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he di c a n o r c

So che è un segreto perché

lo sento sussurrare dappertutto William Congreve

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • MERCOLEDÌ 8 DICEMBRE 2010

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Anche Russia e Arabia Saudita tra i difensori delle violazioni dei diritti umani

L’alleanza degliStati-canaglia Nobel per la pace: Pechino convince 18 nazioni a boicottare la cerimonia di Vincenzo Faccioli Pintozzi

L’intervento alla Columbia del dissidente che ritirerà il Premio a Oslo

on per rubare uno slogan a un’Amministrazione americana andata in pensione due anni fa, ma il mondo ospita realmente degli Stati canaglia. Trattasi di Russia, Kazhakstan, Colombia, Tunisia, Arabia Saudita, Pakistan, Serbia, Iraq, Iran,Vietnam, Afghanistan, Venezuela, Filippine, Egitto, Sudan, Ucraina, Cuba e Marocco. A capo della fila, ca va sans dire, c’è la Cina di Hu Jintao. a pagina 10

«Liu è il simbolo della nuova Cina»

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di Yang Jianli razie per avermi dato la possibilità di parlare con voi della nuova Cina. Mi sento onorato di essere qui, sono troppo umile per questo onore. Nel corso degli ultimi anni, i

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miei amici della Visual Artists Guild, del gruppo Pen e di Reporter Senza Frontiere hanno sostenuto senza mai mollare Liu Xiaobo, il suo lavoro e Charta ’08. a pagina 10

Il fondatore del sito sarà ascoltato dal tribunale il 14 dicembre: «Questo è un processo politico, io sono solo un giornalista»

MaAssangenonèunterrorista Arrestato a Londra il capo di Wikileaks. È accusato di reati sessuali: in realtà è ormai trattato come una sorta di bin Laden. Ma divulgare segreti e fare stragi non è proprio la stessa cosa… ALLARMI E ALLARMISMI

FINE DELLA RISERVATEZZA

Non sempre diplomazia fa rima con democrazia

È questo il prezzo che la politica paga a internet

di Osvaldo Baldacci

di Francesco D’Onofrio

inalmente hanno preso Julian Assange. Finalmente per lui. E per noi. La comunità internazionale ha la strana capacità di trasformare in martiri coloro che dovrebbero essere semplicemente messi in un angolo. C’è un po’ quella deformazione statunitense di dover per forza personalizzare le cose, dover indicare il “nemico pubblico numero 1”. Che cambia di volta in volta. Da Castro a Gheddafi, da Noriega a Milosevic, da Khomehini a Saddam, e via così come in un eterno film western. Ora è il turno del pallido rivelatore di segrete ovvietà. La vicenda Wikileaks quasi faceva dimenticare Bin Laden. E al terrorista numero 1 è stato spesso paragonato l’hacker australiano. In tutte le cancellerie occidenatali si è scatenata una gara a chi grida più forte contro di lui. a pagina 2

a tempo immemorabile la diplomazia si è dovuta confrontare con il tema del segreto, ma anche con quello “minore” della riservatezza. Non occorre andare con il pensiero ai tempi veramente lontani, nei quali la diplomazia si avvaleva di messi persino, ahimé, animaleschi quali i piccioni viaggiatori, per valutare il rapporto sempre tormentato tra informazione riservata, quale è quella propria della diplomazia, e informazione generalizzata, quale è quella propria della carta stampata. La vicendaWikileaks va vista anche in termini assoluti di novità per il fatto che da qualche tempo siamo entrati nell’era di Internet, forse non sufficientemente percepita anche nei suoi aspetti dirompenti per quel che concerne complessivamente la comunicazione. a pagina 5

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Incidenti alla prima della «Valchiria»

Caos alla Scala: lacrimogeni contro gli studenti

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seg1,00 ue a (10,00 pagina 9CON EURO

I QUADERNI)

L’ex-ambasciatore alle Nazioni Unite

«No, gli Usa non hanno mai spiato l’Onu» Nella mia carriera diplomatica non ho mai visto arrivare né partire un cablogramma nel quale Washington chiedeva cose simili: ormai in Rete si sta combattendo una guerra

• ANNO XV •

238 •

WWW.LIBERAL.IT

Errico Novi • pagina 6

A trent’anni dalla morte di Lennon

Quando «incontrai» il leader dei Beatles Paola Binetti • pagina 8

John R. Bolton • pagina 4 NUMERO

Anche Lissen e Barenboim protestano contro «i tagli alla cultura». E intanto Albertini scioglie la riserva: «Corro con il Nuovo Polo»

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


l’editoriale

prima pagina

Svelare i segreti delle feluche non è terrorismo

pagina 2 • 8 dicembre 2010

Ma diplomazia non sempre fa rima con democrazia di Osvaldo Baldacci inalmente hanno preso Julian Assange. Finalmente per lui. E per noi. La comunità internazionale ha la strana capacità di trasformare in martiri coloro che dovrebbero essere semplicemente messi in un angolo. C’è un po’quella deformazione statunitense di dover per forza personalizzare le cose, dover indicare il “nemico pubblico numero 1”. Che cambia di volta in volta. Da Castro a Gheddafi, da Noriega a Milosevic, da Khomehini a Saddam, e via così come in un eterno film western. Ora è il turno del pallido rivelatore di segrete ovvietà. La vicenda Wikileaks quasi faceva dimenticare Bin Laden. E al terrorista numero 1 è stato spesso paragonato l’hacker australiano. In tutte le cancellerie occidenatali si è scatenata una gara a chi grida più forte contro di lui. Una massiccia caccia all’uomo intorno a tutto il pianeta (e lui era comodamente in Gran Bretagna, magari a Londra). Ma non scherziamo. Il danno che Assange e i suoi file possono provocare al mondo è gravissimo, e va più in profondità di quanto sembra. Intacca la fiducia tra nazioni, indebolisce la diplomazia costringendo a un futuro più circospetto e con meno scambio di informazioni. Mette alla berlina gli Stati Uniti e i loro amici lasciando indenni se non addirittura rafforzati i Paesi dove la trasparenza è sinonimo di morte certa. Ma non è terrorismo, è solo una visione distorta delle cose.Anzi, a dirla tutta, si potrebbe pensare che non sia neanche troppo distorta (filosoficamente parlando): un attacco alla diplomazia non coincide con un attacco alla democrazia, e ci sono esempi nella storia in cui svelando i segreti delle feluche si sarebbero potuti evitare danni enormi. E poi c’è un mito della trasparenza e del politicamente corretto in nome del quale si pubblica troppo, e non si capisce che ci sono cose che devono rimanere riservate. Perché quella riservatezza tutela la democrazia, non la danneggia.

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Ma vale anche il contrario. Assange e i suoi files stanno creando dei danni alla diplomazia, e di conseguenza indeboliscono le nazioni democratiche, e in qualche modo arrivano a proporre una visione diversa della democrazia, una visione anarchica.Assolutamente inaccettabile e persino pericolosa. Questa sua linea va contrastata, e il modo migliore sarebbe quello di svergognare i suoi atti mostrando quanto abbia un atteggiamento “facile” e preconcettamente antioccidentale, perché certo non vuole o non sa pubblicare i file segreti dei tanti governi tirannici che macchiano il mondo. Anzi, così fa il loro gioco. Ma questo non vuol dire che lui e i suoi siano terroristi. Non attaccano la democrazia con la violenza, non uccidono, non distruggono. Provano a destabilizzare, sì, ma lo fanno con la parola, e soprattutto ci riescono solo nella misura in cui gli si dà importanza. Più importanza del dovuto: in fondo non stanno neanche diffondendo i documenti più segreti, ma solo quelli“riservati”, riservati cioè a un’ampia fascia di persone, contenenti per lo più opinioni personali e legate al momento. E infatti in gran parte dei files si trovano solo cose risapute, ovvie. Certo, è diverso leggerle dalla bocca di un diplomatico americano con date e circostanze. Ma, almeno per ora, nulla di impensato. Le cose serie passano per altre vie, o almeno dovrebbero, e magari da domani lo faranno. E poi teniamo presente che con la storia di Wikileaks imputazioni e attuale arresto non c’entrano. La storia è una ridicola vicenda di due donne svedesi sedotte e abbandonate, rivali e poi alleate, che accusano Assange neanche di stupro, ma di non aver usato il preservativo. Facile che sarà anche prosciolto, wikileaks non si fermerà così né per questo, e il ladro di posta sarà più forte di prima. Non facciamone più di quel che è. Non regaliamogli la patente di Robin Hood antipotere.

il fatto Il fondatore di Wikileaks si consegna in un commissariato di Londra. Negata la cauzione

Julian Assange cade nella rete

L’avvocato: «Il suo sarà un processo politico». Mentre la Svizzera gli rifiuta l’asilo e gli chiude i conti correnti, il mondo intero sembra considerarlo una sorta di bin Laden di Luisa Arezzo

ROMA. Doveva essere una questione di poche ore, e così è stato: da ieri Julian Assange non è più un uomo libero. Il fondatore di WikiLeaks è stato arrestato alle 9.30 (le 10.30 ora italiana) dalla polizia britannica dopo il mandato di cattura per stupro e molestie sessuali spiccato dalle autorità svedesi. Si è consegnato spontaneamente in un commissariato di Londra e nel pomeriggio si è presentato davanti ai magistrati della Corte di Westminster. Un epilogo che era nell’aria dopo le dichiarazioni rilasciate da uno dei suoi avvocati che aveva fatto sapere di stare negoziando assieme a Scotland Yard il luogo e l’ora del colloquio. Da qui la resa dell’uomo, che ora tenterà di opporsi all’estradizione (che comunque ieri i magistrati non hanno concesso, se ne riparla il 14 dicembre, mentre hanno deliberato che il pirata del web resti in carcere e non venga rilasciato su cauzione - che il regista Ken Loach si era offerto di pagare - per il pericolo di fuga), chiedendo assistenza alle autorità consolari australiane in Gran Bretagna e Svezia. Il rischio, hanno detto i suoi legali, è di essere consegnato agli americani. Mentre Mark Stephens, sempre della sua squadra legale, non è andato giù per il sottile è ha detto: «È un processo politico. Ci troviamo nell’esotica posizione di non aver visto ancora nessuna prova». Un uomo accerchiato Assange, non solo dalla polizia. Le poste svizzere ieri hanno chiuso il conto corrente che il 39enne australiano aveva aperto per raccogliere fondi per la sua organizzazione, azzerando così ogni possibilità di poterlo accogliere come rifugiato politico. Così anche il circuito Mastercard che ha bloccato tutti i pagamenti, PayPal che ha bloccato in maniera

permanente l’account utilizzato dal gruppo e Carta Visa Europa, che ha sospeso i pagamenti al sito e così limitato ulteriormente le fonti di credito per WikiLeaks, che intanto continua ad essere attaccato dai pirati informatici con l’obiettivo di spingerlo fuori in tutti i modi dal web. A guidare la battaglia soprattutto gli Stati Uniti, che non solo vedono compromessa tutta la loro attività diplomatica (ieri il premier polacco Donald Tusk ha detto di «aver perso ogni illusione sui buoni rapporti con gli Usa»), ma sono anche stati beffati in quello che fino a pochi giorni fa consideravano un fiore all’occhiello: la difesa del cyber spazio.

Per capirlo, basti considerare che Washington ha creato un Cyber Command presso il Pentagono, guidato dal Generale Keith Alexander e forte di migliaia di uomini. Uomini che stanno alacremente lavorando per scongiurare la minaccia sventolata dallo stesso Assange qualora gli fosse successo qualcosa: mettere in rete, tutte in una volta, migliaia di informazioni raccolte da WikiLeaks (fra cui documenti in grado di mandare gambe all’aria almeno un paio di banche Usa e report “esplosivi” sull’affaire Bp) grazie al fatto che ci sarebbero 100mila persone in possesso dell’archivio cifrato dei cablogrammi pronte metterlo on line. Si tratta di un file con estensione Aes256 che fa riferimento a un algoritmo di cifratura considerato tra i più potenti in circolazione (una sequenza di 78 numeri) e, ironia del caso, consigliato dalla National Security Agency, l’agenzia del dipartimento di stato americano che si occupa di crittografia, per proteggere i ma-


la reazione

La sua autodifesa: «È solo giornalismo» Su “The Australian” spiega: «Abbiamo divulgato notizie che andavano rese pubbliche» di Pierre Chiartano

ROMA. Julian Assange afferma di essere dentro la struttura dei media, di far parte di un meccanismo che garantisce la libertà d’informazione. Perciò nel giorno del suo arresto mette on-line una difesa d’ufficio. Lo fa con una lunga disquisizione che parte dall’esperienza di un suo concittadino l’australiano, il re dell’editoria Rupert Murdoch. Cita una sua frase del 1958: «nella gara tra segretezza e verità, sembra inevitabile, la verità vincerà sempre». Una determinazione che nel giovane Murdoch veniva dall’esperienza del padre, militare nelle disastrosa battaglia di Gallipoli in Turchia, durante il primo conflitto mondiale. L’incompetenza dei generali allora come oggi, sembra voler suggerire Assange, è stata la molla che ha spinto tante persone a voler far emergere la verità. «Quasi un secolo dopo Wikileaks ha pubblicato senza timori fatti che andavano resi pubblici». Quindi descrive le proprie radici di ragazzo cresciuto nel Queensland, una regione dell’Australia che tanto assomiglia, per mentalità e approccio culturale, alle regioni americane che guardano a Washington come a Sodoma e Gomorra. Sospetto radicato verso il potere, forte indipendenza di giudizio e la convinzione che il potere, alla lunga, sia in grado corrompere chiunque, se «non viene controllato con attenzione». «Wikileaks è stato creato sulla base di questi valori», sottolinea Assange che pare volersi metter in una posizione di terzietà rispetto ai danni che le notizie che ha reso pubbliche possono aver provocato. Io sono la cassetta postale, la verità siete voi a imbucarla, sembra voler dire. È l’idea concepita in Australia di utilizzare internet e le nuove tecnologie al servizio di un nuovo modo di raggiungere la verità. «Wikileaks ha fondato un nuovo stile di giornalismo: il giornalismo scientifico. Lavoriamo con gli altri strumenti dei media per portare le notizie alla gente, ma provando anche che sono vere». Per il giovane australiano che ha fatto tremare le cancellerie di mezzo mondo, bruciato centinaia di agenti dell’intelligence e diplomatici, reso più difficile la vita di molti oppositori ai regimi dittatoriali, questo è «giornalismo scientifico». Muoversi lungo il tenue confine tra l’interesse nazionale e la libertà d’informazione, diventa sempre più difficile. Ciò che ha sicuramente fatto Wikistorm è polverizzare un altro confine quello tra la società di un Paese, regolata e protetta da un teriali considerati “top secret”. Da Washington, intanto, il ministro della Giustizia americano, Eric Holder, ha annunciato di aver autorizzato azioni «significative» per l’incriminazione dell’australiano. «Le vite di donne e uomini che lavorano per il popolo americano sono state messe a rischio», ha detto in una conferenza stampa. «Lo stesso popolo americano è stato messo a rischio da azioni che io ritengo arroganti, distorte e assolutamente inutili. Facciamo tutto ciò che possiamo». Alla domanda se si agirà nei confronti di Assange in base all’Espionage Act, Holder ha risposto: «Questo potrebbe giocare un ruolo, ma vi sono altri strumenti e misure». È abbastanza certo, tuttavia, che il “bastone” dell’azione legale intrapresa dal Dipartimento di Stato non darà buoni frutti, soprattutto perché è quasi certo che in un’aula di tribunale la violazione dell’Espionage Act, la legge che criminalizza la divulgazione di documenti confidenziali o segreti, potrebbe entrare in conflitto con il Primo Emendamento della Costituzione statunitense, quello che tutela la libertà di espressione. Ed è abbastanza scontato che in giro per l’Europa qualche paese possa considerare la divulgazione di Assange come un “reato politico”, tale da non permettere l’estradizione. Di certo, però, sono in molti ad essere felici che Assange sia stato messo dietro le sbarre. Oltre all’ovvio Robert Gates, il segretario alla Difesa statunitense, che dall’Afghanistan ha commentato con un laconico «È una buona notizia», a intervenire sulla vicenda è stato il nostro ministro degli Esteri, Franco Frattini: «Era ora, l’accerchiamento internazionale per fortuna ha avuto successo» è stato il suo commento. «Assange ha fatto del male alle relazioni

l’opinione Parla il direttore di Reset, Bosetti

«Ma a volte i segreti servono» ROMA. La caccia all’uomo pare conclusa con l’arresto concordato di Julian Assange, l’uomo che attraverso Wikileaks ha provocato un vero terremoto nella diplomazia mondiale. Abbiamo chiesto a Giancarlo Bosetti, direttore della rivista Reset, come sia possibile coniugare interesse nazionale e libertà di stampa in un periodo che appare quello della comunicazione totale. «I danni sono molto vasti, investono sia il Dipartimento di Stato sia la Casa Bianca, anche se non penso che Wikileaks abbia degli obiettivi predeterminati» spiega Bosetti. «La battaglia per la trasparenza di Assange tende a non guardare in faccia nessuno. Scoperchia verità sgradevoli da ogni punto di vista, ma non agisce come un’entità politica selezionando le informazioni. I danni sono enormi per l’amministrazione americana». Guardare dal buco della serratura della diplomazia internazionale svela gli arcana imperii che prima erano prerogativa del potere. È il materiale per i cosiddetti decisori che è finito nel tritacarne del “dominio pubblico”. «In Italia è stato il primo ministro ad essere stato colpito. È una verità cruda ed amara leggere ciò che pensano i diplomatici Usa in proposito. Non sono verità assolute, perché Berlusconi può dimostrare benissimo di non essere un incapace, ma ciò che colpisce è che quello era il giudizio degli uomini del Dipartimento di Stato». Con l’arresto di Assange siamo di fronte a un mandato internazionale spiccato sulla base di accuse che nominalmente sono di stupro. Ma leggendo gli atti la vicenda appare più sfumata... «Penso che matureranno accuse di natura diversa come quelle per la violazione del segreto di Stato. Un’azione che in determinate condizioni può produrre dei danni. Nella vita interna delle democrazie è implicita la promessa di una trasparenza piena degli atti di governo» ricorda Bosetti, visto che esiste un patto codificato tra Stato e cittadini. «Nelle relazioni internazionali non è così», infatti è un campo che è regolato solo da trattati e non cade sotto norme specifiche di garanzia, dove è spesso l’interesse nazionale a prevalere su altre considerazioni di natura differente. «Le clausole segrete di molti accordi sono inevitabili. Fu così anche dopo la crisi dei missili di Cuba. Il patto firmato tra Kruscev e Kennedy aveva anche clausole segrete»: un segreto di Stato che in quell’occasione permise di evitare un conflitto nucleare. «Ma è difficile non simpatizzare per la battaglia per la trasparenza di Assange, soprattutto dopo un ciclo di iniziative americane, come al guerra in Iraq e la conduzione del conflitto in Afghanistan, che hanno colpito profondamente l’opinione pubblica mondiale: è vero, l’America è la prima democrazia del mondo ma il danno resta». (p.c.)

patto tra Stato e cittadini e l’oceano in tempesta dei rapporti internazionali, dove queste regole e garanzie non esitono, se non subordinate a specifici accordi. Potrebbe trattarsi di un cambiamento epocale. «Le democrazie hanno bisogno di media forti e Wikileaks fa parte di quel mondo» sottolinea Assange. Scopriamo anche altri aspetti del wiki-pensiero. «Non sono contro le guerre», spiega e spesso gli Stati hanno necessità di utilizzare i conflitti, l’importante è «dire la verità alla gente e lasciare che decidano loro se appoggiare o meno una guerra». Poi tocca un punto dolente per chi lo vorrebbe alla sbarra di un tribunale Usa. «Sono stato accusato di tradimento, anche se sono un cittadino australiano e non americano» con conseguente timore per una special rendition anche per lui. La paura di svegliarsi di soprassalto ed essere prelevato da unità delle forze speciali è forte.

Accusa sia il segretario di Stato Hillary Clinton che la premier australiana Gillard di aver preso di mira solo Wikileaks e non gli altri organi di stampa che hanno pubblicato le notizie come il New York Times, il Guardian il Pais o Der Spiegel. Si vuole colpire il «messagero» per evitare rivelazioni imbarazzanti. Accusa il governo di Camberra di fare il coro alla musica di Washington. L’abilità di Assange nel voler apparire come il Robin Hood della verità, rubata ai potenti per donarla ai comuni mortali, non è da sottovalutare. «In quattro anni di attività, il sito ha provocato la caduta di molti governi», ma non si,sarebbe mai accanito sui singoli individui, mentre la attiva condotta dei governi nella gestione dei conflitti avrebbe provocato migliaia di vittime. Poi cita un test a discarico come il segretario alla Difesa, Robert Gates: «ha dichiarato in una lettera al Congresso che nessuna fonte sensibile o procedura riservata è stata messa in pericolo dalle rivelazioni sulla guerra in Afghanistan (...) la Nato a Kabul ha dichiarato alla Cnn che le rivelazioni non hanno richiesto protezioni aggiuntive a singoli individui». E così per il Pentagono e la Difesa australiana, sempre secondo la versione del signor ”spiffera tutto”. E poi la lista della spesa: lo spionaggio dell’Onu; la volontà saudita di attaccare Teheran e quella di Giordania e Bahrein di frenare; la posizione filo-americana di Londra sull’Iraq; l’appartenenza segreta della Svezia alla Nato; i prigionieri di Gitmo usati come merce di scambio. Benvenuti nella nuova era. diplomatiche internazionali e mi auguro che sia interrogato e processato come le leggi stabiliscono».

Il punto è proprio questo qui. Assange non è incriminato (almeno non ancora) per aver pubblicato file riservati. E un motivo ovviamente c’è: i files del Dipartimento di Stato non sono stati penetrati da hacker, bensì trasmessi a Wikileaks da soggetti autorizzati ad accedervi. In questo senso, è vero che, come lo stesso ex-analista militare Daniel Ellsberg ha affermato, i “controinformatori”di Wikileaks sono un pò i nipoti di chi, come lui, aveva illegalmente fatto uscire dal Pentagono, al tempo della Guerra del Vietnam, i “Pentagon Papers”. La vicenda sulla quale è stato spiccato il mandato d’arresto internazionale (il secondo, perché il primo era incompleto) risale al mese di agosto, quando due donne accusarono il patron di Wikileaks di averle aggredite sessualmente, accuse che Assange ha sempre negato. In effetti, a leggere il capo d’accusa svedese (almeno quello reso noto), il dubbio che l’hacker australiano non abbia tutti i torti viene. Quello che è certo è che la popolarità di Assange cresce: secondo il settimanale americano Time il fondatore di WikiLeaks sarebbe in testa alle preferenze quale uomo dell’anno, mentre 200 intellettuali, fra cui l’americano Noam Chomsky, hanno firmato una lettera aperta indirizzata al primo ministro australiano Julian Jilliard, affinché si impegni a tutelare la sicurezza dell’uomo e la sua libertà di comunicare. Che il sito non si bloccherà con l’arresto del suo fondatore è sicuro: «Non ci fermeremo - ha detto Kristinn Hrafnsson, portavoce di WL continuiamo come prima sugli stessi binari».


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l’approfondimento

La campagna di Assange ha creato confusione tra diplomazia e politica: da qui in poi, la credibilità degli Stati è a rischio

Un testimone contro Wikileaks «Nella mia carriera non ho mai visto arrivare né partire un cablogramma nel quale Washington chiedeva di “spiare” le Nazioni Unite». L’ex ambasciatore Usa all’Onu interviene in quella che ormai è divenuta una guerra della Rete di John R. Bolton uragano provocato dalla messa in rete tramite Wikileaks dei dati sensibili della diplomazia Usa (generato, non dimentichiamolo, da un incosciente traditore degli Stati Uniti), si basa su report e cablogrammi. Che, è il caso di sottolinearlo, sono il canale ufficiale attraverso cui si autorizzano decisioni e si delineano le politiche da perseguire nonché lo strumento - sempre ufficiale di comunicazione (e scambio di vedute) fra il governo centrale e il corpo diplomatico americano nel mondo. Insomma, anche nell’era delle e-mail e Twitter, è sempre la vecchia “strada” a farla da padrone. Wikileaks ha compromesso la confidenzialità e l’integrità della comunicazione diplomatica statunitense, causando un danno che si protrarrà per anni negli ambiti più disparati. In tutto il pianeta – uomini di governo, membri dei partiti di opposizione, rivali politici, dittatori, capitani d’azienda e leader politici e religiosi – si stanno chiedendo se

L’

quello che hanno detto nei loro colloqui (privati, bilaterali, non ufficiali o quanto altro) rimanga effettivamente secretato.

Un esempio: quando ero ambasciatore americano alle Nazioni Unite, più volte mi sono trovato di fronte al fatto che un ambasciatore di un altro Paese membro del Consiglio di Sicurezza non fosse particolarmente accomodante con gli States. I suoi subordinati a quel punto trasmettevano alla loro controparte alla missione Usa delle Nazioni Unite a New York (Usun, ovvero United States Mission to the United Nations) che il loro ambasciatore non stava seguendo le disposizioni del suo Paese. Lo sapevano, ovviamente, perché leggevano dei esattamente cablogrammi equiparabili a quelli messi in rete da Wikileaks. A quel punto, noi riportavamo a Washington e alle nostre ambasciate nella capitale in questione esattamente quello che veniva detto dallo staff di Usun, chiedendo esplicitamente di interveni-

re sul governo straniero affinché facesse pressioni sul diplomatico “ribelle”. Tanto per cominciare, potete scommettere che questo tipo di informazioni da oggi in poi verrà usato con il contagocce o, cosa più probabile, sarà destinato all’oblio. Ma andiamo avanti: prendete i leader arabi “beccati” a chiedere agli Stati Uniti di intervenire per distruggere il programma nucleare iraniano. Per gli addetti ai lavori non è una notizia, per molti altri è una sorpresa scoprire che i paesi arabi - esat-

Bisogna punire gli americani coinvolti in questo «tradimento»

tamente alla stregua di Israele non vogliono vedere l’Iran dotarsi dell’atomica. Ma c’è un’immensa differenza fra il tenere questa informazione riservata e confidenziale e leggerla sul New York Times. Ad essere profondamente danneggiato è anche il candore dei report dei diplomatici americani, sia nella forma che nella sostanza. Il tentacolare apparato burocratico del dipartimento di Stato e il suo modo di nascondere la polvere sotto al tappeto, urge di un’immediata riforma. Ma an-

che dopo questo fantastico happy day, sarà difficile che i diplomatici possano riprendere a scambiarsi regolarmente le informazioni come prima. Se gli ambasciatori e lo staff delle ambasciate avranno il timore che i loro report possano essere letti da quelli con cui trattano ogni giorno, semplicemente cesseranno di parlare e terranno per sè le proprie opinioni. Non a caso, già adesso i funzionari dello Stato sono attenti sia nei loro report scritti che nei loro scambi verbali - ad esprimere le proprie opinioni nella forma più banale (e indolore dunque) possibile.

Il confronto verbale è già adesso assolutamente disapprovato ed evitato nei corridoi e l’idea che dei memoranda siano stati inviati al Segretariato generale in disaccordo su qualche linea politica, hanno fatto staccare la spina a tutti i diplomatici. Questo tipo di cultura abbisogna di una drastica riforma e di un sano scambio di opinioni. Wikileaks sta spingendo ogni


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Solo gli Stati Uniti, che hanno inventato la Rete, potevano dar vita a questo ciclone

Ma questo è il prezzo che la politica paga a internet Lo stesso concetto di «riservatezza» delle informazioni diplomatiche è destinato a cambiare radicalmente dopo lo scandalo di questi giorni di Francesco D’Onofrio a tempo immemorabile la diplomazia si è dovuta confrontare certamente con il tema del segreto, ma anche con quello “minore” della riservatezza. Non occorre andare con il pensiero ai tempi veramente lontani, nei quali la diplomazia si avvaleva di messi persino, ahimé, animaleschi quali i piccioni viaggiatori, per valutare il rapporto sempre tormentato tra informazione riservata, quale è quella propria della diplomazia, e informazione generalizzata, quale è quella propria della carta stampata. Anche se in tempi più recenti, è dato di constatare che spesso informazioni che dovrebbero rimanere diplomaticamente riservate, divengono di pubblico dominio attraverso l’azione non sempre autonoma della carta stampata.

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Le vicende alle quali ha dato vita la più recente esplosione nota come Wikileaks, va dunque da un lato collocata nell’ambito di vicende più generali di esposizione al pubblico (prevalentemente attraverso agenti di spionaggio) di notizie originariamente destinate ad essere riservate, e dall’altro va vista in termini anche assoluti di novità per il fatto che da qualche tempo siamo entrati nell’era di Internet, forse non sufficientemente percepita anche nei suoi aspetti dirompenti per quel che concerne complessivamente la comunicazione. Anche se avevamo infatti rilevato la straordinaria novità della campagna elettorale di Obama, proprio perché l’attuale presidente degli Stati Uniti aveva fatto larghissimo uso dei mezzi di comunicazione via Internet, anche per quel che concerne la rilevantissima spesa elettorale presidenziale statunitense, non abbiamo invece, forse, compiutamente valutato il passaggio da antiche forme di populismo elettorale alle più recenti manifestazioni di personalizzazione tendenzialmente totalizzante della vita politica nazionale, nella quale proprio la comunicazione ha avuto e sta avendo rilievo crescente per quel che concerne proprio il rapporto tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa. La vicenda di Wikileaks sta dunque dimostrando la sua straordinaria capacità di inondare l’intero sistema mondiale di comunicazione attraverso lo strumento antico dello spionaggio in un ambito – qual è quello della diplomazia – che ben sapeva e ben sa di dover convivere con lo spionaggio medesimo, ma non anche nelle dimensioni di massa dimostrate da Wikileaks. Non sorprende che questa trasformazione si sia manifestata pertanto in rispetto all’Amministrazione statunitense. Si tratta infatti di un’Amministrazione che ha dimostra-

to di voler combinare attività anche mondiali di spionaggio (quali sono quelle della Cia) con attività certamente potenzialmente mondiali quali sono quelle di Internet. Il ciclone di Wikileaks appare pertanto un ciclone che risulta ad un tempo figlio legittimo del complesso rapporto tra informazione e spionaggio proprio della più grande democrazia del mondo, e allo stesso tempo figlio degenere, che si rivolta contro il padre in una serie

È stato proprio Obama il primo a usare il web per vincere la corsa alla Casa Bianca di punti particolarmente rilevanti per i rapporti internazionali che gli Stati Uniti intrattengono con tutti gli Stati del mondo, anche grazie ad una diffusissima rete di diplomazia nella quale, come è noto, si combinano elementi strettamente politici con elementi fortemente professionali.

Solo gli Stati Uniti, dunque, potevano dar vita a questo straordinario ciclone, perché essi sono allo stesso tempo inventori di Internet e vittime del ciclone Wikileaks. Dal punto di vista della normale riservatezza dei rapporti diplomatici fra la Casa Bianca da un lato e le ambasciate statunitensi diffuse in tutto il mondo dall’altro occorrerà dunque – come sembra che stia già avvenendo – che gli Stati Uniti siano in grado di elaborare nuove regole di segretezza e di riservatezza, se intendono continuare ad avvalersi – come è del tutto prevedibile – delle numerosissime ambasciate statunitensi collocate nelle più diverse parti del mondo. Ed è da questo punto di vista che ciascuno dei Paesi coinvolti nella rivelazione delle notizie confidenziali delle ambasciate statunitensi finisca con l’attribuire ai rapporti con gli Stati Uniti un ruolo preminente nella valutazione delle rivelazioni medesime. Ma si tratta di aver ben presente che si è di fronte ad una vicenda che ha contemporaneamente risvolti internazionali bilaterali e risvolti politici strettamente domestici. Dal punto di vista dei rapporti internazionali bilaterali, occorre aver presente che gli Stati Uniti operano in una logica geopolitica nella quale essi sono i protagonisti, laddove i singoli Stati hanno una propria geopolitica normalmente molto più modesta non solo di quella degli Usa, che è per sua natura mondiale, ma anche di quella delle grandi regioni del mondo quali possono essere considerate da un lato l’Europa e dall’altro alcuni grandi Stati contemporanei, ciascuno dei quali ha o dovrebbe avere una propria geopolitica non necessariamente coincidente con la geopolitica statunitense riferita ad alcune grandi regioni politiche del mondo. Dal punto di vista dei rapporti strettamente domestici, occorre valutare il significato profondo che le opinioni espresse dalle ambasciate straniere possono certamente non coincidere con la posizione politica ufficiale della Casa Bianca, ma si tratta comunque di opinioni destinate a giungere all’attenzione della Casa Bianca in termini di riservatezza propriamente diplomatica.

governo (quello americano incluso) nella direzione esattamente contraria a quella per cui si batte. Costringendolo a prendere la direzione sbagliata. Quella della circospezione e del sospetto. Non solo: mentre le informazioni torneranno indietro ai rispettivi mittenti, si moltiplicherà l’uso di metodi poco sicuri: e-mail e chiamate telefoniche, e le informazioni non sempre saranno notificate alle persone che realmente ne hanno bisogno, e questo provocherà dei danni evidenti. L’effetto forse non sarà effettivamente percepibile nel breve periodo, ma come fenomeno culturale provocherà degli effetti devastanti a lungo termine.

Se e quanto alcuni dei cablogrammi diffusi da Wikileaks siano dei deliberati falsi o semplicemente dei documenti fraintesi, non è ancora chiaro e richiederà un passaggio d’analisi successivo. Come minimo, alcuni di essi non sono quello che sembrano essere. Uno, datato luglio 2009, sembra dare incarico al personale di Usun di spiare le Nazioni Unite per ottenere informazioni biografiche e personali come le password dei computer e i numeri delle carte Mille miglia. Ordini simili sarebbero stati inviati anche alle ambasciate americane oltreoceano. Per quanto mi riguarda, posso senza tema di smentite affermare che in tutta la mia carriera non ho mai visto arrivare né partire un cablogramma del genere. E una lampadina rossa si accende anche constatando che la numerazione sequenziale del cable, pubblicato dal britannico Guardian, sembra non sincronizzata con la data del documento. Non sono in grado di spiegare la provenienza di questo particolare documento, ma ci sono pochi dubbi sul fatto che anche Mutant Zero verrebbe oggi accolto meglio in molti Paesi stranieri di qualsiasi funzionario del dipartimento Usa, che da oggi in poi sarà trattato come uno pronto a copiare file e documenti a tutto spiano. Per quanto stupido possa suonare, questo è il tumore che Wikileaks ha volontariamente ed intenzionalmente provocato. La cura? La cosa più importante è comminare la massima punizione a ogni cittadino americano in qualsiasi modo coinvolto in questo tradimento. E altresì, a chiunque sia più o meno coinvolto nel downloading di questi documenti, e al netto del fatto che possa essere una spia o meno, deve essere impedito di accedere a qualsiasi contratto federale per tutto il tempo che gli resta da vivere. Senza alcuna pietà. Per quanto infine riguarda Wikileaks e chiunque abbia cooperato con malizia a questa impresa, è giunta l’ora di mostrargli le nostre capacità a sostenere una guerra cibernetica.


diario

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Calearo sfoglia la margherita: che farà il 14 dicembre? NOLA. Massimo Calearo non ha ancora deciso che cosa farà martedì prossimo. All’inaugurazione del primo «Pit stop Ferrari» al mondo, dentro il centro commerciale a Nola «Vulcano Buono» di Gianni Punzo, ieri insieme a Luca Cordero di Montezemolo è arrivato anche l’imprenditore eletto deputato con il Pd e poi passato, dal 28 settembre scorso, nel gruppo misto della Camera. Calearo, insomma, è uno di quei deputati che con il suo voto il 14 dicembre potrebbe fare la differenza sulla fiducia. Che cosa farà? Ovvio che i giornalisti abbiano cercato un contatto con lui per porgli la fatidica domanda, eppure Calearo è riuscito a volatilizzarsi: di lui nessuna traccia, e i cronisti non hanno potuto far altro che chiedersi se Calearo era proprio Calearo… sì era proprio lui. Ma è andato via con Montezemolo, senza che nessuno sia riuscito ad incontrarlo. Avrà detto a Montezemolo se voterà la fiducia martedì prossimo?

Minzolini spende troppo. E la Rai decide di indagare

Scarcerato il muratore: con Yara non c’entra

ROMA. La Rai vuole indagare rapidamente sulle «spese eccessive sostenute dal direttore del Tg1 Augusto Minzolini nell’ambito della sua attività professionale in Rai»: lo ha deciso la direzione generale dell’azienda dopo le accese polemiche dei giorni scorsi, secondo quanto trapela da ambienti Rai. Approfondimenti mirati a fare chiarezza - «come dice il presidente Garimberti» - dice una fonte anonima dell’Agi «in maniera cristallina al di là di ogni ragionevole dubbio». L’esito sarà definito «in tempi brevi» e quindi comunicato al Cda Rai, «così come avviene ed è avvenuto in casi analoghi». Infine, la fonte dell’Agi racconta che la direzione generale «nell’ambito del piano di risanamento aziendale ha già da tempo sospeso l’utilizzo delle carte di credito aziendali e non si vede quindi il motivo di tante ripetute sollecitazioni d’urgenza provenienti sempre dagli stessi ambienti».

BERGAMO. A Brembate di Sopra è tutto da rifare: Mohamed Fikri è uscito dal carcere di Bergamo. Il 22enne marocchino, accusato di omicidio e sequestro di Yara Gambirasio, chiederà un risarcimento per ingiusta detenzione. In particolare, è stato riscontrato come fosse sbagliata la traduzione dell’intercettazione telefonica inizialmente intesa come: «Allah mi perdoni, non ho ucciso». In realtà, si trattava di una imprecazione perché l’interlocutore inizialmente non rispondeva al telefono. È stato anche sentito l’uomo a cui era destinata la telefonata il quale ha confermato il racconto del marocchino: gli era debitore di 2 mila euro e per questo Fikri l’aveva cercato. Dei sette consulenti che, in momenti diversi, hanno tradotto la frase di Fikri al telefono, tre sarebbero stati d’accordo nel dire che la frase era autoaccusatoria, altri quattro, invece, hanno invece confermato che nella frase non c’era alcun riferimento alla vicenda di Brembate.

Proteste degli universitari che attaccano la riforma Gelmini e applaudono Napolitano. Barenboim: «La cultura è a rischio»

Milano in piazza per Wagner

Lacrimogeni alla Scala contro gli studenti. Albertini con il Nuovo Polo di Errico Novi

ROMA. Nel Palazzo c’è silenzio. Fuori è tutto un altro clima. Mentre Berlusconi oscilla pigramente tra l’ipotesi del reincarico e il ritorno alle elezioni, a Milano succedono un paio di cose. Primo. Gabriele Albertini annuncia di aver comunicato a Fini, Casini e Rutelli «la decisione: sono disponibile alla candidatura a sindaco di Milano». Svolta che arriva in un giorno importante, per la Capitale del Nord: è Sant’Ambrogio e quindi c’è anche la “prima”alla Scala. Quest’anno è di scena Wagner con Die Valkirie, torna Barenboim che legge un comunicato per esprimere «preoccupazione per i tagli alla cultura». E fuori, davanti all’ingresso del Teatro, c’è chi manifesta la propria ansia in modo decisamente più rumoroso. Sono gli studenti del fronte anti-riforma, assiepati a pochi metri di distanza dal foyer. Iniziano con i cori, applaudono Napolitano, poi si scontrano con le forze dell’ordine. In molti vestono cappelli di Babbo Natale, ma l’avanguardia è munita di più solidi caschi da motociclista. C’è un lancio di oggetti, momenti di tensione che provocheranno il ferimento di tre carabinieri e di un funzionario della questura. Inevitabile la carica degli agenti, che fa arretrare i giovani manifestanti verso Palazzo Marino, sede del Comune e quindi altro luogo simbolo di questo Sant’Ambrogio molto particolare. Ci vogliono parecchi minuti per ripristinare la calma. Di sicuro l’irruzione dei collettivi studenteschi modifica lo spirito dell’altra protesta, quella predisposta da tempo, in vista della “prima”, dai sindacati dello

Giornata di scontri per il Sant’Ambrogio davanti alla Scala: glli studenti che protestavano contro la Gelmini hanno tentato di sfondare i cordoni della polizia in tenuta antisommossa. Barenboim prima della “Valchiria” ha detto: «La cultura è a rischio». Bondi era assente e Lissner ha commentato: «Avrà avuto da fare... »

spettacolo. Lavoratori del settore arrivano con i loro striscioni anche da lontano, con loro non mancano rappresentanze di immigrati, compresi quelli che per un mese hanno protestato sulla torre Carlo Erba in via Imbonati. C’è di tutto, insomma, tanto per chiarire che quella attesa in primavera non sarà una campagna elettorale qualsiasi. Adesso che Albertini ha sciolto la riserva, è ancora più chiaro. Poche ore dopo l’annuncio dato ai microfoni di Cnr media, il sindaco interviene di nuovo per spiegare che ancora non c’è nulla di

ufficiale: «Ho solo dichiarato che in data odierna ho spedito una comunicazione personale a Fini, Casini, e Rutelli contenente la mia decisione in merito alla candidatura, e sono in attesa di riscontro».

Casini e Fini si incontrano a Montecitorio. Il via libera alla sfida del Terzo polo per il capoluogo lombardo è già segnato. Oltretutto tra gli esponenti milanesi di Futuro e libertà interviene subito per commentare con soddisfazione la scelta di Albertini proprio il presidente

del Consiglio comunale, quel Manfredi Palmieri passato da una lunga militanza dellutrianberlusconiana al movimento di Gianfranco Fini: «Potremo riconoscerci nell’ex sindaco: la sua candidatura è la tappa di un percorso già avviato. Albertini ha fatto bene nel suo mandato e potrà rifare altrettanto bene». Il suo tempismo “ambrosiano”, si compiace Palmieri, «è di grande eleganza politica nei confronti di Berlusconi e di tutti i milanesi, anche perché in questo modo non si resta in attesa della fiducia prevista per il

14 dicembre. Anche se quanto accadrà quel giorno influenzerà senz’altro la situazione politica milanese».

Vero, verissimo, In caso di mancata fiducia per Berlusconi, anche gli equilibri in vista delle Amministrative si sarebbero spostati molto più a favore della sfida di Albertini. Letizia Moratti, ricandidata sicura di Pdl e Lega, lo sa bene e forse per questo si limita a un commento sobrio, evasivo: «Oggi è un giorno di festa, poi vedremo».Traspare molta preoccupazione invece tra i fedelissimi del premier, a cominciare dal presidente della Provincia Guido Podestà che si dice «delusissimo» per la decisione di Albertini e lo invita a dimettersi dalla commissione Affari esteri di Strasburgo «dove è stato insediato un anno fa dagli elettori del Pdl». Sta di fatto che la politica corre, lontano da Palazzo Chigi. Non aspetta il 14 dicembre, appunto, come sembra invece destinato a fare Berlusconi. Il presidente del Consiglio incontra ancora Alfano e Letta, affida a Paolo Bonaiuti una smentita del retroscena pubblicato da Repubblica: «Pura fantasia», dice il sottosegretario e portavoce del premier, «in questi giorni rischiamo di sentir raccontare molti altri finti scoop». Certo che del Berlusconi-bis il Cavaliere «si è incuriosito», come ammette qualcuno dei suoi. Vorrebbe capire, anche se non si fida. E qualche battuta sullo scenario descritto da Repubblica – incarico a un altro esponente del Pdl e lui degradato a ministro degli Esteri in modo da non perdere il legittimo impedimento – deve essere sfuggita. D’altronde Adolfo Urso conferma che «se Berlusconi non andrà al Quirinale prima


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Parole, parole... ma alle famiglie chi pensa?

Sterco e striscioni davanti alla casa della Gelmini BERGAMO. Continua la protesta “creativa”degli studenti contro la riforma universitaria firmata da Mariastella Gelmini. La scorsa notte, a Bergamo, davanti all’abitazione della ministro, alcuni studenti hanno appeso uno striscione scaricando anche dello sterco proprio alla base del sontuoso cancello. La firma della goliardata è arrivata poco dopo con un comunicato inviato ad alcuni giornali, che dice: «La città di Bergamo ospita nella sua roccaforte alta il ministro più amato da tutti gli studenti d’Italia. Abbiamo violato questa roccaforte e scaricato davanti a casa Gelmini la ”naturale”reazione alla sua riforma». «Sdegnate proteste per la vile provocazione» sono state espresse dalla maggioranza: la ministro per le Pari Opportunità, Mara Carfagna ha reso pubblico un comunicato nel quale spiega che «ancora una volta chi con coraggio e passione opera per riformare e migliorare il nostro Paese, presenta e approva una riforma al solo scopo di modernizzare l’Italia, viene indicato come un nemico da minacciare e, addirittura, da inseguire fin sotto casa». A Roma, invece, ci sono stati dei tafferugli nel cuore della città tra qualche decina di studenti e le forze di polizia.Tutto è cominciato presso la sede di

Fondazione Roma poiché il Consiglio di amministrazione avrebbe dovuto discutere la partecipazione Fondazione stessa, azionista del gruppo Banca di Roma-Unicredit, nella gestione dell’università La Sapienza. Respinti da lì, gli studenti hanno raggiunto piazza San Silvestro, dove hanno srotolato uno striscione e acceso alcuni fumogeni rossi. Subito dopo sono stati raggiunti da due camionette e da alcuni poliziotti in tenuta antisommossa. I manifestanti hanno incominciato a correre per disperdersi ma alcuni sono stati bloccati. In 12 sono stati portati al commissariato Trevi. Lì, fa sapere la Questura, verranno valutati caso per caso.

del voto per aprire una nuova fase politica, voteremo la sfiducia». Il Cavaliere riflette. Cerca soprattutto di immaginare lo scenario successivo, una prospettiva in cui potrebbe sì ottenere il ritorno alle urne, ma evidentemente non la certezza della vittoria al Senato. E anzi Berlusconi fa i conti con il calcolo attribuito ala Lega (e confermato da fonti di via Bellerio): con una maggioranza zoppa, Bossi non esiterebbe a valutare maggioranze alternative e ovviamente diverse ipotesi per la presidenza del Consiglio, Tremonti in primis.

Sospeso com’è tra un difficilissimo, improbabile mandato a proseguire nel suo incarico e la possibilità del voto anticipato, Berlusconi già dirama gli inviti per la doppia cena con i suoi parlamentari: appuntamento ai senatori per la serata di domenica 12 settembre, ai deputati per il giorno dopo. Scontato l’argomento da proporre ai commensali: ovviamente la richiesta di votare la fiducia in aula ma anche la promessa di ricandidare tutti, proprio tutti, in caso di nuove elezioni. E qui però entrano in gioco i sondaggi. Perché se è certo che i parlamentari uscenti sarebbero rimessi in pista, è vero anche che i dati del Pdl prevedono gravissime perdite soprattutto al Nord. Nelle circoscrizioni in cui si prevede il botto della Lega. Bossi appunto. Dopo una breve fase possibilista, il più aperto dei suoi, Roberto Maroni, ha rilanciato il vecchio aut aut: nessuna nuova maggioranza, o fiducia o elezioni. A scoraggiare le ipotesi evolutive dei padani è soprattutto la mozione comune di Udc e Fli. Iniziativa che chiarisce l’inscindibilità strategica tra le due formazioni, e che implica l’obbligo, per Bossi, di ragionare su una eventuale nuova maggioranza di centrodestra allargata non solo a Fini ma anche a Casini. La prospettiva non piace al Senatùr. Da qui la spinta a ripristinare dunque solo sul vecchio aut aut. Da tempo d’altronde i lumbàrd hanno smesso di esibire in maniera troppo plateale

g i u d i z il e t t e r ep r o t e s t es u g g e r i m e n t i

le loro strategie. Certo, il capogruppo al Senato Federico Bricolo non banca di ribadire l’alternativa secca tra fiducia e urne, ma in generale i leghisti non sono particolarmente loquaci. Non a caso è saltata la convocazione del Parlamento del Nord, messo in preallarme a un mesetto fa per una riunione a Vicenza e poi accantonato «per rispetto alle poplazioni venete colpite dall’alluvione», chiariscono a via Bellerio.

Nel pomeriggio, incontro tra Bersani e Pannella: «Ma non abbiamo discusso della fiducia»

Dall’alto, Gabriele Albertini, Pierluigi Bersani, Matteo Renzi e Pier Ferdinando Casini

Lorenzo Cesa si augura che «Berlusconi rassegni le dimissioni prima del 14 dicembre e consenta la nascita di un nuovo governo, capace di dare risposte al Paese». La posizione dell’Udc resta dunque molto netta. Qualche incognita in meno sembra emergere anche rispetto a quella dei Radicali. Dopo giorni di choc mediatici, Marco Pannella incontra Pier Luigi Bersani. Lo gela con una battuttaccia iniziale («non ci sono dubbi, voteremo la fiducia a Berlusconi») ma poi riporta la discussione su un terreno molto concreto: chiede cioè il sostegno dei democratici alle battaglie care ai Radicali, innanzitutto per quella sull’emergenza carceri. Cerca anche un piano comune su altri temi, dalla giustizia alla politica estera. Nella sostanza, il connubio tra pannelliani e democratici esce rafforzato dal faccia a faccia. Ancor più di quanto non fosse già dopo le dichiarazioni di Rita Bernardini, arrivata a prevedere un’autonoma mozione di sfiducia da parte del suo gruppo. Chi resta invece isolato, nel Pd, è il sindaco di Firenze Matteo Renzi, colpevole di aver discusso della sua città a Arcore con Berlusconi: «Era meglio Palazzo Chigi, esistono sedi istituzionali, sennò si può capire male», è la chiosa puntuta di Bersani nei confronti dell’avversario interno. Unanime solidarietà arriva invece per la Gelmini: davanti alla sua abitazione nel Bergamasco viene scaricato letame. Sono le scorie di un’agitazione diffusa nel Paese e che troppe volte degenera nella demenza. Ma nemmeno il pigro immobilismo della maggioranza può passare, di fronte a questo, per una risposta adeguata.

Il Premier non ha dato un taglio alle tasse ma i media per giorni hanno bombardato sull’inutilità di tagliare l’Irap e altri balzelli, menzionando le necessità dettate da Confindustria. Nessuno ha sottolineato che le necessità delle piccole e medie imprese non sono rappresentative di tutto il bisogno nazionale, perché ci scordiamo troppo spesso che ci sono migliaia di famiglie che non sanno più come fare per sbarcare il lunario, e che spesso si scontrano con una politica delle banche, che non è stata contrastata a dovere neanche dal nostro volenteroso governo. Forse a Natale le cose si placheranno e qualcuno ne approfitterà, perché le tredicesime e il Natale caleranno il manto effimero e apparente delle circostanze, sulla qualità di vita degli italiani. Resta però il fatto che la crisi di primo livello aumenta ogni giorno. Non c’è stata vera attenzione per la situazione delle famiglie: non trascuriamo il fatto che molti divorzi, stando alle statistiche, sono anche dovuti all’impossibilità di gestire economicamente il nucleo familiare. Le tasse sono in valore assoluto il grande problema del nostro Paese, anche dal punto di vista dell’evasione, perché se cresce la povertà cresce anche il malaffare.

Bruno Russo

LA SCUOLA SI REGGE SUI CONTRIBUTI VOLONTARI Il rapporto Censis 2011 rileva come i contributi volontari versati dalle famiglie rappresentino sempre di più un’entrata fondamentale per i bilanci delle singole scuole pubbliche e come sia aumentato il ricorso alle ripetizioni. Questi dati che si innestano su una riforma del sistema scolastico segnato dai tagli decretati dal binomio Tremonti-Gelmini, confermano dello stato di grande sofferenza della scuola pubblica, sia dal punto di vista della gestione che da quello della qualità della didattica.

Maria Squarcione

L’IMMAGINE

Preziose di nome e di fatto «Giù le mani dalle cascate… o mi butto dal canyon!», giurò una donna innamorata delle rapide, per salvarle da una speculazione idroelettrica. Per fortuna, le Gullfoss (“cascate d’oro”) furono lasciate intatte

TV DIGITALE SUI PROBLEMI IN EMILIA INTERVENGA IL GOVERNO A seguito del passaggio dalla televisione analogica a quella digitale, molti cittadini dell’Emilia Romagna lamentano difficoltà nella ricezione del segnale e, soprattutto, continuano a vedere il Tg Rai del Veneto o della Lombardia, anziché quello della loro Regione. Anche chi non riceve bene il segnale tv è tenuto a pagare il canone e non può subire un pregiudizio dal passaggio al digitale che, peraltro, almeno sulla carta, avrebbe dovuto garantire un servizio migliore per tutti. Il Tg regionale, poi, è un elemento caratterizzante della programmazione di servizio pubblico e, dunque, la situazione dell’Emilia Romagna è in contrasto con gli obblighi imposti alla Rai dal contratto di servizio. La digitalizzazione del Paese sta creando troppe difficoltà perché il governo non intervenga per risolvere i problemi dei telespettatori.

Gian Luca, Mauro e Renzo

BENZINA: COME RISPARMIARE Carissima benzina. Non è l’inizio di una lettera ma, purtroppo, la constatazione che il carburante, indispensabile ai nostri spostamenti specialmente per chi si appresta a partire per le vacanze natalizie, incide notevolmente sui costi della villeggiatura. Alcuni suggerimenti per risparmiare mi appaiono utili. Ecco i consigli: innanzitutto scegliere il ”fai da te”nel rifornimento fa risparmiare, anche se è scomodo; si risparmia, poi, fino al 30% mantenendo la velocità a 2/3 di quella massima consentita dalla propria auto; si risparmia fino al 30% con un carico di bagagli non eccessivo (da evitare carichi esterni); si risparmia, inoltre, fino al 10% con una conduzione dolce della guida e fino all’11% con un uso accorto del condizionamento (è meglio utilizzare il ricircolo dell’aria già rinfrescata); Altro 10 per cento in meno con una corretta pressione dei pneumatici e ancora -10% se si spegne il motore in caso di lunghe file.

Primo Mastrantoni


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ggi per quelli della mia generazione è quasi impossibile sottrarsi al desiderio di ricordare John Lennon, la sua musica, la sua storia di artista e di uomo. La follia di un fanatico lo ha ucciso 30 anni fa, destando profondo smarrimento nei suoi fan. Anche in coloro che spesso non ne condividevano gli eccessi soprattutto in fatto di droghe. Oppure non avevano apprezzato il suo matrimonio con Ono, a cui attribuivano la responsabilità di aver indotto la band a sciogliersi. John era il leader dei Beatles, e senza di lui i Beatles non erano sopravvissuti, ma lui stesso nonostante alcuni indubbi successi, aveva finito col ripiegarsi su se stesso... Pensare a Lennon è come ripercorrere un pezzo di gioventù, con le sue emozioni e le sue passioni, con le sue trasgressioni e le sua battaglie civili... Una sorta di lente di ingrandimento attraverso cui risuonano frammenti di vita di una intera generazione, la mia.

O

Ho “incontrato” i Beatles in modo del tutto involontario, mentre giorno dopo giorno osservavo lunghe file di giovani spettatori in attesa di entrare a teatro. Tutti rigorosamente in fila, vestiti e pettinati col modo tipico degli anni Sessanta. Chiacchieravano nel modo allegro e confuso che usano i giovani di tutto il mondo. Circondavano il teatro per 2-3 volte, come se si trattasse di una spirale che avvolgeva uno dei santuari della musica londinese. Senza mostrare segni di impazienza ma ben decisi a non farsi scoraggiare dalle lunghe ore di attesa. Mi chiedevo chi fossero, cosa facessero, chi stessero aspettando... ma non mi sentivo capace di aprire una conversazione con loro: il mio inglese era davvero modesto... Agli inizi degli anni Sessanta infatti passavo le mie estati a Londra proprio per studiare l’inglese e superare quella tragicomica valutazione che nei nostri curriculum recita più o meno così: conoscenza dell’inglese scolastica. La mia era una situazione piuttosto comune e in quegli anni c’era l’abitudine di andare a Londra a studiare l’inglese insieme ai propri amici. Eravamo tutti incuriositi e ci chiedevamo che facessero i nostri coetanei, in fila fin dal mattino per uno spettacolo che si sarebbe svolto alla sera... Dei Beatles nessuno di noi sapeva granché, la loro fama non era ancora giunta in Italia: ma se la cosa interessava tanto ragazzi come noi, doveva sicuramente esserci una ragione e fu così che una mattina ci mettemmo in fila anche noi. E da allora quel lungo filo sottile che per tanti anni ha legato ragazzi di tutto il mondo non si è più interrotto. Tornammo a Roma entusiasti, nell’attesa e nella speranza che anche i Beatles venissero presto a Roma... Comprammo i dischi allora disponibili, per noi, per i nostri amici, per chi poteva amare quella musica nuova. Non c’è dubbio che John Lennon era il punto di riferimento di una band di

il paginone

Attraverso le sue canzoni riusciva ad attrarre a sé i giovani. Invitava alla libertà, ag

Quando ho “incont di Paola Binetti

Passioni, trasgressioni e battaglie civili di un uomo che oggi, a 30 anni dalla morte, continua a vivere nella memoria di una generazione grata e privilegiata giovanissimi che sembrava dettare il la a moltitudini di ragazzi che sarebbero cresciuti e invecchiati con le sue musiche nel cuore prima ancora che nelle orecchie: She Loves You, con il ritornello yeah yeah, tanto semplice e immediato, quanto efficace e indimenticabile, fu il primo vero tormentone. John riusciva ad attrarre i giovani di allora, cantando in Come together: «Io ti conosco, tu sai chi sono, posso dirti solo una cosa, devi essere libero». Io ti conosco e tu mi conosci, come se si potesse creare un rapporto straordinario tra chi canta e chi ascolta e chi ascolta potesse sentirsi misteriosamente riassorbito in un circuito di note capace di farti sentire libero. Era pressante nelle sue canzoni l’invito alla libertà, a saltare gli ostacoli, a rinunciare alle regole per cavalcare un anticonformismo che si traduceva anche nella proposta trasgressiva di un consumo di droghe pesanti e ad alte dosi, di cui lui stesso era diventato un consumatore abituale. Nei dibattiti tra i giovani di allora il tema del rapporto tra libertà e trasgressione, tra esperienze nuove e situazioni pericolose era all’ordine del giorno. Le parole di Lennon permette-

vano comunque a tutti di vivere avventure virtuali, di non spingerci fino alle sue esperienze, rinunciando ad assumere droghe ma cantandone la sensazione di libertà sfrenata. Un modo di prendere a prestito anche le esperienze non fatte, di cui ci si illudeva comunque di capire l’impatto emotivo, restando al sicuro di valori e tradizioni. Ma c’erano anche canzoni di una freschezza incantata che sembrano trascinare con i loro ritmi martellanti verso nuove mete, che era possibile condividere con lui fino in fondo. È il caso di Yellow Submarine: «Così abbiamo navigato fino al so-

Ho conosciuto i Beatles in modo del tutto involontario, mentre giorno dopo giorno, a Londra, osservavo lunghe file di giovani spettatori in attesa di entrare a teatro

le, finché abbiamo trovato il mare di verde e abbiamo vissuto sotto le onde nel nostro sottomarino giallo... Tutti noi viviamo nel nostro sottomarino giallo...». Il sottomarino giallo diventa metafora di un viaggio verso l’ignoto, ma un ignoto accessibile ai nostri desideri di scoperta senza limiti, ma anche senza innescare condotte auto lesive. Yellow Submarine è un successo che si insinua nelle sigle radiofoniche, negli spot pubblicitari, un ritornello che si canticchia con facilità e che sembra trasmettere una allegria contagiosa.

Il sottomarino giallo diventa un simbolo che permette di immergersi nel fondo del mare, come se fosse il fondo della propria anima, senza paura, certi di poterne riemergere con la gioia nel cuore. Ma Lennon vantava anche la necessità di un impegno politico, come responsabilità che non potevamo eludere. Sì al mondo dei sentimenti, ma non solo a quelli della propria vita sentimentale. Occorreva aver coraggio, esporsi,


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gli eccessi, a saltare gli ostacoli e a infrangere le regole. Ma c’erano anche tracce di una freschezza incantata Una foto scattata durante il celebre bed-in, lo “sciopero della pace” in cui Lennon compose e incise “Give peace a chance”. In basso un ritratto a “firma” di Annie Leibovitz di Lennon e Yoko Ono, insieme nell’ultimo giorno di vita della vita del cantante. Nel riquadro Mark David Chapman, assassino di Lennon tuttora in galera

trato” John Lennon mettersi in gioco per sperimentare una solidarietà civile, che aiutasse ad uscire dal proprio egocentrismo. Il pacifismo degli anni Settanta non sarebbe stato lo stesso senza di lui e senza quelle proposte politiche che lanciava con determinazione appassionata. «Imagine there’s no countries it isn’t hard to do nothing to kill or die for and no religion too». Se fossimo capaci di sentire una vera unità tra tutti noi, senza vincoli geografici, senza barriere di religione, non ci sarebbero più morti, per nessun motivo. Per il suo pacifismo, che negli Stati Uniti venne interpretato come antiamericanismo, dovette pagare di persona un prezzo molto alto, come la mancata cittadinanza americana. Nonostante ciò continuava a cantare: «Tutto quello che stiamo dicendo è dare una possibilità alla pace». Dare una possibilità alla pace era un motivo dominante nella cultura di quegli anni, sia che si trattasse di scenari di guerra come il Vietnam, sia che si trattasse della guerra fredda di quegli anni. Tutti volevamo la pace, ma la pace non era facile e cantarla sembrava renderla possibile, concreta e vicina. Molte emozioni tipiche degli anni giovanili forse non avrebbero avuto la stessa intensità se non fossero state accompa-

gnate dalla sua voce. La sua ironia molto spesso dissacrante dava voce ad un dissenso che era più facile percepire che manifestare. Rimane famosa una sua frase rivolta al pubblico: «For our last number, I’d like to ask for your help. For the people in the cheaper seats, clap your hands... and the rest of you, if you’ll just rattle your jewellery» («Per la nostra prossima canzone vi chiedo un aiuto. Le persone nei posti economici possono applaudire... gli altri possono agitare i loro gioielli»).

Dalla parte dei poveri, pur essendo lui ricchissimo, in costante e flagrante contraddizione tra condotta e affermazioni di principio: sempre più ricco per il successo che riscuotevano i suoi dischi e i

do energie in un continuo e costante inter-relazionarsi con le persone, con le cose, con le iniziative. Questo miscuglio di emozioni, di valori e di sentimenti affiorava anche nei contenuti delle sue canzoni a sfondo religioso: «When I find myself in times of trouble, Mother Mary comes to me... Speaking words of wisdom, let it be And in my hour of darkness She is standing right in front of me Speaking words of wisdom, let it be Let it be, let it be...». Non stupisce che dalle parole della canzone affiori una profonda nostalgia per Mother Mary, la Madonna sembra rievocare in lui affetti umani intensi che hanno suscitato nel bambino che è stato gioie e dolori. Canta Mother Mary e la cerca accanto a sé nei momenti difficili, quando la speranza non è così a portata di mano e la paura di restare solo diventa ingombrante. Sua madre morì accidentalmente nel ’58 investita da un’auto, e quella notte resta nella sua memoria come la più brutta della sua vita: «I lost my mother twice. Once as a child of five and then again at seventeen. It made me very, very bitter inside. I had just begun to re-establish a relationship with her when she was killed» («Ho perso mia madre due volte. Una volta da bambino a cinque anni e poi ancora a 17. Mi ha dato molta, molta amarezza interiore. Avevo appena iniziato a ristabilire una relazione con lei quando fu uccisa»). E chiede alla sua

Il pacifismo degli anni Settanta non sarebbe stato lo stesso senza di lui. Senza di lui e senza quelle proposte politiche che lanciava con determinazione appassionata suoi concerti, ma anche sempre pronto a spendere con prodigalità tutto ciò che guadagnava. Faceva sperpero di emozioni, di risorse economiche, di rapporti umani... Sembrava assediato dal bisogno di eccedere un po’ in tutto e questo, se suscitava un certo spirito critico, pure suggeriva spazi di nuova libertà e di nuova possibilità di spendersi liberan-

fede la forza di un sentimento che lo protegga e lo custodisca. Canta il bisogno di qualcuno che si prenda cura di lui, canta il bambino che è ancora rimasto e in questo modo canta la nostra fragilità e offre accenti e parole anche a chi avendo fede, spesso non trova le parole adatte per pregare nel modo giusto. Non ha avuto da sua madre ciò che avrebbe voluto e non ha dato a suo figlio ciò che avrebbe dovuto e lo canta in modo accorato: «Hey Jude, don’t make it bad Take a sad song and make it better Remember to let her into your heart Then you can start to make it better...». Tra John e suo figlio Julian ci fu sempre una certa freddezza, tanto che Julian si affezionò più a Paul McCartney che al padre e arrivò a dire: «Paul e io eravamo spesso insieme, eravamo molto amici e ho più foto in cui giocavo con lui che con mio padre».

Ma il padre che non è stato è anche il padre che avrebbe voluto essere e sono i toni accorati ed appassionati che danno a questa canzone una penetrazione sottile che la rende cara a tanti dei suoi ammiratori. La malinconia attraversa comunque le sue canzoni come accade anche in Yesterday, dove canta: «Ieri, tutti i guai sembravano lontani, Adesso sembra che sono qui per rimanere, Oh, io credo in ieri. Improvvisamente non sono l’uomo che ero prima, c’é una nuvola sopra di me... Ho detto qualcosa di sbagliato. Ieri, l’amore era un gioco facile, Adesso ho bisogno un posto per nascondermi». Non è sempre il domani che affiora nei nostri sogni e nei nostri progetti, spesso c’è anche il senso del tempo passato, delle cose che non siamo riusciti a fare, dell’amore che non abbiamo saputo dare e dobbiamo fare i conti con i nostri sensi di colpa, con quei rimorsi che ci accompagnano in modo graffiante e ci fanno venir voglia di mandare il tempo a ritroso, senza riuscirci. Le parole di John ci aiutano a cantare le cose sbagliate che abbiamo fatto, le emozioni tristi, aiutandoci ad esorcizzarle. Come se potessimo davvero trovare un posto dove nasconderci, quando la nostra stessa immagine diventa ingombrante e percepiamo il bene che avremmo potuto fare, il bene che avremmo potuto manifestare, mentre le cose sono andate diversamente… Yesteday canta ciò che non abbiamo saputo essere e in questo modo ci aiuta ad essere umani, più umani di quanto forse la nostra superbia e la nostra arroganza avrebbero mai permesso. Oggi sono 30 anni dalla sua morte... una morte che appare come simbolo del fanatismo che cancella un personaggio che ha fatto cantare per almeno 20 anni tutti noi con la sua musica inconfondibile, ma anche con le sue parole e la sua voce. Abbiamo cantato con lui l’amore e la pace, la nostra fede e la nostra voglia di libertà, i nostri limiti e i nostri successi... ce n’è d’avanzo per ricordarlo e mettere su per tutto il giorno le sue canzoni... e ripensare non solo come è stato lui ma anche come siamo stati noi e chissà... forse perfino come potremmo essere!


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Diplomazia. Ultime battute per la “guerra delle poltrone”: la Cina vuole vedere il municipio norvegese del tutto vuoto

Tutti gli Stati canaglia Su “invito” di Pechino, 18 nazioni diserteranno il Nobel. È il nuovo ordine mondiale, bellezza! di Vincenzo Faccioli Pintozzi on per rubare uno slogan a un’Amministrazione americana andata in pensione due anni fa, ma il mondo ospita realmente degli Stati canaglia.Trattasi di Russia, Kazhakstan, Colombia, Tunisia, Arabia Saudita, Pakistan, Serbia, Iraq, Iran, Vietnam, Afghanistan, Venezuela, Filippine, Egitto, Sudan, Ucraina, Cuba e Marocco. A capo della fila, ca va sans dire, c’è la Cina di Hu Jintao. Parliamo della cerimonia di consegna del Premio Nobel per la pace e dei “grandi assenti”, quei Paesi che hanno deciso di dare retta al diktat di Pechino e non mandare i propri rappresentanti diplomatici nel municipio norvegese per la consegna del riconoscimento. Non contenta di aver messo in galera il vincitore, il dissidente e attivista democratico Liu Xiaobo, la Cina cerca di fare filotto e ottenere il maggior numero di sedie vuote alla cerimonia. Secondo le autorità comuniste, infatti, Liu è un “criminale”e «come tale non va onorato con un premio orchestrato da pagliacci». Lo ha detto ieri il ministero degli Esteri, non è un commento qualunque. Il Direttore del Comitato del Nobel, Geir Lunde-

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stad, ha risposto sostenendo invece che la “grande maggioranza”dei Paesi non vi parteciperà. Di fatto, sono 44 gli ambasciatori che hanno confermato la loro presenza, mentre altri 19 hanno declinato l’invito “per diverse ragioni” e altri due non hanno risposto. «Basta guardare i numeri. La grande maggioranza dei Paesi invitati sarà rappresentata», ha detto alla

sto, il dissidente e amico Yang Jianli. A una settimana dalla consegna, inoltre, continuano gli arresti contro dissidenti ed esponenti del movimento democratico cinese. La polizia ha infatti impedito all’economista Mao Yushi e all’artista Ai Wei Wei di lasciare il Paese, probabilmente per impedire loro di partecipare alla cerimonia di consegna che si svolgerà a

Davanti alla sedia dove dovrebbe sedere il vincitore ci saranno gli ambasciatori di 44 nazioni. Ma l’Alto Rappresentante Onu per i diritti umani Navi Pillay ha dato forfait: troppo impegnata France presse. Nelle ultime settimane, Pechino ha fatto pressioni per dissuadere i diplomatici dal presenziare alla cerimonia di consegna del Nobel.

Liu sta scontando una pena di 11 anni di prigione e non potrà ricevere personalmente il premio, nè potrà farsi rappresentare dai suoi parenti che non sono stati autorizzati a lasciare la Cina. La sua assenza sarà sottolineata da una sedia vuota, una fotografia e uno dei suoi testi letto dall’attrice norvegese Liv Ullmann. Al suo po-

Oslo, in Norvegia. Sia Mao (81 anni) che Ai hanno firmato il documento favorevole alla democrazia “Carta 08”, redatto e promosso dal premio Nobel. «Sono sempre stato critico (verso il governo) ma è la prima volta che mi viene impedito di andare all’estero», ha dichiarato Mao, che si stava recando ad una conferenza internazionale a Singapore. Ai Wei Wei, che era diretto nella Corea del Sud, è stato bloccato da due agenti dopo aver superato i controlli doganali: «Mi hanno detto che è per difendere la sicurezza na-

ECCO LA LISTA DEI CATTIVI CINA RUSSIA KAZAKHSTAN COLOMBIA CUBA VENEZUELA EGITTO TUNISIA MAROCCO SUDAN

SERBIA UCRAINA ARABIA SAUDITA PAKISTAN AFGHANISTAN IRAQ IRAN VIETNAM FILIPPINE

Leader della protesta studentesca di piazza Tiananmen, Yang è amico personale del dissidente in carcere nel Liaoning

«Ma Liu Xiaobo è la nostra coscienza» razie per aver organizzato questa conferenza e per avermi dato la possibilità di parlare con voi. Mi sento onorato di essere qui, sono troppo umile per questo onore. Nel corso degli ultimi anni, i miei amici della Visual Artists Guild, del gruppo Pen e di Reporter Senza Frontiere hanno sostenuto senza mai mollare Liu Xiaobo, il suo lavoro e Charta ’08.

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Il vostro impareggiabile lavoro, amici miei, rappresenta il profondo sostegno della comunità internazionale per i diritti umani nella mia nazione, la Cina. Ci mantiene ancora sani di mente in una situazione che potrebbe invece tranquillamente farci scivolare nella reazione opposta. In giro per il mondo, sepolti in celle di prigione, sepolti vivi in tombe senza

di Yang Jianli sole, ci sono attivisti per i diritti umani il cui unico raggio di sole è quel seme di libertà che conoscono soltanto attraverso il lavoro di queste organizzazioni per i diritti umani. I prigionieri di coscienza non sono sempre stati in catene. Permet-

ma e in maniera aperta, Liu Xiaobo siede in una cella di una prigione del Liaoning, provincia nordorientale della Cina, lontano dalla moglie e dalla famiglia. Il suo crimine? Semplicemente aver proposto che quelle libertà di cui godiamo qui

Insieme all’autore di Charta ’08 ci sono in galera molti altri prigionieri politici. Sono loro che hanno reso il movimento democratico a portata di tutti, e non solo degli eroi

tetemi di ricordarvi che Liu Xiaobo ha lavorato proprio qui, alla Columbia University, come ricercatore in visita. Qui ha potuto liberamente esprimere le sue opinioni. Ma oggi, mentre vi parlo con cal-

e di cui godiamo da secoli vengano applicate anche nella nostra nazione. Ma perché queste proposte sono un crimine in Cina? Dopo essere stato condannato, lo scorso anno, Liu ha dichiarato: «Da

molto tempo sono consapevole del fatto che quando un intellettuale indipendente si alza in piedi in uno Stato autocratico, fa un passo verso la libertà e un passo verso la prigione. Ora sto facendo questo passo; e la vera libertà è molto più vicina». In effetti, Liu Xiaobo sta facendo questo passo.

Ora tocca a noi unirci, tutti insieme, per mandare un messaggio al mondo e più direttamente al governo cinese: se Liu è colpevole, siamo tutti colpevoli; se Liu è un sovversivo, siamo tutti sovversivi.Tra pochi giorni sarò a Oslo, per testimoniare a un altro importante momento nella storia del movimento democratico cinese: la Commissione per il Premio Nobel celebrerà la consegna del Premio per la pace a Liu Xiaobo. È stato premia-


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Un manifestante chiede la liberazione di Liu Xiaobo nel corso di una protesta a Hong Kong. Al centro, la stazione di polizia cinese nel Territorio. In basso Yang Jianli: il dissidente è stato indicato dalla moglie di Liu, Liu Xia, per ritirare il Premio Nobel alla cerimonia di Oslo di diritto, deboli diritti umani, corruzione dell’etica pubblica, crasso capitalismo, crescente disuguaglianza fra ricchi e poveri, sfruttamento sfrenato dell’ambiente naturale, umano e storico, l’acuirsi di una lunga lista di conflitti sociali, e… una netta animosità fra rappresen-

sono una stringente necessità da almeno 40 anni, da quando Deng ha proposto le “quattro modernizzazioni” (esercito, agricoltura, industria, tecnologia), ma non ha proposto “la quinta modernizzazione”, la democrazia. Un altro elemento importante nel dare il premio

L’enorme energia usata per la repressione dimostra la paura del regime nei confronti delle idee di Charta ’08. Con i diritti umani, infatti, finisce lo sfruttamento politico ed economico del popolo zionale. Ho chiesto loro quanto durerà questo provvedimento ma non hanno saputo rispondermi», ha affermato l’artista. La Cina, nel frattempo, torna ad attaccare il governo norvegese, che ritiene responsabile dell’assegnazione del riconoscimento al dissidente Liu Xiaobo. Ieri è toccato alla portavoce del ministero degli Esteri, Jiang Yu, spiegare che «è difficile mantenere rapporti d’amicizia con la Norvegia come in passato». Pechino ha già equiparato il comitato del Nobel, composto da 5 membri

scelti dal parlamento, all’esecutivo del Paese. Ieri sera la replica di Oslo: «Sarà Pechino a farsi carico della responsabilità di eventuali conseguenze negative» del Premio. Il punto è che lo sguardo di Liu Xiaobo e di Charta ‘08 verso il Paese è profetico: senza i diritti umani la Cina forse potrà “modernizzarsi” dal punto di vista economico, ma questa modernizzazione sarà “folle”, portatrice di catastrofi già percepibili nella situazione attuale. Carta 08 ne cita alcune: “corruzione governativa, la mancanza di uno stato

to per il suo “lungo e non violento impegno per i diritti umani fondamentali in Cina”. È un momento che milioni di cinesi aspettano da tempo. Anche io attendevo questo momento.

Ma, mentre preparo il mio viaggio, la mia gioia è mischiata dal dolore. La mia mente è appesantita dai ricordi solenni di amici che non possono viaggiare con me. Liu e sua moglie, Liu Xia, non potranno assistere a quel momento norvegese. Ci sarà una sedia vuota, quando il fascio di luce indicherà il punto in cui dovrebbe sedere il vincitore del Nobel. E discorsi come questi saranno pronunciati da tutti i presenti: mancherà il discorso di chi veramente merita di essere ascoltato. Il Premio porta gioia alle persone, ma scatena anche molta pressione. Al momento, Liu è in galera e ha perso i contatti con il mondo esterno; Liu Xia, allo stesso modo, è stata “fatta sparire”. Alcuni giorni fa, un commentatore di internet che ho incontrato scherzava sul fatto di aver sognato di vincere il Nobel e di es-

tanti del governo e la gente comune”. Frenando i diritti umani e la democrazia, il Partito comunista cinese diviene responsabile in toto del disastro umano verso cui si sta dirigendo la Cina. In questo senso la proposta di Liu (e il Premio Nobel), anche se irrigidisce Pechino è la medicina più urgente per la Cina e il suo governo in carica.

Del resto, va detto che fra i firmatari di Charta ‘08 vi sono anche membri del Partito comunista e che le riforme politiche invocate dal documento,

Nobel a Liu sta nel fatto che la proposta di Charta ‘08 vede al cuore delle riforme la libertà religiosa. È sempre più chiaro che non si può difendere l’uomo (cinese o di qualunque altra cultura) senza guardarlo come un valore assoluto e perciò dentro una visione religiosa che vede l’uomo come proprietà di Dio e non dello Stato. Proprio per questo – e forse per la prima volta nella storia della dissidenza cinese – nel documento sui diritti umani si chiede la libertà religiosa, l’eliminazione delle differenze fra atti-

sersi svegliato terrorizzato. In queste circostanze, posso dire soltanto che c’è molto ancora da fare: la nostra missione è ancora molto distante dall’essere compiuta. Certo, oramai sappiamo abbastanza da poter dire quanto meno che siamo sulla strada giusta. Se impieghiamo il tempo giusto per raggiungere uno scopo, possiamo farcela. Sono diero di dire che, nonostante la pressione del Partito comunista cinese, il movimento civile in Cina sta facendo progressi consistenti. Il migliore esempio, fino ad oggi, viene dalle 12mila persone che – all’interno del Paese – hanno firmato Charta ’08. Hanno detto 12mila volte al Partito che non abbiamo intenzione di rimanere in silenzio su alcune questioni fondamentali.

E ogni giorno vediamo sempre più persone alzarsi in piedi contro il governo per difendere i propri diritti. Sempre più persone fanno sentire con forza la loro voce. Tutti questi cambiamenti sono ancora in divenire ma sono solidi, sono sinceri, sono potenti e porteranno a un cambiamento del paradigma nel prossimo

vità religiose “legali” e “illegali”, ufficiali e sotterranee. Questo passo - un fondamento religioso dei diritti umani – è frutto della sofferenza e del carcere di molti dissidenti, fra cui anche Liu, che sono venuti a contatto con il meglio della civiltà occidentale. Il premio Nobel e la sottolineatura religiosa della proposta di Liu Xiaobo e di Charta ‘08 sono un monito anche all’occidente.

Europa e Stati Uniti devono scegliere se continuare ad usare la Cina come un asino che ci tira fuori dalla crisi economica, senza considerare i diritti degli operai e quelli dell’ambiente, sfruttando la manodopera a basso costo e basta, oppure se potenziare non solo i rapporti di tipo materiale, ma anche i diritti umani e religiosi, essenziali allo sviluppo di un popolo. Il monito di Liu e di Charta ‘08 è che se non si compie questo passo di rispetto per l’uomo e per la sua dimensione religiosa, la Cina (e il suo supersviluppo economico) è destinata al fallimento. E il suo, sarebbe anche quello dell’occidente.

futuro. Sì, Liu Xiaobo sta compiendo quel passo; ma insieme a lui ci sono molti altri prigionieri di coscienza.

Ognuno di questi ha una storia da raccontare, triste ma capace di ispirare le persone. Ognuna di queste storie è una storia cinese, e comprendono il passato, il presente e il futuro del Paese. L’impegno a lungo termine e il sacrificio compiuto da Liu e da queste altre persone hanno abbassato il rischio, per gli altri, di partecipare al movimento democratico. I loro sforzi coraggiosi stanno cambiando in maniera graduale la causa: in principio poteva essere portata avanti soltanto da eroi; oggi può essere portata avanti da tutti. Se uniamo i nostri sforzi, posso assicurarvi che questo processo continuerà fino al giorno in cui la popolazione cinese potrà vivere libera dalla paura e piena di speranza. Grazie a generazioni di sforzi del popolo cinese, rappresentati da Liu Xiaobo, e da generazioni di sostegno della comunità internazionale, quel giorno è molto più vicino.


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«Tremonti ha fatto il suo dovere come ministro delle Finanze. Ma si è si dimenticato di essere il ministro dell’Economia». Un tempo si sarebbe parlato di promozione con riserva, ma se il giudizio arriva dall’avversario più ostile che ci sia – Vincenzo Visco – allora in via XX settembre possono vantare una vittoria simile al via libera definito di ieri alla Legge di stabilità. Neppure due legislature fa il tributarista pavese definiva il tributarista foggiano «Dracula», ottenendo un tranchant «mi fai pena». Ma a Visco piace che oggi Tremonti non fornisca «più stime mirabolanti di crescita», che tutto sommato abbia tenuto i conti in ordine. E poco importa se con uno stratagemma introdotto nel 2006 da lui. «Nel 2010», spiega l’ex ministro delle Finanze, «il gettito è stato inferiore di 45 miliardi, ma potevano essere di più. E

quadrante Visco promuove (con riserva) Tremonti: «Ma a gennaio dovrà trovare altri 7 miliardi» se i conti hanno tenuto è perché il blocco delle compensazioni Iva ha portato circa sei miliardi. Comunque sia, questa rincarnazione a via XX settembre è migliore delle precedenti». Aspettarsi altri complimenti è difficile. Ed ecco allora che Visco rivede al ribasso risultati e stime del governo con l’ultimo Rapporto su “Andamenti e prospettive della Finanza Pubblica”del Nens. Un po’ una contro Ruef. Nel 2011 la spesa primaria sfonderà di 15 miliardi, mentre l’avanzo primario sarà dimezzato (0,4 per cento) rispetto allo 0,8 stimato dalla Dfp. Eppoi la crescita del Pil sarà più misera di quanto predetto dal governo: un +1 per cento

secco quest’anno e per il prossimo. È la colpa è del ministro dell’Economia, non di quello delle Finanze, che «ha tagliato la spesa per gli investimenti». Risultato? «Con l’indebitamento 2010 al 4,3 e non più al 3,9, a gennaio sarà necessaria una manovra da 7 miliardi. Ma ormai c’è da tagliare soltanto la carne viva». Il welfare. Verrebbe da ricordare al censore di oggi che un tempo era la CdL ad accusarlo di guardare soltanto al rigore. Ma Visco spariglia le carte e dà man forte al Tremonti che lancia con Junker gli eurobond. «Ha fatto bene a esporsi, ma avrebbe dovuto dire in Europa: “voi non capite niente, e per i nostri problemi facciamo più di quanto chiedete ma faccia-

mo da soli». Perché con la congiuntura che crolla, il male assoluto non è più la finanza creativa, ma «il dogmatismo tedesco», il rigore che crea soltanto squilibri. Peccato che a Bruxelles il Tremonti che in patria «aspira a fare il premier, estero è soltanto il ministro di Berlusconi. E all’estero Berlusconi è quello di Wikileaks». Francesco Pacifico

I «bond» proposti da Mario Monti (e bocciati dalla Germania) potevano essere una soluzione per evitare una Ue a due velocità

Se l’Europa tocca i fondi

La rottura tra Merkel e Junker rischia di mettere in crisi l’Unione di Gianfranco Polillo entre, in Italia, si sgrana il rosario della crisi, in attesa di quello che accadrà dopo il 14 dicembre, la diplomazia europea è al lavoro, nella ricerca di una soluzione che faccia fronte agli sviluppi di una situazione finanziaria quanto mai incerta e preoccupante. Ne è testimonianza il primo rapporto della Banca d’Italia – diverrà una pubblicazione periodica – sulla stabilità finanziaria italiana, vista nel quadro internazionale. E già questo fatto – l’avvio di una riflessione più organica su questi temi – dovrebbe far riflettere. Se la situazione prospettica fosse tranquillizzante, forse non sarebbe necessaria una pubblicazione di questo tipo, visto gli strumenti analitici – la relazione annuale, il bollettino economico ed i tanti occasional paper pubblicati – esistenti. Ad ulteriore conferma, basta guardare l’ultima pubblicazione della Commissione europea – European Economic Forecast, autumn 2010 – per averne contezza: un lungo capitolo dedicato all’evoluzione del debito degli Stati sovrani e ai suoi preoccupanti sviluppi. Nel 2007 il debito dei Paesi dell’euro zona era pari al 66 per cento del Pil. L’anno prossimo sarà invece pari all’88,2 per cento, con un salto di oltre il 33 per cento. Allungando lo sguardo al 2020, la prospettiva di avere un debito pari al 120 per cento del Pil non sarà solo una prerogativa italiana. Su quella frontiera si ritroveranno paesi come la Francia, il Belgio, il Portogallo e l’Inghilterra, se non saranno prese contromisure. Solo la Germania e pochi altri riusciranno a contenerlo entro il limite fatidico del 60 per cento. È un orizzonte fin troppo lontano? I mercati, purtroppo, guardano lontano e scontano, nell’immediato, i possibili sviluppi. Non aspettano cioè che il destino si compia, ma si muovono in anticipo chiedendo adeguate contropartite, sotto forma di maggiori tassi di interessi, di premio per il rischio o, addirittura,

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A favore del rifinanziamento dello Stability Facility si sono detti tutti i Paesi “traballanti”. Contro i più virtuosi, guidati da Angela Merkel, sempre più preoccupata di esporre il proprio Paese a sostegno delle tante cicale che imperversano nel mondo dell’euro

rinunciando a giocare la partita quando il pericolo del default superar una soglia ritenuta eccessiva.

Finora a subirne le conseguenze sono stati paesi come la Grecia, l’Irlanda e il Portogallo; ma nella possibile lista ci sono altri pretendenti a partire dalla Spagna e, seppure in misura minore, la stessa Italia. Se il contagio assumesse la forma della pandemia, la stessa moneta comune sarebbe al rischio. Un conto, infatti, è intervenire a sostegno di un Paese come l’Irlanda, la cui popolazione è pari a quella di una media regione italiana, ma già la Spagna è un’altra cosa. Finora l’Europa è intervenuta, seppure con ritardo, per arrestare questa deriva. Lo shock iniziale è stato traumatico. In Grecia la rete di sicurezza è stata costruita solo dopo molte incertezze e non pochi mal di pancia. Poi per fortuna si è cercato di recuperare il tempo perduto grazie al-

la costituzione dell’European Financial Stability Facility: un fondo europeo, con una dotazione complessiva di 750 miliardi di euro, in grado di finanziare i Paesi più a rischio a un tasso di interesse minore di quello richiesto dal mercato. Ad esso provvedono, proquota, i Paesi membri per 440 miliardi. L’Europa vi contribuisce per 60 e il resto è messo dall’Fmi. Mentre la Bce, in barba al suo statuto, cominciava ad acquistare titoli non esenti dal rischio. All’inizio doveva essere l’uovo di Colombo, ma così non è stato. I mercati non si sono fatti incantare e preteso, comunque, rendimenti crescenti, nonostante le cura da cavallo imposte, con tanto di proteste popolari, per le nuove aste dei titoli di stato. Ben presto è apparso chiaro che quel fondo, malgrado l’enorme massa finanziaria a propria disposizione, non era più sufficiente. Ed è iniziata la bagarre. A favore di un suo maggior finanziamento

tutti i Paesi traballanti, da un punto di vista finanziario. Contro i più virtuosi, guidati da Angela Merkel, sempre più preoccupata di esporre il proprio Paese a sostegno delle tante cicale che imperversano nel mondo dell’euro.

Il non decidere, tuttavia, non poteva essere una soluzione. Ciò che conta per i mercati è il calcolo dei rapporti di forza. La speculazione si scoraggia solo nel momento in cui gli Stati dimostrano di avere una potenza di fuoco – le disponibilità finanziarie – superiore a quella che può essere recepita, ad un costo ragionevole, sul mercato stesso. Aumentare il Fondo era quindi importante per i suoi effetti deterrenti, anche a prescindere dal suo successivo ed effettivo utilizzo. Ma la cosa suonava male alle orecchie degli elettori tedeschi e la Merkel non ha avuto il coraggio di sfidare l’impopolarità. Così ha rilanciato. Non un euro in più al fondo,


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e di cronach

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato

«Pechino deporta i vescovi», la protesta del Vaticano

Non piace agli Usa la Palin che spara e uccide i caribù

PECHINO. Fonti di AsiaNews affermano che

WASHINGTON. È polemica negli Usa sull’ulti-

decine di vescovi della Chiesa ufficiale sono stati deportati a forza nella capitale per costringerli a partecipare all’Assemblea dei rappresentanti cattolici cinesi, che secondo il papa è inconciliabile con la fede cattolica. L’Assemblea si è aperta ieri a Pechino ed è circondata dal segreto e da un profilo basso: è impossibile contattare chiunque e perfino la Xinhua non ha dato alcuna notizia dell’evento. Essa dovrebbe portare all’elezione del presidente nazionale dell’Associazione patriottica e del presidente del Consiglio dei vescovi cinesi, due organismi inaccettabili per i cattolici perché mirano all’edificazione di una Chiesa indipendente, staccata dal papa. «È solo una riunione per una nuova tornata di leader», ha spiegato Liu Bainian, vicepresidente dell’Ap e regista dell’Assemblea. In realtà, il raduno è «l’organismo sovrano» della Chiesa ufficiale cinese, in cui i vescovi sono una minoranza, fra rappresentanti cattolici e governativi. In essa si prendono decisioni ecclesiali a colpi di elezioni manipolate. Prima del raduno di ieri, tutti i partecipanti hanno ricevuto da Liu Bainian le indicazioni di cosa fare e di cosa votare.

mo episodio del reality tv di Sarah Palin. Domenica scorsa, l’ex governatore dell’Alaska, promessa guida dei repubblicani Usa, si è fatta immortalare dalle telecamere mentre spara e uccide un caribù. Il vice presidente della Peta (People for the Ethical Treatment of Animals), Dan Mathews ha condannato l’iniziativa con un duro comunicato: «Sarah forse pensa che un po’ di violenza e sangue, oltre ai peggiori istinti, possano spingere le persone a guardare il suo noioso show» ha dichiarato il portavoce dell’associazione animalista, citato dai principali siti di intrattenimento d’Oltreoceano. «I suoi ascolti comunque - prosegue il comunicato della Peta - restano morti come i poveri animali a cui spara». Dal canto suo, Palin non vedeva l’ora di scatenare un dibattito sul proprio «machismo»: «L’episodio di questa sera è controverso», diceva in un post sulla sua pagina Twitter e Facebook prima della trasmissione. «Se non avete mai indossato scarpe di cuoio o mangiato un pezzo di carne in vita vostra, risparmiatevi le critiche». E poi ha aggiunto: «Io orgogliosamente intollerante rispetto all’ipocrisia contro la caccia».

Da sinistra: Junker, Mario Monti e Angela Merkel. Nella pagina a fianco, Dominque Strauss-Kahn e Trichet

Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Errico Novi (vicedirettori) Vincenzo Faccioli Pintozzi (caporedattore) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica) Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Giancristiano Desiderio, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria) Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino Anselma Dell’Olio, Alex Di Gregorio Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Roberto Genovesi, Aldo G. Ricci, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Franco Ricordi, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Katrin Schirner, Emilio Spedicato, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Amministratore Unico Ferdinando Adornato

che scadrà nel 2013, ma da quel momento crisi fiscale degli Stati inadempienti, con il blocco dei loro diritti di voto, e coinvolgimento dei privati nell’azione di risanamento: addossando a questi ultimi – soprattutto le banche che avevano finanziato le precedenti operazioni – parte delle possibili perdite. Una posizione dura, ma anche ingenerosa. Attualmente il Fondo è finanziato dai paesi membri dell’euro in ragione della loro partecipazione al capitale della Bce. L’Irlanda, invece, è stata soprattutto foraggiata dalle banche inglesi e tedesche. E lo stesso è avvenuto per gli altri Paesi del Club Med. Equità avrebbe voluto che il finanziamento al Fondo europeo fosse stato soprattutto a carico dei Paesi più esposti, che hanno guadagnato nelle relative operazioni finanziarie. Ha prevalso, invece, uno spirito comunitario che, oggi non si ritrova nelle posizioni tedesche.

Di fronte all’impasse sono scese in campo le colombe. La proposta di compromesso – difficile che passerà – è stata lanciata da Mario Monti che ha rielaborato due precedenti ipotesi. La prima risaliva agli anni ’80 per opera di Jacques Delors: bond europei per finanziare le grandi infrastrutture ed accelerare la costruzione di quel mercato unico che, ancora oggi, presenta grandi buchi neri. La stessa era stata, più volte, ripresa da Giulio Tremonti, otte-

La proposta è emettere titoli per sostituire almeno una parte del debito di cui sono titolari i singoli Stati nendo riconoscimenti sul piano formale ma nei fatti un «non luogo a procedere». Oggi Monti riprende quei temi, proponendo una variante. Si emettano titoli europei non per finanziare nuove iniziative, ma per sostituire almeno una parte del debito di cui sono titolari i singoli Stati. La soglia minima dovrebbe essere pari al 40 per cento del Pil europeo: traguardo da raggiungere con il necessario gradualismo. Il vantaggio: quello di ottenere un rating migliore e quindi un costo più contenuto, che ridurrebbe la spesa di interessi che grava sul bilancio dei singoli Stati. La quota di debito eccedente l’asticella dovrebbe, invece, essere gestita in proprio ad un costo determinato dall’incontro della domanda e dell’offerta. Un costo, inevitabilmente, maggiore a

causa del maggior rischio sistemico. La proposta sta lacerando l’Europa. A suo favore si sono dimostrati essere sia Giulio Tremonti, che l’ha fatta propria, sia Jean Claude Juncker, presidente dell’Eurogruppo. Entrambi, in un articolo sul Financial Times hanno proposto la costituzione di un’Agenzia europea per la relativa gestione. Contrari sia Angela Merkel che Josef Proll, ministro delle finanze austriaco. Possibilista Jean Claude Tichet.

I motivi del contendere sono, al tempo stesso, tecnici e politici. Dice Mario Monti: se non si interviene la Bce rischia di “monetizzare” il debito, come avvenne in Italia prima del divorzio tra il “Tesoro” e la “Banca d’Italia”. Meglio quindi intervenire prima che sia troppo tardi ed evitare di finanziare gli Stati – come sta avvenendo negli Usa – stampando carta moneta. Rispondono dal profondo dell’Europa i più virtuosi: così si deresponsabilizzano i Governi nazionali. Finché non vi sarà una maggiore unità politica è impensabile imporre dall’alto regole di gestione più rigorose. Che i Paesi indebitati siano, pertanto, responsabili di fronte ai propri elettori. Quali delle due posizioni prevarrà è difficile dire. Aspettiamo, con trepidazione, la riunione del Consiglio europeo all’indomani del 14 dicembre: forse “Il giorno più lungo” della politica italiana.

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società

pagina 14 • 8 dicembre 2010

L’analisi. La novità più sorprendente del libro-intervista appena pubblicato e si debba o no proibire il burqa, che ne sia del Sessantotto e dei suoi guai, come guardare al “progresso”, come la mettiamo con le droghe e “l’eccitazione del mondo occidentale”, se esista un “carisma tedesco”, che dire di un prostituto che usi il profilattico: ma sono argomenti per un Papa questi? Secondo l’immagine papale che ci viene dalla tradizione, no. Era considerato inopportuno che il Vescovo di Roma esprimesse opinioni personali specie su materie di varia umanità. Ma con il librointervista Luce del mondo pubblicato il 23 novembre Benedetto non ha disdegnato di esporsi su ognuno di questi fronti e decine di altri. Perché l’ha fatto e dove vuole arrivare?

S

Credo l’abbia fatto per spiegarsi su materie nelle quali era andato incontro a polemiche. E più ampiamente, per farsi tutto

Ratzinger sta cambiando il ruolo del papa di Luigi Accattoli (nel caso di Guitton e Frossard), o risponde per iscritto a delle domande (Messori); ma sostanziale diversità sia nel metodo - stavolta si tratta di una vera intervista, trascritta dal nastro - sia nel contenuto. Quanto al contenuto Papa Montini e Papa Wojtyla avevano narrato di sé e argomentato in funzione del loro insegnamento. Benedetto invece sceglie di rispondere per un approccio globale, aperto, opinionale, al più ampio mondo dei

spiegare, prendere atto, riconoscere, rimproverare a 360 gradi. Perché il Papa oggi non intende limitarsi ad affermazioni di magistero e di governo, ma vuole comunicare - per quanto può - la sua esperienza di cristiano chiamato a fare il Vescovo di Roma. Qui credo sia la novità. I Papi contemporanei si propongono come testimoni della fede e non solo come maestri di essa. Come membri della Chiesa e non solo come

Ormai è indubbio: è il pontefice del mutamento. Lo dimostra il recente volume “Luce del mondo”, nel quale dialoga su qualunque tema, anche il più spinoso a tutti come si addice a un apostolo della nostra epoca. Ma anche per dare un suo apporto alla profonda modifica dell’immagine papale già avviata dai Papi del Vaticano II, ai quali appartiene e che sono ormai cinque: Giovanni, Paolo, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II e appunto - Benedetto. La novità di questo libro non è stata ancora pienamente percepita. Hanno fatto velo le polemiche sul profilattico che sono sembrate ricondurre questa sortita papale ai precedenti magisteriali - Paolo VI aveva detto questo e Benedetto XVI dice quest’altro - mentre si tratta, io credo, di tutt’altra faccenda. Ma ci hanno distratto, anche, le similitudini tra questo volume e quelli di Jean Guitton con Paolo VI, e di Frossard e di Messori con Giovanni Paolo II. Similitudini quanto al Papa che interloquisce con un ospite

fedeli, dei curiosi, degli oppositori. Il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, l’ha definito un atto di “coraggio comunicativo” e mi pare una definizione perfetta. Questo libro-intervista ha un solo precedente, che è la lettera dello stesso Benedetto ai vescovi sul caso Williamson - in data 12 marzo 2009 nella quale spiegava che cosa intendesse fare con la decisione sulla scomunica, prendeva atto degli sconquassi che ne erano seguiti, riconosceva che c’erano stati “sbagli” nella gestione dell’iniziativa, rimproverava la “saccenteria” dei lefebvriani e quella di alcuni che si pongono a “grandi”difensori del Concilio. Ecco: questo volume gli serve per

responsabili del suo governo. Già con il libro su Gesù (aprile 2007), Benedetto si era proposto di comunicare la sua “ricerca personale del volto del Signore”, come aveva annunciato nella premessa, precisando che non si trattava di un “atto magisteriale” e che perciò “ognuno è libero di contraddirmi”. Ora - con il libro-intervista - la qualifica magisteriale è, se possibile, ancora inferiore e la materia - nell’insieme - è meno limitrofa alla dottrina, lo spazio per l’opinione personale è più ampio.

In questa uscita in campo aperto il Papa opinionista che dice la sua fede e le sue scelte era stato preceduto da momenti confidenziali della predicazione e dei diari dei Papi Roncalli e Montini, dai testamenti dei Papi Montini e Wojtyla, dalle improvvisazioni e dalle pubblicazioni autobiografiche e poetiche di Papa Wojtyla. Benedetto vi aggiunge il tutto tondo dell’opinione personale e del ragguaglio sulle proprie decisioni. Accettando di rispondere anche alle domande più scomode, ci introduce un poco per volta nei diversi comparti del laboratorio pa-

pale. Spiega la novità della preghiera per gli ebrei. Difende Pio XII indicandolo come “uno dei grandi giusti”. Traccia l’itinerario che l’ha condotto a volere - alla comunione - i fedeli inginocchiati a ricevere l’ostia nella bocca. Precisa che il punto di questa decisione sta nel suo carattere di esemplarità e non di autorità: il Papa mostra una modalità che ritiene ottimale ma non l’impone, la propone alla libera imitazione. È un po’ la cifra - questa - di tutto il volume. In esso Benedetto ci mostra come si stia impegnando nella ricerca di una via pragmatica attraverso cui i missionari e altri operatori ecclesiali possano aiutare a vincere la pandemia dell’aids senza approvare ma anche senza escludere - in casi particolari l’uso del profilattico. Riafferma il carattere “profetico”della Humanae Vitae di Paolo VI ma riconosce la necessità che «in questo campo [cioè in materia di morale sessuale] molte cose debbano essere ripensate ed espresse in modo nuovo». Anche per i divorziati risposati accenna a una possibile via di “approfondimento” della loro situazione (che è di “analizzare più a fondo”la “validità dei matrimoni”). Sono questioni disputate sulle quali il papa non teme di affacciarsi, rivendicando di fatto un suo diritto di opinione e con ciò ampliando quello di ognuno di noi.

Una volta i Papi non potevano essere contraddetti in nulla e ora Benedetto dice: «Ognuno è libero di contraddirmi». Un tempo il Papa non sbagliava mai e Benedetto afferma - a pagina 23 - che «il Papa può avere opinioni personali sbagliate». Neanche l’estroverso Giovanni Paolo osò mai parlare delle proprie dimissioni per salute e ora Benedetto ne tratta apertamente. Il cambiamento è grande. L’immagine papale muta sotto i nostri occhi e noi a stento realizziamo la portata del cambiamento. www.luigiaccattoli.it


spettacoli

8 dicembre 2010 • pagina 15

Musica. Il nuovo disco di Eric Clapton: un lavoro atteso, rivelatore ma soprattutto dalle tecniche innovative e sperimentali

Riecco il re del white blues di Valentina Gerace

nestamente parlare di Eric Clapton mette un pò di suggestione. Che cosa si può dire di una delle leggende musicali contemporanee? Sicuramente che è uno di quei chitarristi storici con un passato importante alle spalle, che continua ancora a fare musica di altissima classe, senza traccia di esibizionismo o compiacimento. Una musica che trova piacere in se stessa. Un chitarrista che ha fatto della musica la sua vita, senza esaltarsi ma continuando a trovare in essa non solo bellezza, tradizione. Ma sopratutto divertimento. Piacere.

O

Uno dei più grandi musicisti di sempre giunge in questi mesi alla diciannovesima pubblicazione da solista in studio. Un traguardo notevole, per un artista che definire longevo non è assolutamente fuori luogo. E dopo averci regalato un glorioso passato più ribelle e sonoramente duro (soprattutto nel periodo Cream) continua nel suo divagare fra i generi più adulti della musica “leggera”. Si chiama Clapton il disco che i fan di Eric possono acquistare da fine settembre. E ascoltandolo si capisce bene come il re del blues bianco sia riuscito a segnare indelebilmente la storia della musica. L’atmosfera calda e rilassata rappresenta di sicuro il punto di forza di questo disco. Pieno di significato, che “profuma” di antico. Nell’ascoltarlo senti quasi l’odore di un vecchio vinile malridotto o di una vecchia stratocaster lacerata dal tempo e dalle mode. Il desiderio iniziale di registrare alcu-

da un concept classico, per finire oltre gli standard della musica a cui Eric ci ha abituato. Molti gli artisti che hanno collaborato alla creazione di questo disco. Fra di loro il co-produttore e chitarrista Doyle Bramhall II, il bassista Willie Weeks, il batterista Jim Keltner, il tastierista WaltRichmond. E ancora Winwood, Cale, Wynton Marsalis, Sheryl Crow, Allen Toussaint e Derek Trucks. Un vero viaggio musicale che ha portato i suoi protagonisti a registrare l’album in giro per il mondo. Tra jazz e blues, con tutta la calma del mondo, Clapton ci trasporta nel Sud degli Stati Uniti recuperando brani

L’atmosfera calda e rilassata rappresenta sicuramente il punto di forza di questo disco. Tutto carico di significato e «dal profumo di antico» ni dei classici jazz con cui era cresciuto insieme ad alcuni brani di JJ Cale, costante fonte d’ispirazione e suo frequente collaboratore, si è poi trasformato inella realizzazione di una raccolta che abbraccia qualsiasi cosa: dalle secolari bande di ottoni al country blues meno conosciuto, fino alle ultimissime novità. Un album nell’insieme rilassante, rivelatore e diverso da tutto quello che il chitarrista ha fatto nel corso della sua leggendaria carriera. Brani che spaziano dal Jazz al Blues, passando per sonorità particolari e sperimentali. Voglia di rinnovarsi, sorprende e sorprendersi. Questo c’è alla base di Clapton, un album nato

della tradizione e qualche cover di qualche amico (JJ Cale in prima fila). I sapori si spostano velocemente da un versante all’altro con grande leggerezza, dal blues al jazz e al dixieland che contiene i profumi e sapori di New Orleans. Un disco elegante, ben suonato. Che promette davvero grandi emozioni musicali, sia per gli appassionati del genere e sia per chi Clapton lo conosce appena. Atmosfere avvolgenti e rilassate fin dall’iniziale Travelling Alone del bluesman texano Little Son Jackson che ci fa gustare lo stile eterno e inconfondibile di Slowhand, ovvero mano lenta (il soprannome che da anni contraddistingue Eric) e si va

da classici come Rockin chair (scritta da Hoagy Carmichael negli anni Venti), River Runs Deep (JJ Cale) la più rocckeggiante Run Back to Your Side (Bramhall, Eric Clapton). E ancora My Very Good Friend the Milkman e When Somebody Thinks You’re Wonderful, del virtuoso compositore e commediante Fats Waller, che vedono la presenza di due piano, assoli di tromba del gigante del jazz Marsalis e la classica sezione di fiati della Crescent City incluso Trombone Shorty e Dr. Michael White della Preservation Hall Jazz Band. Notevole la versione claptoniana dello standard jazz Autumn Leaves, cui il chitarrista affida il finale, con grande merito, visto l’immortalità di tale brano, che non viene assolutamente deturpato dalla delicata voce di Eric, ma, anzi, guadagna in questa cover un assolo di invidiabile pregevolezza. In questi 14 brani troviamo tutte le atmosfere e il feeling che da sempre contraddistingue la musica di Eric Clapton, musica che ancora dopo tanti anni si colora di nuove sfumature mantendo la classe e l’eleganza del suo inconfondibile blues bianco. L’affinità tra Clapton e il blues ha caratterizzato gran parte della sua carriera musicale. Dagli esordi negli Yardbirds e nei Bluesbreakers di John Mayall fino ai lavori più recenti con B. B. King e la rivisitazione delle canzoni di Robert Johnson. Meno familiare è invece l’impatto che arriva dagli spensierati classici jazz e dagli intimi brani pop che si trovano nel

In questa pagina, alcune immagini del grande artista Eric Clapton, di nuovo sotto i riflettori grazie al recentissimo, omonimo album “Clapton”. Un lavoro atteso e dall’atmosfra calda e rilassante

nuovo disco. «Per quest’album», spiega Clapton, «il mio pensiero è stato: potremmo anche divertirci un po’». A dimostrazione di come Eric ami suonare sopratutto per proprio divertimento. Classe 1945, inizia a esibirsi nelle strade della sua città da giovanissimo. È ancora un ragazzo appena ventenne quando fonda ben tre band, in ordine, i Cream negli anni Sessanta (con lui lo storico membro dei Beatles, George Harrison), i Bind Faith fondati con

l’amico Steve Winwood. E i Derk & The Dominos (1970). Sono gli anni di Layla, che con il fantastico riff di apertura diventa uno dei più celebri brani della storia del Rock. E Cocaine (1977) scritta dal grande amico e collabratore JJ Cale. Inutile negarlo. È Jimmy Hendrix la sua maggiore fonte di ispirazione. E per chi non lo è stato? Verrebbe da domadarsi. Forse il chitarrista piu’ grande di tutti I tempi. Modello e mito per tutti I musicisti che sono venuti dopo di lui. Dopo la morte di Hendrix Eric gli dedicherà per anni l’intro dei suoi concerti, interpretando I suoi pezzi più storici, da Little wing a Foxy lady. Nel 1991 accade qualcosa che non dovrebbe mai accadere a un padre: muore il figlio di soli 5 anni precipitando da un grattacielo di Manhattan. A lui Eric dedica Tears in Heaven, uno dei brani più malinconici, da pelle d’oca, che abbia mai realizzato. Non si abbatte, Eric manolenta. Continua a fare musica e anzi reagisce comunicando con la sua musica il suo dolore ma anche la sua forza interiore e il desiderio di continuare a credere. Collabora con I più grandi artisti internazionali. Dire Straits, Mark knopfler, Elton John, JJ Cale, Steve Winwood, Robert Cray, e Jeff Beck. E moltissimi altri. Oltre sessantenne Eric Clapton è ancora capace di trasmettere profonde emozioni appena tocca le corde.

Canta in maniera intima, personale, eccezionale, eppure lui stesso ha da ridire sul suo modo di cantare: «Odio il mio canto. Sembra tutto come quando avevo sedici anni, e vivevo a Surbiton. Faccio del mio meglio per cercare di sentire. Sai, quando sento cantare Ray Charles, credo, che sia così che si debba fare. Si ricorda migliaia di canzoni e le canta tutte come se fossero la canzone più importante che conosce. Non è come leggere, come fanno tutti. Lo fa dal profondo del suo cuore, ogni volta, per ogni canzone. Questa vuol dire esseri ispirati». Fa effetto costatare di quanta umiltà possa essere impregnata l’anima di un musicista come Clapton. Eppure forse è anche questa sua semplicità la sua arma vincente. Il suo prossimo passo sarà suonare un po’ di musica latina… o forse un po’ di jazz di New Orleans. «Mi intriga», ammette Eric. «Mescolare la chitarra elettrica sulle note di Louis Armstrong sarebbe fantastico». Perché no?


ULTIMAPAGINA Il caso. L’ennesimo colpo di grazia alla cultura arriva dall’insospettabile Amato

Dopo il crollo di Pompei, “frana” anche la di Gabriella Mecucci

ezzo dopo pezzo va in scena lo spettacolo dello smantellamento del Dizionario biografico degli italiani della Treccani. Un anno fa fu bloccata l’assegnazione delle voci dei futuri volumi, poi ci fu il varo di una sorta di comitato di direzione di sei persone, in cui il “primus inter pares” restava comunque l’ex direttore Mario Caravale. Qualche giorno fa quest’ultimo è stato destituito. Intanto anche gli altri “pezzi nobili”della Treccani rischiano parecchio, a partire dall’Enciclopedia. È come se si volessero costruire una serie di contenitori vuoti, senza cioè ricercatori, in modo da poter appaltare le voci all’esterno. Insomma, o su carta o in rete qualcosa col nobile marchio Treccani resterà, ma non sarà prodotta all’interno dello storico istituto. La crisi – si spiega – era inevitabile: la causa principale è rappresentata da Wikipedia, l’enciclopedia figlia della rete. I redattori sono preoccupati, hanno firmato una petizione in cui denunciano i tagli in programma con l’accantonamento del direttore e dei ricercatori sulla cui qualità testimoniano i ben 74 volumi del Dizionario sin qui sfornati.

P

Le sforbiciate su uno dei più prestigiosi prodotti dell’alta cultura italiana preoccupano, e stupiscono. Lascia increduli che a deciderli sia un uomo come Giuliano Amato, nominato nel 2007 dal governo italiano presidente dell’istituto Treccani. Proprio lui, il dottor Sottile, di cui tutto si può dire tranne che non sia un frequentatore di libri. Eppure tant’è, la sorte vuole che il colpo più duro venga da una mano insospettabile. Prima di lui anche il premio Nobel Rita Levi Montalcini si era dedicata all’istituto. Ma ormai quasi nessuno sembra più crederci. E se lo smantellamento è realizzato sotto la presidenza di un personaggio come Amato, viene da pensare che la copertura forte e prestigiosa, renda la battaglia di resistenza ancora più difficile. Eppure la Treccani è un bene culturale nazionale. Sarebbe come buttar giù il Colosseo e la Torre di Pisa. Come fregarsene di San Marco a Venezia o del Duomo di Milano. O rinunciare a difendere i paesaggi della Costa Amalfitana e delle Cinque Terre. Naturalmente nessuno dice ufficialmente di voler chiudere o soltanto ridimensionare. Si fa presente che il mondo è cambiato, che internet incombe e che quindi anche il Dizionario deve imboccare la via della modernità. E modernità, in questi casi, fa spesso rima con tagli, ridimensionamenti, o, addirittura, con chiusura. Un bel tratto di penna su di una storia lunga e molto produttiva,alla quale hanno collaborato tutti i migliori intellettuali italiani. E tutto questo sta avvenendo

senza che nel Belpaese si animi un dibattito all’altezza dell’evento, anzi il tutto è avvolto da una coltre di disinteresse quando non di silenzio, rotto qua e là da qualche articolo di giornale che annuncia il peggio.

La Treccani nacque nel 1925, quindi, 85 anni fa. La tennero a battesimo due personaggi straordinari: da un lato il più grande filosofo italiano, Giovanni Gentile che ne fu anche il direttore, dall’altro un imprenditore vivace e con l’aspirazione al mecenatismo: Ernesto Treccani. Gentile fu ministro della Pubblica istruzione durante il regime, ma l’impresa che teneva insieme Dizionario ed Enciclopedia andò oltre gli intellettuali orga-

te anche parecchie personalità di sicura fede fascista, ma il livello culturale fui sdempre alto. Sul livello di autonomia consentito dal regime sono state fatte numerose ricerche. E il risultato è stato univoco: la corda venne lasciata lenta e il potere di scelta fu concentrato nelle mani di Giovanni Gentile Quando tornò la democrazia Enciclopedia e

TRECCANI Dizionario vennero trattati come due fiori all’occhiello. E si lavorò ancora con più lena coinvolgendo la parte migliore della cultura italiana: da Norberto Bobbio a Giulio Carlo Argan, da Renato Dulbecco a Carlo Rubbia, da Carlo Azeglio Ciampi a Federico Caffè, da Ranuccio Bianchi Bandinelli a Piero Toesca.

Un anno fa fu bloccata l’assegnazione delle voci dei futuri volumi, poi ci fu il varo di un comitato di direzione di sei persone, in cui il “primus inter pares” restava comunque l’ex direttore Caravale. Qualche giorno fa quest’ultimo è stato destituito nici a Mussolini.Vi collaborarono personaggi come Gaetano De Sanctis, uno degli undici professori che non giurò fedeltà al fascismo, o come Luigi Einaudi, che diventerà Presidente della Repubblica al ritorno della democrazia, nonchè l’economista Angelo Sraffa e il giornalista Ugo Ojetti. C’erano naturalmen-

Si è arrivati così a pubblicare ben 62 volumi – di cui 35 fra il 1925 e il 1937 – dell’Enciclopedia, che nel 2009 è sbarcata anche in internet. Quanto al Dizionario la sua storia è partita molto più tardi e il primo volume è uscito nel 1960. In tutto sono previsti 110 volumi, 74 hanno già visto la luce, ma sin qui sono state completate tutte le biografie sino alla lettera M. Negli ultimi anni si è lavorato fra la M e la Z, ma ancora ci vorrà parecchio tempo per venirne a capo. La crisi però ha colpito anche qui e questa opera monumentale rischia di procedere a scartamento ridotto o addirittura di bloccarsi. La questione non può riguardare solo Giuliano Amato, su cui ricadono parecchie responsabilità, e i ricercatori dell’istituto, forse è tempo che il ministro dei Beni culturali se ne occupi direttamente. Dopo il crollo di Pompei, non dovremo assistere anche alla fine della Treccani, magari con la stretta collaborazione di un presidente dell’istituto di sinistra (Amato) e di un ministro di destra (Bondi).

2010_12_08  

Anche Lissen e Barenboim protestano contro «i tagli alla cultura».E intanto Albertini scioglie la riserva: «Corro con il Nuovo Polo» Il fond...

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