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Bisogna essere molto forti per amare la solitudine

Pier Paolo Pasolini 9 771827 881004

di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • GIOVEDÌ 4 NOVEMBRE 2010

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Alle elezioni di Midterm, i democratici perdono la Camera: «Adesso accoglieremo le indicazioni dei repubblicani»

Obama: insieme per l’America Il presidente invita alla collaborazione: «Prima che uomini di parte siamo americani». Anche negli Usa la crisi spinge alla «responsabilità nazionale», solo l’Italia resta una palude Il responsabile del Copasir vuole ascoltarlo sui problemi della sua sicurezza di premier

D’Alema convoca Berlusconi

LA LEZIONE AMERICANA

Ha perso il presidente globale di Francesco D’Onofrio nche in Italia sono stati molto numerosi i commenti concernenti le ultime elezioni statunitensi, notoriamente definite di Midterm. È del tutto comprensibile che questi commenti abbiano cercato di cogliere le ragioni strategiche che hanno portato il Gop a conquistare la maggioranza dei seggi alla Camera dei rappresentanti, e ad incrementare i propri seggi al Senato degli Stati Uniti. Si è trattato infatti di ragioni molteplici che riguardano sia quelli che sono stati considerati difetti di Obama, sia le ragioni di un conservatorismo religioso, sociologico o economico tipico dei “Tea party”. Al fondo, poi, ci sono le polemiche sulle due grandi «riforme» di Obama, quella della sanità e quella della finanza.

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La commissione presieduta dal leader pd: «Il Cavaliere venga a riferire». «Il caso Ruby non c’entra», minimizzano i suoi. Intanto due deputati del Pdl aderiscono a Fli Errico Novi e Riccardo Paradisi • pagine 8 e 9

IL MONDO DOPO IL VOTO

Gop Così piloteremo Sfide Sarah e Marco la Casa Bianca preparano il 2012 «Primo, giù le tasse. Ma non solo: smonteremo i progetti di Obama e resteremo in Afghanistan»: John R. Bolton lancia il piano repubblicano Luisa Arezzo • pagina 4

Anna Camaiti Hostert • pagina 5

Mosca Putin trova un nemico debole

Cina Ma ha perso anche il regime

Obama ha promesso che taglierà le spese per la Difesa: così le urne hanno regalato alla Russia la vittoria sull’«odiato» scudo Usa

La “questione Cinese” è entrata nel dibattito politico americano: e così gli elettori hanno punito chi si è piegato alle pressioni di Pechino

Enrico Singer • pagina 2

Wei Jingsheng • pagina 6

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Non basta più «scandalizzarsi»

Nuovo richiamo dall’Europa. E riprendono gli scontri in Campania

Un grande progetto per superare il berlusconismo

L’Ue all’Italia: ripulite Napoli Il Papa: «Ma la spazzatura è anche nelle coscienze»

di Savino Pezzotta

di Franco Insardà

a capacità di Berlusconi di rovesciare i discorsi è formidabile. Mentre su di lui imperversa la polemica “Ruby” e i commentatori si arrovellano in analisi sofisticate, anziché stare zitto e buttare acqua sul fuoco in attesa che si parli d’altro, scatena un’altra tormenta. Di fronte a questo modo di fare ci sono solo tre strade: indignarsi, riconoscersi o restare indifferenti. Ma Berlusconi in questo modo finisce per imporre i suoi discorsi e i suoi ragionamenti al punto tale da far apparire la vicenda paradossale e ridanciana.

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a pagina 8 seg1,00 ue a (10,00 pagina 9CON EURO

Dopo Sarah Palin, la stella del Midterm è Marco Rubio, il leader del Tea Party. I repubblicani li sognano in coppia alle presidenziali

I QUADERNI)

cupa poco di cose terrene l’Unione europea, più prosaicamente, impone all’Italia di ripulire immediatamente Napoli. Il commissario europeo all’Ambiente, Janez Potocnik, ha chiesto «azioni immediate per far fronte all’emergenza». Il tutto mentre a Terzigno e a Giugliano la tensione è ancora molto alta con i cittadini che hanno tentato di impedire il passaggio degli autocompattatori diretti alle discariche. a pagina 10

ROMA. I rifiuti di Napoli, checché ne pensino i leghisti dalle parti di via Bellerio, non sono un’emergenza locale. Sia Benedetto XVI sia l’Unione europea proprio ieri hanno fatto sentire la loro voce autorevole. Al Papa sono bastate poche parole per fotografare la realtà italiana: «La spazzatura non c’è solo in diverse strade del mondo ma in tante anime». Ma se il Pontefice si oc• ANNO XV •

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IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


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l’analisi La lezione che arriva dal voto di Midterm

Ha perso il presidente «globale» di Francesco D’Onofrio nche in Italia sono stati molto numerosi i commenti concernenti le ultime elezioni statunitensi, notoriamente definite di Midterm. È del tutto comprensibile che questi commenti abbiano cercato di cogliere le ragioni strategiche che hanno portato il Gop a conquistare la maggioranza dei seggi alla Camera dei rappresentanti, e ad incrementare i propri seggi al Senato degli Stati Uniti. Si è trattato infatti di ragioni molteplici che riguardano sia quelli che sono stati considerati difetti di Obama, sia le ragioni di un conservatorismo religioso, sociologico o economico, come nel caso del più volte richiamato “Tea party”. Difetti di Obama, di volta in volta sono stati considerati sia il fatto che alcune sue politiche riformatrici sono apparse troppo timide per i democratici “radicals”, sia il fatto che queste riforme – quella sanitaria e quella finanziaria – hanno posto in discussione, da un lato, elementi fondamentali della cultura iper-individualistica statunitense, e, dall’altro, elementi altrettanto fondamentali della propensione di Wall Street a ritenersi sempre e comunque dominante nelle scelte finanziarie statunitensi. Perciò, il voto favorevole al Gop ha rappresentato sia una spinta verso il populismo americano di destra sia una spinta verso il centro economico e sociale.

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Obama resterà un intransigente oppositore democratico soprattutto del populismo del “Tea party”, e dovrà cercare di combinare la sua proposta di cambiamento (il suo slogan infatti era “Change”, che era posto a fondamento del molto più noto“Yes, we can”) costruito sulla speranza (che Obama stesso aveva significativamente espresso con “Hope”), con il tradizionale moderatismo da “middle class”, che caratterizza la vita politica statunitense. Combinare pertanto lo slogan fondamentale “Yes, we can” con i due presupposti “Change” e “Hope” rappresenta la sfida che Obama stesso dovrà affrontare nel secondo biennio della sua presidenza. Appare infatti necessario a questo punto collocare la presidenza Obama nel nuovo contesto del multipolarismo mondiale, perché Obama stesso era apparso sin dall’inizio una sorta di ideale presidente della globalizzazione, più ancora che presidente degli Usa. È infatti proprio questo rapporto tra gli Stati Uniti da un lato e il nuovo multipolarismo mondiale della globalizzazione dall’altro a rappresentare una grande novità sulla scena politica mondiale. Anche negli Stati Uniti c’è un conflitto sempre più marcato tra l’originaria identità dello Stato nazionale e la globalizzazione che pone a confronto i vecchi Stati nazionali con i nuovi rilevanti protagonisti dell’economia mondiale, quali la Cina, l’India, il Brasile e la Russia. In questo contesto è come se l’autunno della vecchia Europa trovasse nel presidente degli Stati Uniti un leader capace a un tempo di essere ancora un grande leader di un antico Stato-Nazione, e anche un protagonista del nuovo multipolarismo. Ma è di tutta evidenza che se anche negli Stati Uniti a fronte del “Change” che Obama ha proposto, prevale la paura rispetto alla “Hope”, il risultato delle elezioni statunitensi del Midterm costituirà un freno molto forte per il “Change” medesimo. Occorre in questo contesto considerare, infine, che con pochissime eccezioni, non si scorgono nel nuovo multipolarismo mondiale, entità politiche capaci di combinare democrazia e sviluppo. Questa è la sfida di fronte alla quale è posto Obama, e mai come oggi, noi europei possiamo vedere in lui in qualche misura anche il nostro Presidente.

il fatto Il leader statunitense si assume «la responsabilità» del crollo dei democratici

«Io, sconfitto dalla crisi»

Battuto alla Camera ma non al Senato, Barack Obama offre collaborazione ai repubblicani. Ma non vuole rinunciare alle sue riforme. E Mosca spera nello stallo di Enrico Singer adesso? Che le elezioni di midterm avrebbero dato un grosso dispiacere a Barack Obama cambiando la mappa politica degli Stati Uniti era stato ampiamente previsto da tutti i sondaggi e dai commentatori più informati e onesti. Ora che è successo conviene immaginare le prossime puntate di una storia che era cominciata, due anni e mezzo fa, in nome del yes we can e che rischia di impantanarsi in quello che gli americani chiamano il gridlock, lo stallo, con un Congresso diviso - perché la Camera dei Rappresentanti è andata ai repubblicani e il Senato è rimasto ai democratici - e, soprattutto, perché il Presidente è dimezzato. È un’anatra zoppa: un lame duck, per rimanere nel gergo politico d’oltreoceano, e dovrà ingaggiare una difficile partita con i suoi avversari che già sperano di sloggiarlo dalla Casa Bianca nel 2012 perché, in fondo, le elezioni di martedì non erano altro che un referendum su di lui e sul suo operato.

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Il primo messaggio che Obama ha lanciato ieri si è mosso su due piani. Da una parte ha ammesso la sconfitta, ma ne ha attribuito la colpa alla crisi economica «che ha frustrato l’America» e ha cercato di rassicurare il suo elettorato, almeno quello che gli è rimasto fedele, confermando gli impegni presi per le riforme. Dall’altra, è stato distensivo con i vincitori ai quali ha offerto «collaborazione bipartisan» come, del resto, è nella tradizione americana perché non è la prima volta che un Presidente si trova a coabita-

re con un Congresso ostile: è già successo a Ronald Reagan, a Bill Clinton e a George Bush. Anzi, a loro andò peggio perché nelle elezioni di metà mandato persero la maggioranza sia alla Camera che al Senato. E proprio dai numeri conviene partire per valutare il terremoto politico del 2 novembre. I repubblicani hanno conquistato 239 seggi nella House of Representatives - con un progresso di oltre 60 - lasciandone soltanto 196 ai democratici. Nancy Pelosi, così, lascerà la presidenza della Camera che andrà a John Boehner, attuale leader repubblicano, da metà gennaio, quando si insedieranno tutti i nuovi eletti. I repubblicani hanno vinto nel Midwest, negli Stati del centro e nel Sud. Hanno vinto anche in Florida, Ohio e Pennsylvania: gli Stati decisivi nelle ultime tre elezioni presidenziali. Anche al Senato c’è stato un progresso repubblicano sottolineato simbolicamente dalla conquista del seggio dell’Illinois che fu di Obama - ma che non è bastato per rovesciare la maggioranza perché era in palio soltanto un terzo del totale dei cento seggi dell’ala alta del Congresso. Per il Presidente, però, la sconfitta più bruciante è stata proprio quella in Illinois dove il candidato repubblicano, Mark Kirk, ufficiale della riserva dei servizi segreti della Marina, veterano dell’Iraq e dell’Afghanistan, ha strappato ai democratici una specie di seggio-trofeo battendo, sia pure di misura, Alexi Giannoulias, pupillo di Obama e suo compagno di basket.

Anche la battaglia dei governatori ha confermato l’ondata dei repubblicani che hanno guadagnato dodici Stati, incluso l’Ohio dove Barack


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il personaggio

La favola italo-americana di Andrew Sulle note di Renato Carosone, Cuomo Jr. stravince nello Stato di New York (grazie a Clinton) di Velia Majo

NEW YORK. Nelle ultime settimane, il candidato democratico alla poltrona di governatore dello stato di New York, Andrew Mark Cuomo, ex procuratore generale, aveva allungato il margine di vantaggio sul suo avversario, l’italoamericano Carl Paladino, l’uomo del Tea Party. Insomma, la vittoria di Andrew Cuomo era stata annunciata grazie anche ai numerosi endorsement, gli appoggi che il ministro della Giustizia è riuscito a conquistare, come quello da Syracuse del Business Council of New York State: Cuomo ha infatti nel suo programma l’introduzione di un limite all’aumento delle tasse sulla proprietà e la riduzione della spesa pubblica. Due elementi fondamentali per il rilancio dell’economia dello stato di New York. Anche tra le fila repubblicane Cuomo ha ricevuto endorsement trasversali: quello dell’Executive della Onondaga County, Joanie Mahoney, considerata una delle stelle nascenti del partito repubblicano. Ma sono stati soprattutto l’appoggio del sindaco di New York Michael Bloomberg e quello dell’ex presidente Bill Clinton a dare la stretta finale sulla sua candidatura. Per questo motivo, la settimana scorsa, preceduto dalle note di Tu vuo’ fa l’americano di Renato Carosone, Bill Clinton ha riscaldato la sala di studenti, soprattutto neri, del College of Technology di Brooklyn. È pro-

prio da Bill Clinton che Andrew Cuomo, negli anni Novanta, ha ottenuto i suoi primi incarichi di rilievo, come il delicato ruolo a Washington di ministro per l’Edilizia popolare.

53 anni, già sposato con Kerry Kennedy, figlia di Bob, il governatore vive con Sandra Lee, star di Food network

la politica. Anche Paladino si riprometteva di “pulire”Albany dalla corruzione ma con «una mazza da baseball». Le sue parole di disapprovazione, nonostante Paladino abbia cercato di riparare in seguito, contro i gay, hanno dato più forza alla candidatura del suo avversario e l’opporsi alla costruzione della moschea a Ground Zero, non è sembrato abbastanza. Andrew ha 53 anni è stato sposato con Kerry Kennedy, una delle figlie di Bob Kennedy, ma il matrimonio, visto come l’unione tra le due dinastie del partito democratico, dopo tre figlie è finito ed ora Andrew vive con Sandra Lee, una star di Food Network, la rete Usa tutto ricette 24 ore su 24.

bany governando per 11 anni e per ben tre mandati dal 1983 al 1994. Quello stesso Mario Cuomo che rifiutò la sua candidatura alla Casa Bianca e che proveniva dal quartiere di Queens, dove il padre Andrea, emigrato da Nocera Inferiore, in provincia di Salerno, era proprietario di un negozio di alimentari in South Jamaica, proprio nel Queens dove anche Andrew è nato. La vittoria di Andrew Cuomo è stata possibile, secondo alcuni, perché non ha avuto rivali all’altezza. Il suo fare rigido ed impettito ha convinto l’elettorato di New York molto di più del miliardario, Carl Paladino, che è apparso dai modi rozzi e poco adatti al-

Per Cuomo la conquista della poltrona di governatore dello stato di New York, che ha un elettorato liberal o centrista, ha tutto il sapore di una rivincita: risale al 2002 il primo tentativo di ereditare la poltrona di Albany, ma era fallito quando Andrew aveva fatto infuriare gli afroamericani di New York prendendosela con uno dei loro leader. In seguito aveva cercato di ricostruire il suo futuro politico vincendo l’elezione per Attorney general, ministro della Giustizia, al posto di Eliot Spitzer, coinvolto in uno scandalo a luci rosse, e da quella posizione pian pian è riuscito a riconquistare il favore dell’opinione pubblica di New

Andrew è figlio dell’ex governatore di New York, Mario Cuomo che conquistò la poltrona di Al-

Obama aveva scelto di chiudere la campagna elettorale. In controtrendenza ha votato la California dove sarà il democratico Jerry Brown a prendere il posto di Arnold Schwarzenegger. Ma fare la conta di quello che hanno perso i democratici e guadagnato i repubblicani non basta e può indurre in errore perché se è vero che il partito di Obama ha pagato la delusione e lo scontento di parte del suo elettorato per i risultati della prima metà del mandato, schiacciata dalla crisi economica e dalla disoccupazione, nel successo repubblicano molto ha pesato la novità del movimento neoconservatore del Tea MARK KIRK Party. Sono i suoi candidati i volti più significativi della vittoria repubblicana, da Rand Paul in Kentucky a Marco Rubio in Florida, e già dichiarano di voler andare a Washington per «cambiare le cose» avvertendo che non faranno sconti né all’amministrazione democratica, né al loro stesso partito.

redini di quello esistente. E questo lascia prevedere grossi cambiamenti all’orizzonte. Sul fronte democratico, Obama dovrà risalire la china con una svolta politica se vorrà tentare la rielezione nel 2012, oppure sarà la volta di un altro candidato: magari sarà davvero il momento di Hillary Clinton. Sul fronte repubblicano è possibile che proprio dal Tea Party uscirà il concorrente per la Casa Bianca. O, almeno, ne sarà influenzato in proporzione allo spazio che riuscirà a conquistarsi all’interno del partito.

I repubblicani hanno già recapitato a Obama le prime tre iniziative legislative che propongono per avviare la tanto invocata «collaborazione bi-

York. «Non è stato facile rimettersi in piedi, l’ho sperimentato sulla mia pelle». Quando Andrew Cuomo assumerà l’incarico il 1 gennaio 2011, il suo impegno principale dovrà essere quello di far quadrare i conti perché lo stato di New York ha un passivo di 9 miliardi di dollari. Il suo programma (per alcuni copiato da quello dei Tea Party) prevede il contenimento delle tasse statali, che stanno letteralmente soffocando lo stato.

sciente che, se non troverà la terapia giusta per suscitare una ripresa che crei posti di lavoro, la sua presidenza resterà associata a una fase di declino del Paese.

Il futuro di Obama non è una partita che interessa soltanto gli americani. Da questa parte dell’oceano c’è la Russia che considera il rischio del gridlock, lo stallo, a Washington come un potenziale vantaggio per Mosca. E c’è l’Europa che, al contrario, potrebbe pagarne le ripercussioni negative. Per esempio sul capitolo delle spese militari indispensabili per fronteggiare sia il dopoguerra in Iraq che la guerra in Afghanistan. Qualora l’Amministrazione Usa fosse davvero costretta a tagliare la spesa pubblica - e non volesse rinunciare alla riforma della sanità - non potrebbe non incidere sul bilancio della Difesa che, nel 2010, ha assorbito quasi 700 miliardi di dollari. Ma una riduzione delle spese militari americane finirebbe col tradursi in una maggiore pressione sugli alleati della Nato per mantenere il livello dell’apparato militare a una quota adeguata alle necessità. Per Obama, tra l’altro, uno dei primi banchi di prova della fase-due della presidenza sarà la scelta del successore del segretario alla Difesa, Robert Gates, che ha annunciato, già prima del voto del 2 novembre, la sua intenzione di dimettersi all’inizio del prossimo anno. Gates è un indipendente molto vicino ai repubblicani: è stato segretario alla Difesa anche con Bush, dopo le dimissioni di Donald Rumsfeld, e ha guidato la Cia tra il ’91 e il ’93. Obama potrebbe scegliere un personaggio con le stesse caratteristiche in nome della nuova coabitazione. Ma a Washington c’è chi scommette che la scelta cadrà sull’attuale segretario di Stato, Hillary Clinton. E anche questo sarebbe un segnale.

Il primo banco di prova della fase-due sarà la scelta del nuovo segretario alla Difesa. L’Europa pagherà il taglio delle spese militari?

partisan». Taglio della spesa pubblica, prolungamento a tempo indeterminato dei tagli fiscali varati da George W. Bush e smantellamento della riforma sanitaria. Se le prime due sono realizzabili, o quantomeno negoziabili, la terza sarebbe la sconfessione della principale riforma che BaIl Tea Party emerge come la rack Obama ha condotto in porto al prezzo di grande novità del panorama poliuna battaglia durissima. E, per il momento, il PreMARCO RUBIO tico americano. Ha studiato alla sidente appare ben deciso a non fare marcia inperfezione proprio il modellodietro. Dalle sue prime mosse - oggi parte per un Obama del 2008, ha sfruttato la mobilitazione della so- viaggio in Asia che lo porterà in India, Indonesia, Corea cietà civile per scardinare l’apparato repubblicano: non del Sud e Giappone - emerge una strategia che mette il vuole diventare un terzo partito, ma vuole prendere le rilancio dell’economia al centro di tutto. Obama è co-


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L’ex ambasciatore americano all’Onu commenta la sconfitta dei democratici e fa progetti per il futuro del Gop

Così governeremo Obama «Primo, giù le tasse: è un passo essenziale per rivitalizzare l’economia. Ma non solo: smonteremo tutti i progetti del presidente. E resteremo in Afghanistan»: John R. Bolton lancia il manifesto dei repubblicani dopo il voto di Midterm di Luisa Arezzo on trattiene il sorriso John R. Bolton, e pare quasi di vedere il suo sollievo far capolino da sotto i baffi rossicci. Soprannominato il “falco” durante gli anni di George W. Bush, quando era l’ambasciatore Usa presso le Nazioni Unite (che vorrebbe veder riformate da capo a piedi), Bolton è prima di tutto un diplomatico e un analista di politica, nazionale e internazionale, di rango. E benché repubblicano doc (oggi dirige un dipartimento all’American Enterprise Institute di Washington, il think tank di chiaro orientamento conservatore) il suo sorriso è tutto fuorché un ghigno di soddisfazione. Piuttosto è un sospiro di sollievo per aver ”azzeccato” da mesi, il senso di disorientamento e frustrazione del popolo americano di fronte al sogno spezzato di Barack Obama. Ambasciatore, qual è la sua opinione su queste elezioni di Midterm? È un risultato eccellente. Certo, non abbiamo ancora sotto ma-

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no tutti i numeri, ma alla Camera il margine del successo repubblicano è compreso fra i 60 o 64 deputati. Il più grande cambiamento alla Camera, in termini numerici, dal 1948. Sotto questo punto di vista l’elezione di Midterm è di enorme portata. Anche al Senato i numeri parlano chiaro. Checché ne dicano i democratici, è un dato di fatto che da oggi la Camera alta sarà guidata da entrambi gli schieramenti. Nessuno potrà dirigere i lavori a senso unico. Infine, a livello statale, c’è da considerare l’alto numero di governatori repubblicani eletti. Un dato che cambierà - è inevitabile - i rapporti con Washington e che muterà l’azione legislativa a livello sia locale che nazionale. Stiamo parlando di almeno 7 e forse 10 governatori repubblicani. Non solo: la loro nomina inciderà moltissimo anche in previsione delle prossime elezioni presidenziali del 2012. Penso ad esempio agli Stati dell’Ohio e della Pennsylvania. Ma non è solo una questione di numeri. Queste elezio-

ni di Midterm avranno un enorme impatto anche in seno allo stesso elettorato democratico, che certamente nel 2012 non vorrà trovarsi davanti a una disfatta come questa. Inutile nascondersi che martedì l’America ha assistito a una forte emorragia di voti, indirizzati verso i candidati del Gop. Molti democratici sono davvero preoccupati per le prossime elezioni. Il nuovo senatore della Virginia, ad esempio, democratico, è molto critico rispetto al Cap and Trade (fortemente

«Il grande successo alla Camera è pari soltanto a quello del 1948»

voluto da Obama) e questo è solo l’inizio di una polemica con l’operato presidenziale che si farà evidente nei prossimi mesi. Il punto allora è capire cosa adesso voglia fare il presidente Obama e come risponderà a questa sconfitta. Se sposterà il suo baricentro al centro dell’agone politico o se continuerà ad operare esclusivamente a sinistra. Una risposta che non darà certo nelle prossime ore, ma che è fondamentale per muoversi verso una sua eventuale rielezione.

Obama ha teso la mano al nuovo speaker della House of Representatives, John Boehner. La sua telefonata è stata amichevole, tanto da fargli dire: «Lavoriamo insieme». Un segno di debolezza o di real politik? Io credo che questo sia quello che un presidente debba dire. E soprattutto quello che gli elettori vogliono sentire all’indomani di una tornata elettorale. Per gli americani è fondamentale sapere che gli schieramenti sono pronti a rimboccarsi le maniche, lavorare assieme e trovare delle soluzioni ai problemi. Quel che è certo è che nelle prossime settimane si continueranno a spendere parole e dichiarazioni di cooperazione. Se poi chi le pronuncia intenda davvero metterle in pratica è un’altra questione. Personalmente non attribuisco grande valore a questo genere di teatrino verbale post elettorale. Credo invece che bisogni aspettare e vedere quello che succede.


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Le urne premiano i capi più populisti: i “vecchi” repubblicani dovranno fare i conti con loro

Sarah e gli altri: ecco chi correrà per la Casa Bianca fra due anni

La Palin ha vinto le elezioni. Ma accanto a lei è nata la stella del leader dei Tea party, Marco Rubio. E c’è già chi li vuole in coppia per il 2012 di Anna Camaiti Hostert differenza delle elezioni presidenziali che riescono nella maggior parte dei casi a catturare lo spirito generale del Paese, le Midterm elections sono sempre più frammentarie. La chiara vittoria dei repubblicani che si sono ripresi il controllo della Camera con 239 seggi contro 184 con alcuni Stati, come l’Alaska, ancora in ballottaggio e sono molto vicini al Senato con 47 seggi contro i 51 democratici, riflette questo stato d’animo. Lo spirito di frammentarietà segue sempre l’elezione di un presidente sostenuto da un incondizionato consenso popolare come nel caso di Obama.

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E sono proprio i candidati dei Tea Party a illustrare questa condizione. Così, mentre nel Kentucky gli elettori hanno mandato alla Camera il libertario Rand Paul, figlio del più famoso Ron Paul che corse contro Obama nelle elezioni presidenziali del 2008, nel Delaware hanno punito Christine O’Donnel confermando il candidato democratico Coons. Al grande entusiasmo dell’elezione di Obama segue ora la rabbia e la delusione di un Paese che registra un tasso di disoccupazione del 9,6% con molti lavoratori sottoccupati e una situazione economica se non priva di una piccola ripresa certo ancora stagnante. Il tasso di gradimento di Obama è calato dall’88% al momento della sua elezione al 44% di oggi. La presenza governativa viene percepita come troppo ingombrante e troppo invadente con un deficit federale che è velocemente cresciuto a causa della guerra in Iraq e dello stimulus package varato per rivitalizzare l’economia e che alla fine di settembre era calcolato in 1.3 trilioni di dollari. Questo ha in parte determinato la reazione degli elettori che hanno nella maggior parte dei casi rifiutato i candidati del partito democratico. Ma sarebbe un errore in queste elezioni sottovalutare l’aggressiva campagna elettorale guidata dall’ala conservatrice sebbene questa non sia stata del tutto compatta. Infatti anche per il Partito repubblicano c’è una lezione da imparare e una nuova strategia da mettere in atto. I Tea party costituiscono una spina nel fianco difficile da ignorare, e quando nel 2012 ci saranno le future elezioni presidenziali e il partito dovrà trovare un accordo per un candidato unico, sorgeranno grossi problemi se non verrà ascoltata la voce di questo nuovo movimento, spesso critico nei confronti dell’establishment repubblicano come nel caso dell’aperto contrasto tra Christine O’Donnel e Karl Rove. Si può paragonare la differenza filosofica che c’è tra i repubblicani di

Wall Street e gli elettori dei Tea Party del Kentucky a quella tra la candidata repubblicana del Maine Olympia Snowe e quella moderata democratica della California Dianne Feinstein. In alcuni casi i Tea Party hanno espresso facce nuove che hanno costituito una minaccia nei confronti del Partito repubblicano come in Florida, dove il candidato di origini cubane Marco Rubio ha spodestato quello repubblicano Charlie Crist. Sostenuto dall’ex candidata alla vice presi-

Potrebbero rappresentare una alternativa alle candidature democratiche nelle prossime presidenziali denza Sarah Palin, che lo ha definito «l’incarnazione di ciò che i Repubblicani davvero rappresentano», e un possibile candidato per le presidenziali del

2012, Marco Rubio ha dichiarato: «Si commetterebbe un grave errore se si pensasse che questi risultati costituiscono un abbraccio nei confronti del Partito Repubblicano. Sono invece una seconda chance per i Repubblicani di diventare quello che hanno promesso di essere non molto tempo fa». Il commento del neo senatore si riferisce soprattutto alla spesa pubblica percepita come una delle cause del cattivo andamento dell’economia e spinge Palin, che di questo si è fatta paladina, a fare delle avance nei confronti della sua prossima candidatura alle presidenziali del 2012, magari in coppia con il giovane Rubio. «Se qualcuno come Marco, che ha sposato valori giusti e ripristinato grandi principi, manifesta la volontà di fare il sacrificio di presentarsi per le ragioni giuste, sarei la sua più grande sostenitrice. Se tuttavia non ci sono candidati in lizza per compiere questo dovere, e sentissi che questa è la cosa giusta per la mia famiglia e per il Paese, sarei pronta a fare sacrifici e mi presenterei alle prossime elezioni», ha dichiarato l’ex governatrice dell’Alaska. La coppia potrebbe rappresentare una possibile alternativa alle candidature democratiche nelle prossime presidenziali e si affiancherebbe a candidati di vecchia data come Mitt Romney, Mike Huckabee o perfino Newt Gingrich, costituendo tuttavia una vera novità nel panorama politico nazionale.

Ciò che è stato considerato l’atteggiamento elitario di Obama ha costituito il più grande ostacolo alla elezione dei candidati democratici e rappresenta ancora un pericolo per la sua rielezione. La posizione di nero che ha frequentato Harvard e il fatto che sia uno dei politici capaci di fare fund raising per milioni di dollari come nessun altro è riuscita a oscurare il passato di figlio di madre single che è dovuta sopravvivere con i sostentamenti governativi (food stamps), e di studente che ha impiegato anni per ripagare il debito contratto per i suoi studi. Ma questo è avvenuto non tanto a causa del suo atteggiamento personale, ma soprattutto a causa della mancanza di attenzione a quello che si è rivelato lo spirito di una nazione impaurita e disperata. Forse questa dura lezione riuscirà a risvegliare la sua vera anima popolare, senza che demagogicamente sposi una svolta populista.

Grande successo è stato ottenuto dai candidati del Tea Party. Come ”digerirà”il Gop queste new entry? Il Tea Party è un movimento che si inserisce perfettamente nel partito repubblicano. Dovessi definirlo direi che è una sorta di “intra-partito”. Non assisteremo a cambi di rotta o a separazioni. Cosa farà adesso il presidente Obama? Secondo me il presidente non ha ancora ben chiara la direzione da seguire: ma questa è una conseguenza della separazione dei poteri, questa è la differenza principale fra il governo statunitense e il sistema parlamentare europeo dove un primo ministro, se ha una maggioranza anche nella sua coalizione, ha la maggioranza in Parlamento. Ovviamente questo non vale negli Stati Uniti. E le prime mosse dei repubblicani quali saranno? Cercheranno di abrogare quasi tutto quello che Barack Obama ha avviato in questi due anni. E l’economia non risentirà di questo cambio di rotta, anzi! Da adesso in poi, con la maggioranza repubblicana alla Camera, non si parlerà più di nuove tasse o regolamentazione finanziaria. E credo che questo si rivelerà un vantaggio sia per l’economia sia (che ironia!) per lo stesso Obama. Non dimentichiamoci che la gente, alle elezioni presidenziali, spesso vota a seconda di come sta andando l’economia. Ma per capire davvero cosa succederà nei prossimi due anni bisognerà aspettare il prossimo 15 novembre, quando inzierà quella che noi chiamiamo la sessione dell’anatra zoppa. In quell’occasione, inevitabilmente, Obama dovrà indicare all’America come ha intenzione di governare nei prossimi due anni, come risolverà la riduzione delle imposte e come imposterà il bilancio per l’anno fiscale 2012. Meno di due settimane, e cominceremo a capire dove andrà la presidenza statunitense. Ambasciatore, non è un mistero che Obama voglia cominciare il ritiro dall’Afghanistan nel 2011. È lecito pensare che i repubblicani non saranno d’accordo... La questione verrà affrontata a dicembre, in occasione di un importante dibattito sulla politica Usa in Afghanistan calendarizzato già da molto tempo. E sono certo che in quella data si tornerà anche a parlare di Iraq. Lì capiremo se Obama intende apportare dei cambiamenti alla sua politica estera. Politica estera che, ricordo, non è mai entrata di peso in queste elezioni di Midterm, nonostante l’allarme terrorismo e i pacchi bomba arrivati dallo Yemen.


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L’analisi del più grande dissidente cinese: la guerra dello yuan e la bilancia commerciale hanno modificato il risultato delle urne

Ha perso anche Pechino

La “questione Cina” è entrata di prepotenza nel dibattito politico americano: gli elettori hanno punito chi si è piegato troppo al regime di Wei Jingsheng el corso di queste ultime settimane, la campagna elettorale per le elezioni di midterm si è infuocata. L’impegno dei candidati è stato intenso, sia dal punto di vista fisico che di immagine. Dato che la preoccupazione maggiore del corpo elettorale riguarda i temi dell’economia e dell’occupazione, è normale che la Cina sia divenuta un tema chiave fra i vari concorrenti. Harry Reid, per la sua ri-elezione al Senato, ha pubblicato immagini di lavoratori cinesi ed ha attacco il suo rivale, Sharron Angle, che a suo dire «li sostiene, tramite il sostegno all’eliminazione delle tasse corporativistiche».

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Anche il candidato democratico dell’Ohio, Zack Space, ha accusato il suo oppositore Bob Gibbs di «sostenere politiche di libero mercato che di fatto spediscono i posti di lavoro del nostro Stato in Cina». In California, la Cina è divenuta un fulcro per quasi tutti i dibattiti politici: sia quelli per il governatore che per il Senato. Dato che entrambe le candidate repubblicane hanno un passato da dirigenti di azienda, i democratici le hanno accusate di aver diversificato e delocalizzato la loro produzione in Asia, bruciando posti di lavoro. Anche i repubblicani hanno attaccato. Un gruppo conservatore noto come “Cittadini contrari agli sprechi del governo” ha

lanciato una pubblicità nota come “il professore cinese”. Si vede una lezione di economia a Pechino, nel 2030, e un docente cinese che spiega come «le grandi potenze del secolo scorso siano crollate perché hanno rinnegato i principi liberali e di libero commercio che le avevano rese grandi». Ma questo dibattito non è nuovo; al contrario, le sue radici affondano in tempi lontani nella storia americana.

Persino gli spot elettorali rispecchiano il problema: per sminuire un avversario, si dice che è sempre stato un “amico di Pechino” In passato, i politici cinesi e alcuni esponenti della politica americana si sono uniti per usare il lavoro a basso costo tipico della Cina e il mercato americano – caratterizzato da prezzi molto alti – al fine di guadagnare molto. Per più di un decennio, i capitalisti americani e

quelli cinesi, le imprese statali, le lobby, i dirigenti comunisti e tutti coloro che gli ruotano intorno hanno guadagnato cifre enormi. Ma i salari dei lavoratori cinesi non sono cresciuti e il mercato interno è ancora molto piccolo.

Nel frattempo, molti americani hanno perso il proprio posto. Quindi, la media della popolazione delle due nazioni non ha avuto alcun beneficio da questo

patto. Lo schema è il cosiddetto “modello cinese”, che parte dall’interesse personale e da quello di piccoli gruppi. E la colpa è anche dei politici americani: molti di loro hanno sostenuto l’ingresso della Cina nel gruppo delle “nazioni favorite”, permettendo ai prodotti cinesi di entrare liberamente nel mercato americano. Ma la situazione non è bilaterale, non parliamo di libero commercio. Nei fatti, gli Stati Uniti hanno offerto alla Cina un trattamento preferenziale; Pechino non l’ha fatto, dato che non ha un mercato aperto da offrire alla controparte.

Il risultato? Gli americani hanno perso il lavoro e in Cina è aumentata l’inflazione, riducendo ancora di più il potere d’acquisto dei lavoratori cinesi. Il governo centrale e autocratico di Pechino, guidato dal Partito non comunista, permetterà l’aumento dei salari interni; temono il crollo della crescita economica. Non permetterà la creazione di sindacati indipendenti. Non permetterà ai lavoratori di avvicinarsi ai loro diritti. In questo

modo, i capitalisti di entrambi i Paesi possono comprare a basso costo in Cina e rivendere in America a prezzo maggiorato, guadagnando così enormi profitti. In passato, i comunisti accusavano i capitalisti americani di mettere le mani su questi guadagni; oggi non si vergognano neanche più di questo modo di fare, che per loro è “capitalismo socialista”. In questo modo, inoltre, si è verificato un passo ulteriore: con questi profitti, i capitalisti cinesi hanno iniziato a comprarsi i politici americani e occidentali in genere. A fronte di tutto questo i cinesi non possono fare molto, dato che non hanno il diritto di parlare. Ma gli americani possono fare qualcosa: possono esprimere il proprio disappunto, se sono in disaccordo, con la classe politica. Ed è quello che hanno fatto con questa elezione. Oggi, la popolazione ha capito che è la squilibrata bilancia commerciale fra Stati Uniti e Cina a causare il crollo dell’economia e la disoccupazione. In passato i politici hanno cercato di nascondere questa correlazione, ma oggi il popolo ne ha coscienza. E quindi, come sempre, chi comanda cerca di scaricare la responsabilità sugli altri.

Ma la responsabilità, in questo caso specifico, è di entrambi i partiti in gara. E come risultato abbiamo visto quanto sia


speciale/elezioni usa

cresciuto il movimento dei Tea Party. Anche se non è un passo formale nella politica americana, è un passo importante: dopo che la gente ha iniziato a capire che cosa hanno fatto i politici, hanno iniziato a organizzarsi in un’altra maniera. Se i politici americani si avvicinano troppo ai comunisti, qualcosa non funziona.

Ora, il denaro non può semplicemente redirigere il voto quando la gente non è felice. E la differenza sostanziale fra Pechino e Washington è proprio questa: la seconda è molto attenta ai bisogni della popolazione, mentre la prima li ignora, del tutto e volutamente. Questo non per una questione di bontà innata: la verità è che, se i politici americani perdono il voto, non hanno più nulla. Bisogna poi considera che la “questione Cina” è divenuta fondamentale nella campagna elettorale per queste midterm anche alla luce di altre problematiche: l’opposizione cinese al libero mercato; il sostegno di Pechino a Iran e Corea del Nord e la soppressione dei comunisti dei diritti essenziali della popolazione. Resta poi la questione dello yuan, che il governo cinese non vuole rivalutare e che Washington, invece, insiste per mettere sul mercato: tutti i problemi già esposti sono importanti, ma questo è decisivo. Il motivo che spinge gli americani a bilanciare il commercio con la Cina, e eliminare il deficit commerciale, è ovvio. Si tratta di restaurare la vitalità dell’economia americana e uscire dalla crisi economica. Molte persone sanno che la crisi economica è stata causata dall’enorme deficit commerciale

con l’estero, mantenuto per un lungo periodo di tempo. La causa principale di questo deficit è ascrivibile all’irragionevole prezzo del lavoro, estremamente basso, mantenuto in Cina dal regime comunista cinese. Per ottenere questo risultato ci sono due strade principali. La prima è quella di sopprimere i sindacati e i movimenti per i diritti umani, esattamente come fa il governo cinese. La seconda è quella di mantenere sotto il prezzo del mercato la propria valuta, lo yuan renminbi. Se la valuta cinese è sottostimata anche il prezzo di tutte le esportazioni cinese lo è, e questo lo rende artificialmente molto competitivo.

Questa è la vera ragione per cui i beni cinesi – di qualità bassa, dal marchio falso e scadenti – possono riempire i mercati occidentali. In realtà la Cina non ha molti prodotti che possano rispondere agli standard internazionali, dato il livello di avanzamento tecnologico e l’importazione di tecnologia straniera più avanzata. Ma esistono molti più prodotti che si affidano esclusivamente al prezzo stracciato per divenire

Entrambi i partiti si sono macchiati di “collaborazionismo”: ecco perché è emerso con forza (e velocità) il gruppo dei Tea Party competitivi, rendendo il made in China sinonimo di materiali scadenti che infestano senza senso i mercati delle imprese occidentali. Questa attività ha provocato due strani fenomeni globali, nell’ultimo decennio. Il primo è che la qualità dei prodotti è andata peggiorando. Il secondo è che il benessere ha iniziato a concentrarsi di più. Da una parte le nazioni ricche, che stanno diventando povere, e dall’altra quelle povere che si arricchiscono. Dall’altra parte, senza tener conto della ricchezza di una nazione, ci sono i ricchi che diventano sempre più ricchi mentre i poveri diventano più poveri. Il Prodotto interno lordo cresce sia nelle nazioni ricche che in quelle poveri, ma i consumi di mercato sembrano in declino o persino

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stagnanti. Questa asimmetria fra produzione e consumo è la causa principale dell’intera crisi economica. E la causa principale che l’ha prodotta è l’estrema espansione della produzione cinese in un momento in cui i consumi stagnano.

Uno strumento importante per esportare questo squilibrio commerciale al mondo intero deriva dalla partecipazione congiunta fra il mercato delle esportazioni cinese e il capitale occidentale. Un prodotto che viene dal lavoro a basso costo della Cina rimpiazza un lavoratore americano, che costerebbe come stipedio da 20 a 50 volte di più. In questo modo, anche se i prodotti sono venduti alla metà del prezzo, il profitto è cresciuto in maniera significativa, mentre il consumo condiviso diminuisce. Dove è andato il denaro? Nella rapida crescita della ricchezza di alcuni selezionati individui in giro per il mondo. Se aumentasse la ricchezza della classe media o dei poveri, il mercato dei consumatori crescerebbe. Aumentare la ricchezza di chi era già ricco, invece, non ottiene questo risultato. Questi ric-

chi, infatti, mettono la propria ricchezza in investimenti e nel mercato finanziario. Questo falso investimento È la fonte maggiore della crisi economica: c’è un surplus di capitali e di produzione a cui la capacità di consumo del mercato globale non può rispondere. Questo fenomeno si è verificato per la prima volta in Cina: da qui, tramite le scorrette relazioni commerciali, è stato esportato al resto del mondo (in primo luogo nelle nazioni sviluppate dell’Occidente, perché inizialmente i consumatori di quei Paesi si sono fatti sedurre dai prezzi inferiori) per massimizzare all’estremo il profitto.

Il lavoro a basso costo, in Cina, viene mantenuto grazie ai soprusi ai danni dei lavoratori e tramite il mantenimento a bassi livelli della valuta. Tuttavia, soltanto con un alto mercato dei prezzi in Occidente si può realizzare il massimo profitto. Così, il modello cinese ha adottato il principio base del marxismo: la democrazia occidentale è una democrazia di capitalisti.Tramite la condivisione dei benefici, sono riusciti a comprarsi questi capitalisti occidentali, aiutandoli inoltre a comprare i politici occidentali Un elettore vota e controllando così, per le elezioni per il Partito comudi midterm, che nista, la politica occihanno rinnovato dentale. In questo la Camera frangente, Deng dei Rappresentanti, Xiaoping è stato più un terzo del Senato marxista di Josip e una parte Stalin. Le elezioni di dei governatori midterm hanno sotstatali. tolineato questo proIn alto, l’incontro blema: con il voto, ci fra il presidente sarà un cambiamenamericano Barack to importante nella Obama e quello politica dell’America cinese Hu Jintao. nei confronti della Nella pagina Cina: dalla Casa a fianco Wei Bianca al Congresso, Jingsheng, che saranno tutti più duvenne arrestato ri con Pechino. Anper aver chiesto che perché la loro alal regime cinese ternativa è quella di democrazia sparire in disgrazia dal palcoscenico politico della nazione.


politica

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Redde rationem. Gli scandali arrivano in Parlamento. E il presidente del Forum famiglie frena sull’intervento del premier alla conferenza di lunedì: «Ci mette in imbarazzo»

Avviso al Cavaliere Il Copasir lo convoca: «Riferisca sulla sua sicurezza» Ma il Pdl minimizza: «Il caso Ruby non c’entra» di Errico Novi

ROMA. Scena mai vista. Il Cavaliere, infallibile corteggiatore, che non riesce a trattenere i suoi parlamentari. Non convince nemmeno Albertini ad astenersi dal correre come sindaco a Milano, quasi certamente con il sostegno di Fli. L’esodo continua. Bocchino e Urso tornano nella sede di Farefuturo per presentare Daniele Toto e Roberto Rosso, gli ultimi due transfughi del Pdl. Il primo ha incontrato Berlusconi in zona Cesarini e non si è fatto convincere a cambiare idea. Il secondo passa con Fini senza nemmeno averne parlato direttamente col vecchio capo: «Sono stato tra i fondatori di Forza Italia, ma negli ultimi anni qualcosa è cambiato anche nei rapporti personali». Il capogruppo di Futuro e libertà preannuncia nuove acquisizioni per la prossima settimana. Rischia di diventare un appuntamento fisso, molto più regolari delle assemblee di Montecitorio.

Nonostante questa preoccupante sequenza di dissociazioni, il Cavaliere e i suoi minimizzano. In una prima riunione convocata a Palazzo Grazioli con lo stato maggiore, il premier conviene con i suoi: «Le fuoriuscite sono in genere legate a questioni personali, ad ambizioni insoddisfatte, comunque a conflitti territoriali. Non possiamo stargli dietro». Bandiera bianca sulle defezioni dunque. È questo il primo pilastro in vista della direzione nazionale che il Pdl celebrerà oggi pomeriggio. L’altro è il tono del discorso che il presidente del Consiglio rivolgerà ai dirigenti del partito. Nella sostanza, «noi andiamo avanti per la nostra strada, tiriamo dritto», come ripete più di un partecipante al vertice preparatorio della tarda mattinata e ancora in quello delle 20 e 30. Ancora: «Non ci interessa se Futuro e libertà darà l’appoggio esterno», perché, come spiega La Russa, «governiamo e poi vediamo chi sta con noi, chi si ferma a metà strada e chi è contro».Tattica difensiva, dunque. Atteggiamento quasi rassegnato. Dal punto di vista dei rapporti con l’alleato e della continuità del governo può anche essere una scelta saggia. Meno robusta appare però la strategia rispetto al malumore

Non basta «scandalizzarsi» per certi comportamenti, serve uno scatto politico

Ora, un grande progetto per superare il berlusconismo di Savino Pezzotta a capacità di Berlusconi di rovesciare i discorsi è formidabile. Mentre su di lui imperversa la polemica “Ruby”e i commentatori si arrovellano in analisi sofisticate, anziché stare zitto e buttare acqua sul fuoco in attesa che si parli d’altro, scatena un’altra tormenta: «meglio guardare le belle ragazze che essere gay» , oppure «c’avrei da sistemare in questi stand una certa Ruby». Di fronte a questo modo di fare ci sono solo tre strade: indignarsi, riconoscersi o restare indif-

L

Il «populismo edonista» è più diffuso di quanto non si creda e con questa nuova realtà bisogna imparare a fare i conti ferenti. Ma Berlusconi in questo modo finisce per imporre i suoi discorsi e i suoi ragionamenti al punto tale da far apparire la vicenda di cui si discute paradossale e ridanciana, abbassandone il contenuto politico e, forse, anche il tasso di verità.

Teniamo sempre conto della natura degli uomini e del fatto che siamo da tempo entrati in una società in cui il relativismo è diventato una prassi di vita che tutto misura sui risultati individuali. Il populismo edonista è più diffuso di quanto non si creda e non sono pochi gli ita-

liani che, senza dirlo, la pensano in quel modo. E non mancano le ragazze che vorrebbero essere come Ruby. Ci possiamo (o dobbiamo) indignare, ma facciamo i conti con i pensieri che circolano nella realtà. In questi anni, sotto l’onda dell’ideologia liberista e consumista, i nostri costumi sono cambiati, abbiamo perso il rispetto del denaro e del corpo, il sesso è stato mercificato e spettacolarizzato. Proprio di fronte a questa situazione emerge con chiarezza come la vera possibilità di ogni cambiamento stia nella visione antropologica. L’idea dei principi non negoziabili si dimostra strumento importante di salvaguardia delle persone e della loro dignità. Sono convinto che il Cavaliere non possa essere sconfitto attraverso il moralismo. Serve qualcosa di più profondo e coinvolgente. Non credo che ci possa essere un 25 luglio del Cavaliere proprio perché non c’è stata una grande resistenza alla sua ascesa e al suo modo di fare politica. Forse Berlusconi potrà ritirarsi dalla scena ma il berlusconismo inteso come populismo edonista non scomparirà dalle nostre contrade. Non credo che per cambiare fase politica basti lasciare che in maniera quasi deterministica l’attuale maggioranza imploda. Non basta nemmeno, seppur necessario, un governo di unità nazionale per affrontare le emergenze. Oggi più che mai serve che prenda corpo un nuovo progetto politico. Emanuel Mounier negli anni Trenta, davanti al declino delle democrazie, invocava un nuovo rinascimento, ovvero una stagione politica fatta di pensiero e di azione. È sempre più necessario, anche se non facile, ricostruire il senso civico degli italiani, la loro identità nazionale lacerata dalle leghe contrapposte, ricongiungere il nostro sentire all’Europa. È arrivato il tempo che le barzellette finiscano e che l’Italia ritrovi il senso del discorso politico, che guardi in faccia la realtà della vita delle persone.

Non basta più - e in particolare mi rivolgo all’intellighenzia cattolica - restare alla finestra ed elaborare utili e prestigiose analisi e pensieri che ci hanno corroborato. È tempo di «mettere mano all’aratro» e di sporcarsi le mani se veramente si vuole che il Paese riparta e che i contenuti dell’agenda delle settimane sociali si implementino nelle realtà. Questo è il tempo delle scelte e dell’agire. Attendere tempi migliori, aspettare che cambino i soliti della politica è alquanto sterile, poiché per cambiare le cose bisogna esserci e rischiare anche di perdersi.

che cova ormai da mesi dentro al partito. Perché oggi tra le altre cose verranno anche approvate quelle modifiche allo statuto del Pdl che lasciano molti scontenti tra le seconde file.

Non c’è tempo d’altronde, per Berlusconi, i coordinatori, capigruppo e ministri, di inventarsi soluzioni nuove. Non c’è tempo anche perché l’eventualità delle elezioni anticipate è sempre dietro l’angolo, e imporre aVerdini e La Russa regole che intaccherebbero la loro gestione oligarchica vorrebbe dire fondere il motore prima ancora che cominci la corsa. Ecco perché la strategia difensiva, sensata per certi aspetti, rischia di diventare letale per altri: a furia di ripiegare e preservare l’esistente, Berlusconi comincia a vedersi il partito rimpicciolirsi ogni giorno. In favore ovviamente di Fini e del suo gruppo, che fa proseliti e anzi comincia a manifestare persino i primi problemi da sovraffolamento. Basti pensare al caso abruzzese: dopo l’iniziale investitura a Giampiero Catone – ex fedelissimo di Rotondi ma anche appesantito da inchieste e vicende poco chiare, persino da una sparatoria con malviventi casertani – si è scatenata nella regione una specie di rivolta. Il vicepresidente della giunta regionale Alfredo Castiglione è addirittura rientrato nel Pdl.Vista l’impopolarità di Catone, Fini ha pensato bene di chiedergli un immediato passo indietro, indicando in sua vece proprio quel Daniele Toto appena entrato in Fli. Il Pdl punta invece ad andare avanti senza tentare di fermare l’emorragia. Solo ventiquattr’o-


politica

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Alla vigilia del meeting di Perugia, Fli si interroga sulla strategia

Aspettare o rompere? L’indecisione di Fini

Due deputati Pdl passano al fronte futurista mentre Storace azzarda: «Domenica Gianfranco si dimetterà» di Riccardo Paradisi n linea teorica esistono un sacco di opzioni politiche: stare al Governo, rilanciare le riforme, considerare un’ipotesi di appoggio esterno. A Perugia Fini parlerà e dirà quello che deve dire». Roberto Menia, sottosegretario all’Ambiente e finiano moderato, non scantona, non glissa. Quella che rappresenta è la vera linea di Futuro e libertà alla vigilia del meeting di Perugia. Si dirà che Menia in realtà non fa che inventariare le tre possibili opzioni che Fini potrebbe decidere di percorrere, declina una non-linea insomma.

«I

re prima Berlusconi aveva prefigurato un ultimatum per i finiani: se optano per l’appoggio esterno si torna al voto. Contrordine immediato: gli uomini di Fli facciano quello che vogliono, non è per il loro eventuale disimpegno che si aprirà la crisi. Secondo il Cavaliere basterà «ritrovare la giusta coesione: finiamola con le liti», è l’esortazione rivolta ai maggiorenti. Probabilmente Berlusconi è costretto a mettere un po’ in stand-by le questioni del partito anche dalle pressanti insidie esterne. Il caso Ruby, innanzitutto, con le sue diramazioni, a cominciare dai racconti dell’ultima escort, Nadia Macrì, secondo la quale a Villa Certosa veniva offerta marijuana alle ragazze ospiti (per citare la più preoccupante tra le rivelazioni della donna). In più il presidente del Copasir Massimo D’Alema annuncia la «nuova richiesta rivolta al presidente del Consiglio perché venga al comitato per discutere della sua sicurezza». Non vuol dire, notano i rappresentanti del Pdl nell’organismo di controllo sui Servizi, che la richiesta riguardi il caso Ruby. Ma il componente finiano Carmelo Briguglio obietta che delle domande, su quella storia, potrebbero esserci. Tanto più che nella vicenda della giovane marocchina sono coinvolti uomini della scorta, cioè afferenti all’intelligence. E lo stesso D’Alema non nega che la nuova richiesta di audizione rivolta al premier si renda necessaria anche alla luce degli ultimi avvenimenti. Compreso naturalmente il pacco bomba trovato martedì sera, rispetto al quale il ministro del-

l’Interno Maroni teme che «il proseguire delle polemiche inasprisca il clima e aumenti i rischi» per il capo del governo.

Prova a consolarsi Bossi: «Avanti tutta, c’è il federalismo a gennaio», e comunque il governo resterà in vita «finché sarà possibile». Ma il Senatùr non nega che «qualche problema per l’immagine del Paese può venire» dagli scandali del premier, «anche perché bisogna vendere i bot». Assicura di aver dato «un consiglio personale a Berlusconi», qualcosa che dovrebbe aiutarlo a gestire meglio la sua vita privata. E lo stesso capo leghista guarda con atteggiamento fatalista alla possibile uscita dall’esecutivo dei finiani: «Non è detto che accada», è la chiosa laconica. Su Fini per la verità escono anche dichiarazioni del premier, sotto forma di nuove anticipazioni sull’ultimo libro di Vespa: «Si è autoescluso, preparava la scissione da tempo», è la tesi principale. Accompagnata da un vago «mai dire mai» rispetto all’ipotesi di allearsi ancora con il cofondatore. Pensieri indefiniti. Nell’immediato c’è da fare i conti con la «terza via» di cui parla Rutelli al primo Consiglio nazionale dell’Api: «Puntiamo alla nascita di un nuovo polo con soggetti politici nazionali come Api, Udc e Fli», dice il leader di Alleanza per l’Italia. Un’area che può intercettare anche quel consenso cattolico così imbarazzato dalle ultime del Cavaliere che il presidente del Forum famiglie Francesco Belletti non nasconde come «la presenza del premier alla nostra conferenza della prossima settimana» sia «un problema».

Ma la linea dei futuristi ad oggi è esattamente questa: aperti a ogni possibile passo, indecisi a tutto, determinati a una cosa soltanto: non farsi sorprendere col cerino in mano nel momento in cui il fuoco comincerà a bruciare. Insomma a non farsi attribuire la responsabilità della crisi di governo. Non c’è niente di pianificato, di concordato, non c’è una strategia. Futuro e libertà si tiene sul filo del tatticismo quotidiano, attende le mosse dell’avversario interno, pronta alla contromossa speculare in tempo reale. Attendono la direzione del Pdl i finiani, vogliono capire se nel partito che fu anche il loro prevarranno i bellicosi che vogliono far saltare il tavolo o i trattativisti a oltranza, posizioni tra le quali oscilla, secondo l’umore e l’ultimo sondaggio, lo stesso premier Berlusconi. Nel Pdl l’orientamento prevalente però è quello di resistere e durare, tenere botta almeno fino al nuovo anno, in prossimità con le amministrative di primavera quando più di cinquecento comuni sopra i 5mila abitanti verranno chiamati alle urne. A quel punto i tempi potrebbero essere maturi per far saltare il tavolo e andare alle urne, confidando nel fatto che Napolitano nell’imminenza di elezioni amministrative, con una campagna elettorale montante, non ci provi nemmeno a immaginare ipotesi di un governo tecnico o di transizione. Da parte loro i finiani proseguono la guerra di posizione e continuano a esibire come trofei i transfughi che dal Pdl passano al campo Fli. Ieri è stata la volta dell’ex forzista piemontese Roberto Rosso e del deputato abruzzese Daniele Toto. Il capogruppo Fli alla Camera Italo Bocchino che presiede insieme a Adolfo Urso la conferenza stampa non manca d’infliggere la puntura quotidiana al presidente del Consiglio: «A Berlusconi chiediamo sempre e solo una cosa: che governi il Paese in base al programma elettorale. Non ci interessa il suo tempo libero, non ci interessa fare ribaltoni, non ci importa dei sondaggi». Alla domanda se da parte di Fli si profili l’ipotesi di un appoggio esterno il coordinatore Adolfo Urso risponde senza rispondere: «Dalla direzione nazionale del Pdl, ci aspettiamo risposte sulle riforme contenute nel patto con gli elettori e poi risposte sul patto di coalizione». Attendismo puro insomma, l’onere della mossa lasciato agli avversari interni, in una guerra di nervi che si profila ancora lunga. Si, perché salvo sorprese, Perugia rischia d’essere un’altra Mirabello: un Fini duro nei toni ma pronto a fermarsi un passo prima della rottura politica, per tenere in vita un equilibrio fragile

come una ragnatela. Insomma Berlusconi – dicono i finiani – deve governare. Noi non vogliamo staccare la spina ma non vogliamo nemmeno l’accanimento terapeutico. Che cosa vogliano lo cominciano a chiedere con insistenza nell’opposizione. Bersani rivolge a Fini addirittura un ultimatum: aspettiamo fino a domenica poi prendiamo noi l’iniziativa. Senza far capire se alluda a una mozione di sfiducia verso il premier. Di Pietro poi è durissimo: «Fini tiene in scacco il Paese, non si decide né a staccare la spina né a sostenere il governo». Poi l’affondo:

«A Berlusconi chiediamo che governi il Paese – dice Urso – in base al programma elettorale. Non ci interessa fare ribaltoni» Fini vuole il governo tecnico per governare senza consenso degli italiani. Io al governo ci voglio andare perché mi ci mandano gli italiani non grazie agli alambicchi di palazzo».

La pressione su Fini insomma cresce di giorno in giorno. Pressione dentro Fli, dove falchi e colombe si dividono nuovamente tra chi vorrebbe staccare la spina – Granata è tornato a chiedere le dimissioni di Fini – e chi invece vorrebbe se non rianimare almeno tenere in vita il governo. Pressione dall’opposizione Pd e Idv. Pressione dalla maggioranza: che a Fini fa capire che l’ipotesi dell’appoggio esterno non verrà accettata. Fini sta in mezzo a guardare la scacchiera, a studiare la mossa. Il leader della Destra Storace azzarda una previsione: «Se conosco bene Fini, domenica si dimette dalla carica istituzionale che usurpa». Intanto dalla fondazione di Fini se ne va Gaetano Rebecchini, uno dei fondatori di An «Farefuturo non propone più niente di destra, sarà una deriva relativista a caratterizzare il nuovo partito finiano». Forse è per evitare questa deriva che Alessandro Campi, l’ideologo di Farefuturo, consiglia a Fini di non ascoltare i consiglieri interessati alla sua rottura con il Cavaliere. Ma di restare a presidiare il centrodestra per costruire dentro quel perimetro l’alternativa al berlusconismo. Se Fini avesse deciso per questa via a Perugia domenica non dovrebbe accadere niente di nuovo. Forse.


panorama

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Richiami. Bruxelles chiede «un’azione immediata». E intanto continuano gli scontri sia a Giugliano sia a Terzigno

La Ue all’Italia: pulite Napoli

Benedetto XVI denuncia: «Ma la spazzatura ormai è anche nelle coscienze» di Franco Insardà

ROMA. Che la situazione dei rifiuti in Campania non sia risolta è sotto gli occhi di tutti. Tranne di qualcuno a Palazzo Chigi e dintorni. Lo sanno bene, invece, a Bruxelles tanto da far ribadire al commissario europeo all’Ambiente, Janez Potocnik, le preoccupazioni già espresse il 23 ottobre scorso e l’inivito all’Italia di «azioni immediate». Sembra materializzarsi lo spettro di una nuova procedura di infrazione da parte della Ue, come quella del 2007 che ha visto la condanna per l’Italia da parte della Corte europea di Giustizia. Che la vicenda rifiuti fosse utilizzata Oltretevere come metafora della vita politica italiana lo si è capito già qualche giorno fa, quando Avvenire, il quotidiano della Conferenza episcopale italiana, titolava in prima pagina “I nuovi giorni dell’immondizia”. E così quando ieri all’udienza generale, Benedetto XVI illustrando la figura di Margherita d’Oingt, monaca certosina vissuta nel Medioevo, «apparentemente lontane da noi come sensibilità», ha ribadito che «la spazzatura non c’è solo in diverse strade del mondo ma in tante anime».

E lo stesso Pontefice qualche settimana fa in un messaggio di “vicinanza spirituale” alla diocesi di Nola aveva auspicato che si trovasse «una giusta e condivisa soluzione» al problema della discarica di Terzigno. Auspicio ribadito da qualche giorno dal governatore della Campania Stefano Caldoro:«Continuare a dire “no”’ai rifiuti conferiti e trattati in maniera legale favorisce, di fatto, la camorra, che non può che essere contenta perché contrappone il suo “sì” a quelli illegali. La camorra approfitta della confusione per occuparsi di sversare rifiuti speciali, molto più pericolosi». Per Caldoro il piano rifiuti «è formato da tanti tasselli e se uno solo di questi viene a mancare salta l’intero sistema. Viviamo in una situazione al limite dell’emergenza. Bastano tre errori dell’Asia, che non critico, perché in questi anni non è stato spiegato che i rifiuti possono essere anche una risorsa imprenditoriale». Ma le parole di Caldoro sembra non giungere fino a Salerno dove è in atto una vera e

propria guerra parallela tra il presidente della Provincia, Edmondo Cirielli del Pdl, e il sindaco Vincenzo De Luca del Pd. Il presidente Cirielli, illustrando il bando per la realizzazione dell’inceneritore, il secondo in Campania dopo quello di Acerra, ha detto: «Condivido le preoccupazione del sindaco De Luca, in effetti la Regione è sull’orlo di un nuovo disastro ambientale, ma se ciò accade è principalmente colpa sua, per il ritardo di ben due anni nell’iter per la costruzione del termovalorizzatore, ai 5,3 milioni di euro che il Comune deve al Consorzio Bacino 2 per la gestione della raccolta differenziata e per le quote consortili che non paga da 11 anni».

zione (Aniello Di Nardo, di Italia dei Valori, Achille Serra, dell’Udc, e Giacinto Russo, di Alleanza per l’Italia).Per De Luca, promotore anche del disegno di legge quadro per la gestione dei rifiuti e la lotta ai traffici illegali e vicepresidente della Commissione bicamerale sulle ecomafie «l’emergenza rifiuti della Campania si supera riportando la gestione dei rifiuti alla fase ordinaria. Va affrontata come una calamità naturale per questo è fondamentale che la politica si unisca, al di là delle sigle di partito, e lavori compatta per

illeciti di rifiuti. Superando gli ultimi due decreti legge del Governo (il n.90 del 2008 e il n. 195 del 2009). Si prevede anche di restituire la titolarità della Tarsu ai comuni e di cancellare l’elenco delle discariche da realizzare inserito nel dl del 2008. Il potenziamento della raccolta differenziata e la necessità di individuare una proposta per il futuro dei lavoratori dei Consorzi, lo smaltimento dei sette milioni di ecoballe depositati sul territorio regionale e l’utilizzo delle cave abbandonate e/o dismes-

Pd, Udc, Api e Idv presentano un ddl al Senato per affrontare l’emergenza rifiuti. E Caldoro auspica «un soluzione condivisa»

I n ta n t o a n ch e a Ro m a qualcodsa si muove. Ieri è stato presentato un disegno di legge dal senatore del Partito democratico Enzo De Luca e sottoscritto da altri undici senatori: otto del Pd (Luigi Zanda, vicepresidente del gruppo al Senato, Roberto Della Seta, capogruppo in Commissione Ambiente, e i campani Alfonso Andria,Teresa Armato, Anna Maria Carloni, Franca Chiaromonte, Maria Fortuna Incostante e Adriano Musi) e tre degli altri partiti di opposi-

risolvere questa vicenda, paradigmatica di una crisi che rischia di scoppiare in altre regioni del Mezzogiorno». In dodici articoli, il ddl definisce funzioni e competenze di ciascun Ente territoriale della Campania in materia di ciclo integrato dei rifiuti, detta misure specifiche per superare l’emergenza e dispone apposite previsioni per attività ispettive e di inchiesta finalizzata alla lotta allo smaltimento e ai traffici

se presenti sul territorio regionale. «Così sbarriamo il passo alla criminalità organizzata infiltrata a più livelli come rivelano le inchieste giudiziarie, nella gestione dei rifiuti in Campania». L’ultimo aggiornamento del bollettino di guerra riferisce di una serie di incidenti e feriti. Nella notte scorsa i camion hanno ripreso a sversare a Cava Sari, la discarica di Terzigno, dopo un vertice serale in Prefettura a Napoli con Guido

Bertolaso. Oltre alla protesta c’è stato l’incendio di un autocompattatore.

A Taverna del Re, invece, quattro agenti del reparto mobile della polizia ed un funzionario della Digos sono stati colpiti da pietre ed oggetti. Anche cinque manifestanti sono rimasti contusi durante la carica della polizia, mentre una sesta persona è stata colta da malore. Nella mattinata di ieri si è svolto un incontro al comune di Giugliano tra il sindaco Giovanni Pianese e il presidente della provincia di Napoli, Luigi Cesaro. Il primo cittadino ha detto di aver registrato una convergenza di corresponsabilità nella risoluzione dell’ emergenza rifiuti a Napoli e provincia.Questo non significa però che Giugliano debba diventare lo sversatoio della provincia». Non sulla stessa linea i consiglieri della sua maggioranza che hanno, invece, minacciato le dimissioni. Il presidente della provincia di Napoli si è detto stupito delle parole del capo della Protezione civile: «Bertolaso ha detto che è stato un errore riaprire Taverna del Re? La cosa mi stupisce perché la riapertura è stata concordata con la protezione civile». E i rifiuti come la confusione continuano a invadere la Campania.


panorama

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Con il 79 per cento dei consensi, ieri è stata eletta la prima segreteria donna della confederazione di Corso d’Italia

La Camusso “sdogana” la Cgil Monito alla Fiom: faccia proposte. E a Confindustria: insieme contro il governo di Francesco Pacifico

ROMA. Maurizio Landini e Gianni Rinaldini, attuale e vecchio leader dei metalmeccanici, le hanno votato contro. Ma il benvenuto più sentito alla neo segretaria della Cgil, Susanna Camusso, la Fiom ieri l’ha dato non firmando con FimCisl e Uilm l’accordo con Fiat per la cassa integrazione in deroga a Pomigliano. In questa contemporaneità di eventi – la Camusso nominata dal direttivo al posto di Epifani, le tute blu di Corso d’Italia che rompevano con i loro colleghi alla presenza di Sacconi – si intravede un pericoloso presagio che potrebbe caratterizzare tutto il mandato di questa 55enne milanese: la volontà, se non l’obbligo, della più grande confederazione italiana di svolgere un ruolo da pivot delle relazioni sindacali italiani che si scontra con i veti delle tute blu. Un po’ quello che è accaduto durante gli 8 anni della gestione Epifani, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Infatti il suo successore, dopo aver spiegato che preferirebbe «farsi chiamare segretaria, ma che per consuetudine accetterà il maschile segretario», ha subito mandato chiaro messaggio alla Fiom: «Chi è parte dell’organizzazione non può essere mai un problema. Ma d’altro canto, un sindacato oltre a difendere i diritti deve anche fare proposte. Ed è questo che chiediamo alla Fiat». Che il clima tra corso d’Italia e corso Trieste sia teso lo dimostra anche l’esito della votazione di ieri. Quando è stato chiuso lo scrutinio e ufficializzato il risultato, in molti hanno fatto notare che Susanna Camusso è stata eletta con il 79,1 per cento dei membri del direttivo, quando la mozione riformista portata avanti dall’ex segreteria all’ultimo congresso aveva invece ottenuto l’83 per cento. Gianni Rinaldini, portavoce dell’area programmatica di “La Cgil che vogliamo”, ha sottolineato che «sono stati 33 quelli che si sono astenuti o detti contrari. E noi in direttivo abbiamo 27 membri, dei quali tre assenti». Questi numeri non stanno a significare un cambio di equilibri in Cgil, ma dimostrano quanto sia agguerrita la sua minoranza interna, che il prossimo 29 novembre dovrebbe lanciare un suo pacchetto di proposte alternative alla linea della segreteria. Nel suo intervento Rinaldini non si è certo mostrato diplomatico. Di più, ha

lamentato «un gigantesco problema di democrazia in Cgil». Casus belli la scelta di corso d’Italia di partecipare al tavolo per il rilancio del Paese voluto da Confindustria. «È in corso», ha detto, «un confronto tra le parti sociali cui la Cgil partecipa senza nessun coinvolgimento né mandato del direttivo. E la Camusso ci ha appena spiegato che continuerà il confronto, affrontando il capitolo della produttività. Ma con quali posizioni?». Questo spazio di confronto per il neosegretario è strategico se vuole riportare la sua confederazione al centro

delle trattative principali. Secondo Giuliano Cazzola, «il tavolo l’ha creato apposta la Marcegaglia per aiutare la Camusso a smarcarsi dai massimalismi della Fiom e per recuperarla. E poco importa che non produrrà nulla, visto che è il primo tavolo dove le parti sociali fanno un carnet di rivendicazioni senza mettere sul piatto alcuna concessione». Su questo versante il neoleader di Cgil non vuole fare passi indietro. E pur non andando allo scontro con le Tute blu, fa quei distinguo che il suo predecessore Epifani non ha avuto la forza

L’addio di Epifani e il lungo applauso dei compagni

«Salvata la nostra unità» ROMA. Guglielmo Epifani è convinto di aver lasciato la Cgil in buone mani. «Susanna Camusso», ha ieri detto al direttivo della Cgil, «sarà una grande segretaria della Cgil e sarà anche la mia segretaria. Siamo convinti di aver fatto la scelta giusta perché in Cgil non ci si sta tanto a lungo, tanti anni in trincea, se non si hanno le qualità. Di testa e di cuore».

Ma completato il passaggio di consegne, l’ex “segretario filosofo”ha voluto rivendicare ogni momento della sua gestione. Soprattutto quell’idea di Cgil come «luogo d’identità e come scelta morale», che secondo i suoi detrattori ha finito per fare della prima organizzazione non un sindacato, ma una forza politica che ha fini-

to per relegarsi in un pericoloso isolamento come sperava il governo.

Secondo Epifani non si poteva fare altrimenti. «Tutto le nostre scelte sono state dettate dal tentativo di salvaguardare i diritti dei lavoratori e l’unità sindacale, con un governo che invece puntava a dividerci». La platea ha apprezzato tanto da concedergli un applauso durato oltre un minuto, che ha commosso non poco l’ex segretario generale. Ma per marcare la continuità tra il vecchio e il nuovo in Cgil Susanna Camusso ha deciso di festeggiare la sua elezione – anche se in forma molto privata – proprio a casa di Epifani. Con i due hanno brindato gli altri componenti della segreteria.

di fare. Dopo aver garantito alla controparte che centrale nella sua strategia «è soltanto la difesa del lavoro», ha promesso che la sua azione non sarà condizionata da paletti ideologici. Il primo banco di prova sarà lo sciopero generale lanciato qualche settimana fa dalla Fiom nella sua manifestazione romana di piazza San Giovanni. Sciopero che ha avuto il sostanziale avallo di Guglielmo Epifani, ma che non appassiona il successore. Lanciando un altro monito alla Fiom, la Camusso ha spiegato che «lo sciopero generale è nell’agenda di qualunque sindacato quando deve sostenere le sue proposte e la sua piattaforma. Ma non è un rituale, è uno strumento che si usa per ottenere un risultato». Di conseguenza, «il gruppo dirigente valuterà se e quando farlo». Un quarta agitazione proclamata in solitaria potrebbe poi trasformarsi in un ennesimo ostacolo nel tentativo di ricucire i rapporti con Cisl e Uil. L’unità sindacale è stato infatti uno dei punti della piattaforma presentata al direttivo dalla Camusso. Con il neo segretario che si è detta allarmata perché «non ho memoria di un periodo così buio nei rapporti con le altre forze. Anche perché la cosa ha prodotto un deficit di risultati per i lavoratori».

Nella logica di non forzare la mano con gli avversari interni va però letto l’attacco molto duro sferrato alla Fiat – «Finora il modello Marchionne per la produttività non lo ho ancora visto» – nel giorno in cui il Lingotto chiede l’attivazione della cassa straordinaria in deroga a Pomigliano, poiché la newco che controllerà lo stabilimento non può chiedere gli ammortizzatori sociali. Quindi gli strali al governo, reo di aver «scientemente lavorato per dividere il sindacato e peggiorare la situazione dei lavoratori. Siamo l’unico Paese nel quale, durante una crisi così non c’è stato un confronto con le parti sociali. Nel quale l’esecutivo non ha proposto le misure necessarie». In questa chiave va letto anche un richiamo a una Confindustria, rea di aver seguito «per una stagione molto lunga la strada seguita dal governo». Ma alle imprese manda a dire che «con una pressione congiunta si possono cambiare le cose», potrebbero arrivare quei provvedimenti di spesa per rilanciare lo sviluppo che finora Tremonti ha bloccato.


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on ci volevano straordinarie capacità divinatorie per capire che il nuovo romanzo di Umberto Eco sarebbe diventato un super best-seller. Ogni volta che il semiologo-filosofo-medievista prende la penna in mano, fa centro. Domina in largo e lungo il mercato librario. Figurarsi se viene attaccato, come è accaduto questa volta. Allora, è tutta pubblicità aggiuntiva. Il cimitero di Praga, la sua nuova fatica edita Bompiani, rappresenta poi una cavalcata nella storia dell’Ottocento, un secolo semi dimenticato, ma richiamato alla memoria dal centocinquantesimo dell’Unità d’Italia. C’è di più: le oltre cinquecento pagine vergate da Eco sono anche un’immersione nel male. Dalla loro lettura non si può che trarre la convinzione che tutto è male. Non c’è nulla di buono, di generoso, di santo. Niente di niente. Il protagonista, immerso in questo orrendo magma ottocentesco, è la summa di quanto di peggio si possa immaginare. Si chiama Simone Simonini ed è l’unico personaggio del romanzo completamente inventato, tutti gli altri fanno parte della storia vera, filtrati con gli occhi della cattiveria dell’io narrante.

N

Simonini, nipote di un notaio estimatore dell’abate Barruel (antisemita) e figlio di un mazziniano, impara ad odiare sin da piccolo tutto e tutti: «Ho odiato mia madre che se ne era andata senza avvertirmi, mio padre che non era stato capace di far nulla, per impedirglielo». Il nonno, Jean Baptiste Simonini gli insegnava - questa la tesi di Barruel - che la modernità era il frutto di un terribile complotto messo in piedi dai Templari e proseguito da riformati, rosacroce, massoni, giansenisti e giacobini. Ma fra tutti i costruttori di trame mostruose, i più temibili erano gli ebrei. Simone Simonini dunque sin da ragazzo aveva - sulla base alla sua educazione famigliare - una caterva di nemici e in particolare «quella razza maledetta» che trovava nel Talmud l’obbligo di «maledire tre volte al giorno i cristiani», che uccideva i bambini e li faceva a pezzi per usare il loro sangue nei suoi riti. Negli incubi notturni del ragazzo c’è Mordechai: «Stento ad addormentarmi, nella mia stanzetta sotto il tetto, tendendo l’orecchio a ogni scricchiolio della vecchia casa, quasi sentendo per la scaletta di legno passi del terribile vecchio che viene a prendermi per trascinarmi nel suo infernale abitacolo, a farmi mangiare pani azzimi impastati col sangue di martiri infanti». Ma l’odio di Simone non riguarda solo gli ebrei, si estende a dismisura. Contro i cattolici, dipinti sempre come persecutori: il bersaglio preferito sono i gesuiti, ma anche Pio IX e altri Papi. Contro i piemontesi, contro i francesi, contro i tedeschi: «Hanno preso sul serio un monaco ghiottone e lussurioso come Lutero, solo perchè ha rovinato la Bibbia traducendola nella loro lingua». Un bambino (e poi un giovane) così formato, non può che candidarsi a diventare una personalità perversa e pervertita. Lo animerà un odio inestinguibile, che costituirà lasua essenza più profonda (“Odi ergo sum”), una voglia di corrompere e di ingannare gli altri. La sua professione vera sarà quella del falsario. Comincerà coi testamenti, passerà allo spionaggio, per ritornare a costruire documenti mai esistiti. Inizierà tallonando i Mille in Sicilia, per conto del re di Sardegna. Dentro l’impresa garibaldina, c’è anchela mano odiosa di Simo-

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Si chiama «Il cimitero di Praga» la nuova avventura narrativa dell’autore de

Ottocento, il sec

Appena uscito,ha già scatenato grandi polemiche: il nuovo romanzo di Umb Ci sono Garibaldi e Mazzini,l’affaire Dreyfuss e la Comune di Parigi.L’obiettiv (maligno e terribile) di un antisemita,ma proprio per ciò ha suscitato molt di Gabriella Mecucci nini.Trama, spia, riferisce. Per lui il leggendario generale è «un piccoletto con le gambe storte» che se non ci fosse Bixio non andrebbe lontano. Achitetta e realizza il naufragio di Ippolito Nievo che invidia visceralmente perché è già, alla sua stessa età, un importante scrittore. Spariscono così - come gli era stato chiesto - i registri economici dell’impresa dei Mille. Ma muore - e questo è un eccesso di zelo omicida - anche Ippolito Nievo. Dal Mezzogiorno d’Italia, il nostro orribile eroe va a Parigi. Lì riprende alla grande l’attività di falsario:incontrerà personaggi oscuri, capaci di costruire trame, e che diventeranno suoi sodali. E al tempo stesso vedrà esplodere l’odio di classe nelle vicende della Comune. Ingannerà e ucciderà. Una vita dove si moltiplicano odiosi

delitti, pratiche sataniche, frequentazioni caratterizzate da ogni bassezza.

Poi c’è l’esperienza praghese. Il suo odio antisemita e la sua voglia sfrenata di arricchirsi lo porterà a collaborare con gli oscuri manovratori dell’affaire Dreyfuss. «Dunque - gli propone uno di questi - ci serve un documento in cui un nostro ufficiale annunci notizie segretissime sugli armamenti francesi. A quel punto si supporrà che l’autore debba essere qualcuno che ha accesso a notizie riservate, e lo si smaschererà... Abbiamo già individuato il candidato ideale. È un certo capitano Dreyfuss. Non troverà alcuna solidarietà. È un’ottima vittima sacrificale. Spetterà poi alla gente come Drumont far scoppiare lo scandalo pubblico, denunciare il pericolo ebraico e al tempo

stesso salvare l’onore delle forze armate che hanno saputo cos’ì magistralmente individuarlo». Fedele al suo odio principale, Simonini dopo il falso per incastrare Dreyfuss, ne produce un altro. Scrive infatti il più importante e pericoloso documento contro gli ebrei. Quel concentrato di menzogne che sono i Protocolli dei Savi di Sion, il cui contenuto verrà citato anche da Hitler nel Mein Kampf. Eco ne racconta, proprio alla fine del suo romanzo, l’accurata preparazione. Simonini rintraccia tutti gli argomenti che possano costituire l’impianto del disegno ebraico di conquistare tutto il potere.

Innanzitutto la scena: un testimone, entrato notte tempo travestito da rabbi, vede nel cimitero di Praga un gruppo di rabbini «curvi, intabarrati e incappuccia-


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el «Nome della rosa». Un turbinio di avventure, speranze e orrori, alla maniera dei grandi del passato

colo lunghissimo

berto Eco è un perfetto feuilleton che ripercorre cent’anni di storia europea. vo dello scrittore è smascherare l’antisemitismo raccontando il punto di vista te critiche subito dopo la pubblicazione del libro.Che è già un best seller ti,con le loro barbe grigiastre e caprine, intenti ad un complotto,inclinati anch’essi come le lapidi a cui s’appoggiavano, a formare nella notte una foresta di fantasmi rattrappiti.Al centro stava la tomba di rabbi Low, che nel Seicento aveva creato il Golem, creatura mostruosa destinata a compiere la vendetta di tutti i giudei». Lo sconosciuto infiltratosi fra i congiurati racconterà poi di aver ascoltato i rabbini del cimitero di Praga complottare perchè gli ebrei conquistassero il potere. Si proponevano di «impadronirsi dell’oro e dei circuiti finanziari, delle strade ferrate, delle miniere, delle foreste, dell’amministrazione delle imposte,del latifondo, miravano alla magistratura, all’avvocatura...»: così inizia il falso documento. Mentre verso la fine, Simonini fa pronunciare ai rabbini del Cimitero di Praga una frase molto forte:”Abbiamo un’ambizione senza limiti, un’ingordigia divoratrice, un deside-

rio di vendetta spietato, e un odio intenso”. Il romanzo si avvia alla chiusura, raccontando l’ultimo gesto del protagonista: il culmine della violenza, la preparazione di un attentato.

Il romanzo di Umberto Eco ha destato le critiche di “amibiguità”del rabbino di Roma Riccardo Di Segni. E la stroncatura dell’ Osservatore Romano per la penna di Lucetta Scaraffia. Nonché quella di Pagine ebraiche, scritta dalla storica Anna Foa. Per la prima volta dunque, l’uscita di un libro del semiologo - romanziere non è stata accompagnata dal coro plaudente, ma ha visto molte ed autorevoli critiche. La vita e le gesta del protagonista sono immerse nel male. E nell’intera trama non si riscontra nemmeno un eroe positivo: cinquecento pagine di cattiverie che si rincorrono. Non c’è insomma l’altro polo

della vita: il bene. Non si tratta qui di rivendicare una rappresentazione di maniera della lotta fra forze positive e negative . Ma di segnalare come Eco costruisca una storia ad una sola dimensione, calando il suo romanzo in un clima plumbeo. Smascherare l’antisemitismo utilizzando il punto di vista degli antisemiti, è un’operazione discutibile che alla fine raggiunge l’effetto di stordire il lettore. Non si capisce più se quello che si racconta è vero o è falso. E questo vale anche per le storie narrate, sempre nello stesso libro, sui gesuiti e sui massoni. Il Cimitero di Praga è un feuilletton, ma di questo non ha una delle caratteristiche fondanti: l’eroe portatore del bene. Umberto Eco lo cancella consapevolmente, vuole infatti rivisitare il genere capovolgendone l’ispirazione. A stare alle prime reazioni del mercato, l’operazione ha funzionato. Ma non ba-

I disegni di queste pagine sono tratti dal libro di Umberto Eco (al centro), «Il cimitero di Praga» edito da Bompiani sta la prima fiammata di acquisti - del resto prevedibile - per decretare il successo della scelta.

«Il Cimitero di Praga» racconta la storia di un secolo intero rendendola leggibile a chi probabilmente non si avvicinerebbe ad un testo storico carico di analisi talora impervie. Questo compendio romanzato potrebbe invece diventare anche una forma di “alfabetizzazione”. Del resto non è stato Tolstoj ad insegnarci meglio di molti altri la campagna di Russia di Napoleone? Il racconto qua e là s’inceppa: i sentieri della morbosità si confondono e appesantiscono la lettura. Non è completamente riuscito. Eppure non si può non riconoscergli una forte capacità di prenderti. Eco non si smentisce mai: riesce sempre ad essere uno scrittore avvincente. E anche questa prova, nonostante tutto, non fa eccezione


mondo

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Ex Jugoslavia. Dopo anni di latitanza (garantita?) e il tentativo di farlo passare per morto, Belgrado ora sembra fare sul serio

Mladic, la caccia è aperta Per entrare nella Ue la Serbia deve assicurare alla giustizia il boia di Srebrenica di Osvaldo Baldacci er entrare dentro l’Unione Europea e non restare fuori dai giochi, la Serbia deve andare fuori a caccia e mettere dentro Ratko Mladic, il boia di Srebrenica. Il tempo stringe e la ricerca dell’uomo si fa più serrata. In qualche modo si può dire che è appena cominciata. L’Unione Europea infatti ha scongelato i negoziati di adesione di Belgrado, come premio per un atteggiamento più dialogante sul Kosovo, ma l’ostacolo maggiore resta la latitanza di uno dei leader dei serbi nelle guerre dell’ex Jugoslavia. Il 15 novembre il procuratore del Tribunale Penale Internazionale dell’Aia per i cri-

P

Il latitante è accusato dell’assedio di Sarajevo durante la guerra di Bosnia (1992-1995) e del massacro di 8mila uomini nel 1995 mini nella ex Jugoslavia, Brammertz, sarà a Belgrado, e certo gradirebbe come regalo un bel pacchetto infiocchettato con dentro Mladic. Ma la sua cattura resta un’impresa molto ardua, non solo perché ben sappiamo quanto sia difficile mettere i ferri a un latitante, dal meridione italiano all’Afghanistan, ma anche e soprattutto perché la popolazione serba simpatizza con Mladic, e lo protegge. Negli ultimi noti scontri di Genova gli ultrà serbi del famigerato Ivan il Terribile inneggiavano proprio a Mladic e a Karadzic. E recentissimi sondaggi dell’International republican institute (Iri) di pochi giorni fa indicano con chiarezza quale sia il sentimento provato dai serbi: il 51% dei serbi non considera utile all’interesse nazionale l’arresto e l’estradizione dell’ex generale serbo-bosniaco, nonostante un calo del 4%; parallelamente nell’ultimo anno è lievemente aumentata, dal 34 al 36%, la percentuale

di serbi che considera “nell’interesse dello Stato”, raggiungere la piena cooperazione con il Tpi. In particolare, per il 38% dei serbi, assecondare L’Aia è un “male necessario”. Solo il 15% è, invece, pienamente d’accordo, anche in linea di principio, all’arresto e l’estradizione del sospetto genocida. Più di un serbo su tre, il 35%, pensa che “in nessun caso” Belgrado dovrebbe cooperare con il Tpi. Cionostante il presidente serbo Boris Tadic si mostra ottimista. A dire suo e del suo governo gli sforzi per giungere all’arresto dell’ex capo militare dei serbi di Bosnia ricercato dalla giustizia internazionale per genocidio e crimini contro l’umanità, fanno registrare “progressi quotidiani”.

E Tadic ha ribadito la ferma determinazione delle autorità di Belgrado per la cattura dell’ex generale ancora in fuga. Prova ne sarebbero sia la caccia all’uomo scatenata di recente, sia l’aumento della taglia in favore di chi fornisca informazioni utili sul latitante, ricompensa passata in questi giorni dal milione di euro offerto nel 2007 agli attuali dieci

milioni. Su Mladic c’è anche una taglia posta dal Dipartimento di Stato americano che aveva offerto 5 milioni di dollari per il suo arresto. «Se Mladic è alla portata dei servizi di sicurezza serbi, sarà arrestato senza alcun dubbio - ha ribadito il presidente - Se non lo è, continueremo a collaborare con i servizi segreti del mondo intero affinché si giunga alla sua cattura». Con Mladic è ricercato anche Goran Hadzic, l’ex capo politico dei serbi di Croazia anch’egli accusato di genocidio e crimini di guerra, la cui taglia è passata da 250 mila euro a un milione. Un primo segno concreto dell’azione serba contro Mladic è scattato a inizio settimana. Martedì perquisizioni e controlli sono stati effettuati in un ristorante nel quartiere di Banovo Brdo, in una casa privata di Belgrado e in un centro turistico nei pressi di Arandjelovac, località a una sessantina di chilometri dalla capitale. Gli agenti hanno fermato e interrogato il controverso imprenditore quarantenne Goran Radivojevic proprietario, con il fratello, dei tre siti perquisiti. Secondo il viceprocuratore serbo per i crimini di

Dopo la mozione di sfiducia approvata dal Parlamento

Il Kosovo va alle urne, elezioni anticipate a dicembre Le elezioni legislative anticipate in Kosovo si svolgeranno il 12 dicembre prossimo. Lo ha annunciato il presidente kosovaro ad interim, Jakup Krasniqi, dopo che martedì il Parlamento ha approvato la mozione di sfiducia presentata da 40 deputati nei confronti del governo guidato dal premier Hashim Thaci, del Partito democratico del Kosovo (Pdk). La fine del governo Thaci - che ha segnato l’autoproclamazione di indipendenza dalla Serbia nel febbraio 2008 - è stata sancita dal voto favorevole di 66 deputati, cinque in più dei 61 necessari all’approvazione della mozione, sui 120 che compongono l’Assemblea

nazionale di Pristina. Alla sfiducia si è arrivati dopo settimane di crisi istituzionale. Ad innescarla, prima le dimissioni del presidente della Repubblica, Fatmir Sejdiu, che già portarono a fissare il voto anticipato al 13 febbraio prossimo. Poi, poche settimane dopo, la decisione di uscire dalla coalizione di governo della Lega democratica del Kosovo (Ldk), del dimissionario presidente. Trovatosi, dunque, solo al comando, il Pdk di Thaci ha in un certo senso sperato nella caduta del suo stesso governo, per non dover assumere la responsabilità univoca dell’impopolare onere di tendere la mano a Belgrado.

guerra, Bruno Vekaric, Radivojevic sarebbe vicino a Ratko Mladic e alla sua famiglia. Secondo la stampa serba l’uomo non sarebbe nuovo al compito di fiancheggiatore: il suo nome è già noto in quanto sarebbe stato lui a fornire il un mezzo per la fuga alla moglie di Milorad Ulemek, detto Legija, l’uomo che sta scontando 40 anni di prigione per l’omicidio del premier serbo Zoran Djindjic, nel 2003. «Sono stati cercati materiali e oggetti che potrebbero favorire le ricerche, facendoci avvicinare all’obiettivo», ha spiegato il procuratore Vekaric. «L’operazione è stata condotta sulla base di precedenti informazioni dei servizi di sicurezza», ha detto il ministro dell’interno, Ivica Dacic.

Come altri blitz in cerca di latitanti anche questo è stato condotto in prossimità di due appuntamenti importanti per Belgrado: la visita il 15 novembre del Procuratore capo del Tribunale penale internazionale Serge Brammertz, e quella, il 24 novembre, del Commissario Ue per l’allargamento: Stefan Fule. Per questo alcuni esperti serbi non esitano ad affermare in modo critico che si tratta solo dell’ennesima messa in scena. Ma di-

Sfuggito all’arresto nel 2006, da allora è la spina nel fianco delle autorità serbe che hanno più volte tentato (invano) di catturarlo versamente da altre operazioni condotte di recente sulle tracce del super latitante, quest’ultima è stata resa nota solo a ricerche praticamente concluse. Ratko Mladic è accusato in particolare dell’assedio di Sarajevo durante la guerra di Bosnia (1992-1995) e del massacro di ottomila uomini e ragazzi musulmani a Srebrenica nel luglio 1995. È stato generale nell’Armata Popolare di Jugoslavia, durante le guerre che portarono alla dissoluzione della Jugoslavia. Divenne comandante delle forze armate in Croazia e durante la guerra in Bosnia il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito della Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina. È latitante dal 1996. A giugno 2010 le autorità respingono le richieste della famiglia di dichiarare Mladic morto in quanto non ne avrebbero notizie dal 2003.


mondo la rete di protezione logistica e finanziaria dell’ex generale, per arrivare a lui. Si cominciò da una fabbrica di infissi, per proseguire con le case dei familiari e dei compagni d’arme. Già a dicembre 2008 le forze di sicurezza entrarono in azione nella località termale di Arandjelovac, dove sono tornati nelle scorse ore. Le ricerche non si limitano alla Serbia, ma coinvolgono attivamente le forze Nato in Bosnia e nelle sue zone serbe, con ripetuti raid anche spettacolari. Comunque già il 9 marzo 2009 il quotidiano Press ha sostenuto che in realtà Mladic da anni vive in un appartamento a Novi Beograd, notizia rilanciata nei giorni scorsi dal New York Times. In effetti l’11 giugno 2009 fanno scalpore le immagini diffuse dal canale bosniaco Ftv, che ritraggono Mladic durante una festa di famiglia, in giardino, a Belgrado. Per la Tv i video amatoriali sono recenti, ma il governo di Belgrado reagisce sdegnato: «risalgono ad almeno otto anni fa».

Sopra: una manifestazione a favore della consegna di Mladic al Tribunale Penale Internazionale. In basso: Radovan Karadzic (arrestato nel 2008) assieme a Ratko Mladic durante gli anni della guerra in Bosnia. A destra: una fossa comune a Srebrenica Secondo il procuratore Vukcevic non vi sono indizi che Mladic possa essere morto. Sfuggito all’arresto nel 2006, da allora è la spina nel fianco delle autorità serbe nonostante dal 2008 l’attuale governo euro-

peista serbo abbia mostrato maggior chiarezza nella determinazione a catturarlo. Giusto due anni fa, il 10 novembre del 2008, la procura serba per i crimini di guerra avviò la nuova strategia, quella di azzerare

Un passaggio decisivo avviene invece il 23 febbraio 2010: nell’ennesimo blitz nella casa belgradese del figlio di Mladic spuntano i diari autografi scritti in cirillico dall’ex generale tra il 29 giugno del 1991 e il 25 novembre del 1996, nonché 120 registrazioni audio e video e alcune cartelle mediche. Lo scorso settembre le ultime precedenti perquisizioni di locali e persone sospette. In totale negli anni sarebbero state una trentina le operazioni di ricerca di Mladic condotte dai serbi (e dai bosniaci) a volte in collaborazione con i servizi segreti internazionali. Secondo il quotidiano serbo Blic che cita fonti dell’Action Team incaricato delle cooperazione tra Belgrado e l’Aja, finora alle ricerche di Ratko Mladic hanno preso parte 10 mila tra poliziotti ed agenti in forza all’a-

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La scossa (5.6 della scala Richter) ieri alle due di notte

Terremoto a Kralyevo due morti, molta paura Il forte terremoto che ha colpito la notte scorsa la Serbia centro meridionale e che ha provocato due morti e una cinquantina di feriti, ha causato ingenti danni materiali in particolare a Kralyevo e in numerose piccole località della regione. «Tutta la nostra casa è piena di crepe, non la possiamo riparare e non è più sicura per abitarci. In pochi secondi sono andati in fumo 40 anni di lavoro per costruirla», ha detto all’Ansa Zivan Milivoyevic, pensionato 70enne di Vitanovac. La prima scossa si è registrata alle 01.59 ed è stata la più forte: 5,6 gradi Ritcher, ed ha scosso la regione di Kralyevo fino ad essere av-

genzia di sicurezza Bia, tra coloro che lavorano sul terreno e il personale logistico di appoggio. Ma la caccia, che pur sembra ora intensificata, non è mai stata esente da ombre. In una recentissima intervista al Times, il capo della Procura speciale serba per i crimini di guerra, Vladimir Vukcevic,ha lanciato pesanti accuse all’ex governo nazionalista serbo di Vojislav Kostunica.

Se con do il magistr ato, del fallimento dell’operazione che nel 2006 doveva portare all’arresto del criminale di guerra furono responsabili l’allora capo dei servizi e l’allora premier Kostunica, che a suo dire sapevano benissimo dove si nascondeva Ratko Mladic, il quale appunto avrebbe vissuto per un periodo anche in un anonimo palazzone nel periferico quartiere di Novi Beograd, e che nel febbraio 2006, secondo Vukvevic, «si nascondeva nella casa di campagna di Stanko Rstic in un villaggio della Vojvodina,

vertita chiaramente anche nel resto della Serbia, in particolare nella capitale Belgrado e a Novi Sad (nord) ma anche in Macedonia e Kosovo. In questi due paesi, tutta-

via, vi è stata una gran paura, ma finora non sono stati segnalati danni di rilievo. Quello della notte scorsa è stato il terremoto più forte registratosi in Serbia negli ultimi dieci anni.

al nord». Un’altra più recente polemica ha invece riguardato l’impiego, smentito, di cacciatori di taglie.

In particolare il governo ha negato che nelle ricerche di Mladic e Hadzic sarebbero impegnati uomini di Blackwater, la compagnia militare privata americana nota per le sue operazioni militari segrete in Iraq e ora ribattezzata Xe Services Llc. «In Serbia non vi sono cacciatori di taglie, e lo stato non consentirà a chicchessia di mettersi alla caccia in territorio serbo dei latitanti» ha precisato il vicepremier responsabile per l’integrazione europea, Bozidar Djelic. Resta il fatto che già l’altro super ricercato Radovan Karadzic, ex leader dei serbi di Bosnia di cui Mladic era il braccio destro e il responsabile militare, quando fu infine arrestato nel luglio 2008 era nascosto proprio a Novi Beograd, dove aveva trascorso gli ultimi anni della sua latitanza.


quadrante

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Berlino. Nazionalista e anti islamico. Ma non solo. E questo fa paura na settimana fa, ovvero il 28 ottobre, a Berlino si è tenuto il congresso costitutivo e inaugurale di un nuovo partito politico tedesco, Die Freiheit (La libertà). Trovandomi nella capitale, sono stato invitato dalla leadership del movimento ad assistere (unico estraneo) alla convention per dare dei consigli sulla sua assemblea costituente. Tenendo bene a mente come le libertà, in Europa, siano state erose in quest’epoca di terrorismo islamista, occorre dire che un partito politico che si oppone all’islamizzazione e che appoggia Israele non può nascere in pieno giorno. Pertanto, come gli altri partecipanti (più di cinquanta), sono stato informato dell’ora e del luogo di questo evento solo poco prima del suo svolgimento. Per motivi di sicurezza, gli organizzatori hanno agito in segreto; la direzione dell’albergo sapeva solo che si sarebbero tenute delle elezioni per il rinnovo degli organi sociali di una innocua società commerciale. Anche ora, per motivi di sicurezza, non posso menzionare il nome dell’albergo.

U

Per buona parte del tempo sono state espletate le procedure prettamente legali necessarie per registrare un partito politico in Germania: le presenze sono state registrate; i voti sono stati contati; le procedure organizzative illustrate; sono state enumerate le misure per presentarsi alle elezioni di Berlino che si terranno nel settembre 2011 e infine sono stati eletti i dirigenti, incluso il quarantacinquenne presidente, René Stadtkewitz. Originario della Germania dell’Est, Stadtkewitz è un ex-deputato della Cdu - il partito conservatore al potere espulso un mese fa per aver ospitato pubblicamente il politico olandese Geert Wilders. Ritengo che la sintesi delle linee politiche del partito, così come

L’uomo che vuole cambiare la Germania Ecco a cosa punta René Stadtkewitz, fondatore del neo partito Freiheit di Daniel Pipes

tura proclama che «la civiltà occidentale, per secoli un leader mondiale, affronta una crisi esistenziale». Il nuovo partito, il cui slogan è «il partito per una maggiore libertà e democrazia», parla candidamente di Islam, islamismo, legge islamica e islamizzazione.

Partendo dall’idea che «l’Islam non è solo una religione, ma anche un’ideologia politica dotata di un proprio sistema giuridico», il partito chiede un esame minuzioso degli imam, delle moschee e delle scuole islamiche; un controllo delle

Per 15 anni esponente regionale al fianco della Merkel. Poi la rottura. Ha detto: «Volevo che la Cdu discutesse, davvero, di immigrazione» illustrate dal neo-presidente, sia stata di grande interesse, come pure la distribuzione di un Grundsatzprogramm, un documento di 71 pagine che costituisce un programma di base, e che illustra in dettaglio le posizioni del partito. Stadtkewitz ha spiegato i motivi per i quali fosse necessaria la presenza di un nuovo partito tedesco, affermando che «i partiti, purtroppo, non sono pronti ad assumere una posizione chiara, ma piuttosto abbandonano la gente alle proprie preoccupazioni». Il programma non usa mezzi termini né è presuntuoso. La sua frase di aper-

organizzazioni islamiche per assicurare la loro conformità alle leggi tedesche, e infine condanna i tentativi di costruire una struttura giuridica parallela basata sulla shari’a. La sua analisi termina in modo incisivo così dicendo: «Ci opponiamo con tutte le nostre forze all’islamizzazione del nostro Paese». Freiheit appoggia fermamente Israele, definendolo «l’unico Stato democratico del Medioriente. Pertanto, esso è l’avamposto del mondo occidentale nel teatro arabo. Tutti i Paesi democratici devono mostrare il massimo interesse a garantire che Israele viva in si-

L’ascesa di un leader e le proteste nel Paese

L’autunno più caldo René Stadtkewitz nasce nel 1965 a Berlino Est. Sposato con figli, dopo gli studi lavora in un’azienda di robotica e dirige una piccola impresa artigianale. Siede nel parlamento regionale di Berlino dal 2001. Stadtkewitz fa campagna contro l’immigrazione e in particolare l’Islam, che considera un’ideologia più che una religione. Un recente sondaggio Allensbach ha rivelato che secondo il 55% dei tedeschi gli immigrati musulmani «sono costati dal punto di vista finanziario e sociale molto più di quanto sia stato il loro contributo al paese in termini economici». C’è dunque un filo sottile che lega la nascita di Die Freiheit, le proteste popolari contro una nuova (e costosa) stazione ferroviaria a Stoccarda, le manifestazioni oceaniche contro la decisione del governo Merkel di allungare la vita delle centrali nucleari, e le parole dell’ex banchiere centrale Theo Sarrazin che ha scosso i tabù della vita politica, puntando il dito contro gli stranieri che non fanno sufficienti sforzi per integrarsi e riscuotendo un

certo successo popolare. Der Spiegel parla di una ”Dagegen-Republik”, di una repubblica dei contrari. Nonostante il ritorno della crescita e il calo della disoccupazione, la Germania è infatti attraversata da dubbi e incertezze. Da anni ormai i partiti tradizionali devono fare i conti con un’emorragia di voti. Die Freiheit non si considera

né di destra né di sinistra: «Vuole solo dare risposte chiare ai dubbi della gente». Il bacino di votanti è quello democristiano. Il movimento però si vuole meno socialdemocratico della Cdu, più liberale dei liberali, più anti-partito dei verdi. E i neonazisti? «Non ne vogliamo», risponde Stadtkewitz.

curezza ed esercitando il diritto alla libera autodeterminazione. Noi ci impegniamo esplicitamente a garantire il diritto di Israele ad esistere, che è indiscutibile». Per quanto chiari siano questi due brani, come pure il rifiuto che la Turchia entri a far parte della Ue, essi costituiscono solo il 2 per cento del Grundsatzprogramm, che applica i tradizionali valori e le linee politiche occidentali alla vita politica tedesca. Gli argomenti comprendono il popolo tedesco, la democrazia diretta, la famiglia, l’istruzione, i luoghi di lavoro, l’economia, l’energia, l’ambiente, la salute e così via. Offrire un’ampia piattaforma è di buonsenso, inserendo il programma anti-islamizzazione in un menu completo di linee politiche. Malgrado questo, naturalmente, la copertura mediatica sull’assemblea costituente ha sottolineato la posizione di Freiheit riguardo all’Islam, definendolo un “partito anti-islamico”.

La nascita di Freiheit induce a due osservazioni. Innanzitutto, se è vero che il partito rientra in uno schema di partiti europei emergenti che concentrano l’attenzione sull’Islam come punto focale della loro missione, esso però si differenzia dagli altri partiti per avere una visione più ampia. Mentre il Partito della libertà di Wilders attribuisce quasi ogni problema della società all’Islam, Freiheit, invece, oltre ad opporsi «con tutte le forze all’islamizzazione del nostro Paese», annovera molte altri spunti e temi nel suo programma. In secondo luogo, la Germania è decisamente in ritardo rispetto alla maggior parte dei Paesi europei con una numerosa popolazione musulmana, nella creazione di un partito che prenda posizione contro l’islamizzazione. E questo non per mancanza di tentativi: quelli precedenti sono infatti sfumati. La fine del 2010 potrebbe essere un momento propizio per lanciare un simile partito, vista la fortissima polemica sul libro di Thilo Sarrazin che stigmatizza l’immigrazione musulmana, seguita dall’annuncio del cancelliere Angela Merkel che il multiculturalismo «ha fallito completamente». Sembra che stia avvenendo un deciso cambiamento di umore. Freiheit è stato concepito come un prioritario, serio e costruttivo tentativo di affrontare un problema estremamente complesso e a lungo termine. Se ci riuscisse, potrebbe cambiare la politica del Paese più influente d’Europa.


quadrante

4 novembre 2010 • pagina 17

La donna non è stata giustiziata. Clinton: «Teheran rispetti i diritti»

L’India è costretta a rivedere i tassi su prestiti e depositi

Ahmadinejad su Sakineh: «La usate contro di noi»

Inflazione, Delhi alza il prezzo del denaro

TEHERAN. La comunità inter-

DELHI. La Banca centrale di India aumenta dello 0,25 il tasso di interesse di riferimento su prestiti e depositi, per frenare la rapida inflazione, ma annuncia che ora il costo del denaro resterà fermo per almeno 3 mesi. Due giorni fa il tasso per i prestiti della Banca centrale indiana agli istituti è cresciuto a 6,25%. L’India vuole tenere basso il costo del denaro, per favorire la crescita economica del Paese. Ma deve anche frenare la robusta inflazione, arrivata a settembre all’8,6%, record da 3 anni, rispetto al 5,5% di marzo e al limite stabilite dal governo del 6% annuo. Duvvuri Subbarao, governatore della Banca centrale, ha annunciato che «basandosi solo sugli at-

nazionale tira un sospiro di sollievo. Sakineh Mohammadi Ashtiani, l’iraniana 43enne condannata a morte con l’accusa di adulterio e complicità nell’omicidio del marito, non è stata giustiziata, dopo che martedì si erano diffuse voci di una imminente esecuzione. «La signora Ashtiani non è stata giustiziata oggi, ma per lei la situazione rimane pericolosa», ha spiegato Mina Ahadi, portavoce del Comitato internazionale contro le esecuzioni, sottolineando che «le pressioni dei governi europei sul regime di Teheran» hanno contribuito alla decisione del governo iraniano. Proprio sulle pressioni della comunità internazionale è intervenuto duramente il governo di Teheran, lamentando, attraverso il ministero degli Esteri, che il caso di Sakineh Mohammadi-Ashtiani è usato dall’Occidente come «strumento per fare pressioni» politiche sull’Iran. Poco prima, un duro monito a Teheran era arrivato dalla Casa Bianca, che aveva condannato «nei termini più risoluti» la possibile imminente esecuzione della 43enne.

Washington ha imposto alle autorità di Teheran di trattare la donna «in maniera giusta». «Condanniamo nei termini più

Strage dei cristiani, se fosse colpa del blitz? Al Qaeda rivendica, ma non è detto volesse uccidere di Antonio Picasso inque eroi dell’Islam sono entrati in azione per salvare i nostri fratelli dall’apostasia». È con queste parole che ieri al-Qaeda in Mesopotamia ha rivendicato l’attentato di domenica contro la chiesa caldeo cattolica di Nostra Signora dell’Assunzione a Baghdad. Da questo punto di vista, si tratta di un passo avanti.Visto l’elevato grado di violenza che sta gravando sul Paese, la rivendicazione del gruppi jihadista fuga i dubbi che l’attacco sia stato perpetrato da bande di delinquenti comuni, oppure tribù ribelli che le autorità non riuscono a tenere a bada. L’operazione terroristica e il blitz effettuato dalla polizia irachena hanno provocato la morte di circa settanta persone, tra loro vi erano tre sacerdoti. Si tratta del massacro più pesante mai registrato in seno al cristianesimo iracheno dall’inizio della guerra nel 2003. Nel comunicato trasmesso dai mujaheddin, si legge inoltre che l’elevato numero di vittime sarebbe stato causato dall’intervento delle teste di cuoio di Baghdad. «La Polizia ha provocato il panico tra i fedeli - si legge ancora nella nota del gruppo jihadista - e non c’è stato altro che una sparatoria dove sono stati colpiti tutti in modo indiscriminato. Lo scontro è durato cinque ore e ha visto la partecipazione degli elicotteri dell’esercito Usa». La paternità dell’attentato si confonde con questa parziale declinazione per quanto riguarda l’elevato numero di morti. Al-Qaeda vuole che le si riconosca la mossa di aver occupato la chiesa. Tuttavia, non si attribuisce le responsabilità dello spargimento di sangue. È la prima volta che il gruppo terroristico non esulta per una sua vittoria ottenuta a 360 gradi. Ed è anche la prima volta che emerge una contraddizione di questo genere. Non è escluso che anche il governo iracheno dovrà rispondere dello svolgimento della vicenda. Il fatto che i terroristi abbiano parlato dell’intervento degli Usa fa pensare che il massacro non sia stato perpetrato unicamente (e impropriamente) in nome di Allah. Fosse stato così, al-Qaeda l’avrebbe dichiarato fin da su-

«C

bito. È triste da dire, ma non si può escludere che la maggior parte dei morti sia attribuibile al caos generato dal blitz. L’esempio di Beslan, in questo caso, può insegnare qualcosa. Era l’inizio di settembre 2004, quando un gruppo di terroristi ceceni, anch’essi vicini ad al-Qaeda, prese in ostaggio 1.200 persone all’interno di un istituto scolastico nell’Ossezia del Nord (Russia). L’intervento armato voluto direttamente dal presidente Putin causò una strage di 386 morti, dei quali 186 erano bambini. Oggi come allora, l’avventatezza della polizia può aver scatenato la furia omicida dei terroristi.

In generale, il Paese è sprofondato nel baratro. A due mesi esatti dal ritiro del contingente statunitense, la situazione appare deteriorata in modo significativo. L’Assemblea nazionale si è riunita solo una volta, dall’avvenuto rinnovamento con le elezioni di marzo. Il governo al-Maliki, screditato dagli elettori, rifiuta qualsiasi possibilità di creare un esecutivo trasversale, che veda la partecipazione della componente sunnita ed eventualmente delle altre minoD’altra ranze. parte, il movimento Iraqiya, di estrazione appunto sunnita, ha raggiunto un accordo con altri gruppi sciiti e con i curdi. Stando ai calcoli, questa grande coalizione potrebbe governare mettendo da parte al-Maliki. L’attuale premier, tuttavia, risulta utile in quanto è l’uomo di fiducia (sic!) degli Usa e anche di altri governi stranieri, vedi l’Iran. Da qui il vuoto di potere, l’ingovernabilità e gli spazi creati per un ritorno di violenza nelle strade del Paese. La triste novità è che adesso lo scontro ha assunto una palese identità etnico-religiosa. Non c’è dubbio che il vuoto lasciato dagli Usa sia vantaggioso per le forze jihadiste. Un vuoto, questo, di tipo militare, ma anche politico. Washington ora è distratta dalle elezioni di metà mandato e comunque è l’Afghanistan ad aver preso il sopravvento. Addio surge, quindi. Con il rischio che l’Iraq diventi una specie di Somalia nel cuore del Medioriente.

È la prima volta che il gruppo terroristico non esulta per una sua vittoria. Forse il massacro non era previsto

risoluti il progetto evidente del governo iraniano di giustiziare presto Sakineh Mohammadi Ashtiani», ha dichiarato Robert Gibbs, il portavoce di Obama in un comunicato. «La mancanza di trasparenza e di rispetto delle procedure nella causa della signora Ashtiani, e gli atti subiti dal suo avvocato e dalla sua famiglia, sono inaccettabili», ha indicato il portavoce. «Invitiamo il governo iraniano a rinunciare a questa esecuzione e a trattare la signora Ashtiani in modo corretto, poiché ne ha tutto il diritto», ha concluso Gibbs nel suo comunicato. Da parte sua, il segretario di Stato Hillary Clinton si è detta «profondamente turbata».

tuali andamenti di crescita e inflazione, si ritiene che la probabilità di ulteriori azioni sui tassi nell’immediato futuro sia abbastanza bassa». Ha aggiunto che l’inflazione dovrebbe diminuire già da dicembre e ha precisato che questo intervento non dovrebbe ostacolare la crescita annua, prevista intorno all’8,5%. Quest’anno sono arrivati fondi esteri per 25 miliardi di dollari nel mercato azionario indiano, un record che ha rinforzato la rupia.

L’Indice dei prezzi di acquisto delle materie prime per le imprese è stato ad ottobre di 56,2 rispetto al 55,6 di settembre. Un indice superiore a 50 indica un’espansione dell’economia, per cui tale indice mostra che la crescita del Paese sta accelerando. È comunque il sesto aumento del costo del denaro nel 2010, a conferma di come sia alto il rischio inflazione. New Delhi deve preservare il potere di acquisto del 75% circa della sua popolazione che vive con meno di 2 dollari al giorno, anche perché l’inflazione colpisce anzitutto il prezzo degli alimentari. In precedenza, il 19 ottobre la Banca di Cina aveva alzato il costo del denaro dello 0,25, primo aumento da fine 2007 per frenare l’inflazione.


spettacoli

pagina 18 • 4 novembre 2010

Passerelle. Negli Stati Uniti è già in preparazione la seconda stagione

Il giorno di Scorsese (che però non c’è) A presentare al pubblico della Mostra del cinema capitolina “Boardwalk empire”, pilot di una serie tivù statunitense mastodontica (60 milioni di dollari di investimento globale), arriva solo l’attore Michael Pitt di Pietro Salvatori

ROMA. Si avvia stancamente verso la sua conclusione un’edizione del Festival di Roma decisamente sottotono. Qualche tardivo colpo di coda lo ha regalato il concorso ufficiale, composto da una serie di pellicole unite in modo strambo e sostanzialmente privo di coerenza. Nella giornata di ieri è stata infatti proiettata la pellicola più convincente. È il noirgrottesco Kill me please, film belga molto originale, girato in un bianco e nero pittorico, che veste elegantemente una storia piacevole ma che difficilmente vincerà, proprio per la sua eccessiva originalità. Lo firma Olias Barco, regista belga che mette in scena una strana commedia nera, irresistibilmente scorretta, dall’humor aspro e pungente, quasi interamente recitata all’impronta, priva di una sceneggiatura scritta a tavolino. Il tema è metaforicamente quello dell’eutanasia, della buona morte e della libertà di scelta, che ha fatto tanto ridere quanto storcere il naso alla proiezione dedicata alla stampa. Il protagonista, il dottor Kruger, è un medico alla ricerca di un senso per i suicidi che somministra nella sua clinica. Un processo maieutico che avviene attraverso paradossi divertentissimi, e che si conclude affermando con non troppa convinzione che la possibilità di scegliere realmente del proprio destino è solo un’illusione. Forse riferimenti autobiografici per Barco, che nel corso della sua vita ha tentato per ben due volte il suicidio. Del tutto certi invece, anche perché esplicitamente confessati, gli omaggi alla Nouvelle vague e a Charlie Chaplin. A presentarlo alla stampa, dopo l’ennesimo disguido che ha visto regista e parte del cast fermati da un ritardo aereo,

l’interprete Zazie de Paris. «È un film fatto per far divertire ci spiega - ma lo scopo principale è quello di indurre a riflettere sulla possibilità di scegliere la propria morte. Ovvero se questo sia un diritto o meno di tutto il popolo. È una questione politica. Non è un caso che il primo titolo fosse Dignitas». Un richiamo evidente alla famosa clinica di Zurigo dove si pratica realmente l’eutanasia. E Zazie non risparmia un’invettiva politica contro la brutta e cattiva «destra sostenuta dalla chiesa e dai militari, con la quale si può parlare, ma fino a un certo punto», imbeccata dalla solita domanda autocompiaciuta di una stampa italica che ama mettere in bocca ai malcapitati attori, lontani dall’essere analisti del Pentagono piuttosto che esperti di geopolitica, risposte che ricalchino pedeissequamente ciò che pensa. Per la serie «eventi speciali per il festival romano ma altrove già visti un po’da tutti», nel corso della mattinata è stato offerto al pubblico da Boardwalk empire, pilot di una serie televisiva pensata e diretta da Martin Scorsese. Una produzione mastodontica: 60 milioni di dollari di investimento globale, quasi 18 per la sola puntata pilota. Alla firma di Scorsese si aggiungono quelle della Hbo,

network che delle serie televisive di qualità ha fatto un proprio marchio di fabbrica, e quella di Terence Winter, già produttore del cult I Soprano.

Uno dei tanti misteri di questa kermesse capitolina ha voluto che a presentarlo non fosse l’autore e regista, che sfilava solo tre giorni fa sul red carpet per prendere parte a una conferenza in ricordo di Fellini, ma uno degli interpreti, Michael Pitt, diventato celebre con il nostro Bernardo Bertolucci che lo volle in The dreamers. Altrettanto misterioso è il fatto che Boardwalk empire, pur essendo una serie, non rientra come sarebbe stato logico pensare nella sezione sperimentale Extra, ma risulta essere parte della selezione ufficiale, rigettandoci per un attimo nel Roma Fiction Festival andato in scena all’inizio dell’estate. «È un segnale che il festival si apre anche a prodotti non esclusivamente cinematografici. È un

tempo, che negli States è arrivata ormai alla sesta puntata. La notizia vera la offre probabilmente Michael Pitt, che dopo essersi detto «entusiasta dei sette mesi passati sul set, passati con un fantastico Scorsese», annuncia che «la seconda stagione è in preparazione, e io sicuramente ci sarò». A dispetto della sua fama di personaggio schivo e scostante, Pitt è stato tra le pochissime star a gironzolare in mezzo al pubblico, nel breve intervallo tra la conferenza stampa e l’attesissima passerella serale. Qualche buona notizia arriva dal mondo della politica. A di-

prodotto con una sua altissima dignità, come ha anche compreso appieno Sky, che lo ha messo in programmazione nel suo canale dedicato al cinema»: la mettono giù così dall’organizzazione. Non si comprende allora perché abbiano puntato su una serie ormai edita da

spetto dei tagli al Fus disposti dal governo, il ministero della Gioventù ha deciso quest’anno di investire sul festival attraverso l’istituzione di un premio, che va ad aggiungersi a quelli ufficiali, dedicato ai giovani: il “Marc’Aurelio esordienti”. Il riconoscimento sarà attribuito a un’opera prima, scelta tra i film della selezione ufficiale, della sezione giovanile Alice nella città e di Extra, che si aggiudicherà diecimila euro oltre alla

prestigiosa statuetta dorata. È prevista per domani la presenza del ministro della Gioventù Giorgia Meloni tra i corridoi dell’Auditorium, per premiare personalmente il vincitore. Fonti di liberal ci descrivono il ministro come giustamente preoccupato di essere accolto, al posto della coppia BondiTremonti, dai fischi dei tanti manifestanti vicini al movimento dei 100 autori che ancora girano tra le sale.

Fischi reali quelli dei manifestanti dei precari del mondo audiovisivo, fischi metaforici invece, ma pur sempre fischi, da parte degli operatori della televisione. Questa volta non contro il governo, quanto nei confronti della direzione. Un red carpet estremamente povero di grandi nomi, orari lungamente dilazionati, hanno costretto chi lavora con le immagini a maratone di attesa lungo il tappeto rosso, rischiando comunque di non riuscire a portare a casa il servizio della sera. «È stato un errore non aver organizzato con maggior criterio la presenza delle star durante la settimana. Qualche nome importante c’è stato nei primi tre giorni, purtroppo anche con orari sincopati e frenetici. Da lunedì in avanti poi, si è andati in calando, fatto salvo per le apparizioni di Aaron Eckhart


spettacoli

4 novembre 2010 • pagina 19

La tesi: la necessità di superare il contratto collettivo degli insegnanti

E sul tappeto rosso sfila l’istruzione americana

Presentato ieri alla Mostra di Roma “Waiting for Superman”, film-inchiesta di Davis Guggenheim sulla scuola pubblica Usa di Andrea D’Addio

ROMA. «Pur vivendo in un ghetto credevo che Superman prima o poi sarebbe arrivato a salvarci». Così Geoffrey Canada parla della terribile scoperta che fece da bambino, quando sua madre rivelò che non esistevano i supereroi. C’era un’unica possibilità per uscire dal degrado: puntare su se stesso e sull’istruzione. Erano gli anni ’60, Canada aveva poco più di 10 anni. Gli Usa avevano uno dei migliori sistemi di istruzione pubblica al mondo e lui ce la fece, emerse.Trent’anni dopo, quando Canada divenne preside di una scuola di Harlem, la situazione generale era completamente cambiata. Non solo il suo Paese era nel bel mezzo di un tracollo che ora lo ha portato ad occupare una delle ultime posizioni per livello di istruzione tra i Paesi occidentali, ma anche il mondo del lavoro americano si è trasformato. Niente più boom economico, niente più esigenza di creare un numero troppo alto di iper-specializzati a scapito di professioni (ragionieri, segretari, operai) di cui c’era un tempo grande domanda e che la scuola allora aiutava a indirizzare, ora gli Stati Uniti hanno bisogno di un gran numero ingegneri, fisici, laureati in discipline scientifiche. Il sistema non glieli offre e così i grandi colossi della new economy sono costretti a reclutarli dall’estero.

e Julianne Moore», ci racconta Lorenzo Ormando, che realizza e conduce il programma Spettacolo che spettacolo.

«Per noi giornalisti che dobbiamo lavorare sul red carpet il fatto che ci siano poche troupe da una parte è un vantaggio perché favorisce una maggiore interazione con gli ospiti. Ma d’altro canto è un cane che si morde la coda, perché le poche troupe sono il sintomo del fatto che non ci sono nomi di richiamo a sfilare». Qualche elemento positivo però lo si trova sempre: «Noi della televisione abbiamo comunque alcuni vantaggi. Per esempio ci vengono concesse interviste private con gli artisti che si alternano per il festival, che realizziamo in spazi predisposti appositamente o nell’albergo dove alloggiano».

che del 150% migliori per alunno rispetto ad uno mediocre o scarso. Negli Usa, il Paese che più di ogni altro si vanta di avere messo la meritocrazia al centro del sistema, dopo due anni di attività continuativa gli insegnanti non possono essere licenziati dalla propria professione se non in casi davvero molto eccezionali (un caso su 2500, rispetto all’1 su 57 dei medici e l’uno su 100 degli avvocati).

Non solo: non si possono premiare, basandosi sul rendimento degli alunni, i più meritevoli. I due grossi sindacati di categoria non concepiscono alternativa, tanto che quando l’attuale Soprintendente all’istruzione per la Columbia provò, due anni fa, a cambiare le cose radicalmente («il doppio dello stipendio a quegli insegnanti che scelgono un nuovo contratto che contempli la loro valutazione»), neanche si decise di mettere al voto l’offerta. Si tratta di sindacati fortissimi che per ogni elezione presidenziale versano finanziamenti ben maggiori rispetto alle analoghe associazioni di trasportatori e portuali.Tengono sotto ricatto il sistema, finendo col far del male ai ragazzi che non hanno la possibilità di scelta: se capitano nella scuola sbagliata con i professori sbagliati, le possibilità che arrivino al college sono pressoché nulle. Per aggirare questo problema in diversi stati federali sono nate scuole con fondi pubblici, ma gestite come private. Si chiamano charter e offrono ai fortunati un team di insegnanti motivati ed efficienti. Come al solito, la soluzione di un problema di sistema non è risolverlo, ma aggirarlo. Meglio di niente: i risultati di queste scuole sono migliori di quelle private. Il problema è sentito. Nel 2007 anche la quarta stagione di The Wire («il serial preferito da Obama»), decise di occuparsene. Al centro della sua critica c’era il metodo delle statistiche e dei test su base statale: le scuole, soprattutto le peggiori, invece di preoccuparsi di seguire il programma preferiscono preparare i propri alunni per gli esami valutativi, a prescindere dal resto. Un buon risultato generale significa più fondi per l’istituto in questione e quindi la possibilità di mantenere tutto il corpo docente e gli altri lavoratori nell’istituto. Un cane che si morde la coda e che non riesce a guardare lontano. Per cambiare, si dovrebbero chiedere sacrifici che, purtroppo, in pochi sarebbero pronti ad affrontare. I problemi del futuro si possono sempre rimandare, anche in America.

In diverse città sono nate le così dette “charter”, scuole statali ma gestite come private, che offrono ai ragazzi che riescono a iscriversi team di docenti motivati ed efficienti

A sinistra, il regista Martin Scorsese e la locandina del film “Boardwalk empire”, interpretato dall’attore Michael Pitt. Sopra, due fotogrammi della pellicola. A destra, la locandina di “Waiting for Superman”, film-inchiesta sulla scuola pubblica americana firmato da Davis Guggenheim. In alto, un disegno di Michelangelo Pace

Perché il sistema di istruzione pubblica americano non funziona? Perché chiunque abbia la possibilità, sceglie per i propri figli istituti privati? Qual è il costo sociale di un cattivo sistema scolastico? Ma, soprattutto, cosa distingue una buona scuola da una cattiva? Davis Guggenheim, con Al Gore premio Oscar per il migliore documentario nel 2007 per Una scomoda verità, mette al centro del suo Waiting for Superman, presentato ieri al Festival di Roma, queste domande, realizzando una precisa indagine che varrebbe la pena vedere e rivedere. Niente punto di vista partitico, nessuna volontà di accusare l’inefficienza politica nella risoluzione del problema, che sia questa conservatrice o democratica. Dopo avere spiegato come funzioni la scuola pubblica americana, un sistema in cui ci si deve affidare a lotterie di inizio anno per essere ammessi nei migliori istituti pubblici, Guggenheim trova il nocciolo del problema nel contratto collettivo degli insegnanti, frutto delle giuste rivendicazioni degli anni ’60, ma ormai superato, o meglio, da superare. Un buon maestro garantisce risultati a volte an-


cultura

pagina 20 • 4 novembre 2010

Eventi. Fino al 18 dicembre a Roma “Gioventù ribelle - L’Italia del Risorgimento”, una mostra dedicata agli eroi dell’Unità nazionale

La rabbia giovane di Mazzini & co. di Maurizio Stefanini

i hanno tacciato di essere facinorosi. Pazzi. Gente che non ha nulla da perdere. Adesso che tutto è riuscito battono le mani e plaudono ai ‘giovani eroi’. In verità, abbiam vissuto fatti che sembrano usciti dalla fantasia di un romanziere…». È questa citazione di un garibaldino il punto di partenza di Gioventù Ribelle-L’Italia del Risorgimento: la mostra inaugurata ieri al Vittoriano, e che dal 4 novembre al 18 dicembre, in attesa di spostarsi in altre città, ricorderà la “lucida follia”, come l’ha definita la ministro della Gioventù Giorgia Meloni, dei ragazzini che un secolo e mezzo fa unirono la Penisola.

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Gente come Giuseppe Mazzini, che fondò la Giovine Italia a 26 anni. Giuseppe Garibaldi, che aderì alla Giovine Europa a 27. Goffredo Mameli, che morì dissanguato nella difesa della Repubblica Romana a 22, dopo aver fatto in tempo a dedicare alla Patria che sognava di far nascere il Canto degli Italiani. O Luciano Manara: un “lumbard” amico di Carlo Cattaneo e eroe delle Cinque Giornate di Milano, che pure per la difesa della Repubblica Romana morì a 24 anni. “Morire a vent’anni” è appunto il titolo di una sezione della mostra, che assieme a Mameli e Manara ricorda anche i fratelli Bandiera: anche se per la verità Emilio quando fu fucilato era ancora 25enne e Attilio era arrivato ai 34. E Ippolito Nievo: morto a trent’anni in un naufragio durante l’impresa dei Mille, dopo aver fatto in tempo a dare alla letteratura nazionale Le confessioni di un italiano. Ma anche chi poi arrivò a morire con i capelli bianchi, spesso insignito di incarichi politici e militari, decorazioni o addirittura titoli nobiliari, durante l’epopea risorgimentale aveva spesso vissuto tra evasioni, cospirazioni, esili e battaglie quella che un’altra sezione ricorda come “Vita spericolata”, Camice rosse alla Vasco Rossi: dal reduce dello Spielberg Pietro Maroncelli al numero due dei Mille Nino Bixio, dal cronista dei Mille Giuseppe Cesare Abba al futuro aiutante del campo di due re Giacomo Medici del Vascello, ai futuri ministri Silvio Spaventa e Giovanni Nicotera. I due destini assieme convissero nei membri della famiglia Cairoli: Ernesto cadu-

to 26enne tra i Cacciatori delle Alpi; Luigi morto 22enne di tifo durante l’impresa dei Mille; Enrico e Giovanni morti rispettivamente a 27 e 28 anni in seguito allo scontro di Villa Glori; e Benedetto sopravvissuto a fare due volte il presidente del Consiglio (prendendosi anche una pugnalata per difendere Umberto I dall’attentato di un anarchico). Non mancano comunque anche tra le “Vite Spericolate” coloro che ci rimisero comunque la pelle: dal Garibaldi mancato Carlo Pisacane, al dinamitardo Felice Orsini. Proprio Orsini ci

ricorda come questa Mostra non intenda essere un’oleografia a senso unico, ma intenda soffermarsi anche sugli aspetti più discutibili di quella storia, e pure sulle ragioni degli altri. Nella sezione “Donne nel Risorgimento”, in particolare, accanto a una spericolata cospiratrice come Cristina Trivulzio Belgioioso e a una caduta della Repubblica Romana (a 23 anni) come Colomba Antonietti, c’è la Contessa di Castiglione: che per la Causa utilizzò anche mezzi non del tutto spiegabili in un libro di scuola per le elementari (anche se oggi i ragaz-

revisionismo storico preconcetto, che fa di ogni erba un fascio. «I briganti al Sud c’erano pure prima dell’Unità, e all’origine erano proprio un fenomeno di protesta sociale contro il malgoverno dei Borbone». Ed ha pure ricordato che i gravi contrasti personali tra i protagonisti del Risorgimento piuttosto che stigmatizzati da una polemica di basso livello dovrebbero invece essere presi a esempio: «allora quei contrasti non impedirono la ricomposizione in un superiore disegno di Unità. Fosse altrettanto

la “Amabili Resti”, con l’esposizione di alcune reliquie di martiri e eroi risorgimentali a suo tempo sistemate come quelle dei martiri cristiani. Dalla vertebra di un martire di Belfiore, a un pezzo della bara di Giuseppe Mazzini, ai capelli di Maroncelli, all’ampolla del sangue di un caduto di Mentana, a un frammento del mandorlo sotto cui morirono i fratelli Cairoli, a un cartello con indulgenza per

la decapitazione di Monti e Tognetti (ultimi due condannati a morte dello Stato Pontificio). Ma, appunto, è una monumentalizzazione che troppo spesso fa dimenticare che un tempo questi nomi da libro di storia erano stati, appunto, giovani ribelli dalla vita spericolata. Oltre a questa mostra, che poi verrà portata anche in altre città, il progetto Gioventù Ribelle prevede anche altre iniziative per interessare proprio i giovani spaventati dall’odore di sussidiario. Ci sarà ad esempio un video in cui Cristiana Capotondi farà la Castiglione, Andrea Fachinetti Pisacane, Emanuele Propizio Mameli e Vinicio Marchionni Orsini.

zini in tv vedono ben altro…). E anche l’ultima regina delle Due Sicilie Maria Sofia, di cui è ricordato l’eroismo nel guidare a 19 anni l’estrema difesa della Fortezza di Gaeta. «Erano personaggi di carne, calati nella loro epoca e nelle loro contraddizioni», ha ricordato la Meloni.

In questa pagina, alcune delle opere esposte al Vittoriano nella mostra “Gioventù ribelle, l’Italia del Risorgimento”

Come ha però aggiunto lo stesso presidente Giorgio Napolitano, «un conto è una sana avversione alla retorica, che oggi in Italia c’è. Un conto investire in questa avversione alla retorica tutto: fino a negare la stessa figura dell’Eroe, che invece altri Paesi coltivano con cura». E dopo aver ricordato di aver dovuto assistere in Francia a un convegno su “Cavour statista europeo”, il presidente si è pure scagliato contro un certo tipo di

Nella sezione “Morire a vent’anni”, oltre a Mameli e Manara si ricordano anche i fratelli Bandiera

oggi!». Naturalmente, il rischio della polvere da monumento in questo tipo di celebrazioni c’è sempre. La monumentalizzazione ha d’altronde anche una sua funzione: una delle sezioni più curiose è quel-

Ci sarà una serie di grandi concerti con la partecipazione dei più importanti artisti italiani di oggi. Ci sarà un tour teatrale. Ci sarà un percorso guidato di escursioni attraverso i luoghi della memoria dell’Unità d’Italia, con la collaborazione di Ferrovie dello stato, Mondadori Electa e Associazione Alberghi della Gioventù. Ed è in approntamento anche un videogame in cui il giocatore diventerà la Piccola Vedetta Lombarda: scampata alla grave ferita del racconto di De Amicis, e sposttato anche di dieci anni indietro, dalla Seconda alla Prima Guerra d’Indipendenza; in modo da poter poi continuare a percorrere tutti i campi di battaglia del Risorgimento, per condurre a termine eroiche missioni segreti determinanti per l’esito della storica epopea.


società ra colline, montagne e vigneti, per il diciannovesimo anno consecutivo il Kurhaus di Merano, splendido palazzo della cittadina altoatesina, apre le porte a vini da tutto il mondo per il Merano Wine Festival (5-8 novembre, meranowinefestival.com), manifestazione meno conosciuta del più popolare Vinitaly ma certamente di più elevato livello qualitativo. Protagonisti della kermesse soprattutto i vini italiani - 336 i produttori del Bel Paese - con una sfilata quasi infinita delle eccellenze del territorio. Quest’anno, forse in onore di una terra che vanta una tradizione di vigneti in altitudine che arrivano fino ai 1000-1200 metri, sarà di scena anche il vino proveniente dalle vigne più alte del mondo, a ben 3111 metri sul livello del mare. E come al solito, nel giardino fiorito altoatesino, protagonisti saranno gli odori del vino. Non solo il Riesling, italiano e tedesco - con i grandi fuoriclasse della Mosella - che sarà oggetto di un’eccezionale degustazione guidata, ma soprattutto i profumi autoctoni della terra in cui il festival si svolge.

T

Geraniolo, esanoato, undecalattone e un po’ di alcol feniletilico. Sostanze appartenenti al mondo della chimica ma in grado, interpretate con naso e un po’ di poesia, di vestirsi di eleganza e potere seduttivo. Sono solo alcuni dei profumi tipici dell’Alto Adige e del suo vino aromatico per eccellenza - il Gewürztraminer - che profuma di petali di rosa, pesca e frutta esotica, dal litchi all’ananas. Culla di questo odoroso vitigno è la zona di Tramin-Termeno, nel cuore del Sudtirolo, dove cresce sin dal 1000 D.C. in compagnia di altri vitigni autoctoni come Schiava e Lagrein, meno intensi di profumo ma altrettanto tipici di questa zona montana. Per partire alla ricerca dei profumi dell’Alto Adige basta una macchina, utilissima anche a contenere un’eventuale scorta di vino da riportare a casa, per avventurarsi nella natura, tra le colline di una “terra odorosa d’Europa”, e imboccare la strada del vino del Sudtirolo come un moderno Lorenzo Megalotti, autore, all’interno delle sue Lettere, di una vera e propria “filosofia degli odori”. Si può cominciare da Termeno, patria del Gewürztraminer, e giungere fino al Lago di Caldaro, famoso per la sua lussureggiante vegetazione favorita dall’acqua del lago, il più caldo delle Alpi, e arrivare fino alla Valle Isarco che, posizionata a nordest, vanta vini dall’inimitabile freschezza, nati in altitudine con escursioni termiche pazzesche che conferiscono al profilo olfattivo intensità ed eleganza fuori dal comune. In queste terre, forse

Fiere. Da domani all’8 novembre, la 19esima edizione del “Wine Festival”

E Merano brinda «ne’ lieti calici» di Livia Belardelli più che in altre, di fronte ai mille profumi che un bicchiere di Gewürztraminer può offrire, è facile restare piacevolmente stupiti dalla facilità con cui questo vitigno sia individuabile anche dai nasi meno esperti.

matici riconosciuti insieme a malvasie, brachetto e moscato. Nonostante non sia il più coltivato in Alto Adige, come d’altronde non lo è neppure un altro autoctono come il Lagrein, è certa-

486 aziende vitivinicole italiane e internazionali; 52 aziende bio&dynamica; 90 produttori di specialità artigianali nella sezione Culinaria; 15 distillatori; 10 birrifici artigianali Un profumo inebriante in grado di evocare ricordi quanto una madeleine proustiana che, d’altronde, per esprimersi al meglio aveva bisogno dell’infuso di tiglio e dei suoi aromi.

Non solo gusto dunque, ma soprattutto olfatto. Il Gewürztraminer, o Traminer aromatico appunto, deve la sua riconoscibilità proprio all’aromaticità, alla speziatura - gewürz in tedesco significa speziato - essendo tra i quattro vitigni aro-

mente il bianco più caratteristico. Di fronte ai sentori di chiodi di garofano o rosa gialla il neofita odorante potrebbe giustifi-

Al via da domani, fino all’8 novembre, la diciannovesima edizione del “Merano Wine Festival”

4 novembre 2010 • pagina 21

care il profumo con inverosimili vicinanze a roseti o cespugli di bacche. D’altronde quante volte all’inizio dei filari si scorge, nota intensa di colore, una pianta di rose? Che l’odore tipico di rosa provenga proprio da lì? No, la rosa è una pianta spia in grado di manifestare prima della vite i sintomi di malattie e parassiti e quindi utile campanello d’allarme per la salute dei filari ma non ha nulla a che fare con gli aromi del vino. I profumi di rosa e di litchi del Gewürztraminer, quelli di mora, viola e spezie del Lagrein o il fruttato un po’ amaro della Schiava non provengono dunque da contaminazioni di piante ma da sostanze chimiche volatili che si trovano così negli elementi usati per i riconoscimenti (fiori, frutti, ecc.) come nel vino. Parlare di acetonina anziché di mandorla amara per quel “retrogusto”finale - a voler essere puntigliosi bisognerebbe parlare di retro-olfatto - nell’uva schiava è di certo poco seducente così come utilizzare altrettanti nomi di sostanze chimiche per indicare fragole e cioccolato, ciliegie e cuoio per descrivere i profumi di un grande vino di Borgogna, il Pinot Noir, che ha ottimi risultati anche in Trentino Alto Adige sotto il nome di Blauburgunder. Forse, a voler fare delle obiezioni, risulta semmai poco elegante parlare di “merde de poule”o di “pipì di gatto”, ma detto ciò è di gran sollievo sapere che nulla di così eccessivamente animale sia nel bicchiere di Pinot Nero o in quello di Sauvignon che ci apprestiamo a degustare.

Restando sulle note speziate del Pinot Nero, magari allietando anche la vista con il suo tipico colore scarico e antico, si può passare ad un altro vitigno internazionale prodotto nella zona, il Cabernet, che propone invece un colore potente e a volte impenetrabile con una fragranza erbacea, spesso riconducibile al peperone verde e alla foglia di pomodoro. Sulla scia vegetale anche Sauvignon e Riesling, entrambi molto profumati e con sentori agrumati e minerali che sono un marchio di fabbrica del territorio. Così, in questa girandola di odori e profumi intensissimi, tra pergole, campanili e balconi ricoperti di cascate di gerani, si rischia di restare storditi e spaesati tra tutti questi aromi. Così sia il Winefestival di Merano che la strada del vino del Sudtirolo si rivelano viaggi trai profumi di questa terra intensa in grado di risvegliare, insieme a vista e gusto, anche il nostro senso più addorquell’olfatto mentato, che, se esercitato, è in grado di evocare ricordi e suscitare emozioni profonde e spesso più immediate di quanto possano fare gli altri sensi.


o p i n i o n ic o m m e n t il e t t e r ep r o t e s t eg i u d i z ip r o p o s t es u g g e r i m e n t ib l o g L’IMMAGINE

Tempi brevi in Parlamento per la riforma delle professioni La riforma delle professioni si è avviata alla sua fase conclusiva. Nel testo base di coordinamento depositato sin dal maggio del 2010 sono già contenuti i principi societari necessari per la modernizzazione dell’attività professionale. Tra questi un nuovo modello di società ad hoc, ovvero le società di lavoro professionali. I principi generali della legge, che prevedono la corretta definizione della professione intellettuale (come attività anche previste in forma associata, per cui è richiesto un titolo di studio e il superamento dell’esame di stato), distinzione tra attività di impresa e attività professionale, caratterizzata da personalità indipendente e responsabilità individuale, autonomia degli ordinamenti che decidono in ordine alle competenze professionali, vincolo assicurativo obbligatorio, vincolo deontologico, piena libertà di accesso alla professione, fondato su capacità e superamento dell’esame di stato, tirocinio possibile anche durante il periodo universitario e debitamente retribuito.Va poi evidenziato che viene prevista la massima autonomia dei diversi ordini professionali, che con i propri ordinamenti decidono sulla possibilità o meno dell’apertura al socio di capitale, seppur minoritario.

Maria Grazia S.

ELEVARE I TETTI ANTITRUST PER PERMETTERE LA CONCORRENZA L’Autorità per l’Energia e il Gas ha deciso di intervenire sul mercato del gas che soffre di restrizioni alla concorrenza con rigorosi tetti antitrust. Il settore del gas presenta dei limiti dovuti proprio all’assenza di un mercato concorrenziale e alla predominanza di un sistema monopolistico, di conseguenza è necessario rafforzare i provvedimenti per superare questo limite, offrendo un servizio maggiormente concorrenziale e a prezzi più bassi. Ritengo sia opportuno elevare la penale sostitutiva prevista per l’Eni qualora l’azienda non garantisca servizi adeguati al mercato, elevando l’attuale tetto. L’attuale tetto è troppo basso e una azienda del calibro di Eni potrebbe trovare più conveniente pagare questa cifra piuttosto che adempiere al suo impegno. Il governo deve prevedere regole più

rigide al fine di permettere ai cittadini di usufruire di un servizio più competitivo.

Ivano Giacomelli

BENE LA DIRETTIVA SUL CONGEDO PER PATERNITÀ Finalmente tutte le donne europee potranno ricevere una tutela rafforzata e soprattutto omogenea. In Italia la legislazione in materia è già all’avanguardia ma manca quasi del tutto una cultura della paternità. Proprio per questo riteniamo assai rilevante la previsione, contenuta nella direttiva Ue, di un congedo di paternità retribuito per due settimane. In questo modo verrebbe introdotto un forte elemento di innovazione nella gestione e nei tempi di condivisione del lavoro familiare, avviandoci finalmente verso il principio delle pari responsabilità di cura.

Alessia e Barbara

Avvinghiato alla preda Si destreggia come un equilibrista sulla fune questo pidocchio del capo saldamente ancorato a un capello. La scelta di stabilirsi sul cuoio capelluto dipende dalla necessità dei pidocchi di una “dimora” ad alto afflusso di sangue (il suo cibo) e soprattutto di un ambiente caldo

L’INSOLITA ALLEANZA PER UN FISCO PIÙ GIUSTO

mo che le proposte possano essere al centro dei lavori di riforma del sistema fiscale.

Il Fattore Famiglia su cui si basa la proposta delle associazioni familiari si affianca alla proposta elaborata dalla Cisl per un nuovo assegno familiare (Naf). Le famiglie e il sindacato agiranno insieme, in un’alleanza inedita e che fino a qualche anno fa nessuno avrebbe saputo immaginare. È un segnale importante che la società civile intende riappropriarsi di un ruolo propositivo nei confronti della politica. Ci auguria-

L’OCCHIO DEL MONDO - Le opinioni della stampa internazionale a cura di Pierre Chiartano

www.forumfamiglie.org

PAROLE GRATUITE Il sindacodi Napoli invita il governo a responsabilizzarsi per la situazione “monnezza”, senza contare che la sua azione è stata nulla, mentre l’esecutivo è stato già presente in passato, risolvendo il problema fa tra mille polemiche.

Br

da ”Asharq Alawsat” del 3/11/10

I Saud apparecchiano il tavolo per l’Iraq er anni i principi della dinastia Saud si sono sempre tenuti a debita distanza dalle vicende irachene. È come se seguissero un dettato di «non interferenza» negli affari interni di un Paese vicino. Poi qualcosa è cambiato. Le truppe combattenti americane si sono ritirate, un’operazione che indubbiamente andava ad indebolire l’alleato saudita di Washington. Così Obama ha deciso di riarmare Riyadh, con una la più grande vendita d’armi della storia di Washington. Sabato scorso quando il re Abdullah bin Abdullaziz ha deciso di proporre un summit sull’Iraq nella capitale dell’Arabia Saudita, anche il pubblico arabo si è reso conto che era cambiata un’epoca.

un presidente «che sono gli irachene a dover scegliere», sottolinea il giornale saudita. E cerca di spazzare ogni dubbio sul fatto che nelle stanze dei signori del petrolio si sia già scelto uno dei tre candidati al governo dell’Iraq. Ma mette le mani avanti sul clima filoarabo che dovrà, per forza di cose, esprimere il nuovo governo di Baghdad. Il riferimento critico è al presidente di origine curda, Jalal Talebani. Un nonarabo che qualche problema deve aver creato ai potenti vicini, secondo le tesi del giornale. E che la situazione sia grave quanto complessa è dimostrato dal paragone storico che viene citato.

P

L’analisi fatta dalle colonne di un quotidiano, stampato a Londra in lingua inglese, sponsorizzato dalla famiglia reale saudita è una cartina di tornasole di quanto gli arabi vogliano comunicare al mondo il nuovo approccio mediorientale. Per Abdul Rahman Al-Rashid, autore dell’articolo, la decisione di occuparsi dell’Iraq diventa «improvvisa», segna il passo più importante preso negli ultimi sette anni in favore di Baghdad ed un significativo cambio della politica di Riyadh che, oggi con la Lega Araba, vuole occuparsi del futuro del Paese confinante. È da marzo, data delle elezioni politiche, che gli iracheni tentano vanamente di formare un esecutivo. Per cui molti leggeranno l’iniziativa araba come il tentativo di scegliere un proprio candi-

dato alla poltrona presidenziale. Altri ancora tenteranno di sabotare l’iniziativa, pensando che le chance di chiudere i giochi politici a proprio favore siano minori con un intervento di questa portata. C’è poi chi ci guadagna da questo vuoto politico e istituzionale e non gradisce assolutamente che nulla cambi. L’intervento della casa regnante avrebbe un solo significato, per il giornale saudita: la situazione in Iraq ha superato il livello di guardia. Anche se adesso una delle coalizioni in lizza raggiungesse il quorum numerico, non avrebbe sufficiente legittimità in vaste aree della popolazione e diventerebbe difficile governare, per chiunque. L’Arabia Saudita non sarà mai nella posizione di disconoscere o appoggiare un primo ministro o

Viene evocato il clima della conferenza di Taif per il Libano, che più di vent’anni fa decise delle sorti del Paese dei cedri. E si vede con quali risultati. Uno stile di trattative bilaterali fatte sottobanco, prima ancora di raggiungere un accordo quadro al tavolo negoziale ufficiale. Lo stile levantino potrebbe affermare qualcuno e avrebbe ragione. In Iraq si parte da una posizione di vantaggio, perché sono tutti d’accordo sul modello di Stato, non si mettono d’accordo solo su chi debba governare. E da quelle parti, ma non solo, non è un problema secondario. Riyadh non disconoscerebbe Al-Maliki come primo ministro, se fosse portatore di una conciliazione nazionale. Insomma i sauditi sarebbero solo gli ospiti, quelli che apparecchiano il tavolo dei negoziati che dovrebbe svolgersi «solo tra iracheni». Questa almeno è la versione ufficiale.


opinioni commenti lettere p roteste giudizi p roposte suggerimenti blog LE VERITÀ NASCOSTE

Tentata rapina alla stazione di polizia N ORTH B END . Robert Lloyd Finder può sicuramente fregiarsi del titolo di ladro più sfacciato del mondo. Qualche tempo fa, infatti, Finder ha rapinato nientepopodimeno che la stazione di polizia di North Bend nell’Oregon. Il ladro 26enne ha approfittato del fatto che tutti gli agenti erano fuori dalla sede per rispondere ad alcune chiamate di emergenza (erano rimasti solo alcuni operatori in altre sale della stazione), ha forzato l’ingresso dei locali, e si è portato via due taser (le pistole elettriche), una radio ed un’automobile di servizio. La polizia non ha nascosto un forte imbarazzo per

l’accaduto: «No, non ci trovo niente di ironico», hanno commentato. «Non immaginavamo assolutamente che a qualcuno potesse venire in mente di derubare la stazione di polizia». Finder avrebbe forse potuto farla franca se non avesse tentato di rivendere subito i taser, che “scottando ancora troppo”, hanno fatto scattare diverse soffiate agli agenti. È facile immaginare a questo punto che Robert Finder non riscuota molti consensi e simpatie da parte dei poliziotti: è stato accusato per qualunque cosa sia venuta in

ACCADDE OGGI

UN PICCOLO ALLEATO PER RISPARMIARE ENERGIA E SALVAGUARDARE L’AMBIENTE Cercate un rimedio semplice ed efficace contro le bollette “salate” dell’energia elettrica? Vi piacerebbe sapere quanto consumano effettivamente i vostri elettrodomestici ma i kwh sono unità di misura che vi sembrano lontane dalla vita reale ed è difficile ricondurle ad un costo effettivo? Vorreste trovare un modo per ridurre gli sprechi a casa vostra e dare il vostro piccolo contributo per salvaguardare l’ambiente riducendo le emissioni di CO2? Ora per tutti c’è ContaCorrente, un piccolo congegno digitale che si installa facilmente (il kit di installazione contiene anche un dvd con un video guida) e permette di fare un grande passo avanti verso un consumo energetico consapevole… e verso il risparmio. ContaCorrente si collega al contatore della luce e tiene sotto controllo il consumo energetico visualizzandone, in tempo reale, il costo in Euro mensile e giornaliero. Dati oggettivi da cui partire per modificare le proprie abitudini, per un uso più consapevole e attento dell’energia.

Lettera firmata

PIANO E RISORSE PER RILANCIARE IL SUD Mettere a punto un Piano per il Mezzogiorno partendo dalla concertazione è una pratica a cui la Regione Basilicata non può che guardare con favore. Ma è importante che ci siano volontà politica e relative risorse per mettere su un piano che riesca effettivamente a ridurre il gap esistente tra il Sud del resto del Paese, come è pure necessario che nel confronto tutte le istanze, e in particolar modo quelle dei territori interessati, trovino la giusta considerazione.

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato

4 novembre 1966 La piena dell’Arno raggiunge Firenze passando alla storia come l’alluvione di Firenze. Lo stesso giorno sarà alluvionata anche Grosseto 1968 Si aprono in Israele i III Giochi paraolimpici estivi 1970 Gli Stati Uniti cedono il controllo della base aerea nel Delta del Mekong ai Sudvietnamiti 1979 Radicali iraniani, in gran parte studenti, invadono l’Ambasciata degli Stati Uniti a Tehran e prendono 90 ostaggi 1980 Il candidato repubblicano Ronald Reagan sconfigge il candidato democratico Jimmy Carter e diventa presidente degli Stati Uniti 1993 La Bolivia diventa membro della Convenzione di Berna per la protezione delle opere letterarie e artistiche 1995 Dopo aver partecipato ad una manifestazione per la pace nella Piazza dei re di Tel Aviv, il primo ministro israeliano Rabin viene ucciso da un estremista di destra israeliano

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

mente agli agenti: furto, ricettazione, uso illecito di veicoli della polizia, ingresso illecito in veicoli della polizia, guida pericolosa, manomissione di reperti giudiziari, violazione di domicilio, e molto altro. Sicuramente, se in futuro, gli verrà ancora in mente di trasgredire, penserà bena cosa e soprattutto dove rubare.

Le proposte di Confindustria non sono tutte automaticamente condivisibili, ma possono essere una delle basi di lavoro su cui portare avanti un’azione che deve vedere la convergenza di governo, regioni e delle parti sociali. Uno dei grandi temi che dobbiamo affrontare è sicuramente quello delle infrastrutture. La Basilicata ha ottenuto risultati importanti nell’utilizzo delle varie linee di finanziamento, partendo dai fondi propri per arrivare a quelli per le aree sottoutilizzate e, ancora, a quelli europei, ma ci siamo resi conto che i nostri sforzi restano vani senza un impegno del Paese. Per questo ci aspettiamo dal governo segnali concreti per il Piano per il Sud. È necessario che quell’obbligo di legge di destinare al Mezzogiorno almeno il 45% della spesa dello Stato in conto capitale diventi una scelta strategica, invertendo il trend che ha fatto registrare un calo dopo il 2001 e che ha visto, nel 2008, tale percentuale scendere al 30%. In queste condizioni qualunque idea e qualunque piano sono destinati a non produrre effetti, mentre il gap tra Sud Italia e resto del Paese continuerebbe ad allargarsi.

Vito De Filippo

DIRITTI E DOVERI Il presidente del Consiglio ha perfettamente ragione quando afferma che «i diritti degli immigrati non sono assoluti, devono comportare anche dei doveri». Chi decide di venire da noi deve farlo secondo un progetto di vita serio, accompagnato da altrettanto serio rispetto delle nostre regole, come noi facciamo e faremmo a casa loro.

Luca

Anselma Dell’Olio, Alex Di Gregorio Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Roberto Genovesi, Aldo G. Ricci, Robert Kagan, Filippo La Porta,

Direttore da Washington Michael Novak

Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci,

Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica)

Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Collaboratori

Ernst Nolte, Emanuele Ottolenghi,

Maria Pia Ammirati, Mario Arpino,

Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci,

Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi,

Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi,

Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi,

Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini,

STIAMO VICINI AGLI IMPRENDITORI CHE INVESTONO NELLO SVILUPPO DELLA CALABRIA C’è una Calabria in movimento, una Calabria che produce e che non sta ferma, pronta a mettersi in discussione e ad affrontare le sfide dello sviluppo, senza paure. C’è una Calabria giovane che vuol rialzarsi, più forte di prima e che non ci sta ad essere etichettata come l’ultima della classe. Ed è il caso di far riscoprire questo lato positivo di una terra che non è solo ignoranza, povertà e malavita, anzi. La nostra è una terra ricca di risorse e di intelligenze nascoste e forse poco o per nulla incentivate e, proprio perché siamo coscienti di ciò, riteniamo opportuno e doveroso, da parte nostra, lanciare un accorato appello al governatore Giuseppe Scopelliti, alla giunta da egli presieduta ed all’intero consiglio regionale: è necessario stare vicini, camminare fianco a fianco e tutelare coloro i quali, con coraggio e determinazione, hanno voglia di investire in Calabria. In tal senso, non possiamo far altro che prendere ad esempio l’ammirabile iniziativa di un giovanissimo imprenditore, che senza tentennamenti alcuni non c’ha pensato due volte ad investire parte del proprio capitale su quella che è una vera e propria meraviglia della natura, un paradiso terrestre di cui pochi, ahinoi, conosco le bellezze, il fascino e le potenzialità di attrattiva turistica: l’isola di Dino. La maggiore delle isole calabresi, sorge sulla costa nord occidentale del Tirreno cosentino, di fronte l’abitato di Praia a Mare, davanti Capo dell’Arena. Il suo nome deriva dal fatto che sull’isola sorgeva un tempio (aedina) dedicato a Venere. Con passione ed audacia, il giovane Matteo Cassiano e la sua famiglia, stanno tentando di riconsegnare, alla Calabria e non solo, un angolo di bellezza naturale e paesaggistica che nulla ha da invidiare ad altri posti ritenuti “a grande vocazione turistica” sparsi in tutto il mondo. Crediamo sia necessario, dunque, che la Regione, per tramite delle sue più alte cariche, avvii un confronto con queste realtà positive, oneste, con quelle energie nuove che operano sul territorio, a partire, perché no, dal giovane imprenditore Cassiano. A partire, magari, da una visita all’interno dell’isola di Dino, anche e soprattutto al fine di lanciare un chiaro messaggio ai calabresi, volto a dar forza a chi non si arrende e a chi, ancora oggi, crede nella rinascita della Calabria. Da parte nostra, continuiamo ad essere attenti, sensibili e a registrare, sempre in modo positivo ed oggettivo, esempi reali di una società che ha l’obbligo morale di rimettersi in moto e di far riscoprire il vero volto della Calabria. Giovanni Folino G I O V A N I UD C CA L A B R I A REGOLAMENTO E MODULO DI ADESIONE “VERSO IL PARTITO DELLA NAZIONE” SU WWW.LIBERAL.IT E WWW.LIBERALFONDAZIONE.IT (LINK CIRCOLI LIBERAL)

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2010_11_04  

cronached Il responsabile del Copasir vuole ascoltarlo sui problemi della sua sicurezza di premier QUOTIDIANO • GIOVEDÌ 4 NOVEMBRE 2010 DIRE...