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he di c a n o r c

La forma d’una città cambia, ahimè, più in fretta del cuore di un mortale

Charles Baudelaire

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • MARTEDÌ 23 NOVEMBRE 2010

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Si fa sempre più grave la situazione interna al movimento del premier. Napolitano: «Mai ricevuto il decreto sui rifiuti»

Il Pdl sbanda sulla Milano-Napoli La rivolta della Carfagna e il dramma spazzatura, mai risolto, spaccano il partito in Campania. Nel capoluogo lombardo, l’ipotesi di candidatura di Albertini mette in crisi la Moratti e il Pd Nuovo colpo di scena nella lite tra le deputate campane

Dopo l’appello mondiale

Clima da Bagaglino. La Mussolini: «Mara si scusi o non voto la fiducia»

Fli avvisa: «È in comproprietà con Fini»

La nuova guerra: «Silvio non può usare il simbolo»

Pakistan, scarcerata Asia Bibi la “blasfema”

Offesa per l’accusa di essere una «vajassa», la parlamentare si rivolge direttamente a Berlusconi. Intanto a Napoli sono arrivati gli ispettori europei: «Dopo due anni, non è cambiato niente. Libereremo i fondi solo quando ci sarà un vero piano di gestione»

di Antonio Picasso sia Bibi, la cristiana packistana condannata a morte per blasfemia, è stata scarcerata ieri sera dopo aver ottenuto la grazia dal presidente Asif Ali Zardari. Lo riferiscono il sito internet The Christian Post e l’agenzia di stampa kuwaitiana Kuna. La Bibi è stata oggetto di una campagna internazionale dopo che era stata condannata a morte per il reato di “blasfemia”, che punisce con la morte i non islamici. All’appello si era unito anche Benedetto XVI, che aveva chiesto libertà per la donna, madre di cinque figli, e il rispetto per le minoranze religiose del Paese.

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Errico Novi • pagina 2

Intervista all’eurodeputato

L’ex sindaco: «Provo a costruire una nuova area moderata» «Il nostro è un sistema in cui c’è una frattura: o stai con me, o stai contro di me. Manca totalmente la moderazione, e così emergono le posizioni oltranziste. Quanto alla riforma elettorale, sono favorevole alle preferenze per riportare i cittadini alla politica»

Bocchino: «Il marchio del Popolo della libertà va usato in modo congiunto». E il Pdl: «È solo una provocazione» Riccardo Paradisi • pagina 6

a pagina 16

Pietro Salvatori • pagina 5

Esce oggi “Luce del mondo”

Benedetto XVI sta riscrivendo il rapporto con il moderno di Luigi Accattoli uce del mondo - il libro intervista del Papa con Peter Seewald che va oggi in libreria - rappresenta un’altra opportunità per imparare ad amare Benedetto XVI. C’era già Gesù di Nazaret a costituire una via regale per chi voglia comprendere l’animo del Papa e la sua prima preoccupazione: cioè la fede in Cristo ai nostri giorni. Con lo stesso stile del libro su Gesù ora il Papa si siede su un divano di Castel Gandolfo. a pagina 20

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dossier 30 anni fa il terremoto in Irpinia Una pagina sulla quale tornare a riflettere

Il giorno che cambiò la storia d’Italia di Franco Insardà

Fu allora che nacque (nel paragone perdente con il Friuli) la prima grande protesta contro il Sud, che avrebbe poi fatto crescere la Lega. Ma il Veneto dimostra che le inefficienze sono rimaste le stesse, anche al Nord…

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I QUADERNI)

• ANNO XV •

NUMERO

l 23 settembre del 1980, alle 19:34, l’Italia fu drammaticamente costretta a cambiare. Trent’anni fa, la terrà tremò buttando giù mezza Napoli, mezza Basilicata e tutta l’Irpinia: gli sfollati furono 280.000 sfollati; 8.848 i feriti e 2.914 morti. Il Paese si mobilitò subito, naturalmente, ma i cittadini campani negli anni hanno dato l’idea di crogiolarsi nella loro immane tragedia. E su questa immagine l’Italia ha finito per dividersi: chi aiutando le vittime chi biasimando il loro vittimismo.

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a pagina 11

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WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


la polemica

il caso napoli

Stavolta il premier dovrebbe “citare” se stesso

Molto meglio le belle donne che gli indagati...

pagina 2 • 23 novembre 2010

di Giancristiano Desiderio e Silvio Berlusconi potesse risolvere il “caso Carfagna”, che in verità è il “caso Campania”, con una battuta, potrebbe parafrasare se stesso e rimediare a una figuraccia di qualche giorno fa dicendo «meglio una bella donna che gli affaristi». Può darsi, infatti, che come dice il presidente della Provincia di Salerno, Edmondo Cirielli, la ministro Mara Carfagna avrebbe potuto evitare in questo momento politico così particolare di annunciare le sue dimissioni e di regalare al presidente del Consiglio, peraltro mentre era impegnato a Lisbona, l’ennesima grana. Tuttavia, al di là della scelta dei tempi, e al di là persino delle ragioni del ministro delle Pari opportunità, quanto è ormai venuto fuori merita la massima attenzione perché proprio nessuno può, come invece è stato fatto, definire le vicende campane come “cose locali”. Per intenderci: qui si sta parlando, tra l’altro, di centocinquanta milioni di euro che il governo ha destinato all’emergenza rifiuti e che se non verranno amministrati a dovere faranno la stessa fine dei rifiuti. Lo scontro al quale stiamo assistendo è davvero particolare perché c’è un ministro che in sostanza accusa i suoi stessi colleghi di partito di svolgere in Campania «una guerra tra bande». E siccome tutto questo si svolgerebbe a Napoli e in Campania che sono la città e la regione che da qualche anno “godono” di una ribalta mondiale “grazie”ai rifiuti in questa vicenda in cui c’è stata una richiesta d’arresto per l’ex sottosegretario Cosentino nessuno può dire che si tratta di cosette locali. Eppure, il premier non sembra “tribolare”più di tanto per la «signora Carfagna».

S

Al contrario di quanto si pensi, Berlusconi è un realista. Anche la vicenda dei dossier circolati su Stefano Caldoro in piena campagna elettorale lo testimonia: il premier si tiene ben stretto gli uomini che gli assicurano in un modo o nell’altro voti. La Campania, del resto, è una di quelle regioni decisive per le elezioni politiche: qui il centrodestra perse le elezioni del 2006. Il calcolo berlusconiano, inoltre, è molto facile da fare: anche se la Carfagna dovesse decidere di uscire dal governo e dal partito e lasciare il Parlamento - ma l’ipotesi così radicale sembra già essere rientrata - sarebbe destinata ad approdare a Forza Sud di Micciché e quindi a continuare a portare acqua al mulino di Berlusconi. Viceversa, se Berlusconi decidesse di sacrificare Cosentino e i suoi uomini - presidenti, sindaci, assessori, dirigenti, conoscenze varie - ne avrebbe in cambio un danno elettorale. Ecco perché Berlusconi in questa storia non segue il suo istinto, quello che gli fece dire qualche giorno fa «meglio le belle donne che i gay» e per una volta si lascia scappare una bella donna e si tiene stretto gli amici degli amici. Cosa resta alla fine di questa storia? La debolezza del premier e del governo. Due anni fa fu proprio il capo del governo a recarsi a Napoli - a prendere quasi casa a Napoli dove si trasferì il Consiglio dei ministri - e a prendere in mano la drammatica situazione per rispondere subito all’emergenza e individuare un percorso a tappe per giungere in cinque anni alla soluzione definitiva della ciclica emergenza rifiuti. Oggi, invece, il premier è così debole che da Napoli praticamente scappa e il governo vara un decreto e stanzia centocinquanta milioni di euro sotto la dettatura dei deputati Pdl che, secondo il ministro Carfagna, conducono una «guerra tra bande». Che sia stata la Carfagna, una delle deputate preferite dal premier, a sollevare questo velo è solo un’ironia di cui spesso sono intessute le vicende politiche.

il fatto Pdl spaccato: La Russa tenta la mediazione per candidare a sindaco un ex An

Carfagna-Cosentino Lo scontro finale Anche il «caso Campania» rischia di mettere in ginocchio il governo. Alessandra Mussolini fa appello a Berlusconi: «Se Mara non mi chiede scusa, non voto la fiducia» di Errico Novi

ROMA. Fateci caso: l’unica opzione lasciata aperta dal ministro Carfagna all’apice del suo conflitto con i vertici regionali e nazionali del Pdl riguarda la candidatura a sindaco di Napoli. «In tanti mi vorrebbero in corsa», è la chiosa al colloquio pubblicato due giorni dal Mattino. Sul resto – dall’addio al governo alla stessa permanenza nel Pdl – la responsabile delle Pari opportunità sembra non concedere margini. Ma la partita nel capoluogo campano, quella, il ministro non intende mollarla. E non è un caso. È lì, come a Milano, che i berlusconiani rischiano di andare in testa coda. La posta in gioco è alta, al punto da mettere in discussione gli equilibri stessi su cui si regge il Popolo della libertà, a cominciare dal suo assetto tricipite, e soprattutto dal vero dominus dell’apparato di via dell’Umiltà, Denis Verdini.

Allo stato ogni pronostico è impossibile. Nel senso che non si possono fare previsioni sul candidato con cui il Pdl tenterà di conquistare la terza città d’Italia, giacché qualunque scelta implicherebbe la caduta sul campo di uno dei contendenti: Nicola Cosentino, la stessa Mara Carfagna, o anche Ignazio La Russa, pienamente coinvolto nella disputa. Ed è proprio il ruolo di quest’ultimo che a questo punto può condizionare l’esito della competizione.Tra i nomi proposti finora per la successione della Iervolino, infatti, uno dei più accreditati è quello di Marcello Taglialatela. Deputato pdl di ascendenza aennina, ora Taglialatela è assessore all’Urbanistica della giunta Caldoro. Una sua eventuale candidatura e soprattutto una sua afferma-

zione rappresenterebbe un colpo di grande portata per gli ex di via della Scrofa ancora fedeli a Berlusconi. Superiore a quello messo a segno da Maurizio Gasparri con l’ascesa di Peppe Scopelliti alla presidenza della Calabria. Proprio per questo La Russa intende d’ora in poi «occuparsi a tempo pieno» del caso Campania. Il ministro della Difesa vuole provare a sminare il percorso che potrebbe portare all’elezione di Taglialatela a sindaco di Napoli. Può farlo solo a condizione di costringere alla tregua i duellanti del Golfo, cioè la Carfagna e Cosentino. Una seconda candidatura di centrodestra (magari proprio della Carfagna) eventualmente in pista oltre a quella di Taglialatela, infatti, potrebbe accrescere le chances del centrosinistra. Sarebbe una beffa per il Pdl, considerato lo sfascio della giunta Iervolino. Ma un nome come quello di Lucia Annunziata, per esempio, avrebbe non poche possibilità di affermarsi, se dall’altra parte i moderati si presentassero divisi.Anche perché sulla contesa incombe la presenza di un terzo incomodo, quel Clemente Mastella che accarezza il sogno dell’elezione a Napoli dai tempi di Bassolino.

La Russa dovrebbe tenere a bada innanzitutto i suoi. Soprattutto Edmondo Cirielli, una sorta di fuoriclasse delle incompatibilità: è infatti un deputato Pdl di area ex aennina, presiede addirittura la commissione Difesa della Camera pur essendo anche presidente della Provincia di Salerno. Cirielli è un fedelissimo di Cosentino, come un altro ex An, quel Mario Landolfi passato però nel frattem-


il retroscena

Napolitano: «Mai visto il Decreto legge» Dura nota del Quirinale sul Dl rifiuti: «Mai ricevuto e mai esaminato il testo del Cdm» ecnici al lavoro per scrivere il testo del decreto rifiuti in Campania dopo che il Consiglio dei ministri delle scorsa settimana ha dettato “come di consueto” le linee politiche del provvedimento. Lo spiegano dall’ufficio legislativo di Palazzo Chigi, subito dopo la nota del Quirinale con cui è stato sottolineato: «La Presidenza della Repubblica non ha ricevuto, e non ha quindi potuto esaminare, nè prima nè dopo la riunione del Consiglio dei ministri di giovedì 18 novembre, il testo del decreto-legge sulla raccolta dei rifiuti e la realizzazione di termovalorizzatori in Campania, che sarebbe stato definito dal Governo. Il Capo dello Stato si riserva pertanto ogni valutazione sui contenuti del testo quando gli verrà trasmesso». Una nota che pesa come un macigno dal momento che, allo stato, il nodo più controverso della questione - quello della competenza sui termovalorizzatori - non risulta ancora sciolto. Subito dopo il Cdm di giovedì infatti era stata tentata una soluzione per riassorbire il caso “Carfagna-Cirielli-Cosentino”: rispetto al testo sottoposto all’esame dei ministri che prevedeva che i presidenti delle province acquisissero la funzione di amministrazioni aggiudicatrici per le procedure relative agli impianti dei rifiuti, una nota di Palazzo Chigi precisava che il governatore Caldoro avrebbe assunto poteri in deroga in stretto coordinamento con le province di cui peraltro venivano conservati gli atti già posti in essere. Con lo stesso Caldoro che però ha precisato: non sono stato nominato commissario.

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Insomma un mezzo pasticcio, che ora sta ai tecnici cercare di sbrogliare e che dovrà passare sotto la lente di ingrandimento di Napolitano per verificare quanto mento i requisiti di indifferibilità e urgenza che motivano il ricorso allo strumento del decreto. Il provvedimento portato all’attenzione di Palazzo Chigi nella sua versione originaria

di Lucio Rossi prevedeva innanzitutto la competenza dei presidenti delle province sugli impianti di smaltimento proprio come hanno chiesto i parlamentari campani del Pdl che avevano formalizzato, qualche settimana fa, una richiesta al governo in nove punti nel corso del tavolo istituzionale. Un tavolo evidentemente a cui non era stato invitato il ministro Carfagna.Va detto che l’operazione politica del tavolo istituzionale dei parlamentari del Pdl mal si coniuga con le esigenza di chiarezza nel ciclo dei rifiuti in Campania: da un lato infatti i parlamentari hanno chiesto più potere per

Il nodo economico non è di poco conto: i comuni sono già oggi indebitati per oltre 700 milioni di euro sul fronte della spazzatura le province in fatto di impianti dei rifiuti, ma contestualmente hanno chiesto al governo che ad occuparsi delle operazioni di raccolta in senso stretto e di smaltimento in discarica provvedessero i comuni. Che ovviamente si troverebbero – così è scritto nel decreto varato dal Cdm – a occuparsi di tutta la gestione fino alla fine del 2011. Insomma la beffa è come sempre accompagnata dal danno dal momento che, quando e se mai i termovalorizzatori siano stati nel frattempo costruiti, sarebbero le province a incassare e non i comuni, che devono invece da subito continuare a pagare per garantire i servizi di rimozione della spazzatura dalle strade. Il nodo economico finanziario non è di poco conto: i comuni sono già oggi indebitati per oltre 700 milioni di euro sul fronte dei rifiuti. E solo un intervento della Cassa Depositi e prestiti potrebbe salvarli dalla bancarotta se è vero che tra i nove punti sottoposti al governo dai

po sotto le insegne alemanniane. Ed è proprio Cirielli ad avere intrapreso negli ultimi giorni uno scontro senza esclusione di colpi con Mara Carfagna: d’intesa con Cosentino, ha imposto a Berlusconi il ritorno della gestione dei rifiuti in capo alle Province, prevista dal famigerato decreto. Anzi, con il coordinatore regionale del Pdl, Landolfi, Cesaro e Labocetta, Cirielli ha incontrato nei giorni scorsi il premier per indirizzarlo verso la soluzione a lui favorevole. Soluzione che prevede tra l’altro il mantenimento della gestione dei nuovi termovalorizzatori sempre in capo alle amministrazioni provinciali. Su questa forzatura del gruppo Cosentino si è scagliata la Carfagna. E non a caso ancora ieri è da Cirielli che sono arrivati gli attacchi più violenti al ministro delle Pari opportunità: «Ha fatto il record alle Regionali perché ha giocato sulla doppia preferenza, portando via i voti ad altre donne. E comunque non può essere lei a imporre un passo indietro a Cosentino». Cirielli ha anche inviato a tutti i colleghi del Pdl due righe su carta intestata di Montecitorio in cui accusa la Carfagna di lavorare a Salerno per un’intesa con finiani e Udc, contro il Pdl.

parlamentari del Pdl, due riguardavano proprio questo aspetto. Un cavallo di battaglia dell’assessore Romano (che aveva incontrato per questo fine anche l’ad di Cdp Franco Bassanini) che però, almeno nella versione originaria del decreto analizzato dal Consiglio dei ministri del 18 novembre, non sembra aver avuto presa sul titolare del ministero dell’Economia. L’argomento è comunque suggestivo: se non interviene l’organismo guidato da Bassanini con un prestito garantito con una trattenuta sui trasferimenti erariali annuali, i comuni campani (almeno gran parte di essi), sono a rischio default. È a rischio sicuramente Napoli che ha un’esposizione solo nei confronti dell’unità stralcio rimasta in Campania dopo la chiusura dell’emergenza per 120 milioni di euro. E che però si candida alla costruzione del termovalorizzatore che dovrebbe essere costruito dalla società Neam, di cui il comune ha il 51 per cento e ora attende di reclutare il partner industriale che dovrà realizzare l’opera. Ma con quali soldi? A Salerno, la “pratica termovalorizzatore” è attualmente alla fase del bando di gara che scadrà il prossimo 31 gennaio 2011. L’investimento totale ammonta a 296,3 milioni di euro e i lavori dovranno essere eseguiti in 30 mesi, mentre la concessione durerà 20 anni. Questo il progetto del presidente della provincia Edmondo Cirielli che però ha letteralmente fatto imbufalire il sindaco di Salerno (ex commissario ad hoc per la costruzione dell’impianto) che minaccia senza mezzi termini: senza il comune non se ne fa niente. D’altra

Cosentino, come chiede il ministro delle Pari opportunità, equivarrebbe a incrinare fortemente la leadership interna di Denid Verdini.Va ricordato che l’ex sottosegretario indagato per camorra era l’unico candidato forte del coordinatore nazionale all’epoca delle Regionali. Poi il peso delle inchieste impose l’avvicendamento con Caldoro. Adesso, più di allora, c’è mezzo Pdl che affianca la Carfagna nel pretendere un passo indietro sul decreto rifiuti, sui termovalorizzatori e quindi di Cosentino. Si sono schierati tutti gli uomini di Liberamente, Frattini in prima

gno nella soluzione dell’emergenza rifiuti. È stato spiegato, a Berlusconi, che la buona volontà di molti sindaci si spiega con il lavoro di mediazione sul territorio del coordinatore regionale e del suo braccio destro Cesaro. I due hanno una ristretta rosa di candidati per le Comunali di Napoli: il sopracitato Taglialatela, il consigliere regionale Fulvio Martusciello (con cui però in passato c’è stata una guerra totale) e in ultima analisi Cosentino stesso. Fuori da ogni possibilità c’è invece un sostegno per Mara Carfagna, ormai nemico assoluto della cordata. Più probabile che l’attuale ministro ottenga il supporto di Futuro e libertà e Udc, ma anche del governatore Stefano Caldoro. Sempre ieri il capogruppo in Consiglio regionale della lista“Caldoro presidente”, Gennaro Salvatore, ha ipotizzato un avvicendamento tra le due litiganti partenopee della maggioranza: «Carfagna sindaco, Mussolini ministro al posto suo». Fantascienza: per ora la Mussolini chiede le scuse della Carfagna «o non voterò la fiducia». Più probabile che il ministro quasi dimissionario corra per conto suo, contro un Pdl ancora egemonizzarto da Cosentino a livello locale. E che al limite trovi una sponda amica in Gianfranco Micciché. Forza Sud, il neonato partito del pupillo di Dell’Urtri, potrebbe diventare il rifugio dei sopravvissuti alla dittatura Verdini-Cosentino nel Pdl. Una sorta di esilio virtuale in cui si ritrovano i vecchi amici del Cavaliere che non vedono altro modo di salvarlo dalle frequentazioni pericolose se non quello di abbandonarlo.

Mezzo partito, da Frattini a Lupi, schierato col ministro e contro l’ex sottosegretario. Ma nella lite del Golfo è in gioco pure la leadership interna di Verdini, capocordata di Cosentino

Ma per convincere la Carfagna a una trattativa con quello che sembra ormai il suo ex partito – le sue richieste su Cosentino e i termovalorizzatori sono difficili da esaudire, per il Cavaliere – bisognerebbe far saltare gli equilibri non solo del Pdl campano, ma addirittura di quello nazionale. Ed è facile spiegare perché. Indebolire

fila, il ciellino Lupi e persino La Russa («il problema Cosentino esiste»). Sarebbe un ribaltone. Non si sa quanto gestibile per Verdini, certamente insostenibile in Campania, dove gli uomini di Cosentino sarebbero pronti persino a fare campagna elettorale contro il candidato sindaco di Napoli del Pdl.

Frattini d’altronde è stato chiaro: «Bisogna rivedere l’assetto del partito, non solo in Campania». Ma Berlusconi è davvero in grado di pilotare una simile rivoluzione? Già in passato, come nei giorni scorsi, il gruppo Cosentino ha fatto pesare eccome, al Cavaliere, il proprio impe-

parte, il primo cittadino non solo può rifiutare i suoli dove dovrebbe sorgere l’impianto, ma anche decidere che la propria città non andrà a smaltire i rifiuti lì, facendo saltare in un colpo solo il piano economico su cui si regge l’impianto. Poi c’è l’amministrazione regionale che però ha un precedente, negativo, talmente pesante da suscitare alcune domande: quali imprenditori sarebbero disponibili e a che condizione, a rischiare un investimento del genere? Forse le risorse dell’Ue, che però a causa dell’ormai ultraquindicennale emergenza rifiuti ha congelato uno stanziamento di oltre 400 milioni di euro e che anzi insiste per riavere indietro i circa 700mila euro sperperati per pagare il concerto di Elton John. Quel che è certo è che il governo sembra assai rigido a farsi da garante rispetto a questo tipo di operazioni: per il termovalorizzatore di Acerra, il governo ha autorizzato la regione a utilizzare i propri fondi fas per acquistarlo entro la fine del 2011 e nell’ultimo decreto, quello fantasma, ha autorizzato la spesa di 150 milioni, sempre di fondi fas regionali. Rimangono i privati, le banche, che però ricorderanno un precedente: l’ex concessionaria del servizio in Campania, una società controllata da Impregilo, si è esposta in passato per 170 milioni di euro con le banche creditrici San Paolo Imi e WestLb. Con questi soldi sono stati costruiti gli impianti che hanno prodotto eco balle e si è iniziato il termovalorizzatore di Acerra. Ma poi le banche hanno chiuso i rubinetti per scongiurare il peggio.


pagina 4 • 23 novembre 2010

il caso milano

Per le comunali potrebbe valere la profezia di Salvemini: la capitale del Nord anticipa le trasformazioni della politica italiana

Il Terzo Duomo

Il centrodestra “dovrà” votare controvoglia Letizia Moratti, una parte del centrosinistra vorrebbe sganciarsi da Pisapia: i milanesi chiedono un cambiamento. Ecco perché le elezioni per Palazzo Marino possono essere il primo exploit del nuovo polo di Giancarlo Galli iceva Gaetano Salvemini, grande storico, pugliese di Molfetta per nascita (1873), fiero antifascista con trascorsi socialisti e poi nell’effimero Partito d’azione dei fratelli Rosselli: «Le lotte amministrative milanesi non sono che i prodromi delle lotte politiche italiane. Quello che oggi pensa Milano, domani lo penserà l’Italia». Queste parole, che paiono appartenere ad una profezia politica, pronunciate tanti anni fa, ad un osservatore non distrutto dal caotico contingente, aleggiavano nell’ipermoderno padiglione della Fiera di Milano che ha ospitato, fra sabato e domenica scorsa, l’affollato meetingconvegno dell’Udc. Con Casini, Pezzotta, Cesa, Adornato, Bottiglione nei panni dei “padroni di casa”; ospiti illustri

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Emma Marcegaglia, Raffaele Bonanni, Carluccio Sangalli, don Antonio Mazzi e il corteggiatissimo ex sindaco, ora europarlamentare Pdl, Gabriele Albertini. Già, l’Albertini che potrebbe guidare una lista, civica e centrista, per togliere la poltrona di Palazzo Marino all’aristocratica e un po’ deludente Donna Letizia Moratti. Fin qui sostenuta, ma con poco entusiasmo, dai berluscones e a denti stretti dalla vieppiù potente Lega di Umberto Bossi.

Week-end ambrosiano ad alta temperatura politica, nonostante un desolante clima novembrino: pive quasi ininterrottamente da nove settimane, è ricomparsa la nebbia. Quasi un presagio di tempi cupi, non solo metereologicamente. A cinquecento metri in

linea d’aria dalla vecchia Fiera campionaria (quella nuovissima è a Pero-Rho, tenacemente voluta e realizzata dal governatore Roberto Formigoni, ciellino doc con casacca prima di Forza Italia, poi del Pdl), nel palazzo delle Stelline di corso Magenta, il leader del Partito democratico, Pierluigi Bersa-

Garavaglia e Bajo hanno già «contestato» il risultato delle primarie

ni, chiamato ad incoronare obtorto collo il candidato a sindaco di centrosinistra Giuliano Pisapia. Se Atena piange, Sparta non ride. Le sinistre milanesi all’opposizione dal 1993 (quando a sorpresa trionfò il leghista Marco Formentini, che presto ruppe clamorosamente con Bossi, ab-

bandonando il Carroccio), in vista dell’appuntamento di marzo, con gran battage, avevano lanciato le “primarie” per la scelta del loro candidato. Galassia dal nocciolo duro leninista (leggi “vecchio Pci”), sotto la regia di Filippo Penati, tre volte ex (sindaco di Sesto San Giovanni, presidente della Provincia, sfortunato antagonista della Moratti nel 2006), i pidì folgorati dal modello americano di democrazia partecipativa, avevano pensato, appunto alle “primarie”. Mobilitato gli attivisti, allestiti seggi, sicuri di attrarre almeno centomila simpatizzanti. Senonché il programmato exploit d’immagine s’è trasformato in boomerang. Nel mediocre afflusso (appena 67mila), e il colpo di scena. Tutto era preordinato per favorire uno straripante plebiscito


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La scommessa dell’ex-sindaco agita le acque della maggioranza

«Sto pensando a costruire una nuova area moderata» La ricetta di Gabriele Albertini: «Basta con questo “o con me, o contro di me”. Serve moderazione» di Pietro Salvatori

ROMA. Gabriele Albertini ha fatto parlare di sé negli ultimi giorni. E non poco. L’ex sindaco di Milano pare sia intenzionato a dare nuovamente l’assalto a Palazzo Marino. Ma non con il Pdl, come potrebbe sembrare naturale, bensì sotto l’astro nascente del Terzo polo. Forse, però, è un peccato che la grande stampa nazionale si ricordi di Albertini solo quando si distingue, in un modo o nell’altro, dall’ortodossia della linea degli azzurri. Per esempio sulla questione ’ndrangheta al Nord: «Milano, da sola, muove circa il 10% del Pil nazionale. Se prendiamo in considerazione la Lombardia arriviamo al 28%. Gli investimenti sull’urbanistica ammontano a diverse decine di miliardi di euro. Si pensi solamente all’Expo: nel solo comune ha mobilitato un miliardo di spesa corrente, il tavolo regionale prevede di arrivare a 11...». Tutto questo per dire cosa? Per dire che la questione dell’infiltrazione della malavita organizzata c’è e non è un’invenzione. È ovvio che se movimenti una grande quantità di capitali leciti, quelli illeciti vengono attirati. Saviano ha registrato un dato lapalissiano, quasi banale: le organizzazioni criminali che“governano”tre regioni d’Italia vanno in cerca di ricchezza, denaro e lavoro. In questo senso non ho nulla da eccepire. Ma la Lega è un interlocutore delle mafie? No, la Lega da questo punto di vista è invidiabile, ha un codice etico rigorosissimo e molto pragmatico: quando un esponente viene anche solo sospettato di collusioni viene messo in panchina. Un partito che mette la legalità al centro, non ha problemi con il Pdl, dove sono numerose le zone d’ombra? Ho letto di recente che il forum dei giovani padani ha dovuto chiudere. Era pieno di messaggi che accusavano il Pdl, attaccandolo sulle sue situazioni, per così dire, censurabili. In particolar modo si riferivano al caso Cosentino. Vuol dire che esiste una questione morale fra gli azzurri? Le toghe rosse esistono. L’ho sperimentato sulla mia pelle per il noto caso procedurale degli emendamenti in bianco del consiglio comunale. La procura di Milano ha inquisito la mia amministrazione e me. Sette anni di inchiesta, dalla quale sono stato assolto con formula piena. Io però, mi lamento del fatto che a volte mi hanno impedito di fornire ulteriori prove a dimostrazione della mia innocenza. Dove vuole arrivare? Nel caso Cosentino, il Parlamento ha deciso di non far portare le intercettazioni che lo riguardavano in giudizio. Ma di solito chi è innocente non vuole fornire il maggior numero di prove a sua discolpa? Soluzioni? Il nostro partito si deve dotare di un codice etico rigoroso. Questa era una delle critiche di Fini che ho condiviso, insieme all’esigenza di un dibattito interno e della selezione della classe dirigente

per elezione e non per nomina. Il collasso del nostro sistema politico è dovuto anche ad una scarsa considerazione di queste cose, che poi si vede anche nel grande assenteismo al voto. C’entra qualcosa il clima perenne di scontro? Il nostro è un sistema in cui c’è una frattura marcata: o stai con me, o stai contro di me. Manca totalmente la moderazione, e così emergono le posizioni oltranziste. Come uscirne? Si dice che il sistema elettorale non è una priorità, e in parte posso anche essere d’accordo. Ma si pensi che un 30% non vota, un altro 10% disperde il voto in partiti che non superano lo sbarramento. Il premio di maggioranza lo assegna il restante 60% della popolazione, e a una coalizione di partiti. E per di più senza poter scegliere il proprio candidato. Per questo sono favorevole alle preferenze, per riavvicinare i cittadini alla politica. E a un premio di maggioranza che superi il 35% o il 40% del voto popolare. Con

«Ha ragione Saviano, la criminalità ormai è anche al Nord. Ma non bisogna accusare la Lega» un sistema che favorisca l’amalgama e non la contrapposizione si favorisce il dialogo in Parlamento, gli incontri e non gli scontri, la solidarietà e non la conflittualità. Idee che trovano molti consensi negli schieramenti, in modo trasversale. Se parte del Partito democratico le dovesse appoggiare, in modo concreto nella corsa a sindaco di Milano, potrebbe contribuire a sciogliere la sua riserva? Le risponderò così. Se prendo in considerazione una candidatura in aree diverse dal mio partito, lo faccio non per distruggere, ma per aggregare più sensibilità possibili in una nuova area. Non le dirò di più, ma in quello che dico c’è parte della risposta alla sua domanda.

a favore di Stefano Boeri, brillante architetto, e per inciso uomo di punta dello staff della sindachessa Moratti nell’organizzazione dell’Expo 2015. Doveva essere una passeggiata trionfale…

Valli a capire i milanesi, a cominciare da quelli, imprevedibili, dal cuore a sinistra e del portafoglio a destra. Se ne fregano di Penati e del committente Bersani. Umiliano il Boeri facendo trionfare il Pisapia, avvocato penalista, eletto al Parlamento nel ’96 e rieletto nel 2001 nella lista di Rifondazione comunista.Viene naturale pensare: lo avranno scelto gli abitanti delle periferie, gli immigrati regolari e i sedicenni (ammessi al voto). No: i maggiori consensi, alla faccia dell’apparato del Pd, li ha beccati nel centro storico, nei quartieri bene. Poiché i sociologi di sinistra hanno toppato di brutto, dimissioni a catena nel Pd. Quindi l’arrivo d’urgenza di Bersani con un borsone stracolmo di cerotti e stimolanti. Mentre un Boeri incazzatissimo, alla maniera dell’omerico Achille, s’è reso pressoché invisibile. S’ha da capire. Boeri, tecnocrate giovane bello in doppiopetto, avrebbe dovuto calamitare le simpatie di una borghesia che, fra l’altro, ha parecchi conti in sospeso con la famiglia Moratti: sul versante finanziario il crollo in Borsa dei titoli della raffineria Saras, precipitati da 6 a 1,5 euro; i troppi milioni spesi per l’Inter Fc, che dopo l’addio del mitico Murinho, arranca in campionato. Saranno dettagli ma in una stagione di politica-immagine tutto fa brodo. Pro o contro. Gli è stato preferito il Pisapia, rivoluzionario-gentiluomo, che non ama il fumo delle candele, ma non disdegnerebbe liberalizzare quello delle “canne”, che si batte per i gay e le coppie di fatto. Lui denuncia “i pregiudizi”, ma la Curia di quell’eccezionale presule che è il cardinal Dionigi Tettamanzi è sconcertata. Di riflesso, i cattolici del Pd riflettono. Fra le “riflettenti” di maggior calibro le esponenti di spicco dell’area cattolica del Pd, Maria Pia Gara-

vaglia ed Emmanuela Bajo. Di slancio, hanno invocato (alla Luna?) l’annullamento delle “primarie”; quindi paiono collocarsi su una balconata d’attesa. Comprensibile: l’insofferenza dei cattolici militanti nel Pd si può ormai tagliare col coltello. C’è poi, a Milano, la mina vagante Piero Bassetti. Primo governatore lombardo (1970), emarginato dalla partitocrazia per il rude e onesto carattere di grillo parlante, dall’alto dei suoi ottanta e passa anni all’anagrafe, continua a godere di notevole ascendente. È assai critico con la Moratti-sindachessa: «Il mio giudizio è molto negativo, purtroppo gli errori degli avversari…». Alla domanda, «dove ha sbagliato?», risponde a Repubblica (17 novembre): «Prima di tutti l’idea di sindaco che ha incarnato. La Moratti si è confrontata con la Milano della cerchia dei Navigli, ma quella non è Milano. Ha sbagliato sulla mobilità, l’inquinamento, la cultura e non s’è preoccupata della macchina del comune che fa piangere».

Ecco allora che, con la Moratti poco amata financo dall’establishment, un Pisapia che appare fuor d’opera rispetto al riformismo dell’architetto Boeri, prende corpo una “voglia di centro”. Certo, l’Udc non dispone in loco di un leader carismatico, eppure potrebbe far da collante a un “terzo polo”. Un cuneo fra la Moratti e il Pisapia. «Se l’arcangelo Gabriele calasse dal cielo…», si sentiva sussurrare in Fiera. In che maniera? Numericamente, mettendo sulla stessa barca gli esponenti del Fli milanese (pochi, peraltro, dopo il voltafaccia dell’assessore Giampaolo Landi di Chiavenna), la pattuglia dell’Udc, i cattolici delusi del Pd e… l’opinione pubblica. Che è stanca di politichese, di manfrine urbanistiche connesse all’Expo. E non dimentica del suo decennio di buongoverno, probabilmente accoglierebbe a braccia aperte San Gabriele. Pulì le strade, mise alla stanga i dipendenti comunali e le strutture pubbliche. Ironicamente Donna Letizia definì il predecessore “amministratore di condominio”. Ma è di questa figura che i milanesi sentono oggi il bisogno. Scenderà allora in campo Albertini? Chi gli è vicino sussurra che sta studiando il terreno con penna e calcolatrice. I più riservati sondaggi danno al momento un testa-a-testa, al primo turno, Moratti-Pisapia-Albertini. Uno dei tre, magari per una manciata di voti, risulterebbe quindi escluso dal ballottaggio decisivo. E allora, dietro le quinte si tratta. Poiché una vittoria di Albertini darebbe ragione all’antica profezia di Salvemini. Milano, con le sue “amministrative”, laboratorio della politica nazionale.


politica

pagina 6 • 23 novembre 2010

Dispute. La battaglia per il copyright sul centrodestra a colpi di atti notarili. E Granata chiede a Futuro e libertà di votare la sfiducia al ministro Bondi

Il popolo separato I finiani vanno alla guerra del simbolo: Berlusconi non può usare il marchio Pdl di Riccardo Paradisi l time out generato dalla proposta Casini d’un governo d’armistizio senza preclusioni a un’ipotesi di Berlusconi-bis non è durato nemmeno 24 ore. A riaccendere miccia e polveri della permanente rissa politica ci ha pensato il capogruppo di Fli alla Camera Italo Bocchino piazzando un colpo d’artiglieria pesante nel campo berlusconiano. In caso di elezioni anticipate – questa la rivelazione di Bocchino – il presidente del Consiglio non potrà usare il simbolo del Popolo della Libertà (Pdl) perché esso appartiene anche al presidente della Camera Gianfranco Fini: «Dicono che Berlusconi stia preparando un nuovo partito per rinnovarsi in vista del voto. Comprendiamo la sua esigenza, anche perché il nome e il simbolo del Pdl sono in comproprietà con Fini e non potrà utilizzarli».

I

Bocchino accenna a questo particolare nel post scriptum a una nota, in cui si chiede al premier di ”aprire una nuova stagione politica”, senza la quale il 14 dicembre in parlamento i finiani voteranno la sfiducia. Bocchino precisa anche che «Fli ha registrato nel maggio scorso, prima della rottura tra i due cofondatori, il marchio ”Il vero centrodestra”. Dicono anche che nella conferenza stampa tenuta due giorni fa a Lisbona si sia fatto sfuggire che vuole scendere in campo definendosi ”il vero centrodestra. Per evitargli problemi giudiziari, che purtroppo non gli mancano, gli comunichiamo che dal 17 maggio scorso ”il vero centrodestra” è stato registrato da noi all’ufficio marchi e brevetti di Roma. Una ragione in più che prova che il suo non sarà il vero centrodestra italiano». Una guerra nominalistica combattuta sul filo della didascalia e a colpi d’atti notarili che ha come posta in gioco il copyright sulla rappresentanza del centrodestra. Un centrodestra che i finiani vogliono radicalmente rinnovato visto che a loro avviso la maggioranza emersa dal voto del 2008 non c’è più e che se Berlusconi «va avanti con la sua ormai inutile prova muscolare fa un enorme

danno al Paese e un danno esiziale a se stesso». Dopo i colpi sotto la cintura arriva la mano tesa: il capogruppo di Fli chiede infatti al premier di fare assieme tre cose per l’Italia prima di andare al voto: varare una nuova legge elettorale, fare la riforma del fisco e un grande provvedimento economico sociale per sostenere lo sviluppo. Mano tesa si fa per dire naturalmente visto che son tutte richieste considerate irricevibili, nel metodo e nel merito, dal Pdl. Pdl da cui non tarda ad arrivare una risposta sulla questione del simbolo dove si specifica che in base a quanto registrato nel database dell’Ufficio brevetti e marchi del ministero dello Sviluppo economico, il titolare del nome e del simbolo del Pdl è il presidente del Consiglio. La domanda è stata presentata il 20 novembre 2007 e registrata definitivamente il 4 maggio scorso. Silvio Berlusconi sarebbe peraltro il titolare anche del nome e del simbolo del ”Gruppo del Popolo della liberta’”(presentato il 14 dicembre 2007) e delle denominazioni regionali del Pdl (presentate il 28 dicembre 2007). A stretto giro la nuova precisazione di Bocchino: «Si, ma dopo ne ha ceduto l’utilizzo con un contratto notarile, dinanzi al notaio Becchetti di Roma, a firma congiunta sua e di Fini». A sentire il capogruppo di Fli, insomma, alle prossime elezioni difficilmente il simbolo del Pdl potrà concorrere: «Berlusconi è il proprietario del simbolo del Pdl ma fino al 31 dicembre 2014 non lo può usare senza il consenso di Fini». Questo è scritto nel contratto ma arriva una controreplica di Ignazio Abrignani, responsabile dell’ufficio Elettorale del Pdl che precisa: «L’atto costitutivo ha si fatto nascere l’associazione ma, da quello in poi, c’è stato un percorso che ha portato al congresso costituente dove i tremila delegati hanno approvato uno Statuto che gestisce la vita dell’associazione. Quindi, dal momento in cui è entrato in

Cinque loghi diversi

Ecco tutte le «libertà» depositate ROMA. Dal Partito del Popolo della Libertà al Partito Popolare della Libertà. Non c’è soltanto il marchio ed il simbolo del Popolo della Libertà tra i marchi registrati a nome di Silvio Berlusconi presso l’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi. Intestate al premier ci sono sei registrazioni attraverso lo studio Jacobacci & Partners di Milano. La data di deposito è il 20 novembre 2007, ovvero ben prima della nascita del Popolo della Libertà, segno che il Cavaliere aveva già in mente da tempo la nascita di un nuovo soggetto politico da collocare nel centrodestra. La data di registrazione, invece, è del 4 maggio 2010. Inoltre, nella banca dati europea che certifica la titolarità di marchi e simboli, l’Ufficio per l’armonizzazione nel mercato interno (Oami) oltre a un marchio «Popolo della libertà nel mondo», il «Partito del popolo della libertà» e «Popolo della libertà» ricorrono due volte, una volta con il simbolo e un’altra volta senza simbolo, mentre il primo dispone di un simbolo proprio. In tutti e cinque i casi, sotto la dizione ”marchi comunitari”, il nome del titolare risponde a quello di Silvio Berlusconi. Il deposito è avvenuto il 19 febbraio 2008 per «Il popolo della libertà nel mondo» e il 19 novembre 2007 per tutti gli altri, esattamente il giorno successivo al celebre annuncio del predellino, quando il Cavaliere lanciò la sua nuova creatura in piazza San Babila a Milano.

vigore lo Statuto, qualunque accordo antecedente decade. E anche se dovessero esserci norme in contrasto, prevale lo Statuto». Abrignani sottolinea anche che «dal punto di vista elettorale. Berlusconi è stato il primo a usare il simbolo e, dal punto di vista del diritto civile, e’ stata una sentenza del tribunale di Roma a dimostrare che la proprietà e’ del presidente Berlusconi». Una mossa insidiosa comunque quella dell’esponente di Fli, che trascina nella disputa e costringe a schierarsi anche l’ala finiana moderata: «Al di là di ogni ragionamento guiridicostatuario, è evidente che sul piano politico la rottura con Fini segna la fine del Pdl» dice Pasquale Viespoli, presidente dei Senatori di Futuro e Liberta. Una disputa quella sul simbolo destinata a tenere banco ancora a lungo e che dimostra come i ferri tra Pdl e Fli siano davvero molto corti. Tanto più che dal network ufficiale dei sostenitori

Berlusconi e Fini al congresso di fondazione del Pdl (a sinistra il simbolo contestato). Qui sotto, Italo Bocchino. Nella pagina a fianco, Augusto Minzolini


politica

23 novembre 2010 • pagina 7

Il primo ostacolo per la maggioranza è il pluralismo nell’informazione

Dalla Rai all’università: la settimana di passione

Da oggi in Aula le mozioni di Fli e delle opposizioni contro il governo prima della sfiducia del 14 dicembre di Marco Palombi

ROMA. Tutti aspettano il 14 dicembre o la mo-

del premier viene rilanciata la manifestazione, nata spontaneamente su Facebook, con la quale i militanti del Pdl chiedono le dimissioni del presidente della Camera. Il sit-in dei militanti Pdl è previsto per sabato 4 dicembre alle ore 16. Alla richiesta di dimissioni di Fini il falco futurista Granata risponde chiedendo al suo partito di considerare l’ipotesi concreta di votare la sfiducia al ministro dei Beni culturali Bondi: «La serrata della Cultura italiana è un fatto straordinario: spero faccia riflettere il mio gruppo parlamentare sulla sfiducia a

bre dovesse uscire dal voto una maggioranza risicata credo sia giusto convocare gli elettori. Non ci sono alternative: o c’è un governo stabile o bisogna tornare a votare».

In mattinata invece il ministro del Welfare Sacconi a proposito delle aperture condizionali di Casini aveva detto «Se son rose fioriranno», definendo interessante il segnale lanciato dal leader centrista dall’assemblea nazionale dell’Udc a Milano, «anche se accompagnato a sua volta da veti». Casini ieri ha ribadito la sua

Fli chiede al premier di fare tre cose prima di andare al voto: varare una nuova legge elettorale, fare la riforma del fisco e un grande provvedimento economico sociale per sostenere lo sviluppo Bondi al di là delle pesanti responsabilità politiche su quando accaduto a Pompei».

Margini di trattativa insomma non sembrano proprio esserci in vista del 14 dicembre: «Quando si spara si spara, non si parla» come diceva Tuco nel Il buono, il brutto e il cattivo di Sergio Leone. Tanto che anche il sindaco di Roma Alemanno, possibilista su eventuali ricuciture in maggioranza fino a qualche giorno fa, oggi non vede più alternative al voto: «Se il 14 dicem-

proposta chiarendola ancora meglio: «Un governo di armistizio significa smetterla di litigare e cercare di fare il bene del Paese. Mettere assieme le forze migliori di destra e di sinistra e pensare una volta tanto non alle prossime elezioni, ma alle prossime scadenze dell’Italia, un’Italia che rischia di andare a fondo». Sarebbe bello anche se ad oggi sembra impossibile. Quando si spara si spara appunto, non si parla. Peccato che i proiettili vaganti finiscano sull’Italia.

zione di sfiducia contro Sandro Bondi, ma alla Camera il percorso a ostacoli della maggioranza in realtà comincia proprio questa settimana. Nell’aula di Montecitorio, infatti, arriva non solo la contestata riforma dell’università, ma qualche mozione impegnativa tra cui spicca quella presentata da Futuro e Libertà (primo firmatario Italo Bocchino) sul pluralismo in Rai. Da oggi a giovedì ogni giorno è buono per l’ennesima certificazione del fatto che il centrodestra uscito vittorioso dalle elezioni del 2008 esiste ormai solo sulla carta: le opposizioni hanno già anticipato che voteranno a favore del testo dei finiani e quindi quella mozione possiede sulla carta più dei 316 voti che costituiscono la maggioranza assoluta alla Camera (curiosamente, tra i firmatari, ci sono anche Souad Sbai e Giuseppe Angeli, in seguito tornati nel Pdl). Altro terreno di rischio, ma solo per l’endemico livello delle assenze in aula del partitone berlusconiano, è quello della mozione di sfiducia presentata da Italia dei Valori contro Roberto Calderoli: il ministro leghista infatti, cancellando temporaneamente (e per errore), il reato di “associazione a carattere militare con scopi politici” ha evitato il processo a 36 imputati leghisti – tra cui il potente sindaco di Treviso Giampaolo Gobbo e il deputato Matteo Bragantin – legati alle cosiddette “camicie verdi”. Calderoli, sostengono i dipietristi, mentì al Parlamento assicurando che il piccolo errore tecnico non avrebbe inficiato il processo ai miliziani veneti. La mozione, comunque, non dovrebbe ottenere il sì di Futuro e Libertà e non sembra riscuotere grande credito nemmeno tra le altre forze di opposizione.

“accantonati” per carenza di risorse». Bene la modifica della governance, ha spiegato il finiano, e benissimo la meritocrazia, ma una riforma vera ha bisogno di soldi: «Per Fli il finanziamento dell’assunzione di almeno un terzo degli attuali ricercatori nel ruolo di associati e lo sblocco del sistema di scatti meritocratici sono punti imprescindibili e come tali li tratteremo».

Lo schiaffo vero però, un centrodestra già provato dall’inaspettato voltafaccia di Mara Carfagna, lo prenderà sulla mozione presentata da Bocchino che, in realtà, più che un testo sul pluralismo in Rai, è un attacco con nomi e cognomi ad Augusto Minzolini e Mauro Masi. «L’informazione della Rai – si legge nel testo non soddisfa oggi, né secondo criteri quantitativi, né secondo quelli qualitativi, i requisiti di imparzialità, completezza e correttezza e lealtà richiesti alla concessionaria del servizio pubblico. In particolare, la principale testata giornalistica della Rai, il Tg1, partecipa al dibattito politico e istituzionale a sostegno di determinate posizioni o proposte legislative». Si-

Ci saranno anche i voti “personalizzati” sull’operato dei ministri Bondi e Calderoli, ma in realtà solo il primo dei due sembra in bilico

Più complesso il caso della riforma dell’università, su cui il governo potrebbe avere più problemi di quanto si creda. Fli aveva già bloccato la legge di stabilità in commissione sui fondi agli atenei e si è dichiarata parzialmente soddisfatta dall’anticipazione del decreto per lo sviluppo concessa da Tremonti. Gli 800 milioni di fondi promessi dal Tesoro, però, restano per la maggior parte solo una promessa visto che in nessun testo è scritto esplicitamente da dove verranno presi: per questo i deputati finiani, simbolicamente, venerdì scorso non si sono presentati in commissione per approvare la nota di variazione al bilancio dello Stato per il 2011. Ieri, aprendo la discussione in Aula, la faccenda è stata messa giù in modo assai chiaro dal futurista Aldo Di Biagio: «Noi onoreremo l’impegno ad approvare il provvedimento solo se l’intera maggioranza e l’esecutivo onoreranno quello a completarne il disegno, affrontando i punti

stemato “il direttorissimo”, Fli passa al bersaglio grosso: «Il direttore generale della Rai – interpretando il suo ruolo ben oltre i limiti previsti dalla legge e dal contratto di servizio non si limita ad assicurare “in collaborazione con i direttori di rete e di testata, la coerenza della programmazione radiotelevisiva con le linee editoriali”, ma è giunto ad avocare una responsabilità sostanzialmente esclusiva sui programmi di informazione e approfondimento politico, secondo criteri chiaramente ispirati a valutazioni di opportunità politica e non al rispetto degli obblighi connessi al servizio pubblico di informazione». Come si vede, quando verrà approvata la mozione Masi sarà stato sfiduciato dal Parlamento, che è teoricamente la fonte della sua nomina a direttore generale. C’è da scommetterci che il nostro, però, non vedrà qual sia il problema.


diario

pagina 8 • 23 novembre 2010

Scioperi. A sorpresa, Bondi afferma: «Li capisco». Ma Centoautori: «Promesse e basta, dal Cdm è uscito a mani vuote»

La cultura dimenticata

Ieri il mondo dello spettacolo si è fermato: «Basta con i tagli!» i capisco»: l’endorsement migliore per lo sciopero dei lavoratori dello spettacolo è il più inaspettato. Ovvero quello del ministro della Cultura Sandro Bondi. Bondi (che durante altre manifestazioni aveva usato toni molto duri) ammette che l’iniziativa parte da presupposti giusti: «Non posso non comprendere le ragioni della protesta del mondo dello spettacolo che, nonostante certe strumentalizzazioni politiche, pongono problemi reali. Ribadisco il mio impegno a ottenere la proroga degli incentivi fiscali a favore del cinema». «Le promesse non ci bastano, non possiamo più stare appesi», gli risponde il presidente dell’associazione Centoautori, Andrea Purgatori, ex giornalista del Corriere della Sera. «Giovedì sera Bondi continuava a promettere e intanto al mattino c’era stato un Consiglio dei ministri dal quale lui è uscito senza una briciola». Resta la possibilità che il rinnovo degli sgravi arrivi a fine anno con il decreto Milleproroghe: «Ma per noi sarebbe comunque tardi. Ci aspettavamo che avessero il coraggio di convocarci intorno a un tavolo ma non è avvenuto e crediamo che sia perché c’è la volontà precisa di continuare a considerare lo spettacolo come un pozzo da cui si prende senza mai restituire nulla».

di Alessandro D’Amato

«L

Alla protesta aderisce ufficialmente il centrosinistra. E ieri sera in tv, a coronamento della giornata di protesta, Luca Zingaretti ha letto - nel corso di “Vieni via con me” - un elenco di Andrea Camilleri sui ”motivi per cui con la cultura si mangia”. E così si è arrivati alla serrata di ieri. Chiusi cinema e teatri, fermi i set dei film e quelli delle fiction, niente attori nemmeno nei programmi tv. E un grande gesto cinematografico di quasi quattro metri, ispirato alle statue dell’antica Roma, posto al centro dell’atrio del cinema Adriano, come la rappresentazione dell’adesione alla protesta anche dei

ta: nei primi mesi del 2010 le settimane girate fuori casa sono 135 a fronte di 57 in Italia, con un danno potenziale di 30 milioni di euro. E per chi vuole i termini di paragone, sulla Stampa è stato pubblicato un confronto dei finanziamenti pubblici agli istituti europei di cultura: la Corona dà 220 milioni l’anno al British Council, il Goethe Institut porta a casa dallo Stato 218 milioni, l’Istituto Cervantes in Spagna gode di finanziamenti pari a 90 milioni dal governo spagnolo, l’Alliance Française ne prende 10,6. La società Dante Alighieri, che svolge il medesimo ruolo in Italia, fino a quest’anno prendeva 1,2 milioni di euro; l’anno prossimo gliene dovrebbero arrivare appena 600mila.

Qui accanto, la manifestazione contro i tagli alla cultura nel corso del recente Festival del cinema di Roma. Sopra, Federico Fellini sul set di «Satyricon»: la cultura è anche identità condivisa lavoratori di Cinecittà. Alcuni addetti dei laboratori De Angelis, storici realizzatori negli studi romani di statue per i film, l’hanno portata ieri per attirare l’attenzione sulla protesta contro il piano per il rinnovo dei Cinecittà Studios.Tra

nisti. Il settore dello spettacolo ha dimensioni enormi: 550mila lavoratori tra musica, prosa e cinema, ma un fondo unico per lo spettacolo che dai 450 milioni di euro del 2008 si è assottigliato ai 408 di quest’anno e sarà ulteriormente ridotto a

In totale, lo 0,3 per cento del bilancio dello Stato va a sostegno della cultura. Il ritorno invece è notevole: 1,5 miliardi solo di botteghino le produzioni sospese Manuale d’amore 3, Cenerentola, Un Medico in famiglia 7 e Agrodolce. Sono poi arrivate le adesioni delle varie associazioni di tecnici del set, come montatori, truccatori e parrucchieri, generici, elettricisti e macchi-

262 milioni a partire dal 2011. In totale, lo 0,3% del bilancio dello Stato va a sostegno della cultura. Il ritorno invece è notevole: nel 2008 la spesa al botteghino per acquistare un biglietto o un abbonamento per teatro, cinema, concerti di mu-

sica classica e leggera e manifestazioni sportive è stata di 1 miliardo e 593 milioni di euro. Il 40 per cento di questa spesa era destinato al cinema, il 37,7 per cento a teatro e musica, classica, lirica o rock; lo sport contribuiva per il 22,3 per cento. Insomma, ogni italiano in media ha speso 26,63 euro per vedere uno spettacolo. Con il taglio di un terzo del FUS il rischio è che prosegua la delocalizzazione del cinema italiano già in atto da qualche anno: nel 2008 sono state “perse”dall’Italia 155mila ore di lavoro e 21 milioni 267mila euro di introiti. Su 244 settimane di riprese, 139 si sono svolte in Italia, 105 all’estero con l’ingaggio di 590 lavoratori stranieri. Oggi la situazione è peggiora-

Ma c’è anche chi dice no. È l’Istituto Bruno Leoni, per il quale «tutte le rivendicazioni di quanti oggi scioperano in nome dello spettacolo e della cultura sono insostenibili: tranne una». Nel settore cinematografico, dice l’IBL, due sono i provvedimenti maggiormente dibattuti in questi giorni: il rinnovo delle agevolazioni fiscali (tax shelter e tax credit) e il disegno di legge di riforma del comparto (cosiddetto ”ddl Bondi”). Per Filippo Cavazzoni, autore di un paper sull’argomento, l’andamento dell’industria cinematografica nel 2010 è particolarmente positivo: «Nel periodo gennaio-ottobre 2010, i biglietti venduti ammontano a 86,852 milioni (+16,63%). Sempre nello stesso lasso di tempo anche l’incasso ha fatto registrare un cospicuo segno “più” (+25,4%). Tutto questo avviene mentre i contributi dati dallo Stato al cinema italiano sono, in questi ultimi anni, in forte diminuzione (sia in termini generali che come quota sui singoli film finanziati)». La scelta di togliere il sostegno diretto ai registi affermati fa sì che «il ddl riduca l’intervento statale di sostegno alla cinematografia nazionale, con la conseguente semplificazione dei meccanismi volti all’erogazione dei contributi pubblici». Mentre il rinnovo delle agevolazioni fiscali, in scadenza a fine anno, «rappresenta la strada da seguire per immaginare un sostegno alla cinematografia che non sia di matrice assistenzialista e paternalista».


diario

23 novembre 2010 • pagina 9

Un rapporto denuncia: abitudini dettate dai timori nella società

Bruxelles blocca la deroga all’aumento dei tassi d’arsenico

Istat: aumenta la “paura criminalità” nel Paese

L’Ue chiude i rubinetti a 128 Comuni italiani

ROMA. La paura della criminalità condiziona le abitudini del 48,5% degli italiani: il 28,9% prova un senso di forte insicurezza quando esce da solo ed è buio mentre l’11,6% non esce mai di casa, nè da solo nè in compagnia. È lo scenario poco rassicurante disegnato dall’ultimo rapporto Istat su ”Reati, vittime e percezione della sicurezza”, presentato ieri. L’insicurezza è più diffusa tra le donne (37%), soprattutto tra le giovanissime di 14-24 anni (47%): a sentirsi più a rischio sono i cittadini del sud del Paese (33,2%), in particolare quelli della Campania (41,6%). Le preoccupazioni maggiori si rilevano rispetto alla possibilità di essere vittima di una violenza sessuale (42,7%), di subire un furto nel proprio appartamento (59,3%), un’aggressione o una rapina (47,6%); minori quelle di subire uno scippo o un borseggio (48,2%) o il furto dell’auto (43,7%).

ROMA. L’Unione europea è stata categorica: non è pensabile una qualsiasi deroga all’innalzamento dei limiti chiesti dall’Italia sulla concentrazione di arsenico nelle acque a uso alimentare. Perchè in taluni casi possono provocare malattie, perfino l’insorgere del cancro. Dopo il “no” della Ue scatta ora una guerra contro il tempo per evitare che a casa di migliaia di famiglie i rubinetti possano restare chiusi a seguito di una possibile raffica di ordinanze. Sono ordinanze richieste da Bruxelles, che potrebbero proibire l’uso potabile dell’acqua. L’intimazione indirizzata il 28 ottobre al ministero della Salute dall’Ufficio Ambiente della Ue apre un pesantissimo pro-

Il 19,6% del campione crede che la criminalità nella zona in cui abita sia in aumento, il 61,6% giudica che il controllo delle strade del suo quartiere da parte delle forze dell’ordine sia “molto” o “abbastanza” riuscito, mentre il 38,4% pensa che sia effettuato “poco” o “per niente”. Al meridione si regi-

E l’Università picchetta l’Aula di Montecitorio Dopo l’ok in Commissione, la riforma approda alla Camera di Massimo Ciullo l progetto di riforma dell’università, varato dal Ministro Maria Stella Gelmini è alla resa dei conti. Dopo il via libera della Commissione Bilancio, il discusso Ddl approda alla Camera. Dal testo dovrebbero scomparire i fondi per evitare il blocco triennale degli scatti di anzianità previsto per il pubblico impiego, una buona parte di quelli destinati ad incentivare il diritto allo studio, ad iniziare dalle borse di studio, l’aumento per gli assegni di ricerca e il “salto” di 9mila ricercatori nel ruolo di professori associati. Le associazioni e i sindacati promettono battaglia: domani, mentre il testo approderà in Aula, saranno in presidio davanti a Montecitorio. Tra le iniziative di dissenso più rilevanti, da segnalare la conferenza stampa organizzata, sempre nella mattinata di domani, dall’Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani (Adi), presso la Sala Nassirya del Senato.“Università, dottorato e riforma: tagli alle borse e occasioni perdute”, questo il titolo che l’Adi ha dato alla sua iniziativa, nel corso della quale saranno presentati i dati relativi alla riduzione del numero delle borse di dottorato verificatasi nel corso degli ultimi anni, le proposte di emendamento al Ddl Gelmini e un report che mette a confronto il dottorato italiano con quello svedese. Il rapporto è stato elaborato dall’Ambasciata Italiana in Svezia. Secondo Alessio Rotisciani, responsabile nazionale della comunicazione dell’Adi, la riforma non risolve il problema della proliferazione delle forme contrattuali precarie e non prevede alcuna tenure track. La tenure track dovrebbe essere caratterizzata da una programmazione economica che impegni gli atenei all’assunzione a tempo indeterminato al termine del contratto a termine, come avviene da tempo negli Stati Uniti. Senza la definizione di un percorso chiaro di reclutamento, a partire dal contratto a tempo determinato, non si può parlare di tenure track. Le controproposte dell’Adi consistono nella sostituzione di contratti di insegnamento, assegni di ricerca, collaborazioni varie con un

I

unico contratto di ricerca rinnovabile della durata di 3 anni, in modo da razionalizzare la fase successiva al dottorato. Oltre a questo percorso propone un contratto a tempo determinato finalizzato alla stabilizzazione, in cui la stabilizzazione sia condizionata esclusivamente dalla verifica dell’effettivo raggiungimento di obiettivi scientifici prefissati. Il Ddl, a detta di Fernando D’Aniello, Segretario nazionale dell’Adi, non riserva alcuna attenzione al dottorato di ricerca. Il Ddl infatti, non prevede alcuna forma di riordino del dottorato, quello che dovrebbe essere il primo gradino verso la carriera accademica. Non è stata prevista alcuna valorizzazione del titolo e non sono stati intaccati i meccanismi di selezione dei futuri dottori di ricerca, campo nel quale prevalgono vistosamente “logiche baronali”.

Anche in questo caso, il rimedio proposto dall’Adi è improntato a criteri di trasparenza e di merito, che potrebbero essere applicati attraverso una diffusione sistematica di scuole di dottorato costruite in base a criteri scientifici con organi di governo flessibili. L’istituzione delle Scuole potrebbe rappresentare una soluzione al problema della frammentazione e della qualità dei percorsi formativi e di ricerca, purché la loro realizzazione avvenga secondo autentici criteri scientifici e non attraverso logiche corporative e baronali, sostengono gli esponenti dell’Adi. Ciò che preoccupa maggiormente l’Adi è l’inserimento di un emendamento peggiorativo, approvato dalla commissione Cultura, che rimuove il vincolo della legge 210/98 sui dottorati senza borsa. Se la riforma dovesse essere passare con questa formulazione, le università potrebbero bandire concorsi di dottorato senza borsa, senza alcun limite. Ciò significherebbe un’ulteriore svalutazione per l’impegno di ricerca del dottorando, costretto ad operare senza che gli venga riconosciuto un minimo corrispettivo per il lavoro svolto. Una vera assurdità, tutta italiana.

I ricercatori propongono di sostituire assegni di ricerca e collaborazioni varie con un unico contratto rinnovabile

strano più rapine, scippi, minacce e furti di veicoli, al centro nord più furti di oggetti senza contatto, furti nella prima casa, borseggi e furti di biciclette. Nei 12 mesi precedenti l’intervista, sono stati vittime di reati il 5,7% degli individui di 14 anni e più (reati contro la proprietà o reati violenti come minacce, aggressioni e rapine) e il 16,2% delle famiglie (furti o tentati furti di veicoli, atti, furti in casa). Gli autori di scippi, rapine e aggressioni spesso agiscono da soli, il più delle volte sono maschi (86,8% per le aggressioni, 85,6% per le rapine, 80,7% per gli scippi) e circa nell’80% dei casi hanno meno di 40 anni.

blema sanitario in 128 comuni dello Stivale divisi tra 5 regioni. Tra le Regioni in emergenza c`è il Lazio, con 91 città e borghi (sparsi tra le provincie di Roma, Latina e Viterbo) dove i sindaci, a meno di soluzioni miracolose dell’ultimo istante, potrebbero essere costretti a firmare un provvedimento per vietare di bere l’acqua.

Nell’elenco segue la Toscana, con 16 località; altre 10 sono in Trentino, 8 in Lombardia e 3 in Umbria.Tutte con lo stesso problema: negli acquedotti c’è una concentrazione elevata di arsenico, talvolta con valori massimi di 50 microgrammi per litro mentre la legge ne consente al massimo 10. Quantitativi che sarebbero fuori norma “per cause naturali”: in qualche modo originati da stratificazioni geologiche di origine lavica, come nel caso dei Castelli Romani e del Viterbese. Reazione positiva da Federconsumi: «Accogliamo con grande favore che l’Ue abbia espresso un diniego ad una deroga richiesta dal nostro Paese di innalzare i contenuti di arsenico presente nell’acqua potabile. Anziché richiedere tali sciocchezze, i responsabili della gestione dell’acqua dovrebbero correre immediatamente ai ripari».


economia

pagina 10 • 23 novembre 2010

Direttrici. Il salvataggio dell’Irlanda non convince i mercati. Ora si teme per il Portogallo ROMA. Si fa presto a parlare di default pilotati, sanzioni economiche automatiche o – come ha fatto Wolfang Schauble – minacciare l’Irlanda di cambiare registro se intende beneficiare del paracadute europeo. Se a Berlino la cancelleria manda giù un nuovo salvataggio, a Francoforte si tira un sospiro di sollievo visto che mettendo in sicurezza i conti di Dublino si fa altrettanto con le esposizioni degli istituti locali verso la Tigre celtica.

In tutto sono 40 miliardi di euro, che secondo la Faz salgano a 110 miliardi con i fondi a imprese e privati irlandesi. In questa cifra c’è tutta l’ambiguità di una Germania che da un lato spinge i partner sulla via del rigore; dall’altro vede le sue aziende premere per tagliare le tasse, blindare il mondo dei servizi (i costi alti della telefonia ne sono l’effetto) e farsi ripianare i debiti con il denaro pubblico pur di conquistare mercati e battere la concorrenza cinese. Soltanto alle banche finite sotto gli stress test la Merkel ha stanziato circa 50 miliardi di euro. Soldi senza i quali Landesbanken e Commerzbank – forte di un’iniezione record da 16,4 miliardi – sarebbero state bocciate. Più in generale il sistema è così fluido che da anni la Commissione europea lamenta una vigilanza troppo generosa sulla contabilità degli istituti regionali. Regole persino opache, usate come riferimento normativo il nostro credito cooperativo, quando Bruxelles ha attaccato il voto capitario. Inutile dire che questo mondo va salvato perché è il fulcro del banchimpresa renano. Quello che ha rimesso in piedi il Paese dopo il nazismo e che ancora oggi amplia la sfera di

La Merkel tra banche, bugie e finto rigore Le esposizioni da 110 miliardi verso Dublino decisive per il via libera di Berlino agli aiuti di Francesco Pacifico

La decisione di Dublino di accettare un maxi prestito da 90 miliardi non è bastata per evitare il crollo di Borse ed euro. In basso, i premier di Irlanda e Germania, Brian Cowen e Angela Merkel 2,1 per cento del Pil. Di conseguenza il sistema potrebbe diventare ingestibile se si sommano clausola sociale e investimenti rischiosi. Così ai tavoli che contano non c’è soltanto la Merkel che si allea con Jintao contro la richiesta di Obama di ridurre i deficit commerciali o la cancelliera di ferro che impone a Papandreou di fornire a Eurostat i veri dati su crescita e disavanzo. Accanto a lei un sistema bancario indebitato e obsoleto che ha respinto tagli e

Il consenso della Cancelliera è ai minimi e le pressioni del credito finiscono per indebolire la sua “moral suasion” sui Paesi meno virtuosi governabilità degli amministratori pubblici e attuitisce i contraccolpi di ristrutturazioni aziendali molto invasive. Ma il prezzo, va da sé, è una bassa reddittività. La capitalizzazione imposta dalle regole di Basilea 3 imporrà al settore un conto che potrebbe oscillare tra i 30 e i 50 miliardi, quindi tra l’1,2 e il

riforme toccati agli altri gangli della società tedesca. In questa logica vanno tenuti in considerazione sia Axel Weber, il duro presidente della Bundesbank e aspirante alla poltrona di Trichet , quando ribadisce che «il programma di acquisto di titoli di Stato varato dalla Bce dopo la crisi greca è una misura transitoria»,

sia il direttore dell’istituto Ifo, Hans Verner Sinn, per il quale «le banche vogliono che l’emergenza sia superata, anche per tornare a poter guadagnare tranquille nell’Eurozona dove con un salvataggio di Dublino le prospettive di buoni affari migliorerebbero». Senza contare che già prestare soldi all’Irlanda e al 5 per cento d’interesse con la garanzia

dell’Unione europea e del Fondo monetario, potrebbe risultare un business remunerativo e poco rischioso. Ed è forse anche per questo che la Merkel spinge per far entrare i privati nel nuovo meccanismo Ue per il salvataggio dei Paesi in via di default. Il piano da 90 miliardi di aiuti che Dublino ha dovuto accettare – e che dovrebbe essere varato a fine mese – ha avuto soltanto il merito di limitare il differenziale tra i bond della Tigre e i bund tedeschi, sceso di 24 punti all’8,11 per cento. Ma nonostante il ministro delle Finanze Brian Lenihan precisi che il piano antideficit da 15 miliardi resterà così com’è – «Difficilmente Bruxelles chiederà modifiche» – l’euro ha per-

so terreno sul dollaro, arrivando fino a quota 1,36, mentre le borse hanno chiuso in negativo. Dopo tiepidi tentativi rializisti Milano ha perso l’1,93 per cento, Londra lo 0,86, Parigi lo 0,93 e Francoforte lo 0,31. E dietro questo pessimismo c’è il sentore che dopo l’Irlanda anche Portogallo debba chiedere aiuto. Tanto che sono apparse più formali del dovuto le rassicurazioni del premier Jose Socrates, secondo il quale Lisbona «non ha bisogno di alcun aiuto per uscire dalle difficoltà finanziarie, la nostra situazione è differente rispetto a quella di Dublino. Ci troviamo di fronte a speculazioni senza senso, quello di cui c’è bisogno è soltanto approvare quanto prima il budget 2011». Contagio o meno, il Portogallo paga l’assenza di una stabilità politica, con il quale è difficile gestire un debito pubblico di 161 miliardi di euro (pari all’82 per cento del Pil) e preparare per il primo semestre del 2011 emissioni di bond del valore di 20 miliardi di euro. Socrates non lo dice, ma nella capitale lusitana temono che i partner possano chiedere qualche sforzo in più. Nella stessa logica ieri la Germania ha aperto un altro fronte con Dublino. Ha inserito nelle trattative per il maxi stanziamento da 90 miliardi anche la revisione della tassazione sulle imprese dell’Irlanda, che è pari al 12,5 per cento: un vanto per i liberali di ogni parte del mondo, un semplice strumento di dumping per i partner.

Ieri il portavoce del governo tedesco, Steffen Seibert, ha contraddetto apparentemente quanto promesso dal premier Cowen. «Il governo tedesco non farà proposte», ha detto «ma è chiaro che la tassazione sulle imprese dovrebbe essere uno dei punti quando si considera come aumentare le entrate».Va da sé che con la Cdu ai minimi nei sondaggi, questa presa di posizione ha un alto valore in un Paese esportatore come la Germania. Al netto dei toni, la Bild interpreta bene lo spirito del popolo, quando scrive: «Prima quel Paese ruba posti di lavoro e gettito fiscale dagli altri con la sua tassazione estremamente bassa e ora gli altri Paesi devono pagare per una seconda volta per impedire che le banche irlandesi falliscano».


memorie

pagina 11 • 23 novembre 2010

Il 23 novembre del 1980 il terremoto provocò 2.914 morti e lasciò senza casa 300mila persone

Il giorno che cambiò la storia d’Italia Fu allora che nacque (nel paragone con il “modello Friuli”) la prima grande protesta contro lo sperpero dei fondi al Sud che avrebbe poi fatto crescere la Lega. Ma il Veneto dimostra che non è cambiato molto… l 23 novembre 1980 Umberto Bossi aveva 39 anni e fondava la «Unione Nord Occidentale Lombarda per l’Autonomia». Due anni dopo insieme ai varesini Roberto Maroni e Giuseppe Leoni dava vita alla «Lega Autonomista Lombarda». Ma quel 23 novembre di trent’anni fa, al Sud era anche una domenica: tranquilla, anzi di festa. I tifosi dell’Avellino gremivano le strade di bandiere. Donne, bambini, ultrà, sventolavano i loro gagliardetti. I loro beniamini, i “Lupi”, avevano battuto l’Ascoli per 4 a 2 trascinati dal loro giocatore simbolo: Juary, un furetto brasiliano che aveva danzato intorno alla bandierina dopo il gol. Una danza liberatoria nella quale si immedesimavano migliaia di irpini. Per novanta minuti, grazie alle prodezze di Juary, diventavano famosi in tutt’Italia. Non erano più provincia di Napoli. Era una giornata di sbornia calcistica, ad Avellino. In molti avevano continuato ad assaporarla davanti agli schermi di Rai2 che trasmettevano la sintesi di Juventus - Inter (2-1).

I

Ma alle ore 19,34 un boato interminabile, simile ad un esplosione, cambiò per sempre la vita di quei tifosi e di tutti gli abitanti di Avellino, Salerno e Potenza. Novanta

di Franco Insardà secondi interminabili per una scossa di magnitudo 6,9 della scala Richter (intorno al decimo grado della scala Mercalli) rimasta impressa su un nastro di uno dei registratori di una radio privata avellinese, Radio Alfa, che in quel momento trasmetteva un programma musicale. Una scossa che ha sconvolto generazioni, ha generato lutti, ma ha anche cementato amicizie. In quei giorni c’era voglia di ritrovarsi per provare a dimenticare. Per cercare di lenire le enormi ferite dell’anima.

role che provocarono la rimozione del prefetto di Avellino, Attilio Lobefalo, e le dimissioni del ministro dell’Interno,Virginio Rognoni. A distanza di trent’anni in quei terremotati – perché eravamo tutti terremotati – è rimasto un ricordo indelebile. Una sensazione tagliente mista a rabbia e rammarico. L’amara consapevolezza di aver perduto un’occasione di rinascita a partire da un’ecatombe. E ancora la sconsolata constatazione che di questo territorio, di quell’Irpinia messa in ginocchio che mai si è rialzata, gli stessi che allora, in una domenica di novembre e di lutto, si misero in moto da Varese, Brescia, e Treviso per prestare mani e coraggio, hanno oggi.

I numeri di quell’assurda domenica di trent’anni fa sono impressionanti. Non hanno termini di confronto rispetto ai recenti eventi sismici: 2.914 morti, 8.848 feriti e 280mila sfollati. Paesi come Sant’Angelo dei Lombardi, Lioni, Conza della Campania, Balvano praticamente rasi al suolo. Il Mattino di Napoli titolò “Fate presto”, ma allora non c’era ancora la Protezione Civile per intervenire rapidamente. Il presidente della Repubblica, Sandro Pertini, arrivò in Irpinia il 25 novembre e denunciò con rabbia: «Non vi sono stati soccorsi immediati. Ancora dalle macerie si levano gemiti, grida, disperazione dei vivi». Pa-

L’irpino Biagio De Giovanni rievoca «quel primo momento che fu di grande solidarietà. La mia è una testimonianza diretta – dice – e il rapporto che si è creato tra i paesi colpiti e alcune comunità del Nord è durato decenni, con incontri annuali. Poi qualcosa è cambiato perché è venuta fuori la discussione nazionale sull’utilizzo dei fondi della ricostruzione che metteva in evidenza, e in parte era così, le carenze della classe dirigente meridionale in quegli anni».


memorie

pagina 12 • 23 novembre 2010

Secondo De Giovanni occorre fare una premessa sul rapporto difficile tra Nord e Sud che «ha origini più lontane. A partire dall’Unità d’Italia.Sicuramente il 1980 rappresenta una data che può essere periodizzante perché trascorsi i momenti emotivi si ebbe abbastanza rapidamente l’impressione che il Sud cominciasse a diventare un peso troppo grosso per il Nord. Si aveva quasi la sensazione che non ci fosse un’autonoma capacità di rigenerazione dopo il terremoto». Con il passare degli anni, da quel tragico 23 novembre, i riflettori si accesero sull’Irpinia diventata sinonimo di scandali e di spreco. Per Paolo Pombeni, professore di Storia dei sistemi politici europei presso la facoltà di Scienze politiche dell’università di Bologna, la ricostruzione post-terremoto «ha coinciso anche con la fine della classe politica democristiana, in buona parte campana e irpina. Identificata emblematicamente, in modo non del tutto corretto, con un leader politico come Ciriaco De Mita che aveva conosciuto anni di grande gloria. C’era la dimostrazione palese che la società civile non era capace di reggere».

«Va evidenziato anche – aggiunge De Giovanni – un altro aspetto che ha caratterizzato quel periodo: l’inizio del radicale sconvolgimento del territorio. In certe situazioni il terremoto fu l’occasione per demolire anche opere che andavano salvaguardate per facilitare operazione speculative. Si operò non con lo spirito di recuperare, restaurare e conservare, ma con quello di sostituire». Concetti che ha ribadito ieri Giorgio Napolitano, in occasione del trentennale del terremoto, in una lettera ai presidenti di Campania, Basilicata e

Le speculazioni, l’origine dell’odio della nostra storia repubblicana il professor De Giovanni ritiene che «l’esplosione di questo sentimento antimeridionale nel Nord, che tuttora perdura, è esploso proprio nei primi anni 90. Infatti nel decennio successivo al terremoto dell’Irpinia è maturato un giudizio negativo sulle classi meridionali, giustificato o no che fosse, che è poi diventato senso comune. Oggi penso che difficilmente i volontari di Vare-

Poche risorse, più proteste leghiste Puglia. Il capo dello Stato ha sottolineato che «le sempre più frequenti calamità naturali, devono spingere a sviluppare la cultura della previsione e della prevenzione, nonché un’azione di vigilanza e controllo del territorio e dell’ambiente». Analizzando quel particolare periodo

se sarebbero corsi, con lo stesso spirito del 1980, ad aiutare gli irpini e instaurare con loro dei rapporti amicali di lunga durata». Su questo punto specifico Paolo Feltrin, professore di Scienza dell’amministrazione all’università di Trieste dissente: «Quando ci sono delle tragedie

la solidarietà scatta sempre, lo abbiamo visto anche a L’Aquila. II problema vero è che vicende come quelle dell’Irpinia mettono inevitabilmente a dura prova le capacità di fare politica, sedimentando una secessione di fatto naturale». Sulla diffidenza tra popolazione dell’Italia settentrionale e del Sud ha giocato e gioca, per Paolo Pombeni, un duro confronto. Una sorta di «geografia dei

Massimo Cacciari: «La ricostruzione aggravò le divisioni e alimentò il secessionismo. Di fronte all’emergenza in Veneto, il Nord si sente in credito. Ma in assenza di risorse, cresce la protesta. A vantaggio della Lega» disastri. Nel senso che dopo il terremoto del Friuli c’è stata un’immediata reazione e una rinascita di quelle zone in tempi contenuti. Questo ha acuito la percezione, cavalcata dalla propaganda, che dove c’era gente che si rimboccava le maniche la ricostruzione si faceva, mentre chi aspettava l’intervento dello Stato invece segnava il passo. Questo clichè che ha in parte le sue ragioni, si ripete fino agli ultimi avvenimenti dei rifiuti. Tutti producono spaz-

Biagio De Giovanni: «Si speculò su opere da salvaguardare che invece vennero demolite. Gli abusi favorirono l’esplosione di un sentimento antimeridionale che al Nord persiste ancora oggi. Le classi dirigenti del Sud divennero inaffidabili per principio» zatura. Come mai solo in Campania non si riescono a smaltire?». Il fenomeno del distacco tra Nord e Sud, secondo il filosofo Massimo Cacciari, «è molto più di fondo e non occasionato da fenomeni particolari. È un processo di lungo periodo che deriva da politiche sbagliate, dal mancato federalismo, dal crollo del ceto e dal formarsi di partiti come la Lega. Guai a leggere la divisione del Paese come fosse causata da qualche fenomeno eccezionale. La ricostruzione delle zone terremotate dell’Irpinia hanno aggravato questa situazione e altri episodi simili hanno accentuato la divisione». Che la Lega abbia trovato, nel decennio che va dagli 80 agli anni 90, un terreno favorevole concorda, invece De Giovanni: «È il fatto politico più importante avvenuto in Italia in quegli anni e rispetto alla riscostruzione delle zone terremotate si è passati dalla fase della solidarietà attiva a una di scetticismo e preoccupazione, sempre maggiore, per quello che avveniva nel Mezzogiorno. Soprattutto cominciava a prendere piede la tesi che il Sud era la vera palla di piombo al piede. Un luogo dove le classi dirigenti dissipavano il denaro pubblico e non lo utilizzavano per rigenerare il territorio e l’ambiente».

Su quello che hanno significato gli anni successivi al terremoto dell’80 per la politica italiana e per la Democrazia cristiana, Feltrin ritiene che «bisognerebbe ragionare sul perché una parte consistente della Dc, in quegli anni d’oro per quel partito, abbia consentito che i soldi pubblici venissero spesi in così malo modo. La risposta potrebbe essere che la Democrazia cristiana settentrionale era prigioniera di quella del Sud, perché grazie ai voti di quella zona geografica si governava l’intero Paese. Quei voti, a differenza di quello che avviene oggi, pesavano di più, perché allora esisteva un problema internazionale legato alla Russia e alla presenza del Partito comunista nelle zone dell’Italia centrale. Senza questa premessa non si riuscirebbe a spiegare come mai un politico di grande livello co-


memorie La rabbia di Pertini: «C’è ancora gente sotto le macerie»

Il presidente della Repubblica Sandro Pertini il 27 novembre 1980, dopo essere stato il giorno prima nelle aree colpite dal sisma, parlò agli italiani a reti unificate denunciando: «Ho assistito a degli spettacoli che mai dimenticherò. Interi paesi rasi al suolo, la disperazione poi dei sopravvissuti vivrà nel mio animo. Ebbene, a distanza di 48 ore, non erano ancora giunti in quei paesi gli aiuti necessari. Ancora dalle macerie si levavano gemiti, grida di disperazione di sepolti vivi». E Pertini concludeva con un appello: «Qui non c’entra la politica, qui c’entra la solidarietà umana, tutte le italiane e gli italiani devono mobilitarsi per andare in aiuto a questi fratelli colpiti da questa nuova sciagura. Perché, credetemi, il modo migliore di ricordare i morti è quello di pensare ai vivi».

me Antonio Bisaglia, capo della potente corrente dc del Nord, doveva allearsi con i campani». Da questa analisi, secondo Paolo Feltrin, si potrebbe partire per «trovare una soluzione diversa da quella data da Lega e Pdl alla questione NordSud. Le forze politiche che si richiamano all’esperienza democristiana dovrebbero fare un po’ di autocritica, perché questo aspetto che ha consentito lo sviluppo della Lega non è stato sufficientemente elaborato per riuscire a trovare una soluzione diversa rispetto a quella degli anni 80». Paolo Pombeni, dal suo canto, reputa

«difficile stabilire se questi avvenimenti hanno accelerato la nascita di un fenomeno come quello della Lega, ma senza dubbio questi hanno contribuito ad alimentare la propaganda. I problemi veri sono cominciati a nascere con la diminuzione dei fondi pubblici e con

le dell’emergenza rifiuti campana e l’alluvione in Veneto. Ma per quanto riguarda Napoli, Feltrin ritiene che «la vicenda non riguarda calamità naturali, ma decisioni politiche». «Però anche questi episodi – sottolinea De Giovanni – hanno marcato la diffe-

Roma Ladrona e Sud sprecone il conseguente sentire del Nord, cavalcato dalla Lega, di una Roma ladrona e di un Sud sprecone. La ricostruzione in Irpinia è stata la conferma per chi sosteneva alla Bartali: è tutto sbagliato, è tutto da rifare. Il risultato è stato l’accentuarsi della competizione tra esigenze opposte, fortemente distorsiva, tra il Settentrione e il Meridione». E che inevitabilmente si ripropongono anche oggi con le vicende quasi paralle-

Una proposta politica per ripartire

renza di reazione delle popolazioni rispetto all’emergenza, gestita da una classe dirigente diffusa come quella della Lega. Bisognerà poi stabilire a distanza di tempo gli effetti, ma la sensazione è quella di amministratori presenti sul territorio che di fronte a un fatto drammatico si mettono al lavoro. Nel Mezzogiorno si ha sempre l’impressione di un atteggiamento passivo, nell’attesa che arrivi qualcuno a risolvere il problema.

Paolo Feltrin: «Bisogna cercare di capire perché i soldi furono spesi allora con molto pressapochismo. Rispondere sarebbe utile a trovare una soluzione alternativa a quella offerta da Lega e Pdl sulla questione Nord-Sud»

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L’emergenza rifiuti è una cosa senza precedenti, mai vista in nessun Paese del mondo civile». E Cacciari aggiunge: «Le popolazioni del Nord chiedono un aiuto allo Stato, perché hanno sempre dato l’obolo per tutte le catastrofi, tirando fuori molti più

Paolo Pombeni: «I veri problemi nacquero con la diminuzione dei fondi pubblici, avallando il mito di Roma Ladrona e del Meridione sprecone. Il post-terremoto è stato la prova di chi sosteneva che era tutto sbagliato e tutto da rifare» soldi di quanti non ne abbiano ricevuti. Siccome non ci sono risorse, questa situazione è destinata ad aggravarsi e la protesta ad aumentare. Se non ci saranno forze politiche serie e adeguate, la protesta, malgrado tutto, è destinata a favorire ancora la Lega».

Nell’attuale situazione politica la lettura del professor De Giovanni è molto pessimistica, soprattutto sul futuro del Sud: «Indubbiamente al Carroccio è stato offerto negli anni della ricostruzione in Irpinia una vera e propria prateria. E oggi la situazione si sta ripetendo. In quegli anni è stato decretato il fallimento della cultura meridionalista, perché il Mezzogiorno, nonostante si fosse modernizzato non è riuscito a diventare autopropulsivo. Tutto questo è venuto fuori con chiarezza insieme ai temi legati al federalismo, in particolare quello fiscale. In questo frangente non basta neanche dire che il Nord ha bisogno del Sud. Bisognerà capire in che forme istituzionali questa discussione sul federalismo è importante, anche se è in grande difficoltà. La strada intrapresa della forte responsabilizzazione delle classi dirigenti meridionali è quella giusta. Oggi non hanno più il volano della spesa pubblica e non possono più risolvere i problemi come accadeva in passato. Anche se ritornasse la più bieca conservazione politica non c’è più alcuna possibilità di mettere in moto i vecchi meccanismi. In un momento nel quale stiamo assistendo a una sorta di agonia dell’euro, il Mezzogiorno è di fronte a un aut aut: o ci sarà una responsabilizzazione delle classi dirigenti oppure sarà sempre più isolato con conseguenze imprevedibili, ma facilmente immaginabili».


mondo

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Dallo scudo anti-missile al ritiro da Kabul: troppe le scommesse sul piatto

Due riflessioni sul v

Mosca, Ankara, Teheran: la Nato accerchiata

Dop Do Lis

Spacciato per un grande successo, il summit in realtà è stato un mezzo flop. E Obama è sempre più debole di John R. Bolton arack Obama è rientrato nella capitale convinto che il summit di Lisbona sia stato un grande successo e che dello stesso tenore siano stati i suoi incontri con i vertici dell’Unione Europea. Si è anche spinto oltre, affermando che i risultati di entrambi i forum hanno riconosciuto, facendoli propri, alcuni aspetti chiave della sua politica estera, soprattutto in merito all’Afghanistan. La realtà è invece punto diversa. Non solo tutta la strategia afghana resta irrisolta, ma l’intero meeting ha reso evidente l’errore di Obama nel voler continuare a premere il reset button con la Russia, la sua incapacità di ottenere uno scudo in grado di proteggere gli

B

ogni giorno più concreta. Prendiamo ad esempio l’Afghanistan: gli Stati Uniti (come da tempo programmato) a Dicembre faranno il punto sul loro impegno nell’area. Una revisione assolutamente più significativa per il futuro americano (e della Nato) della due giorni di Lisbona. Per intenderci: le decisioni che si prenderanno a dicembre avranno un peso maggiore di quelle sottoscritte nella capitale portoghese sul proposto trasferimento di responsabilità al governo di Kabul nel 2014. L’accordo Nato, infatti, non implica nessun vincolo per gli alleati. Come ben ha scritto sulle sue colonne in una lunga analisi il Washington Post. Perché il forum di dicem-

Mentre l’Air Force One rullava domenica sulla piste di Washington, il presidente veniva aggiornato sul programma nucleare della Corea del Nord. Una minaccia su cui il Patto non si è espresso Usa e i suoi fallimenti in politica economica sia all’estero che in casa. Non a caso, mentre ancora l’Air Force One rullava sulla piste di Washington, il presidente veniva messo al corrente delle nuove scoperte sul programma nucleare della Corea del Nord. Rivelazioni che si aggiungono alla lista di motivazioni contro la ratifica del trattato New Start siglato in primavera con Medvedev. Già il suo viaggio in Asia aveva sottolineato alcuni dei suoi fallimenti in politica estera, ma adesso, dopo Lisbona e l’annuncio della Corea del Nord, la percezione che questa Amministrazione sia sempre più incerta si fa

bre, e solo quello, farà il punto reale e realistico sull’effettivo ritiro delle truppe (sia Usa che Nato) che dovrebbe cominciare a ridosso dell’esate 2011. Quando Obama ha ordinato di incrementare le forze dell’Alleanza in Afghanistan, ha simultaneamente promesso che il ritiro sarebbe cominciato nel 2011. Parole che hanno confermato l’antico adagio talebano e qaedista, ovvero che basta saper pazientare per poter vincere l’intera partita. Sebbene poi Obama ci abbia provato con una serie di diverse formulazioni retoriche sulle giuste condizioni di un ritiro dell’esercito americano, il suo

approccio di base non è cambiato: è deciso ad avviare la riduzione delle forze americane senza considerare le condizioni sul terreno. Lo stesso ha dichiarato in Europa, evidenziando che il generale David Petraeus ha iniziato una “pianificazione e mappatura” del processo di avvio della riduzione per il 2011. Obama ha inoltre sottolineato che «oggi ci troviamo in una posizione migliore rispetto all’anno scorso», gettando quindi le fondamenta per una dichiarazione di vittoria e ritiro dall’Afghanistan, qualsiasi siano gli eventi attuali. Molti credono che alla base delle sue dichiarazioni ci sia la preoccupazione per la politica interna americana e per il contenimento delle sonore proteste contro la guerra all’interno del suo stesso partito.

Meraviglia poco quindi quello che ai talebani e ad al Qaeda piace dire sulla Nato: «voi avete gli orologi, non abbiamo il tempo». Mentre i nostri oppositori hanno ampi motivi di ottimismo, il rimprovero pubblico di Obama al presidente afghano Hamid Karzai a Lisbona non ha fatto altro che aumentarlo. Certamente c’è molto da criticare sulla presidenza di Karzai, ma dichiarare in pubblico, come ha fatto Obama, che «deve ascoltare anche noi» non si può considerare un segno dell’arte di governare. Anche l’accordo del summit della Nato sulla difesa missilistica è senza sostanza. Fornire una protezione ampia è stato un obiettivo americano da quando il

presidente George W. Bush si ritirò dal trattato bilaterale con la Russia del 1972, escludendo difese missilistiche nazionali. L’accordo di Lisbona semplicemente formalizza le evoluzioni politiche che si sono ottenute da allora, rappresentando quindi tutt’altro che una conquista pionieristica. Inoltre, l’idea che la Russia adesso collabori con la Nato sulla difesa missilistica è ridicola. Il vero problema di Obama è il suo disdegno nei confronti della difesa missilistica nazionale, che sarà oggetto di calorose discussioni nel nuovo Congresso anche a seguito del-

le notizie sul programma di arricchimento dell’uranio della Corea del Nord.

Anche agli europei non va molto meglio. La crisi finanziaria dell’Irlanda dimostra ancora che il problema fondamentale dell’Euro non è fiscale o di bilancio, ma incredibilmente politico e potrebbe ancora essere fatale all’intero progetto Euro. L’unica soddisfazione per i leader dell’Ue è stata la quasi unanime critica alle rischiose politiche di spesa e deficit di Obama. Nel suo disperato tentativo di stimolare l’economia statunitense. Mentre ci sono diversi dubbi che Obama vi presti molta attenzione, il neo-eletto Congresso sfiderà le sue po-


mondo

23 novembre 2010 • pagina 15

Ritiro da Kabul, Siria e Iran: manca ancora una reale convergenza

vertice del Patto atlantico

E sull’Afghanistan non c’è vero accordo

opo sbona

sizioni politiche in quasi tutti gli aspetti, allietando indubbiamente i cuori degli europei.

Obama quindi rientra a Washington nel migliore dei casi con un momentaneo miraggio di successo, e dovrà immediatamente immergersi nelle profonde difficoltà politiche ed economiche e in un ambiente mondiale minaccioso che lo stesso sembra non aver ancora capito. Gli oppositori di Obama, tuttavia, non possono raccogliere alcuna soddisfazione dalle sue difficoltà. Piuttosto il contrario, avere un presidente non qualificato e inefficace non fa che aumentare i rischi e pericoli che l’America dovrà affrontare nei prossimi due anni.

Troppi compromessi per arrivare alla firma comune: ecco perché le decisioni comunque non reggeranno di Mario Arpino ra qualche schiamazzo ai limiti della zona rossa, ma con espressioni di ampia soddisfazione da parte degli organizzatori, anche il 24° vertice della Nato in formato capi di Stato e di Governo si è concluso. Si è svolto come previsto, senza veri intoppi di carattere politico o istituzionale. Non poteva non essere così, visti il livello del summit e la capillare preparazione pilotata per mesi dal Segretario Generale Rasmussen, cui vanno molti dei meriti. Ciascuno degli attori ha contribuito al successo con ampia dimostrazione di buona volontà, anche perché si è trattato, per ora, solo di sottoscrivere principi, concetti ed impegni abbastanza generali, anche per questo sempre condivisibili. Sotto questo profilo, pieno e riconosciuto successo: la Nato ha ora le sue linee guida per i prossimi dieci anni. Ciò però non deve e non può far pensare che tutto sia risolto. Sono state solo create le premesse perché, con tutto il tempo necessario e a condizione che si verifichino alcune condizioni, i problemi sul tappeto possano un giorno, con molti compromessi, trovare almeno parziale soluzione. Diciamo subito che questo vertice non è una vera e propria svolta, ma che assicura continuità e legittimità ai cambiamenti già in atto. Possiamo anche dire, quindi, che i problemi già emersi in questi ultimi anni, assieme ad altri che potrebbero emergere, sono quelli che la Nato dovrà continuare ad affrontare. Nessuna sorpresa, allora, se ci accorgeremo che passando dai “principi” approvati alla dura “realtà” della loro applicazione il passo non è breve, e nulla va dato per scontato.

T

In alto, il presidente Obama sotto la pioggia a Lisbona. A sinistra: il premier turco Erdogan, il leader iraniano Ahmadinejad e il dittatore della Corea del Nord Kim Jong-il. Tre incognite reali per il futuro dell’Alleanza. A destra, il segretario generale della nato, Rasmussen

ad aderire a condizione di avere “zero problemi con i vicini” (Iran e Siria), una posizione di comando preminente e la copertura dell’intero territorio. Come si può intuire, ciò potrebbe richiedere una quadratura del cerchio per certi aspetti non percorribile. La transizione Usa-Isaf con il governo di Karzai, le sue truppe e la sua polizia entro il 2014 pone problemi d’ordine pratico, etico e concettuale.

Se Petraeus, al suo arrivo in teatro, aveva espresso compiacimento perché il “numero” dei soldati locali era stato raggiunto in anticipo, i comandanti militari esprimono seri dubbi sulla “qualità”. Lo sforzo addestrativo, è vero, verrà aumentato (anche con il contributo italiano), ma ciò in un momento in cui anche i talebani - e non senza successo - stanno incrementando il loro sforzo e il controllo di larghe fasce del

La Russia chiederà di condividere il know-how tecnologico, le posizioni di comando e di adattare lo schieramento antimissili a una geometria politicamente accettabile

Facciamo qualche esempio pratico, cominciando dall’accordo - che comprende Russia e Turchia - sullo scudo antimissile. Già qui, i compromessi che sono stati necessari per la firma hanno in sè il potenziale per minare l’accordo. La Russia, cui è stata offerta la partecipazione, in sede di negoziato chiederà certamente di condividerne il know-how tecnologico, le posizioni di comando, di adattare lo schieramento a una geometria politicamente accettabile, mentre le reali capacità che potrà conferire come contributo al sistema rimangono incerte. La Turchia, che dopo la deriva verso est iniziata con lo stratega Erdogan e il non confessato rifiuto europeo, è disposta

territorio. Al contrario e nonostante le assicurazioni, in campo alleato la volontà e la percorribilità politica di rimanere in Afghanistan ancora a lungo non sono scommesse su cui poter puntare grosse cifre, tanto più che l’intero Occidente - se questa parola ha ancora un senso - continua a tagliare risorse, uomini e mezzi allo strumento militare.

Non è questa una contraddizione che toglie credibilità ai buoni propositi? Si potrebbe poi parlare della “scoperta” dell’Europa da parte dell’America di Barack Obama, mentre è nota e ostentata - e forse anche obbligata - la sua inclinazione a guardare verso l’India e il lontano Oriente. Questi ed altri sono gli interrogativi che, trascorsa l’euforia di Lisbona, la Nato si troverà ad affrontare nel decennio di validità del Nuovo Concetto. Sarà dura, è prevedibile!


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pagina 16 • 23 novembre 2010

Libertà religiosa. Dopo l’appello mondiale per la sua liberazione sia Bibi, la cristiana packistana condannata a morte per blasfemia, è stata scarcerata ieri sera dopo aver ottenuto la grazia dal presidente Asif Ali Zardari. Lo riferiscono il sito internet The Christian Post e l’agenzia di stampa kuwaitiana Kuna. La Bibi è stata oggetto di una campagna internazionale dopo che era stata condannata a morte per il reato di “blasfemia”, che punisce con la morte i non islamici. Ma la giornata di ieri non è stata soltanto di festa. Alt due cristiani di confessione sirocattolica, infatti, sono stati uccisi in Iraq. Questa volta è toccato alla città di Mosul fare da ribalta all’accaduto. Saad e Waad Hanna, fratelli, rispettivamente di 43 e 40 anni, sono stati uccisi nella loro officina da un gruppo di uomini armati. La cronaca, così presentata, è ben lontana dal poter essere intesa come un attentato. Nel frattempo, poco lontano, un altro gruppo di combattenti che cercava di assalire la chiesa locale è stato messo in fuga dalla maggioranza della popolazione musulmana. Il gesto è stato «apprezzato fortemente» dal governatore della provincia, Athel al-Nujeifi, il quale vi ha intravisto un primo sintomo di ribellione, da parte della società civile irachena, contro le forze che mirano a destabilizzare il Paese e in difesa delle minoranze che, al contrario, fanno parte del suo tradizionale panorama etnico-religioso. Il commento di al-Nujeifi è fondato. Evidentemente non tutto l’Iraq è pervaso dal sentimento anti-cristiano che si pensa vi si sia radicato nell’ultimo anno. Ciò non toglie che si tratti di un episodio isolato. Per poter affermare che la popolazione irachena sia a fianco dei cristiani, bisognerà attendere chissà quanto tempo. Il governo alMaliki e l’intero assetto istituzionale sono ancora troppo giovani e deboli. Peraltro, in precedenza, nulla è stato fatto in favore delle minoranze.

A

Differente è il caso di Mosul. La morte dei fratelli Hanna fa pensare più a un regolamento di conti fra bande rivali, invece che un attentato a opera di gruppi jihadisti. Eventualità plausibile, vista la frammentazione in clan, tribù e gruppi armati di ogni tipo che si possono incontrare nel Paese. Al-Qaeda non è l’unica realtà attiva in Iraq a promuovere la violenza. La sua peculiarità, del resto, risiede nel riuscire ad attribuirsi la paternità degli attentati più eclatanti. In questo caso però, è permesso dubitare che siano stati gli uomini della “rete”. Prima di tutto perché questi

Pakistan, la Bibi è stata scarcerata Ma in Iraq due fratelli cristiani sono stati uccisi in un’imboscata mortale di Antonio Picasso

Saad e Waad Hanna, caldei rispettivamente di 43 e 40 anni, sono stati uccisi nella loro officina da un gruppo di uomini armati anonimi organizzano attacchi di vasta scala. Il caso del sequestro della chiesa di Baghdad, all’inizio di novembre, con 70 morti, ne è un esempio. In seconda istanza, perché la rivendicazione è un passaggio obbligato nelle azioni qaediste. In un certo senso, il loro è un terrorismo fatto a volto scoperto. D’altra parte, Mosul è l’ultimo girone dell’inferno iracheno. Posizionata strategicamente al nord, vicino al Kurdistan e ai più importanti giacimenti petroliferi, la capitale della provincia di Ninive non ha mai avuto un momento di pace dalla caduta di Saddam Hussein a oggi. Prima ancora il dittatore la incluse nelle sue operazioni anti-kur-

de. Successivamente, Mosul si è trasformata nel fronte di guerra del conflitto etnico in cui è piombato l’intero Paese. Attualmente è rivendicata dal governo autonomo del Kurdistan. Nel frattempo è considerata dalle forze di sicurezza a Baghdad come la roccaforte di al-Qaeda. La sua popolazione è quanto mai eterogenea. Kurdi, yazithi, sunniti, sciiti, ai quali bisogna aggiungere ciò che resta della comunità cristiana. Erano 50mila nel 2003, oggi sono al massimo 8mila.

«In Iraq i cristiani pagano il prezzo di questo scontro etnico-religioso perché, nell’immaginario popolare, sarebbero i complici degli eserciti di

invasione statunitense e britannico», dice Padre Madros, sacerdote cattolico di origine palestinese e da sempre attento alle tragiche sorti del Medioriente cristiano. Considerazione interessante, la sua, che va ad accumularsi alle tante altre accuse di “collaborazionismo” attribuite alle chiese irachene. C’è chi sostiene, infatti, che i fossero troppo vici-

ni a Saddam Hussein. E la figura di Tareq Aziz lo dimostrerebbe. Così però ci si dimentica che il defunto tiranno aveva adottato la sharia, la legge islamica, come fonte giuridica del proprio regime. I cristiani dell’Iraq di Saddam erano cittadini di serie B dhimmi, infedeli, ma protetti solo sulla base di un’imposta. I loro pochi diritti erano gli stessi che l’Impero ottomano riconosceva ai loro padri secoli prima. Per quanto riguarda Aziz, braccio destro e figura presentabile del dittatore, è vero la sua origine era caldea, ma il fatto di aver cambiato nome, da Mikhail Yuanna com’era stato battezzato a quello noto a tutti, lascia intendere quanto Aziz fosse disposto all’abiura pur di soddisfare le proprie ambizioni di potere. Il fatto poi che oggi, condannato a morte, sia in odore di grazia, mentre la sua comunità d’origine non riesca a uscire dall’incubo delle persecuzioni e della diaspora la dice lunga su come il cristianesimo iracheno e l’ex ministro degli esteri di Saddam siano lontani.

«La lotta alla sopravvivenza delle Chiese in Iraq è un problema antico», aggiunge Padre Madros. «Possiamo dire che è simile in tutto il Medio Oriente ed è legato alla difficile convivenza con l’Islam». I cristiani erano qui prima dei musulmani e gli ebrei prima ancora. «Questo però non giustifica lo stato di guerra costante». Lasciamo da parte i retaggi storici e soprattutto le interpretazioni testi dei sacri, secondo cui ogni religione potrebbe vantare un diritto di esclusiva sulle stesse terre. Il fenomeno che abbiamo di fronte è essenzialmente politico e percorre l’intero Medioriente allargato. Oggi è l’Iraq, suo malgrado, a essere sotto i riflettori. All’inizio di quest’anno, però, c’erano i copti egiziani. Casi di diaspora silenziosa si incontrano poi in Algeria e nei Territori palestinesi. Concludiamo l’elenco con la questione di Asia Bibi, la donna pakistana accusata di blasfemia e che non rischia più la condanna a morte. Sempre ieri, mente il ministro degli esteri italiano, Franco Frattini, rendeva noto l’impegno del nostro Paese affinché il presidente pakistano, Asif Ali Zardari, le conceda la grazia, è arrivata la notizia della scarcerazione.


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23 novembre 2010 • pagina 17

Shoah: continua intanto la caccia al “Dottor Morte”

La Giunta ha concesso il visto al 33enne che vive a Londra

Morto Kunz super ricercato della lista Wiesenthal

Dopo 10 anni San Suu Kyi rivedrà Kim, suo figlio

BERLINO. Il presunto criminale

RANGOON. L’ultima volta che il figlio più piccolo di Aung San Suu Kyi, Kim Aris, aveva visto sua madre risale a una decina di anni fa, quando gli venne concesso di stare tre settimane con lei. Ieri la giunta militare al potere nel Myanmar, l’ex Birmania, gli ha concesso il visto d’ingresso. L’ha annunciato uno degli avvocati della premio Nobel per la Pace, Nyan Win, secondo il quale il 33enne Kim si trova a Bangkok, è già materialmente in possesso del visto e «sta cercando di arrivare» nel Paese di origine della leader dell’opposizione democratica, rilasciata il 13 novembre scorso dagli arresti domiciliari dopo oltre sette anni. Sarà San Suu Kyi, ha

nazista Samuel Kunz, al terzo posto nella lista nera della Fondazione Simon Wiesenthal, è morto giovedì scorso, all’età di 89 anni. Scompare così il protagonista di quello che, l’anno prossimo, sarebbe stato uno degli ultimi grandi processi a un ex membro del regime. Il processo a Kunz era previsto per la primavera del 2011, ma è stato annullato ieri. L’anziano, originario dell’ex Unione sovietica, conosciuto anche come il“boia di Belzec”, era sospettato di avere contribuito a uccidere centinaia di migliaia di ebrei durante l’Olocausto. È proprio nel campo di sterminio di Belzec, vicino alla città polacca di Lublino, che Kunz avrebbe compiuto uno dei più grandi crimini contro l’umanità: l’uomo era stato incriminato lo scorso 29 luglio per concorso nell’omicidio di 430mila ebrei - fra il gennaio 1942 e il luglio 1943 - e per aver personalmente sparato a dieci di loro. Il caso di Kunz venne alla luce durante l’indagine su John Denjanjuk, il presunto ex criminale nazista attualmente sotto processo a Monaco di Baviera con l’accusa di aver contribuito ad uccidere 27.900 ebrei durante l’Olocausto. Come Demjanjuk, Kunz era nato nell’ex Unione sovietica e aveva servito nell’Armata rossa. Quindi era stato catturato dai te-

Al Qaeda minaccia i simboli di Berlino Una cellula terroristica sarebbe già entrata nel Paese di Pierre Chiartano allarme attentati in Germania, nel mirino ci sarebbe anche un luogo simbolo per i tedeschi: il vecchio Reichstag. Il ministro degli Interni tedesco, Thomas de Maiziere, ha deciso di innalzare il livello di allarme terrorismo. Intervistato dalla televisione pubblica tedesca Ard, il ministro non ha fornito ulteriori dettagli sulla situazione e ha attribuito genericamente a una «valutazione delle circostanze» da parte dei servizi di intelligence: «In ogni caso consideriamo gli allarmi credibili. La certezza non è data», ha aggiunto il ministro. La settimana scorsa, de Maiziere, aveva già deciso di innalzare il livello di allarme terrorismo. In particolare il ministro non ha voluto commentare le indiscrezioni trapelate sulla stampa, sulla presunta presenza in Germania di due terroristi islamici e di altri quattro in arrivo: «non desidero commentare queste speculazioni». Non si tratta né di una conferma, né di una smentita, semplicemente di un appello ad attenersi ai fatti, ha spiegato il ministro. Nel piano dei terroristi – secondo le fonti citate dallo Spiegel – sarebbe prevista la cattura di ostaggi e un bagno di sangue, in uno dei luoghi simbolici d’Europa. L’informatore della Bka, la polizia criminale tedesca, sarebbe un jihadista che si trova all’estero e che avrebbe parlato telefonicamente più volte negli ultimi giorni con il Bundeskriminalamt. A suo dire il commando jihadista sarebbe composto di sei persone, due delle quali si troverebbero a Berlino gia da otto settimane. Altri quattro terroristi, un tedesco, un turco, un nordafricano e un quarto uomo di nazionalità sconosciuta, sarebbero pronti a partire. L’attacco sarebbe previsto per febbraio o marzo del prossimo anno. Secondo altre indiscrezioni di stampa, circolate durante il fine settimana, il Reichstag sarebbe nel mirino del gruppo terroristico di Al Qaeda. Quasi contemporaneamente, ieri, la polizia tedesca ha evacuato anche una scuola di Jena, città dell’Est del Paese, per un allarme bomba che poco dopo si è però rivelato infon-

È

dato. I controlli e le misure di sicurezza del Bundestag, la Camera bassa del Parlamento tedesco, sono stati rafforzati in «modo rilevante», ha affermato il ministro dell’Interno di Berlino, Ehrhart Koerting. In particolare, Koerting ha spiegato che tutta la zona del Parlamento è stata transennata ed è controllata da una sessantina di poliziotti.

La cupola di vetro del Reichstag, realizzata dall’architetto Norman Foster e visitata da migliaia di turisti ogni giorno, rimarrà chiusa ai turisti fino a nuovo ordine, ha reso noto l’ufficio stampa del Parlamento. Per il momento, rimangono aperte al pubblico, ma solo a gruppi di turisti registrati, alcune aule del Parlamento e il ristorante che si trova sul terrazzo dell’edificio. Da giorni ormai tutte le stazioni e i convogli metropolitani e ferroviari sono tappezzati di avvisi: «Si prega di prestare attenzione ad eventuali oggetti o bagagli abbandonati sui treni o nelle stazioni». In tutte le piazze centrali della capitale la presenza della polizia, talvolta pesantemente armata, è molto più marcata. Ricordiamo come pochi giorni fa era scattatato un altro allarme provocato da presunti pqacchi bomba. Un responsabile della polizia namibiana era stato arrestato, due giorni dopo la scoperta di un pacco sospetto all’aeroporto di Windhoek nel momento in cui stava per essere imbarcato in un aereo con destinazione di Monaco. Ne aveva dato notizia la polizia in Namibia. «L’uomo arrestato è un ufficiale di alto rango nell’ambito del reparto di sicurezza aeroportuale della polizia», aveva dichiarato alla stampa a Windhoek, il capo della polizia namibiana, Sebastian Ndeitunga. il pacco pacchetto – una borsa a tracolla da pc avvolta in una pellicola di plastica, con fili elettrici e un orologio – era stato scoperto all’aeroporto internazionale di Windhoek il giorno stesso in cui le autorità tedesche avevano innalzato il livello di allarme a causa di indizi «concreti» di progetti di attentati islamisti.

I controlli di sicurezza per la Camera bassa del Parlamento tedesco sono stati rafforzati in «modo rilevante»

deschi ed era diventato una guardia di lager. Dopo la guerra, aveva lavorato come impiegato pubblico e non era finito nel mirino degli investigatori tedeschi perché non era un ufficiale. Il direttore del Centro Wiesenthal di Gerusalemme, Efraim Zuroff, ha detto: «Il fatto che Kunz possa aver vissuto impunemente in Germania, è il risultato di un errore della strategia d’inchiesta». Intanto, lo storico tedesco Stefan Klemp, è tornato sul caso di un altro presunto criminale nazista, Aribert Heim - soprannominato “Dottor Morte” - mettendo in dubbio la notizia del febbraio 2009 secondo cui l’uomo sarebbe morto di cancro nel 1992 in Egitto.

aggiunto il legale, ad accoglierlo di persona all’aeroporto di Yangon, la vecchia capitale già chiamata Rangoon. Fonti della Lnd o Lega Nazionale per la Democrazia, il principale partito di opposizione guidato da San Suu Kyi, hanno aggiunto che Kim Aris raggiungerà comunque la Birmania dalla Thailandia in giornata, qualora non riuscisse a farlo prima. I due non si vedono da 10 anni, ed è da altrettanto tempo che la 65enne leader dissidente birmana non incontra neppure il figlio maggiore, Alexander.

Stando all’ambasciata britannica a Bangkok, la sera della liberazione Aung San Suu Kyi ha potuto avere una conversazione telefonica con Kim Aris. San Suu Kyi sposò Marries Michael Aris, uno studioso di cultura tibetana, nel 1972. Il primo figlio della coppia, Alexander, oggi 37enne, nacque a Londra l’anno dopo. Nel 1974 Michael fu trasferito a Oxford dove nel 1977 nacque il secondo bambino, Kim. Il 10 dicembre 1991, furono proprio i due figli di San Suu Kyi a ritirare il premio Nobel in suo nome alla cerimonia che si tenne a Oslo. I soldi del premio furono destinati a un fondo per la salute in Birmania.


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grandangolo Tra Medvedev e Putin spunta “l’opzione Breznev”

Russia. Entra nel vivo la battaglia per le elezioni del 2012

Non passa giorno che il Cremlino non venga sconfessato (con una certa eleganza) dall’ex presidente. Dall’economia ai diritti, dalla guerra nel Caucaso alla politica estera. Il perché è presto detto: lo “zar” non vuole aspettare il 2018 e aspira a vincere le presidenziali del 2012. E potrebbe farcela. Con il supporto di quella stessa nomenklatura che continua a proteggere: esattamente come fece, per 18 anni, l’uomo che portò l’Urss al collasso di Leon Aron

ivitalizzata dall’opacità del neoautoritarismo russo, la Cremlinologia riprende oggi vigore sia grazie alla rimozione imposta da Medvedev del sindaco di Mosca,Yuri Luzhkov, sia per le dichiarazioni di Putin che, dalla fine di Agosto, ha rilasciato più interviste di quante ne abbia concesse negli ultimi 11 anni. Purtoppo, nonostante una pervicace azione di ricerca a tutto tondo, non ci sono ancora indizi inequivocabili sulle reali intenzioni del Primo ministro per le elezioni del 2012 (se ricandidarsi al Cremlino, per intenderci). Come dire: Putin deve aver preso una sfilza di 10 nel corso di disinformazione all’Istituto del Kbg dell’Ordine della Bandiera Rossa Yuri Andropov (ora Academy of Foreign Intelligence), e costringerà tutti ad interrogarsi fino all’ultimo momento: lasciando un orecchino rosso qui, un indizio lì e divertendosi come un matto. Ma benché mago del depistaggio, alcune cose non è riuscito (o forse non ha voluto) a nasconderle.

do ciò che equivale ad un’agenda strategica, accuratamente e inconfondibilmente reazionaria nel senso classico del termine: refrattaria al cambiamento e fautrice di un ritorno - di tutta la baracca - allo status quo pre-2009. E contraddicendo, in maniera palese, sia

Innanzitutto rispondendo al quesito

lo spirito sia la pratica dell’esitante modernizzazione-liberalizzazione di Medvedev, compreso il “reset” nelle relazioni Usa- Russia. È come se Putin avesse davanti a sé una lista dei principali argomenti di discussione di Med-

R

più importante: cosa farebbe se tornasse al Cremlino? Il primo ministro, infatti, in più di un’occasione non ha esitato nemmeno per un attimo a descrivere le proprie politiche, articolan-

«Arretrata e primitiva»: così il Presidente russo ha definito l’economia del suo Paese. «Falso», gli ha risposto il Premier: «Abbiamo solo qualche problema»

vedev e fosse deciso a respingerli, uno dopo l’altro. Vediamoli: Economia. In quella che può essere considerata la piattaforma retorica della sua presidenza, Medvedev ha descritto l’economia russa «cronicamente arretrata, primitiva, dipendente dalle materie prime e sorda alle necessità del popolo». I principali economisti indipendenti del paese, incluso l’ex consigliere personale di Putin, Andrei Illarionov, concordano sul fatto che la drastica flessione dell’economia abbia avuto inizio prima che la crisi economica globale decimasse il prezzo del petrolio, e che la crisi interna russa ha costituito la ragione per cui il Pil è crollato al 7,9% nel 2009: la più grande contrazione tra le maggiori economie. Secondo Putin, invece, il paese è «progredito costantemente» e non ha «grandi problemi». Naturalmente la crisi, figlia dell’Occidente, ha frenato lo sviluppo della Russia, ma in generale l’economia nazionale è «sul binario giusto».

Corruzione. Sui 133 paesi presi in esame l’anno scorso, la Russia si collocava al 121º posto nella protezione del diritto di proprietà (alle spalle non solo dell’Indonesia, all’81º posto, ma anche del Kazakhistan, al 103º) e 116ª nell’indipendenza dei tribunali nell’indagine

condotta dal World Economic Forum. Secondo il Transparency International Report del 2009, la Russia si collocava al fondo del Corruption Perceptions Index; 154ª su 178 paesi- dietro Nepal, Camerun, Ecuador e Sierra Leone, ed alla pari con il Kenya. La corruzione, i ricatti e le estorsioni ai danni degli imprenditori sono diventati un pilastro del putinismo ed uno dei principali ostacoli al progresso economico. Gli imprenditori moscoviti riferiscono che la bustarelle (otkaty) pagate alle autorità cittadine sono aumentate dal 10% nel 1990 al 60-70% di oggi. Nel settembre 2010, l’addetto del Cremlino Gleb Pavlovsky ha descritto la situazione in termini di «autorità esecutive fuori controllo» che avrebbero fatto del racket una «impresa commerciale», protetta dal bavaglio imposto all’informazione e dalla connivenza di tribunali oggetto di intimidazioni o di atti di corruzione. Contro questa deriva la più significativa iniziativa politica di Medvedev è stata una legge che sancisce la libertà su cauzione di quanti siano accusati di “reati economici”. Medvedev ha deplorato la “cronica”corruzione che sta “corrodendo” la Russia e ha fatto della lotta a tale il piaga il leitmotiv retorico della sua presidenza. Putin ha ammesso che la corruzione in Russia esiste, ma ha


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Cooperazione su economia e terrorismo

Intanto Wen Jiabao arriva a Mosca di Massimo Fazzi l primo ministro cinese Wen Jiabao è partito ieri per la Russia dove, tra l’altro, parteciperà - ospite del premier russo Vladimir Putin - al summit sulla salvaguardia della tigre a San Pietroburgo, insieme ad altri undici leader di governi del mondo. La partecipazione al summit di Wen Jiabao è a margine della sua visita di tre giorni in Russia e Tagikistan, durante la quale Putin e Wen si incontreranno a Mosca per il 15esimo meeting tra i capi di Stato dei due Paes. Insieme parteciperanno poi in Tagikistan al nono meeting dei primi ministri del gruppo di Shanghai. La partnership fra Cina e Russia è una storia costellata di amori, odii, accordi commerciali e guerre feroci. Partendo già dallo stesso Mao Zedong, che non si fidava di Stalin al quale – tuttavia – fece doni gravosi per la popolazione e di enorme valore, passando per l’odio dichiarato fra Deng Xiaoping e Breznev. Tuttavia, oggi i rapporti sono migliorati; se non altro perché non esiste più l’Internazionale socialista e non c’è più gara, fra Pechino e Mosca, su chi debba guidarlo. Soltanto negli ultimi anni, scrive con inusuale onestà l’agenzia di stato cinese Xinhua, «i rapporti politici ed economici fra Cina e Russia sono migliorati, ma il La Cina 2010 è l’anno in cui i non ha mai leader delle due nazioni si sono visti più invidiato volte». Come da co- più di tanto pione, i due primi mi- il Cremlino: nistri parleranno di Mao odiava cooperazione economica e del vero pro- Stalin, Deng blema che li assilla tutti gli altri entrambi: il terrorismo, vero o presunto, e il modo in cui combatterlo. Né il Cremlino né Zhongnanhai hanno mai apprezzato troppo la storia dei diritti umani, e preferiscono sparare a vista contro gruppi separatisti – ceceni per la Russia, uighuri per la Cina – piuttosto che operare in maniera sottile tramite intelligence o (non sia mai) dialogo con le minoranze. Trovare dunque un accordo per la gestione delle zone di confine, sensibili da un punto di vista etnico, senza irritare il vicino sarà probabilmente il tema più dibattuto fra i due leader e quello che uscirà di meno sugli organi di stampa, persino quelli ufficiali. Grande risalto verrà dato agli accordi economici, che avranno sicuramente un enorme impatto per le due economie, e alla cooperazione militare che i due Paesi vogliono rinnovare in ottica anti-occidentale.

I

anche aggiunto che il problema è planetario. Il Caucaso. A malapena governabile, flagellato dalla povertà e dalla disoccupazione, travolto da un implacabile terrorismo di matrice fondamentalista, il Caucaso settentrionale musulmano è una spina nel fianco di Mosca. Non passa giorno, soprattutto nelle Repubbliche di Daghestan e Inguscezia, senza che un ufficiale, un poliziotto, un giudice, un procuratore o un funzionario locale, non rimanga ucciso in attacchi terroristici. Nel giugno 2010, indubbiamente su ordine del Cremlino, la delegazione russa presso l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa ha votato una risoluzione sul Caucaso che condanna gli abusi indiscriminati dei diritti umani in Cecenia e critica il “vergognoso” culto della personalità del presidente della Cecenia scelto da Putin, Ramzan Kadyrov. Nel suo discorso sullo “stato della Russia”Medvedev ha definito la situazione nel nord del Caucaso come «la più seria questione politica del paese». Secondo Putin, invece, la violenza nel Caucaso settentrionale «non costituisce una forma di terrorismo nel senso stretto del termine, ma piuttosto una lotta tra clan per la redistribuzione delle proprietà. E Kadyrov non è solo un «guerriero risoluto», ma anche «un ottimo leader». In breve, il presidente ceceno è un “bravo ragazzo”.

Nessuna libertà. Medvedev ha affermato che il popolo russo soffre di “non libertà” (nesvoboda) e di un “disprezzo”per la legge. E lamentando i “sentimenti paternalistici” di una società arcaica, in cui i «pezzi grossi pensano e decidono per tutti», ha invocato una «cultura politica di persone libere e dotate di pensiero critico». Non a caso ha rilasciato la sua prima intervista da presidente al solo quotidiano di opposizione rimasto, la Novaya gazeta. Di contro, Pu-

tin, non solo ha dichiarato di non sapere nulla delle periodiche aggressioni dei reparti antisommossa della polizia moscovita ai danni dei dimostranti. Ma ha calorosamente appoggiato le aggressioni: se i tenaci dimostranti pro-democrazia hanno scelto di ignorare il divieto di manifestare nella centralissima piazza Triumfalnaya di Mosca, ha detto Putin, allora meritavano di essere «colpiti in testa con i manganelli». Reset e Monaco «Cosa ne pensa del

Secondo il Transparency Report, la Russia si colloca al fondo del Corruption Perceptions Index; 154ª su 178 paesi, dietro Nepal e Camerun “reset” con gli Stati Uniti a cui Medvedev si è impegnato in tre vertici con il Presidente Barack Obama?» «Hmmm», ha risposto Putin. Gli «piacerebbe» credere nel reset ma, «vede, la Georgia non viene riarmata» dagli States? Putin 2012. Dalle recenti dichiarazioni pubbliche di Putin emerge una visione della Russia virtualmente antitetica alle idee ed aspirazioni che Medvedev ha articolato. L’abisso tra i disegni di Putin e Medvedev per il futuro della Russia potrebbe racchiudere la risposta al quesito “Putin 2012”: la separazione politica è troppo ampia per lasciare il Primo ministro in attesa della fine del secondo

mandato di Medvedev nel 2018. Che fare?. Il presidente russo dovrà tentare di fondere le liberalizzazioni “dall’alto” con la richiesta sinora soffocata di cambiamento dal basso tendendo la mano al movimento d’opposizione pro-democrazia ed ai contestatori della nuova classe media russa, i quali invocano più libertà economica e politica e chiedono le dimissioni di Putin. Questo, naturalmente, è stato il percorso seguito da Michail Gorbaciov, il quale - avendo tentato riforme “amministrative” ed essendosi ritrovato bloccato dall’apparato che lo aveva “eletto” - inferse al sistema un colpo mortale abolendo la censura nel 1987 ed indicendo elezioni semi-libere nel 1989 e nel 1990. Nella corsa elettorale per il rinnovo della Duma nel 2011, Medvedev dovrebbe fare semplicemente questo: assicurare uno spontaneo dibattito pubblico sulle televisioni nazionali e rimuovere gli ostacoli alla registrazione alle elezioni dei partiti e dei movimenti d’opposizione.

Esiste, naturalmente, una terza opzione: quella di Breznev, il quale governò con la benedizione della sempre più corrotta ed ortodossa nomenklatura per diciotto anni, mentre il paese sprofondava giorno dopo giorno nel pantano della stagnazione economica, sociale e morale sotto il peso di problemi letali ma ignorati. Ma l’opzione Breznev non è disponibile per Medvedev: è già stata opzionata da qualcun altro. «Per noi è importante, Vladimir Vladimirovich, che l’attuale regime venga preservato!» con queste parole il (ora ex) primo vicesindaco di Mosca, Yuri Roslyak, ha supplicato Putin lo scorso settembre. Se Putin dovesse riprendere possesso del Cremlino nel 2012 e ricoprisse due mandati di sei anni, nel 2024 avrebbe guidato la Russia per vent’anni, due anni in più di Breznev, e molto probabilmente con gli stessi risultati.


società

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uce del mondo - il libro intervista del Papa con Peter Seewald che va oggi in libreria - rappresenta un’altra opportunità per imparare ad amare Benedetto XVI. C’era già il libro Gesù di Nazaret (Rizzoli 2007) a costituire una via regale per chi voglia comprendere l’animo del Papa e la sua prima preoccupazione: cioè la fede in Cristo ai nostri giorni. Con lo stesso stile del libro su Gesù - lo stile di chi scende dalla cattedra e dialoga da uomo a uomo - ora il Papa si siede su un divano della residenza estiva di Castel Gandolfo e dialoga con un giornalista per sei giorni, un’ora al giorno. Ne viene un’accattivante visita guidata al laboratorio papale di Benedetto XVI durante la quale lo ascoltiamo che dubita e si interroga, o che - a seconda dell’argomento che affronta - è sicuro di sé e della sua parola; che ci informa su come è arrivato a una decisione, che ammette errori e ripensamenti o lascia intravvedere qualche futuro orientamento.

L

Con questa scelta è come se Benedetto ci ripetesse quanto aveva affermato nella prefazione al volume su Gesù: «Ognuno è libero di contraddirmi». Fin dall’inizio dell’intervista ci avverte che «il Papa può avere opinioni personali sbagliate» e certo dispone della «facoltà della decisione ultima» in materia di fede ma ciò «non significa che possa di continuo produrre infallibilità». La scelta è coraggiosa. Eccolo che ragiona della possibilità che un giorno dia le dimissioni: «Quando un Papa giunge alla chiara consapevolezza di non essere più in grado fisicamente, mentalmente e spiritualmente di svolgere l’incarico affidatogli, allora ha il diritto e in alcune circostanze anche il dovere di dimettersi». Nella stessa pagina nega di aver pensato a dimettersi per lo scandalo pedofilia: «Ci si può dimettere in un momento di serenità, o quando semplicemente non ce la si fa più. Ma non si può scappare proprio nel momento del pericolo e dire: se ne occupi un altro». Sappiamo che tutti i Papi contemporanei - da Pio XII in poi - si sono posti il problema delle dimissioni, ma prima di questo libro nessuno l’aveva fatto in pubblico. Con disincanto riflette sulle contrarietà che gli vengono dal mondo e dai media: «Che l’atmosfera non sarebbe stata sempre gioiosa era evidente in considerazione dell’attuale costellazione mondiale, con tutte le forze di distruzione che ci sono, con

Tra gli scaffali. “Luce del mondo”, il libro-intervista del Papa con Peter Seewald

La modernità al tempo di Joseph di Luigi Accattoli tutte le contraddizioni che in essa vivono, con tutte le minacce e gli errori. Se avessi continuato a ricevere soltanto consensi, avrei dovuto chiedermi se stessi veramente annunciando tutto il Vangelo». Tratta ampiamente del

conflitto della fede cristiana con il nostro tempo, ma in almeno due passi riconosce con parole impegnative «la moralità della modernità» e l’esistenza di una «modernità buona e giusta»: «La modernità non consiste certo solo di negatività. Se così fosse non potrebbe durare a lungo. Essa ha in sé grandi valori morali che vengono proprio anche dal Cristianesimo». Per lo scandalo della pedofilia - che qua-

le che l’ha portato alla decisione sulle scomuniche dei vescovi lefebvriani, facendo presente che si è seguito lo stesso criterio adottato per i vescovi cinesi ordinati senza il mandato papale e che una tale soluzione era stata prevista prima della sua elezione a Papa: «Già sotto il Pontificato di Giovanni Paolo II in un incontro dei capi dicastero era stato deciso di revocare la scomunica nel caso fosse giunta una lettera del genere», attestante cioè il «riconoscimento» del Primato papale. Motiva e precisa la novità della preghie-

ticipata sabato dall’Osservatore Romano, il Papa così si esprime: «Vi possono essere singoli casi giustificati, ad esempio quando una prostituta utilizza un profilattico, e questo può essere il primo passo verso una moralizzazione, un primo atto di responsabilità per sviluppare di nuovo la consapevolezza del fatto che non tutto è permesso e che non si può far tutto ciò che si vuole». È stato poi chiarito che nel testo originale tedesco il Papa dice «un prostituto», invece che «una prostituta»: ma il senso dell’affermazione non cambia. Riafferma il carattere “profetico” dell’Humanae Vitae di Paolo VI ma non si nasconde l’esistenza di una vera difficoltà a «trovare strade umanamente percorribili» per dare seguito a quella profezia e riconosce la necessità che «in questo campo molte cose debbano essere ripensate ed espresse in modo nuovo». Si dice «molto ottimista rispetto al fatto che il Cristianesimo si trovi di fronte a una dinamica nuova» che lo porterà ad assumere «un aspetto culturale diverso»; ma anche «deluso» perché «la tendenza generale del nostro tempo è di ostilità alla Chiesa».

Il volume rappresenta un’altra opportunità per imparare ad amare Benedetto XVI in una sempre più accattivante visita guidata al laboratorio papale

In alto, un’immagine del papa e, qui sopra, la copertina del suo libro-intervista “Luce del mondo”, da oggi in libreria

lifica come «shock enorme» - riconosce il ruolo positivo dei media, che aveva già espresso in diverse occasioni, ma mai così esplicitamente: «Sin tanto che si tratta di portare alla luce la verità, dobbiamo essere riconoscenti». E ancora: «Solo perché il male era dentro la Chiesa, gli altri hanno potuto rivolgerlo contro di lei». Spiega l’itinerario canonico e dottrina-

ra per gli ebrei. Difende Pio XII indicandolo come «uno dei grandi giusti» che «come nessun altro ha salvato tanti e tanti ebrei» e spiega come si sia informato su ciò che contengono gli archivi prima di approvarne le «virtù eroiche». Cerca con cautela e coraggio una via pragmatica attraverso cui i missionari e altri operatori ecclesiali possano aiutare a vincere la pandemia dell’aids senza approvare ma anche senza escludere - in casi particolari - l’uso del profilattico. Secondo la traduzione italiana del volume, an-

Riguardo alla «continuità» con Giovanni Paolo II dice lapidariamente: «Tessiamo il medesimo pezzo di stoffa». Subito dopo vengono le parole forse più luminose dell’intero volume: «Ora si tratta di portare avanti quanto iniziato e di comprendere la drammaticità del nostro tempo, di rimanere saldi nella Parola di Dio come la parola decisiva e al tempo stesso di dare al Cristianesimo quella semplicità e quella profondità senza le quali non può operare». www.luigiaccattoli.it


cultura

23 novembre 2010 • pagina 21

Mostre. Viaggio nel favoloso mondo di Fernando e Humberto Campana, i designer brasiliani che hanno conquistato Roma

L’arte e i suoi fratelli di Angelo Capasso

a collisione di un mondo rurale, tradizionale, appassionato con la tecnologia, il mondo industriale e del capitalismo urbano si fondono nelle creazioni dei Fratelli Campana. I due designer brasiliani lavorano con questo approccio ironico e alternativo al design e in questa collezione propongono arredi in cui si fondono materiali diversi come le fibre naturali mescolate a plastiche colorate. Ogni forma tradizionale diviene geneticamente modificata e trasformata in un mobile mutante.

L

Partendo da una ricerca approfondita sulla cultura indigena brasiliana, Fernando e Humberto Campana elaborano una personale chiave di lettura dell’oggetto e del vivere

quotidiano. La loro produzione, a metà tra l’industrial design e l’artigianato, sviluppa un concetto di sostenibilità che vede da un lato l’impiego di materiali poveri, object trouvé e soluzioni di design spontaneo in uso tra le comunità disagiate del paese, come la comune sedia da giardino in plastica nella Café Chair, o i pupazzi di peluche nel Cake Stool, dall’altro il recupero delle tradizioni culturali autoctone, ad esempio la rivalutazione delle tecniche artigianali locali come le bambole della città di Esperança protagoniste assolute nella Multidão Chair. Humberto (1953) e Fernando (1961) Campana sono nati a Brotas (Brasile), cittadina distante duecento chilometri da San Paolo. Laureati rispettivamente in architettura e in giurisprudenza, iniziano ad occuparsi di design nei primi an-

ni Ottanta, improntando da subito la loro indagine sulla ricerca di metodi di produzione alternativa.

Artecnica, Bernardaud, Corsi Design, Kreo, Magis, Grendene, Skitsch, Plus Design eccetera, o che costituiranno i pezzi in edizione limitata prodotti direttamente dall’Estúdio.

La prima mostra dei Campana, ha luogo nel 1989 alla Nucleon Galery di San Paolo e presenta la serie di sedute in ferro Desconfortàveis (Scomode), selezione di pezzi che affrontano il tema dell’errore nel manufatto artistico e celebrano l’aspetto poetico della scomodità. L’Estúdio Campana nato nel 1983 ha sede nel quartiere Santa Cecilia di San Paolo. Un luogo stimolante e di grande vitalità, in cui convergono ed interagiscono culture e tradizioni diverse (gli immigrati coreani, la comunità ebraica, i nordestinos originari della regione nordovest del Brasile) e che sinte-

Nel 2001 i Campana sono stati insigniti del Premio Speciale del Museu da Casa Brasileira e nel 2008 ricevono il riconoscimento “Designer of the Year” a Design Miami. Nel 2009, sono invitati a celebrare il decimo anniversario dello studio al Vitra Museo di Weil am Rheim. Attualmente sono impegnati nella risistemazione del Cafè del Museo d’Orsay a Parigi, e nell’esplorazione di nuove soluzioni ambientali per l’“Olympic Hotel” di Atene. Hanno in cantiere anche progetti resi-

L’esposizione, appena conclusasi, ha presentato una selezione di classici dei due artisti prodotti dal loro Studio, in edizione limitata denziali e paesaggistici a San Paolo. In concomitanza con l’apertura, presso il Triennale Design Museum di Milano, di Antibodies, la grande retrospettiva dedicata a Fernando e Humberto Campana, proveniente dal Vitra Design Museum di Weill am Rheim, i Fratelli Campana sono approdati per la prima volta a Roma presso la Galleria O., che proprio con questa mostra ha inaugurato, a ottobre scorso, la collaborazione con le due star del design internazionale.

tizza il multiculturalismo brasiliano e l’intreccio di radici.

Il laboratorio è ricavato da una fabbrica dismessa in cui ladodici vorano persone tra architetti, sarti e artigiani vari, gli stessi che affiancano i Campana da circa quindici anni. Un lavoro di squadra che traduce le idee negli oggetti che verranno poi prodotti da aziende come Edra, Alessi, In questa pagina, un’immagine dei due fratelli Humberto e Fernando Campana e alcune delle opere dei designer brasiliani, recentemente esposte nell’ambito di una mostra presso la Galleria O. di Roma, curata da Emanuela Nobile Mino

La mostra, conclusasi la scorsa settimana e curata da Emanuela Nobile Mino, ha presentato una selezione di classici dei Campana prodotti dallo Studio Campana in edizione limitata, tra i quali alcuni veri e propri capisaldi del percorso artistico dei due designers, come ad esempio la Multidão Chair, la Black Iron Chair e la Café Chair. Ipotesi di sedute che ricercano l’origine di un comportamento e lo traducono in una forma, bilanciata tra il presente e la tradizione.


o p i n i o n ic o m m e n t il e t t e r ep r o t e s t eg i u d i z ip r o p o s t es u g g e r i m e n t ib l o g L’IMMAGINE

Una Fondazione per Villa Borghese o un pasticcio senza fine? La Fondazione per Villa Borghese, se deve essere, non può essere altro che una figura assolutamente nuova di altissimo profilo istituzionale e culturale. La Fondazione Bioparco, che ha caratteristiche completamente diverse e neanche vagamente complementare, non può sostituire l’eventuale nuova figura per la salvaguardia e valorizzazione di Villa Borghese. La conservazione delle specie animali, il loro pericolo di estinzione e la ricerca scientifica sono la “missione” del Bioparco e quindi lontanissima dalla missione per il recupero di un monumento storico come Villa Borghese. ,Il fatto che la Fondazione Bioparco sia già in essere non è condizione né necessaria né sufficiente per avocare a se la gestione di Villa Borghese. Ringraziamo il presidente del Bioparco per l’offerta, ma proprio non riusciamo ad immaginare come la sua esperienza possa essere contigua né tanto meno risolutiva per Villa Borghese. I rischi di grandi confusioni di competenze a nostro parere non sono accettabili.

Associazione Italia Nostra

PRIMA DI UFFICIALIZZARE L’INNO ATTUARE IL FEDERALISMO Spiace vedere che la stessa premura con cui si caldeggia l’ufficializzazione dell’Inno di Mameli, non venga messa in campo per accelerare sul federalismo fiscale. Proprio per onorare la storia, le tradizioni e le specificità dei popoli, le terre e le regioni che formano questo Paese, prima di pensare ai festeggiamenti per i 150 anni o all’inno, sarebbe meglio lavorare alla vera e unica priorità del Paese: il federalismo. Senza il federalismo il Paese si sfascerà e non ci sarà inno che possa tenere insieme popoli stanchi del soffocante e discriminante centralismo.

Sarah Ostinelli

no solo vecchi slogan. Ma qui di vecchio c’è la sua idea di scuola dei grembiulini e 5 in condotta, di vecchio ci sono gli edifici scolastici non a norma, le aule senza tecnologie, la didattica da rinnovare. Di vecchio e stantio c’è la sua ideologia classista che vuole dividere il Paese fra ricchi e poveri, studenti da liceo e studenti da istituti professionali. Non a caso la parola più usata oggi nelle manifestazioni studentesche è “futuro”, perché quel che il governo sta tagliando non sono solo posti di lavoro, ma il futuro di chi oggi è studente e domani rischia l’eterno precariato.

Francesca

STUDENTI IN PIAZZA, GELMINI A CASA

UN “GRAZIE” DI CUORE AL GATTILE DI ROMA

Il canto del cigno della Gelmini è un disco rotto e ripetitivo: anche per l’ultima manifestazione studentesca, la ministra aveva affermato che in piazza si sentiva-

Avendo da poco adottato un gatto, vorrei esprimere il mio più completo apprezzamento per i volontari che operano nella colonia felina di Largo di Torre Argenti-

Più in basso di così... Pochi luoghi su Marte sono profondi come Melas Chasma. Questa immagine ottenuta grazie alle telecamere della sonda dell’Esa Mars Express mostra le differenze di altitudine all’interno della regione: il viola indica le aree più infossate, il beige quelle più elevate

na, a Roma. Inquadrati all’interno di una Associazione culturale, questi ragazzi compiono un’opera importante, salvando delle vite animali da morte certa sulle strade e lavorando per evitare il randagismo. Il tutto senza pretendere nulla in cambio, se non una donazione in caso di adozione di un gattino. Se infatti ci si presenta con del denaro in mano, i volon-

L’OCCHIO DEL MONDO - Le opinioni della stampa internazionale a cura di Pierre Chiartano

tari locali non lo accettano: chiedono cose, acquistate in maniera autonoma nei negozi, che possano servire ai gatti. Cose come sabbia, cibo o medicinali. Un modo pratico e molto efficace per allontanare il dubbio di deviazioni scomode di denaro. E comunque, nulla può ripagare la gioia di un’adozione all’interno della struttura.

Massimo Fazzi

dall’ ”Indipendent” del 22/11/10

Duello all’ultimo Credo in Canada iavolo e acqua santa, un personaggio in odore di beatificazione ed un incallito ateista. In Canada andrà in scena il 26 novembre una grande sfida tra Tony Blair e Christopher Hitchens. Potremo definirla un’ordalia: chi sarà in grado di sopravvivere – in senso dialettico – sarà il depositario della verità. Blair difenderà la sua scelta di muovere guerra all’Iraq, con argomenti ”pesanti”. Sicuramente si farà dare una mano dalle teorie di Samuel Huntington sullo scontro di civiltà. Tirerà in ballo la sopravvivenza del mondo cristiano – e potrebbe non avere tutti i torti – mentre dall’altra parte c’è un campione dell’ideologia ateista. Una chiesa anche quella, con credo, liturgie e anatemi da proiettare a destra e a manca. La Roy Thomson Hall di Toronto sarà il palcoscenico per una sfida sul tema della religione come forza del bene. Il marchio è fornito da una fondazione benefica e filantropica (Aurea Foundation) voluta da un ricco magnate, Peter Munk.

D

L’ex premier britannico, convertito al cattolicesimo, ha spesso parlato del ruolo avuto dalla Fede nella sua vita. E da come viene descritto il futuro scontro d’intelletti dalla giornalista inglese di origine ugandese, Yasmin Alibhai-Brown, sembra un confronto tra Titani. Ma non suona proprio come un complimento. «Il loro atteggiamento denota presunzione e i loro occhi dardeggiano d’assolutismo», sono alcuni passaggi – molto letterari – che antici-

pano il confronto tra due menti, che non hanno mai fatto mistero delle loro idee e che non si tirano indietro di fronte a nessuna sfida. Ma la descrizione non denota alcuna stima per i due personaggi, protagonisti di «una guerra ideologica senza fine». E poi ancora aggiunge la giornalista: «Sono dei propagandisti che hanno deciso di trasformarsi in profeti». E sembra che la firma dell’Indipendent appartenga anche lei alla schiera dei radicali. Insomma, non si fanno sconti nei confronti di due campioni di una dialettica che, negli anni Novanta, era centrale nel dibattito culturale e politico. Almeno sull’asse anglo-americano. L’Europa continentale, malata di secolarismo coniugato come una fede, era più vicina alle posizioni dell’ateista Hitchens. La ”sinistra”

americana, approdata al neoconservatorismo, sapeva di avere in mano una chiave per interpretare il mondo uscito dalla Guerra fredda migliore di tutte le altre. Oggi, in piena era obamiana ci illudiamo che quelle idee siano tramontate, soltanto perché è più comodo così. Ci tranquillizza non dover pensare a un confronto duro con l’islam, ci fa dormire sonno tranquilli confidare nel fatto che ogni radicalismo non è altro che il frutto di qualche strategia del male: la politica e l’economia della paura. Da un lato, Blair è il campione di chi pensa che sia meglio sublimare la religione e concetti come Dio e amore, piuttosto che concetti terreni come la legge, la razza, la nazione o la classe. Né si può accusare l’islamismo, il cattolicesimo o l’induismo di aver distrutto l’ambiente naturale, come invece ha fatto l’ingordigia mercantilista e un’idea di scienza che governa il mondo. Dall’altro, c’è chi pensa che la religione non si possa coniugare con la modernità; che non è un elemento razionale e quindi non può essere catalogato nel pedigree intellettuale dell’uomo evoluto: deve restare alla voce «superstizione». Non a caso l’ultimo libro di Hitchens s’intitola Dio non è Grande. Come la religione avvelena ogni cosa. Roba da ultrafondamentalismo, nella Bassa padana lo avrebbero chiamato un vero «mangiapreti». Ci sono tutti gli ingredienti per un grande duello all’ultimo credo. Il confronto sarà aperto è verrà trasmesso in streaming online. Meglio di una finale di Super Bowl.


opinioni commenti lettere p roteste giudizi p roposte suggerimenti blog LE VERITÀ NASCOSTE

Tentano di battere il record degli sms inviati PHILADELPHIADue americani, Nick Andes, 29 anni, e Doug Klinger, 30 anni, si erano messi in testa di battere il record di numero di sms spediti in un mese. I due si sono messi di impegno, e sono arrivati a ben 217.033 sms inviati l’un l’altro in un mese. Per carità, molti messaggi erano banali (una sola parola) e spesso c’erano ripetizioni. Ma i due, oltre a non avere evidentemente molto da fare nelle loro giornate, sono stati, purtroppo, piuttosto ingenui. Innanzi tutto, il Guiness World Records non ha ancora riconosciuto il record, dovendo innanzi tutto decidere se la loro “performance”sia equiparabile a quella del precedente record che avrebbero voluto battere, i

182.000 ed oltre messaggi inviati da una certa Deepak Sharma nel 2005, che però li ha inviati da sola ad amici e parenti (ringraziate il cielo che non avesse avuto il vostro numero di cellulare, dev’essere stata un’esperienza atroce per i suoi conoscenti…). Ma soprattutto, i due hanno scoperto che l’abbonamento “all-inclusive” che credevano di avere non era evidentemente tale, dato che l’operatore a fine mese ha recapitato loro una bolletta da oltre 26.000 dollari, in un plico talmente ingombrante che la sola spedizione della bolletta è costata oltre 27 dollari. I due hanno protestato, conte-

ACCADDE OGGI

GOVERNO E MAGGIORANZA INDIFFERENTI AI PROBLEMI FAMIGLIE Votando contro gli emendamenti dell’Udc a favore delle famiglie, governo e maggioranza hanno confermato la loro assoluta indifferenza rispetto a un tema cruciale per il futuro del nostro Paese. Nei disegni di legge di stabilità e di bilancio in corso di approvazione in Parlamento non c’è una riga, non una parola che riguardi la famiglia. A poco sono valse le difese d’ufficio propinate in Aula da Pdl e Lega. La Conferenza nazionale della famiglia si è conclusa solo pochi giorni fa e l’esecutivo non ha perso occasione per lanciare i soliti spot, ma poi i risultati sono questi. Per l’Udc il “fattore famiglia” resta una priorità.

L.C.

VITTORIA DI PIRRO O CONTINUITÀ GIUSTIZIALISTA Nella foto dell’arresto del boss Antonio Iovine, ho stentato per qualche secondo a capire chi era la primula dei Casalesi perché erano tutti talmente sorridenti, da pensare ad un evento mondano. Poi ho sentito una radio che invitava gli ascoltatori a votare tra i sostenitori di Maroni e quelli di Saviano, e mi sono chiesto a cosa serve dividerci sempre tra guelfi e ghibellini quando non solo l’obiettivo è comune, ma i successi arrivano e sono evidenti nel corso della presente legislatura. Ho la sensazione che il nostro Paese voglia essere estremamente litigioso anche quando le cose vanno, e che i media stiano più a sottolineare i criminali latitanti da 14 anni nei loro soprannomi da infante dalla faccia pulita, piuttosto che riportare i capi di imputazione per raffigurare di chi stiamo parlando. In tale contesto

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato

23 novembre 1936 Esce il primo numero della rivista Life

1943 Vittoria dell’Armata Rossa a Stalingrado 1971 La Repubblica popolare cinese ottiene il seggio di Taiwan nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 1979 A Dublino, Thomas McMahon, un membro dell’Ira, viene condannato all’ergastolo per l’assassinio di Lord Mountbatten 1980 Terremoto dell’Irpinia: si verificò un sisma del settimo grado della scala Richter con epicentro nel comune di Conza della Campania (AV), che causò circa 300.000 sfollati, 10.000 feriti e circa 3000 morti 1985 Uomini armati dirottano il volo EgyptAir 648, mentre viaggia da Atene al Cairo (quando l’aereo atterra a Malta, i Commando egiziani irrompono nel jet, ma 60 persone muoiono nel corso dell’azione) 1991 Solo un giorno prima della morte, Freddie Mercury, frontman dei Queen, annuncia al mondo di essere malato di Aids

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Lo Dico, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

stando che il loro abbonamento prevede l’invio di sms gratis almeno a certi numeri di telefono selezionati (tra cui, reciprocamente, i loro due), e l’operatore sta facendo delle verifiche, anche se sembra che nelle “righe piccole” potrebbe esserci un limite (irraggiungibile dalle persone sane di mente) al numero di sms inviabili gratuitamente.

però, mi colpisce anche l’affermazione del ministro Maroni che è tanto arrabbiato con Saviano da voler andare in tv vestito da Sandokan, che è il nome di un altro capo cosca che vorrebbe lo scalpo dello scrittore. Il brutto gusto si schiera e si intreccia, invece di mostrare la fredda, austera e dignitosa faccia di uno Stato che nell’ottenere una vittoria non ha nulla da commentare, se non tranquillizzare i cittadini che commentano: «speriamo che l’azione contro i criminali non si limiti alla loro cattura», visto il sorriso sornione di uno dei più pericolosi latitanti che l’Italia abbia mai avuto.

Bruno Russo

LA LIBERTÀ DI RELIGIONE È UN DIRITTO INALIENABILE Non vorremmo che i cristiani fossero costretti a dover scegliere tra la libertà di religione, che è un diritto umano inalienabile, e quello alla sicurezza. Anche perché la storia dei curdi è una storia dolorosa di minoranze perseguitate dallo stesso Iraq pochi anni fa. Non vorrei che i cristiani passassero dalla padella alla brace con la complicità del cinismo del Paese proponente e l’indifferenza degli altri paesi. Sarebbe l’ennesimo esempio di cristianofobia in tempi di grave sofferenza per i cristiani di tutto il mondo.

Paola

LIBERATE BIBI L’appello del Papa per la liberazione di Bibi, cristiana condannata a morte per blasfemia, ha messo in luce che in alcuni Paesi le leggi vengono fatte solo per eliminare i cristiani e attingere ai loro averi.

Bruna Rosso

Anselma Dell’Olio, Alex Di Gregorio Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Roberto Genovesi, Aldo G. Ricci, Robert Kagan, Filippo La Porta,

Direttore da Washington Michael Novak

Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci,

Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri Ufficio centrale

Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Collaboratori

Ernst Nolte, Emanuele Ottolenghi,

Maria Pia Ammirati, Mario Arpino,

Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci,

Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi,

Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi,

Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi,

Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini,

I GIOVANI E LA POLITICA: SCUOLA DI FORMAZIONE La Fondazione Liberal nata su iniziativa di Ferdinando Adornato, da sempre si prefigge l’obiettivo di promuovere attività politico culturali con il proposito di favorire lo sviluppo dei valori etici e politici del pensiero liberale laico e cattolico. Sulle orme di Norberto Bobbio, l’8 novembre scorso, il Circolo Liberal gravinese si è proposto, con una chiave di lettura diversa dal solito, e con una Scuola di Formazione Politica che è andata al di là del solito localismo, di far vivere ai giovani gravinesi una giornata all’insegna della sana politica a contatto con alcuni dei più autorevoli onorevoli: Angelo Sanza, Roberto Occhiuto e Giuseppe Gargani e di altre personalità come Ignazio Lagrotta, coordinatore dei Circoli Liberal Puglia e costituzionalista dell’ateneo barese, Silvio Suppa, docente ordinario dell’Università di Bari, Giulio Colecchia, segretario Cisl Puglia, e Michele Cozzi, giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno. Oggi come oggi, parlare di politica ai giovani, è molto difficile, benché essa è vista come una cosa riservata a ben pochi eletti, ai figli di papà. Ma questa volta non è andata così. Infatti da quanto si evince dai questionari forniti dalla stessa Fondazione Liberal certificata come Ente di formazione, i giovani gravinesi che hanno assalito e gremito la sala convegni “Ettore Pomarici Santomasi”, a loro dire, sentono il bisogno di assaporare la sana politica e di essere partecipi di un dialogo politico culturale diretto, con i big della nostra politica nazionale e europea. I ragazzi erano davvero entusiasti di rapportarsi con gli onorevoli che vedono solo in tv, per porre loro dei quesiti sul lavoro e sull’identità italiana, che viene messa sempre più a repentaglio dalla Lega. Allo stesso tempo hanno manifestato un notevole interesse per l’evento, in vista del fatto che i politici gravinesi che sono al potere non offrono occasioni tali da poter usufruire di una vera e propria formazione politica, e qui ritroviamo il tema della Scuola di Formazione: “Un patto tra generazioni per una nuova Italia”, proprio a sottolineare il passaggio del testimone tra gli onorevoli che hanno fatto la storia della nostra Repubblica e i giovani che saranno la futura classe dirigente del nostro Paese. Ecco il motivo per cui la formazione dei giovani deve essere primaria, e ogni partito o associazione politico culturale che si rispetti dovrebbe incentivarne la sua promozione. A fine serata la coordinatrice gravinese Alessandra Ricciardelli ha annunciato la seconda sessione della Scuola di Formazione per il 20 dicembre prossimo con la presenza dell’on. Paola Binetti sul tema “Etica e Informazione”. Chissà, nel frattempo, quali cambiamenti ci saranno, dato che nell’aria si respirano novità nell’ambito della politica nazionale. Franco Dimaggio C I R C O L O LI B E R A L GR A V I N A I N PU G L I A REGOLAMENTO E MODULO DI ADESIONE “VERSO IL PARTITO DELLA NAZIONE” SU WWW.LIBERAL.IT E WWW.LIBERALFONDAZIONE.IT (LINK CIRCOLI LIBERAL)

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ULTIMAPAGINA Allarmi. Il ministro della Giustizia inglese denuncia: «I social network abbattono la credibilità del sistema»

Facebook? Uccide le giurie di Vincenzo Faccioli Pintozzi l sistema delle giurie popolari, caposaldo del diritto di stampo anglosassone, potrebbe non sopravvivere all’assalto dei siti di social network. L’allarme, che sembra una boutade, è invece estremamente serio e viene dal ministro britannico della Giustizia, Lord Judge, che ha dichiarato: «Se il sistema delle giurie vuole sopravvivere come elemento fondamentale di un processo giusto, deve essere in qualche modo limitato l’uso di internet per i giurati». Gli esempi citati dal ministro, che nel Regno Unito è anche il capo dei giudici nazionali, sono esemplificativi e spiegano meglio l’ampiezza del problema: in un processo molto seguito, alcuni giurati hanno usato la Rete per trovare particolari su un accusato di un caso di stupro. Facendosi condizionare dai risultati trovati, che non hanno alcuna rilevanza dato il non controllo delle fonti su internet, hanno condannato l’uomo all’ergastolo. L’esame del Dna e sei testimonianze a favore non sono servite: condizionati dalle cose atroci che avevano letto sulla Rete, nate probabilmente da passaparola tesi alla caccia al mostro, avevano emesso una sentenza ingiusta.

I

Il giudice è stato costretto a dimettere la giuria, convocarne un’altra e ricominciare da capo. All’inizio dell’anno, un altro giudice è stato costretto alla stessa procedura dopo aver scoperto che un giurato aveva inserito sulla propria pagina di Facebook dei particolari ascoltati durante il processo (per omicidio), chiedendo poi ai suoi amici online: «Secondo voi l’ha fatto o meno?». Ma, secondo Lord Judge, il problema non riguarda soltanto l’uso “attivo” dei social network; il rischio può tranquillamente derivare anche dall’esposizione “passiva” a internet: «Basti pensare a Twitter, un sistema molto utile per altre cose ma che di fatto ti porta sul cellulare l’opinione di chiunque. Su qualunque cosa». Ovviamente, prosegue il ministro, «noi non possiamo e non vogliamo mettere dei limiti alla Rete. Ma se i giurati vengono bombardati da una pioggia di commenti sul caso che stanno seguendo, che succede?». Per questo, rimar-

POPOLARI stico che sociale, «i giovani mettono le lezioni nelle loro macchine e poi scelgono cosa prendere e cosa no. Ma il sistema delle giurie funziona sulla base opposta: parliamo di persone a cui viene chiesto di sedersi e ascoltare, per poi formarsi una propria opinione». La tecnologia, riprende il giudice di più alto grado in Inghilterra e Galles (Scozia e Irlanda usano un altro parametro e non rientrano nell’autorità di Lord Judge), «ha fatto fare all’uomo cose inimmaginabili. E continueremo su questa strada, continuando a evolverci tramite questi nuovi strumenti. Ma dobbiamo prenderne coscienza e ripensare i sistemi usati in un mondo diverso da questo». John Cooper, penalista di grido e giudice del Consiglio d’Appello, si associa: «Non c’è alcun dubbio: il pubblico non è più in grado di apprezzare lunghe arringhe e artifici retorici. Negli ultimi 100 anni è semplicemente cambiato il metodo di assorbire e apprezzare informazioni, il modo in cui ci si forma un’opinione è stato rivoluzionato». La soluzione, sottolinea il ministro, è semplice e nuovissima allo stesso tempo: «Usare proprio la giustizia per limitare questi danni. Impedire ai giurati l’accesso a internet per tutto ciò che riguarda la loro esperienza e punire chi va contro le regole. Impedire loro di usare la Rete per fare ricerche collegate alle sentenze. Creare un nuovo diritto, in pratica, che metta internet fra le realtà della nostra società».

Secondo Lord Judge, il problema della Rete ha proporzioni più ampie: «Sembra che stia morendo la tradizione orale: le persone, soprattutto le nuove generazioni, non ascoltano più chi hanno davanti. Cercano informazioni, su tutto, usando il computer» ca ancora il baronetto, «è importante comprendere una cosa, e cioè che internet non può divenire un fattore inevitabile della vita. Se non rispondiamo a questa crisi, che è molto seria, bisognerà ripensare al metodo con cui giudicare chi finisce davanti alla corte». Quella contro l’abuso delle nuove tecnologie è una battaglia che Lord Judge porta avanti da tempo. In un’intervista rilasciata al momento della sua nomina, nel 2009, aveva infatti sottolineato un altro aspetto della stessa problematica: «Io sono estremamente a favore del sistema delle giurie popolari».

Ma, aggiunge «dobbiamo tenere in considerazione il fatto che le nuove generazioni crescono e vengono educate in maniera diversa dalla nostra esperienza. Penso ai miei nipoti: non imparano più ascoltando chi hanno davanti». Nel nuovo sistema educativo, sia scolaLord Judge, il ministro britannico della Giustizia, che ha lanciato l’allarme sull’abuso di Facebook e Twitter nei processi. In alto la copertina di “La parola ai giurati”, il capolavoro girato nel 1957 da Sidney Lumet


2010_11_23