenza onesta, con che mi fai capire che è tempo di finire. Questo tutto significa c'or non mi vuoi più bene; non c'è che dire, in simili casi gli è quel che avviene; ma il dispiacere mio solo intender poss'io. Vittorio Betteloni da Poesie edite ed inedite

non s’usò in Italia/ Scriver come si parla,/ Mai non s’ebbe il coraggio/ Di scrivere il linguaggio/ Di chi intrattieni o ciarla/ O si spiega a’ suoi simili»; e ancora, in un esplicito invito ai suoi colleghi, Betteloni cantava: «Lasciam l’arti fittizie,/ Linguaggio sia lo scritto;/ Ci sia l’uomo e il suo core,/ Scompaia lo scrittore,/ E questi avrà diritto/ Che i suoi libri si leggano» (Conclusione). E nel frammento finale A se stesso, datato luglio 1910, c’è la leggerezza tenue e ironica di tutta la sua vita: «Ho compiuti settant’anni,/ e son qui pien di malanni/ che mi tocca sopportar/ con la gran filosofia/ di chi altro non può far./ Con la gran filosofia/ di chi aspetta d’andar via / per più indietro non tornar./ Disperarsi è tempo perso,/ di restare non c’è verso:/ devo andare all’ora mia:/ dunque andiamo, e così sia».

NEL SEGNO DEL DOLORE in libreria

IL VUOTO DI VETRO Un palazzo dai muri Di vento

di Loretto Rafanelli

Un palazzo le cui torri Si infiammano alla luce del sole Un palazzo d’opale Nel cuore dello zenit L’uccello fatto d’aria pallida Là vola veloce Lascia una traccia bianca Nello spazio nero Il suo volo disegna un segno Che significa assenza Roger Gilbert-Lecomte (Da Il figlio dell’osso parla, Edizioni L’obliquo)

ulla sappiamo di Enza Silvestrini, se non il tanto che dice in questo esile, sofferto, libretto di poesie (Partenze, Manni editore). Sono versi che escono da un fronte ospedaliero, dove prima c’è stato il passaggio del padre, poi di lei stessa. Passaggi che sono partenze verso un dolore profondo, immersa come è in «piaghe purulente/ che non rimarginano/ mai gli arti/ il sangue le ferite/ del lezzo d’ospedale/ che è attaccato addosso». Un dettato incalzante che abolisce anche i segni di interpunzione per l’esigenza impetuosa di far

N

uscire il tutto che la opprime. Pare quasi che la Silvestrini sia mossa da un’istanza primaria, decisiva, vitale: ne nasce un’opera prima che si presenta come la profondità di una ferita ancora viva, più che un tentativo letterario. C’è nei suoi versi un serrato confronto con la morte: quella del padre, che ella sente come una paralisi perenne, e che ricorda allorché «sono io… che lasciò spegnere/ la sua candela/ quella notte/ che il tuo respiro/ diventò un rantolo/…/ nel buio»; quella da lei sfiorata, ma che sente ancora nella carne come una corsia della pena.


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di Enrica Rosso ranca Maria Norsa, in arteValeri, in onore a quel Paul Valéry di origini italiane, tanto in voga all’epoca del suo debutto. Franca Valeri dunque, 90 anni compiuti da poco e la sua speciale curiosità artistica pronta a carpire dall’osservazione del quotidiano e tradurre con la sua ironia istintiva e caustica, elegante e sobria. Ha debuttato poche sere fa in prima nazionale al TeatroValle di Roma con Non tutto è risolto con cui resterà in scena fino al 23 gennaio. Affidandosi ancora una volta alla regia di Giuseppe Marini e scegliendosi come compagni di avventura Urbano Barberini, con cui ha costruito negli anni una collaborazione consolidata, Licia Maglietta e Gabriella Franchini. Propone un testo di cui oltre che interprete è autrice e di cui si e «egoisticamente aggiudicata la protagonista» per ripercorrere, a modo suo ovviamente quindi in totale libertà, le vicissitudini di una signora di una certa età. Una sorta di catalogo di piccole avventure di tutti i giorni in cui le note autobiografiche si affacciano al racconto non senza una sfumatura di malinconia a rendere conto di un’esistenza ricca e prolifica, ma avverte: «Non è un testo sulla vecchiaia è la protagonista a essere vecchia». Artista di grande generosità, quest’anno compirà 60 anni di carriera: per festeggiare ha presentato, sempre al Teatro Valle in apertura della monografia di scena a lei dedicata, un’autobiografia edita da Einaudi Bugiarda. No reticente che già nel titolo contiene perfettamente la personalità dell’autrice. A seguire dal 25 al 28 gennaio torna l’irresistibile Vedova Socrate. Liberamente ispirato a La morte di Socrate di Friedrich Dürrenmatt è firmato dalla stessa Valeri che traccia una Santippe niente affatto impressionata dalla fama del consorte che fa rivivere mettendo in luce gli aspetti - suoi e del suo gruppo di amici: Platone, Aristofane, Alcibiade - di una convivenza slabbrata e per nulla eccitante. Un punto di vista desueto e pragmaticamente femminile di efferata comicità, non a caso vincitore del Premio Eti Olimpici

F

Televisione

Teatro

MobyDICK

spettacoli DVD

Franca Valeri a tutto tondo

LOUIS KHAN, ARCHISTAR E PADRE DISTANTE n figlio negletto travolto da un padre ingombrante. Geniale, ammirato, famoso ma capace di opporre una gelida distanza a chi avrebbe dovuto sentire più vicino di ogni altri. È questa la forza narrativa di My architect, documentario che indaga l’esistenza di Louis Kahn, uno dei maestri dell’architettura contemporanea. Protagonista della commovente detection paterna è Nathaniel, figlio illegittimo dell’archistar, che insegue una conciliazione impossibile con i frammenti del proprio passato. Lontana dai clangori celebrativi, un’opera scossa da refoli di forte autenticità.

U

CONCERTI

PER I TIROMANCINO RITORNO ALL’ESSENZIALE © foto Federico Riva 2003 per il miglior monologo. Il 29, serata in onore dell’altra grande passione della Valeri: Avrei voluto essere una mezzosoprano, un appuntamento musicale dedicato all’opera lirica in cui Jacopo Pellegrini dialogherà con la Valeri tra un’aria e un duetto eseguiti dal vivo dai vincitori del Concorso Battistini nato dall’energia della stessa Valeri e dal suo compagno, il direttore d’orchestra Maurizio Rinaldi. Il 30 a conclusione della monografia, una serata-incontro per indagare il rapporto di Madame con la macchina da presa. L’appuntamento è alle ore 20 con Io e il cinema, una ben strana coppia per ripercorrere insieme a lei le fasi salienti dell’esperienza cinematografica e per assistere alle ore 20,45 alla proiezione della pellicola

Parigi, o cara diretta nel 1962 dal suo compagno storico Vittorio Caprioli. Inoltre, a riprova del fatto che la Signora non solo va di moda, ma è ormai considerata un classico, fino a domani, sempre a Roma, L’importanza di far la Franca, il suo testo contenitore viene proposto al teatro Orologio per la regia di Norma Martelli. Sarà Paila Pavese a dar vita ai suoi ritratti di signore della porta accanto mai banali. Una possibilità in più per trascorrere una serata in compagnia della Sora Cecioni, la madre possessiva, la benefattrice disumana, la cassiera chiacchierona…

Franca Valeri, Monografie di scena, Teatro Valle fino al 30 gennaio, info: www.teatrovalle.it - tel.06 68803794

tre mesi dall’uscita di L’essenziale, i nuovi Tiromancino capitanati da Federico Zampaglione proseguono il product replacement del proprio marchio all’insegna dell’intimismo. Accantonati per ora i precedenti assalti alla frontiera di massa, la band romana riparte perciò dal teatro con un tour teatrale in partenza il 3 febbraio da Catania. In scaletta, oltre ai brani dell’undicesimo album, alcuni atout come Per me è importante e La descrizione di un attimo. A corredo della svolta elitaria, lo spettacolo si gioverà inoltre delle videoinstallazioni di Dario Albertini, artista che ha firmato la regia degli ultimi video del combo.

A

di Francesco Lo Dico

Nero, colto, acutissimo... Benvenuto detective Luther bravi gli inglesi della Bbc. La nuova serie poliziesca Luther (Fox Crime, giovedì, prima serata), bene interpretata dall’attore Idris Ebla, convince appieno. Nulla da invidiare agli americani, anzi. Siamo nell’odierna Londra, ricca di novità architettoniche e urbanistiche. L’ispettore capo John Luther è appena reintegrato dopo una sospensione dal servizio attivo in quanto sospettato di non aver impedito - il che è vero - la caduta nel vuoto di un pluriomicida di ragazzine. Luther, alto, massiccio, di colore, lontano dalla flemma britannica (che oggi appare, anche in tv, un po’ caricaturale), acutissimo detective, esperto in analisi comportamentale (chi non lo è, ora, nei serial polizieschi?), si trova catapultato in un nuovo caso: il duplice omicidio dei coniugi Morgan (anche il cane è stato raggiunto dai proiettili) in una tranquilla villetta nella campagna

E

very british. A chiamare la polizia è la figlia, una sconvolta Alice che successivamente, nella stanza degli interrogatori, si mostrerà per quel che è realmente: genio dell’astrofisica, imbevuta d’odio verso i genitori, anafettiva, sadica, contorta. Una dark lady con un quoziente intellettivo superiore. Insomma, un bel mostro

seducente che, messo abilmente alle strette, sfida l’ispettore, addirittura tuffandosi in un gioco che sfiora l’erotismo. Luther sa che è lei la pluriassassina, ma

fa fatica a provarlo secondo i criteri legali. Allora ricorre al gioco del gatto e del topo, in modo finemente psicologico, puntando tutto sul suo protagonismo, sul suo smisurato desiderio di apparire e di sfidare il mondo intero. L’ex bambina prodigio (a Oxford solo a 13 anni, laureatasi a 18 a pieni voti, ovviamente), affascinata dai buchi neri, dal concetto del male e del «nulla che risucchia», cita la teoria del «Rasoio di Occam», che Luther conosce bene (è tempo di poliziotti colti, evidentemente): mai cercare una soluzione più difficile quando ti si presenta quella più facile. Il dialogo tra detective e killer è serrato e dotto, tutto sul filo di una logica veloce e precisa. Un duello mentale e comportamentale. L’ispettore ha una vita privata, ovviamente. Le scelte potevano essere tre, per semplificare. O un uomo solo con vita disordinata (fa eccezione Derrick, si sa), o un Maigret con moglie pazientissima e materna, o un uomo con

difficoltà coniugali. L’autore della serie, Neil Cross, ha scelto la terza. La moglie di Luther, Zoe, è un’affascinante donna bianca con sguardo intenso, quasi ispanico. C’è un terzo uomo, che si è infilato nella crisi del poliziotto divorato per sette mesi dai sensi di colpa e pure nel letto coniugale. Luther reagisce in modo latino (o africano): a sapere dell’esistenza del rivale sfascia una porta, va al pub a bere, s’interroga sul fallimento matrimoniale, non si dà per vinto a rischio di essere arrestato per molestie. Per questo ci è più simpatico. Il suo superiore è una donna. La quale, pur criticando la sua irruenza, sta dalla sua parte. E lo difende dinanzi a un alto dirigente perché di lui conosce la formidabile intuizione, la capacità di mettere assieme, e velocissimamente, i vari tasselli di un puzzle. Per lei è «un investimento», una ricchezza mentale inserita nel dipartimento di polizia. Qualche ingenuità non manca nel serial. Ma Luther afferra l’attenzione di chi lo segue. Intelligenza e azione. (p.m.f.) Buon cocktail.


Cinema

MobyDICK

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letto con la seconda signora Panofsky (l’unico nome che ha nel libro). A Minnie Driver riesce bene una classica, pushy «principessa ebrea-canadese», laureata in consumismo, con un master in shopping compulsivo. Il sempre anomalo e impulsivo Barney, però, corteggia un’altra donna durante la sua stessa festa di matrimonio, quando capisce di aver sbagliato coniuge per la seconda volta. La visione di Miriam, uno splendore di donna serena, raffinata, bella da togliere il fiato e senza nevrosi, gli fa capire di aver commesso un errore gigantesco, tanto da inseguire il nuovo amore fin sul treno che la riporterà da Montreal a Manhattan. Rosamund Pike nel ruolo della luminosa Miriam è un altro esempio di casting felice. Abbiamo ammirato il suo talento e lo sguardo enigmatico in An Education, We Want Sex, Orgoglio e pregiudizio,The Libertine. Il confronto tra l’eleganza di Miriam e la ricca, demotica seconda signora Panofsky ci fa subito tifare per il neo-sposo squinternato e parecchio irregolare.

di Anselma Dell’Olio

talmente amato La versione di Barney (Adelphi, 2000), che non si sarebbe scommesso un centesimo sulla riuscita del film tratto dall’ultimo libro dell’impareggiabile, compianto Mordecai Richler. Barney Panofsky è un produttore di programmi spazzatura per la televisione, sardonico, sarcastico, ironico e autoironico, al punto di aver chiamato la sua casa di produzione la Totally Unnecessary Productions. Accusato di ogni nefandezza, tra cui l’assassinio (mai provato) del suo migliore amico Boogie, Barney scrive la sua caustica versione dei fatti, sia dell’amicizia tradita dal morto, sia dei suoi tre matrimoni falliti. Ma c’è molto, moltissimo altro, passando per il papà poliziotto, demotico mandrillo, il tradimento e il suicidio della prima moglie femminista e fedifraga, la comunità ebraica di Montreal, la devozione ai sigari e al single malt whiskey McCallan, e le più usurate convenzioni sociali e politiche. Il racconto è un vasto excursus sulla vita disordinata, dissipata di Barney, zeppa di passi falsi, spassosi incidenti di percorso, e di un maschilismo autodistruttivo, che maschera una tenera adorazione per la donna della sua vita, l’ultima moglie Miriam, persa per il suo sempiterno egocentrismo.

È

Sono quasi 500 pagine affascinanti, esilaranti, sia nell’inglese originale, sia nella pregevole traduzione e adattamento italiano di Matteo Codignola. Se ci fosse un Oscar per la traduzione, andrebbe a lui, e possiamo sperare bene per il doppiaggio italiano. Un esempio del suo geniale lavoro: un vocabolo che nel romanzo è il canarino nella miniera per la lenta discesa nell’Alzheimer del protagonista. Non riesce a ricordarsi il nome di un suppellettile di cucina, colander, che significa scolapasta. Effettivamente è una parola molto difficile da rammentare in inglese: «Passami il come-si-chiama, il coso per la pasta» è tipico refrain. Colander si pesca con difficoltà anche con una memoria sana. In italiano non si poteva usare lo stesso termine; scolapasta non è arduo da evocare, aderente com’è all’uso. Allora Codignola e i colleghi dell’Adelphi l’hanno sostituito egregiamente con mestolo, che al momento di servire zuppa o minestra, raramente si riesce a ricordare rapidamente. Le infinite battute scorrettissime, di cui il libro è pieno, sono comiche nelle due versioni allo stesso modo. Nel 2000 si leggeva il romanzo in originale mentre gli amici lo leggevano in italiano, e ci telefonavamo per condividere le risate alle medesime frasi. Sembrava impossibile trarne un film all’altezza del capolavoro tragicomico di Richler, un romanzo di culto, un successo internazionale che ha venduto 300 mila copie solo in Italia con dodici edizioni. Il film ha dei difetti, ma il miracolo è che la versione cinematografica, pur imperfetta, resta godibile, emozionante e spesso esilarante; malgrado sia, per necessità di contenere i tempi entro le due ore, drasticamente ridotta. Il succo della trama c’è. Manca l’inconfondibile, disincantata voce di Barney, che racconta la sua vita in diretta, un punto forte del libro. Si sarebbe dovuto abusare della voce fuori campo per il film, perdendo l’accattivante effetto che ha sulla pagi-

Il cadavere di Boogie (Scott Speedman, un perfetto, bellissimo mascalzone, aspetta ancora la parte che lo spedirà nell’olimpo delle star) che va a fare una nuotata nel lago sotto casa dopo la scena madre, e non s’era mai più visto, non viene ritrovato e il processo non si può fare. Il poliziotto addetto al caso è convinto della colpevolezza di Barney, nonostante la mancanza di prove, e scrive un libro per esporre dubbi e convinzioni sopravvissuti nei decenni a seguire. Ecco perché il protagonista decide di scrivere la sua versione dei fatti. La storia va avanti e indietro nel tempo, e il truccatore ha fatto un ottimo lavoro con l’invecchiamento degli attori. Le scene del film ambientate in Italia sono le meno riuscite. Sono state le prime a essere girate, all’Hilton di Roma. È il periodo della giovinezza bohèmienne di Barney e Boogie, appartenenti a un gruppo di artisti o aspiranti tali canadesi che vivono i loro «anni persi» all’estero. Nel libro sono a Parigi, ma Richler e Lantos avevano deciso di spostare gli avvenimenti di quegli anni, i primi Settanta, dalla Rive Gauche a Trastevere. Il ragionamento non era solo basato sulla partecipazione al film della Fandango di Domenico Procacci, ma sulla popolarità del romanzo nel nostro Paese. Erano anni infelici per la moda: i capelloni, i basettoni, le giacche con le frange, i pantaloni a zampa d’elefante, le ampie vesti e i lunghi capelli da Lady Madonna, rivisti ora non sono donanti per nessuno. Si sente che il regista Richard J. Lewis aveva la troupe e il cast in rodaggio. In seguito il film prende quota e diventa fluido e spassoso. È una goduria Dustin Hoffman, nella parte di papà Panofsky, gonnellaro, sbirro in pensione, dedito a barzellette spinte e freddure, da cui Barney ha preso lo sguardo sbilenco e scettico su ogni cosa, ebraismo di professione incluso. Se il film è un poco meno urticante del libro, vale il prezzo del biglietto anche solo per la primissima scena. A tarda notte, Barney fa una telefonata amareggiata e molesta, una scarica d’insulti scorticanti a Blair (Bruce Greenwood), il nuovo sposo, noioso, per bene e più attento e aggraziato verso la sua Miriam. Che Panorsky se la sia cercata non toglie il gusto alla scena sublime, da vedere e rivedere. L’arcigna, astiosa, piatta, meschina, parrocchiale «stroncatura» di Avvenire è una ragione in più per vederlo. Da non perdere.

L’anima di Richler vive sul grande schermo na. Dopo dieci anni di copioni sempre scartati per inadeguatezza dal simpatico produttore Robert Lantos, ci è riuscito lo sceneggiatore Michael Konyves. Un caro amico di Richler, Lantos ha messo cuore e passione nella realizzazione del film: ogni fotogramma è un labour of love, come ha scritto il New York Daily News. Paul Giamatti (Sideways) è formidabile come Barney, fumatore di sigari Montecristo, bevitore olimpionico, accusato anni prima della morte di Boogie, il suo migliore amico, uno scrittore di talento spregiudicato e disinvolto. All’epoca il produttore era sposato con la seconda moglie. Boogie era scomparso dalla villa di campagna della coppia, dopo una scenata scabrosa. Arrivato senza avvisare nella casa dei weekend, Barney trova l’amico a

Non si sarebbe scomesso un centesimo sulla riuscita cinematografica della “Versione di Barney”, impareggiabile libro di Mordecai Richler. Eppure la regia, il cast e la sceneggiatura, sotto l’attenta supervisione del produttore Robert Lantos, sono riusciti nell’impresa. Seppur con qualche difetto


Fantascienza

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MobyDICK

ai confini della realtà

l neologismo retrofuturo è abbastanza recente: se non vado errato fu usato la prima volta in questa forma per una antologia dei racconti di fantascienza scritti da Vittorio Curtoni negli anni Settanta e pubblicata da Shake di Bologna nel 1999. Il termine in forma un po’diversa ha origini americane: come retrofuturism venne ideato da Lloyd Dunn nel 1983 e diede anche il titolo a una rivista (1988-1993). Che si intende con esso? Il futuro visto dal passato, considerandolo tale sino agli anni Cinquanta, cioè un futuro che poi non si è avverato in base alla nostra esperienza concreta. Pensiamo ad esempio alle ricostruzioni, anche virtuali, delle città immaginate dagli architetti futuristi come Antonio Sant’Elia che non si sono mai realizzate. Però la definizione è un po’ troppo generica e generalizzante.

I

Si potrebbe allora intendere come retrofuturo una vicenda fantascientifica e futuribile immaginata oggi ma ambientata nel passato, in specie in un passato ottocentesco o almeno sino alla metà del Novecento, in cui ci si può sbizzarrire a immaginare eventi e marchingegni pseudoscientifici o effettivamente fantascientifici ma non realizzati in seguito, o anche vie della tecnologia realmente esplorate ma poi abbandonate in favore di altre. Per questo motivo pensiamo si possano definire come retrofuturo due recenti romanzi italiani, molto curiosi e stuzzicanti anche se deludenti, nel senso che non ci sono sembrati all’altezza delle aspettative che suscitavano. Però anche dei romanzi imperfetti possono essere utili per discutere sulle potenzialità della fantascienza italiana: mi riferisco a Raimondo Mirabile, futurista di Graziano Versace (Edizioni XII, Torre de’ Busi, Lecco, 2010) e Il volo di Majorana di Andrea Angiolino (Boopen, Napoli, 2010), entrambi, come si vede, pubblicati da piccoli editori ai quali va riconosciuto il coraggio e il merito di aver dato visibilità a opere che, pur carenti, hanno comun-

Retrofuturo italiano di Gianfranco de Turris l’interno di un laboratorio nascosto sotto il cimitero monumentale di Milano che ricorda quello pieno di alambicchi e macchine a vapore degli scienziati ottocenteschi. Una bella idea e una buona capacità descrittiva e inventiva sprecate da un insieme di fattori stilistici e di contenuto: a mio parere il difetto maggiore è la prolissità a tratti esasperante della vicenda e l’uso smodato del dialogo spesso ripetitivo e ridondante (caratteristiche tutt’altro che futuriste) che rallentano non solo l’azione ma anche la comprensione, perché troppe parole spesso non aiutano. Inoltre, mentre lo si legge si prova in alcuni momenti un senso d’irritazione a causa di alcuni termini fuori po-

razzista, classista e guerrafondaio: Raimondo e soci hanno la meglio sui crudeli Eletti nonostante il futurismo, si potrebbe dire! Anche dal titolo si può intuire il succo della vicenda raccontate nel Volo di Majorana.Andrea Angiolino, uno degli esperti italiani di giochi più noto, prende lo spunto dalla scomparsa, ancora oggi mai spiegata, del giovane fisico Ettore Majorana durante il viaggio sul traghetto Palermo-Napoli il 25 marzo 1938. L’autore prende per buone le tesi di Sciascia secondo cui lo scienziato volle scomparire perché aveva capito le potenzialità delle sue scoperte teoriche che avrebbero condotto alla costruzione della bomba atomica, anche se altri studio-

Il termine si applica a una vicenda fantascientifica immaginata oggi ma ambientata nel passato, in cui ci si sbizzarrisce nella descrizione di eventi magari esplorati ma non realizzati. Come nel caso di due recenti romanzi basati su elementi storici reali ai quali viene data una direzione inusitata... que una loro originalità. Che è quella di aver immaginato trame esplicitamente fantascientifiche nel nostro passato di inizio Novecento basandosi su elementi storici reali ai quali viene data però una direzione inusitata. Il romanzo di Versace si svolge nel 1911 e ha per protagonista non tanto il Raimondo Mirabile del titolo quanto il suo maggiordomo Gregorio, voce narrante: i due, insieme al padre ritrovato di Raimondo e altri amici, dovranno sventare l’invasione occulta dei malefici abitanti di un altro pianeta che puntano al controllo mentale dei terrestri grazie all’uso della volontà e a un linguaggio le cui intenzioni vanno oltre il senso comune delle parole, trasmettendo una specie di messaggio subliminale per asservire la personalità umana. Ovviamente i nostri la spunteranno e sventeranno la minaccia in una scena finale al-

sto, nel senso che se si vuole ambientare coerentemente una vicenda all’inizio del Novecento non si può far uso di parole all’epoca inesistenti, di là da venire. Inoltre, la figura di Gregorio è troppo spesso macchiettistica e lo fa assomigliare alla caricatura del più famoso Jeeves di Woodehouse in salsa italiana. Infine, la questione del futurismo mi è sembrata più uno specchietto per le allodole che una questione di sostanza: in realtà il futurismo e i futuristi sembrano essere i «cavalli di Troia» degli alieni per sottomettere i terrestri tramite le «serate futuriste». Gli Eletti cercano d’impadronirsi del mondo proprio grazie al medium di quella Volontà la cui apologia all’inizio del Novecento era assai diffusa (Nietzsche, D’Annunzio, Papini, Marinetti ecc.). In realtà, l’autore non vede di buon occhio il futurismo accusato di essere

si come Recami smentiscono questa ipotesi. Sia come sia, Angiolino immagina che Majorana, «disgustato dal suo tempo», costruisca una cronomacchina, la monti su un biplano Caproni 100 e con questo, attraverso le ere giunga sino nella Svizzera del 2029: qui adotti una falsa identità, quella di Luciano Capizzi, andandosene in giro per l’Europa con i soldi ricavati dalla vendita a caro prezzo di alcuni oggetti degli anni Trenta che casualmente aveva con sé. Idea un po’semplicistica e soprattutto un Majorana eccessivamente spigliato e «uomo di mondo», mentre invece era esattamente il contrario. Scoperto dalla polizia svizzera viene costretto a mettere a sua disposizione, e a disposizione dell’Unione Europea che, su proposta italiana, ha inglobato la nazione elvetica recependone la neutralità, la sua macchina del tempo.

Viene creato così un nucleo di piloti, i Viaggiatori, che esplorano solo il passato e non il futuro, perché si scopre che eventuali loro interventi nel passato non modificano il presente e il futuro. Però non si dice affatto il motivo di questi viaggi a caso nelle ere precedenti: per controllare o studiare la storia? Per turismo? Per semplice curiosità? Per divertimento?

Anche qui Angiolino la fa troppo semplice al limite del semplicismo, così come quando all’improvviso si decide che visitare il futuro non è pericoloso e si comincia a esplorarlo, ma anche qui senza darne una motivazione né scientifica né teorica. E anche qui con una notevole dose di ingenuità come quando si parla di «fantaccini» nel 2080, mentre i sovversivi intonano una canzone che mescola Blade Runner e Bella ciao… Nel 2080!? In Gran Bretagna!? Così, il tutto ha il sapore di puro divertimento goliardico senza volontà di approfondimento, anche se nel finale la trama si risolleva un po’ immaginando che per un intreccio temporale Majorana non inventi più la sua macchina e se ne vada in Brasile in cerca di avventure anche galanti (il che, come detto, stride con il vero carattere dello scienziato). Come per Versace, un’ottima idea sprecata questa volta per eccessiva superficialità: Ettore Majorana è una figura sommamente intrigante (e infatti è entrata in varie opere fantascientifiche e ucroniche), ma meritava di essere trattato con maggiore approfondimento sia psicologico che scientifico: la sua macchina del tempo non si sa a cosa serva esattamente e forse Angiolino si è fatto prendere la mano dalla sua passione per i giochi, e da buon ludologo l’ha usata quasi come un giocattolo temporale.


o p i n i o n ic o m m e n t il e t t e r ep r o t e s t eg i u d i z ip r o p o s t es u g g e r i m e n t ib l o g

Unità d’Italia, unità umana. E voglia di una società diversa UN PAESE SENZA LAVORO È UN PAESE SENZA FUTURO L’Istat dice che il tasso di disoccupazione nel secondo trimestre del 2010 è salito all’8,5 per cento. Fortemente preoccupante il dato sui giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni: risultano disoccupati il 27,9 per cento. Alla luce di questi dati allarmanti non è forse giunta l’ora di sedersi attorno a un tavolo, di aprire confronti seri e continui e di discutere seriamente di occupazione giovanile e di strategie concrete piuttosto che continuare a parlare di aria fritta? Mi chiedo se questi numeri, che rispecchiano una realtà poco rassicurante del Paese, preoccupino solo noi giovani, o se anche gli alti rappresentanti istituzionali intendono iniziare a lavorare proficuamente per mettere in campo i giusti rimedi. Sergio Adamo UDC - MOVIMENTO GIOVANILE UNA POLITICA PER LA CASA Negli ultimi anni il mercato del mattone ha visto raddoppiare i costi mettendo in difficoltà molte giovani coppie che, pur avendo un discreto reddito, non riescono a realizzare il sogno di avere una casa e spesso rinunciano anche a formare una famiglia. La politica può superare queste difficoltà e creare i presupposti e le condizioni economiche per promuovere la proprietà della casa anche a soggetti che oggi non sarebbero in grado di acquistarla sul libero mercato. Realizzare alloggi con un abbattimento del prezzo rispetto a quello di mercato vorrebbe dire non solo offrire la possibilità a molte famiglie di avere una casa, ma anche ridare fiato a migliaia di piccole e medie imprese pugliesi che operano nel settore dell’edilizia. L’obiettivo è quello di mettere sul mercato abitazioni da acquistare con finanziamenti agevolati in cui la rata del mutuo sia uguale o molto vicina agli attuali canoni di locazione. Per realizzare questo la Regione potrebbe fornire finanziamenti a fondo perduto, abbattere l’Iva e stipulare accordi con il mondo finanziario per ottenere finanziamenti ed agevolazioni nella stipula dei mutui. Non da ultimo sarebbe necessario liberare la piccola e media impresa dalle maglie burocratiche che ne frenano lo sviluppo e ne mettono in discussione l’esistenza per incentivare la realizzazione di questi alloggi. Salvatore Negro P R E S I D E N T E RE G I O N A L E UD C PU G L I A

Da alcuni giorni siamo entrati nel 2011, l’anno delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Nel 1860 l’Italia diventò una e indivisibile, unita nei propositi e nel domani da una sola bandiera, il tricolore, come l’articolo 12 della Costituzione rafforzò poi nel 1948. Dopo inutili conflitti, inimicizie e secoli di sofferenze: fu lì forse che emerse, la voglia potente di una società diversa, fu lì forse che maturò nelle menti di più generazioni il desiderio di un mondo dove non ci fosse più guerra, solitudine, desolazione. Per questo la Celebrazione dell’Unità d’Italia non è un mero fatto di storia o tradizione, ma il ricordo tangibile della fine di un’epoca di oscurità, per la nascita di un mondo nuovo fatto di umanità ed espressione, pace e dialogo, speranza e verità, diversità e coesistenza, per l’evoluzione di tutti, individui e comunità assieme. Perché quel giorno i nostri Padri ebbero il dono di capire l’essenza dell’umano, e cioè che non c’è alcun futuro, se questo futuro non è, indistintamente, per tutti.

Fabio Barzagli

PARLANDO DI RIVOLUZIONE FRANCESE Recentemente mi sono trovato a discutere di Rivoluzione francese, come sempre, criticandone i fondamenti (e ricordando la lezione di Giuseppe Mazzini in merito). Ho sempre ritenuto, infatti, che raramente le rivoluzioni politiche - tutte profondamente sanguinarie e fondate su principi di supremazia di una classe su un’altra - siano e siano state foriere di emanzipazione individuale e, dunque, sociale. Raramente salvo quella Americana del 1775, allorquando i coloni americani si ribellarono alla tirannia britannica e pretesero non già una improbabile “eguaglianza sociale”, bensì un’“eguaglianza individuale”basata sul sacrosanto principio ad essere rappresentati nelle istituzioni e, dunque, nel poter concorrere democraticamente alla gestione del governo statuale. La Rivoluzione francese, pur ispirata a principi illuministici e massonici di libertà, eguaglianza e fratellanza, si rivelò ben presto per ciò che era: un bagno di sangue fondato sulla lotta fra classi, senza alcuna possibilità di dialogo interclassista e senza delle guide politiche veramente illuminate capaci di fondare uno Stato autenticamente democratico e liberale come invece avvenne nei neonati Stati Uniti d’America. Robespierre impose, infatti, ben presto, il terrore e fece ghigliottinare persino i suoi compagni pur di mantenere saldo il potere. Il che non è poi di-

verso da ciò che fece, oltre un secolo dopo, Stalin nell’Unione Sovietica con i suoi oppositori politici interni. Il tutto con la conseguenza che, ben presto, la Francia tornò ad essere una monarchia assoluta con Napoleone I e successivamente con l’altro despota, Napoleone III, e si dovrà attendere il 1871 perché essa si tramuti, finalmente, in autentica Repubblica parlamentare e democratica. E per ciò che, personalmente, mi rifiuto di annoverare la Rivoluzione francese fra i grandi avvenimenti storici di libertà ed emancipazione. Preferisco ricordarla come monito contro certo estremismo intriso di apparenti “buoni sentimenti”, ma, in realtà, contenente i germi dell’autoritarismo e della bramosia di potere.

Luca Bagatin

UN UOMO VALIDO PER NAPOLI Molte agenzie che hanno organizzato corsi di formazione per neo assunti delle aziende nell’area campana, non pagano da mesi i propri impiegati, per quel buco economico della Regione di cui parlano da tempo i giornali. Dal momento che le elezioni del primo cittadino sono vicine, occorre augurarsi che finalmente la poltrona di palazzo San Giacomo possa essere occupata da una persona dotata di tanto carattere, e che sia capace di reagire all’immobilismo che si profila all’orizzonte.

L’IMMAGINE

REGOLAMENTO E MODULO DI ADESIONE “…VERSO IL PARTITO DELLA NAZIONE” SU WWW.LIBERAL.IT E WWW.LIBERALFONDAZIONE.IT (LINK CIRCOLI LIBERAL)

B.R.

Paga la cauzione con soldi falsi DAVENPORT. Yancy Terrell Cochran si era recato al tribunale di Scott County per pagare la cauzione di un amico, arrestato per non avere pagato diverse multe. Ha avuto però la grande idea di pagare la cauzione con banconote che aveva stampato a casa, peraltro anche con una certa abilità, ma non sufficiente a passarla liscia. Gli agenti infatti in un primo momento non avevano fatto caso alla validità delle banconote, che probabilmente non avevano neppure guardato con attenzione, non ipotizzando che qualcuno potesse pensare di pagare con soldi falsi. Poco dopo, però, si sono accorti che le banconote avevano qualcosa di strano: innanzi tutto, la striscia che doveva cambiare colore a seconda dell’inclinazione della banconota, rimaneva sempre nera. E poi alcune delle banconote avevano lo stesso numero di serie. Cochran è stato richiamato dalla polizia, che lo ha interrogato: in un primo momento, ha tentato di giustificarsi dicendo che aveva ricevuto quelle banconote da un negozio della zona, ma poi ha confessato, quando si è reso conto che la polizia stava andando a perquisire la sua casa, dove sono stati trovati una stampante, uno scanner, e soprattutto carta per produrre banconote.

AFGHANISTAN: MIOTTO SOLDATO VERO E GENEROSO Matteo Miotto era un soldato vero, un alpino che non dimenticava mai di portare con sé acqua e viveri da distribuire ai bambini afgani ogni volta che usciva in pattuglia. Quella in Afghanistan è una missione di pace dura e pericolosa e bisognerebbe garantire più sicurezza ai nostri soldati, che combattono contro il terrorismo, per la libertà di quel popolo e per la pace.

Antonio

TELEMARKETING SELVAGGIO Allegria! Stop alle telefonate selvagge dei televenditori di adsl, pay tv, pentole e abbonamenti vari. Gli operatori del settore si sono ufficialmente impegnati a non far squillare i nostri telefoni dalle 21,30 in poi. Ma che razza di impegno è quello di promettere che oltre le 21.30 non faranno più telefonate? Come se non arrecasse fastidio una telefonata alle 21.25, quando hai appena messo a letto il bambino di un anno, di un venditore che propone l’affare del secolo, che nella stragrande maggioranza dei casi si concretizza in una quasi truffa.

Domenico Murrone

RISCHI MORALI DELLO STATALISMO ASSISTENZIALE E DEMAGOGICO

APPUNTAMENTI GENNAIO VENERDÌ 21 - ORE 11 ROMA - PALAZZO FERRAJOLI Consiglio Nazionale dei Circoli Liberal

LE VERITÀ NASCOSTE

Arte culinaria «Non si gioca con il cibo!» per Vanessa Dualib, la creativa brasiliana autrice della lumaca-banana nella foto, questa raccomandazione è stata quasi uno stimolo. L’insolita forma d’arte, infatti, le ha fatto guadagnare milioni di fan in tutto il mondo

Uniformità, conformismo e burocratizzazione caratterizzano la società di massa. Secondo la mentalità assistenziale, tutti hanno diritto a tutto, indipendentemente dallo sforzo e dalle opere individuali. Il collettivismo deresponsabilizza: vuole “dare a ciascuno secondo i bisogni”, non i meriti.Vengono scoraggiati il far da sé, l’autonomia e l’operosità; sono incentivate la pigrizia e la dipendenza dal soccorso altrui.

Franco Padova


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grandangolo Rivelazioni dai cablo diplomatici dall’ambasciata Usa di Mosca

La canna del Gazprom (senza Putin sarebbe già fallita)

Secondo gli uomini del Dipartimento di Stato il colosso russo sarebbe affetto da «corruzione endemica, disorganizzazione e malagestione delle risorse e del personale». Una società punita dalla crisi, ma anche dal mercato: «Un monopolio statale seduto su una grande fortuna, inefficiente e guidato in ogni scelta strategica da obiettivi politici» di Pierre Chiartano embra che il gigante russo dell’energia, Gazprom, abbia i piedi d’argilla e non sia capace di mettere a rendita gli enormi guadagni fin qui prodotti. Corruzione, disorganizzazione, cattiva gestione e quant’altro erano elementi noti della liturgia del business made in Cremlino, scontato fin dai tempi di Breznev, tanto per mettere un punto sul calendario, ma si potrebbe andare anche più indietro nella storia. Invece, il 5 gennaio, sono arrivati alle cronache i cablo diplomatici del 2008-09 della legazione statunitense di Mosca che, in pratica, descrivono uno dei principali produttori mondiali d’energia arrivato alla canna del gas, con una politica industriale basata su di una visione zarista del mercato. Con il 2011 dunque dal sito di Julian Assange sono arrivate delle nuove sorprese. Proprio in concomitanza con il chiarimento diplomatico tra Washington e Roma sui rapporti EniGazprom, molto pubblicizzato sulla stampa nazionale; con la firma dell’accordo tra il presidente della Commissione europea, José Barroso e il presidente dell’Azerbaijian, Ilham Aliyev per assicurare a Bruxelles una ulteriore fonte di approvvigionamento di gas dalla regione caspica, alternativo a quello russo e funzionale al progetto Nabucco (via Turchia-Austria). Una pipeline che oggi tutti dichiarano essere sinergica a Southstream. E con l’Ucraina che, i primi di gennaio, per la seconda volta chiudeva i rubinetti dell’oro blu alla Polonia. Un ve-

S

ro allineamento planetario d’avvenimenti. Dal contenuto dei documenti messi online da Wikileaks emerge un’immagine di una Gazprom che punta al massimo rendimento per i propri azionisti, ma soprattutto a massimizzare il proprio «controllo sulle risorse energetiche globali». I diplomatici americani a Mosca, descrivono così il colosso russo dell’energia: una società «caotica» e «corrotta». La Gazprom doveva ridare alla Russia il ruolo di superpotenza globale ma, almeno secondo i diplomatici stunitensi, ha fallito la sua missione a causa della corruzione, del modo di pen-

La compagnia russa ha 400mila dipendenti e operai ma solo 2 manager: Alexeij Miller e Alexander Medvedev sare stile sovietico e di un management non all’altezza della situazione. La compagnia russa, scrivono i funzionari americani, è quello che chiunque si aspetterebbe da un «monopolio statale seduto sopra un’enorme fortuna: inefficiente,

guidata da obiettivi politici e corrotta». Fino al maggio del 2008 il presidente del gruppo, Alexeij Miller, sosteneva che la società sarebbe diventata rapidamente «la compagnia più valutata del mondo», con una capitalizzazione di mercato che avrebbe toccato i mille miliardi di dollari. Un anno più tardi, però, il colosso russo valeva molto meno e nei loro cablo i diplomatici Usa scrivevano che probabilmente i problemi non erano soltanto dovuti alla crisi, ma erano di «più lungo periodo». È Ivan Zolotov, responsabile delle relazioni internazionali della società russa a interloquire con le feluche americane. In particolare sottolinea come una delle mission aziendali «la massimizzazione del controllo delle fonti energetiche» dovrebbe aiutare la compagnia a recuperare le enormi perdite sofferte durante la crisi mondiale.

Uno degli “estensori” del rapporto, il capo missione economica dell’ambasciata Usa, evidenziava che da maggio ad agosto 2008 le azioni del colosso energetico fossero passate da un valore complessivo di 380 miliardi di dollari a meno di 150 miliardi. Un perdita secca di oltre 200 miliardi di dollari sulla capitalizzazione azionaria. Abbastanza per stendere un elefante. Zolotov si mostrava però «fiducioso» che la tendenza oligopolista della società li avrebbe salvati da un tale salasso. Insomma, il monopolio doveva garantire i prezzi alti e la facilità di recuperare liquidità, da sprecare

di nuovo naturalmente. Emerge dai cablo come la transizione da società controllata dal ministero dell’Energia russo a vera public company non fosse ancora completato. Zolotov prevedeva anche che nel giro di 15-20 anni si sarebbe sviluppato un mercato indipendente utilizzando le pipeline di Gazprom. «Circa il 30 per cento della produzione di gas verrà da società indipendenti» pronosticava il manager russo. Salta subito agli occhi anche di un profano che una società con 400mila dipendenti e due soli top manager, come il Ceo Miller e il suo vice Alexander Medvedev, possa avere dei seri problemi di gestione. All’interno ci sarebbero pochi uomini con le necessarie conoscenze, l’autorità e le capacità diplomatiche utili per interloquire con i consoli americani in visita al quartier generale di Gazprom. Un limite che riduce molto le possibilità non solo gestionali, ma anche commerciali del colosso in difficoltà. Ad esempio si cita la visita del ministro dell’Energia del Quebec a Mosca. «Sia Miller che Medvedev erano all’estero per precedenti impegni e pur volendo chiudere una accordo con i canadesi, nessuno dei due è potuto essere presente per incontrarlo (…) Non possiamo ingaggiare qualcuno solo per il meeting col ministro del Quebec» spiegava Zolotov, citato nel rapporto. Perfetta logica moscovita che cozza però con le difficoltà economiche sempre più incombenti sulla compagnia in quel periodo. Nel 2009 le entrate da esportazioni di


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Sembra che sia tornato il sereno nei rapporti con Washington sulla vicenda Eni

E il “cane a sei zampe” fa pace con Foggy Bottom su interesse nazionale e alleanze strategiche di Etienne Pramotton Eni è il maggior partner di Gazprom» e gli Usa sono «molto interessati» ad avere informazioni sul modo in cui le due società «stanno operando insieme». Lo chiedeva il Segretario di Stato, Hillary Clinton, in un’informativa inviata all’ambasciata americana a Roma, nella quale, secondo un cable – sempre di quelli diffusi da Wikileaks – gli Usa si dicevano interessati anche ad avere informazioni sul «movimento dell’Italia verso la diversificazione di energia e il riavvio del programma nucleare». Questo in ossequio alla politica americana di sempre, l’interesse ad avere un Europa il più indipendente possibile da possibili ricatti energetici, come aveva anche spiegato a liberal nel suo ultimo viaggio a Roma l’allora inviato speciale di George W. Bush per l’Eurasian energy, Clayland Boyden Gray. Oggi, si è data molta pubblicità al chiarimento avvenuto tra Eni e dipartimento di Stato. L’amministratore delegato Paolo Scaroni, in una recente intervista, ha spiegato come tra Italia e Usa finalmente sia spuntato il sereno sulla vicenda, legata anche alle strategie del gasdotto Southstream. Il gigante italiano dell’energia da sempre si muove con una propria politica estera che non è mai però andata contro gli interessi del Paese, fin dai tempi di Enrico Mattei, ex capo partigiano con ottime entrature nell’Oss, l’Office of strategic service diventato Cia dopo la fine della seconda guerra mondiale. «Con Mosca dialoghiamo sin dagli anni Sessanta, in piena Guerra Fredda. Pensi che nel mio ufficio ho una foto di Enrico Mattei col premier russo Aleksej Kossighin» spiega Scaroni. Quando Gazprom ha contattato l’Eni per costruire South Stream, una pipeline che arrivasse in Europa evitando Paesi di transito, «l’abbiamo ritenuta una buona opportunità per l’Eni, per l’Italia, e per la stessa Ue». A Washington però c’era chi aveva visto in South Stream l’antagonista del progetto Nabucco. «Non lo è, non hanno nulla in comune. Lungo il Nabucco dovrebbe correre gas non russo, dunque azero, turkmeno, forse iracheno. Il South Stream punta a portare altre risorse, che altrimenti passerebbero in Ucraina, direttamente in Europa. Ne abbiamo parla-

«L’

foto a sinistra il Ceo di Gazprom, Alexiej Miller; qui sopra, tecnici della società russa; foto piccola a destra, il dipartimento di Stato Usa gas in Europa erano calate drammaticamente, così come i prezzi, si legge in un secondo cablo d’ambasciata. E le previsioni a breve erano pessime, vista la discesa dei consumi europei per la crisi e l’allentamento della pressione sui prezzi. Eppure i russi parlavano ancora di in-

Sosteneva Miller: «La crisi mondiale durerà altri sei mesi e la domanda di energia riprenderà a salire verso la fine del 2009» vestimenti con tanti zeri, come se la crisi non li avesse toccati, e il mercato non li avesse puniti. Almeno questo era l’atteggiamento davanti agli uomini del dipartimento di Stato Usa.Tanto per dare i numeri dello scivolone finanziario, basta pensare al prezzo all’ingrosso per l’Europa del gas nel febbraio 2009: 280 dollari per mille metri cubi. Nel 2008, era di 409 dollari. Ricordiamo, tanto per collocare gli eventi in un contesto storico, che l’accordo Eni-Gazprom sul gasdotto Southstream e del maggio 2009 e prevedeva un aumento della capacità di trasporto della pipeline fino a 64 miliardi di metri cubi l’anno. Nello stesso periodo i volumi di vendita del gas in Europa passavano dal 179 a 170 miliardi di metri cubi l’anno, con una perdita netta d’introiti per i russi di circa 26 miliardi di dollari (per il 2009). Per capire l’importanza dell’Europa per Mosca, bastereb-

be mettere in fila le due colonne delle entrate. Con i guadagni da vendita di gas sul mercato interno pari a circa 31 miliardi dollari (2008) e sul mercato europeo, pari a 73 miliardi di dollari (2008). Insomma, il nostro mercato costituiva il 70 per cento delle entrate di Gazprom. E il previsto rialzo dei prezzi non c’è stato fino a dicembre 2010. Ciò che colpisce dei cablo è il dettaglio delle analisi e lo scetticismo che le permea. Scetticismo poi confermato dai fatti.

«Il valore dell’impresa sul mercato la produzione e le vendite sono calati dall’inizio della crisi economica», prosegue il rapporto redatto dopo un l’incontro con Zolotov. «Gazprom non è una società di statura mondiale in un regime di libera concorrenza, al contrario è l’erede del ministero sovietico del gas e continua a funzionare nella stessa maniera». Ma nel successivo incontro (febbraio 2009) tra Miller e l’ambasciatore americano si cerca di volare più in alto. L’amministratore di Gazprom ammette il periodo difficile e rilancia chiedendo un superamento del sistema Bretton-Woods (quello emerso dal secondo conflitto mondiale col dollaro come moneta di riferimento) e di come la crisi sia sistemica.Tanto per parlare d’altro. Ci si occupa anche del futuro cambio alla Casa Bianca e di come dovrebbe mutare l’approccio sulla politica energetica. Colpisce la ”preveggenza” di Miller: «la crisi mondiale durerà altri sei mesi e la domanda di energia riprenderà a salire verso la fine del 2009». Per il 2011 è ancora pronosticato un calo medio della domanda di gas naturale intorno al due per cento per tutti i Paesi avanzati. Sarebbe comunque interessante poter leggere le valutazioni degli uomini del dipartimento di Stato Usa anche su alcune aziende italiane.

to anche con Richard Morningstar, consigliere Usa per il Caspio. Ci ha compreso. Il messaggio di Thorne lo dimostra». Il riferimento è appunto alle dichiarazioni dell’ambasciatore Usa a Roma. Thorne accenna a una convergenza fra i gasdotti South Stream e Nabucco. Ricordiamo che c’erano state anche le parole di Ronald Spogli, ex ambasciatore Usa a Roma, che aveva bollato quelle tra i leader d’Italia e Russia come «relazioni personali». I due, insomma, avevano stabilito una «linea diretta» che veniva definita «non ideale dal punto di vista dell’amministrazione: più un danno che un beneficio».

Nel 2009 più del 10 per cento del capitale del Cane a sei zampe faceva capo a fondi nordamericani. E proprio in quel periodo la newyorkese Knight Vinke (proprietario dell’1 per cento) era uscita allo scoperto chiedendo una separazione delle attività del gruppo, sostenendo, tra l’altro, che su queste faccende fosse arrivato il momento di un «informato dibattito su dove veramente stia l’interesse nazionale italiano». Tutta acqua passata a sentire le dichiarazioni di molti esperti del settore. E i recenti contatti di Eni con il governo azero (interessato da Nabucco) sembrano essere dei segnali distensivi lanciati a Washington. «Lavoriamo da tempo all’ipotesi di portare il gas turkmeno compresso attraverso il Mar Caspio. Nell’ottica americana, immagino che il vederci impegnati a studiare altre soluzioni oltre a South Stream contribuisca a chiarire che la nostra posizione è puramente commerciale» la spiegazione data da Scaroni a un noto quotidiano nazionale. Ma sembra che ai russi non sia piaciuta molto la mossa dell’Eni a Baku. La società italiana aveva anche valutato la possibilità di costruire un percorso comune tra Southstream e Nabucco dal tratto bulgaro in poi. Ma l’idea sarebbe sfumata: «Il Nabucco non mi sembra che avanzi» spiega Scaroni. C’è da rilevare che la dipendenza dal gas russo, negli ultimi vent’anni, è fortemente diminuita passando dal 70 a 30 per cento, grazie anche alla diversificazione di Eni in Libia, Algeria e Mare del Nord.


mondo

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La guerra dello yuan con gli Stati Uniti, una scellerata politica economica e la repressione del regime esasperano il Paese

La Depressione di Pechino Il nuovo anno porterà una crisi economica peggiore di quella americana del 1929 di Wei Jingsheng entre arriva il 2011, tutti si chiedono che tipo di anno sarà. E molti hanno già capito che per la Cina è finito il tempo di accumulare ricchezze tramite le esportazioni di prodotti che si ottengono sfruttando il lavoro a basso costo, una strategia che viene portato avanti dall’era di Deng Xiaoping. Il mercato interno del Paese si è ristretto in maniera relativa, mentre la disparità fra ricchi e poveri è aumentata, insieme ai danni creati dalle esportazioni cinesi in quei Paesi che le subiscono. Tutti questi problemi sono arrivati al limite.

M

Le reazioni di quelle nazioni che importano beni cinesi sono del tutto cambiate. Affidandosi alle lobby dei grandi industriali che fanno i loro affari con la Cina, è divenuto difficile per il governo cinese mantenere la strategia di colpire gli altri per beneficiarne. Le barriere commerciali di diverse nazioni occidentali sono aumentate, un processo che dura da diversi anni. Fino a pochi anni fa, questo procedimento avveniva nel segreto; i casi più tipici sono quelli delle nazioni europee e del Giappone. Questi Paesi hanno usato per la maggior parte misure che non intaccano le tariffe, come controlli doganali e altre forme di ostacolo

per impedire ai beni cinesi di nei propri penetrare mercati.Tuttavia, queste misure non hanno impedito l’invasione dei prodotti made in China, e quindi non sono riuscite a cambiare la strategia del governo cinese, tesa a esportazioni a basso prezzo a scapito del mercato interno. Dato che gli Stati Uniti non si sono uniti al modello europeo di barriere non tariffarie, l’equilibrio del commercio mondiale è rimasto in sostanza lo stesso. Ma, sin dall’inizio dello scorso anno, sono aumentate le pressioni dell’opinione pubblica americana.Sebbene i gruppi che fanno lobby per le grandi industrie non ri-

ciale più dura. In questa situazione, anche la leadership cinese capisce che deve ripartire da capo. La sua strategia di espansione economica deve fermarsi. Deve entrare in una strategia di sviluppo sostenibile. E questo significa espandere il mercato interno con lo stesso ritmo con cui aumenta la crescita economica, alzando il livello degli stipendi, riducendo il tasso di crescita e la differenza fra ricchi e poveri e permettendo al mercato interno in aumento di assorbire la capacità di produzione in surplus, quella che deriva dal blocco delle esportazioni. Questi processi sono la sola

La situazione attuale è simile a quella americana dei primi anni Trenta. La differenza con la Grande Depressione sta nel fatto che i cinesi non hanno la possibilità di trovare un altro lavoro sparmiano alcuno sforzo, al punto che c’è sempre un gruppo composto da loro in fila per parlare con il presidente della Camera, il Congresso non può resistere a lungo alle pressioni dell’opinione pubblica. Dopo tutto parliamo di una nazione democratica, diversa dalla Cina dove il destino di tutti è determinato da pochi leader. Ora, gli Stati Uniti sono costretti a lanciare una politica commer-

strada per assicurarsi che, nei prossimi anni, il declino economico della Cina non arrivi ai picchi della Grande Depressione che ha colpito gli Stati Uniti negli anni Trenta. Una causa diretta di quella depressione fu il rapido declino delle esportazioni, che a sua volta provocò la chiusura di alcuni industrie e una forte deflazione, seguita poi da una reazione a catena di nuovi fallimenti aziendali e

quindi di forte disoccupazione.Quando parte una reazione a catena come quella del domino, è difficile fermarla: si arriva alla depressione.

La Cina di oggi è in una situazione simile, ma non identica, rispetto agli Stati Uniti dell’epoca. Allora, il mercato interno era relativamente saturo ed era impossibile alzare i salari in maniera veloce per espandere

la spesa interna. Tuttavia, la situazione attuale della Cina è diversa. Negli anni, il livello dei salari è stato tenuto basso in modo deliberato, così come è stato manipolato il tasso di scambio dello yuan. E questa è la prima, enorme differenza con la Grande Depressione. Un’altra importante differenza sta nel fatto che la Cina non è una vera economia di mercato. Il suo modello di importazioni è pieno di barriere commerciali non tariffarie, e questa politica è una delle ragioni principali dell’attuale iper-inflazione. Nello specifico non viene permesso alle importazioni di entrare in Cina, e quindi il mercato interno e quello internazionale non si possono bilanciare. Allo stesso modo rimane ferma anche la valuta.

Una volta che il tasso di crescita delle esportazioni viene fermato o ridotto, mentre non si ferma la crescita della produttività, è inevitabile che per regolare la bilancia economica intervenga l’inflazione. Per cambiare questo modello di auto-regolamentazione, dobbiamo cambiare un modello economico che è chiaramente irragionevole e fermare il rapido sviluppo economico che, per mantenersi, deve colpire in ma-


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regolarsi fra di loro, aumentando i salari dei lavoratori e aumentando il mercato interno. Queste politiche possono risolvere in un anno l’iper-inflazione che sta colpendo la Cina, guidandola in maniera graduale verso uno sviluppo economico realmente sostenibile.

Ma la trasformazione del modello economico aiuterebbe anche le relazioni economiche, sia interne che esterne. Aumenterebbero i guadagni e la capacità di spesa della classe lavoratrice, e in questo modo aumenterebbe il benessere comune. Ovviamente, si metterebbe anche un freno all’aumento dell’inflazione. In questo modo vivrebbero tutti meglio, mentre la società potrebbe divenire molto più stabile di quanto non lo sia oggi. L’espansione del mercato interno della Cina avrebbe anche un risultato positivo per lo sviluppo economico del futuro: un risultato che si farebbe vivo entro un anno o due. Queste politiche produrranno degli importanti effetti positivi nel campo delle relazioni internazionali. Le esportazioni verso le nazioni sviluppate si ridurranno, mentre aumenteranno le importazioni: questo creerà una riduzione dei suprlus commerciali, così come una riduzione delle frizioni internazionali legate alll’econo-

no fatto fortuna; e di rappresentanti ufficiali del governo, corrotti, che da questi industriali spillano moltissimo denaro. Di conseguenza il Dipartimento cinese del Commercio non intende prendere in considerazione questa manovra, così come moltissimi dei burocrati del governo in senso lato. Quando nel mercato interno della Cina entrano prodotti importati di alta qualità, costringono i produttori interni a guardare verso l’esterno. E coloro che verrebbero messi ancora di più nell’angolo, nel periodo di aggiustamento interno – insieme a quei ricchi cinesi che consumano i beni stranieri di lusso – non vogliono che questo accada. Ovviamente vanno poi considerati gli industriali occidentali, che fanno fortuna gestendo i beni a basso costo che arrivano dall’Oriente. E gli economisti internazionali, che vengono sfamati da quelle aziende, predicano il contrario.

Queste sono le vere ragioni che si nascondono dietro alla situazione attuale, una situazione che ha ridotto sul lastrico centinaia di milioni di persone. Tuttavia, lo status economico è più forte di quanto non lo sia la volontà di queste persone. La società democratica dell’Occidente non permetterà a politici

L’iper-produzione interna non ha senso, se non si allarga il mercato domestico. Si ottengono soltanto montagne di prodotti che nessuno può comprare, in patria, e che all’estero non vogliono Wei Jingsheng, dissidente democratico noto per la pubblicazione del Muro della Democrazia a Pechino. In alto, la danza del drago. A destra l’ideogramma dell’Anno del Coniglio

niera furiosa gli altri. In altre parole dobbiamo come prima cosa fermare quel modello che accumula benessere per pochi a danno degli interessi del cittadino cinese medio. Al secondo punto, bisogna fermare quel modello che punta a inondare il mercato delle nazioni che importano per moltiplicare le esportazioni. Va fermato perché soltanto così potremo permettere ai mercati di

mia. Aiuterà a riprendere il tasso di crescita economica delle nazioni sviluppate, aiutandole a uscire da questa sfera di recessione. Dopo un anno o due, i mercati delle nazioni sviluppate (che ora potranno vantare un tasso di crescita dal segno positivo) potranno riprendere e aumentare le importazioni, aiutando quindi la Cina con il suo export. Quindi sarebbe il mondo intero a svegliarsi dall’incubo di questa crisi economica.

Ma perché una cosa così positiva per tutti viene rallentata da qualcuno? Perché economisti e politici non lo capiscono? In realtà, non è che non lo capiscono: è che guardano a questo fattore da una prospettiva diversa. Queste misure miglioreranno la vita della maggioranza della popolazione, ma i grandi industriali e le grandi imprese perderanno denaro: quindi, loro non vedono i benefici di questa misura, ma la comprendono. La comprendono molto bene, ma si pongono su standard e posizioni differenti. Il declino delle esportazioni, per quanto temporaneo, è inoltre una delle cose che alcune persone che vivono in Cina non vogliono vedere per nessun motivo. Parliamo di industriali che, con l’export, han-

o accademici di prendere in giro la popolazione, definendola per troppo tempo “povera”. È per questo che la recessione economica di Stati Uniti e Europa ha costretto il governo cinese a uscire dalla caverna che si era scavata. Il collasso economico della Cina, insieme alla povertà in cui si ritrovano sempre più persone, sta stringendo Pechino verso una nuova strategia che non danneggi gli altri. Bisogna ora vedere se e quanto i grandi capitalisti della nazione saranno in grado di accettare, aprendo una volta per tutti gli occhi, questa realtà. Se l’accettano, allora tutti potranno vivere una vita migliore; tranne quei capitalisti che, fino a oggi, hanno ottenuto un profitto eccessivo. Se non l’accettano, allora cadranno insieme al Partito comunista cinese. La prospettiva per loro, in caso di crollo, è quella di fuggire in una nazione straniera: ma non è un’idea brillante, perché sono molti i cittadini cinesi che hanno accumulato rabbia nei confronti di questa gente, ed è difficile che possano lasciarli andare via. La società internazionale, infine, che ha perso la possibilità di emergere dalla crisi, non gli concederà asilo. Sono davanti a un bivio.


quadrante

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Hamas boicotta maghi e streghe

Ok del Kazakistan: Nazarbaiev a vita

Sudafrica: «Mugabe sta morendo»

GAZA. Hamas dichiara guerra

ASTANA. Dopo un minuetto di

JOHANNESBURG. Secondo fonti

alla stregoneria nella Striscia di Gaza. Almeno 150 tra maghi e fattucchiere sono stati arrestati nel territorio sotto il controllo della formazione fondamentalista con l’accusa di avere praticato rituali magici, considerati illeciti secondo un’intepretazione islamica vicina a quella wahhabita. Le arti magiche sono viste con sempre più sospetto dagli imam di Gaza, che le ritengono in grado di mettere a repentaglio la coesione familiare e l’unità della società musulmana. Il rischio è considerato elevato al punto da spingere i vertici di Hamas ad organizzare un workshop dall’eloquente titolo: “I rapporti con la magia e la stregoneria e l’impatto sull’individuo e la società”.

generose proposte e modesti dinieghi, il parlamento kazako ha deciso, nonostante il parere asseritamente contrario dei diretto interessato: il referendum per il prolungamento fino al 2020 del mandato presidenziale di Nursultan Nazarbaiev, al potere fin dal tramonto dell’Urss, si terrà. Di fatto la consultazione, dall’esito scontato (Nazarbaiev ha vinto le ultime elezioni con margini attorno al 90%), cambia poco o nulla. Il 70enne presidente gode già del titolo di Elbassy (Padre della Nazione) che gli garantisce un’immunità a vita per tutti gli atti commessi durante il suo lungo regno e l’ultima parola sulle principali scelte nazionali ed estere anche dopo la fine del suo mandato.

ben informate in Sudafrica, il presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe, sta morendo. Il più anziano leader africano, 87enne, si sarebbe recato precipitosamente dal suo medico personale in Malesia. A Mugabe - ricorda la Frankfurter Allgemeine Zeitung nel dare la notizia - era stato diagnosticato un tumore alla prostata oltre dieci anni fa. In Malesia il presidente si sarebbe sottoposto a tutte le analisi di controllo; alcune fonti parlano anche di un’operazione chirurgica. Nel dicembre scorso il dittatore è stato nominato dal suo partito (ZanuPf) candidato per le presindenziali del 2011: e lui si è detto «molto fiducioso» di una sua vittoria. Mugabe è “presidente” dello Zimbabwe dal 1987.

Nel 2009 aveva il 99,3% dei consensi. Due anni dopo è il simbolo del fallimento. Ascesa e declino di Ben Ali, dittatore tunisino

Il golpista sotto golpe

Il presidente del Parlamento assume la guida del Paese, città nel caos di Enrico Singer quanto pare, Zine El Abidine Ben Alì non riuscirà a trasformare in realtà la provocatoria profezia - che lui, però, considerava come il migliore buon augurio - contenuta nel soprannome che i tunisini gli avevano affibbiato: Ben á vie. Ben per tutta la vita. Che pronunciato in francese, ad accezione di quella “v” al posto della “l”, suona proprio come il suo vero nome. Rimanere fino all’ultimo respiro nel bianco palazzo presidenziale, sulla strada tra Tunisi e Cartagine, era il suo sogno. Lo stesso di tutti i raìss del Maghreb e non solo. Gli impedimenti costituzionali non lo avrebbero di certo fermato. Nel 2002, con un referendum, aveva cancellato il limite dei tre mandati per la presidenza della Repubblica (ne ha già esercitati cinque): quello che fissa a 75 anni il limite massimo di età per essere eletti (oggi ne ha 74) era pronto a fare la stessa fine. Ma la rivolta del pane lo ha costretto a cambiare i suoi piani. E ad ammettere prima alla Tv che «sarà troppo vecchio» per ricandidarsi alle prossime presidenziali del 2014 (annunciando, di fatto, la sua uscita di scena) e poi - sull’onda della protesta - a sciogliere il governo e indire elezioni anticipate. Un estremo tentativo di fermare la rivolta e di avviare una fase di transizione ancora governata in qualche modo da lui, dal leader assoluto che regge le sorti della Tunisia dal 7 novembre del 1987 - sono quasi 24 anni - e che voleva battere il record del suo unico predecessore: Habib Bourghiba che, dall’indipendenza dalla Francia conquistata nel 1956, era rimasto 31 anni al comando fino a che proprio Ben Alì lo aveva detronizzato facendolo dichiarare incapace di governare. È troppo presto per dire se sarà così. Se le promesse di democratizzazione saranno rispettate, se i tunisini che continuano a scendere piazza si accontenteranno, se l’esercito resterà in disparte, se l’economia riprenderà a tirare, se le ricchezze di un boom che ha mostrato la sua estrema fragilità saranno finalmente distribuite oltre la ristretta cerchia dell’oligarchia che ruota attorno ai vertici del-

Sull’onda della protesta ieri Ben Ali ha sciolto il governo e annunciato un ritorno alle urne. Un estremo tentativo di fermare la rivolta e avviare una fase di transizione governata in qualche modo da lui, al potere dal 1987

A

Proclamato lo stato d’emergenza in tutto il Paese

I manifestanti forse al voto TUNISI. Dalle proteste e dagli spari alle urla di trionfo (e di paura). La Tunisia sembrava aver ritrovato la calma dopo le comunicazioni in tv del presidente Ben Ali che dichiarava di non volersi ricandidare alle elezioni del 2014. E invece nella mattinata di ieri sono riprese le manifestazioni contro il presidente e gli incidenti. Ben Ali non ha avuto molta scelta: e ha sia sciolto il governo che indetto elezioni anticipate. Comunicando di essere stato incaricato di formare il nuovo governo, il primo ministro Mohammad Ghannouchi ha detto in una conferenza stampa: «Il presidente Ben Ali ha annunciato che il governo è stato destituito e che verranno indette elezioni anticipate, che si

terranno fra sei mesi». Il capo del Partito democratico progressista (Pdp), all’opposizione, Mohammed Nejib Chebbi, ha subito chiesto un governo di unità nazionale. «Non c’è alternativa - ha detto Chebbi - nonostante Ben Ali abbia voluto mostrare di voler venire incontro alla gente. Ma la gente non ha più fiducia in lui. Per questo serve un governo di unità nazionale, per evitare un bagno di sangue. E se non basterà c’è il rischio di una situazione di tipo birmano. Il Paese è come un ambiente saturo di gas. Basta un fiammifero per farla esplodere. E infatti l’Esercito ha assunto il controllo dell’aeroporto internazionale di Tunisi, mentre lo spazio aereo del Paese è stato chiuso.

l’apparato statale. Sono tanti gli interrogativi e le risposte, in buona parte, dipendono ancora da Zine El Abidine Ben Alì.

Ma chi è quest’uomo che ogni turista scopre - sorridente e con l’improbabile capigliatura corvina a nascondere l’età non appena atterrato all’aeroporto? I suoi giganteschi poster promuovono ancora un culto della personalità da far impallidire l’Unione Sovietica prima della destalinizzazione. L’iconografia ufficiale lo ritrae sempre in abiti civili. Ma è un militare. Un generale. L’ex capo dei servizi segreti. L’ex ministro degli Interni che ha fatto la sua fortuna domando le rivolte del 1978, del 1984 e del 1986 e - merito ancora più grande - eliminando l’Mti (Movimento di tendenza islamica) che, sulle orme dell’algerino Fis (Fronte islamico di salvezza), cercava di imporre il fondamentalismo anche in Tunisia. Nato il 3 settembre del 1936 nel villaggio sahariano di Hamman-Sousse, ha preso parte alla lotta anticoloniale aderendo al movimento di Bourghiba, il Destour. Scoperto dai


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e di cronach

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato

Brasile in ginocchio, le piogge continuano BRASILIA. È salito a oltre 500 morti il bilancio delle vittime del peggior disastro naturale che si sia mai verificato in Brasile. Le piogge torrenziali che hanno colpito la regione di Serrana, a nord di Rio de Janeiro, hanno provocato innumerevoli frane, con fiumi di fango e detriti che hanno investito e distrutto centinaia di abitazioni. Le autorità locali hanno fissato ieri a 506 la conta ufficiale delle vittime, superando così il precedente e triste record di 437 morti, provocati da una frana nel 1967, considerata fino a oggi il peggior diasastro naturale mai avvenuto nel paese. Mentre continuano gli sforzi dei soccorritori per cercare di raggiungere eventuali sopravvissuti, non si fermano le piogge, che rendono ancora più rischiose le operazioni di soccorso. Il presidente del Brasile, Dilma Rousseff, che ieri ha visitato l’area colpita, ha detto di aver visto «scene assolutamente scioccanti». Intanto la conferenza episcopale del

francesi, fu espulso dalla scuola - studiava per diventare ingegnere - e gli fu interdetto di frequentare qualsiasi istituto dell’amministrazione coloniale. Per ironia del destino, dopo l’indipendenza del 1956, già entrato nell’esercito, fu spedito dal neonato governo tunisino a perfezionarsi all’accademia militare di Saint-Cyr, la più prestigiosa di Francia. Poi ci fu la scuola d’artiglieria a Châlons-sur-Marne e, infine, il balzo oltreoceano: la formazione negli Stati Uniti, a Fort Bliss, nel Texas.

Già al ritorno in patria, nel 1964, il primo incarico-chiave: la direzione della sicurezza militare, posto che Ben Alì ha tenuto fino al 1974 quando ha cominciato la vera scalata del potere passando alle poltrone della politica dopo una parentesi in diplomazia (dal 1980 all’84 ambasciatore in Polonia) e la conquista dell’incarico di ministro dell’Interno nell’86. E a questo punto che Ben Alì tenta il tutto per tutto. Il successore designato di Bourghiba è Muhammad Mzali, allora primo ministro, fedelissimo dell’anziano padre-padrone della Tunisia. Ma Ben Alì riesce a farsi eleggere segretario generale del Psd, il Partito socialista destouriano, scalza Mzali che fugge in Francia, e assume la carica di premier nell’ottobre del 1987. Appena cinque settimane dopo, toglie dalla sua strada anche Bourghiba con quello che viene definito un “golpe costituzionale” perché, formalmente, è una commissione medica a dichiarare il vecchio presidente “incapace di governare per senilità”. L’eroe dell’indipendenza tunisina viene trasferito nella sua villa di Monastir dove, di fatto, è rinchiuso in dorato esilio e dove è morto il 6 aprile del 2000. La verità è che la fine politica di Habib Bourghiba era stata decretata tanto a Tunisi quanto a Washington, a Parigi e a Roma perché nel Paese, che era sottoposto ai primi assalti del fondamentalismo islamico, serviva un nuovo uomo forte capace di tenere saldamente il Paese all’interno di quel “fronte arabo moderato”che va dall’Egitto al Marocco, sulle coste del Mediterraneo, e dall’Arabia Saudita agli emirati del Golfo, più a Sud, per isolare chi ha lanciato il jihad contro l’Occidente. Su questa linea Ben Alì offriva tutte le garanzie. Lo stesso ammiraglio Fulvio Martini, a quel tempo capo dei servizi segreti militari italiani, ha rivelato più tardi, nel 1999, il ruolo svolto dall’Italia e dal presidente del Consiglio di allora, Bettino Craxi, per favorire l’ascesa di Ben Alì “individuato come l’uomo capace di garantire meglio di Bourghiba la stabilità in Tunisia”. E alla prima prova - nell’ottobre del 1988 - il nuovo presidente dimostrò la sua efficienza domando in una settimana la

Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Errico Novi (vicedirettori) Vincenzo Faccioli Pintozzi (caporedattore) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica)

Brasile accusa il governo: «Con una maggiore prevenzione e attenzione al territorio, si sarebbero potuti ridurre i danni e le vittime delle piogge torrenziali». Intanto nelle zone colpite si sono registrati i primi casi di saccheggi, non da parte di malviventi ma di abitanti affamati della zona, che hanno cercato di appropriarsi di cibo nei negozi semidistrutti. La polizia non è intervenuta: non c’è da mangiare e le vie d’accesso per i soccorsi sono inagibili.

A sinistra: la rabbia dei manifestanti; sotto, il presidente Ben Ali e un tank dell’esercito. I militari hanno avuto un ruolo ambiguo negli scontri

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Giancristiano Desiderio, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria) Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino Anselma Dell’Olio, Alex Di Gregorio Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Roberto Genovesi, Aldo G. Ricci, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Franco Ricordi, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Katrin Schirner, Emilio Spedicato, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Amministratore Unico Ferdinando Adornato

Supporto alla lotta è stato espresso da al-Qaeda nel Maghreb, che ha invitato la popolazione a rovesciare il regime “guerra del cous-cous”, una rivolta molto simile a quella esplosa adesso, ma che era sospinta anche dal vento islamista. La tutela del carattere laico della società tunisina, l’introduzione di un diritto di famiglia che prevede l’uguaglianza tra uomo e donna, lo sviluppo strabiliante dei livelli d’istruzione sono gli innegabili risultati positivi ottenuti nel lungo “regno” di Ben Alì. Insieme alla lotta al terrorismo - con la cancellazione del Mti - e al miracolo economico costruito attirando capitali stranieri nei settori del turismo, della manifattura, delle costruzioni e dell’energia. Ma se questi sono i meriti, sull’altro piatto della bilancia c’è un lungo elenco di promesse mancate e di diritti negati: l’opposizione politica imbavagliata, la stampa censurata, la corruzione dilagante, la ricchezza indotta dal boom economico spartita tra le famiglie del clan al potere. Anche in uno dei rapporti rivelati da Wikileaks e inviato appena un anno fa a

Washington dall’ambasciata americana è scritto che a Tunisi «il governo usa metodi mafiosi». In una parola, quello che manca è la democrazia. Nonostante tutte le propagandate riforme, compreso il cambio del nome del “Partito socialista destourino” in “Raggruppamento costituzionale democratico”.

I risultati delle elezioni presidenziali bastano da soli per rivelare il carattere del regime. Nel 1989 Ben Alì ha ottenuto il 99,2 per cento dei voti. Impossibile fare meglio? Errore: nel 1994 ha raggiunto quasi la cifra perfetta - il 99,9 - appena scesa nel 1999 al 99,4. Nel 2004 e nel 2009 la percentuale è stata del 99,3. E, ufficialmente, gli elettori avevano anche libertà di scelta tra quattro candidati, ma la Costituzione prevede che per diventare candidati bisogna presentare le firme di 30 deputati. Nel Parlamento monolitico di Ben Alì chi dispone di 30 deputati? Ovviamente soltanto lui e a Tunisi gli altri tre prescelti li chiamano “gli 007 di Ben Alì” perché è lo 007 per cento quello che riescono a dividersi. Adesso la gente vuole cambiare. E lo stesso presidente, nella sua ultima piroetta per guidare la transizione, ha promesso un cambiamento. Ma chi potrà prenderne il posto? Ben Alì non ha allevato delfini perché sa che i delfini, spesso, si trasformano in orche assassine. Prima della “rivolta del pane” qualcuno ipotizzava che potesse essere sua moglie Leila Trabelsi, ex pettinatrice, una possibile aspirante alla reggenza. Ma, per il momento, l’unica cosa che appare certa è che per Ben á vie il tempo è scaduto.

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il personaggio della settimana Mesi dopo la rottura del pozzo della Bp, si moltiplicano i problemi ambientali in alto Atlantico

Il mistero del tonno blu È rarissimo, è l’ingrediente più pregiato del sushi e costa ottocento euro al chilo. Ma il disastro ecologico del Golfo del Messico ha costretto gli Usa a vietarne la pesca. E così il «bluefin» rischia di causare una guerra commerciale tra Washington e Tokyo di Luisa Arezzo a pelle, diciamolo subito, la vende a caro prezzo: a circa 800 euro al chilo. Ma ad essere spaventati da questa cifra non sono né il mercato ittico di Tokyo (dove proprio una settimana fa un esemplare da sushi è stato venduto a quasi 400mila euro) nè quello delle Ong che da vent’anni si battono per la moratoria della sua pesca a livello internazionale. I più preoccupati dell’aumento del prezzo sono i manager della British Petroleum, che stanno per essere accusati di aver messo a rischio la sopravvivenza del tonno a pinne blu atlantico. Il motivo è presto detto: il disastro della marea nera nel Golfo del Messico ha coinciso con il periodo di deposizione delle uova e di nascita delle larve. Bruciandole e uccidendole (a seconda degli studi, vedremo in seguito) quasi tutte e avviando probabilmente all’estinzione l’intera specie (anche qui le opinioni degli scienziati sono diverse). Il governo americano è pronto ad approvare una risoluzione la prossima settimana per bandire la pesca del pregiatissimo pesce nelle sue acque e spiccare un’accusa (fra le tante già emesse) alla Bp dirompente: aver provocato l’estinzione di un’intera specie ittica. Da parte sua, il gigante petrolifero ha già reagito, dicendo che il Golfo del Messico non è l’unica “nursery” del tonno a pinne blu.Vero e falso.Vediamo perché.

L

Dal Nord Atlantico al Golfo del Messico e fino allo stretto di Gibilterra, è questa la rotta compiuta dai bluefin per deporre le uova in acque calde, seguendo sempre lo stesso sentiero e unendosi ad altri simili. Il “viaggio d’amore” del tonno a pinne blu è stato studiato da una squadra di esperti che si è av-

valsa degli strumenti della tecnologia per seguirne il viaggio. Fu Aristotele il primo a cercare di spiegare le migrazioni di questi pesci, osservandone la regolarità. Ora è la tecnologia a tracciarne i movimenti, scoprendo che tra il Mediterraneo e il Golfo del Messico (le due aree della monta dei tonni) i tonni si conoscono tutti, mangiano insieme, sono molto meno “provinciali” di quanto non immaginassimo e sentono una forte malinconia per i posti natii. Le popolazioni dei tonni si mescolano frequentemente e abbondantemente. Poi ritornano indietro, da dove sono venuti. Solitamente fanno ritorno nel luogo di nascita, guidati da una sorta di richiamo naturale: questa è la grande scoperta di uno degli studi più rivoluzionari sui movimenti dei grandi pelagici, di cui ha dato notizia la Bbc alcuni mesi fa e che è stato possibile grazie a un progetto denominato Tag-A-Giant (Tag), che consiste nell’applicazione di microchip (tag, appunto) in grado di leggere la posizione e la profondità del tonno, per poi tradurre le informazioni ricostruendo i movimenti migratori. In particolare l’oggetto dello studio è proprio il tonno rosso (o pinne blu), quello che gli inglesi chiamano bluefin, pesce migratore che spazia per tutto l’Oceano Atlantico, dal Nord al Sud America, per arrivare poi all’Europa e al Nord Africa. È il più pregiato della famiglie dei tunnidi e già nel quarto secolo avanti Cristo i fenici decantavano le doti del nobilissimo pinnuto. Il grande mito che viene smentito dagli scienziati è dunque quello dell’esistenza di due popolazioni separate di tonni, che secondo le stime precedenti non si sarebbero mai unite; una scoperta importante, che farebbe dunque pendere la bilancia più a favore della posizione dei legali della Bp che del governo americano. Ma gli studi vanno letti fra le righe, e le righe parlano chiaro: i tonni pinna blu tornano nei luoghi natii, ama-

no stare a casa, deporre le uova dove sono nati. Dunque gli esemplari venuti al mondo nel Golfo del Messico torneranno là. Continuando a deporre le proprie uova in una melma oleosa che ne impedirà lo schiudersi e ne soffocherà le larve. Esattamente come ha fatto con l’ultima nidiata e condannando la specie atlantica (a differenza di quella mediterranea) nella migliore delle ipotesi a un vertiginoso assottigliamento e nella peggiore a una probabile estinzione.

A mettersi a questo punto in fibrillazione (e sul piede di guerra), oltre alla Bp, è stato il mercato Tsukiji di Tokyo, uno dei più grandi al mondo, tappa fissa per i turisti in visita nella capitale nipponica. Perché il probabile bando Usa della prossima settimana di una delle specie più prelibate di tonno, il pinna blu dell’Atlantico, che nei sushi bar dell’arcipelago viene consumato in grandi quantità, rischia di far aumentare i prezzi a dismisura (altro che i 400mila euro della scorsa settimana...) con conseguenze notevoli sulle abitudini alimentari dei giapponesi (e non solo, visto che sushi e sashimi hanno conquistato anche i buongustai di casa nostra). Se alla carne di balena, in fondo non così diffusa tra i giapponesi, si può rinunciare, così non è per il tonno. Il Giappone, principale consumatore del prelibato pesce, importa l’80% del pinna blu pescato nell’Atlantico, che costituisce la metà delle 47mila tonnellate consumate in un anno nel paese del sol levante. L’altra metà arriva dal Pacifico, o meglio arrivava visto che dal 1 gennaio dello scorso anno è scattato il divieto di pesca di varie specie (fra cui questa) fino al 2012. Il motivo è legato a una realtà ineccepibile, impugnata dagli ambientalisti che chiedono alle autorità competenti di correre ai ripari: il pinna blu rischia seriamente l’estinzione. E questa emergenza è un’altra freccia nella scocca degli avvocati Bp che


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Il pesce piu amato da Aristotele l tonno pinne blu (chiamato anche tonno rosso - Thunnus thynnus - Linnaeus 1758) è un grande pesce pelagico appartenente alla famiglia Scombridae. In inglese è chiamato bluefin tuna. Il più lungo tonno mai pescato misura più di 4 metri e pesa 725 kg. Solitamente è poco più lungo di 2 metri. Vive nelle aperte acque oceaniche, ma talvolta si avvicina alle rive tollerando con facilità le variazioni di temperatura. In inverno preferisce le acque profonde, talvolta sino ai 180 m. È in grado di utilizzare strategie di caccia diverse a seconda delle prede disponibili. Esegue movimenti veloci e fulminei quando preda banchi di piccoli pesci, come ad esempio le acciughe. Il tonno è oviparo, quindi dalle uova escono delle piccolissime larve. Nell’Oceano Atlantico le aree di deposizione sono solamente due: nel Mediterraneo (giugno-agosto) e nel Golfo del Messico (aprile-giugno). Nell’Oceano Pacifico la zona di deposizione si trova in prossimità delle Filippine. La temperatura dell’acqua gioca un ruolo chiave nella deposizione delle uova: nel Mediterraneo la deposizione avviene quando la temperatura è di 1921°C, mentre nel Golfo del Messico quando è di 25-29°C.

I

certamente spenderanno a loro favore, in veste di non unici responsabili della fine della specie. Surriscaldamento globale e aumento vertiginoso del consumo mondiale minacciano infatti la specie, che negli ultimi 50 anni è diminuita del 75% in numero di esemplari, con una caduta vertiginosa nell’ultimo decennio. Il Principato di Monaco lo scorso anno ha fatto sua la campagna proponendo ai 175 paesi del Cites, la convenzione sul commercio internazionale delle specie in via di estinzione, di approvare il

che il sistema non funziona perché le quote non vengono rispettate. Di più: il pesce diventa sempre più caro e ricercato. Basti pensare questo: i pescatori tengono nella rete i tonni pinna blu contrattando (non direttamemte loro, certo, ma il “cartello” che li governa) via satellitare - il prezzo alla borsa di Tokyo. Quando sale, loro vendono.

L’industria del tonno ha cominciato a svilupparsi a metà degli anni ’70. Prima di allora la quantità di pescato era tale che, non essendoci acquirenti né

L’incidente davanti alla Louisiana ha coinciso con il delicatissimo periodo di deposizione delle uova del prezioso pinnuto bando sulle esportazioni. Il che ha comportato una drastica riduzione della pesca, concessa solo per il consumo domestico dei paesi aderenti. Una decisione che ha portato il Giappone alla battaglia, e con lui anche i paesi che esportano verso l’arcipelago nipponico, Italia inclusa. Insieme alla Francia che aveva proposto di ritardare il bando di 18 mesi - e alla Spagna, il nostro paese infatti pesca e fornisce la metà del pinna blu in commercio, che finisce quasi tutto in Giappone. Vada per le quote, insomma, ma il divieto delle esportazioni proprio no. Il problema è

impianti di refrigerazione, il tonno in eccesso veniva buttato, seppellito sotto la sabbia del litorale. Un pozzo di San Patrizio che ha cominciato a fruttare miliardi quando i giapponesi lo scoprirono, negli anni ’70 appunto. Oggi la filiera del pesce più richiesto al mondo costituisce il 4% del prodotto nazionale lordo, un giro d’affari pari a oltre un miliardo di dollari all’anno.

Poche creature degli oceani hanno la maestà dei grandi tonni pinna blu, siluri argentati e idrodinamici che possono arrivare a 700 chilogrammi di peso, 4

metri di lunghezza, eppur muoversi velocemente a oltre 70 chilometri l’ora. Ma il Bluefin ha anche un’altra caratteristica: la carne più buona del mondo. E negli ultimi trent’anni un’armada sempre più tecnologicamente all’avanguardia e micidiale, fatta di navi e aerei da ricognizione, reti speciali, radar, sonar e perfino satelliti, ne ha decimato la popolazione. Lo sterminio del tonno Bluefin è effettivamente emblematico di tutto quanto c’è di criminale e distruttivo nell’industria della pesca nel mondo. Dove un’alleanza potente, fatta di multinazionali senza scrupoli, lobbisti, governi compiacenti, consumatori irresponsabili e perfino accademici senza etica sta accelerando una catastrofe sistemica, con conseguenze incalcolabili per il pianeta. Finiranno i pesci? Non è più solo una domanda retorica. Secondo uno studio della rivista Science, in mezzo secolo siamo riusciti a ridurre del 90% la popolazione di tutti i grandi pesci preferiti dal mercato. Di più, se nulla accadesse, se le catture continuassero a questo ritmo, entro il 2048, anno più anno meno, tutte - dicansi tutte - le specie ittiche commerciali avranno subito un «collasso» generale, nel senso che se pescherà sì e no il 10% dei livelli massimi, cioè quelli degli anni ’80.

Con le parole di Daniel Pauly, scienziato e docente al Fisheries Center della University of British Columbia, «i pesci sono in grave pericolo e se lo sono loro, lo siamo anche noi». «Aquacalypse now» ha definito Pauly l’inquietante prospettiva, in un recente saggio pubblicato su The New Republic e dedicato alla «truffa» messa in atto sin dagli anni Cinquanta dagli uomini contro gli oceani e i loro abitanti. Uno schema predatorio, rivolto all’inizio contro le popolazioni di merluzzi, pesci spada, naselli, sogliole e platesse dell’emisfero settentrionale. Poi, man mano che queste famiglie si assottigliavano, le flotte si sono mosse sempre più a Sud, prima verso le coste dei Paesi in via di sviluppo e da ultimo verso i fondali dell’An-

tartico, in cerca di specie nuove e sconosciute. Quando poi i pesci di grande taglia e alto valore hanno cominciato a scomparire, dai tropici ai poli non c’è stata più frontiera e limite: le barche hanno preso a catturare qualità sempre più piccole, mai in precedenza considerate commestibili per l’uomo.

L’alleanza sciagurata degli interessi ha funzionato benissimo, alimentata da una domanda mondiale di pesce insaziabile e disposta a pagare qualsiasi prezzo, pur di avere le qualità più prelibate. Ma ora la lunga festa sta per finire. Nel 1950, secondo i dati della Fao, nel mondo si catturavano 20 milioni di tonnellate metriche di pesce e molluschi. Alla fine degli anni ’80, il pescato mondiale raggiunse il massimo storico di 90 milioni di tonnellate. Da allora, è in declino costante. Come in una immane catena di Sant’Antonio, che richiede i soldi di sempre nuovi finanziatori per pagare i precedenti e rimanere in piedi, l’industria ha avuto bisogno continuamente di nuovi stock di pesce per continuare a operare. Invece di regolare periodi e quantità delle catture, consentendo alle specie di riprodursi e stabilizzare i livelli di popolazione, è andata avanti fino all’esaurimento, spostandosi altrove e saccheggiando i mari. Se per l’Occidente ricco e affluente la fine dei pesci può sembrare una semplice disgrazia culinaria, per i Paesi emergenti, soprattutto nelle regioni più povere dell’Africa e dell’Asia, il pesce è la principale risorsa di proteine e una fonte di reddito per centinaia di milioni di persone, piccoli pescatori e rivenditori. Incredibilmente, i riflettori accesi sul tonno pinne blu e la sua estinzione, potrebbero tornare molto utili al mare.


ULTIMAPAGINA

In Bielorussia, ferita da un colpo di fucile, ha fatto partire accidentalmente uno sparo centrando in pieno un uomo

La vendetta della volpe di Martha Nunziata arafrasando uno dei capisaldi del manuale del giornalismo, della serie “non è il cane che morde l’uomo a fare notizia, ma l’uomo che morde il cane”, si potrebbe dire che, forse, non esiste notizia più notizia di questa. Episodio alquanto bizzarro, infatti, quello accaduto nella regione di Grodno, cittadina della Bielorussia: un cacciatore spara a una volpe rossa (animale comune nelle campagne bielorusse, e del quale è consentita la caccia) colpendola, e fino a questo punto, purtroppo, è un fatto di routine in questo paese.

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Ma questa volta qualcosa di nuovo c’è: l’uomo si avvicina all’animale cercando di immobilizzarlo e dargli il colpo di grazia, quando la volpe reagisce e“accidentalmente”, con una zampa, aziona il grilletto del fucile e parte un colpo. L’epilogo dell’incredibile episodio è stato che la volpe è fuggita via, ferita ma ancora viva, e il cacciatore è stato costretto a rivolgersi al pronto soccorso per farsi estrarre il proiettile dalla gamba. Chissà se, quando riuscirà a tornare a caccia di volpi, ci penserà due volte prima di sparare. Le origini di questa tipologia di caccia hanno le proprie radici storiche in Inghilterra, quando per controllare l’aumento demografico delle volpi che predavano gli animali da cortile, i contadini le cacciavano con l’aiuto dei propri cani. La caccia alla volpe riporta alla mente le campagne dello Yorkshire, le mute dei cani e i cacciatori a cavallo, in giacca rossa. Ed era un rituale sociale coltivato soprattutto dalla Casa Reale e dai nobili. Il primo evento del genere di cui si ha traccia avvenne nella contea di Norfolk nel 1534, ma l’attività di caccia con i cani è molto più antica. Già gli Assiri, i Babilonesi e gli Antichi Egizi

la praticavano, al pari dei Romani e dei Greci, e fu Guglielmo il Conquistatore, che amava praticarla, ad importarla in Britannia nel 1066, l’anno della conquista normanna. Un’attività che, per molti secoli, è diventata parte integrante della cultura britannica, fino a rappresentare un evento sociale. Molte nazioni europee considerano la caccia una pratica utile al controllo demografico degli animali ritenuti pericolosi per l’economia rurale e la sussistenza dei centri abitati; si pensi, per esempio, alla caccia al lupo in Francia, considerato invece, in Italia, una delle specie più protette. Ma c’è ancora tanto da fare nel nostro paese. «Purtroppo in Italia la caccia

per gli animali ma anche per le persone che non sono d’accordo con la caccia, perché è un continuo confronto tra associazioni di tutela degli animali e dell’ambiente e le società venatorie e soprattutto con i politici di riferimento, che con questo dibattito non porta a niente. Dietro alla questione caccia - dice - ci sono molte lobby che la sostengono sia economiche e politiche, se pensiamo che i cacciatori costituiscono solo l’1% della popolazione, quindi circa 700mila cac-

CACCIATRICE non è ancora stata abolita - dice a liberal Massimo Vitturi responsabile settore caccia della Lav - ma questo è il nostro grande obiettivo, ci arriveremo spero un giorno per gradi e con gli strumenti legislativi previsti dal nostro ordinamento». Molti paesi europei hanno dato segno di grande civiltà e sensibilità sul tema degli anima-

ciatori con licenza, poi c’è anche il problema dei cacciatori abusivi. Ogni anno muoiono 30/40 persone e si contano circa 100 feriti».

La norma che prevede la protezione della fauna selvatica è l’art.1, della legge n.157/92, che la considera patrimonio indisponibile dello Stato, tranne però ai cacciatori, quindi l’art 2 ammette l’attività venatoria. «Per molte specie protette, come il lupo, l’orso, in quanto popolazioni molto limitate quasi in certi anni nel secolo scorso in via di estinzione, esiste una protezione speciale ed è previsto l’arresto, ma non per la volpe, che considerato un competitore dei cacciatori in quanto predatore di lepri e soggetta ogni anno a stragi sotto gli occhi di tutti, della società che non vuole vedere, che volta la faccia altrove». Episodi bizzarri come quello della volpe è raro che si leggano sui giornali: ci sono invece diversi casi in cui un cane da caccia abbia accidentalmente colpito il proprio padrone con la stessa arma con cui ha ucciso animali indifesi solo per sport, per gioco. A volte la natura si prende una rivincita sull’uomo.

Dopo averla colpita, il cacciatore si è avvicinato alla preda cercando di finirla a mani nude. Lei però ha reagito ed è riuscita a saltare contro l’uomo e con una zampa ad azionare il grilletto li: la Spagna ha definitivamente abolito la corrida in tutto il Paese e non solo in Catalogna, in l’Inghilterra, Galles e Scozia la caccia alla volpe, osteggiata da più parti, con le associazioni animaliste in prima fila è stata definitivamente abolita nel 2005. «In Italia, purtroppo continua Vitturi invece c’è poco rispetto non solo


2011_01_15  

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