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Il coraggio è la prima delle qualità umane, perché è quella che garantisce le altre

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Winston Churchill

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • MARTEDÌ 30 NOVEMBRE 2010

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Gli Usa avviano un’inchiesta penale sul caso del sito pirata. Mentre partono le proteste delle cancellerie di mezzo mondo

L’Italia non conta più niente Dalle carte di Wikileaks emerge il ritratto di un Paese ormai schierato con Mosca e sempre più marginale. Berlusconi replica: «Non faccio festini», ma solo Gheddafi lo difende DAGLI USA ALLA RUSSIA

Dopo i casi di Grecia e Irlanda

Quando le Camere hanno deciso di allearsi con Putin?

Eurocrac: il pronto soccorso può non bastare

di Luisa Arezzo iquidare, come ha fatto l’onorevole avvocato Ghedini, tutta la questione Wikileaks come «una sorta di compendio di banale gossip, già più volte riportato dalla stampa italiana» (entrando ovviamente solo nel merito delle rivelazioni su Berlusconi), è davvero un esercizio di stile. A cui, quello sì, siamo ormai tutti abituati. Perché se è vero che per noi forse non c’è nulla di nuovo nelle notizie divulgate dal pirata Julian Assange (a cui stanno facendo terra bruciata, l’Australia sta anche cercando qualche cavillo legale per ritirargli la cittadinanza), è altresì un dato di fatto che leggere - nero su bianco - i commenti confidenziali della diplomazia Usa in merito all’operato del nostro presidente del Consiglio mette il dito in una piaga ben più ampia. Il lento discredito che il nostro Paese sta conquistando presso le principali cancellerie internazionali. E non solo in seno alla Casa Bianca. Attenzione però: discredito soprattutto in seno all’Occidente. Discredito nel quadruplice cerchio dell’Unione Europea, dell’Alleanza Atlantica, delle Nazioni Unite e delle altre organizzazioni internazionali regionali e globali. Perché in questi ultimi anni la nostra politica estera si è spostata. Guardando sempre più verso altri orizzonti: Russia,Turchia e Libia.

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I documenti che riguardano il Vaticano

Ma su Ratzinger gli americani hanno sbagliato previsione Nel 2005, Condoleezza Rice chiese chi sarebbe diventato papa dopo Giovanni Paolo II. E l’ambasciata rispose: tranquilli, questa volta sarà sicuramente un italiano Luigi Accattoli • pagina 5

Gli analisti di geopolitica non hanno dubbi: «Dopo questo incidente, gli Stati Uniti rischiano di apparire inaffidabili, mentre l’amara verità è che noi italiani lo siamo già»

Il «salvataggio» di Dublino è stato salutato come un successo, ma Angela Merkel continua ad agitare lo spettro dell’addio all’Euro. E i nostri debiti crescono

Pierre Chiartano • pagina 2

Giancarlo Galli • pagina 8

Parlano Lucio Caracciolo, Carlo Jean e Vittorio Emanuele Parsi

Qual è il prezzo politico delle amicizie pericolose?

segue a pagina 4

Il sindaco di Pollica contrastava la droga e gli appalti alla criminalità

Vassallo fu ucciso dalla camorra Dagli inquirenti, la conferma. E l’omicida è in Colombia di Errico Novi

ROMA. È passato poco più di un mese da quando il sindaco di Campofelice di Roccella, piccolo comune del Palermitano, si è visto recapitare una minaccia di morte che suonava così: «Stai attento o finisci come lui». Lui è Angelo Vassallo, il primo cittadino di PollicaAcciaroli trucidato il 5 settembre. E ora è ufficiale: quell’omicidio fu commissionato dalla camorra che voleva invadere Pollica. Angelo Vassallo

seg1,00 ue a p agina 9CON EURO (10,00

a pagina 6 I QUADERNI)

• ANNO XV •

NUMERO

232 •

Se la buona politica viene eliminata come se gli investi- di Antonio Manzo politico-mafioso di un gatori fossero stati sindaco del Mezzogiorcostretti, all’improvviso, ad as- no: Angelo Vassallo. Ora le indagini sistere a un film inedito. È come se portano al cuore della sofferenza agli inquirenti fossero state propo- del Mezzogiorno a tratti senza Staste letture, inesplorate, con le pagi- to e senza Legge, con bande di dene violente della sfida più sanguino- linquenti pronti a tutto, senza regosa, emblematicamente lanciata allo la né timore. segue a pagina 7 Stato e alla politica con l’omicidio

È

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


pagina 2 • 30 novembre 2010

prima pagina

l’inchiesta Secondo gli analisti, gli Stati Uniti escono malconci dallo «scoop»: ora molti rapporti e molti equilibri saranno da ridiscutere

Le relazioni pericolose

Dopo il caso-Wikileaks, è arrivato il momento di ripensare la nostra politica di alleanze internazionali: parlano Caracciolo, Jean, Parsi di Pierre Chiartano

ROMA. È un vero Wiki-storm, una tempesta, quella scatenata dalle rivelazioni di Wikileaks la cui portata difficilmente sarà valutabile a breve termine. Qualche raffica di vento è arrivata anche in Italia, ma secondo molti commentatori italiani con effetti minori rispetto a ciò che sta succedendo nelle cancellerie di mezzo mondo. «C’è una guerra per bande all’interno dell’amministrazione americana, dove si usano tutti mezzi per poter prevalere. Il danno, a breve termine, per la diplomazia Usa sarà una perdita di credibilità con gli alleati a lungo termine è difficile da pronosticare», spiega a liberal Lucio Caracciolo, direttore di Limes. «Non dobbiamo basare un giudizio su i testi dei dispacci diplomatici, perché chi li scrive suppone che non vengano resi noti, per cui si usano toni anche molto più aggressivi», è invece il parere del generale Carlo Jean, grande conoscitore della diplomazia internazionale. Il rapporto con la Russia di Putin si basa sull’amicizia, sulla condivisone di valori, di nuovi equilibri diplomatici per l’Italia? Per il generale Jean non sembra che le rivelazioni introducano grandi ele-

menti di cambiamento per la politica estera di Roma. «Molte cose si sapevano già, Washington aveva sempre mostrato qualche disagio per i rapporti troppo stretti tra Roma e Mosca. Il fatto che venga usato il termine di ”portavoce di Putin” (riferito al nostro premier, ndr) è solo un termine colorito». Nella politica delle relazioni internazionali e nella collocazione italiana nella mappa euroatlantica «non cambia nulla» rassicura l’ex consigliere militare del presidente Francesco Cossiga. Insomma, la posizione di un Paese sullo scacchiere globale non riflette

LUCIO CARACCIOLO «A Washington c’è una guerra per bande: si usano tutti i mezzi per poter prevalere. Il danno immediato, per la diplomazia Usa, sarà una perdita di credibilità con gli alleati»

sempre il punto di vista di un premier, sembra voler suggerire il generale. L’attuale ministro degli Esteri, Franco Frattini ha parlato di 11 settembre diplomatico «non certo in riferimento alle vicende italiane» spiega Jean. «Un frase che si riferisce ai rapporti tra Paesi e dipartimento di Stato Usa. Uno dei compiti della diplomazia è quello di proteggere le informazioni che poi servono ai tavoli negoziali e per cementare alleanze. Ora diventa difficile che un interlocutore possa fidarsi di andare a parlare con gli americani» continua il generale Jean. Quindi, se disastro c’è stato, è sicuramente per l’immagine di una diplomazia di Washington ”colabrodo” rispetto alla riservatezza imposta al lavoro delicato delle feluche.

«come tanti altri Stati» precisa il professore: «È interessante come venga sottolineata l’eccessiva vicinanza anche psicologica tra Berlusconi e Putin». Washing-

«Sui nostri asset di forza, che sono il contributo militare in Afghanistan, in Libano e le buone entrature con alcuni paesi mediorientali non cambiano nulla – butta acqua sul fuoco Vittorio Parsi, professore alla Cattolica ed esperto di affari internazionali – Certo, fanno capire che l’importanza dell’Italia per gli Usa è diversa da quello che ci raccontiamo». Ma l’Italia gode di scarsa considerazione

ton aveva già espresso un certo disagio per questa vicinanza tra Roma e Mosca, ma forse era più l’atteggiamento di chi vuole dirigere l’orchestra dove non ci siano troppi strumenti che seguano uno spartito diverso da quello scritto oltre Atlantico. «Gli americani sono sempre convinti, nel bene e nel male, di essere loro a stabilire quando e quanto si deve aprire o chiudere un tavolo negoziale.

VITTORIO EMANUELE PARSI «Tutti questi documenti ci fanno capire che, nei rapporti con gli Usa, l’Italia ormai riveste un ruolo e un’importanza decisamente diversi da quelli che, fin qui, ci eravamo raccontati»


il fatto

«Pagano le ragazze per calunniarmi» Ospite di Gheddafi, Berlusconi risponde alle indiscrezioni online: «Mi chiedo chi c’è dietro» di Vincenzo Faccioli Pintozzi a sensazione è che ora si sia scelto l’understatement. Dopo “l’11 settembre della diplomazia”, infatti, le rivelazioni del sito pirata Wikileaks sui commenti inviati dai diplomatici americani al Dipartimento di Stato Usa sono divenute “gossip”. Che il premier italiano Berlusconi, in visita in quella Libia tanto vituperata dai diplomatici americani, commenta così: « Non bisogna guardare alle dichiarazioni di funzionari di terzo o di quarto grado, che poi alla fine riportano quello che leggono sui giornali di sinistra, per esempio». E che quel funzionario sia al momento il numero due dell’ambasciata, poco importa. Ma Berlusconi vuole anche mettere a tacere una volta per tutte chi lo accusa di portare avanti una vita dissoluta, fra festini e sesso sfrenato: «Che cosa può spingere una ragazza a dichiararsi prostituta davanti al mondo? Perché si autodichiarano prostitute precludendosi lavoro e marito? Perché lo fanno? Chissà chi avrà pagato così tanto…». Da Tripoli, sempre più bel suol d’amore, il predel sidente Consiglio italiano smentisce anche la questione festini e relativi bunga-bunga: «Se posso permettermi, sfortunatamente, non ho partecipato in tutta la mia vita a nessun “wild party” [il riferimento è al commento emesso dall’ambasciata Usa, che definisce i festini di Palazzo Grazioli “selvaggi”, wild]. Forse sono interessanti, ma io non ho mai avuto occasione di frequentarli. A parte gli scherzi, vorrei tornare su un fatto che anche in Italia è stato diffuso e che non ha nessun fondamento nella realtà: io una volta al mese do delle cene nelle mie case perché c’è tanta gente che vuole incontrarmi e stare con me».

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no detto: come mai lascia il telefonino alle ospiti? Perché in queste cene tutto ciò che accade è soltanto corretto, dignitoso, elegante e quindi tutti possono filmare o fotografare qualunque cosa capiti in queste cene. Quindi sono tutte cose che fra l’altro fanno male anche all’immagine del Paese, perché poi qualcuno può pensare che siano vere».

Ma la giornata di ieri, e soprattutto l’incontro con i leader africani ed europei riuniti in Libia, non si è certo concluso con l’accorata difesa del premier. In

Il raìs libico torna a chiedere soldi all’Europa: 5 miliardi per evitare che «un continente si riversi sopra un altro»

E sulla questione della “ricattabilità”, che poi sarebbe il vulnus giuridico alla base degli argomenti di chi lo accusa di mettere a rischio con il suo comportamento anche la sicurezza nazionale, chiosa: «HanPensi alla questione della Georgia. Washington inizialmente guardava con sospetto i Paesi che erano più cauti sull’apertura della Nato a Tiblisi. Ora l’attuale amministrazione riconosce che forse aprire alla Georgia non era il massimo delle iniziative. Come quando ci dicono che sul gas sbagliamo», il riferimento di Parsi è al progetto Southstream, sponsorizzato dal Cremlino, mentre gli Usa da sempre spingono perché in Europa nessun Paese abbia un fornitore privilegiato d’energia e ci sia una diversificazione spinta in questo settore. Lo aveva sottolineato anche l’inviato speciale per l’energia nel Caucaso della Casa Bianca, C. Boyden Gray nell’ultimo spezzone dell’era Bush junior, quando era arrivato in Italia. «Quindi l’espressione di un punto di vista americano, nulla di più», spiega l’accademico italiano.

«L’Italia è un caso a sé stante, con un clima politico interno talmente esacerbato, con divisioni stile guelfi e ghibellini. Il nostro premier ci mette anche del suo. Ma pensi a Paesi come la Francia, Russia e Cina. La reazione sarà di una irritazione nei confronti degli Usa. Tutti penseranno: ma come si permettono di dare certi giudizi. I russi che si sentono qualificati come uno Stato mafia. Dopo

effetti, a lasciar da parte le miserie umane, la notizia relativa al summit è che il leader libico Muhammar Gheddafi è tornato a reclamare «almeno cinque miliardi di euro» l’anno dall’Unione europea per fermare l’immigrazione clandestina. Aprendo i lavori del vertice Ue-Africa a Tripoli, Gheddafi ha detto che «la Libia si impegna a fermare l’immigrazione clandestina se voi fornirete almeno cinque miliardi di euro e l’assistenza tecnica». Gheddafi aveva già avanzato

tale richiesta durante una visita ufficiale a Roma lo scorso agosto; all’epoca l’Ue aveva giudicato la richiesta “esagerata”. «Se volete fermare l’immigrazione clandestina aiutate la Libia», ha insisito Gheddafi davanti a 80 leader dei continenti africano ed europeo; altrimenti, ha minacciato il colonnello, «la Libia non farà più il guardacoste dell’Europa e un continente si riverserà sopra un altro». D’altra parte, il raìs libico ha dichiarato senza mezzi termini che «i tentativi per realizzare una partnership economica tra il continente africano e l’Europa sono finora un fallimento. Abbiamo fallito nella nostra partnership economica. Abbiamo avviato una serie di convenzioni [nel 2007 al summit di Lisbona, ndr], ma questi accordi non sono effettivi, sono rimasti sulla carta», ha detto Gheddafi. I leader riuniti dal colonnello, secondo le sue stesse parole, hanno scelto di occuparsi «di politica e abbiamo lasciato l’economia da parte. L’Africa ha bisogno di economia, non di politica». Subito dopo, l’uomo forte di Tripoli ha aggiunto una velata minaccia: «Se la partnership con l’Europa non decolla, l’Africa ha altre alternative. Penso in particolare ad America Latina, Cina e India, Paesi e regioni che rispettano i nostri regimi e non intervengono nei nostri affari interni». Gheddafi ha infine chiesto all’Ue di non trattare più con i vari gruppi regionali africani separatamente, «altrimenti la partnership è votato all’insuccesso». «Vogliamo un’alleanza da uguali a uguali, basata sull’interesse reciproco e non sullo sfruttamento», ha concluso il numero uno libico, che ha poi attaccato Wto, Banca Mondiale e Fmi: organizzazioni “terroristiche”.

Forse potrebbe essere una scelta figlia di una nuova realpolitik Usa che non può attendere un’evoluzione democratica di un Paese o, come in passato, darle una spintarella. Ed è costretta a mettere la benzina che trova per far partire il motore della sicurezza in Europa. «Le incoerenze non sono solo quelle italiane. Prevedo che nascerà un pasticcio da questa vicenda. La facilità di dare giudizi, un caratteristica che i liberal CARLO JEAN americani hanno in misura maggiore dei conservatori, renderà «Washington evidente un’America che predica aveva sempre bene e razzola male. Quando ad mostrato esempio fa spiare la sede delle qualche disagio Nazioni Unite, dai vertici in giù, in per i rapporti un struttura che è di fatto ospitata troppo stretti in territorio Usa, a NewYork. È vecon Mosca. ramente grave». Da una parte abDire che biamo l’imbarazzo delle rivelazioBerlusconi ni, ma non è peggio che Washingè il “portavoce ton non abbia saputo proteggere di Putin” dei documenti diplomatici riservaaggiunge solo ti? «In effetti è una vicenda che un po’ di colore» sfiora il ridicolo. Documenti così importanti protetti così male. La fuga di notizie sugli altri è cento coinvolgimento nello scudo antimissile. volte peggio che la fuga di notizie sul Come può Washington considerare di proprio Paese. Mina la fiducia reciprocoinvolgere nel sistema antimissile uno ca. D’ora in poi quando gli Stati Uniti Stato-mafia?» fa notare il professore. chiederanno a un alleato di condividere puoi firmare tutti i trattati che vuoi» suggerisce Parsi, ma l’offesa resta. Forse dovremmo considerare che Washington non ha tutti i torti sul rapporto Putin-Berlusconi. «Riflettiamo però sulla relazione tra il giudizio sulla Russia e le considerazione sul nostro Paese. E poi come mediare tra questo giudizio su Mosca con la necessità di firmare il nuovo Start e le aperture sulla Nato e il

notizie riservate, genereranno diffidenza». C’è un altro dato che emerge dalla vicenda Wikileaks, nessun quotidiano italiano è destinatario dei documenti per al loro pubblicazione. In Europa vediamo El Pais, il Guardian, Der Spiegel e Le Monde, ma nessuna testata italiana.

Per Parsi questo non è un elemento per cui riflettere sulla qualità e la libertà di cui gode la nostra stampa, ma solo della scarsa influenza internazionale. Con la stampa in lingua inglese e spagnola copri il mondo. La Germania ha influenza sul centro-est Europa. Un’altra spiegazione è che la vicenda non nasca solo da un’operazione di pirateria informatica su larga scala, ma ci siano delle fonti». Ora è difficile immaginare un ”dopo” a questo vero terremoto diplomatico. «Ci sarà un cancan sul nostro presidente del Consiglio. Gli mancava solo questa tegola a Berlusconi». È proprio vero, piove sempre sul bagnato. E Parsi non risparmia delle malinconiche considerazioni sul doppio standard di giudizio. Ma siamo così sicuri che in passato il giudizio della diplomazia Usa su Italia ed Europa fosse più lusinghiero? Ed è forse un bene che oggi questo giudizio sia noto anche ai comuni mortali.


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l’approfondimento

I dispacci diplomatici resi noti dal sito di Assange non contengono “rivelazioni” ma svelano che cosa gli altri pensano di noi

C’era una volta l’Italia

Il governo Berlusconi ha stravolto la politica estera del nostro Paese: dalla tradizionale alleanza con gli Usa all’amicizia interessata con Putin e Gheddafi. Ora Wikileaks spiega perché Washington ci ha emarginato di Luisa Arezzo segue dalla prima Lo spostamento del baricentro non è cosa nuova, ma in qualche misura possiamo dire che è stato “legittimato” dall’ascesa del presidente Obama. Infatti, mentre buona parte dell’Europa ha percepito l’arrivo di Barack Obama alla Casa Bianca come una svolta (da sostenere) verso il multilateralismo ed il multipolarismo, l’Italia del governo Berlusconi ha tirato invece in quella data (gennaio 2009) una linea di demarcazione negli equilibri della sua politica estera. L’esaurimento del mandato di George W. Bush, infatti, ha cancellato uno dei fiori all’occhiello della diplomazia personale del presidente del Consiglio, cementata dalle relazioni con i leader di alcune delle maggiori potenze quali, George W. Bush,Tony Blair,Vladimir Putin o Nicolas Sarkozy. Ed ha aperto, in modo stabile, una serie di canali preferienzali con la Russia, la Turchia, la Libia e in parte anche l’Iran, che nell’arco di meno di ventiquattro mesi han-

no sensibilmente spostato il baricentro della nostra politica estera. Ma questo, attenzione, è avvenuto senza nessuna approvazione di carattere parlamentare. A onor del vero, che fosse in procinto di raffreddare lo storico legame euroatlantico si era capito anche alla fine del mandato di Bush, all’epoca dello scoppio della guerra in Georgia.

Alla ferma condanna occidentale, Berlusconi si era infatti contraddistinto come unica voce contraria, dicendo esplicitamente di non capire l’improvviso innamoramento degli ameri-

cani per Tbilisi e trascurando almeno quindici anni di lavorio di Washington a costruire sistemi liberaldemocratici nell’est europeo e in centro Asia. A suo dire, tale posizione era stata assunta nello spirito degli accordi di Pratica di mare: ovvero per tentare una conciliazione fra Est ed Ovest (aveva anche proposto l’Italia per una conferenza di pace), epperò le parole usate in quell’occasione erano davvero sembrate più un appoggio incondizionato all’amico della Dacia sul Mar Nero e di Villa Certosa, che un tentativo di mediazione fra due leader di grandi po-

l’Italia è come entrata in dissolvenza sullo schermo internazionale

tenze. La realtà è che da allora in poi, la politica estera ha ripreso a correre ovunque, dopo aver trattenuto a lungo il respiro per la grande crisi economica. E che da allora in poi l’Italia è come entrata in dissolvenza sullo schermo delle relazioni internazionali. La sua voce è appena percepibile. Eppure il mondo intorno a noi cambia vertiginosamente, la storia sembra precedere la cronaca. I Governi sono in competizione di visibilità a fronte della crisi finanziaria, del depotenziamento americano e dell’ascesa di nuove potenze. Diciamolo: è raro trovare sulla stampa internazionale

un riferimento all’Italia, magari anche solo critico. Eppure nella sua precedente esperienza di governo il presidente Berlusconi si presentava come capace di far dialogare Bush e Putin, di mettere insieme Occidente e Oriente. Si muoveva come se il peso internazionale di un leader non fosse condizionato dalla potenza che ha dietro di se.

Il suo Governo aveva rapporti distanti e quasi ostili con i principali Governi dell’Europa continentale, ma aveva almeno un solido legame con gli Usa. Oggi non è più così. L’Italia ormai non è presente al vertice di nessuna delle grandi istituzioni internazionali. Le esternazioni in materia di politica estera sono solo brevi e incompleti abbozzi dai quali non emerge alcuna strategia generale e coerente. Il Governo ripropone la diplomazia nella funzione riduttiva di promuovere il prodotto italiano nel mondo, quasi che ciò possa racchiudere tutta la tradizione e l’ambizione di un Paese che non voglia essere solo il luogo di va-


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Nel 2005, gli osservatori di Washington davano per fuori gioco l’allora cardinale tedesco

Ma su Ratzinger gli americani hanno sbagliato previsione

Nei documenti pubblicati dal sito pirata, ci sono anche delle illazioni, per altro inesatte, sull’elezione del nuovo Papa dopo Giovanni Paolo II di Luigi Accattoli ra i documenti “confidenziali” americani divulgati dal sito Wikileaks ce ne sono almeno 18 che riguardano il Vaticano. Risulta che i diplomatici statunitensi non avevano creduto alle voci che davano per favorito il cardinale Ratzinger al Conclave del 2005, valutando come più probabile un candidato latino-americano o italiano. Ne vengono una riprova e forse un insegnamento. La riprova è che gli “scenari” diplomatici inviati ai governi alla vigilia dei Conclavi si basano quasi esclusivamente sulle speculazioni dei media. L’insegnamento potrebbe essere di più immediata utilità in queste ore in cui dobbiamo sceverare ciò che di buono – informativamente – ci arriva da questa marea di testi che dovevano restare negli archivi, non fossero intervenuti i pirati della Rete capaci di far volare per l’aere ogni segreto.

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L’insegnamento – dicevo – sarebbe questo: che vanno ritenuti rilevanti i dispacci in partenza dagli Usa – spiate questo, favorite quello, impedite che avvenga il tale evento – ma per i rapporti dalla periferia fino a prova contraria possiamo stare tranquilli. Berlusconi avrebbe detto di aver “riso” di ciò che di lui affermano i dispacci e – per quello che è emerso fino a questo momento – possiamo credergli.Vi si apprende infatti il suo “stretto” rapporto con Putin, la sua “inclinazione ai party”– chi l’avrebbe immaginata! – e che sarebbe considerato «inetto, vanitoso e incapace (feckless, vain and ineffective) come leader»: esattamente quello che i nostri giornali scrivono da sempre, una volta azzeccando e un’altra sbagliando. Altro paio di maniche sarebbe se spuntasse un nel rapporto quale l’ambasciatore americano a Roma o in Vaticano riferisse che un nostro Primo Ministro o un Segretario di Stato del Papa gli abbia detto questo e quello, e si trattasse di affermazioni gravi e inedite. Ma fino a questo momento – per nostra fortuna – sono emersi soltanto degli scialbi echi di stampa. Quanto al Conclave che elesse Ratzinger, veniamo a sapere che un testo

di sette pagine – redatto il 14 aprile 2005 dall’Ambasciata Usa presso la Santa Sede e destinato al Segretario di Stato Condoleezza Rice – traccia l’identikit del futuro Papa: «Non troppo giovane né troppo vecchio», «deve parlare italiano», «dopo un polacco è prevedibile che il nuovo Papa non verrà dall’Europa Orientale, non sarà uno degli 11 cardinali americani perché cittadini dell’ultima superpotenza e non sarà un francese perché molti ricorda-

Questi report, alla fin fine, riportano solo le opinioni che già circolano sulla stampa no quanto i Papi francesi nel XIV secolo furono sospettati di essere influenzati dalla monarchia francese». Una nota del 18 aprile 2005 – giorno di avvio del Conclave – elenca e descrive 16 papabili. Tra essi c’è Ratzinger ma non si dà credito alla sua eleggibilità:

«Nei primi scrutini prenderà più voti ma è improbabile che ottenga il sostegno». Gli altri 15 sono Tarcisio Bertone, Camillo Ruini, Angelo Scola, Dionigi Tettamanzi (“migliore candidato italiano”), il portoghese José Cruz Policarpo, il belga Godfried Danneels, l’austriaco Christoph Schönborn, l’argentino Jorge Mario Bergoglio, il colombiano Dario Castrillon Hoyos (“candidato perfetto per chi vuole un ispanico che conosce la Curia”), il brasiliano Claudio Hummes, il messicano Norberto Carrera, l’honduregno Rodriguez Madariaga, gli africani Francis Arinze e Wilfrid Napier, l’indiano Ivan Dias. Sono i nomi e gli spunti di tutti i media. Lo stesso era capitato con gli altri Conclavi dell’ultimo secolo. Come ha mostrato lo storico Alberto Melloni nel volume Il Conclave (Il Mulino 2001), i dispacci degli ambasciatori presso il Vaticano o presso l’Italia che fanno previsioni sui Conclavi hanno come fonte primaria i servizi pubblicati dai giornali durante la Sede vacante, cioè nelle due settimane che vanno dalla morte di un Papa all’elezione di un altro.

Di un caso da manuale fui osservatore ravvicinato alla vigilia del Conclave dell’agosto del 1978 che elesse il cardinale Luciani. Ero allora il vaticanista di Repubblica e un giorno il direttore Eugenio Scalfari mi passò copia di un “appunto” dell’ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede, Vittorio Cordero di Montezemolo, che informava il ministro degli Esteri – che era Arnaldo Forlani – sulla buona probabilità che venisse eletto un cardinale di Curia: o Sebastiano Baggio, o Paolo Bertoli. L’appunto elencava una dozzina di papabili, che conteneva anche i nomi di Benelli, Pignedoli, Poletti, Felici, Pappalardo,Villot, Pironio, Gantin, Willebrands, Koenig. E fu così che mi trovai a commentare su un giornale le previsioni dell’ambasciatore che erano state cavate – in primis – dai giornali. Quando al Conclave del 2005, ero allora al Corriere della Sera e il direttore Paolo Mieli chiese il profilo di 12 papabili da pubblicare uno al giorno. Si costituì un gruppo di lavoro che mise Ratzinger come primo, seguito da Tettamanzi, Arinze, Hummes, Ruini, Schönborn, Scola, Dias, Antonelli, Policarpo, Rodriguez Maradiaga, Bergoglio. In undici casi sono nomi presenti anche nella lista dell’Ambasciata statunitense. Come l’Ambasciata eravamo sicuri che Ratzinger sarebbe stato votato. Forse il più votato al primo scrutinio. Non pensavamo che sarebbe stato eletto. Immaginavamo persino che non avrebbe accettato. Sbagliammo, come il diplomatico Usa che si basò anche sui nostri articoli per il suo “dispaccio”. www.luigiaccattoli.it

canza dell’Occidente. L’atrofia del discorso di politica internazionale si manifesta anche nella stanca ripetizione di ipotesi, ad esempio l’adesione d’Israele o della Russia all’Unione Europea, che tutti sanno essere irrealistiche. Talvolta il nostro ruolo nelle crisi regionali si esaurisce nella proposta, che poi resta senza seguito, di ospitare una Conferenza di pace, come quella sul Caucaso. Iniziative del genere si rivelano velleitarie se un Paese non ha la potenza né la statura per sostenerle. La dipendenza energetica non è solo nostra né solo nostra è la consapevolezza della necessità della collaborazione con Mosca nelle grandi crisi internazionali. Ma i frutti della nostra indulgenza verso la Russia non ci hanno mai portato grandi benefici né sono stati particolarmente avvertibili nella soluzione del conflitto georgiano o del contenzioso energetico con l’Europa. Eppure ciò non toglie che i nostri legami con Mosca siano cresciuti in modo esponenziale.

Un esempio breve breve: oggi l’Italia è il secondo partner commerciale europeo della Russia. Nel 2001, prima dell’ascesa di Putin, l’interscambio commerciale ammontava a 170 milioni di dollari. Solo un anno dopo aveva superato i 280 milioni. Nel 2006 aveva segnato il record di 21 miliardi. Non ci sono soltanto Alenia e Fiat, marchi italiani ormai tradizionali in Russia. È il settore energetico ad essere il principale polo d’attrazione. C’è poi da dire che una politica estera impostata sui rapporti personali, come quella fra Berusconi e Putin, Berlusconi ed Erdogan, Berlusconi e Gheddafi (senza contare gli almeno due tentativi di andare in Iran ad incontrare Ahmadinejad - in questo caso Franco Frattini, ministro degli Esteri - poi naufragati per le proteste internazionali) offre delle riflessioni. La più evidente è che la politica estera di un Governo deve essere costruita all’insegna della continuità, e non essere vittima della simpatia/antipatia del presidente del Consiglio di turno. Anche qui un esempio per tutti: due fattori d’ombra potrebbero offuscare i rapporti tra Mosca e Roma. Il primo è il rischio che l’Italia divenga un cavallo di Troia per riportare in Europa, soprattutto all’Est, una nuova forma di egemonia russa, già evidente nel comparto energetico. Il secondo è l’incertezza sul nucleo intorno a cui gravita questa notevole cooperazione bilaterale, ovvero la capacità di due soli uomini di trovare una soluzione soddisfacente per entrambi. Italia e Russia si sono addentrate in un’integrazione fitta, sia economicamente che politicamente, proiettata su una scala trans-europea. Un improvviso e insanabile dissidio tra Berlusconi e Putin potrebbe davvero mettere a repentaglio questo equilibrio di potere. E danneggiare il nostro Paese.


diario

pagina 6 • 30 novembre 2010

Adesso la Fiat cambia marchio alle automobili (e costruisce una Doblò per la Opel) di Francesco Pacifico

La nuova Fiat – quella con cervello a Torino e con il corpo sempre più a Detroit – partirà con un nuovo marchio e con obiettivi molto ambiziosi: portare la crescita del fatturato nel 2014 a 29 miliardi di euro. In attesa di ottenere il via libera dei sindacati per esportare il modello Pomigliano a Mirafiori, durante l’investor day di ieri, Sergio Marchionne ha presentato, agli analisi lo spin off che sarà in vigore dal prossimo primo gennaio. Quello che vedrà come due entità separate la parte auto (Fiat spa) e quella dei camion e dei veicoli commerciali (Fiat industrial spa). L’Ad ha spiegato che dopo la scissione l’auto e i camion avranno anche due marchi diversi (opera dello studio Robilant) oltre a essere quotati separatamente alla Borsa di Milano.

fino a 64 miliardi nel 2014, con il trading profit che dovrebbe passare da 0,6 a 3,5 miliardi. Per Industrial si stima una crescita del fatturato dagli attuali 19 miliardi di euro ai 29 miliardi nel 2014, mentre il trading profit passerà da 0,6 a 3,3 miliardi. Per quanto riguarda la politica dei dividendi, si dovrebbe dovrebbe ricalcare quel 25 per cento seguito in questi anni da Fiat. Marchionne anche ieri ha escluso di voler cedere il controllo della Ferrari, ma si è detto disponibile a considerare l’ingresso di partner di minoranza industriali o finanziari. «Tutto dipende dal prezzo». Quindi, il mananger non ha «escluso un delisting di Cnh dal listino Usa», anche se l’operazione appare complessa nel breve termine.

Per le quattro ruote è stato ideato un logo con lettere allungate e di colore blu. A ben guardare il simbolo presentato ieri mattina ricorda quello usato dal Lingotto nel Dopoguerra: e se i grafici hanno modificato il corpo del carattere per renderlo più affascinante, è facile vedere anche un forte legame tra passato e futuro, tra tradizione e innovazione nella storia della casa torinese. Per Fiat Industrial, invece, si è deciso di mantenere la stessa iconografia creata per Fiat Group: la base è il tradizionale blu dell’azienda (mentre per la denominazione si sono usati carattere di colore giallo-arancio), il messaggio è quello di un azionista che intende sviluppare ogni asset del suo gruppo. Gli analisti però sono sembrati più interessati ai conti. Al riguardo Marchionne ha comunicato che Fiat spa partirà con un indebitamento netto tra gli 1,6 e i 2 miliardi. La liquidità sarà pari a 10 miliardi, mentre sulla parte ricavi è prevista

In questo di lasso di tempo Marchionne, infatti, ha altro a cui pensare. Innanzitutto lo spin off, che «dovrebbe far emergere il valore intrinseco delle attività industriali e automobilistiche di Fiat», con la speranza di portare una plusvalenza a piccoli e grandi azionisti. Eppoi c’è il cantiere Chrysler. Durante l’investor day l’Ad avrebbe spiegato che il lancio dei nuovi modelli sta rispondendo alle aspettative e che la piccola di Detroit dovrebbe raggiungere a fine anno i 2 milioni di veicoli venduti. Un trend che potrebbe spingere Fiat a restituire prima i fondi prestati dalla Casa Bianca, così da salire alla maggioranza del capitale prima del 2013. Intanto il Lingotto ha annunciato che dalla fine del 2011 saranno forniti anche alla Opel i veicoli commerciali prodotti in Turchia sulla piattaforma del Doblò.

Gli inquirenti verso la soluzione del drammatico caso del sindaco di Pollica: l’assassino sarebbe scappato in Colombia

Fu un omicidio di camorra

È ufficiale: Vassallo vittima del mercato della droga e degli appalti di Errico Novi

ROMA. È passato poco più di un mese da quando il sindaco di Campofelice di Roccella, piccolo comune del Palermitano, si è visto recapitare una minaccia di morte che suonava così: «Stai attento o finisci come lui». Lui è Angelo Vassallo, il primo cittadino di PollicaAcciaroli trucidato il 5 settembre. Alla lettera minatoria erano allegati ritagli di giornale relativi alla tragica fine di quest’ultimo. Ecco, quel terribile assassinio ha acquisito un forte valore simbolico per la stessa criminalità organizzata. Costituisce l’evocazione di una ferocia spietata, che colpisce inesorabile, anche nei luoghi in apparenza al riparo dall’imperversare delle cosche. Anche per questo suscita sollievo la notizia riportata ieri in esclusiva dal Mattino: il pool antimafia di Salerno, guidato dal Procuratore Franco Roberti, avrebbe individuato il possibile esecutore materiale dell’omicidio Vassallo. Si tratta di un giovane, poco più che trent’enne, ampiamente noto alla forze dell’ordine di Salerno per il suo curriculum di spacciatore e piccolo camorrista. Il sospettato si troverebbe in Colombia, a Medellin, dove avrebbe avuto riparo presso conoscenti. Sarebbe fuggito pochi giorni dopo l’agguato di Acciaroli. È un segnale importante, che fa seguito ad alcune settimane in cui le indagini si sono svolte lontano dai clamori dei primi giorni. Nel frattempo il ricordo di Vassallo continua a essere vivo, e il suo impegno citato in ogni possibile occasione. Ma è palpabile – lo riferiscono soprattutto i concittadini del sindaco-pescatore – l’ansiosa

Angelo Vassallo, il primo cittadino di PollicaAcciaroli è stato trucidato il 5 settembre. Quel terribile assassinio ha già un forte valore simbolico per la stessa criminalità organizzata. Costituisce l’evocazione di una ferocia spietata, che colpisce inesorabile, anche nei luoghi in apparenza al riparo dall’imperversare delle cosche

attesa con cui si spera di vedere scacciato via un incubo: cioè l’idea che la camorra possa stringere in una morsa anche quell’ultimo lembo di Campania, il Cilento, che fino ad ora era sembrato sfuggirle. Risale ai primi di novembre l’interrogazione al ministro dell’Interno Maroni presentata da una senatrice del Pd, Annamaria Carloni, compagna del’ex governatore campano Antonio Bassolino: vi si denunciava «l’immobilismo» riguardo al «mancato incremento di presìdi sul territorio». E in più si esprimeva

preoccupazione per il fatto che «a oltre due mesi dalla scomparsa di Vassallo» non ci fossero «notizie sui mandanti dell’omicidio, né altre informazioni in merito alle indagini».

In realtà la Procura ha sempre assicurato il grado minimo di informazione possibile e necessario. Si sa che le verifiche sono andate a 360 gradi. Che non è stata esclusa nessuna pista, neppure quella del delitto passionale. «L’abbiamo verificata. E posiamo dire che rispetto all’ipotesi di un marito gelo-

so, della moglie tradita, non c’è alcun indizio», spiega a liberal il Procuratore Roberti. «Continueremo naturalmente a fare tutte le verifiche utili anche in questa direzione, ma è vero che a questo punto il campo si restringe. C’è un’ipotesi che riguarda appunto l’ambiente dello spaccio di droga. Ma chi ha sparato, potrebbe averlo fatto su commissione». E quindi, chiarisce ancora Roberti, «restano in piedi sia il filone del traffico di stupefacenti sia quello degli appalti». Perché se si appurasse appunto che il so-

spettato ha sparato perché ingaggiato dai clan, non è detto che al centro degli interessi di questi ultimi ci fosse il mercato della droga: resta ben solida la prima ipotesi fatta dagli inquirenti dopo l’omicidio, secondo cui in quello spezzone della costa cilentana gli interessi immobiliari del crimine avrebbero trovato un ostacolo proprio nel sindaco di Pollica.

Fin dall’inizio si sono vagliate «decine di ipotesi», fa notare ancora Roberti. «Va anche detto che sono fiorite moltissime storie, molte campate in aria. E che al contrario abbiamo riscontrato una certa omertà a livello locale. C’è probabilmente chi conosce più cose di quante non ne abbia riferite e che però è frenato dal rischio di vedere affiorare altre questioni comunque non edificanti». Va considerato certo che nel Basso Cilento non si erano mai verificati fatti di tale gravità. E che bisogna fare i conti dunque con un naturale riserbo. Dall’altro canto sono molti gli interessi che potrebbero aver attirato le mire della camorra: non ultimi gli investimenti in gioco, nel Parco del Cilento, per il settore dell’eolico. Nonostante la molteplicità dei possibili moventi, conforta l’individuazione del sospettato: un appartenente a piccoli gruppi criminali di Salerno, noto anche per essere stato vittima di una vendetta portata a termine da alcuni spacciatori in una discoteca di Camerota, ai primi di agosto. Sarebbe stato ferito con otto coltellate, come punizione inflitta per alcuni furti da lui compiuti ai danni di piccoli trafficanti di droga della zona. La svolta c’è anche nel senso che finora il pool antimafia di Salerno aveva lavorato alla ri-


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Piano per il Sud? Vogliamo vedere i fatti

Anche il Cern sale sul tetto contro la riforma Gelmini La protesta contro la riforma universitaria italiana arriva in Svizzera e trova casa niente meno che al Cern, il tempio della ricerca scientifica mondiale che proprio in queste settimane è impegnato in un colossale esperimento per lo studio dell’antimateria. Un gruppo di ricercatori, studenti e dottorandi italiani che lavorano appunto al Cern sono saliti sul tetto del palazzo dell’amministrazione centrale a «difesa» dell’Università pubblica. «Noi, studenti, dottorandi e ricercatori italiani al Cern - spiegano i promotori della protesta - saliamo oggi sul tetto per esprimere la nostra solidarietà a tutti coloro che in Italia stanno difendendo l’università pubblica e la nostra preoccupazione per gli effetti devastanti della riforma Gelmini. I giovani ricercatori che lavorano al Cern si dedicano con passione alla ricerca in uno degli ambienti più competitivi del mondo, ma l’abnegazione non basta: per mantenere la ricerca italiana al livello di quella degli altri paesi europei sono necessari finanziamenti adeguati e un sistema universitario pubblico e libero. Se questa riforma passasse, si metterebbe in pericolo il ruolo di leadership nella ricerca che l’Italia ha conquistato con la

fatica e la passione di tanti scienziati». I ricercatori del Cern parlano di «un progetto che toglie ai giovani la possibilità di coniugare la programmazione del proprio futuro con il lavorare in un ambiente stimolante e stabile, che subappalta le linee di ricerca a decisioni prese da un Cda in mano ai privati, che riduce in maniera drastica i finanziamenti ad un sistema universitario già svantaggiato rispetto all’Europa. È un progetto che costringe all’esilio molti di noi. Facciamo appello a tutti i parlamentari perchè non votino con leggerezza questo provvedimento. Se passa questa riforma - concludono - il nostro futuro è un buco nero».

cerca di un movente credibile per poi dedicarsi eventualmente ai sospettati. Adesso il percorso si rovescia: a partire dal giovane braccato in Colombia dovrebbe diventare più chiaro anche il contesto criminale in cui è maturato l’omicidio.

Se uccidono la buona politica

Nelle settimane successive

di Antonio Manzo segue dalla prima Violenza con finalità camorristiche, per uccidere un sindaco. Basta l’immagine, realmente proiettata nel film violento dell’omicidio di Angelo Vassallo, per rendersi conto della pericolosità dei metodi usati dalla camorra per prendere in ostaggio l’economia del Mezzogiorno, nel caso concreto quella turistica delle città-perle del Cilento. Diffondere timore e paura, sparare e piazzare bombe a scopo intimidatorio, fare irruzioni nei locali della movida dell’estate per spacciare droga e imporre il versamento del pizzo. Non è un film, è la realtà che è sullo sfondo dell’omicidio di Angelo Vassallo. Ma se c’è un compito della giustizia, c’è anche un compito della politica. E proprio l’omicidio politico-mafioso del sindaco Vassallo ripropone in termini indifferibili un esame di coscienza per la politica e le istituzioni laddove operano su frontiere insidiate dalle mafie. Chi fa politica e chi amministra sa bene, e prima degli stessi investigatori, quel che si muove sui territori del Mezzogiorno. Vassallo ha pagato con il prezzo della vita la capacità di capire prima, e meglio degli altri, quel che sarebbe accaduto nella terra che amministrava con successo. La sua lezione deve essere utile alla politica che, per la ripresa della credibilità nel Mezzogiorno, deve esser capace di recidere legami con la criminalità, governare le istituzioni con il senso del dovere comunitario, mettere in campo una classe dirigente consapevole di giocare una sfida di un futuro più limpido. Facendo autocritica vera per poter parlare, e non solo declamare, la parola legalità. Soprattutto dove essa significa democrazia.

g i u d i z il e t t e r ep r o t e s t es u g g e r i m e n t i

«Il sospettato potrebbe aver agito su impulso dei clan», dice il Procuratore Franco Roberti

all’omicidio di Angelo Vassallo si sono moltiplicate le iniziative per ricordarne l’opera. Ma forse la più significativa è stata la proclamazione da parte dell’Unesco della dieta mediterranea quale patrimonio immateriale dell’umanità «Si tratta di una ricchezza culturale millenaria», disse in quella occasione il ministro alle Politiche agricole Giancarlo Galan, «uno stile di vita salutare che ha trovato la massima espressione grazie alla laboriosità della popolazione contadina e all’impegno di personalità come Angelo Vassallo». E in molti, dal responsabile Green economy del Pd Ermete Realacci all’europarlamentare Andrea Cozzolino, commentarono il riconoscimento definendolo «la realizzazione di un sogno di Vassallo». Ma ha avuto un certo significato anche la scelta, compiuta sempre dai democratici, di intitolare proprio al primo cittadino di Pollica un circolo nel quartiere napoletano di Ponticelli, una decina di giorni fa, in un quartiere ad alta concentrazione criminale e in cui il maggiore capoclan, tale Ciro Sarno, è beffardamente soprannominato, “’o sindaco”. Ad attendere risposte sono ovviamente soprattutto i concittadini di Vassallo: «Nessuno qui a Pollica ha intenzione di mollare», dice il vicesindaco Stefano Pisani, «siamo tutti determinati a proseguire sulla strada tracciata da Angelo. La rabbia si è trasformata in unità». E anzi «dobbiamo tradurre il dolore e la rabbia in determinazione», osserva il vicepresidente nazionale di Legambiente Sebastiano Venneri, «perché Pollica e Acciaroli restino come Angelo le aveva immaginate: luoghi di svago e di piacere, di lavoro onesto, di cultura e di cittadinanza, un pezzo buono di Paese da cui ripartire».

Piano per il Sud? Ci auguriamo che non sia il solito balletto di cifre tirato fuori in considerazione dell’aria di campagna elettorale che tira su Roma. Il sospetto che si tratti solo di slogan c’è tutto ed è forte. Come mai questi 100 miliardi escono fuori solo adesso che si paventa una crisi di governo? Ma sono 80 o 100 i miliardi? Come mai il ministro Fitto solo oggi tira fuori dal cilindro l’alta velocità anche nella tratta ferroviaria tra Bari-Lecce-Taranto, mentre per mesi si è parlato solo di Napoli-Bari? Il Paese soffre di una depressione di investimenti da mesi. Prima di esprimere soddisfazione vogliamo vedere i fatti. Anche il nostro leader Pier Ferdinando Casini a Milano ha espresso forti perplessità, affermando che il Cipe è ormai diventato un palco da cui fare gli annunci su cifre che cambiano solo postazione.Vorremmo augurarci che questa volta qualcosa vada in maniera diversa. Da troppi anni in Puglia, e nel Mezzogiorno in generale, non si apre un cantiere e i giornali riportano solo i numeri di aziende che chiudono, di licenziamenti e cassa integrazione. Non nascondiamo neanche il timore che questi possibili grandi appalti siano solo il mezzo per far lavorare “la cricca” delle grandi imprese del Nord, lasciando le imprese meridionali e pugliesi a guardare e a versare i contributi. Ci auguriamo che la classe politica pugliese e salentina, che occupa anche postazioni di prestigio a Roma, sappia difendere gli interessi del territorio. Quanto al fatto che il Sud non sa spendere i fondi che gli vengono destinati, invece di ironizzare, il presidente Berlusconi dovrebbe chiedersi perché non spendono le regioni del Sud e magari farselo spiegare da qualche ministro a lui vicino

Salvatore Negro

L’IMMAGINE

Un’amicizia interessata Questa scimmia scoiattolo (Saimiri sciureus) ha approfittato della presenza di un amico pappagallo, l’ara gialloblu (Ara ararauna) per scroccare un passaggio e raggiungere la cima di un un tronco alto 7 metri

INTENSIFICARE GLI SFORZI PER IL PIANO DI RIENTRO La difficile fase che sta attraversando la sanità in Campania impone a ciascuno di noi la necessità di intensificare gli sforzi per concretizzare l’attuazione del piano di rientro dal debito. Dobbiamo tutti avere la consapevolezza che occorre mettere a rete l’intero sistema di governo delle strutture sanitarie, consci che gli attuali commissari saranno valutati dalla giunta regionale il 31 dicembre prossimo e che il mandato loro affidato mira al raggiungimento di alcuni obiettivi: razionalizzazione dell’economicità, della trasparenza, dell’efficacia e dell’efficienza di ogni Asl. È necessario in tal senso che non si compiano più gli errori del passato e che chi è stato chiamato a funzioni di direzione porti avanti il suo compito pensando all’interesse generale e non alle sollecitazioni di turno. Al commissario Caldoro e agli esponenti del mio partito in giunta, il vicepresidente De Mita e l’assessore Sommese, va il mio pressante appello ad attivare tutti i necessari meccanismi di controllo nelle Asl, a partire dalla Napoli 3 Sud, affinché ci sia un riscontro puntuale del rispetto dei compiti affidati a ciascun commissario.Tutti devono comprendere che la data di scadenza rappresenterà il momento di verifica dell’operato di ciascuno. Laddove continuassero a registrarsi inefficienze, disfunzioni, sprechi e disservizi a danno dei tanti sacrifici richiesti ai cittadini e agli operatori della sanità, bisogna procedere rapidamente a decise soluzioni di continuità. Sono certo che si darà corso rapidamente a questa mia preoccupazione, che è di tutti coloro i quali vogliono nei fatti uscire dall’emergenza e trasformare la sanità in risorsa importante e positiva per la crescita della Campania.

Carmine Mocerino, consigliere regionale Udc


il paginone

pagina 8 • 30 novembre 2010

Il salvataggio dell’Irlanda è stato salutato come un successo, ma le contraddizioni restano sul tavolo. Per risolverle, bisogna tornare al ricatto di Mitterrand... di Giancarlo Galli opo Atene, Dublino. Le crisi in Eurolandia si moltiplicano. Epidemiche, anche se i ceppi del contagioso virus, dando ascolto ai soliti “esperti del dopo”, sono di natura differente: i greci vissuti per anni al di sopra delle loro possibilità, trasformando i conti pubblici in un colabrodo; i governanti irlandesi, al contrario, si sono dimostrati parsimoniosi, ma a fare guai è stato il sistema bancario privato, generando una bolla finanziaria (crediti inesigibili) di paurose e disastrose dimensioni. Nell’uno e nell’altro caso, è dovuto intervenire il “pronto soccorso” dell’Unione europea e del Fondo monetario internazio-

D

La dichiarazione di fallimento-bancarotta di Stati sovrani sarebbe una catastrofe monetaria senza precedenti, in tempo di pace nale, con prestiti multimiliardari ad evitare il crac. Ovvero la dichiarazione di fallimento-bancarotta di due Stati sovrani. Una catastrofe monetaria senza precedenti, in tempo di pace.

Senonché, cerotti e cure d’urgenza si sono mostrati ben lungi dall’isolare e curare una malattia che appare prossima a dilagare. In Portogallo e Spagna, già divenuti vigilati speciali; in un domani forse non lontanissimo, la nostra stessa Italia. Nonostante il susseguirsi delle assicurazioni, vieppiù solenni e impegnative del superministro all’Economia Giulio Tremonti. Che peraltro, non potendo negare la mostruo-

sa evidenza del debito pubblico italiano (arrivato al 112 per cento del Pil, la ricchezza annualmente prodotta), l’ha bilanciata ponendo sul piatto il relativamente modesto indebitamento del settore privato. Pur rigirando la frittata, anche il nostro stato di salute appare comunque delicato, e le convulsioni politiche (dall’assenza di un governo che governi alla prospettiva di elezioni a primavera), di certo non aiutano. Al di là di quelli che potremmo definire “problemi nazionali”, vi è una nube, nerissima e minacciosa che incombe sull’intera Eurolandia. Col pericolo, nemmeno troppo remoto, di far saltare il banco. Cioè l’euro. Raggelante prospettiva della quale s’è fatto interprete, scongiurando, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Eppure non vi sarebbe da stupirsi, poiché un economista dalla statura e dal prestigio, qual è Martin Wolf, ha potuto scrivere (Il Sole 24Ore, editoriale del 24 novembre), che «Qualunque unione valutaria fra economie diverse è inevitabilmente un’avventura pericolosa».

Prendiamone spunto, per andare con un flash-back alle origini dell’euro. Una storia troppo presto archiviata, in quanto scomoda, per molti versi politicamente “scorretta”. Sul finire degli anni Ottanta del secolo passato, col crollo del comunismo e del Muro di Berlino, la Germania dal marco fortissimo del cancelliere Helmut Kohl era protesa all’unificazione. La Francia del presidente socialista François Mitterrand, temendo una rinascita dello strapotere teutonico, si opponeva. Con in mano un jolly: il diritto di veto all’Onu. Abilissimo negoziatore, consapevole

Angela Merkel che prende sempre più le distanze d

Anatomia de di non poter troppo tirare la corda, poiché gli americani spalleggiavano i tedeschi, Mitterrand cavò un magico coniglio dal suo cilindro di prestigiatore: concesse a Kohl l’unificazione barattandola con la nascita dell’euro. Ragionamento lineare: una moneta unica continentale avrebbe ammortizzato la Qui accanto, Jean-Claude Juncker alla riunione dell’Ecofin di domenica scorsa. Sopra, la Borsa di Madrid e un primo piano di Helmut Kohl e François Mitterrand, i due maggiori artefici politici dell’euro

superpotenza Germania. (Per una maggiore comprensione: ancora oggi la Germania rappresenta, nonostante i successivi allargamenti, il 40 per cento del potenziale di Eurolandia). Ricordiamolo, allora, e senza complessi: l’euro fu il figlio di un ricatto. A doppia valenza. Infatti Mitterrand pretese che al vertice della Banca centrale europea (pur concedendo che la sede fosse a Francoforte) andasse non un tedesco, secondo i desideri di Kohl, bensì un pallido olandese, Wuim Duisenberg. Cui, presto, successe l’ex governatore della Banque de France, Jean-Claude Trichet, ora in scadenza di mandato.

Dovremmo allora capire perché, a torto o a ragione, i Signori di Berlino abbiano il dente avvelenato. Firmando il protocollo di Maastricht, atto ufficiale di nascita dell’euro, faticosamente riuscirono a imporre alcune condizioni. Fra le principali, una severa selezione delle Nazioni ammesse alla moneta


il paginone nell’export il punto di forza. Quindi non possono lagnarsi dell’euro. Però… gli affari davvero importanti si fanno altrove. L’ex cancelliere Schroeder è passato, ad esempio, armi e bagagli, alla russa Gazprom. La Cina e l’India divengono referenti primari. Alla Germania, l’euro serve sempre meno. Quando esplode la crisi del 2008, sembra addirittura trasformarsi in una camicia di forza. E allorché s’ha da mettere mano al portafoglio per sostenere i Paesi pericolanti (dove però le banche tedesche hanno fatto grossi e grassi affari), Berlino prende a tergiversare, impuntarsi. Detto fuori dai denti: la Germania ritiene di avere onorato il debito politico-monetario contratto al momento dell’unificazione. Inizia la melina diplomatica, allorché si tratta di soccorrere Grecia e Irlanda. Per chi ha voglia (soprattutto coraggio) di vedere, la questione è chiara e lampante:

la Germania vuole prendere le distanze dall’euro. Il “come” e il “quando” è tutto da decifrare, ma questa appare la linea di marcia.

dalla moneta unica, ormai turba i sogni dell’Unione

ell’Eurocrac unica (l’Italia, per via del suo debito pubblico, fu a lungo tenuta in legittima suspicione), e l’impegno a un progressivo azzeramento dei debiti pubblici. Regole presto archiviate, spedite nel dimenticatoio dei Trattati. Sostituiti dalla parola d’ordine: “Dentro tutti!”. Solo la Gran Bretagna della signora

Non serve gridare, però bisogna essere coscienti che a un decennio dal suo battesimo pieno di speranze, l’euro è grave difficoltà Thatcher e i Paesi scandinavi recalcitrarono. Il nostro Romano Prodi trasformò l’adesione dell’Italia all’euro in un trionfo, in una Vittorio Veneto monetaria. Dalle nostre parti, solitario e inascoltato, Giorgio La Malfa: «Facciamo dell’euro l’attaccapanni dei nostri pro-

blemi», disse in tv a una trasmissione cui partecipai, beccandomi la patente di euroscettico. Verità è che non si voleva vedere, ancora meno provare a capire. In primis, la posizione tedesca. Laddove l’opinione pubblica mostrava un’opposizione maggioritaria al passaggio dal Marco all’Euro. Sino a elettoralmente punire il cancelliere Kohl a favore del socialdemocratico Gerhard Schroeder, che non a caso fu artefice di un riavvicinamento con la Polonia e la Russia, soprattutto sul piano economico e “prescindendo” dall’euro.

Con Angela Merkel alla Cancelleria di Berlino, i democristiani riconquistarono il potere nel 2005. Per un triennio non si manifesta, ma appena esplode la crisi internazionale, mostra le unghie. La posizione della Germania sullo scacchiere economico è di una complessità, e talvolta di una contraddizione, estreme. Le sue banche finanziano mezzo continente; le industrie hanno

Chi ha modo di frequentare i mercati finanziari, trova conferma nelle quotazioni dei titoli pubblici. I Bond tedeschi granitici, nonostante i bassi rendimenti; tutti gli altri calano; e quelli greci, irlandesi, portoghesi, spagnoli, tendono a precipitare. Quelli italiani faticosamente resistono, ripiegando. Quanto alla Banca centrale europea di monsieur Trichet, pare medusata. Che potrebbe accadere se un giorno (d’abitudine a mezzanotte), Berlino decidesse di “staccare la spina” dall’euro? Pochi ne sono al corrente, eppure presso le Banche centrali (per noi, la Banca d’Italia) sono state formate delle taskforce, «chiamate a prendere in considerazione ciò che potrebbe essere necessario fare se un Paese dell’Eurozona venisse espulso, o se la Germania…», per dirla col Financial Times. Viviamo quindi in un clima di assoluta incertezza. Strologare sull’accadrà domani non serve. Però bisogna essere coscienti che ad appena un decennio dal battesimo, a rullar di tamburi e così carico di speranze, l’euro è in condizioni critiche. Sui motivi del malessere si può discutere all’infinito, un dato è certo: all’unificazione monetaria è mancato il sostegno dell’unificazione politica. L’Europarlamento è un consesso pletorico e privo d’autorità; in ogni nazione i cittadini hanno comportamenti che prescindono da qualunque sensibilità solidale. D’altra parte, gli stessi padri dell’euro sapevano che si trattava di una storica scommessa. Perché perderla sarebbe terribile, urge dunque raccogliere ogni energia per superare l’impasse. Evitando che ancora una volta la grande Germania porti il Vecchio Continente a un salto nel buio.

30 novembre 2010 • pagina 9

I dati semestrali di Bruxelles

Il Pil italiano va più piano di quello Ue BRUXELLES. Crescita moderata, di poco oltre l’1% nel 2010 e nel 2011, ma soprattutto deficit non allineato ancora nel 2012. Le previsioni economiche d’autunno della Commissione Europea prospettano un andamento mediocre dell’economia italiana almeno nei prossimi due anni. Secondo il rapporto, in Italia il Pil salirà nel 2011 dell’1,1%, lo stesso tasso di quest’anno, mentre nel 2012 la crescita sarà leggermente superiore (+1,4%), anche se resterà inferiore di circa mezzo punto rispetto alla media dell’Eurozona. Quanto al disavanzo, dopo il picco del 5,3% nel 2009, il rapporto deficit/Pil è destinato a scendere, ma più lentamente del previsto: quest’anno sarà al 5%, l’anno prossimo al 4,3% e nel 2012 al 3,5%. Sul disavanzo, quindi, le previsioni sono peggiori di quelle del governo. Le stime sul deficit, spiega il rapporto di Bruxelles, tengono conto sia della manovra finanziaria per il 2009/2011 adottata nell’estate 2008 sia di quella del maggio scorso che riguarda il periodo 2011/2013, anche se con «una valutazione meno ottimistica sull’efficacia di qualche misura per combattere l’evasione fiscale», indicano il 5% quest’anno, il 3,9% il prossimo e il 2,7% nel 2012. Anche per quel che riguarda il debito pubblico, le previsioni dell’esecutivo europeo sono un po’ meno ottimiste di quelle del governo: la Commissione Ue indica un 118,9% nel 2010, un 120,2% nel 2011 e un 119,9% nel 2012. Il governo prevede un calo al 117,5% nel 2012. Quanto al complesso dell’Eurozona, la Germania guida la crescita. con un incremento del Pil quest’anno del 3,7%. La Francia si deve accontentare dell’1,6%. In recessione si trovano ancora Irlanda (-0,2%), Grecia (-4,2%) e Spagna (-0,2): l’anno scorso erano sotto zero tutti i Paesi dell’Unione Monetaria. Il Portogallo, infine, cresce dell’1,3%. Nel complesso, dunque, il Pil dell’Ue crescerà dell’1,75% nel 20102011 e arriverà al 2% nel 2012. La Commissione europea afferma che ci sarà una «continuazione della ripresa che è attualmente in corso nell’Ue», e una «performance migliore del previsto» ha motivato una «significativa revisione al rialzo della crescita annuale rispetto alle previsioni di primavera».Tuttavia, afferma Bruxelles, verso la fine dell’anno e nel 2011 ci sarà una «moderazione dell’attività» economica, per riprendere poi nel 2012 con il ritorno di una domanda interna rafforzata.


mondo

pagina 10 • 30 novembre 2010

Il caso. Ieri il regime degli Ayatollah, per voce dello stesso Ahmadinejad, ha puntato l’indice nei confronti di Cia e Mossad

Il cacciatore di scienziati Nuovi attentati a Teheran contro due ingegneri del programma nucleare. Un morto e un ferito di Antonio Picasso l programma nucleare iraniano è di nuovo sotto attacco. Ieri, due attentati in contemporanea hanno preso di mira un paio di esponenti di rilievo del progetto di ricerca sull’energia atomica. L’ingegner Majid Shahriari è stato ucciso dall’esplosione di una bomba piazzata, probabilmente da due uomini in moto, sulla sua auto mentre questa era in movimento. Il secondo scienziato, Fereydoun Abbassi Davani, è rimasto gravemente ferito in un agguato simile. Anch’egli era al volante di una macchina e stava parcheggiando davanti all’Università Shahid Beheshti, nella capitale del Paese. Le mogli di entrambe le vittime sono rimaste coinvolte e ferite. Il capo della polizia di Teheran, il generale Hossein Sadjedinia, ha confermato che i due attentati sono stati orchestrati dalla stessa mente. Di conseguenza, è stata avviata un’inchiesta per identificare gli aggressori.Tuttavia questi sono riusciti a fuggire.

I

Inizialmente si era pensato che entrambi gli obiettivi fossero stati colpiti e che anche Abbassi Davani fosse morto. Poi, dopo alcune ore di confusione, l’agenzia governativa iraniana, Irna, ha dato la smentita ufficiale. Al momento il fisico si

Il luogo dell’incidente in cui ha perso la vita uno dei due scienziati nucleari iraniani. A destra il presidente Ahmadinejad. Nella pagina a fianco, due ayatollah osservano un missile sponsabile dell’apparato di sicurezza di Hezbollah, Imad Mughnieyh, rimane ucciso da una carica di esplosivo piazzata sulla sua macchina. Una sorte simile tocca a Massud AliMohammadi, all’inizio di gennaio di quest’anno. Anche questo esperto iraniano di meccanica e fisica dei quanti perde la vita mentre sale a bordo della sua auto. Come si vede, il canovaccio operativo è sempre molto simile. Gli attentatori riescono a individuare i loro bersagli, seguendone gli spostamenti e

scorta di minore portata, rispetto a quella dell’esponente di Hezbollah. A questi esempi, bisogna sommare altre morti “sospette” e soprattutto i numerosi casi di scomparsa nel nulla di scienziati iraniani. Il 15 gennaio 2007, Ardeshir Hassanpur, 44 anni, fisico nucleare, docente all’università di Shiraz e ricercatore presso l’ateneo “Malek Ashtar” di Isfahan, muore a Shiraz in circostanze mai chiarite. La televisione di Stato iraniana parla dell’accaduto appena sei giorni dopo, sostenendo

in seguito alla figa di informazioni per colpa di Asghari e Amiri, entrambi sequestrati dagli Usa. Per il secondo, vi sarebbe stata la complicità dell’Arabia Saudita. Ieri ancora una volta, il regime degli Ayatollah, per voce dello stesso presidente Ahmadinejad, ha puntato un indice accusatorio nei confronti della Cia e del Mossad. A giudizio di Teheran, gli attentati non possono che essere opera del grande e del piccolo Satana. La segreteria del leader iraniano ha

La segreteria del leader iraniano ha parlato di «sionisti terroristi e di arroganti difensori occidentali», in merito all’ipotetico coinvolgimento dei servizi segreti sia israeliani e sia statunitensi

Un operaio al lavoro nella centrale nucleare di Bushehr, nel nord dell’Iran. Secondo le fonti Onu, il reattore sarebbe già pienamente in funzione da alcuni mesi trova in gravi condizioni, ma è ancora vivo. Osservando la dinamica dei fatti, è facile fare un collegamento con episodi simili avvenuti a Teheran e in altre città calde del Medioriente, dove gli attentati sono all’ordine del giorno. Nel breve periodo, la memoria corre a metà febbraio 2008, quando a Damasco il re-

dopo, l’ex generale Ali Reza Asghari (63 anni), ex alto ufficiale dei Pasdaran ed ex vice ministro della Difesa, scompare a Istanbul, dove è appena arrivato per una visita privata. L’Iran, questa volta, accusa servizi segreti occidentali di averlo rapito. La stampa occidentale, tuttavia, sulla base di fonti turche, parla di «defezione e passaggio al nemico». Asghari avrebbe fatto un improvviso salto della barricata, portando con sé alcune informazioni confidenziali sui progetti nu-

sfruttandone i mezzi di trasporto per ucciderli. In questo modo, si ha la matematica certezza di colpire la vittima prescelta. Mughnieyh, a suo tempo, per quanto fosse ricorso a precauzioni di ogni tipo, non era riuscito a scappare dai suoi esecutori. Lo stesso è accaduto per questi ricercatori, i quali si può supporre che avessero una

che si sarebbe trattato di un «avvelenamento da gas per una stufa difettosa». Il 5 febbraio successivo, il Sunday Times scrive che vi sono forti sospetti che lo scienziato, impegnato nel programma nucleare della Repubblica islamica, sia stato ucciso dal Mossad, il servizio segreto israeliano. Teheran però smentisce. Due giorni

cleari degli ayatollah. Il 4 giugno 2009, un altro fisico, Shahram Amiri, scompare in Arabia Saudita, tre giorni dopo esservi arrivato per un pellegrinaggio ai luoghi santi dell’Islam. Anche Amiri era ricercatore presso l’universita’ Malek Ashtar. Di lui non si è saputo più nulla. La stampa araba hanno ipotizzato una sorte simile a quelle Asghari. Passano quattro mesi e Teheran annuncia la costruzione del suo secondo sito per l’arricchimento di uranio, quello di Fordo, vicino a Qom. Con la notizia ammette che alcuni servizi d’Intelligence stranieri ne sarebbero venuti a conoscenza già con mesi di anticipo,

parlato di «sionisti terroristi e di arroganti difensori occidentali», in merito all’ipotetico coinvolgimento dell’intelligence israeliana e statunitense. Altrettanto severo è apparso l’intervento del responsabile del programma nucleare iraniano, Ali Akbar Salehi, il quale ha messo in guardia i nemici del Paese. «La pazienza della società civile nazionale ha un limite», ha detto. «Non si può scherzare con il fuoco».

Immediatamente da Washington è giunta la smentita di qualsiasi coinvolgimento nella vicenda. Silenzio invece in Israele. Peraltro, proprio ieri il


mondo

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fisica di protagonisti politici e delle guerre locali. Volendo dare una valutazione, va sottolineato che l’operazione è riuscita solo in parte. E questo è un modo gentile per non dire che è fallita. Quando in un attentato a due persone uno dei bersagli riesce a sopravvivere, il bilancio dell’agguato è negativo. Peralto, Tra Shahriari e Abbassi Davani, il secondo - da considerare come una vera e propria mens cogitans del programma nucleare del regime - era ed è molto più importante.

La vittima in questione ha 52 anni. Ha partecipato, da studente, alla rivoluzione contro lo scià nel 1979 ed è ancora oggi membro delle Guardie rivoluzionarie. Questo lo ha reso un uomo del regime, sulla cui fiducia politica e abnegazione per il programma degli Ayatollah

separazione degli isotopi. In più di trent’anni di servizio, la vittima ha lavorato come docente all’università di Teheran, ma soprattutto presso il Ministero della Difesa, proprio nella sezione di ricerche sull’energia e sugli armamenti nucleari. In realtà, a proposito dell’attentato a Davani, la posizione assunta ieri da Washington è apparsa alquanto contraddittoria. Il portavoce del dipartimento di Stato, Mark Toner, infatti, ha dichiarato che lo scienziato non poteva essere classificato come una figura politica e quindi come un bersaglio. Inoltre, pur essendo uno studioso della materia, non risultava coinvolto nel progetto nucleare che gli Usa stanno contrastando con ogni mezzo. Parole, queste, che contrastano non solo con la carriera professionale di Abbassi, ma anche con il fatto che il suo nome

Leon Panetta, direttore generale della Central Intelligence Agency (Cia) americana. La sua agenzia effettua le operazioni di spionaggio in territorio spesso straniero

premier Netanyahu ha nominato Tamir Pardo nuovo comandante del Mossad. Forse anche per questo le istituzioni a Gerusalemme hanno preferito non rilasciare alcuna dichiarazione.

La complessità della politica mediorientale non offre lo spazio per chiudere velocemente questo elenco di omicidio e sparizioni. Del resto, Teheran si possono aggiungere anche Beirut e Damasco - resta un proscenio abitudinario per quanto riguarda l’eliminazione

Meir Dagan è un militare israeliano, nato in Unione Sovietica ed emigrato in Israele nella sua prima infanzia. Fino a ieri è stato il capo dell’intelligence di Tel Aviv, il Mossad

nessuno può avanzare alcun dubbio. Altrettanto va detto delle sue competenze scientifiche. Dopo aver conseguito un PhD in fisica nucleare all’università di Teheran, Abbassi Davani si è specializzato nella fisica dei quanti e, ancora più in particolare, nelle tecniche di

fosse stato inserito nella lista dei fisici colpiti da sanzioni, secondo la risoluzione Onu n.1747 del 24 marzo 2007. La vicenda, di conseguenza, diventa ancora più torbida del previsto. Il documento del Consiglio di Sicurezza, a questo proposito, pone in allerta tutti gli Stati membri del-

Da Washington ieri è giunta la smentita di qualsiasi implicazione. Silenzio invece in Israele, dove proprio ieri Netanyahu ha nominato Tamir Pardo nuovo comandante dell’intelligence le Nazioni Unite a esercitare un’operazione di vigilanza coordinata circa gli spostamenti e il transito internazionale di alcuni scienziati iraniani.

L’obiettivo è quello di arginare un eventuale collegamento fra Teheran e soggetti stranieri, statuali quanto privati, disposti a trasmettere informazioni e sostegno al progetto di armamento nucleare degli Ayatollah. Abbassi Davani, quindi, è nella black list dell’Onu. Un motivo più che plausibile per cadere vittima di un attentato. Ma anche una ragione ben valida per far apparire le parole di discolpa di Toner forse un po’ esagerate. È naturale e giusto che Washington prenda le distanze dalla vicenda. Tuttavia, se lo fa con così tanta enfasi, rischia di confermare le accuse di Teheran. Meglio allora il silenzio israeliano.


quadrante

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Cina, liberato Qin Yongmin: fondò il Partito democratico

Corea, Seoul minaccia: «Pyongyang la pagherà cara»

Afghanistan: morti sei soldati del contingente internazionale

PECHINO. Dopo dodici anni di detenzione, è stato liberato iero Qin Yongmin, condannato al carcere per «avere minacciato la sicurezza dello Stato» come cofondatore del Partito Democratico di Cina (Pdc). Subito dopo averlo rilasciato, la polizia ha confiscato quanto aveva scritto durante la carcerazione e lo ha avvisato di non parlare con giornalisti o altri dissidenti.Tornato a Wuhan, sua città natale, Qin ha detto per telefono ad amici che ha protestato con la polizia per questo atto“illegale”. In questi giorni le autorità esercitano una forte pressione sui dissidenti, dopo che l’attivista democratico Liu Xiaobo, in prigione, ha ricevuto il premio Nobel per la Pace. Da allora la moglie di Liu e molti suoi conoscenti e dissidenti sono di fatto agli arresti domiciliari e si prevede lo saranno almeno sino al 10 dicembre, giorno della consegna dei Premi a Oslo. Qin è stato cofondatore del Partito Democratico come partito alternativo al Partito unico Comunista.

SEOUL. Aumenta in maniera quasi insostenibile la pressione dell’opinione pubblica sudcoreana, intollerati alle provocazioni di Pyongyang. Capendolo, il presidente sudcoreano Lee Myung-bak ha indurito ieri i toni definendo un “crimine disumano” l’attacco della Corea del Nord della scorsa settimana. Indicando che la politica di tolleranza «è finita dopo il bombardamento dell’isola diYeonpyeong, che ha provocato la morte di quattro persone», Lee ha affermato che Seoul «risponderà a tono a nuove eventuali provocazioni». In un discorso trasmesso in diretta, Lee ha sottolineato che «attaccare militarmente i civili è un crimine disumano, strettamente vietato anche in guerra» e ha aggiunto: «La Corea del Nord pagherà un prezzo se ci saranno altre provocazioni nel futuro». Non sembra dunque aver fatto passi avanti la proposta della Cina, che ha lanciato l’idea di una riunione d’emergenza dei sei Paesi coinvolti nei negoziati sulla pace nella penisola.

KABUL. L’ennesimo attentato contro la coalizione internazionale ha scosso ieri l’Afghanistan, dove un agente di polizia afgano che si trovava in missione di addestramento nella provincia orientale di Nangahar (al confine con il Pakistan) ha aperto il fuoco su un gruppo di militari stranieri uccidendone sei, di nazionalità americana. L’uomo, ha detto a Kabul il portavoce del ministero dell’Interno Zmarai Bashari, «non era un infiltrato ma faceva parte dell’organico della polizia nazionale che era in missione di addestramento con la Forza internazionale Isaf, sotto il comando Nato». In un comunicato l’Isaf ha riferito che il terrorista «indossava una divisa della polizia di frontiera ed ha all’improvviso rivolto la sua arma contro uomini della Forza internazionale uccidendone sei, prima di essere a sua volta ucciso». Sulla drammatica vicenda l’Isaf e le autorità afgane hanno aperto un’inchiesta i cui risultati richiederanno qualche tempo.

Moglie e madre di Mario e Andrew (entrambi governatori), chi è e cosa ha fatto l’italiana che ha stregato i presidenti Usa

Lady Cuomo, la vera star

Mentre Obama e il suo staff perdono charme, torna l’ultima regina di New York di Martha Nunziata ra poco più di un mese, quando Andrew, il secondo dei suoi cinque figli, occuperà lo scranno di Governatore dello Stato di New York, sul quale il marito Mario è rimasto per 12 anni di fila, tra il 1984 e il 1995, Matilda Raffa Cuomo cambierà ruolo: da (ex) First Lady a First Mum. Appena compiuti 78 anni, un’energia che attraversa l’Atlantico e ti sorprende anche al telefono, una vita completamente dedicata agli altri e alla solidarietà, Mrs. Matilda, come la chiamano in tutti gli States, è molto attiva. Soprattutto con il Progetto Mentoring, ideato inizialmente per lo Stato di New York, successivamente adottato in tutto il Paese, e poi esportato in Europa: prima in Italia, quindi in Bulgaria, in Lettonia e, tra qualche giorno, in Spagna. Un’invenzione che ha cambiato la vita di molti bambini e delle loro famiglie, nata per caso.

T

«Sì, è vero - ricorda Matilda - Era il 1986, e mio marito Mario, al suo primo mandato, mi mise al corrente dello spaventoso tasso di abbandono scolastico in tutto lo Stato di New York, al quale erano legate statistiche impressionanti di episodi di bullismo, baby-gang, disagio giovanile. Così riunii tutto il suo staff, che stava studiando il problema, e illustrai loro le basi del mio Mentoring Project. Si trattava di un metodo semplice, basato sullo one-to-one: come il piccolo Telemaco era stato affidato al saggio Mentore dal padre Ulisse, in partenza per la guerra di Troia, così, nella mia visione delle cose, ad ogni bambino o ragazzo in difficoltà avrebbe dovuto essere affiancato un adulto che lo guidasse». Talmente semplice che nessuno, prima di lei, ci aveva pensato. Ma soprattutto, incredibil-

Il ”Mentoring Project” ha conquistato i presidenti, sia conservatori sia democratici. L’idea è semplice quanto efficace: dare ai giovani “difficili” di NY un tutore adulto che li segua a scuola e nella vita di tutti i giorni. Grazie a questo piano, la signora Cuomo ha recuperato moltissisimi studenti dello Stato governato dal marito Mario

mente efficace: il tasso di abbandono scolastico delle scuole dello Stato calò drasticamente, da Buffalo ad Albany, e l’Amministrazione Centrale non tardò ad accorgersi delle statistiche. Che finirono anche sulla scrivania dello Studio Ovale: «In effetti - ricorda Matilda - il Presidente Bush e la signora Laura divennero entusiasti del Mentoring, che diventò un modello di istruzione parallela adottato praticamente in tutti gli Usa. E George Bush fu sempre gentilissimo con me, parlava di me e del Mentoring in tutte le circostanze pubbliche». Al termine dell’esperienza da Governatore del

marito Mario, il sistema messo a punto da Matilda venne abbandonato a livello ufficiale; sopravvivendo però in maniera spontanea, com’è ancora oggi. Ormai era, ed è, talmente radicato nella cultura americana, da non aver più bisogno dell’imprimatur politico, anche se Bill Clinton e Barack Obama lo hanno sempre apprezzato. «Noi avevamo, e abbiamo, una crisi, nella scuola - sostiene Mrs. Cuomo - I ragazzi non riescono a capire il valore educativo dell’istruzione, e abbandonano le scuole. Noi, invece, vogliamo mandarli al College: mio padre diceva sempre che l’educazione è la chiave di

tutto, e i ragazzi devono capire questo fin da piccoli». Sta per uscire, negli Stati Uniti, la terza edizione de The person who changed my life, il libromanifesto del Mentoring: Matilda Cuomo ha raccolto, in questo volume, le testimonianze di chi ha davvero trovato la persona che gli ha cambiato (in meglio) la vita.

Tra le testimonianze spiccano quelle del senatore John McCain, dell’ex Segretario di Stato Colin Powell, di Cindy Crawford. La prefazione è di Hillary Clinton, che scrive: «Ogni bambino ha bisogno di un modello, di un campione. Sfortunatamente nel nostro Paese, oggi, per troppi bambini non ci sono campioni, non ci sono mentori. Eppure, ogni giovane avrebbe bisogno di un adulto che gli dicesse: io credo in te». Come fece Mrs. Kulyer, un’insegnante di quarta elementare di Long Island, il primo mentore ante litteram di Matilda. «È vero, andò proprio così. Un giorno mi chiamò alla cattedra, e mi disse: “Matilda, tu conosci tutte le risposte, ma perché non alzi mai la mano?”. “Non lo so”, le risposi. E lei: “Sembri molto timida, devi cercare di fare di ”più. Allora mi tornò in mente un episodio che mi era accaduto quando avevo quattro anni: a quei tempi le scuole non aiutavano i genitori a compilare le domande di ammissione, negli anni ’40 c’era poca tolleranza per gli immigrati non anglofoni, come mia madre, e non riuscì ad iscrivermi all’asilo. Tutti i bambini della nostra generazione hanno saltato l’asilo (nemmeno Mario ci è andato) e la nostra prima esperienza scolastica è stata la prima elementare. E questo mi rendeva timida. Fino all’incontro con Mrs. Kulyer, che mi disse: Matilda, tu sei molto intelligente, e disponibile nei


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e di cronach

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato

Asia Bibi, negata la grazia dopo le proteste degli estremisti

Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri

ISLAMABAD. La Corte Suprema di Islamabad, la massima autorità giuridica del Pakistan, ha negato ieri la grazia ad Asia Bibi, la cristiana condannata a morte per blasfermia. I radicali religiosi in Pakistan hanno messo in guardia il Presidente dal rischio di suscitare «un’ondata di pubblico sdegno» se concede la grazia alla donna. Questo scontro mette in luce le relazioni difficili che il governo ha con la religione ufficiale, in un Paese dove pochi desiderano essere considerati teneri con i nemici dell’islam. I fondamentalisti religiosi sono scesi in strada a Lahore e a Karachi venerdì 26 novembre per mostrare la loro rabbia mentre il governo pakistano sta decidendo se concedere o meno la grazia a una donna cristiana condannata a morte per blasfemia. Molti musulmani pakistani si sentono offesi all’idea che la condanna a morte di Asia Bibi sia annullata. Secondo alcune fonti, le manifestazioni erano organizzate da un’associazione vicina a Jamaat-ud-Dawa (JuD), un’organizzazione caritatevole proibita che è sospettata di legami terroristici dall’Onu. Il coordinatore capo del JuD, Qari Yaqub, ha detto ai dimostranti: «Faremo proteste a livello nazionale se il governo perdona quella donna cristiana». Il capo del Sunni Ittehad Council, Sahibzada Fazal Kareem, ha detto ad AsiaNews: «La grazia condurrebbe all’anarchia nel Paese. La nostra posizio-

confronti degli altri, credo proprio che farai l’insegnante. Quando tornai a casa, quel giorno, dissi ai miei genitori e ai miei fratelli che avrei fatto l’insegnante. E non ho più smesso. Un bambino ha bisogno di speranza». La casa, la scuola, la comunità e, naturalmente, la famiglia: sono i quattro pilastri sui quali si fonda la società, i quattro elementi ai quali Matilda Cuomo ha dedicato tutta la vita. Il figlio Andrew l’ha definita “the indipendent

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Errico Novi (vicedirettori) Vincenzo Faccioli Pintozzi (caporedattore) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica) ne è molto chiara, questa punizione non può essere cancellata». Maulvi Faqir Muhammad, vice capo del Tehreek-e-Taliban Pakistan, ha messo in guardia il governo da serie conseguenze se concede la grazia alla donna, che è stata condannata l’8 novembre 2010 per blasfemia nei confronti del profeta Maometto. Faqir Muhammad parlava da un luogo segreto a un canale di notizie internazionali, e ha detto che i Talebani resisteranno a ogni tentativo di graziare Asia Bibi. Il marito di Asia Bibi, Ashiq Maish, ha detto parlando ad AsiaNews: «Asia è stata molto forte, in prigione. Ora è diversa. È affaticata mentalmente. Ha paura per la sua vita e per la nostra».

vedere loro anche lo Stato di New York, che è molto bello. I bambini hanno imparato la diversità e lui ha mantenuto la promessa». Quella dei Cuomo è una famiglia enorme, nella quale si mescolano perfettamente le tradizioni americane con le origini italiane, che nessuno di loro ha mai dimenticato. «Abbiamo appena festeggiato il Thanksgiving a casa di Margaret, come ogni anno. È stata una occasione per avere tutta la famiglia riunita: i

poi sono diventata Matilda, non so nemmeno come, e mio nonno costruì tantissimi supermercati, e poi, dopo la guerra, è diventato produttore di salvagenti. Era un modello, anche Mario gli voleva molto bene». E la sua presenza nel nostro Paese è testimoniata anche dall’impegno nell’“Associazione Mentoring Usa/Italia”, della quale è presidente Sergio Cuomo, cugino di Mario (i Cuomo hanno origini salernitane, la famiglia Raffa proviene dalla

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Giancristiano Desiderio, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria) Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Renato Cristin, Francesco D’Agostino Anselma Dell’Olio, Alex Di Gregorio Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Roberto Genovesi, Aldo G. Ricci, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Franco Ricordi, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Katrin Schirner, Emilio Spedicato, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Amministratore Unico Ferdinando Adornato Concessionaria di pubblicità e Iniziative speciali OCCIDENTE SPA Presidente: Emilio Bruno Lagrotta Amministratore delegato: Raffaele Izzo Consiglio di amministrazione: Ferdinando Adornato,Vincenzo Inverso, Domenico Kappler, Antonio Manzo Angelo Maria Sanza

rock of our family”, per sottolinearne il carattere: una donna del sud (Italia), nata nel Queen’s.

«Davvero ha detto così? - si stupisce - Veramente è stato lui la vera roccia per me. Mario ed io abbiamo 5 figli, Margaret, Andrew, Maria, Maddalena e Cristopher. Tra Andrew e Maria ci sono sei anni di differenza, perciò è stato lui, per tanto tempo, l’uomo di casa. Quando Mario viveva ad Albany e tornava a casa solo per il finesettimana, era lui che mi accompagnava, che badava ai fratelli più piccoli quando io non c’ero. Anche perché - sottolinea - noi non avevamo tate a disposizione. La mia mamma, una bellissima mamma, non ha mai avuto tate e io ho sempre voluto essere come lei, bravissima a tirar su cinque figli». Eppure dovrà esistere un segreto di famiglia per il successo dei Cuomo: «Non dimenticherò mai l’emozione del giorno dell’elezione di Andrew. È un sogno realizzato, lui ha faticato tutta la vita per questo. Durante la campagna elettorale fece la promessa di visitare ogni contea dello Stato. Io gli dissi: ma come farai? Sono 62, e tu non sei una macchina. Ma lui lo ha fatto, e ha portato anche i suoi i figli con lui, per far

Come Telemaco venne affidato a Mentore, così a ogni ragazzo in difficoltà è stato affiancato un adulto che lo guida: è il Mentoring miei cinque figli e i miei quattordici nipoti. Io ho avuto molte benedizioni nella mia vita, perché ho avuto 5 figli meravigliosi, e perché Dio è sempre con me». «Torniamo in Italia appena possibile - ammette Matilda - anche per aiutare le famiglie, perché amo le famiglie italiane. Mio padre è nato in Pennsylvania, ha lavorato in miniera da giovane, ma i miei nonni erano italiani, come quelli di Mario. Mia nonna si chiamava Matia, come me, anche se

Sicilia, ndr), e che ha appena festeggiato i dodici anni di attività.

«Abbiamo aiutato oltre 8000 ragazzi in difficoltà, in questi anni, affiancati da altrettanti volontari, insieme ai genitori ed insegnanti come partner fondamentali per la sana crescita dei ragazzi. Il progetto di Matilda - osserva Sergio Cuomo - nasce nel 1998 in Italia come Onlus, dopo una sperimentazione sostenuta dal Cnr. E Matilda e Mario non ci hanno mai fatto mancare il loro appoggio, anzi.Tra qualche giorno cominceremo l’attività di mentoring anche in Spagna, ad Algesiras, ma la loro attenzione verso l’Italia è stata sempre costante e attiva e lo dimostrano i numerosi progetti realizzati in ambito sociale, culturale e sanitario. Oltre all’istituzione del Mentoring, mi piace citare Help, la più grande organizzazione statunitense di edilizia urbana a sostegno delle famiglie più disagiate e anche quella dell’AP Program, un progetto voluto fortemente da Matilda, che è riuscita a mettere insieme le tre più grandi organizzazioni no-profit italo-americane (Niaf, Unico e Son’s), che insieme al governo italiano hanno finanziato l’insegnamento della lingua italiana nei College americani».

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spettacoli

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Rassegne. Al via da oggi, fino al 9 dicembre prossimo, la 34esima edizione del Festival internazionale del cinema del Cairo

Ecco il red carpet d’Egitto

di Rossella Fabiani hissà se anche Juliette Binoche indosserà le mitiche scarpe di Christian Louboutin, lo shoe designer dalle suole rosse che vive tra Parigi e New York, con una base in Egitto, a Luxor, dove ha costruito un palazzo e dove tiene la sua grande barca “el Dahabibi” sul Nilo per ospitare amici del jet set e clienti. E certo che la vetrina è di quelle internazionali. Perché l’attrice francese è tra gli ospiti d’onore della 34esima edizione del Festival internazionale del cinema del al Cairo e che apre i battenti oggi e che si concluderà il 9 dicembre.

C

A fare gli onori di casa il ministro della cultura, Farouk Hosni, il presidente onorario del festival Omar Sharif, il presiEzzat dente Abou-Oub e la vicepresidente Soheir Kader. Tra le celebrities anche Richard Gere, da sempre impegnato nella causa del Tibet di cui è portavoce nel mondo. Una presenza importante, non solo per la notorietà del personaggio, ma perché è un segno concreto dell’impegno del Paese di volere «sottolineare l’importanza della comunicazione e dell’intesa tra le nazioni - dice Farouk Hosni - con l’augurio di unire insieme i quattro angoli del globo. In questo momento di violenza, conflitti e guerra, l’incantevole arte del cinema è l’approccio più efficace per ridurre il divario tra i vari punti di vista». E proprio al “ruolo del cinema e dell’informazione nella condanna dei crimini di sfruttamento degli uomini” è dedicato uno degli otto convegni in programma durante il festival. Che si occuperà anche della “salvaguardia del cinema egiziano”, del “cinema africano agli inizi del XXI secolo” e del “cinema e delle relazioni internazionali: l’esempio della Turchia”. Un festival cosmopolita con la partecipazione di 69 Paesi, dalla Spagna alla Corea passando per l’America, l’Italia, la Francia e la Germania. Anche un festival colto che descrive società, abitudini, tradizioni e costumi di Paesi spesso sconosciuti gli uni agli altri. Ma soprattutto un festival glamour che si annuncia come la passerella più alla moda del Medioriente. Giovani donne ed eleganti signore hanno già pronto

Si apre oggi la 34esima edizione del Festival internazionale del cinema del Cairo. In questa pagina, gli ospiti d’onore Richard Gere e Jiulette Binoche, il presidente onorario della rassegna Omar Sharif e il ministro della cultura egiziano Farouk Hosni

il loro abito per la serata di apertura e potete stare tranquilli che sarà una sfilata delle firme più esclusive. In una gara di fascino, opulenza e luccichii. E con una passione tipicamente orientale - per i gioielli. Le occasioni non mancheranno. Tanti gli appuntamenti in agenda durante i dieci giorni della rassegna: la visione delle produzioni più importanti dell’ultimo anno, il concorso internazionale con diciotto lungometraggi provenienti da diciassette Paesi, il premio per il miglior film digitale e il premio per il miglior lungometraggio arabo. La scorsa edizione è stata dedicata al regista Shadi Abdel Salam. Anche quest’anno saranno proiettati alcuni suoi film, restaurati dalla Martin Scorsese Foundation. Ogni anno il Festival ha uno spazio dedicato a un ospite d’onore. La guest star di questa edizione è la terra dei Faraoni con una sezione intitolata “L’Egitto negli occhi del cinema mondiale” che è anche lo slogan del festival - all’interno della quale saranno proiettati film provenienti da diversi Paesi del mondo

che parlano dell’Egitto. Tra questi, Assassino sul Nilo, di John Guillermin, Ruby Cairo di Ruba Nadda e Midaq Alley (il vicolo dei miracoli) di George Fons interpretato da Salma Hayek, la star, di religione copta, convolata lo scorso anno a doppie nozze con il re del lusso, Francois Henri Pinault considerato uno degli uomini più ricchi di Francia. Non contenta di aver celebrato il matrimonio nel giorno di San Valentino, la Hayek ha pensato bene di organizzare in aprile una secon-

A fare gli onori di casa il ministro della cultura, Farouk Hosni, il presidente onorario Omar Sharif e il presidente della kermesse Abou-Oub da festa di nozze a Venezia. Due volte sposa, dunque. E la seconda, indossando un magnifico abito Balenciaga, in seta naturale. Tre i film egiziani in concorso, tra cui Il desiderio, di Khaled El Hagar,

tratto dal racconto di Saed Ragab, sulla repressione sessuale di cui soffrono le ragazze e le donne in Egitto e nel mondo arabo. La sezione dei film arabi prevede Microfone di Ahmed Abdallah. Ambientato ad Alessandria con i ballerini di di Hip-Hop che vivono sui marciapiedi, con i musicisti rock che si esibiscono sui tetti dei vecchi palazzi e con giovani writers che di notte vanno in giro per la città cercando pareti che li ispirino. Un volto di Alessandria sconosciuto ai più. Il film La tangenziale, racconto e regia di Tamer Ezat, sulla questione della corruzione medica in numerosi ospedali e la questione del traffico degli organi come la vendita del rene. E infine una sezione dedicata al “nuovo cinema arabo” con la proiezione di quattro film: l’emiratino Maddinet El Haiat (La città della vita) di Ali Mostafa ambientato a Dubai sui problemi della convivenza in una società multietnica; l’iracheno Colpo d’inizio di Shaokat Korkishi sulle vicende di una

famiglia che dopo la guerra è costretta a vivere nello stadio di Kirkuk; il marocchino Figli del paese, di Mohamed Ismael su tre giovani amici costretti a confrontarsi con il mostro della disoccupazione e un altro film marocchino, Khotaf di Saed El Nasery, che è la storia di un tassista che lavora nel quartiere del Khotaf a Dar el Baida (la casa bianca). In programma anche Tangled Up in Blue del regista italo-iracheno Haider Rashid. Frutto di una coproduzione Italia-Iraq, la prima in assoluto, e girato a Londra, il film si ispira alle vere storie di molti iracheni di seconda generazione ed è dedicato alla memoria di Kamel Shiaa Abdallah, un consigliere del ministero della Cultura iracheno, assassinato a Baghdad nell’agosto 2008.

Sei le location scelte per il festival. Il Cairo Opera House, il cinema Cosmo a Wust El Balad, il cinema Stars a Heliopolis, il cinema Nile City alle Nile Towers e il cinema Galaxy al Manial.Tra le celebrities, l’attore britannico di origine egiziana Khaled Abdallah che ha lavorato a Hollywood con Matt Damon, l’egiziano Amr Waked che è stato al fianco di George Clooney in Syriana e l’attrice sud-coreana Yoon Jeong-hee che ha scelto il Cairo per tornare nuovamente sotto i riflettori interrompendo un’assenza durata sedici anni.


ULTIMAPAGINA

Ritratti. L’attore canadese protagonista de “Una pallottola spuntata” si è spento all’età di 84 anni in Florida

Leslie, la star più pazza del di Francesco Lo Dico na bizza dell’anagrafe l’aveva assegnato alla sala parto di un ospedale di Regina, in Canada. Ma lui che sapeva bene di quali stramberie siano zeppe le vite inventate del cinema, ti avrebbe detto compunto: «Sono metà olandese e metà irlandese. Mio padre era gallese». Da cultore della slapstick commedy, avrebbe sceneggiato un epilogo diverso, Leslie Nielsen. Magari morsicato da un lappone col dente avvelenato. E invece se n’è andato ieri, senza frizzi nè lazzi, all’età di 84 anni.

U

Viveva in Florida da qualche tempo, lo strampalato detective Frank Drebin. Ma le sue pallottole migliori, le gag demenziali e le battute grottesche, i nonsense e gli istrionismi da marionetta, erano spuntate da un pezzo. Non se ne crucciava granché, mister Nielsen. «Desidero continuare a lavorare quanto basta per essere invitato ai tornei di golf», ripeteva agli insolenti mestatori che ne sollecitavano la rentrée . Aveva conservato lo snobistico candore dell’outsider. Nielsen voleva solo godersi il suo tramonto con tutta la paciosa compostezza di un golfista agli ultimi colpi. Dopo più di cento film e 1500 apparizioni televisive, Leslie viaggiava abbondantemente sotto il par. E dell’ansia di mettere la palla in bu-

Sanford Meisner, impara a ballare con Martha Graham e infine gli si spalancano le porte dell’Actor’s Studio. Sono gli anni 50, l’età dell’oro della televisione, ma lui non era che un re Mida minore: «Guadagnavamo solo 75 o al massimo 100 dollari a programma», ricordava. Poi gli studios, con la Paramount Pictures che lo mette sotto contratto per Curtiz ne Il re vagabondo. È sempre lì lì per decollare, la carriera di Nielsen, che però non va oltre la fama di buon caratterista. I 60 e i 70 li trascorre alla mercè del piccolo schermo. Leslie rimbalza da Wagon Train a The Fugitive, da Kojak, a The Protectors. Ma è sulla pista bislacca degli anni 80, che avviene il decollo. Leslie sale a bordo de L’aereo più pazzo del mondo nei panni del dottor Rumack, la carriera piega dal dramma alla comica, e la fusoliera non si stacca più dall’obiettivo della risata. Crassa come quella della trilogia della Pallottola spuntata, tre episodi dal 1988 al 1994, lugubre e irriverente come in Riposseduta, di facile presa come nei protopanettoni Spqr e Caro Babbo Natale.E ancora, non priva di riverberi cinefili, come quella che riecheggia in Dracula morto e contento a metà degli anni 90. Qualunque sia la rotta intrapresa, dall’action movie alla spy story, Nielsen si svela

MONDO

Gag e istrionismi erano deboli da un pezzo. Ma lui non se ne crucciava: «Desidero lavorare quanto basta per essere invitato ai tornei di golf» ca, si era liberato da un pezzo. Quando trascorri l’infanzia al Circolo Polare Artico, Hollywood deve sembrarti un fantasioso pianeta alieno. Ed è pura stravaganza, pensare che arruolarsi in Aeronautica, ti ci possa catapultare a velocità supersonica. Il folle viaggio cominciò per diletto, in una stazione radio di Calgary. Il giovane Nielsen ci lavorava come ingegnere, ma anche come disc jockey e annunciatore. È un mondo che lo affascina, lo spettacolo, e lui si mette di buzzo buono. Studia recitazione alla Lorne Greene’s Academy of Radio Arts di Toronto, alla Neighborhood Playhouse di NewYork City, prende lezioni da

In questa pagina, l’attore comico canadese Leslie Nielsen ritratto in alcune delle sue più celebri pellicole

un impietoso sabotatore del cinema di genere. Il trito armamentario dei generi hollywoodiani, si rivolta tra le sue mani in caricatura buffonesca. Frasi e ingranaggi farseschi messi a punto dall’attore si infiltrano nella macchina perfetta dell’industria filmica, svelandocene gli aspetti più clowneschi e viscerali. Citazionista, parassitario, plautino, boccaccesco. Del cinema disimpegnato di cui è stato protagonista, la cifra l’ha data lui stesso con rude efficacia. Era come «un nano in bilico sull’orlo di un orinale», Leslie Nielsen, e si è fatto beffe di Hollywood.

Nessuna perla di saggezza, da parte sua, nè slavate ramanzine sui segreti del grande cinema. A chi gli chiedeva lumi sulla vita, Nielsen avrebbe forse risposto che valgono le stesse regole del golf: «È un gioco che si può insegnare, ma non si può imparare». Faceva il pagliaccio per mestiere, Nielsen, ma di fronte a certe frasi d’occasione che nobilitano chiunque a patto che sia morto, rifuggiva come un ladro gli acerrimi poliziotti della retorica. Proprio serio, Leslie il comico. Si era ritirato dal «club dell’imbecille» con qualche anno d’anticipo.

2010_11_30  

Gli Usa avviano un’inchiesta penale sul caso del sito pirata.Mentre partono le proteste delle cancellerie di mezzo mondo cronached QUOTIDIAN...