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ISSN 1827-8817 10111

he di cronac

Raramente il cielo fa nascere insieme l’uomo che vuole e l’uomo che può

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François-René De Chateaubriand di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • MARTEDÌ 11 GENNAIO 2011

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Si apre una settimana chiave per i democrats: giovedì si riunisce la direzione, il giorno prima i “rottamatori”

Bersani, di’ qualcosa di nuovo Perché considerare un “dogma” l’accordo con Di Pietro e Vendola? Il bipolarismo all’italiana è ormai al tramonto: eppure il Pd non ne vuole ancora prendere atto. Con il risultato che, dal caso Mirafiori alle alleanze di governo, è condannato ad un’eterna paralisi... Il discorso al corpo diplomatico della S. Sede

Benedetto XVI attacca il “sesso di Stato”

ROMA. Per il partito democratico gli esami non finiscono mai. Se da un lato Bersani è chiamato a scegliere tra un’alleanza con i moderati o un patto mortale con gli antagonisti, dall’altro il referendum su Mirafiori rischia di spaccare in due la Cgil. Insomma, giovedì prossimo, alla direzione del Pd Bersani dovrà disegnare il futuro del suo partito dando una spinta risoluta da una parte o dall’altra. Al contrario, il segretario sembra ancora molto titubante: anche ieri incontrando Landini della Fiom ha glissato su ogni possibile decisione. servizi da pagina 2 a 5

Il vertice con Obama

Sarkozy sogna il riscatto di una nuova Bretton Woods

L’ex sindaco di Venezia

Il duello a distanza sulla Fiat

di Antonio Picasso

«L’educazione sessuale nelle scuole mette a rischio i valori religiosi e la libertà» È così? Parlano Paola Mancini e Margherita Pedaja

Cacciari: «Sì, se scrive il suo destino a sinistra quel partito è finito»

Landini ottimista: «Vinciamo noi». Marchionne: «Se passa il no si va in Canada»

on l’avvento della presidenza francese dei G8 e G20 per il 2011, Nicolas Sarkozy è tornato a parlare di una “Seconda Bretton Woods”. Gli osservatori anglosassoni tendono a ridimensionare questo ambizioso progetto dell’Eliseo. Preferiscono dire “nuovo ordine monetario internazionale”.

Gabriella Mecucci • pagina 14

Errico Novi • pagina 2

Alessandro D’Amato • pagina 5

Perché alza il tiro contro la persecuzione

Il Ratzinger arrabbiato: metamorfosi di un papa di Luigi Accattoli a detto tutto, non ha taciuto nulla, non ha cercato accomodamenti: un Papa davvero globale e a tutto tondo quello che abbiamo ascoltato ieri sulla libertà religiosa. Ha nominato i Paesi che la violano, a partire da quelli delle recenti stragi di Ognissanti (Iraq) e di Capodanno (Egitto). Ha chiesto al mondo di agire a difesa dei cristiani. È stato concreto, si direbbe tagliente, nei riferimenti. Ha spronato il Pakistan ad abrogare la legge sulla blasfemia e ha ricordato «il tragico assassinio del Governatore del Punjab» – un musulmano favorevole a quell’abrogazione – che «mostra quanto sia urgente procedere in tal senso». Agli Stati della Penisola Arabica ha chiesto spazio per le attività “pastorali” della Chiesa. Non solo non è stato accomodante ma ha persino alzato il tiro.

H

C

a pagina 8

Un altro record negativo per i consumi, dice la Confcommercio

Montezemolo contro la Lega «Finora, con Tremonti, hanno fatto soltanto promesse» di Franco Insardà

ROMA. La settimana di fuoco del federalismo (è alla stretta finale la discussione sul decreto che ne regolarizzerà quello fiscale), cadono due nuove tegole sul governo. Da un lato, Luca Cordero di Montezemolo ha attaccato duramente Tremonti e la sua politica a trazione leghista: al Paese e agli inmprenditori hanno fatto solo promesse; che poi non hanno mantenuto. Le critiche sono arrivate da Italiafutura, braccio politico del presidente della Ferrari. Sul fronte dei consumi, inevece, la Confcommercio ha reso noti i dati relativi dal biennio 2008-2009: le famiglie hanno registrato una contrazione media annua del 2,1%, tornando ai livelli precedenti il 1999.

a pagina 15 seg1,00 ue a p(10,00 agina 9 CON EURO

a pagina 6 I QUADERNI)

• ANNO XVI •

NUMERO

6•

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


la polemica

prima pagina

Le scelte da fare sulla strada del riformismo

pagina 2 • 11 gennaio 2011

Un partito a responsabilità limitata di Giancristiano Desiderio l partito democratico vuole esprimere una cultura riformista ma la sua incapacità o volontà di non lasciare al loro destino Vendola e Di Pietro mina alla radice il suo presunto riformismo. Tutti chiedono a Pierluigi Bersani - ieri è stata la volta di Landini - di assumere posizioni chiare, ma il segretario del Pd è eternamente indeciso. Sembra che più che non sapere cosa fare abbia paura di quanto possa effettivamente fare. Così rimane fermo nella sua ambiguità di fondo che, però, paralizza il Pd e quello che un tempo si sarebbe chiamato il “quadro politico”. Se, infatti - proviamo a fare questo esperimento -, i riformisti decidessero effettivamente di fare i riformisti dovrebbero mollare gli ormeggi e abbandonare ogni ipotesi di alleanza con Vendola e con la sinistra, ma anche con Di Pietro e i giustizialisti. Contemporaneamente dovrebbero essere pronti a muoversi verso il centro con il risultato che il bipolarismo all’italiana verrebbe resettato e il citato “quadro politico”cambierebbe. Invece, il Pd è dantescamente “tra coloro che son sospesi” e come il celebre asino di Buridano che non si decideva a mangiare né di qua né di là finirà con il morire di inedia.

I

La passione del Pd sono le primarie. Ma, a parte il fatto che non vince neanche le primarie, il Pd dovrebbe ambire - come ha notato con ironia Gianni Sartori - a vincere non le primarie, ma le secondarie, cioè le elezioni vere e non quelle finte. Proprio le primarie, del resto, dovrebbero mostrare con una certa dose di certezza che a sinistra la cultura riformista è destinata a rimanere sempre un brutto anatroccolo. Il riformismo che aspira ad allearsi solo con la sinistra e a unire sempre e comunque tutta la sinistra è una cultura politica che si condanna alla sconfitta con le proprie idee e con le proprie mani. Nell’alleanza con Vendola e la sinistra - e anche con la variante dipietresca - il riformismo perde per due motivi: primo perché prevale sempre il richiamo della foresta e secondo perché soggiace al dogma della regola che dice “nessun nemico a sinistra”. Ma è proprio questa idea, ossia che a sinistra ci debba essere qualcuno o qualcosa, che il riformismo nato dalla ceneri della sinistra comunista deve accettare. Il riformismo nasce proprio con questa “ragione sociale”: è altra cosa rispetto al radicalismo politico ed economico della sinistra. Dunque, il Pd dovrebbe archiviare l’alleanza con Vendola (e Di Pietro) per ragioni di credibilità e identità oltre che per calcolo e convenienza. Con un nemico o avversario a sinistra, il Pd può essere libero di stringere alleanza con il centro mettendo definitivamente in crisi un bipolarismo che lo vede stabilmente all’opposizione. Persino il suo antiberlusconismo verrebbe rivisitato diventando ordinario e non straordinario, contingente e non strutturale, insomma una scelta e non una necessità. È curioso, ma proprio quello che il Pd ritiene essere un suo punto di forza - il bipolarismo - è invece un suo punto di debolezza. In fondo, l’unica volta che un esponente di questo partito - che all’epoca era ancora il Pds - ha ricoperto la carica di presidente del Consiglio è stato quando nell’autunno del 1998 Massimo D’Alema scalzò Romano Prodi dal governo. Nella storia stessa del bipolarismo all’italiana è iscritto il destino di subalternità dei post-comunisti italiani che dissero di sé: «Siamo figli di un dio minore». È come se il bipolarismo all’italiana vivesse ancora nell’epoca del bipolarismo internazionale quando esisteva quello che Ronchei chiamava il fattore K. Ma una cosa è subire il destino, altra cosa infliggerselo.

il fatto Il nodo delle alleanze in primo piano alla vigilia della direzione del Pd

Il deserto dei democrats Bersani può rompere con gli antagonismi targati Vendola e Di Pietro? Cacciari: «Se non lo fa, chiude il partito» Pasquino: «Questo vertice non sa decidere» di Errico Novi

ROMA. Piuttosto che guadagnare la via d’uscita dal suo perenne labirinto il Pd sembra destinato a confondersi ancora. Con la direzione, difficilmente risolutiva, prevista per dopodomani, con le assise preventive che l’ala rottamatrice ha già calendarizzato per la vigila, fino al nuovo appuntamento del Lingotto fissato da Veltroni per il 22 gennaio. Si discuterà di tutto, difficilmente però si capirà se il dogma dell’alleanza con Vendola e Di Pietro può essere rigettato. Anzi è praticamente sicuro che una simile svolta non ci sarà: nel caso della maggioranza per il permanere di un’idea indistinta sulle future alleanze, nel caso della minoranza veltroniana invece perché la critica all’avversario interno ancora fa agio sulla costruzione del futuro. E certo non può cambiare il quadro il fatto che a Torino saranno ospiti, tra gli altri, il kennediano Gary Hart ed Antony Giddens. Il dogma resta, nessuno intravede un mare in cui il Pd possa muoversi libero da quest’ancoraggio a sinistra. In alcune affermazioni delle primissime linee democratiche, D’Alema innanzitutto, è riecheggiato un ultimatum per il nuovo polo: scegliete se costruire una grande alleanza democratica o se lasciar vincere ancora una volta Berlusconi. Il che farebbe supporre che su un punto almeno nel Pd, nella maggioranza del Pd, tutto è ormai chiaro: l’accordo con Vendola e Di Pietro c’è e non si tocca. Sarebbe insomma il nuovo polo a doversi adeguare, a dover sciogliere l’enigma. Ma questaimpressione

di chiarezza di idee viene nettamente smontata da Massimo Cacciari, tra i padri fondatori dello stesso Partito democratico ma ormai estraneo alle sue vicende. «Non c’è stata alcuna decisione sull’alleanza stabile con la sinistra di Vendola o con di Pietro. Non si ricorda una deliberazione assunta in una sede di direzione del Pd su una linea di questo genere. Il che però è prova dell’assoluta confusione in cui il Pd si muove». In fondo il problema, osserva Cacciari, è che dai piani alti del Nazareno arrivano proposte più o meno ultimative al nuovo polo senza che i vertici stessi del Partito democratico abbiano risolto il nodo delle alleanze con le forze a sinistra. Certo, Bersani prefigura un patto democratico «per liberarsi di Berlusconi» Ma, osserva Cacciari, «Veltroni dice cose diverse. E lo stesso D’Alema dà una lettura a sua volta distinta». Manca una saldezza e un’unità di visione. Ed è esattamente la stessa analisi di Gianfranco Pasquino, politologo che a sua volta ha intrecciato le sue riflessioni con la tormentata vita dei democratici, mantendendosi peraltro sempre a una certa distanza.

Diversamente da Cacciari, Pasquino ritiene che invece un grande accordo con la sinistra, il centro moderato e il Pd in mezzo, «che assuma l’iniziativa», sarebbe «non impossibile, certo difficile ma fattibile». Pensa che in linea teorica le profferte di Bersani e D’Alema al nuovo polo si inseriscano in una prospettiva corretta, «l’unica che adesso può consentire di battere Berlusconi». Ma anche lui, co-


la testimonianza

«Noi e i centristi, due alleati naturali» La ricetta di Francesco Boccia: salviamo il progetto da chi pensa solo ad allearsi con la Fiom» di Marco Palombi

ROMA. «Se si votasse a breve sarebbe pazzesco non farlo: voglio ricordare l’esperienza del 1994 quando i tre Poli non portarono bene né ai Progressisti, né ai Popolari. Rifare gli errori di sedici anni fa significherebbe davvero mancare di coraggio». Francesco Boccia è un quarantenne del Pd, prima di fare il politico era economista e professore universitario tra l’Italia e l’Inghilterra, adesso è un membro importante della squadra di Bersani insieme all’uomo che prima lo chiamò a palazzo Chigi e poi nel partito, Enrico Letta. Si tratterebbe di «un’alleanza di governo» che - al contrario di quanto fatto in questi due anni e mezzo dal governo in generale e da Giulio Tremonti in particolare - «faccia i conti con la crisi invece di prenderne atto e basta». Per fare questo, prima del voto sulla fiducia del 14 dicembre, Boccia e l’area del Pd a cui appartiene (che in giornalistese va sotto il nome di “lettiana”) sostenevano la necessità di «un “super-Ciampi”, un governo come quello che ci salvò dal default all’inizio degli anni Novanta: ce ne sarebbe ancora bisogno, per carità, ma va preso atto che l’e-

secutivo Berlusconi, per quanto debole, sta ancora in piedi». Era, quella, una proposta di «armistizio», che invitava il centrodestra vincitore delle elezioni a prendere atto del fallimento dell’esecutivo e a gestirne la crisi: andò come si sa. Ieri, dalle colonne del “Corriere della Sera”, Pier Ferdinando Casini ha lanciato di nuovo un «patto di pacificazione» che consenta alla politica di occuparsi delle emergenze che sfregiano la vita di tanti italiani. Buone le reazioni nella se-

«In questa legislatura abbiamo votato con l’Udc nel 95% dei casi: come facciamo a non essere alleati?» de dei democratici, ma è evidente a tutti che è proprio l’attuale inquilino di palazzo Chigi l’ostacolo principale alla tregua.

Nonostante il tappo, senza ironia, rappresentato da Silvio Berlusconi, la politica ha il suo daffare

tra costruzione del Nuovo Polo, evoluzioni del centrosinistra e l’eterna compagna acquisti del premier. Il tutto senza dimenticare lo spettro delle elezioni, una possibilità tutt’altro che esclusa. Ieri Casini, sempre sul “Corsera”, ha risposto a Massimo D’Alema («l’Udc deve scegliere da che parte stare»), ribaltando l’assunto: è il Pd che deve scegliere, una coalizione dal centro a Vendola è improponibile e umiliante. È la prima volta che il leader centrista fa una pubblica offerta agli ex avversari del centrosinistra e la cosa non è passata inosservata nel Pd, ma i toni dentro la maggioranza bersaniana restano ancora bassi (diverso il caso, ad esempio, di Beppe Fioroni, uno dei leader dell’opposizione interna insieme a Walter Veltroni): «“Il Pd deve scegliere”o “Casini deve scegliere”sono modi sbagliati di mettere le cose – spiega Boccia - La faccenda è insieme più semplice e più complessa, ridurre tutto ad allearsi con Tizio o con Caio è una trappola in cui non dovremmo cadere. Il passo avanti che bisogna fare è rispondere alla domanda: quale Italia vogliamo costruire?». Se lo si

fa, ritiene l’economista anglo-pugliese, la coalizione viene di conseguenza: «Il progetto di modernizzazione del Paese che Bersani ha già cominciato a delineare è di certo sostenibile in un’alleanza di governo con Pier Ferdinando Casini e l’Udc e delinea già un’alternativa politica a quei partiti che hanno l’unico programma di stare con la Fiom». Su questo, i vari capi e capetti del Pd «sono più uniti di quanto sembri: alcuni esasperano le differenze per eccessivo amore del partito, altri per eccessivo amore di sé e dei propri posti di potere». I punti di contatto con l’Udc invece, sostiene il deputato democratico, sono molti: la riforma del mercato del lavoro e della contrattazione, ma soprattutto la riforma del fisco. «Un importante punto di raccordo con l’area liberale e cattolico-democratica è di certo l’idea che un euro prodotto da impresa e lavoro va tassato meno di uno prodotto da rendite finanziarie o speculazione». Insomma, è la conclusione, «l’Udc in due anni e mezzo di legislatura ha votato con noi il 95% delle volte: come fa a non essere un possibile alleato?».

me il filosofo ed ex sindaco di Venezia, vede «trop- troncone più consistente a schietta vocazione so- problema cruciale è sempre quello dei numeri, la pe oscillazioni, un partito che vacilla di continuo». cialdemocratica e in un altro di matrice riformista cosa essenziale e se uno vuole vincere oppure no. E che dunque in ultima analisi non è capace nem- e liberaldemocratica destinato a trovare intese al Naturalmente a condizione di mettersi d’accordo meno di difendere la pur discutibile (non per Pa- centro. Viene da chiedergli però se a una forza so- con lealtà e realismo su quello che si vuole realizsquino) idea di tenecialdemocratica oggi in Italia deb- zare insieme». E qui Pasquino si immerge nell’avMASSIMO CACCIARI re tutti assieme. ba per forza toccare in sorte di ac- ventura del possibile: «Certo, se si verifica che le Qui però subentra cordarsi con la sinistra populista e cose assolutamente qualificanti per gli uni sono una questione, si pogiustizialista. «È la storia italiana. inaccettabili per gli altri, finisce tutto lì». La grantrebbe dire un virus, Nulla li costringe se non il fatto che de intesa dunque è fattibile seppur difficile, «non che infetta dolorosale socialdemocrazie europee sono impossibile», secondo la tesi del politologo bolomente la vita sempre lontane da noi. In nessun altro Pae- gnese. «E poi lo schema bipolare non impone che affannosa del Partito se la sinistra è così forte». L’ostina- la sinistra, quella moderata e quella più radicale, democratico. Ossia la zione non dipenderà anche dalla stia per forza tutta insieme. Conta casomai che «si sua incapacità di fare presunta ineluttabilità dello schema riesca a organizzarsi per vincere le elezioni. Chi sintesi. Nato esattabipolare? Cacciari da una parte ve- non è in grado di farlo resta fuori. E se Casini riemente con questo tarde nell’attuale sistema di voto un sce a sua volta a diventare il polo d’attrazione mi lo, il Pd se lo trascina ostacolo difficile da aggirare. Dal- va benissimo. Ancora di più se riesce a tenere fuoall’infinito. E lo tral’altra è convinto che «con un’op- ri La Russa e Gasparri». duce nel conflitto tra portuina modifica della legge tutto la maggioranza bersi potrebbe rimettere in movimento, È il Pd però , secondo Pasquino, che dovrebbe assanian-dalemiana e e si aprirebbero spazi enormi per sumere l’iniziativa. Solo che, appunto, non è in grala minoranza veltroniana. Nell’impossibilità di in- un centro anche poliforme», in cui cioè coesistono do di farlo perché «troppo vacillante» e perché afdividuare una direzione che prevalga senza disin- anime moderate e riformiste. Ma resta l’assoluta flitto dal suo principale handicap, individuato nelle tegrare, i democratici procedono a tentoni. È esat- sfìducia nella classe dirigente del Pd, «in quella «gelosie irriducibili tra i suoi uomini di spicco: pritamente questa la diagnosi di Massimo Cacciari, che si è dimostrata assolutamente inadeguata a ge- ma se ne vanno, nell’ordine, D’Alema, Veltroni e sempre più impietoso e sempre meno possibilista stire questa fase e che ora si perde in un assurdo Bersani, e meglio è». E ancora: «Più che un blocco di potere è un blocsulla sopravvivenza del Pd così come lo conoscia- accanimento terapeutico». GIANFRANCO PASQUINO chetto. Non riesce ad mo. «C’è solo una colossale confusione sotto il cieassumere un ruolo lo. Persistono difficoltà enormi. Bisognerebbe Pasquino condivide il discorso davvero visibile, se prendere atto che il Partito democratico è fallito. di Cacciari almeno riguardo al sinon per qualche induPrima lo si fa, prima ciascuno va per la propria stema di voto. «Una delle cose che mento di lana pregiastrada, e meglio è. Continuare con questo accani- una grande alleanza democratica ta». Pasquino vorrebpotrebbe assicurare è proprio una mento terapeutico è senza senso». be anche lui rottamare nuova legge elettorale. Se si riuL’indecisione è paralisi , ed è dunque, per il filo- scisse a trovare convergenze su il vertice, come i congiurati che si vedransofo, anche ostinazione parossistica. «Il Pd avreb- quello, resterebbero poi alcuni no alla vigilia della dibe dovuto essere coerente con la sua natura origi- provvedimenti di primaria urgenza rezione, «ma la misnaria: tendenzialmente maggioritario e autonomo. in campo economico, dopodiché sione è complicata Ora è troppo tardi per riprendere quel percorso. E ciascuno potrebbe essere restituito perché queste persone se ci fosse una decisione a maggioranza che san- alla propria libertà d’azione». Ma non hanno occupaziocisse un’alleanza organica e non solo tattica con la appunto il professore di Scienza ni alternative. E come sinistra-sinistra, il giorno dopo la minoranza an- politica dell’università di Bologna diceva Colletti, a 70 drebbe dal notaio a ufficializzare la scissione». Ve- ritiene che se un passo va fatto, ro è che una simile ipotesi ricorre ormai da tempo, ora, lo si deve per forza muovere verso un accordo anni non vorrete mica lasciarmi seduto su una pannell’analisi di Cacciari: il Pd che si sdoppia in un che metta insieme «Casini e Vendola». Perché «il china ai giardini pubblici».

«Regna la più assoluta confusione, a questo punto l’accanimento terapeutico è insensato»

«Spetterebbe loro assumere l’iniziativa ma anche sulle alleanze contnuano a ondeggiare»


pagina 4 • 11 gennaio 2011

l’approfondimento

La battaglia sulla “piattaforma Marchionne” ripropone un vizio storico di quello che fu il «movimento operaio»

La vocazione minoritaria Come Vendola e Di Pietro spaccano la sinistra politica, i vertici della Fiom dividono in due il sindacato. E così il riformismo italiano (anche nel mondo del lavoro) resta al palo. Senza trovare soluzioni alla globalizzazione di Riccardo Paradisi lmeno Maurizio Landini ha le idee chiare: «Se altre aziende tentano di fare come la Fiat – minaccia il segretario generale della Fiom – devono sapere che si aprirà un conflitto senza precedenti». Certo le idee chiare non necessariamente sono idee giuste. Si può infatti eccepire sull’impostazione MarchionneFiat delle partite Pomigliano e Miriafiori o degli ultimatum dell’Ad del Lingotto – o così o noi ce ne andiamo – ma non si può dubitare sull’intransigenza della Fiom che intanto prepara lo sciopero generale indetto per il 28 e promette di rivolgersi alla magistratura in caso di vittoria dei si.

A

È il presidente del comitato centrale della Fiom, Giorgio Cremaschi a dirlo: «Continueremo a contrastare l’accordo sul piano sindacale ma anche sul piano giuridico legale. Siamo di fronte a un attacco senza precedenti dei diritti dei lavoratori: ai lavoratori di Mirafiori viene chiesto di rinunciare a

tutto, compresi i diritti sindacali». La tesi di Cremaschi infatti è che «Questa del referendum sarà l’ultima volta che gli operai potranno votare, non potranno farlo mai più». Ma se appunto la Fiom – al netto d’una minoranza che d’accordo con la Cgil vuole partecipare al referendum – una strategia ce l’ha a non avere le idee chiare è la sinistra italiana. Pd in testa. A mettere in dito nella piaga dell’indecisione costituzionale è il solito Nichi Vendola: «Attendo fiducioso la direzione del Pd di giovedi. Ho molte aspettative che il Pd sciolga alcuni nodi che riguardano un profilo di proposta politica. In particolare attendo risposte sul lavoro come civiltà, il sapere e la sua libertà attraverso il rilancio della pubblica istruzione e la tutela del principio di libertà». Sulle Nuove ragioni del socialismo, rivista diretta da una coscienza critica dell’attuale sinistra come Emanuele Macaluso l’analisi è dello stato confusionale del Pd è strutturale: «Oggi verifichiamo che su un tema

tanto delicato, dove sarebbe necessaria una risposta politica forte, autorevole e soprattutto univoca, la confusione interna impedisce di prendere una decisione. Non è un problema di leadership, di primarie e tantomeno del segretario: è una fragilità strutturale che va ricercata nelle ragioni che hanno dato vita al Pd. E che proprio sulla vicenda Fiat, che riguarda l’intero Paese, può trovare l’occasione di un auspicabile chiarimento. Ci sarà?» A giudicare dal dibattito inter-

Pd: alcune convergenze con la Fiom ma sullo sciopero si vedrà

no al Pd sarà dura per il segretario Bersani trarre una sintesi. Ci sono gli attacchi frontali alla direzione del partito da parte della sinistra Pd, come quello dei Giovani democratici, che chiedono segretario chiarezza nel contrastare i piani di ristrutturazione Fiat: «È una di quelle questioni che definisce l’identità di un partito: l’Ad di Fiat è come la Thatcher, perché sostiene che esiste solo un modello di capitalismo, le cui regole indiscutibili sono quelle del mercato finanziario, e chi vuole

lavorare deve piegarsi a quelle leggi come fossero scritte in un testo sacro, anche se hanno portato al fallimento di tante aziende nel mondo e alla crisi. Ma affidarsi solo al mercato, vorrebbe dire rinunciare in Italia anche alla Costituzione repubblicana, secondo la quale l’impresa ha una funzione sociale. Il lavoro non può essere una pura variabile dipendente. E anche chi, come Veltroni, rilancia il tema dei salari adeguati alla produttività non fa che riproporre lo stesso errore».Ma ci sono anche le sollecitazioni uguali e contrarie della destra del partito. «Ho visto con piacere che tutto il Pd pensa che gli investimenti che la Fiat vuol fare siano una grande occasione per il Paese – dice il sindaco di Firenze Matteo Renzi – la discussione in corso in questo momento mi sembra di più tra la Fiom e la Cgil, che non tra il Pd e i sindacati». Ancora più chiaro il popolare Beppe Fioroni: «Il Pd non puo’ essere il partito della Fiom». E Bersani che dice? Riceve a lar-


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Duello a distanza tra il leader antagonista e l’ad del Lingotto in vista del voto di giovedì

Ora Landini fa l’ottimista: «Vincere il referendum si può» Le tute blu di Torino sul piede di guerra. E Marchionne da Detroit risponde: «Se prevarranno i no, noi punteremo su Canada e Usa» di Alessandro D’Amato

ROMA. «Per noi la vertenza è ancora aperta e la partita può ancora essere vinta». Maurizio Landini, segretario generale della Fiom, lo dice chiaro e tondo nella conferenza stampa che il sindacato rosso dei metalmeccanici non ha intenzione di arretrare di un passo su Mirafiori, e che il dopo-referendum, anche se dovesse concludersi in un plebiscito, non lo spaventa. Landini ha ribadito «il pieno sostegno della Cgil» sulla vertenza a partire dall’impegno nella riuscita dello sciopero del 28 gennaio. «Il segretario generale Susanna Camusso sarà in piazza con i metalmeccanici il 27 a Bologna poiché l’Emilia Romagna anticipa di un giorno la protesta a causa di una festività». In questo modo rispondendo, senza nominarla, a un’anticipazione di Repubblica, che ieri dipingeva il segretario della Cgil pronto a fare qualche passo in direzione Fiat. Landini ha ribadito che la Fiom non firmerà comunque l’accordo indipendentemente dal risultato del referendum del 13-14 gennaio. «I consensi della Fiom nelle fabbriche italiane crescono, mentre quelli degli altri sindacati metalmeccanici sono in calo», ha fatto poi notare Landini. «Negli ultimi sei mesi - ha affermato ancora Landini che ha voluto così respingere le critiche di chi sostiene che il sindacato da lui guidato dica sempre di no agli accordi proposti dalle aziende - abbiamo firmato più di mille accordi che riguardano piùdi 230 mila lavoratori. Gli accordi sono stati raggiunti ad esempio alla Ferrari, alla Brembo, alla Indesit, alla Beretta e alla Lamborghini. Si può essere d’accordo o meno con le posizioni della Fiom ma non accettiamo questa propaganda a basso prezzo».

P o i è a r r i v a t a u na punzecchiatura al Pd: «Cosa mi aspetto dal partito di Bersani? Il rispetto, e una presa di posizione chiara», ha risposto durante la conferenza stampa (e subito dopo si visto con il segretario); poi ha anche «un minacciato conflitto senza precedenti» se altre aziende seguiranno la strada della Fiat. 1Da Pomigliano a Mirafiori difendiamo ovunque il contratto e i diritti», sarà lo slogan della manifestazione. «Otto ore di sciopero sono un sacrificio per i lavoratori -

ha sottolineato Landini - ma è necessaria una risposta alla gravità della situazione». La Fiom ha poi annunciato l’inizio di una raccolta di firme sui luoghi di lavoro aperta anche a tutti i cittadini che «non vogliono accettare quanto avviene alla Fiat», ha spiegato Landini. «Ci è

Dagli Stati Uniti il primo segnale: la Fiat sale al 25% di Chrysler. «Entro l’anno saremo al 51%» sembrato giusto informare i lavoratori su cosa è stato firmato mentre loro erano a casa, visto che chi ha firmato non farà le assemblee», ha invece detto Giorgio Airaudo, responsabile settore auto della segreteria nazionale Fiom a Mirafiori, dove è stato distribuito il testo dell’accordo siglato il 23 dicembre. «Noi pensiamo che basti leggere quel-

l’accordo per capire quale peggioramento sulla condizione di lavoro e sugli spazi di libertà viene imposto alle lavoratrici e ai lavoratori». E Giorgio Cremaschi ha rincarato la dose: «Continueremo a contrastare l’accordo sul piano sindacale ma anche sul piano giuridicolegale - ha detto - quest’accordo viola un’infinità di leggi, è un accordo in malafede fatto da contraenti in malafede, quindi ci rivolgeremo alla magistratura». Ma dinanzi ai cancelli di Mirafiori che ha riaperto ieri mattina dopo tre settimane di cig - non c’era la sola Fiom: «Per il lavoro, il reddito e i diritti, votiamo sì», affermava un manifesto della Fismic affisso davanti allo stabilimento.Vi sono raffigurati un operaio di Pomigliano e uno di Mirafiori: «Noi abbiamo votato sì e salvato il lavoro», dice il primo. «Anche noi teniamo al lavoro e voteremo sì», replica il secondo. Anche lo stabilimento Fiat di Termini Imerese ha ripreso ieri l’attività, ma solo per una settimana. Il 17 gennaio infatti i lavoratori saranno collocati nuovamente in cassa integrazione per un giorno, e altrettanto è previsto per il 24 gennaio.

Dall’altra parte dell’oceano, intanto, la Fiat è salita dal 20 al 25% di Chrysler. Lo ha annunciato lo stesso Sergio Marchionne parlando al Salone dell’Auto di Detroit. «E ci sono le condizioni per salire al 51% entro l’anno», ha chiarito rafggiante il manager: «Fiat ha le risorse finanziarie per farlo anche adesso se necessario». Marchionne non ha perso l’occasione per parlare di Italia ribadendo che se al referendum di Mirafiori ci sarà il 51% di sì «il discorso si chiude, l’investimento si fa. Se non si raggiunge il 51% salta tutto e andiamo altrove. Fiat ha alternative nel mondo, aspettiamo di vedere cosa succederà giovedì e venerdì e se il referendum non passerà ritorneremo a festeggiare a Detroit». Quanto a un possibile sbarco di Alfa Romeo negli Usa, Marchionne ha spiegato che avverrà «probabilmente» nel 2012. «La Giulia è in effetti la vettura più idonea - ha aggiunto - perché realizzata su piattaforma americana, ma il nostro obiettivo è di portare tutta la gamma Alfa in America, inclusa la macchina che dovrebbe essere prodotta a Mirafiori». Sulle strategie future di Fiat è intervenuto a Detroit anche il presidente John Elkann, affermando che non c’è «nessuna intenzione di vendere pezzi del Gruppo, ci teniamo stretto tutto. Anche se ci offrono un sacco di soldi, abbiamo investito troppo», ha aggiunto Elkann.

go del Nazareno il segretario della Fiom Landini e i vertici dei metalmeccanici, parla di un ”incontro positivo”, di una sintonia di fondo in particolare sul tema della rappresentanza sindacale e sulla politica industriale, della latitanza del governo: «Se io fossi stato ministro avrei chiamato Marchionne e gli avrei chiesto di chiarire tutte le implicazioni del Piano industriale della Fiat». Secondo il leader Pd, infatti, gli investimenti da parte del Lingotto vanno verificati e su questo aspetto devono impegnarsi, da una parte il governo e anche Confindustria. Nei confronti della associazione guidata da Marcegaglia, Bersani esprime più di una preoccupazione e ai vertici della Fiom rivela i timori che il caso Fiat produca un effetto valanga sul sistema della rappresentanza datoriale.

Poi il leader democratico conferma la piena disponibilità del partito a sostenere una azione politica per recuperare condizioni democratiche nella rappresentanza dei lavoratori. Questo è il colpo al cerchio. Quello alla botte s’incarica di darlo il bersaniano Stefano Fassina,«siamo preoccupati per la rappresentanza, vi sono stati anche punti di convergenza sindacale, ma rispetteremo l’esito del referendum. Bersani però ha sollecitato le parti sociali ad affrontare questo tema perché anche i sindacati che non firmano i contratti possano avere una loro rappresentanza». Poi anche Fassina butta la palla in corner e attacca il governo: «Inaccettabile e irresponsabile assenza del governo che si scarica sulle spalle dei lavoratori. Manca un apporto dell’esecutivo in generale su tutta la politica industriale, dalle auto al settore manifatturiero». E il 28, in caso di sciopero generale, che fa il Pd? Aderisce? «Il Pd, non ha ancora deciso – dice Fassina, allargandosi il collo della camicia – bisognerà anche aspettare l’esito del referendum». Ma se il Pd è in stato confusionale la posizione della Cgil non è chiarissima. Per ora Cgil e Fiom concordano sul no all’accordo e rinviano la discussione sul che fare in caso di vittoria dei si in fabbrica. Susanna Camusso parteciperà poi alla manifestazione indetta dalla Fiom il 28 gennaio a difesa dei diritti sui luoghi di lavoro. Ma se la sua maggioranza resta convinta che al referendum si debba partecipare una minoranza molto attiva è con la Fiom di Landini. Che questo referendum non s’ha nemmeno da fare. Mentre sembra tacere ogni cultura della mediazione: tra scontro frontale e accettazione supina ci sarebbe la terza via della partecipazione. Chrysler da questo punto di vista qualcosa insegna. Ma in Italia sembrano tornati gli anni Settanta. Qualcuno ha ripreso a sporcare i muri con la stella a cinque punte.


diario

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Adinolfi aggredito da un sedicenne

Neonato morto per il freddo

ROMA. Ha meno di 16 anni uno degli aggressori di Mario Adinoli, il giornalista e blogger picchiato per strada, sulla circonvallazione Gianicolense, nella notte tra sabato e domenica scorsi. A parlare dell’identificazione del ragazzo, effettuata dai carabinieri, è stato lo stesso Adinolfi, nel corso di un programma radifonico. «Avevo preso la targa del motorino ed è stato facile rintracciare il proprietario», ha spiegato il giornalista, che si è detto «incredulo e ferito per essere stato oggetto di rabbia da parte di un ragazzo così giovane». Adinolfi ha anche riferito di aver ricevuto una email di scuse da parte del padre del ragazzo. «Era molto addolorato», ha sottolineato il blogger, ex candidato alle primarie del Pd.

Alemanno azzera la giunta capitolina

BOLOGNA. Il freddo e la miseria. Queste la cause che avrebbero ucciso il piccolo Devid, un neonato di soli 20 giorni, morto per strada a Bologna. Il bambino, che viveva da senzatetto insieme alla madre, al padre, a un fratellino gemello e a una sorellina di un anno e mezzo, sarebbe morto lo scorso 4 gennaio, quando l’ambulanza del 118 è arrivata in piazza Maggiore per soccorrere il piccolo era in stato di crisi respiratoria. Per lui, però, i soccorsi sono stati inutili. Vano il tentativo di curarlo nel reparto di rianimazione del Sant’Orsola. L’intervento è stato, invece, cruciale per salvare il gemellino, ricoverato d’urgenza all’ospedale. Il piccolo e la sorellina stanno bene e sono fuori pericolo.

ROMA. Azzerata la giunta capitolina: il sindaco Alemanno, evidentemente in difficoltà nel trovare mediazioni tra le varie anime della sua maggioranza, «ha firmato due ordinanze con cui ha revocato tutte le deleghe alla giunta capitolina e ai consiglieri delegati», come ha dichiarato il suo portavoce, Simone Turbolente. «La Giunta capitolina, a norma di statuto, dovra’ essere nominata nuovamente entro il piu’ breve tempo possibile. Obiettivo del sindaco - spiega Turbolente - è quello di nominare i nuovi assessori e i nuovi consiglieri delegati entro giovedì 13 gennaio. Per giungere a questo obiettivo il sindaco ha chiesto ai vertici del Pdl di affiancarlo nelle consultazioni e nelle valutazioni».

Oggi comincia il confronto in Bicamerale sul decreto sul fisco municipale. Calderoli alla ricerca di una mediazione con il Terzo Polo

Inizia l’assedio al federalismo

Montezemolo attacca Lega e Tremonti: «Solo promesse alle imprese» di Franco Insardà

Secondo la Confcommercio, nel biennio 2008-2009 i consumi delle famiglie italiane hanno registrato una contrazione media annua del 2,1%, compiendo un «pauroso salto all’indietro» e tornando addirittura ai livelli precedenti il 1999. In particolare, è diminuita la spesa per le vacanze, ma anche quella per i pasti , la mobilità, le comunicazioni e l’abbigliamento

ROMA. Federalismo, risorse e tasse comunali, conti pubblici, consumi delle famiglie: sono gli argomenti all’ordine del giorno dell’agenda politica dei questo inizio del 2011. Un anno che non è certamente iniziato bene per le famiglie italiane, mentre qualche segnale positivo viene dai conti pubblici. Nel suo rapporto sui consumi del 2010 Confcommercio registra «una riduzione media annua del 2,1 per cento nel biennio 20082009», con i consumi pro capite, secondo i commercianti, che «tornano ai livelli di dieci anni fa, ma le famiglie italiane, nonostante il perdurare della crisi e la riduzione del reddito disponibile, si sono dimostrate vitali e reattive: meno sprechi, più attenzione al rapporto qualitàprezzo e ricorso anche a quote di risparmi è stato, infatti, il comportamento di spesa adottato per contenere al massimo la perdita di benessere patita durante la crisi». Secondo l’Istat, che ha diffuso i dati grezzi sull’indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche, un segno positivo, invece, nel terzo trimestre del 2010 arriva dal rapporto tra deficit e Pil, che è stato pari al 3,2 per cento, in diminuzione rispetto al 3,9 per cento del corrispondente periodo del 2009.

E per il presidente della Banca Centrale Europea, JeanClaude Trichet, a ripresa dell’economia mondiale «è migliore delle previsioni, specie nei paesi emergenti. L’Europa non è diventata una zona d’inflazione e non lo diventerà e l’euro è una moneta stabile, almeno quanto lo erano le monete che l’hanno preceduto, incluso il

marco tedesco. Nel 2011 dobbiamo rafforzare i nostri sforzi ancora di più: ognuno degli Stati membri prenda le proprie responsabilità».

Intanto la maggioranza,la Lega su tutti, è impegnata a chiudere un altro capitolo della riforma federalista: il voto sul decreto sul fisco municipale. Il Senatur vorrebbe chiudere la partita entro il 23 (il termine ultimo è il 28 gennaio), ma per riuscirci avrà bisogno di trovare consensi nel Terzo Polo e difendersi dagli attacchi Italiafutura, l’associazione che fa capo a Luca Cordero di Montezemolo, che accusa sia la Lega sia il ministro Tremonti di aver «tra-

dito l’Italia che produce». Il ministro alla Semplificazione, Roberto Calderoli, incontrerà, informalmente, Mario Baldassarri (Fli), Gian Luca Galletti, Gianpiero D’Alia (Udc) e Linda Lanzillotta (Api) per trovare una “mediazione”. La riunione dovrebbe svolgersi prima di quella tra Calderoli e i relatori del decreto sul federalismo municipale, Enrico La Loggia (Pdl) e Giuliano Barbolini (Pd).

Il ministro leghista alla Semplificazione sta lavorando per trovare un accordo perché, come ha dichiarato «il federalismo è una riforma che deve essere approvata da un’ampia maggioranza che può arrivare

anche all’80 per cento, fatta da tutti quelli che ci stanno».

Pier Ferdinando Casini, in un’intervista al Corriere delle Sera ha riconfermato la posizione del suo partito, ricordando che l’Udc ha votato contro. Ma il leader centrista ha anche aggiunto che siccome «si discute di imposte locali, abbiamo proposto che anche in questo contesto si tenga presente la necessità di salvaguardare le famiglie. Il quoziente familiare era nel programma del Pdl. Sappiamo benissimo che oggi sarebbe difficilmente compatibile con i conti pubblici. Però tra il quoziente familiare e il nulla c’è una prateria. Qualco-

sa va fatto». Casini, concludendo, ha lasciato aperto uno spiraglio: «Noi vogliamo che i nostri tecnici lo migliorino, e ci riserviamo una valutazione con gli amici delle altre forze politiche che con noi compongono questo nuovo polo».

Il presidente dell’Udc, Rocco Buttiglione ha chiarito la posizione del partito: «Valuteremo di volta in volta ogni singolo provvedimento. La logica da adottare è quella di un governo di minoranza che sa di essere di minoranza e come tale si comporta, venendo a trattare e accettando i consigli dell’opposizione. Ovviamente, l’opposizione deve dare buoni consigli


11 gennaio 2011 • pagina 7

Rai, il canone e le forme di pagamento

Borghezio insulta i terremotati: «L’Abruzzo è un peso morto» ROMA. «Questa parte del Paese non cambia mai, l’Abruzzo è un peso morto per noi come tutto il Sud. C’è bisogno di uno scatto di dignità degli abruzzesi. È sano realismo padano». È questo il punto di partenza di una sequela di insulti resa dal leghista Mario Borghezio al programma tv fatto in casa da Klaus Davi e messo in rete su You Tube. «Il comportamento di molte parti delle zone terremotate dell’Abruzzo è stato singolare, abbiamo assistito per mesi a lamentele e sceneggiate – ha proseguito Borghezio - complessivamente è stata un po’ una riedizione rivista e corretta dell’Irpinia: prevale sempre l’attesa degli aiuti, non ci sono importanti iniziative autonome di ripresa. Si attende sempre che arrivi qualcosa dall’alto, nonostante dall’alto arrivi molto». «Mi domando quale sarebbe stata la reazione degli abruz-

e non essere pregiudiziale, cercando solo di far cadere il governo. Sul federalismo noi vorremmo capire qualcosa su un disegno strategico complessivo che ci sembra carente, anche al di là del provvedimento attualmente in discussione in Parlamento. Non vogliamo certo fare uno scambio tra federalismo e la riforma fiscale per le famiglie. Sappiamo che il decreto attuativo ora in commissione contiene un pezzo di riforma fiscale, vogliamo che contenga anche un pezzo a favore delle famiglie. Sapremo apprezzare un governo che facesse una riforma in tal senso, perché renderebbe giusto questo provvedimento specifico e ci darebbe una fiscalità locale a misura delle famiglie che non costerebbe tantissimo e avrebbe un elevato significato politico».

Apprezzamentiper la posizione espressa da Casini sono venuti sia dal coordinatore del Pdl e ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi, sia dal coordinatore di Futuro e Libertà, Adolfo Urso. Per Bondi si tratta di «una buona base di partenza per verificare la possibilità di raggiungere convergenze in Parlamento su questioni di vitale interesse per il futuro del Paese, quali ad esempio la riforma fiscale e il federalismo». Secondo Urso «il nuovo Polo si muoverà insieme in Parlamento sulle riforme che servono all’Italia per innescare sviluppo e crescita, con responsabilità e determinazione, a cominciare dai decreti attuativi del federalismo fiscale sui quali attendiamo risposte adeguate e concrete alle proposte avanzate dal senatore Mario Baldassari». Proprio il presidente della commissione Finanze del Senato, in questi giorni ha espresso perplessità sul testo in discussione alla Commissione parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale, dove maggioranza e opposizione sono in parità (15 a 15). I parlamentari di Udc, Fli e Api possono quindi essere determinanti per far passare il decreto, così come nelle altre commissioni che dovranno

g i u d i z il e t t e r ep r o t e s t es u g g e r i m e n t i

zesi nei confronti di un comportamento “risparmioso” da parte dello Stato, con l’invio di aiuti a gocce come è per i veneti; questo fa solo aumentare il senso di disaffezione dei veneti verso lo Stato centralista, credo che siamo ormai giunti ad un punto di rottura», ha concluso Borghezio. L’alleato di Borghezio Gianni Chiodi, presidente Pdl della Regione Abruzzo, ha commentato: «Borghezio molto probabilmente è male informato».

Casini: «Abbiamo proposto che si tenga presente la necessità di salvaguardare le famiglie»

Dall’alto, Jean-Claude Trichet, Luca Cordero di Montezemolo, Mario Baldassarri e Gian Luca Galletti

esprimere il parere sul federalismo (Affari costituzionali e Bilancio). Baldassarri ha avvertito che «il grosso del federalismo è quello delle regioni e della sanità». E ha ribadito la validità delle sue proposte su Ici e cedolare secca per gli affitti: «Per rendere effettiva l’azzeramento dell’Ici sulla prima casa basta renderla detraibile dall’Irpef. In questo modo si trasferiscono dallo Stato ai comuni questa imposta. Oggi l’assurdo è che l’Ici ai comuni la pagano i non-residenti delle seconde case e quindi viene meno il famoso controllo delle amministrazione sul territorio». Si è poi detto contrario a un cedolare secca sugli affitti: «L’articolo 81 della Costituzione impone la sostenibilità di bilancio per ogni riduzione di imposta e difatti io per cinque anni mi sono sentito dire che questa norma pesava per circa 2,8 miliardi di euro di mancate entrate. Ora la cifra è improvvisamente scesa a 1 miliardo, ma rimane il fatto che si conta di recuperarla a posteriore grazie all’emersione degli affitti in nero nel biennio successivo. Ritengo si tratti di un meccanismo che è contro la Costituzione. Meglio piuttosto partire dalla possibilità di deduzione per gli inquilini come incentivo all’emersione degli affitti non dichiarati».

E mentre sul fronte dei partiti potrebbero diradarsi le nubi sul federalismo arriva il violento attacco alla Lega e al ministro Tremonti, da parte di Italiafutura, l’associazione che fa capo a Luca Cordero di Montezemolo. In un intervento pubblicato ieri sul sito di Italiafutura si accusano il Carroccio e Tremonti di “neostatalismo municipale” per aver lasciato sola e tradito le aspettative della parte più viva e dinamica del Paese, e, cioè, gli imprenditori, gli artigiani e i commercianti che costituiscono, in Italia, un enorme serbatoio di competività, quel ”nerbo della nazione di cui tutti sembrano ignorare le necessità». Nel documento si denuncia «l’assenza di qualsiasi voce che, in Parlamento o nel governo, si batta per i ceti produttivi».

Dallo scorso 31 marzo le Poste sono impegnate, dopo accordo con l’Antitrust, ad inserire sui bollettini postali per il pagamento del cosiddetto canone Rai, anche le apposite caselle per l’indicazione del numero Iban; in questo modo la concorrenza sarebbe salva, perché l’utente non sarebbe obbligato a pagare l’imposta solo attraverso le Poste, al costo di euro 1,10 euro per il pagamento allo sportello (più il tempo per fare la fila) e a 1 euro per il pagamento sul conto postale on line o 2 euro con carta di credito, che diventano 2% dell’importo quando si versano piu’ di 100,00 euro. Il pagamento potrebbe essere effettuato anche attraverso la propria banca, alle condizioni del proprio rapporto che, spesso, prevede un certo numero di operazioni gratuite.“Fatta la norma gabbato lo santo”! Perche’la Rai invia a case dei contribuenti il bollettino delle Poste, ma sulle caselle dell’Iban non si puo’ scrivere nulla in quanto ci sono degli asterischi. Non solo, ma se si va sul sito della Rai, l’unico metodo di pagamento indicato è quello con bollettino postale (http://www.abbonamenti.rai.it/Ordinari/PerAbbonarsi.aspx). Allora i casi sono due: la Rai e’ inadempiente perche’ vuol vessare i contribuenti; la Rai ha fatto un accordo (ignoto anche all’Antitrust) con Poste italiane in barba alla legge. Per questo motivo abbiamo investito la specifica Autorita’Antitrust perche’ indaghi su queste ipotesi.

Vincenzo Donvito

L’IMMAGINE

La vita in rosa Una cavalletta rosa non è un animale che si incontra tutti i giorni! Il curioso insetto della famiglia delle Tettigoniidae è affetto da una condizione genetica chiamata eritrismo, che comporta un eccesso di pigmentazione rossastra

GUAI DALL’INVASIONE CLANDESTINA L’invasione extracomunitaria – specie clandestina – soppianta la nostra cultura e può portare anche povertà, disordine, malcontento, crimini e rivolte. Alcuni immigrati extracomunitari mantengono una forte identità di clan, rifiutano l’assimilazione e l’integrazione, nonché nutrono risentimento verso il “ricco Occidente”che li ospita. L’invasione d’extracomunitari sconvolge i modelli dei cittadini nativi, che si trovano costretti a vivere nel multiculturalismo, senza averlo deciso. L’immigrazione massiccia restringe le libertà individuali e costa, per l’eccessiva generosità del nostro Stato assistenziale ultraindebitato. Secondo sondaggi, la maggioranza dei cittadini europei lamenta l’eccessiva presenza di persone d’origine extracomunitaria; le quali rappresenteranno fra il 20 e il 32% della popolazione totale entro il 2050. Più di altre, la cultura musulmana evidenzia i vantaggi pratici dell’elevata fertilità: «sposatevi (e procreate), perché attraverso di voi sovrasterò per numero i popoli». Constatando la crescita di sette volte della popolazione palestinese dal 1967 al 2002,Yasser Arafat considerava l’utero delle palestinesi come un’“arma”, al servizio della sua causa.

Franco Padova

CAMBIARE PER RASSERENARE La comparsa della stella a cinque punte è un fenomeno isolato, che trova la scomunica netta anche della Fiom e della Cgl, che hanno inteso l’importanza del momento di rinnovamento per la Fiat che può essere anche visto con sospetto da qualcuno, ma rappresenta comunque la conseguenza dell’allargamento del mercato che è cosa necessaria e aspettata da tempo. Serve molto dialogo all’interno delle forze che circondano il compartimento lavorativo di molte aziende, perché l’allarme lanciato sulla disoccupazione non deve essere preso sotto gamba, e la condizione giovanile che cerca il lavoro all’estero dovrebbe diventare una grande prospettiva di crescita e di esperienza, e non più di ultima spiaggia per la prima occupazione. Una cosa del genere è stata detta anche dal Presidente Napolitano nel suo messaggio di fine anno, anche se occorre dire che molte Aziende Italiane medio piccole e non solo la Fiat, aspettano le condizioni ideali per associare l’incremento della produttività alla prospettiva dell’occupazione, una volta e per sempre.

Bruno Russo


pagina 8 • 11 gennaio 2011

on l’avvento della presidenza francese dei G8 e G20 per il 2011, Nicolas Sarkozy è tornato a parlare di una “Seconda Bretton Woods”. Gli osservatori anglosassoni tendono a ridimensionare questo ambizioso progetto dell’Eliseo. Preferiscono indicarlo come il “nuovo ordine monetario internazionale”. Il nome appare alleggerito di quella retorica che piace tanto ai francesi. Certamente però, non manca di quella pomposità che, in termini pratici e lo si chiami in un modo o nell’altro, il piano racchiuse. Avviare una ristrutturazione del sistema monetario globale, svincolandolo dal dollar standard, è un’idea discussa da tempo nei simposi di economia e presso le cancellerie di tutto il mondo. Il punto di partenza poggia su due ordini di motivazioni. Da un lato l’impossibilità, da parte del biglietto verde, a conservare un valore di cambio così elevato. Dall’altro la necessità logica di tradurre in economia la linea di approccio che ispira l’attuale politica internazionale. Con l’avvento di Barack Obama alla Casa Bianca infatti, gli Usa hanno ufficializzato il loro ritorno al multilateralismo. Vale a dire un modo di fare diplomazia - e soprattutto di risolvere le crisi internazionali - rispettando le regole della concertazione e della collegialità. L’amministrazione democratica si è espressa favorevolmente a dare nuovo lustro alle Nazioni Unite e al loro Palazzo di Vetro.

C

Lo stesso dovrebbe accadere in sede economica. Ecco che, quindi, il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) tornerebbe ad assumere un ruolo guida nella gestione di situazioni di criticità improvvisa, come il caso Grecia, e nei rapporti commerciali di lungo periodo, per esempio fra l’Occidente e l’Estremo Oriente. A questo discorso si associa la debolezza del valore reale del dollaro,

Gli osservatori anglosassoni tendono a ridimensionare l’ambizioso progetto francese. Preferiscono indicarlo come il “nuovo ordine monetario internazionale” tenuto conto delle vicissitudini in cui versa l’economia statunitense. Due anni fa, Sarkozy si era posto a capo di una cordata di leader politici desiderosi di realizzare questo progetto in tempi brevi. Oggi è tornato alla carica forte della prossima assunzione del mandato internazionale. La Francia guiderà ufficialmente i due summit dal 24 gennaio. Parigi vuole arrivare all’appuntamento con le idee chiare e un dossier di progetti di effettiva attuazione. Ecco spiegata la visita del presidente francese a Washington iniziata ieri. A onor del vero, nel comunicato stampa di Casa Bianca ed Eliseo, emesso congiuntamente

il paginone

Ora che ha assunto la presidenza dei G8 e G20 il capo dell’Eliseo non vuole pe

prima dell’incontro a due ObamaSarkozy, si dava più importanza alla questione terrorismo anziché ai temi economici. Una priorità dettata in parte dalle circostanze, l’uccisione dei due tecnici francesi in Niger sequestrati da al-Qaeda non poteva essere sottovalutata. D’altro canto, sia in Francia sia negli Usa si percepisce l’intenzione di affrontare la questione monetaria in modo mediaticamente meno eclatante e scientificamente più strutturato.

Sembra che la presidenza francese, proprio perché desiderosa di ottenere un risultato in questi dodici mesi di guida del G8, preferisca che la questione sia trattata con iniziale moderazione, piuttosto che sbandierarla alla comunità internazionale, con il rischio che perda di valore. A dimostrarlo sta il fatto che il presidente francese, prima di recarsi negli Usa, si sia consultato con i maggiori esperti della materia che il club dell’intellighenzia economica internazionale possa offrire. Due mesi fa, Sarkozy aveva ricevuto già un implicito nulla osta da parte del direttore generale dell’Fmi, Dominique StraussKahn. «Non possiamo più permetterci di vivere in questo caos», si erano detti i due alla fine di un pranzo all’Eliseo. «In questi suoi dieci anni di vita, l’euro ha guadagnato il 40% di valore sul dollaro. È necessario allora svicolare il sistema internazionale dalla volatilità della moneta statunitense e attribuire maggiore peso

«È l’ora di una nuova Bretton Woods» Sarkozy negli Usa incontra Obama per convincerlo della necessità di un nuovo accordo per ristrutturare il sistema monetario globale svincolandolo dal “dollar standard” di Antonio Picasso


il paginone

erdere l’occasione. Lo appoggiano in molti, da Strauss-Kahn al Nobel Stiglitz

ai Diritti speciali di prelievo (Dsp, l’unità di conto dell’Fmi, ndr)». Tuttavia Sarkozy aveva fiutato che il passaporto francese di Strauss-Kanh potesse essere fonte di critiche per altri osservatori. Parigi non desiderava essere accusata di conflitto di interessi con l’Fmi. L’iniziativa rischiava di avere una veste unicamente francese. Da qui un altro pranzo, dall’identità più cosmopolita, organizzato sempre all’Eliseo giovedì scorso. Erano diciannove gli economisti convocati da Sarkozy per parlare dell’idea presidenziale di una nuova Bretton Woods. Fra gli altri erano presenti Joseph Stiglitz, Nicholas Stern e JeanPaul Fitussi.

Tutti fieri avversari del sistema monopolistico del dollaro. Sistema, a loro giudizio, divenuto ormai insostenibile. Il successo dell’evento lascia intendere che, almeno a livello accademico, il progetto sarà più che sponsorizzato. Sarkozy fa sul serio. Prima di parlare con i suoi omologhi della politica, ha voluto sincerarsi di andare a vendere loro un’iniziativa attuabile. Tecnicamente la sua idea funziona. L’economia mondiale del Terzo millennio non può più permettersi di essere regolata da un codice risalente ancora alla fine della Seconda guerra mondiale. Era il 1944 infatti, quando gli economisti delle potenze alleate si riunirono nella sperduta località del New Hampshire (Stati Uniti). Bretton Woods sta all’economia mondiale comeYalta sta alla diplomazia. Gli accordi, raggiunti dopo tre tempestose settimane di consultazioni, portarono all’obbligo per ogni paese di adottare una politica monetaria volta a stabilizzare il tasso di cambio a un valore fisso rispetto al dollaro, che veniva così eletto a valuta principale, consentendo solo lievi oscillazioni delle altre monete. Al

nascente Fmi veniva assegnato l’incarico di equilibrare gli scompensi causati dai pagamenti internazionali. Il sistema ricevette un radicale cambiamento nel 1971, quando Washington decise di abbandonare il gold standard, vale a dire il vincolo della sua moneta con le riserve auree della Federal reserve. Da allora, il mondo sarebbe rimasto legato a una valuta la quale avrebbe fluttuato sui mercati alla pari delle proprie consorelle. «Il dollaro è la nostra moneta, ma è un vostro problema», aveva detto il falco John Connolly, Segretario al tesoro per Richard Nixon. Oggi, a quasi 66 anni da quella conferenza, si parla sempre più insistentemente della necessità di rivedere la struttura delle Nazioni Unite. Sarkozy vuol fare altrettanto per quel che resta di Bretton Woods. La politica e l’economia internazionale non possono restare vincolate a soggetti e regole così anacronistici. In termini attuativi, l’Eliseo propone di avviare una serie di seminari permanenti, già a partire da quest’anno, durante i quali vengano prese in esame tutte le possibilità e gli ostacoli per la realizzazione di un nuovo ordine monetario. L’incontro di giovedì scorso all’Eliseo, quindi, dovrebbe ripetersi in maniera cadenzata e pluralistica, affinché gli economisti di tutto il mondo possano esprimersi a favore o contrariamente al progetto francese.

Questo permette a Parigi di vantare la paternità di un progetto non più ingessato in date di scadenza. Inoltre, la collegialità dei lavori preliminari soleva la Francia dalla responsabilità di un eventuale fallimento dell’opera. Del resto al momento, la fattibilità di una Bretton Wood 2 non è fonte di discussione. Il Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, in particolare, ha spesso

concentrato la sua attenzione su come gli Usa vivano da troppo tempo al di sopra delle proprie disponibilità. Il dollaro è una moneta troppo forte rispetto al suo valore reale. Una critica, questa, che la Fed ha accolto implicitamente. Il suo recente acquisto di 600 miliardi di dollari in titoli di Stato è volto a finanziare la

L’idea ha due motivi: da un lato l’impossibilità del biglietto verde a conservare un valore di cambio elevato. Dall’altro la necessità di globalizzare l’economia seconda manovra fiscale di Obama. Gli Usa sanno che il 2011 sarà di lacrime e sangue. Peraltro non è chiaro se i sacrifici previsti vadano a buon fine. La Casa Bianca, infatti, preme per la riforma sanitaria. Il Congresso, invece, teme che, con l’entrata in vigore di questa, deficit e debito pubblico tornino ad aumentare. Venerdì scorso, il Segretario al tesoro, Timothy Geithner, ha chiesto una revisione al rialzo del tetto del debito, che sia portato a ben 14.300 miliardi di dollari. «Altrimenti sarà il default», ha dichiarato. Detto questo, non è concepibile che il mondo sia legato a una moneta così vittima degli eventi interni di un Paese.

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Diciamo pure a una classe politica così divisa al suo vertice. Ragionando per supposizioni, è possibile che Sarkozy voglia attribuire maggior peso ai Dsp. Questi attualmente sono calcolati sulla base di un paniere estremamente limitato. Il valore dell’unità monetaria dell’Fmi è costituita dalla sommatoria fra dollaro, euro, yen e sterlina. Ciascuno grava sul Dsp rispettivamente al 44%, 34% e 11% per gli ultimi due. È evidente la totale assenza del yuan cinese. Questo è sottostimato così come il biglietto verde è sopravvalutato.Yen e sterlina, a loro volta, mantengono una stabilità in controtendenza con la crisi produttiva delle economie giapponese e britannica. Scontata è allora la necessità che il Dsp così com’è debba essere rivisto.

Il problema è come effettuare questa rivoluzione. Le monete forti, sebbene i Paesi che hanno alle spalle versino in difficoltà produttive, non vogliono essere svalutate. Scelta comprensibile. Alle motivazioni tecniche si aggiungono quelle legate all’immagine e al lustro delle economie nazionali. Le valute più deboli, invece, sfruttano il proprio scarso valore per agire più liberamente sui mercati. È così che la Cina ha accumulato gli 800 miliardi di dollari attualmente nelle sue casse. In tutto questo la Francia vorrebbe dare maggior peso all’euro. Ora che la sua economia è tornata a crescere. A questo proposito, è facile pensare che Sarkozy sia andato a Washington dopo essersi consultato con la Merkel sul da farsi. Paradossalmente, dal progetto di modernizzazione dell’economia nazionale, emerge la nostalgia di Parigi e Berlino del franco e del marco. La nostalgia nell’innovazione! Le due locomotive d’Europa vorrebbero tornare agli splendori passati. Sognano di farlo con l’euro. Non vogliono rendersi conto, però, che la moneta unica include anche soggetti estremamente deboli. Grecia, Portogallo e Irlanda, ma forse anche Italia e Spagna. La Francia e la Germania degli anni Ottanta non avevano queste zavorre. Così come Bruxelles è una babele di normative, la sede della Banca centrale europea a Francoforte abbraccia economie disomogenee fra loro. L’Ue ha trovato una quadra funzionale della sua esistenza per questi primi dieci anni di vita. La crisi, tuttavia, ha messo in evidenza le criticità dovute alla scelta affrettata di far entrare subito tutti nella nuova moneta e di allargarne poi la giurisdizione a sistemi economici impreparati. Di tutto questo Parigi fa finta di non saperne nulla. Oppure crede che siano critiche inconsistenti. La realtà mette in luce il fatto che ieri Obama abbia accolto Sarkozy con l’attenzione già rivolta al premier cinese, Wen Jiabao, anch’egli atteso a Washington fra un paio di settimane. La proposta francese è stata accolta e verrà studiata. Ma non è escluso che trovi un ostacolo nell’asse dollaro-yaun.


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grandangolo Chi è Mayardit, il nuovo leader del Sudan meridionale

Salva Kiir, il guerrigliero cristiano che parla con gli Usa Ha appeso il kalashnikov al chiodo per vestire i panni del presidente e ridare dignità al Sud Sudan. Assomiglia più a un petroliere texano che a un figlio dell’Africa centrale. Di etnia Dinka, fedelissimo di John Garang (morto nel 2005) non vuole che il suo Paese sia di serie B. Ed è appoggiato dalla Casa Bianca e dalle star di Hollywood di Pierre Chiartano i chiama Salva Kiir Mayardit, oggi è un politico sudanese molto rispettato. Ha appeso al chiodo il kalashnikov, dopo anni di guerriglia, per vestire l’abito del mediatore. Ama farsi vedere con un grande cappello a larghe tese che lo fa assomigliare più a un petroliere texano che a un figlio dell’Africa centrale. Ora, con il referendum per l’indipendenza del Sud Sudan - ieri al secondo giorno di voto - ha visto coronare il suo progetto politico, vista la probabile vittoria dei sì. Aveva valutato come scarse le proprie chance alle presidenziali nazionali della scorsa primavera - che hanno visto la riconferma di Omar al Bashir - così ha cercato di conquistarsi un mandato democratico per poter rappresentare la parte meridionale del Paese. Ed è diventato presidente della regione meridionale. Ora le possibilità di essere confermato anche al vertice istituzionale della nuovissimo Stato africano sono decisamente alte. Anche se ha ricoperto la carica di vice-presidente nazionale del Sudan, ha speso gran parte della propria attività politica nelle regioni meridionali. L’improvvisa morte di John Garang, nel 2005, tre ore dopo la firma degli accordi di pace, gli aveva spianato la strada. Garang aveva giurato come vicepresidente da tre settimane, quando morì precipitando col suo elicottero nell’agosto del 2005. L’episodio scatenò subito dei tumulti che presto dal sud invasero anche la parte settentrionale del Paese. I se-

S

guaci di Garang temevano fosse stato assassinato. Mayardit ne prese il posto - dopo un’inchiesta che diradò le ombre sulla morte del suo predecessore - sia come leader del Sud che nel suo incarico istituzionale a Karthoum, concretizzando un passo importante della propria carriera politica. Kiir aveva subito messo in chiaro come il processo verso l’indipendenza dellle regioni meridionali fosse il suo obiettivo principale.

Nel 2009 aveva affermato, parlando del referendum separatista, che «il voto sarà una scelta tra essere cittadini di se-

Kiir è vissuto nell’ombra di John Garang, ma non ne possiede il carisma. Sarà però lui il nuovo leader della Nazione rie B nella propria nazione, oppure cittadini liberi in uno Stato indipendente». Per lui la leggendaria città d’oro dei Tolomei, collocata in quelle terre, sarà presto raggiunta con la secessione dal Nord arabo e musulmano. Il referen-

dum è stato supportato da alleati potenti, dalla Casa Bianca alle star di Hollywood. Per il senatore John Kerry il voto è stato «il coronamento» di tanti sforzi e il superamento di numerosi ostacoli. Anche l’ormai “comasco” George Clooney e il collega Matt Damon hanno partecipato alla claque indipendentista, con iniziative di varia natura. Insomma, Salva non può lamentarsi per i compagni di viaggio, ma solo pregare che la delicatissima situazione non degeneri in scontri tribali e vecchie ruggini tra fazioni contrapposte che poco hanno a che fare con i grandi progetti politici e con la nascita di una nazione. L’Onu e gli osservatori internazionali sono soddisfatti. La macchina organizzativa ha funzionato alla perfezione. Non ci sono stati incidenti gravi o provocazioni. Il rischio vero è però lungo i territori contesi, dove ci sono i giacimenti di petrolio.

L’ex presidente americano Jimmy Carter ha affermato di aver ricevuto la promessa dal presidente del Sudan, Omar Al Bashir, che il Nord del Sudan si accollerrà tutto il debito del Paese, dopo l’eventuale secessione del Sud. Togliendo un altro dubbio a chi si è speso per la stabilizzazione del Paese. «Ho parlato con il presidente Al-Bashir. Ha affermato che l’intero debito sarà attribuito al nord del Sudan e non al Sud», ha dichiarato Carter. «In questo modo il Sud Sudan nascerà con una pagina bianca sul debito». L’accordo di pace del

2005, a cui lo stesso Kiir aveva partecipato, che prevedeva il referendum per la secessione del Sud dal Nord, stabiliva anche la «simultanea» tenuta di un referendum che indicasse la destinazione della regione di Abyei. Per intenderci, la regione di confine tra nord e sud ricca di pozzi di greggio. Mayardit si trova ora a dover gestire un risultato, probabilmente a favore della secessione, che metterà a dura prova le sue capacità politiche. Non è dotato del carisma di Garang, ha vissuto quasi sempre nella sua ombra, come braccio militare nel Sudan people’s liberation movement (Splm) che ha contribuito a fondare nel 1983, dopo una ventennale militanza nelle formazioni armate ribelli del Sud. Negli anni Novanta prende il comando di questa formazione paramilitare, entrando nel circolo ristretto degli uomini di Garang. Non è dotato di quelle capacità oratorie necessarie per trascinare e, a volte frenare, le masse africane di quelle regioni, prese da bisogni quotidiani vicini alla pura sopravvivenza. Non sappiamo se sarà all’altezza del compito, ma se non ha il coraggio di essere un padre della Patria, se lo dovrà dare. La carriera di Kiir parte da lontano, dai tempi dell’allora presidente Jafaar Numeiri. Quest’ultimo, nel 1972, fece un accordo con i ribelli e il giovane Kiir da guerrigliero entrò nei ranghi dell’esercito di Karthoum. Nel 1983 la ribellione al Sud ebbe un nuovo sussulto e Garang fu inviato con le truppe governative per se-


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La regione rischia di esplodere: 33 morti in 3 giorni. Perché non si sa di chi è

Abyei, spada di Damocle per l’intero Paese e arma (segreta) di Omar al Bashir di Luisa Arezzo di 33 morti il bilancio dei combattimenti tra milizie arabe Misserya e civili Dinka nella regione di Abyei, al confine tra il nord e il sud del Sudan in cui da domenica si tiene il referendum sulla secessione della parte meridionale del Paese africano. E non è affatto un caso che le violenze siano esplose proprio qui, nella regione strategica del Sudan, area ricca di pascoli e soprattutto giacimenti di greggio, vera e propria polveriera del Paese africano. Perché il referendum che si tiene nel sud e nelle circoscrizioni del nord in cui si sono registrati elettori, avrebbe dovuto avere come appendice contemporanea un’analoga consultazione sul destino della regione centrale di Abyey, ma questo non è stato e il referendum è stato rinviato sine die. Eppure è questo il vero nodo, quello da cui dipendono le sorti della pace nel Paese. Lo status di Abyei - regione a cavallo del confine e considerata storicamente un ponte tra il Nord e il Sud del paese - è stato uno dei punti più controversi dell’accordo del 2005. Il Cpa (Comprehensive peace agreement) prevedeva che gli abitanti della regione decidessero contestualmente al referendum sull’indipendenza del Sud, se mantenere lo status amministrativo speciale di Abyei come parte del Nord, o se la regione dovesse entrare a far parte del Sud, a prescindere dal risultato del parallelo referendum sulla secessione del Sud Sudan. Il risultato sarebbe dipeso dalla maggioranza semplice dei voti espressi.

È

In alto, cittadini sud sudanesi al voto. La consultazione terminerà alla fine della settimana, ma per i risultati bisognerà aspettare. Nella pagina a fianco: Salva Kiir dare la rivolta. Invece di portare i ribelli a più miti consigli si unì agli ammutinati. Kiir era con lui.

Entrambi appartenenti al gruppo etnico dei Dinka, anche se in clan differenti, cominciarono un lungo percorso politico. John sugli spalti della mediazione, Salva nella trincea della lotta arma-

Nella cattedrale cattolica di Juba, costruita dagli italiani, John Kerry ha chiarito chi sarà l’Alleato nella regione ta. Salva non è un intellettuale come John, tende ad annoiarsi per il lunghi discorsi, sia ad ascoltarli che a pronunciarli. Si è talmente nutrito dell’idea dell’indipendenza negli ultimi decenni da volerla declinare ad ogni costo, anche rischiando accuse di metodi poco democratici. C’è stata qualche denuncia d’intimidazioni dei candidati non appartenenti al Splm, ma forse sono da ascrivere più al clima generale che a una precisa volontà di far nascere il Nuovo Sudan, come già lo chiamano in molti, sotto gli auspici di una democrazia di serie B. Dovremo aspettare fino al 15 gennaio per sapere i risultati ufficiali del referendum e forse qualche settimana in più, ma già da ora l’aria che si respira è quella del potere salvifico dell’indipendenza. Migliaia di persone in coda da domenica per votare il referendum continueranno a farlo per tutta la settimana, poi ci vorrà

un mese per i risultati. Viste le dichiarazioni concilianti del presidente Omar al Bashir che cerca di ricostruirsi una credibilità internazionale, c’è ottimismo che il risultato del referendum, anche qualora sancisca la secessione, venga rispettato. Senza innescare un’altra sanguinosa guerra civile tra il nord, arabo a prevalenza musulmana, e il sud cristiano. Kiir a margine della votazione ha ricordato Garang, il padre della Patria, e tutti quelli che sono deceduti: «Il voto di oggi dimostra che chi non è più tra noi non è morto invano». A Juba, sono in migliaia «i compatrioti fieri di essere in fila per la storia» commenta Salva.

La lunga attesa sotto il sole caldissimo non toglie a nessuno il sorriso: tra canti e danze popolari, al grido di «Bye Bye Karthoum», si mostrano l’un l’altro i tesserini elettorali scambiandosi pacche, baci e abbracci. Subito dopo il voto Salva Kiir e John Kerry, ambasciatore americano per l’occasione, sono andati a messa insieme nell’enorme cattedrale cattolica di Juba, costruita 30 anni fa dagli italiani. Chiesa stracolma e messa solenne. Kerry ha fatto una prolusione, per chiarire al mondo quale sia l’amicizia principale del Sud Sudan a livello internazionale e qual sia il quadro morale in cui si muoverà. Sono i cristiani che si separano dal Nord musulmano, anche se si sta bene attenti a non qualificare la religione come primo motivo della secessione. I sudanesi al voto sembrano avere una fiducia incrollabile sulle virtù guaritrici di questo referendum, come se l’indipendenza portasse automaticamente con sé anche il benessere. Salva ha fatto subito capire quale sarà la collocazione internazionale del nuovo Stato: «nel caso in cui ci dovesse essere la secessione del Sud, non è escluso che si accetti la richiesta di aprire un’ambasciata israeliana nel nostro territorio».

Già l’accordo di pace di Addis Abeba del 1972 - che mise fine alla prima guerra civile sudanese - aveva promesso agli abitanti di Abyei un referendum per decidere l’annessione al Sud o al Nord. Il ritiro di quella promessa da parte del governo di Khartoum guidato da Gaafar Niemeri innescò una reazione capace di scatenare la seconda guerra civile (1983-2005). E oggi la regione è di nuovo in fibrillazione per essersi vista negare la promessa di poter determinare il proprio futuro. Lo status speciale di Abyei, definito dal Cpa, concede ai residenti la doppia cittadinanza di due Stati regionali sudanesi, uno a Nord e l’altro a Sud della fa-

scia stessa; e stabilisce che l’area sia governata da un Consiglio esecutivo i cui membri sono nominati dai governi del Nord e del Sud fino allo svolgimento (per l’appunto mai avvenuto) delle elezioni. Il punto più controverso nell’applicazione del Cpa si è rivelato quello della demarcazione dei confini di Abyei, che è stato risolto solo nel 2009 con una sentenza della Corte permamente d’arbitrato. Ma quella decisione, inizialmente accettata dalle due parti, è poi stata contestata dal Nord in quanto fondata sulle frontiere del 1956 invece che su quelle del 1905 (una questione dalla quale dipende l’inclusione o meno di importanti giacimenti petroliferi). Di fatto, quindi, i confini non sono stati tracciati sul terreno.

Un nodo cruciale a cui è legato quello della divisione dei proventi petroliferi della regione, che possiede uno dei principali giacimenti del Sudan, il Difra, il cui sfruttamento è gestito da un consorzio guidato dalla compagnia petroilifera statale cinese Cnpc. La produzione di greggio di Abyei rappresenta oltre il 25% della produzione totale del paese e, fattore geopolitico non secondario, nella regione passa il Greater Nile Oil Pipeline, oleodotto fondamentale per il Sudan a cui Al Bashir non vuole certo rinunciare. Tanto da aver sempre tenuto sotto scacco la regione armando i pastori arabi Misseriya, abituati a migrare stagionalmente per portareil bestiame a pascolare ad Abyei, in una forma di convinenza affatto scontata con i Dinka, la comunità principale della regione. Alla questione dei confini è poi legata quella del diritto di voto, che non è mai stata del tutto chiarita. In base all’Abyei referendum act e al Protocollo del Cpa, quel diritto è riconosciuto ai residenti dell’are di Abyei, dunque ai Dinka, e “altri sudanesi” in base a criteri che dovevano essere determinati dalla Commissione. Visto però che quella Commissione non è mai stta istituita, quei cruciali criteri non sono mai stati stabiliti. E la regione è nel caos. Caos che al momento il governo di Khartoum mantiene in vita consapevole che presto potrebbe tornargli utile.


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La Ue contro gli arresti in Tunisia

Spagna, stop alle corride in Tv

Strage Arizona, il silenzio di Obama

BRUXELLES. Catherine Ashton,

MADRID. La tv pubblica spa-

TUCSON. Gabrielle Giffords, la

l’Alto rappresentante della Ue, lo ha detto forte e chiaro: il governo tunisino deve rilasciare i manifestanti arrestati nel corso delle proteste contro il carovita. Parliamo di «bloggers, giornalisti, avvocati e altri che manifestavano pacificamente». Ma la risposta del presidente Zine al-Abidine Ben Ali (ex generale e successore del padre della patria, Bourghiba, alla guida del paese da un ventennio, il cui mandato non ha virtualmente limiti temporali) al momento, non è conciliante, anzi. Ben Ali ha accusato in un discorso tv le persone coinvolte nei disordini degli ultimi giorni di aver commesso «atti di terrorismo», denunciando «ingerenze estere» che cavalcano il malcontento per la disoccupazione.

gnola Rtve ha preso la storica decisione di bandire dalla sua programmazione le corride. Nell’annunciare la sua scelta l’emittente ha spiegato che la trasmissione delle tauromachie «coincide generalmente con gli orari protetti per l’infanzia». Per l’antica tradizione iberica si tratta di un nuovo duro colpo, almeno a livello simbolico, dopo la storica decisione del governo autonomo catalano di proibire le corride sul suo territorio a partire dal 2012. Continuerà invece a trovare spazio nella programmazione dell’emittente pubblica la “feria di San Firmin”, che tutti i luglio vede radunarsi nella cittadina della Navarra migliaia e migliaia di appassionati della corsa con i tori.

deputata democratica dell’Arizona rimasta gravemente ferita a Tucson, è «in grado di comunicare a piccoli gesti» con i medici che l’assistono, ma continua a lottare contro la morte. Intanto, in un’America in stato di choc, l’autore della sparatoria che sabato ha provocato una strage è stato ufficialmente incriminato per pluri-omicidio. Sempre ieri, Barack e Michelle Obama hanno presenziato alla cerimonia di un minuto di silenzio voluta nel South Lawn della Casa Bianca per le vittime della strage. Obama ha proclamato un “national moment of silence”in memoria delle sei persone, tra le quali una bambina di nove anni, che sono state uccise sabato scorso da Jared Loughner.

Inviso a curdi, sunniti e sciiti, l’ayatollah è tornato in Iraq. E sarà la spina nel fianco del governo Al Maliki. Un errore evitabile

Il ritorno di Moqtada al-Sadr

Uomo di Ahmadinejad, controlla 9 ministri su 42 e 39 deputati su 325 di Mario Arpino l ritorno di Moqtada al-Sadr da Qom, in Iran, dopo alcuni anni di esilio volontario durante i quali il giovane chierico ha finalmente ottenuto il suo “master” presso l’Università coranica sciita, per la stragrande maggioranza degli iracheni non è certamente una notizia esaltante. Ma, come si erano messe le cose dopo che gli americani, tra un ripensamento e l’altro, avevano deciso di parteggiare per Nouri alMaliki in preparazione delle elezioni del marzo scorso, questo rientro era da mettere in conto. Diversa cosa sarebbe stata se “l’Iraqyia”laica di al-Allawi, che allora aveva vinto per solo due seggi, 91 a 89 su un totale di 325 parlamentari, avesse prevalso con margini superiori. Con ogni probabilità la lunga gestazione per la formazione del nuovo governo avrebbe potuto risolversi in tempi più brevi, con risultati migliori e con rischi inferiori. Ma è inutile piangere sul latte versato. Ormai Moqtada al-Sadr c’è e, sebbene inviso a curdi, sunniti ed agli stessi sciiti, ha una sua rappresentanza in parlamento. Oggi, acquisito il titolo di ayatollah e quindi il diritto di promulgare fatwe, può permettersi di salire sul pulpito di Najaf e - osannato dagli estremisti in festa - lanciare proclami dal contenuto ambiguo ed assai poco rassicurante. Nel suo primo discorso pubblico, ha tra l’altro affermato che «…noi siamo sempre combattenti e resisteremo sempre all’occupante, con la forza militare e con ogni mezzo…ma non toccheremo nessun iracheno». Ha poi invitato la folla a scandire lo slogan «No, no all’America». Non sembra proprio un buon inizio, anche se verso il nuovo governo ha usato toni più moderati e possibilisti.

Al-Sadr è di origine libanese e suo padre, Sadeq al-Sadr, è stato una figura del mondo sciita, assassinato nel 1999 a Najaf per ordine di Saddam Hussein, mentre il suocero era stato giustiziato già nel 1980. Il cugino, l’imam Musa al-Sadr, era stato il fondatore dei primi movimenti sciiti libanesi, da cui nascerà Hetzbollah

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Il premier al-Maliki, sicuro di vincere, non aveva accettato di aver perso per due seggi e aveva ottenuto la riconta manuale delle schede almeno nel distretto di Baghdad, dove comunque era già vincitore.Tempo perduto, perché l’operazione, conclusa solo in maggio con

la revisione di oltre due milioni e mezzo di schede, confermava i risultati del primo spoglio. Questa, secondo alcuni commentatori, presumibilmente era solo una manovra diversiva per guadagnare tempo, visto che le manipolazioni tese a modificare il risultato di queste elezioni erano di ben diversa natura. Infatti, non è scontato che, in caso di differenza marginale, l’incarico di formare un nuovo governo sia conferito al leader la cui formazione politica abbia singolarmente ottenuto il maggior numero di voti. Ciò perché l’articolo 73 della nuova Costituzione prevede che questo compito venga affidato al leader del gruppo maggiore. Non precisa, però, se per gruppo si debba intendere il partito che ha vinto le elezioni - in questo caso l’in-

carico sarebbe spettato ad Allawi - o alla coalizione maggioritaria che si viene a formare “dopo” le elezioni. In tempi inaspettatamente brevi la Corte Suprema aveva deciso per quest’ultima interpretazione e ciò, a seconda delle coalizioni più o meno “naturali”che i due leader sarebbero riusciti a formare, avrebbe alterato il precario equilibrio a favore di chi non era uscito dalle urne come vincitore. È solo in questo contesto che la responsabilità di formare il governo si era trasferita da Allawi ad al-Maliki che, dopo lungo travaglio, è alla fine riuscito a stringere un’alleanza numericamente forte, anche se debole politicamente. Una specie di governo di unità nazionale, insomma, dove, lo spregiudicato al-Sadr si trova ora a disporre di

ben 7 ministri su 42 e di 39 deputati, su un parlamento che ne conta in tutto 325. Una minoranza che è come una miccia innescata in una mina vagante, se nel discorso a Najaf ha potuto permettersi di offrire solo un appoggio condizionato, affermando che «…il governo è stato formato e, se sarà al servizio del popolo, saremo con esso». Ovviamente, questo “se” lo deciderà lui, caso per caso.

Tra le tante combinazioni possibili o impossibili - la coalizione di governo che al-Maliki è riuscito faticosamente a mettere assieme è costituita da formazioni quanto mai eterogenee comprendenti il suo partito, “State of Law”, la “Iraqi National Alliance”, un gruppo confessionale sciita dove sono forti i se-


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e di cronach

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato

Iran, condannata a 11 anni di galera l’avvocato del Nobel Ebadi

Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri

TEHERAN. L’avvocato iraniano Nasrin Sotoudeh, attivista da lunghi anni in difesa dei diritti delle donne e dei diritti umani in Iran e stretta collaboratrice del Premio Nobel per la Pace, Shirin Ebadi, è stata condannata a 11 anni di carcere. Lo ha denunciato il marito della donna, Reza Khandan, precisando che alla moglie è stato anche proibito di esercitare la sua professione di avvocato e di lasciare il Paese per 20 anni. L’avvocato della Ebadi era stata arrestata a settembre con l’accusa di minare alla sicurezza nazionale, di esercitare propaganda contro il regime e di far parte del Centro di difensori dei diritti umani, gruppo guidato, per l’appunto, dal premio Nobel per la Pace Shirin Ebadi. Le accuse contro la Sotoudeh, madre di due figli, sono basate soprattutto sulle interviste rilasciate dalla donna a media stranieri in merito alla detenzione di alcuni suoi clienti arrestati in seguito alle proteste seguite alle elezioni pre-

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Errico Novi (vicedirettori) Vincenzo Faccioli Pintozzi (caporedattore) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica)

sidenziali del giugno 2009. La Sotoudeh è stata infatti anche rappresentante legale di attivisti e politici dell’oppostizione. La Campagna internazionale per i diritti umani in Iran, ong che ha sede a New York, ha definito la sentenza «un aborto spontaneo della giustizia», annunciando il ricorso in appello. «La Sotoudeh non ha infranto la legge, ma è stata arrestata perché ha messo in rilievo un sistema giudiziario che si basa sulla violazione dei diritti umani».

Da sinistra: il leader sciita Ayad Allawi; scontri a Bassora nel 2008 e il premier del governo iracheno Nouri al-Maliki

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Giancristiano Desiderio, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria) Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino Anselma Dell’Olio, Alex Di Gregorio Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Roberto Genovesi, Aldo G. Ricci, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Franco Ricordi, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Katrin Schirner, Emilio Spedicato, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Amministratore Unico Ferdinando Adornato

guaci del filo-iraniano e anti-americano Moqtada al-Sadr, il partito curdo e, sebbene con molti mal di pancia, anche la formazione laica, interconfessionale ed interetnica dell’ex primo ministro Iyad Allawi che, sebbene a capo del partito vincitore delle elezioni, si è visto giocoforza costretto ad inghiottire un boccone assai amaro. È utile, per i nostri lettori, rammentare il profilo del vincitore finale, Nouri al-Maliki, e di quella che prevedibilmente sarà la sua spina nel fianco, Moqtada al-Sadr. Il premier che, pur in modo così poco lineare, è stato riconfermato, è ormai l’uomo alla cui abilità politica e gestionale è affidato il futuro dell’Iraq.

Eletto primo ministro nel 2006 proprio in virtù di una sua presunta debolezza, non aveva mai avuto milizie proprie e il suo stesso partito sciita, l’ allora “United Iraqi Alliance”, era frammentato e discorde. Ciò nonostante, nel bene e nel male era riuscito a diventare l’uomo di riferimento della politica irachena. Gli americani, che alle ultime elezioni lo avevano sostenuto rispetto ad Allawi molto probabilmente perché era proprio con lui che avevano firmato l’accordo per il progressivo ritiro totale entro il 2011, cominciano ora a nutrire qualche sospetto su un personaggio che, come spesso avviene nei Paesi arabi, partono da deboli ma, rimanendo a lungo al potere, si trasformano poi in uomini forti,

Anche se leader di un “partito” di minoranza, al-Sadr è nella realtà una miccia innescata su una mina vagante di regime. L’aver dovuto cedere all’arroganza di al-Sadr e i suoi stessi rapporti preferenziali con l’Iran non fanno che accrescere queste perplessità. In quanto a Moqtada, sono certamente da ricordare i guai che ha provocato al nostro contingente al tempo di Antica Babilonia e della battaglia dei ponti. Lo stesso alMaliki lo aveva combattuto sanguinosamente nel 2008 nell’area di Bassora era la prima operazione autonoma delle nuove forze irachene - costringendo il suo “Esercito del Mahadi” alla resa. AlSadr è di lontana origine libanese e suo padre, Sadeq al-Sadr, è stato una rispettabile figura del mondo sciita, assassinato nel 1999 a Najaf presumibilmente per ordine di Saddam Hussein, mentre il suocero era stato giustiziato dalle autorità irachene già nel 1980. Il cugino,

l’imam Musa al-Sadr, era stato il fondatore e l’animatore dei primi movimenti sciiti libanesi, che avevano poi dato origine alle formazioni di Amal e, più recentemente, di Hetzbollah. Questo è l’uomo con cui il riconfermato premier dovrà fare i conti all’interno di una fragile coalizione.

La riuscita della manovra di alleanze pensata da al-Maliki nasconde tuttavia almeno due rischi. Il primo è rappresentato dalla maggioranza dei sunniti, più o meno confessionale, che ha supportato Iyad Allawi nelle elezioni e che, considerandosi tra i vincitori, difficilmente si lascerà confinare in posizioni marginali o sarà disponibile a ulteriori processi discriminatori, come quelli già intentati da al-Maliki solo per accattivarsi le maggioranze sciite. Queste, a loro volta, avendo al proprio interno la componente estremista contraria ad al-Maliki e al suo accordo con gli americani, potrebbero non volersi lasciar scavalcare nella protesta. Lo stesso al-Maliki ne è pienamente consapevole se, all’atto della fiducia parlamentare, ha esplicitamente dichiarato: «… non posso dire che questo governo, con tutte le sue anime, soddisfi le aspirazioni dei cittadini e quelle dei blocchi politici, perché è stato creato in circostanze straordinarie». Intanto l’Iran, e il suo amico Moqtada al-Sadr, attendono e stanno a guardare…

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società

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Nell’ambito del discorso di inizio anno agli ambasciatori della S. Sede, il Papa affronta a tutto tondo i danni alla fede

Contro il sesso di Stato L’ educazione sessuale «trasmette valori contrari alla religione». Parlano una laica e una cattolica di Gabriella Mecucci on posso passare silenzio sotto un’altra minaccia alla libertà religiosa delle famiglie in alcuni Paesi europei, là dove è imposta la partecipazione a corsi di educazione sessuale o civile che trasmettono concezioni della persona e della vita presunte neutre, ma che in realtà riflettono un’antropologia contraria alla fede e alla retta ragione». Papa Ratzinger è intervenuto di nuovo sul grande tema della libertà religiosa, questa volta però ha messo al centro l’educazione al sesso. Anche nel modo in cui le scuole la fanno - questa la tesi del Pontefice - si misura il grado di rispetto nei confronti delle diverse fedi: «Esorto – prosegue Benedetto XVI - tutti i governi a promuovere sistemi educativi che rispettino il diritto primordiale delle famiglie a decidere circa l’educazione dei figli e che si ispirino al principio di sussidiarietà». Abbiamo chiesto ad un’intellettuale cattolica e una laica di aiutarci ad interpretare le parole del Pontefice.

«N

Paola Mancini è segretaria generale del “Movimento per la vita”e concorda totalmente con il monito della Santa Sede. «Lei mi domanda - risponde - dove e come in alcune scuole pubbliche si parla di sesso recando un vulnus alla libertà religiosa?

Guardi, le faccio un esempio che mi riguarda direttamente. Ai miei figli in alcuni momenti è arrivato il messaggio da parte di certi insegnanti che la sessualità libera, aldifuori del vincolo matrimoniale, è un valore positivo». È un’idea questa piuttosto diffuso nella società contemporanea.. «Lei ha ragione, probabilmente la mia famiglia fa parte di una minoranza, ma la nostra libertà di educare i figli sulla base dei valori cristiani, cozza con ciò che apprendono a scuola. Quindi, la

filosofia e dell’autentico ostracismo che subiscono grandi filosofi cattolici. Faccio un nome per tutti, Tommaso d’Aquino». C’è insomma una parte significativa dei cittadini europei che sente la sua libertà religiosa minacciata da un certo modo di insegnare nella scuola pubblica, come risolvere un simile problema? «Innanzitutto usando una maggiore attenzione e prudenza nella stessa scuola pubblica e poi dando la possibilità di mandare i propri figli nelle scuole private, comprese

Per Paola Mancini «la libertà dei cattolici di educare i figli sulla base dei valori cristiani, cozza con ciò che apprendono a scuola. Quindi, la libertà di professare una fede subisce un grave vulnus» nostra libertà di professare una fede subisce un grave vulnus.. E guardi che di questi episodi potrei raccontargliene molti». Paola Mancini, infatti, non si ferma qui. Affronta anche il tema dei programmi scolastici, degli autori che vengono fatti studiare e di quelli volutamente trascurati: «Troppo spesso si glissa su uno dei più grandi scrittori italiani, anzi forse il più grande, solo perchè è profondamente cattolico. Mi riferisco a quel gigante della letteratura che è Alessandro Manzoni e in particolare ai “Promessi Sposi”. Per non dire della

naturalmente quelle cattoliche, senza dover spendere cifre insostenibili per il bilancio familiare». La segretaria generale del “Movimento per la vita” fa l’esempio della Francia: «Parlo dei transalpini perchè sono una sorta di nostri cugini e perchè nessuno vorrà accusarli di essere bacchettoni. Eppure lì la scuola è più libera». Ma non c’è il rischio, facendo proliferare istituti privati per qualsiasi confessione religiosa, di frammentare troppo la preparazione e favorire il fondamentalismo? «No, i programmi e i controlli devono essere statali, ma

le famiglie debbono poter scegliere senza rovinarsi».

Diverso il punto di vista di una laica come Margherita Pedaja, storica e coautrice con Lucetta Scaraffia di un libro che analizza il rapporto fra Chiesa e sessualità nei secoli dal titolo Due in una carne (Laterza). Pedaja interpreta la frase del Papa come «una critica ai criteri di scelta in materia sessuale basati sulla responsabilità individuale piuttosto che sui dettami religiosi. Accanto a questa c’è poi una difesa della scuola privata, del suo ruolo co-

me elemento di libertà». In questo modo però si rischia di «confondere la responsabilità individuale con l’individualismo o peggio con la mercificazione». Pedaja, insomma, non è d’accordo con l’analisi di Benedetto XVI, eppure nel suo libro riconosce che la Chiesa cattolica, al contrario di quanto è stato conformisticamente sostenuto, «non è sessuofoba». Risponde: «Nel lungo saggio, scritto con Lucetta Scaraffia, ho analizzato da storica l’atteggiamento del mondo cattolico. Ho sostenuto che sino al Novecento questo è stato caratteriz-


società

11 gennaio 2011 • pagina 15

Appello diretto al Pakistan per l’abrogazione della legge sulla blasfemia

Il Papa alza il tiro contro la persecuzione Al corpo diplomatico, il pontefice lancia tre richiami contro la “cristianofobia” dilagante nel pianeta di Luigi Accattoli a detto tutto, non ha taciuto nulla, non ha cercato accomodamenti: un Papa davvero globale e a tutto tondo quello che abbiamo ascoltato ieri sulla libertà religiosa. Ha nominato i Paesi che la violano, a partire da quelli delle recenti stragi di Ognissanti (Iraq) e di Capodanno (Egitto). Ha chiesto al mondo di agire a difesa dei cristiani. È stato concreto, si direbbe tagliente, nei riferimenti. Ha spronato il Pakistan ad abrogare la legge sulla blasfemia e ha ricordato «il tragico assassinio del Governatore del Punjab» – un musulmano favorevole a quell’abrogazione – che «mostra quanto sia urgente procedere in tal senso». Agli Stati della Penisola Arabica ha chiesto spazio per le attività “pastorali” della Chiesa. Non solo non è stato accomodante ma ha persino alzato il tiro, introducendo temi relativamente nuovi e fortemente conflittuali. Ne segnalo due, in riferimento ai Paesi occidentali: la denuncia della tendenza a «considerare meno gravi gli atti discriminatori verso i cristiani», che sembra introdurre «una sorta di scala nella gravità dell’intolleranza verso le religioni»; l’evocazione – tra le “minacce” alla libertà religiosa “in alcuni Paesi europei” – di “corsi” obbligatori di “educazione sessuale o civile”impostati su una veduta “contraria alla fede”. L’introduzione di temi conflittuali è l’elemento più vivo – e rivelatore – di questo discorso, che costituisce un manifesto dell’azione papale a difesa dei cristiani nel mondo. Attenzione: dei cristiani, prima e più ampiamente che dei cattolici. In quell’introduzione abbiamo una riprova dell’atteggiamento non diplomatico e non patteggiatore del Papa teologo, che già gli conosciamo.Vi sono almeno tre passaggi in cui ieri Benedetto faceva appello alla comunità internazionale – e in particolare ai Paesi occidentali e a quelli europei – perché difenda i cristiani o si mostri meglio ricettiva nei loro confronti. Poteva dunque apparirgli conveniente giocare da sola questa carta, già impegnativa, evitando di richiamare questioni che pongono da tempo la Chiesa di Roma in conflitto con la maggioranza di quei paesi. Ha invece evitato questo come ogni altro calcolo. Il primo dei tre passaggi è un ringraziamento verso “alcuni”Paesi e dunque una sollecitazione degli altri perché a essi si uniscano: «Apprezzo l’attenzione per i diritti dei più deboli e la lungimiranza politica di cui hanno dato prova alcuni Paesi d’Europa negli ultimi giorni, domandando una risposta concertata dell’Unione Europea affinché i cristiani siano difesi nel Medio Oriente». Qui il riferimento è a Francia, Italia, Polonia e Ungheria che il 7

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gennaio – su iniziativa italiana – hanno sottoscritto un promemoria inviato alla responsabile della politica estera europea, Catherine Ashton, affinchè vengano prese “misure concrete”a difesa dei cristiani e perché la questione sia messa all’ordine del giorno della riunione dei ministri degli Esteri dell’Unione, prevista per il 31 gennaio.

Il secondo passaggio è relativo alla messa al bando “dalla vita pubblica” di “feste e simboli religiosi” e “in particolare” di quelli cristiani. Anche qui la richiesta è formulata come ringraziamento ad alcuni per sollecitare tutti: «L’anno scorso, alcuni Paesi europei si sono associati al ricorso del Governo italiano nella ben nota causa concernente l’esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici. Desidero espri-

Nessun riguardo per l’Occidente, dove «alcune nazioni considerano le violenze contro i cristiani meno gravi di quelle contro i musulmani»

zato da una dose di apertura e di disponibilità a comprendere. Un orientamento andato avanti sino a quando il Papa ha esercitato anche il potere temporale. Sino a quando cioè ha dovuto governare e quindi non ha potuto fare a meno di tener conto di ciò che attraversava la società, le famiglie, il vissuto quotidiano dei fedeli. E il sesso, gli orientamenti sessuali erano,

permetto di dire che Benedetto XVI si colloca in continuità con la tendenza novecentesca, forse con un rigore rafforzato».

Il Papa ha parlato anche dell’intervento della Chiesa cattolica nell’ambito della scuola e ha aggiunto: «È preoccupante che tale servizio che le comunità religiose offrono a tutta la società, in particolare per l’edu-

Secondo Margherita Pedaja «è una critica ai criteri di scelta in materia sessuale basati sulla responsabilità individuale piuttosto che sui dettami religiosi. E poi difende la scuola privata» anche allora, un grande problema». La Chiesa, ad esempio, a proposito di omosessualità «nel Seicento manteneva ferma la propria condanna, ma poi non l’applicava». Una doppia morale? «Non mi piace usare queste definizioni. Diciamo che la Chiesa non s’irrigidiva». Margherita Pedaja ritiene però che «tutto è cambiato col Novecento, anzi per essere precisi, con la fine del potere temporale. Quando cioè il Papa non ha avuto più il problema di governare una società, ma quello di riaffermare l’egemonia dei valori cattolici. In quel momento è scattato l’irrigidimento».

E Papa Ratzinger si colloca su questa linea? «Per fornire questa risposta ci vorrebbe un teologo e io non lo sono. Mi

cazione delle nuove generazioni, sia compromesso e ostacolato da progetti di legge che rischiano di creare una sorta di monopolio statale in materia scolastica, come si constata in alcuni paesi dell’America Latina». Papa Ratzinger ha fatto poi riferimento ai quei Paesi che «danno grande importanza al pluralismo e alla tolleranza, ma dove la religione subisce una crescente emarginazione... Tanto da pretendere che i cristiani agiscano nell’esercizio della loro professione senza riferimento o addirittura in contrasto con la loro fede». A questo proposito ha riconosciuto però che “non si può non rallegrarsi” con la risoluzione del Consiglio d’Europa che “protegge il diritto all’obiezione di coscienza”.

mere la mia gratitudine alle autorità di queste nazioni». Tra esse vi sono Albania, Armenia, Bulgaria, Cipro, Grecia, Lituania, Malta, Moldavia, Monaco, Romania, Russia, San Marino, Serbia, Ucraina. Il terzo passaggio è quello già citato dell’invito a considerare la cristianofobia alla stessa stregua dell’islamofobia e dell’antisemitismo. Parrebbe dunque ovvio – da un punto di vista diplomatico: il Papa ieri parlava al Corpo diplomatico – che per ottenere, poniamo, il sostegno della Francia o della Spagna all’idea che occorra “fare il possibile” per la protezione dei cristiani in Medio Oriente, non si evochino questioni a loro ostiche, come i “simboli” religiosi nella vita pubblica (Francia) o forme di educazione civica e sessuale radicalmente laiche (Spagna). Evitando quel calcolo e proponendo le esigenze della libertà religiosa nella forma più organica e ampia Benedetto ha reso evidente la non appartenenza della Chiesa di Roma ad alcun blocco continentale o ideologico e la sua decisione a rivendicare quella libertà non a proprio esclusivo vantaggio, ma a nome di ogni fede. www.luigiaccattoli.it


ULTIMAPAGINA L’organizzazione basca annuncia il definitivo abbandono della violenza

L’Eta dice addio alle armi. In Spagna inizia di Osvaldo Baldacci ista la necessità di dare una soluzione «giusta e democratica a un conflitto politico secolare», con «la volontà del popolo basco come massimo punto di riferimento», l’Eta ha annunciato ieri un cessate il fuoco «permanente, generale e verificabile». Il comunicato diffuso sul sito del quotidiano basco Gara arriva a 17 mesi dall’ultimo attentato. Nel comunicato in tre lingue (basco, spagnolo e inglese) l’organizzazione precisa di aver avviato un «procedimento definitivo» che porterà alla «fine del confronto armato». Fredda la prima reazione del governo spagnolo: «Non è la notizia che aspettavamo», ha detto il vicepremier e ministro degli interni Alfredo Rubalcaba, «se mi chiedete se ciò rappresenti la fine dell’Eta, direi proprio di no», ma comunque ha aggiunto «non è sufficiente ma non rappresenta comunque una cattiva notizia». Il governo spagnolo ha più volte chiesto che il gruppo armato basco annunci una rinuncia definitiva e incondizionata alla violenza. Inoltre nel comunicato sono presenti allusioni a un percorso che potrebbe finire con un referendum sull’indipendenza dei Paesi Baschi, referendum sempre respinto dal governo spagnolo come inaccettabile. Nella nota infatti l’Eta rileva che «da Bruxelles a Guernica personalità internazionali di grande rilievo e molti operatori politici e sociali baschi hanno sottolineato la necessità di dare una soluzione giusta e democratica al secolare conflitto politico» nei Paesi Baschi. «L’Eta concorda», prosegue il comunicato, «la soluzione giungerà attraverso un processo democratico che abbia la volontà del popolo basco quale massimo riferimento e il dialogo e il negoziato quali strumenti». L’annuncio unilaterale dei separatisti baschi non arriva del tutto inatteso, in quanto la sospensione della lotta armata era già stata anticipata in alcuni annunci dello scorso settembre e, in particolare, in un video diffuso dalla Bbc in cui il gruppo aveva fatto sapere che non avrebbe più portato avanti azioni armate e che la decisione, anche

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se comunicata solo in quel momento, era già stata presa da diversi mesi dai vertici dell’organizzazione. E si dichiarava che l’obiettivo della tregua era «mettere in moto un processo democratico» per l’indipendenza dei paesi baschi. Sempre a settembre l’Eta si era detta disposta a dialogare con degli osservatori internazionali. Lo scorso 28 dicembre il leader del partito basco Batasuna, Arnaldo Otegi, recentemente assolto dall’accusa di apologia del terrorismo e in carcere perché indagato per la ricostruzione della direzione del partito considerato braccio politico dell’Eta, in un’intervista rilasciata al Wall Street Journal aveva affermato che il grup-

IL DOPOGUERRA po era pronto ad abbandonare la lotta armata e a seguire una strategia pacifica per creare uno stato basco indipendente. Otegi parlava di imprecisati “sviluppi futuri”, e ricordava come il suo movimento respingesse «qualsiasi violenza per ottenere degli obbiettivi politici». E infatti negli ultimi mesi Otegi, pur senza condannare esplicitamente gli attentati dell’Eta, aveva preso le distanze dalla lotta armata. In precedenza l’Eta, considerata internazionalmente un’orga-

La mossa dei separatisti è utile a far accettare alcuni dei suoi candidati alle prossime elezioni amministrative di maggio. Ipotesi su cui Zapatero non si è ancora espresso nizzazione terroristica, aveva dichiarato già otto tregue, la prima nel 1988 e l’ultima nel marzo del 2006. In diversi di questi casi le tregue erano legate alla possibilità di negoziati in corso o futuribili, ma che non hanno mai condotto a nulla. Ad esempio il 16 settembre 1998 era stata proclamata una tregua “indefinita”e senza condizioni, che durò ben 439 giorni ma anch’essa finì. L’ultima offerta precedente fu del 22 marzo 2006, una tregua “permanente” per permettere l’avvio di negoziati con il governo socialista di Zapatero, ma terminò con l’attentato all’aeroporto madrileno di Barajas, il successivo 30 dicembre. Euskadi Ta Askatasuna (Eta, in basco “Paese Basco e libertà”) è un

Da sinistra: “Arronategui”, l’ultimo capo dell’Eta arrestato, e Batasuna

gruppo indipendentista nato alla fine degli anni ’50 come associazione studentesca. Negli anni ’60 si è dato alla lotta armata: si calcola che le persone uccise siano state finora 856, tra cui 250 membri della Guardia Civil, per un totale di più di 2000 vittime. La prima fu un membro della Guardia Civil, ucciso il 7 giugno 1968 Gli attentati hanno avuto obiettivi militari e politici fin dall’inizio. L’ultimo attentato risale al 9 agosto del 2009. Il“braccio politico”dell’Eta - cioè partiti che si sono succeduti - è sempre stato in posizione subordinata rispetto a quello militare, non riuscendo mai a porsi come interlocutore credibile con il governo di Madrid.

Al comando dell’Eta secondo Madrid ci sarebbe oggi un triumvirato formato da Iratxe Sorzabal, Izaskun Lesaka e David Pla, affiancato però da una “commissione politica” formata da elementi della vecchia guardia come José Antonio Urrutikoetxea, alias Josu Ternera. L’obiettivo dell’organizzazione è quello di creare uno stato socialista indipendente, l’Euskal Herria, che comprenderebbe non solo le tre province attuali dei Paesi Baschi (Vizcaya, Guipuzcoa e Alava, conosciute come Bilbao, San Sebastian, e Vitoria), ma anche la comunità autonoma di Navarra e le tre province basche del sud-ovest della Francia. Secondo le forze dell’ordine, tuttora l’Eta si finanzia attraverso una rete di estorsione diretta a colpire imprenditori baschi o navarri. Gli esperti ritengono che l’Eta stia conoscendo un momento di indebolimento. Sono stati arrestati più di 750 militanti dell’organizzazione, detti “etarras”. Con il comunicato di ieri il gruppo separatista ha inteso accogliere quella che veniva considerata una condizione imprescindibile perché i suoi rappresentanti politici possano essere ammessi a partecipare alle elezioni amministrative di maggio, cosa che però non è ancora accettata dal governo spagnolo.


2011_01_11