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Spesso, fra i ricchi, la generosità

è soltanto una forma di timidezza Friedrich Nietzsche

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • MERCOLEDÌ 27 OTTOBRE 2010

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Al Senato rinviata fino a giovedì la discussione sulla legge per il premier: si cerca un accordo con i finiani

Siamo più corrotti del Ruanda Prove d’intesa Pdl-Fli per eliminare la reiterabilità nel lodo Alfano Pubblicato il rapporto di Trasparency International sulla corruzione: l’Italia è scesa al 67° posto Berlusconi torna ad attaccare i magistrati e cambia idea: «Con questi Pm lo scudo è inevitabile» VOLTAFACCIA

di Riccardo Paradisi

È durata solo un giorno la recita del premier buono

ROMA. L’Italia non è un paese per persone oneste? Viene da domandarselo scorrendo la classifica sulla corruzione percepita nella pubblica amministrazione stilata da Trasparency International, il network globale che si occupa di lotta alla corruzione, con sede centrale a Berlino. Il nostro Paese è al 67° posto con 3,9 punti, addirittura dopo il Ruanda. Il resto dell’Occidente è lontanissimo. a pagina 2

di Achille Serra i eravamo stupiti della «strategia del sorriso» sfoggiata negli ultimi due giorni dal Presidente del Consiglio, il quale buttando acqua sul fuoco del lodo Alfano, si era detto addirittura pronto a rinunciarvi. Questa resa apparente, già oggi sfumata, anzi ribaltata in un nuovo attacco alla magistratura, strideva con la linea politica precedente, ma risultava vincente dal punto di vista logico. Come tutti gli esperti del settore ripetono da settimane, infatti, il lodo - considerati i tempi necessari per l’approvazione e per un’altamente improbabile conferma referendaria - arriverebbe troppo tardi rispetto alle prossime scadenze giudiziarie di Berlusconi.

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di Benedetto XVI

«A Montecarlo non ci fu truffa» Finisce in una bolla di sapone l’indagine sull’appartamento venduto da An, con la quale “Il Giornale” ha preso di mira per mesi il presidente della Camera Francesco Lo Dico • pagina 6

Il tribunale iracheno condanna l’ex ministro

«A morte Tarek Aziz» No di Ue e Napolitano

di Francesco D’Onofrio

di Pierre Chiartano

on la manifestazione che si è svolta ad Agrigento, l’Udc nazionale ha volutamente posto in evidenza il fatto che la risposta alla sfida lanciata all’Udc medesimo ha un grande rilievo siciliano e nazionale. Il fatto che siano stati nominati coordinatori agrigentini dell’Udc il sindaco di Agrigento, Marco Zambuto, e il sindaco di Porto Empedocle, Calogero Firetto, dimostra che si intende continuare il cammino che l’Udc ha iniziato verso il Partito della Nazione, e dar vita a un nuovo inizio agrigentino. a pagina 10

BAGHDAD. Tarek Aziz è stato condannato a morte da un tribunale iracheno. Aveva curato la politica estera irachena ai tempi del dittatore Saddam Hussein, fino a diventare vicepremier, più di facciata che di sostanza. Apparteneva alla minoranza cristiana, ma è stato associato alle stragi del dittatore iracheno. Immediate le reazioni nel mondo: la Ue ha chiesto la sospensione della pena, come pure il Presidente Napolitano dalla Cina, dove si trova in visita. a pagina 17

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«Non respingete gli emigranti: la famiglia umana è una sola»

Fini sotto inchiesta: il Tribunale chiede l’archiviazione

a pagina 2

In Sicilia il buongoverno riparte dalla provincia

Il testo del messaggio del Papa per la giornata del rifugiato

seg ue a (10,00 pagina 9CON EURO 1,00

I QUADERNI)

• ANNO XV •

NUMERO

209 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

Duro monito del Pontefice sull’immigrazione: «L’accoglienza è un dovere cristiano. Da qui nascono la solidarietà e la condivisione» a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato offre l’opportunità, per tutta la Chiesa, di riflettere su un tema legato al crescente fenomeno della migrazione, di pregare affinché i cuori si aprano all’accoglienza cristiana e di operare perché crescano nel mondo la giustizia e la carità, colonne per la costruzione di una pace autentica e duratura. «Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13,34) è l’invito che il Signore ci rivolge con forza e ci rinnova costantemente: se il Padre ci chiama ad essere figli amati nel suo Figlio prediletto, ci chiama anche a riconoscerci tutti come fratelli in Cristo. Da questo legame profondo tra tutti gli esseri umani nasce il tema che ho scelto quest’anno per la nostra riflessione: «Una sola famiglia umana», una sola famiglia di fratelli e sorelle in società che si fanno sempre più multietniche e interculturali, dove anche le persone di varie religioni sono spinte al dialogo, perché si possa trovare una serena e fruttuosa convivenza». a pagina 9

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IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


prima pagina

pagina 2 • 27 ottobre 2010

la polemica

Dura poco la recita del premier buono Il governo riprende a litigare sulla giustizia, mentre gli italiani affondano sotto il peso della crisi di Achille Serra i eravamo stupiti della ”strategia del sorriso” sfoggiata negli ultimi due giorni dal Presidente del Consiglio, il quale buttando acqua sul fuoco del lodo Alfano, si era detto addirittura pronto a rinunciarvi. Questa resa apparente, già oggi sfumata, anzi ribaltata in un nuovo attacco alla magistratura, strideva con la linea politica precedente, ma a ben vedere risultava vincente dal punto di vista logico.

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Come tutti gli esperti del settore ripetono da settimane, infatti, il lodo considerati i tempi necessari per l’approvazione e per un’altamente improbabile conferma referendaria - arriverebbe troppo tardi rispetto alle prossime scadenze giudiziarie di Berlusconi. E nel caso, anch’esso improbabile, che la legislatura giunga al suo termine naturale, tutelerebbe il premier solo per un anno. Esso dunque, a dispetto del

caos politico che suscita, finirebbe per essere quasi del tutto inutile. A meno di non voler inserire nel provvedimento direttamente o tramite escamotage - il principio della reiterabilità, ma tale strada allargherebbe a dismisura il fronte degli oppositori e condurrebbe stavolta con ogni probabilità - alla crisi di governo. A conti fatti, quindi, tanto rumore per nulla e molti autogoal per Palazzo Chigi, a cominciare dalla lettera di allarme indirizzata dal Presidente della Repubblica alla Commissione del Senato che sta esaminando il provvedimento. Berlusconi sembrava averlo compreso, ma ieri con un colpo di scena all’altezza della sua fama, ha intonato i vecchi ritornelli: la magistratura è politicizzata, io rappresento il bersaglio favorito dei giudici, il lodo è indispensabile alla prosecuzione dell’attività di governo. E si è spinto anche oltre, rinnovando la minaccia, costitu-

zionalmente infondata e irrealizzabile, di istituire una Commissione d’inchiesta sugli abusi del potere giudiziario.

Questa svolta naturalmente ha una spiegazione esclusivamente politica. Il premier pur consapevole dell’opportunità di ritirare il lodo per le ragioni sopra elencate, non poteva lasciar cadere le prese di posizione assunte la sera precedente da Fini proprio nel cuore della sua Milano. Sulla Giustizia - ha ribadito il Presidente della Camera - il governo rischia di cadere e Futuro e Libertà, pur disposta a tutelare - tramite Lodo - la funzione del Presidente del Consiglio, non intende fare sconti giudiziari alla persona dell’attuale premier. Come da copione

poche ore più tardi Berlusconi, smette i panni - troppo improbabili - del conciliatore e riapre il braccio di ferro con l’ex alleato. Con buona pace di quanti si erano illusi che dopo la messa in scena della fiducia, il corso della legislatura tornasse alla normalità. Il premier continua a bluffare anteponendo i propri interessi a quelli del paese e bene ha fatto chi da tempo ha smesso di dargli credito politico e ha chiuso tutte le porte a eventuali compromessi con questo governo. Sempre di ieri, d’altronde, è la notizia che le Camere sono alla paralisi, con una decina di leggi approvate in un anno di sedute. Un anno in cui il Legislatore si è disinteressato della grave crisi economica, occupazionale e sociale che stiamo attraversando

E, intanto, le Camere sono alla paralisi, con una decina di leggi approvate in un anno

il fatto Secondo il celebre organismo internazionale, nell’ultimo anno i casi di illecito sono aumentati in modo vertiginoso

Non è un Paese per onesti L’Italia sprofonda fino al 67° posto nella classifica di «Trasparency» che fotografa la corruzione mondiale. Siamo subito dopo il Ruanda di Riccardo Paradisi ’Italia non è un paese per persone oneste? Viene da domandarselo scorrendo la classifica sulla corruzione percepita nella pubblica amministrazione stilata da Trasparency International, il network globale che si occupa di lotta alla corruzione, con sede centrale a Berlino.

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Viene da domandarsi come sia possibile che quest’anno, in ulteriore peggioramento rispetto al 2009, il nostro Paese scenda addirittura al 67° posto a livello mondiale con 3,9 punti, addirittura dopo il Ruanda, distaccata dal resto dei Paesi occidentali e, in una graduatoria che vede saldi ai primi posti Danimarca, Nuova Zelanda, Singapore, Finlandia e Svezia, con in coda invece Iraq, Afghanistan, Myanmar e ultima la Somalia. Un dato che fa sobbalzare ma che secondo Trasparency non dovrebbe sorprenderci più di tanto visto

l’anno vissuto pericolosamente che abbiamo alle spalle. «Dodici mesi – si legge nello stesso report sull’Italia – caratterizzati dal riemergere di fatti corruttivi, o sospettati tali, a vari livelli di governo (locale, regionale, nazionale) e che ha visto coinvolti sia funzionari che esponenti politici di ogni schieramento». Ma parlano anche i dati della Corte dei Conti che indicano in 60 miliardi di euro annui la stima dei danni della corruzione. Eppure i passaggi per migliorare la posizione italiana sarebbero semplici, dice ancora il report: «Primo, approvare le leggi anticorruzione ferme al Parlamento; secondo: applicare le norme in modo rigoroso». Insomma ci sono dati reali che rendono l’Italia un Paese oggettivamente poco trasparente e tendenzialmente opaco nella gestione della cosa pubblica. Ma a spiegare fino in fondo il posizionamento così basso del-

l’Italia concorre anche il fattore soggettivo insito nella cosiddetta ”corruzione percepita”. Significa che alla percezione d’un allarme sociale corruttivo non corrisponde necessariamente un aggravarsi del fenomeno corruttivo stesso. Lo spiega bene Virginio Carnevali, uno dei vicepresidenti dell’organizzazione, con delega al Private Sector, «Il peggioramento dello score italiano è da collegarsi non ad un aumento del già troppo grave fenomeno della corruzione ma ad una maggior presa di coscienza da parte dell’opinione pubblica che ne determina quindi una maggiore percezione». Tanto è vero che il criterio con cui Trasparency conduce la sua inchiesta e compila la sua classifica annuale è proprio la per-

cezione della corruzione di un paese campionata sul parere di figure chiave come manager, imprenditori, uomini d’affari e analisti politici, oltre che sulla base di notizie dei media. Deriva da questi fattori soggettivi dunque anche la diminuizione della credibilità esterna dell’Italia riguardo la corruzione e l’impennarsi dell’allarme sociale interno sul tema. Se dunque credibilità del paese e allarme sociale possono essere definiti fattori immateriali ciò non significa che le loro ricadute sull’economia e la credibilità complessiva del sistema Paese non siano concreti.Tanto più che l’Italia è un paese dove la corruzione pesa sull’economia come un macigno e si spalma nel complesso delle pubbliche amministrazioni come nelle arti-

colazioni del governo centrale. Chiama insomma in causa lo Stato intero connettendo situazioni tra loro anche diverse. Dall’indagine di Trasparency emergono anche due fattori che rendono l’Italia un caso a sé nel panorama internazionale. Il primo è una articolazione interna con un ventaglio di situazioni tra loro diverse, come dimostrato da uno studio sulle discrepanze regionali condotto su incarico della Commissione Europea, che registra per il nostro paese la maggiore variabilità interna su base regionale in Europa. Insomma, in termini di trasparenza, esiste un escursione tra territori allineati alle migliori classificazioni del Nord Europa e altri assimilabili a quelle peggiori del continente e del Mediterraneo. Il secondo fattore riguarda l’endemico radicamento in alcune aree del fenomeno della criminalità organizzata, «che incide molto sulla percezione esterna


la discussione La Commissione rallenta la corsa voluta dal governo

Tregua armata sul Lodo: si può ancora cambiare

Prorogati i termini per presentare gli emendamenti. Berlusconi a Vespa: «Con questi pm, è indispensabile» Marco Palombi

ROMA. Da ieri si può dire con certezza che è arrivato l’autunno. Non è una questione di calendario, foglie che cadono, abbassamento delle temperature. Il segnale è assai più affidabile: è arrivata la prima anticipazione del nuovo libro di Bruno Vespa, dal titolo immaginifico Il cuore e la spada. 1861-2011. Storia politica e romantica dell’Italia unita. E il conduttore che mise la scrivania di rovere sotto il contratto con gli italiani di Silvio Berlusconi ha voluto iniziare a diffondere la sua ultima fatica proprio da qualche frase del premier dedicata, manco a parlarne, alla giustizia: «Ritengo che una legge che sospenda i processi delle più alte cariche dello Stato mentre adempiono alle loro funzioni istituzionali sia opportuna ed anzi, vista la magistratura con cui abbiamo a che fare, assolutamente indispensabile», ha spiegato il Cavaliere, la stessa persona presumibilmente che poche ore prima aveva sostenuto che il Lodo Alfano non gli interessa e che avrebbe chiesto al suo partito di ritirarlo. Contrordine: è “indispensabile”, come pure – sempre secondo quanto annunciato a Vespa – la commissione d’inchiesta parlamentare su quella che il nostro chiama “magistratura politicizzata” (che, sia ben chiaro, non vedrà mai la luce): «Penso che questa iniziativa sia largamente condivisa e debba far luce su una infinità di processi clamorosi, come quelli, tra i tanti, contro Calogero Mannino, contro il generale Ganzer e l’ex capo della Polizia De Gennaro. È un’iniziativa a difesa dei cittadini, ma anche delle migliaia di giudici per bene che lavorano seriamente e che per colpa di pochi vedono diminuire la fiducia degli italiani anche nei loro confronti».

sapere per bocca di Pier Ferdinando Casini che se il testo resta così voteranno no. La guardia berlusconiana ha fatto caute aperture: il ministro Alfano, lunedì, s’era detto possibilista («Non mi pare una questione su cui vive o muore questo disegno di legge») e ieri si sono piegati pure i pasdaran di palazzo Madama, Gasparri e Quagliariello. «Siamo pronti a discuterne», hanno sostenuto ieri.

Di tutto si può parlare, infatti, perfino di togliere la reiterabilità – che, ha fatto notare Napolitano, non c’era nel Lodo Alfano già bocciato dalla Consulta – basta che non finisca che poi Berlusconi lo processano per davvero. È Vizzini a spiegare involontariamente che questa è, senz’ombra di dubbio, una legge ad personam: «C’è un lato particolare in questa vicenda: è una legge che entrerà in vigore dopo che sarà stata approvata quattro volte dai due rami del Parlamento e sarà sottoposta a referendum. Dunque entrerà in vigore presumibilmente nei primi mesi del 2012. Dunque, c’è un problema politico: come collegare questo spezzone di fine legislatura con quella successiva perché la non reiterabilità si può condividere, ma una legge che su questa legislatura avrà una validità di un anno mi pare una ristrettezza oggettiva». Insomma, non è che oggettivamente finisce che si tengono i processi Mills, Mediatrade e diritti tv appena scade la legislatura? Il problema, si capisce, è politico. Il capo dello Stato, però, ne ha segnalato uno reale e di ben altra gravità sul lungo periodo: il Lodo Alfano così concepito, ha scritto, «incide sullo status complessivo del presidente della Repubblica riducendone l’indipendenza», il testo infatti «contrasta con la normativa vigente risultante dall’articolo 90 della Costituzione» e «appare viziata da palese irragionevolezza nella parte in cui consente al Parlamento in seduta comune di far valere asserite responsabilità penali del presidente della Repubblica a maggioranza semplice anche per atti diversi dalle fattispecie previste dal citato articolo 90». Il Quirinale, già

Il nodo resta sempre quello della “reiterabilità”: dopo Alfano, anche Gasparri e Quagliariello dicono che il Pdl è disposto «a discuterne»

e tende dunque a sovrastimare il fenomeno corruttivo in senso stretto». La nota positiva, a ben vedere l’unica, che Trasparency International sottolinea riguardo la nostra condizione è il progetto in corso di costituzione di un Autorità Nazionale Anticorruzione che ha già portato al protocollo d’intesa fra Ministero della Pubblica Amministrazione, Anci e Trasparency International Italia per l’adozione da parte dei Comuni italiani dei Patti d’Integrità, «importanti strumenti di prevenzione della corruzione negli appalti pubblici». Protocolli sui Patti d’Integrità sono stati siglati, e ovviamente in attesa di implementazione, dalle Regioni Lazio, Campania, Abruzzi, Marche e Piemonte. Piccoli segnali, ancora poco, rispetto al lavoro da fare, all’opera di bonifica morale che il nuovo presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolinoindicava come prioritaria nel discorso

in occasione del suo insediamento di poche settimane fa.

L’unica risposta possibile per far risollevare le sorti dell’Italia è «l’onestà», diceva il presidente della Corte dei conti, tracciando un quadro del Paese alle prese con gli effetti della crisi economica. «Gli episodi di corruzione e dissipazione delle risorse pubbliche, talvolta di provenienza comunitaria, preoccupano i cittadini ma anche le istituzioni il cui prestigio e affidabilità sono messi a dura prova da condotte individuali riprovevoli». Giampaolino aveva anche invitato a controlli stretti sugli eventi eccezionali: da quelli gestiti dalla Protezione Civile a quelli più partecipati, come l’Expo di Milano. Insomma non era necessario attendere la classifica di Trasparency per capire che l’Italia non sarà il Ruanda ma certo non è un paese dove potersi specchiare con serenità.

Intanto, nella commissione Affari costituzionali del Senato, si cerca di trovare l’accordo attorno al testo del Lodo Alfano costituzionale. Dopo le critiche del Quirinale e la presa di posizione di Gianfranco Fini contro la reiterabilità dello scudo, il presidente Carlo Vizzini ha proposta la riapertura dei termini per gli emendamenti: si potranno presentare nuove proposte di modifica fino alle 16 di domani. «Di fatto - ha spiegato Vizzini - ne discuteremo martedì prossimo e quindi ci prendiamo una settimana di tempo per ragionarci. La politica non si fa con l’aritmetica, perciò nulla di strano se ci prendiamo 48 ore di tempo per una riflessione politica per presentare gli emendamenti». Pd, Udc e Idv avevano chiesto di sospendere l’esame del provvedimento almeno per due settimane, ma la maggioranza non ha voluto. A stare alle dichiarazioni dei vertici del Pdl, il tema caldo sarebbe quello della reiterabilità, cioè una sorta di portabilità dello scudo processuale da una legislatura all’altra, da una carica all’altra, che impedirebbe – nel caso di scuola del premier – di tenere i processi fino a non si sa quando. Come detto, i finiani non la vogliono e l’Udc ha fatto

tutelato dalla Carta, non solo viene infatti parificato al presidente del Consiglio, ma resta ostaggio della maggioranza politica.


pagina 4 • 27 ottobre 2010

l’approfondimento

Due intellettuali si confrontano sul duro editoriale del “Corriere della Sera” di ieri e sui dati della corruzione

Tutta colpa del Sud?

Per Angelo Panebianco le classi dirigenti meridionali provocano la crisi dell’Unità. «Il malaffare del Nord arriva da qui», conferma De Giovanni. «Ma, intanto, il governo cancella il Mezzogiorno dal decreto sviluppo» accusa Pietro Barcellona di Errico Novi

ROMA. Sarebbe decisamente patetico ricordare che l’oro portato via ai Borbone con l’unità d’Italia equivale a decenni di manovre economiche: 1500 miliardi di euro, fatte le dovute proporzioni. Un dato elaborato peraltro proprio dal Corriere della Sera, lo stesso giornale sul quale Angelo Panebianco, con l’editoriale pubblicato ieri, fa esplodere una specie di bomba: basta con qualsiasi tipo di considerazione martirologica sul Mezzogiorno, sostiene il professore, la verità è che la democrazia nelle mani dei meridionali ha prodotto solo disastri. Il disastro di una classe dirigente predona e devastatrice. E adesso basta anche con il «ricatto» del Sud da risarcire, scrive Panebianco: perché quel «ricatto» è «sempre meno sopportato dal resto del Paese». Di fatto è un endorsement concesso alla parte più strutturata della visione nordista, antimeridionale, cioè a quella elaborazione culturale assai condivisa anche tra intellettuali “di sinistra” come Luca Ricolfi e Massimo

Cacciari secondo cui va spazzata via ogni remora e legittimato il “rigetto” settentrionale di cui la Lega si fa interprete.

È una «durezza» mai vista, quanto meno in un intellettuale di straordinaria lucidità quale è Panebianco, ed è dunque un segno dei tempi. Lo è anche il fatto che uno dei due interlocutori ai quali liberal chiede di commentare Panebianco da un “punto di vista meridionale”, Biagio De Giovanni, attribuisca «al Mezzogiorno il torto di essersi ripresentato male sulla scena del dibattito pubblico nazionale». Cioè, spiega il filosofo ed ex europarlamentare del Pci-Pds, «con nuove pretese, nuove rivendicazioni e senza alcuna capacità di fare i conti con i grandi problemi che lo affliggono». L’altro intellettuale chiamato in causa, il professore di Filosofia del diritto dell’università di Catania Pietro Barcellona, guarda invece all’altra faccia della questione, quella di «dieci anni almeno di politiche antimeridionali», e a uno Stato

che «non è nemmeno capace di completare la Salerno-Reggio: cadute di fronte alle quali il processo al Mezzogiorno, condotto in forma così spietata, rischia di diventare l’alibi con cui il Paese si sottrae dall’affrontare nodi troppo complicati».

E potrebbe essere anche questa una lettura, una chiave per spiegare l’inasprirsi dei giudizi sul Mezzogiorno. Insieme con quella di un’insofferenza cresciuta con l’avanzare della crisi e «l’assottigliarsi della torta da

dividere», come dice Barcellona: «La crisi globale colpisce l’Italia anche nel senso che produce conseguenze devastanti rispetto alla visione nazionale». Il discorso dell’unità non è mai stato così debole come in questo momento. Panebianco ne offre una ulteriore prova. «Scrive cose di notevole durezza», ammette De Giovanni, « ma a volte l’eccesso è necessario per far capire. E io trovo che l’analisi di fondo sia molto intelligente: c’è una classe dirigente che appunto, dopo anni in cui il Mezzogiorno è scomparso dal dibattito, prova a riproporsi nel modo peggiore, senza alcuna autocritica e affidandosi ai trasformismi come in Sicilia».

De Giovanni è napoletano, e vale la pena di interrogarsi su un punto: visto che la stessa analisi di Panebianco trae spunto dalla nuova emergenza rifiuti e dagli incidenti incresciosi in cui è degenerata la rivolta dei cittadini, non è che magari la «catastrofe napoleta-

na», forse un caso a se stante rispetto al resto del Mezzogiorno, condiziona oltre il dovuto il giudizio complessivo? «Ma Napoli è sempre stato il luogo in cui si è formata l’immagine generale del Sud, è stato così negli ultimi cinquant’anni e non se ne può prescindere. Napoli di fatto è il Mezzogiorno», afferma De Giovanni, «dopodiché è indiscutibile che la città oggi sia vittima di una classe dirigente vergognosa». E certo, dice il filosofo, «che l’opinione pubblica nazionale ne è condizionata, ma Panebianco non fa che riportare una sensazione sempre più diffusa nel resto del Paese, ossia che al Sud si diffonde un approccio rivendicazionista sbagliato, inaccettabile». Non c’è dubbio dunque, «la frattura nel Paese c’è: negli anni scorsi poche voci isolate tra gli intellettuali meridionali, penso a Galasso, avevano avviato una riflessione costruttiva sul federalismo, vedendovi anche l’opportunità per introdurre un meccanismo più responsabile nelle istituzioni. Ma chi


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Su tutto il Paese grava il peso della corruzione: almeno in questo l’unità è stata raggiunta

«Legalità significa crescita. Per questo l’Italia resta indietro»

«Il sistema amministrativo è fatto di infinite regole e alcune eccezioni. Per queste si paga, per le regole si va in coda», dice Giacomo Vaciago di Gabriella Mecucci

ROMA. Giacomo Vaciago ha più volte denunciato i danni economici, oltreché morali, della corruzione. Nei giorni scorsi è toccato al Presidente della Corte dei Conti dire che è ormai così diffusa da impedire le riforme: non c’è infatti più un euro per finanziarle. E ieri abbiamo saputo che in materia stiamo peggio del Ruanda. Professore, si è andati oltre le sue stesse denunce. Cosa ne pensa? Dicono che la situazione somigli a quella pre tangentopoli. Anche allora erano finiti i soldi... Già, se li erano rubati. Da molti anni sostengo che non c’è crescita senza onestà. Siamo un paese troppo caro per sopportare i livelli di corruzione degli stati più poveri. Lì infatti i costi industriali sono tutti molto bassi e quindi è compatibile con lo sviluppo anche una forte spesa per corrompere. Da noi i costi base sono simili a quelli della Francia o dell’Austria e quindi non ci sono margini. Non possiamo accettare un sistema tanto esoso di mance. Non lo reggiamo. Lo ripeto: se non c’è legalità, non c’è crescita. Queste cose non le dico solo io, ma si leggono anche nei documenti della Banca d’Italia. Lo ha affermato anche Mario Draghi? Prenda la relazione del 2010, c’è un capitolo che spiega perché l’Italia non cresce. Perché non solo la Fiat ma tutte le nostre migliori aziende vanno forte nelle loro parti estere e male in Italia. A pagina 117, Draghi sostiene che per lo sviluppo economico «servirebbe un’azione pubblica in grado i garantire qualità dell’azione amministrativa, certezza delle regole e loro effettiva applicazione, nonché tutela della legalità». Per restare un grande paese industriale, occorre dunque di-

ventare onesti. L’industria infatti deve fronteggiare la concorrenza internazionale e non può sopportare la lievitazione delle mance. La sottovalutazione di questo problema provocò la mia uscita dal partito democratico. Mi vuol raccontare com’è andata?

È andata che mi accorsi che il manifesto dei valori del partito parlava di legalità solo in riferimento agli immigrati. Mi alzai per farlo notare, e per chiedere che se ne facesse cenno anche per i comportamenti di noi italiani. Così avremmo potuto dare il buon esempio. Speravo che non lasciassimo questo tema a un comico come Beppe Grillo o ad un ex poliziotto... Intendo Di Pietro. Siamo l’unico paese al mondo che non avendo costruito carceri, è costretto a fare con-

Faccia pure... Sono consigliere comunale a Piacenza. Per un anno ho fatto una durissima polemica sulle illegalità delle varianti che venivano approvate. Non è accaduto nulla. Le hanno votate lo stesso, non hanno nemmeno chiesto un parere tecnico. Ho messo a verbale che si rubava nel più assoluto disinteresse. I quotidiani locali all’inizio ne hanno scritto e poi si sono stancati pure loro. Non mi hanno nemmeno querelato perché lo sanno che lo posso dimostrare. E mi creda, Piacenza non è un’eccezione. Tutto il paese funziona così. Finché c’era una buona crescita economica, ci si rientrava. Ma ora se regalano una variante da dieci milioni di euro, chi la paga? I cittadini. Se dai una fetta della torta, che ha smesso di ingrandirsi, a uno a cui non spetta, vuol dire che la stai togliendo a qualcun altro. Quale riforma occorre fare per impedire tutto ciò? Bisogna ridurre il potere della burocrazia e favorire al massimo la trasparenza. Nulla di nuovo nè di originale: si tratta di normalissime riforme liberali. Se per aprire un negozio, non ho bisogno di una valanga di autorizzazioni, nessuno può chiedermi una mancia. E se faccio sape-

«Una circolazione di danaro liquido come da noi è inimmaginabile altrove. Da qui nascono le mance» doni. Perché non facciamo un bel piano di edilizia carceraria? Qual è il settore dove si annida la corruzione più forte? L’urbanistica. Passa in Consiglio comunale una variante e un terreno duplica o triplica il suo valore. Su queste questioni i controlli sono molto diminuiti. Uno tira fuori la mazzetta, si corrompe e l’affare è fatto. Quando

in America raccontai di quante banconote circolano in Italia, mi dissero: tutta droga. Una circolazione di danaro liquido come da noi è inimmaginabile altrove. La liquidità infatti è la moneta delle mance. Chi sono i corrotti? Il sistema amministrativo italiano è fatto di infinite regole e alcune eccezioni. Per le eccezioni si paga, per le regole si finisce in coda. E molti preferiscono pagare pur di fare presto. Dànno la tangente alle burocrazie, che sono a loro volta coperte dai politici con i quali spesso spartiscono il bottino. Le voglio raccontare la mia esperienza di consigliere comunale...

re a tutti e a tempo debito che su un terreno si potrà costruire, i cittadini potranno dire se sono d’accordo. Da noi invece tutto accade nelle chiuse stanze della burocrazia. Quando conosci la decisione, non c’è più nulla da fare. Per definire i corrotti, lei ha parlato di burocrazia coperta dai politici... Certo, sono loro che li nominano ai posti di potere e di responsabilità. E sono loro che spesso spartiscono il bottino. Scelgono personaggi magari mediocri, ma di sicura fedeltà. E così favoriscono la corruzione. Nasce in questo modo il circolo vizioso che porta sempre più in basso anche la qualità della burocrazia. E la politica? I migliori oggi non entrano più in politica. Non è mica come negli anni Cinquanta e Sessanta. E la regola vale in tutto il mondo, o quasi.

oggi crede che ci sia ancora spazio per una riforma federale andrebbe fatto visitare. Il federalismo è archiviato, al di là delle sopravvivenze parlamentari. Ed è vero come dice Galli della Loggia che pur nella sua fangosità il berlusconismo ha costituito uno slancio d’innovazione: ora si finisce per buttarlo via, per liberarsi con l’acqua sporca anche del bambino. E lo stesso Fini mi pare che si muova in una prospettiva conservatrice, in una melassa che non porta da nessuna parte».

I dati dell’agenzia internazionale Trasparency raccontano di un Paese in cui la corruzione è radicata nel profondo. «E certo che non esiste solo al Sud, ma è anche vero che la ’ndrangheta a Milano sempre dal Sud arriva», nota De Giovanni. Piero Barcellona però enfatizza soprattutto il primo dato: «La corruzione al Nord esiste, fa pare del sistema politico italiano, non la si può imputare solo al Mezzogiorno». Ma è questa l’analisi prevalente in intellettuali come Ricolfi, Cacciari. «Cacciari è mio amico», dice il professore di Catania, «e spesso gli sento fare discorsi definitivi sul Mezzogiorno che sarebbe la palla al piede del Nord, che ne dissolverebbe la ricchezza... Non condivido, evidentemente: tesi come quella di Panebianco rischiano di essere mostruose. Difficile concordare sull’idea che solo al Sud la democrazia funzioni male, nel resto del Paese non si vede uno spettacolo rassicurante. Tanti inquisiti oper corruzione, al Sud, sono imprenditori che lavorano con grandi gruppi settentrionali come Impregilo». Certo, dice Barcellona, «è in corso un processo di rottura tra Nord e Sud dell’Italia: ma io credo nasca dal fatto che finita la Cassa del Mezzogiorno, nessuno si è più posto il problema di come ricucire il Paese. Le case editrici, le grandi banche, sono tutte localizzate al Nord. I fondi europei destinati al Mezzogiorno sono stati dirottati su altro, almeno da questo governo». E in generale, dice il professore di Catania, «in questo Paese non esiste una vera politica industriale. Lo dimostra il fatto che nonostante la superiorità delle infrastrutture e delle risorse disponibili, anche le aziende del Nordest stiano annaspando». C’è dunque quella tentazione di «dare l’ultimo calcio alla parte più debole di fronte alla crisi». Esagerazioni meridionaliste? A smentirlo è il governo, che ieri ha annunciato il decreto sullo sviluppo: dentro ci sono le missioni internazionali, gli ammortizzatori sociali, l’università, ma niente per il Sud. E se davvero la teoria delle classi dirigenti straccione fosse l’ultimo alibi per giustificare la ritirata dello Stato dalla punta dello Stivale?


diario

pagina 6 • 27 ottobre 2010

Bufale. Finisce in una bolla di sapone la vicenda legata alla vendita dell’immobile ereditato da An nel 1999

Nessuna truffa a Montecarlo

Il Tribunale chiede di archiviare l’inchiesta sul (falso) scoop del “Giornale” ROMA. Non c’è trucco e non

di Francesco Lo Dico

c’è inganno. Il procuratore capo di Roma, Giovanni Ferrara, e l’aggiunto Pierfilippo Laviani, titolare dell’indagine, hanno chiesto ieri al gip di archiviare il fascicolo di indagine a carico del presidente della Camera, Gianfranco Fini per «insussistenza di azioni fraudolente».

Una notizia che per logica deduttiva ne contiene un’altra retroattiva: per l’ex leader di An era stato ipotizzato il reato di truffa aggravata. Secondo i magistrati non esistono dunque i presupposti legali per configurare il reato di truffa a proposito dell’ormai famigerata compravendita della casa di Montecarlo ceduta per circa 300mila euro nel 2008. Si conclude così la lunga querelle sollevata il 28 luglio scorso da Il Giornale, e sorretta da una campagna stampa che ha crocefisso il presidente della Camera, in singolare coincidenza con il dissidio che aveva indotto Gianfranco Fini a fondare Futuro e Libertà, dopo la cacciata dal Pdl decisa dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. «Qualsivoglia doglianza sulla vendita a prezzo inferiore non compete al giudice penale ed è eventualmente azionabile nella competente sede civile», recita la nota della procura di Roma a proposito dell’appartamento monegasco che An aveva ricevuto in dono dalla nobildonna Anna Maria Colleoni. L’inchiesta era scattata in quanto il valore dell’immobile, secondo quanto comuni-

seguito alla denuncia presentata da due esponenti de La Destra di Francesco Storace, Roberto Buonasorte e Marco Di Andrea. Ma oltre a Gianfranco Fini, la procura di Roma aveva aperto un fascicolo anche per il senatore Francesco Pontone, tesoriere di An che aveva curato la vendita dell’appartamento di Rue Princesse Charlotte. I magistrati capitolini spiegano nella nota diramata dalla Procura che «si è proceduto alle investigazione del caso, pertinenti alla denunciata truffa,

La richiesta dei magistrati, comunque, rivela che il Presidente della Camera era indagato insieme all’ex tesoriere Francesco Pontone cato dal Principato di Monaco, al momento dell’alienazione era triplicato rispetto al prezzo dichiarato a fini successori, che invece assommava a 273mila euro. «Tale valutazione - scriveva però la Chambre Immobiliere Monegasque – era stata effettuata in astratto, senza tener conto delle condizioni concrete del bene, descritto dai testi come fatiscente». Il procuratore Giovanni Ferrara e l’aggiunto Pierfilippo Laviani, avevano aperto l’inchiesta a carico del presidente della Camera in

mediante audizioni di persone ed acquisizioni documentali, sia presso la sede del partito sia a mezzo rogatoria al Principato di Monaco».

Le pr e s u nt e i rr e g o l a r i tà annunciate a caratteri cubitali per un trimestre dal Giornale, fra clamorose rivelazioni e indefesse canee, riguardavano due contratti di cessione che riconducevano a due società offshore controllate da alcune fiduciarie poco chiare. Dalle colonne di Libero, l’ex tesoriere di An, Francesco Ponto-

Marcegaglia: «Pensiamo alla crisi»

«No alle elezioni» NAPOLI. «Continuo a pensare che il Paese non può permettersi una crisi, non può pensare di andare a elezioni anticipate»: così la numero uno degli industriali Emma Marcegaglia è intervenuta sull’attuale scenario politico, sottolineando la necessità di evitare «una campagna elettorale in una situazione disastrosa come questa». Parlando a Napoli a margine dell’iniziativa ”Orientagiovani” organizzata dalla locale Confindustria, la Marcegaglia ha richiamato «ancora una volta tutti ad un senso di attenzione e di bene per il Paese», rivelando a proposito dell’incontro avuto nei giorni scorsi con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. «Abbiamo parlato di riforme, fisco, innovazione, mezzogiorno - detto -. Abbiamo parlato della priorità delle azioni economiche da portare avanti». Sul tema giustizia - al centro dell’a-

genda politica in questi giorni - la presidente di Confindustria ha lanciato questo messaggio: «Approfitto per richiamare di nuovo il Paese e la politica ad occuparsi dei problemi veri». Sottolineando poi che bisogna affrontare i «problemi che poniamo noi, quelli che pone Marchionne e quelli che pongono anche i sindacati, vale a dire il problema della crescita e della disoccupazione. Questi sono problemi seri e veri». E a proposito della Fiat e delle recenti esternazioni dell’ad Sergio Marchionne, che hanno sollevato un turbinio di polemiche, la numero uno di viale dell’Astronomia ha detto che il confronto «non deve diventare motivo di scontro e di divisione politica, anzi deve essere motivo per unire le forze, affrontare i problemi di produttività di cui soffrono le imprese italiane».

ne, aveva assicurato di non aver ricevuto altra offerta d’acquisto per la casa, considerato un immobile “fatiscente” e bisognoso di numerosi interventi di ristrutturazione oltre quella della Printemps Ltd, la prima offshore acquirente. Ma Il Giornale sosteneva che nel corso degli anni An aveva ricevuto e rifiutato offerte superiori al milione di euro. Oltre al prezzo di vendita, il giallo era reso quanto mai eccitante anche dall’inquilino che lo abitava: Giancarlo Tulliani, fratello di Elisabetta Tulliani e cognato del presidente della Camera. A illustrare la tesi che il vero proprietario dell’appartamento fosse il cognato di Fini, i segugi di Feltri avevano accluso il contratto d’affitto, poi rivelatosi la trascrizione del contratto sui registri pubblici in cui comparivano due identiche firme sotto le voci del locatario e del locatore. Ma nella procura di Roma era poi emerso in via ufficiosa che nel documento originale le due firme fossero distinte. Altra prova schiacciante, come era stata gabellata dall’house horgan berlusconiano, era poi la lettera dell’amministratore del famigerato condominio indirizzata a “Timara Ltd (Mr. Tulliani)”. Un’ipotesi di cui molti avevano dubitato, in quanto la dizione della lettera poteva non implicare automaticamente che Timara Ltd e Tulliani fossero la stessa cosa. Terzo gioco d’artificio, l’ormai arcinoto documento ufficiale della Repubblica di Santa Lucia che segnalava come Giancarlo Tulliani fosse il titolare della Printemps Ltd e Timara Ltd”. Un documento che, pubblicato dal quotidiano dominicano El Nacional, era poi sbarcato in Italia grazie a procedure romanzesche. Firmata dal ministro della giustizia di Santa Lucia, L. Rudolph Francis, la misteriosa missiva aveva scatenato un autentico putiferio. E che naturalmente, hanno gettato i riflettori sulla strana natura dei rapporti tra le società offshore e i nostri politici. Su tutti, il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi che secondo le indagini dei magistrati ne possiede più di sessanta. Ma al netto del Lodo Alfano, per il presidente della Camera Gianfranco Fini il capitolo Montecarlo è chiuso. E a deciderlo è stata la Giustizia.


diario

27 ottobre 2010 • pagina 7

La guerra dei treni passa (anche) dal cielo Trenitalia porterà i viaggiatori dei voli Meridiana di Francesco Pacifico

ROMA. Nel 2010, e nonostante la crisi, ha scarrozzato quindici milioni tra Nord e Sud del Paese sui Freccia rossa e Freccia argento. E tre milioni soltanto sulla ricca tratta Milano-Roma. Ma per respingere la concorrenza della Ntv di Montezemolo sull’alta velocità, e conquistare la ricca clientela business che attende con ansia la partenza di Italo, Ferrovie sa che c’è bisogno di altro. In questa logica, ieri mattina, Trenitalia ha stretto un accordo commerciale con Meridiana per lanciare il primo servizio di trasporto intermodale in Italia. L’intesa prevede che, con un unico biglietto, i passeggeri del vettore dell’Aga Khan che sbarcano a Malpensa, a Linate o a Fiumicino possano raggiungere velocemente Roma, Firenze, Bologna e Milano sui treni dell’alta velocità. Il servizio sarà offer-

to dalle reti commerciali di entrambi le compagnie, ma si potrà attivare soltanto acquistando il carnet multiutility della compagnia aerea, che comprende 12 tagliandi per lo più riguardanti tratte nazionali.

Il direttore della divisione passeggeri nazionale e internazionale di Trenitalia, Gianfranco Battisti, ha annunciato che per i prossimi mesi si vuole conquistare «almeno 2mila nuovi clienti che si affidano a questo servizio». Un target relativamente basso, ma che la dice lunga sul senso dell’iniziativa. Infatti, oltre a voler mettere le mani sul mercato dei collegamenti tra la Sardegna e il resto d’Italia che Meridiana di fatto controlla, il valore aggiunto è offrire per la prima volta un servizio che al-

l’estero ha riscosso molto successo tra la clientela business. Finora l’Alta velocità ha trasportato 35 milioni di persone, ma per superare l’aereo l’ex monopolista dovrà migliorare il servizio sull’utenza più pregiata. Anche perché Alitalia ha già introdotto - per abbattere i tempi di check a Linate, Malpensa e Fiumicino – varchi de-

Ufficialmente è scoppiata la pax tra l’ex monopolista e il newcomer che può contare tra i suoi alleati IntesaSanpaolo e i francesi di Sncf. L’ha voluta il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta. Ma sono in pochi a scommettere sulla sua durata, visto che, dalle colonne del Corriere della Sera, Mauro Moretti ha benedetto il nuovo corso con un caustico «hanno chiamato Italo il loro treno; suonerebbe meglio Franco. Ma mi fa piacere che Ntv non scarichi più su di noi i suoi problemi che ha invece con il fornitore», cioè l’Alstom che fatto ricorso contro la fornitura assegnata da piazza della Croce Rossa ad AnsaldoSts-Bombardier. Quindi, dopo una guerra fatta di scaramucce e carte bollate, e in prospettiva dell’apertura del mercato nel 2011, Trenitalia e Ntv iniziano a contrastarsi sul prodotto. Vincenzo Soprani, ad di Trenitalia, spiega: «Più che parlare di guerra, bisogna parlare di integrazione». Comunque, le Ferrovie potrebbero annunciare a breve nuovi accordi sull’intermodalità, anche perché quello con Meridiana fly sarà un’importante sperimentazione verso pacchetti integrati.

L’accordo è un nuovo atto della sfida tra la compagnia nazionale e la Ntv che tra un anno romperà il monopolio dicati ai passeggeri della navetta Milano-Roma. Senza dimenticare che Luca Cordero di Montezemolo ha già offerto a mezzo stampa un accordo di collaborazione alla compagnia di bandiera per l’intermodalità.


società

pagina 8 • 27 ottobre 2010

Melting Pot. La Caritas presenta il XX rapporto sull’immigrazione. E la politica si spacca sul ruolo degli stranieri nella nostra società

La riscossa dei nuovi italiani

Sono ormai cinque milioni quelli presenti nel nostro Paese. Cresciuti a dismisura negli ultimi 10 anni lavorano e tengono i piedi i conti dell’Inps con i loro contributi di Franco Insardà

ROMA. Sono 5 milioni, ma per gli italiani hanno la forma e la sostanza di un esercito di 15 milioni di invasori. Tengono in piedi i conti dell’Inps, ma la vox populi li bolla come un costo inaccettabile alla voce assistenza. Per Benedetto XVI fanno parte di una grande e unica famiglia, che è l’Italia, quindi sono i nostri fratelli. Ieri la fondazione Migrantes e la Caritas hanno reso noto il XX Dossier statistico sull’immigrazione, guarda caso nello stesso momento in cui Polizia e Guardia di finanza arrestavano a Catania sette cittadini egiziani, ritenuti i presunti componenti dell’equipaggio di un peschereccio intercettato la notte scorsa al largo di Riposto con a bordo 128 migranti. Ma se questa è la fotografia del fenomeno, la politica già si divide sulle interpretazione dei dati. Gli immigrati in Italia erano mezzo milione nel 1990 e dopo trent’anni sono diventati quasi cinque. Nell’ultimo decennio sono aumentati di circa tre milioni e di un milione negli ultimi due anni. All’inizio del 2010 l’Istat ha registrato 4 milioni e 235mila residenti stranieri, ma, secondo la stima del Dossier Caritas, includendo tutte le persone regolarmente soggiornanti, si arriva a 4 milioni e 919mila, ovvero 1 immigrato ogni 12 residenti. Le donne incidono mediamente per il 51,3 per cento. I romeni sono i più numerosi, poco meno di 1 milione, seguiti da albanesi e marocchini(quasi mezzo milione), cinesi e ucraini (circa 200mila). I nuovi nati da entrambi i genitori stranieri nel corso del 2009 sono 77.148 e oltre un ottavo dei residenti stranieri (572.720) è di seconda generazione. Sono poco meno di cinque milioni, ma il loro numero viene percepito come nettamente superiore. Come denuncia il Rapporto Caritas/Migrantes, complice la crisi, sono cresciute anche le reazioni negative. Nella ricerca Transatlantic Trends del 2009 gli intervistati hanno ritenuto che gli immigrati incidano per il 23 per cento sulla popolazione residente (sarebbero quindi circa 15 milioni) e che i “clandestini” siano più numerosi dei migranti regolari, mentre sono stimati intorno al mezzo milione. Gli ita-

liani sembrano essere più propensi, però, alla concessione della cittadinanza a chi nasce in Italia seppure da genitori stranieri. Gli immigrati contribuiscono, secondo i dati del 2008, alla produzione del Prodotto interno lordo per l’11,1 per cento, dichiarano al fisco un imponibile di oltre 33 miliardi di euro, incidono per circa il 10 per cento sul totale dei lavoratori dipendenti, ma sono sempre più attivi anche nel lavoro autonomo e imprenditoriale, dove riescono a creare nuove realtà aziendali anche in questa fase di crisi.

Il rapporto tra spese pubbliche sostenute per gli immigrati e i contributi e le tasse da loro pagati va a vantaggio del sistema Italia. Secondo il Dossier le uscite sono state valutate pari a circa 10 miliardi di euro (9,95): 2,8 miliardi per la sanità (2,4 per gli immigrati regolari, 400 milioni per gli irregolari); 2,8 miliardi per la scuola, 450 milioni per i servizi sociali comunali, 400 milioni per politiche abitative, 2 miliardi a carico del ministero della Giustizia (tribunale e carcere), 500 milioni a carico del ministero dell’Interno (Centri di identificazione ed espulsione e Centri di accoglienza), 400 milioni per presta-

Le donne incidono per il 51,3 per cento. I romeni sono i più numerosi, con poco meno di un milione di presenze, seguiti da albanesi e marocchini (quasi mezzo milione), cinesi e ucraini che sono quasi 200mila zioni familiari e 600 milioni per pensioni a carico dell’Inps.

Le entrate assicurate dagli immigrati, invece, si avvicinano agli 11 miliardi di euro (10,827): 2,2 miliardi di tasse, 1 miliardo di Iva, 100 milioni per il rinnovo dei permessi di soggiorno e per le pratiche di cittadinanza, 7,5 miliardi di euro per contributi previdenziali. Va sottolineato che negli anni 2000 il bilancio annuale dell’Inps è risultato costantemente in attivo anche grazie ai contributi degli immigrati. La conferma viene anche dal confronto dell’andamento pensionistico tra gli im-

migrati e gli italiani. Sulla base dell’età pensionabile si può stimare che nel quinquennio 2011-2015 chiederanno la pensione circa 110mila stranieri, pari al 3,1 per cento di tutte le nuove richieste di pensionamento. Dai 15mila pensionamenti nel 2010, pari al 2,2 per cento di tutte le richieste, si passerà ai 61mila nel 2025, pari a circa il 7 per cento. Attualmente è pensionato tra gli immigrati uno ogni 30 residenti e tra gli italiani uno ogni 4.

Il loro tasso di occupazione, rispetto al 2008, è passato dal 67,1 per cento al 64,5 per cento (quello degli italiani è sceso al 56,9 per cento dal 58,1 per cento), mentre quello di disoccupazione è aumentato dall’8,5 per cento (media 2008) all’11,2 per cento (per gli italiani il cambiamento e’ stato dal 6,6 per cento al 7,5 per cento).Tra i lavoratori immigrati è più elevata la percentuale dei non qualificati (36 per cento), molto spesso perché sottoinquadrati (il 41,7 per cento rispetto alla media del 18 per cento) e sottoutilizzati (il 10,7 per cento rispetto alla media del 4,1 per cento). Inoltre, 4 stranieri su 10 lavorano in orari disagiati. La loro retribuzione netta mensile nel 2009 è stata di 971 euro per gli stranieri e

1.258 euro per gli italiani, con una differenza del 23 per cento, di ulteriori 5 punti più alta per le donne straniere.

L’archivio dell’Inail consente di ripartire gli occupati anche per continente di origine: Europa 59,2 per cento, Africa 16,8 per cento, Asia 13,3 per cento, America 9,8 per cento, Oceania 0,3 per cento (0,5 non attribuiti). I lavoratori comunitari sono oltre un terzo (36,3 per cento) e i nordafricani un decimo dell’intera forza lavoro (11,1 per cento). La Lombardia accoglie un quinto dei residenti stranieri (982.225, 23,2 per cento). Poco più di un decimo vive nel Lazio (497.940, 11,8 per cento), quasi raggiunto da altre due grandi regioni di immigrazione, il Veneto con 480.616, 11,3 per cento e l’Emilia Romagna con 461.321, 10,9 per cento, mentre il Piemonte e la Toscana stanno un po’ al di sotto (rispettivamente 377.241, 8,9 per cento e 338.746, 8,0 per cento). Roma, che è stata a lungo la provincia con il maggior numero di immigrati, perde il primato a favore di Milano (405.657 contro 407.191). Il direttore di Migrantes, monsignor Giancarlo Perego, ritiene che «questa presenza sta


società

27 ottobre 2010 • pagina 9

Il testo del messaggio del Pontefice per la prossima Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato

«Siamo una sola famiglia umana» «Non viviamo uno accanto all’altro per caso: perciò abbiamo tutti gli stessi diritti» di Benedetto XVI a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato offre l’opportunità, per tutta la Chiesa, di riflettere su un tema legato al crescente fenomeno della migrazione, di pregare affinché i cuori si aprano all’accoglienza cristiana e di operare perché crescano nel mondo la giustizia e la carità, colonne per la costruzione di una pace autentica e duratura. «Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13,34) è l’invito che il Signore ci rivolge con forza e ci rinnova costantemente: se il Padre ci chiama ad essere figli amati nel suo Figlio prediletto, ci chiama anche a riconoscerci tutti come fratelli in Cristo.

L

Da questo legame profondo tra tutti gli esseri umani nasce il tema che ho scelto quest’anno per la nostra riflessione: «Una sola famiglia umana», una sola famiglia di fratelli e sorelle in società che si fanno sempre più multietniche e interculturali, dove anche le persone di varie religioni sono spinte al dialogo, perché si possa trovare una serena e fruttuosa convivenza nel rispetto delle legittime differenze. Il Concilio Vaticano II afferma che «tutti i popoli costituiscono una sola comunità. Essi hanno una sola origine poiché Dio ha fatto abitare l’intero genere umano su tutta la faccia della terra (cfr At 17,26); essi hanno anche un solo fine ultimo, Dio, del quale la provvidenza, la testimonianza di bontà e il disegno di salvezza si estendono a tutti» (Dich. Nostra aetate, 1). Così, noi «non viviamo gli cambiando la vita delle famiglie, con 25mila matrimoni misti ogni anno, il mondo della scuola, con 700mila alunni stranieri, e quello del lavoro con circa tre milioni di lavoratori immigrati». Monsignor Perego ha sottolineato che il fenomeno ha mo-

uni accanto agli altri per caso; stiamo tutti percorrendo uno stesso cammino come uomini e quindi come fratelli e sorelle». La strada è la stessa, quella della vita, ma le situazioni che attraversiamo in questo percorso sono diverse: molti devono affrontare la difficile esperienza della migrazione, nelle sue diverse espressioni: interne o internazionali, permanenti o stagionali, economiche o politiche, volontarie o forzate. In vari casi la partenza dal proprio Paese è spinta da diverse forme di persecuzione, così che la fuga diventa necessaria. Il fenomeno stesso della globalizzazione, poi, caratteristico della nostra epoca, non è solo un processo socio-

la situazione dei rifugiati e degli altri migranti forzati, che sono una parte rilevante del fenomeno migratorio. Nei confronti di queste persone, che fuggono da violenze e persecuzioni, la Comunità internazionale ha assunto impegni precisi. Il rispetto dei loro diritti, come pure delle giuste preoccupazioni per la sicurezza e la coesione sociale, favoriscono una convivenza stabile ed armoniosa. Anche nel caso dei migranti forzati la solidarietà si alimenta alla ”riserva” di amore che nasce dal considerarci una sola famiglia umana e, per i fedeli cattolici, membri del Corpo Mistico di Cristo: ci troviamo infatti a dipendere gli uni dagli altri, tutti respon-

«Anche gli studenti sono oggi dei “migranti”: appartenere a una comunità universitaria significa stare nel crocevia delle culture che hanno plasmato il mondo moderno» economico, ma comporta anche «un’umanità che diviene sempre più interconnessa», superando confini geografici e culturali. A questo proposito, la Chiesa non cessa di ricordare che il senso profondo di questo processo epocale e il suo criterio etico fondamentale sono dati proprio dall’unità della famiglia umana e dal suo sviluppo nel bene. Tutti, dunque, fanno parte di una sola famiglia, migranti e popolazioni locali che li accolgono, e tutti hanno lo stesso diritto ad usufruire dei beni della terra, la cui destinazione è universale, come insegna la dottrina sociale della Chiesa. Qui trovano fondamento la solidarietà e la condivisione. (…) Alla luce del tema “Una sola famiglia umana”, va considerata specificamente

dificato anche la realtà della Chiesa: «Oggi abbiamo in Italia 700mila cattolici in più, provenienti da almeno 100 paesi diversi. È necessaria una politica davvero attenta a queste nuove realtà. Serve una cultura dell’altro che valorizzi la diversità, l’alterità: solo nel-

sabili dei fratelli e delle sorelle in umanità e, per chi crede, nella fede. Come già ebbi occasione di dire, «accogliere i rifugiati e dare loro ospitalità è per tutti un doveroso gesto di umana solidarietà, affinché essi non si sentano isolati a causa dell’intolleranza e del disinteresse» (Udienza Generale del 20 giugno 2007: Insegnamenti II, 1 (2007), 1158). Ciò significa che quanti sono forzati a lasciare le loro case o la loro terra saranno aiutati a trovare un luogo dove vivere in pace e sicurezza, dove lavorare e assumere i diritti e doveri esistenti nel Paese che li accoglie, contribuendo al bene comune, senza dimenticare la dimensione religiosa della vita. Un particolare pensiero, sempre accompagnato dalla preghiera, vorrei

la mediazione e nell’incontro si può costruire una civiltà che non sia caratterizzata dallo scontro e dalla divisione».

Ma accanto agli aspetti culturali, hanno il loro peso anche quelli economici. Secondo Franco Pittau, coordinatore del

rivolgere infine agli studenti esteri e internazionali, che pure sono una realtà in crescita all’interno del grande fenomeno migratorio. Si tratta di una categoria anche socialmente rilevante in prospettiva del loro rientro, come futuri dirigenti, nei Paesi di origine. Essi costituiscono dei ”ponti” culturali ed economici tra questi Paesi e quelli di accoglienza, e tutto ciò va proprio nella direzione di formare ”una sola famiglia umana”. È questa convinzione che deve sostenere l’impegno a favore degli studenti esteri e accompagnare l’attenzione per i loro problemi concreti, quali le ristrettezze economiche o il disagio di sentirsi soli nell’affrontare un ambiente sociale e universitario molto diverso, come pure le difficoltà di inserimento. A questo proposito, mi piace ricordare che «appartenere ad una comunità universitaria significa stare nel crocevia delle culture che hanno plasmato il mondo moderno». Nella scuola e nell’università si forma la cultura delle nuove generazioni: da queste istituzioni dipende in larga misura la loro capacità di guardare all’umanità come ad una famiglia chiamata ad essere unita nella diversità.

Il mondo dei migranti è vasto e diversificato. Conosce esperienze meravigliose e promettenti, come pure, purtroppo, tante altre drammatiche e indegne dell’uomo e di società che si dicono civili. Per la Chiesa, questa realtà costituisce un segno eloquente dei nostri tempi, che porta in maggiore evidenza la vocazione dell’umanità a formare una sola famiglia, e, al tempo stesso, le difficoltà che, invece di unirla, la dividono e la lacerano.

Dossier della Caritas, «non possiamo dire di aver bisogno degli immigrati se non investiamo per garantire loro accoglienza e integrazione. Finché non spenderemo di più, non potremo avere il riscontro che ci aspettiamo. Si tratta di un atteggiamento contraddittorio

che l’Italia deve superare». E come ha detto monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo e presidente del consiglio degli affari giuridici della Cei: «Gli immigrati non sono una sciagura ma una sfida a cui non si può rispondere con il silenzio».


panorama

pagina 10 • 27 ottobre 2010

ragioni&torti di Giancristiano Desiderio

Spegnete le telecamere di Avetrana a foto-ricordo ad Avetrana davanti alla casa di Michele Misseri è un orrore nell’orrore. I telegiornali, dopo aver per giorni e giorni collocato i loro inviati proprio là davanti, come se fosse stato l’ingresso di uno stadio o di un parlamento, hanno raccontato l’arrivo dei “turisti di Avetrana” che arrivano in quel tristissimo paese in provincia di Taranto come se andassero agli scavi di Pompei o al Colosseo. I servizi dei telegiornali sanno un po’ di lacrime di coccodrillo: se non avessero mostrato con insistenza quella casa e il portone d’ingresso, forse il macabro e volgarissimo fenomeno dei “turisti di Avetrana” non ci sarebbe stato.

L

Nelle pagine dei giornali il delitto della povera Sarah Scazzi è scivolato ormai a pagina 22. Sullo “spettacolo” di questo delitto imperfetto che è perfetto per la televisione è bene che cali ora il sipario. I telegiornali continueranno a dare notizie, a cercare novità, a tenerci informati, anche quando non c’è nulla più da informare. Avverrà per questo orrore italiano quanto è già avvenuto per altri delitti, da Cogne all’omicidio di Perugia: i tiggì lo metteranno in scaletta quasi come se fosse una rubrica settimanale. Ma che almeno il delitto di Avetrana esca di scena dalle trasmissione di intrattenimento: dalla Vita in diretta alla BarbaD’Urso ra all’Arena di Giletti. La televisione, che in questa storia è riuscita a dare il peggio di sé, potrebbe fare un patto con se stessa: far calare il silenzio e lasciare ai telegiornali il lavoro dell’aggiornamento sul lavoro delle indagini. Le trasmissioni (e i loro conduttori) potrebbero stringere un patto tra galantuomini: non fare più spettacolo e intrattenimento e con i “nuovi mostri” di Avetrana. È una proposta che gli uomini di buona volontà non dovrebbero avere difficoltà a condividere e accettare. In particolare, la televisione di Stato - se ha ancora un senso questa espressione - si sarebbe dovuta porre il problema già da un pezzo. Perché la cronaca è una cosa, ma lo spettacolo sulla miseria umana è un’altra cosa. Invece, proprio sulla televisione di Stato si è arrivati a ricostruire gli interrogatori di Michele Misseri e della figlia Sabrina con attori per rendere tutto più “vero” e “credibile”. Il volgare fenomeno dei “turisti di Avetrana” nasce prima di tutto qui. Il concetto (e la pratica) della “vita in diretta” sembra essere tutto italiano. Non sembra che le televisioni europee dedichino tanto spazio ai delitti e ai fatti di cronaca nera per quanto strani e “imperfetti” e ricchi di “colpi di scena” possano essere. La trasformazione di un fatto di cronaca in una telenovela è un fenomeno italiano. Proviamo a fermarci. La protesi televisiva è diventata un modo di concepire la realtà, ma possiamo ancora vivere le cose serie della vita come se la televisione fosse solo la televisione. Non ci vuole poi tanto, basta pigiare il tasto rosso del telecomando.

La sfida siciliana: sturziani fin dalle origini La strada del buon governo, verso il Partito della Nazione di Francesco D’Onofrio on la manifestazione che si è svolta ad Agrigento lunedì scorso, l’Udc nazionale ha volutamente posto in evidenza il fatto che la risposta alla sfida lanciata all’Udc medesimo ha un grande rilievo certamente siciliano e potenzialmente nazionale.

C

Il fatto che siano stati nominati coordinatori agrigentini dell’Udc il sindaco di Agrigento, Marco Zambuto, e il sindaco di Porto Empedocle, Calogero Firetto, dimostra che si intende per un verso continuare il cammino che l’Udc ha iniziato verso il Partito della Nazione, e per altro verso che si è inteso dar vita a una sorta di nuovo inizio agrigentino dopo la rottura intervenuta a iniziativa di alcuni dirigenti storici dell’Udc siciliano medesimo. Si tratta infatti - come ha significativamente affermato Casini - di due esponenti di quella che sta diventando la nuova classe dirigente siciliana: entrambi infatti sono considerati - e non solo dagli appartenenti all’Udc - non soltanto limpidi e trasparenti dal punto di vista morale, ma anche e soprattutto buoni amministratori delle rispettive comunità. Le ripetute affermazioni - enunciate ma non sempre onorate anche dalla vecchia Democrazia cristiana, di intendere il partito politico nazionale quale proiezione innanzitutto di una cultura sturziana radicata nel buon governo locale trovano infatti proprio ad Agrigento la consacrazione della possibilità stessa di iniziare il cammino di una nuova classe dirigente, che è tale non solo per ovvie caratteristiche morali, ma soprattutto per la capacità di affrontare i problemi locali senza generici lamenti di abbandono da parte dei poteri nazionali. Nei loro interventi introduttivi all’Assemblea politica di lunedì scorso, Zambuto e Firetto hanno infatti posto in evidenza soprattutto il fatto della loro capacità di far fronte ai numerosi problemi delle rispettive comunità, affrontando le difficoltà medesime con una sorta di rinnovato spirito di servizio verso le comunità medesime, come la concreta esperienza di Luigi Sturzo aveva dimostrato a Caltagirone nei fatti prima ancora che nelle idee fondatrici del Partito popolare italiano. Il ripartire dunque dalla buona amministrazione locale costituisce un messaggio di rilievo politico certamente siciliano ma - come Casini ha ripetuto - anche potenzialmente nazionale. Allorché infatti si parla di radici popolari della politica è di tutta evidenza che la persona umana è posta al centro dell’attenzione e dell’azione

degli amministratori tutti, locali, regionali o nazionali che siano. Allorché si insiste infatti sull’abolizione delle province, occorre ricordare ancora una volta che proprio nello Statuto siciliano non si parla di province perché si riteneva - secondo il principio di sussidiarietà - che si doveva procedere verso quelli che lo Statuto siciliano chiama «liberi consorzi di comuni», con evidente ispirazione sturziana. La saldatura tra la buona amministrazione comunale e la proposta politica generale trova, dunque, nella centralità del comune, dei suoi amministratori, del rapporto personale tra gli amministratori e i cittadini il proprio punto di forza destinato a costituire il fondamento stesso della proposta politica generale. Partito nazionale di ispirazione sturziana significa dunque intenzione di ripartire concretamente dall’amministrazione locale, perché è in essa che si radicano innanzitutto i rapporti personali tra gli amministratori locali e i cittadini, perché questi sono considerati innanzitutto persone umane e non soltanto elettori. Partito nazionale di ispirazione sturziana significa pertanto ripartire da una cultura popolare di fondo, che ha nel buon governo il proprio punto centrale di fondazione. La centralità locale della persona umana non significa in alcun modo caduta localistica della politica nazionale, perché la persona umana è tale quale che sia il livello istituzionale di riferimento: possono certamente essere diversi i poteri amministrativi degli enti locali rispetto agli analoghi poteri dello Stato centrale, ma la persona umana posta a fondamento della vita locale è la stessa che esprime le proprie esigenze ai dirigenti politici dello Stato centrale.

Dalla manifestazione di Agrigento, la volontà di ripartire dall’amministrazione locale per rinnovare la politica nazionale

Quel che è avvenuto ad Agrigento lunedì scorso costituisce pertanto una sorta di tentativo di rovesciamento radicale della stessa politica nazionale: dai cittadini elettori, che da qualche tempo sembrano essere diventati il riferimento esclusivo dei sondaggisti e dei dirigenti politici nazionali, si passa infatti alle persone umane che pongono agli amministratori locali i propri problemi, che possono certamente richiedere solidarietà da parte di chi ha di più in termini di risorse pubbliche, ma non anche assistenza lamentosa, come per troppo tempo il Mezzogiorno ha mostrato di preferire. L’esperienza agrigentina di Zambuto e Firetto dimostrerà nei fatti che si è dato vita ad un vero e proprio rivoluzionamento della politica siciliana: dal potere alla persona.


panorama

27 ottobre 2010 • pagina 11

Battuta d’arresto sugli appalti, riduzione delle consulenze, delle trasferte e delle auto blu. Il pareggio di bilancio nel 2012

La Rai è in crisi, arrivano i tagli

Il direttore generale Masi presenta il piano industriale dell’Azienda ROMA. Tagli sugli appalti, riduzione delle consulenze, delle trasferte e delle auto blu. E una tornata di nomine che si annuncia burrascosa, sia per le “solite” tensioni politiche tra centrodestra e centrosinistra che per la guerra interna nella maggioranza tra Berlusconi e Fini. Il compito del direttore generale Mauro Masi - che secondo alcuni sarebbe in uscita dalla Rai per andare all’Antitrust si preannuncia sempre più difficile, anche perché nelle due riunioni con i sindacati le rappresentanze non sembrano essere entusiaste dei suoi provvedimenti. Cominciamo dai numeri. Il piano industriale della Rai prevede il pareggio di bilancio nel 2012. Un obiettivo che il Dg ha ribadito presentando il piano ai direttori di prima fascia (di rete e testata) e ai dirigenti delle consociate. Un obiettivo da raggiungere anche con sacrifici visto lo squilibrio, di circa 300 milioni l’anno, tra copertura degli obblighi di servizio pubblico e mancati introiti anche dal canone. La tv pubblica si appresta infatti a chiudere il 2010 con un passivo compreso tra i 110 e i 120 milioni di euro (116 milioni la perdita stimata) e anche l’anno prossimo il trend non sarà invertito. Masi ha annunciato ai sindacati l’avvio delle procedure aziendali volte a razionalizzare la struttura dei costi e delle spese. In particolare partirà subito il taglio del 20% degli appalti esterni, delle consulenze, delle trasferte, delle “auto blu”. Sarà inoltre attuato il blocco del turn over e delle retribuzioni. I rappresentanti di Cgil, Cisl, Uil,

Una soluzione che ai sindacalisti non piace. Così come non gradiscono la poderosa nuova politica di blocco delle assunzioni e prepensionamenti. Attesi anche uno stop agli scatti di anzianità e la valorizzazione degli impianti di trasmissione che sarebbero affidati in gestione a privati. Ma anche attraverso l’outsourcing, cioè l’affidamento esterno di competenze finora svolte in Rai come il servizio abbonamenti (ipotesi legata al l’inserimento del canone nella bolletta elettrica in funzione antievasione).

La tv pubblica si appresta a chiudere il 2010 con un clamoroso passivo compreso tra i 110 e i 120 milioni di euro (116 milioni di perdite) Ugl, Snater e Libersind (le maggiori sigle sindacali di Viale Mazzini) non sono ovviamente entusiasti di quanto illustrato: «È stato - ha spiegato uno dei sindacalisti presenti - un incontro difficile. Entro oggi (ieri, ndr) proveremo a trovare una posizione condivisa, unitaria per una risposta ferma, a partire dalla questione delle esternalizzazioni». L’esternalizzazione proposta da Masi riguarda i dipendenti di “Trucco e parrucco”, che il Dg vorrebbe affidare a un service esterno per risparmiare su costi fissi e tasse.

che, per la maggior parte, sono state affidate ad esterni». Secondo Pardi «l’unico modo per salvare la televisione pubblica è sottrarla al dominio di Berlusconi, tenere fuori tutti i partiti e utilizzare le straordinarie risorse interne che ci sono». E anche Fli si è fatta sentire, prendendosela con il ministro Romani: «Si vuole il de profundis della Rai - ha detto Della Vedova - se si dice, come Romani, che la tv di Stato dovrebbe fare solo servizio pubblico. Non va bene L’Isola, non va bene la Gabanelli, non vanno bene Santoro e Fazio. Caro Romani, un’azienda così muore. Non si possono chiudere i programmi di grande ascolto. Nel mentre fallisce l’azienda, si dice “Ah, c’è La Grande Storia o Rai Educational, Protestantesimo e Il Settimo Giorno. Se il servizio pubblico consta solo di questi programmi allora si vuole uccidere l’azienda».

di Alessandro D’Amato

In loro soccorso è giunta l’Italia dei Valori: «Le cifre che il direttore generale della Rai Masi sventola per giustificare i tagli in Rai sono note da almeno due anni e l’Italia dei Valori le ha già denunciate a suo tempo», ha ha detto il capogruppo dell’Idv in commissione di Vigilanza Pancio Pardi. «Ovviamente i vertici della Rai fecero finta che quei conti fossero solo il frutto del disfattismo dell’Idv e hanno continuato a spendere e spandere come e più di prima. Basti pensare alle direzioni di rete e di testata

Calabrò (Agcom) annuncia la gara

Frequenze nel 2011 ROMA. «C’è grande bisogno di frequenze da parte degli operatori di tlc e delle emittenti tv e fame di soldi del ministero dell’Economia»: lo ha detto canidamente il presidente dell’Autorità per le comunicazioni (l’Agcom), Corrado Calabrò in margine a un’audizione alla Camera, interpellato sulla gara per il dividendo digitale esterno. «è opportuno e necessario - ha proseguito - che la gara si faccia entro il 2011». Calabrà ha anche aggiunto di proposto aver «di mettere a gara le frequenze non attualmente disponibili che gli attuali detentori prevedono di non poter utilizzare. Perché le frequenze sono un bene prezioso». La questione è più delicata di quanto non sembri a un primo sguardo, perché riguarda direttamente lo scontro tra Mediaset e Sky per l’acquisizione di frequenze sul digi-

tale terrestre. Ossia, da questa “gara“ dipende in buona sostanza la possibilità che Sky possa fare concorrenza a Mediaset anche in chiaro. Sul tema è intervenuta anche l’Unione europea che aveva sollecitato il governo italiano a indire una gara per assegnare le frequenze entro il 2013. Proprio a quel termine ha fato riferimento Calabrò dicendo che «in ogni caso non si andrà oltre quella data». Il rallentatore utilizzato dal governo per questa gara ha motivazioni del tutto evidenti, ma Calabrò con i giornalisti ha glissato l’argomento preferendo aggiungere qualcosa sul mercato della telefonia (a propria volta interessata dalla gara sulle frequenze), spiegando che «anche in quest’ambito è auspicabile indire la gara entro il prossimo anno perché la telefonia mobile ha una crescita esponenziale».

C’è un altro fronte apertosi poi ieri: quello sulla pubblicità prima e dopo i tg. Secondo dati non ufficiali ma pubblicati in grande spolvero da Repubblica e Corriere, il Tg1 di Minzolini è in gravissima difficoltà: meno 19,5% nel trimestre luglio-settembre, 23mila secondi invece dei 28mila dell’anno precedente, quasi 3 milioni di ricavi persi. Numeri che escono dalla Sipra, secondo i due giornali, ma che hanno provocato la reazione del direttore: «Scemenze». Ma il Pd è partito all’attacco: il senatore Vita della commissione di Vigilanza, ha annunciato che intende chiedere l’audizione dei vertici della concessionaria pubblica Sipra in commissione perché spieghino come il calo di ascolti abbia influito sul crollo della raccolta. Dalla direzione non è arrivato alcun commento. Infine c’è l’argomento più scottante: le nomine. Ferraro (in quota Lega) è dato in pole position per Rai News al posto di Mineo, vicino alla sinistra, che dovrebbe papprodare a Rai Parlamento. A oggi sono poche le chances di un cambio alla guida di Raidue tra Liofredi e la Petruni. Nomine che potrebbero arrivare nel cda di giovedì, e che però potrebbero dare la stura al voto di sfiducia per il direttore generale, promosso dall’Usigrai nei giorni 9, 10 e 11 novembre. Un voto che tecnicamente non comporterebbe niente, ma che potrebbe spingere ancora di più Masi ad uscire dall’azienda.


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asciatemelo dire subito. Un’accurata presentazione del vero capitalismo richiede almeno tre semplici affermazioni: 1) I mercati funzionano bene sono all’interno di un sistema di diritto, e solo secondo ben definite regole del gioco. I “mercati senza regole” sono frutto dell’immaginazione. 2) Nell’attuale pratica capitalista, l’amore per la creatività, per l’invenzione e per le imprese pionieristiche sono di gran lunga più potenti che i motivi d’invidia. L’invenzione crea nuova ricchezza. L’avidità è un cancro che uccide la crescita. 3) Il fondamentale motivo sistemico che alimenta lo spirito del capitalismo è l’imperativo a liberare i poveri del mondo dall’ubiquità pre-moderna della nera miseria. Tale motivo sta alla base dell’importante vittoria di Adam Smith su Thomas Malthus, circa l’imminente affluenza dei poveri.

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Sin dalle origini del capitalismo moderno intorno all’anno 1780 e successivi, più dei due terzi della popolazione mondiale si sono sollevati da una condizione di povertà. Virtualmente in ogni nazione l’aspettativa di vita media è cresciuta concretamente, e le popolazioni si stanno coerentemente espandendo. Le condizioni sanitarie sono migliorate sotto quasi ogni aspetto, e l’alfabetizzazione è stata porta-

Le ricerche empiriche mostrano che gli individui credenti dedicano più tempo e risorse ai bisognosi di quanto non facciano i non credenti ta in luoghi remoti mai raggiunti prima. Qualsiasi siano i motivi degli individui, il sistema ha sollevato i poveri come nessun altro aveva mai fatto. Per i moralisti, è essenziale vedere quanto spesso (non sempre) il governo stesso pecca gravemente contro il bene comune, in virtù di un desiderio di potere e di dominio sugli altri. Inoltre, il governo spesso (ma non sempre) genera regole stupide e distruttive, e spesso dispensa una giustizia che fa l’occhiolino ai suoi prediletti, piuttosto che essere imparziale. Il governo è più di frequente l’agente che lede il bene comune piuttosto che le quotidiane lecite azioni dei liberi cittadini. Nel corso del XX secolo, i governi hanno troppo spesso distrutto il bene comune dei propri cittadini per i decenni a venire. Negli Stati Uniti, il Code of Regulations for Businesses è enorme. Il Titolo 12 comprendente “Banche ed attività bancarie”consta di 4786 pagine, il titolo 15 “Commercio e scambi con l’estero” 1941 pagine, il titolo 16 “Pratiche commerciali” 1600 pagine, il Titolo 17“Commissione per la sicurezza e gli scambi”2708 pagine, titolo 31 “Denaro e Finanza: il Tesoro”1917 pagine. Il numero totale di pagine in tale codice è 12.592. Da un capo all’altro, i volumi del codice si estendono per 2,35 miglia. Se si contano le pagine in piedi (30 pollici per piede lineare è la misura giornalistica standard) il Codice si estende per sei miglia lineari. Un“mercato senza regole”, appunto! Non nel vero mondo del capitalismo americano, il quale appare più come un Gulliver legato a terra da migliaia di fu-

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In un sistema di libera impresa, l’amore per la creatività e per l’invenzione so

Le regole (morali) del mercato Capitalismo, welfare e povertà: pubblichiamo la seconda parte dell’intervento preparato dal filosofo statunitense per il Consiglio Pontificio per la Giustizia e la Pace di Michael Novak ni. Molte delle regole sono sorpassate, obsolete, costose, distruttive, e nei loro reali effetti reali contrastano le vere intenzioni che diedero loro luce. Ma vi sono regole, vi devono essere regole. Senza di esse non si potrebbero disputare le partite di baseball, né il mondo degli affari americano potrebbe funzionare liberamente.

Naturalmente, l’avidità è presente in ogni epoca ed in ogni sistema della storia umana.Tuttavia l’avidità era più centra le a livello sociale nei tempi antichi che oggi, e svolgeva un ruolo molto più decisi-

vo.Oggigiorno, l’avidità fiorisce per lo più dove il potere governativo è concentrato. Al contrario, nelle società imprenditoriali quali gli Stati Uniti, è possibile diventare ricchi, persino molto ricchi, con metodi ben distanti dall’avidità. Le grandi università del Midwest e dell’Ovest furono fondate espressamente per spronare nuove scoperte nel campo minerario, agricolo e tecnico. Università quali Texas, A&M, Iowa State, Wisconsin State, Oklahoma State e molte altre sono state le fucine di idee per la geologia, per l’ambito minerario e quello estrattivo, per l’agricoltura, l’ingegneria e l’elettronica – idee

Senza prospettive eterne e senza il senso del nostro valore individuale mortale (il grande Tocqueville ce lo ricorda), il gretto materialismo e gli scarti della democrazia e del capitalismo ci ridurrebbero a creature piccole e meschine

messe in pratica dai creatori di molte fortune. Esse hanno concretamente prodotto il bene comune degli americani e dell’intera razza umana. Come Giovanni Paolo II commenta saggiamente in Centesimus Annus (32), la conoscenza pratica rappresenta oggi la principale fonte di ricchezza. Le idee piuttosto che i grandi latifondi sono la principale fonte di ricchezza del nostro tempo. Come sia Cesare che Cicerone osservarono molto tempo addietro, sebbene possa sembrare che la gestione comunitaria delle risorse serva meglio il bene comune, in pratica ciò avviene con la proprietà privata. Il diritto alla proprietà privata è stato a lungo giustificato in virtù del suo superiore servizio al bene comune.

E almeno negli Stati Uniti molti, molti imprenditori sono pronti a perdere tutto ciò in loro possesso, al fine di creare qualcosa di nuovo, che renderà la vita migliore per i propri simili. Henry Ford fallì ripetutamente in parecchi settori prima di fare della Ford Motor Company il grande modello di business che fu un tempo. (Fu il primo stabilimento nella storia a corrispondere ai suoi lavoratori un allora considerevole salario di 5 dollari al giorno. A quel tempo, un avvocato medio guadagnava 1.500 dollari l’anno. Le ragioni di Ford, naturalmente, non erano altruistiche; voleva che i suoi lavoratori acquistassero le macchine che aiutavano a costruire).


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ono di gran lunga più potenti che i motivi d’invidia

Virtualmente ogni costruttore di ferrovie che creò una nuova linea nel nord e nel sud degli Stati Uniti nel XIX secolo prosperò, come ha fatto notare lo scrittore Oscar Handlin. Quasi ogni magnate che tentò di costruire una linea ferroviaria da est a ovest perse del denaro. Ciò che li spinse a persistere nei loro tentativi non era tanto avidità quanto più puro spirito romantico – la volontà di conquistare i deserti e le Montagne Rocciose. L’elemento di romanticismo negli affari non viene semplicemente compreso dai materialisti dialettici. È come se Benedetto voglia riportare nel dibattito le lezioni a lungo dimenticate di Sant’Agostino sul pensiero cattolico-sociale – riproponendo La Città di Dio, e cioè la Città di quella caritas che quelle Persone Divine infusero gratuitamente nel cuore dell’uomo, quellà città che può istillare il bruciante desiderio di unità umana nel nerbo di centinaia di milioni di cuori assetati. Senza prospettive eterne e senza il senso del nostro valore individuale mortale – il grande Tocqueville ce lo ricorda – il gretto materialismo e gli scarti della democrazia e del capitalismo ci ridurrebbero a creature piccole e meschine. Il materialismo mina considerevolmente i diritti umani. Semplicemente per sopravvivere, non già per prosperare, democrazia e capitalismo necessitano di un’anima. Per i cattolici, tutta l’energia sociale fluisce dalla vita interiore della Trinità. Ogni cosa è dono. Manifestiamo la nostra gratitudine sviluppando appieno i nostri talenti, diventando liberi, responsabili, ci mostriamo desiderosi di prendere l’iniziativa, agenti creativi di un mondo migliore, ed aspirando a tale piena comunione con

tutti gli esseri umani la cui vocazione è scritta nella struttura della storia umana. E diciamo “grazie”. Ciò che più distingue i fedeli ebrei e cristiani dai materialisti secolari è la frequenza e l’autenticità con cui i credenti rispondono agli eventi quotidiani con profonda e sentita gratitudine.Tutto ciò su cui si posa il nostro sguardo è un dono. Non è sorprendente pertanto quando le ricerche empiriche mostrano che gli individui che si dichiarano credenti dedicano più tempo e risorse ai bisognosi di quanto non facciano i non credenti, e coloro che prediligono una forma di governo limitato (i conservatori) devolvano una porzione maggiore delle proprie sostanze personali per aiutare i poveri di quanto non facciano i liberal propugnatori dello stato sociale.

La verità è, tuttavia, che sia i liberal che i conservatori appartengono, pur nel loro fare litigioso, ad una stessa comunità nazionale, una stessa comunità umana. Ciò che Benedetto XVI non ha ancora approfondito nei dettagli è un’altra lezione dimenticata di Sant’Agostino: il sempre corrompente ruolo del peccato nella Città dell’Uomo. Agostino fa riferimento a quanto difficile sia anche per gli individui più saggi e distaccati scoprire la verità tra le bugie – e quanto anche mariti e mogli nel più stretto dei legami umani spesso non si comprendano l’uno con l’altro. Il Padre della Bugia sembra appartenere così tanto al mondo reale. Quali sono i modi più pratici per sconfiggere il peccato? La tradizione cattolica – anche il saggio Papa Benedetto – sembra porre ancora troppa enfasi sulla

caritas, sulla virtù, la giustizia e le buone intenzioni, e non abbastanza sui metodi per sconfiggere il peccato umano in tutte le sue ambigue e persistenti forme. Ad esempio, lo stato americano diverge molto da quello tipicamente europeo nelle sue effettive aspettative dei danni arrecati alle società dal peccato originale. I Padri Fondatori americani, come in generale i riformatori, erano intrinsecamente legati alla dottrina del peccato di Sant’Agostino. Essi comprendevano bene che ogni essere umano a volte pecca. Da ciò essi elaborarono una conclusione pratica: ogni essere umano ha bisogno di operare all’interno di un sistema di garanzie e contrappesi in forma istituzionale, cosicché ogni istituzione sia controllata da almeno un’altra istituzione (spesso più d’una). Così tutte le istituzioni divengono sentinelle e guardiani contro gli eccessi delle altre istituzioni.

Date le aspettative dell’universale peccaminosità umana, non ha alcun senso costruire un sistema che funzioni solo per i santi, per persone che praticano tutte le virtù, per persone in cui è infusa la caritas e la giustizia e tutto il resto.Vi sono troppo pochi cittadini del genere per comporre una repubblica. È necessario forgiare repubbliche - ed anche sistemi d’impresa, sistemi scientifici, ed ogni altra forma di sistema – per i peccatori. È l’umana tendenza verso il peccato che rende il sistema di garanzie e contrappesi di una repubblica necessario. È la capacità degli esseri umani di praticare umili virtù il più delle volte (ma non sempre) che rende possibili le repubbliche ed altre istituzioni ben protette.Vi sono sistemi di tutela analoghi anche nel sistema imprenditoriale. In effetti, ciò è il motivo per cui i Padri Fondatori americani preferirono una società basata sull’industria e sul commercio ad una società basata su un ordine aristocratico e militare. Per loro stessa natura, l’industria compete con l’industria, e un’impresa con un’altra impresa. Gli interessi del settore autostradale non sono gli stessi di quello ferroviario; né sono gli stessi delle compagnie aeree. Alcuni stati americani sono ricchi di legname; altri di cotone; altri di ortaggi e frutta per le nostre tavole; altri di vino o di luoghi ricreativi; o di ferro e acciaio; o ricchi di incidenti della storia che consentono a certe industrie di svilupparsi al loro interno, come ad esempio la produzione di automobile e prodotti d’elettronica. Così gli interessi di uno stato lo portano ad essere rivale e sentinella degli interessi di altri stati. La competizione tra imprese nello stesso ambito rende ognuna di loro un rivale di ed una sentinella degli interessi di altri. Non si sconfigge il peccato negli esseri umani solo inculcando la pratica delle virtù; un modo ancor più affidabile di ridurre gli effetti del peccato consiste nel creare saggiamente ed efficacemente vari sistemi di tutele, contrappesi, competizione ed interessi rivali. Da un lato, i contrappesi istituzionali costituiscono migliori sentinelle contro il peccato dell’uomo; dall’altro lato, la pratica delle virtù per moltitudini di individui è una sentinella migliore. Entrambe sono necessarie. In breve, il pensiero sociale cattolico deve prestare maggiore attenzione di quanto ha sinora fatto ai danni provocati dal peccato originale nelle istituzioni umane in ogni tempo ed in ogni dove. Deve mostrare maggiore inventiva e creatività nel riconoscere e sviluppare i sistemi di controlli, bilanciamenti e competizione che possono essere sviluppati dalle risorse

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della natura umana stessa, anche da una natura umana peccaminosa. Un problema di fondamentale importanza dei sistemi economici e politici basati su aspettative utopiche, o persino aspettative di prevalente umana virtù, è che essi sono totalmente irrealistici circa la natura umana peccaminosa. Sono infondati. Sono inclini a crollare sotto il peso del proprio stesso perfezionismo e della cosciente cecità nei riguardi di una natura umana deviata. Ragion per cui molti sistemi politici ed economici del nostro tempo sono implosi.

Così anche nell’Europa dello stato sociale, i suoi partigiani tollerano troppo l’interesse personale, le illusioni ed i falsi presupposti che stanno portando quel sistema ad una crisi che si è creato da solo. Una crisi che Giovanni Paolo II intravide più chiaramente nel paragrafo 48 di Centesimus Annus: «Negli ultimi anni l’ambito di tali interventi si è espanso enormemente, al punto da un creare un nuovo tipo di stato, il cosiddetto “Stato Sociale”. Ciò è avvenuto in alcuni paesi al fine di rispondere meglio alle molte necessità e richieste, alleviando forme di povertà e di privazione indegne dell’umana persona. In ogni caso, gli eccessi e gli abusi, specialmente negli ultimi anni, hanno provocato critiche molto aspre allo Stato Sociale, soprannominato “Stato di Assistenza Sociale”. Malfunzionamenti e difetti nello Stato di Assistenza Sociale sono il risultato di un’inadeguata interpretazione dei

Gli osservatori cattolici tendono a essere troppo ottimisti sui benefici dello stato sociale e troppo ciechi di fronte alle sue debolezze compiti propri dello Stato». Intervenendo direttamente e privando la società delle proprie responsabilità, lo Stato di Assistenza Sociale porta ad una perdita delle energie umane e ad un aumento disordinato delle agenzie pubbliche, le quali sono dominate più dal modo burocratico di pensare che dalla preoccupazione di servire i clienti, e che sono accompagnate da un enorme aumento della spesa. Infatti, sembrerebbe che le necessità possano essere meglio comprese e soddisfatte dalle persone che sono loro più vicine e che agiscono come vicini nei riguardi dei bisognosi. Si deve aggiungere che certe forme di richieste spesso invocano una risposta non semplicemente materiale ma che sia in grado di percepire la più profonda necessità umana. Si pensi alla condizione dei rifugiati, dei migranti, degli anziani, dei malati e di tutti coloro che vivono in circostanze che richiedono assistenza, come i tossicodipendenti: tutte queste persone possono essere aiutate in modo efficace solo da coloro che offrono loro un genuino sostegno fraterno, in aggiunta alle cure necessarie. In linea di massima, gli osservatori cattolici tendevano ad essere troppo ottimistici riguardo i benefici dello stato sociale e troppo ciechi di fronte alle sue molteplici debolezze umane. Lo stato sociale ha una sua corruzione, e coloro i quali lo amministrano hanno propri interessi da tutelare, spesso antitetici al bene comune. Il pensiero sociale cattolico deve sviluppare nuovi strumenti per esaminare le debolezze ed il fallimenti dello stato sociale. (2/fine)


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Elezioni. Il 2 novembre gli Usa alle urne per eleggere Camera, Senato e alcuni governatori. E dare un voto al presidente

L’assalto tv a Obama È la campagna più mediatica di sempre. E l’America si chiede: dove sta la politica? di Anna Camaiti Hostert l 2 novembre si vota negli Stati Uniti per l’elezione di Camera (House of Representative), Senato e dei governatori di alcuni Stati in quelle che vengono definite le mid term elections con riferimento alla metà del mandato presidenziale. Questo è infatti il test per capire quali saranno la tendenze future degli elettori nei confronti di Obama, anche se è ormai assodato che il consenso nei confronti del partito che governa diminuisce sempre. Mentre per i 435 seggi della Camera il partito democratico ha solo una possibilità su tre di mantenere le postazioni, per i 37 dei 100 seggi del Senato le percentuali migliorano.

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Il ristagno della crisi economica, accompagnata dalla continua perdita di posti di lavoro e dai crescenti pignoramenti delle case, le controverse posizioni sulla riforma sanitaria e un numero consistente di altri delicati problemi che includono la situazione in Afghanistan, le continue minacce terroristiche, l’aumento delle tasse e la situazione ambientale, porteranno ad una perdita di voti per il partito democratico a vantaggio dei repubblicani. A monte l’erosione del sostegno al presidente Obama che proprio alcuni giorni fa sul New York Times in una lunga intervista pur rivendicando di aver mantenuto il 70% del-

le promesse fatte, afferma di avere compiuto degli errori tattici tra cui il non avere saputo “vendere” all’opinione pubblica americana i suoi achievements. E questo, secondo Toni Morrison, è rivelatore dei tempi che viviamo. La scrittrice, infatti, in un’intervista di Oprah Winfrey ha affermato: «quando ero giovane ci chiamavano cittadini, perché era la solidarietà il valoSarah Palin, paladina dei Tea Party. In apertura, un passante guarda Obama in Tv. Nella pagina a fianco, John R. Bolton

re fondamentale che ci portava ad essere attivi nella comunità locale anche se avevamo molto meno di adesso. Oggi questo non è più possibile. Dopo la seconda guerra mondiale hanno cominciato a chiamarci consumatori, cosicché i nostri valori sono cambiati e sono diventati quelli relativi al vendere e al comprare e la nostra mentalità si è adeguata». «Abbiamo dedicato più tempo a cercare di governare bene che a fare politica bene - ha affermato Obama -. C’è una sorta di orgoglio perverso nella mia Amministrazione, e me ne prendo io la responsabilità, per il fatto che abbiamo cominciato facendo le cose giuste anche se nel breve termine questo sarebbe stato impopolare. Penso che chiunque rivesta questa carica debba ricordare che il suo successo è determinato dal fatto che deve trovare il giusto equilibrio tra governare e fare politica e dal fatto che non si può permettere oggi di ignorare i problemi del marketing, delle pubbliche relazioni e dell’opinione pubblica».

E su di essi pesa la spada di Damocle dei media che aiuta a “vendere” l’immagine di un politico ai propri elettori. È dunque più da una combinazione di marketing e di distribuzione dell’immagine che dalla sua piattaforma politica che è deciso il successo di un candidato.

Alcune Tv hanno così preso l’abitudine di schierarsi a favore o contro certi personaggi politici. È l’esempio di Fox news e più tardi di Msnbc. Sebbene l’attività di Fox news sia ormai da tempo smaccatamente partigiana nei confronti del partito repubblicano, mentre quella di Msnbc verso quello democratico decisamente più recente, questo comportamento adesso si sta estendendo anche ad altre Tv creando un fenomeno del tutto nuovo per gli Stati Uniti. E ciò cambia non solo la percezione dei media e del loro ruolo mutando un profilo, almeno in questo paese, tradizionalmente caratterizzato da imparzialità e dall’assenza di partisanship, ma anche il volto e la natura della politica che da essi dipende come non mai. Questo ha suscitato un ampio dibattito anche all’interno dei media sull’opportunità di una scelta basata nella migliore delle ipotesi sulle convinzioni personali dei giornalisti che tuttavia hanno il potere di farle passare come oggettive. E’ come se le ideologie scacciate dalla porta come portatrici di intolleranza rientrassero dalla finestra mascherate da imparzialità. Il giornalista di Fox news Glenn Beck vicino ai Tea Party ha partecipato in agosto ad una manifestazione per celebrare la rinascita religiosa e la riscoperta di Dio da parte degli americani

prendendo spunto dalla marcia su Washington e dalle parole di Martin Luther King, I have a dream, completamente stravolgendo il significato, i contenuti e gli obiettivi di quel discorso. Le previsioni elettorali che vedono i repubblicani nettamente in vantaggio soprattutto alla Camera a pochi giorni

dalle elezioni non possono tuttavia ignorare che l’altro elemento significativo di questa tornata, oltre al nuovo ruolo dei media, è proprio la comparsa sulla scena e l’impatto sugli elettori del movimento conservatore radicale di destra dei Tea party. Ma più che sul piano puramente politico quest’ultimi sono rilevanti su quello sociale in quanto testimoniano una rabbia persistente nel paese che sperava che la recessione fosse finita con l’elezione di Obama alla presidenza e invece si trova ogni giorno frustrato dagli eventi che indicano il contrario. Se l’elezione di Obama ha per un momento risollevato il morale, generato entusiasmo e dato nuove speranze, adesso secondo una rilevazione statistica di Nbc e del Wall Street Journal solo il 32% degli americani pensa che il paese marci nella giusta direzione, mentre il 59% è invece scoraggiato dai fatti.

Ma quello che rappresenta la novità di questo fenomeno è proprio la sua origine. Come sottolinea Charles Madigan sul Chicago Tribune «Il problema adesso è capire se il sogno americano ha perso il suo smalto e se il benessere ad esso legato continua ad esserne una conseguenza logica oppure se invece è tramontato nell’immaginario collettivo americano». I Tea party portano agli estremi questo sentire e sono semplicemente una reazione al fatto che molti americani hanno rispet-

tato le regole e hanno vissuto credendo che questo avrebbe garantito loro un futuro sicuro, mentre adesso si trovano nei guai. Certo è che i Tea Party sono il frutto di pura rabbia, assumono posizioni a volte demagogiche e annoverano nelle loro fila personaggi quanto meno stravaganti. Ed è proprio la demagogia a farla da padrona nel caso di Christine O’ Donnell, candidata dei Tea Party nelle liste repubblicane per il Senato in Delaware la quale ha coniato per la sua campagna elettorale lo slogan «Non sono una strega: sono una di voi». Parole rivolte contro l’avversario democratico Chris Coons, che avendo conseguito il suo titolo di avvocato a Yale è stato accusato da O’Donnell di essere non solo parte di un’elite lontana dai bisogni della gente, ma anche di non avere una volontà propria che lo distingue dalla massa democratica con la quale si schiererà. Le accuse tra rivali sembrano essere una caratteristica di queste elezioni soprattutto come componente denigratoria nelle pubblicità televisive. La campagna elettorale infatti ovunque nel paese è stata caratterizzata da pubblicità negative con accuse pesanti e con una violenza e una rabbia senza precedenti. In America, a differenza dell’Europa, decisamente più politicizzata e più partecipativa, la campagna elettorale non pervade a tutto tondo i media e non compare neanche fisicamente per le strade con cartello-


mondo

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Le rivolte sociali di Grecia, Francia e Regno Unito sono una lezione

L’elettore americano? Guarda all’Europa.E trema di John R. Bolton drammatici sviluppi delle ultime settimane in Europa hanno dimostrato, vieppiù, l’importanza delle prossime elezioni americane del 2 novembre. Al giro di boa del mandato del presidente Obama, ci sono pochi dubbi sul fatto che queste elezioni costituiscano un referendum sulle sue politiche e sul suo operato. E qualsiasi cittadino statunitense che nutrisse dei dubbi sul voto non deve fare altro che guardare all’Europa per capire quali conseguenze potrebbero verificarsi se si continuasse a perseguire la via di Obama. La recente proposta del presidente francese Sarkozy di aumentare l’età pensionabile da 60 a 62 anni è stata accolta con rivolte di strada, inizialmente avviate dai sindacalisti, cui presto si sono uniti gli studenti universitari; le manifestazioni “lavoratori-studenti” rievocano l’Europa della fine degli anni ’60. Appena quattro anni fa gli studenti francesi manifestarono perché temevano précarité o insicurezza per le loro prospettive di occupazione. Chiedevano lavori garantiti a tempo indeterminato, preferibilmente nel settore pubblico, piuttosto che l’oltraggio della précarité. Lo scorso maggio le violente manifestazioni in Grecia rispecchiavano la dura opposizione ai tagli al welfare e ad altri sussidi nazionali, resi necessari dalla dissoluta spesa del governo, in violazione alle norme fiscali dell’Unione Europea e a minaccia della vitalità dell’Euro. Sebbene i timori sul futuro della moneta siano rientrati, i fondamentali problemi strutturali dell’Ue rimangono insoluti, quindi i rischi di futura instabilità continuano a provocare sporadiche esplosioni di rivolte ad Atene.

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ni elettorali. Le uniche immagini quotidiane delle elezioni per le strade sono di questi tempi, accanto alle decorazioni scherzosamente macabre in vista di Halloween, alcuni piccoli cartel-

che chiunque partecipi a questa campagna elettorale «spenderà milioni per riuscire ad essere eletto e metà del tempo dopo che è stato eletto per raccogliere denaro per essere eletto

Alcuni canali hanno preso l’abitudine di schierarsi a favore o contro certi personaggi politici. È l’esempio di Fox news (repubblicana) e di Msnbc (democratica). Ma la gente si lamenta li piantati nei giardini con i nomi dei candidati per i quali i proprietari delle case hanno intenzione di votare.

Nelle ultime settimane, tuttavia, si sono intensificate le pubblicità televisive, ma non ci sono cambiamenti nei palinsesti tv ospitare i dibattiti politici. Sarebbe tuttavia un errore pensare che la rabbia dei cittadini sia coagulata solo nei Tea Party. C’è infatti una crescente percentuale di cittadini che pur non essendo parte di quelle aggregazioni vive la frustrazione dei tempi. È il caso di Ann e John Quinn di una piccola città di provincia della Pennsylvania, che sono fortemente delusi dalla direzione che la politica di Washington sta prendendo e dalla litigiosità dei dibattiti elettorali. «Per me c’è solo troppa poca volontà di risolvere i problemi. Perché questi politici non riescono a trovare un compromesso?» afferma John, mentre la moglie completamente disincantata ribadisce

di nuovo». Ad ascoltarli vengono in mente, le parole di Mark Twain sul Parlamento: «Il Parlamento è l’unica classe criminale indigena che noi americani abbiamo, ma noi siamo riusciti a prosperare anche sotto la leadership di questi mascalzoni. È vero la nostra scelta è limitata. Le nostre vite tuttavia devono essere decise più dalla legittimità del voto e dalle leggi che da esso possono scaturire piuttosto che dalle caratteristiche morali dei candidati». Gary Alan Fine, professore alla Northwestern University, suggerisce alla puritana America di trascurare i vizi privati dei singoli e di far tornare in auge i contenuti politici dei singoli candidati guardando ai progetti complessivi. Che sia un invito a ripristinare la legittimità delle visioni del mondo purché siano dichiarate invece che contraffatte da un’imparzialità oggettiva come ce le fanno apparire i media? Questo si può davvero rivelare interessante.

gravi che in molti si preoccupano della capacità di Londra di sostenere il suo ruolo guida nella Nato e la sua antica posizione di principale alleato militare di Washington. In effetti, la reazione tipica degli esperti della difesa Usa è stata: «Poteva andare peggio», il che è di poco conforto, specialmente in questo momento in cui il conflitto contro al Qaeda e i talebani in Afghanistan sta raggiungendo un livello cruciale.

La realtà europea enfatizza sia quanto è difficile sostenere l’infinita presenza dello stato nella società civile, sia quanto è difficile, per lo Stato, fare marcia indietro e tentare di risanare i conti. Le aspettative pubbliche sono diventate una trincea, i cittadini sono diventati dei dipendenti attaccati ai loro benefici (considerati un diritto), ed i passi necessari per ristabilire l’equilibrio sembrano dolorosi. Con una buona dose di ragione e apprensione, gli elettori Usa percepiscono queste elezioni come fondamentali per il loro futuro. La nazionalizzazione decisa dal presidente Obama di due delle maggiori industrie automobilistiche statunitensi, la sua pesante riforma della sanità su stampo europeo, i suoi stravaganti aumenti di spese federali, hanno avuto poco o niente a che vedere con la ripresa dalla crisi finanziaria del 2008. Sebbene giustificata su questa base, la politica di Obama è stata in effetti una strategia guidata dall’ideologia e altamente opportunistica per cambiare in maniera fondamentale la struttura e la direzione della società americana. Con una sostanziale maggioranza al Congresso, i sui obiettivi sembrano facilmente raggiungibili. Sfortunatamente per Obama e per i commentatori che lo adorano, l’America non ha mai smesso di essere un paese di centro destra. Il cittadano è sempre più convinto che gli incentivi alla spesa pubblica non sianto poi stati tali; e che l’aumento delle tasse, le spese di governo e una farraginosa regolamentazione stiano sostanzialmente ostacolando ogni speranza di ripresa. E che il suo allargamento senza precedenti della spesa federale sia completamente ingiustificabile. La risposta di Obama è visibilmente schizofrenica: da un lato promette, regolarmente, di essere sul punto di scongiurare il disastro e dall’altro di aver «imparato la lezione» e di essere pronto ad evitare politiche radicali per i tempi a venire. Le elezioni di Mid term del 2 novembre saranno dunque una prova importante, ma comunque le si voglia vedere, è innegabile che non potranno mutare radicalmente lo scenario. La vera prova ci sarà quando Obama tenterà una rielezione nel 2012. Anche allora, gli eventi in Europa potranno evidenziare le scelte e le opzioni (totalmente) divergenti che gli americani si troveranno di fronte.

Concentrandosi sempre su Londra, Parigi e Berlino, Barack si è alienato buona parte dei suoi sostenitori. Perché la Ue non è né stabile né sicura

Ora, sebbene il Senato francese abbia approvato la legge sulle pensioni, la stabilità del governo di Sarkozy rimane sul piatto. Nel Regno Unito, invece, il nuovo governo del primo ministro David Cameron ha appena annunciato rigidi tagli al bilancio per recuperare decenni di pesante spesa in disavanzo. Queste riduzioni sono le stesse, o più dure, di quelle introdotte da Margaret Thatcher nel 1979 e certamente causeranno molte critiche al governo del premier. Che ha deciso il taglio di mezzo milione di posti di lavoro e un aumento a 66 anni dell’età pensionabile. Il cancelliere dello Scacchiere, George Osborne ha dato il seguente drammatico annuncio alla Camera dei Comuni «Oggi è il giorno in cui la Gran Bretagna indietreggia dall’orlo, il giorno in cui affronteremo i conti di un decennio di debiti». L’opinione pubblica inglese è ancora in fase di sviluppo, ma Cameron e il suo governo hanno apertamente basato le loro ultime campagne su queste politiche. Fastidiosamente per gli americani, il suo piano comprende nette riduzioni al bilancio per la difesa della Gran Bretagna, tagli così


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pagina 16 • 27 ottobre 2010

Viaggi. Pechino «partner fondamentale per l’Occidente, Europa in testa» l cammino che la Cina sta compiendo «sulla via della riforme politiche, del rafforzamento dello stato di diritto, del rispetto dei diritti umani, così come dell’apertura e liberalizzazione dei mercati, è di fondamentale importanza per una armoniosa integrazione in un sistema internazionale aperto e per una piena sintonia con l’Europa». Il presidente della Repubblica italiana, in visita di Stato a Pechino, decide di puntare sugli aspetti positivi del dragone. Senza rinunciare a stuzzicare il prestigioso ospite anche sui diritti umani: «Lo sviluppo di una nazione non si misura soltanto dai successi economici, ma anche dal rispetto dei valori comuni». Parlando davanti al collega Hu Jintao, all’interno della rinomata scuola centrale del Partito comunista cinese, il capo dello Stato ha poi aggiunto: «Sono profondamente convinto che sia nell’interesse cinese portare avanti, in piena autonomia, questo processo di integrazione, un obiettivo anche dell’Europa. La Cina si appresta a passare da una crescita mirata quasi esclusivamente all’innalzamento delle condizioni di vita e di lavoro per il proprio popolo ad uno sviluppo aperto ai più ampi orizzonti dell’Asia e del Pacifico». In Europa, ha aggiunto Napolitano, «molto resta ancora da fare. Troppo spesso il disegno europeo incontra timidezze, resistenze, miopie, di cui rischiano di fare le spese anche le relazioni con la Cina: viene da pensare all’anacronistica riluttanza a riconoscere la realtà della Cina come economia di mercato. Abbiamo abbattuto molte barriere statuali e istituzionali per riscoprire remore radicate più profondamente dentro di noi». Queste barriere, ha conclu-

I

Napolitano in Cina: «Rafforzare i diritti» Il presidente sottolinea l’importanza di sviluppare un’integrazione armoniosa di Vincenzo Faccioli Pintozzi

politano, ma ha porto un “caloroso benvenuto” a nome del popolo cinese alla visita di Stato del Presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano. «Signor presidente, lei è un politico lungimirante - ha detto Hu Jintao - che ha prestato da sempre interesse ai rapporti sino-italiani, ha guardato positivamente allo sviluppo della Ci-

Caloroso il benvenuto riservato da Hu Jintao all’ospite italiano: «Un politico lungimirante che da anni guarda ai rapporti bilaterali» so, «sono spesso psicologiche. Vanno in controtendenza alle trasformazioni mondiali che rendono necessaria più, non meno Europa e che richiedono l’effettivo, conseguente riconoscimento del cambiamento intervenuto e in atto negli equilibri mondial. È una convinzione che riaffermo senza esitazioni, forte della tradizione europeista, ed integrazionista, dell’Italia». Da parte sua, il presidente della Repubblica popolare Hu Jintao non ha raccolto la frecciata di Na-

na. Per questo esprimo apprezzamento. Spero che questa visita possa segnare un nuovo capitolo delle relazioni sino-italiane e promuovere i rapporti di partenariato strategico Cina-Italia a livello più alto. Vorrei scambiare vedute in modo approfondito con lei su tutti gli argomenti di interesse comune». Hu Jintao aveva precedentemente ricordato l’ospitalità “amichevole e calorosa” ricevuta durante il suo viaggio in Italia dell’anno scorso dal Presidente Gior-

La proposta della moglie di Liu Xiaobo

Un Nobel, 100 dissidenti Liu Xia, moglie del premio Nobel per la pace Liu Xiaobo, ha chiesto “agli amici” di ritirare al suo posto il premio ad Oslo, il prossimo 10 dicembre. Con un accorato messaggio pubblicato su Twitter la donna, al momento agli arresti domiciliari pur senza alcuna accusa ufficiale, ha detto che il marito «vorrebbe che i suoi amici partecipassero a questa storica cerimonia e condividessero l’onore del premio». Nel messaggio Liu Xia parla di “almeno 100 dissidenti” e cita direttamente Ding Zilin, la leader del gruppo di pressione Madri di Tienanmen; Li Rui, ex segretario personale di Mao Zedong e firmatario nelle scorse settimane di una lettera aperta al governo cinese in cui si chiede di abolire la censura; Bao Tong, segretario

e amico del defunto leader riformista Zhao Ziyang; la blogger tibetana Woeser e Zhang Zuhua, che ha contribuito alla stesura di Charta ’08. Tutte queste personalità sono però al momento sotto il ferreo controllo della polizia. Qualora non riuscissero a lasciare il Paese, potrebbero essere i fratelli di Liu Xiaobo a partecipare alla cerimonia di consegna. Nel frattempo, aumenta la pressione internazionale per la liberazione del dissidente. Un gruppo di 15 premi Nobel ha scritto una lettera ai leader del G20 chiedendo che facciano pressioni su Pechino affinché liberi il docente. La lettera è firmata tra gli altri dall’ex presidente Usa Jimmy Carter, dal Dalai Lama e dall’attivista iraniana e avvocato Shirin Ebadi.

gio Napolitano, dal Governo, e dal popolo italiano. I colloqui tra i due sono poi continuati in forma riservata. Nessun accenno, almeno nella giornata di ieri, alla questione valutaria. Pechino è al momento soddisfatta, dato che i ministri economici delle 20 nazioni più sviluppate al mondo hanno deciso di non intervemore nella furiosa “guerra dello yuan” che sta dividendo Stati Uniti e Cina e rinviano all’incontro dei capi di Stato e di governo del gruppo – previsto per il prossimo mese in Corea – qualunque decisione sull’indebolimento delle valute. Lo scorso 23 ottobre, riuniti a Gyeongju, i governatori delle Banche centrali e i ministri delle Finanze hanno lanciato la “svalutazione competitiva” delle valute, un concetto che predica una più prudente politica valutaria internazionale che non colpisca in maniera invasiva il mercato delle esportazioni. Ma, evitando ogni azione coercitiva, la riunione non ha di fatto smosso la situazione: il dollaro continua a calare e lo yuan a crescere.

Mansoor Mohiuddin, capo analista della Ubs di Singapore, spiega: «Con questo modo di fare le tensioni potranno ridursi, ma soltanto sul breve termine. Sul lungo periodo continueranno gli squilibri delle bilance commerciali». In effetti, secondo il tecnico, il dollaro dovrebbe arrivare a costare entro la fine dell’anno 6,55 yuan: un aumento inferiore al 2%: «L’attenzione si sposterà ora alla riunione della statunitense Federal Reserve». Il riferimento è all’incontro del massimo organismo valutario Usa, che deve decidere la prossima settimana quanto investire sulla propria moneta. In caso di investimento massiccio si prevede un’impennata del mercato valutario, che dovrebbe spingere Pechino a rivedere al rialzo il prezzo dello yuan. Una decisione in tal senso è stata però già criticata dal G20. Secondo il ministro tedesco dell’Economia Rainer Bruederle, infatti, «aggiungere liquidità per prevenire o risolvere i problemi è una mossa sbagliata. Creare moneta in maniera eccessiva e permanente non farà altro che manipolare, seppur indirettamente, il mercato». Della questione, comunque , si devono occupare principalmente Pechino e Washington. Timothy Geithner, il ministro del Tesoro dell’amministrazione Obama, si è fermato in Asia.


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27 ottobre 2010 • pagina 17

Centinaia i dispersi: onde alte 3 metri hanno colpito l’isola

Teheran, dopo le smentite, parla di oltre 600 milioni di aiuti

Tsunami a Sumatra: almeno 108 vittime

L’Iran conferma i contributi a Kabul

JAKARTA. Con onde alte più di

TEHERAN. Dopo le sdegnate

tre metri, un forte tsunami ha colpito ieri notte l’arcipelago delle Mentawai (Ovest Sumatra). Al momento vi sono 108 morti e 502 dispersi tra cui 10 surfisti australiani, ma il bilancio è destinato a salire. Secondo fonti locali di AsiaNews, oltre 200 abitazioni sono state sommerse dalle acque in due villaggi nel sottodistretto di Pagai Selatan. Diversi navi con a bordo turisti australiani ancorate nel porto dell’isola di Pagai sono state sbattute fino a 200 metri dalla costa. A provocare il maremoto un sisma di magnitudo 7.5 avvenuto ieri nell’arcipelago delle Mentawai a 13 ore di traghetto da Padang, capitale del distretto. L’epicentro del sisma è stato individuato a circa 20 chilometri al largo di Sumatra e ha colpito le principali città situate lungo la costa Padang e Bengkulu.

smentite, arriva il momento dei conti della serva. Il governo iraniano aveva infatti ieri rimandato al mittente le ipotesi di una linea diretta di denaro con l’Afghanistan ventilata dal New York Times. Salvo poi doversi ricredere dopo che Hamid Karzai, presidente di Kabul, aveva confermato tutto arrivando a lodare la generosità degli ayatollah. A questo punto, forse per un punto di orgoglio, arrivano le precisazioni: «Il contributo dell’Iran all’Afghanistan è pari complessivamente a 340 milioni di dollari più una linea di credito di altri 300 milioni di dollari». Lo ha affermato, conversando con i giornalisti, il viceministro degli

Dopo il terremoto, migliaia di persone hanno abbandonato le loro case per raggiungere le alture a causa dell’allarme Tsumani che in un primo momento era stato revocato dalle autorità. A Padang, anche gli autoparlanti delle moschee hanno lanciato l’allarme alla popolazione. Secondo i ricercatori dello US Geological Survey (Usgs) questo è il più devastante tsunami degli ultimi due anni. L’Indonesia si trova su quello che è definito l’”anello di fuoco” del Pacifico, caratterizzata da una elevata attività vulcanica e sismica. Il 30 ottobre 2009, un altro forte sisma aveva colpito l’area di Padang provocando circa 700 morti. Oltre 180 abitazioni erano state rase al suolo. Ancora più devastante lo tsunami che il 26 dicembre del 2004 aveva provocato solo nell’isola di Sumatra oltre 600 vittime e distrutto decine di migliaia di abitazioni. Nell’isola rimane dunque comprensibilmente alta la tensione, in attesa di scosse di assestamento sottomarine che potrebbero creare nuove ondate anomale. La popolazione cerca in tutti i modi di fuggire.

Sentenza capitale per Tarek Aziz Il Quirinale e Bruxelles contrarie alla condanna di Pierre Chiartano

BAGHDAD. Tarek Aziz è stato condannato a morte da un tribunale iracheno. Aveva curato la politica estera irachena ai tempi del dittatore Saddam Hussein, fino a diventare vicepremier, più di facciata che di sostanza. Apparteneva alla minoranza cristiana, ma è stato associato alle stragi del dittatore iracheno. «La sentenza è stata emessa senza la salvaguardia degli interessi della giustizia e senza gli strumenti normalmente disponibili in appello. Per questo abbiamo presentato un’istanza urgente all’Inter-American Commission on Human Rights per chiedere l’interruzione dell’esecuzione di condanna a morte di Tariq Aziz». È quanto annuncia l’avvocato Giovanni Di Stefano, legale dell’ex ministro. E sono molte le voci in Europa e in Italia che salgono a difesa del politico iracheno.Tra questi un membro di un gruppo di persone che, qualche anno fa, l’allora segretario di Stato Usa, Maddlein Albright aveva definito «fantastic people». «La pena di morte contro Tarek Aziz è una punizione postuma, l’Iraq in tal modo dimostra di essere un Paese che non trova pace e rischia di allontanarsi dal sentire della gran parte degli Stati del mondo, tuttavia si può sperare in un atto di clemenza del governo iracheno all’interno del quale si trovano diverse personalità contrarie alla pena capitale» così è stata commentata la notizia a caldo dal portavoce della Comunità di Sant’Egidio, Mario Marazziti. Con un gesto di clemenza, sottolinea il rappresentante della comunità, verrà anche rispettata l’autonomia della magistratura e allo stesso tempo «si compirà un forte gesto di riconciliazione». «C’è da augurarsi che all’interno del governo iracheno, dove pure ci sono diverse personalità contrarie alla pena capitale, prevalga la strada dell’atto di clemenza, una ipotesi plausibile» conclude Marazziti. Per la sospensione anche il presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano. Anche la Commissione europea ha fatto sapere di essere contraria alla condanna a morte per impiccagione comminata all’ex vicepremier di

Saddam. È la Corte suprema irachena ad aver comminato la condanna capitale al settantaquattrenne Aziz, con l’accusa di aver preso parte a una campagna contro gli esponenti del poartito Dawa, di cui è membro l’attuale premier Nouri al Maliki. Intanto il leader dei radicali Pannella ha iniziato lo sciopero totale della fame e della sete per protestare. «Come con Saddam vogliono strozzarlo per impedirgli di parlare», ha affermato il leader radicale.

Per il figlio, il verdetto è una vendetta. «È un’operazione - ha dichiarato Ziad Aziz - per vendicarsi contro tutto ciò che riguarda il passato dell’Iraq e dimostra la credibilità delle informazioni pubblicate dal sito WikiLeaks. Mio padre - ha concluso - non ha mai avuto nulla a che vedere con i partiti religiosi». È con queste parole che il figlio dell’ex vice premier iracheno Tareq Aziz, Ziyad, ha commentato alla tv satellitare al-Arabiya la notizia della condanna Unico cristiano del regime, Aziz si era arreso alle truppe americane alla fine di aprile del 2003. La famiglia ne ha più volte chiesto la per liberazione questioni di salute. L’Alta Corte di Baghdad ha inflitto la pena capitale anche a Sadoun Shakir, ex ministro dell’Interno e capo dei servizi segreti, e Abed Hamou, segretario di Saddam, «per aver cercato di eliminare i partiti religiosi prima del 2003» per instaurare il dominio assoluto del Baath. Aziz era già stato condannato nel marzo 2009 a 15 anni di carcere per «crimini contro l’umanità» nell’ambito dell’esecuzione di 42 commercianti, avvenuta nel 1992. Sempre nel 2009, l’Alta corte penale dell’Iraq lo aveva condannato a sette anni di reclusione per il suo ruolo nelle violenze contro i curdi di confessione sciita negli anni Ottanta. Ad agosto aveva accusato Barack Obama in un’intervista al Guardian di aver «lasciato l’Iraq in balia dei lupi». In base la legge la sentenza deve essere ratificata dal consiglio di presidenza guidato dal curdo Jalal Talabani.

L’impiccagione dovrà essere ratificata dal consiglio di presidenza iracheno guidato dal curdo Jalal Talabani

Esteri iraniano, Ali Ahani, che ieri ha incontrato la Commissione Esteri del Senato a palazzo Madama. Il Presidente afghano Karzai, dopo uno scoop del New York Times, aveva dichiarato di ricevere annualmente da Teheran 1,4 milioni di euro. «Gli aiuti dell’Iran all’Afghanistan - prosegue Ahani sono trasparenti e questo è stato confermato dal Governo afghano. Il contributo iraniano serve per i progetti di ricostruzione dell’Afghanistan». Ahani sottolinea inoltre che «l’Iran ospita sul suo territorio 3 milioni di cittadini afghani e facciamo studiare gratuitamente nelle nostre scuole 330mila studenti afghani».

La prima smentita era arrivata perché il mondo teme l’influenza iraniana in Afghanistan. Dopo le insistenze italiane, infatti,Teheran è stata invitata a sedersi al tavolo della pacificazione nazionale e ha spinto per evitare ogni colloquio diretto con i talebani fondamentalisti. Il rischio, sottolineano gli analisti, è che una volta terminata la fase critica del conflitto di Kabul e con il ritiro del contingente internazionale - il governo degli ayatollah voglia fare del Paese un suo protettorato. E il flusso di denaro non aiuta.


cultura

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Esposizioni. Alla Galleria di Arte Moderna e Contemporanea di Viareggio, una personale a lui interamente dedicata e aperta fino al prossimo 5 dicembre 2010

Il rinascimentale Chini Ritorno alla lezione del grande artista che fu decoratore, ceramista, pittore, grafico, scenografo e molto altro ancora di Mario Bernardi Guardi avvero un uomo “rinascimentale”, Galileo Chini, toscano dal multiforme ingegno, che, tra fine Ottocento e metà Novecento, dette bella prova di sé come decoratore, ceramista, pittore, grafico, scenografo, creatore di arredi, ideatore di architetture e di modelli urbanistici, prima sull’onda creativa dell’“art nouveau” e del “liberty”, poi con una cifra stilistica sempre più personale. E la bella Mostra allestita alla Galleria di Arte Moderna e Contemporanea di Viareggio, e aperta fino al 5 dicembre, di questa effervescente versatilità ci dà conto, evidenziando come essa non rompa i legami con gli “antichi maestri”, ma anzi si faccia carico del loro insegnamento e lo rinnovi. Così Chini, uomo e artista, nella pluralità di “espressioni” e “linguaggi” tutti di rango - ma la nostra predilezione va alle ceramiche - ci si impone con il profilo “forte” di chi sente su di sé l’onore e l’onere di una eredità plurisecolare da riplasmare senza sconciarla, azzardando anche cammini per territori ignoti, con tutte le “provocazioni” del caso, ma mai venendo meno a quella “misura” che è poi l’eterna “grazia”della Toscana, a partire da un paesaggio su cui la mano di Dio pare essersi applicata con particolare amore (Galileo Chini e la Toscana, a cura di Alessandra Belluomini Pucci e Glauco Borrella. Catalogo Silvana Editoriale, 310 pagine, 29,00 euro in mostra e 35,00 in libreria).

D

Da questo paesaggio, Galileo è come “imbevuto”, si tratti della “sua” Firenze o della Versilia che ha scoperto a inizio Novecento, quando (si legga l’Alcyone di Gabriele d’Annunzio) mari, campagne, boschi, colline e monti avevano ancora una loro freschezza selvaggia. Fatta apposta per chi cercava scenari che fossero idee, e viceversa, e inseguiva forme e colori che non derubassero ma rivelassero la natura, e, nella natura, il linguaggio arcano dello spirito che parla attraverso un brivido di vento, un albero, una casa nel sole meridiano, un’onda che spumeggia. Bene, basta

posare gli occhi su opere come La Pineta di Lido di Camaiore, Casa di Lido di Camaiore, Via Roma, Bagni a Lido di Camaiore, Marina, Il bagno Leone, Capanni sulla spiaggia, La chiusa di Motrone, La casa delle vacanze, La casa in pineta, Il vialino, Dalla terrazza di Tito, Viareggio, basta guardarle e, inevitabilmente, “accarezzarle”, per ripercorrere il cammino di Galileo, e per rifarlo con Galileo, viaggiatore intellettuale che scopre, vive quello che scopre, lo interiorizza, lo traduce in immagine, quasi in “visione”, ma

zione diretta e il sussidio degli schemi geometrici, maturano un segno nitido che sottolinea i gangli funzionali delle forme e che costituisce la necessaria premessa per la comprensione delle metamorfosi naturali».

In una Firenze d’inizio Novecento che riscopre le glorie della sua cultura, il giovane Galileo lavora insieme allo zio paterno Dario, affermato decoratore e restauratore di affreschi, affiancandolo in diverse opere di restauro e presto conquistandosi un “nome”, tanto da essere «invitato in molte parti

l’industriale inglese Richard, Galileo e i suoi amici, prendono la decisione di far sopravvivere quella manifattura, dando vita alla fabbrica “L’Arte della Ceramica”. L’impegno è quello di creare un movimento artistico che abbia un “carattere” e che “promuova un radicale rinnovamento nell’arte della ceramica e delle forme decorative in genere puntando sulle invenzioni più scattanti del Liberty. A Firenze si riaccende l’antico sogno di elevare i prodotti artigianali a forma d’arte e di portarli in ogni casa in sintonia

La mostra ci dà conto di questa effervescente versatilità, evidenziando come essa non rompa i legami con gli “antichi maestri” ma si faccia carico della loro dottrina sempre in termini di concretezza, di materialità, perché tutto è vitale e in piena luce, e non ci sono cifre di morboso estetismo decadente a dissanguare la corporeità. Che viene sublimata, meglio ancora, dantescamente “significata” dall’“Amore”. Non si parte sempre dall’Amore, per incontrare l’Arte? E l’Arte non ci chiede un duro impegno di conquista, una disciplina della mano, del cuore e della mente, per offrire frutti maturi? In ogni caso, il percorso di Galileo Chini è questo. Come scrive Piero Pacini nel Catalogo (cfr. Galileo Chini: le radici toscane e l’apporto della cultura figurativa del XX secolo, pp.20- 35), l’artista toscano «prima di affermarsi come rinnovatore dell’arte della ceramica e come virtuoso decoratore, si forma le ossa nella fiorentina Scuola Professionale d’Arte di Santa Croce dove operano ottimi insegnanti e dove non c’è ombra dei frenetici sperimentalismi dei nostri giorni. In questo istituto gli allievi apprendono le tecniche figurative e, attraverso l’osserva-

dell’Italia centrale per decorare non solo edifici religiosi e sedi di rappresentanza (banche e padiglioni espositivi), ma anche villini, negozi, ristoranti e cappelle funerarie concepite col gusto eclettico del tempo». E qual è il “gusto” del nostro giovane artigiano-artista? Certamente è affascinato dalla cultura e dagli scenari del Medioevo e del Rinascimento, ma non nel nome di una imitazione accademica, quanto piuttosto in quello di una ri-creazione. Galileo vuole “fare”. Reagendo, se necessario, contro chi “disfa”. Così, quando Ginori vende l’antica fabbrica di Doccia al-

con le intenzioni che, nel clima dell’utopistico socialismo inglese, William Morris ha espresso ai membri delle Arts and Crafts”. Ovvero il movimento “Arti e Mestieri”: spiriti liberi, neoromantici, innamorati del Bello e del Vero, che, ispirati da Morris, appunto, e da John Ruskin, si facevano alfieri di una “rifondazione”del lavoro e dell’etica artigianali, battendosi contro ogni pretesa di dare forme artistiche ai prodotti dell’industria. Con “L’Arte della Ceramica” e successivamente con la manifattura “Fornaci di San Lorenzo”, fondata con il cugino Chino, Galileo è su questa lunghezza d’onda: un artigianato moderno che abbia chiara consapevolezza delle sue radici, «riflettendo su quanto di più alto è stato prodotto in passato». Mille cose, del resto, stimolano la sua fantasia: dagli antichi frammenti di maioliche con motivi naturalistici od orientaleggianti alle stoffe dipinte che appaiono nelle opere di Gentile da Fabriano,

Neri di Bicci, il Sassetta, ai profili delle donne botticelliane o preraffaelite, alle ceramiche rodie od etrusche, ai materiali artistici “esotici” che ha occasione di vedere nei musei o nelle collezioni private. Intanto, dopo aver verificato le nozioni scolastiche negli interventi sugli affreschi trecenteschi o del primo Quattrocento, il ceramista, restauratore e decoratore Galileo, sta elaborando una sua cifra pittorica. Chi lo influenza? Sono certamente importanti la lezione dei macchiaioli e l’incontro con Telemaco Signorini, «il pittore con la barba bionda e gli occhiali d’oro» con cui discute animatamente nello studio di Piazza Santa Croce e al Circolo degli Artisti, ma anche la scoperta della pittura divisionista e le suggestioni che vengono dal movimento preraffaelita.

La “fiorentinità” di Chini è lusingata e rafforzata da questi artisti e poeti anglosassoni che attingono a Dante e ai “primitivi” per i loro percorsi spirituali, anche se, come dicevamo all’inizio, la vocazione alla “misura” è sempre desta, e certe atmosfere malinconiche e funeree, certe estenuate artificiosità, certe fioriture angeliche segnate da ambigui ammiccamenti al “demoniaco” gli appaiono estranee alla tradizione figura-


cultura

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Alcune delle opere di Chini: “Paesaggio autunnale in Versilia”, “Autoritratto”, “Pannello con putti per la sala della Giovane Etruria”, “Turandot, Atto II, Scena Seconda” prima versione, “Interno dello studio di Firenze”, “La Fornace a Villamagna”, “Darsena a Viareggio”, “Casa di Lido di Camaiore���, “La Fossa dell’Abate”, “La casa che fu di Plinio Nomellini”, “Bozzetto per pannello ceramico della Villa Argentina a Viareggio”, “La casa delle vacanze”, “La Torre Fiat”, “Villette in Pineta a Viareggio”, “Le Frodi”, “Vaso in grès”, “Vaso allungato in grès”, “Disco bianco e blu”, “Flora” e “Putti”, pannelli ceramici

tiva toscana. Ed è in essa che il pittore trova le sue ragioni identitarie. Così, anche se il linguaggio del simbolo (e del movimento simbolista) è accolto (si veda un dipinto come Le Frodi), esso - e del resto a darcene conto è l’etimologia che rimanda al verbo greco “symballo”che vale come “unisco”,“metto insieme”, “connetto” - non si risolve in inquietanti fughe dalla realtà verso l’astrazione e l’idealizzazione ma semmai nella consapevolezza che il Sacro si incardina/incarna nella vita, e ne è segno di elezione e senso di direzione.

Ad esempio, nell’opera Annunciazione, scrive Pacini, «l’evento evangelico è ambientato all’aperto, nel cuore del Mugello; all’angelo - intriso della eterea bellezza di certe creazioni dell’area spiritualistica mitteleuropea - si contrappone la più salda figura di Maria che rimanda visibilmente alle lavoratrici dei campi dipinte da Millet e da Segantini. La sacralità di questa invenzione scaturisce dal dialettico incontro tra l’evanescente messaggero celeste - intessuto dei guizzi di luce di un’ora antelucana - e la Vergine contadina che s’impone come un’emanazione del paesaggio pietroso in cui ha luogo l’evento. In effetti questa inusi-

tata ‘annunciazione’ visualizza un vaticinio antico: dalla terra nascerà un virgulto solido come roccia, che sarà la luce del mondo. Ancora una volta il simbolo non stimola ulteriori rivelazioni della psiche ma sottolinea il modo di essere delle figure in una consentanea atmosfera ambientale».

Un toscano dal forte istinto identitario, dunque, Chini, ma tutt’altro che chiuso a influenze, esperienze, suggestioni. Di tutti i generi e di tutte le provenienze purché vi siano visibili l’impronta dello spirito e il

tocco di grazia dell’arte. Ad esempio, al pari di tanti intellettuali del suo tempo, Chini è attratto dall’Oriente, un mondo “altro” che conosce soltanto attraverso gli oggetti esotici che ha avuto occasione di contemplare in musei o in prestigiosi palazzi. Finché nel 1911, il Nostro - come sempre instancabile nella sua molteplice attività creativa, visto che proprio in quell’anno ha realizzato manifesti per il Regio Politeama Fiorentino Vittorio Emanuele, per il Mantellaccio. Poema drammatico in quattro atti di Sem Benelli, per la Mostra del Ritratto Italiano, per la Drammatica Compagnia di Roma e per la Mostra Etnografica all’Esposizione Internazionale di Roma - non viene invitato dal

L’artista è viaggiatore intellettuale che scopre, vive quello che scopre, lo interiorizza, lo traduce quasi in “visione”, ma sempre in termini di concretezza

re del Siam Rama V, per affrescare la Sala del Trono del Palazzo Reale. Tornato in Italia due anni dopo, Chini espone alla Biennale di Venezia un vasto gruppo di “opere siamesi” come Nel tempio, Fronde e luci, L’idolo, Ninnoli d’Oriente, Men Su, l’attrice. Quei paesaggi, quelle atmosfere che si porterà per sempre nel cuore gli forniranno ispirazione per la Turandot: diciotto bozzetti per le scenografie e la copertina per il numero unico pubblicato in occasione della rappresentazione del 1926. L’amico Puccini è morto da due anni, ma il suo ricordo è ben vivo. Giacomo e Galileo, tra l’altro, avevano eletto la Versilia a “dimora filosofale”, l’uno scegliendo Torre del Lago come “paradiso, eden, empireo”, l’altro prediligendo l’isolamento del Lido di Camaiore (cfr. Alessandra Belluomini Pucci, Galileo Chini e la Toscana. Itinerario pittorico tra Firenze e la Versilia, nel Catalogo cit., pp.36-45).

Già da una decina d’anni, Chini si era fatto costruire l’amata “Casa delle vacanze” vicino alla Fossa dell’Abate, a quel tempo uno spazio ancora «intatto», «lontano dai clamori cit-

tadini e dalle vaghezze balneari di Viareggio». In quel tempo, Lido di Camaiore era la meta preferita di personalità del mondo dell’arte e, insieme a Chini e all’amico Plinio Novellini - un grande pittore livornese che aveva partecipato al movimento macchiaiolo, aprendosi poi alle influenze del divisionismo e del simbolismo -vi avevano stabilito la residenza Lorenzo Viani, Eleonora Duse, Luigi Pirandello.

Ma un po’ tutta la Versilia - in cui era vivo il ricordo di Shelley, annegato nel 1826 nelle acque viareggine - stava diventando il crocevia della cultura, e non solo italiana, visto che l’avrebbero “scoperta” anche Thomas Mann, David Herbert Lawrence, Rainer Maria Rilke, per fare tre nomi di viaggiatori innamorati. Ebbene, qui Chini dipingendo, tavolozza e cavalletto “en plein air”, la “sua”pineta, la “sua”casa, la Fossa dell’Abate, racconta, sequenza dopo sequenza, un paesaggio-stato d’animo. Dove entra anche la nostalgia d’Oriente dell’“uomo rinascimentale”, che, ardito e curioso, varca temerario spazi sconfinati, ma, per dirla con Rilke,“va per tornare”.


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spettacoli Ritratti. Il Festival di Roma rievoca Tognazzi a vent’anni dalla scomparsa

Ugo, la commedia di un uomo magnifico di Orio Caldiron ul finire del 1959 finisce anche Un, due, tre a cui Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello avevano dato vita fin dal gennaio 1954, negli stessi anni in cui nasce la televisione italiana con un solo canale rigorosamente in bianco e nero. Il giorno prima in occasione di una serata ufficiale alla Scala in onore del generale De Gaulle, il valletto sbaglia i tempi nell’accostare la sedia provocando lo storico scivolone in diretta del presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi.

S

La tentazione è troppo forte per resistere all’idea di riprendere a botta calda l’avvenimento nella rubrica dedicata alla posta degli spettatori, in cui di solito stanno seduti ma questa volta rimangono in piedi. Naturalmente la trasmissione è in diretta e nessuno sa cosa sta per succedere. Subito dopo il balletto, tocca ai due sciagurati. Ugo cade platealmente per terra, mentre Raimondo dice la battuta, «Ma chi ti credi di essere ?», pensando che l’avrebbero capita in pochi. Invece il teatro viene giù dalle risate e ne nasce un affare di Stato, segnando di lì a poco la cancellazione del programma. Un, due, tre, la migliore rivista televisiva italiana degli anni Cinquanta, nel corso di un’ottantina di puntate fa la parodia dei programmi televisivi, dei personaggi più popolari, dei film e degli spettacoli di successo, dal teleromanzo alle canzoni, dalle inchieste ai varietà, dai mezzi busti dei telegiornali ai campioni dello sport. Senza rete, il sanguigno Tognazzi e l’etereo Vianello rifanno il verso a Juliette Gréco, a Gino Bartali, a Mario Soldati a caccia di cibi genuini, a Gregorio il gregario che arriva sempre ultimo, al fabbricante artigianale di stuzzicadenti ricavati da un enorme “troncio”in un infinito sfarfallio di trucioli. Quanto più la presa in giro è irriverente, vivacissima la caricatura, il travestimento oltraggioso, tanto più scatta la complicità con il pubblico, che segue la trasmissione per ben sei

stagioni senza mai mostrare segni di stanchezza.

Il segreto del successo va cercato nel periodo delle riviste in cui Ugo Tognazzi aveva percorso da un capo all’altro i teatri della Penisola, accanto a attori come Raimondo Vianello, con cui fa coppia per almeno cinque stagioni, Gino Bramieri, Gianrico Tedeschi, Franco Giacobini,Toni Ucci, Anna Campori, Dino Valdi, Salvo Libassi. Senza contare le soubrette come Elena Giusti, Dorian Gray, Lauretta Masiero, Erika Sandri, Lia Cortese, Tina De Mola, che assicurano allo spettacolo il richiamo della sensualità insieme alla maliziosa disinvoltura di chi sa tener testa al mattatore. L’esperienza del palcoscenico minore – fondamentale per la nascita del comico, dei suoi tempi e delle sue strategie – non sarebbe stata così decisiva senza l’incontro con Giulio Scarnicci e Renzo Tarabusi, i due mercuriali toscani che mettono a disposizione dell’attore

può infliggere impunemente prima di essere cacciati fuori dal monitor.

Negli stessi anni avviene anche l’approdo al cinema che dal ’50 al ’60 dà vita a una quarantina di film firmati da Mario Mattoli, Giorgio C. Simonelli, Carlo L. Bragaglia, Camillo Mastrocinque, Steno, accanto a Walter Chiari, Carlo Campanini, Nino Taranto, Totò, Peppino De Filippo, Raimondo Vianello. Un lungo apprendistato – da I cadetti di Guascogna (1950) a Pugni, pupe e marinai (1960) – con un gruppo di artigiani all’antica italiana che, disponibili ai vari generi in auge nelle diverse stagioni del made in Italy più popolare e stracciato, non nascondono la loro predilezione per il comico e la parodia. Si fatica a distinguere un titolo dall’altro perché nel decennio è diffusa la convinzione che la grande abilità del regista di film brillanti consiste soprattutto nel tenere ben ferma la macchi-

Il segreto della sua somma abilità mimetica è nascosto nella militanza nell’avanspettacolo cremonese il gusto della beffa e dell’allusione impertinente che contrassegnano le riviste da Dove vai se il cavallo non ce l’hai a Ciao, fantasma!, da Barbanera buon tempo si spera a Passo doppio. Quando arriva la televisione, Scarnicci & Tarabusi animano con Tognazzi & Vianello il team creativo di Un, due, tre, sfogando l’irrequietezza senza età del quartetto di scatenati irresponsabili che bucano il video nell’età gloriosa e irripetibile degli inizi. Non a caso gli storici la chiamano paleotelevisione, un’epoca lontanissima in cui tutto è nuovo e avventuroso, ancora sconosciuta la mappa delle vie praticabili e di quelle impraticabili. Un’epoca in cui ci si può lasciare andare con genuinità totale, trascinante anche nella volgarità. Qualche randellata la si

na da presa in modo che i fucinatori d’ilarità si possano scatenare. Nel regno dello sketch, della battuta malandrina, della gag ben orchestrata, della mimica accattivante, rivive lo spirito dell’avanspettacolo con i suoi acri umori popolareschi, i volti inconfondibili dei caratteristi, la schietta carnalità delle belle di turno, segnando la fase del cinema italiano dallo spettacolo leggero ormai in crisi alla omologazione del-


spettacoli

27 ottobre 2010 • pagina 21

Qui a sinistra, Ugo Tognazzi in un fotogramma di “Amici miei”, uno dei maggiori successi della commedia all’italiana. A destra, l’attore cremonese insieme a Claudia Cardinale e Pier Paolo Pasolini. In fondo alla pagina, l’attore è insieme a Vittorio Gassman ne “La marcia su Roma” la neonata tv che mette i mutandoni alle ballerine. Sono per lo più film modesti, ma bastano un guizzo, un’impennata, per capire che stiamo attraversando una stagione più vivace di quanto solitamente si crede. Il cinema comico traghetta il vivaio di esperienze e scritture dell’avanspettacolo e dei giornali umoristici, ma entra in crisi quando di lì a pochi anni la commedia all’italiana, conclusa la vampirizzazione di attori e sceneggiatori, rivendica la sua autonomia e punta ambiziosamente alla serie a.

Quando Il federale (1961) di Luciano Salce apre la stagione più alta e significativa dell’attore, la sua personalità è già in parte definita nel segno di una comicità in cui la sottolineatura espressionista convive con l’impassibilità quasi astratta. Sono in pochi quelli che vi intravedono la nascita di un attore, di uno straordinario attore in potenza, che può aspirare a essere un grande comico. Il personaggio del gerarca vanitoso s’impone nell’immaginario collettivo, nonostante le reiterate accuse di qualunquismo impediscano ai critici di vedere la novità del film spesso bollato come “squallida farsaccia”. Sin da questo primo titolo l’incontro con Salce si segnala come uno dei più promettenti perché il regista romano non si prende mai sul serio, ride di tutto e di tutti. Caustico e beffardo, quando può sterza nel surreale. Il sodalizio aiuta a capire meglio la collocazione dell’attore in questa fase della commedia all’italiana di inizio decennio in cui avvengono anche i primi incontri con

Dino Risi e Mario Monicelli, destinati a riproporsi nel corso degli anni successivi animando la vitalità gaglioffa e contraddittoria di un megagenere abituato a praticare il cannibalismo. La rivisitazione alla carta vetrata del fascismo più becero, ottuso e irredimibile di Il federale cede nei film successivi, da La voglia matta (1962) a Le ore dell’amore (1963), alla raffigurazione del quarantenne dinanzi alla disinvolta spregiudicatezza delle nuove generazioni o alle prese con le impasse del matrimonio, incapace di vivere in un mondo che credeva fatto a sua misura e invece cammina più in fretta di lui. L’italiano euforico del boom economico viene colto con amara ironia in tutta la sua inadeguatezza nei confronti dei sentimenti e della responsabilità. L’incontro con Dino Risi – una decina di film da La marcia su Roma (1962) a Il re e il monsignore (1984) – trova il suo momento paradigmatico ne I mostri (1963), quasi un abbecedario della comicità all’insegna della cattiveria più travolgente in una gara attoriale in cui il gioco sornione, sottile e sfumato, di Tognazzi ha la meglio sull’improntitudine un po’ accademica di Gassman. Se Straziami ma di baci saziami (1968) è il più curioso e originale dei titoli sceneggiati da Age e Scarpelli, La stanza del vescovo (1977) è forse il più intenso del periodo Benvenuti-De Bernardi con una performance di Tognazzi-Orimbelli di grande spicco, in bilico tra verità e menzogna, cinismo e passione, understatement e eccesso: spregevole ma simpatico come non riesce neppure al grande Sordi, geniale nella sgradevolezza.

Non meno fertile il rapporto con Mario Monicelli che, dopo la sbandata farsesca di Vogliamo i colonnelli (1973), irrisolto sul piano narrativo ma stimolante nel legame con l’attualità politica, tocca un momento di grande equilibrio in Romanzo popolare (1974). L’operaio Tognazzi-Basletti vi fronteggia il dramma del tradimento, che mette in crisi le

L’Auditorium celebra “L’alter Ugo” Il Festival Internazionale del Film di Roma dedica un omaggio a Ugo Tognazzi a vent’anni dalla morte avvenuta il 27 ottobre 1990. Era nato a Cremona il 23 marzo 1922. Mercoledì 27 ottobre alle ore 19.30 nella Sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica viene presentato in anteprima Ritratto di mio padre , il documentario di Maria Sole Tognazzi che ripropone soprattutto gli aspetti privati del personaggio Tognazzi. Sul grande attore esistono numerosi volumi, da quello di Aldo Bernardini e Claudio G. Fava, Ugo Tognazzi, Gremese, Roma, 1985 a L’alter…Ugo del cinema italiano, a cura di Massimo Causo, Besa, Lecce, 2001, con ricordi dei famigliari e testimonianze di attori e registi, da Un, due, tre, a cura di Roberto Buffagni, Mondadori, Milano, 2000 a Fabio Francione e Lorenzo Pellizzari, Ugo Tognazzi regista, Falsopiano, Alessandria, 2002.

sue conclamate idee moderne, con un senso profondo di pudore e di dolorosa partecipazione. Ma spetta alla saga di Amici miei (1975) e di Amici miei atto II (1982) – Amici miei atto III (1985) firmato da Nanni Loy – il merito di fornire all’attore una delle occasioni più straordinarie dell’intera carriera con il personaggio ormai proverbiale del conte Mascetti interpretato con sublime leggerezza. L’incontro con l’anarchico Marco Ferreri, e cioè con uno degli autori più originali del panorama italiano e non solo italiano di allora, esce dai moduli consueti della commedia con cui talvolta s’incontra per animare un gruppo di personaggi tra i più singolari dell’attore, da L’ape regina (1963) a La donna scimmia (1964), via via fino a La grande abbuffata (1974), nei quali i rapporti tra uomo e donna, le distorsioni della normalità e della diversità, i rituali ossessivi del cibo e del sesso, le funebri tentazioni dell’annientamento totale trovano attraverso la metafora e il grottesco le vie di una rappresentazione lucida, disincantata, intransigente. Sono i protagonisti di film come questi che permettono a Ugo Tognazzi di raggiungere i livelli più alti nel suo mestiere di attore. Sempre in bilico tra concretezza sanguigna e spiazzante onirismo, il grande commediante pensa con il corpo, mettendo in scena con il distacco che non esclude la tenerezza l’inedita e dolente fisiologia delle passioni in assoluta controtendenza nei confronti del cinema dell’epoca. La fecondità dei rapporti più duraturi con gli autori che hanno accompagnato la sua maturazione d’interprete è fuori discussione. Ma spiccano le prove isolate, le improvvise sintonie con altri registi in una gamma disomogenea di congenialità e di differenze, spie della irrequietezza dell’attore che non sia adagia sui risultati raggiunti o sui rapporti consolidati ma tenta nuove strade. Spesso sono occasioni fortunate a cui si devono film particolarmente riusciti come La vita agra (1964) di Carlo Lizzani, insolito esempio di commedia seria tra ribellione e

rassegnazione, sullo sfondo più ombra che luci dell’ambiente milanese. O Io la conoscevo bene (1965) di Antonio Pietrangeli in cui l’esibizione del guitto d’avanspettacolo nella festa dei neoricchi diventa la sua caratterizzazione più amara. O Venga a prendere il caffè…da noi (1970) di Alberto Lattuada, squallida ma incandescente epopea degli eccessi sessuali e gastronomici che ci riporta in zona Ferreri. Sta a sé Splendori e miserie di Madame Royale (1970) di Vittorio Caprioli, in cui Tognazzi si misura con gli abiti sgargianti del travestitismo tra ironia e tenerezza.

Gli anni Ottanta si aprono con La tragedia di un uomo ridicolo (1981) di Bernardo Bertolucci, implacabile radiografia dei misteri italiani con un corposo personaggio di industriale parmense costruito sulla dimensione padana e terragna di Tognazzi, che gli procura il premio al Festival di Cannes per la migliore interpretazione maschile. Un traguardo importante a cui poco dopo guarda con amarezza quando nel cinema italiano sembra improvvisamente un corpo estraneo, lontano dal set. Il ritorno al teatro gli dà grandi soddisfazioni a partire dai Sei personaggi in cerca di autore che Giorgio Strehler gli chiede di recitare in francese alla Comédie Francaise, una prova altissima che incanta il pubblico parigino. Nel 1988 è la volta di L’avaro e nell’anno successivo di Mr. Butterfly, che va in scena solo a Milano: un trionfo. Ma la malinconia piega verso la depressione nel periodo più triste e solitario di una biografia all’insegna della vitalità onnivora, esuberante, generosa. S’incupiscono anche gli affollati appuntamenti famigliari nella casa di Velletri. Gianmarco Tognazzi ricorda uno degli ultimi capodanni passati tutti insieme con la famiglia Gassman: «Mio padre e Vittorio passarono tutta la sera in depressione totale, a piangere in camera da letto e a fare a gara a chi dei due era più depresso, sino a quando non hanno cominciato a ridere della loro depressione».


o p i n i o n ic o m m e n t il e t t e r ep r o t e s t eg i u d i z ip r o p o s t es u g g e r i m e n t ib l o g L’IMMAGINE

Giustizia: potenziare le risorse umane e le strutture Nell’orizzonte giudiziario è apparsa una nuova figura: quella dei giudici ausiliari al fine di dare una sfoltita all’enorme apparato civile. A prima vista, salvo qualche ritocco procedurale, si tratta di una ricostituzione dei Goa (Giudici onorari aggregati). A parte la considerazione che appare strana la commistione di competenze diverse (modifiche del processo civile) in una manovra di risparmi, l’iniziativa appare una soluzione tampone e non definitiva. Soluzione definitiva che può avvenire solo potenziando le risorse umane e le strutture. Occorrono un maggior numero di magistrati e anche più funzionari e direttori di cancelleria (ora C2 e C3), che da oltre settemila si sono ridotti a poco più di un migliaio. Poiché la soluzione definitiva non può avvenire dall’oggi al domani, perché per l’espletamento dei concorsi passano anni, più che creare nuove figure sarebbe bene sfruttare al massimo e al meglio le energie che si hanno. Il riferimento è soprattutto ai Got, ora utilizzati per poche udienze e con un trattamento economico differente a quello dei giudici di pace, i quali oltre alle udienze e ad un fisso, sono ricompensati anche per il numero degli affari definiti. Impegnare maggiormente i Got è una soluzione che può essere applicata quasi da subito con un adeguamento dei compensi.

Luigi Celebre

PRECISAZIONE DA E.ON ITALIA Vorrei precisare che alcuni contenuti dell’articolo sul nucleare apparso su liberal del 23 ottobre,“Parte il nucleare del DopoScajola” firmato da Lucio Rossi non corrispondono a verità. Precisamente in merito a quanto segue, E.ON non ha mai evidenziato la necessità di aggregare Cassa Depositi e Prestiti come partner finanziario: «A luglio Cassa Depositi e prestiti ha ceduto al Tesoro l’intera quota della sua partecipazione pari a oltre il 17 per cento in Enel che grazie alla partnership con la francese Edf si candidata a realizzare almeno metà delle centrali che consentiranno all’Italia di produrre il 25 per cento dei consumi energetici dal nucleare. Ma intanto non c’è traccia di eventuali investimenti sull’atomo nel piano fino al 2013 dell’ex monopolista elettrico italiano. Gli altri operatori interessati sono invece

E.On e Gaz de France che un mese prima, a giugno, hanno annunciato una joint venture aperta alle utility locali, evidenziando però la necessità di aggregare Cassa Depositi e Prestiti come partner finanziario».

Luisa Di Vita Head of External Communication

L’uovo nell’uovo Immaginate lo stupore della signora che, sbucciando un uovo sodo preparato per la colazione, ne ha trovato all’interno un altro. Maria Baldescu ha subito portato l’uovo “mutante” al medico, che ha attribuito l’anomalia alle conseguenze tardive del disastro di Chernobyl

CALDORO, GOVERNATORE BRAVO E CAPACE Finalmente la Campania ha un governatore bravo e capace, in grado di assumersi le proprie responsabilità, di non nascondere dietro giri di parole la tragica emergenza rifiuti, di farci dimenticare i silenzi e le incapacità del passato.

Ellezeta

L’UDC NON STA CON VENDOLA MA CON I LAVORATORI L’Udc non sta con Vendola né con il Pdl, ma con i lavoratori. Le semplificazioni giorna-

listiche che ci vedono ogni giorno alleati con questo o quell’altro polo non fanno chiarezza su quella che è la posizione dell’Udc e non aiutano a comprendere il progetto del Partito della Nazione. Noi siamo e vogliamo restare “distinti e distanti” dai due Poli, non per una posizione di comodo ma perché siamo convinti che la linea moderata e del dialogo è quella che può portare dei risultati al territorio, ai cittadini e alle famiglie sempre più in difficoltà a cau-

L’OCCHIO DEL MONDO - Le opinioni della stampa internazionale a cura di Pierre Chiartano

sa della crisi economica e sempre più disorientate per la crisi di valori e di riferimenti, crisi a cui il mondo politico ha contribuito in modo rilevante se si pensa all’alta litigiosità che caratterizza l’attuale sistema bipolare. Per queste ragioni a livello nazionale, come alla Regione Puglia, abbiamo scelto una terza via, quella dell’opposizione moderata e del dialogo nell’esclusivo interesse del territorio e dei cittadini.

Salvatore Negro

dal ”New York Times” del 26/10/10

I cinesi a spasso per Washington ll’inizio, qualche decennio fa, copiavano e basta. Un po’ come avevano fatto i giapponesi nel secondo dopoguerra. Ma negli ultimi anni le società ad alta tecnologia cinesi stanno spingendo sull’acceleratore, per mettersi al pari con le grandi company del settore. L’estate scorsa la Huawei technologies bazzicava la Silicon Valley in California a caccia di ingegneri elettronici specializzati nel campo del cloud computing. Si tratta di una tecnica che esiste già da qualche anno e che permette, mettendo in linea diversi computer, di creare un megacalcolatore, prodotto dalla somma delle singole capacità di memoria. È la nuova frontiera di internet. È talmente importante che l’attivismo dei cinesi ha cominciato a creare preoccupazione anche a Washington. L’approccio al reclutamento di tecnici americani era abbastanza disinvolto. «Di quanti ingegneri hai bisogno, qualche centinaio? Non è un problema» si era sentito chiedere un tecnico informatico nel tempio della silice. È vero che in Cina la risorsa umana non sarà mai un problema, ma i legami tra Huawei e l’apparato militare di Pechino aveva fatto cadere dalla sedia il senatore Joseph I. Lieberman – candidato democratico alla vicepresidenza nel Duemila ora indipendente – e tre altri colleghi del Congresso americano che, presa carta e penna, avevano scritto a Julius Genachowsky, presidente della Commissione federale sulle telecomunicazione. Si chiedeva di intervenire per evitare che un’azienda cinese potesse acquisire tecnologie in grado di mettere a rischio la sicurezza del sistema di telecomunicazioni

consulenti in relazioni pubbliche che gli aiutasse a concludere il business americano. E sono andati giù pesanti. Hanno fondato Amerlink Telecom, una società che distribuisce i prodotti Huawei negli States, con un consiglio d’amministrazione a dir poco impressionante. Dal parlamentare Richard A. Gephard, il capogruppo dei democratici alla Camera fino al 2005, all’ex presidente della Banca Mondiale, James D. Wolfensohn, fino all’ex capo della Nortel Networks William A. Owens. La Nortel è una società canadese con oltre un secolo di attività nel settore delle comunicazione. Tutti questi nomi si sono impegnati a far superare alla Huawei ogni obiezione circa la pericolosità di un suo inserimento nel mercato nordamericano. E qualche risultato lo stanno ottenendo, visto che stanno cominciando i test su di un sistema Huawei di quarta generazione.

A

Usa. E che il governo cinese potesse in futuro essere in grado di intercettare le linee telefoniche e i messaggi internet negli Usa. Una prospettiva da incubo. Ma cosa c’era alla base di queste preoccupazioni, che si sono guadagnate un articolo sul New York Times a firma John Markoff e David Barbosa? Il terzo gestore americano delle telecomunicazioni la Sprint Nextel sta per concludere un affare da tre miliardi di dollari. Si tratta di acquistare sistemi wireless proprio dalla Huawei. I cinesi però imparano in fretta e hanno capito subito come funziona il sistema nella capitale Usa. Hanno assoldato un esercito di lobbisti, avvocati,

Il contratto con la Sprint per i cinesi sarebbe un boccone veramente grosso. Sprint fornisce Motorola, Nortel e Lucent, una bella fetta del mercato Usa dunque. Le ansie sarebbe dunque giustificate. La Huawei è la prima multinazionale cinese ad essere arrivata sul mercato, è chiaro che coinvolga la politica di Pechino per questioni di prestigio e perché diventi un modello per altri giganti. Nell’ultimo anno è stata però accusata da Motorola e Cisco di aver rubato dei loro software e di aver copiato dei sistemi sotto brevetto. Da un lato c’è quindi il sistema di anticorpi made in Usa che reagisce, dall’altra i soldi dei cinesi che sono veramente una montagna.


opinioni commenti lettere p roteste giudizi p roposte suggerimenti blog LE VERITÀ NASCOSTE

Licenziati perché non fumano sul posto di lavoro BUESUM. In molti luoghi di lavoro si cerca di incentivare i lavoratori a non fumare, alla ricerca di un ambiente di lavoro più sano e (non ultimo) di meno pause, con casi limite come un’azienda dell’Ohio che fa test a sorpresa sull’urina dei dipendenti per verificare che non siano fumatori. Non è il caso dell’azienda di Thomas Jensen, che è stato portato davanti al tribunale del lavoro per avere licenziato tre non-fumatori e averli sostituiti con dei fumatori, perché a suo dire:, «si inseriscono meglio nel luogo di lavoro». I tre lavoratori richiedevano al loro datore di imporre il divieto di fumo nell’azienda, che ha dieci dipendenti. Dal 1° gennaio 2008,

infatti, in Germania è entrata in vigore la nuova legge anti-fumo, ma vale solo nei locali pubblici e non nelle aziende. Il titolare ha spiegato che il loro atteggiamento stava creando problemi nelle relazioni con gli altri dipendenti. Infatti, spiega, i dipendenti sono spesso al telefono con clienti o fornitori, e non è pensabile ipotizzare delle pause-sigaretta, tanto più che è molto più rilassante fumare mentre si lavora. Il titolare non nasconde che sia in parte anche una vendetta contro la “persecuzione” dei fumatori: «Assumerò solo persone che fumano, da adesso in poi, anche perché quelli che non fumano, passano tutto il tempo a lamentar-

ACCADDE OGGI

PROGETTI PER TUTELARE I MINORI L’assessorato alle Politiche sociali e Famiglia intende tutelare l’infanzia, per questo ha finanziato con uno stanziamento di 500mila euro una serie di progetti sul territorio regionale a sostegno dei minori vittime di maltrattamenti. Dati forniti recentemente da Telefono Azzurro parlano di 600 minori vittime ogni anno di gravi forme di violenze nel Lazio, minori che nella maggior parte dei casi non hanno più di dieci anni di età. Un dato, però, che fa riferimento solo ai bambini che hanno denunciato gli abusi subiti e che quindi potrebbe essere più alto. Ecco perché sono opportune delle contromisure sociali adeguate, tanto nell’ambito della prevenzione e dell’informazione, quanto nella fase successiva alla violenza. Tra le azioni che a livello comunale potranno essere avviate ci saranno quelle relative all’assistenza domiciliare educativa, la cosiddetta “Home visiting”. Di cosa si tratta? Un’equipe multidisciplinare interviene direttamente nel contesto familiare lì dove si riscontra un disagio sociale e relazionale che potrebbe minare o minacciare la tranquillità del bambino. L’equipe è composta da operatori dei servizi territoriali per la tutela della salute mentale e la riabilitazione in età evolutiva delle Asl e da educatori, assistenti sociali e psicologi. Il loro intervento punta a scongiurare, sempre nella tutela del minore, l’allontanamento di quest’ultimo dai propri genitori e il suo ingresso in un istituto. Un progetto, insomma, di educazione alla genitorialità, dal momento che proprio l’inadeguatezza del padre e della madre si presenta come il maggiore fattore di rischio per la sicurezza del bambino, segui-

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato

27 ottobre 1953 La bomba atomica britannica Totem 2 è fatta esplodere a Emu Field nel Sud Australia 1954 Benjamin O. Davis Jr. diventa il primo generale afro-americano dell’aviazione degli Stati Uniti 1961 La Nasa lancia il primo razzo Saturn I del Programma Apollo 1962 L’aereo su cui volava Enrico Mattei, Presidente dell’Eni precipita nelle campagne intorno Bascapè (PV). La dinamica dell’incidente non è ancora stata chiarita 1968 A Città del Messico si chiude la XIX Olimpiade 1971 La Repubblica democratica del Congo è rinominata Zaire 1981 Il sottomarino sovietico U 137 si aggira nelle coste orientali della Svezia 1991 A Bari brucia il Teatro Petruzzelli 1998 Gerhard Schröder diventa Cancelliere di Germania per la prima volta 1999 Il primo ministro armeno Sarkisian e altri 6 membri del parlamento vengono uccisi durante un attacco al Parlamento

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

si di quelli che lo fanno». Inoltre «tengono le distanze dai fumatori agli eventi sociali», cosa che impedisce la creazione di un solido spirito di squadra.

ta dall’abuso fisico e psicologico. Su questi, invece, è indirizzata la seconda tipologia dei progetti che prevedono programmi di ascolto protetto e di riabilitazione psichica del minore vittima di abusi. In questi casi, esperti e professionisti assistono il bambino in strutture operative specializzate, attraverso un adeguato processo di accompagnamento e sostegno terapeutico. Non solo prevenzione, quindi, ma anche attenzione al recupero sociale, per garantire all’infanzia quello che è il suo diritto fondamentale, quello al futuro.

Aldo e Mauro

VIOLENZA SESSUALE E STALKING Le tesi sostenute dalla leghista Brigandì, in merito alla legge sulla violenza sessuale e sullo stalking, sono figlie di una lettura molto superficiale di due provvedimenti che invece hanno visto una larghissima maggioranza esprimersi in senso positivo in sede parlamentare. I numeri parlano chiaro, soprattutto relativamente alla legge sullo stalking. Infatti, a seguito della sua approvazione sono aumentate visibilmente le denunce fatte dalle donne, segno che questo strumento di tutela è stato utilissimo alle tante donne che subiscono o hanno subito molestie ossessive nella loro vita. Non vorrei che dietro le parole della Brigandì ci sia ancora una resistenza culturale che troppo spesso rischia di essere ancor più penalizzante di una legge ritenuta solo spot. Sono convinta che occorra fare più processi e aggiungo velocizzarli, ma ricordo che senza l’istituzione del reato di stalking questi processi non si sarebbero mai potuti svolgere.

Barbara

Anselma Dell’Olio, Alex Di Gregorio Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Roberto Genovesi, Aldo G. Ricci, Robert Kagan, Filippo La Porta,

Direttore da Washington Michael Novak

Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci,

Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica)

Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Collaboratori

Ernst Nolte, Emanuele Ottolenghi,

Maria Pia Ammirati, Mario Arpino,

Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci,

Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi,

Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi,

Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi,

Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini,

PROVE TECNICHE DI TERZO POLO Ormai tutti hanno parlato: ha iniziato Fini con il discorso politico più atteso degli ultimi tempi e poi, complici le numerose feste di partito, abbiamo potuto ascoltare anche Rutelli, Bersani, Di Pietro, Bossi e, naturalmente Pier Ferdinando Casini.Vale quindi la pena tentare di trarre alcune conclusioni da quanto abbiamo potuto udire dalle varie piazze. In casa “maggioranza” le cose non vanno certo bene; non soltanto Fini ha finalmente deciso di sdoganarsi dai principali simboli del berlusconismo e, pur non togliendo il proprio appoggio alla maggioranza, sembra voler costringere il premier a ciò che più odia in assoluto: una costante ed estenuante trattativa su ciascun punto di governo. C’è però dell’altro: l’asse di ferro con la Lega sembra iniziare a scricchiolare, sintomo di imminente cedimento strutturale. In quest’atmosfera da fine epoca, Berlusconi fa ciò che sa far meglio: la campagna acquisti: finita il 31 agosto quella del Milan, se ne è aperta una identica in Parlamento, alla ricerca di quei voti che consentirebbero di ridimensionare il potere dei finiani. Forse anche parlamentari dell’Udc saranno tentati di cedere alle lusinghe del presidente del Consiglio ma la cosa è di scarsa importanza. A sinistra le cose non vanno certo meglio: il Pd continua ad essere latitante dal dibattito politico ed estremamente litigioso al proprio interno. Ormai non c’è argomento in cui non si accenda una “polemica interna”, arrivando perfino a trovare motivi di discussione su come terminare la festa nazionale del partito, con Bersani che riabilità il “veccio” comizio e Franceschini che non perde tempo a far sapere che lui avrebbe preferito una più moderna conferenza stampa. In mezzo a questi due vuoti politici c’è spazio per uno schieramento che sia moderato e, soprattutto, omogeneo. Rutelli non solo ci starebbe, ma ormai non parla d’altro snocciolando sondaggi con risultari molto lusinghieri per un eventuale terzo polo. Fini certamente ora è ancorato ad un governo che malsopporta ma che non può far cadere per il solito ragionamento del cerino. In caso di nuove elezioni è difficile ipotizzare una sua nuova alleanza con Berlusconi e Lega. Certo ancora Fli è una forza da valutare, non tanto numericamente quanto politicamente vista la grande eterogeneità dei prori aderenti. Tuttavia se il programma politico va dedotto dal discorso di Mirabello si fatica a trovare qualche punto distante dalle parole d’ordine che ci stanno da sempre a cuore. E allora, pare proprio che siano iniziate le prove tecniche di terzo polo, sperando, per citare Rutelli, che alla conta dei voti possa essere il primo. Alberto Evangelisti COORDINATORE PROVINCIALE CIRCOLI LIBERAL AREZZO REGOLAMENTO E MODULO DI ADESIONE “VERSO IL PARTITO DELLA NAZIONE” SU WWW.LIBERAL.IT E WWW.LIBERALFONDAZIONE.IT (LINK CIRCOLI LIBERAL)

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2010_10_27