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Un pompelmo è un limone

che ha avuto un’opportunità e ne ha approfittato Oscar Wilde

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • MARTEDÌ 4 GENNAIO 2011

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Il Lingotto avverte pure la Cgil: «Siamo in grado di produrre con o senza di voi». E la politica si spacca davanti alla presa di posizione

Fiat, la borsa e la vita

Marchionne bifronte: sbanca piazza Affari con i nuovi titoli e lancia l’ultimatum a Mirafiori «O passa il referendum o ritiriamo gli investimenti».Anche Bonanni attacca la Fiom Oggi i team dell’Udc davanti all’ambasciata brasiliana per chiedere l’estradizione di Battisti

Quanti sepolcri imbiancati sull’accordo con Fini

di Francesco Pacifico

IL COMMENTO

Il suo zelo è giusto, ma c’è un eccesso...

ROMA. Maurizio Landini fa sapere che non comprerebbe mai azioni della Fiat. «Avendo pochi soldi sono portato a non rischiare...» Il mercato, invece, la pensa diversamente: e infatti piazza Affari ha accolto con molto favore lo spin off che ha diviso (e quotato separatamente) le attività dell’auto e la produzione di veicoli industriali. Fiat auto ha toccato un massimo di 7,30, per poi chiudere a 7,02. La debuttante Industrial, dopo aver segnato un massimo di 9,09 euro, ha finito per raggiungere quota 8,98. Numeri che portano agli azionisti un premio complessivo di 57 centesimi, sopra il consensus degli analisti.

di Giuliano Cazzola

«È

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Parla il leader dei meccanici Uilm Storia del maggior gruppo italiano

Le critiche sui temi non negoziabili sono così strumentali che offendono. Soprattutto quando vengono da chi, nel Pdl, fino a ieri taceva su tutto. Il patto è di natura politica, non etica L’articolo di Buttiglione a pagina 8 • Servizi alle pagine 12 e 13

«Ora serve Nascita, ascesa un sindacato e declino che sia al passo di Mirafiori, con i tempi» la “Bela Rosin” Pierre Chiartano • pagina 3

Ieri a Roma i funerali di Miotto

In memoria di un alpino valoroso

tutto lì il problema - ha commentato ieri Sergio Marchionne mentre prendeva atto del discreto esordio a Piazza Affari dei nuovi titoli dello scorporo e dello loro incoraggiante quotazione Noi non siamo più disposti a essere vincolati da regole inadeguate. Pertanto l’uscita dalla Confindustria rimane una ipotesi possibile». Ecco un’altra conferma delle intenzioni del Lingotto. L’Ad italo-canadese non aspira ad essere ricordato come il rifondatore di un nuovo modello di relazioni industriali. Il suo è un orizzonte insieme più ristretto e più ampio: la Fiat nel mondo, ovvero come un gruppo a dimensione multinazionale può essere in condizione di sfidare la competizione internazionale e rimanere tra i protagonisti dell’industria automobilistica. a pagina 5

Maurizio Stefanini • pagina 4

L’analisi. Il pontefice riprende il sentiero di Assisi per aiutare i cristiani

L’idea del Papa: un summit per la pace Benedetto XVI rilancia l’ecumenismo contro il terrorismo

di Mario Arpino

di Luigi Accattoli

anno si è chiuso in modo triste per i nostri soldati. I “botti” di capodanno non possono non aver portato almeno per un momento la mente degli italiani più sensibili - ce ne sono ancora molti - al secco colpo di fucile echeggiato quella stessa mattina nella tristemente nota valle del Gulistan. L’alpino Matteo Miotto è morto per un attacco subdolo, senza combattere.

omenica all’angelus Benedetto ha denunciato l’esistenza di una «strategia di violenze che mira ai cristiani»: è una parola forte e i cristiani ai quali faceva primario riferimento erano i copti non cattolici di Alessandria di Egitto. Già a metà dicembre aveva affermato che i cristiani oggi sono i più perseguitati nel mondo.Viene dunque prendendo corpo un ruolo del Papa come difensore dei cristiani sulla scena mondiale che potrebbe avere importanti sviluppi, ecumenici e diplomatici.

IL CAIRO. L’attacco suicida alla chiesa copta dei Santi è stato compiuto da elementi locali della Jihad islamica, secondo alcune fonti specializzate in antiterrorismo. E il presidente Hosni Mubarak ha chiesto a copti e musulmani di «mostrarsi uniti».

in ultima pagina

a pagina 10

a pagina 11

L’

Nuove manifestazioni dei copti contro i musulmani

Intanto al Cairo esplode la violenza

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EURO 1,00 (10,00

CON I QUADERNI)

• ANNO XVI •

NUMERO

di Massimo Fazzi

1•

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


prima pagina

pagina 2 • 4 gennaio 2011

il fatto Il mercato promuove lo spin off tra la produzione dell’auto e quella di camion e veicoli industriali. Marchionne: «Produrremo con o senza la Fiom»

La guerra di Marchionne I metalmeccanici della Cgil sono pronti alla mobilitazione e premono per lo sciopero, ma Bonanni li gela: si preoccupino degli investimenti di Francesco Pacifico

ROMA. Maurizio Landini fa sapere che non comprerebbe mai azioni della Fiat. «Avendo pochi soldi sono portato a non rischiare...» Il mercato, invece, la pensa diversamente: e infatti piazza Affari ha accolto con molto favore lo spin off che ha diviso (e quotato separatamente) le attività dell’auto e la produzione di veicoli industriali. Fiat auto ha toccato un massimo di 7,30, per poi chiudere a 7,02. La debuttante Industrial, dopo aver segnato un massimo di 9,09 euro, ha finito per raggiungere quota 8,98. Numeri che portano agli azionisti un premio complessivo di 57 centesimi, sopra il consensus degli analisti. Che fanno dimenticare che nel 2010 le immatricolazioni di Fiat sono calate del 16,73 per cento e che sono sufficienti a rafforzare la tesi di Sergio Marchionne che l’azienda è «capace di produrre vetture con o senza la Fiom». Per tutta risposta le tute blu della Cgil hanno chiesto a Susanna Camusso di riunire la segreteria nazionale per definire uno sciopero generale, unica via per «respingere il disegno messo in atto dalla Fiat che attraverso un attacco senza precedenti ai diritti, alle libertà sindacali e alla democrazia mette in discussione l’esistenza stessa del sindacalismo». E se domani da Mirafiori il responsabile auto Giorgio Airaudo lancerà la mobilitazione, dovremmo attenderci una presa di distanza molto netta da corso d’Italia, pronta allo scontro nella conferenza programmatica della prossima settimana. Ma per Marchionne il tutto è poca cosa. E festeggia sia perché considera la giornata di ieri «un punto di arrivo e un punto di partenza» sia perché ha dalla sua gli altri sindacati. Raffaele Bonanni (Cisl) ha dichiarato che «la Fiom ne dice una al giorno. L’unica cosa che non dice è che per ottenere il lavoro ci vogliono gli investimenti. Tutto quello che abbiamo fatto, l’abbiamo fatto solamente per ottenere l’investi-

mento». Roberto Di Maulo, segretario generale del Fismic, è pronto a fare campagna per il sì al referendum che si terrà tra i lavoratori di Mirafiori. «Perché un parere negativo», spiega, «manderebbe all’aria l’opera svolta finora dal sindacato responsabile e gli stessi investimenti previsti di oltre un miliardo di euro». Anche ieri l’Ad della Fiat ha ripetuto che se al referendum tra i lavoratori di Mirafiori «vince il no con il 51 per cento la Fiat non farà l’investimento». Sono in pochi al Lingotto a dare credito all’ipotesi. Di conseguenza, quest’uscita rientra in una guerra psicologica, nella quale val bene anche un plauso al governo, mai amato a Torino.

ridicole e offensive continue richieste di dettagli su Fabbrica Italia, ha appoggiato la casa torinese riconoscendo in quello che sta facendo una cosa buona per il Paese».

Perché per Marchionne è offensivo avere i dettagli di un piano ambizioso quanto ancora fumoso. «Chiedere a Fiat di svelare i dettagli del piano», ha sancito, «lo trovo ridicolo. Vogliono vedere il resto degli investimenti? Ma che scherziamo? Sono appena tornato dal Brasile, dove ho inaugurato con l’ex presidente Lula una fabbrica a Pernambuco. E nessuno si sarebbe permesso di farsi dare

Sempre più difficile la mediazione della Camusso. Il Lingotto potrebbe salire al 51 per cento di Chrysler già nel 2011 «Molto incoraggiante», l’ha definito Marchionne, «è stato invece il suo atteggiamento, perché a a fronte di

i dettagli dell’investimento. Smettiamola di comportarci da provinciali, quando serviranno gli altri 18 miliardi del piano li metteremo». Chiusi i conti con la Fiom, il capoazienda non è stato meno tenero con Confindustria. «Un’uscita di Fiat è possibile ma non probabile», spiegando però che il crinale è sempre un contratto nazionale che porta con se regole obsolete, non in grado di difendere la produzione e di isolare chi indice scioperi selvaggi (Fiom e Cobas). Intanto, per capire cosa ha messo sul piatto ieri Torino, è utile legge un report di di Credit Suisse. «Fiat Industrial», è scritto dai suoi analisti, «è l’asset migliore del gruppo, il più interessante sia in termini di valutazione relativa sia di visibilità dei profitti». Per la parte auto «è difficile vedere molto valore sopra quota 5,1 euro». Soprattutto questa rischia di dover fare i conti con «una crescita limitata, una bassa generazione dell’utile netto, il fatto che brucerà cassa nel 2011 e ostacoli sostanziali per aumentare la quota in Chrysler sopra il 51 per cento». Marchionne smentisce che lo spin off è un’operazione me-

arrivano da nessuna parte se non dalla gente che ogni giorno la rende viva e le trasmette la propria impronta». Eppure quest’operazione diventa più strategica se, come ha ammesso l’Ad, «è possibile che si salga al 51 per cento di Chrysler, nel 2011, se questa decide di andare sul mercato». Ironico, Maurizio Landini gli replicato che ha ragione quando dice che «la Fiat è capace di produrre vetture con o senza la Fiom... certo, anche senza la Fim e la Uilm: le vetture le fanno i lavoratori». Quindi un monito che in questi giorni non ha lanciato al capoazienda del Lingotto soltanto il leader della Fiom: «Pensa davvero che le sue fabbriche possano funzionare senza consenso?». Il segretario delle tute blu della Cgil – e che oggi, vedendo i vertici dell’Italia dei Valori, continuerà il suo giro di consultazioni politiche – spegne sul nascere le mediazioni per riportare la Fiom al tavolo delle trattative. Soprattutto chi – in primis la Camusso – auspica una firma all’accordo su Mirafiori dopo il referendum tra i lavoratori.

«Le firme tecniche non esistono», dice, «Un accordo si firma

La politica si spacca. Fassina (Pd): «Che fine hanno fatto i fondi propagandati da Torino». Capezzone (Pdl): Sergio, non mollare ramente finanziaria, che di strategico ha soltanto la separazione tra il marchio dell’auto e il mercato italiano, lasciando a Torino e agli Agnelli il ricco patrimonio di camion e macchine agricole. «Il modo migliore per comprendere il suo valore», dice, «è considerare le opportunità di crescita personale che potrà offrire ai lavoratori».

Il manager italocanadese fa intendere che ci saranno benefici perché si libereranno risorse per l’auto oggi destinate ad altri asset. «La forza e i valori di un’organizzazione non

o non si firma: L’accordo non è firmabile mentre il referendum è illegittimo, non libero, fatto sotto ricatto della Fiat sui lavoratori. Sarebbe sufficiente ricordare che nella prima pagina dell’intesa stretta dalle altre sigle di categoria il 23 dicembre, si condiziona l’adesione al contratto al consenso di tutte le parti firmatarie: è una cosa che esiste solo negli Stati Uniti». E ricorda poi che «al Comitato centrale del 29 dicembre ha partecipato anche la Cgil e lo stesso, che è l’organismo dirigente, ha votato senza neanche un contrario (102 voti favorevoli e 29 astensioni) che il referendum non è accettabile ed è illegittimo perché lede i diritti indisponibili e mette in discussione anche il diritto di voto dei la-


l’intervista Rocco Palombella, segretario generale della Uilm, parla di Fiat e futuro dell’industria

La Fiom? «È fuori dalla storia e dalla realtà» «Serve un sindacato moderno e “senza frontiere” contro l’antagonismo tra lavoro e impresa» di Pierre Chiartano eri è stata la giornata del debutto della doppia Fiat in Borsa a Milano. Fiat industrial, per camion e trattori e Fiat spa per le auto. Un divisione che il mercato sembra voler premiare. Non altrettanto positiva la spaccatura del sindacato sull’accordo di Mirafiori, con la Fiom di Maurizio Ladini sempre su posizioni fortemente «antagoniste» e «troppo politiche», come dichiara a liberal il segretario generale della Uilm, Rocco Palombella. I metalmeccanici che stanno dividendo la Cgil rimandano tutto al referendum sull’accordo per Mirafiori, che dovrebbe tenersi entro il 15 gennaio. La mancata sigla da parte di Fiom potrebbe bloccare investimenti per circa un miliardo e settecentomila euro. Un fatto che influenzerebbe il futuro dell’industria in Italia nel suo insieme, in un momento di grandi trasformazioni storiche del capitale, della produzione e del mondo del lavoro. «In questi anni la Fiom ha messo in atto una strategia che gli ha permesso di acquisire i benefici degli accordi senza doverli firmare. Oggi, lo scenario è cambiato, perché le critiche ai patti precedenti non avevano conseguenze dirette, rimanevano nell’ambito della dialettica sindacale. Ora non è più così. Il no della Fiom sull’intesa potrebbe costare molto». Palombella fa riferimento al possibile risultato negativo del referendum che metterebbe la Fiat nella condizione di poter dire «me ne vado». «Si perderebbe l’investimento e diecimila posti di lavoro». Un risultato inconcepibile per chi dovrebbe invece difendere gli interessi di chi lavora in Italia. Uno «stress continuo del mondo del lavoro» che porta conseguenze negative, non solo per chi lavora in Fiat – spiega Palombella – «fa percepire l’Italia come un Paese dove non conviene investire». La difesa di Fiom di certe posizioni sarebbe strumentale alle proprie strategie politiche e non all’interesse dei lavoratori. Un esempio è il richiamo all’accordo tra sindacati e Confindustria del 1993, che prevedeva la rappresentanza sindacale per qualunque organizzazione superasse la soglia del 5 per cento di iscritti – quando oggi Sergio Marchionne non vuole in fabbrica sindacati che non abbiano firmato. «Landini non richiama quell’accordo per un fatto di giustizia sindacale. Un tempo loro erano i privilegiati e quel documento non lo volevano, per non avere concorrenza in fabbrica. Oggi, si appellano a quelle norme, ma le hanno sempre disconosciute per convenienza». Ma il risultato del referendum su Mirafiori preoccupa molto Palombella. «Se votassero no, per a prima volta dei lavoratori direbbero no ad un investimento che significa salvaguardia dei posti di lavoro. E l’organizzazione che ha cavalcato questo voto ne pagherebbe le conseguenze. Non capirebbero i tanti lavoratori che hanno perso il posto in questi mesi e sono ora in cassa integrazione. Per

I

In alto, l’amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne. In basso a sinistra, il leader della Fiom, Maurizio Landini, nella foto piccola a destra, il segretario della Uilm, Rocco Palombella voratori per eleggere le proprie rappresentanze». Ma l’atteggiamento di Marchionne continua a spaccare il Pd. Stefano Fassina, responsabile economico del Pd e allievo di Vincenzo Visco nonché vicino anche al segretario Pier Luigi Bersani, non ha gradito soprattutto la parte nella quale il manager torinese ha definito«offensivo chiedere i dettagli» del piano Fabbrica Italia.

«Conoscere

i piani industriali», ha fatto notare Fassina, «è indispensabile per capire quale siano le prospettive per il futuro occupazionale di decine di migliaia di lavoratori e non solo. Quando è in gioco così tanto non si può chiedere alla politica di ignorare quanto sta accadendo». Per concludere: «Fiat ha chiesto pesanti sacrifici ai lavoratori e alle lavoratrici. Tuttavia dei 20 miliardi di investimenti propagandati, si hanno informazioni, seppur generiche, soltanto su 1,3 miliardi di

euro: 700 milioni su Pomigliano e 600 milioni sulle carrozzerie di Mirafiori, dato che circa 400 milioni sono a carico di Chrysler. Che fine hanno fatto gli altri 18,7 miliardi?» . Di idea opposta è il portavoce del Popolo delle libertà, Daniele Capezzone. Il quale invita Marchionne a completare l’opera senza se e senza ma, «a non mollare». «Per anni», sostiene, «si è giustamente rimproverato alla Fiat di inseguire logiche di pressoché esclusiva tutela dei propri interessi: cassa integrazione, incentivi, spostamento all’estero di produzioni, e così via. Ora che finalmente si può aprire una pagina diversa (produzioni che tornano in Italia, lavoro per tanti dipendenti, rilancio di aree territoriali che ne hanno un gran bisogno), tutte le organizzazioni sindacali (meno una) mostrano senso di responsabilità, spirito di modernizzazione, e attenzione vera alla salvaguardia dei posti di lavoro».

non parlare dei precari, degli investitori esteri e dei nostri competitori». Un disastro su tutta la linea. Ieri c’è stata qualche apertura da parte della Fim-Cisl a un eventuale rientro della Fiom nell’accordo nel caso il referendum desse un risultato positivo. «Sarebbe complicato e difficile per loro. Se si dovessero ravvedere, rientrando nella gestione del patto, saremmo pronti ad accettarli. Il vero problema è se possa rientrare un’organizzazione che in questi anni e soprattutto negli ultimi cinque mesi, ha fatto tutto quello che un sindacato non dovrebbe fare. Ai loro congressi agitavano la figura del nemico: una volta erano le azienda, un’altra le organizzazioni sindacali. L’obiettivo non era mai modificare in meglio le condizioni di lavoro, ma solo agitare lo spauracchio di un nemico. Poi tutto può essere fatto, ma è una situazione molto complicata». Palombella fa capire che una possibilità «non si rifiuta a nessuno», ma occorre restare con i piedi per terra.

«Prima della firma per Mirafiori, Ladini ci aveva invitato a un incontro con le altre sigle sindacali. Non ci fu alcuna apertura, ma solo un voler ribadire le posizioni Fiom e la richiesta di un documento comune sulla questione delle rappresentanze». Il segretario Uilm fa intendere la natura irrealistica di una tale proposta. «Alla Fiom piace descrivere scenari apocalittici, soprattutto per gettare discredito sugli altri sindacati. Pensano di guadagnare consenso con la paura. Noi siamo l’esatto contrario, cerchiamo di dare fiducia, difendendo gli interessi reali dei lavoratori. Il famoso accordo del 1993 fu firmato da Bruno Trentin che dovette dimettersi subito dopo, proprio per il rifiuto della Fiom. Voleva essere il sindacato unico, altro che regole democratiche». Troppa politica e poco sindacato, per Palombella. «Più che lottare per trovare un sistema per mettere in difficoltà gli altri sindacati, dovremmo discutere su come vogliamo si faccia industria nel nostro Paese. Le fabbriche servono o non servono? Quando muore un insediamento industriale si spegne un pezzo di territorio. Sembra che tra Fiom e Fiat ci sia un gara all’annientamento. Ladini è convinto che se dovessero vincere i sì, perderebbero la rappresentanza, se prevalessero i no la Fiat se ne va». Un gioco a somma zero per Fiom che perderebbe comunque. «Forse preferirebbero addirittura che Marchionne facesse le valigie. Ma è possibile che un sindacato speri nella scomparsa di diecimila posti di lavoro?». Il sindacato «deve cambiare messaggio», basta con la contrapposizione tra azienda e lavoratori. L’azienda vince solo se c’è uno spirito costruttivo tra manodopera e impresa. E se l’industria è diventata senza frontiere «anche un sindacato moderno dovrà essere senza frontiere».

Più che lottare tra sigle sindacali, dovremmo discutere su come si può fare industria nel Paese


pagina 4 • 4 gennaio 2011

l’approfondimento

Nel suo futuro, forse, un drastico ridimensionamento o addirittura dismissione, se Marchionne perderà la pazienza con la Fiom

Com’era bella la Rosin

Tutto cominciò a fine ’800 con la contessa Rosa Vercellana. Oggi ci sono 2 milioni di mq con 20 km di linee ferroviarie, 11 di strade sotterranee e una palazzina con 12mila lavoratori. Ascesa e declino dello stabilimento Fiat più importante d’Italia di Maurizio Stefanini n principio era La Bela Rosin. Nel presente c’è il più grande complesso industriale italiano: 2.000.000 di mq con all’interno 20 km di linee ferroviarie e 11 di strade sotterranee tra i vari capannoni; una palazzina degli uffici su corso Giovanni Agnelli con cinque piani per 220 metri, coperta con pietra bianca di Finale; 12.000 dipendenti che ci lavorano, tra cui 5400 nello stabilimento Mirafiori Carrozzerie. Nel futuro c’è, forse, un drastico ridimensionamento o addirittura dismissione, se veramente Marchionne perderà la pazienza con la Fiom. Come il Lingotto, dove la produzione chiuse nel 1982, potrebbe trasformarsi in un centro multifunzionale. Ma nel passato c’è Rosa Vercellana: la procace ragazzotta analfabeta, figlia di un tamburino militare, che a 14 anni il futuro re Vittorio Emanuele II trasformò nella sua favorita. Contessa di Mirafiori dal 1859, appunto, la Bela Ro-

I

sin sarebbe stata dieci anni dopo sposata dal re ormai vedovo con matrimonio morganatico, nel 1869. A lei sarebbe stata riservata la Villa Mirafiori di Roma, dopo il trasferimento della capitale. E, dopo la sua morte, a Torino, presso il Castello di Mirafiori del suo titolo, i figli Vittoria e Emanuele avrebbero fatto costruire il Mausoleo della Bela Rosin. Copia in piccolo del Pantheon di Roma, in implicita polemica contro il rifiuto dei fratellastri di farla tumulare accanto al Re Galantuomo.

Attorno al Castello, anche se in effetti dopo l’incendio del 1706 non ne restavano che le rovine, con l’espansione di Torino crebbero due quartieri: Mirafiori Nord e Mirafiori Sud. E a Mirafiori Sud, appunto, nel 1936 fu progettato il nuovo stabilimento Fiat destinato appunto a essere chiamato Fiat Mirafiori. Il Lingotto, costruito tra 1915 e 1922 per accorpare i vari stabilimenti Fiat prima

sparsi per la città, era infatti ormai diventato insufficiente. Mentre lì c’era una distesa di prati, campi e cascine, oltre a un vecchio ippodromo, a un’aerostazione e a un sanatorio, che avrebbero permesso al colosso in espansione di respirare a pieni polmoni. Mussolini, per la verità, non era troppo convinto dell’idea del Senatore Agnelli di accentrare ulteriormente la produzione metalmeccanica a Torino, e avrebbe

Inaugurato da Mussolini, in realtà il duce non lo voleva in Piemonte

preferito piuttosto decentrare. Quando dopo aver ceduto ad Agnelli il 15 maggio del ’39 venne a inaugurare la «fabbrica perfetta del tempo fascista», costruita in due anni da 5000 operai immigrati da Vento e Sicilia, l’accoglienza fu infatti raggelante. Tanto aveva insistito il duce per integrare l’approccio funzionalista della Fiat attraverso lo sviluppo su spazi orizzontali e la separazione tra stabilimenti e uffici con le esi-

genze sociali di igiene e conforto del luogo di lavoro: «L’operaio che mangia in fretta e furia vicino alla macchina non è di questo tempo fascista», e il grande dopolavoro da 270.000 m2 con piscina, bocciodromo e altri impianti sportivi assortiti. Dunque, chiese ai “camerati operai” se ricordassero le parole del suo discorso di Milano del 6 ottobre 1934: cioè, la promessa di lavoro garantito, salario equo, casa decorosa, la conoscenza del processo produttivo e partecipazione alla sua disciplina. «Sui 50.000 lavoratori presenti, solo 400 di essi risposero sì». Ricorderà un testimone. «Se non lo ricordate, rileggetelo!», sbotta allora Mussolini andandosene. Ci vorranno Agnelli e Starace che lo prendono per le spalle, per costringerlo per lo meno a tornare indietro per salutare romanamente. Insomma, da subito un covo di piantagrane. Anche se forse, all’epoca, più che esplicito antifascismo era


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Secondo i vertici del Lingotto è vero il motto: «Ciò che fa bene alla Fiat, fa bene al Paese»

Il suo zelo è giusto, ma c’è un eccesso...

L’amministratore delegato ha messo sotto scacco la Fiom e ha fatto bene. Ma il tavolo delle contrattazioni deve ripartire, anche su nuove basi di Giuliano Cazzola tutto lì il problema - ha commentato ieri Sergio Marchionne mentre prendeva atto del discreto esordio a Piazza Affari dei nuovi titoli dello scorporo e dello loro incoraggiante quotazione sui mercati finanziari - Noi non siamo più disposti a essere vincolati da regole inadeguate. Pertanto l’uscita dalla Confindustria rimane una ipotesi possibile». Ecco una ulteriore conferma delle intenzioni del Lingotto. L’Ad italo-canadese non aspira ad essere ricordato come il rifondatore di un nuovo modello di relazioni industriali. Il suo è un orizzonte insieme più ristretto e più ampio: la Fiat nel mondo, ovvero come un gruppo a dimensione multinazionale può essere in condizione di sfidare la competizione internazionale e rimanere tra i protagonisti dell’industria automobilistica. Marchionne non si interessa di altro che non riguardi il futuro degli stabilimenti della Fiat. Non siamo neppure sicuri che si sia reso conto dell’effettiva portata dello strappo che gli accordi di Mirafiori e di Pomigliano hanno inferto al sistema non solo con riguardo ai sindacati ma anche alla stessa Confindustria. Per lui vale il motto di altri tempi: ciò che serve alla Fiat va bene anche al Paese. Nessuno dunque può rimproverare il manager del Lingotto se non si pone il problema di quale futuro assicurare alle relazioni industriali.

«È

È già tanto grande il merito di Marchionne per aver aperto in tempo utile una crisi latente da decenni; ma non tocca a lui porvi rimedio. Di certo il modello Marchionne (usiamo questa definizione con spirito pratico tanto per farci capire) non può prefigurare un nuovo ordine, a meno che non si accetti di voltare le spalle a tutto ciò che è stato pensato e definito dai primi anni sessanta del secolo scorso fino all’accordo quadro del gennaio 2009. L’effetto Fiat, infatti, potrebbe condurre ad un superamento dell’assetto contrattuale impostato su due livelli (nazionale e

decentrato) tra loro coordinati ed aprire la strada ad una sorta di politica dei due forni, consentendo alle aziende di applicare un contratto nazionale sempre più residuale o di farsene uno, in proprio, azienda per azienda, secondo una logica totalmente sostitutiva. Nulla di nuovo sotto il sole: ipotesi siffatte sono circolate alla fine degli anni cinquanta prima che, nel protocollo Intersind-Asap del 1962, venisse prefigurato l’equilibrio

Dopo il braccio di ferro degli ultimi tempi, è stato superato il vecchio contratto “a due facce” (contrattazione nazionale e decentrata) che ha retto fino ad ora pur tra numerosi problemi, sempre rimossi.

T o c ch er à

a i g ra nd i

soggetti collettivi riordinare la materia (ammesso e non concesso che ne abbiano la statura culturale e il coraggio politico). È bene, però, fare tesoro delle questioni di carattere generale che il caso Fiat ha messo in evidenza, magari inconsapevolmente. In primo luogo viene da chiedersi se abbia ancora un senso il contratto nazionale. Da noi è diventato una coperta che, se fornisce riparo alla testa, lascia scoperti i piedi. Il contratto nazionale non trova applicazione corretta in gran parte del Paese, mentre costituisce una piattaforma minima inadeguata in altre realtà. In considerazione dei

parametri di riferimento (soprattutto l’inflazione) i miglioramenti retributivi che i lavoratori ottengono mediante i rinnovi periodici sono parecchio modesti per i lavoratori stessi, ma onerosi per le aziende, soprattutto perché concessi al di fuori di qualunque logica di scambio. Che cosa ottiene la singola impresa come risposta ai suoi problemi specifici da un rinnovo contrattuale nazionale ? Quasi nulla, perché le sue “rogne” dovrà grattarsele in azienda. È normale allora che un imprenditore preferisca impiegare le sue disponibilità direttamente con i propri dipendenti ottenendo da essi orari e condizioni di lavoro corrispondenti alle sue esigenze produttive. L’accordo quadro del 22 gennaio 2009 non risolve questo problema perché si limita a valorizzare, a parole, la contrattazione decentrata, mentre, in effetti - lo si è visto anche nella recente tornata di rinnovi - resta un effetto trascinamento quasi burocratico a favore del contratto nazionale, mentre la contrattazione aziendale ha dei limiti oggettivi, per quanto riguarda sia la struttura delle imprese sia la quantità delle risorse disponibili.

Ecco allora la domanda : come valorizzare veramente la contrattazione decentrata ben oltre gli orpelli di una forzosa unità di categoria? In fondo, il miglior contributo allo sviluppo della contrattazione decentrata lo ha dato il ministro Maurizio Sacconi mediante le detassazione delle voci retributive legate alla produttività, erogate, anche in modo unilaterale, a livello di impresa. Più delicata è la vicenda della rappresentanza sindacale. Diciamo subito che Marchionne non ha violato alcuna legge e che il marchingegno giuridico messo a punto per escludere la FIOM è non solo abile, ma anche corretto, in linea con l’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori. Ed è anche un meccanismo efficace, visti i ripensamenti autocritici che ha prodotto nella CGIL e nella sinistra. Ma fino a che punto l’Ad può ritenere normale una situazione siffatta, dettata da evidenti motivi di lotta politica ? Marchionne è giustificato a condurre con tutti i mezzi disponibili il confronto con la FIOM il cui gruppo dirigente è considerato, a buon diritto, un nemico implacabile che deve essere sconfitto allo scopo di mettere in sicurezza un investimento che - se prevalessero gli sfasciacarrozze di Maurizio Landini potrebbe essere gettato alle ortiche. Ma dopo la guerra viene sempre il momento di fare la pace. E la soluzione non può essere quella di designare 15 rappresentati da parte di ciascuno dei sindacati firmatari. Senza chiamare mai più i lavoratori a votare.

irritazione per essere stati costretti a aspettare per ore sotto la pioggia. Ma già al momento dei grandi scioperi del marzo ’43 il dissenso politico è diventato aperto. Nel frattempo Mirafiori, concentrata dal 1940 sulla produzione di guerra e con il personale militarizzato, è diventata sin dal giorno dopo l’entrata in guerra bersaglio di continui bombardamenti. Durante l’occupazione tedesca il Cln aziendale riuscirà a far partire clandestinamente pezzi di ricambio per i partigiani. E il 25 aprile lo stabilimento verrà occupato dagli operai con le armi alla mano. Valletta però spiega: «A me andrebbe anche bene una Fiat Stella Rossa, ma non è che gli americani sarebbero d’accordo». Quasi subito Mirafiori riprende dunque a lavorare per gli Agnelli, e per la produzione civile. Tra il ’46 e il ’47 escono le ultime Topolino. Vengono 1100 E, 1100 B, 500 B, 1500 D, 1400. Negli anni ’50 sono realizzate a Mirafiori le vetture simbolo del miracolo economico, come la 600 e la Nuova 500. Poi vengono altri fortunati modelli come la 850, la 124, la 127 e la 131 “Mirafiori”. Tra il ’56 e il ’58 la superficie dell’impianto raddoppia. Maggior forza produttiva industriale nel miracolo economico degli anni ’50 e ’60 grazie alla motorizzazione di massa, dagli anni ’70 ridiventa una fabbrica simbolo delle lotte operaie. Compresa la minaccia della degenerazione terrorista: per lo meno fino a quella “Marcia dei 40.000”che il 14 ottobre 1980 pone anche simbolicamente fine alla stagione di 12 anni di contestazione continua.

Nel nuovo clima, con la chiusura del Lingotto Mirafiori finisce per concentrare la produzione torinese. Rivalta, costruita nel 1968, è lì vicino, a meno di 10 chilometri. Chivasso, che produrrà vetture fino al 2003, e del logo Lancia. Nel contempo, però, Fiat ha iniziato a decentrarsi per l’Italia. Nel 1970 apre lo stabilimento di Termini Imerese, nel 1972 quello di Cassino, dal 1981 la Sevel Val di Sangro, dal 1986 prende dall’Iri l’Alfa Romeo con Arese e Pomigliano d’Arco, dal 1991-93 si aggiunge lo stabilimento di Melfi. E nel contempo c’è lo sviluppo nel mondo: ormai la Fiat è presente in 61 nazioni, con 1063 aziende. Dei 223.000 dipendenti, ben 111.000 stanno fuori dall’Italia. Ma su 2.524.325 veicoli prodotti nel 2008, solo 881.275 provenivano dall’Italia. Contro 774.176 dal Brasile, 473.389 dalla Polonia, 184.355 dalla Turchia. Marchionne sostiene addirittura che sarebbero i profitti della Fiat all’estero a consentire di ripianare i deficit nazionali. D’altra parte, le stesse dimensioni di Mirafiori parlano di un gigantismo che ormai appartiene più all’archeologia industriale che all’economia moderna.


diario

pagina 6 • 4 gennaio 2011

A Napoli il primo omicidio dell’anno

Minacce mafiose al senatore Vizzini

ROMA. Il primo omicidio dell’anno è in forte odore di camorra. Nella notte di ieri è stato ucciso con un colpo alla schiena Giovanni Conte, 42 anni, con precedenti penali. Secondo quanto ricostruito dalla polizia, l’uomo stava rientrando nella sua abitazione a Ponticelli, in via Palermo 11, quando è stato raggiunto da diversi colpi di arma da fuoco. La polizia scientifica, che ha effettuato rilievi sul posto, ha trovato diversi bossoli. Conte è stato colpito alla schiena e alle gambe. Le modalità dell’omicidio fanno indirizzare le indagini sulla pista di un agguato di camorra, anche se non si esclude alcuna ipotesi. Il magistrato intanto ha disposta l’autopsia sul cadavere per ricavare nuovi elementi utili sull’assassinio.

Trenitalia, multe devolute ai pendolari

ROMA. Intimidazioni, probabilmente di origine mafiosa, per il senatore Carlo Vizzini (Pdl). Un collaboratore del senatore, l’ex poliziotto Vito Onesti, è stato infatti minacciato mentre faceva jogging nel parco della Favorita, nei pressi di viale Ercole, a Palermo. Due persone a bordo di uno scooter, con il volto coperto da un casco, lo hanno affiancato, gridandogli «pezzo di sbirro, scipperemo la testa a te ed a quel pezzo di m... di Vizzini». Onesti, tra l’altro, è uno dei collaboratori di Mafiacontro, l’associazione che nei giorni scorsi ha affisso adesivi contro il pizzo sui muri delle case di Palermo, invitando i commercianti a ribellarsi al racket delle estorsioni. Onesti ha poi denunciato il fatto alla polizia.

ROMA. La multa di 1 milione e 300mila euro che la Regione Toscana comminerà a Trenitalia per i fatti del 17 dicembre andrà ai pendolari. Lo ha deciso governatore della Toscana, Enrico Rossi, che ha risposto con una lettera a tutti coloro che gli hanno scritto denunciando i disagi subiti per l’emergenza neve. «Dopo Autostrade - scrive il governatore toscano in una nota - anche Trenitalia ha deciso di rimborsare i viaggiatori che hanno subito ritardi per l’ondata di maltempo del 17 dicembre. Oltre a questo la Regione sanzionerà a gennaio le Ferrovie con una multa di 1 milione e trecentomila euro che saranno interamente investiti per rimborsare i pendolari che hanno subito i disagi del 17 e 18 dicembre».

«Federalismo o elezioni, la gente è incavolata anche con me», rilancia il Senatùr. Che svela: «Ho trovato microspie al ministero e a casa»

Così la Lega lancia l’Opa sul Pdl Subito alle urne per dimezzare lo svantaggio dal partito del Cavaliere di Errico Novi

«Alle Politiche del 2008», spiegano i fedelissimi di Bossi, «il rapporto con il Pdl era di 4 a 1. I sondaggi ora ci danno 29 a 14, cioè la differenza diventa 2 a 1». Ecco perché il Carroccio accelera la corsa al voto e ribadisce l’ultimatum sul federalismo. «Nella bicamerale di La Loggia c’è un po’ di pigrizia», dicono

ROMA. Non poteva bastare la chiacchierata di Arcore. E infatti non basta. Dopo aver visto Berlusconi a Villa San Martino domenica sera, Calderoli rimette subito mano all’agenda del federalismo. Fissa per la settimana prossima un incontro con i relatori della riforma nella “bicameralina”, ossia il presidente della commissione, La Loggia, e il democratico Barbolini. Punta così dritto alla verifica decisiva, quella sui decreti attuativi e in particolare su quello che riguarda la fiscalità municipale. Con una fretta che certo è dettata dalla stessa legge delega – il 28 febbraio è il termine inderogabile entro il quale il Parlamento deve esprimere il suo parere. Eppure dietro la strategia dell’accelerazione inaugurata dal Carroccio con il nuovo anno c’è anche dell’altro. C’è come la volontà di cercarlo, in qualche modo, l’incidente. Sul federalismo o anche su altro, come lascia intendere più di un fedelissimo del Senatùr. «Quello che dice Calderoli è semplice: bisogna averceli sul serio, i numeri in Parlamento. E non possono essere risicati. Non è immaginabile che in un paio di commissioni decisive anche per il federalismo, come la Bilancio e gli Affari costituzionali, siamo praticamente in minoranza. Non si approva più nulla».

È il proverbiale anelito padano all’efficienza? Non solo. C’è appunto dell’altro: soprattutto la convinzione che un eventuale voto anticipato dimezzerebbe le distanze dal Pdl. Spiegano sempre gli uomini del Senatùr: «Nel 2008 il rapporto era di 4 a 1, loro sta-

vano al 37 e noi all’8,2. Secondo tutti i sondaggi, in caso di elezioni loro sarebbero sul 29 e noi sul 14. Sarebbe un rapporto di 2 a 1.Cambia tutto». Ecco, il vero obiettivo è quello illustrato ieri da Buttiglione alla Stampa: la Lega desidera chiudere il ciclo di Berlusconi a proprio vantaggio. Vuole capitalizzare al massimo il diritto di prelazione sull’eredità. Passare all’incasso ora che ha il vento in poppa, anche a costo di doversi imbarcare in un quadro politico stravolto. Come avverte un’altra anonima fonte lumbàrd, «noi restiamo fedeli a Berlusconi che ci ha promesso il federalismo. Ma non è che se dalle urne uscissero un equilibrio e di fatto un premier diversi, ci impeccheremmo alla corda del Cavalie-

re. Vuol dire che si ragionerà con altri».

Si spiega così il nuovo corso dell’impazienza inaugurato con il 2011. Subito un cambio di passo, con l’ultimatum ribadito da Calderoli domenica scorsa (o il decreto sui comuni passa entro il 28 gennaio o si va al voto) e appena smorzato dal Senatùr. Finora, nella lunga crisi della maggioranza, il Carroccio aveva mantenuto un profilo prudente. Mai un plateale atto d’insofferenza, al massimo le solite battute di Bossi. Con il nuovo anno si è deciso di cambiare. Il leader del Carroccio continua ovviamente a spargere aforismi rasserenanti, ma sempre dopo che qualcuno dei suoi (Calderoli adesso, Maroni prima) ha

acceso la miccia. «Berlusconi non è cattivo come lo dipingono. È un po’ bauscione ma è una brava persona, e non porterà Scilipoti al governo», è l’ultima uscita di Umberto su Silvio, riferita dai cronisti che lo seguono in vacanza a Ponte di legno. Dove tra l’altro il ministro delle Riforme svela uno strano episodio: un paio di mesi fa sono state scoperte delle microspie nel suo ufficio romano e nella sua abitazione nei pressi di Porta pia: «La mia segretaria si è insospettita perché troppa gente sapeva quello che avevo detto solo a lei». Denunce? Macché. «Sono inutili, con le indagini non si trova niente. L’ho detto a Maroni che ha mandato qualcuno dei suoi uomini e abbiamo chiesto a un privato di fare una bonifica».

Nonostante la proverbiale sfiducia di Bossi nell’operato dei magistrati (che ora rimettono in libertà il 21enne colpevole di aver fatto esplodere un petardo davanti alla sede leghista di Gemonio) la Procura di Roma non può fare a meno di aprirla, invece, un’inchiesta. Nessun nome, ovviamente, nel registro degli indagati. Sull’atteggiamento avuto dal capo lumbàrd di fronte all’episodio viene sollevata più di una perplessità anche da parte dell’opposizione. Ma sono più significative politicamente le perplessità che lo stesso Bossi esibisce rispetto al percorso del federalismo: sempre nella chiacchierata notturna a Ponte di legno il Senatùr osserva che la riforma «deve passare» perché «la gente qui al Nord è un po’ incazza-


4 gennaio 2011 • pagina 7

Attenti! E i saldi non saranno una fregatura

Busta con proiettile all’agenzia AdnKronos. «Colpiremo ancora» ROMA. Spiacevole sorpresa, ieri, per l’AdnKronos capitolina. Un busta con all’interno un proiettile e una lettera di minacce firmata dagli anarchici è stata infatti recapitata nella tarda mattinata di ieri presso la sede centrale dell’agenzia di stampa, a piazza Mastai a Roma. Lo ha reso noto ieri la stessa agenzia di stampa. «Dopo i regali natalizi», si legge nella breve ma inquietante missiva, «con i botti di fine anno 2010», la Fai, Federazione Anarchica Informale, annuncia: «Colpiremo ancora». Oltre alla lettera la busta conteneva anche una pallottola. Questo il testo integrale della missiva, scritta in stampatello, diffusa dall’AdnKronos: «Dopo i regali natalizi,“i botti di fine anno 2010”, la F.a.i. cellula Lambros Fountas ritiene di agire in segno di una continuità civile e per solidarietà con i compagni greci Gerasimos Tsaka-

los e Panagiotis Argirou, ingiustamente arrestati il I novembre dal capitalismo mondiale». «Colpiremo ancora - si legge infine nella lettera - alzando il tiro contro i simboli di uno Stato e di una politica asettica e associativa che si muove nel buio: Luciano Violante, Piero Fassino, Massimo D’Alema. Onore a Silvia Costa e a Billy Bernasconi». Firmato: «F.A.I.» (cioè la Federazione Anarchica Informale).

ta, anche con me». Finendo dunque per sottoscrivere l’intemerata dell’avanguardista Calderoli: «O passa il federalismo o si va a votare. Non possiamo farci prendere in giro per troppo tempo».

Lega impaziente, Berlusconi irritato. Non è bastato l’incontro a quattr’occhi con Calderoli e nemmeno la telefonata con Bossi, avvenuta sempre domenica. Dietro le parole improvvisamente nette dei leghisti, Berlusconi scorge l’ombra di Tremonti. Teme che Calderoli e Maroni preparino l’ascesa del ministro a Palazzo Chigi. E trova conferme nei non pochi punti di attrito registrati con il superministro anche durante le festività. Non a caso le prime linee berlusconiane annunciano interventi correttivi sul milleproroghe a proposito di voci di spesa non sempre gradite al Professore. Ma l’ipotesi tremontiana, per il Carroccio, può corrispondere a un corollario, non al teorema. Quello appunto consiste nell’Opa sul consenso oggi amministrato dal Cavaliere. Cioè nella progressiva trasformazione della Lega da partito alleato e ancillare, seppur decisivo, ad azionista primario dell’elettorato di centrodestra (al Nord). È un piano chiaro, che prescinde persino dalle sorti del Cavaliere. Ma come può giustificare, il Carroccio, questo colpo di acceleratore? A sentire le voci di chi è vicino a Bossi, con la scarsa disciplina del Pdl, per esempio: «Alla commissione per il federalismo (quella presieduta da La Loggia, ndr) non temiamo tanto il finiano Baldassarri, che ha mostrato di essere corretto, quanto piuttosto la scarsa tenuta del Pdl. Ora bisogna serrare i ranghi, ma negli ultimi tempi si è notata una certa pigrizia». E poi c’è il problema dei parlamentari che hanno ruoli nel governo: sono decine, ovviamente, e senza di loro i conti non tornano. Alla commissione Bilancio di Montecitorio il rapporto maggioranzaopposizione è pericolosamente pari. E insomma i leghisti dico-

g i u d i z il e t t e r ep r o t e s t es u g g e r i m e n t i

no di non poter sopportare una situazione in cui ogni provvedimento è in pericolo «e si rischia di fare una brutta figura su tutto, comprese quelle riforme istituzionali impossibili da realizzare in queste condizioni». Dal Pdl rispondono che anche Bossi dovrebbe dare una mano ad allargare la maggioranza, come dice Osvaldo Napoli. «Solo se tutti e due i partiti della coalizione si impegnano a farlo poi si potrà decidere insieme se andare avanti o di nuovo alle urne», secondo il vicecapogruppo berlusconiano. Messaggio non proprio intonato alla distensione, che dice tutto del cima di queste ore. E qualcosa dice pure la Loggia, secondo il quale sul federalismo «non si tratta né di dare accelerazioni né di imporre rallentamenti».

Anno nuovo strategia nuova, per il capo dei lumbàrd: «Ma Silvio non è cattivo come dicono»

I protagonisti dell’ultimo intrigo nella maggioranza: Giulio Tremonti, Roberto Calderoli, Umberto Bossi e Silvio Berlusconi

Secondo il presidente della bicamerale non possono esserci dubbi sull’onestà intellettuale del senatore Baldassarri, con il quale finora si è sviluppata un’eccellente collaborazione». Non solo, perché dal confronto con le opposizioni, dice La Loggia, «ci auguriamo si possa arrivare a soluzioni innovative». E in effetti i rappresentanti dei due partiti d’opposizione che hanno finora agevolato il cammino della riforma fiscale, Belisario dell’Idv e Barbolini del Pd, lasciano intendere di non voler porre ostacoli se verranno accolti alcuni suggerimenti. Di Pietro dice di avere «perplessità» ma anche che il federalismo può essere uno strumento positivo. Di ostacoli insomma non se ne vedono troppi. Ma alla tenuta dell’asse PdlLega potrebbero nuocere anche altre questioni. Per esempio l’idea berlusconiana di spostare l’asse del suo partito verso un orizzonte almeno in teoria più moderato, con l’idea di trasformare il Popolo della libertà nei Popolari. Che non ci sia grande fiducia, da parte della Lega, nelle capacità del Cavaliere di far quadrare i conti fino a fine legislatura lo si è capito. Figurarsi se al pallottoliere Berlusconi sostituisce complicate operazioni di restyling pre-elettorale.

Iniziano i saldi, che rappresentano un appuntamento da non perdere, soprattutto per gli amanti dell’abbigliamento. Il decalogo che segue elenca una serie di accorgimenti - prima, durante e dopo l’acquisto - che possono aiutare. Prima di scegliere l’acquisto: non fare acquisti, se non indispensabili, prima dell’avvio dei saldi. Nei giorni pre-saldi sarebbe opportuno fare un giro per i negozi e individuare i prodotti che potrebbero interessare, segnando i prezzi a cui vengono venduti, per poi verificare che il prezzo sia realmente calato. Durante l’acquisto: non fermarsi al primo negozio che pratica sconti, ma visitarne diversi e confrontare i prezzi esposti e la qualità della merce di riferimento; non lasciarsi ingannare da sconti che superano il 50% del costo iniziale. Nessuno regala niente; ricordarsi che prezzi tipo “49,90” euro vuole dire “50,00” e non “49,00”. Le forme di pagamento non differiscono da quelle abituali, perché siamo in presenza di transazioni commerciali e il prezzo di acquisto non modifica le regole: diffidare, quindi, da chi impone il pagamento in contanti, pur avendo esposta la segnalazione della convenzione con un istituto di carte di credito o bancomat. Guardare le etichette che riportano la composizione dei tessuti: i prodotti naturali costano di più, quelli sintetici meno; i capi d’abbigliamento riportano l’etichetta con le modalità di lavaggio e conviene sempre chiedere conferma al commerciante di ciò che è indicato; diffidare dei capi d’abbigliamento disponibili in tutte le taglie e/o colori: è molto probabile che non sia merce a saldo, ma immessa sul mercato solo per l’occasione e quindi con un finto prezzo scontato. Durante e dopo l’acquisto: diffidare dei negozi che espongono cartelli tipo “la merce venduta non si cambia”: esistono regole precise del commercio che impongono il cambio della merce non corrispondente a quanto propagandato o perché difettosa. Il fatto di essere in saldo, non significa che queste regole non siano valide.

Primo Mastrantoni

L’IMMAGINE

Finché la barca va... Ecco il lTûranor PlanetSolar, un catamarano che batte bandiera svizzera, lungo 31 metri, largo 15 e ricoperto da 537 metri quadrati di moduli fotovoltaici. Naviga sfruttando unicamente l’energia del sole COLPIRE I SEMINATORI DI MORTE Ogni colpo inferto a trafficanti e spacciatori di morte è motivo di soddisfazione e di sollievo. Anche sul fronte della lotta agli stupefacenti, la cura Maroni sta facendo sentire i suoi effetti, come testimonia il ritmo con il quale le nostre forze dell’ordine compiono operazioni e arresti. La tolleranza zero rafforzata dalle strategie del ministero dell’Interno è il modo migliore per rispondere a questi delinquenti, e per dare risposte al bisogno di sicurezza e di tutela dei giovani espresso dalle famiglie, preoccupate di come i loro ragazzi possano essere coinvolti in una spirale perversa come la droga, che uccide tante giovani menti e stronca tante giovani vite.

Ellezeta

LE INDENNITÀ DI TRENITALIA PER I RITARDI I clienti di Trenitalia che hanno subito ritardi a seguito dell’ondata di maltempo dello scorso 17 dicembre saranno rimborsati. È un segno di attenzione verso i propri clienti, sebbene le normative non prevedano indennità per i ritardi provocati da avverse condizioni meteorologiche. La richiesta dell’indennità potrà essere fatta a partire dal 7 gennaio fino al 17 dicembre 2011, presso le biglietterie, l’agenzia di viaggio, il sito web, a seconda del canale utilizzato per l’acquisto del biglietto. L’indennità verrà riconosciuta, a scelta del viaggiatore, con rilascio di un bonus valido per l’acquisto di un biglietto o in denaro, e sarà pari al 25% del prezzo del biglietto per i ritardi tra 60 e 119 minuti, del 50% per quelli tra 120 e 239 e all’intero prezzo del biglietto per i ritardi pari o superiori a 240 minuti.

www.trenitalia.com

UNA FESTA DELLA CIVILTÀ Le elezioni dovrebbero essere una festa della civiltà nella consapevolezza di affidare la guida del Paese a donne e uomini giusti e capaci. Ma quando si parla di elezioni sale la febbre degli addetti ai lavori. Una febbre che spesso causa infezioni alla democrazia, alla libertà, all’onestà intellettuale di chi dovrebbe proporsi, di chi dovrebbe decidere e di chi dovrebbe votare.

Ornella Arrighi


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a Gianfranco Fini è davvero quel nemico della fede e della vita di cui alcuni suoi (ex) amici favoleggiano? Io ho già messo in chiaro come noi dell’UDC, sui valori non negoziabili, non intendiamo negoziare e siamo pronti, se necessario, a scontrarci con chiunque, ovviamente Fini non escluso. Questo naturalmente non esclude convergenze su altri campi, quelli del buon governo del Paese sul quale stiamo costruendo un nuovo polo della politica italiana. Una coalizione non ideologica non ha bisogno di essere d’accordo su tutto perché non esprime una concezione del mondo ma più semplicemente una convergenza politica. Fini ha (indirettamente) risposto spiegando che non solo la coalizione è ovviamente non ideologica ma anche il partito di Futuro e Libertà è un partito non ideologico nel quale sulle questioni della bioetica tutti avranno piena libertà di coscienza. Sappiamo inoltre che su queste questioni molti parlamentari di Futuro e Libertà daranno battaglia insieme con noi, come del resto hanno già fatto in passato. Lo hanno confermato in un documento firmato

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Una coalizione non ideologica non ha bisogno di essere d’accordo su tutto perché non esprime una concezione del mondo ma una convergenza politica da molti di loro ed apparso sui principali giornali italiani. Tutto ciò dovrebbe rassicurare tutti coloro che, legittimamente, si domandavano se fosse cambiato qualcosa nella nostra posizione sui cosiddetti “valori non negoziabili”. Numerosi interventi di Pierferdinando Casini, di Lorenzo Cesa, miei, di Paola Binetti, di Luisa Santolini, di Enzo Carra e di molti altri hanno detto su questo punto tutto ciò che c’era da dire. In una parola: le convinzioni di coscienza sui valori vengono prima delle convenienze politiche. Contemporaneamente abbiamo rivendicato il nostro diritto/dovere di costruire per il futuro del paese le coalizioni che riteniamo più opportune a garantire il bene comune temporale della nazione italiana. Il contributo di oggi non vuole ripetere quanto con chiarezza già è stato detto. Vogliamo invece fare un passo avanti con la nostra riflessione su noi, su Fini e sugli altri.

Accuse strumentali e infondate Cominciamo con gli altri. C’è una campagna che non ci piace che dipinge Fini come una specie di anticristo e cerca di sequestrare il nome cattolico a sostegno della attuale coalizione di governo. Non ci sono piaciuti, per esempio, i manifesti nella capitale, che portavano scritto a caratteri cubitali “i cattolici per Berlusconi”. Il nome cattolico è qualcosa che si deve servire e di cui non ci si deve servire e che comunque non si deve mai sequestrare a sostegno delle proprie posizioni politiche. Noi questo non lo abbiamo mai fatto e giustamente ci risentiamo se altri lo fanno. Molti cattolici sono con Berlusconi e molti invece contro

il paginone

Gli italiani hanno capito che c’è una nuova forza che condivide il fallimento d Berlusconi. Noi vorremmo che i cattolici fossero prima di tutto con se stessi, con la loro cultura e con la loro fede, e che non si prestassero al gioco né di quelli che vogliono fare di Berlusconi una specie di demonio né di quelli che ne fanno il salvatore del mondo. Chi agisce così finisce con il trasporre nella comunità ecclesiale le divisioni della politica. È esattamente il contrario di ciò che è necessario fare: portare in politica un poco di mitezza, di serenità e di rispetto reciproco. La cosa diventa ancora più caricaturale quando l’offensiva si rivolge contro Fini. Uomini che erano fino a ieri i suoi migliori collaboratori e che evidentemente non avevano allora nessuna difficoltà a condividere una battaglia politica ci spiegano adesso le ragioni per le quali dei cattolici non possono bere insieme con Fini neppure un bicchiere d’acqua. A sentire loro sembra che la rottura fra Berlusconi e Fini sia avvenuta direttamente nei cieli della metafisica e non su questioni squisitamente politiche che riguardano la democrazia interna del Popolo delle Libertà e le giuste misure per tirare l’ Italia fuori della più grave crisi economica degli ultimi sessanta anni. La intenzione strumentale di seminare zizzania fra noi e Futuro e Libertà è così evidente da risultare indecente. Si diano da fare, piuttosto, questi paladini della causa cattolica in politica, per superare i dubbi di non pochi dei loro colleghi e per portarli se possibile compatti all’appuntamento della votazione in aula delle norme sulle disposizioni anticipate di cura. Con la stessa decisione con cui abbiamo chiarito la nostra posizione sui valori non negoziabili dobbiamo replicare a queste evidenti mistificazioni della realtà.

Fini è laico, non anticristiano Rimane invece da determinare la estensione effettiva del nostro dissenso rispetto a Fini. Diamo per scontato che un dissenso esista ma a cosa si estende veramente? È chiaro che non la pensiamo allo stesso modo sul caso Englaro e sulle disposizioni anticipate di trattamento. Pace, su questi temi ci scontreremo in aula. Ma qual’è la generale visione del mondo e della società propria di Fini? È una visione anticristiana tale che dobbiamo vederlo, quali che siano le convenienze politiche, come un avversario culturale? È un relativista etico ed un libertino moderno? A me non sembra. A me sembra che la sua posizione sia quella di un laico al modo della destra storica, un liberale conservatore, come Croce o Gentile. Questo tipo di laico si pone sul terreno della laicizzazione e secolarizzazione dei valori cristiani. Non ne condivide la fondazione religiosa ma ne riconosce la fecondità storica e si riconosce in quella civilizzazione occidentale che dal cristianesimo (e dall’ebraismo) è nata o almeno è stata influenzata in modo decisivo. Talvolta nel processo di secolarizzazione i valori cristiani potranno subire una certa deformazione e questo darà luogo a scontri anche vivaci. Per quello che riguarda l’area della politica l’ambito dello scontro possi-

Quanti sepolcri imbiancati L’accordo fra Udc e Fli è stato criticato anche da chi, fino a poco tempo fa, era alleato di Fini. Ma sui valori non negoziabili non si tratterà, e la nostra alleanza è politica di Rocco Buttiglione


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del bipolarismo. È il momento di spiegare che siamo pronti a ripartire da loro fesa dei valori cristiani. Spiegherá di non condividerne però la motivazione metafisica o religiosa. Il suo legame a quei valori è piuttosto semplicemente storico e politico. Essi hanno plasmato la nostra identità culturale e continuano a plasmarla. Alla prova della storia hanno mostrato di essere buoni per gli uomini e buoni per la nazione italiana. Mentre condivide i nostri valori tenderà tuttavia a criticare quella che lui giudica la nostra rigidità ed il nostro assolutismo nel proporli e nel difenderli. La politica è l’arte del possibile ed in una ottica tutto e solo politica non esistono valori non negoziabili. Fini quindi negozierà. Negozierà cercando di salvaguardare i valori ma senza escludere cedimenti ove questo gli sembri politicamente opportuno o anche solo dove alcuni cedimenti gli paiano giustificati. In questi casi, evidentemente, noi non saremo d’accordo e ci batteremo con lui in un leale con-

I valori, e le convinzioni ad essi collegate, vengono prima delle alleanze e dei voti. Su questo non abbiamo mai avuto tentennamenti di alcun tipo, e non inizieremo certo ora

Tutti gli attacchi al nuovo Polo ROMA. “Irrilevanti”, “un centrino”, “un centruccio”, un minicentro”. Ma anche “un ologramma sbiadito” della realtà. Sono le critiche, che Buttiglione giustamente definisce “quasi offensive” rivolte dal centrodestra del Pdl e della Lega all’unione fra Udc, Futuro e Libertà, Alleanza per l’Italia, Liberaldemocratici e Movimento per le Autonomie. Il nuovo Polo, che ha scatenato una ridda di violenti dichiarazioni. «Io starei attento - ha dichiarato Bossi dopo la possibilità paventata da Berlusconi all’ingresso del Terzo Polo nel governo - a non fare entrare i suoi nemici, quelli che lo vogliono morto: non fa un grosso passo in avanti, fa un passo indietro». Lo stesso Berlusconi, dopo il primo rifiuto, aveva risposto con un ”siete irrilevanti”. E da lì, il Pdl non si è fermato e ha lanciato attacchi continui. Il primo a lanciare staffilate in quella direzione è il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto che punzecchia il leader Udc. «Bersani ha rivolto un appello al terzo polo: non capiamo come questo appello possa essere accolto dall’Udc e da quei settori del Fli che intenderebbero rimanere nell’area del centrodestra». Poi, a rincarare la dose ci pensano prima il portavoce del premier, Paolo Bonaiuti, («il terzo polo? un centrino, un centruccio, un minicentro»), e poi il capogruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri. «È evidente che il terzo polo è soltanto un ologramma sbiadito della realtà».

bile sarà limitato. Nella grande maggioranza dei casi le posizioni saranno assai vicine, quasi coincidenti. Non voglio in alcun modo sottovalutare l’ambito del disaccordo. Quando è in questione la vita, anche di una persona sola, le questioni sono tutte gravissime. Voglio solo dire che rispetto allo scontro in atto sul relativismo etico Fini non è su posizioni di libertinismo di massa ma su posizioni di morale laica. Tenderà cioè a dire che condivide la nostra posizione di fondo in di-

fronto politico. Queste divergenze, però, non solo non ci impediranno di convergere su temi di politica generale ma ci permetteranno di condividere importanti battaglie sui valori.

Ora politiche sociali per la famiglia Prendiamo un esempio non marginale: le politiche della famiglia o, per meglio dire, le politiche sociali. Per quello che ne so Fini condivide la nostra preoccupazione di restituire centralità alla famiglia nella società. Il nostro sistema

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di welfare è diventato insostenibile: costa troppo e rende troppo poco in termini di benessere e di soddisfazione degli utenti. Bisogna riformarlo e l’unico modo per farlo è assumere la famiglia come interlocutore stabile di tutte le politiche sociali. Se la rete di protezione offerta dallo stato e quella delle famiglie collaborano fra di loro è possibile ottenere risultati di molto migliori sia dal punto di vista della soddisfazione degli utenti che da quello della efficacia dei denari spesi. Un progetto di sburocratizzazione del welfare è un contributo potente sia alla costruzione di una nuova politica economica fondata sulla collaborazione fra pubblico e privato sia alla difesa ed al rafforzamento dei valori familiari. Come noi Fini non crede che il futuro possa appartenere ad una società “liquida” fatta di individui isolati tenuti assieme solo da relazioni di mercato ed interventi di un onnipotente stato sociale. Abbiamo bisogno di ravvivare le reti non statuali di solidarietà sociale, a partire dalla famiglia. Credo che una simile riforma possa essere sostenuta da Fini con lo stesso entusiasmo con cui la sosteniamo noi. Questa riforma ha anche il vantaggio di fare parte (almeno teoricamente) del programma dell’attuale governo, così come è stato presentato del sottosegretario Giovanardi nella recente settimana per la famiglia.Tanto maggiore è il nostro diritto di pretendere che il governo passi in questo campo dalle parole ai fatti. In campagna elettorale hanno parlato tutti tanto di famiglia, il governo in questa legislatura a favore delle famiglie non ha fatto nulla. Adesso è tempo di metterci al lavoro con gli amici di Futuro e Libertà per costruire un programma innovativo per questo ultimo scorcio di legislatura, quale che sia la sua durata, ed eventualmente anche per la prossima legislatura. Le prospettive programmatiche del Polo della Nazione o Polo degli Italiani hanno bisogno urgentemente di essere chiarite. Fino ad ora gli italiani hanno capito che ci unisce un giudizio sul fallimento di questo bipolarismo e la preoccupazione di difendere l’unità della nazione italiana non tanto contro il federalismo quanto contro una aggressione antinazionale portata avanti con pervicacia dalla Lega Nord. Questi elementi di unità non sono poca cosa: essi toccano due questioni nodali della politica di oggi. Abbiamo però bisogno di chiarire una prospettiva di politica economica ed una prospettiva di politica sociale. La centralità della famiglia può essere la chiave delle nostre politiche sociali (e delle nostre politiche della educazione). Su di essa possiamo mostrare la forza di una convergenza di valori che va oltre la sfera della politica, pur nel rispetto di tutte le legittime differenze che sussistono fra noi.


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Dopo le violenze contro i fedeli, il pontefice rilancia il fattore ecumenismo e adotta toni molto forti per fermare un pogrom «pianificato con cura»

Un summit per la pace Benedetto XVI parla a nome di tutta la cristianità e chiede una nuova pax religiosa. Che dovrebbe sorgere ad Assisi di Luigi Accattoli omenica all’angelus Benedetto ha denunciato l’esistenza di una «strategia di violenze che mira ai cristiani»: è una parola forte e i cristiani ai quali faceva primario riferimento erano i copti non cattolici di Alessandria di Egitto. Già a metà dicembre - nel messaggio per la Giornata della pace - aveva affermato che i cristiani oggi sono i più perseguitati nel mondo. Viene dunque prendendo corpo un ruolo del Papa come difensore dei cristiani sulla scena mondiale che potrebbe avere importanti sviluppi, ecumenici e diplomatici. Il Papa che si sta ponendo a portavoce dei cristiani perseguitati è lo stesso che il primo dell’anno ha indetto una nuova “Giornata di Assisi”dopo le tre che furono convocate da Giovanni Paolo II, chiamando di nuovo le religioni mondiali all’impegno di “vivere la propria fede religiosa come servizio per la causa della pace”.

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Un’altra affermazione forte sulla persecuzione dei cristiani l’aveva fatta il 16 dicembre, nel messaggio per la Giornata mondiale della pace: «I cristiani sono attualmente il gruppo religioso che soffre il maggior numero di persecuzioni a motivo della propria fede». Leggendo in sequenza queste formulazioni senza precedenti, percepiamo che Benedetto sta elaborando una sua lettura del momento tragico vissuto dai cristiani nel mondo e in primis dalle minoranze cristiane dei Paesi arabi e islami-

“portavoce della cristianità”: «Già oggi il vescovo di Roma fino a un certo punto parla a nome di tutti i cristiani, semplicemente per la posizione che la storia gli ha attribuito» (p. 135). Nel volume intervista non c’è solo questa presa d’atto: a essa Benedetto aggiunge che «nei fatti il mondo già considera le prese di posizione del Papa sui grandi temi etici come la voce della cristianità»; e che egli Benedetto XVI - tiene conto di tale suo ruolo, già esistente di fatto e che oggi sta guadagnando in consenso ecumenico. Queste sono le parole più importanti che ha detto in proposito all’intervistatore: «Il Papa stesso è attento, quando affronta certi argomenti, a parlare per i cristiani e a non mettere in risalto in maniera specifica la dimensione cattolica; per quest’ultima vi è un altro posto». Abbiamo visto, proprio nei testi sulla cristianofobia che stiamo commentando, questa sua “attenzione”a “parlare per i cristiani”.

Da cardinale, Ratzinger definì gli incontri interreligiosi «un segno in situazioni straordinarie, in cui, per così dire, si leva un comune grido d’angoscia»

Papa Ratzinger conferma dunque e prosegue la vasta pedagogia interreligiosa della pace che fu propria del predecessore e ad essa aggiunge la denuncia della persecuzione dei cristiani, che a volte si ammanta di giustificazioni religiose. Assisi 2011 potrà dunque acquistare un nuovo segno, oltre quelli già consolidati di impegno interreligioso per la pace e di contrasto a ogni giustificazione religiosa della violenza; un nuovo segno che verrà forse qualificato come impegno a rigettare le motivazioni religiose dell’intolleranza religiosa. «Davanti a questa strategia di violenze che ha di mira i cristiani, e ha conseguenze su tutta la popolazione, prego per le vittime e i familiari, e incoraggio le comunità ecclesiali a perseverare nella fede e nella testimonianza di non violenza che ci viene dal Vangelo»: così Benedetto ha parlato domenica. “Strategia di violenze”: non aveva mai usato questa espressione, che allude a un’intenzione, un programma, un pogrom anticristiano. Il 20 dicembre, nel discorso alla Curia Romana, aveva usato - ed era anche quella una prima volta la parola cristianofobia, con riferimento alle denunce del Sinodo per il Medio Oriente: «L’essere umano è uno solo e l’umanità è una sola. Ciò che in qualsiasi luogo viene fatto contro l’uomo alla fine ferisce tutti. Così le parole e i pensieri del Sinodo devono essere un forte grido rivolto a tutte le persone con responsabilità politica o religiosa perché fermino la cristianofobia».

ci. Colpisce in particolare l’intonazione non confessionale, o cattolica, ma più ampiamente “cristiana” che il Papa cerca di dare alle sue parole, perché i suoi appelli siano colti come formulati a nome di tutti i credenti in Cristo.“Incoraggio le comunità ecclesiali” ha detto domenica 2, quando la comunità di riferimento era quella copta.

È verosimile che questa intenzione di agire in quanto portavoce dei cristiani abbia a trovare espressioni ancora più esplicite – e magari pubblicamente riconosciute – in occasione della Giornata di Assisi che si farà il prossimo ottobre. Nel libro intervista Luce del mondo pubblicato in novembre Benedetto aveva parlato della figura del Papa come

Non gli sarà facile portare avanti l’impresa: né quella ad extra di porsi a defensor crhistianitatis, né quella ad intra di farsi accettare in maniera riconosciuta come portavoce dei cristiani. Ma i tempi chiedono ambedue gli impegni ed egli - lo sentiamo - non si tirerà indietro. Le difficoltà ad extra - nei confronti dei governi e delle religioni - sono lampanti. Basti a segnalarle la cronaca delle ultime settimane e degli ultimi giorni: dallo scontro con il governo di Pechino, che accusa il Papa di “ingerenza” se disapprova le manovre governative tendenti a staccare la comunità cattolica cinese dalla “comunione”con la Chiesa di Roma; all’analoga protesta di Ahmed al-Tayeb, grande imam dell’università egiziana Al-Azhar, il più importante centro dell’islam sunnita, che domenica ha qualificato le parole del Papa in difesa dei copti come «un’ingerenza inaccettabile negli affari dell’Egitto». Le parole del grande imam sono significative perché Ahmed alTayeb è considerato un liberale moderato e dialogante, spesso presente agli incontri interreligiosi e che proprio domenica era andato di persona dal patriarca della Chiesa copta, Shenuda III, a esprimergli le condoglianze per la strage avvenuta nella notte ad Alessandria, all’uscita da una chiesa di quella comunità. «Confermiamo la nostra solidarietà con gli arabi cristiani e la più ferma condanna degli attacchi alle chiese, in Iraq e

altrove» aveva detto l’11 novembre il suo consigliere per il dialogo interreligioso, Mahmoud Azab. Nella conferenza stampa in cui ha protestato per le parole del Papa, Al-Tayeb ha pure annunciato la formazione di un “foro di esponenti musulmani e copti” che trovi il modo di placare le tensioni tra le due comunità. Sa di che cosa parla.

Poco prima, uscendo dall’incontro con Shenuda III, era stato assediato nella propria automobile dai dimostranti copti che gridavano la loro rabbia per la strage nella chiesa di Alessandria. Questo è stato il commento, sul Corriere della Sera, di Antonio Ferrari, uno dei migliori conoscitori italiani dell’islam medio-orientale: «Il rischio di un pericoloso conflitto interreligioso è alto e proprio per attenuarlo l’imam di AlAzhar ha risposto a Benedetto XVI». Se dunque i moderati si vedono costretti dal fuoco degli eventi - a irrigidire la loro posizione, che faranno i facinorosi? È nella percezione di questa situazione infuocata che va cercata la ragione dell’annuncio dato sabato dal Papa di una quarta Giornata di Assisi, nel 25˚ anniversario della prima (1986) che era stata motivata dal rischio di un conflitto nucleare Est-Ovest; e dopo quelle del 1993 per la guerra di Bosnia e del 2002 dopo l’attentato alle Torri Gemelle. Da cardinale Joseph Ratzinger ebbe a interpretare quelle convocazioni «come un segno in situazioni straordinarie, in cui, per così dire, si leva un comune grido d’angoscia che dovrebbe riscuotere i cuori degli uomini e al tempo stesso scuotere il cuore di Dio». La nuova chiamata di tutti i cristiani e di tutte le religioni ad Assisi sta a dire che Benedetto vede l’attuale situazione del mondo come “straordinaria” e nella quale è necessario porre un “segno” con un “co-


mondo

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Il governo del Cairo cerca di riportare la calma fra le due comunità

La Jihad islamica dietro la strage copta

Fonti dell’anti-terrorismo indicano nel ramo africano di al Qaeda l’esecutore dell’attentato di Massimo Fazzi attacco suicida alla chiesa copta dei Santi, (Al Kiddissine) ad Alessandria è stato compiuto da elementi locali della Jihad islamica, secondo alcune fonti specializzate in antiterrorismo. Il presidente Hosni Mubarak subito dopo l’attentato aveva chiesto a copti e musulmani di mostrarsi uniti di fronte a “un attacco straniero”. Il kamikaze che la notte di Capodanno ha eseguito l’attentato contro la chiesa di Alessandria d’Egitto avrebbe, in un primo momento, cercato di entrare all’interno del luogo di culto cristiano per provocare il maggior numero di vittime tra i fedeli. Una fonte della polizia egiziana, citata dal quotidiano arabo al-Quds alArabi, in base ad alcune testimonianze afferma che l’attentatore avrebbe cercato di entrare nella chiesa. Avrebbe però cambiato idea una volta visti gli agenti di guardia davanti alla porta. Il terrorista avrebbe atteso l’uscita dei fedeli. Gli inquirenti stanno analizzando uno dei cadaveri non riconosciuti trovati sul luogo dell’attentato nel tentativo di identificare l’attentatore. Nel frattempo una ventina di persone sono state fermate e interrogate, sette sono ancora in custodia della polizia. Non si placa intanto l’ira dei copti dopo l’attentato, che ha provocato 22 morti e decine di feriti. Centinaia di dimostranti si sono scontrati con la polizia ad Alessandria e al Cairo, chiedendo più protezione. I copti accusano le autorità di discriminarli, di impedire la costruzione di chiese e di scarsa attenzione alle violenze compiute dai radicali islamici. Ieri i copti hanno attaccato l’automobile del ministro degli Interni e quella dell’imam dell’università islamica di Al-Azhar in visita di condoglianze al patriarca Shenouda III.

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mune grido” di pace rivolto a Dio e agli uomini. Tra gli elementi di questa straordinarietà di certo egli annovera la persecuzione dei cristiani e di ogni altra minoranza religiosa. Sarà istruttivo vedere come ne parlerà a nome di tutti i cristiani e come - in tale funzione di portavoce della cristianità - solleciterà l’attenzione degli uomini di altre fedi. www.luigiaccattoli.it

Cristiani copti manifestano ad Alessandria contro le violenze islamiche. A destra i funerali delle vittime dell’attacco. Nella pagina a fianco il Papa

REGIONE PUGLIA Aree Politiche per lo Sviluppo, il Lavoro e l'Innovazione Servizio Energia, Reti e Infrastrutture materiali per lo sviluppo Ufficio Energia e Reti Energetiche

Autorizzazione unica ai sensi del Decreto Legislativo 29 dicembre 2003, n. 387 relativa alla costruzione ed all'esercizio dell'impianto, delle opere connesse nonché delle infrastrutture indispensabili per la produzione di energia elettrica da fonte eolica della potenza elettrica di 24 MW, da realizzare nel Comune di Monteleone di Puglia (FG) - località "Lago dell'Olmo, Casalina, Aia del Caruso, Fungarolo"da realizzare nei territori ricadenti nei fogli di mappa catastali:

Foglio 4 p.lle 103 Pollastrone Michele 281 Pucilio Donato; Foglio 5 p.lla 121 Pollastrone Michele; Foglio 10 p.lle 164-101 Cornacchia Concetta, Cornacchia Luigi Antonio, Cornacchia Rocchina, Flammia Giuseppa 100 Comando Stazione Carabinieri Foggia Porta San Severo con sede in Foggia, Di Maggio Francesco, Di Maggio Giuseppa, Di Maggio Maria Rosaria, Di Maggio Mario, Di Maggio Nicolina 104 Di Maggio Francesco, Nisco Beatrice 102 Comune di Monteleone di Puglia, Guerriero Carmela 103 Comune di Monteleone di Puglia, Di Maggio Francesco; Foglio 11 p.lle 210 Morra Giovanni 211 Baviello Franca, Baviello Gerardo, De Feo Concetta _ 170 Grande Antonio 339 Pagniello Giuseppa, Pagniello Leonarda, Pagniello Nicola, Pagniello Vincenza Antonia 171-172-173 Addorisio Vincenzina, Matarazzo Sebastiano 239 Filomena Rosina 240 Cornacchia Renato 243-213-214-320 Lalla Rocco 212 Addorisio Antonio, Di Maggio Nicolina 26 Racioppo Luigi 364-365-34 Volpe Antonia 3536-37-38-69 Baviello Franca, Baviello Gerardo, De Feo Concetta 33 Comune di Monteleone di Puglia, Volpe Antonia 215 Colangelo Giovanni, Visconti Rocca 71 Baviello Franca, De Paola Mario 73 Liscio Rocchina 316 Lalla Rocco 72 Addorisio Lorenzo 217 Di Paola Michelina 124 Filomena Rosina 79-80 De Blasis Margherita, Liscio Rocchina 83-84 Liscio Maria 81-82 Liscio Rocchina 129 Casullo Carmela 130 Cornacchia Michele 340138 Raffa Michele 131-132-133-351 Savella Stefano 134 Bandini Michelina, Visconti Angelo; Foglio 12 p.lle 73 Lombardi Carmelo, Lombardi Pasqualina 388-389 Comune di Monteleone di Puglia, Bevilacqua Rubina 387 Casullo Angelo, Casullo Annunziata, Casullo Lorenzo, Casullo Maria Addolorata, Bevilacqua Rubina; Foglio. 18 p.lle 107 Altieri Elvira, Comando Stazione Carabinieri Foggia':" Porta San Severo con sede in Monteleone di Puglia 106 Altieri Elvira 105 Caporeale Egidio 221 Caputi Enrichetta 225-281 Morra Carmelo 309-334 Liscio Donato 323 Liscio Donato, Pucci Giovanni 237 Cappelluzzo Filomena, Cappelluzzo Nicolantonio, Cappelluzzo Rocco 236-282 Morra Teodoro 234-233 Brienza Leonardo 232 Brienza Caterina, Brienza Leonardo 206 Addorisio Angela, Morra Carmelo 404 Comune di Monteleone di Puglia, Morra Carmelo 238 Morra Giovanni 239 Morra Lorenzo, Romagnulo Marianna, Tamburro Roccantonio 118 Liscio Davide 283 Morra Carmela, Morra Leonardo, Morra Michelina; Foglio 19 p.lle 51-53-191-47-55-218 Liscio Angela, Liscio Carmelo 93-270 Liscio Albina 91 Morra Maria Vittoria, Liscio Albina 280 Volpe Carmela, Liscio Carmelo 281-78 Liscio Carmelo 218 Liscio Angela, Liscio Carmelo 48-56 Savella Stefano 339 Addorisio Angela; Foglio 20 p.lle 439 Lombardi Antonio, Lombardi Giovannina .FU Leonardo, Lombardi Giovannina FU Angelo, Lombardi Giuseppe, Lombardi Incoronata, Lombardi Leonardo FU Leonardo, Lombardi Luigi FU Angelo, Lombardi Rosa FU Giovanni, Lombardi Vito FU Giovanni,Palmieri Carolina FU Angelo Vedo Lombardi 436 CiccareIli Marcello 223 Cornacchia Generoso, Melito Giovanni, Volpe Giovanna 228 Volpe Giovanna 604 Melito Giovanni, Volpe Giovanna; Foglio 24 p.lle 111 Morra Rocchina 112-113-114-115-119 Colangelo Giovanni, Visconti Rocchina 253 Visconti Giovanni; Foglio 25 p.lle 263-339-264-265-7-8-215 Addorisio Albina 359 Addorisio Luigi; Foglio 26 p.lle 290 Lalla Giuseppe, Lalla Mario 372-390-289-373 Addorisio Albina 287- 305-217-213-212 Lalla Luigi 211 Melito Giovanni, Volpe Giovanna. AVVISO D'AVVIO DEL PROCEDIMENTO DI APPROVAZIONE DEL PROGETTO DEFINITIVO AI FINI DELLA DICHIARAZIONE DI PUBBLICA UTILITA'

Con il presente avviso ai sensi e per gli effetti dei seguenti articoli di legge: •Art. 16 del DPR n. 327/01 e s.m.i.; •Art. 10 L.R. 22.02.2005 n. 3 e s.m.i.; •Art. 7 e seguenti della Legge 7 agosto 1990 n. 241 e s.m.i .. La Regione Puglia - Area Politiche per lo Sviluppo, il Lavoro e l'Innovazione - Servizio Energia, Reti e Infrastrutture materiali per lo sviluppo Ufficio Energia e Reti Energetiche comunica l'avvio del procedimento di approvazione del progetto dell'opera in epigrafe, ai fini della preventiva dichiarazione di pubblica utilità della stessa opera, ai sensi dell'art. 10 della L.R. n. 3/05 e s.m.i .. La preventiva dichiarazione di pubblica utilità delle opere ivi previste comporterà l'avvio del procedimento espropriativo degli immobili ricadenti nei fogli di mappa catastali del Comune di Monteleone (FG): Comunica inoltre che: 1. L'Amministrazione competente al procedimento è la Regione Puglia - Area Politiche per lo Sviluppo, il Lavoro e l'Innovazione - Servizio Energia, Reti e Infrastrutture materiali per lo sviluppo - Ufficio Energia e Reti Energetiche - Corso Sonnino 177 - Bari; 2. Il Responsabile del Procedimento per l'autorizzazione dell'intervento è l'Ing. Giuseppe Rubino Dirigente dell'Ufficio Energia e Reti Energetiche; 3. Per 15 giorni dalla data di pubblicazione del presente avviso il progetto è visionabile presso: •La Regione Puglia - Area Politiche per lo Sviluppo, il Lavoro e l'Innovazione ¬Servizio Energia, Reti e Infrastrutture materiali per lo sviluppo Corso Sonnino 177 - Bari, nei giorni di martedì e giovedì dalie ore 10,00 alle ore 12,00; •Il Comune di Monteleone (FG) - Ufficio Tecnico; 4. Entro e non oltre 30 gg. dalla data di pubbltcaztone del presente avviso, è posslblle presentare in forma scritta mediante raccomandata etr, osservazioni pertinenti al procedimento avviato, da parte di chiunque ne abbia interesse. Le osservazioni dovranno essere inoltrate presso Regione Puglia - Area Politiche per lo Sviluppo, il Lavoro e l'Innovazione - Servizio Energia, Reti e: Infrastrutture materiali per lo sviluppo - Ufficio Energia e Reti Energetiche - Corso Sonnino 177 - Bari. Decorso il termine e valutate le eventuali osservazioni pervenute, la Regione Puglia concluderà il procedimento avviato. 5. Ai sensi dell'art. 3 comma 3 del T.U. 327/2001, i destinatari del presente avvio, ove non più effettivi proprietari degli immobili in epigrafe, sono tenuti a comunicare al Responsabile del Procedimento i dati anagrafici del nuovo proprietario ovvero, a fornire copia degli atti in suo possesso dai quali possa risalirsi all'effettivo proprietario. Il Dirigente dell'Ufficio Giuseppe Rubino

I giornali hanno interpretato le parole del Papa come un invito ai governi occidentali a difendere i cristiani nei Paesi in cui abitano.

Il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi ha ribattuto: «Il Papa ha parlato naturalmente della solidarietà per la comunità copta così duramente colpita, ma poi ha manifestato preoccupazione e interesse anche per le conseguenze delle violenze su tutta la popolazione, sia cristiana che musulmana. Quindi, non si vede come questo atto di partecipazione del Papa, così desideroso di ispirare non violenza in tutti, possa essere considerato una ingerenza». «Credo che ci siano stati dei malintesi nella comunicazione, ma non credo proprio che ci sia da insistere su queste dichiarazioni dell’imam», ha concluso padre Lombardi. Secondo p. Samir Khalil Samir, islamologo gesuita e consigliere del Papa per l’islam, «la strage dei copti è il frutto di una crisi di natura politica ed economica della società egiziana». «Di fronte a questa crisi sostiene il sacerdote - si attaccano i più deboli, in questo caso i cristiani, che non hanno una milizia o un esercito che li difenda. La strage è solo una conseguenza. Più in profondità c’è un’esasperazione del fondamentalismo islamico in Egitto e questa è una tendenza che si radicalizza di giorno in giorno con le prediche degli imam». Il religioso sottolinea quindi come il governo del Cairo possa fare di più per difendere la minoranza cristiana: «Il governo a parole vuole la convivenza tra le comunità religiose, ma è tutto inutile se non si riesce a controllare il terrorismo», precisa il gesuita. Padre Samir critica quindi la reazione di al-Azhar: «Sono affermazioni non fondate, perché il Papa non ha detto nulla che possa essere interpretato come un’ingerenza, ma ha esposto un principio generale, ovvero difendere le persone aggredite». Per mettere fine a questa fase di violenze contro le minoranze cristiane in Medioriente, in particolare in Iraq ed Egitto, padre Samir auspica l’avvio di «un vero dialogo tra l’Europa e il mondo islamico».

Secondo padre Samir, «l’agguato nasce dalla crisi della società egiziana, che si trasforma nella violenza contro i più deboli»

Poco prima di recarsi in visita da Shenouda III, l’imam di Al-Azhar, Ahmed Al Tayeb, ha criticato le parole del Papa all’Angelus di ieri e nel suo discorso al 1° gennaio. Le ha definite «intervento inaccettabile negli affari dell’Egitto» e ha accusato il Pontefice di avere «una visione sbilanciata su musulmani e cristiani che rischiano di essere uccisi in tutto il mondo».


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Nuovo ordigno contro gli italiani

Sakineh, in forse la lapidazione

HERAT. Nuovo attentato ai militari italiani in Afghanistan. Un ordigno è esploso ieri nelle vicinanze di Herat al passaggio di una pattuglia del Prt, il team di ricostruzione provinciale: nessun ferito tra i militari. L’attacco è avvenuto poco dopo le 15 ora locale, a circa 3 chilometri da Camp Arena, il quartier generale italiano. L’esplosione sarebbe stata provocata da un Ied, un ordigno improvvisato. Nel convoglio di tre mezzi c’era anche un Vtlm Lince in versione ambulanza. Il Prt è la struttura del contingente che si occupa della cooperazione civile-militare e dei progetti di ricostruzione in favore della popolazione afgana. L’attacco, a pochi giorni dalla morte del caporal maggiore degli alpini Matteo Miotto.

Seoul: «Serve dialogo col Nord»

TEHERAN. La condanna a morte per lapidazione di Sakineh Ashtiani potrebbe essere cancellata. Lo ha detto ieri Malek Ajdar Sharifi, alto funzionario della Giustizia iraniana della provincia dell’Azerbaidjan orientale: «Tutto è possibile», ha detto il funzionario, senza specificare se solo la lapidazione è oggetto di revisione, mentre resterebbe in vigore un’esecuzione da eseguire con altri mezzi. «Nei casi in cui un omicida confessi chiaramente il suo crimine e le prove confermino la confessione - ha detto Sharifi - è facile emettere un verdetto. Ma in questo caso, in cui l’accusata nega o giustifica le sue azioni e ci sono dei punti oscuri nelle prove, il procedimento può prolungarsi nel tempo».

SEOUL. Dopo due settimane di provocazioni reciproche, a sorpresa il presidente conservatore della Corea del Sud Lee Myungbak ha aperto a una riappacificazione con il Nord. Dopo l’affondamento della corvetta Cheonan e l’attacco all’isola di Yeonpyeong, entrambi operati di Pyongyang ed entrambi con vittime civili, Seoul aveva paventato l’ipotesi di una guerra aperta sul 38esimo parallelo: oggi, invece, si è detta pronta a riprendere il colloquio in cambio. «Il Nord - ha affermato Lee durante il tradizionale discorso d’inizio anno - deve comprendere che per mezzo dell’avventurismo militare non si può giungere a nulla. Le armi nucleari vanno scartate, e le tensioni disinnescate il più presto possibile».

Maggioranza e opposizione d’accordo per riavere Cesare Battisti dal Brasile. Anche l’Udc in piazza Navona coi parenti delle vittime

Appello bipartisan: ”Estradatelo!” Il no di Brasilia crea un clima che mette a rischio le relazioni commerciali di Riccardo Paradisi

Accanto Cesare Battisti l’ex terrorista rosso tenuto in palmo di mano da chi ritiene che gli omicidi compiuti da un assassino di estrema sinistra che scrive romanzi siano un caso politico-letterario e non giudiziario. Nella pagina accanto in successione: l’ex presidente brasiliano Lula, il ministro degli esteri italiano Frattini e l’attuale premier sudamericano Dilma Rousseff

o, il Brasile non lo vuole estradare Cesare Battisti l’ex terrorista rosso dei Proletari armati per il comunismo accusato di omicidio plurimo, lo scrittore noir tenuto in palma di mano da un’intellighentia radical-chic per cui gli omicidi compiuti da un assassino di estrema sinistra che scrive romanzi costituiscono un caso politico letterario non un caso giudiziario. E naturalmente non degli assassinii. Continua a essere dello stesso avviso evidentemente il nuovo stato maggiore del governo brasiliano che nega appunto l’estradizione di Battisti. Il nuovo ministro della giustizia brasiliano, Josè Cardozo, ha detto addirittura di «non aver alcun dubbio» sul fatto che il no all’estradizione di Cesare Battisti deciso dall’ex presidente Lula sia stata una decisione «corretta».

N

Lula avrebbe agito «in stretta consonanza con il diritto brasiliano e con quanto aveva manifestato il Supremo Tribunal Federal» e sempre secondo Cardozo la sua decisione non avrà, alla fine, «ritorsioni» da parte dell’Italia: «Non credo che possa compromettere i nostri rapporti di profonda amicizia con l’Italia. Gli italiani - ha sottolineato - sono nostri fratelli». Forse però i brasiliani stavolta si sbagliano. Anche perché il governo italiano sul caso Battisti ci sta mettendo la faccia oltre alla voce grossa. «Il no di Lula all’estradizione dell’assassino Cesare Battisti è stata una carognata» dice Margherita Boniver, presidente del Comitato Schengen mentre il sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica promette che dopo il no all’estradizione per Cesare Battisti, l’Italia farà ricorso alla Corte suprema del Brasile che aveva espresso parere favorevole all’estradizione: «La decisione del governo brasiliano è in contrasto con quanto espresso dalla Corte. Sotto il profilo politico ragiona il sottosegretario agli Esteri- i rapporti tra Italia e Brasile sono molto intensi, ma di certo la decisione del go-

verno brasiliano non contribuisce a migliorare le relazioni reciproche». Insomma l’Italia attiverà ogni leva per ottenere l’estradizione di Battisti anche perché, come ha detto il nostro ministro degli Esteri Frattini, il ”no”di Lula costituisce un «precedente gravissimo».

Per ottenere l’estradizione di Cesare Battisti in Italia, il governo farà leva anche sulla «società brasiliana che si è già espressa per restituire Battisti alle prigioni italiane. Dobbiamo fare questo – dice Frattini – non contro il Brasile, ma insieme alle autorità brasiliane, come quelle che si sono già espresse in favore dell’estradizione». Il riferimento del titolare della Farnesina è al Tribunale Supremo che ha già dichiarato che Battisti

deve e può tornare. Il Brasile non sembra però troppo preoccupato, come si accennava, da proteste e possibili ritorsioni italiane. Proprio sulla possibilità che Roma ricorra alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja è intervenuto Marco Aurelio Garcia, consulente speciale agli affari internazionali del Brasile. «Non ci preoccupa, la nostra è una decisione sovrana, che ha un forte fondamento giuridico». Per carità, a Brasilia non escludono che il caso Battisti possa incidere, «per un brevissimo periodo», sui rapporti bilaterali, ma insomma, col passare del tempo – è questa, sostanzialmente, la filosofia brasiliana – ce ne faremo una ragione. Sta di fatto che ora la decisione spetta al nuovo presidente del Brasile Dilma

Rousseff, l’ ex guerrigliera di 63 anni che in carcere ha passato tre anni. A lei dovrebbero arrivare alle orecchie le parole durissime, tra le altre, del nostro ministro alla Difesa Ignazio La Russa: «Da Lula abbiamo ricevuto un colpo alla nuca, una pugnalata alle spalle». Secondo il ministro della Difesa quello che fa più specie in questa vicenda è il fatto che Lula abbia aspettato l’ultimo giorno della sua presidenza per dire no all’Italia e questo, «più che un affronto all’Italia mi sembra un cadeau che Lula, nel momento del richiamo della sua foresta, ha voluto fare a chi lo ha aiutato nella sua carriera, chi lo ha appoggiato, vale a dire l’ultrasinistra brasiliana».

Ma La Russa ne ha anche per la Francia: «Battisti è diventato il beniamino dei radical chic francesi e la sua fuga dalla Francia non fa pensare bene. Battisti infatti poteva già allora essere consegnato all’Italia ma così non è stato». E comunque con il no all’estradizione, tra Italia e Brasile si è creato un clima che mette a rischio le relazioni commerciali. Quella delle ritorsioni economiche è infatti una delle misure di pressione al vaglio del governo. Una linea su cui spinge con forza il capogruppo alla Camera di Futuro e Liberta Italo Bocchino secondo il quale sul caso Battisti «servirebbe adesso un passo ulteriore a tutela della nostra dignità nazionale da parte del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che farebbe bene a recarsi immediatamente a Brasilia per incontrare la Rousseff comunicandogli l’interruzione di tutti i rapporti commerciali». Arriva però a stretto giro la replica indiretta di un diverso settore di Fli, dalla la fondazione di Benedetto della Vedova Libertiamo che dice: «Boicottare i prodotti brasiliani? Bloccare o ritardare la ratifica di trattati commerciali tra l’Italia e il Brasile? È pericoloso quando la demagogia prevale sul buon senso. Dietro i freddi numeri dell’interscambio tra i due paesi vi sono migliaia di imprese italiane e centinaia di migliaia di lavoratori. È forse a questi ultimi che dobbiamo far pagare, con un’antistorica guer-


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e di cronach

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato

Morto a Hong Kong Szeto Wah, “spina nel fianco” di Pechino

Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri

HONG KONG. Szeto Wah, uno dei maggiori leader democratici di Hong Kong, è morto ieri dopo una lunga battaglia contro un cancro al fegato. Wah, 79 anni, era considerato una “spina nel fianco” del regime cinese, che ha sempre combattuto con coraggio in nome del rispetto dei diritti umani e della democrazia. Migliaia di persone di ogni estrazione sociale hanno marciato oggi per le strade del Territorio per commemorare uno dei loro concittadini più rispettati. Nel Territorio, terreno di prova per le libertà civili e per le riforme democratiche da applicare nella Cina continentale, Wah ha organizzato per anni la veglia di preghiera per le vittime del massacro di piazza Tiananmen. È nota la sua battaglia per la riabilitazione degli studenti e degli operai massacrati per le strade della piazza di Pechino, che il governo ha sempre definito “contro-rivoluzionari”. Lee Cheuk-yan, sindacalista di spicco di Hong Kong,

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dice: «Il Partito democratico ha intenzione di organizzare una veglia di memoria nel Victoria Park, in modo da consentire a chiunque di ricordarlo. Per i funerali attendiamo Wuer Kaixi e Wang Dan, due dei leader di Tiananmen, che vogliono venire a rendergli omaggio. Spero che il governo di Pechino metta da parte le considerazioni politiche e permetta loro di venire: se il governo di Hong Kong rispettava il defunto, lo dovrebbe fare anche la Cina».

Da sinistra a destra l’ex presidente Lula, il ministro italiano degli Esteri Frattini e la nuova leader Roussef

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ra commerciale, il prezzo della pessima decisione di Lula e dell’incapacità del governo italiano di far valere internazionalmente il proprio peso?». Ma ci si divide sugli strumenti di pressione da usare su Brasilia sul merito della vicenda la politica italiana per una volta sembra compatta. Alla manifestazione di oggi organizzata dall’associazione ”Giustizia calpestata”l’Udc è stato tra i primi partiti ad aderire. Sarà lo stesso segretario nazionale Lorenzo Cesa a guidare la delegazione centrista che, senza insegne di partito, si recherà alle 16 davanti all’ambasciata brasiliana di piazza Navona al sit-in di sostegno alle famiglie delle vittime di Cesare Battisti e di protesta contro la decisione di negare l’estradizione dell’ex brigatista. Nella manifestazione, oltre all’intervento dei ministri Frattini, La Russa e Meloni prenderà parola anche Alberto Torregiani, figlio del gioielliere Pierluigi Torregiani, per la cui morte Battisti è stato condannato. In piazza, dalle 10 di mattina, ci saranno anche i rappresentanti dell’Associazione nazionale Domus Civitas vittime del terrorismo e della mafia.

A Roma risponderà Firenze. Lorenzo Conti (figlio di Lando, il sindaco di Firenze assassinato dalle Br nel 1986) ha annunciato che domani mattina sarà in piazza Pitti a Firenze, davanti al consolato brasiliano, «per esprimere il suo dissenso alla non estradizione di Cesare

L’ex terrorista ha detto che in Italia c’è il fascismo per trasformare la sua latitanza in esilio politico

cui difende la scelta del governo brasiliano con argomentazioni che tradiscono palesemente il suo oscuro passato. Il sentimento di solidarietà verso chi ha avuto un passato di violenza induce evidentemente D’Elia a formulare una difesa d’ufficio della decisione del presidente brasiliano mettendo sul piatto una tragica realtà, qual è la condizione di vita dei reclusi nelle carceri italiane, che nulla ha a che fare con il principio della certezza della pena e con la sacrosanta esigenza di riconoscere giustizia a coloro che hanno perso i propri cari a causa della violenza di Battisti.

Battisti». Conti spiega che non si tratta di «un atto dovuto al mio status di vittima del terrorismo» ma di farlo «semplicemente perché sono un cittadino onesto che deve credere nella giustizia e nelle istituzioni». Anche il Pd batte altri colpi. Dopo la presa di posizione ufficiale del partito che assieme all’Idv di Di Pietro chiede l’estradizione di Battisti, un altro esponente del Pd Francesco Ferrante polemizza con Sergio D’Elia l’ex componente di Prima Linea attuale segretario di ”Nessuno tocchi Caino”: «La mancata estradizione di Battisti è un’offesa intollerabile alla memoria e ai familiari delle vittime, e nessuno dovrebbe strumentalizzare la vicenda. Cosa che irresponsabilmente ha invece fatto Sergio D’Elia in una sconcertante intervista al quotidiano Il Riformista con

Il riflesso condizionato del passato di D’Elia – conclude il senatore del Pd – lo ha portato a una personale quanto impressionante assoluzione di Cesare Battisti, squalificando però in questo modo l’attività meritoria dell’associazione ”Nessuno tocchi Caino” che dovrebbe forse considerare l’idea di farsi rappresentare da qualcun altro per portare avanti più degnamente le proprie importanti battaglie». Al garantismo, alle condizioni carcerarie italiane, al fatto che il nostro Paese sia governato da fascisti si è sempre appellato anche Cesare Battisti per trasformare nell’immaginario dei suoi lettori, dei suoi fan e dei suoi protettori politici, la sua latitanza in esilio. La sua condizione di assassino e di criminale comune nello status del resistente e del prigioniero politico.

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cultura

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Tra gli scaffali. Una ricostruzione minuziosa e fresca, supportata da un diario ingiallito miracolosamente scampato al feroce massacro di quel giorno lontano

Ti dice nulla Solferino? Lo scrittore altoatesino Ulrich Ladurner dà alle stampe “Storia di un campo di battaglia”. Era il 24 giugno 1859... di Massimo Tosti ella memoria del 150° anniversario dell’Unità d’Italia una data e un luogo meritano un posto particolare: la data è il 24 giugno 1859, il luogo è Solferino. «Ti dice nulla Solferino?». A questa domanda si possono dare risposte molto diverse, dipende dalla nazionalità degli interrogati. «Gli amici austriaci rispondevano: “Certo: Joseph Roth, La marcia di Radetzky! Il tenente von Trotta salva la vita all’imperatore Francesco Giuseppe e per questa impresa viene fatto nobile”. Gli italiani dicevano: “Solferino? È stata una tappa decisiva sulla strada dell’unificazione dell’Italia”. Gli svizzeri mi guardavano un po’ stupiti, perché la risposta gli sembrava scontata. “La battaglia di Solferino. Henry Dunant, la Croce Rossa!”».

N

Questi dialoghi sono di Ulrich Ladurner (Solferino - Storia di un campo di battaglia, Il Mulino, 124 pagine, 12 euro), uno scrittore e giornalista altoatesino, che scrive in tedesco ed è quindi in grado di raccontare quel che accadde un secolo e mezzo fa con un’apprezzabile imparzialità. Il materiale di base per questo libro glielo ha fornito un diario ingiallito di suo nonno, scampato al massacro di quel giorno lontano (Solferino fu il teatro una delle battaglie più sanguinose dell’Ottocento) che combatteva con l’uniforme dell’Impero austriaco. Ladurner, tuttavia, non si è contentato di quella testimonianza diretta: è andato sui luoghi, ne ha annusato l’aria. Ne è uscita una ricostruzione fresca, senza il vizio di origine di tanti volumi di storia, impaludati nel loro rigore scientifico. Il risultato è «un reportage storico di viaggio», come lo definisce lo stesso autore. Con questa aggiunta: «Ho visitato il campo di battaglia di Solferino con il diario del bisnonno alla mano. Più andavo avanti e m’immergevo nella materia, più il mio antenato prendeva vita. Stava lì, davanti a me, nella sua uniforme, fradicio di su-

dore per le tante marce nella calura rovente dell’estate italiana, con le guance rosse di vino, allegro ed eccitato come è giusto che sia quando si hanno venticinque anni. Ma con l’orrore negli occhi, occhi che hanno visto troppi morti, troppo dolore. E insieme a lui mi è parso così che anche gli altri soldati di quella battaglia tornassero in vita, per il lungo istante

piuttosto, quel che accadde in quella calda giornata di giugno, con l’ausilio delle ricostruzioni di alcuni storici illustri.

I due eserciti - quello franco piemontese e quello austriaco si trovarono l’uno in faccia all’altro all’alba del 24 giugno. In modo imprevisto. I comandi avevano prescritto agli uomini un dispositivo di marcia, non di scontro. Gli uni e gli altri ritenevano di dover respingere avanguardie e retroguardie nemiche, non di dover affrontare una battaglia campale, del tipo di quelle combattute in epoca napoleonica. La “madre di tutte

rono a combattere su un terreno che non era quello da loro scelto; le due ali dello schieramento erano in buona posizione, ma la 1a armata - per tenersi collegata con le truppe che difendevano Solferino, si trovò a dover attraversare un terreno del tutto scoperto. L’artiglieria francese cannoneggiò senza un attimo di respiro la cavalleria e la fanteria nemiche». Al momento opportuno, Napoleone III fu in condizione di mettere in campo la riserva per sfondare il centro nemico. L’imperatore francese era sul posto, pronto a sfruttare ogni opportunità. Francesco Giuseppe, viceversa, si trovava a Cavriana, a qualche chilometro dal luogo dello scontro e non era dunque in condizione ideale per adottare le misure (o le contromisure) necessarie. Un ruolo decisivo fu svolto anche dai piemontesi, a San Martino. Emersero smagliature nel comando: il re, il suo capo di Stato Maggiore Della Rocca e il ministro della Guerra La Marmora non erano perfettamente coordinati fra di loro, come denunciò esplicitamente la relazione sulla battaglia redatta nel 1912 dall’ufficio storico dello Stato Maggiore: «Ancora una volta in quella sanguinosa battaglia lo slegamento nell’azione pareva pesare come una fatalità su quelle truppe ammirevoli per il valore e per la devozione di cui per tante ore avevano dato magnifica prova». I piemontesi furono più volte ricacciati dalla cresta dell’altura di San Martino, ma tornarono ogni volta all’attacco con rinnovato vigore. Molti degli scontri furono all’arma bianca, con un enorme spargimento di sangue. Ecco il racconto dello storico Luigi Firpo: «Verso le cinque del pomeriggio scoppiò un tre-

L’autore e giornalista non si è accontentato della testimonianza diretta del nonno: ha infatti voluto recarsi sui luoghi per annusarne l’aria

di questo libro». Il merito principale di Ladurner è quello di aver trasmesso le sue stesse sensazioni ai lettori. Un risultato non da poco. Che può essere apprezzato soltanto leggendo il suo libro, dalla prima all’ultima pagina (e bastano appena un paio d’ore). Meglio non anticiparne i passaggi più sentiti e commoventi. Meglio ricordare,

le battaglie”, si direbbe oggi. In complesso, più di 300mila uomini, 25mila cavalli, oltre mille cannoni, sono presenti nell’anfiteatro fra Castiglione e Solferino, delimitato a nord da San Martino, dove si concentrano le truppe piemontesi, comandate personalmente da Vittorio Emanuele II. «Gli austriaci», ha raccontato molti anni fa lo storico Piero Pieri nella sua Storia militare del Risorgimento, «si trova-

mendo uragano, con vento sferzante, pioggia dirotta, folgori e grandine: appena la tempesta si fu un poco placata, venne ordinato l’assalto generale e tutti i reparti si rovesciarono come una marea montante, rabbiosa, nell’assalto alla baionetta, mentre tutte le bocche da fuoco sparavano a mitraglia. Fu una lotta spaventosa, balza dopo balza e muro dopo muro: finalmente alle 21, nell’ultimo lucore del tramonto, i trombettieri austriaci suonarono la ritirata e i resti laceri e sfiniti dell’VIII Corpo d’armata imperiale sgombrarono l’altopiano.

Nel frattempo, pochi chilometri più a sud, fin dall’alba, s’erano scontrati davanti all’altura di Solferino e nella piana di Medole l’intera armata francese con il grosso di quella austriaca. Anche là s’era avuto un battere e ribattere accanito, una zuffa feroce, risolta soltanto verso l’imbrunire dalla decisione di Napoleone III di gettare nel punto più


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In queste pagine: Carlo Bossoli, “L’occupazione dell’altura di Solferino da parte dei Francesi”. Due litografie della battaglia di Solferino e San Martino. Emile Wattier, “Napoleone III nel campo francese dopo la battaglia di Solferino”. Henri Dunant (Ginevra, Comité International de la Croix-Rouge). Il libro di Henry Dunant, scritto dopo aver assistito alla battaglia di Solferino. Edouard ArmandDumaresq, “La firma della Convenzione di Ginevra, 22 agosto 1864”

delicato e provato del fronte di battaglia, al centro, tutto il peso della riserva ancora intatta, cioè la sceltissima Guardia Imperiale, forte di 8 reggimenti di fanteria, 6 di cavalleria e 48 cannoni. Gli austriaci disponevano ancora di notevoli riserve, ma le tennero a distanza e inoperose, sicché le loro truppe spossate e decimate non ressero a quell’ultimo assalto e si ritirarono verso il Mincio, abbandonando i feriti più gravi e parecchi prigionieri».

La vittoria alleata fu netta, ma non fu sfruttata a dovere. Le ragioni le ha spiegate Piero Pieri: «Napoleone anche questa volta non inseguì, e anche questa volta, dopo dieci ore di battaglia pressoché ininterrotta, la sua resistenza nervosa era allo stremo. Si è discusso se l’impiego della cavalleria francese ancora intatta avrebbe potuto far molto contro le forti retroguardie nemiche. Comunque Solferino restava anch’essa, come Magenta, una battaglia non condotta del tutto a termine, e quindi una vittoria incompiuta. Questi erano i limiti di Napo-

leone; egli aveva mostrato un colpo d’occhio e un intuito nel momento cruciale della battaglia degni di un vero capo; e anche ora la lentezza e metodicità del MacMahon avevano contribuito a impedire un maggiore successo con un’azione tempestiva sul fianco di Solferino, verso Cavriana, così come la discutibile condotta del Canrobert aveva impedito una contromanovra sul fianco sinistro della I armata austriaca, passibile di notevoli risultati. Ad ogni modo Napoleone si era mostrato un notevole uomo di guerra e l’organismo militare francese aveva mostrato la sua superiorità su quello austriaco». L’intera giornata si risolse in una orrenda carneficina. La sola 3a divisione sarda vide cadere 13 ufficiali e 171 soldati, ebbe 1.080 feriti e 377 dispersi; la 5a denunciò perdite anche maggiori; l’armata contò 42 ufficiali e 561 soldati uccisi, 2.918 feriti, 1.139 dispersi. Commentando questi dati, lo storico Luigi Firpo notava che i conteggi erano stati redatti a 24 ore dalla

battaglia: «Verosimilmente i dispersi, dopo una giornata in cui si era rimasti padroni del campo, erano quasi tutti caduti non ancora riconosciuti; inoltre, date le spaventose condizioni dell’assistenza sanitaria, si può ritenere che una buona metà dei feriti fosse destinata a soccombere più tardi negli ospedali e nelle case private». E chiudeva con un’immagine straziante il racconto della battaglia: «Poiché nella notte del 24 nessuno provvide a raccogliere i feriti, molti dei quali perirono in abbandono, dissanguati, fra orribili sofferenze, all’alba del giorno seguente quella striscia di terreno, già verdeggiante e ridente di colture, doveva presentare uno spettacolo raccapricciante, cosparsa di 40mila corpi umani stroncati, mutilati e doloranti». Un francese superstite (il futuro generale Jean Bourelly) de-

anno dopo il futuro maresciallo Helmut Karl Bernhard von Moltke condusse per conto dello Stato maggiore prussiano una sistematica analisi dell’intera campagna del 1859, giungendo alla conclusione che gli austriaci persero 4 generali, 630 ufficiali, 19.311 soldati; i piemontesi 216 ufficiali e 6.305 soldati; i francesi 720 ufficiali e oltre 12mila soldati. Dopo la carneficina tutti avevano bisogno di leccarsi le ferite. Per una settimana intera, i due comandi si astennero da qualunque offensiva.

A quanto si è ricostruito Napoleone aveva l’intenzione di avanzare lungo il basso Po, per prendere alle spalle il Quadrilatero austriaco e volgere verso Venezia, al largo della quale si stava portando la flotta navale francese. Ai piemontesi era stato affidato il compito di tenere le posizioni sul Mincio. Poi ci si rese conto che le difese austriache erano ben munite, e che un assedio alla città di Verona avrebbe comportato perdite gravissime da una parte e dal-

schiera, Napoleone avviò una trattativa segreta con Francesco Giuseppe. Gli austriaci non vedevano l’ora di firmare un armistizio, preoccupati dalla minaccia della flotta navale francese e dai sintomi di possibile disgregazione del loro impero. L’8 luglio, a Villafranca, i capi di Stato Maggiore dei due eserciti imperiali firmarono il testo dell’armistizio. Tre giorni dopo i due imperatori si strinsero la mano. Un atto che, da parte italiana, fu giudicato un tradimento.

Alla battaglia di Solferino - e questo fu il terzo punto di vista - assistette casualmente un giovane svizzero, Henri Dunant, che avrebbe associato per sempre il proprio nome, e le proprie idee, a quella terribile giornata di sangue. Dunant apparteneva a una famiglia calvinista benestante: la madre, impegnata nel volontariato, gli aveva insegnato le regole della solidarietà umana. Al termine della battaglia il giovane fu colpito dalla scena delle donne di Castiglione delle Stiviere (un paese vicinissimo a Solferino) che si affannavano a prestare soccorso ai feriti, senza fare distinzioni fra i soldati piemontesi e francesi e quelli austriaci, fra amici e nemici. Quella esperienza fece maturare in lui un’idea che riuscì a realizzare quattro anni dopo, nel 1863, con la creazione della Croce Rossa Internazionale, e che gli fruttò quaranta anni più tardi (nel 1901) il Nobel per la Pace, alla sua prima edizione. Nel 1862, Henri Dunant pubblicò, a proprie spese, Un souvenir de Solferino, un libro nel quale denunciava la disumana tragedia dei feriti, quale gli era apparsa tre anni prima nella più cruenta delle battaglie della Seconda guerra d’indipendenza. Il libro fu inviato a sovrani, statisti, personaggi eminenti di vari Paesi, e fu accolto con unanime commozione. I fratelli Goncourt osservarono: «Si lascia questo libro maledicendo la guerra». Le donne di Castiglione, raccontava Dunant, «ripetevano commosse: “Tutti fratelli”». E aggiungeva: «Onore a queste creature caritatevoli, onore alle donne di Castiglione! Niente le ha fatte arretrare, niente le ha stancate o scoraggiate, e la loro dedizione modesta non ha tenuto conto alcuno né di fatiche, Né di fastidi, né di sacrifici». Il 26 ottobre 1863, Dunant convocò a Ginevra una conferenza internazionale che impegnava i governi a patrocinare Comitati Nazionali di soccorso ai feriti, riconoscendo la neutralità del personale medico militare e di tutti i soccorritori volontari, e favorendo durante le ostilità i trasporti del personale e dei materiali sanitari in zone di guerra. Nacque così la Croce Rossa.

Il risultato del volume è un reportage storico di viaggio, grazie al quale ci si può immergere in una delle pagine più importanti dell’unificazione del nostro Paese scrisse «una pianura deserta, inanimata, senza echi. Fucili, armi spezzate, brandelli di equipaggiamento, cadaveri di cavalli che appestano l’aria, il tutto sparso fra macchie d’alberi straziati e campi devastati come da un uragano». Qualche

l’altra. Non solo: i tecnici dello Stato Maggiore francese valutarono che sarebbero passate parecchie settimane prima di espugnare la città. Fu così che, mentre i piemontesi svolgevano a puntino il loro compito, procedendo al blocco di Pe-


ULTIMAPAGINA

Ieri a Roma i funerali del soldato Matteo Miotto, ucciso da un cecchino lo scorso 31 dicembre in Afghanistan

L’ultimo saluto a un valoroso di Mario Arpino anno si è chiuso in modo triste per i nostri soldati. I “botti” di capodanno non possono non aver portato almeno per un momento la mente degli italiani più sensibili - ce ne sono ancora molti al secco colpo di fucile echeggiato quella stessa mattina nella tristemente nota valle del Gulistan. L’alpino Matteo Miotto è morto, come ormai troppi soldati della coalizione, per un attacco subdolo, senza poter combattere. D’altra parte, questi sono i metodi della guerriglia: ordigni esplosivi sulle strade, bombe umane dall’aspetto insospettabile, attacchi improvvisi.

L’

Ma, al di là della pietà per questo Soldato e dell’ammirazione per i suoi commilitoni rimasti in Afghanistan, il fatto che sia stato ucciso da un “cecchino” induce a qualche riflessione. Sui cecchini c’è tutta una letteratura, dal ta-pin, ta-pun tra le trincee della prima guerra mondiale (la parola sembra proprio derivare da Cecco Beppe, l’imperatore Francesco Giuseppe) ai duelli tra le macerie di Stalingrado, fino - tutti lo ricorderanno - all’assedio serbo di Sarajevo, con le morti in diretta televisiva sul “viale dei cecchini”. Nel caso del povero Matteo Miotto, si tratta di capire - ma certamente gli analisti sono già al lavoro - se siamo in presenza di un evento casuale o se agli Ied (improvised esplosive devices) si vada aggiungendo, o sostituendo, una tattica altrettanto subdola quanto efficace, destinata ad erodere il senso di sicurezza dei soldati. «Ti possiamo raggiungere ovunque», sembrerebbe essere, in questo caso, il senso del messaggio. È un sistema di precisione, mirato, per colpire il nemico quando diventa inavvicinabile. Su scala diversa ed in termini di principio, è lo stesso metodo che usano gli

specialisti della Cia per colpire con i velivoli pilotati a distanza i covi dei terroristi al confine con il Pakistan.

Va aggiunto che anche gli insurgents, probabilmente, come i responsabili della Coalizione necessitano di evitare “danni collaterali”od errori che possano coinvolgere la popola-

di una diversa “qualità” di nemico. Addestrare un cecchino - o uno sniper, come più professionalmente si dice - non è affatto cosa semplice, né breve. Prima ancora di addestrare l’uomo al tiro preciso e da lontano - si parla di distanze che vanno dai 250 metri al chilometro, è necessario addestrarlo - anzi, addestrarli, visto che in genere operano in coppia - sotto il profilo psicologico. Si tratta di lavorare in isolamento, lontano da ogni supporto, con un bagaglio di intelligence già predisposto, permanendo ore, e a volte giorni, in una immobilità assoluta ed in posizione defilata del terreno. È necessario poi conoscere le tecniche di infiltrazione e di esfiltrazione dall’area dell’obiettivo ed essere dotati dei mezzi tecnici necessari, come sistemi di amplificazione di luce, di immagine e apposito materiale di tiro.Tra i più noti, ad esempio, sono il fucile russo Dragunov (1000 metri) o lo ex yugoslavo M 76 A (800 metri). Contro l’alpino Miotto sembra sia stato usato, da distanza significatamene inferiore, un vecchio Enfield inglese della seconda guerra mondiale.

ALPINO Si tratta di capire se siamo in presenza di un evento casuale o se agli Ied (improvised esplosive devices) si vada aggiungendo, o sostituendo, una tattica altrettanto subdola quanto efficace, destinata ad erodere il senso di sicurezza dei militari

zione locale (come succede con gli Ied e le bombe umane), con il risultato di alienarsi supporto e connivenza. Se si scoprisse che questa azione di cecchinaggio non fosse occasionale, ma supportata da un’organizzazione sofisticata, allora si potrebbe pensare che siamo in presenza di nuove tattiche e, con ogni probabilità,

È una qualificazione che, disponendo di uomini psicologicamente e fisicamente selezionati, dura alcuni mesi e diventa una vera e propria “cultura”professionale, se è vero che in Iraq gli istruttori della Nato erano riusciti a qualificare solo qualche decina di locali. I talebani non sembrerebbero avere la possibilità di condurre a buon fine questo tipo di addestramento. I pasdaràn iraniani, al contrario, dispongono di una capacità operativa ed addestrativa fuori da ogni discussione.


2011_01_04