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Gli spiriti della verità e della libertà sono i pilastri della società

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Henrik Ibsen di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • MERCOLEDÌ 13 OTTOBRE 2010

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Commozione ai funerali dei quattro alpini uccisi. Oggi il ministro La Russa riferirà in Aula sulla missione

L’Europa si sta arrendendo Ma dall’America: «Vi sbagliate, questa guerra non è ancora persa» Nei governi del continente (Italia compresa) tira aria di resa: oramai tutti cercano il modo più furbo per fuggire da Kabul. Ignorando chi sostiene che la sconfitta non sia affatto scontata di Vincenzo Faccioli Pintozzi

Bocchino “pedinato”, dice il Copasir

Pisanu: «Troppi candidati indegni» E Montezemolo: «Con Tremonti il Paese resta al palo»

Doppio attacco al governo: sulla legalità dall’Antimafia e sull’economia dal presidente della Ferrari (che Fli candida a leader del Terzo Polo) di Errico Novi

ROMA. Per il governo e la maggioranza è stata un’altra giornata di passione sul fronte della legalità e su quello dell’economia. Intanto, il presidente dell’Antimafia Beppe Pisanu, al termine dell’analisi delle liste per le scorse amministrative, ha detto che c’erano «troppi candidati indegni»: «In molti casi è stato aggirato il nostro Codice di Autoregolamentazione», ha aggiunto Pisanu. Clamore ha destato anche la fuga di notizie su un’indagine del Copasir per il pedinamento del finiano di Italo Bocchino. Sul fronte economico, Luca Corderi di Montezemolo ha preso di petto Giulio Tremonti, «bravo a tenere i conti sotto controllo ma incapace di spingere lo sviliuppo». Contemporaneamente, il capogruppo di Fli alla Camera ha candidato proprio Montezemolo alla guida di un’alleanza tra Fini, Casini e Lombardo.

entre l’Italia si fermava per i funerali dei quattro alpini uccisi sabato scorso nella regione di Herat, nel mondo divampa il dibattito sulla guerra in Afghanistan, sul suo senso, sulle sue prospettive. «Può essere vinta, ma a condizione che essa venga combattuta. E per guerra combattuta non intendo le bombe sugli aereoplani o le azioni di combattimento in prima fila: intendo governi consapevoli del fatto che il conflitto contro i talebani richiede almeno un altro decennio di scontri duri, di perdite e di investimenti ingenti». Non ha dubbi, per esempio, Gary J. Schmitt, direttore del Centro Studi strategici presso Enterprise l’American Institute. Michael Gerson. L’editorialista, che per cinque anni ha scritto i discorsi di George W. Bush jr, è a propria volta convinto che gli sforzi fatti fin qui non debbano essere vanificati. E oggi il governo italiano dirà la sua: Ignazio La Russa parlerà alla Camera. a pagina 2

Cambio di generazione

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Non trattiamo con ironia le proteste degli studenti di Francesco D’Onofrio

Tappe, contraddizioni e fallimenti della missione

Afghanistan 2001-2011: sono stati dieci anni inutili? Bilancio (negativo) del mandato Isaf e Nato: tra strategie azzardate e obiettivi mancati

n tante città d’Italia si sono svolte manifestazioni studentesche contro la cosiddetta riforma Gelmini; per domani si preannunciano manifestazioni di ricercatori contro le decisioni di tagli alla ricerca scientifica avvenuti negli ultimi anni ed aggravati – a loro giudizio – dalla riforma universitaria promossa dalla Gelmini medesima. Inoltre, in questi giorni si stanno svolgendo in molte università italiane assemblee e manifestazioni

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segue a pagina 10

Antonio Picasso • pagina 4

Il secondo articolo inedito del Nobel, usato dal regime contro di lui

«Il popolo non muore mai» Così l’oligarchia cinese lo ha tradito per cinquant’anni di Liu Xiaobo na nazione è composta dal popolo che la abita. Il popolo è il pilastro di una nazione: è da lui che deriva la sovranità nazionale, ed è lui che ha la proprietà degli interessi comuni. In un sistema politico razionale, il potere è conferito dal popolo; il governo è sostenuto dal sangue e dal sudore del popolo, e l’esecutivo è un semplice servitore. Non è il padrone della nazione. Il governo non deve semplicemente essere accondiscendente con il suo popolo, ma lo deve trattare in maniera reale come i genitori trattando i figli: deve avere contezza del suo ruolo, che è quello di servitore. Di conseguenza, una delle funzioni principali del governo è quello di trattare bene i suoi cittadini e fornire loro servizi pubblici; le finanze comuni devono “venire dal popolo ed essere spese per il popolo”.

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a pagina 8

EURO 1,00 (10,00

CON I QUADERNI)

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• ANNO XV •

NUMERO

199 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


l’editoriale

prima pagina

L’exit strategy annunciata dal presidente Usa

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Frattini, lo scoop di un ritiro già deciso da Obama di Giancristiano Desiderio alle montagne e dalla polvere dell’Afghanistan andremo via, prima o poi. Ma dal momento che su quella terra straniera i nostri soldati ci hanno lasciato la vita e le tante speranze loro e dei loro cari, quando quel momento verrà bisognerà affrontarlo con dignità. I soldati, come hanno dimostrato con il lavoro quotidiano e il sacrificio estremo, lo sapranno fare. Purtroppo, non possiamo dire altrettanto del governo che già ora dà mostra di calcolare gli effetti del “tutti a casa”dopo che proprio il centrodestra ha voluto la missione in Afghanistan al fianco degli Stati Uniti e degli altri alleati Nato. Il ministro degli Esteri Franco Frattini - ma anche il ministro della Difesa Ignazio La Russa - ci hanno informati di quanto in verità già si sapeva da tempo: dalla prossima estate, secondo il calendario già annunciato dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama, comincerà il ritiro delle truppe e si passeranno le consegne interamente alle forze nazionali del governo di Kabul. Perché dunque dare una notizia o, meglio, una non-notizia quando era già nota da tempo?

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Sebastiano Ville, Marco Pedone, Francesco Vannozzi e Gianmarco Manca, i quattro alpini caduti in Afghanistan per la sicurezza di quel Paese e per la sicurezza del nostro Paese, meritano maggior rispetto. I ragazzi che sono caduti erano fior di soldati e conoscevano responsabilità e destino. Colpita dal lutto, la politica italiana raramente riesce a dare di sé buona prova. Siamo in Afghanistan per fare il nostro dovere; quando, però, entra in gioco la morte le carte si confondono fino a speculare sulle lacrime e il dolore umanissimo dei familiari. La Lega, in particolare, dimostra di essere sempre pronta a cavalcare emozioni anche se questo significa non condividere la politica estera del governo del quale si fa parte. L’annuncio anacronistico di Frattini e di La Russa sembra proprio ubbidire a esigenze interne alla maggioranza di governo, quasi si facesse la corsa a dimostrare che il merito del ritiro dei nostri soldati dall’Afghanistan è di questo o quel partito. Giunti che siamo alla fine della nostra onorevole missione in Afghanistan, sembra quasi nessuno se ne voglia assumere la paternità, mentre tutti ci tengono a sposare le ragioni del ritiro. Che dire, poi, della bruttissima storia del Tricolore negato a Belluno? Secondo il capogruppo della Lega al consiglio comunale della città colpita maggiormente dalla morte dei quattro alpini, «la bandiera italiana è nel cassetto e lì resterà fino a quando non torneranno gli ideali originari che sono stati usurpati». E chissà quale bandiera vorrebbe esporre in segno di riconoscimento per i quattro nostri valorosi alpini il consigliere leghista. Ci sono alcune polemiche e posizioni della Lega che non sono neanche polemiche e posizioni politiche. Sono cortocircuiti storici, equivoci politici, infantilismi esistenziali. Quella bandiera, piaccia o no, è per gli alpini dell’Afghanistan una ragione di vita, una storia che continua e che loro contribuiscono, anche a caro prezzo, a creare dandole un senso di unione e pace. Per rendere omaggio ai quattro soldati che altro mai si potrà esporre dai balconi e le finestre di Belluno se non la bandiera nazionale? Tutte le cose che sono state dette - il fisco, il separatismo, il pacifismo mortificano il senso del rispetto che ognuno di noi deve agli alpini e agli altri trenta italiani che in Afghanistan hanno sacrificato la vita per noi. Qui ci si inchina. E basta.

l’analisi Parlano gli analisti dell’American Enterprise Institute e del Council on Foreign Relations

Se è una guerra va combattuta

Per Gary Schmitt «Gli europei sono stanchi, non credono più nel successo in Afghanistan». E Michael Gerson: «Sbagliate: da Kabul arrivano segnali incoraggianti per tutti» di Vincenzo Faccioli Pintozzi a guerra in Afghanistan «può essere vinta, ma a condizione che essa venga combattuta. E per guerra combattuta non intendo le bombe sugli aereoplani o le azioni di combattimento in prima fila: intendo governi consapevoli del fatto che il conflitto contro i talebani richiede almeno un altro decennio di scontri duri, di perdite e di investimenti ingenti». Non ha dubbi Gary J. Schmitt, direttore del Centro Studi strategici presso l’American Enterprise Institute e autore di un saggio – lanciato dal Washington Post – sulla “smilitarizzazione dell’Europa” nel conflitto di Kabul. Schmitt fa parte di quella corrente più conservatrice che, nel conflitto interno all’agone politico statunitense, sostiene che l’americocentrismo sia un danno e che sia fondamentale creare nuove sinergie per le alleanze internazionali.

L

Intervistato da liberal riguardo la percezione del conflitto e la reazione del Vecchio Continente, spiega: «La guerra al terrorismo, dal punto di vista europeo, ha una storia particolare. I tedeschi, ad esempio, si sono impegnati con forza nella coalizione e hanno impiegato uomini e mezzi in maniera ammirevole. Eppure, proprio i tedeschi sono stati i primi a tagliare dal budget le spese messe in bilancio per scopi difensivi. Nel 2002, durante l’incontro Nato a Praga, gli alleati si sono messi d’accordo per spendere ognuno almeno il 2 per cento del proprio Prodotto interno lordo per la difesa. Nel 2009, oltre agli Stati Uniti, soltanto 4 dei 28 membri Nato mantenevano la parola: Gran Bretagna, Francia, Grecia e Albania». Questo, ovviamente, «non vuole dire molto dal punto di

vista dei numeri. Anche l’1 per cento di un Pil importante come quello giapponese rappresenta ancora un mucchio di soldi; ma è indicativo per avere un quadro della percezione sociale e politica che gli Stati non americani riservano alla guerra al terrore». Secondo Schmitt, «questa guerra non è considerata come una guerra “propria” dagli europei: non è una scoperta, basta guardare i sondaggi popolari in tutto il continente. Ma adesso cambiano anche i governi, e quelli che erano alleati di ferro diventano meno solidi di prima. Ovviamente la crisi finanziaria globale ha cambiato molte cose, mettendo al primo posto fra le paure della popolazione mondiale la disoccupazione e la fame. Ma anche gli americani affrontano gli stessi problemi». Robert Gates, in effetti, ha già tagliato 300 miliardi di dollari dal bilancio destinato alle spese militari: «Per ora, lo scopo primario dell’amministrazione è quello di mantenere intatta la struttura militare che è stata in larga parte disegnata dal Pentagono nell’era Clinton. Inoltre, vengono confermati i membri del team Bush, quel settore trasversale di funzionari e militari assolutamente essenziali per la continuazione del conflitto».

Certo, aggiunge subito, «per gli americani che hanno interesse a mantenere solidi i rapporti con gli alleati europei, diventa sempre più difficile ignorare il declino dello “zoccolo duro” del Vecchio Continente. Questi devono capire una cosa: se vogliono avere il diritto di parola al tavolo dei grandi, quando si parla di questioni di sicurezza, si devono impegnare tutti i giorni. E smetterla di pensare che sarà Washing-


il fatto

L’ultimo addio agli eroi di Herat E oggi il ministro La Russa riferisce in Parlamento sulla tragedia e sul futuro della missione di Francesco Lo Dico

ROMA. Sono le 10 e 15 quando le bare dei quattro alpini caduti in Afghanistan arrivano a Piazza della Repubblica. Ma già da alcuni minuti, l’Esedra è piombata in un silenzio tombale. Tace di botto la gazzarra dei clacson, annega lo scroscio della fontana di Rutelli. Si spegne l’abituale carosello di automobili che di solito circumnaviga le Naiadi con frasari coloriti. Nel giorno del cordoglio si è fermata ogni cosa. È in questo afono caos, che il portellone degli automezzi scorre sui cardini come gesso che stride su una lavagna. Fa male alle orecchie, il suono della morte. E così, quando i guanti neri compaiono ai lati del tricolore che fascia i feretri, schiocca un applauso stridente.

È sulle spalle dei commilitoni della Brigata Julia, che Francesco Vannozzi, Gianmarco Manca, Sebastiano Ville e Marco Pedone compiono l’ultimo viaggio. Alcuni metri circondati tra ali di folla, poi gli anfibi che scivolano sui sanpietrini si bloccano di sasso. C’è il picchetto che rende ai caduti gli onori militari.Volti addestrati a restare di pietra, piegati in smorfie di dolore, salutano i soldati italiani promossi a un grado superiore prima di essere sepolti. La banda dell’esercito intona Il Signore delle cime: è così che gli alpini affidano i loro morti alla “Signora della neve”. Ed è singolare coincidenza, che sia la stessa, apparsa come “luce più che neve bianca”, ad Antonio Del Duca. L’uomo che secondo tradizione volle edificare Santa Maria degli angeli dopo un sogno fatto nell’estate del 1541. È

proprio qui, nella basilica che MIchelangelo cavò dal tepidarium di Diocleziano, che entrano le bare dei nostri soldati.Varcano le porte dell’Annunciazione, mentre due carabinieri li salutano con i guanti bianchi ritti sulla fronte. Poco discosti, dietro di loro, i rappresentanti delle istituzioni. C’è il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, Gianfranco Fini presidente della Camera, una fitta schiera di ministri, da Matteoli a Frattini. C’è il ministro della Dife-

«Dare vita è offrirla – dice Pelvi nell’omelia – Invece chi dona solo il superfluo mette a morte la dimensione del dono» sa, Ignazio La Russa, che stamane renderà conto della missione in Afghanistan in Parlamento. E poi i leader di Pd e Udc, Pier Luigi Bersani e Pier Ferdinando Casini, e ancora D’Alema,Vendola e Zingaretti. E infine Umberto Bossi, che rinuncia per l’occasione ad auspicare una diversa destinazione d’uso per il tricolore che adorna le bare. I feretri proseguono la marcia fino al limite delle navate, poi vengono deposti. La chiesa è gremita in ogni ordine di posti. Sul lato destro, nelle prime file, i parenti stringono sul petto le foto dei propri morti sotto gli occhi attenti di Giorgio Napolitano. A officiare la cerimonia funebre c’è monsignor Vincenzo Pelvi. «Caro presidente e cari familiari – esordisce il

ton a risolvere i loro problemi». Anche se una tentazione rinunciataria, al momento, è presente anche alla Casa Bianca «questo non deve ingannare. Il governo americano è fatto di materia plastica, dove il vertice – in questo caso il presidente – imposta la direzione ma non le pieghe che può prendere. Nei centri di potere americani esistono ancora moltissime persone, estremamente influenti, che vogliono rimanere in Afghanistan perché sanno che lì giocano i destini della sicurezza internazionale del pianeta. Conoscono il prezzo di questo conflitto, e sono pronti a pagarlo e a convincere il presidente a fare lo stesso». Anche perché questa guerra, conclude, «può essere vinta. Se i governi della coalizione si mettono in testa che sarà una guerra lunga, ancora molto dolorosa e costosa, c’è un’altissima probabilità di eliminare la minaccia dei talebani e i rischi connessi alla sicurezza di tutti».

sacerdote nell’omelia – in questa chiesa è raccolta simbolicamente l’Italia che abbraccia come una madre Gianmarco, Sebastiano, Marco, Francesco». «Il vero dono non è dono di qualcosa, ma il dono di sé – prosegue l’ordinario militare – Il dono ha a che fare con la vita, e perciò anche con la morte. Dare vita è offrirla, qualche volta perderla. Invece chi dona solo il superfluo evita il rischio della morte ma mette a morte la dimensione del dono». Un passaggio anche sull’impegno dei militari italiani in Afghanistan. «I nostri militari – osserva Pelvi – sono coinvolti nel grande compito di dare allo sviluppo e alla pace un senso pienamente umano», e «dinanzi a tale responsabilità nessuno può restare neutrale o affidarsi a giochi di sensibilità variabili, che indeboliscono a mio parere la tenuta di un impegno così delicato per la sicurezza dei popoli. «I soldati caduti sono profeti del bene comune – aggiunge l’arcivescovo – decisi a pagare di persona ciò in cui hanno creduto e per cui hanno vissuto, erano in Afghanistan per difendere, aiutare, addestrare. I nostri militari sono coinvolti nel grande compito di dare allo sviluppo e alla pace un senso pienamente umano». Ma sul senso di un’operazione pacifica, al centro del dibattito come in ogni post-mortem tipico di questi sette anni sul fronte, monsignor Pelvi ha voluto precisare che «la pace non può essere considerata come un prodotto tecnico, frutto soltanto di accordi tra governi o di iniziative volte ad assicurare efficienti aiuti economici». «È vero che la costruzione del-

nomiche». Nella dottrina Petraeus per il conflitto, questo fenomeno è conosciuto come “reintegrazione”: «Gli ufficiali della Nato sanno che si tratta di fenomeni non troppo frequenti, che avvengono in varie parti del Paese, ma li prendono molto sul serio. Lo scopo è quello di spingere il maggior numero di questi combattenti al negoziato: cedono le armi e se ne tornano a casa. Ecco, questo è quello che dovremmo intendere quando parliamo di vittoria». Certo, continua Gerson, «se applichiamo lo schema all’inte-

la pace – aggiunge – esige la costante tessitura di contatti diplomatici, scambi economici e tecnologici, di incontri culturali, di accordi su progetti comuni, come anche l’assunzione di impegni condivisi per arginare le minacce di tipo bellico e scalzare alla radice le ricorrenti tentazioni terroristiche». Le esequie giungono alla fine. La meridiana sul pavimento del transetto, segna quasi la mezza ma la luce è molto fioca. È il presidente della Repubblica a rompere la grigia immobilità che gravita sulla chiesa. Napolitano si alza in piedi e raggiunge i familiari dei militari. Stringe loro le mani, più di quanto richieda un semplice saluto. Qualche parola a fior di labbra in un orecchio, poi è ora di andare.

I commilitoni del settimo reggimento caricano sulle clavicole gli spigoli delle bare di Francesco Vannozzi, Gianmarco Manca, Sebastiano Ville e Marco Pedone. All’uscita di Santa Maria degli Angeli, c’è un po’ di luce che annebbia gli occhi di tutti. Parte un altro applauso, poi i fiati della banda ne stornano l’eco. Risuonano le note di In pace per la pace. Si chinano i pennacchi sulle trombe, si piegano le teste e i fazzoletti in un’onda discendente, si snodano i groppi alle cravatte. Piazza Esedra è un catino di rabbia e dolore. «Portiamo nel cuore il sorriso meraviglioso di questi giovani», dice il monsignore. Poi le bare filano via. Ora è il tempo del Silenzio. to della società, non soltanto i militari. Molti dicono che andarsene in maniera dignitosa dall’Afghanistan è un obiettivo che i militari, da soli, non possono raggiungere. Questo è vero, ma la loro pressione è indispensabile». Tuttavia, c’è una minaccia da evitare: «I talebani più estremisti usano un argomento molto convincente per la popolazione. Presentano la data del luglio 2011, quella che il presidente Obama ha fissato come primo ritiro della nostra presenza nel Paese, come la fine di tutto. Iniziano a dire agli afgani che luglio è dietro l’angolo, e che loro ricorderanno gli amici ma soprattutto i nemici». Ci sono due modi, sottolinea Gerson, «per combattere questa propaganda. Il primo è quello di mettere in piedi una polizia e un esercito afgano reale, in grado di riempire in maniera efficace il vuoto che lasceranno i soldati americani al loro ritiro: in questo campo stiamo ottenendo ottimi risultati, sia dal punto di vista qualitativo che dal punto di vista quantitativo».

Sono calate le spese militari del Vecchio Continente, e l’opinione pubblica ha più paura della disoccupazione che dei terroristi. Ma questo ragionamento è a breve termine

Su questo punto sembra essere d’accordo anche Michael Gerson. L’editorialista, che per cinque anni ha scritto i discorsi di George W. Bush jr e oggi fa parte del Council on Foreign Relations, spiega: «Piccoli gruppi di combattenti talebani, parlo di gruppi di una dozzina di persone con il proprio comandante, stanno iniziando a contattare i vari funzionari locali del governo afgano. Chiedono che tipo di accordo potrebbero raggiungere, se abbandonano le armi. Molto spesso chiedono di essere eliminati dalle liste nere del terrorismo; poi vogliono protezione dai vecchi compagni d’arme e infine chiedono garanzie eco-

ra politica nazionale sarà probabilmente inevitabile che in diverse zone si debba sottostare a una forma di condivisione del potere con i talebani moderati. Ma condividere il potere in un governo unitario è molto diverso dal concedere ai talebani una qualunque parte del territorio dell’Afghanistan. Questo inciterebbe nuovi conflitti etnici, ricreando le stesse condizioni che hanno portato agli attacchi dell’11/9. Questo è quello che dovremmo intendere quando parliamo di sconfitta».

Insomma, secondo l’analista «l’obiettivo è la riconciliazione politica. Ma questa è concepibile soltanto se il processo condiviso a livello nazionale continua ad andare avanti e porta con sé ogni aspet-

Il secondo «è rendere chiarissimo da ogni punto di vista che l’America non ha intenzione di abbandonare l’Afghanistan il prossimo luglio. Il vero messaggio da veicolare, ora più che mai, è che quando esisteranno le condizioni adatte per tutti gli Stati Uniti sono pronti a fare, in maniera responsabile, un passo indietro. È stato il nostro comandante in capo a dare forza al primo messaggio, creando un’ambiguità pericolosa per i nostri uomini laggiù. Ora sta a lui agire per spazzarla via».


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l’approfondimento

Obama dovrebbe capire che ritirarsi senza risultati concreti significa compromettere la capacità di influenza degli Stati Uniti

Dieci anni inutili?

Dall’autunno del 2001 alla smobilitazione del 2011: tappe, contraddizioni e fallimenti della missione Isaf e Nato in Afghanistan. Tra strategie azzardate, obiettivi mancati e aspettative ancora del tutto incerte di Antonio Picasso eri l’Italia ha pianto i quattro alpini caduti in Afghanistan. Nel frattempo, il presidente Usa, Barack Obama, telefonava al primo ministro britannico, David Cameron, per esprimergli le sue personali condoglianze per la morte di Linda Norgrove, l’operatrice umanitaria rapita nella provincia di Kunar alla fine di settembre e uccisa qualche giorno fa, anche lei per mano talebana. Lo scambio telefonico WashingtonLondra ha concesso la possibilità ai due leader di confrontarsi per l’ennesima volta sulla questione afghana.

come uno degli anni peggiori per le operazioni Isaf e Nato. Il bollettino di guerra al momento ha raggiunto quota 572 caduti da gennaio a oggi. Nove anni fa, dopo gli attentati a New York e Washington, la comunità internazionale diede il suo via libera per l’avvio di un’operazione di peacekeeping in Afghanistan.

La scelta di avviare un piano di exit strategy dal Paese già con il 2011 si fa sempre più concreta. Del resto non è una novità, per quanto a Roma l’ipotesi sia giunta a latere dell’attentato di sabato. Al Pentagono invece, come al ministero della Difesa britannico, se ne sta discutendo ormai da mesi. Il 2010 tende a chiudersi

Karzai, in 7 anni, si è rivelato più un ostacolo politico che un affidabile partner

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Questa prevedeva lo sradicamento del fondamentalismo islamico, rappresentato dai ta-

lebani del Mullah Omar e da al Qaeda, la pacificazione del Paese e l’inizio di un processo di democracy building. In estrema sintesi, si può dire che l’Onu e l’Alleanza atlantica prevedevano di realizzare due categorie di obiettivi: da una parte chiudendo un lungo periodo di guerra, iniziata ancora con l’invasione sovietica nel 1979 e che, per vent’anni, aveva falciato la popolazione locale, dall’altra creare un Afghanistan politicamente stabi-

le e amico, che fungesse da cuscinetto in un contesto centroasiatico ricco di tensioni. Bisogna ricordare che la International security assistance force (Isaf) è una missione di supporto al governo dell’Afghanistan, operativa sulla base della risoluzione n. 1386 del 20 dicembre 2001, del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Durante i primi due anni di attività, l’Isaf si è limitata a controllare l’area limitrofa a Kabul. La gestione della sicurez-

za nel resto del territorio nazionale è stato affidato fin da subito al ricostituito esercito nazionale afghano. Il 13 ottobre 2003, viste le condizioni ingestibili del teatro di guerra, il Consiglio di Sicurezza ha deciso per estendere il mandato Isaf al resto del Paese.

Da quel momento, i singoli governi nazionali hanno impegnato i propri contingenti, affiancandoli a quello Usa già presente in Afghanistan con la sua operazione “Enduring freedom”. Nel frattempo è stata chiamata in causa anche la Nato e le è stato affidato il compito di ricostruzione del territorio, sulla base della vecchia suddivisione amministrativo-provinciale. Attualmente in Afghanistan sono presenti 120mila uomini in uniforme, in rappresentanza di oltre 40 Paesi. In termini politici, l’amministrazione Bush mirava a vendicare l’11 settembre 2001. In questo modo avrebbe ottenuto


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una vittoria sul terrorismo jihadista.Vittoria che Bill Clinton si era lasciato sfuggire negli anni Novanta. Dopo averne sottovalutato le potenzialità, Washington si mosse spavaldamente, sicura di sottomettere l’organizzazione terroristica controllata da Osama bin Laden.

Contestualmente, gli Stati Uniti sapevano che, entrando a Kabul, avrebbero guadagnato una posizione strategica per quanto riguarda gli interessi geopolitici ed energetici della regione. Nel quadro della geopolitica post guerra fredda, essere in Afghanistan significa poter osservare da una poltrona di prima fila sia gli affari interni iraniani, sia il Pakistan, come pure l’India. Vuol dire inoltre essere vicini alla Russia. Il Paese centro asiatico, infine, se fosse pacificato sarebbe attraversato da una complessa rete di pipeline per la distribuzione delle risorse di idrocarburi, dalle ex repubbliche sovietiche verso gli scali portuali dell’Oceano indiano. Questi obiettivi di ampio respiro vennero studiati al dettaglio dagli analisti del Dipartimento di Stato e delle agenzie di intelligence Usa. Washington si convinse di poter realizzare unilateralmente – ma comunque con una sorta di placet da parte della comunità internazionale – questo progetto tanto ambizioso. Si sentì in diritto di non andare a sfogliare un qualsiasi libro di storia, per capire come muoversi e quali errori fossero già stati commessi dall’Impero britannico nell’Ottocento e dall’Unione sovietica negli anni Ottanta. Nell’autunno del 2001, furono molte le voci pessimistiche che ammonirono la Casa Bianca del pericolo che anche le sue truppe ultra tecnologiche Usa potessero affondare nel ginepraio afghano. George Bush, insieme al suo staff, non volle sentire ragione. Gli Usa avrebbero combattuto una crociata contro il terrorismo e, in una campagna di guerra di breve durata, avrebbero vinto sia sul nemico jihadista, sia sulle Cassandre che, prevalentemente dalla vecchia Europa, cercarono di evitare che il conflitto prendesse la piega che, purtroppo, le è propria tuttora. Dopo nove anni di conflitto, è difficile pensare che l’operazione di peacekeeping potrà concludersi con un successo. Allo stato dell’arte, anche se gli eserciti stranieri riuscissero a ritirarsi entro il prossimo biennio e se, per assurdo, il governo di Kabul fosse in grado di amministrare autonomamente il Paese, il bilancio del conflitto sarebbe comunque negativo. Nove anni, più i prossimi due fanno undici. Troppi per un impegno milita-

re mirato alla pacificazione di una nazione. Al di là di questo incontestabile dato negativo, gli osservatori internazionali stanno cercando di capire cosa sia andato storto e come si possa rimediare in questa guerra drammatica dalla quale sembra che la Nato non sappia come uscire. Un altro fattore è certo. L’Occidente non potrà smobilitare senza che prima non abbia ottenuto almeno una parte di risultati concreti. Le cause del fallimento sono da classificare prevalentemente come metodologiche. Abbiamo detto che gli Stati Uniti partirono con il piede sbagliato, sottovalutando le sconfitte subite in passato da Londra e Mosca. In realtà non attribuirono il valido peso alle capacità di combattimento delle forze talebane e delle tribù locali. Per la verità il semplice fatto che in Afghanistan lo sport nazionale, il buzkashi, consiste in una competizione a cavallo per spartirsi la carcassa di un montone – senza che ci siano né squadre né regole – avrebbe dovuto suggerire molto agli strateghi del Pentagono. È difficile sradicare dall’Asia centrale la cultura della guerra e il valore che viene attribuito a ogni individuo in qualità di potenziale guerriero. Questo è il contesto sociale in cui stiamo combattendo e delle cui caratteristiche avrebbero dovuto rendersi conto gli Usa prima di iniziare le operazioni militari. In nove anni, peraltro, l’identità del nemico è mutata più volte. I gruppi talebani che si tendeva a identificare con al Qaeda si sono smembrati. Alcuni hanno deciso di venire a patti con il governo di Kabul. Altri lo stanno facendo ora. Almeno così dice il presidente afghano, Hamid Karzai. Le frange più intransigenti, che fanno capo al mullah Omar e delle quali il clan degli Haqqani rappresenta la punta di diamante, sembrano non nutrire alcun interesse a negoziare con noi.

Possiamo biasimarli? No, i talebani – purtroppo per l’Occidente – stanno vincendo. È nella natura della guerra non volere

la pace se si è nelle condizioni di maggiore forza. D’altro canto il fondamentalismo islamico che ispira gli studenti talebani sta perseguendo una lotta che è solo parallela con il jihadismo promosso da al-Qaeda. È improprio infatti pensare che se ce ne andassimo dall’Afghanistan, le prime vittime degli attentati terroristici sarebbero

da, a tenere sotto pressione Washington e suoi alleati occidentali. In questo senso il primo pensiero va al Pakistan, dove alcuni centri di potere si pensa siano collusi con i talebani oltre frontiera. Del resto, la spirale di violenze in cui è piombato il “Paese dei puri” è la conferma di queste pesanti supposizioni. Da qui è genera-

L’immediata conseguenza di questa iniziativa fu la sbriciolatura delle forze e l’occasione per i talebani di colpire i singoli fortini oppure le pattuglie in perlustrazione. Lo scorso anno il generale Stanley McChrystal, allora comandante Isaf, chiese al presidente Obama un contributo di 30mila uomini in più da impegnare

ta la tendenza a parlare di “Afpak war”. Sulla carta, poi, si è pensato che l’Iran non avesse alcun rapporto con la lotta di questi gruppi di studenti di confessione sunnita. Il regime degli Ayatollah, tuttavia – per quanto resti l’epicentro dello sciismo – si vanta di essere l’acerrimo nemico degli Stati Uniti. È naturale che per Teheran il conflitto d’oltrefrontiera sia un’opportunità per tenere sotto scacco l’avversario. Tutto questo è stato gestito dagli Usa sulla base di una strategia in continuo cambiamento. Isaf e Nato hanno pagato lo scotto di una scarsa conoscenza del territorio e del nemico. Alla fine del 2001, il Segretario alla Difesa Usa, Donald Rumsfeld, era convinto di poter condurre e vincere una blitzkrieg di nuova generazione, impostata sulle avveniristiche capacità tecnologiche e digitali del suo esercito. Con amara ironia va ricordato lo stupore quando al Pentagono seppero che per stanare i talebani sarebbero stato più utili i muli e la fanteria leggera, piuttosto che i carri armati. Dalla guerra su vasta scala si passò quindi alle tattiche anti guerriglia: unità militari di dimensioni ridotte, disseminate in modo capillare su tutto il territorio.

nel teatro operativo. L’idea del four star general era quella di incrementare così tanto la presenza militare occidentale che i talebani sarebbero stati costretti a soccombere. La Casa Bianca, dopo un lungo tergiversare, diede il suo via libera. La surge di McCrystal però non ebbe successo. Per la sua realizzazione sarebbe stato necessario che anche il governo di Kabul desse il suo contributo. Ma Karzai, in sette anni di presidenza, si è rivelato più un ostacolo politico alla Nato che un affidabile partner locale. Il generale Usa è successivamente caduto in disgrazia per una palese incapacità di collaborare con il suo comandante in capo a Washington. Adesso si attende che David Petraeus trovi una soluzione. Egli stesso però, nemmeno tre mesi fa, al momento di subentrare alla guida dell’Isaf, ha messo le mani avanti e ha sottolineato che una surge per l’Afghanistan richiederà ancora tanti anni di impegno militare.

Oggi sono presenti 120mila soldati, in rappresentanza di oltre 40 Paesi le città di tutta Europa. Il mullah Omar e bin Laden si appoggiano vicendevolmente. Ma questo non significa che ambiscano allo stesso ideale. Sono fratelli in armi, che condividono la trincea e hanno un comune nemico.Tuttavia, la galassia talebana appare sempre più concentrata sull’intenzione di conquistare nuovamente Kabul. Mentre al Qaeda è proiettata a realizzare un piano di portata globale. Non è un caso che le sue cellule più attive siano rintracciabili nel nord Africa e non nell’Asia centrale. Il nemico che stiamo combattendo è ulteriormente frammentato, se osserviamo che l’Afghanistan è anche il cuore del narcotraffico, oltre che di nuclei di criminalità organizzata, i quali approfittano dell’instabilità del Paese combattere le proprie guerre private.

Altrettanto importante è il contributo delle forze esterne, interessate, com’è per al Qae-

Il bilancio del conflitto, di conseguenza, appare ancora più negativo. L’Occidente sta combattendo da nove anni una guerra che era iniziata con un obiettivo. Quest’ultimo si è trasformato nel corso degli eventi. La lotta al terrorismo ha assunto i tratti più modesti di pacificazione del Paese. Per questa è comunque necessario l’appoggio delle istituzioni locali. Il contributo di Kabul, tuttavia, è insufficiente. Siamo all’exit strategy allora? Così sembrerebbe. Speriamo che Obama sia consapevole che ritirarsi nei prossimi anni, senza che un risultato concreto sia stato raggiunto, significa compromettere la capacità di influenza che gli Stati Uniti d’America ambiscono ad avere in Asia centrale.


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pagina 6 • 13 ottobre 2010

Eredità. Sabato alla manifestazione della Fiom, l’ultimo discorso da segretario prima di passare il testimone alla Camusso

Epifani davanti a un bivio

Corso d’Italia tra il massimalismo delle tute blu e l’intesa con Cisl e Uil ROMA Susanna Camusso fa professione di ottimismo e promette che «quella di sabato deve rimanere una manifestazione sindacale». Ma questo proposito appare ancora più ambizioso nel giorno in cui a Terni un’altra sede della Cisl è finita nel mirino, con lanci di uova e scritte minatorie da parte di sconosciuti. Sabato a piazza San Giovanni sarà Guglielmo Epifani a chiuderà la giornata di protesta organizzata dalla Fiom. E qui pronuncerà il suo ultimo discorso da segretario generale della Cgil prima di cedere il passo alla Camusso. E la cosa ha il sapore della nemesi visto che il leader più riformista della storia di corso d’Italia (da craxiano votò anche no al referendum sulla scala mobile) ha nominato una segreteria interamente composta da socialisti, ma nel contempo si è appiattito sul massimalismo dei metalmeccanici e della funzione pubblica della Cgil. Lunedì – nel faccia a faccia avuto con Maurizio Landini – Epifani ci ha tenuto a sottolineare che non intende salire sul palco e subire la contestazione di una folla che ha come principale obiettivo l’abbattimento del governo. Anche perché in piazza San Giovanni, accanto alle tute blu della Fiom, si sono dati appuntamento l’Italia dei valori, Rifondazione, i vendoliani di Sinistra e libertà, i Verdi, i grillini del Movimento5stelle, cioè tutti gli atomi di un’area che toglie voti al Pd e li fa recuperare al Pdl. Un’area che Gu-

di Francesco Pacifico

dimostra il fatto che soltanto da Epifani Sergio Marchionne ha avuto un’apertura per il contratto dell’auto, senza però potersi accordare con lui visto il veto di Cisl e Uil. Eppoi il berlusconismo potrebbe essere al tramonto. Quindi c’è bisogno di ritornare a sedere ai tavoli che contano, a trattare con il governo sulla politica sociale così come con Confindustria sui contratti, se si vuole incidere sui futuri equilibri. La ragione vorrebbe che Epifani disertasse l’appuntamen-

L’Ocse quantifica il costo della crisi

13,4 milioni senza lavoro PARIGI. Disoccupazione media in leggero calo ad agosto nell’insieme dell’area Ocse, dove tuttavia resta «vicina ai massimi dal dopoguerra». Lo ha affermato l’organizzazione parigina che riunisce i paesi industrializzati, comunicando gli ultimi dati relativi al mondo del lavoro. Il tasso

Seguire la linea di Landini potrebbe significare mandare al macero tutti i tentativi per far uscire il primo sindacato italiano dal suo isolamento glielmo Epifani ha sempre ambito a rappresentare. Landini ha già avvertito i suoi di «non prestare il fianco ad alcun altro commento che non sia quello di una manifestazione sindacale legata a questione contrattuali». Eppure il segretario uscente non potrà salutare arringando le folle a botte di antiberlusconismo perché i tempi sono cambiati. Intanto c’è la questione Pomigliano che ha di fatto cambiato i paradigmi della contrattazione e stravolto gli equilibri della rappresentanza, come

to per chiarire una volta per tutte che la Cgil non è la Fiom. Ma sarebbe gradito uno strappo netto e secco, come le dimissioni di Bruno Trentin dopo aver firmato l’accordo del 1993 che ha permesso all’Italia di entrare nell’euro, ma ha finito anche per depotenziare il potere d’acquisto dei salari. Paradossalmente, alla causa della Cgil servirebbe una contestazione come quella che il movimento studentesco riservò a Luciano Lama, che nel 1977 alla Sapienza si beccò insulti e bulloni prima di annun-

di disoccupazione medio, all’8,5 per cento ha segnato una riduzione di 0,1 punti rispetto a luglio, riportandosi

così ai livelli dell’agosto 2009. Nell’area si contano 45,5 milioni di disoccupati, 13,4 milioni in più rispetto a due anni prima: questo nel complesso il costo della crisi internazionale. In Italia sempre ad agosto la disoccupazione ha registrato una flessione di 0,2 punti, rispetto al mese precedente, calando all’8,2 per cento. I dati sulla penisola forniti dall’Ocse corrispondono a quelli diffusi dall’Istat a inizio mese. Guardando all’insieme dell’area euro, la disoccupazione resta invece inchiodata al 10,1 per cento, il massimo mai toccato dal lancio della divisa unica. Dinamica stabile anche negli Usa, dove sono già disponibili i dati di settembre in cui la disoccupazione si è attestata al 9,6 per cento. Secondo l’Ocse tornando ad agosto i livelli più elevati si sono registrati in Spagna (20,5%), Repubblica Slovacca (14,6%), Irlanda (13,9%), Ungheria (10,9%) e Portogallo (10,7%). I livelli di disoccupazione più bassi si registrano invece in Corea del Sud (3,4%), Austria (4,3%), e Olanda (4,5%).

ciare che sarebbero stati gli operai a sgomberare l’ateneo romano dall’occupazione degli universitari. Guglielmo Epifani è il primo a sapere che un bagno di folla sarebbe il peggiore modo di salutare il suo impegno sindacale. Anche perché vorrebbe dire lasciare in eredità alla Camusso la stessa pericolosa ambiguità, che ha spinto la Cgil nell’angolo già durante l’ultimo biennio prodiano. Proprio come il professore, Epifani non ha mai voluto scegliere tra le istanze dei riformisti e le proteste dei massimalisti. Forse l’ha fatto per evitare scissioni nella Cgil, forse più cinicamente per garantirsi una maggioranza, anche perché ad attrarre attivi sono soprattutto meccanici e nel pubblico impiego, fatto sta che ha avuto l’ardire di provare a contenere nella sua azione gli uni e gli altri. Se nel 2008 Romano Prodi si era condannato già nei primi mesi a Palazzo Chigi a un logorante immobilismo, Epifani ha finito per cedere il passo in tutti i tavoli che contano a vantaggio di Raffaele Bonanni e Sergio Angeletti. I quali, non a caso, sono tra i maggiori ispiratori delle politiche di Maurizio Sacconi e Giulio Tremonti e hanno visto via via accrescere il loro potere di veto, anche perché hanno saputo contenere la piazza nel biennio nero della crisi. Senza contare che gli argomenti sui quali governo, Confindustria, Cisl e Uil stringono accordi, sono stati lanciati in tempi non sospetti dalla stessa Cgil a cavallo tra gli anni 70 e gli anni 80, come dimostrano il tentativo dei tessili di arrivare a un unico contratto di settore e lo spazio dato nella piattaforme dei chimici alla contrattazione di secondo livello.

Guardando a sabato, Epifani ha garantito che «la manifestazione della Fiom sarà pacifica e non violenta, perché non dobbiamo dare nessun alibi e deve essere chiaro che per noi c’è una grande differenza tra condurre una battaglia e superare il limite del rispetto di chi la pensa in modo diverso». Ma alla Cgil, per tornare ai tavoli che contano, non basterà salvare il bon ton se l’esito della giornata sarà proclamare l’ennesimo sciopero generale al quale i lavoratori non aderiranno.


diario

13 ottobre 2010 • pagina 7

Pranzo di pace ieri a Roma: «Il cantiere continua»

Dopo il tassista di Milano, in coma una donna a Roma

Fra Bersani e Vendola patto per le primarie

«Futili motivi»: un’altra aggressione fatale

ROMA. C’è una (apparente) novità nel centro sinistra: il patto tra il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, e il leader di Sel, Nichi Vendola, sull’apertura di un ”cantiere” appunto del centrosinistra e per il via libera alle primarie. Si è chiuso così il pranzo tra i due, ieri, in un ristorante del centro di Roma. Un faccia a faccia che, però, potrebbe non precludere a una sfida diretta tra i due. «Non mettiamo il carro davanti ai buoi – ha commentato Bersani -. Noi siamo d’accordo sul fatto che siamo entrati in una fase pericolosa per la democrazia e che sarebbe utile un governo di transizione per cambiare la legge elettorale e quindi andare rapidamente all’appuntamento elettorale. Dopo di che noi abbiamo il meccanismo delle primarie e chi si candida, si candida». Quello che i due leader hanno in mente è un patto di consultazione sul programma, «per mettere in campo proposte univoche. C’è la comune volontà – ha spiegato infatti il segretario del Pd - di creare insieme un’alternativa». E non si tratta di un ingresso di Sel nel Nuovo Ulivo («Non ci sono entrato e non sono disposto ad entrarci» ha detto il governatore pugliese): «Le formule mi interessano poco aggiunge Vendola - soprattutto quelle del passato, a me interessa la sostanza». E la sostanza, per il momento è che «abbiamo il dovere di incontrarci, parlarci, mettere in campo una strategia per salvare il paese dai danni del berlusconismo», ha continuato il leader di Sel. Su questo, Bersani ha concordato subito: «Sono sicuro di poter lavorare con Nichi. E sono certo che lui lavorerà bene con me. Dobbiamo dar luogo a un collegamento strutturale e poi rivolgerci al resto dell’opposizione. Noi guardiamo avanti, i cantieri non sono finiti».

ROMA. Dopo il caso delk tassista massacrato di botte a Milano per una lite di strada, ieri c’è stato un altro grave caso di cronaca innescato da ”futili motivi”. Stavolta è successo a Roma dove una banale lite per un biglietto nella stazione della metropolitana ha scatenbato un ragazzo che ha dato un pugno in faccia a una donna di 32 anni finita in coma dopo essere rimasta a terra a lungo tra il via vai indifferente dei passeggeri in transito alla fermata Anagnina. L’autore dell’aggressione, un 20enne romano già denunciato in passato per lesioni, si trova ora ai domiciliari. Bloccato da un uomo, che ha assistito alla scena e lo ha avvicinato mentre cercava di allontanarsi,

Biotestamento, nuova crepa tra Pdl e finiani Attesa per la riunione di giovedì della commissione Giustizia di Franco Insardà

ROMA. Il testamento biologico è un’altra delle mine vaganti sull’ormai difficile strada che la maggioranza di Silvio Berlusconi è costretta a percorrere. La conferenza dei capigruppo ha previsto la discussione in Aula per dicembre, ma mancano ancora vari tasselli che sono rappresentati dai pareri delle commissioni. Il banco di prova più difficile sarà quello di giovedì quando il testo verrà esaminato dalla commissione Giustizia, presieduta dalla finiana Giulia Bongiorno, che nella relazione illustrata prima dell’estate aveva espresso molte riserve sul testo messo a punto dalla commissione Affari Sociali. Nei giorni scorsi Fabio Garagnani del Pdl, pur ribadendo l’obbligo per il legislatore di intervenire sulla materia per «evitare che la sua disciplina sia rimessa a una interpretazione giudiziaria che si rimette totalmente alla volontà dei familiari» ha chiesto ulteriori messe a punto per gli articoli 2 e 3. Mentre l’altro componente del Pdl Manlio Contento si augura che il parere della Bongiorno «non contenga delle condizioni di merito, ma si limiti a elencare i problemi per fare in modo che il confronto in commissione possa tenerne conto ai fini della valutazione finale. Avevo già evidenziato l’atipicità della relazione del presidente che, invece, sollevava argomenti di confronto. Stiamo lavorando in un clima sereno, concentrandoci sugli aspetti giuridici, fermo restando le convinzioni sui principi etici».

originario, rispetto a questa decisione. «Due modifiche - come dice Paola Binetti - più vicine al senso comune e sulle quali si possono trovare maggiori convergenze». La commissione Bilancio, intanto, attende la relazione tecnica richiesta per valutare varie criticità nella copertura finanziaria del provvedimento. Il sottosegretario all’Economia, Alberto Giorgetti, aveva precisato che la relazione è stata elaborata ed è al vaglio della Ragioneria generale dello Stato. Solo dopo aver acquisito questo documento la commissione Bilancio potrà completare il suo parere alla Affari Sociali. A questi si aggiungono i pareri in sede consultiva delle commissioni Affari costituzionali e Giustizia.

A fine settembre il gruppo Pdl del Senato ha promosso una giornata di lavori dal titolo «Primum vivere”che aveva l’obiettivo di presentare l’agenda bioetica del governo, nel tentativo di recuperare consensi tra gli elettori moderati. Ma il vicepresidente dei senatori Pdl, Gaetano Quagliariello, durante la giornata di lavori del suo gruppo al quale hanno partecipato tra gli altri il ministro della Salute, Ferruccio Fazio, il sottosegretario Eugenia Roccella e gli Udc Claudio Gustavino e Carlo Casini, aveva dichiarato che il testamento biologico «è stato rallentato alla Camera dalla rigidità di alcuni esponenti di una minoranza del Pdl». Il riferimento ai finiani è palese e c’è chi preannuncia un ulteriore scontro proprio su questo argomento e sulla Bongiorno. Ma Quagliariello ha anche aggiunto che «non significa che da oggi la pensiamo tutti nello stesso modo e infatti la libertà di coscienza rimane ben saldo. Significa però che da oggi in poi si continuerà a discutere, ma nessuno confonderà il confronto interno con l’ostruzionismo». Lo stesso ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, ha detto: «La legge deve essere varata, perché serve una norma per chiudere una fase, poi per il resto si può discutere. Auspichiamo, ma siamo sicuri di poter contare su una maggioranza larga sui temi della vita».

Per Paola Binetti le modifiche della commissione Affari sociali «hanno reso il testo più vicino al senso comune»

Dopo una lunga battuta d’arresto, è ripreso l’iter della proposta di legge il cui testo, licenziato dal Senato, ha subito una serie di modifiche in commissione Affari Sociali con il chiaro intento di evitare l’accanimento terapeutico. In particolare si è introdotta un’eccezione al divieto assoluto all’interruzione di alimentazione e idratazione forzata che riguarda quei casi “nei quali risultino non più efficaci nel fornire i fattori nutrizionali necessari alle funzioni fisiologiche essenziali del corpo”. Ed inoltre è stato reso vincolante il parere del medico e non più del fiduciario, come prevedeva il testo

è stato rincorso da altri due viaggiatori. «Sono costernato, chiedo umilmente scusa», ha detto poi il giovane. L’aggressione ricorda quella del 2007 a Termini, dove il 26 aprile la studentessa Vanessa Russo, 23 anni, venne colpita all’occhio con un ombrello e uccisa da Doina Matei, condannata a 16 anni. L’ultimo, gravissimo episodio ha profondamente indignato il sindaco Gianni Alemanno in traferta istituzionale in Cina («Denuncerò chi non ha soccorso»), mentre per il Pd locale ormai dilaga la violenza: «La città è incattivita, Roma sta cadendo in un pozzo senza fondo».

La vittima è stata soccorsa e trasportata d’urgenza presso il policlinico ’’Casilino’’, dove è stata operata per le gravissime lesioni riportate al cranio. L’aggressore, invece, si dice pentito e anche i suoi genitori si sono voluti scusare attraverso l’avvocato Fabrizio Gallo. «Sono tutti costernati - ha riferito il legale - e sono preoccupati per le condizioni della donna. Alessio è un bravo ragazzo, non è un violento, e non si era reso conto di ciò che aveva fatto. Nessuno - ha continuato Gallo - né Alessio, né i familiari credevano che quel gesto potesse avere simili conseguenze».


politica

pagina 8 • 13 ottobre 2010

Accerchiamento. Il presidente dell’Antimafia: «Viminale e prefetti non collaborano». E scoppia il giallo del pedinamento di Bocchino

Sfida sulla legalità Pisanu contro la maggioranza: «Troppi candidati indegni alle amministrative» di Errico Novi

ROMA. «Il ministro dell’Interno non ha fatto alcunché per accertare se nei comuni e nelle Asl della Lombardia colpite dalle operazioni contro la ’ndrangheta del mese di luglio ci fossero situazioni di reale condizionamento mafioso». A parlare è la capogruppo del Pd in commissione Antimafia, Laura Garavini. Il suo attacco al Viminale segue solo di pochi minuti la sferzata con cui il presidente dell’organismo bicamerale, Beppe Pisanu, minaccia di convocare a San Macuto i prefetti «inadempienti». A cosa? «All’invito di inviare i dati sulle candidature e gli eletti alle ultime Amministrative». Notizie «utili al rapporto che la commissione deve stendere sull’attuazione del codice di autoregolamentazione contro le infiltrazioni malavitose nelle liste». Insomma, Roberto Maroni è pienamente investito dalla polemica sulla legalità che da mesi scuote la maggioranza. Lo è nelle vesti di capo del Viminale, certo. Ma anche in quelle di alto dirigente leghista. Perché quelle «operazioni contro la ’ndrangheta» di cui parla la Garavini hanno coinvolto, com’è noto, proprio esponenti del Carroccio. E non a caso la parlamentare democratica nella sua dichiarazione aggiunge che il ministro Maroni «ha preferito fare finta di nulla per non dover constatare che le mafie si sono ben insediate in quel territori e hanno ottimi rapporti con esponenti politici della sua maggioranza».

Il tono è pesante. Difficilmente si ricorda un Pisanu tanto contrariato: «Le liste per le Amministrative sono gremite di persone che non sono certo degne di rappresentare nessuno», dice tra l’altro. Dà una settimana di tempo ai prefetti: «Invieremo una scheda con delle caselle da riempire ad ogni prefettura. Le manderemo anche al ministro dell’Interno. Vogliamo le risposte entro una settimana, fine. Se non arrivano vorrà dire che arriverete voi, signori prefetti, a spiegarci in commissione che cosa è successo». E in proposito il presidente dell’Antimafia ha più di un sospetto. Lo chiarisce a liberal Angela Napoli, componente di Fli in commissione che proprio ieri ha acquisito i galloni di capo-

Mentre Fli candida Montezemolo possibile leader

Luca contro Giulio: «Con lui solo tagli»

ROMA. Continua l’accerchiamento di Luca Cordero di Montezemolo e delle sue “truppe” al governo. Stavolta l’obiettivo è niente meno che il minhstro Tremonti, che ItaliaFutura, l’associazione del presidente della Ferrari prende di petto direttamente: «Tenere in ordine i conti dello Stato è un mestiere fondamentale e difficile che il Ministro Tremonti ha dimostrato di saper fare bene ma se l’incapacità di pensare alla crescita trasforma di fatto il ministero dell’Economia in un ministero del Bilancio allora sarebbe auspicabile che il presidente del Consiglio si facesse carico in prima persona delle scelte fondamentali di politica economica». Naturalmente l’analisi di ItaliaFutura va più in profondità: «Il rigore è importante - continua l’articolo del sito di Montezemolo - la crisi economica e finanziaria potrebbe riacutizzarsi, ma ci sono due questioni che non possono più essere eluse: primo nessun soggetto (azienda o nazione) può sopravvivere a lungo di solo rigore senza investire; secondo, chi ha l’onere e l’onore di ricopri-

re un importante incarico di governo ha anche il dovere di spiegare al paese le sue scelte senza indulgere in atteggiamenti di autosufficienza». Nello stesso giorno di questo attacco duro, poi, Italo Bocchino, capogruppo di Fli alla Camera, ha rilanciato non solo l’alleanza tra Fini, Casini e Lombardo ma anche il suo possibile candidato premier: Montezemolo. Ospite della trasmissione di Radio2 Un «Giorno da Pecora», Bocchino ha detto: «Noi terzo polo? No, il nostro sarà il vero centrodestra, uguale a quella che c’è in Germania, Francia, Inghilterra e costituito da vari soggetti: Fini, Casini, Lombardo. Un centrodestra diverso «da quello populista di Berlusconi e Bossi, che ama usare toni forti per compattare i suoi e alimentare le divisioni del Paese». E il leader della nuova alleanza, appunto, «potrebbe essere Montezemolo, se scende in campo, ma le possibilità possono essere molteplici, ci puo’ essere un leader di partito si potrebbe offrire qualcosa di completamente nuovo», ha concluso Bocchino.

gruppo: «Quando è arrivata la nostra richiesta pare che dal Viminale sia partita una lettera a tutti i prefetti: vi si raccomanda di rispondere in modo oculato, e di fornire segnalazioni su candidati ed eletti solo laddove sussistano prove, non semplici voci. Le dico che su questa circostanza noi in Antimafia non abbiamo certezze. È un si dice. Ma è un si dice molto insistito».

Maroni dunque si sarebbe attivato per evitare che dalle prefetture arrivasse a San Macuto un flusso di informazioni suscettibile di alimentare polemiche incontrollate. È così? Ed è vero che, come adombra la Garavini, la premura del Viminale sarebbe legata anche al coinvolgimento di esponenti del Carroccio? Risponde la Napoli: «È vero che i leghisti coinvolti nell’indagine su malaffare e politica sono stati allontanati dal partito. Ma in-


politica l’Udc: «Da una parte mi sembra di intuire che la materia non sia così consistente: considerata l’ampiezza del campo d’indagine, in pratica tutti i candidati alle ultime Amministrative, Regionali comprese, non sembrano emergere cose eclatanti. Aggiungo che insieme con Casini abbiamo incontrato Maroni e parlato del caso: ci disse che noi dell’Antimafia avevamo sbagliato indirizzo. I prefetti a suo giudizio non potevano fornirci grande aiuto. E infatti abbiamo inviato il questionario anche alle Corti d’Appello. Eppure», aggiunge il deputato dell’Unione di centro, «si è accumulato un ritardo insostenibile, è vero che i prefetti non hanno dimostrato grande sollecitudine. Perciò la valutazione politica finisce per essere negativa: perché appunto i fatti rischiano di giustificare anche il sospetto che la lentezza del ministero e delle prefetture sia legata in qualche modo all’inchiesta sui leghisti».

Come dice Tassone appunto il nodo è politico nel senso che scaraventa per la prima volta i lumbàrd dalla stessa parte della barricata in cui è asserragliato il Pdl nella contesa sulla legalità. E finisce per risuonare con un’eco molto particolare anche una dichiarazione come quella di Berlusconi su Cossiga e la Costituzione: «Come il presidente ho sempre pensato che la Carta andasse considerata in modo non dogmatico». Anche in materia di giustizia? Certo il fronte è molto caldo, considerato che alle altre questioni si aggiunge il pressing

Intanto Berlusconi, alla commemorazione di Francesco Cossiga in Senato, in un messaggio dice: «Come lui, anche io penso che la Costituzione non sia un dogma ma che possa essere adattata» tanto i voti li hanno presi e sono stati eletti. E poi c’è un aspetto molto delicato». Quale? «Con un maggior numero di informazioni si sarebbero potuti collegare i rapporti tra candidati del Nord e vicende calabresi. Sui primi, cioè, certe posizioni avrebbero potuto aggravarsi. Teniamo conto di una cosa: l’inchiesta delle settimane scorse che ha illuminato le collusioni tra Lega e ’ndrangheta si basa sulla collaborazione tra la direzione distrettuale antimafia di Milano e quella di Reggio Calabria».

Non è un caso se un altro finiano che in Antimafia è vicepresidente, Fabio Granata, interviene a stretto giro per confermare che, sì, «certe candidature erano indegne». Non è un caso perché la vicenda apre fatalmente una nuova frattura sul tema della legalità all’interno della maggioranza. E stavolta, diversamente dal passato, insieme con il Pdl c’è anche la Lega di Bossi sulla traiettoria delle accuse dei finiani e di altre voci critiche come Pisanu». Osserva Mario Tassone, che in Antimafia rappresenta

del Pdl su Fini per eliminare dal Copasir il rappresentante di Futuro e libertà, Carmelo Briguglio. Quagliariello, Cicchitto e Giuseppe Esposito, membri berlusconiani nell’organismo di controllo dei Servizi, incontrano prima il presidente D’Alema per protestare contro la «sovraesposizione mediatica del Copasir, che potrebbe nuocergli». Causa del problema sarebbe proprio Briguglio, con le sue continue rivelazioni, comprese quelle che riguardano i presunti pedinamenti dei Servizi a Bocchino e le infiltrazioni nel caso Montecarlo. E lo stesso D’Alema in proposito si è visto costretto a interpellare la Procura di Roma con un esposto per rivelazione del segreto d’ufficio, contro ignoti. I magistrati hanno aperto un fascicolo. Mentre è proprio a Fini che compete la valutazione sulla violazione della proporzionalità tra composizione del Copasir e la presenza del futurista Briguiglio. Al quale il regolamento dà ragione. Così come il piccolo caso dà ragione a chi vede il Pdl costretto a giocare, su legalità e giustizia, sempre in difesa.

13 ottobre 2010 • pagina 9

Il Quirinale: «Servono scelte coraggiose che riducano costi e procedure»

E Napolitano apre sulla «giustizia lenta»

Per il Colle, i processi interminabili «minano la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. E il Pdl applaude di Riccardo Paradisi l recupero di una piena funzionalità del sistema giudiziario esige scelte coraggiose che ne riducano i costi di gestione e ne semplifichino le procedure». Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano torna a parlare di giustizia in occasione del primo forum Internazionale per lo sviluppo della giustizia elettronica, organizzato dall’Associazione Bancaria Italiana. E lo fa inviando al presidente Giuseppe Mussari un messaggio in cui esprime l’auspicio che anche attraverso un’ulteriore utilizzazione delle tecnologie informatiche si garantisca la piena attuazione dei principi del “giusto processo”: «Più volte ho ricordato che la eccessiva durata dei processi mina la fiducia dei cittadini nel servizio giustizia e compromette anche la capacità competitiva del nostro paese sul piano economico». Pochi minuti dopo che le agenzie finivano di battere il messaggio di Napolitano puntuale è cominciata la gara all’esegesi mirata del suo pensiero. «Il ministro Alfano ascolti il monito del presidente della Repubblica e la smetta di propinare interventi legislativi ad personam: serve una riforma per tutti i cittadini» dice la capogruppo del Pd nella Commissione giustizia della Camera, Donatella Ferranti commentando il messaggio del Capo dello Stato. Per ridare efficienza e snellezza alla macchina giudiziaria e recuperare celerità operativa occorre secondo il Pd infatti «un investimento straordinario in uomini, mezzi e risorse e un progetto condiviso con tutti gli operatori della giustizia per una razionale riorganizzazione territoriale degli uffici giudiziari. La maggioranza se davvero è interessata a garantire la ragionevole durata del processo a tutti i cittadini dovrebbe mettere definitivamente da parte la proposta Gasparri sul processo breve che rappresenta un vero e proprio attentato ai diritti fondamentali della nostra costituzione».

«I

«Le parole del Presidente fotografano una una giustizia lenta che corre il rischio di diventare una non-giustizia. Chi accusa il governo di occuparsi della giustizia ad personam lo fa in mala fede. La giustizia è uno dei cinque punti programmatici che tutti quanti ci siamo impegnati a sviscerare e riguarda innanzitutto i cittadini. Il ministro Alfano si è già attivato a riguardo».

Quale sia il vero pensiero di Napolitano sulla riforma della giustizia però lo ha chiarito lo stesso presidente della Repubblica all’inizio di questo mese quando in un messaggio inviato a Oreste Dominioni, presidente dell’Unione delle camere penali in occasione del XIII Congresso dell’organismo, ha ricordato che per affrontare i problemi della giustizia italiana «occorrono interventi non disorganici nè settoriali, ma di ampio respiro». Tra i punti principali da affrontare Napolitano indicava il rafforzamento del ruolo di garante del giudice e la rigorosa riqualificazione di

Le parole del Presidente – secondo il centrodestra – fotografano una giustizia lenta che rischia di diventare una non-giustizia. Per il Pd Napolitano si riferiva alle leggi ad personam

Altra musica naturalmente suonano le campane del Pdl: «Napolitano ha messo in guardia contro la minaccia che l’attuale procedura processuale porta alla stessa credibilità della magistratura – secondo il vicepresidente dei deputati del Pdl, Pdl Osvaldo Napoli – Parole che ogni parlamentare, senza distinzione dovrebbe sottoscrivere. Nell’interesse non del presidente del Consiglio, ma dei circa 14 milioni di italiani che attendono giustizia, penale o civile, da tanti, troppi anni». Ancora più esplicita l’ermeneutica del capogruppo dei deputati Pdl Fabrizio Cicchitto:

quello del difensore: «Ho più volte ricordato che il tema del rinnovamento della giustizia va affrontato, in ogni settore e specialmente in quello penale, con interventi non disorganici né settoriali, ma di ampio respiro. Solo un confronto anche serrato, ma scevro da sterili contrapposizioni e non influenzato dalle contingenze, può condurre a scelte capaci di restituire qualità ed efficienza al processo penale, dando piena attuazione ai principi del giusto processo sanciti dall’articolo 111 della Costituzione». Parole chiare per chi vuole intenderle, a destra come a sinistra. Parole che non hanno bisogno di particolari esegesi che troppo spesso prendono le forma di messe cantate delle parti in conflitto.


pagina 10 • 13 ottobre 2010

panorama

ragioni&torti di Giancristiano Desiderio

L’avvocato di Dio contro il ritorno del nichilismo l problema dell’ateismo - tanto per riprendere il titolo della grande opera di Augusto Del Noce ora riproposta da Il Mulino - è molto discusso. Tanto da atei quanto da credenti. Dio è tornato a farsi sentire e a parlarne di più, in verità sono soprattutto gli atei. Poco importa che ne parlino per dimostrarne la non esistenza o il “tramonto”: salta agli occhi che ne parlano quasi come se desiderassero ardentemente incontrarlo. Secondo Giulio Giorello, che ha appena pubblicato per Longanesi il libro Senza Dio, l’ateismo è un metodo per confrontarsi con chi crede e per giungere a Dio anche senza Dio. Si tratta di pensieri al limite della contraddizione, ma che pur hanno un senso se, com’è nel caso di Giorello, il dibattito su Dio e sull’ateismo riguarda in realtà soprattutto il senso della libertà umana.

I

La medesima preoccupazione, sia pure da altra tradizione, si agita nelle pagine del libro di Vincenzo Vitale: Volti dell’ateismo. Mancuso, Augias, Odifreddi appena uscito presso l’editore Sugarco.Vitale crede in quello che fa e quello che scrive e pensa. Il suo libro è una serrata confutazione delle idee e dei libri dei tre autori citati, senza tralasciare l’ironia. Antonio Socci nella prefazione al testo dice che il libro di Vitale «è uno straordinario antidoto per chi sia rimasto confuso o rattristato, in questi anni, dalla polemica anticattolica più pregiudiziale e rancorosa». In effetti, il libro di Vitale che, particolare non da sottovalutare, svolge la professione di avvocato - ha una sua intenzione apologetica: con l’uso delle ragioni della ragione difende la dottrina della Chiesa mostrandone prima di tutto una grande conoscenza e poi illustrandone un’interpretazione intelligente e attiva. È questo, in verità, l’aspetto più interessante del lavoro paziente di Vincenzo Vitale che, giocando un po’ con le frasi, si potrebbe chiamare non l’avvocato del diavolo bensì l’avvocato di Dio. Detto in due parole: ragione e fede per Vitale non sono da pensarsi in contrapposizione ma come i due lati dello stessa tela di cui è intessuta la condizione umana. Credo di non sbagliare se dico che, al di là della triade che Vitale sottopone a critica, il suo bersaglio è un nichilismo senza problema o un nichilismo di serie B che mette insieme cose disparate, come le merci in un supermercato (che pure ha un suo ordine), e rifiuta in modo dogmatico la tradizione religiosa cristiana che, in ultima istanza, bisogna almeno presupporre per difendere l’ateismo. La difesa della fede cristiana e delle sue ragioni diventa in Vitale, forse anche al di là del suo lavoro, la difesa di una cultura in cui ha le radici l’albero della vita e della libertà. Il dibattito su Dio può anche essere visto come il dibattito sull’essere e l’impossibilità umana di dominarlo interamente: da questo parziale signoreggiamento dipende la nostra libertà. Questo è il terreno d’incontro tra credenti (bendisposti) e non credenti (bendisposti).

Il futuro è nella scuola, non nel «Lodo Alfano» Inutile fare ironia su chi protesta contro la Gelmini di Francesco D’Onofrio segue dalla prima La causa di questo è il licenziamento di molti ricercatori che, nel corso degli anni, avevano finito con l’assolvere sostanzialmente ad una essenziale funzione didattica, in quanto tale ovviamente estranea all’attività di ricerca vera e propria. Non si è trattato e non si tratta delle solite manifestazioni di protesta universitaria, che quasi puntualmente hanno luogo ad ottobre e quindi ad inizio dell’anno accademico. Accanto a queste ragioni tradizionali, ve ne sono infatti almeno due che concorrono a far ritenere quel che sta accadendo molto più rilevante – per l’intero Parlamento nazionale – di quel che fino ad ora sembra essere stata la reazione del ministro Gelmini e dell’intero governo. Accanto ai tradizionali striscioni vagamente sessantottini, hanno campeggiato infatti due striscioni che inducono seriamente a considerare queste manifestazioni quali sintomi di un male più profondo di quello che siamo stati abituati a considerare tipico di ogni anno accademico.

zione che non senta il proprio futuro in termini attraenti è una generazione che nel migliore dei casi tende a forme nuove di autismo. Il rapporto tra passato, presente e futuro ha infatti rappresentato, da molti secoli a questa parte, un punto di equilibrio mobile ma necessario, come dimostra la stessa distinzione tra la sinistra – almeno in Europa utopicamente tesa ad un futuro nel quale si sarebbe realizzata una eguaglianza nei punti di arrivo – e la destra che è sembrata privilegiare, e non soltanto in Germania e in Italia, la conquista immediata del potere quale motivazione capace di conseguire consistenti sostegni popolari a regimi formalmente dittatoriali. La generazione presente sente infatti che il futuro non è più nelle sue mani, o almeno non è più nelle mani di quegli Stati nazionali che avevano in passato garantito che il futuro dei loro popoli finiva con il coincidere con il destino stesso dei loro Stati. Sta cambiando da qualche anno a questa parte il rapporto tra il futuro e il lavoro: se questo manca, nel senso del lavoro conseguito prevalentemente sulla base di una visione di casta, non vi è futuro che possa riguardare chi non si sente appartenente a nessuna casta politica, accademica, professionale che sia. Questa generazione sente infatti il problema che gli italiani stanno vivendo anche in termini di generazioni: se le generazioni precedenti sono vissute conseguendo occasioni di lavoro, anche sulla base di una spesa pubblica consistente, la generazione attuale ha maturato il convincimento che il suo futuro se lo sono giocato le generazioni precedenti. E non vi è chi non veda che in termini strettamente politici le generazioni precedenti sono quelle che sono state protagoniste nella cosiddetta Prima Repubblica – fossero esse al governo o all’opposizione del governo medesimo.

Una classe politica che abbandona l’istruzione condanna il Paese alla decadenza

I due striscioni ai quali sarebbe opportuno che l’intero Parlamento facesse attenzione affermavano, infatti, l’uno «Ci hanno rubato il nostro futuro», e l’altro «Aprire una scuola significa chiudere un carcere». Il secondo striscione, infatti, stabiliva un nesso inscindibile tra formazione scolastica e attitudine a commettere crimini. Si tratta dunque di una questione di fondo di una politica della giustizia che non guardi quasi esclusivamente a “lodi Alfano”, a “norme transitorie dei processi brevi”, o alla questione certamente essenziale del rapporto tra giustizia e politica. Chi guardasse con attenzione a questo striscione, si porrebbe infatti il problema di come affrontare la questione criminale dal lato del sapere e non più soltanto o prevalentemente dal lato dell’ordine pubblico. Quanti hanno criticato la politica del rigore seguita dal governo attraverso i cosiddetti tagli lineari a tutte le spese di tutti i ministeri, troverebbero in questo striscione un argomento di fondo per ribadire con forza il principio in virtù del quale non si può seriamente affrontare una politica della giustizia senza aver l’intelligenza e, se necessario, il coraggio di affrontare la questione del sapere intesa quale grande questione sociale, e non solo quale questione concernente il merito scolastico. L’altro striscione merita, a sua volta, una risposta di fondo ad una questione altrettanto di fondo: una genera-

Ma gli Stati contemporanei non possono più permettersi di decidere il livello del proprio debito pubblico. E non basta recarsi all’estero per cercare altrove le condizioni per un lavoro dignitoso. Rapporto tra sapere e delitto da un lato, e tra il lavoro e il futuro dall’altro hanno rappresentato in queste manifestazioni una straordinaria occasione di lettura non solo sociologica del momento presente che i giovani d’Italia stanno vivendo: chi orgogliosamente afferma di voler governare l’Italia non può pertanto limitarsi ad invocare un passato che è terminato anche prima di Mani Pulite.


panorama

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Frontiere. Chiuso con la forza il canale con la Libia, l’immigrazione ha trovato altre strade per entrare in Italia

Clandestini, battaglia persa

Maroni ammette: «Solo 327 sono stati rimpatriati coattivamente» ROMA. Checché ne dicano i

rebbero bene se sapessero che solo qualche centinaio di persone l’anno viene impacchettato e rispedito a casa. Questo, comunque, il ritratto che «Medici senza frontiere» fa di questi posti ameni nel suo Rapporto 2010: «Scarsa assistenza sanitaria e assenza di protocolli per il trattamento di patologie infettive». Di più: «Mancano i mediatori culturali e sconcerta l’assenza delle autorità sanitarie locali». Peraltro da quando sono diminuiti gli sbarchi via mare - lo ha certificato un’inchiesta del 2009 del prezioso sito “Fortress Europe” – nei Cie ci finisce gente che magari sta in Italia da anni, che ha una famiglia e un lavoro e non ha i documenti perché è stato assunto in nero e la Bossi-Fini è una legge fatta per creare clandestini.

di Marco Palombi

governi di vario genere, i dittatori libici, le strutture di protezione della fortezza Europa, le nostre frontiere sono aperte. Gli immigrati entrano: sbarcano dalle navi, sbarcano dagli aerei, scendono dai camion e dai furgoni. Milioni di cittadini stranieri entrano in Italia ogni anno regolarmente: per turismo, per venire a vedere una partita di calcio, per incontrare una fidanzata/o, per studiare. E una percentuale di questi si ferma, anche quando è scaduto il visto. Il governo continua a ripetere: grazie all’accordo con Gheddafi, abbiamo bloccato gli sbarchi.

Ammesso che sia vero, e come vedremo non lo è, va chiarito che oltre l’80% degli ingressi illegali nel nostro paese non avviene via mare: europei dell’est, sudamericani, asiatici entrano via terra o via aria. Nessuno sano di mente, vedendo un ecuadoregno per strada, può pensare che sia arrivato a Lampedusa. Nell’annus horribilis degli sbarchi, il 2008, scesero dalle carrette del mare 29mila persone, ottomila l’anno scorso e circa tremila in quello in corso. La domanda è: allora come ci ritroviamo, tra regolari e irregolari, con oltre cinque milioni di stranieri in Italia? Cifre settoriali, ma interessanti, anche quelle date dall’efficientissimo Roberto Maroni ieri alla commissione bicamerale sugli accordi di Schengen: i rumeni in Italia, fonte di propaganda senza fine e fruttuosi capri espiatori della politica della paura in stile Lega, sono poco meno di un milione.

Quando si sente dire “padroni a casa propria”, si dovrebbe spiegare a chi lo dice che – dati Istat di ieri riportati qui accanto – gli stranieri regolarmente residenti in Italia (che hanno cioè documenti, lavoro, pagano tasse, fanno figli, stanno insomma già a casa loro) sono 4,2 milioni, il 7% della popolazione. Al di là della legge sulla cittadinanza, sono già italiani: lo è peraltro di più e meglio l’infermiera rumena dell’italianissimo ventenne che l’ha mandata in coma con un cazzotto ieri a Roma. Anche i fa-

Il governo adesso agita lo spettro dei rom: il ministro ha annunciato l’intenzione di chiedere una deroga del trattato di Schenghen Quanti sono quelli trovati senza i documenti in ordine? “1.412”, risponde il ministro dell’Interno: «327 sono stati rimpatriati coattivamente, 858 hanno lasciato volontariamente l’Italia e 227 non sono stati allontanati, perché la direttiva europea sulla libera circolazione non prevede sanzioni per chi viola le norme». Numeri ridicoli, anche perché i cittadini rumeni sono comunitari e stanno qui secondo diritto. Almeno finora, visto che Maroni ha annunciato che chiederà all’Ue nuove regole per le espulsioni.

mosi Centri di identificazione e espulsione sono un bluff, piccoli campi di concentramento in cui si può rimanere prigionieri sei mesi senza alcuna accusa e che servono solo a fare propaganda su quanti negher i vari governi hanno rimandato a casa. I Cie sono attualmente 13 (ieri Maroni ha annunciato che ne verranno aperti altri quattro) per complessivi 1.920 posti: se ci aggiungiamo i Centri di accoglienza, i posti sono quattromila e dispari in più. È’ abbastanza certo che nelle osterie padane non la prende-

Per l’Istat sono ormai oltre 4,2 milioni

Stranieri in aumento ROMA. Aumentano i residenti stranieri nel nostro paese, che hanno ormai superato i 4,2 milioni di presenze, tanto da confermarsi decisivi per contenere il calo demografico in Italia. I cittadini stranieri - rende noto l’Istat in un rapporto hanno raggiunto (al primo gennaio 2010) il 7% della popolazione residente; un anno prima erano il 6,5%. Gli stranieri sono aumentati dell’8,8% (+343.764) rispetto all’anno prima. Un incremento «molto elevato», comunque inferiore agli aumenti registrati nei due anni precedenti (+16,3% nel 2007, +13,4% nel 2008). Per sono la precisione, 4.235.059 (2.171.652 sono femmine), per la precisione, i cittadini stranieri in Italia. I minori sono 932.675, il 22%; circa 573 sono nati nel nostro paese. Nel 2009 sono aumentati, +6,4%, anche i neonati da genitori stranie-

ri; sono nati 77.109 bimbi, pari al 13,6% del totale delle nascite. Circa 406 mila (18,1%) stranieri residenti rientrano nei nuovi flussi migratori. In aumento le acquisizioni di cittadinanza salite di 59.369 (+10,6%), per lo più per matrimonio. Oltre 2 milioni (49,3%) arrivano da paesi dell’Est europeo (+9,5%); circa un milione da paesi di nuova adesione e altrettanti da paesi non Ue. Fra le comunità che hanno registrato un aumento ci sono Moldova (+18,1%), Pakistan (+17,1%), India (15,3%), Ucraina (+13,1%), Perù (13%). La comunità romena si conferma la più numerosa (21%), seguono quelle albanese e marocchina. Per quanto riguarda i paesi extra-europei, sono 932 mila (22%) le presenze. In generale, il 60% degli stranieri risiede al Nord, il 25,3% al centro e il 13,1% nel mezzogiorno.

Quanto agli sbarchi, la faccenda è più complessa. Il governo ne rivendica la diminuzione drastica, tacendo sia che il grosso degli arrivi continua, sia il prezzo di morti, violenze e drammatiche violazioni dei diritti umani che la Libia esercita dietro pagamento nostro e degli altri paesi europei. In ogni caso, chiusa la porta del canale di Sicilia, altri pertugi della nostra fortezza vengono sperimentati: le coste della Puglia e della Calabria, via Turchia e Grecia, quelle della Sardegna partendo dall’Algeria e recentemente le spiagge davanti a Latina. Si ristrutturano non solo le rotte, ma pure i mezzi: aumentano ogni anno i clandestini trovati in possesso di documenti falsi, quelli che affrontano il lungo viaggio via terra, mentre nel Salento, qualche tempo fa, sono stati ritrovati 60 clandestini nelle cabine di un lussuoso yatch. I commercianti di uomini, ha ammesso Maroni in commissione, «stanno esplorando nuove rotte, ma queste non hanno assunto ancora proporzioni rilevanti». L’Europa, in sostanza, è riuscita a bloccare solo i migranti più poveri, gli africani, molti dei quali peraltro in possesso dei requisiti per ottenere asilo politico. E adesso, davanti al toro dell’opinione pubblica impaurita, s’agita la muleta dei Rom. Un numero basta a capire l’ipocrisia della cosa: l’Italia ha speso 93 milioni per gli sgomberi, mentre solo 15 sono i milioni stanziati per l’integrazione dal Fondo sociale europeo. A proposito, li abbiamo spesi?


il paginone

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Il ’900 è stato il secolo dei grandi crimini: la globalizzazione sta facendo riesplodere pulsioni pericolose: ora cambiamo rotta Qui accanto, Hitler. Al centro, una manifestazione di immigrati turchi a Berlino. Sopra e nella pagina a fianco, due immagini di Thilo Sarrazin

hilo Sarrazin, l’ex ministro delle Finanze di Berlino, socialdemocratico da decenni, ha più volte irritato le forze politiche al potere nella capitale tedesca (il partito socialdemocratico e la Linke, erede del partito unico della Ddr - la Sed - nel tempo profondamente trasformato) con le sue idee sulla politica sociale fuori dagli schemi. Sostenendo, per esempio, che durante la mezza stagione i beneficiari dei sussidi sociali avrebbero fatto meglio a vestirsi più pesanti piuttosto che accendere il riscaldamento. Parole, le sue, interpretate come sintomo di ”freddezza” e “insensibilità sociale” e che portarono il sindaco, il socialdemocratico Wowereit, ad accogliere con un sospiro di sollievo la sua nomina nel Consiglio direttivo della Bundesbank, i cui membri sono tenuti a non intervenire nell’agone politico. Ma nel settembre 2009 l’intervista concessa da Sarrazin alla rivista “Lettre Internationale” ha suscitato una forte ondata di indignazione, seguita da una vera e tempesta propria quando, a breve distanza di tempo, sulla stampa tedesca rimbalzarono le anticipazioni del suo libro dal titolo Deutschland schafft sich ab («La Germania si distrugge da sé»).

T

sostenitori di questa tesi vennero immediatamente collocati dalla «opinione pubblica» a «destra», nell’area cosiddetta “v\u0151lkisch”, e quindi vicina al nazionalsocialismo, perché il termine “v\u0151lkisch” che negli altri paesi europei verrebbe tradotto con “nazionale” o “nazionalista”, veniva usato con particolare frequenza nel Terzo Reich. Sarrazin associava però a questa tesi una specifica di carattere socio strutturale che non compariva nel nazionalsocialismo, ove prevaleva il concetto della Volksgemeinschaft , la comunità popolare priva di divisioni di classe. Per Sarrazin infatti ad aggravare il calo demografico sarebbe la maggiore natalità del “ceto inferiore”, composto dai meno capaci e dai meno intelligenti. Un’affermazione simile va a urtare la convinzione radicata dei socialdemocratici e di gran parte della “sinistra”che, alla luce del vittorioso avanzare della democrazia, la distinzione tra “ceto superiore”e “ceto inferiore” sia obsoleta. Sarrazin si è inimicato inoltre gli egualitaristi attribuendo alla frase della costituzione americana “tutti gli uomini nascono uguali” un accento negativo, e non si è fatto scrupolo di dire che anche il sistema più equo sotto il profilo delle opportunità non può che produrre “risultati diversi” in presenza di talenti diversi e di diversi profili caratteriali (pag. 225), aggiungendo che anche il miglior sistema di istruzione non limita bensì accentua la “disuguaglianza innata” negli uomini (pag. 249). Per di più non sempre Sarrazin ha evitato di esporre inutilmente il fianco alle critiche, rendendosi protagonista di clamorose gaffe, come quando ha dichiarato che la minoranza turca e islamica non produce ricchezze materiali o spirituali bensì tante “ragazze velate”, oppure ricorrendo a termini dispregiativi per definire i più deboli.

Se esistesse ancora una Germania a popolazione quasi completamente tedesca, come negli anni Sessanta, si potrebbe quanto meno discutere di affermazioni del genere. Ma le tesi di Sarrazin hanno provocato lo sdegno generale innanzitutto perché hanno portato alla ribalta il problema delle migrazioni di massa dai paesi poveri, in particolare islamici, un tema trascurato o addirittura rimosso dall’opinione pubblica, non meno di quello delle differenze sociali. Sarrazin avverte che, permanendo la dinamica attuale che ha portato il numero dei turchi in Germania in un arco di tempo relativamente breve da zero a 4 milioni ufficiali e a sei milioni effettivi,

A l c u n e f r a s i e mo l t i

L’autore parte dal calo demografico, «aggravato dalla maggiore natalità del ceto inferiore, composto dai meno capaci e dai meno intelligenti»

passaggi del libro potevano essere semplicemente ricollegati ad una preoccupazione non nuova in Germania, ovvero che il forte calo demografico dopo il “baby boom” dei decenni precedenti comportava grossi rischi e avrebbe necessariamente portato a un ridimensionamento del ruolo della Repubblica Federale nel contesto mondiale. I

tra trecento anni in Germania vivranno solo tre milioni di tedeschi. Lamenta inoltre il fatto che ormai è considerato “quasi politicamente scorretto”preoccuparsi delle sorti della Germania come patria dei tedeschi e critica nella popolazione tedesca l’assenza di un “sano desiderio di auto affermarsi come nazione”(pag. 18). Sarrazin sottolinea poi come gli immigrati islamici, turchi in particolare, provengano pressoché senza eccezione da ceti poco istruiti, e questo

La Germania si spacca in due

La dell’im porti in prospettiva i meno capaci e i meno dotati a prevalere nella popolazione. Gli immigrati contribuiscono alla crescita demografica tedesca in quota pari al doppio della percentuale di popolazione che rappresentano e il dato sarebbe in costante aumento. Stando così le cose nell’arco di poche generazioni lo stato e la società sarebbero in mano ai migranti (pag. 259), poco stimolati a sostenersi autonomamente viste le garanzie offerte dal sistema sociale tedesco ma più esposti a fermenti collettivi. Impossibile negare con più forza la tesi “politicamente corretta”secondo cui l’immigrazione (non solo dai paesi dell’Europa dell’est) rappresenta un arricchimento e costituisce al contempo una forte testimonianza della volontà dei tedeschi di contribuire fattivamente alla necessaria “compensazione” tra i ricchi


il paginone da vederlo”. Ma Demirel rispose : “Aspetti a dirlo”. (Menschen und Maechte II, Berlin 1990, pag. 446). Il premier turco forse esagerava, e senza dubbio non aggiunse, come ha fatto il suo successore Erdogan in un discorso a Colonia, che l’”integrazione” degli immigrati auspicata dai tedeschi è un “crimine contro l’umanità”. Non si tratta però di un concetto nuovo. Ben prima si sarebbe potuto affermare che l’unione di due paesi con tassi di fertilità diversissimi costituiva un crimine del genere. Basta chiedersi , a livello di esperimento concettuale, come avrebbe accolto il parlamento francese la proposta di unire Germania e Francia da parte di Stresemann (se Stresemann e Briand fossero stati al potere nel Novecento). La avrebbe bocciata interpretandola come un tentativo da parte dei tedeschi di “conquistare” la Francia grazie alla loro natalità molto superiore.

Ma un tedesco in cui una prospettiva del genere non susciti preoccupazione, addirittura paura e spirito di resistenza quantomeno come possibilità non remota, fondamentalmente si è già spogliato della sua nazionalità e nella categoria sicuramente non rientrava Helmut Schmidt, né rientra un numero per quanto ancora indeterminato di suoi

Evitando l’inutile «politically correct», sarebbe il caso di uscire dalla vecchia contrapposizione destra/sinistra per trovare soluzioni nuove

e, tra «buonisti» e «scettici», sul libro di Thilo Sarrazin

terza via mmigrazione di Ernst Nolte paesi europei e i poveri paesi del “terzo mondo”. Anche gli ebrei erano immigrati in Germania dall’Europa dell’est in gran numero nel periodo precedente alla prima guerra mondiale e alla giovane repubblica di Weimar suscitando reazioni negative, ma Sarrazin attribuisce loro un ruolo altamente positivo in quanto il loro quoziente intellettivo superava di quindici punti quello della popolazione tedesca e il dato che all’epoca suscitò grande scandalo, ovvero che a Berlino la minoranza ebrea aveva contribuito in misura sproporzionata al gettito derivante dall’imposta sul reddito, era naturale conseguenza di questa differenza e quindi totalmente giustificato.

I critici di Sarrazin non hanno avuto difficoltà ad etichettarlo come antiegualitario, nazionalista, sostenitore del-

l’“ereditarietà” su base biologica contro la tesi del potere determinante degli influssi ambientali e, soprattutto, paladino dell’”islamofobia”, che non di rado è stata posta sullo stesso piano dell’”antisemitismo”. Comprensibilissima l’irritazione di tutti coloro che Sarrazin ha definito “buonisti”. Nessuno in questa polemica ha citato un episodio estremamente illuminante, descritto da Helmut Schmidt in uno dei suoi libri. Nel corso di una visita di stato in Turchia l’allora primo ministro turco Demirel espose al cancelliere tedesco la precarietà della situazione demografica nel suo paese. In Anatolia venti milioni di persone erano senza lavoro e destinate ad essere “esportate”, in primo luogo verso la Germania. Schmidt rimase senza parole e solo trattenendo a fatica la collera riuscì a rispondere: “Lei non vivrà tanto

connazionali. Che i primi tangibili segni di una simile dinamica oggi vengano accettati con indulgenza, e con una certa adesione è una particolarità tedesca. La forte immigrazione straniera in gran parte non qualificata è una realtà in molti stati europei ma né in Francia, né in Italia né in Inghilterra gli immigrati provengono da un unico stato molto vitale , che tramite gli immigrati potrebbe diventare un fattore importante della politica interna dello “stato ospite”, e avere in mente una “conquista”attiva di tale stato. Il motivo di questa particolarità è palese: l’“autoaffermazione nazionale”, l’intento di evitare l’immigrazione eccessiva, la lotta alla decadenza e anche la preoccupazione circa un peggioramento sotto il profilo genetico della popolazione in continuo calo erano tematiche presenti anche nel movimento nazionalsocialista e in Adolf Hitler, e tutti sanno quali conseguenze ebbero: leggi a tutela della salute genetica, politica demografica orientata, disprezzo di ogni “razza estranea”, inasprimento dell’antisemitismo fino alla volontà di annientamento, volontà di una guerra che non doveva portare la Germania a governare l’Europa intera, ma un “popolo sovrano” a dominare totalmente “popoli schiavi”. Ma queste istanze originariamente non erano tipiche tedesche , perché anche i timori da cui nascevano non erano in sé né tedeschi né “fascisti”, ma piuttosto generali e ovvi. Ad esse si contrappone-

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va una visione opposta, universalista e cosmopolita, a sua volta non limitata ad un unico partito politico, che portò la tendenza a relativizzare il diritto di proprietà individuale fino all’estrema conseguenza di negare l’appartenenza delle singole nazioni ai “loro”paesi, e a considerare l’immigrazione di individui stranieri e meno fortunati in termini positivi, come volontà della storia.

Anche questa visione fu rappresentata e intensificata da un partito, che alle varie “patrie”, intese come terre dei padri, contrapponeva un’unica patria, intesa come casa di tutti gli uomini fondamentalmente uguali, il pianeta terra. Questo partito che si definiva “internazionalista” e non faceva segreto dell’intenzione di conquistare il mondo, in parte con mezzi pacifici in parte con la violenza e di annientare la classe sulla cui esistenza, nel bene e nel male, si fondava la “civiltà occidentale dell’era moderna”, ossia la classe imprenditoriale, era radicale fin dalle origini e nonostante aspirasse ad essere il “partito delle masse”, incontrò la resistenza dura, ma non necessariamente estremistica, di altre masse, e dei loro portavoce. La mia tesi è la seguente: Thilo Sarrazin ha avuto il coraggio di dar voce a quella che è stata l’”atmosfera”in cui si sviluppò il partito nazionalsocialista e a quelli che furono i suoi presupposti, ma in nessun caso al partito stesso. Questo coraggio, come orientamento politico, può risultare più efficace rispetto all’orientamento opposto, che vuole il futuro dell’umanità determinato non da un processo di distinzione bensì di assimilazione. L’universalismo o la “globalizzazione” in senso ampio da un lato e il “particolarismo” oppure l’autoaffermazione nazionale e culturale ma aperta alla trasformazione dall’altro, non si escludono a vicenda, per quanto nel periodo della “guerra civile mondiale” potessero minacciarlo. Ai sostenitori del comunismo sovietico in forma ridotta, incoraggiati dall’avversione nei confronti del “capitalismo finanziario americano” inteso come nemico, è toccato scoprire con sgomento, e orrore che una netta maggioranza dei tedeschi si è espressa a favore delle tesi di Sarrazin, e l’accusa di “nazismo” ha perso peso. Persino la cancelliera e il presidente della Repubblica Federale che si erano uniti a coro delle condanne a priori , per lo più associate a richieste di dimissioni, si sarebbero trovati in difficoltà se Sarrazin non avesse appianato la situazione rinunciando al suo incarico. Del libro di Sarrazin sono state stampate in poche settimane un milione di copie e già esiste una forte tendenza della cosiddetta opinione pubblica a sostenere che non è opportuno rispondere a Sarrazin con insulti e tesi altrettanto parziali e trite, ma bisognerebbe prenderlo sul serio. Nel tedio della correttezza politica fatta dogma spunta la prospettiva di un ‘ “altra via”che non ha nulla a che spartire con i due estremismi tra cui è nata.


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i testi del dissenso/2

Documenti. Il secondo di una serie di articoli scritti dal Nobel per la pace fra il 2005 e il 2008: il tribunale li ha usati per condannarlo a 11 anni di carcere

Il popolo non muore mai La propaganda dice che la caduta del Partito distruggerà la Cina intera. Una bugia smentita dalla nostra storia di Liu Xiaobo na nazione è composta dal popolo che la abita. Il popolo è il pilastro di una nazione: è da lui che deriva la sovranità nazionale, ed è lui che ha la proprietà degli interessi comuni. In un sistema politico razionale, il potere è conferito dal popolo; il governo è sostenuto dal sangue e dal sudore del popolo, e l’esecutivo – o il Partito dominante – è un semplice servitore. Non è il padrone della nazione. Il governo non deve semplicemente essere accondiscendente con il suo popolo, ma lo deve trattare in maniera reale come i genitori trattando i figli: deve avere contezza del suo ruolo, che è quello di servitore. Di conseguenza, una delle funzioni principali del governo è quello di trattare bene i suoi cittadini e fornire loro servizi pubblici; la sua autorità, così come le finanze comune, devono “venire dal popolo ed essere spese per il popolo”. Gli interessi nazionali che il governo rappresenta devono puntare in maniera specifica al benessere popolare, e concretizzarsi nel loro ultimo stadio come diritti legali tesi a proteggere la sicurezza, proprietà e libertà individuale. In una parola, proteggere la democrazia. In pratica un governo può essere qualificato soltanto a rappresentare gli interessi del popolo: questi, uniti fra loro, sono l’interesse nazionale. Ma il governo compie questa missione se rispetta e ama il popolo e, in particolar modo, se rispetta e protegge il diritto dei suoi cittadini a chiedere, criticare e anche opporsi (in maniera pacifica) alle politiche centrale. Soltanto quello può essere definito “governo patriottico”, e soltanto quello è abilitato a promuovere il patriottismo. Invece, il patriottismo propagato da un regime dittatoriale è esattamente l’opposto: sono parole alte che non rispettano, e tanto meno amano, il pilastro della nazione. Questo avviene a causa di diversi fattori.

U

Innanzi tutto, il potere di un regime non viene dal popolo ma dalla violenza, il fattore che lo sostiene. Essa trasforma il potere pubblico, che dovrebbe servire il benessere popolare, in un potere privato: uno strumento ideato per portare avanti i desideri del regime e consentire ai potenti di ottenere un profitto. In secondo luogo, il regime si mantiene tramite la violenza, il terrore e le bugie ideologiche. Priva i cittadini dei loro diritti umani di base, blocca l’accesso pubblico alle informazioni, sopprime i valori pluralistici e l’espressione di punti di vista differenti. Proibisce il libero pensiero e la fede, non permette alla gente di discutere di politica, aborrisce il sindacato e le manifestazioni e non

consente ad alcuno di esprimere disappunto o critiche pacifiche alle politiche centrali. Infine, nonostante sia sostenuto dal sangue e dal sudore del popolo, è comunque ostile nei confronti dell’opinione pubblica e gode nell’abusare dei cittadini. Il modo principale con cui rilancia il benessere è quello di concedere favori in un sistema piramidale.

In sostanza usa la violenza per limitare le richieste della società e poi prende una piccola parte del bene comune e lo distribuisce, in modo da passare come un’entità magnanima. Non soltanto non si vergogna di quanto fa, ma si dipinge come se fosse “dispensatore della

Tutte le dittature si proclamano patriottiche, ma questa è solo una scusa per infliggere disastri al Paese e calamità al proprio popolo vasta e caritatevole grazia imperiale” e costringe le persone a sentirsi grate per quanto ottengono. Nonostante sia il Partito dominante, non ha in alcun modo una vicinanza con la nazione e con la sua cultura. Da quando il Partito comunista cinese è andato al potere, ha propagato con forza sempre maggiore il patriottismo per mantenere il proprio potere assoluto sulla popolazione e sulla nazione. Inoltre, il Partito ha enfatizzato una logica speciosa di governo: la distruzione del Partito diventa la distruzione della teoria-nazione. Dopo il 4

giugno [la strage di piazza Tiananmen ndt] questo argomento è cambiato nelle due teorie, mutuali, della stabilità e del collasso. Volendo apparire in una luce positiva, il Partito comunista dice che “soltanto lui è in grado di dare stabilità e prosperità” alla Cina; se vuole essere più fosco, sostiene che “senza il Partito la Cina è condannata al caos o persino al collasso”. Questo binario positivo/negativo è la base su cui poggia lo slogan secondo cui “distruggere il Partito significa distruggere la nazione”. In realtà, non esiste una relazione causale inevitabile fra questi due fattori. E questo perché ogni Partito politico si muove come rappresentante di un gruppo di interesse particolare; quindi non c’è possibilità che un unico Partito possa rappresentare “la nazione, il Paese e il popolo”. Anche nel suo ruolo dominante, il Partito non è la Cina o la sua cultura. La distruzione dei comunisti rappresenterebbe semplicemente la distruzione di un regime che domina con la violenza. Nella storia cinese i regimi si sono sempre susseguiti; ma la Cina come nazione non è mai stata distrutta. Se si vuole parlare di “distruzione della nazione”, i comunisti potrebbero parlare soltanto di “cambiamento nella sovranità nazionale”, che poi sarebbe il risultato di un conflitto estremo con nazioni estere che vincono, occupano il territorio e limitano la sovranità interna.

In pratica, quando un Paese viene controllato da un altro. Questi eventi non sono paragonabili a un cambiamento di regime: gli Stati Uniti hanno due maggiori Partiti al potere in maniera alternativa da oltre 200 anni. Cambiano i regimi, ma la nazione rimane unita. In questo senso, durante la Guerra Fredda le nazioni dell’Europa orientale all’interno del blocco sovietico erano nazioni sovrane soltanto di facciata; nei fatti, erano più vicine all’idea di nazioni distrutte. Nel senso che i Partiti al potere in quelle nazioni erano sotto il diretto controllo militare dell’allora egemonia sovietica, al punto che quando venivano lanciate delle riforme tese a spazzare via la presenza russa, Mosca non esitava a mandare carriarmati direttamente nelle capitali e, con la forza, restaurare il proprio dominio. La Cina è una nazione antica con una storia molto lunga. Sin da quando il primo Imperatore della dinastia Qin stabilì il governo unificato della dinastia omonima – siamo nel 221 avanti Cristo – tramite un’annessione militare, il Paese ha vissuto innumerevoli cambi di regime, ma non ha mai subito scalfiture. Soltanto quando i mongoli scacciarono la dina-

stia Song, dal 960 al 1279 dopo Cristo, o quando i manciù instaurarono la dinastia Ming con la forza militare, si sarebbe potuto parlare di nazione distrutta. Ma questo perché i mongoli usarono le grandi pianure della Cina centrale come ippodromi per i loro cavalli, tagliando la testa ai contadini e soggiogando l’etnia han [maggioritaria in tutto il Paese ndt] mettendo in atto un sistema di discriminazione razziale. Gli sforzi per rovesciare la dinastia mongola degli Yuan a favore dei Song, o quella per abbattere i manciù Qing per riportare al potere i Ming possono essere forse definiti “moti popolari”, sollevazione degli abitanti contro l’invasione e l’occupazione.

Negli scontri militari fra le grandi potenze occidentali e la Cina avvenuti dopo il 1840, anche se la nostra nazione venne costretta a subire una sconfitta dopo l’altra venendo costretta a firmare numerosi trattati di cessione di sovranità a condizioni umilianti, non ci siamo mai ridotti allo stato di“nazione distrutta”. Neppure il governo fantoccio del Manchukuo [nato nel 1931 dopo l’occupazione giapponese della Manciuria, lo “Stato manciù”cercava di presentarsi alla comunità internazionale come il governo legittimo della Cina. Per legittimare questa pretesa, Tokyo decise di formare un altro esecutivo alternativo a quello dei Nazionalisti, con a capo l’Ultimo imperatore Pu Yi ndt] o il regime di Wang Jingwei [altro Stato fantoccio, nato a Nanchino nel marzo del 1940 e chiamato ufficialmente “Repubblica di Cina”. I giapponesi cerca-


i testi del dissenso/2

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Liu Xia potrebbe andare a Oslo il 10/12

La moglie ritirerà il Nobel? di Vincenzo Faccioli Pintozzi a Cina risponde alle critiche internazionali per le violazioni compiute contro i diritti umani dei dissidenti e accusa i governi stranieri di «interferenze nel suo sistema politico attraverso l’assegnazione del premio Nobel per la pace a Liu Xiaobo». Secondo il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Ma Zhaoxu, «i politici di alcuni Paesi stanno usando questo Premio per attaccare la Cina». «Si tratta non solo di mancanza di rispetto verso il sistema giudiziario cinese - ha sottolineato - ma mette anche un grosso punto interrogativo sulle loro vere intenzioni». Pechino ha risposto duramente all’assegnazione del Nobel a Liu: il docente universitario è autore del manifesto Carta ’08, un documento che chiede alle autorità piena democrazia in Cina, unica strada per lo sviluppo del Paese. Per la Cina egli è “un criminale”, e la decisione del Comitato norvegese «è assolutamente contraria ai principi» dello stesso riconoscimento. Nel frattempo, Liu ha chiesto alla moglie Liu Xia di ritirare in sua vece il riconoscimento il prossimo 10 dicembre a Oslo.

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rono in questo caso di minare la legittimità del neonato governo del Generalissimo Chiang Kaishek usando lo stesso nome usato da lui ndt] sono riusciti a soppiantare la neonata e legittima Repubblica di Cina. Tutte le dittature si proclamano patriottiche, ma il patriottismo dittatoriale è soltanto una scusa per infliggere disastri sulla nazione e calamità sul popolo. Allo stesso modo, nella storia moderna e contemporanea del Paese, fra frequenti rovesciamenti interni di potere, soltanto i “regimi familiari”o quelli partitocratici si sono distrutti, non la nazione.

Quando Sun Yat-sen [il Padre della patria cinese e taiwanese, primo presidente della Cina repubblicana e fondatore del Partito nazionalista del Kuomintang, è considerato l’ispiratore e il creatore della prima forma di democrazia cinese ndt] e Yuan Shikai [generale con grande influenza durante l’ultima dinastia, che giocò un ruolo fondamentale per l’abdicazione di Pu Yi. In cambio, venne nominato primo presidente della Repubblica di Cina ndt] hanno scacciato la dinastia Qing, di fatto ha soppiantato un “regime familiare” con un regime partitocratico. In questo caso parliamo dei nazionalisti del Kuomintang. Quando Mao Zedong e il suo Partito comunista hanno sconfitto i nazionali, li hanno

Operai migranti cinesi affollano la stazione della meridionale Guangzhou, in cerca di un lavoro nella ricca provincia del Guangdong. Sopra, ritratti di Kim Il-sung, Stalin e Mao Zedong a Pechino. Nella pagina a fianco, l’ultimo Imperatore Pu Yi

semplicemente rimpiazzati senza coinvolgere in alcun modo la sovranità nazionale della Cina. In altre parole, il Partito è al potere da soli 50 anni, ma la storia cinese si è srotolata senza troppi scossoni per 5mila anni. Il Partito comunista ha rimpiazzato un vecchio regime con uno nuovo, e Mao è il padre di un

Alla caduta del regime ne nasce sempre uno nuovo. I comunisti sono al potere da 50 anni, ma la Cina esiste come entità da cinque millenni nuovo regime, non di una nuova Cina. Il Partito comunista cinese potrebbe forse essere il più grande Partito politico del mondo, ma i suoi 60 milioni di membri sono soltanto una piccola minoranza nei

confronti degli 1,3 miliardi di abitanti. Come possono non vergognarsi, quando dicono di rappresentare il popolo e la nazione. La ragione per cui il Partito si ritiene rappresentante naturale di queste entità non sta nel considerarsi investito di una sorta di diritto divino; vuole soltanto mantenere la dittatura e proteggere i propri interessi occulti.Tutte le dittature si proclamano patriottiche, ma questo patriottismo è soltanto una scusa. Quello del Partito comunista è ancora peggiore, perché sostituisce l’apparato con la nazione. L’essenza di questo patriottismo è semplice: il popolo deve amare il regime, il governo e i suoi dittatori. Il regime usa questo amore per scatenare catastrofi sulla nazione e infliggere calamità al suo popolo, senza bisogno di giustificazioni o scuse per chi soffre o muore in nome di questo amore imposto con la violenza. La popolazione cinese deve amare il Partito. Altrimenti sono guai per tutti quelli che resistono.

«Non mi permettono di uscire di casa, pensate se mi consentono di lasciare il Paese», ha commentato la donna, che di fatto è agli arresti domiciliari da quando è stato annunciato il Premio al marito. La donna ha chiesto al marito di scriverle un discorso per la cerimonia di Oslo, ma «mi ha detto che è rischioso, che non gli permetteranno mai di darmelo». Nel frattempo, però, Liu Xia conferma che gli avvocati del marito intendono chiedere un nuovo processo per il dissidente, che sta scontando in carcere una condanna a 11 anni per “sovversione contro lo Stato”. «Stiamo ancora vedendo cosa si può fare. Se lo faremo, ovviamente la nostra difesa sarà basata su una dichiarazione di non colpevolezza», ha spiegato l’avvocato Shang Baojun. Liu è stato condannato per aver redatto e distribuito Carta ‘08 e una serie composta da 6 articoli in cui descrive l’attuale situazione del Partito e le riforme democratiche necessarie al Paese. Secondo il legale, Liu ha il diritto di richiedere un nuovo processo all’Alta Corte di Pechino. Shang ha anche aggiunto che non esiste “alcun fondamento giuridico”per mantenere ai domiciliari la moglie del dissidente e che non è ancora chiaro se sarà consentito alla donna di incontrare i suoi avvocati. Nel frattempo, la comunità internazionale continua a chiedere giustizia per il dissidente e per la moglie. Secondo l’Ue, quello di Liu Xia è un arresto “illegale”.


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Crisi. Il governo di Atene si difende: «Termini iniqui e interessi enormi» a Grecia sta discutendo un prolungamento del rimborso di un 110 miliardi di euro arrivati dopo l’accordo di salvataggio del Fondo Monetario Internazionale. Lo ha rivelato il ministro delle Finanze, George Papaconstantinou: «È in corso una discussione, non vi è alcuna decisione, ma questo è completamente diverso dalla questione della ristrutturazione del debito greco», ha detto alla greca Skai il ministro. Il Fondo monetario internazionale aveva indirettamente segnalato la possibilità domenica scorsa, dichiarando che i prestiti di salvataggio per la Grecia avrebbero potuto essere allungati o sostituiti in caso i piani di rifinanziamento sul mercato fossero andati male. «La discussione è iniziata perché ognuno vede che per due anni specifici 2014 e il 2015 - lo Stato è costretto improvvisamente a ripagare da 40 a 50 miliardi di euro l’anno per interessi», ha affermato Papaconstantinou, aggiungendo che la Grecia non aveva comunque ufficialmente chiesto una proroga. Il ministro ha anche detto che il deficit di bilancio di quest’anno avrebbe raggiunto circa l’8% del PIL, dal 14 per cento che aveva toccato l’anno scorso. Il deficit pubblico della Grecia è ammontato a 16,234 miliardi di euro nei primi 9 mesi del 2010, in ribasso del 31,1% su un anno fa, in linea con le previsioni governative, secondo le stime provvisorie pubblicate dal ministero greco delle Finanze. Il calo nei 9 mesi è leggermente superiore alle stime del Governo che puntavano su una riduzione del 29%. In tema di entrate l’obiettivo però resta lontano, perché sono salite solo del 3,7% nei 9 mesi contro il +13,7% annuo degli obiettivi, confermando le difficoltà delle autorità greche nella lotta contro le frodi

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La Grecia nicchia sui prestiti del Fmi Si cerca un accordo per prorogare il saldo degli oltre 110 miliardi concessi dal Fondo di Alessandro D’Amato

ammontare di 1,17 miliardi di euro, con un rendimento del 4,54%. La domanda - riferisce l’agenzia Bloomberg - ha superato di 4,22 volte l’offerta. Un risultato che oggi rende più tranquilli gli analisti sul destino del paese mediterraneo: crescono così sempre di più le speranze che la Grecia possa reggere l’urto del piano di rientro e tenere sotto

Le buone notizie vengono però dal deficit di bilancio, che dal 14 per cento del Prodotto interno lordo è sceso all’8 per cento e l’evasione fiscale. Secondo il progetto di bilancio presentato settimana scorsa al Parlamento, il governo socialista punta per il 2010 a una riduzione del deficit al 7,8% del Pil contro un obiettivo di partenza dell’8,1%. Eurostat dovrebbe concludere il 22 ottobre la revisione finale dei deficit degli anni precedenti che dovrebbe, secondo il ministero delle Finanze, far salire a più del 14% il deficit 2009. Nel frattempo ieri la Grecia ha collocato sul mercato titoli di Stato a 26 settimane per un

controllo il proprio debito pubblico. Petros Christodoulou, managing director del debito, ha dichiarato: «C’è stato un netto calo nel rendimento... È stato un risultato molto positivo». Ma per il Paese rimane la regola di non poter emettere bond a 12 mesi fino a quando il rendimento di quelli semestrali non scenderà al di sotto del 4%. Atene è stata anche aiutata dai cinesi: Wen Jiabao, premier del Paese, ha detto all’inizio di questo mese che la Cina era pronta ad acquistare

I sindacati contro la riforma delle pensioni

E la Francia sciopera Il porto di Marsiglia paralizzato, con 85 navi ferme in mare, che bloccano ogni attività. Con 56 le petroliere presenti nella zona del porto, di cui 40 nella rada di Fos-sur-Mer. Altre 29 sono navi mercantili. Il traffico passeggeri è garantito, anche se con alcuni disagi, ha fatto sapere la direzione del porto. Il resto della Francia è completamente bloccato dalla grève contro la riforma delle pensioni di Sarkozy. La direzione nazionale per l’aviazione civile ha già comunicato che circa metà dei voli diretti o provenienti dalla Francia sono stati cancellati. Massiccia adesione allo sciopero anche da parte dei dipendenti delle Ferrovie e dei trasporti cittadini. I lavoratori del comparto del trasporto pubblico e del settore dell’energia dovranno anche espri-

mersi tramite referendum sulla possibilità di incrociare le braccia ad oltranza, fino a quando il governo non ritirerà i provvedimenti più controversi. Nel mirino c’è soprattutto l’intenzione di innalzare l’età pensionabile minima da 60 a 62 anni entro il 2018. A favore dello sciopero anche i dipendenti del settore gas ed energia. E un’altra mobilitazione è prevista per sabato, quando i sindacati torneranno in piazza per dire no alla riforma fortemente voluta dal presidente. Allo sciopero, secondo la Sncf, ha aderito il 40% del personale. La Cgt (una sigla sindacale) parla invece del 53%. Il progetto di legge dovrebbe essere approvato entro due settimane, e porterà al sistema previdenziale risparmi per 70 miliardi di euro.

titoli greci. Significativamente, i bond ellenici sono stati in Europa i migliori risultati nel terzo trimestre. Lo spread con i titoli tedeschi si è ridotto a 701 basis point, il livello più basso dal 22 giugno scorso. Ma gli analisti hanno sottolineato che la Grecia avrebbe difficoltà a prendere in prestito denaro a più lunga scadenza dai mercati, a causa dei premi di grandi dimensioni che avrebbe dovuto essere versato a titolo di incertezza su come il Paese può tornare a crescere e migliorare la riscossione delle entrate.

E ci sono anche persistenti preoccupazioni che la Grecia debba alla fine ristrutturare le proprie obbligazioni, eventualmente estendendo le scadenze delle obbligazioni a breve. Ma sul punto i tedeschi non ci sentono: «La Germania è contraria ad un’estensione del periodo di rimborso degli aiuti erogati alla Grecia, dato che Atene sta procedendo bene con i piani di rifinanziamento», ha detto un portavoce del ministro delle Finanze tedesco. «Alla luce del fatto che i greci stanno ottemperando al programma, e lo stanno facendo molto bene, non c’è motivo per un’estensione del piano di rimborsi», ha affermato il portavoce, che non vuole essere indentificato. E subito dopo è arrivato anche il no dell’Europa: «Non c’e’motivo per considerare questa ipotesi», ha indicato il portavoce del Commissario agli affari economici Olli Rehn. Anzi, «nelle ultime settimane gli investitori hanno una percezione migliore della situazione con gli spread sui titoli pubblici al ribasso». Per Bruxelles «la Grecia sarà in grado di rifinanziarsi sui mercati dal 2012». La Commissione poi ha smentito categoricamente che ci siano delle discussioni o addirittura “negoziati” in corso per un rinvio dei pagamenti, indicando che da parte greca non ci sono state richieste in tal senso. Il prestito sarà versato in diverse tranche quest’anno e nel 2012, Atene dovrebbe cominciare i rimborsi nel 2013 per terminarli nel 2015. Un’apertura invece è arrivata dalla Bce: «Il pacchetto di aiuti garantito dal Fmi alla Grecia potrebbe passare dal breve al lungo termine», ha reso noto il membro del board di Francoforte, Lorenzo Bini Smaghi. A condizione però, ha aggiunto, «se si capisce che il programma a breve termine è sulla strada giusta. C’è qualcosa che ci dice che funziona ma - ha aggiunto - ancora non è stato deciso nulla».


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Dentro (per due anni) anche Germania, Colombia e Sudafrica

Attese e timori per l’incontro, nel sud, con gli Hezbollah

Onu, rinnovo al Consiglio di Sicurezza: entra l’India

Ahmadinejad, al via la prima visita di Stato in Libano

NEW YORK. L’Assemblea generale dell’Onu ha eletto Colombia, Germania, India e Sudafrica come membri non permanenti del Consiglio di sicurezza per il biennio 2011-2012. Per il quinto seggio sono andati al ballottaggio Canada e Portogallo. Lo ha oggi deciso l’Assemblea con un voto che non ha ancora sciolto il nodo per la quinta poltrona in palio, contesa tra Oporto e Wellington: entrambi molto competitivi, fanno parte del gruppo occidentale che ha diritto a due seggi. Il Consiglio di Sicurezza è composto da quindici Paesi. Cinque hanno un seggio permanente e potere di veto (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina). Gli altri dieci Paesi, che non hanno potere di veto, vengono eletti per due anni. India, Germania, Brasile e Giappone (oltre al Sudafrica) puntano ad ottenere un seggio permanente nel Consiglio e fanno parte del cosiddetto gruppo G4. Lo scopo, oltre a quello di vedersi riconosciuti come potenze mondiali, è quello di poter porre un freno allo strapotere dei membri permanenti che di fatto, ad oggi, muovono la diplomazia delle Nazioni Unite. Alle loro ambizioni si oppone in particolare il gruppo “Uniting for Consensus”, di cui fa parte l’Italia, che punta invece a seggi regionali definiti da alcuni esperti “semi-permanenti”, con mandati lunghi e rinnovabili. In questo modo, sostengono i membri del gruppo, si potrebbero elaborare strategie a lungo termine senza consegnare le chiavi del Palazzo di vetro a un numero limitato di nazioni. Il Consiglio di sicurezza verrà chiamato molto presto a esprimersi nuovamente su almeno due questioni spinose: il nucleare iraniano e quello della Corea del Nord. Entrambe le nazioni hanno subito sanzioni da parte della comunità internazionale, inefficaci. Teheran ha acceso in agosto il suo primo reattore, Pyongyang ha annunciato nuovi test.

BEIRUT. Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad sta per irrompere nelle tumultuose divisioni politiche in Libano, con una visita questa settimana destinata a mettere in risalto la potenza di Hezbollah, organizzazione militante filosciita. Una missione che ha messo sulla difensiva le fazioni in seno al governo appoggiate dall’occidente. Centinaia di poster di Ahmadinejad e bandiere iraniane sono apparsi a Beirut e nel sud del Libano, feudo di Hezbollah, in sostegno del leader iraniano, atteso oggi per la prima visita di Stato nel Paese. Ahmadinejad incontrerà il presidente del Libano e il primo ministro filo-occidentale, ma i problemi emergeranno con

La Merkel in campo nell’affaire Sakineh Berlino tratta la liberazione dei due giornalisti arrestati di Pierre Chiartano erlino sempre più preoccupata per la sorte di due giornalisti scomparsi in Iran. E teheran ha confermato l’arresto di due cittadini tedeschi, fermati lunedì mentre intervistavano uno dei figli di Sakineh, la donna condannata alla lapidazione per la cui liberazione si è mossa da tempo la comunità internazionale. Ramin Mehmanparast, portavoce del ministro degli Esteri, ha detto che i due uomini sono stati fermati prima di entrare in casa dell’uomo, Sajjad Ghaderzadeh, anch’egli arrestato, così come l’avvocato, Houtan Kian. Per le associazioni che si battono per Sakineh MOahmaddi Ashtiani, invece, la polizia avrebbe fatto irruzione in casa, durante l’intervista. È la prima volta che l’Iran conferma ufficialmente la nazionalità dei due stranieri fermati. Un trattamento “di riguardo” verso un Paese che da qualche anno è uno dei migliori partner commerciali del regime sciita, soprattutto attraverso il porto franco di Dubai. Per Mehmanparast, non è chiaro se i tedeschi «siano giornalisti»; di sicuro, ha detto, sono legati a gruppi anti-governativi che operano all’estero. Ieri, le autorità avevano detto che due stranieri entrati con un visto turistico erano stati arrestati e che non erano in possesso di documenti per provare la loro professione. Dal fronte europeo si è mosso subito il cancelliere tedesco Angela Merkel. Il premier auspica una pronta liberazione dei due giornalisti tedeschi arrestati in Iran mentre svolgevano il loro lavoro cercando di ottenere un’intervista che decisamente sarebbe stato uno scoop. In visita in Romania, Merkel ha confermato il «suo forte interessamento» al dossier. «Nutriamo grande interesse per la liberazione dei due cittadini tedeschi» ha dichiarato la Merkel, rispondendo a una domanda della stampa nel corso di una conferenza stampa. «Il ministero degli Esteri sta facendo il possibile per raccogliere informazioni» a loro riguardo, ha aggiunto il cancelliere. Il caso della Sakineh, la donna iraniana condannata a morte per adulterio e

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omicidio del marito, è molto complesso. Il ministero degli Esteri tedesco cerca, per via diplomatica, di ridimensionare la vicenda, dai contorni politici delicati, un compito non facile date le complicate relazioni con Teheran a proposito del dossier nucleare iraniano. Al momento non è ancora chiaro – scriveva ieri il sito online del settimanale Spiegel – chi siano i due reporter arrestati. Diverse fonti concordano sul fatto che i due facciano parte del gruppo editoriale Springer e lavorassero per la Bild am Sonntag, informazione non confermata dai gruppi interessati. Anche il ministero degli Esteri tedesco non vuole rendere nota l’identità dei due giornalisti, né far sapere per chi lavorassero.

L’Ordine dei giornalisti ha confermato che si tratta di due giornalisti tedeschi e ha chiesto alle autorità iraniane il loro immediato rilascio. Le prime notizie sull’arresto dei due reporter è arrivato per tramite di Mina Ahadi, attivista iraniana, cofondatrice dell’organizzazione umanitaria, con sede in Germania, Contro la la lapidazione. Iniziativa che si sta battendo per il caso Ashtiani. È lei che avrebbe organizzato l’incontro tra i due reporter e l’avvocato di Sakineh. Una volta che i due si sono incontrati con il legale la Ahadi faceva da interprete via telefono dalla Germania. Avrebbe quindi asiistito in diretta telefonica all’intervento delle forze di sicurezza del regime sciita in casa dell’avvocato di Sakineh. L’intervista si sarebbe dunque interrotta dopo quattro o cinque domande, con uno dei due giornalisti che improvvisamente avrebbe gridato «che sta succedendo». Questo secondo il racconto fatto allo Spiegel, dall’attivista iraniana. Inizialmente una task force del ministero degli Esteri tedesco ha lavorato dietro le quinte per la trattativa. Poi quando Teheran ha reso pubblico l’arresto si sono aperti i canali ufficiali. I due sarebbero detenuti nel carcere di Tabriz, dove è internata anche Sakineh.

L’irruzione della polizia iraniana nello studio del legale della Ashtiani ascoltata in diretta dalla Germania

l’accoglienza che gli riserverà Hezbollah. L’Iran ha saldissimi rapporti con l’organizzazione filosciita, che in Libano rappresenta una sorta di “Stato nello Stato”. Alcuni politici filo occidentali e rappresentanti della società civile libanese hanno diffuso ieri una lettera aperta ad Ahmadinejad chiedendogli di interrompere le sue ingerenze negli affari interni del Paese dei Cedri. A firmare il documento sono state 250 persone, tra cui ex deputati della maggioranza parlamentare pro occidentale, medici, insegnanti e giornalisti. Alla vigilia della prima visita di tre giorni che Ahmadinejad terrà in Libano dalla sua elezione nel 2006, a essere contestato e’ il sostegno offerto da Teheran al movimento sciita di Hezbollah.

«C’è un gruppo in Libano che trae potere da voi e lo ha esercitato su un altro gruppo e sullo Stato», si legge nel testo riferendosi al sostegno militare e finanziario iraniano verso Hezbollah. Il movimento sciita è l’unico partito libanese che si è rifiutato di consegnare le armi dopo la guerra civile del 19751990, sostenendo che queste erano necessarie per difendere il Paese contro l’aggressione di Israele e a difesa dei confini.


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Riscoperte. La storia segreta de “Il segno di Venere”, film del ’55 che contiene tutti gli stilemi tipici del cinema italiano del Dopoguerra

Antipasto all’italiana Rivista, neorealismo e radiodramma: così Dino Risi firmò la nascita di un genere di Orio Caldiron e si vuole conoscere meglio il cinema di Dino Risi, regista facile ma misterioso, oltre a vedere i grandi capolavori si può risalire a uno dei più bei film degli inizi in cui il passato neorealista e il repertorio comico viaggiano verso il grottesco. Si continua a parlare moltissimo, ora che non c’è più, della commedia all’italiana, come se fosse un modello inossidabile e permanente, che i comici di oggi potrebbero praticare anche senza volerlo, come rispondendo a una vocazione irresistibile. È un grosso equivoco che misconosce i tratti distintivi di un genere estremamente caratterizzato e si accompagna alla confusione tra comicità e commedia, che non sono per niente la stessa cosa.

Il primo spunto risale a Franca Valeri che abbozza l’ironica storia di due sorelle alla ricerca della propria identità sentimentale

I capolavori dei maestri della commedia all’italiana, da Risi a Monicelli, per fortuna sono riproposti sempre più frequentemente in dvd e ci possono aiutare a far luce sul problema che è di attualità soprattutto dopo la retrospettiva veneziana sulla situazione comica, con relative polemiche a seguire. Senza riparlare ancora una volta dei titoli più clamorosi, da I soliti ignoti a Il sorpasso, ci chie-

sceneggiatura. Il primo spunto risale a Franca Valeri che abbozza con tagliente ironia la storia di due sorelle, una bella e una brutta, alla ricerca della propria identità sentimentale, oroscopi permettendo. Il film dovrebbe dirigerlo Luigi Comencini che spera di sottrarsi alla serialità coatta dei Pane, amore e fantasia con una commedia intimista, imperniata sul

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comincerà a decollare entro qualche anno. Ripensare oggi a Il segno di Venere è un modo per entrare nel laboratorio di un genere, anzi di un megagenere in fieri, in cui non si sa ancora dove finiscono le battute dei fucinatori d’ilarità e le ambizioni della satira più crudele. Com’è nato, dunque, Il segno di Venere? È una bella domanda a cui è difficile rispondere anche soltanto a partire dalla stessa

rio, l’asse del film si sta completamente spostando sulla coppia Loren-De Sica, Comencini abbandona il progetto.

Secondo Risi, che a questo punto gli succede, il film «è nato un po’ disordinatamente, con una sceneggiatura faticata a cui abbiamo partecipato un po’ tutti. C’era Flaiano, c’era Franca Valeri che ha messo del suo, Zavattini che faceva delle lunghe sedute parlandosi addosso. Sempre bravissimo, simpatico, ma era un modo curioso di sceneggiare il suo». Mentre Comencini diffida dell’invadenza di Goffredo Lombardo, Risi condivide il modello produttivo della Titanus, che privilegia le scelte del cast, in cui entrano a far parte, oltre a De Sica, Alberto Sordi, Peppino De Filippo, Tina Pica, Virgilio Riento, Maurizio Arena, Raf Vallone, Lina Gennari: «Quella del cast è un’operazione che allora la Titanus faceva spesso e volentieri; il cast alla Grand Hôtel, il meglio del cinema italiano in quel momento. La Titanus era una società di natura un po’ americana. Lombardo era l’unico in fondo che faceva il cinema come si faceva a Hollywood, nel piccolo, naturalmente, delle possibilità italia-

Sopra, Dino Risi. Nei fotogrammi: Vittorio De Sica, Sofia Loren, Franca Valeri, Tina Pica e Alberto Sordi. A fianco, il manifesto del «Segno di Venere»

diamo questa volta com’è nato Il segno di Venere, un film del ’55 realizzato subito prima della serie dei Poveri ma belli, quando la commedia all’italiana è ancora in formazione, uno straordinario work in progress dalle stratificate ascendenze. Una vita difficile, Il sorpasso, Il gaucho sono ancora lontani. Ma i film degli inizi lavorano già alla formula vincente che

personaggio Valeri e il suo retrogusto acidulo, decisamente in controtendenza. Secondo l’attrice, la scelta di Sophia Loren, per il ruolo di una delle protagoniste, scatena un terremoto: «Naturalmente, siamo diventate per forza cugine, perché era difficile che fossimo sorelle, lei così napoletana e io così milanese». Quando si accorge che, con l’arrivo di Vitto-

ne». Il paradosso dello studio system all’italiana è che, dopo le prime riunioni, gli sceneggiatori non s’incontrano più e ognuno lavora per conto suo. Franca Valeri – secondo la pratica consolidata nell’attività teatrale e radiofonica, oltre che nelle esperienze cinematografiche di poco precedenti – s’impegna soprattutto nella scrittura della sua parte. Edoardo An-

ton, il versatile giornalista che viene anche lui dal teatro e dalla radio, si occupa della definizione degli altri personaggi.

Ma prima o dopo la fase Flaiano? Prima, perché avrebbe integrato, sin dal soggetto, il lavoro di Franca Valeri. E anche dopo, perché con Dino Risi contribuirà probabilmente alla stesura definitiva. Senza contare che

un attore come Sordi rielabora sempre i propri personaggi e all’epoca ha già alle spalle uno sceneggiatore di fiducia come Rodolfo Sonego. Qualcuno aggiunge ai titoli di testa ufficiali anche Ettore Maria Margadonna. Qualcun altro Age e Scarpelli. Ma, almeno per questa volta, non c’entrano nulla. Quanto alla partecipazione di Cesare Zavattini, voluta da


spettacoli Lombardo soprattutto per il prestigio di un marchio di fabbrica che da solo “fa neorealismo”, non deve essere andata oltre qualche suggerimento se in una lettera del 19 novembre 1954 lo scrittore emiliano scrive a Girosi: «Non tema, non ho intenzione di riaccendere polemiche [ma allora c’erano state,

magari nella fase iniziale], tanto più che avrete fatto benissimo e spero non avrete giudicato tutto col pollice verso il frutto delle lunghe sedute che facemmo». Ancora più esplicita la lettera, del 30 novembre allo stesso Lombardo, in cui Za minimizza, respingendo al mittente i ringraziamenti del patron della Titanus: «Circa Il segno di Venere io ho fatto ben

Due cofanetti omaggiano i titoli del maestro

La carica dei mostri in dvd Dino Risi tra i maestri della commedia all’italiana è supergettonato in dvd con un cofanetto della 01 Distribuzione Video, euro 37,99, e uno della Cecchi Gori, euro 38,60. Il grande regista ha firmato uno dei capitoli più amari e irresistibili del cinema italiano, un universo di mostri, in cui siamo costretti a riconoscere almeno in parte i contrassegni della nostra fantasmatica identità collettiva, un pozzo senza fondo per i sociologi del futuro. Nonostante sembri semplice, diretto, “facile”, quello di Dino Risi è un mondo misterioso, una complessa alchimia che si può cercare di approfondire non solo veden-

do e rivedendo i capolavori degli anni sessanta, da Una vita difficile (1961) a Il sorpasso (1962) o Il gaucho (1964), ma anche ripercorrendo uno dei film più interessanti degli inizi come Il segno di Venere (1955), disponibile in dvd nel catalogo della 01 Distribuzione Video, euro18,00. Un’occasione per capire meglio come nasce un grande autore che porta all’estremo le aspirazioni dal vero della passata stagione neorealista, intrecciandole con le contraddizioni del cinema comico in crisi, mentre sempre più si delineano le ambizioni dell’affondo satirico e della deformazione grottesca.

poco. Mi pare solo di aver contribuito a amalgamare meglio la prima con la seconda parte; se il copione ha dei meriti sono tutti di Flaiano e della Valeri».

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in fermento dei fucinatori d’ilarità. Non esita a impadronirsi anche delle nuove forme di teatro da camera, dove esplodono i caustici monologhi con cui si fa conoscere Franca Valeri, implacabile nel cogliere gli umori e i tic di un’affollata galleria di signorine snob, che nei manierismi alla moda esorcizzano l’incombente spauracchio dello zitellaggio. Nell’ardua impresa di far ridere, sembra deciso a non scegliere, tesaurizzando i contributi più diversi, quelli sofisticati della satira ma anche quelli beceri del teatro dialettale, che riesce ogni sera a rinnovare i fasti chiassosi della farsa.

Nel passaggio dalla sceneggiatura al film, scompaiono completamente Ninetto, il bambino che Agnese ha avuto un paio d’anni prima da una marinaio sposato, e la zia Nicolina che lo tiene a balia a Salerno senza che la famiglia Tirabassi ne sappia nulla. Scomparso il pupo, che aveva suscitato la reazione traumatica del padre («Che vergogna! Tutta una vita onorata e adesso anche il figlio della colpa») e la lungimirante rassegnazione della madre («Io, se ti devo dire la verità, quasi sono contenta! Tanto, quella, il guaio, sentivo che me lo combinava. Adesso non ci penso più»), il “guaio” resta ma viene spostato al presente e attribuito al pompiere Bolognini. L’errore giovanile che improvvi-

Se l’obiettivo è la commedia, con la razionalizzazione che comporta, si tratta di guadagnare la prospettiva più ampia e organica della visione d’insieme, di fare insomma il salto di qualità, senza perdere di vista la forza irresistibile del frammento, la sua capacità di

samente si materializza e gira per casa avrebbe esposto i fragili meccanismi della vicenda alle intemperanze strappalacrime del melodramma. Cancellata la componente feuillettonistica, il bambino in arrivo rientra nel mito della primavera tipico della commedia, mentre la faccia onesta di Raf Vallone farà il resto. Non è esagerato vedere nelle vicende della sceneggiatura di Il segno di Venere – che per molti versi rimanda a tanti altri film dell’epoca, da Un americano a Roma a Piccola posta, da Padri e figli… a Il medico e lo stregone, da Peccato che sia una canaglia a La fortuna di essere donna – qualcosa di simile al romanzo di formazione della commedia all’italiana. Un romanzo ingarbugliato e contraddittorio all’insegna del disordine. Ma, «come succede spesso nel cinema, dal disordine nasce una specie di ordine», dice Risi. Il segreto del film sta tutto qui, nel percorso dal «disordine» all’«ordine», a «una specie di ordine». Sta nel passaggio dal cinema comico che non c’è più alla commedia all’italiana che non c’è ancora. Il film comico – anarchico, frammentario, trasgressivo – accoglie per primo la sfida del varietà e dell’avanspettacolo, dai quali attinge sketch e battute per affidarle al vivaio sempre

folgorazione. Senza buttare a mare il prelievo sul reale del neorealismo, pur assicurandosi l’attitudine ampiamente comunicativa della commedia. Senza rinunciare all’attore solista, stella polare dello schermo comico, ma trovandogli il posto più adatto nello schieramento delle coralità, dove la folla dei caratteristi dà man forte al mattatore. Singolare crocevia del cinema italiano, Il segno di Venere s’imbatte nelle immagini archetipiche di un’epoca, strizza l’occhio all’assalto agli autobus di Ladri di biciclette, al rito della mano morta di Peccato che sia una canaglia, al party esistenzialista di Totò a colori, all’elogio della fotografia di La fortuna di essere donna, alla dettatura della lettera di Miseria e nobiltà, agli appuntamenti a Piazza Esedra di Risate di gioia, al rendezvous in questura di Piccola posta, ai giochi di coppia di Poveri ma belli, alla Casa del Passeggero che, dopo Risi, anche Fellini ricostruirà in studio per Intervista. Il fascino di Il segno di Venere sta nella sua capacità di mischiare le carte, di svariare continuamente dal sapore neorealista al cicaleccio dialettale, dalle esibizioni degli interpreti ai soprassalti della vicenda. È una sorta di prova generale, di cantiere aperto. Il passaggio dal comico alla com-

media non è ancora avvenuto, è un processo in corso: l’ordine non ha eliminato il disordine ma ne conserva ancora l’estrosa esuberanza, le tensioni irrisolte, le contraddizioni feconde. Nella struttura a blocchi, si avverte il sapore divisionista del varietà, con i siparietti, l’andare a ruota libera, gli insistiti tormentoni, le brusche sterzate della farsa, le gloriose impennate del guittismo più sfrenato. Il sottotesto del film punta sull’asimmetria della coppia Valeri-Loren (in cui si intravedono le silhouettes maliziose e trasgressive di Stanlio e Ollio), ma il punto di coagulo sembra essere la spregiudicata cattiveria di Risi, il suo sguardo refrattario, l’esibita mancanza di pietas. Si sintonizza sul costume che cambia, in bilico tra vieto tradizionalismo e incipiente modernizzazione, un occhio alle ossessioni maschiliste della tribù italica e l’altro alle contraddizioni della irrequietezza femminile, in un gio-

co di scena e fuori scena, tra rimozione e svelamento, che sarà di lì a poco il riconoscibile contrassegno delle sue commedie amare. Sempre attento ai segnali della presse du coeur, dai rotocalchi ai fotoromanzi, alle canzoni in voga e ai tenori di ieri, alla radio che sta per essere soppiantate dalla tv. Se il 1954 è l’anno zero della televisione italiana, il cinema comico aveva da tempo firmato un accordo di reciprocità con la radio, il medium più popolare del periodo. Le sussiegose signorine di Franca Valeri, prima di passare al cinema e alla tv avevano debuttato alla radio. Edoardo Anton si divideva, o si moltiplicava, tra giornalismo e teatro, ma da tempo immemorabile era attivo soprattutto alla radio. Alessio Spano, il poeta cialtrone di Il canto dell’allodola, non esita a accompagnare il direttore della Rai in una trasferta a Ladispoli tanto peregrina quanto immaginaria.

Se alziamo l’audio e spegniamo il video, Il segno di Venere non è più un film ma un programma radiofonico. Commedia? Radiogramma? Varietà? Nelle strategie mediologiche dei lavori in corso, una specie di Frankenstein che, con gli apporti più diversi, sta dando vita a un nuovo genere.


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cultura

L’analisi. Nello studio di Manica “Se un romanziere non racconta storie”, gli aspetti più profondi e meno conosciuti dello scrittore di Voghera

L’Arbasino che non t’aspetti di Alessandro Marongiu

In basso, un’immagine dello scrittore Alberto Arbasino. Qui sotto, la copertina dei suoi “Romanzi e racconti” (Mondadori, 2009). A fianco, un disegno di Michelangelo Pace

oco meno di un secolo fa, Umberto Saba si interrogava su “Quel che resta da fare ai poeti”(la poesia onesta, avrebbe risposto lui; “E lasciatemi divertire”, avrebbe risposto altri: ma questa, come si suol dire, è un’altra storia): oggi, mutatis mutandis, Raffaele Manica si interroga su quel che resta da fare a lui, critico letterario, e ai suoi colleghi, quando ci si trova ad affrontare l’opera di un autore su cui molto, moltissimo è già stato scritto, specie poi quando di quell’opera si deve dar conto in forma di saggio. Non è domanda oziosa, di quelle che i critici dei critici (in genere si tratta di narratori, a sentir loro, grandi quanto incredibilmente incompresi) prendono ad esempio per dire che questi ultimi fanno casta e si parlano addosso: è, invece, la questione assolutamente concreta che Manica pone in apertura di Se un romanziere non racconta storie, lo scritto che accompagna il primo volume dei Romanzi e racconti di Alberto Arbasino (uscito nel 2009 nei Meridiani Mondadori; il secondo è stato pubblicato quest’anno) con il quale ha appena vinto il Premio De Sanctis nella sezione dedicata ai saggi brevi - Premio su cui torneremo più avanti. «Allora», si e ci risponde Manica, «pur partendo da lì», e cioè da tutta la vasta bibliografia precedente, «piuttosto si cercherà qualcosa in quanto Arbasino non ha detto o che, per sottinteso o allusione, ha detto con l’aria di chi parla d’altro: si seguiranno grandi strade che sembrano portar lontano: e invece no; e viottoli laterali, non troppo esplorati e ben nascosti, ma che probabilmente condurranno a una radura, chissà, adesso, se assolata o se buia».

P

Quella del viaggio - si parte, si seguono strade, e poi viottoli, e si arriva infine, forse - è metafora che valica il piano puramente retorico, quello di chi vuole semplicemente affiancare l’idea del movimento fisico nel tempo e nello spazio a quello intellettuale tra le righe dell’autore che si va a indagare: è, semmai, un

modo per osservare «le scoperte e i cambiamenti di rotta, le accelerazioni, le soste» dell’opera di Alberto Arbasino, ma soprattutto è una metafora consustanziale a questa stessa opera, nella quale fin da subito (siamo appena all’altezza della sua terza pubblicazione, Parigi o cara del 1960, che segue Le piccole vacanze del 1957 e L’Anonimo Lombardo del 1959) «Il viaggio è un invito a muovere le idee della tradizione italiana, mai rinnegata se non nei suoi aspetti più spenti (...). Si tratta per il momento di uno spunto individuale (...)», però «destinato solo tre anni dopo a diventare quasi un manifesto generazionale

no inscindibilmente legati: «Il passaggio di testi da un’opera all’altra (...) è previsto e realizzato, e non solo la natura dei testi muta per diversa disposizione o nuova utilizzazione, ma ogni testo è considerato materiale il cui riuso ne muta profondamente la funzione. È per questo che il percorso narrativo di Arbasino va visto in rapporto con le pagine saggistiche: mancando l’uno o l’altro dei riferimenti avremmo, in quanto lettori, un mondo presentato in una sola metà». Il secondo nodo è, inevitabilmente, quello della riscrittura delle opere: che è una maniera di lottare contro la fugacità del tempo che usualmente un libro riesce a

Il lavoro del critico, che la scorsa settimana ha vinto il Premio De Sanctis nella sezione dedicata ai saggi brevi, accompagna il primo volume dei “Romanzi e racconti” del 2009 (anzi un invito: alla famosa “Gita a Chiasso”)». Del resto, se in assoluto si assume per vero che, «mentre dà forma al viaggio, lo scrivere di viaggio dà anche forma alla vita. E dunque lo scrivere di viaggio può diventare un contributo autobiografico», ciò sarà ancora più vero per Arbasino, per il quale l’esperienza personale diventa parola scritta quasi in tempo reale rispetto al momento in cui la vive: «Ciò che in ogni altro caso chiameremmo “traccia memoriale” in Arbasino è già traccia di scrittura». Si dirà: questo va bene per la sua saggistica, per quel «materiale generoso fino all’esubero» che sin dagli anni Cinquanta ha testimoniato di luoghi esplorati e cose viste e lette: ma la narrativa? È qui che Manica scioglie uno dei nodi principali della sua indagine su Arbasino, mostrando come i due ambiti sia-

strappare a noi lettori, ma anche una necessità di aggiornamento che nasce dal mutare dei contesti e degli stili e, da ultimo, testimonianza di come non ci sia «un solo momento in cui l’intellettuale non abbia accompagnato lo scrittore». Ora, va detto che a prescindere dal tema con cui si confronta, leggere Manica si rivela sempre un grande piacere, e per quello che dice, e per come lo dice: su quest’ultima considerazione vale la pena fermarsi per via di quell’impressione, che di volta in volta il direttore di Nuovi Argomenti riesce a generare, che tratti la lingua italiana con la stessa cura e la stessa attenzione estreme con cui è solito sfogliare le pagine dei suoi amati libri d’arte. Niente di più probabile che anche una valutazione di questo tipo, unitamente al fatto che «la sua analisi restituisce

non solo la storia della formazione e delle invenzioni di un grande scrittore del Novecento, ma anche il significato di un esperimento letterario del tutto estraneo alle logiche del realismo», come si legge nelle motivazioni, abbia portato la Giuria del Premio De Sanctis, presieduta da Giorgio Ficara, ad assegnargli il Premio per il saggio breve per questa seconda edizione.

Edizione la cui cerimonia conclusiva si è tenuta la scorsa settimana a Roma a Villa Doria Pamphili con la moderazione di Alain Elkann, e che ha attribuito gli altri riconoscimenti a Piero Boitani per Il Vangelo secondo Shakespeare (Il Mulino, Premio Presidenza del Consiglio dei Ministri per il Teatro), a Gian Luigi Beccaria per Misticanze (Garzanti, Premio De Sanctis per la Linguistica), e Stefano Agosti per Il romanzo francese dell’Ottocento (Premio De Sanctis per la Critica Letteraria), anch’esso pubblicato da Il Mulino. Durante la serata, il presidente della Fondazione, Francesco De Sanctis jr, ha presentato la terza edizione del ciclo di letture intitolate “L’eredità di Francesco De Sanctis”, iniziato il 9 ottobre in alcune prestigiose Ambasciate italiane: quella d’Italia a Washington con la lettura del canto V dell’Inferno di Dante da parte di Anna Galiena; Laura Morante leggerà poi Leopardi a Parigi, e infine Anna Bonaiuto presterà la voce a Ungaretti a Il Cairo.


spettacoli

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i dice spesso che le cose migliori succedano per caso. Se si parla d’amore, come d’occasioni lavorative o di progetti di vita il ritornello è sempre lo stesso: «Le cose ti succedono quando meno te lo aspetti!». Ma può essere così anche per un disco? A quanto pare sì. E il risultato è Beautiful, il superlativo che dà il nome al nuovo progetto dei Marlene Kunz nato a seguito di un incontro casuale tra il gruppo experimental rock cuneese, Gianni Maroccolo e Howie B. Simpatia reciproca, passione per una musica innovativa e la voglia di esplorare nuovi territori ha innescato quella bomba a orologeria che è esplosa con questa collaborazione così inedita. Il disco, uscito a settembre, è stato anticipato dal lancio del singolo e del video di In Your Eyes.

S

Ma prima di parlare dell’album è necessario parlare dei suoi autori. I Marlene nascono nel 1987 per iniziativa del batterista Luca Bergia e del chitarrista Riccardo Tesio che iniziano a provare regolarmente con vari musicisti. A questo nucleo originario si aggiungono il bassista Franco Ballatore e il chitarrista Riccardo Godano reduce dai Jack on Fire!, il gruppo locale dal quale arriva anche Alex Astegiano che diventa la voce dei Marlene Kuntz. Originale la scelta del nome della band che viene proposto da Alex in onore della Dietrich. La seconda parte arriva da Cristiano a cui capita di ascoltare un pezzo dei Butthole Surfers “Kuntz”. Dopo il primi tre album della band esce Che cosa vedi, che è il primo disco non prodotto da Marco Lega ma da una coproduzione tra i Marlene Kuntz e Gianni Maroccolo, dalla quale nasce un brano unico come La canzone che scrivo per te cantato con Skin. Per il mercato europeo esce subito dopo l’album Spore contenente brani da tutte le pubblicazioni precedenti riproposte in versioni inedite. Per il quinto album Senza peso i Marlene Kuntz si spostano a Berlino, lavorando con il produttore Rob Ellis. Durante questo tour partecipano al concerto del Primo Maggio a Roma dove incontrano Nick Cave, uno dei loro ispiratori. Il 14 settembre 2007 esce il settimo album Uno, opera che lascia trasparire la volontà di proseguire verso sonorità morbide più vicine alla canzone classica italiana. Nel tour seguente, l’Uno live in love tour, si uniscono ai Marlene il bassista Luca Saporiti e il polistrumentista Davide Arneodo. Questo tour con 115 date risulterà essere il tour più lungo dai tempi de Il vile. Nel 2010 i Marlene Kuntz si impegnano in un nuovo progetto, i Beautiful, al quale partecipa tutta la formazione con l’aggiunta di Maroccolo e

Musica. I Marlene Kuntz si uniscono a Maroccolo e Howie B: nascono i Beautiful

Il rock? Questione di affinità elettive di Matteo Poddi Howie B. La nuova band, in cui Cristiano Godano canta in lingua inglese, si è già esibita in numerosi live, ha partecipato al Concerto del Primo Maggio e ha registrato il primo album, in attesa di pubblicazione. Passiamo al secondo componente del trio: Gianni Maroccolo. Bassista e membro fondatore dei Litfiba e produttore nasce a Manciano nel 1960 e diventa musicista, sessionman e produttore di numerose pietre miliari della musica italiana degli ultimi trent’anni. Anche la sua carrie-

ra, in un certo senso, è una fortunata serie di casualità. Nel 1980, ad esempio, per un singolare scambio di persona Gianni viene a sapere che nell’ambiente dell’underground fiorentino un certo Federico era alla ricerca di un bassista per formare una nuova band. Decide di agire: prende il numero di telefono e chiama convinto di parlare con Federico Fiumani dei Diaframma ma in realtà ha appena fatto conoscenza con Federico Renzulli, meglio noto come “Ghigo”, un chitarrista da

In alto, uno scatto dei Marlene Kuntz al completo. Qui sopra, il cantante del gruppo cuneese, Cristiano Godano. A destra, il bassista e fondatore dei Litfiba, Gianni Maroccolo

Un’inedita (e inaspettata) collaborazione nata dalla comune volontà di avventurarsi in territori inesplorati poco fuoriuscito dai Cafè Caracas, gruppo nel quale suonava insieme a Raffaele Riefoli ovvero Raf. Con i Litfiba Maroccolo firma i dischi fondamentali della new wave italiana. Per questo quando la band decide di proseguire il suo percorso senza di lui Maroccolo rilascia dichiarazioni forti. Nel 1990 lo troviamo emigrato, insieme a Francesco Magnelli, Giorgio Canali e Ringo de Palma, nei CCCP Fedeli alla linea con i quali incide Epica Etica Etnica Pathos, splendido epitaffio del gruppo. Nel frattempo ha iniziato anche una carriera parallela di produttore

discografico. Nel 1992 Maroccolo conosce e in seguito lancia i Marlene Kuntz oramai rassegnati allo scioglimento dopo anni di tentativi di emergere andati a vuoto, producendo Catartica, disco di esordio del gruppo. Produrrà anche gli album successivi del gruppo cuneese. Il suo modo di suonare il basso elettrico è molto originale e si caratterizza per l’uso sia dell’arpeggio sia degli accordi, suonati sulle quattro corde con il plettro, come se il basso fosse una chitarra, uno stile che Ghigio Renzulli, suo ex compagno nei Litfiba, criticò, accusandolo di suonare il basso «come un chitarrista mancato». Oltre allo stile nell’utilizzo dello strumento, anche il suono del basso di Maroccolo è caratteristico e riconoscibile: sovente sporco e metallico, è anche ricco di effetti delay. L’uso del distorsore in moltissimi brani a ricamare parti melodiche e rumorose al contempo, è un’altra caratteristica preminente del basso di Maroccolo. Last but not least Howie B. Popolare dj residente a Londra ha iniziato a produrre nel proprio studio all’inizio degli anni Novanta. All’inizio collabora con Soul II Soul e Massive Attack specializzandosi nella fusione tra soul, hiphop, house, jazz a funk. La sua label si chiama Pussyfoot ed è attiva dal 1994. Lunga anche la lista delle sue collaborazioni beat come Dj Shadow, U.N.K.L.E., Portished e Coldcut. Peer quanto riguarda la scena italiana Howie B ha collaborato con i Casino Royale che avevano lavorato, proprio come lui, con gli U2.

Questa la genesi della nuova band che ha annunciato anche una serie di live per i mesi di novembre e di dicembre. Il tutto con uno sguardo alla scena musicale internazionale. Le canzoni sono cantate in lingua inglese perché la volontà dei Beautiful è quella di farsi conoscere da un pubblico più vasto. La musica dei Beautiful è un mix fra l’elettronica del Dj e produttore scozzese Howie B, delle chitarre dei Marlene Kuntz (Tesio e Godano), e delle ritmiche di Gianni Maroccolo e di Luca Bergia. Queste sono le prossime date dei concerti live dei Beautiful per il Tour 2010 di novembre e dicembre. Strumenti in libertà, amplificatori sempre accesi e registratori pronti a catturare ogni nota. Contrariamente a quanto succede in genere in questi casi alle vaghe promesse del classico “facciamo qualcosa un giorno insieme” hanno fatto seguito la volontà e la fattività concrete, convogliate nella prima sessione di registrazione di musiche nel giugno 2009. Dalle parole ai fatti. Una volta tanto anche in Italia.


o p i n i o n ic o m m e n t il e t t e r ep r o t e s t eg i u d i z ip r o p o s t es u g g e r i m e n t ib l o g L’IMMAGINE

Lasciamo fuori la Chiesa dalla rissa. I politici cattolici facciano la loro parte I cattolici in politica si impegnino per fare la loro parte. Non trasciniamo la Chiesa ed i parroci nella bagarre politica. Occorre avere il massimo rispetto per quella parte della Chiesa che solo in apparenza a volte resta in silenzio, sta alla responsabilità degli eletti di prendere posizione su alcune questioni etiche. È troppo facile scaricare le responsabilità sulla Chiesa o parte di essa. La politica deve fare il suo ruolo e lasciare alla Chiesa quello di guida spirituale, che proprio perché tale non può schierarsi con questa o quella parte politica. Sono i cattolici in politica che devono impegnarsi affinché non prevalgano alcune idee o proposte su temi di particolare sensibilità etica. Per quanto riguarda i consultori, insieme al Forum delle Famiglie da tempo ci siamo attivati per la nascita di un intergruppo consiliare aperto a quanti desiderano portare avanti un’analisi approfondita e un dibattito costruttivo su tematiche fondamentali per il bene comune, a partire dai valori irrinunciabili come la tutela e la promozione della famiglia così come costituzionalmente definita o come il rispetto della vita umana dal concepimento al suo termine naturale, la tutela della maternità, la libertà di educazione o l’attenzione dei corpi intermedi della società, nel rispetto dei principi di sussidiarietà e solidarietà.

Salvatore Negro

SCUOLA: INVESTIRE, NON TAGLIARE Ripartiamo dalla scuola e dall’università, questo è il messaggio che vorrei lasciare ai ministri Gelmini e Tremonti, che evidentemente non riconoscono nell’istruzione una risorsa per il futuro del Paese. Rifondare la scuola non vuol dire tagliare, ma investire risorse finalizzate al diritto allo studio, all’edilizia scolastica, alla formazione. Alla Gelmini, che sembra non comprendere tutto ciò, chiedo di fare un dietrofront a tutela della qualità del sistema scolastico pubblico e della università o di abbandonare responsabilmente la poltrona di ministro. Su un altro livello, la commissione regionale alla Scuola deve avviare un percorso di audizioni per valutare le conseguenze prodotte dal ridimensionamento degli insegnanti sulla rete scolastica laziale e per verificare lo stato di sicu-

rezza delle nostre scuole. Inoltre, considerando che la presidente Polverini ha drasticamente ridimensionato il Fondo regionale integrativo per il diritto allo studio scolastico, non integrandolo con un milione di euro per il 2010, occorre che la commissione apra al più presto un confronto con tutte le parti sociali per trovare delle soluzioni che garantiscano realmente il diritto allo studio e all’università.

Valeria Russo

AL VIA INNOVATIVO SISTEMA DI MONITORAGGIO DELLE FRANE Per due anni la regione Basilicata osserverà le principali frane che interessano l’intero territorio regionale e ne valuterà la possibile evoluzione, sulla base di ipotetici regimi climatici futuri. Scopo di questo monitoraggio è di anticipare le azioni di

Ma quanto grosso sei? Con 6 metri di lunghezza e 4000 kg di peso, l’elefante marino del sud (Mirounga leonina) è a tutti gli effetti la più grande foca del mondo. I maschi possono arrivare a essere tre-quattro volte più grandi delle femmine. E possono arrivare ad avere anche centinaia di partner

tutela e conservazione del territorio, degli insediamenti e del patrimonio culturale. La convenzione consentirà alla Regione di dotarsi di un avanzato e inedito strumento di conoscenza delle dinamiche di trasformazione del territorio in relazione al suo tessuto insediativo e alle condizioni climatiche locali e regionali. Per l’ampio spettro di fenomeni che verranno censiti e monitorati, il progetto costituirà nel tempo un’imprescindibile base di conoscenza del territorio e di aggiornamento degli strumenti di pianificazione urbanistica e pae-

L’OCCHIO DEL MONDO - Le opinioni della stampa internazionale a cura di Pierre Chiartano

saggistica nonché di programmazione dell‘emergenza.

A. M.

CAPUT MUNDI Alemanno ha dato un esempio di come si deve fare il primo cittadino. Ha organizzato la grande abbuffata per la riappacificazione: forse non servirà a nulla visto che il Senatur ha poi ribadito che preferisce la polenta, ma tendere la mano è una cosa importante, soprattutto politicamente parlando.

Bruna Rosso

da ”Asharq Alawsat” del 12/10/10

La Base ha un nuovo esercito nello Yemen ufficiale, anche nello Yemen, c’è ora un esercito di liberazione sponsorizzato da al Qaeda. Lo ha annunciato lunedì il capo militare della struttura fondata da bin Laden, Qassim al-Rimi. La nuova formazione militare si chiamerebbe AdenAbyan army, secondo quanto riferito da un messaggio registrato postato sulla rete. Lo scopo? Naturalmente liberare il Paese «dai crociati e dai loro agenti» ha precisato il capo di Al Qaeda nella Penisola arabica (Aqap).

vità di guerriglia è presente nelle regioni «montuose, desertiche e delle linea costiera». L’Aqap starebbe allargando il fronte del conflitto interno yemenita per indebolire le forze governative. Il capo militare di Al Qaeda nello Yemen paragona il suo gruppo ai Talebani in Afghanistan e agli Shebab in Somalia. «I mujahiddin stanno avanzando con passo sicuro verso il loro obiettivo: l’applicazione della Sharia nella Penisola arabica attraverso i mezzi dello jihad». I governativi si dichiarano impegnati nella guerra senza quartiere contro l’Aqap da quando, il giorno di Natale del 2009, ci fu un tentativo di attentato su di un aereo di linea sui cieli di Detroit.

È

E sembra che l’annuncia sia più una chiamata dei «fratelli jihadisti» per riempire i nuovi ranghi di esercito che ci sarà, piuttosto che l’annuncio di un fatto compiuto. Certo che viste le prospettive e le crescenti preoccupazioni che lo Yemen sta provocando al suo grande vicino saudita e a Washington, questa notizia non è certo di quelle da incasellare tra le buone nuove. Non ci sarebbero ancora conferme ufficiale sull’autenticità del messaggio che è stato postato sul sito di Al-Malaham, organizzazione legata ad Al Qaeda. Aden e Abyan sono le due province del sud delloYemen dove da sempre l’Aqap è sempre stato molto attivo. L’ambasciatore Usa nel Paese del Golfo si è subito affrettato a dichiarare che Washington e Sanaa stanno lavorando insieme per sconfiggere il terrorismo di Al Qaeda. «Soprattutto per garantirne i confini» ha spiegato il diplomatico americano, Gerald Feierstein. Che tradotto significa che i consiglieri militari Usa continueranno ad addestrare il perso-

nale delle forze di sicurezza yemenite. E naturalmente continueranno ad essere riforniti dell’equipaggiamento necessario dal Pentagono.

Rimi nella registrazione ha menzionato numerosi attacchi effettuati negli ultimi mesi nelle due provincia meridionali. Imboscate portate «con successo», secondo il capo militare dei terroristi, alle forze governative con esplosivi e cecchini. Ma in una certa maniera si vorrebbero tenere ancora coperte le vere capacità della nuova formazione militare, da svelare solo una volta che l’obiettivo sia all’altezza dell’impresa. Rimi afferma che la momento si sta evitando un confronto con l’esercito del presidente Ali Abdullah Saleh nei centri urbani, ma che l’atti-

Si trattava di un ragazzo nigeriano che asseriva di essere stato addestrato nello Yemen. E non ci sono dubbi che gli americani siano sempre più preoccupati del ruolo che il Paese arabo sta svolgendo nel ridare fiato al terrorismo di AlQaeda. In un’area che sta diventando il terreno dove raggruppare e riorganizzare la rete della «Base». Lunedì, una doppia esplosione ha scosso l’edificio di un centro sportivo ad Aden. Le autoirità non sono ancora certe sulla matrice dell’attentato, ma è sicuro che sia una cattiva ipoteca sui campionati di calcio che lo Yemen vorrebbe ospitare a fine novembre. Si tratta della ventesima edizione del Gulf football championship che dovrebbe vedere scontrarsi sul tappeto erboso le squadre di Iraq, Yemen e sei delle monarchie del Golfo Persico.


opinioni commenti lettere p roteste giudizi p roposte suggerimenti blog LE VERITÀ NASCOSTE

Libertà? No, grazie! Preferisco il carcere COCOA. Il 25enne Sylvester Jiles ha tentato una “invasione” nel carcere di Brevard County : non esiste neppure una parola in italiano che descriva correttamente il gesto di Jiles, dato che è comune che un carcerato tenti di evadere, ma è ben raro che qualcuno tenti a tutti i costi di entrare, e con l’obiettivo di rimanerci. Il giovane ha scalato un muro per entrare, ma poi si è ferito con il filo spinato: quando sono intervenuti gli agenti di custodia, Jiles li ha pregati di trattenerlo in custodia, ma gli agenti hanno dovuto chiamare un’ambulanza e chiedere aiuto per liberarlo dal filo spinato. La ragione dell’insolito gesto sarebbe che il giovane era stato da poco messo in libertà vigilata, in seguito ad una

condanna per omicidio colposo in un evento che il giudice aveva classificato come incidente. Jiles però sarebbe stato molto spaventato da questa libertà, soprattutto perché temeva vendette da parte della famiglia della vittima. Alla fine, il giovane ha visto il suo “desiderio” esaudito: è stato denunciato per violazione della proprietà del carcere e resistenza agli agenti che, insieme alla violazione delle regole della libertà vigilata, gli ha fatto guadagnare una condanna a 15 anni di reclusione. Un disoccupato di Taiwan, invece, ha rubato una scatola di strofinacci di cotone al solo scopo di essere arresta-

ACCADDE OGGI

LE FAVOLE DI BEATA INNOCENZA Finalmente una proposta per l’infanzia, ma non solo, che vuole ricercare un linguaggio di buoni sentimenti e piccole dosi morali attraverso le avventure dei protagonisti che affrontano le prove della vita con cuore puro e sguardo di beata innocenza. Uno show letterario con l’inattesa partecipazione di Franco Battiato, che abbandonerà per un giorno tastiere, penna e macchina da presa per presentare il libro di Luigi Mantovani Le favole di Beata Innocenza. Diamoci quindi appuntamento presso il centro culturale “Le Ciminiere” di Catania, venerdì 29 ottobre. L’incontro sarà allietato da Gianni Nocenzi che suonerà dal vivo le musiche appositamente composte per l’occasione, amplificando così le emozioni narrative.

Eleonora Tarantino

COME LIBERARSI DELLE ASSICURAZIONI COMPLEMENTARI NEI MUTUI L’introduzione per legge della possibilità di surrogare i mutui ha portato una novità: il mutuatario, nel trasferimento da una banca all’altra, incontrava problemi insormontabili ad indicare come beneficiaria della copertura la nuova banca o, ancora di più, a estinguere la vecchia assicurazione quando la nuova banca ne avesse una propria. Essendo il premio unico iniziale, l’estinzione del mutuo comportava che le compagnie assicurative - e per esse le banche - avrebbero dovuto restituire parte di somme già incamerate, e questo spiega la resistenza di tutti gli interessati. Un accordo dell’ottobre 2008 fra Abi e Ania per disciplinare il

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato

13 ottobre 1946 La Francia adotta la costituzione della Quarta Repubblica 1962 Chi ha paura di Virginia Woolf? debutta a Broadway 1969 Primo rendezvous di tre navicelle spaziali: Soyuz 6, Soyuz 7 e Soyuz 8. L’aggancio programmato fallisce 1970 Lo stato asiatico delle Isole Fiji entra a far parte dell’Onu 1972 Disastro aereo delle Ande 1977 Quattro terroristi palestinesi dirottano un volo Lufthansa in Somalia e richiedono il rilascio di 11 membri della Rote armee fraktion 1999 Il Senato degli Stati Uniti rigetta la ratifica del Comprehensive test ban treaty 2003 La Public Library of Science inizia la pubblicazione di una rivista scientifica ad accesso libero, PLoS Biology 2006 Ban Ki Moon è il nuovo segretario generale Onu

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

to. Infatti l’uomo sentiva la mancanza dei pranzi della prigione della polizia. L’uomo, proprio il giorno precedente, aveva rubato un paio di scarpe, ed era stato arrestato dalla polizia, ma immediatamente rilasciato. Il cibo avuto durante la brevissima detenzione lo ha però convinto a commettere un altro piccolo furto, per avere un altro pranzo gratis.

rimborso al cliente dei premi non goduti o l’indicazione come beneficiaria della nuova banca in caso di surroga del mutuo, non aveva avuto vantaggi sulla clientela. Ciò ha indotto l’Authority di settore (Isvap) a emanare un apposito Regolamento che, ragionevolmente, dovrebbe arginare questi comportamenti. Un esempio, tra i tanti, accaduto a una risparmiatrice: la signora, aveva avviato con una banca un mutuo garantito da assicurazione sulla vita e invalidità; aveva i suoi motivi di insoddisfazione, ma avrebbe accettato la situazione se non fosse capitato di surrogare. La nuova banca, infatti, aveva anch’essa un’apposita assicurazione vita per cui, anche volendo, non era possibile trasferire l’assicurazione dal vecchio al nuovo mutuo. La richiesta di rimborso del premio non goduto della vecchia assicurazione, com’era da aspettarsi, era stato negato in base ad una furbesca clausola contrattuale: in caso di estinzione o di accollo del mutuo, beneficiario del contratto di assicurazione cessava di essere la banca e diventava lo stesso cliente. Al cliente, così, era reclusa ogni via d’uscita dal contratto. La signora è ricorsa all’Arbitro bancario finanziario (Abf) chiedendo la restituzione del premio non goduto e dei costi applicati (i cosiddetti caricamenti). Il ricorso non è facile per l’enormità degli interessi economici in gioco, per l’importanza di questa banca e per la commistione tra banca e assicurazione. Ma fidiamo che la libera portabilità dei mutui e il conflitto di interessi esistente, aiutino l’Abf a dar ragione alla signora. Staremo a vedere.

Libero Giulietti

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ROM: UNA TERZA VIA OLTRE I RIMPATRI DI SARKOZY E I PROGETTI “CITTÀ SOTTILI” (I PARTE) La decisione di rimpatriare i rom presa dal presidente Sarkozy ha fatto molto discutere. Io credo innanzitutto che quanto intrapreso da Sarkozy, condiviso verbalmente anche dal nostro ministro Maroni, sia un passo molto pericoloso che ci fa rivivere le storie di intolleranza del passato. Questo rischio di deriva culturale e politica non viene solo da destra ma, a livello locale, è stato intrapreso con azioni concrete anche da amministratori di sinistra: a Pisa infatti lo scorso anno, per limitare e contenere il crescente numero di rom presenti in città e il pericoloso proliferare di campi abusivi, diverse famiglie di rom sono state “aiutate” a lasciare il territorio con il viaggio pagato e un bonus di uscita di 1500 euro. Sono stato critico anche sulle decisioni portate avanti dalla precedente amministrazione (sempre di centrosinistra), che aveva messo in piedi il progetto di inclusione sociale denominato “Città sottili”, che si è concluso con la consegna ai rom di case costruite per loro. Tale progetto, oltre al censimento dei rom presenti nel territorio e il tentativo di scolarizzazione dei ragazzi, prevedeva la costruzione di una serie di villette a schiera nel campo di Coltano. Detto progetto ha mostrato tutti i limiti di un processo troppo “burocratico”, che tra vari ritardi si è concluso tra i malumori e le tensioni del mondo dei rom (molti infatti sono rimasti fuori dagli alloggi, perché il progetto era limitato a quelli presenti in quel campo diversi anni fa quando tale progetto prese avvio) e grossi malumori tra i pisani che pensano che l’amministrazione aiuta gli zingari invece di pensare a noi! Personalmente questo progetto mi lasciava forti dubbi per i tentativi di voler integrare e omologare alla nostra cultura quella di popoli ed etnie di così antiche tradizioni e culture che nascono e rimangono nel tempo molto diverse dalle nostre. Sarebbe stato meglio utilizzare i 900 milioni di euro e più per un patto diritti-doveri da mettere in piedi con il coinvolgimento dei Rom del territorio. Carlo Lazzeroni P R E S I D E N T E CI R C O L O LI B E R A L PI S A V E R S O I L PA R T I T O D E L L A NA Z I O N E

APPUNTAMENTI OTTOBRE VENERDÌ 15 ORE 11 - PALAZZO FERRAJOLI - ROMA Consiglio Nazionale Circoli liberal ORE 16.30 - FONDAZIONE LIBERAL - ROMA il presidente Ferdinando Adornato incontra i giovani dei Circoli SEGRETARIO

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ULTIMAPAGINA La mostra. Arrivano in Cina gli ”Ori di Taranto” e il vintage Bulgari

L’Expo di Shanghai preferisce indossare i gioielli di Diana Del Monte

l Padiglione Italia dell’Expo 2010 di Shanghai s’è ingioiellato con la mostra «Dagli Ori di Taranto alle gemme di Bulgari: l’eccellenza dell’oreficeria italiana», una rassegna sulla maestria dell’arte orafa italiana, dagli splendori dei monili dell’età magno-greca della collezione del Marta (Museo Archeologico di Taranto) ai colori del XX sec, rappresentati dai gioielli della CollezioneVintage di Bulgari. In mostra, centoventi splendidi monili di cui quaranta provenienti dalla Collezione Vintage di Bulgari e ottanta dalla sezione dedicata all’arte orafa in età ellenistica del Marta, collezione di reperti di assoluta eccellenza, per antichità e preziosità, provenienti dagli scavi in vari siti della Puglia (Canosa e Ruvo di Puglia, Rustigliano e Altamura) e della Basilicata (Roccanova). Sin dall’antichità, l’oro è stato considerato il metallo più prezioso e associato, per via del suo colore, al culto del sole; per questa ragione, sin da tempi antichi, gli sono state attribuite proprietà taumaturgiche che lo hanno portato ad essere utilizzato spesso nella produzione di amuleti ed altri oggetti dal valore simbolico-religioso. Presso le popolazioni della Magna Grecia, ad esempio, era particolarmente diffuso il “nodus herculeus”, nodo magico in grado di allontanare i mali, utilizzato diffusamente dagli orafi nei pendagli, nel centro delle cinture e come decorazione di diademi e bracciali.

I

Gli Ori di Taranto rappresentano un unicum nel panorama mondiale, la più importante testimonianza dello sviluppo e dell’estrema ricercatezza della lavorazione dei metalli preziosi, e in particolare dell’oro, nelle popolazioni italiote. La colonia spartana, infatti, era il principale centro di produzione e diffusione dell’arte orafa nel periodo di massimo splendore dell’oreficeria della Magna Grecia, tra il IV e il III sec. a.C. La tipologia dei reperti rinvenuti nelle tombe durante gli oltre cento anni di scavi è stata chiaramente determinata dalla condizione sociale dei defunti, ma le tombe più modeste non hanno mancato di svelare qualche piccolo tesoro. Nelle sepolture più sontuose gli studiosi hanno rinvenuto stupefacenti monili eseguiti nelle più complesse tecniche di oreficeria, quali la filigrana e la granulazione, come orecchini, diademi, corone funerarie, collane, anelli, vaghi e qualche fibula, elemento determinante dell’abbigliamento dell’epoca, ispirata alla tradizione etrusco-campana. Gli orecchini erano certamente l’ornamento più diffuso presso gli abitanti del-

la Magna Grecia, una fortuna ampiamente dimostrata dalla grande varietà di disegni e soluzioni dei monili ritrovati; nel forgiarli, gli orafi tarantini mostravano di avere una fantasia senza limiti e un desiderio di esuberanza decorativa che, talvolta, li portava a oltrepassare i limiti della contenuta misura. Decorati con figure umane e animali, intrecci floreali e disegni ad elica, gli orecchini italioti hanno visto passare, adeguandosi, svariate mode, come la diffusione della forma a disco, particolarmente in voga nel IV sec. a.C . Prevalentemente riferibili all’elegante e inconfondibile produzione orafa tarantina tra il IV e il II sec. a.C., gli ottanta pezzi esposti a Shanghai sono una sele-

nel 1884 dall’argentiere greco Sotirio Bulgari, la maison italiana è una delle protagoniste più importanti del mercato del lusso con 50 società in 24 paesi diversi e 236 negozi sparsi per tutto il pianeta. L’esposizione di Shangai prevede una piccola selezione di

ITALIANI

< Il Padiglione Italia rende omaggio a un unicum nel panorama mondiale: la maggiore testimonianza dello sviluppo e dell’estrema ricercatezza della lavorazione dei metalli preziosi nelle popolazioni antiche della Penisola zione significativa di oreficerie che non fa parte dell’attuale percorso espositivo del Marta, in attesa di trovare la giusta collocazione dopo il completamento dei lavori di allestimento del Museo. I diademi e le corone funerarie decorate con impalpabili foglie di lamina d’oro sono certamente gli oggetti più spettacolari della collezione tarantina il cui esemplare più ricco e noto è sicuramente il diadema fiorito rinvenuto a Canosa e risalente al III sec. a.C.; con una struttura ricoperta di una lamina smaltata verde pallido, il diadema è decorato con più di centocinquanta fiorellini campestri in smalto policromo, gocce di pasta vitrea e pietre preziose. Tra i reperti della mostra di Shanghai si possono, inoltre, ammirare monili risalenti al VI sec. a.C., prodotti sia importati che fabbricati localmente e ispirati dall’estetica greca, associati a realizzazioni originali strettamente legate all’ambio culturale apulo, come i cerchi aurei utilizzati dalle donne della Peucezia e della Daunia per adornare i capelli.

Accanto agli Ori di Taranto, quelli della collezione storica della maison italiana, una selezione dei migliori pezzi della produzione Bulgari rintracciati e riacquistati dalla casa non senza qualche prevedibile difficoltà. Fondata

gioielli realizzati tra gli anni ’20 e gli anni ’90; tra questi, non mancano alcuni esemplari della famosissima linea “serpenti”, realizzata a partire dal 1949, che ha segnato l’inizio del successo nel campo dell’orologeria.

Immortalato in una foto del 1962 al braccio di Liz Taylor mentre girava Cleopatra a Roma, l’orologio-bracciale di ispirazione egizia ha raggiunto il suo maggior successo in seguito alla stilizzazione della figura serpentina operata dalla casa, che aveva notato un’istintiva avversione dei paesi cattolici verso la figura del serpente. L’estetica di questa linea venne, poi, resa ancor più efficace e accattivante dalla complicata e costosa tecnica Tubogas, una maglia metallica flessibile, formata da due catene tubolari unite senza saldature che richiede molte ore di lavoro artigianale, utilizzata ancora oggi nelle nuove collezioni della linea “serpenti”.

2010_10_13  

Bilancio (negativo) del mandato Isaf e Nato:tra strategie azzardate e obiettivi mancati Il secondo articolo inedito del Nobel, usato dal reg...