Page 1

01222

he di c a n o r c

È più facile che i deboli

rendano deboli i forti, piuttosto che i forti rendano forti i deboli Marlene Dietrich

9 771827 881004

di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • MERCOLEDÌ 22 DICEMBRE 2010

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Oggi a Roma 2000 agenti difenderanno la «zona rossa». «Noi però useremo fiori e ironia», promettono gli universitari

La piazza dei “senza futuro” Arrivano i dati ufficiali dell’Istat: un ragazzo su quattro non trova lavoro «Oggi vi stupiremo»: gli studenti annunciano nuove proteste contro la Gelmini e il governo. Pasticcio al Senato sulla riforma: Pdl e Lega votano un emendamento Pd, ma Schifani annulla di Marco Palombi

ROMA. Certo, gli studenti che si preparavano a protestare contro l’approvazione della riforma dell’università mai si sarebbero aspettati un simile epilogo nell’aula di Palazzo Madama. Si è trattato di una sorta di regalo di Natale donato loro dalla presidente di turno, la leghista Rosi Mauro. Insomma più che le pressioni della piazza, decisivo è stato un incidente in Aula. Perché nonostante la maggioranza blindata a Palazzo Madama, il via libera dei finiani e la voglia di chiudere per anticipare le ferie natalizie, il centrodestra non ha fatto i conti con Rosi Mauro e la sua abilità di gestire l’aula. Talmente esperta, talmente sicura che ha finito per far approvare un emendamento dell’opposizione (il 6.26, primo firmatario Vincenzo Vita) che costringerebbe la riforma Gelmini a un nuovo passaggio alla Camera. Ma poi il presidente del Senato, Renato Schifani ci mette una toppa: tutto da rifare. Si devono rivotare gli emendamenti in Senato prima di rimandare la legge alla Camera. a pagina 2

Una lettera aperta dell’ex ambasciatore Usa all’Onu

«Cari amici europei, o fate una vera Unione o l’Euro morirà» di John R. Bolton

Destra e sinistra a confronto sul «movimento»

Una generazione priva di sogni Nel ’68 e nel ’77 si protestava convinti di migliorare la società; oggi si spera solo che non peggiori. Parlano Alessandro Orsini e Giulio Ferroni Riccardo Paradisi • pagina 4

e rivolte di queste ultime settimane nelle strade delle città europee potrebbero essere esplose per diverse ragioni. Ma presi insieme, questi atti di illegalità sono segnali di insicurezza e incertezza crescenti all’interno dell’Unione europea. La sfida più profonda e diffusa sta nella sensazione sempre più forte che la moneta comune europea, l’Euro, potrebbe non sopravvivere nella sua attuale forma, o potrebbe non sopravvivere del tutto. Perché una valuta senza un governo è destinata a fallire. a pagina 8

L

Ma il governo cinese non si fida e richiama Bruxelles sul debito estero Francesco Pacifico • pagina 8

«Io non ho né aperto né chiuso a nessuno», ha spiegato ieri il leader centrista

Tutti contro le elezioni anticipate Dopo Casini, anche Fini dice: «La legislatura andrà avanti» La scomparsa di un grande

Bearzot, ora vincerà anche lassù L’Italia saluta il ct dei Mondiali vinti ”a sorpresa” nel 1982 in Spagna Francesco Lo Dico • pagina 16

di Errico Novi

ROMA. Due idee diverse delle riforme. Berlusconi e Fini si misurano a distanza. Nonostante la partita dei numeri, quella che si gioca in Parlamento, sia sospesa e ben lontana dal tornare nel vivo. Eppure emergono chiare le differenze: il Cavaliere si preoccupa di riformare soprattutto il suo partito, in modo da condurre con navigazione più tranquilla il resto della legislatura. Il presidente della Camera prova invece a immaginare una messa a profitto dei due anni e mezzo ancora disponibili. Preso atto che «non esiste l’ipotesi delle mie dimissioni», spiega la Terza carica dello Stato, «biso-

seg1,00 ue a p agina 9CON EURO (10,00

I QUADERNI)

• ANNO XV •

NUMERO

gna tenere presente il monito di Napolitano». In particolare «va verificato se si potranno tradurre in realtà le riforme o se sarà una legislatura che si trascina». Perché, questo è il punto, «la legislatira può durare», come auspica il presidente della Repubblica. Comunque, si tratta di un sostanziale no alle elezioni anticipate, a ribadire quanto detto da Pier Ferdinando Casini: «Io non ho aperto né chiuso a nessuno, ho solo spiegato che dobbiamo essere responsabili». E guardare bene che cosa proporrà il governo nei prossimi mesi. a pagina 6 248 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


pagina 2 • 22 dicembre 2010

prima pagina

il fatto La leghista Rosi Mauro, presidente di turno, mette fretta ai senatori durante le votazioni: poi la maggioranza ci mette una toppa

Pasticci di Palazzo

Bondi vota per due e per ”salvarlo” Pdl e Lega si sbagliano e dicono sì a un emendamento dell’opposizione. Schifani: «Bisogna rivotare» di Franco Insardà

ROMA. Certo gli studenti che si preparavano a protestare contro l’approvazione della riforma dell’università mai si sarebbero aspettati un simile epilogo nell’aula di Palazzo Madama. Si è trattato di una sorta di regalo di Natale donato loro dalla presidente di turno, la leghista Rosi Mauro. Insomma più che le pressioni della piazza è stato un incidente in aula a creare ancora più confusione al punto che è dovuto intervenire il presidente del Senato Renato Schifani che, a conclusione di contatti informali con i capigruppo e i vicecapigruppo di maggioranza e di opposizione, ha deciso di far ripetere le votazioni sugli emendamenti dal 6.21 al 6.32 del ddl Gelmini. La decisione è stata comunicata da Schifani all’Aula, ed è motivata sulla base dell’art. 118 comma 1 del Regolamento che consente di rinnovare le votazioni. Ieri nonostante la maggioranza blindata a Palazzo Madama, il via libera dei finiani e la voglia di chiudere per anticipare le ferie natalizie, il centrodestra non ha fatto i conti con Rosi Mauro e la sua abilità di gestire l’aula. Talmente esperta, talmente sicura che ha finito per far approvare un emendamento dell’opposizione (il 6.26, primo firmatario Vincenzo Vita) che avrebbe potuto costringere la riforma Gelmini a un nuovo passaggio alla Camera. E i solerti senatori dell’Italia dei Valori hanno diffuso su Youtube il video che dimostra l’errore dell’approvazione dell’emendamento. La norma modifica l’articolo 6 stabilendo un tetto (6.500 euro annui) per la retribuzione di professori e i ricercatori durante le attività di valutazione, lezioni e seminari di carattere occasionale, attività di collaborazione scientifica e di consulenza, attività di comunicazione e divulgazione, nonché attività pubblicistiche ed editoriali.

Eppure Palazzo Madama non ha mai riservato sorprese al governo Berlusconi e per la riforma dell’università si prevedeva lo stesso iter. Sarà stata forse l’aria che si respira fuori dal Palazzo a influenzare i senatori dell’opposizione che si sono

Allarme disoccupazione dell’Istat: a ottobre è all’8,7%, il livello più alto dal 2004

Un ragazzo su quattro non ha lavoro: è record di Alessandro D’Amato

ROMA. Forse basterebbe il dato più allarmante, ovvero che un quarto dei giovani italiani è senza lavoro, per comprendere come mai oggi le proteste degli studenti per la riforma dell’Università targata Maria Stella Gelmini si uniranno nella più grande manifestazione giovanile degli ultimi tempi. Ma se non bastasse, allora ci sarebbe ancora da aggiungere altro, dal comunicato dell’Istat sulla disoccupazione di ottobre. Ovvero, che il tasso di disoccupazione ad ottobre è cresciuto all’8,7% dall’8,4% di settembre, il valore più alto dall’inizio delle serie storiche mensili, ovvero dal gennaio 2004 (il precedente dato, che stimava il tasso di disoccupazione, sempre in base a dati destagionalizzati, pari all’8,6%, è stato rivisto al rialzo).

cento, sei decimi di punto in più rispetto a un anno prima. Di rilievo il fatto che il maggior incremento annuale di inattivi si registri nel Nord-Ovest, con un più 3,3 per cento. Crescono poi in modo sostenuto gli inattivi, cioè le persone fuori dal mercato del lavoro, e questo finisce con il mascherare la reale entità della disoccupazione, producendo l’illusione ottica di un calo. Nel Nord (+2,2%, pari a 120.000 unità) l’incremento, più sostenuto rispetto al recente passato, interessa entrambe le componenti di genere, mentre nel Centro (+1,3%, pari a 35.000 unità) l’aumento si concentra nella sola componente maschile. In entrambe le ripartizioni si tratta soprattutto di giovani impegnati in un percorso di istruzione e di adulti in attesa dei risultati di passate azioni di ricerca. Nel Mezzogiorno, il numero di inattivi, già in crescita nei precedenti trimestri del 2010, registra un’ulteriore espansione, manifestando una variazione tendenziale del 2,2%, pari a 149.000 unità in più rispetto al terzo trimestre del 2009. L’aumento è dovuto in buona parte al riproporsi di fenomeni di scoraggiamento, ovvero di rinuncia alla ricerca di un impiego.

Il dato relativo ai giovani è in continua crescita: ormai è una vera emergenza nazionale

Nella media del terzo trimestre il tasso di disoccupazione risulta invece pari all’8,3% con un calo di un decimo di punto rispetto al secondo e un aumento di tre decimi rispetto allo stesso periodo del 2009. Si tratta della prima discesa a livello congiunturale dopo sette trimestri di crescita. Nessuna discesa però, come dicevamo, per il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni), che mostra ancora una crescita a livello tendenziale e nel terzo trimestre raggiunge il 24,7%. Il tasso tocca un massimo del 36% per le donne nel Mezzogiorno. Nel terzo trimestre del 2010, rispetto allo stesso periodo dell’anno prima, il numero di occupati è sceso di 176 mila unità. Il tasso di occupazione totale italiana nel terzo trimestre 2010 è calato di ben lo 0,8 per cento sullo stesso trimestre dell’anno precedente, ed è pari al 56,7 per cento. Nel terzo trimestre 2010, inoltre, il tasso di inattività della popolazione tra i 15 e i 64 anni si attesta al 38,6 per

In più, dopo la discesa intervenuta nel corso del 2009, gli occupati a tempo parziale continuano a segnalare ritmi di crescita significativi (2,9 per cento, pari a 94.000 unità in più rispetto al terzo trimestre 2009). L’incremento è dovuto esclusivamente al part-time di tipo involontario, ossia ai lavori accettati in mancanza di occasioni di impiego a tempo pieno. Insomma, c’è chi accetta di lavorare qualsiasi siano le condizioni di impiego, alla faccia di coloro che affermano che il problema dell’occupazione non esiste perché non c’è reale necessità di lavorare.

dimostrati più agguerriti del solito. Il motivo del contendere era una una norma che il il disegno di legge, nel testo approvato dalla Camera, prima riscrive e poi abroga. A sollevare la questione è stato Maurizio Legnini del Pd che faceva notare l’impossibilità di procedere con l’approvazione di norme in contraddizione tra loro, aggiungendo che «se non verranno apportate le necessarie e dovute modifiche a un testo che interessa direttamente la disciplina del rapporto dei ricercatori, degli assistenti di ruolo e dei tecnici laureati, con la sua entrata in vigore non si saprà quale norma sarà realmente vigente e si consumerebbe una palese violazione del regolamento e dei principi piú elementari di corretta formazione delle leggi. Siamo di fronte a un palese caso di analfabetismo giuridico, per di piú consumato su un testo di riforma dell’università». La replica del governo è stata affidata al sottosegretario all’Istruzione Giuseppe Pizza, che ha promesso un intervento correttivo nel decreto milleproroghe. Pd e Idv hanno insistito, incalzando la presidente di turno Rosy Mauro che ha prima assicurato che avrebbe informato il presidente Schifani, poi ha letto un parere degli uffici legislativi che dava il via libera alle norme nonostante “l’apparente contraddizione”.

A quel punto le opposizioni hanno rimarcato la contraddizione fino all’intervento della presidente dei senatori del Pd Anna Finocchiaro, che ha definito “fantasioso” il parere tecnico e ha chiesto l’immediata convocazione della Giunta per il regolamento. Per tutta risposta la vicepresidente Mauro, in evidente difficoltà, ha ripreso le votazioni chiedendo velocemente di votare gli emendamenti e dandone alcuni per approvati. Una procedura che contraddice quelle che erano le intenzioni del governo e della maggioranza che considerava il testo blindato, avendo dato parere negativo su tutti gli emendamenti. Alla bagarre che ne è seguita la Mauro ha apostrofato le opposizioni con la frase: «Vergogna, più rispetto per la presidenza». Soltanto quando si è resa conto che la situazione era diventata ingestibile, Rosi Mauro si è vista costretta a sospendere la seduta per dieci minuti per placare gli animi surriscaldati. Sospensione che si è protratta per ore, tra riunioni informali del presidente Schifani con i capigruppo, e polemiche.


la mobilitazione Il Viminale ha deciso di usare quasi 2000 agenti contro i manifestanti

«Oggi in piazza solo proteste creative» Gli studenti promettono ironia e fiori. Invece le forze dell’ordine temono nuovi scontri a Roma di Marco Palombi

ROMA. Intanto un’informazione teorica. È scorretto chiamare i blitz di protesta degli studenti “flash mob”, perché i “mobbers”, durante le loro performance, non hanno alcun obiettivo: i flash mob sono un’azione corale che non ha alcun senso al di fuori del contesto. Per indicare, invece, queste modalità di azione politica di piazza – un tempo si sarebbe citato il situazionismo, mentre l’ironia irriverente potrebbe ricordare un pezzo del fu ’77 – il sociologo Howard Rheingold suggerisce l’uso dell’espressione “smart mobs”, un gioco di parole per cui la folla è “intelligente”(smart). Detto questo, ieri sono continuati i blitz di protesta creativa in molte città italiane. A Roma per esempio gli studenti sono comparsi in Campidoglio (“InDASPOnibili”), a Campo de’ Fiori per una lezione all’aperto e pure davanti alla Camera dei deputati dove, mentre all’interno Gianfranco Fini brindava alle vacanze coi giornalisti parlamentari, hanno distribuito diversi mazzi di fiori (margherite e pure crisantemi, ma senza riferimenti mortuari) ai poliziotti di guardia dietro allo striscione “Gasparri: ecco i violenti. No ddl”. Poco più in là i ragazzi del vicino liceo Visconti inscenavano un’asta di parlamentari con tanto di cartelli “vendesi” e battitore che registrava offerte in denaro, escort e posti in aziende pubbliche. Sono le manifestazioni Oggi il Senato voterà la riforma dell’Università firmata dal ministro Gelmini. A destra, Sandro Bondi che ieri ha votato anche dai tasti del banco del vicino. Nella pagina a fianco, Giulio Tremonti. Più a sinistra, Rosi Mauro che ieri ha presieduto i lavori al Senato

Il problema, come ha spiegato poi la Finocchiaro è che «nello stesso articolo c’è in un comma la riscrittura di un articolo di una legge, in un altro comma la modifica e in uno ancora successivo l’abrogazione. Ma quando la legge entrerà in vigore che fine farà questo articolo? Il Senato che deve fare? Quella norma la vuole riscrivere, modificare o annullare?». Secondo il presidente dei senatori del Pd si tratta di «un errore tecnico, ma è viziato anche da un errore di prepotenza. Per non cambiare il testo a ogni costo, travolgono regole, regolamenti e prassi». La seduta pomeridiana di ieri a Palazzo Madama aveva già avuto delle effervescenze quando il capogruppo dell’Italia dei valori, Felice Belisario, aveva chiesto di ripetere le votazioni della mattina,“inquinate” a suo dire dai voti espressi dal ministro Sandro Bondi per il collega di governo e di partito Maurizio Sacconi. Appellandosi al primo

comma dell’articolo 118 del regolamento, l’esponente dell’Idv ha sollecitato un intervento della presidenza. A sostegno della sua tesi Belisario ha informato l’Aula che su internet era possibile visionare un filmato dal suo collega di partito Stefano Pedica. Su questo episodio la presidente di turno Mauro ha chiarito che le votazioni in aula vanno annullate «immediatamente e non è possibile agire a posteriori». Il senatore del Pdl Gaetano Quagliariello ha giudicato infondate le sue richieste e ha portato come esempio il richiamo garbato fatto dal presidente di turno Domenico Nania al senatore del Pd Gianrico Carofiglio mentre votava per un collega di gruppo, presente in Aula. Al termine della precisazione la ha invitato i segretari d’aula a ritirare le tessere inserite nel sistema informatico dell’aula, dei senatori non presenti al proprio posto. Il tutto mentre a piazza Montecitorio gli studenti davano fiori ai poliziotti.

corteo, bloccando sul nascere tentativi di violazione delle aree interdette o eventuali incidenti.

Tutta questa ossessione della zona rossa, però, potrebbe essere del tutto inadeguata a fronteggiare quanto accadrà oggi. I movimenti degli studenti hanno capito che la riforma passerà comunque, assedio o meno che sia al Parlamento, e quindi la lotta va portata fuori dal quadrilatero del potere, spiazzando le aspettative tanto della politica quando dei media, nel tentativo di connettersi ad altre forme di disagio presenti nel paese e portando per mano – o con l’uso delle mani, secondo alcuni – la Cgil allo sciopero generale finora solo minacciato. Intanto il coordinamento degli universitari ha scritto due lettere da inviare al Quirinale e alla Prefettura. Se la prima si muove sul filo tradizionale delle richieste politiche (compresa quella a Giorgio Napolitano di non promulgare il ddl Gelmini), la seconda tocca un aspetto particolarmente importante per le proteste di questi giorni: la scelta di Procura e forze dell’ordine infatti è stata quella di tentare di intimidire i manifestanti denunciando una sessantina di persone per i cortei non autorizzati di una settimana fa. Ieri, in ogni caso, hanno parlato solo i “buoni”: «Non abbiamo intenzione di violare la zona rossa», «Non saremo là dove ci cercano», «Saremo colorati, imprevedibili, spiazzanti», «Dimostreremo che questo movimento è più maturo di chi rappresenta il paese in Parlamento». Tra gli obiettivi di oggi, dunque, potrebbero esserci altri palazzi del potere: il ministero della Pubblica istruzione o quello dell’Economia (responsabile dei tagli) come pure una puntatina al Quirinale per una simbolica consegna a mano della lettera al capo dello Stato. Prevedibili, anche perché inevitabili, i blocchi di importanti arterie cittadine (pratica, questa, che dovrebbe riguardare Roma ma anche altre città). Checché ne dicano i vari coordinamenti, link, assemblee e pure le federazioni progressiste magari vicine a qualche partito, non è escluso che oggi non ci siano nuovi episodi di guerriglia urbana per le strade di Roma. Non esiste un ritratto politico-antropologico accettabile di chi scende oggi in strada per menare le mani, non si sa la quota di cani sciolti risucchiati dalle botte con la polizia dall’impossibilità stessa di immaginare una soluzione nell’ambito dei canali della rappresentanza, si fa per dire, democratica. Non sapendo questo, non sappiamo niente, com’è giusto che sia in un paese che non si vuole conoscere per paura di riconoscersi.

Probabilmente gli studenti universitari cercheranno anche di recapitare «a mano» una lettera a Napolitano andando direttamente in cima al Quirinale

di oggi in molte città della penisola, però, che tutti guardano con preoccupazione, come se gli scontri più che una possibilità siano un desiderio – si spera inconscio – che riporterebbe tutto dentro i consolatòri binari della reciproca delegittimazione. Quella nazionale, come si sa, è di nuovo nella Capitale e l’unica cosa certa, al momento, sono i luoghi dei concentramenti: gli universitari si vedranno di mattina davanti a La Sapienza, i medi in zona Ostiense. Da lì in poi, visto che i cortei non sono autorizzati e non hanno un percorso concordato, possono dirigersi dovunque. Ci torneremo. Intanto, una cosa è già cambiata rispetto al 14 dicembre degli scontri: il piano del Viminale dovrebbe essere considerevolmente diverso. Per strada ci saranno poco meno di duemila agenti (contro i 1.600 di martedì scorso) e saranno impiegati in modo diverso: si punterà a proteggere la “zona rossa” dei palazzi della politica, che pure è stata confermata dal Questore, non più con lo statico presidio della maggior parte degli uomini sul campo, ma attraverso procedure più “dinamiche”, con nuclei di forze dell’ordine non vincolati in postazioni fisse, ma pronti a muoversi per “accompagnare” il


pagina 4 • 22 dicembre 2010

l’approfondimento

Ci sono poche analogie e soprattutto molte differenze tra quel che succede in queste settimane e le manifestazioni del passato

La generazione senza sogni Nel ’68 e nel ’77 si protestava convinti di migliorare la situazione sociale; oggi i ragazzi vanno in piazza perché non peggiori. Il movimento visto da un professore di destra e uno di sinistra: Alessandro Orsini e Giulio Ferroni di Riccardo Paradisi

e la sinistra proprio non li vede i caschi e i bastoni che frange di studenti portano in piazza – come è accaduto il 14 dicembre scorso a Roma – la destra sembra invece vedere solo quelli nel movimento che anima la scena politica. Come sempre la verità è più complessa. Intendiamoci i violenti ci sono e non vengono né isolati né scomunicati dal resto del movimento. Luca Cafagna, uno dei capi del collettivo di Scienze politiche, dichiara testualmente a proposito degli incidenti dello scorso 14 dicembre: «In una manifestazione così grande ognuno ha vissuto la protesta con la sua soggettività. Alla fine un furgone della finanza dato alle fiamme è un dato fisiologico». Una strana idea di fisio-

S

logia. Ma ci sono anche migliaia di ragazzi che non scendono in piazza con bombe carta e molotov e che manifestano in modo non violento un disagio non del tutto razionalizzato ma in larga parte reale. «I giovani sono le vere vittime di questa crisi», ha detto il governatore della banca d’Italia Mario Draghi durante la lettura dell’ultima relazione all’assemblea annuale «e se la ri-

presa economica sarà troppo lenta crescerà la probabilità che i giovani si trovino in una situazione di disoccupazione persistente». Gli ultimi dati Istat sull’occupazione presentano un panorama allarmante riguardo i dati del tasso di disoccupazione dei giovani: uno su quattro tra loro è senza

lavoro. Il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni nel terzo trimestre del 2010 ha raggiunto infatti il 24,7 per cento, con un massimo del 36 per cento per le donne del Mezzogiorno. E del resto basta scorrere l’ultimo libro del direttore generale della Luiss Pier Luigi Celli La generazione tradita (Mondadori) per confermare che la tendenza non è recente, che il trend ha cominciato a inarcarsi verso il basso da tempo: «La crisi partita dal

«Si contesta in blocco la riforma senza valutare dei tratti molto positivi»

2008 – scrive Celli – ha solo contribuito a peggiorare una situazione occupazionale che per quanto riguarda la fascia di età tra i 15 e i 29 anni si era già deteriorata da tempo.

Oggi i dati ci dicono che circa un terzo della popolazione giovanile è senza lavoro con un aumento rispetto al 2009 del 4,5%». Inoltre la diffusione dei contratti atipici, con la frammentazione dei rapporti e la precarizzazione delle dipen-

denze, ha finito per indebolire ulteriormente l’assetto del sistema, così da esporre la popolazione più debole e meno protetta a fenomeni crescenti di marginalità: «Basterebbe riflettere che quasi il 60% dei circa due milioni e mezzo di disoccupati italiani ha oggi secondo i dati Ocse meno di 34 anni, il che significa che sono centinaia di migliaia le persone che, non avendo un reddito, non possono permettersi una casa, di farsi una famiglia, di ammalarsi». Il rischio più concreto è dunque che «questi marginali finiscano per scivolare in una condizione di progressivo disinteresse per il lavoro, accumulando frustrazioni e risentimenti». Una situazione molto diversa quella del 2010 rispetto allo stato del Paese durante la grande contestazione degli anni Settanta. Dove malgrado le tensioni internazionali e interne – il terrorismo, l’inflazione a due cifre, l’instabilità politica – esistevano ancora per l’Italia, grazie


22 dicembre 2010 • pagina 5

Nella pagina a fianco, gli studenti in corteo a Milano, martedì della scorsa settimana. Nel riquadro: sopra disordini a Roma nel Sessantotto. Accanto, un sit-in dell’Autonomia a Bologna nel Settantasette. Sotto, ancora due immagini del Sessantotto a Roma e a Milano. A destra, il primo maxiprocesso alle Br nel 1978

anche alla svalutazione e all’aumento del debito pubblico, delle prospettive di crescita. Insomma se la generazione in rivolta negli anni Settanta, la più ideologizzata del Novecento, mirava alla conquista del potere questa di oggi ha richieste minori: le sue sedicenti avanguardie parlano di ”nuovi modelli di società”, ma la massa critica chiede condizioni di vita semplicemente accettabili. Eppure nelle dichiarazioni che rilasciano capi assemblea, leaderini del nuovo movimento studentesco o studenti singoli – come era avvenuto anche nei decenni scorsi, al tempo della Pantera negli anni Novanta e dell’Onda pochi anni fa – ritornano temi, slogan e mentalità di quegli anni lontani, come se la nuova generazione non avesse elaborato un suo codice, un suo proprio linguaggio. E spesso di quegli anni ritorna la tentazione e il fascino della violenza. Che non è immessa nei cortei da presunti infiltrati o da mitici black bloc. Ma che nasce dalle viscere dello stesso movimento: «La cosa che più mi ha colpito – ha detto di recente l’ex leader di Potere Operaio Franco Piperno in un’intervista al Riformista è una menzogna collettiva che passa attraverso giornali e tv: un aspetto che racconta la condizione degli italiani. Quella che sarebbero stati i black bloc a perpetrare quelle violenze, attribuendo quanto accaduto a degli esterni. Una reazione che ricorda gli anni ’60: la reazione di nascondere la realtà. E invece si vedrà che si tratta di ragazzi, non di esterni. Ragazzi in gran parte di Roma, magari delle zone periferiche, e in parte di fuori. Parlare di black bloc fa passare quanto accaduto come un gesto specializzato di un settore minimale». Alessandro Orsini, professore di sociologia politica all’università di Tor Vergata è uno studioso delle mentalità rivoluzionaria (il suoAnatomia delle Br, Rubbettino, è un classico sull’argomento) ha uno sguardo critico sui movimenti di piazza di questi giorni. Il suo ultimo saggio Il rivoluzionario benestante (Rubbettino) è la radiografia della mentalità e della cultura di chi giustifica la violenza in nome della nuova società senza però sporcarsi le mani. Lo stesso atteggiamento di chi oggi fomenta la violenza da un salotto televisivo o da uno scranno parlamentare. «Il problema di fondo – dice Orsini – è nella rappresentazione che viene data del governo Berlusconi: un sedicenne che sente paragonare il presidente del Consilgio a Pinochet o a Mussolini si sente legittimato a esercitare la violenza in piazza». La riforma universitaria è il detonatore di questa sottocultura e la Gelmini l’obiettivo

espiatorio d’un malcontento diffuso e compresso. «Le proteste aggrediscono in blocco la riforma Gelmini senza valutare che si tratta d’una riforma con dei tratti molto positivi. Riduce la durata in carica dei rettori, colpisce il nepotismo, dà maggiore potere agli studenti consentendo loro di giudicare i professori, riforma i concorsi con l’idoneità nazionale». Sul movimento studentesco Orsini ha un parere articolato: «Si tratta d’un movimento in gran parte pacifico però monopolizzato da frange violente che tendono a rappresentarsi la realtà politica in maniera manichea: a sinistra le forze del bene e a destra le forze del male, nel pub-

nori prospettive di futuro». Da qui una propensione alla violenza scatenata dallo scarto tra le aspettative e la loro frustrazione: «Ho paura del domani. La colpa è del ministro Gelmini. Ma questo sentimento irrazionale non si traduce automaticamente in violenza. C’è bisogno di gruppi organizzati che spingano alla violenza. E questi gruppi ci sono e li abbiamo visti in azione. Ci sono altre due condizioni perché la violenza possa estendersi: una crisi dell’autorità e un climna di effervescenza sociale generalizzato». Giulio Ferroni, ordinario di letteratura italiana alla Sapienza di Roma, la vede diversamente. La violenza è

«Questi ragazzi sentono venir meno possibilità generali riguardo il loro avvenire» blico il bene, nel privato il male». Un’altra miopia ideologica: «Non solo perché c’è niente di più privato dell’università pubblica, visto che i baroni fanno dell’istituzione quello che vogliono, ma l’introduzione di tre membri su dodici nei cda delle facoltà non significa privatizzare l’università. Non si capisce poi perché il finanziamento dei privati debba essere una cosa negativa. La University Massachusetts di Boston per esempio è un università pubblica ai primi posti delle graduatorie americane, ebbene questa univer-

sità ha un consiglio d’amministrazione solo di privati. I rettori sono sottoposti al giudizio dei professori ed esistono dei vincoli di bilancio strettissimi». Ma come si diceva la Gelmini è il capro espiatorio: il vero fermento delle rivolte è la paura del futuro, che Orsini attribuisce alla dinamica della ”rivoluzione delle aspettative crescenti”. «Le aspirazioni crescono ma diminuiscono le aspettative: questa è una generazione che ha accesso all’università, al sapere e alle risorse della tecnologia ma rispetto alle generazioni precedenti, più povere rispetto alle condizioni di partenza, ha mi-

prassi secondo lui di frange isolate che si introducono nei cortei e tentano di avvitare tutto il movimento in una logica che certo non appartiene al grosso dei manifestanti.

Ma su una cosa Ferroni è d’accordo con Orsini, ossia che la riforma dell’università sia solo l’innesco tecnico d’una protesta che ha motivi più profondi: «Sta esplodendo il malessere di una generazione che sente allontanarsi e svanire ogni possibile futuro. Che sente la precarietà come un dato esistenziale, che percepisce la fine d’ogni prospettiva di stabilità professionale, famigliare, psicologica. Mentre la politica fa giochi di posizione astratti e inqualificabili, concentrata sul suo ombelico, questi ragazzi pongono un’esigenza tremenda. Bisognerebbe riuscire ad ascoltarli. Ci vorrebbe la capacità di mediare tra loro e il mondo adulto, sarebbero necessari strumenti per dare voce pubblica a un malessere». Una voce che in effetti non arriva, che oltre al malessere rappresentato, non si sviluppa in discorso «Se noi pensiamo al Sessantotto il movimento aveva una dinamica d’espansione. C’erano persone, giovani, che non avevano mai partecipato alla vita pubblica e che un’avvenire ce l’avevano ma volevano contare di più, sentivano il bisogno di più vasti orizzonti. Oggi l’agio di partenza dei giovani è maggiore ma le prospettive sono minori. Questi ragazzi sentono venir meno possibilità generali».


diario

pagina 6 • 22 dicembre 2010

Giustizia lenta: multa Ue all’Italia

Antitrust: indagine sulle ferrovie

STRASBURGO. La Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ieri ha emesso una maxi condanna nei confronti dell’Italia per i ritardi con cui vengono pagati gli indennizzi legati alla lentezza dei processi. I giudici di Strasburgo hanno infatti reso noto di aver adottato 475 sentenze che danno ragione ad altrettanti ricorsi presentati da soggetti che hanno dovuto attendere dai 9 mesi ai quattro anni per incassare il risarcimento che gli era stato riconosciuto, in base alla legge Pinto, per l’eccessiva lunghezza del processo. Pr questa ragione, la Corte ha poi chiesto all’Italia di rivedere la legge Pinto e, in particolare, di istituire un fondo speciale che consenta il pagamento degli indennizzi in tempi ragionevoli.

Falsa bomba trovata a Roma

ROMA. L’Antitrust ha avviato un’istruttoria nei confronti della società Ferrovie dello Stato e di Rfi (la controllata Fs che gestisce la rete ferroviaria) per verificare se abbiano abusato della posizione dominante detenuta nel mercato dell’accesso alla rete ferroviaria nazionale. La vittima presunta è la società Arenaways, firmataria di uno degli esposti (l’altro è delle associazioni dei consumatori Altroconsumo e Codacons) in cui si lamentano ostacoli all’accesso alla rete. In base alla legge, essendo gestore unico della rete nazionale, la società Rfi dovrebbe consentire agli operatori privati che ne facciano richiesta di poter accedere all’infrastruttura nazionale, «tenendo conto del grado di saturazione della rete».

ROMA. Allarme bomba ieri mattina, per un falso ordigno trovato in un binario di manovra della metro B, alla stazione di Rebibbia. Alle ore 9.50 circa un macchinista dell’Atac ha trovato un oggetto sospetto all’interno del primo vagone di un convoglio fermo su un binario al capolinea. La busta di plastica era stata lasciata sotto un sedile, al suo interno una scatola, con due tubi, polvere pirica, fili elettrici e un comando per farla esplodere a distanza. L’ordigno rudimentale, del tipo «pipe bomb», era privo di innesco quindi non avremme mai potuto esplodere. Il convoglio, pronto a partire, si trovava su un «binario tronchino», nell’area in cui vengono effettuate le manovre dei treni.

«Io non ho né aperto né chiuso a nessuno», ha detto il leader centrista, «ho solo ripetuto che saremo responsabili»

Tutti contro le elezioni

Fini, dopo Casini, dice: «La legislatura può arrivare fino in fondo» di Errico Novi

«Resterò presidente della Camera fino alla fine della legislatura, a meno che non mi si dimostri che non sono stato imparziale», ha detto Gianfranco Fini al tradizionale saluto di fine anno. «Le riforme non sono più eludibili», ha continuato. «E bisogna cominciare da quella del sistema elettorale»

ROMA. Due idee diverse delle riforme. Berlusconi e Fini si misurano a distanza. Nonostante la partita dei numeri, quella che si gioca in Parlamento, sia sospesa e ben lontana dal tornare nel vivo. Eppure emergono chiare le differenze: il Cavaliere si preoccupa di riformare soprattutto il suo partito, in modo da condurre con navigazione più tranquilla il resto della legislatura. Il presidente della Camera prova invece a immaginare una messa a profitto dei due anni e mezzo ancora disponibili. Preso atto che «non esiste l’ipotesi delle mie dimissioni», spiega la Terza carica dello Stato, «bisogna tenere presente il monito di Napolitano». In particolare «va verificato se si potranno tradurre in realtà le riforme o se sarà una legislatura che si trascina». Perché, questo è il punto, «la legislatira può durare», come auspica il presidente della Repubblica. Fini entra nel merito: superamento del bicameralismo perfetto, riduzione del numero dei parlamentari, attuazione del federalismo «non solo nella sua parte fiscale ma anche sul piano istituzionale, senza il quale il resto sarebbe monco». Ma soprattutto, e qui sta il tratto distintivo del ragionamento svolto da Fini durante i saluti con la stampa parlamentare, «bisogna riflettere sull’ineluttabilità del restituire un rapporto diretto tra eletto ed elettore». Cioè va sciolto il nodo della legge elettorale, e va fatto a maggior ragione di fronte all’emergere di «nuove aggregazioni nella politica».

Fini introduce una novità importante nel confronto andato in onda finora sul sistema di voto. Il passaggio chiave del suo discor-

so davanti ai cronisti parlamentari è il seguente: «Fu bollata come legge truffa quella che prevedeva l’applicazione del premio di maggioranza quando scattava il 50,01 per cento dei consensi, figuriamoci che truffa è se scatta il premio di maggioranza a prescindere dalla soglia. E non si tratta di una considerazione asettica, piuttosto è sorretta da una riflessione politica: se si configura in un modo diverso il panorama politico non è una osservazione da addetti ai lavori, perché la cosa incide nella carne viva del dibattito». In pratica il presidente della Camera, che pure da leader della maggioranza nel 2005 contribuì a promuovere l’attuale sistema di voto, guarda alle «nuove aggregazioni», cioè al nuovo Polo di cui anch’egli è un promotore. E dice: il premio

di maggioranza concesso a chi prende meno del 50 per cento ma è comunque in vantaggio sull’avversario poteva avere senso in una logica bipolare. Nella sfida a due, si offriva un vantaggio supplementare al primo classificato per garantire meglio la governabilità. Ma se appunto «la politica determina nuove aggregazioni», come dice la Terza carica dello Stato, il meccanismo di cui sopra non ha più senso. Cioè il premio di maggioranza non può più essere una forzatura comunque sopportabile come fotofinish elettorale tra i due poli in campo. Con tre poli, appunto, «cambia tutto». E la truffa, a questo punto sì, diventa smaccata, non più tollerabile.

È un’impostazione che promette di caratterizzare in modo

significativo il dibattito prossimo venturo. E certo non sarà un ponte di avvicinamento tra la nuova aggregazione moderata nata da Udc, Fli, Api, Mpa e altri soggetti, da una parte, e la maggioranza di Pdl e Lega dall’altra. Berlusconi per primo continua ad affermare che sul sistema di voto si potrebbe sì aprire un confronto «ma a condizione di non mettere in discussione il premio di maggioranza». Distanza difficile da colmare. E che però non minaccia di alterare l’atteggiamento costruttivo di Pier Ferdinando Casini. Il leader dell’Udc apre a sua volta la giornata con una lunga diretta a Radio anch’io e ribadisce: «Non è nostro compito mettere il bastone tra le ruote dell’impegno del governo. Silvio Berlusconi deve governare», ma appunto questo non vuol

dire che chi sta all’opposizione sia ineluttabilmente chiamato a inficiarne l’azione. Anzi, in questa situazione, «senza confusioni di ruolo, tutti devono concorrere a scelte positive. Questo vale anche per il Pd che viene sollecitato a scelte coraggiose».

Casini ricorda le perplessità di Napolitano sulle elezioni anticipate e aggiunge: «Non è solo il presidente della Repubblica contrario a questa eventualità». Anche perché «la responsabilità di tutti gli italiani non vuole vedere il nostro Paese in ginocchio di fronte alla speculazione internazionale». E allora ecco che ad accogliere lo spirito responsabile messo in campo da Casini si prodigano soprattutto gli ex An rimasti fedeli nel Pdl: Matteoli dice di sentire il partito


22 dicembre 2010 • pagina 7

Centro accoglienza Il Ponte eccellenza Lazio

Voto di scambio, arrestato consigliere Pdl in Calabria REGGIO CALABRIA. Il voto di scambio in Calabria era una prassi consolidata e gestita da alcuni politici del Pdl e i padrini della ‘ndrangheta. Con una serie di prove in questo senso, ieri i carabinieri del Ros del Comando provinciale di Reggio Calabria hanno arrestato 12 persone indagate per associazione mafiosa e corruzione elettorale aggravata dalle finalità mafiose.Tra gli arrestati c’è anche un consigliere regionale, Santi Zappalà, eletto appunto nel Pdl. L’inchiesta, denominata «Reale», è coordinata dalla direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, vede coinvolti anche altri 4 candidati alle ultime elezioni. Si tratta di soggetti che erano in corsa per un seggio al consiglio regionale in liste diverse, ma tutte convergenti sull’attuale governatore Giuseppe Scopelliti. Si tratta di Antonio Manti (Alleanza per la

di Casini «più vicino» e questo, aggiunge, «non può che farmi piacere». Gasparri a sua volta definisce «apprezzabile» la posizione dell’Udc ma sparge sul suo discorso massicce dosi di realismo: non è il caso di avere fretta sulla forma che questa apertura può avere. Certo, «sui temi della vita, della famiglia, ma anche della sicurezza e della giustizia, l’Unione di centro è sempre stata più vicina al Pdl che non alla sinistra o a certi esponenti neoradicali di Fli». Ma, ammette Gasparri, «è sui temi concreti che dobbiamo confrontarci». Senza illusioni e voli pindarici, senza ipotesi su allargamenti della maggioranza che oltretutto suscitano la sorpresa dello stesso Casini: «Sono stupefatto dall’ipotesi che all’Udc possano essere offerti ministeri per entrare nel governo, Berlusconi faccia contenti tutti quelli che lo hanno appoggiato per alti e nobili motivi»...

Ma non è un caso che a sperticarsi in aperture verso l’Udc siano, appunto, soprattutto gli ex aennini del Pdl. Perché dietro questo rinnovato attivismo diplomatico c’è l’altra grande manovra che affolla i progetti del Cavaliere: la riconversione del Pdl in una «Nuova Forza Italia». Questa è dunque la «riforma» secondo Berlusconi. Non quella elettorale né il mitico corpus degli aggiusti istituzionali. Niente di tutto questo. Il premier pensa piuttosto a cambiare il partito. Al limite, a ripristinare quello che già aveva. Nell’editoriale del Giornale di ieri Alessandro Sallusti fa esplicito riferimento alla questione. Allude a un riassetto dell’attuale maggioranza che preveda un «franco chiarimento» con la componente del Pdl che proviene da via della Scrofa. In pratica si tratterebbe di riflettere sulla fusione non riuscita tra i due partiti, e trovare la maniera di innestare la retromarcia. A Berlusconi l’ipotesi deve sembrare utile anche a recuperare i cosiddetti finiani moderati, Non solo quelli già emersi, ma anche gli altri ancora “in sonno”. Il fallimento del nuovo blitz in casa Fini, quello che Berlusconi ha baldanzosamente

g i u d i z il e t t e r ep r o t e s t es u g g e r i m e n t i

Calabria), Pietro Nucera (Insieme per la Calabria), Liliana Aiello (Insieme per la Calabria) e Francesco Iaria (Udc). L’indagine ha accertato le responsabilità dalla cosca Pelle di San Luca: al centro gli incontri tra il boss Giuseppe Pelle ed alcuni candidati che in cambio di voti assicurati alla ’ndrangheta illecitamente raccolti avrebbero dovuto garantire alle imprese di riferimento della cosca l’aggiudicazione di alcuni importanti appalti pubblici.

annunciato ai giovani del Ppe incontrati a Bruxelles («ne ho convinti altri otto»), gli ha rimesso in moto l’antico rovello del ritorno a Forza Italia.

Berlusconi medita il ritorno a FI anche per facilitare il rientro dei finiani indecisi e blindare la Camera

Pier Ferdinado Casini, Francesco Rutelli, Fabrizio Cicchitto e Maurizio Gasparri

Con un simile clamoroso cambio di scena sarebbe più semplice il riavvicinamento al governo dei finiani indecisi. Un conto è trasmigrare nel Pdl appena lasciato alle spalle, altro è ritornare in un qualche soggetto politico di destra distinto da un’eventualmente rediviva Forza Italia. C’è questo discorso e naturalmente, per Berlusconi, c’è anche la preoccupazione per gli ostacoli giuridico-formali che Fini potrebbe opporgli in caso di elezioni anticipate. All’ex cofondatore spetta pur sempre un diritto di comproprietà, nel Pdl, su simbolo e nome. Questione non da poco. Che si somma a quella delle pecorelle smarrite da riportare all’ovile. Ma come si vede i problemi che Berlusconi sembra porsi sono assai diversi da quelli su cui ragiona Fini. Sono affari che riguardano il suo partito, al limite l’allargamento della sua maggioranza, punto. Proprio sul Pdl oggi si terrà un convegno tutto “interno”, organizzato da Fabrizio Cicchitto e dalla rivista L’ircocervo che fa capo alla sua fondazione, Riformismo e libertà. Ci saranno molte prime file del partito, da Verdini e Scajola ai capigruppo, Gasparri e Quagliariello oltre allo stesso Cicchitto. Non mancherà Alfano, le cui quotazioni sono in ascesa. Si parlerà anche dell’ipotesi che circola sul Pdl, cioè della sua precoce estinzione? Forse no. Sono affari difficili da maneggiare in assenza del Cavaliere, questi. Eppure il tema rischia di essere il convitato di pietra dell’incontro. Lontano da tutte queste complicate alchimie, una delle figlie del premier, Barbara Berlusconi, movimenta la scena prenatalizia. Dice che si sentirebbe ben rappresentata da Renzi, tra l’altro. E a qualcuno questo sarà suonato troppo vicino all’ormai archetipico endorsement di Berlusconi su Fini, nella sfida con Rutelli del 2003. Cose davvero lontane, ormai.

È noto che le dipendenze sono in forte aumento soprattutto tra i giovani: droghe e alcool prima di tutto, ma anche nuove forme che riguardano il gioco e internet. Ecco, allora, che i servizi offerti da centri come Il Ponte onlus di don Egidio Smacchia a Civitavecchia, diventano indispensabili. Tali centri, con le loro attività terapeutiche ed educative, sono ormai imprescindibili per recuperare alla vita i giovani e impedire che le loro diventino vite sprecate, con grave danno per loro stessi e per l’intera società. In particolare, il modello messo in piedi dall’associazione Il Ponte rappresenta un esempio di eccellenza da replicare altrove, soprattutto per il suo essere perfettamente integrato con il territorio in cui opera. Una condizione essenziale per fornire un intervento appropriato, multidisciplinare e integrato che coinvolga la sfera sanitaria e quella sociale e per garantire il pieno reinserimento sociale e familiare dei suoi assistiti. Proprio l’attenzione rivolta alle famiglie è un altro punto di forza del centro perché, per evitare che i ragazzi cadano nella rete delle dipendenze, queste necessitano del giusto supporto e di un’informazione adeguata. Così come è da sottolineare l’importante azione di accoglienza e di recupero svolta in favore delle giovani madri con problemi sociali, grazie alla quale si impedisce l’istituzionalizzazione dei loro figli.

Aldo F.

EFFICIENZA DELLA GESTIONE PRIVATA Di regola l’amministrazione privata è più efficiente dell’amministrazione pubblica. Si indica una prova schiacciante, fra le molte altre. Nella Russia sovietica, gli appezzamenti privati costituivano meno del 5 per cento delle terre arabili, ma davano più del 25 per cento della produzione agricola totale.

Gianfranco Nìbale

L’IMMAGINE

Fenicottero alla seconda Decine di fenicotteri rosa disposti ordinatamente al suolo a formare la figura di un altro, gigantesco fenicottero. Lo spettacolare scatto aereo è stato realizzato nella penisola dello Yucatan, in Messico COLPO DI GRAZIA AL SISTEMA VENETO La giunta Zaia azzera il fondo unico per le imprese. Capisco che i soldi non ci sono, ma qui la situazione, tra tagli, voragine della sanità e indebitamenti vari si fa drammatica. Bene rifinanziare interamente la cassa integrazione in deroga, ma i 53 milioni del fondo unico per le imprese erano una boccata d’ossigeno per alcuni settori come i distretti, il commercio e l’imprenditoria femminile. La giunta Zaia mi pare aver appreso bene la lezione di Tremonti, ovvero quella dei tagli ad ogni costo. Ma taglia di qua e taglia di là, il sistema veneto rischia di morire dissanguato.

AdP

VENDOLA INADATTO A VINCERE Non ci vuole la zingara per pronosticare che Vendola non sarà mai in grado di strappare un solo voto non solo al centrodestra, ma anche al nascente terzo polo di Casini, Fini e Rutelli. La pretesa dunque di imporsi con le primarie come possibile candidato dell’opposizione e per di più prima ancora di aver sottoscritto un programma e aver valutato la possibilità di un’alleanza con l’annunciato Polo della Nazione, significa solo alimentare la confusione e concorrere attivamente a una riedizione dello schianto elettorale del 1994, quello della “gioiosa macchina da guerra”. Ogni partito può legittimamente decidere di usare le primarie al suo interno, ma non può certo imporle agli altri e tantomeno a un’intera coalizione.

Riccardo

UNA CASA AI GIOVANI È particolarmente sentita tra i giovani l’esigenza di acquistare un’abitazione propria. Purtroppo, i prezzi alti, coniugati al lavoro sempre più precario, costituiscono ostacoli insormontabili all’attuazione di un sogno. È necessario che il governo si faccia carico di rilanciare la costruzione di alloggi popolari utilizzando i fondi provenienti dalla vendita degli alloggi ex Iacp. In questo modo, da una parte si venderebbero gli immobili ex Iacp agli attuali assegnatari, dall’altra si potrebbero attivare ingenti risorse per costruire alloggi a prezzi agevolati.

D.S.


il paginone

pagina 8 • 22 dicembre 2010

di John R. Bolton e rivolte di queste ultime settimane nelle strade delle città europee potrebbero essere esplose per diverse ragioni. Ma presi insieme, questi atti di illegalità sono segnali di insicurezza e incertezza crescenti all’interno dell’Unione europea. La sfida più profonda e diffusa sta nella sensazione sempre più forte che la moneta comune europea, l’Euro, potrebbe non sopravvivere nella sua attuale forma, o potrebbe non sopravvivere del tutto. La ragione più ovvia è che, dal punto di vista dell’economia, una valuta senza un governo è da sempre destinata a fallire. Ora rimangono due sole scelte: abbandonare o restringere il “concetto euro”, o aumentare i poteri della Commissione europea per sorvegliare, e ove necessario determinare, le decisioni fiscali e finanziarie. Un cinico direbbe che questa crisi era stata pianificata, perché avrebbe fornito una vantaggiosa scorciatoia per creare quel governo centralizzato UE che i suoi sostenitori non sarebbero mai riusciti a mettere al sicuro direttamente. In verità, l’euro è sempre stato in primo luogo un progetto politico piuttosto che economico. Se gli europei lo vogliono, dipende da loro. Sono perfettamente accreditati per cercare di creare un’alternativa al dollaro statunitense come valuta mondiale di riserva e di essere un altro “polo”occidentale negli affari mondiali. E se, come ora sembra ovvio, il progetto euro è in pericolo, assisteremo al suo crollo. Con l’approssimarsi di difficoltà ancora più serie per l’euro, gli Stati Uniti devono evitare di sostenerlo direttamente con prestiti o assistenza, o indirettamente con il Fondo Monetario Internazionale.

L

Questa è precisamente l’ossessione politica (non economica) dell’Ue, che giustifica l’indifferenza americana al destino dell’euro. Non mi fraintendete: l’attuale crisi europea è reale. In Irlanda la popolarità del primo ministro Brian Cowan è precipitata, nonostante il debito dell’Irlanda sia sceso ancora una volta in maniera massiccia. Le cifre dell’occupazione di tre quarti dell’Eurozona indicano ancora più problemi per il futuro, con l’occupazione contratta in Paesi problematici come la Grecia e la Spagna, mentre è in crescita nelle economie più forti come Francia e Germania. I tassi di credito della Spagna sono in discesa, come lo sono quelli del Portogallo. L’ultima vendita di bond sovrani del 2010 ha mancato il suo obiettivo di 4 miliardi di euro - raggiungendone solo 2,4 - ed ha richiesto tassi di interesse molto superiori rispetto al passato. I suoi bisogni di credito per il 2011 sono addi-

Una lettera aperta indirizzata al Vecchio Continente dall’ex ambasciatore statunite

Cari amici europei, la vostra moneta unica era un progetto politico, non economico. E gli scontri nelle capitali dimostrano che sta fallendo. Ora avete due strade: o create una vera unità politica o vi riprendete la sovranità nazionale

Ora scomme

Gli scontri di piazza ad Atene, nati dopo i tagli del governo imposti da Bruxelles. Nella pagina a fianco l’incontro sino-europeo che si è svolto ieri a Pechino

La Cina lega gli scambi alla stabilità dell’euro

Pechino non si fida e richiama Bruxelles sul debito di Francesco Pacifico

ROMA. Il capo-economista della Bce, Jurgen Stark, avverte che l’Eurotower è pronta a contrastare «una solidarietà finanziaria troppo spinta nell’Eurozona. Perché «chiedere che le economie più performanti aiutino quelle più deboli viola i principi sui quali si basa l’Unione monetaria». I governi sono di idea opposta, ma tanto basta per mettere nuovamente in allarme i mercati sulla solvibilità dell’area. Un sentiment che Moody’s si accinge a tradurre in un abbassamento del rating del Portogallo.

Lo spread tra i titoli di stato decennali locali e quelli tedeschi è salito a quota 360 punti, mentre l’euro toccava i minimi (1,3111 sul dollaro). Così anche la Cina è uscita allo scoperto, richiamando l’area a una maggiore stabilità. A Pechino un euro debole non piace più come un tempo perché porta tensioni anche sui listini locali (che non sono a prova di bolla) e perché la sua banca centrale sta facendo incetta di bond del Vecchio continente, considerati il miglior viatico per fare affari nell’area. Ieri, all’apertura del vertice bilaterale tra Cina e Ue, il vicepremier Wang Qishan ha saluto gli ospiti promettendo che l’ex Regno di Mezzo è pronto a «sostenere le misure della Ue e del Fmi per garantire la sta-

bilità finanziaria dell’area». Quindi ha aggiunto: «È interesse fondamentale rafforzare ulteriormente la cooperazione». Ha ampliato e chiarito il concetto il ministro del Commercio cinese Chen Deming, che ha legato la stabilità alle ambizioni degli europei di un partneriato basato su parità di accesso per le proprie imprese al mercato cinese e alle materie prime. Richiesta, per altro, ribadita ieri dal commissario Ue alla Concorrenza, José Almunia. Ai dubbi cinesi – simili a quelli del Fondo monetario dopo l’ultime vertice Ue – sembra rispondere il presidente del Consiglio

Portogallo nel mirino di Moody’s. Bce boccia «la spinta solidarietà finanziaria tra i Paesi» europeo, Herman Van Rompuy. Il quale, a chi lamenta la timidezza del Vecchio Continente, replica che i Ventisette sono «pronti a fare tutto il necessario per assicurare la stabilità. Eppoi i fondamentali dell’eurozona sono sani, anche se c’è bisogno di una forte governance». Getta acqua sul fuoco anche il commissario agli Affari monetari, Olli Rehn: «Non chiudiamo la porta agli eurobond». Che a


il paginone

22 dicembre 2010 • pagina 9

ense alle Nazioni Unite: «La violenza in piazza deve svegliare i governi dei 27 Stati»

ettete un Euro

rittura superiori a quelli dell’anno in corso. La disoccupazione è superiore al 20 per cento, e la disoccupazione giovanile è al 43 per cento. Il Portogallo sta cercando di modellare un programma di austerità, ma senza grossi risultati al momento. La Germania se l’è presa con gli Stati dissipatori. Il cancelliere Merkel sta rifiutando l’idea degli eurobond per minimizzare il rischio di inadempienze sugli strumenti sovrani del benessere. La sua strategia sta nel cercare una “integrazione politica ed economica più profonda”. È questa da sempre la risposta che gli eurofili danno all’ennesi-

Già solo questo potrebbe provocare una spaccatura all’interno della UE, incoraggiando altri Paesi a tornare alle valute nazionali piuttosto che regalare ancora più sovranità. È importante notare che, tuttavia, i problemi dell’Inghilterra derivano dai tentativi di rimettere in ordine la sregolatezza di spesa del suo governo. Le sue “misure di austerità” ha innescato rivolte da parte di studenti inglesi viziati. L’Italia nel frattempo sembra più impegnata nei tentativi dell’opposizione per far dimettere il primo ministro Berlusconi. Per quanto si possa criticare Berlusconi per il suo stile di vita sgargiante, questi rimane il capo di stato europeo con più senso per gli affari, che potrebbe spiegare parzialmente l’intensa animosità nei suoi confronti. Qualsiasi politico che faccia infuriare a tal punto la sinistra internazionale sta sicuramente facendo qualcosa di giusto. Dovremmo ricordare che la durata in carica di Berlu-

Un cinico direbbe che la crisi era stata pianificata da tempo per dare agli europeisti un motivo per esistere mo fallimento del loro tentativo ossessivo di costruire uno stato sovra-europeo. Il Regno Unito non ha mai abbandonato la propria valuta nazionale, e non ci sono dubbi che si opporrebbe strenuamente a qualsiasi trasferimento di potere a Bruxelles.

differenza di quanto pensano a Berlino e a Parigi, sono visti in molte cancellerie come il miglior strumento per garantire la sostenibilità del debito pubblico. Intanto, a 24 ore dall’allarme su banche irlandesi e cajas spagnole, Moody’s ha annunciato che potrebbe decidere «un downgrade di due o tre scalini» del debito lusitano nei prossimi mesi. E poco importa se di solito questa procedura necessita di due o tre mesi per essere formalizzata. Senza contare che, come ha ammesso il vicepresidente e capo-analista, Anthony Thomas, nulla al momento fa pensare a un default di Lisbona. Ambienti vicini al premier Socrates fanno notare che l’agenzia non ha tenuto in considerazione né gli sforzi fatti (invece riconosciuti dalla Ue) per riportare il deficit /Pil nel 2011 al 4,6 per cento né la curva positiva delle esportazioni. Invece, come dichiarato da Thomas, ha espresso timori «sulla capacità economica di resistere al processo di consolidamento di bilancio, così come a quello di riduzione del debito dei bilanci del settore privato». Per non parlare della «debole crescita economica, dovuta soprattutto all’anemia della domanda in-

terna, e sottoposta anche al rischio di pressioni deflattive». Soprattutto non piace la postilla dell’agenzia: il downgrade potrebbe rientrare se il governo chiederà come già fatto da Grecia e Irlanda un maxiprestito a Bruxelles per evitare il fallimento.

Nel futuro prossimo il Paese va sicuramente verso un abbassamento del rating (da A1 a verso A--) e forse verso un default pilotato. Il presente però è segnato da una maggiore pressione sui titoli di Stato: ieri il bond decennale portoghese è stato venduto da Jp Morgan a 90,04, corrisponden-

te a un rendimento annuo del 6,21 per cento, mentre viene acquistato a un prezzo di 86,09, corrispondente a un rendimento del 6,83 per cento. Un differenziale di 4 ben punti, che dimostra quanto il mercato stia diventando il liquido.

L’interesse della speculazione sul Portogallo fa temere anche la Spagna. Ieri il ministro dell’Economia, Elena Salgano, ha annunciato che il Paese «non avrà problemi a finanziare il suo indebitamento nel 2011». Notizia che, unita al dimezzamento del deficit, ormai al 3,68 per cento del Pil, dovrebbe tranquillizzare i mercati come il via libera europeo al rifinanziamento delle irlandesi Anglo Irish, Allied Irish e Inbs. Invece la tensione resta alta. Come ricordava ieri Cesare Geronzi, «a livello europeo occorre maggiore slancio. Le innovazioni che si introducono, come il meccanismo di stabilità, appaiono ultramediate, diluite nel tempo, slegate da una visione globale, indeterminate nelle cifre, mentre ci si oppone ad altre innovazioni che, pur da mettere a punto, rappresenterebbero un passo avanti come gli eurobond e l’Agenzia europea del debito».

sconi è stata determinante per la politica italiana del secondo dopoguerra e che gettarlo sotto un tram senza un sostituto ampiamente accettato quasi certamente comporterebbe il ritorno di un’instabilità di governo, pur mantenendo il critico problema di crescita economica aperta e sostenuta in Italia. I banchieri statunitensi e i funzionari di governo sostengono che non dobbiamo permettere che nessun paese dell’UE non rispetti i propri obblighi a causa dell’interconnessione dei mercati finanziari internazionali. Ma è proprio contro questa mentalità del “troppo grande per fallire”, che comprende il “rischio morale” della cancellazione della pena per rischio, che gli economisti ci avvertono da tempo. Se a nessuno è permesso di fallire, possiamo stare certi che sia gli affari che gli stati saranno meno attenti e responsabili nelle loro decisioni. Inoltre, nemmeno il tentativo da parte dell’UE di emendare i suoi trattati basilari per creare un meccanismo di stabilizzazione permanente per affrontare le crisi di debito è una risposta concreta. Al contrario, un servizio permanente di salvataggio è una profezia che si auto realizza, la cui unica garanzia virtuale è che verrà usato ripetutamente. L’inadempienza su una maggiore obbligazione di debito sovrano dell’UE può in realtà essere solo un pretesto per svegliare il resto dell’Europa affinché rimetta ordine in casa. Non sarebbe una cattiva lezione nemmeno per Washington.


mondo

pagina 10 • 22 dicembre 2010

Si chiude per Singh un tour de force diplomatico che in sei mesi ha visto passare per la capitale i capi di governo di Gran Bretagna, Usa, Francia e Cina

Tutti pazzi per Delhi L’ultimo è Medvedev, ma non c’è leader che non stringa accordi con l’India. Puntando a darle un seggio all’Onu di Antonio Picasso a visita che il presidente russo, Dimitri Medvedev, sta compiendo in questi giorni a New Delhi offre l’occasione per riflettere sull’India in termini di geopolitica e di grandi scenari. È chiaro a tutti che i viaggi dei leader statunitense, britannico, francese e cinese, effettuati quest’anno, in pratica uno di seguito all’altro, hanno permesso al subcontinente indiano di aumentare la propria visibilità a livello internazionale. Il resto del mondo desidera investire in India, in tutti i suoi settori di crescita industriale. Si tratta di un mercato con straordinarie potenzialità e dimensioni.Tuttavia, Obama, Sarkozy, Cameron e oggi anche Medvedev sono consapevoli che al premier indiano, Manmohan Singh, non bastano solo i contratti commerciali stipulati. Per quanto si tratti di volumi di affari che l’India non si è mai sognata di ottenere. L’obiettivo del governo di Delhi è quello di spianare definitivamente la strada per ottenere un seggio permanente presso il Consiglio di Sicurezza dell’Onu. È evidente che Singh stia lavorando non più sul “se”, ma sul “quando”. Dando per scontato che il progetto vada in porto, non è detto che riesca nell’arco di questa legislatura, iniziata lo scorso anno e con scadenza nel 2014. Plausibile, a questo punto, che sia il successore dell’attuale premier - forse

L

il giovane Raul Gandhi - a vederlo concretizzato. Dal primo gennaio 2011, un ambasciatore indiano siederà in quel consesso come membro temporaneo. Si tratterà di una prova generale. Un anno di tale consesso offre l’opportunità di consolidare le alleanze e soprattutto di dimostrare le proprie doti in qualità di superpotenza. Gli ostacoli di un’India formalmente iscritta al gotha della diplomazia mondiale, però, sono di due tipi. Uno è giuridico. E qui si rimanda alla dottrina in merito alle modalità di riforma del Consiglio di Sicurezza. L’altro di carattere squisitamente

I due Paesi hanno siglato ieri undici accordi, specie nel settore militare, in quello dell’intelligence e della cooperazione nucleare politico. I Paesi che non vogliono un’India così potente, sono quelli che la temono. «L’India è grande per troppi aspetti», sembrano dire Brasile, Germania e Giappone, bramosi anch’essi del Consiglio di sicurezza. Fra i tre, però, l’unico che può mostrare muscoli tanto forti da poter rivaleggiare con-

tro Delhi è il primo. Il Paese carioca è una democrazia, con oltre 200 milioni di abitanti e un’economia in crescita accelerata. Peraltro il Brasile è per estensione il quinto Paese al mondo. Due posizioni prima dell’India. Tutti elementi con i quali Berlino e Tokyo non si possono confrontare. Del resto, neanche il governo di San Paolo dispone di una forza strategica e convenzionale com’è invece quella militare indiana.

La situazione, quindi, sarebbe agevolmente in vantaggio per l’India se non ci fosse la Cina a fare da ostacolo. Nota è infatti l’avversione di quest’ultima per il suo grande rivale sul continente asiatico. Un’avversione in parte dettata da una sorta di invidia. Delhi, a differenza di Pechino, sta colmando il suo gap economico senza aver messo in discussione la propria struttura democratica. La Cina, al contrario, si è arricchita in termini di Pil, ma politicamente è rimasta indietro. Pechino e Delhi, inoltre sono in concorrenza nei comparti geopolitico e militare. Ognuna ambisce a coprire un’area di influenza sempre più ampia sia nel quadrante asiatico, sia in Medioriente sia in Africa. Sono entrambe due potenze nucleari. E in questo, va riconosciuto, il primato spetta a Pechino. Del resto, proprio perché in competizione, i due governi

Dmitri Medvedev assieme a Manmohan Singh, premier indiano. I due si erano già incontrati lo scorso anno al Cremlino, ma solo adesso il presidente russo si è dichiarato a favore dell’ingresso indiano nel Consiglio di Sicurezza. Proposta sostenuta ai primi di novembre anche da Barack Obama non disdegnano di stipulare accordi commerciali di grandi dimensioni. Tant’è che la scorsa settimana anche il premier cinese, Wen Jiabao, si è recato alla corte di Singh. Nel loro incontro, è assai probabile che si sia discusso anche di quel possibile seggio al Palazzo di vetro. E se la Cina avesse molato la spugna circa l’impedimento totale a questa eventualità e, al contrario, il suo ostruzionismo fosse dettato solo dal procrastinarla nel tempo? Il governo cinese sa che alcune evoluzioni storiche non si possono arrestare. Sarebbe meglio, a questo punto, mettersi in linea con la correte. Questo è il caso della Russia. Medvedev è arrivato a Delhi con un centinaio di im-

prenditori suoi connazionali e un bagaglio di contratti da firmare. Il viaggio si è concentrato soprattutto sugli scambi di natura militare. I rapporti commerciali di tipo civile, infatti, sono ormai consolidati.

Il saldo russo-indiano quest’anno di chiuderà con 10 miliardi di dollari in attivo. E si pensa che nei prossimi cinque anni lo stesso possa raddoppiare. Mosca però è allettata dal fatto che l’India, in questo momento, è il maggior acquirente di armamenti e materiale bellico a livello internazionale. I primi accordi di settore risalgono ancora alla guerra fredda. Più recentemente, solo a ottobre infatti, New Delhi ha commissio-


mondo

22 dicembre 2010 • pagina 11

Dal G4 al Coffee club: ecco chi lavora per e contro la riforma

Aggiungere un posto “a tavola” non è facile

Anche Berlino, Brasilia e Tokyo mirano al Consiglio di Sicurezza (e fanno lobby da quasi trent’anni) di Luisa Arezzo ono anni che l’India spinge per ottenere un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza. Non è il solo paese, per carità: Germania, Giappone e Brasile, tanto per fare qualche nome, premono con la stessa veemenza. Ma le sue chance non sono mai state buone come adesso. Soprattutto perché dal prossimo gennaio sarà uno dei membri non permanenti (assieme ai tedeschi e i nipponici) e potrà quindi fare lobby dall’interno.Tra il dire e il fare, però, c’è ne vuole. E non è detto che l’appoggio di Obama e Medvedev riesca a mettere all’angolo il risoluto diniego della Cina e i mal di pancia di molti altri. Oltretutto, la volontà da sola non basta. C’è bisogno di una riforma e tutti sappiamo cosa significhi pensare di ”modernizzare” quel carrozzone che di fatto è ormai l’Onu. Tanto per cominciare, l’unica riforma strutturale che ha investito il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel corso dei suoi sessantacinque anni di attività risale al 1963. In quell’occasione, sull’ondata della decolonizzazione e dell’adesione all’organizzazione di un numero crescente di nuovi stati indipendenti, le potenze del bipolarismo e i rispettivi alleati si accordarono per un aumento dei seggi non permanenti (da sei a dieci) in grado di assicurare una maggiore rappresentatività all’organo senza intaccare le prerogative dei cinque membri permanenti (fra cui il diritto di veto). Anche la composizione di quest’ultimo ristretto club (Cina, Francia, Gran Bretagna, Russia e Stati Uniti) ha subito nel corso degli anni due uniche e significative alterazioni. Modifiche però inevitabili, la cui ratio, più che a un preciso progetto di riforma, rispondeva alla necessità di aggiornamento di fronte a mutamenti storici di portata epocale: la sostituzione della Repubblica Popolare Cinese quale rappresentante della Cina presso l’Onu al posto di Taiwan (Repubblica di Cina) nel 1971 e nel 1991 la successione della Federazione Russa nel seggio che fu della disciolta Unione Sovietica. Sotto il profilo tecnico, una eventuale alterazione strutturale del Consiglio richiederebbe un cambiamento dell’articolo 23 della Carta delle Nazioni Unite, un atto istitutivo rigido e riformabile solo per mezzo di una duplice procedura. In altri termini l’ingresso di nuovi Paesi come membri permanenti o anche solo un nuovo aumento nel numero dei componenti del Consiglio presuppone un improbabile e pressoché unanime consenso della comunità internazionale. Detto questo, diversi importanti attori internazionali sottolineano da anni una profonda incompatibilità tra l’attuale composizione del Consiglio di Sicurezza e l’odierno equilibrio del potere mondiale. Paesi come la Germania e il Giappone, sebbene contribuiscano a circa un quinto del budget biennale dell’intera organizzazione (16,6%

S

nato l’acquisizione di 250 stealth di quinta generazione, fabbricati proprio dall’industria aeronautica russa. «La cooperazione militare fra i nostri due governi è di lunga data», aveva detto il ministro della Difesa russo, Anatoly Serdyukov, in occasione della firma dell’accordo. Naturale quindi che Medvedev abbia trovato una porta letteralmente spalancata a Delhi. Il suo incontro con Singh si è concentrato sull’installazione di 16 reattori nucleari di ultima generazione, da realizzare entro il 2017. L’accordo è determinante anche perché lascia intendere che la Russia sarebbe la più favorevole ad accogliere l’India al Palazzo di vetro. Anch’essa in funzione anti-cinese, oltre che per ingerire in una regione dov’è forte la presenza di Washington. Il Cremlino, infine, da sempre desidera incrementare la sua presenza nell’Oceano indiano, impedita da ostacoli geografici, ma anche dall’influenza che, guarda caso, Cina e Stati Uniti hanno saputo definire in questa parte di Asia. Un’alleanza strategica e a 360 gradi con New Delhi, in questo caso, risulta essenziale per Medvedev. Tutto questo per sottolineare quanto sarebbe fondamentale l’ingresso dell’India nel Consiglio di Sicurezza in qualità di membro permanente. Attualmente la composizione del collegio esecutivo dell’Onu appare anacronistica, in termini di attualità politica, e squilibrato da

un punto di vista geografico. Dopo 65 anni dalla fine della seconda guerra mondiale e altri 21 da quella della guerra fredda, il Consiglio di sicurezza sembra appena uscito dalle conferenze di Yalta e Potsdam. Per questo India, Brasile, Germania e Giappone - forse anche l’Unione europea come unico soggetto - ne chiedono insistentemente una riforma.

Con l’India verrebbe riconosciuto un peso geopolitico a quel mondo, un tempo chiamato “terzo”, oggi “in via di sviluppo”, che ha sempre denunciato il Consiglio di Sicurezza come il prodotto di un accordo sottobanco fra le grandi potenze, a spese dei Paesi più arretrati. Delhi andrebbe a rappresentare quelle macroaree che si sono viste sempre al margine della politica internazionale. Data la sua identità di subcontinente coabitato da religioni, etnie e culture così differenti fra loro, sarebbe la voce di questo melting pot. Tenuto conto del suo passato di Paese non allineato, potrebbe fare da garante per i governi di Africa e Asia che non si sentono di affiancarsi né alla Cina né all’Occidente. Oppure, e questa è l’opzione più realistica e probabile, Delhi potrebbe dettare una linea di politica estera del tutto estranea a queste speranze e, adeguandosi alle dinamiche del Palazzo di Vetro, svolgere il ruolo di superpotenza. In esplicita competizione con gli altri attori divenuti suoi parigrado.

Tokyo, 8,5% Berlino) e godano di una rinomata influenza politico-economica in tutto il pianeta, non dispongono di un seggio permanente. Allo stesso modo due tra le ormai affermate potenze emergenti del Ventunesimo secolo, l’India e il Brasile, ne sono escluse. L’inadeguatezza di un Consiglio di Sicurezza che nel 2010 appare ancora simile al direttorio delle potenze vincitrici di un conflitto terminato 65 anni fa è da tempo il principale e più convincente argomento per quegli attori internazionali che, come l’India appunto, ne richiedono una riforma.

Peraltro, su spinta tedesca, negli anni Ottanta l’India è confluita in un asse diplomatico con Brasile, Giappone e Germania per favorire l’allargamento dei seggi permanenti e con diritto di veto del Consiglio ad un sostanzioso gruppo di nuovi paesi che comprenda, oltre ai quattro aderenti all’informale alleanza, almeno una nazione dell’area africana. Le speranze rischiano però di rimanere disattese sebbene ben tre membri del cosiddetto G-4 (Brasile, India e appunto Germania) siederanno nel 2011 tra le file del Consiglio. Le rivendicazioni del gruppo de-

L’ingresso di nuovi Stati come membri permanenti presuppone un unanime (ma difficile) consenso dell’intera comunità internazionale

vono infatti fronteggiare sia l’opposizione delle medio-grandi potenze che rimarrebbero escluse dall’allargamento, sia il veto di quei membri permanenti che temono di veder diluita la loro autorità in seno all’istituzione (nel caso dell’India, soprattutto la Cina). Ancor più esplicitamente contrari alla proposta tedesca sono poi l’Italia, la Spagna e i Paesi Bassi, idealmente riuniti dagli anni ’90 nel cosiddetto Uniting for consensus. Naturale controaltare alle rivendicazioni del G-4, il gruppo, soprannominato dalla stampa coffee club, riunisce vari paesi: oltre a quelli europei appena detti, anche Pakistan, Argentina, Messico, Turchia, Canada e Corea del Sud. Paesi geograficamente o culturalmente prossimi ai quattro più accreditati candidati del G-4, il cui prestigio e la cui influenza geostrategica rischiano di essere intaccati da una riforma che sancirebbe ufficiosamente la promozione dei rispettivi rivali allo status di potenze regionali/mondiali.


quadrante

pagina 12 • 22 dicembre 2010

Montenegro, lascia Milo Djukanovic

Iraq: un governo dopo nove mesi

BELGRADO. Dopo un potere personale durato oltre venti anni, Milo Djukanovic si è dimesso dalla carica di premier del Montenegro. «Si sono create le condizioni per le mie dimissioni», ha dichiarato il capo di governo, che resterà comunque alla guida del partito democratico dei socialisti. Per la successione è già stato indicato l’attuale ministro delle Finanze, Igor Luksic. Le dimissioni di Djukanovic - leader politico longevo che ha portato il Montenegro all’indipendenza dalla Serbia nel 2006 -, arrivano pochi giorno dopo il conferimento dello status di candidato all’adesione nell’Unione europea. Secondo l’opposizione Bruxelles avrebbe chiesto un passo indietro a Djukanovic in cambio dell’integrazione.

BAGDAD. Continuità e volti noti nei posti-chiave per la squadra di 42 elementi del nuovo governo iracheno guidato da Nouri alMaliki, sciita, uomo cardine della resistenza al regime baathista di Saddam Hussein, primo ministro uscente ma anche abile tessitore di rapporti con l’Iran. Tra le novità più importanti, la promozione dell’ex ministro del Petrolio, Hussein Shahristani (scienziato nucleare), a vice primo ministro con delega all’energia. Al suo posto arriva l’indipendente Abdul Kareem Luaibi, già suo vice. Il curdo Hoshiyar Zebari mantiene la guida degli Esteri, mentre il sunnita Rafie al-Esawi, ex vicepremier, ottiene il dicastero delle Finanze su input del blocco Iraqiya di Iyad Allawi.

Bielorussia pronta a chiudere i partiti MINSK. Il ministro della giustizia della Bielorussia, Viktor Golovanov, ha minacciato di fare interdire i partiti di opposizione che avrebbero partecipato ai «tumulti» seguiti all’elezione presidenziale di domenica, vinta con l’80% di suffragi dal presidente Aleksandr Lukashenko e tacciata di essere stata piena di brogli dalla comunità internazionale. «Solleveremo la questione di liquidare alcuni partiti e movimenti i cui supremi organi di potere hanno preso la decisione di partecipare ad azioni non autorizzate» ha affermato Golovanov, che nella notte fra domenica e lunedì ha avallato oltre 600 arresti, fra cui i candidati alternativi a Lukashenko. Due sono stati rilasciati ieri.

Non si placano gli scontri tra i sostenitori del presidente uscente Gbagbo e quelli pro-Ouattara. Centinaia di rapiti, decine di morti

Costa d’Avorio sul baratro

Dopo le sanzioni della Ue pronte quelle dell’Onu. Esodo verso la Liberia di Martha Nunziata ra prevedibile, quasi fin troppo ovvio, e sta accadendo. In fretta. Seimila ivoriani, soprattutto donne e bambini, sono fuggiti verso la Liberia e la Guinea, e l’Alto Commissariato per i Rifugitai dell’Onu si appresta ad accogliere altri trentamila profughi. Chi resta, invece, si sottopone a file di chilometri per i distributori di benzina, una costante da giorni nelle più grandi città della Costa D’Avorio, anche se la società petrolifera nazionale “Petroli”ha assicurato la disponibilità delle riserve di carburante. Il panico nella popolazione si è ormai diffuso: i supermercati sono presi d’assalto, alla ricerca di grandi scorte di acqua, cibo, medicinali e generi di prima necessità. Segnali, questi, di ulteriore destabilizzazione del paese. Al pari di un altro fattore preoccupante, quella della distribuzione delle ricchezze, concentrate tutte nel sud del paese, così come le materie prime, con un apprezzamento in rialzo delle quote del cacao che continuano a raggiungere livelli da record. Le strade delle città sembrano tranquille, salvo diventare, all’improvviso, teatro di guerriglie urbane. Ormai è solo questione di tempo, probabilmente di ore, e la guerra civile tornerà ad insanguinare le strade di Abidjan, riportando l’orologio ivoriano indietro nel tempo, a quegli anni che si pensava non fossero destinati a tornare. E invece, le elezioni presidenziali dello scorso 28 novembre, quelle che avrebbero dovuto segnare la svolta definitiva verso la democrazia, hanno di fatto innescato una escalation di violenza, che ha già provocato, negli ultimi giorni, almeno cinquanta morti e oltre duecento feriti.

Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha esortato tutte le parti in Costa d’Avorio a riconoscere il leader dell’opposizion e Alassane Ouattara come presidente e ha prorogato di sei mesi il mandato della forza di pace nel Paese, di cui il presidente uscente Laurent Gbagbo aveva chiesto invece il ritiro

E

In questo momento, la Costa d’Avorio ha due presidenti della Repubblica, uno eletto regolarmente, Alassane Ouattara, e riconosciuto dalla comunità internazionale, l’altro, Laurent Gbagbo, autoproclamatosi primo cittadino dopo aver impugnato, e fatto annullare, i risultati delle stesse elezioni, grazie ad una deci-

sione del Consiglio Costituzionale, anch’esso sotto il suo controllo, che ha ipotizzato brogli nel nord del paese, quello controllato da Ouattara. Il quale, a sua volta, dopo aver incassato anche la solidarietà dell’Onu, degli Stati Uniti e della “grande madre” Francia, è stato costretto a barricarsi in un albergo, l’Hotel Du Golf, circondato dai suoi pretoriani e protetto dai caschi blu della missione Onuci, presenti sul territorio con uno schieramento di oltre ottomila elementi, dei quali ottocento francesi, già dal 2004. Quasi tutti i giornalisti stranieri sono stati costretti ad abbandonare il paese per problemi di sicurezza, le trasmissioni televisive delle maggiori emittenti europee e nordafricane, normalmente ri-

cevute via satellite, sono state oscurate, e ad alcuni giornali, considerati vicini a Ouattara, viene impedito, ormai da una settimana, di essere presenti in edicola. Le frammentarie notizie sulla situazione nel paese, perciò, arrivano attraverso le poche testimonianze dell’Unoci, o dai reporter locali che affidano i loro resoconti al web. «In questo momento la situazione ad Abidjan - dice Eric Declemy, redattore di M6, un forum di informazione della capitale - è relativamente tranquilla, ma è una calma precaria. Le persone che abitano nei quartieri popolari fedeli a Ouattara sono costretti a rimanere chiuse in casa, per evitare la repressione degli uomini di Gbagbo, che può essere molto violenta. Noi stessi – continua - abbiamo subito

controlli da parte dei militari, che hanno ispezionato i nostri filmati, e all’indirizzo di alcuni nostri colleghi, che avevano manifestato la loro solidarietà a Ouattara, sono stati esplosi colpi di kalashnikov, per fortuna senza conseguenze».

La televisione nazionale, la Rti, è sotto il controllo diretto di Laurent Gbagbo, e un tentativo di occupazione, che voleva essere pacifico, è stato represso nel sangue, domenica scorsa. Migliaia di sostenitori di Ouattara avevano risposto all’appello del presidente, che avrebbe voluto la sostituzione del direttore dell’emittente con un giornalista moderato ed imparziale, riversandosi in strada già dalle prime ore del mattino. La reazione dei miliziani fedeli a Gbagbo, schierati


22 dicembre 2010 • pagina 13

e di cronach

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato

Ungheria, approvata legge bavaglio sulla stampa. Prima volta in Europa

Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri

BUDAPEST. Con i voti della coalizione di governo conservatrice, il Parlamento ungherese ha approvato con una maggioranza dei due terzi l’ultimo tassello della cosiddetta “legge bavaglio”, una riforma dei media che consente all’esecutivo di Viktor Orban (Fidesz) ampio controllo su tutti gli organi di informazione: radio, televisione, giornali, e anche internet. In base alla legge, l’Autorità nazionale delle telecomunicazioni, nominata unicamente dal partito di maggioranza del premier, potrà sanzionare con multe salate tutti i media in casi di non meglio precisate “violazioni dell’interesse pubblic”. La controversa legge prevede inoltre la soppressione delle redazioni di news alla tv e alla radio, che confluirebbero in un unico centro di notizie presso l’agenzia di stampa nazionale, Mti, volto ad assicurare una confezione uniforme delle notizie per tutti i media pubblici. I giornalisti investigativi saranno inoltre tenuti a

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Errico Novi (vicedirettori) Vincenzo Faccioli Pintozzi (caporedattore) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica)

rilevare le loro fonti e i telegiornali dovranno rispettare un tetto del 20% per notizie di cronaca nera e il 40% della musica mandata in onda dovrà essere di provenienza ungherese. Gli organi liberali e di sinistra temono che le multe previste per i trasgressori possano soffocare le testate economicamente deboli. Il capo dell’Autorità, nominato dal premier Orban con un mandato di nove anni, avrà facoltà di emanare decreti. Coro di critiche dalla Ue.

Da sinistra, il presidente eletto Alassane Ouattara, un militare fedele a Gbagbo (a destra), presidente uscente

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Giancristiano Desiderio, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria) Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino Anselma Dell’Olio, Alex Di Gregorio Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Roberto Genovesi, Aldo G. Ricci, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Franco Ricordi, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Katrin Schirner, Emilio Spedicato, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Amministratore Unico Ferdinando Adornato

intorno al palazzo della televisione, è stata brutale: gli agenti hanno sparato sui manifestanti, dopo aver fatto uso di idranti e lacrimogeni nel tentativo di disperderli e il bilancio della manifestazione è diventato tragico, con trenta morti e almeno un centinaio di feriti. Gli scontri, poi, si sono moltiplicati in diverse zone della città. Secondo quanto riportato dall’edizione on line del quotidiano Le patriote, nel quartiere di Abobo, un sobborgo tra i più popolosi di Abidjan, quattro giovani sono stati prima arrestati e poi trucidati dai militari di Gbagbo, dopo un interrogatorio sommario: la loro colpa, avere dei cognomi riconducibili al nord del paese, quello dal quale provengono la maggior parte dei sostenitori di Ouattara. L’elemento etnico è stato sempre un elemento costante nelle lotte politiche per il controllo del paese africano, in cui coesistono diverse etnie, tra le quali una componente di ivoriani originari del Burkina Faso (tra i quali, sembra, anche lo stesso Ouattara), fin dai tempi di Henry Koran Badié, presidente dal 1993 al 1999, anno nel quale fu rovesciato da un colpo di stato. Badié nel corso del suo governo aveva portato avanti una dura repressione nei confronti di tutti coloro che non erano in grado di dimostrare di essere ivoriani “puri”, e a farne le spese fu proprio Ouattara per primo, allora suo avversario politico, estromesso in quella che venne definita la “battaglia per la successione” di Felix HouphouetBoigny, per trentatré anni leader politico e padre spirituale della nazione ivo-

L’opposizione denuncia l’uso di mercenari reclutati in Angola: «Un esercito di morte, terrore e distruzione» riana, indipendente dalla Francia solo nel 1960, e da lui governata fino al 1993, anno della sua morte.

La sfida di Gbagbo, intanto, si è trasferita su un terreno internazionale.Venerdì scorso un tentativo di attacco al quartier generale dell’Onuci è stato respinto con la forza, mentre sabato scorso un commando di giovani sostenitori del dittatore, le “Jeunes Patriotes”, ha attaccato un veicolo dell’Onu in servizio di pattuglia, provocando il ferimento di due componenti della missione. Due episodi che hanno provocato la dura reazione del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban-Ki-moon, il quale, in una nota diffusa lunedì, ha prima sottolineato come «l’intera comunità internazionale, compresa la Comunità economica degli stati

dell’Africa Occidentale e l’Unione Africana sia unita nel ritenere valido il responso delle elezioni presidenziali, riconoscendo Ouattara come unico presidente», sottolineando, poi, che «ogni tentativo di violenza ai danni della missione Onuci sarà considerato un attacco diretto alla comunità internazionale, al quale i responsabili dovranno rispondere in prima persona». Una presa di posizione netta, alla quale ha fatto eco la dichiarazione di Navi Pellay, l’Alto Commissario per i Diritti Umani, che si è detta «molto preoccupata». La missione dell’Onu sarebbe scaduta il 31 dicembre, ma l’evolversi della situazione ha indotto il Consiglio di Sicurezza a deciderne il prolungamento fino al 30 giugno 2011, pur con il rischio di andare allo scontro frontale con lo stesso Gbagbo. Toussaint Alain, uno dei suoi consiglieri più fidati, in una dichiarazione raccolta ieri da France Press, nel sottolineare come il presidente sia «sereno di fronte alle minacce», ha affermato che «l’intromissione dell’Onu in questioni interne è solo il pretesto per un intervento militare» aggiungendo che «minacciare sanzioni nei nostri confronti serve solo ad esacerbare i toni, mettendo in pericolo i nostri rapporti con l’Europa, e con la Francia in particolare, da sempre amichevoli». Alain, poi, ha individuato nei sostenitori di Ouattara i veri nemici: «Gli unici responsabili delle recenti violenze - ha detto - sono le forze dell’opposizione, appoggiate dalla comunità internazionale che le lascia fare». Se questa non è una dichiarazione di guerra, le somiglia parecchio.

Concessionaria di pubblicità e Iniziative speciali OCCIDENTE SPA Presidente: Emilio Bruno Lagrotta Amministratore delegato: Raffaele Izzo Consiglio di amministrazione: Ferdinando Adornato,Vincenzo Inverso, Domenico Kappler, Antonio Manzo Angelo Maria Sanza Amministrazione: Letizia Selli, Maria Pia Franco Ufficio pubblicità: 0669924747 Tipografia: edizioni teletrasmesse New Poligraf Rome s.r.l. Stabilimento via della Mole Saracena 00065 Fiano Romano Agenzia fotografica “LaPresse S.p.a.” Distributore esclusivo per l’Italia Parrini & C - Via di Santa Cornelia, 9 00060 Formello (Rm) - Tel. 06.90778.1 Diffusione Ufficio centrale: Luigi D’Ulizia 06.69920542 • fax 06.69922118 Abbonamenti 06.69924088 • fax 06.69921938 Semestrale 65 euro - Annuale 130 euro Sostenitore 200 euro c/c n° 54226618 intestato a “Edizioni de L’Indipendente srl” Copie arretrate 2,50 euro Registrazione Tribunale di Salerno n. 919 del 9-05-95 - ISSN 1827-8817 La testata beneficia di contributi diretti di cui alla legge n. 250/90 e successive modifiche e integrazioni. Giornale di riferimento dell’Udc

via della Panetteria 10 • 00187 Roma Tel. 0 6 . 6 9 9 2 4 0 8 8 - 0 6 . 6 9 9 0 0 8 3 Fax. 0 6 . 6 9 9 2 1 9 3 8 email: redazione@liberal.it - Web: www.liberal.it Questo numero è stato chiuso in redazione alle ore 19.30


cultura

pagina 14 • 22 dicembre 2010

Esposizioni. Viaggio nei successi, nelle passioni e nei tormenti dell’indiscussa amata di Gabriele D’Annunzio: al Vittoriano fino al prossimo 23 gennaio 2011

La Duse ispiratrice Fotografie, abiti di tournée, lettere d’amore, oggetti e ritratti: Roma celebra la grande musa del teatro italiano (e non solo) di Gabriella Mecucci l giudizio di Charlie Chaplin fu lapidario: «La Duse è la più grande artista che ho mai visto». Entusiasta anche Bernard Shaw: «La sua recitazione è in assoluto la più moderna. Non mi sarei mai immaginato che, a distanza di 48 ore, avrebbe annichilito l’interpretazione di Sarah Bernhart». E Anton Cechov, il più grande drammaturgo russo, disse forse la cosa più lusinghiera: «Ho aspettato, per il primo e secondo atto, di vederla finalmente recitare. Mi sono reso conto, quando stava per finire lo spettacolo, che lei non avrebbe recitato mai. Lei era se stessa sulla scena. Oppure lei e il personaggio erano la stessa cosa». E del resto i critici americani così come quelli francesi e svedesi parlarono della sua capacità di “immedesimarsi”, di diventare il personaggio che portava in scena. Lei stessa più volte avrebbe detto di aver coinciso, una volta salita sul palcoscenico, con «tutte le povere donne che ho interpretato».

I

che di tessuti preziosi), le sue lettere (quella alla figlia e a D’Annunzio, innanzi tutto), i suoi oggetti, i suoi ritratti. E sulla parete in fondo viene proiettato l’unico film della grande attrice: Cenere, tratto da un romanzo di Grazia Deledda.

Chi era questa donna calda, espressiva, affascinante più d’ogni altra, anche se non bellissima? Era tante cose insieme. Prima di tutto era un’interprete che non temeva il confronto con nessuno, né tantomeno con culture diverse dalla sua. La mostra del Vittoriano s’intitola Eleonora

l’amore”, che “raccontava”, introducendo alcune novità nell’opera di Dumas? Alla scena in cui Violetta scopriva la devastazione della malattia guardandosi allo specchio, ad esempio, lei sostituiva la più sobria e meno patetica contemplazione delle proprie mani sciupate. Tanti erano i suoi pezzi forti; dalla Cavalleria rusticana alla Locandiera, alla Moglie di Claudio, ad Antonio e Cleopatra. Poi ci fu la scoperta di Ibsen che adorava. E l’incontro con Gabriele D’Annunzio, un grande amore, ma anche uno straordinario sodalizio artistico. La Duse portava in scena le opere del Vate: da Gioconda a

Duse, viaggio intorno al mondo, proprio perché lei si esibì più all’estero che in Italia, facendo lunghe e importanti tournèe un po’ovunque, dal 1885 al 1924. Portava nei teatri più famosi alcuni spettacoli che non ha mai cessato di rappresentare. Come dimenticare la sua Signora delle camelie, “la martire del-

Francesca da Rimini a La città morta. Il rapporto fra i due fu di straordinaria importanza.

Non c’era luogo, al di qua o al di là dell’Oceano, dove Eleoderata una grandissima attrice nora approdasse, dal quale in tutto il mondo, la più espresnon inviava subito una lettera o un biglietto o un telegramma siva, la più intensa, la più apa «Gabri». Nella mostra del passionata. La sua bravura naVittoriano ce ne sono tantissisceva «dal di dentro», dalla sua mi: messaggi d’amore e di fine anima, ma era supportato da dell’amore, richieste di aiuto, una straordinaria tecnica, affiracconti tristi o allegri nata giorno per giorscritti sulla carta inteno,vivendo in una stostata dei più lussuosi rica famiglia di guitti: alberghi internaziotre generazioni di stunali. La loro storia inidi, di fatiche, di espeLa mostra “Eleonora Duse, viaggio intorno al monziò intorno al 1894 e rienze contribuirono do” è ospitata in una grande stanza del “Vittoriano”. proseguì fra alti e dunque a far nascere È stata aperta il 3 dicembre scorso e chiuderà i batbassi per una decina «il mostro sacro» del tenti il 23 gennaio 2011. È a cura di Maurizio Scad’anni. A lei di cinque teatro italiano. Una “fiparro, Maria Ida Biggi e Alessandro Nicosia. anni più grande di lui glia d’arte” che onorò È stata promossa dal “Teatro italiano nel mondo”, non furono risparl’arte italiana in tutto il dalla “Fondazione Cini”, che ha fornito gran parte miati grandi gesti ma mondo. dei materiali, dalla Cassa di Risparmio di Firenze e anche profonde umiDi lei racconta una dalla Siae, in collaborazione con il Ministero dei Beliazioni. Basti dire che bella mostra da poco ni e le Attività culturali” e con la Regione Lazio. la prima della Città aperta al Vittoriano. In Hanno collaborato: “Cinecittà Luce”, “Rai Teche”, una grande stanza rimorta non toccò a “Hotel Eden”. Il catalogo è a cura di Maria Ida Biggi troviamo le splendide Eleonora, ma alla sua e contiene, oltre ai saggi su argomento specifico, due immagini delle sue più grande rivale: Saprefazioni: quella di Maurizio Scaparro e di Alestournées, i suoi splenrah Bernhart. Sul loro sandro Nicosia. didi abiti (kimono di amore D’Annunzio velluto, mantelli, tuniscrisse un lungo racEleonora Duse è stata consi-

conto, Il fuoco, che molti amici giudicarono poco rispettoso della Duse e che fu bollato come «scandaloso» dal pubblico americano, rendendo difficile l’inizio della tournée dell’attrice. Ciò detto, la relazione fra i due fu di straordinaria importanza: lui scriveva per lei, lei riusciva sempre a mettere in scena al meglio le sue tragedie: non se ne occupava solo come attrice, ma anche come imprenditrice, come promotrice. Lei era forte e sapeva tenergli testa. Quando andò a Parigi, dove dopo un’iniziale difficoltà, venne consacrata, per rispondere allo sgarbo fattole ai tempi della Città morta volle che «Gabri» buttasse giù in una settimana «un’opera di poesia» tutta per lei. Il Vate protestò: «In così poco tempo… È una pazzia». Ma alla fine in quattro e quattr’otto compose l’atto unico della Demente Isabella. Il legame fra i due durò una decina d’anni: Eleonora ne uscì provata, «una bancarotta morale e materiale», ma fu lei a piantare «Gabri». Il loro tanto vagheggiato “teatro nuovo”non fu mai fondato, ma la Duse non ci mise troppo a salpare per altri lidi: partì alla volta di Parigi per conoscere il drammaturgo belga Maeterlink. Quest’ultimo all’inizio ebbe di lei una cattiva impressione: «Quando siamo arrivati era quasi vecchia

La relazione col Vate iniziò intorno al 1894 e proseguì fra alti e bassi per una decina d’anni. A lei non furono risparmiati grandi gesti ma anche profonde umiliazioni

la mostra

(era allora quarantasettenne), ma quando ha cominciato a parlare di teatro si trasformò, sembrava avere 25 anni».

Un capitolo a parte merita la acerrima rivalità con la Bernhart che esplose con fragore a Parigi. Eleonora andò nel regno dell’altra, il teatro della “Renaissance”, e esordì con La Signora delle camelie, un’opera che Sarah considerava “sua”. Le due “provocazioni” la fecero arrabbiare a tal punto che non concesse alla Duse il proprio camerino. Quest’ultima salì in scena piena di angosce e perse nettamente il primo


cultura

22 dicembre 2010 • pagina 15

stessa speranza e ognuno di noi farà il suo dovere. Queste giornate le ho passate in silenzio e sola in casa; un solo libro mi ha aiutata: Mazzini. La sua luce e la sua fede scende in ogni core». Queste parole sono lo specchio del dibattito che si sviluppava in quel momento in Italia: Eleonora era molto vicina ad un gruppo di interventisti capeggiati dal caro amico, nonché sodale di imprese teatrali, Arrigo Boito.

Ma la Duse è donna piena di sfaccettature, accanto all’artista, abbiamo visto l’innamorata capace di rabbia e passione, la patriota ri-

In queste pagine, alcune immagini della grande attrice italiana Eleonora Duse, per oltre dieci anni compagna di Gabriele D’Annunzio (nella foto a fianco). Fino al prossimo 23 gennaio, al Vittoriano di Roma, sarà possibile visitare la grande mostra a lei dedicata “Eleonora Duse, viaggio intorno al mondo” te a Parigi per ammirarla in Casa di bambola. Alla fine dello spettacolo andò da lei e le disse: «Sei stata splendida, io non reciterò più la parte di Nora». Con Sarah e con Suzanne emergono i due lati del carattere di Eleonora: duro e persino rissoso da una parte, generoso ed elegante dall’altra.

scontro con la grande rivale: pubblico e critica infatti furono attenti, ma tiepidi. La Bernhart ne approfittò per impedirle di recitare di nuovo alla “Renaissance”. Eleonora fu costretta ad usare “le Theatre de la Porte Saint-Martin”. Fece la Cavalleria rusticana, l’ultimo atto della Signora delle camelie e il secondo della Moglie di Claudio.

Fu un trionfo. L’indomani i giornali scrissero che rappresentava «la forza e la nobiltà della vera arte». La Bernhart, profondamente irritata, disse che «tutto ciò era disgustoso e sgradevole». L’artista italiana

infatti era «una creatura ipocrita e ignobile». Ma ormai in molti affermavano che Eleonora era più grande di lei. Le due, comunque, non si riappacificheranno mai. Eleonora tanto detestava Sarah per quanto amava la grande interprete di Suzanne Ibsen, Desprès, di parecchi anni più giovane di lei. Nel 1906 si recò appositamen-

Ma la grande attrice era anche «una grande italiana». Una mazziniana convinta che vuole vedere l’Italia unita. Nel centocinquantesimo, la mostra di Palazzo Venezia rende omaggio anche a questo carattere della Duse. Le sue lettere durante il conflitto ’15-’18 sono quelle di un’autentica patriota. Eccone alcuni stralci: «Questa guerra mi dà una lucidità terribile della necessità delle cose…, ma anche la convinzione che, pur deprecando la guerra, l’inazione non serva e spero prevalga in lei un forte spirito patrio… Oggi è il primo

sorgimentale, ma c’è anche la madre: bellissime e tenerissime le lettere a sua figlia Enrichetta, che lei chiama «Pupa Henriette». La piccola era nata nel 1982 dal suo matrimonio col compagno d’arte Tebaldo Marchetti, detto “Checchi”. Un amore breve quello della coppia: finito già nel 1985. Durante la prima tournée all’estero della compagnia, la coppia si separò ed Eleonora entrò in una storia decennale con l’attore Flavio Andò che l’accompagnerà sui palcoscenici di mezzo mondo. Ma non è arbitrario affermare che, nonostante la Duse abbia avuto una vita piena di amori, di passioni, di teneri affetti, di impegni imprenditoriali, il suo legame più forte, più entusiasmante lo ebbe col teatro e con l’arte di recitare. Per questo girò il globo: calcò le scene della Francia e della Russia, del Brasile e dell’Argentina, della Svezia e degli Stati Uniti, della Romania e della Gran

Era anche una mazziniana convinta che voleva vedere l’Italia unita. Nel 150esimo, la mostra di Palazzo Venezia rende omaggio anche a questo carattere giorno di guerra, niente parole inutili, siamo nel mondo, tutti stretti alla

Bretagna.Voleva poi che le «giramondo dell’arte» non fossero solo «brave mestieranti», ma «grandi interpreti».

Per questo creò «la Casa Biblioteca delle Attrici», perché anche le altre - così come pretendeva da sé - non fossero solo capaci di «tenere la scena», e non si fermassero alla «superficialità» di qualche buona nozione tecnica, ma diventassero anche «donne colte». Nonostante la sua carriera fosse all’apice, nonostante amasse il teatro più di ogni altra cosa al mondo, nel 1909 si ritirò dalle scene. Per 14 anni non recitò se si fa eccezione della sua unica e splendida interpretazione cinematografica in Cenere. Nel 1923 però tornò e riprese con le tournée. Nel ’24 andò di nuovo negli States. Un impegno lungo, faticoso che gli fu fatale: morì a Pithsburg nell’aprile del 1924. L’ultima lettera, mentre era già provata dalla malattia ma ancora speranzosa, la scrisse alla figlia: «Pupa Henriette, forse si è abbastanza sofferto per poter dire che spero poter tornare. Non oso ancora dirlo - stanotte dormo qua. Una notte di viaggio è stata fatta. Domani... e tre notti ancora. Il core pieno, ma bisogna tacere. Mamma». Il ritorno della salma di Eleonora in Italia fu una cavalcata trionfale: prima i funerali a New York, poi l’imbarco del feretro sulla “Duilio”, l’arrivo a Napoli ricevuta da migliaia di persone e dalle autorità. Infine la messa solenne a Santa Maria degli Angeli a Roma, dove l’accolse per l’ultimo applauso una grande folla che gremiva la chiesa. Il mito è ormai consacrato e la sua tomba ad Asolo diventerà meta del “pellegrinaggio” di tanti: gente comune e attori famosi. Splendida la foto di Laurence Olivier e Vivien Leigh che depongono un fiore sulla pietra che copre le sue spoglie. Di tanti che l’hanno omaggiata, il racconto più bello è quello del grande José Ortega y Gasset: «Ricordo l’impressione che mi fece Eleonora Duse, una donna alta, consumata, che non era più giovane e mai fu bella, ma dal cui viso traspariva sempre un’anima sensibilissima – sensibilissima e delicata – che sprigionava nei suoi occhi e nelle sue labbra, un movimento di uccello ferito, colpito all’ala, di cui si potrebbe dare un’idea evocando l’immagine di una cicatrice di innumerevoli ferite, causate dal tempo e dai dolori. E quella donna era stupenda. Noi rapaci del tempo uscimmo dal teatro col cuore contratto, e con una specie di fuoco fatuo in esso, che è il fuoco dell’amore adolescente».


ULTIMAPAGINA Si è spento a Milano il commissario tecnico che guidò la leggendaria impresa dell’82

Bearzot, il ct che aveva sognato un altro di Francesco Lo Dico

nzo Bearzot si ruppe il naso tre volte. «Tre fratture, mica una. E due causate dai miei compagni». Tre colpi che gli scolpirono in mezzo agli occhi la metafora gobba dell’ingratitudine. Perché di quelle tre fratture, noi gli procurammo quella più profonda. Noi italiani che lo lapidammo, prima e durante l’epopea di Spagna. E poi salimmo sul suo carro senz’alcuna vergogna. Neppure i liquori del trionfo allentarono la morsa dalla sua fronte arcigna. A dieci anni dalla vittoria, il Vecio non scordava. «Il ricordo della felicità non è più felicità: – chiosò il friulano di ferro – è rabbia. Rabbia per come ci trattarono: prima e durante», sibilò insieme al fumo dalla sua pipa. Le cronache la dipinsero come il caloumet di uno spirito magno. Ma Enzo la usò per affondarci i denti. Per masticare il rancore insieme al tabacco.

E

sempre esatta. Tuttavia, per me, si tratta prima di tutto e soprattutto di un gioco», ricordò a tutti dal confino dorato. Perché con gli eroi dell’82 si riempirono l’immaginario e i palinsesti televisivi, ma di Bearzot, che nell’86 non aveva ancora sessant’anni, si persero le tracce. Suo nocchiero, dal campo alla panchina, era stato un altro friuliano doc, Nereo Rocco. «Ciò, bruto mona, quand’è che ti scominzi a darme una man?», lo apostrofò un giorno che vide il suo mediano infiacchito dagli anni. Ed Enzo non si fece pregare. Dopo quattro anni salva il Prato dal baratro e lo gui-

posto sulla panchina degli azzurri. Bisogna rifare l’Italia orfana del micidiale Gigi Riva. Il Vecio punta forte sui giovani. In difesa lancia il talentuoso Scirea, a centrocampo l’irruente Tardelli, in attacco Bettega e poi Graziani. Ma la vera sopresa furono Cabrini e Paolo Rossi, subito nella mischia per l’avventura mondiale argentina. La truppa di Enzo partì tra i fischi. Ma quando uscì, vittima di rancori arbitrali, l’Italia fu salutata come la squadra migliore del torneo. Era quello il mondiale che avremmo dovuto vincere. Ma la sorte seppe restituirci il maltolto. Perché il segreto di Bearzot non fu soltanto il bel gioco, ma la sua indispensabile premessa: «La mia idea di gruppo non è molto distante da quella di famiglia, allargata, si capisce. Se tu ti senti inserito in un gruppo vero sai di poter contare, in qualsiasi momento, sulla solidarietà degli altri. E di dover esssere pronto a fornire la tua, altrettanto tempestivamente», spiegò anni dopo a riflettori spenti. Nella primavera dell’82, la sua famiglia azzurra raccoglie striminziti pareggi. I vertici rovesciano addosso a Bearzot poco eleganti buffetti, e la stampa finisce con l’affibbiargli la quasi unanime etichetta di scemo del villaggio. Vengono presi di mira anche i suoi uomini, e il veleno del calcioscommesse gronda da ogni parte.

CALCIO

Era un friulano tutto d’un pezzo, Bearzot. Granitico rocciatore in mezzo al campo, i modi spicci ma leali, la giovane promessa del Pro Gorizia era già un leader silenzioso. Qualcuno giurava che avesse già le rughe da allora. E che queste parlassero al suo posto. Che non fosse seguace di Demostene, l’aveva capito Gianni Brera. «Bearzot – scrisse – predica male ma razzola bene». Neanche il maestro di San Zenone, gli risparmiò qualche strale. Ma prima di lanciarlo dalla pagina, si curò di rimbrottarlo faccia a faccia. «Secondo lui fingevo di essere un modernista, di ispirarmi alla scuola olandese ma poi in realtà giocavo rigidamente all’italiana – raccontava il ct – «Un giorno gli misi davanti un po’ di statistiche da cui risultava che nella mia nazionale avevano fatto gol tutti, meno Zoff. Si arrese e mi regalò una pipa. Enzo e Gianni restarono amici per tutta la vita. «Mi mancherai, Gianni, non ho in panchina un uomo del tuo spessore», scrisse il duro Enzo quando Brera morì. Un po’ era morto anche lui, dopo quel mondiale dell’86, la spedizione impossibile dei suoi veterani campioni del mondo. Si arresero alla Francia di Platini, logori e stanchi. E ilVecio fu cacciato nel peggiore dei modi. Viene insignito della carica di direttore delle squadre nazionali, per essere dopo poco brutalmente emarginato. Promosso per essere rimosso. Lavato via come i colori stinti di una bandiera ingombrante, poco incline a sventolare dove volevano i venti di palazzo. «Il calcio pare esser diventato una scienza, anche se non

Neppure l’ebbrezza del trionfo allentò la morsa dalla sua fronte arcigna. «Il ricordo della felicità non è più felicità: è rabbia. Rabbia per come ci trattarono: prima e durante». Il “Vecio” non scordò mai l’ingratitudine di molti da al nono posto. Poi lo chiama Ferruccio Valcareggi. È la svolta. Sotto l’ala di zio Uccio ai mondiali del 70 e del 74, Bearzot indurisce le ossa. E nel 1975, diventa aiutante di campo del ct Fulvio Bernardini. L’incarico viene accolto con sarcasmo: «Bearzot, quello del Prato». È l’anticamera del 1977, quando Enzo prende

Enzo chiude la porta in faccia a tutti, e si inventa il “silenzio stampa”. Paolo Rossi esce da due anni di squalifica, ma il Vecio insiste. Pablito trafigge l’Argentina, affonda il Brasile con una tripletta, liquida i polacchi e spezza i tedeschi di ferro in una finale da leggenda. L’11 luglio del 1982, la Nazionale trionfa contro tutto e tutti. Bearzot è improvvisamente diventato «un galantuomo». Continuò a pensarci per tutta la vita, il Vecio. «Da ragazzo, quando studiavo a Gorizia dai Salesiani, ero terrorizzato dall’idea del peccato e dall’idea della morte. Oggi non ho più paura di nulla, davvero. Un bel passo avanti», confidò a un cronista. Da oggi, il rocciatore friuliano, fuma la sua pipa seduto sulla cima.

2010_12_22  

Oggi a Roma 2000 agenti difenderanno la «zona rossa».«Noi però useremo fiori e ironia»,promettono gli universitari cronached RRiiccccaarrddo...